L’inferno delle carceri e una politica sorda di Glauco Giostra Avvenire, 20 agosto 2026 Non ci si preoccupa di risultare un Paese senza dignità, come il presidente Mattarella ha ammonito. Un Paese che sta andando incontro a una seconda condanna da parte della Corte europea, per trattamento inumano e degradante delle persone ristrette. Un Paese che ha ignorato anche l’altissimo e accorato appello di Papa Francesco. Decine di suicidi, centinaia di atti di autolesionismo, diverse migliaia di accertati casi di condizioni inumane e degradanti, innumerevoli insorgenze psichiatriche e generalizzate sedazioni farmacologiche, sezioni penitenziarie sequestrate dalla magistratura a causa della loro disumana inagibilità. “Noi crediamo di aver abolita la tortura, e i nostri reclusori sono essi stessi un sistema di tortura la più raffinata; noi ci vantiamo di aver cancellato la pena di morte dal codice penale comune, e la pena di morte che ammanniscono a goccia a goccia le nostre galere è meno pietosa di quella che era data per mano del carnefice; noi ci gonfiamo le gote a parlare di emenda dei colpevoli, e le nostre carceri sono fabbriche di delinquenti”. Sembrerebbe un commento attuale, ma risale a più di 120 anni fa: Filippo Turati (Il cimitero dei vivi), che oggi, di certo, aggiungerebbe la torrida claustrofobia che induce a varcare i confini della disperazione, sospingendo verso quelli della alterazione mentale. Ma dalle nostre stanze con aria condizionata o dalle nostre gradevoli località turistiche quest’inferno risulta lontano e ci disturba tutto ciò che ce lo ricorda. E la classe politica non ignora la conseguente bassissima redditività elettorale di un impegno in materia. Mentre fa finta di ignorare (ove ignorasse sarebbe ancora più preoccupante) la drastica riduzione della recidiva che sarebbe garantita da una carcerazione meno disumana. Quasi dieci anni fa, con ammirevole lungimiranza politica, era stato imbastito un articolato e complesso progetto di riforma, sulla scorta della miniera di dati, comparazioni, rilievi, proiezioni forniti dagli Stati generali dell’esecuzione penale. Di fronte al bivio politico se approvarlo per riportare il pianeta carcere nei territori della Costituzione e della civiltà ovvero se soprassedere per lucrare consensi nelle imminenti elezioni, si imboccò questa seconda strada, così non ottenendo i consensi e seppellendo ogni speranza di ridare presentabilità civile al nostro Paese. Le attuali forze di maggioranza, se prescindiamo dalla soluzione indicata con spensierata inconsapevolezza dal sen. Gasparri (“Basta applicare le leggi che ci sono. Nordio, ci vuole un minuto per avviare questo percorso. Non bisogna nemmeno fare norme nuove”), si sono sempre e soltanto impegnate ad apparire impegnate: maggiore rigore repressivo nei confronti di detenuti oppositivi, promesse di nuove carceri, leggi poi dichiarate incostituzionali, task force modello Dulcamara, soluzioni propagandate come mirabolanti panacee e di modestissimo impatto, indagini conoscitive. Quando autorevoli voci invocano un provvedimento di indulto per riportare in condizioni giuridicamente e eticamente accettabili l’attuale disumano affollamento, si obbietta che sarebbe un “segno di debolezza”. Si ostenta con orgoglio uno Stato muscolare e inflessibilmente vendicativo. Non ci si preoccupa di risultare un Paese senza dignità, come il presidente Mattarella nel suo applauditissimo quanto ignoratissimo discorso di insediamento ha autorevolmente ammonito (“Dignità è un Paese dove le carceri non siano sovraffollate e assicurino il reinserimento sociale del detenuto”), ribadendo più di recente che l’attuale situazione carceraria è “una vera e propria emergenza sociale sulla quale occorre interrogarsi per porvi fine immediatamente”. Un Paese che sta inesorabilmente andando incontro a una seconda mortificante condanna da parte della Corte europea, per trattamento inumano e degradante delle persone ristrette. Un Paese verso il quale altri Stati europei rifiutano di trasferire condannati per l’incivile stato dei suoi penitenziari. Un Paese che ha ignorato anche l’altissimo e accorato appello di papa Francesco, che, per la prima volta nella storia, ha aperto una porta del Giubileo nella “basilica” del carcere, esortando a ridare speranza ai reclusi, anche con provvedimenti di clemenza. Evidentemente persino l’ardore religioso sfoggiato da molti politici nell’ultima campagna elettorale si è spento di fronte all’irresistibile fascino di una forza sorda all’umanità. Anche questo trumpismo carcerario passerà, ma purtroppo, direbbe Brodsky “si può facilmente immaginare il nostro -ismo, impreziosito dal suo post, entrare comodamente, sulle labbra dei cretini, nel porto del futuro”. Il sistema delle carceri: l’emergenza silente di Carmine Ippolito Il Roma, 20 agosto 2026 L’intero sistema penitenziario si avvicina al collasso per i livelli di sovraffollamento. I dati diffusi dal Viminale, in occasione della rituale conferenza stampa di ferragosto, evidenziano che la delittuosità è chiaramente in calo: in netta discesa omicidi, femminicidi, rapine, furti e violenza di genere. E questa è una buona notizia, ovviamente. È preoccupante, invece, che, asimmetricamente, al calo dei delitti, non corrisponda una decrescita della popolazione penitenziaria. Al contrario si registra nelle carceri un vertiginoso aumento dei detenuti e l’intero sistema penitenziario si avvicina al collasso per i livelli di sovraffollamento raggiunti e le carenze di organico nella polizia penitenziaria e nei Tribunali di sorveglianza. Proviamo a fare un moderato esercizio di intelligenza naturale (non essendone più abituati all’uso uno sforzo eccessivo potrebbe rivelarsi nocivo o fatale) Il sostantivo intelligenza deriva dal latino intelligentia, a sua volta derivato di intelligere, intendere, capire. È certamente corretto riconoscere che l’intelligenza è dunque la capacità di cogliere i dati e operare selezioni o correlazione tra gli stessi. La evidenziata asimmetria dei dati che intercorre tra il calo dei delitti e l’aumento della popolazione penitenziaria è la chiara spia che troppe cose non funzionano in materia di giustizia e, in particolare, l’attenzione va posta sulla produzione di leggi, sulla stretta applicazione delle norme e nel funzionamento degli uffici giudiziari. Certamente non può disconoscersi che il sovraffollamento carcerario sia l’effetto di una pluralità di fattori che, ridotti all’essenziale, vanno infatti individuati nel moltiplicarsi di previsioni penali - progressivamente introdotte sull’onda della emergenza del momento mediante ricorrenti decreti o pacchetti sicurezza - a cui si aggiunge la sempre più marcata abrogazione, desuetudine o disapplicazione degli istituti di clemenza (prescrizione, amnistia, indulto, continuazione, attenuanti generiche etc.). È in tal modo sintetizzabile la tragica combinazione di fattori normativi e applicativi che alimenta un tragico circolo vizioso che irreversibilmente determina il sovraffollamento degli istituti di pena ingolfando i percorsi trattamentali per la evidente sproporzione tra il numero delle persone detenute, quello del personale dei Tribunali di Sorveglianza, degli uffici preposti alla rieducazione, nonché della polizia penitenziaria. È così che più persone entrano in carcere, sempre meno riescono ad uscirne con le misure alternative alla detenzione restando ingabbiate nel burocratico ed inadeguato funzionamento degli uffici di sorveglianza. La diminuzione dei reati sopraggiunge poi generando un malcelato imbarazzo, sul piano politico, sia a destra che a sinistra, considerato che, su entrambi i versanti di maggioranza e opposizione, sono prevalenti le pulsioni populiste e securitarie orientate a conferire centralità ai temi della sicurezza del cittadino e della sicurezza della pena, a discapito dei diritti e della dignità delle persone detenute. A questa miscela devastante va aggiunta l’ideologia liberale e liberista che costituisce la matrice dell’asimettrico fenomeno, imponendo di reagire ai malfunzionamenti di un apparato pubblico malato, giammai riformandolo o potenziandolo, ma tagliandolo e riducendolo, per affidare ogni dinamica pubblica ai privati ed al mercato. Neppure è ragionevole obiettare che la diminuzione dei reati dipende dalla stretta sulla sicurezza o dalla progressiva introduzione di nuove figure di reato: si tratta di una tendenza in atto da oltre dieci anni considerato che già dal 2013 al 2019 i reati sono diminuiti del 20 per cento in sei anni. In conclusione, sarebbe corretto prendere atto che molte delle emergenze criminali, proclamate dagli inizi degli anni 90, e su cui hanno costruito le proprie fortune politiche demagoghi e professionisti a vario titolo dell’antimafia, sono cessate. Lo stato delle carceri, invece, e la condizione dei detenuti in Italia costituisce invece la vera emergenza attuale, scomoda e silente. Da domani domiciliari ai detenuti con dipendenze di Giovanni Negri Il Sole 24 Ore, 20 agosto 2026 La scarsità delle risorse limita la platea dei soggetti interessati. Richiesta possibile anche quando il giudizio è ancora in corso. Che sia una legge “epocale”, copyright Carlo Nordio, oppure un “indulto mascherato”, opinione di Nicola Gratteri, la legge sulla detenzione domiciliare per i detenuti con problemi di dipendenza, da sostanze o alcol, entra in vigore domani. Ma si tratta di un avvio a scartamento ridotto, sia per la necessità di un’ulteriore messa a punto delle misure attuative sia per l’esiguità delle risorse disponibili che ne ridimensionano nei fatti l’impatto. In ogni caso, la legge n. 140 introduce la possibilità, alternativa rispetto alla messa alla prova, per una particolare, seppure assai consistente, categoria di detenuti, di scontare la pena in strutture residenziali o anche semiresidenziali (escludendo quindi il pernottamento). La pena da scontare non deve comunque essere superiore agli otto anni, limite che scende a quattro per tutta una serie di reati considerati comunque di gravità più elevata; per i condannati poi per altri e ancora più gravi delitti la misura è invece impraticabile. Alla domanda devono essere allegati la documentazione relativa alla tossicodipendenza o alcoldipendenza, il programma terapeutico finalizzato al recupero e la valutazione sull’idoneità del percorso, oltre all’indispensabile indicazione del collegamento tra dipendenza e reato. Il tribunale concede la misura se ritiene che il programma contribuisce concretamente al recupero del richiedente ed è in grado di prevenire il rischio di commissione di ulteriori reati. Per la determinazione dei criteri di dipendenza tutto è affidato a una Commissione costituita presso la Presidenza del Consiglio, la cui composizione e funzionamento sono affidati a un decreto, a competenza mista (interessati anche i ministeri della Giustizia e della salute, da emanare entro Natale. Interessate sono le strutture private accreditate o quelle pubbliche residenziali del Servizio sanitario nazionale specializzate per la cura e per la riabilitazione dalle tossicodipendenze o alcoldipendenze. A partire da domani sarà poi possibile la presentazione della domanda anche nel corso dei procedimenti e dei processi pendenti, con l’esclusione di quelli per i quali è stata pronunciata la sentenza di primo grado. La richiesta potrà interessare l’applicazione su richiesta di una pena detentiva non superiore a otto anni oppure a quattro. Cruciale è però il tema delle risorse, perché se è vero che la platea dei potenziali interessati è di circa 10mila detenuti, come ricordato da Nordio, i 19 milioni annui di fondo a disposizione rischiano di limitare la misura a qualche centinaio di persone all’anno. Esiste il diritto dei detenuti alla cella singola? No, purtroppo no, ma esiste quello a non essere trattati come bestie di Vincenzo Giglio terzultimafermata.blog, 20 agosto 2026 Il 13 agosto 2026 nel sito web istituzionale del Ministero della Giustizia è stato pubblicato l’articolo Esiste un “diritto” alla cella singola? Il parere dell’esperto (consultabile a questo link: https://www.gnewsonline.it/esiste-un-diritto-alla-cella-singola-il-parere-dellesperto/), a firma di Francesco Picozzi. Lo spunto per lo scritto è la notizia, diffusa due giorni prima, della protesta di alcuni detenuti ristretti nella casa circondariale Due Palazzi di Padova, a causa della decisione della direzione di collocare una seconda branda in celle singole per sistemare 20 detenuti provenienti da altri istituti. Sono stati due i motivi della protesta: la riduzione dello spazio detentivo individuale al di sotto di tre metri quadri, la perdita di un ambiente adeguato al lavoro e allo studio in conseguenza della forzata convivenza. Un detenuto, in particolare, che sta espiando la pena di 30 anni di reclusione per omicidio, si è ribellato in modo veemente, sostenendo di avere accettato il collocamento in un istituto distante più di mille chilometri dal luogo di residenza dei suoi familiari pur di potere fruire di una cella singola. Ha minacciato di compiere atti di autolesionismo e chiesto di essere ricollocato in un istituto vicino alla famiglia. Tale comportamento oppositivo gli è costato la sanzione disciplinare di 10 giorni di esclusione dalle attività ricreative e sportive. Ha presentato reclamo ma ciò non ne ha impedito l’esecuzione, non essendo normativamente previsto che l’impugnazione sospenda il provvedimento. Questo automatismo ha indotto l’Ufficio di sorveglianza di Padova a sollevare un incidente di costituzionalità. L’Autore dell’articolo citato in apertura si è interrogato su ciascuno dei punti qualificanti della vicenda e ha dato le sue risposte. Nessuna categoria di detenuti, a suo parere, ha un diritto incondizionato alla cella singola, neanche gli ergastolani per i quali tale sistemazione è “preferibilmente consentita” e gli imputati per i quali è “garantita” posto che per entrambi l’ordinamento penitenziario richiede l’assenza di controindicazioni sanitarie e di particolari condizioni dell’istituto. A maggior ragione questa conclusione si impone per un detenuto che non è ergastolano e neanche imputato. Quanto alla misura minima dello spazio detentivo individuale, Picozzi osserva che la sua riduzione sotto i tre metri quadri non è un dato reale ma il frutto dell’orientamento della giurisprudenza nazionale che impone l’esclusione delle superfici occupate dagli arredi dal computo della superficie utile. Se fossero invece incluse, anche con due brande, i tre metri pro-capite sarebbero salvaguardati. Ancora più netta la considerazione finale: se manca il diritto alla cella singola, il detenuto che si è ribellato per averla persa ha torto ed è stato quindi legittimo sanzionarlo; l’applicazione della sanzione in costanza di un reclamo può risultare problematica ma lo sarebbe assai di più il congelamento in attesa della decisione, perché priverebbe di effettività il sistema disciplinare e la sua capacità di deterrenza. Fin qui Picozzi. Attingiamo adesso a una seconda fonte, un articolo di Roberta Merlin per il Corriere del Veneto, pubblicato l’11 agosto 2026 (consultabile a questo link https://corrieredelveneto.corriere.it/notizie/padova/cronaca/26_agosto_11/carceri-detenuto-in-punizione-per-aver-preteso-la-cella-singola-la-protesta-finisce-davanti-alla-corte-costituzionale-9496864d-60fb-4d32-b818-8ff42bb21xlk.shtml). Ne ricaviamo informazioni ulteriori rispetto a quelle citate nel primo articolo. Nel corso dell’audizione dinanzi al magistrato di sorveglianza il detenuto che sta espiando la pena per omicidio ha negato di avere minacciato atti di autolesionismo. Lo stesso detenuto, in carcere dal 2017, aveva alle spalle un percorso quasi sempre regolare (un solo precedente disciplinare) tanto che gli era stato riconosciuto il beneficio della liberazione anticipata per tutti i 16 semestri di detenzione presi in considerazione. La decisione della direzione di aggiungere una seconda branda nelle celle singole è stata revocata e i detenuti in arrivo sono stati sistemati in sezioni con stanze più grandi. Le sanzioni disciplinari già inflitte sono state invece mantenute. L’istituto Due Palazzi è afflitto dai medesimi e drammatici problemi della maggior parte dei penitenziari nazionali: 674 detenuti con un sovraffollamento pari al 160%, 200 dei quali sono reclusi in quattro sezioni a regime chiuso trascorrendo la quasi totalità della detenzione in clausura, temperature estive superiori ai 40 gradi, solo un centinaio di celle su un totale di 382 sono dotate di doccia interna con l’effetto di lunghe code per potersi lavare. Ora che ne sappiamo di più, la conclusione pare piuttosto semplice e di certo non è in linea con quella di Francesco Picozzi. Tutto comincia da una decisione sbagliata ed evitabile, quella di andare a turbare il delicatissimo equilibrio di chi, dovendo scontare una lunga pena e desiderando legittimamente disporre della serenità indispensabile per poter seguire un percorso rieducativo regolare, è costretto a condividere con un’altra persona uno spazio già esiguo. Quella stessa decisione va ad impattare su una situazione drammatica in cui sono messi a dura prova i diritti umani primari dei detenuti: caldo estremo, sovraffollamento record, docce col contagocce. Tanto sbagliata ed evitabile da essere stata revocata ma nel frattempo ha lasciato i suoi strascichi velenosi. Un detenuto è stato punito per avere protestato mentre lo Stato si autoassolve per avere tenuto lui e tanti disgraziati come lui in una condizione infernale. Dentro il rumore dei fattacci vive la lotta alle derive securitarie di Mario Di Vito Il Manifesto, 20 agosto 2026 A che serve urlare la cronaca nera? Al giorno d’oggi soprattutto a minare la fiducia dei cittadini nello stato di diritto e a creare il terreno per emanare leggi sulla sicurezza. La cronaca nera è bella, anche se fa male. Quantomeno perché i regimi l’hanno sempre vietata o ridotta ai minimi termini. Il Minculpop di Mussolini inviava veline agli organi di stampa per chiedere - imporre - di evitare di parlare troppo dei fatti di sangue e, più in generale, di tutti quei delitti che mettevano in dubbio l’ordine perfetto postulato dal fascismo. In Spagna Francisco Franco “sconsigliava” di diffondere notizie che potessero intaccare “la stabilità” del paese. Meno di due mesi dopo aver assunto la carica di Führer, Adolf Hilter creò la Reichspressekammer, la camera della stampa del Reich, che stabiliva una serie di Tagesparolen, direttive quotidiane, per impedire che si raccontassero storie potenzialmente in grado di ledere l’onore e la dignità della Germania. In Unione Sovietica pure si parlava poco dei fatti di nera: la Pravda e l’Izvestija la usavano al limite per regolare conti interni agli apparati o per condannare “i residui del passato”. Ma i fattacci accadono e non esiste alcun posto abbastanza grande perché i mormorii al riguardo possano essere fermati. Il problema - ed è qui che ci facciamo male - arriva quando questi mormorii incontrano un megafono. A che serve urlare la cronaca nera? Al giorno d’oggi soprattutto a minare la fiducia dei cittadini nello stato di diritto e a creare il terreno per emanare leggi sulla sicurezza. In Italia siamo abituati: seguendo l’astrolabio della cronaca il nostro codice penale si è ingrossato di parecchio negli ultimi tempi. Molte leggi sono inutili e inapplicabili, ma i sondaggi tendenzialmente premiano chi le costruisce. Forse raccontare diversamente certe cose potrebbe aiutare a combattere certe derive? La vicenda di Garlasco è avvenuta nel 2007 ed è tornata di gran moda molto tempo dopo perché tra gli inquirenti di Pavia si è insinuato il pensiero spaventoso che la prima indagine sia stata tutta sbagliata. Quindi ne è stata fatta un’altra, che punta a un altro sospettato. Per gli esiti giudiziari ci sarà tempo. Ora possiamo comunque osservare, analizzare, i tic dell’opinione pubblica, quello che la nera scaturisce nella società. Forse c’è un innocente in galera, sentiamo ripetere notte e dì a reti e social unificati. La soluzione individuata potrebbe essere quella di sbattercene un altro. Perché è lecito, forse necessario, nutrire dubbi. E però questi dubbi devono essere ragionevoli. Parlando d’altro, su queste pagine, Peppino Di Lello una volta ha scritto: “La verità giudiziaria deve essere convincente e condivisibile: si impongono infatti, un pubblico dibattimento per un controllo democratico del contraddittorio nonché la motivazione della sentenza per un controllo della valutazione delle prove e delle argomentazioni che determinano il verdetto. A ciò consegue il diritto di dissentire da quelle argomentazioni e valutazioni, per evitare che la verità giudiziaria assuma la terribile valenza di una verità immutabile e indiscutibile”. Per dissentire, dunque, occorre raccontare i fatti, la loro genesi, i loro effetti. Quello che hanno attorno. Bisogna ascoltarne il rumore, provare a descriverlo. Il delitto di Garlasco ne ha fatto parecchio di rumore. Continua a farne. Non smette mai. E che rumore fa allora la cronaca nera sul manifesto? Questo. “Le norme securitarie, da sole, non servono” di Chiara Sgreccia Il Domani, 20 agosto 2026 In pochi giorni almeno 6 donne sono state uccise da chi consideravano, o avevano considerato, un compagno di vita. Il cambiamento passa dalla scuola, dalla formazione per le forze dell’ordine e gli assistenti sociali, dalle risorse destinate ai centri antiviolenza, dalla fine del pietismo. Ercoli (Differenza Donna): “Ora serve un cambio di passo”. Joanna Rouissi aveva 50 anni quando è stata uccisa, nel pomeriggio di martedì 18 agosto, nella sua abitazione a Colleferro, vicino Roma. Secondo la ricostruzione degli investigatori, il marito, Mohammed Habib Rouissi, 69 anni, durante un litigio avrebbe più volte colpito con un coltello la moglie alla gola. In casa c’era anche il più piccolo dei cinque figli della coppia, che avrebbe visto tutto. L’uomo, rintracciato dalla polizia poco dopo, ha confessato. Da quanto riportato dalle cronache locali si capisce che Rouissi era preoccupata per il comportamento del marito: lo aveva accompagnato da uno psichiatra a causa degli scatti di violenza e aveva anche allertato la Asl. Avrebbe anche raccontato alle persone per cui lavorava delle frequenti liti in casa e dei comportamenti pericolosi del marito. “C’erano segnali di questa situazione che, però, evidentemente, sono sfuggiti o non sono stati ritenuti così pericolosi”, ha commentato il sindaco di Colleferro, Giulio Calamita. Non solo segnali, ma almeno una querela contro l’ex compagno dopo che lui aveva tentato di strangolarla, seguita da un ammonimento del questore, c’era anche nel caso di Tania Terrin, 39 anni. Soffocata da Dino Keber, 43 anni, a Ferragosto. Dopo averla uccisa lui è tornato nella sua abitazione a Dolo, in provincia di Venezia, dove si è tolto la vita. In un’intervista a La Stampa la madre di Terrin racconta che sia lei, sia la figlia erano andate dai carabinieri più volte per segnalare la situazione. Keber, inoltre, era già stato querelato altre tre volte da tre precedenti compagne, nel 2002, 2010 e 2021. Ma Rouissi e Terrin non sono le sole donne uccise dall’uomo che consideravano o avevano considerato un compagno di vita in meno di una settimana. Maria D’Alessandro, 75 anni, sempre il 15 agosto è stata uccisa a coltellate nella casa di Sant’Angelo a Cupolo (Benevento) dal marito Faustino Cardillo che, dopo aver tentato di ferirsi con lo stesso coltello, durante l’interrogatorio delle forze dell’ordine ha confessato il femminicidio. Ornella Forastefano, 46 anni, nella notte tra il 15 e il 16 agosto è stata trovata agonizzante davanti al pronto soccorso di Trebisacce, con ferite e traumi gravissimi, probabilmente dopo essere stata picchiata dal compagno, ed è morta poco dopo. Il compagno Elvis Metvelaj, 42 anni, è stato fermato al porto di Bari mentre tentava di imbarcarsi per l’Albania. Oggi il gip di Bari ha convalidato il fermo e disposto la custodia cautelare in carcere. Michela Rubiu, 47 anni, è morta il 17 agosto dopo essere stata colpita alla testa da un proiettile sparato dal marito Alessandro Pintus il 23 luglio. Era rimasta ricoverata in ospedale a Cagliari per 25 giorni. Pintus aveva anche ucciso il fratello Andrea e confessato entrambi i reati. Carmela Bifano, 72 anni, è stata trovata con gravi ferite alla testa, il 18 agosto, in un fondo agricolo a Villaggio Frassa, in provincia di Cosenza. L’ipotesi è che sia stata colpita con una o più pietre. A dare l’allarme era stato il marito, Pietro Scintu, 80 anni, il cui racconto però non ha convinto gli investigatori, tanto che a oggi risulta essere l’unica persona indagata per l’omicidio. “Serve, lo diciamo da tempo, un vero cambio di passo. La maggior parte dei casi aveva un alto livello di pericolosità e per questo motivo dovevano essere usati gli strumenti di protezione, ancora una volta non applicati dalle istituzioni”, commenta la presidente della rete nazionale Differenza Donna, Elisa Ercoli. Per Ercoli, le norme securitarie da sole non servono a nulla, soprattutto se l’obiettivo è generare un cambiamento reale e duraturo: “È insopportabile il silenzio assoluto di Meloni e di questo governo. In questi anni la vita delle donne in Italia è peggiorata e le donne muoiono nella noncuranza istituzionale. Questo governo ha la responsabilità di una totale inerzia e indifferenza ai problemi reali delle donne e di questo e dei femminicidi devono invece rispondere immediatamente”. Come sottolinea Differenza Donna, in Italia, infatti, manca un reale lavoro per prevenire la violenza di genere e la protezione non viene applicata “perché gli stereotipi e i pregiudizi minimizzano e banalizzano la gravità della violenza che le donne subiscono nelle relazioni intime. La sottovalutazione delle istituzioni è tale da non ritenere nemmeno di dover usare strumenti che pure esistono”, ribadisce Ercoli, prima di evidenziare come né le forze dell’ordine né gli assistenti sociali siano adeguatamente formati sulle norme antiviolenza e le procedure da seguire: “È inconcepibile che con numeri così enormi di violenza e femminicidi non vi sia nulla di sistemico”. Così come lo è il dialogo insufficiente tra la rete istituzionale contro la violenza di genere e i centri antiviolenza, che svolgono un lavoro indispensabile senza le risorse necessarie per farlo. “Servono risorse per centri antiviolenza. Serve prevenzione vera a partire dalle scuole. Serve un pensiero femminista e non pietista nelle azioni di governo. O mettiamo in atto tutto questo o le storie dei femminicidi resteranno lì sugli articoli da giornale e la vita di queste donne sulla coscienza di tutti e tutte noi”, scrive su Facebook Marilena Grassadonia, responsabile Diritti e Libertà di Sinistra Italiana. Tania Terrin, il sottosegretario Balboni: valuteremo l’invio degli ispettori di Giacomo Costa Il Gazzettino, 20 agosto 2026 “Intanto è stata avviata un’indagine interna, chiederemo alla procura di Venezia di poter visionare tutta la documentazione che riguarda l’omicidio di Tania Terrin e il profilo del suo assassino, Dino Keber. E, nel caso in cui emergessero delle possibili irregolarità, procederemo certamente con gli accertamenti ispettivi ufficiali. L’attenzione del ministero della Giustizia su questa vicenda è massima”. La cautela è d’obbligo, il ministro Carlo Nordio sta aspettando di conoscere tutti i dettagli prima di esprimersi. Ma fonti interne di palazzo Piacentini confermano la volontà di verificare foglio per foglio i due fascicoli che raccontano il femminicidio di Ferragosto: la cartelletta che riassume le indagini sull’assassinio della 39enne, ma anche quella del “codice rosso” compilata quattro mesi fa, dopo la denuncia della donna contro il 43enne. La conferma è poi arrivata anche dal sottosegretario Alberto Balboni: “Il femminicidio di Tania Terrin è una sconfitta per lo Stato. Insieme al ministro valuteremo l’invio di ispettori del ministero in procura per capire cosa non abbia funzionato”. Anche perché le sconfitte per lo Stato si ripetono: sei i femminicidi in Italia da Ferragosto a oggi. Una strage. La richiesta di un’inchiesta formale era arrivata, due giorni fa, dalla deputata pentastellata Stefania Ascari (la senatrice di Iv Daniela Sbrollini, invece, ha preannunciato un’interrogazione parlamentare), e il ministero non ha ignorato il suggerimento: “L’accertamento ispettivo è però una pesante ingerenza dell’esecutivo sulla magistratura, dobbiamo muoverci a fronte di elementi certi”. Il precedente c’è già stato: due anni fa, dopo l’omicidio di Vanessa Ballan, nella Marca, palazzo Piacentini volle fare chiarezza e chiese una relazione alla procura di Treviso - salvo poi concludere che non vi erano stati inciampi nei procedimenti giudiziari, neppure in quelli che avevano riguardato la denuncia per stalking che la donna aveva presentato prima di venire uccisa. “La morte di Tania Terrin è una tragedia che deve interrogare profondamente tutti - ha ribadito ieri il sottosegretario alla Giustizia Andrea Ostellari - Come governo siamo intervenuti nel contrasto alla violenza contro le donne rafforzando gli strumenti di prevenzione e protezione e rendendo più severa la risposta nei confronti di chi commette violenza, anche introducendo il reato di femminicidio. Dal “codice rosso” in avanti è stato fatto molto, attraverso un impegno che ha saputo essere bipartisan e che deve continuare ad esserlo. Ma le leggi, da sole, non bastano. Serve una vera rigenerazione culturale. Si sta facendo strada una cultura in cui tutto sembra dovuto, in cui si pretende di ottenere ciò che si desidera e si fatica ad accettare un limite o un rifiuto. È fondamentale il lavoro dei centri antiviolenza, così come quello delle famiglie e dell’intera comunità. È una battaglia che riguarda tutti e che dobbiamo combattere insieme”. Ieri anche la senatrice Dem Valeria Valente della bicamerale Femminicidio ha anticipato un’interrogazione sul caso: “Se i fatti sono quelli che leggiamo, c’era tutto: le mani al collo, il referto, i precedenti. Mancava una misura cautelare contro l’uomo che aveva denunciato. La falla, però, non è nel diritto penale. È nella capacità di applicarlo. Una misura cautelare è il frutto di una valutazione che deve tenere conto della pericolosità dell’uomo e del rischio che corre la donna”. Valente contesta anche i commenti del presidente del consiglio regionale veneto Luca Zaia, che martedì aveva chiesto un nuovo sforzo sul fronte legislativo: “Sbagliate le parole di chi chiede di inasprire ulteriormente le pene. In Italia le norme ci sono, con un impianto sufficientemente rigoroso e severo. Serve rafforzare e diffondere la formazione di tutti gli operatori affinché la violenza maschile sia riconosciuta, le donne vengano credute al di là di stereotipi e pregiudizi e il rischio venga valutato correttamente. È necessario un investimento strutturato e serio nella formazione e nell’educazione sessuo-affettiva nelle scuole, nelle università e in tutte le agenzie educative, impartita anche con l’aiuto e con l’esperienza dei centri antiviolenza. Bisogna far funzionare tutti gli strumenti che abbiamo a disposizione, non inventarne di nuovi perché è più semplice, mentre cambiare la cultura è più impegnativo”. La procura di Venezia, intanto, procede a tappe forzate: venerdì è prevista l’autopsia sul corpo di Terrin, affidata al dottor Claudio Terranova, e il pubblico ministero Stefano Strino ha chiesto che i risultati siano resi disponibili al suo ufficio con urgenza, in 30 giorni invece che nei previsti 60. I tamponi prelevati dai bicchieri trovati in casa della 39enne sono stati inviati al Ris di Parma, i cellulari sono nelle mani dei periti. “Se il ministero vuole controllare il nostro operato non c’è alcun problema, siamo ovviamente a disposizione - ha detto la procuratrice aggiunta Barbara Sargenti - Quanto alle norme, lasciamo che sia il legislatore ad occuparsene, noi facciamo il nostro lavoro”. Che è anche quello di continuare a gestire l’ondata di “codici rossi”: altri otto fascicoli, solo ieri mattina, compreso un aggravamento passato al carcere. Bongiorno (Lega): “Se un uomo perseguita non bastano i divieti. Serve soltanto il carcere” di Virginia Piccolillo Corriere della Sera, 20 agosto 2026 L’avvocata e senatrice: “La legge Codice Rosso è salvavita, ma non sempre viene applicata bene. Ci sono ritardi, sottovalutazioni e misure blande”. Giulia Bongiorno, senatrice leghista, presidente della commissione Giustizia, e cofondatrice di Doppia Difesa: ancora una volta una donna che denuncia, inascoltata, è uccisa perché lo Stato non è riuscito a proteggerla. “Una vicenda intollerabile. Per una donna è difficile denunciare un uomo con cui c’è, o c’è stato, un rapporto sentimentale: quando trova il coraggio di farlo dev’essere aiutata subito. Esiste una legge del 2019 a mia firma, il Codice Rosso, per dare priorità assoluta alle donne in pericolo”. Appunto, invece i femminicidi continuano. La legge Codice Rosso non funziona? “È una legge salvavita, ma non sempre viene applicata bene. Il nome richiama il sistema in uso negli ospedali, dove si dà la precedenza ai casi più gravi e urgenti, contrassegnati appunto dal codice rosso. Come un infarto, una denuncia di violenza richiede un intervento immediato: la vittima dev’essere sentita entro tre giorni e bisogna valutare l’adozione delle misure cautelari. Se chi arriva in ambulanza non viene curato bene e subito, non è colpa dell’ambulanza”. Quindi, un problema c’è... “Sì, ci sono ritardi, spesso c’è anche una sottovalutazione e vengono applicate misure blande. Capita ancora che la donna si senta dire che certe cose sono “normali”. Del resto, lo stesso aggettivo “domestica” applicato alla violenza la sminuisce, invece è una violenza selvaggia”. Quali segnali vengono sottovalutati? “Minacce, forme di controllo, ricatti, violenze psicologiche non sono fatti isolati, ma tessere di uno stesso mosaico”. A chi spetta valutare? “A chi prende in carico il caso: forze dell’ordine e magistratura”. E cosa devono fare? “Sentire subito la vittima e non sottovalutare nulla. Se un uomo fa minacce gravi o perseguita, di certo non si fermerà davanti a un ammonimento o a un divieto di avvicinamento. Serve il carcere, purtroppo non vedo alternative”. La mamma di Tania Terrin consiglia alle donne che denunciano di far subito la valigia e sparire. Sbaglia? “Questa sarebbe la resa dello Stato. Lo Stato non può accettare che una vittima vada via. È il violento che deve andarsene”. Servono altre misure? “No, serve applicare bene quelle esistenti. Piuttosto, insistere sulla formazione delle forze dell’ordine e della magistratura. Il Codice Rosso è nato dalla vicenda di Noemi Durini, uccisa a sedici anni dal fidanzato, nonostante le denunce della madre”. C’è chi, come Roberto Vannacci, critica l’introduzione del reato di femminicidio, sostenendo che è un omicidio. Non è vero? “No, è sbagliato. Infatti non viene contestato il femminicidio se si uccide una donna travolgendola sulle strisce pedonali. Il reato non nasce dall’idea che la morte di una donna pesa più di quella di un uomo, ma dalla gravità della spinta che porta un uomo a uccidere una donna perché la ritiene inferiore e la considera una cosa propria. Non vorrei che in queste critiche ci fosse nostalgia per il reato previsto fino al 1981, il delitto d’onore, che veniva punito in modo lieve”. Però non è un deterrente. I femminicidi non calano. È solo simbolico? “Non vedo niente di simbolico nell’ergastolo. Naturalmente, la violenza va combattuta su più piani: è anche un problema culturale ed è difficile contrastarla senza introdurre un nuovo modo di concepire la relazione tra uomo e donna. Servono rispetto reciproco e parità autentica. Le buone leggi non possono da sole generare un cambiamento nella mentalità della gente: possono, e devono, accompagnarlo”. Moretti (Pd): “Non è stata protetta. Serve più carcere preventivo, ma anche più educazione” di Silvia Madiotto Corriere di Verona, 20 agosto 2026 Alessandra Moretti, eurodeputata del Partito Democratico, è molto dura sul femminicidio di Tania: “È stata coraggiosa, ha denunciato. Non è stata protetta”. Per salvare le donne, dice, servono carcere preventivo ed educazione al rispetto fin da piccoli. “Tania è stata una donna coraggiosa che ha denunciato l’uomo violento. La grande responsabilità, in questa vicenda dolorosa, è del sistema giudiziario”. Alessandra Moretti, eurodeputata del Pd e avvocato, va dritta al punto: “Servono misure cautelari che, invece, vengono applicate solo in casi estremamente rari nonostante le denunce, come conferma questo caso. I braccialetti, i domiciliari, non bastano. Per tutelare le donne serve la detenzione, l’isolamento, l’allontanamento completo del violento prima che la situazione esploda”. Bisogna incrementare pene detentive? “Non basta individuare il reato e aumentare la pena. Il femminicidio, omicidio aggravato da ragioni di genere, maschiliste, patriarcali e discriminatorie, che il Parlamento ha approvato in modo trasversale, continua a essere un fenomeno esteso, al di là di ciò che può pensare Vannacci. Manca un’adeguata protezione di chi denuncia”. Sta qui il fallimento, il cortocircuito che ha portato all’omicidio di Tania? “Bisogna agire su più livelli. Il primo è la custodia cautelare, che viene applicata pochissimo. Il secondo è dotare le forze dell’ordine di finanziamenti, strumenti e formazione. Il terzo è l’educazione, il lavoro sulle future generazioni. Dino Keber aveva più di 40 anni, era un caso irrimediabile, questi uomini non guariscono, sono persi. Per questo è importante lavorare sui giovani come fa la Fondazione Cecchettin. Portando l’educazione al rispetto nelle scuole fin da piccoli. Ma non per parlare di sessualità, come sostengono gli esponenti del governo per dire no a questi percorsi educativi”. Formando ragazzi e ragazze fin dalla scuola, è possibile limitare la violenza? “Ai piccoli si parla di attenzione e cura dell’altro, ai più grandi si spiega che la sessualità è una cosa bella, fatta con testa e cuore, e che non si impara su YouPorn. La donna non è un oggetto come nei video. Ma il centrodestra rifiuta per motivi ideologici e non capisce che così facendo rischia di rovinare un’intera generazione che si auto-educherà attraverso siti vergognosi come Miamoglie o Phica.eu. E le ragazze continueranno a essere ammazzate. La premier Meloni, donna e mamma di una bambina, nega alla scuola uno spazio proposto e gestito da esperti che, con le dovute differenze nell’affrontare età e grado scolastico, si approcciano al bambino e al ragazzo cosa significano amore e rispetto. Dobbiamo parlare anche con le ragazze: la gelosia non va confusa con l’amore, il possessonon è amore”. Chi deve agire? Scuola, istituzioni, famiglie? “La responsabilità più grande è di chi non vuole vedere un problema grande come una casa. Anche nel nostro Paese ci sono ipocriti. Durante un colloquio in questura a Vicenza abbiamo parlato dei dati: molestie, maltrattamenti e violenza domestica sono in aumento e sono trasversali a tutti gli strati sociali. Ma anche la società ha delle colpe”. Di che tipo? “L’indifferenza a discriminazioni e pregiudizi. A donne trattate come una cosa di proprietà. Il rispetto si impara a casa e a scuola, anche con l’esempio della famiglia. E intanto in Italia aumentano le malattie sessualmente trasmissibili”. Lei ne ha fatto anche una campagna fuori dalle università venete, nei mesi scorsi... “Sì, “Fallo con amore”, distribuendo materiale informativo e preservativi. E continuerò a parlarne, è un problema enorme. Per questo voglio continuare ad affrontare questo tema con i ragazzi”. Stefani (Lega): “Ma i violenti non guardano prima il codice. La pena conta poco” di Silvia Madiotto Corriere di Verona, 20 agosto 2026 La senatrice leghista Erika Stefani è convinta degli strumenti che oggi la legge offre per difendere le donne: “Ma possiamo sempre migliorarli. Gli uomini violenti non si chiedono quale sia la pena prevista per i reati. È una società troppo aggressiva”. Qualcosa a un certo punto non ha funzionato, l’ex governatore Luca Zaia l’ha chiamato “un fallimento”. Una donna è morta dopo aver fatto ciò che tutti le hanno consigliato, denunciare il suo ex violento. Dopo aver fatto scattare il codice rosso e la vigilanza, come previsto dalla legge. Della commissione giustizia in Senato fa parte Erika Stefani, avvocato ed esponente leghista. “Un uomo violento non guarda il codice penale, non si chiede prima quali siano le punizioni per le sue azioni. Il lavoro delle istituzioni è trovare dei deterrenti efficaci e, se non basta, modificarli affinché si riesca a portare il numero dei femminicidi a zero”. Quello di Tania è stato il primo in Veneto nel 2026, i numeri sono calati, ma non sarà mai un risultato accettabile. Dove si è inceppato il meccanismo della legge, della tutela della donna? “Ogni volta che c’è un femminicidio qualcosa non ha funzionato, se nonostante le leggi e le forme di tutela non siamo riusciti a fermarlo. Vuol dire che non basta una riflessione, dobbiamo agire ancora più in profondità. Da dieci anni si innestano norme più stringenti che aggravano la situazione del maltrattante, che introducono nuove misure, il codice rosso, il reato di femminicidio”. Però le donne vengono ancora uccise dagli uomini... “Il reato è punito con l’ergastolo. Più di così non si può fare. Ma tutte le leggi sono sperimentali: quando le applichi vedi le lacune e puoi intervenire, modificare. Penso al termine di tre giorni dalla denuncia per ascoltare la donna vittima, in cui Giulia Bongiorno è intervenuta per modificare il suo stesso provvedimento. Alcuni femminicidi, grazie al codice rosso e alla vigilanza delle forze dell’ordine, sono stati scongiurati, ed è importante”. La sua collega senatrice Semenzato propone il carcere preventivo... “Io come persona, per la mia formazione politica, direi sì: davanti a elementi non solo di sospetto ma quasi indiziari di un futuro comportamento violento servono sistemi più incisivi. Ma da giurista so che la custodia cautelare in carcere può esistere solo di fronte a un certo tipo di condizioni e indagini. Il nostro sistema costituzionale funziona”. rima della repressione c’è l’educazione, la prevenzione. Condivide? “A volte la pena grave non basta come deterrente. Non penso che chi ha ucciso Tania, o Giulia, o Giada, si sia chiesto quale fosse la conseguenza in base al codice penale. L’educazione al rispetto della donna non viene solo dalla scuola ma anche dalla società, che oggi è sempre più aggressiva, incapace di accettare risposte negative o la propria fallibilità. In questo caso drammatico emerge un disagio sociale e psicologico enorme. È maturata, in quell’uomo, un’ossessione gravissima. E non essere riusciti a fermarlo è la cosa più grave”. Partire dalle scuole, con educazione affettiva e al rispetto, è utile secondo lei? “Dipende dal tipo di percorso proposto. L’educazione civica, che insegna anche il rispetto, ha grande supporto da parte del governo e della maggioranza. Il tema del femminicidio è estremamente complesso e non basta una soluzione semplice come l’educazione affettiva e sessuale a scuola. E non riguarda la sfera sessuale, ma quella psicologica ed emotiva”. Lei ritiene che sia stato fatto il possibile per proteggere le donne? “Quando succedono fatti come questo non lo so. Noi legislatori abbiamo il compito di analizzarci sempre, di migliorarci e attivare tutti gli strumenti possibili”. Lombardia. L’estate infernale delle detenute nelle carceri, dove non c’è nemmeno il ginecologo di Jessica Muller Castagliuolo Il Giorno, 20 agosto 2026 A San Vittore il picco in negativo con 96 recluse a fronte di 46 posti sulla carta. Situazione ulteriormente peggiorata dopo la chiusura della sezione femminile del penitenziario di Vigevano. Nella bollente estate delle carceri lombarde - quarta regione per sovraffollamento in Italia, con lo scarto negativo massimo di San Vittore, che sfiora il picco del 230 per cento - anche le donne detenute a Milano si trovano in una condizione critica. Dopo lo smantellamento, tra luglio e agosto 2025, della sezione femminile del carcere di Piccolini a Vigevano, sostituita con una sezione del 41bis dedicata a detenuti che sono stati condannati o imputati per reati di criminalità organizzata o terrorismo, 72 donne sono mandate altrove e “assorbite” in contesti che già soffrivano di sovraffollamento. In particolare, è la sezione femminile di San Vittore e quella di Bollate ad accusare più il colpo. Come evidenziano gli ultimi dati diffusi dall’Associazione Antigone, l’anno scorso, il 31 luglio del 2025, a Bollate c’erano 157 donne. Oggi sono 200. Nella sezione femminile di San Vittore, che conta solo 46 posti regolamentari dedicati alle donne, l’anno scorso le detenute erano 76. Oggi 96. Un sovraffollamento di oltre il 200 per cento. Criticità che si stagliano sulla già difficile condizione delle donne nelle carceri italiani. Tra fuori e dentro, libertà e costrizione, resta infatti sempre riflessa, opaca sullo sfondo, la discriminazione di genere. Le detenute sono una “minoranza carceraria”: poco più del 5% del totale della popolazione carceraria. Sono poche, ma quasi sempre lontane dal luogo degli affetti, perché non c’è spazio. Sono quelle che hanno subito il più alto numero di abusi in passato. Quelle che assumono più psicofarmaci. Quelle che vivono la reclusione nella condizione di maggiore marginalità sociale, economica e sanitaria, perché costrette a vivere in un sistema detentivo plasmato sulle esigenze, i bisogni e le peculiarità maschili. Sono rimasti infatti solo tre istituti interamente femminili sul territorio nazionale: a Roma, Venezia e Trani. Fino al 2024 c’era anche quello di Pozzuoli, chiuso per il terremoto e mai più riaperto. I tre istituti insieme ospitano 501 donne. Vale a dire, meno di un quinto del totale. Tutte le altre (2.788 nuovi ingressi solo nel 2025) sono sparse in sezioni femminili all’interno di carceri a prevalenza maschile. Si tratta di sezioni che hanno una dimensione spesso limitata, e a volte ospitano anche pochissime detenute. L’allontanamento dei figli e, spesso, la mancanza di assistenza medica, rendono la detenzione una discesa all’inferno L’allontanamento dei figli e, spesso, la mancanza di assistenza medica, rendono la detenzione una discesa all’inferno In Lombardia le sezioni femminili non sono molte. Sono presenti, ma ridotte, a Bergamo, Brescia, Como e Mantova. Un contesto frammentato e lacunoso, nel quale la chiusura di Vigevano, come dimostrano gli ultimi dati, non può non avere un impatto. Sul piano nazionale, l’affollamento dei reparti femminili secondo Antigone nel 2025 si fermava alla già enorme percentuale del 134,5. Comunque lontana dall’oltre 200 per cento di San Vittore. L’indagine ha poi messo in luce che il 16,7 per cento delle celle visitate in tutta Italia non aveva la dotazione del bidet e nel 25 per cento dei casi mancava un servizio di ginecologia. Al 31 marzo, infine, nelle carceri italiane c’erano 26 bambini al seguito delle loro 22 madri detenute. Sei bambini a Torino, 7 a Lauro, 1 a Messina e 1 a Bollate. Ben otto a San Vittore. Pordenone. Morto in carcere a 19 anni, ombre sul materiale ignifugo di Alberto Comisso telefriuli.it, 20 agosto 2026 Sequestrata la cella del carcere dove si è verificato l’incendio. I fumi tossici inalati in cella e un interrogativo di fondo: come ha fatto un materasso, che per legge dovrebbe essere ignifugo, a bruciare così rapidamente? È questo il nodo principale attorno a cui ruotano le indagini sulla tragedia che si è consumata nella tarda serata di lunedì all’interno del carcere di Pordenone, dove un diciannovenne di origine egiziana ha perso la vita a causa dell’inalazione di monossido di carbonio. Poco prima delle 23, il giovane - che condivideva la cella al primo piano con altri tre reclusi - si è barricato all’interno sbarrando l’ingresso con una sedia e ha dato fuoco al proprio materasso e ad alcuni arredi, servendosi probabilmente del fornelletto a gas in dotazione. Nonostante il tempestivo intervento della Polizia Penitenziaria, che è riuscita a farsi strada tra le fiamme e a raggiungere il ragazzo rifugiatosi nel bagno, la saturazione di fumo denso si è rivelata letale: il 19enne è deceduto poco dopo l’arrivo in ospedale. L’incendio ha reso necessario lo sgombero dell’intera ala del primo piano e l’intervento dei Vigili del Fuoco per la bonifica. Due detenuti sono rimasti lievemente intossicati e visitati in ospedale a scopo precauzionale. Sull’episodio indaga la polizia di stato e la Procura, che ha posto la cella sotto sequestro e sta valutando se disporre l’autopsia sulla salma del giovane. Sebbene la dinamica punti a un atto autolesionistico sfociato in fatalità, le verifiche dovranno chiarire se la fornitura del materiale in uso al penitenziario fosse a norma o se vi siano stati difetti nella capacità di ritardare la combustione. Pordenone. Sbriglia: “Sistema da rivedere, togliersi bende indifferenza” consiglio.regione.fvg.it, 20 agosto 2026 Quanto accaduto presso il carcere di Pordenone, dove un giovane detenuto di 19 anni è morto intossicato dalle esalazioni di monossido di carbonio provocate dall’incendio del materasso che, dicono gli organi d’informazione, aveva dato alle fiamme nella sua cella, amareggia non poco e offre il profilo di un sistema penitenziario che ha bisogno di una completa rivisitazione nelle sue strutture architettoniche, nella formazione del personale ad affrontare situazioni di emergenza improvvisa e nella stessa organizzazione dei servizi che deve assicurare”. Inizia così una nota del Garante regionale dei diritti della persona, Enrico Sbriglia, che sottolinea di “aver più volte indicato come fuori norma le strutture penitenziarie attuali, perché mancanti di sistemi antincendio costantemente manutentati e collaudati. Gli spegnimenti di fiamme - spiega - dovrebbero conoscere sistemi automatici che consentano di neutralizzare ogni pericolo; gli aspiratori dovrebbero consentire che non si formino in tutti gli ambienti nuvole di fumi tossici; in ogni turno di lavoro, di massimo sei ore, andrebbe riportata nell’ordine di servizio giornaliero la squadra di addetti antincendio, perfettamente addestrata al tempestivo impiego di maschere-antigas, lance antincendio, estintori e il personale, soprattutto quello di polizia penitenziaria, dovrebbe essere in numero tale da consentire rapide evacuazioni in sicurezza”. “Quanto è accaduto costituisce la possibile patologica conseguenza di antiche e reiterate carenze organizzative verso le quali nulla può fare un direttore, un comandante, un responsabile della sorveglianza”, osserva il Garante, che si chiede “quanto tempo ci vorrà ancora e quanti altri morti per arrivare a comprendere come i tanto reclamati materassi ignifughi in uso nelle carceri, tra l’altro soggetti a periodiche scadenze, proprio per le speciali mescole di cui sono costituiti, se non immediatamente neutralizzati dalla combustione, producono non fiamme ma fumi e vapori di altissima tossicità, tanto che andrebbe assicurata sempre la presenza dei presidi tecnologici e di sorveglianza umana per evitare il peggio”. “Quando accadono fatti di questa natura - aggiunge Sbriglia - andrebbe chiesto se, negli ultimi decenni, si sia davvero investito in sicurezza per le carceri, al di là di ogni pomposo e fuorviante annuncio. Non a caso, il 25 maggio scorso, l’Organo di garanzia aveva organizzato, grazie all’impegno della Regione, un importante convegno, intitolato ‘Cambiare si può’, sull’architettura penitenziaria, dove gli aspetti di criticità sono stati più volte affrontati seppure sul piano costruttivo”. “Se le carceri, finora, non sono bruciate - evidenza il garante - ciò è probabilmente dovuto alla pur risicata presenza umana di operatori penitenziari che, talvolta aiutati anche dagli stessi detenuti, consentendo di dare per tempo l’allarme. Un porsi conflittuale dei ristretti, si immagini in caso di rivolta o di barricamento, o la penuria di personale di sorveglianza, soprattutto d’estate per consentire ferie e riposi settimanali, già falcidiati per ragioni di servizio e non concessi con la stessa facilità di categorie professionali, possono offrire una ulteriore chiave di lettura ad accadimenti tragici come quelli in premessa”. “La morte di una persona in carcere, che sia detenuta o meno, ma soprattutto quando si tratta di un giovane, diversamente da quanto le iene da tastiera semmai andranno a raccontare - dichiara Sbriglia - getta nello sgomento tutta la comunità penitenziaria, lasciando strascichi nell’animo degli operatori e delle stesse persone detenute che richiederanno tempo per essere assorbiti, se mai lo saranno per davvero, perché talvolta ritornano come pensieri cupi che avvelenano la coscienza. Pertanto, al di là della ricerca di eventuali responsabilità, dove il paradosso maggiore sarà, come spesso accade, di scagliarsi contro gli anelli più deboli di un’organizzazione elefantiaca che da decenni si mostra al centro di tante problematicità irrisolte, nulla per davvero cambierà se non muterà l’attenzione anche civica verso il mondo del carcere e il sistema delle pene”. Secondo il Garante “la maggiore responsabilità andrebbe ricercata nel rifiuto evidente e persistente, che ha riguardato tutti i governi succedutisi almeno negli ultimi vent’anni, di aprire una stagione di verità sullo stato reale delle carceri, di come si sia operato per esautorare del reale potere organizzativo gli stessi direttori penitenziari, sempre di più diretti da un centro romano che però non sente fisicamente l’oppressione di un sovraffollamento insopportabile negli istituti. Oggi, un sistema carcerario che accoglie, malamente, tutte le persone detenute che gli vengono scagliate al suo interno da un diritto penale bulimico, non riesce più a distinguerle nelle loro singole problematicità e fatica a rispondere ai quei principi costituzionali di pene eseguite nel rispetto della dignità umana”. “Anche per questo - prosegue Sbriglia - si auspica che, attraverso l’esercizio di una supplenza necessitata, pure la Regione Friuli Venezia Giulia, per quanto abbia competenze collaterali solo in taluni ambiti (formazione professionale rivolta ai detenuti, lavoro, sanità), si proponga per la realizzazione di nuove strutture penitenziarie che abbiano tutte le caratteristiche della modernità, della sicurezza e della dignitosa accoglienza di persone detenute e di operatori penitenziari. Occorre per davvero che ci siano forti e reali investimenti in personale specializzato, capace non di esibire farlocchi muscoli, ma in grado di cogliere inquietudini, paure e fragilità in una popolazione detenuta ben diversa da quella di un tempo, dove la possibilità d’incrociare il vicino di casa o l’amico di scuola del proprio figlio, o quanti vengono descritti persone perbene, insieme agli sbandati e ai diseredati che affollano le nostre città, sono ben maggiori di quello che si immagini. Insomma, occorre togliersi le bende dell’indifferenza, poste davanti gli occhi, e saper tornare a guardare e guardarsi intorno”. “Dai dati ministeriali diffusi lunedì scorso, su 37 posti disponibili nell’antico castello-carcere di Pordenone, erano presenti ben 54 detenuti, anche questo significa qualcosa”, commenta Sbriglia, che conclude: “La mia inutile solidarietà verso il direttore e tutti gli operatori penitenziari, il mio cordoglio verso la famiglia del giovane ristretto deceduto; seppure fossero state accertate e definite delle responsabilità, nel prosieguo del procedimento penale a suo carico, altro doveva essere l’epilogo della sua storia in uno Stato di diritto”. Pordenone. “Carceri, nuove strutture ma anche personale per gestirle” di Natascia Gargano rainews.it, 20 agosto 2026 La morte a Pordenone di un detenuto 19 enne e il punto sui lavori San Vito al Tagliamento (apertura nel 2027). “La pena dev’essere rieducativa”. La morte nel carcere di Pordenone del 19 enne egiziano che ha dato fuoco al materasso della propria cella ed è rimasto intossicato dalle esalazioni, riporta l’attenzione anche sulla costruzione del nuovo penitenziario di San Vito al Tagliamento, la struttura da 300 posti che sostituirà quella di piazza della Motta. I lavori sono in corso e l’apertura resta confermata entro il 2027. Il sindaco di San Vito al Tagliamento, Alberto Bernava: “La tragedia evidenzia i limiti del nostro sistema carcerario; a San Vito siamo impegnati per la costruzione del nuovo penitenziario, i lavori procedono bene e attendiamo che possano essere terminati per il 2027, ma parallelamente stiamo portando avanti una cabina di regia per un nuovo modello di detenzione che non si limiti alla pena ma che persegua pienamente gli obiettivi costituzionali di reinserimento dei detenuti nella società”. In una nota invitano ad accelerare la conclusione dei lavori del nuovo penitenziario il segretario del Pd provinciale di Pordenone Fausto Tomasello e Valentina Francescon della segreteria regionale. Furio Honsell (di Open Sinistra FVg) pone l’attenzione invece sui materassi a rischio. La cella in cui è morto il diciannovenne, la numero 11, è sotto sequestro. La finestra è annerita dal fumo. Il cappellano del carcere don Diego Toffoletti racconta di un ragazzo con le sue difficoltà” e invita a “non giudicare e a riflettere sulla vita di un giovane che si è persa”. La tragedia è arrivata pochi giorni dopo la visita alla casa circondariale organizzata da Nessuno Tocchi Caino e dalla Camera penale, durante la quale erano emersi sovraffollamento, temperature elevate e carenza di spazi. “È più che mai necessaria la nomina del Garante dei detenuti a Pordenone che chiediamo da anni” dichiara la presidente della Camera penale Esmeralda di Risio, che aggiunge: il nuovo carcere di San Vito non è la soluzione ai problemi dei detenuti. “Abbiamo carenza di polizia penitenziaria, di medici, di volontari, noi abbiamo bisogno di personale che sostiene i detenuti, perché la pena deve essere rieducativa. Mettere i detenuti in un carcere nuovo senza la risorse umane necessarie non risolve alcun problema”. Bologna. Carcere, “condizioni disumane”: gli avvocati in visita con le istituzioni di Federica Nannetti Corriere di Bologna, 20 agosto 2026 Quasi il doppio delle persone teoricamente consentite, temperature insopportabili, acqua che va e viene, aggressioni e momenti di tensione purtroppo quotidiani. Condizioni descritte come “disumane”, “degradanti”, “preoccupanti” da chi è già entrato, in questi mesi estivi, al carcere della Dozza e che tuttora persistono, così come da chi tutti i giorni ci lavora lì all’interno. È questa la situazione “dietro le sbarre” del penitenziario bolognese che la delegazione guidata dalla Camera penale di Bologna e dal suo Osservatorio carcere tornerà a documentare lunedì. Una visita alla quale parteciperanno, oltre a diversi magistrati bolognesi, anche il sindaco Matteo Lepore e l’assessora al Welfare Matilde Madrid per il Comune, nonché il presidente Michele de Pascale e l’assessora al Welfare Isabella Conti per la Regione, che insieme avevano scelto la casa circondariale per una delle primissime visite a inizio mandato, a gennaio 2025. “L’evento si colloca all’interno dell’iniziativa annuale dell’Unione delle Camere penali italiane, chiamata “Ristretti in agosto” - spiega l’avvocato Luca Sebastiani, responsabile dell’Osservatorio diritti umani, carcere e altri luoghi di privazione della libertà di Bologna -. L’intento è esserci, all’interno delle carceri italiane, anche nei giorni intorno al Ferragosto”, quando i più sono lontani dalle città, in vacanza. L’obiettivo delle Camere penali è quello di “dare un segnale di vicinanza alla popolazione detenuta, sollecitando politica, istituzioni e opinione pubblica a un impegno per riportare il sistema penitenziario dentro i confini della legalità costituzionale”. Dopo la mancanza d’acqua denunciata più volte (con anche una lettera dell’assessora Conti al ministro della Giustizia Carlo Nordio per interventi urgenti), nei giorni scorsi è arrivata per esempio anche quella del mancato funzionamento degli estintori per lo spegnimento di un incendio appiccato in infermeria, oltre a quelle di ripetute aggressioni a personale penitenziario e infermieristico. Solitamente, quella di agosto, è una visita degli avvocati, ma alla quale quest’anno, almeno sotto le Torri, sono stati invitati anche magistratura e istituzioni, così da “osservare direttamente le condizioni dell’istituto e da avviare una riflessione comune sulle criticità che attraversano il sistema penitenziario”, prosegue l’avvocato Sebastiani, che dopo la visita di luglio, insieme al direttivo della Camera penale, aveva fornito alcuni numeri essenziali per iniziare a ragionare su risposte da dare: delle quasi 830 persone detenute (a fronte di una capienza di 480 posti), 281 uomini e 32 donne avevano una pena residua inferiore a due anni; 164 uomini e 16 donne inferiore a un anno. Numeri che mostrano come a mancare sia spesso una soluzione abitativa idonea all’esterno. Da qui l’appello a interloquire quanto più possibile con le amministrazioni locali e le istituzioni per provare a trovare risposte: “Come prevede la normativa, le pene inferiori a 18 mesi possono e dovrebbero essere scontate, per chi dispone di un domicilio e previa valutazione del magistrato, al di fuori del carcere - conclude l’avvocato Sebastiani -. Questo permetterebbe di decongestionare un po’ la situazione di sovraffollamento e, in presenza di un progetto all’esterno, anche di abbattere la recidiva”. Anche di questo lunedì si parlerà. Cremona. Radicali, visita in carcere: “Numeri peggiorati, crollato il numero di educatori” di Sara Pizzorni Cremona Oggi, 20 agosto 2026 Male anche l’organico della polizia penitenziaria. Aumentate le aggressioni, a rischio la finalità educativa nella casa circondariale cremonese. “Nel carcere di Cremona ci sono 608 detenuti; 511 sono quelli definitivi. Praticamente è una casa per persone che hanno già avuto la condanna e che potrebbero accedere a delle misure alternative, ma non vi accedono perché mancano i colloqui con gli educatori”. Lo sostiene l’avvocato Simona Giannetti, consigliere generale del Partito Radicale, che questa mattina, insieme alla delegazione composta da Samuele Resmini e Gino Ruggeri, ha visitato il penitenziario di Cremona. “C’è un educatore per tre piani”, ha spiegato Giannetti. “Non è possibile che i detenuti non possano fare un colloquio prima di dieci mesi, un anno, un anno e mezzo con un educatore perchè questi, già impegnato ad organizzare le attività trattamentali, non ha abbastanza tempo per vedere tutti. È un qualcosa di gravemente incostituzionale. La pena deve avere una finalità rieducativa, ma la rieducazione si applica attraverso il trattamento. Se non c’è, i detenuti non solo non escono, ma entrano, creando sovraffollamento”. Anche secondo Gino Ruggeri, cittadino benemerito insignito della Medaglia d’oro Città di Cremona, una delle grosse criticità di Cà del Ferro è proprio la mancanza a livello di numeri degli educatori, figure essenziali all’interno delle carceri. “Sono pochissimi gli educatori, i numeri sono sotto la pianta organica, mentre i detenuti sono il doppio rispetto a quelli che dovrebbero essere. La situazione è peggiorata rispetto allo scorso anno. Anche l’organico della penitenziaria è tornato ai livelli di due anni fa come numeri, e questo peggiora tutta la gestione. Sono aumentate tantissimo anche le aggressioni tra detenuti e le aggressioni tra detenuti e agenti”. E’ Samuele Resmini, invece, ad illustrare la bella iniziativa voluta fortemente da don Roberto Musa, cappellano del penitenziario cremonese, iniziativa presentata lo scorso mese di luglio: il laboratorio di gelateria. “Con questa idea”, ha detto Resmini, “si dà un’occasione di aprirsi al territorio ai detenuti che hanno la possibilità di lavorare. Oltre a produrre gelato sul posto, infatti, si provvederà anche alla vendita in città attraverso l’uso di una cargo bike attrezzata. È stato bellissimo, durante la nostra visita, vedere il detenuto che stava lavorando al gelato così coinvolto in questa attività. Addirittura ci ha detto che grazie a quello che ha imparato vorrebbe aprire una gelateria nel suo paese di origine”. Massa Marittima (Gr). “Dimenticat3”: la campagna di ascolto dei Giovani Democratici arriva nel carcere grossetonotizie.com, 20 agosto 2026 Venerdì 21 agosto i Giovani Democratici della Toscana entreranno nella casa circondariale di Massa Marittima come secondo appuntamento di un percorso di ascolto e confronto dal titolo “Dimenticat3”, che attraverserà le carceri della Toscana. Un viaggio dentro gli istituti penitenziari della regione, accanto alle associazioni, agli operatori, ai volontari e a tutte le realtà che ogni giorno vivono e lavorano nel sistema carcerario, con l’obiettivo di costruire una proposta per un nuovo modello penitenziario. Entrare in carcere significa, per i Giovani Democratici, scegliere di guardare da vicino una realtà che troppo spesso rimane ai margini del dibattito pubblico, ascoltando le voci di chi ogni giorno affronta le difficoltà di un sistema che oggi mostra profonde fragilità e che non riesce a garantire la dignità delle persone detenute, la tutela della salute, condizioni di vita adeguate e percorsi efficaci di reinserimento. Il percorso dei Giovani Democratici della Toscana nasce dalla consapevolezza che il carcere non può essere affrontato soltanto attraverso la logica dell’emergenza. Sovraffollamento, carenza di personale, difficoltà nell’accesso alle cure e ai percorsi di formazione e lavoro, insieme alla crescente attenzione necessaria sul tema della salute mentale, sono problemi strutturali che richiedono una visione nuova. Un sistema penitenziario efficace deve essere capace di tenere insieme sicurezza e dignità, responsabilità e rieducazione, pena e possibilità concreta di reinserimento nella società. “Dimenticat3”. Un percorso nelle carceri toscane per conoscere il sistema penitenziario e costruire una giustizia umana nasce dalla convinzione che per cambiare davvero il sistema sia necessario prima di tutto conoscerlo e ascoltare chi lo vive ogni giorno. Per questo abbiamo scelto di entrare negli istituti penitenziari della Toscana e confrontarci con le persone detenute, gli operatori, gli agenti della Polizia Penitenziaria, le associazioni e il volontariato, mettendo insieme esperienze e punti di vista diversi. Vogliamo riportare al centro del dibattito pubblico le persone detenute, troppo spesso dimenticate e relegate ai margini della società, perché una pena che esclude e rende invisibili non può dirsi davvero orientata al reinserimento. Il nostro obiettivo è costruire, tappa dopo tappa, una proposta politica per un nuovo modello carcerario, capace di superare un sistema oggi profondamente inadeguato e di dare piena attuazione alla funzione rieducativa della pena prevista dalla Costituzione. Al termine del percorso raccoglieremo quanto emerso in un documento che sarà un contributo concreto e uno stimolo per le istituzioni regionali e nazionali”, dichiara Bernardo Taddei, segretario regionale dei Giovani Democratici della Toscana. “La tappa di Massa Marittima ha per noi un valore centrale: porta per la prima volta questo percorso nella provincia di Grosseto e ci spinge a interrogarci sul legame tra carcere e territorio. Anche nella nostra provincia la struttura penitenziaria rischia di essere percepita come un corpo estraneo, separato dalla vita quotidiana: è una delle tante declinazioni di quella geografia della marginalità che vogliamo spezzare. Un istituto penitenziario non può essere un’isola, ma deve dialogare con le istituzioni locali, il mondo del lavoro e il terzo settore. Entrare nella casa circondariale di Massa Marittima significa toccare con mano le criticità della struttura, ma soprattutto capire quali opportunità la nostra comunità possa offrire in termini di formazione e percorsi di riscatto. La vera sicurezza non si ottiene isolando chi sbaglia, ma creando le condizioni affinché non ricada nell’emarginazione. È un dovere dello Stato, ma è anche una sfida che interpella direttamente il territorio: una società più giusta e sicura si costruisce solo non lasciando nessuno ai margini”, afferma Cosimo Garofalo, segretario dei Giovani Democratici della provincia di Grosseto. La visita in carcere - A partecipare all’ingresso nella casa circondariale di Massa Marittima saranno Marco Simiani, deputato; Lidia Bai, consigliera regionale della Toscana; Bernardo Taddei, segretario regionale dei Giovani Democratici della Toscana; Cosimo Garofalo, segretario dei Giovani Democratici della provincia di Grosseto; Cristian Marchini, consigliere comunale di Grosseto; Matilde Coluccini e Madalina Golea, della segreteria dei Giovani Democratici della Toscana; Matteo Porta e Matteo Donati, della segreteria dei Giovani Democratici di Grosseto. Volterra (Pi). Dopo trent’anni, nel carcere i detenuti-attori avranno un teatro di Lorenza Cerbini Corriere della Sera, 20 agosto 2026 Il regista e drammaturgo Armando Punzo: “Riconosciuto un lavoro decennale”. E intanto i progetti, teatrali e non, si moltiplicano. “In questi giorni abbiamo ricevuto la notizia che sono arrivati tutti i nulla osta per la realizzazione del nostro teatro, sarà interno al carcere di Volterra”. Armando Punzo è felice per questo traguardo (quasi) raggiunto. “Da 25 anni combatto per questo progetto e la struttura porterà la firma di Mario Cucinella”. Proprio a inizio anno, il famoso architetto ha presentato la sua proposta (coadiuvata da un plastico) nella cittadina toscana. Il teatro in carcere sarà un padiglione di 400 metri quadrati con capienza di 250 posti, uno spazio leggero (trasparente e smontabile), polivalente e di confine tra il “dentro e il fuori”. Un’opera in partnership con la Compagnia della Fortezza di Punzo che da oltre trenta anni lavora ad una delle più importanti esperienze teatrali italiane ed europee. Il teatro in carcere è oggi una realtà (ri)educativa e le opere lì realizzate sono state portate in scena anche alle saline di Volterra e al Teatro La Pergola di Firenze. Il nuovo progetto, dal titolo evocativo, “Il Capitale Umano”, è “ancora in una prima fase di studio”, ma è già presente il suo potenziale evolutivo. “L’estate passata, durante le vacanze, ho scritto una lettera ai miei attori e ai miei collaboratori. Scrivevo “quando siamo insieme facciamo cose straordinarie”. Siamo noi il vero capitale umano. È nata così l’idea di ragionare sul senso stesso della comunità e sulle diverse possibilità di stare insieme”, dice Punzo. “Mi sono ricordato di un libro, In difesa delle cause perse, di Slavoj Zizek. Sono quelle idee che nel corso della storia non hanno vinto, ma questo non significa che siano morte”. Idee racchiuse in parole come democrazia e libertà. Ne “Il Capitale Umano” di Punzo trovano un luogo fisico, il Grand Hotel Marx. Vi si accede da un ingresso principale su invito di un portiere in gran livrea (magnifici i costumi di Emanuela Dall’Aglio). Il luogo non è del tutto reale, vive nei bozzetti realizzati da mani esperte, nella tridimensionalità della prospettiva, nei chiaro-scuro e in qualche oggetto tangibile (un quadro, un mobile) in un continuo alternarsi tra l’opera intellettuale e di fantasia e la realtà. Il Gran Hotel Marx è fatto di stanze, le celle stesse del carcere come palcoscenico dove l’opera si srotola. Dal soffitto al pavimento, sono state tappezzate di tela per pittori ingiallita con polvere di Siena color ocra. Ogni stanza è dedicata a un personaggio con una storia da raccontare. Vi ha trovato alloggio Louise Michel, che “chiese di essere fucilata per aver partecipato alla Comune, ma perché donna, nel 1873 fu mandata in esilio in Nuova Caledonia, dove avrebbe tuttavia continuato il suo impegno anarchico”, dice Punzo. Vi ha trovato alloggio Don Chisciotte, Gesù e Cristo. Le stanze vuote? “Altri se ne aggiungeranno man mano che Il Capitale Umano prenderà il suo assetto definitivo. Ricominceremo a lavorarci da settembre”. Intanto, Punzo ha realizzato in collaborazione con Rossella Menna un nuovo volume, il Breviario di etica artistica (Luca Sossella Editore, 2026) frutto dell’esperienza che il regista ha maturato a partire dal 1988 all’interno del Carcere di Volterra. “Una riflessione sul rapporto tra arte e istituzioni, un breviario di princìpi, pratiche e scelte attraverso cui l’arte può misurarsi con il potere senza lasciarsene definire - dice -. Il principio della committenza nell’arte non è mai scomparso. La committenza è dei codici invisibili del consenso. La distinzione allora non è tra artisti puri e impuri, ma tra chi intimamente si conforma al mondo in cui agisce e chi trova un modo per andarsene restando”. Le opere di Punzo vivono di colonne sonore proprie e originali, firmate da Andrea Salvadori. I 19 brani di Cenerentola, presentata un anno fa (anche a La Pergola), sono diventati l’album Tra una luce e l’altra, prodotto su Cd (acquistabile su www.funambulo.com), mentre sta facendo la sua strada nei Festival internazionali il film documentario Dentro della regista Elsa Amiel. “Elsa ha vissuto con noi per quattro anni. Dentro, è un lavoro intimo”, dice Punzo. A Volterra intanto, il fotografo Stefano Vaja firma la mostra Fortezza- La Saga del Principio Speranza, a cura di Cinzia de Felice, con lo sguardo partecipe, complice e poetico di chi la Compagnia della Fortezza la vive con i clic e con tanto cuore. Noi, con l’algoritmo al posto dell’altro di Paolo Venturi Avvenire, 20 agosto 2026 Il rischio non è la fantascienza dei robot assassini, ma che il surrogato prenda il posto dell’incontro, della relazione. È un impoverimento già visibile, e a pagarne il prezzo saranno soprattutto i più fragili. C’è una parola che, più di ogni dato, dice la posta in gioco di questi mesi. La usa Yuval Noah Harari in una recente intervista al settimanale Der Spiegel, quando spiega che con l’Intelligenza artificiale non stiamo più costruendo strumenti, ma attori. Un martello, un motore, persino un’arma non decidono nulla, siamo noi a dire loro cosa fare. L’IA no, e questo cambia tutto. Il passaggio da strumento ad attore matura dentro una duplice impotenza, la fame di potenza di pochissime imprese globali e la debolezza dei governi, che rincorrono un fenomeno di cui non controllano né il codice né i confini. Non partiamo, del resto, da un terreno neutro. Le evidenze continuano ad accumularsi e il mondo le osserva inerte, lasciandole cadere. Bastano due esempi a mostrare l’involuzione che stiamo vivendo. Il primo viene da una ricerca dell’Università di Milano-Bicocca con l’Università di Brescia, pubblicata su Nature Human Behaviour , che mostra come aprire un profilo social a undici anni si traduca, qualche anno dopo, in un divario di apprendimento pari a circa sei mesi di scuola, più marcato in matematica. Il secondo viene da un noto studio del MIT Media Lab, che documenta quello che i ricercatori chiamano “debito cognitivo”, per cui chi delega la scrittura all’IA attiva meno connessioni neurali e fatica persino a ricordare quanto ha appena prodotto, perché non lo riconosce come proprio. Non ci bastano queste evidenze. Abbiamo metabolizzato la distorsione che producono, al punto che siamo arrivati non solo all’IA che ci affianca, ma a quella che ci sostituisce, alla sua soggettivazione. Nella società della solitudine, prodotta non per caso ma da tutto ciò che estrae valore dalla comunanza e insieme desertifica la comunità, l’algoritmo comincia a offrirsi come identità, come compagnia, come “amico”. Milioni di persone dichiarano già che il loro migliore amico è un’Intelligenza artificiale. Il rischio non è la fantascienza dei robot assassini, ma qualcosa di più intimo, ossia che il surrogato prenda il posto dell’altro, dell’incontro, della relazione. Che il bene relazionale, ciò che accade solo tra volti reali e non può essere fabbricato, venga appiattito. Lo stesso Harari indica nei più giovani il punto più esposto. Per un ragazzino che sperimenta come prima “relazione” un compagno costruito da un’azienda dall’altra parte dell’oceano, quel simulacro diventa il modello su cui misurerà ogni legame successivo. È un impoverimento già visibile, e a pagarne il prezzo saranno soprattutto i più fragili. Di fronte a tutto questo non basta un movimento che denuncia i danni e produce analisi. Serve una ricetta diversa e, soprattutto, serve incarnarla in luoghi, in proposte, in scelte concrete. La chiamerei, semplicemente, più realtà, più intensità dell’altro, più esperienza, più spazio all’inatteso e al desiderio, che nessuna macchina può programmare al posto nostro. Una realtà da coltivare nel lavoro, nella cultura, nel tempo libero, cioè nei luoghi ordinari in cui si decide se una vita è abitata oppure soltanto connessa. Sono i contesti che rigenerano legami invece di dissolverli, come le comunità di prossimità, le imprese che mettono la persona prima della prestazione, gli spazi in cui l’incontro resta imprevedibile. È lì, non nei laboratori delle grandi piattaforme, che si custodisce ciò che di noi non è replicabile. Non si tratta di rifiutare l’IA, quanto di darle regole e misure. Ma quali misure? Non quelle dell’efficienza, non gli indicatori che scambiano la velocità per valore. L’enciclica Magnifica humanitas di Leone XIV lo dice con nettezza, chiedendo che l’Intelligenza artificiale sia “disarmata”, sottratta alle logiche di dominio e messa al servizio della persona e non del potere di pochi. La misura giusta non è quanto una tecnologia ci rende produttivi, ma quanto potenzia l’umano. Ne siamo capaci? Credo di sì. Ma temo che manchi ancora la massa critica di chi lo desidera abbastanza da farlo. Serve una figura che Václav Havel ci ha insegnato a riconoscere, quella del dissidente. Non chi rifiuta la tecnologia, ma chi ne rifiuta il dominio sull’umano; non chi spegne le macchine, ma chi si sottrae al loro uso estrattivo. Havel intitolò un suo celebre saggio Il potere dei senza potere, una forza che nasce dal vivere nella verità e dal non collaborare con la menzogna organizzata. È esattamente la posta in gioco di oggi. Solo così il potere tornerà nelle mani di chi rischia di restarne privo, non i pochi che programmano il futuro, ma la civiltà che lo abita e, dentro di essa, i più vulnerabili, i primi a pagare quando l’altro diventa superfluo. L’IA continuerà a crescere. La domanda vera non è se possiamo fermarla, ma se sapremo restare attori e non comparse. I social cambiano pelle per accalappiare più gente possibile di Massimo Sideri Corriere della Sera, 20 agosto 2026 È la legge dell’algoritmo che prima ti seduce e poi non resiste alla tentazione di portare a termine il compito vero per cui è stato creato: farci perdere un sacco di tempo. Siamo tutti felici su Facebook, tutti arrabbiati su Twitter, tutti in vacanza su Instagram, tutti professori e scienziati su TikTok ma tutti in cerca di lavoro su LinkedIn. Fino a poco tempo fa era facile ironizzare sui social network scattando questa istantanea post-sociologica. Era una morfologia spietata ma a suo modo raffinata: come il personaggio di Zelig di Woody Allen tendiamo a nasconderci nella folla per sentirci più sicuri. Anche quando quella folla diventa un branco e attacca. Curiosamente abbiamo anche accettato la trama inversa de “Il ritratto di Dorian Gray”: è il nostro volto vero ad invecchiare mentre il ritratto - quello pubblicato sui social - ringiovanisce. Eppure, nonostante tutti i difetti segnalati, in quel teatro potevamo selezionare a quale tribù appartenere: se cercare lavoro o fare finta di essere in vacanza perennemente. Oggi una corrente trasversale sta appiattendo i social. Prendiamo Twitter, nato con un cinguettio per informare e morto con Elon Musk che ci ha messo una “X” sopra e lo ha comprato solo per renderlo il giornale del suo ego (recentemente alla direttrice di The Economist, indispettita per le sue molte teorie cospirazioniste, ha detto di sentirsi un paladino della verità perché ha un grande seguito su X, più o meno quello che deve pensare il generale Vannacci durante i comizi con il suo popolo esultante). Facebook è a processo per “spaccio” di algoritmo tra i minori: il cambio di nome non gli è bastato. L’ultima vittima (di se stesso) è LinkedIn, diventato il cugino piccolo di TikTok e Instagram. Tutorial, meme e stories delle cose più inverosimili e bizzarre ingolfano una più pacata attività di chi vorrebbe partecipare a dibattiti legati alla propria professione. Sembra che parlare di ciò che si conosce stia passando di moda: il sogno dell’uno vale uno ha partorito il suo mostro collettivo. È la legge dell’algoritmo che prima ti seduce e poi non resiste alla tentazione di portare a termine il compito vero per cui è stato creato: farci perdere un sacco di tempo. “La legge si fa”. FdI apre agli azzurri sul fine vita (ma con riserva...) di Francesca Spasiano Il Dubbio, 20 agosto 2026 “La legge sul fine vita la faremo. Anche perché solo noi possiamo farla: la sinistra non ci è mai riuscita”. Il meloniano Francesco Zaffini garantisce al telefono con Il Dubbio dopo le parole dell’azzurra Stefania Craxi, che lunedì scorso dalle pagine del Foglio ha rinnovato l’appello al Parlamento per fare una norma sul suicidio assistito. I due devono essersi parlati a lungo negli ultimi mesi, per accorciare la distanza che separa Forza Italia e Fratelli d’Italia sull’argomento. Ma ora il presidente della decima commissione del Senato, che insieme a quella Giustizia lavora da quasi due anni al testo del centrodestra per portarlo in Aula, assicura di trovarsi in sintonia con le parole della capogruppo dei berlusconiani a Palazzo Madama: “Condivido ciò che ha scritto”, dice. E di fatti quella intonata da Craxi suonava finalmente come una melodia adatta alle orecchie di FdI. Eppure c’è un “ma”, che tra le parole di Zaffini non tarda ad arrivare. Come ci si poteva aspettare, dopo mesi in cui i dubbi dei meloniani non sono mai stati un mistero. Nel partito c’è un’ala dura che di una legge non vuole neanche sentirne parlare. E pure le dichiarazioni giunte fin ora dalla premier Giorgia Meloni non sembrano deporre a favore di una norma, soprattutto in quest’ultimo scorcio di legislatura. Non che se ne parli mai apertamente, ma se chiedi dalle parti di FdI ti diranno che lo Stato deve preservare la vita, e così pure il Servizio sanitario nazionale, che deve restare orientato alla cura. Proprio qui si crea l’ingorgo, dal momento che i meloniani hanno imposto l’esclusione della sanità pubblica dai percorsi di suicidio assistito, e non c’è modo di sciogliere il nodo, che resta lì fisso sul tavolo. La Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici nei mesi scorsi aveva già posto un tema di equità tra i pazienti. Le opposizioni parlano del rischio di “privatizzare” la morte. E la stessa Craxi torna sul tema nel suo intervento sul Foglio, rilanciando la proposta di mediazione contenuta nell’emendamento degli azzurri al testo firmato da Pierantonio Zanettin (FI) e Ignazio Zullo (FdI). La modifica in questione escluderebbe l’aiuto al suicidio assistito dai livelli essenziali di assistenza, LEA, affidando il percorso a un “medico ospedaliero o di medicina generale, su base volontaria e gratuita, nell’ambito dell’attività libero-professionale ovvero in regime di intramoenia”. “Gli strumenti di eventuale supporto all’autosomministrazione devono essere reperiti dal Cnr”, si legge nella proposta di modifica. Sulla quale, però, Zaffini non potrebbe essere più netto: “È scritto in modo strampalato”. Questo non vuol dire, per il senatore di FdI, che il medico di famiglia che abbia seguito il percorso di un paziente non possa offrirsi di sostenerlo nell’autosomministrazione del farmaco letale. “Ma non in quanto dipendente del Servizio Sanitario Nazionale”, precisa. Lo stesso concetto ci è stato ribadito più volte anche dal relatore meloniano, Zullo, per il quale “le norme di questa nazione prevedono che il Servizio sanitario nazionale debba agire per la vita e la salute”. Il punto è che il “fine vita non è un diritto”, ripete Zullo. Come fa anche Zaffini. E per la verità anche Forza Italia, che si limita a circoscrivere la non punibilità di chi agevola il suicidio assistito secondo i principi stabiliti dalla Consulta: che il paziente sia affetto da una patologia irreversibile, che sia in grado di autodeterminarsi, che reputi le proprie sofferenze fisiche e psicologiche intollerabili, che dipenda da “trattamenti di sostegno vitali”. Fin qui, dunque, tutti d’accordo. Fatta eccezione per chi, nel centrodestra, avrebbe sperato in un cambio di orientamento dei giudici costituzionali. E di chi parla apertamente di “omicidio”, come fa l’ideologo di Vannacci Lorenzo Gasperini, per il quale “Forza Italia è un partito di sinistra e pro morte” (sul Foglio del 18 agosto). Tanto basterebbe a scorgere un problema politico nella coalizione, divisa tra la spinta verso l’area liberal e la “nuova destra”. Mentre resta la tentazione di fare una legge nazionale per fermare le Regioni - come la Toscana, la Sardegna e l’Emilia Romagna - che hanno cominciato a farsi le norme da sé. “Solo quelle di sinistra: è un pozzo avvelenato dalla retorica e dalla strumentalità della politica”, dice Zaffini. Per il quale l’ostacolo è uno soltanto: riuscire garantire a tutti, anche a chi si trova completamente immobilizzato, uno strumento adatto all’autosomministrazione del farmaco. In modo da escludere del tutto la possibilità, ragiona il meloniano, che in Italia si possa mai parlare di eutanasia, e che a intervenire sia dunque un terzo soggetto. Del punto si è parlato molto nelle ultime due audizioni extra che si sono tenute al Senato e che sono diventate un vero caso politico, dal momento che lo strumento in questione esiste e lo ha realizzato il Consiglio nazionale delle ricerche, ma il suo presidente Andrea Lenzi, al Senato, nega che il Cnr sia stato coinvolto. Come invece sostiene l’ingegnere del Cnr, pure audito a Palazzo Madama, che ha realizzato il dispositivo utilizzato per la prima volta lo scorso marzo da “Libera”, 55enne toscana affetta da sclerosi multipla, morta tramite suicidio assistito, che ha avuto accesso alla procedura grazie a un puntatore oculare collegato a una pompa infusionale. Lo strumento è stato messo a punto dal Cnr su ordine del Tribunale di Firenze dopo la sentenza 132/2025 della Consulta, come si può evincere dalle carte che Il Dubbio ha avuto modo di visionare. Ma per Zaffini è proprio da qui che bisognerà ripartire, per “sciogliere il nodo della Toscana” e continuare i lavori: l’appuntamento è dopo l’8 settembre in commissione. Migranti rimandati in Italia, si aggiunge anche Vienna. Stop a Schengen: ipotesi rinvio di Simone Canettieri e Irene Soave Corriere della Sera, 20 agosto 2026 Precedente dopo precedente, e secondo l’interpretazione del diritto migratorio europeo che infine prevarrà, sembra che l’Italia potrebbe trovarsi a dover discutere il trasferimento di migliaia di migranti arrivati in Europa approdando sulle coste italiane, che nel frattempo hanno chiesto asilo in altri Paesi. Si tratta dei cosiddetti “dublinanti”, perché il loro trasferimento avverrebbe ai sensi degli accordi di Dublino, che il Geas, il nuovo patto europeo per la migrazione e l’asilo in vigore dal 12 giugno, ribadisce. Ieri, dopo due settimane di schermaglie con la Germania per tre “casi pilota”, e dopo che anche la Svizzera ha annunciato che trasferirà in Italia centinaia di persone, si è aggiunta Vienna. In questo clima, e sulla scorta di un allarme che il secondo “assalto alle frontiere” del 15 agosto a Ceuta, pur contenuto dal Marocco, ha contribuito a tenere alto, il governo italiano sta valutando di prorogare la chiusura dello spazio Schengen per i cittadini in arrivo dalla Spagna per una settimana in più, cioè fino al 6 settembre (il provvedimento scadrebbe il 31). Un doppio braccio di ferro politico, nel quale il governo italiano intende mostrare fermezza, pur nei rapporti amichevoli con gli altri Paesi membri. Ieri il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha infatti scritto: “Ho parlato questa sera, nel consueto spirito di amicizia, con il ministro degli Esteri tedesco Wadephul. Prosegue il dialogo fra Italia e Germania con priorità alle migrazioni: condividiamo la comune preoccupazione per Ceuta e la necessità di garantire massima protezione alle frontiere esterne europee. Confermiamo l’esigenza di un contrasto coordinato ai trafficanti e rafforzamento della dimensione esterna della Ue”. Eppure quanto accade sul fronte dei “dublinanti” sembra mostrare un’ambiguità nell’interpretazione del patto. Dopo un annuncio di mercoledì della Svizzera, che sarebbe pronta a mandare in Italia, certo “gradualmente e in modo sostenibile”, circa seicento migranti che non hanno ancora presentato a Berna domanda d’asilo, è di ieri il nuovo caso austriaco. Il ministero dell’Interno di Vienna ha comunicato all’agenzia di stampa austriaca Apa che riprenderanno i trasferimenti verso l’Italia; anzi che sono già ripresi, perché quattro richiedenti asilo sarebbero già stati espulsi verso il nostro Paese. Dalle autorità italiane nessuna conferma; i trasferimenti sarebbero avvenuti, recita l’agenzia, con mezzi di trasporto pubblico: “Con il patto sull’asilo le autorità possono mettere a disposizione della persona straniera un biglietto del treno o dell’autobus”. Non è chiaro quante altre persone potrebbero essere interessate da futuri trasferimenti, né se la procedura riguarderebbe solo persone arrivate in Austria, dall’Italia, dopo il 12 giugno. E questo dubbio sull’interpretazione del patto migrazione e asilo riguarda anche l’applicazione da parte di altri Paesi. Secondo dati Eurostat l’Italia dovrebbe riprendere in carico circa 24 mila “dublinanti”. Ma come è calcolato questo numero? Il governo italiano ha sempre dichiarato di considerare solo trasferimenti di persone arrivate dopo il 12 giugno; altri Paesi però non sono d’accordo, come la Germania che nei giorni scorsi ha annunciato l’espulsione - verso l’Italia - di tre richiedenti asilo. Tra loro la somala Abdirisaq Warsame, che ha trovato però alloggio in una chiesa di Norimberga, una cittadina irachena e un cittadino afghano, che secondo le ultime comunicazioni ufficiali sarebbero dovuti arrivare in Italia entro oggi compreso. Tra Germania e Italia è previsto un incontro bilaterale in cui cercare un accordo. Gli “arretrati” con tutta Europa - che per il governo italiano appunto non sono da tenere in conto, perché risalgono a prima dell’applicazione del Geas - possono essere molti. Dal 5 dicembre 2022, con una circolare, il ministro italiano dell’Interno Piantedosi ha bloccato i rientri. Da allora al 31 dicembre 2025 sono state bloccate le valutazioni delle richieste d’asilo di 80 mila persone circa. Migranti. Dublinanti, anche l’Austria avvia i respingimenti in Italia di Alex Giuzio Il Manifesto, 20 agosto 2026 È il terzo paese dopo Germania e Svizzera e mostra il fallimento delle politiche di Meloni. Il patto sull’asilo voluto dalla premier potrebbe riportare 24mila persone in Italia. “Ho parlato, nel consueto spirito di amicizia, con il ministro degli esteri tedesco Wadephul, prosegue il dialogo fra Italia e Germania con priorità alle migrazioni”: ieri sera il ministro Tajani è ricorso a un post su X per cercare di attutire lo scontro con Berlino sui dublinanti. E ancora: “Condividiamo la preoccupazione per Ceuta e la necessità di garantire massima protezione alle frontiere esterne europee. Confermiamo l’esigenza di un contrasto coordinato ai trafficanti e rafforzamento della dimensione esterna della Ue”. Parole utilizzate per coprire lo smacco nei confronti dell’alleato in Ue. E anche per arginare quella che ormai sembra una slavina. Anche l’Austria, allineandosi a Svizzera e Germania, ha iniziato a rimandare in Italia i richiedenti asilo. Lo ha annunciato ieri il ministero dell’interno austriaco, rendendo noto di avere già respinto quattro persone dal 12 giugno, quando è entrato in vigore il nuovo Patto europeo sui migranti voluto anche dalla premier Meloni. Una scelta che le si sta ritorcendo contro poiché ha aperto tre fronti con tre paesi alleati, a cui è probabile ne seguiranno altri. Prima di ieri Vienna non si era nemmeno preoccupata di ufficializzare le espulsioni; semplicemente ha iniziato ad attuarle da quando il patto è diventato esecutivo. Nella pratica, ha spiegato il ministero, “l’autorità mette a disposizione della persona straniera un biglietto del treno o dell’autobus” per rientrare in Italia. Il governo austriaco non ha fornito stime sul numero di persone che potrebbero essere interessate in futuro né ha precisato se queste riguarderanno solo i migranti arrivati dopo il 12 giugno o anche quelli presenti prima dell’entrata in vigore del patto. Lo hanno invece fatto Svizzera e Germania, che al contrario dell’Austria avevano preannunciato la stretta. Il cancelliere Merz l’ha comunicata il 9 agosto con dieci giorni di preavviso: il ripristino forzato dei richiedenti asilo doveva iniziare ieri con Faduma Abdirisaq Warsame, 22enne somala arrivata lo scorso marzo in Germania attraversando l’Italia per ricongiungersi con la madre e il fratello dopo essere scappata da un matrimonio combinato. Ma la polizia non ha potuto prelevarla perché la donna è stata accolta come rifugiata dalla chiesa evangelica. A Berlino è seguita la Svizzera: martedì la portavoce del governo sulla migrazione, Magdalena Baker, ha annunciato che le espulsioni ripartiranno a fine agosto dopo quattro anni di stop. Nel paese elvetico potrebbero interessare circa 650 persone, in Germania oltre 11mila. La stretta riguarda i cosiddetti “dublinanti”, ovvero i migranti che arrivano in un paese Ue e si spostano in un altro. La convenzione di Dublino del 1990 prevede che anche se il migrante si reca in un altro Stato europeo, quello competente per la richiesta d’asilo resta comunque il primo di arrivo, che per la stragrande maggioranza delle persone giunte via mare è l’Italia. Il nuovo patto ha inasprito i criteri affinché il secondo paese possa riportare il migrante nella nazione di approdo. La propaganda sovranista di Meloni, impegnata a inseguire Vannacci, lo ha spacciato per un trionfo delle politiche anti-migratorie ma ha scatenato l’effetto domino. Oltretutto sono molti di più i richiedenti asilo che i paesi europei potranno respingere in Italia rispetto al contrario. Eurostat ha stimato che l’Italia potrebbe dover riaccogliere oltre 24mila persone ma secondo Meloni le regole valgono solo per gli spostamenti dopo il 12 giugno. Non la pensano così i governi di Svizzera e Germania, che hanno sfruttato l’occasione per conquistare consenso in vista delle elezioni dei prossimi mesi. La retorica sull’invasione degli stranieri è una storica arma per conquistare voti a destra. Ma il vento anti-immigrazione soffia forte anche nel resto dell’Ue: le realtà dell’ultradestra suprematista europea hanno iniziato proprio in questi giorni la campagna “Save Europe Act” che promuove la cosiddetta “remigrazione” per impedire una presunta “sostituzione demografica” in corso. Il tour è partito dai Paesi Bassi, è passato in Francia e arriverà a Barcellona e Madrid il 22 e 29 agosto, a Lisbona il 5 settembre e a Milano il 12 settembre, per poi proseguire in Austria, Slovacchia, Repubblica Ceca e Germania. La rete è sostenuta da esponenti della destra estrema tra cui il primo ministro ungherese Orban, il leader di Vox Abascal in Spagna e Vannacci in Italia, che hanno usato la crisi migratoria di Ceuta come pretesto per la campagna. In questo clima, la ong Resq parla di “surreale diatriba” e invita all’umanità: “Le persone soccorse dalle navi umanitarie sono naufraghe migranti, non clandestini né irregolari”, sottolinea il presidente Luciano Scalettari. “Quando sono stati messi in salvo in Italia è perché avevano bisogno immediato di essere soccorsi e posti in salvo in un luogo sicuro. Annoverarli genericamente nel numero dei migranti che giungono in Europa è strumentalizzazione politica ed è raccontare il falso”. Stati Uniti. Francis Smith muore a 101 anni dopo settant’anni dietro le sbarre Il Dubbio, 20 agosto 2026 Condannato nel 1950 per omicidio, si era sempre proclamato innocente. Per otto volte sfuggì all’esecuzione, poi la pena fu commutata. Francis Clifford Smith è morto a 101 anni dopo aver trascorso complessivamente circa settant’anni dietro le sbarre per un omicidio del quale si era sempre dichiarato innocente. Considerato il detenuto più anziano degli Stati Uniti e quello con la più lunga detenzione scontata, è deceduto lo scorso giugno nel centro sanitario del Connecticut destinato all’assistenza dei reclusi anziani, dove era stato trasferito nel 2020. La sua vicenda, ripresa dalla Bbc, attraversa tre quarti di secolo di storia penitenziaria americana: una condanna a morte, otto esecuzioni fissate e sospese, la commutazione della pena nell’ergastolo e una vecchiaia trascorsa sotto il controllo dello Stato. Sullo sfondo restano i dubbi mai completamente dissipati sulla sentenza che lo privò della libertà quando aveva appena 25 anni. La condanna a morte e le otto esecuzioni sospese - Smith era stato condannato nel 1950 per l’uccisione del guardiano di uno yacht club. Era stato arrestato insieme a un altro uomo, che successivamente aveva testimoniato contro di lui. L’imputato aveva respinto l’accusa e continuò a proclamarsi innocente per tutta la vita. Gli interrogativi sulla sua colpevolezza emersero già negli anni immediatamente successivi al processo. Persino uno dei poliziotti che lo avevano interrogato dopo l’arresto dichiarò in seguito di essersi convinto della sua innocenza. Quei dubbi, tuttavia, non condussero alla cancellazione della condanna. Rinchiuso nel braccio della morte, Smith vide fissare per otto volte la propria esecuzione. In ciascuna occasione i suoi difensori riuscirono a ottenere una sospensione, talvolta all’ultimo momento. Nel 1954 la pena capitale fu infine commutata nell’ergastolo. Per Smith non arrivò però alcun riconoscimento giudiziario dell’innocenza: la sentenza rimase in piedi e la sua vita continuò a essere scandita dal carcere. L’evasione, la libertà condizionale e il ritorno in cella - Nel 1967 Smith riuscì a evadere, ma fu catturato dodici giorni più tardi. Nel 1975 ottenne la libertà condizionale, interrompendo temporaneamente una detenzione che durava da un quarto di secolo. La permanenza fuori dal carcere durò soltanto dieci mesi. Smith venne nuovamente arrestato per un piccolo furto e per il possesso di un’arma, perdendo il beneficio e tornando in cella. Solo nel 2020 gli fu concessa la libertà vigilata. Il provvedimento non coincise però con un autentico ritorno alla vita libera: ormai molto anziano, Smith venne trasferito in una struttura sanitaria del Connecticut dedicata all’assistenza dei detenuti. È lì che è morto cinque anni dopo. Le prigioni americane e l’aumento dei detenuti anziani - La morte di Smith riporta al centro il progressivo invecchiamento della popolazione carceraria statunitense e le conseguenze delle pene di durata estrema. Prigioni progettate principalmente per custodire persone giovani o adulte devono ormai confrontarsi con detenuti affetti da patologie croniche e bisognosi di assistenza continuativa. Secondo Stephanie Prost, ricercatrice dell’Università di Louisville, la presenza di persone molto anziane è diventata una realtà diffusa nelle carceri americane. Uno studio pubblicato nel 2025 ha rilevato che il numero dei detenuti con più di 55 anni è cresciuto di quasi il 400 per cento tra il 1991 e il 2021.