Anastasia: “In carcere è morta la speranza” di Eleonora Martini Il Manifesto, 1 agosto 2026 Dopo dieci anni, lascia il Garante delle persone private di libertà della Regione Lazio. “Delusa ogni attesa di riforma, tutto è cambiato”. In dieci anni, lo spiraglio che si era aperto nel mondo penitenziario si è richiuso bruscamente, lasciando senza speranza detenuti e detenenti. Docente di Filosofia del diritto, già portavoce della Conferenza dei garanti territoriali, Stefano Anastasia è stato nominato Garante del Lazio delle persone private di libertà nel 2016 e ieri ha presentato la relazione finale del suo secondo e ultimo mandato. Non senza grande emozione, ha fatto il punto sulla condizione delle carceri, delle Rems (le residenze per l’esecuzione penale dei folli-rei) e dei Centri di permanenza per i rimpatri: il Cpr di Roma Ponte Galeria e quello di Djader in Albania, che con la garante di Roma Valentina Calderone ha visitato l’estate scorsa. “Al nostro ritorno abbiamo relazionato al ministero degli Interni, il quale però ci ha comunicato che sulla base di un parere del Garante nazionale noi non avremmo competenza su Djader. Proprio qualche ora fa abbiamo depositato in tribunale il ricorso civile per verificare la competenza sul Cpr albanese”. Un episodio che già di per sé dice molto delle mutazioni in atto. Come ha trovato il mondo penitenziario e come lo lascia oggi? Eravamo all’indomani della sentenza Torreggiani, era stato appena nominato il primo Garante nazionale Mauro Palma, ed erano in corso gli Stati generali dell’esecuzione penale voluti dall’allora ministro Orlando. Era un momento di speranze e di aspettative di riforma per il futuro. Purtroppo, prima a causa delle titubanze e timidezze con cui si sono chiusi gli Stati generali, e poi con le chiusure del governo giallo-verde, tutto è cambiato. Poi è arrivato il Covid, un’esperienza traumatica soprattutto per le carceri ma che per certi versi ha aiutato a tenere a bada per qualche tempo il sovraffollamento. Che ora è di nuovo esploso con 64 mila detenuti a livello nazionale in 47 mila posti, e con 2.500 reclusi in più della capienza reale nel Lazio (6.900 persone in 4.500 posti). D’altronde era inevitabile, con le attuali politiche governative. Negli ultimi 4 anni abbiamo assistito anche ad una stretta pesante sul regime interno delle carceri, come ad esempio la burocratizzazione delle attività educative. Si insegue l’ossessione di applicare una disciplina ferrea che finisce però solo per tradire i diritti fondamentali. Quali sono nel Lazio le situazioni più complicate? Nella sezione maschile del piccolo carcere di Latina siamo ormai al 300% di sovraffollamento. Regina Coeli è al 192%, e poi Civitavecchia, Cassino, Rieti e Viterbo che sono tutti sopra il 170%. Ed è solo una fotografia in cifre. Inoltre quest’anno vi sono stati già 5 suicidi, l’anno scorso 8, con 240 tentativi e 1147 atti di autolesionismo. Ha citato Basaglia che “si chiedeva non “dove lo metto” ma “cosa ne faccio”“ a proposito delle cinque Rems del Lazio... Sì, perché si parla sempre di liste di attesa mentre ci sono due ordini di problemi in questo campo: un eccesso di internamento disposto dalla magistratura inquirente e la difficoltà a farli uscire perché mancano i servizi territoriali di salute mentale. Ecco che le Rems diventano un imbuto e si creano le liste d’attesa. Bisogna risolvere questo, non serve costruirne di nuove. Le politiche panpenaliste governative sono particolarmente dure su adolescenti e minorenni. Come si è trasformato l’Ipm di Casal del Marmo? Lì si registra lo scarto più grande di questi dieci anni perché nel 2016 l’Ipm di Roma assomigliava molto a una comunità per ragazzi autori di reato: si usavano molti gli spazi aperti e vi era una gran quantità di attività, ecc. Negli ultimi anni invece vi sono state forti tensioni con la polizia, ripetute proteste e come sappiamo si è recentemente aperto anche un procedimento penale contro 11 poliziotti per lesioni, torture e falso. La struttura ha subito un’involuzione dovuta all’idea di usare il pugno di ferro con i minori, cosa evidentemente controproducente. Cosa pensa del ddl sull’imputabilità dei minori? Una proposta propagandistica poco applicabile che preoccupa solo perché potrebbe contrastare quelle misure, come la messa alla prova, alternative alla sanzione penale per i ragazzi in crescita. Risolve qualcosa la legge sui domiciliari ai detenuti tossicodipendenti? È una vecchia idea della destra, usare il bastone e la carota con i tossicodipendenti. Prima aumentano le pene per i reati di lieve entità con il dl Caivano, poi si eleva il limite per scontare la detenzione in comunità chiuse. Al netto di tutta questa ideologia, rimane il fatto che la legge prevede l’inserimento in comunità-carcere di 500 persone. Non 10 mila. Il resto sono chiacchiere. Quanta influenza c’è, dei sindacati di polizia penitenziaria, in queste misure? Quelle riguardanti strettamente il carcere sono state adottate su richiesta dei sindacati, come il reato di rivolta di cui nella mia attività non ho trovato traccia: non un solo caso di protesta è stato configurato come rivolta. L’abuso del penale, invece, è proprio insito nella cultura politica di questo governo. In carcere è strage. E il fronte della ferocia unisce Vannacci e M5S di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 1 agosto 2026 I due partiti votano no alla riforma (con pochi fondi) per trasferire i tossicodipendenti in comunità, mentre a Bancali un detenuto muore tra le fiamme. Nella notte tra giovedì e venerdì un detenuto sardo è morto bruciato in una cella del reparto sanitario del carcere di Bancali, a Sassari, in un incendio che secondo le prime ricostruzioni avrebbe appiccato lui stesso. Quarantotto ore prima, a Montecitorio, era arrivato il via libera definitivo alla legge che dovrebbe portare fuori dal carcere i detenuti tossicodipendenti per curarli in comunità. Due fatti che non si sfiorano e che invece dicono la stessa cosa: un sistema che produce disperazione e una politica che risponde con norme senza soldi. L’uomo si trovava da tempo nel Sai, il reparto di assistenza intensiva destinato ai ristretti con patologie gravi. Secondo la ricostruzione del Sappe ha chiuso il blindo della cella, ha ostruito l’ingresso e ha dato fuoco al letto e alle suppellettili, forse con un accendino e dell’olio. Quando gli agenti sono riusciti a entrare si era già rinchiuso in bagno, dove è morto per le esalazioni e le ustioni. Sui feriti le versioni non coincidono: le agenzie parlano di cinque poliziotti penitenziari intossicati e leggermente ustionati, il Sappe ne conta nove. Sono finiti al pronto soccorso del Santissima Annunziata dopo essere entrati in una cella diventata una camera a gas, senza l’equipaggiamento di chi spegne gli incendi per mestiere. La procura di Sassari ha aperto un fascicolo, indagano i carabinieri. Irene Testa, garante delle persone private della libertà della Regione Sardegna, ha messo la questione dove va messa. “Dove può arrivare il grado di disperazione di una persona privata della libertà? La politica si interroghi”, ha scritto in una nota. Per Testa “ogni morte in carcere è una sconfitta dello Stato”. L’Uspp, dal versante di chi quella notte ha respirato il fumo, chiede la stessa cosa con parole diverse: “Il personale ha bisogno di stabilità organizzativa, procedure chiare, organici adeguati e strumenti efficaci per poter operare in sicurezza”. Ventimila detenuti, cinquecento posti - Come è noto, il 29 luglio la Camera ha dato il via libera definitivo al disegno di legge Nordio-Schillaci sulla detenzione domiciliare per i detenuti tossicodipendenti e alcoldipendenti: 153 voti favorevoli, 42 contrari, 82 astenuti. Il testo introduce nel Testo unico sugli stupefacenti due strumenti nuovi. Il primo consente di scontare in comunità terapeutica o in un luogo idoneo una pena, anche residua, fino a otto anni, che scendono a quattro quando nel titolo esecutivo compaiono reati ostativi, con l’eccezione della rapina e dell’estorsione aggravate. Il secondo permette di definire il processo con una richiesta simile al patteggiamento, che non riguarda lo sconto di pena ma il modo di scontarla. Per la maggioranza, ha spiegato Simonetta Matone, l’obiettivo “non è svuotare le carceri ma evitare che chi delinque, se tossicodipendente, ci torni”. Il ministro della Giustizia ha parlato di “un provvedimento epocale perché consente la detenzione alternativa di almeno 10mila persone, tossicodipendenti che hanno commesso reati e che noi abbiamo sempre considerato principalmente malati da curare piuttosto che criminali da punire”. In serata, da via Arenula, è arrivata la precisazione che ridimensiona tutto: la quantificazione in diecimila “è evidentemente di prospettiva pluriennale”, mentre la copertura finanziaria per il 2026 “è pari a 500 unità”. Il fondo vale poco più di 19 milioni di euro l’anno, cinque dei quali recuperati abrogando un’analoga voce di spesa del decreto carceri del 2024. L’analisi allegata al disegno di legge stima in 14.583 i detenuti già reclusi che potrebbero rientrare nella misura, ai quali se ne aggiungono oltre ottomila che potrebbero accedervi dalla libertà. I posti nelle comunità terapeutiche sono 13.276, quasi tutti gestiti da privati e in larga parte già occupati. Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, ha fatto il conto con la calcolatrice: “il costo medio di una persona in comunità è di circa 100 euro al giorno e, al netto della previsione finanziaria di poco meno di 20 milioni di euro, i soggetti beneficiari potrebbero essere meno di 600”. Sul numero del ministro è netto: “Da dove arrivi questo numero non è dato saperlo”. Samuele Ciambriello, garante campano e portavoce dei garanti territoriali, avverte che “una legge non cammina con le buone intenzioni” e che senza risorse, personale sanitario e potenziamento dei servizi “questa riforma rischia di rimanere del tutto inapplicata”. In aula il passaggio più duro è arrivato da Roberto Giachetti, di Italia Viva, che ha sciorinato i numeri del sovraffollamento aggiornati al 24 luglio citando l’articolo de Il Dubbio. “Anche se sancisce un principio che condividiamo, questo provvedimento rappresenta solo l’ennesimo spot della maggioranza: non inciderà minimamente sul dramma del sistema carcerario”, ha detto. “Il ddl è il nuovo disco per l’estate, la versione rinnovata dell’annuale specchietto per le allodole”. Poi il calcolo che smonta l’annuncio: “I detenuti tossicodipendenti sono 19.755 e circa 13.277 i posti letto nelle comunità terapeutiche, in gran parte occupati. Dove possono essere messe eventuali altre migliaia di persone senza investimenti? La dipendenza va curata e non scontata senza percorsi di cura individualizzati”. Su una linea vicina, con esito diverso, Pd e Avs, che si sono astenuti per dire che il principio va bene ma i soldi non ci sono. Debora Serracchiani ha ricordato che i detenuti sono 64.645 a fronte di 46.242 posti realmente disponibili, quasi il 140 per cento di affollamento, e che da inizio anno si contano 24 suicidi. Devis Dori, di Avs, è stato più esplicito: “Far scontare la pena a certe condizioni a un tossicodipendente fuori dal carcere è giusto e noi lo chiedevamo da tempo”, ma “ci asteniamo nel voto finale perché la legge non prevede stanziamenti. Senza soldi all’incirca solo 500 su circa 20mila tossicodipendenti attualmente detenuti potranno realmente lasciare il carcere”. Quando i populisti si ritrovano - I 42 voti contrari sono la parte più istruttiva della giornata. Non sono arrivati da chi giudica la legge troppo timida, ma da chi non ne vuole l’impianto: il Movimento 5 Stelle e Futuro Nazionale, il partito di Roberto Vannacci. La Lega, va detto, ha votato a favore insieme al resto della maggioranza. Valentina D’Orso, per i 5 Stelle, ha descritto i futuri beneficiari come “persone potenzialmente assai pericolose che usciranno dal carcere e andranno in strutture senza alcuna vigilanza e controllo”, arrivando all’esempio del “black bloc che in Val di Susa spacca la testa al poliziotto” che potrebbe finire in comunità dimostrando di essere tossicodipendente. Il partito di Vannacci, dopo che era stato dichiarato inammissibile un suo emendamento pensato sul caso del gioielliere di Cuneo, ha liquidato la riforma con una formula da titolo di libro: “È il Mondo al contrario. Si dice che il tossicodipendente o l’alcolista che fa una rapina può avere diritto alla detenzione domiciliare, ma chi esce e si difende non può beneficiarne”. Due forze che stanno su fronti opposti dello schieramento e che sul carcere parlano la stessa lingua, quella per cui ogni uscita dalla cella è un cedimento. È la lingua che nel 2018 tenne insieme Lega e 5 Stelle nel governo gialloverde, e che oggi lavora come zavorra dentro le due coalizioni: la maggioranza deve fare i conti con chi la accusa di buonismo da destra, l’opposizione con chi le impedisce di dirsi apertamente per la decarcerizzazione. Il risultato è una legge che tutti dicono giusta e che quasi nessuno ha voluto finanziare, perché mettere soldi sulle comunità terapeutiche significa spiegarlo agli elettori. Nel frattempo restano le carceri come Bancali, dove la disperazione trova la strada di un accendino e gli agenti entrano nel fumo senza maschera. Ddl sui tossicodipendenti ai domiciliari: Nordio esulta, ma i posti sono pochi di Giulia Merlo Il Domani, 1 agosto 2026 L’Associazione Antigone, che ha sollevato dubbi sulla capacità del sistema di assorbire 10mila detenuti tossicodipendenti, a fronte di uno stanziamento economico non particolarmente significativo e della mancanza ad oggi di così tanti posti in strutture adeguate. La Camera ha approvato un disegno di legge sulla detenzione domiciliare per il recupero dei detenuti tossicodipendenti, formulato dal ministero della Giustizia. “Oggi è stato approvato questo provvedimento che vorrei dire epocale perché consente la detenzione alternativa di almeno 10mila persone tossicodipendenti che hanno commesso dei reati correlati alla tossicodipendenza e che noi abbiamo sempre considerato principalmente malati da curare, piuttosto che criminali da punire, anche se erano in fase di espiazione pena. È un provvedimento che coniuga la certezza della pena con il recupero del detenuto”, ha detto il ministro della Giustizia, Carlo Nordio. Il Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria (Sappe) ha espresso soddisfazione per il provvedimento, che prevede una modalità differenziata di esecuzione della pena, consentendo ai condannati a una pena detentiva, anche residua e congiunta a pena pecuniaria, non superiore a otto anni, di espiare la pena al di fuori del carcere, purché aderiscano a un programma di recupero certificato. Donato Capece, segretario generale del Sappe, ha detto che “da anni sosteniamo con convinzione che i detenuti tossicodipendenti non dovrebbero scontare la pena in carcere”, e ancora “auspichiamo che questo sia il primo passo di una più ampia riforma dell’esecuzione penale, capace di coniugare sicurezza, legalità, cura e reale reinserimento sociale, a cominciare dai detenuti con malattie mentali che dovrebbero anch’essi uscire dalle carceri per andare nelle Rems”. Mento entusiasta è la reazione dell’Associazione Antigone, che ha sollevato dubbi sulla capacità del sistema di assorbire 10mila detenuti tossicodipendenti, a fronte di uno stanziamento economico non particolarmente significativo e della mancanza ad oggi di così tanti posti in strutture adeguate. “Sembra complicato che la capacità di un sistema come quello delle comunità di recupero possa farsi carico di numeri così grandi senza essere potenziato”, ha detto il presidente di Antigone, Patrizio Gonnella. “Sarebbe utile sapere se il Governo ha effettuato una ricognizione nazionale delle comunità terapeutiche accreditate per verificare quanti posti siano effettivamente disponibili per l’esecuzione della nuova misura”. Inoltre, aggiunge, “il costo medio di una persona in comunità è di circa 100 euro al giorno e, al netto della previsione finanziaria di poco meno di 20 milioni di euro, i soggetti beneficiari potrebbero essere meno di 600”. Gonnella aggiunge un altro dato: “Il ministro Nordio ha fatto riferimento: 10.000 posti dovrebbero essere realizzati entro la fine del 2027, ma da inizio 2025 (quando il piano è partito) fino ad oggi la realtà ci dice che i posti realmente disponibili hanno subìto un decremento pari a 481 unità”. Tossicodipendenti detenuti a domicilio, perché la legge stressa il sistema delle cure di Massimo Cozza* Il Sole 24 Ore, 1 agosto 2026 La nuova legge pur partendo da un principio condivisibile rischia di delegare ai professionisti della salute già sottodimensionati anche la tutela della sicurezza. La nuova legge “Disposizioni in materia di detenzione domiciliare per il recupero dei detenuti tossicodipendenti o alcoldipendenti”, approvata definitivamente dalla Camera e in attesa di essere pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale, ha già suscitato reazioni tra loro contrastanti nell’opinione pubblica. Partiamo dal nocciolo delle nuove norme: la possibilità per le persone detenute tossicodipendenti o alcoldipendenti, con una condanna a pena detentiva non superiore a otto anni, di essere ammesse alla detenzione domiciliare presso strutture residenziali o semiresidenziali, sulla base di un programma terapeutico socio-riabilitativo. In realtà, si tratta di un ampliamento delle diverse possibilità delle misure alternative, perché anche prima della nuova legge esistevano ma la pena detentiva doveva essere fino a 6 anni. In linea generale, nella legge si afferma Il giusto principio della cura e della riabilitazione per chi, di fondo, ha un problema sanitario di dipendenza. Il primo passo è la richiesta dell’interessato di essere ammesso al programma, fermo restando che deve essere indicata la correlazione tra la tossicodipendenza o l’alcoldipendenza e il reato. Alla domanda va anche allegata la valutazione in merito all’accertamento della effettiva e attuale condizione di tossicodipendenza o alcoldipendenza, nonché all’idoneità del programma terapeutico volto al recupero della persona condannata, con l’indicazione della relativa procedura di accertamento. Valutazione che deve essere effettuata dai servizi pubblici per le dipendenze in integrazione con un componente incaricato dall’Ufficio di Esecuzione Penale Esterna (I.P.E.E.), e laddove opportuno con un ulteriore componente incaricato dall’Amministrazione Penitenziaria. Quindi l’ultima parola spetta al Tribunale che potrà accogliere l’istanza se ritiene che il programma contribuisce al concreto recupero del richiedente e previene il pericolo che egli commetta reati. Una volta effettuato l’inserimento, il responsabile della struttura presso cui si svolge il programma terapeutico socio-riabilitativo residenziale o semiresidenziale, trasmette al servizio pubblico per le dipendenze e all’U.E.P.E. una relazione semestrale, fermo restando l’obbligo della segnalazione in ogni momento all’Autorità Giudiziaria delle eventuali violazioni commesse dalla persona, anche ai fini della revoca del regime di detenzione domiciliare. Infine, se il programma terapeutico risulta positivamente concluso, il magistrato di sorveglianza può disporre l’affidamento in prova al servizio sociale o la detenzione domiciliare. Mancano personale e centri - A una prima lettura, sulla carta, il sistema sembra funzionare. Ma nella realtà? Alla obiezione circa l’applicazione di criteri uniformi a livello nazionale rispetto all’accertamento dell’effettiva condizione di tossicodipendenza o alcoldipendenza e la sua attualità, c’è una risposta nella stessa legge. Infatti, è prevista entro quattro mesi l’elaborazione di linee guida da parte di una commissione centrale presso il Dipartimento delle politiche contro la droga e le altre dipendenze della Presidenza del Consiglio dei ministri. Ma altri interrogativi si pongono. In primo luogo, c’è una criticità di risorse professionali nei servizi pubblici per le dipendenze e nelle stesse U.E.P.E., nonché nell’ambito della Magistratura di Sorveglianza, che andrebbe affrontata per consentire di far fronte all’aumento delle richieste di valutazione e di monitoraggio, nonché dei carteggi con gli avvocati e non solo. Doppia diagnosi e liste d’attesa - Senza dimenticare che allo stato di dipendenza si può associare una comorbilità con il disagio mentale, la cosiddetta doppia diagnosi, con interessamento nei progetti anche dei centri di salute mentale, con ulteriore richiesta di impegno di servizi con criticità di personale. Lo stesso tema delle risorse riguarda la disponibilità della rete ospitante, che vede circa 14mila posti, gestiti per oltre il 95% dal privato accreditato, già vicini alla saturazione. I tossicodipendenti nelle carceri sono stimati in circa 20mila, anche se meno della metà potrebbe usufruire della nuova legge. Il rischio è di un ingolfamento del sistema che potrà portare a liste di attesa, eventuali trattenimenti negli istituti penitenziari di chi invece potrebbe usufruire di programmi alternativi, con tutte le possibili ripercussioni, ma anche all’aumento “forzato” della domiciliarità per chi ha la disponibilità di un alloggio, con l’esclusione di gran parte dei migranti. Peraltro, la spinta ad accettare nuovi ingressi rischia di indebolire l’appropriatezza dei percorsi e di aumentare le recidive. C’è anche da segnalare che con la legge viene istituito presso il ministero della Salute un fondo con circa 19 milioni e 500mila euro annui a decorrere dall’anno 2026, equivalenti a circa 600 rette annuali complete nelle strutture residenziali private accreditate. Oltre questa prima disponibilità le amministrazioni interessate, in primo luogo Regioni e Ministero della Giustizia, secondo quanto scritto nella legge, devono provvedere alla sua attuazione senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. Il tema sicurezza - C’è poi il tema dell’innalzamento della soglia della pena a otto anni, che si possono certamente raggiungere sommando più reati di lieve entità come accade per chi delinque esclusivamente per procurarsi la droga, ma potrebbero essere raggiunti come pena per un singolo reato. Si tratta di un limite che sta suscitando alcune reazioni in relazione alla sicurezza della collettività, pur escludendo la legge i reati più gravi. D’altro canto, una delle finalità della legge, seppur non scritta nel testo ma solo dichiarata, è arrivare ad una diminuzione dei detenuti, oggi circa 63.500 a fronte di una capienza regolamentare di circa 51.300 posti. C’è, infine, una tema culturale più generale che riguarda il sistema salute mentale/dipendenze al quale con il passare degli anni, e con l’approvazione di nuove normative, si tende a delegare sempre più compiti di controllo sociale, sempre meno di cura. Un tema affrontato anche nel Piano nazionale di azioni per la Salute mentale 2025-2030 nel quale si riafferma che il l’obbiettivo del personale sanitario è sempre orientato alla cura. In conclusione, con la nuova legge, partendo da un giusto principio, si apre un percorso rinnovato con ostacoli da superare, dalla necessità di risorse adeguate all’attuazione di percorsi verificati, fino alla salvaguardia delle competenze cliniche delle operatrici e degli operatori sanitari, evitando deleghe per la sicurezza della società. *Direttore del Dipartimento di Salute Mentale Asl Roma 2 Questa sicurezza tutta retorica e inefficacia di Vitalba Azzollini* Il Domani, 1 agosto 2026 Il governo moltiplica le disposizioni penali, senza verificare se servano davvero e quali risultati producano. Dal decreto Caivano al ddl “anti-maranza” fino agli scontri in Val di Susa, l’esecutivo finisce così per ridursi a una fabbrica di norme-bandiera. Il governo sembra ormai una fabbrica di leggi sulla sicurezza. Ogni episodio di cronaca determina una stretta, ogni presunto allarme un nuovo reato. Produrre norme sempre più severe, senza preoccuparsi di accertare se siano davvero necessarie e se poi abbiano ottenuto i risultati attesi, può essere efficace sul piano della comunicazione, ma non su quello della sicurezza, che sarebbe il vero obiettivo. L’ultimo esempio è il disegno di legge “anti maranza” che introduce la presunzione, salvo prova contraria, della capacità di intendere e di volere dei ragazzi tra i quattordici e i diciotto anni. “Chi sbaglia deve rispondere delle proprie azioni. Anche quando è minorenne”, ha detto Giorgia Meloni. Ma, a differenza di quanto lascia intendere la presidente del Consiglio, già oggi i minori dai quattordici anni sono penalmente responsabili se il giudice ne accerta la maturità. I casi in cui l’imputabilità viene esclusa per immaturità sono pochissimi: nel 2024, 64 su 11.846 procedimenti penali. Circa lo 0,5 per cento: una percentuale che non giustifica una riforma. Prima di sancire una presunzione di maturità sarebbe stato ragionevole non solo chiedersi se ci fosse una reale emergenza, ma anche valutare questi dati. La valutazione non si è vista. Si è visto, invece, lo schema consueto: una disposizione che consente alla maggioranza di vantare il pugno duro, anche se interviene su poche decine di casi. Diario di un “maranza” in carcere: “Voglio solo non essere un fallito” Il decreto Caivano Il decreto Caivano avrebbe dovuto suggerire cautela nell’introdurre nuove norme penali in tema di minori. Approvato nel 2023, ha tra l’altro ampliato le ipotesi di arresto in flagranza e di custodia cautelare negli istituti penali per minorenni. I dati più recenti mostrano che, nel tempo, sono aumentate le segnalazioni per rapine, lesioni, risse, minacce e porto di armi o di oggetti atti a offendere a opera di minori. In crescita sono pure le presenze nelle strutture detentive per minorenni, passate dalle 381 della fine del 2022 alle 581 dell’aprile 2026, oltre il 52 per cento in più. Qualcuno potrebbe considerarlo un successo: di fatto, è un fallimento. Il sovraffollamento che si registra negli istituti minorili limita le possibilità di attività di formazione, lavoro e sostegno psicologico: attività finalizzate al recupero dei ragazzi e idonee a ridurre il rischio di recidiva. Dunque, si è ampliata la capacità di rinchiudere i minori, senza rafforzare quella di favorire il loro reinserimento sociale e prevenire nuovi reati. Che sempre più norme penali non bastino, ammesso che servano, se mancano altri presìdi, lo dimostrano casi concreti: ad esempio, la guerriglia in Val di Susa, il 25 luglio scorso. I rischi della manifestazione erano noti, tant’è che il giorno prima era stato sequestrato del materiale, erano state imposte limitazioni e divieti ed emessi Daspo urbani e fogli di via. Eppure centinaia di incappucciati hanno assaltato i cantieri della Tav, incendiato mezzi e ferito decine di appartenenti alle forze dell’ordine. Dunque, nonostante i molti decreti sicurezza, con nuovi divieti, sanzioni e strumenti da impiegare proprio in occasione di manifestazioni, in primis il fermo preventivo, fatti gravi e prevedibili accadono comunque. La risposta seria sarebbe verificare se qualcosa, e che cosa, non abbia funzionato nella pianificazione e nella gestione dell’ordine pubblico da parte delle autorità di pubblica sicurezza, sotto la direzione del ministro dell’Interno. La risposta propagandistica - quella che è stata puntualmente data - invece è annunciare l’ennesima stretta e attribuire, comunque, la colpa alla parte politica opposta. “Un sistema che non rieduca più”: il decreto Caivano, la svolta repressiva e la sfiducia dei giovani nella giustizia minorile Le norme-bandiera Governare significa scegliere sulla base di dati e informazioni, valutare gli effetti delle scelte compiute e correggere ciò che non ha funzionato. La sicurezza si misura non sugli annunci di nuove norme, ma sui reati evitati, sui minori sottratti al crimine, sulla capacità di proteggere cittadini e forze dell’ordine. Scrivere leggi per conquistare titoli significa trasformare la paura in consenso, lasciando irrisolti i problemi che la alimentano. Ma il successo politico delle norme-bandiera prescinde dalla prova dei risultati. Se i reati diminuiscono, il governo se ne attribuisce il merito; se aumentano, sostiene che servano altre pene. Se gli strumenti preventivi funzionano, l’esecutivo ne vanta l’efficacia; se falliscono, giustifica nuovi strumenti. È un circuito retorico perfetto. E l’attuale governo l’ha capito molto bene. Tegola sul decreto Caivano dopo la decisione della Consulta: Nordio annaspa sul carcere. *Giurista Quei minori “maturi” per il carcere, ma non per i social di Sara Sileoni La Stampa, 1 agosto 2026 Il disegno di legge sulla imputabilità dei minorenni, ha detto Nordio, non abbassa l’età per essere processati né aumenta le pene, ma si limita a invertire la presunzione di capacità di intendere e di volere dei minori tra 14 e 18 anni. Oggi il giudice deve accertare caso per caso se il minorenne fosse giuridicamente capace al momento del fatto. Se la modifica al codice penale dovesse essere approvata, il giudice dovrà fare il contrario, cioè escludere caso per caso l’imputabilità laddove acquisisca elementi che lo convincano della mancata capacità del minorenne. Ci sono riforme che sembrano cambiare molto per non cambiare nulla e altre, come questa, che con poco possono essere molto significative. Chi sbaglia paga è un principio sensato, tanto che già ora i minorenni possono essere imputati, laddove il tribunale ritenga che abbiano compiuto un reato avendo gli strumenti mentali e cognitivi per capirne le conseguenze. La questione non è quindi responsabilizzarli, ma dare un segnale a una delle preoccupazioni collettive degli ultimi anni: la delinquenza giovanile. L’allarme - lo ammette il ministero dell’interno nella presentazione di un rapporto del 2024 sulla criminalità minorile - si è diffuso facilmente sui media. Il termine maranza è entrato nel linguaggio corrente, come variazione sul genere del già utilizzato baby gang. Proprio quel rapporto, tuttavia, rappresenta una realtà molto più variegata e sfumata di quella dei titoli di giornali e telegiornali. Ad esempio, il numero di segnalazione di minori denunciati e arrestati è diminuito del 4,15% tra il triennio 2019-2021 e il biennio 2022-2023, tornando ai valori del 2014 e del 2016, per poi risalire del 16% nel 2024. In compenso, dal decreto Caivano (2023), gli istituti penali per minorenni hanno aumentato di circa il 50% la presenza di giovani detenuti, al netto dei trasferimenti verso carceri per adulti dei neomaggiorenni, facilitati dal decreto stesso. Quel decreto ha segnato l’inizio di una politica di contrasto alla criminalità minorile in particolare attraverso la forza repressiva: più facile ricorso alla custodia cautelare, divieto di uso dei coltelli, Daspo urbano anche per i minorenni sono solo alcune delle iniziative che hanno anticipato questa sulla imputabilità. Indubbiamente chi sbaglia deve rispondere dei propri errori. Ma il fenomeno della delinquenza giovanile in Italia da un lato è molto meno grave delle baby gang in altri Paesi, dall’altro molto più serio di quello che potrebbe risolversi con l’applicazione delle pene. Un approfondimento sulle bande giovanili nelle grandi città segnala sporadiche attività violente o devianti, con una leggera prevalenza nel centro nord, caratterizzate da mancanza di organizzazione e situazioni di marginalità. La fotografia è così poco omogenea da rendere difficile, secondo lo stesso ministero, individuare tendenze di fondo. In sostanza, anche solo parlare di baby gang in Italia è fuorviante. Meglio sarebbe parlare del legame tra tendenza a delinquere e minori opportunità, carenza di modelli positivi, contesto di povertà educativa, che spiegano molto più linearmente un’attività delinquenziale altrimenti variegata. Quasi i due terzi dei minorenni e giovani adulti (fino a 25 anni) che sono stati presi in carico dagli uffici di servizio sociale tra il 2016 e il 2025 erano già noti ai servizi. Questo vuol dire che il rischio di ripetere gli stessi errori e di recidiva è un dato di realtà tra i giovani. E si spiega con le cause di una criminalità minorile improvvisata come sembra essere quella italiana: rapporti problematici con le famiglie, con i pari o con il sistema scolastico, difficoltà relazionali o di inclusione, contesto di disagio sociale e economico. Se questi sono i motivi, facilitare l’imputabilità dei minorenni, specie per chi non ha gli strumenti anche economici per difendersi in aula e eccepire l’incapacità, agevolarne l’accesso alla pena fino a quella del carcere rischia di aumentare le probabilità di un destino già segnato. Giorgia Meloni, spiegando in un videomessaggio la proposta del governo, lo ha detto: la norma da sola non risolve il problema. Ma mentre è evidente e concreto il disegno di politica penale a carico dei minorenni, non lo sono tutti gli altri fronti evocati dalla Presidente. Nel frattempo, si presume che un quindicenne sia troppo immaturo per entrare in un social, ma non per entrare in un carcere. Carceri, annunciato lo stop alle udienze dei penalisti dal 23 al 29 settembre di Patrizia Maciocchi Il Sole 24 Ore, 1 agosto 2026 L’astensione contro la violazione del diritto di difesa e il sovraffollamento, nel Lazio arrivato al record del 149%. Da inizio anno, 125 morti negli istituti. La giunta dell’Unione camere penali italiane (Ucpi) annuncia lo stop alle udienze dal 23 al 29 settembre. L’Ucpi denuncia l’assenza di risposte istituzionali sulla vicenda delle captazioni illegittime dei colloqui tra detenuti e difensori presso il carcere di Perugia “Capanne”, durata per circa sei mesi, in violazione degli articoli della Carta sulla segretezza delle comunicazioni e sul diritto di difesa, oltre che in contrasto con i principi della Convenzione europea dei diritti dell’Uomo sull’equo processo e sulla tutela della vita privata e familiare. Le ragioni dell’astensione dei penalisti - Una decisione presa “perché nonostante l’impegno assunto dal ministro della Giustizia il 4 giugno 2026 di avviare accertamenti tramite l’Ispettorato generale, a distanza di oltre due mesi non è stata fornita alcuna informazione, né dal Ministro né dal Procuratore generale di Perugia, sollecitati con ripetute richieste - si legge nella nota. Questa vicenda rientra in un più ampio quadro di arretramento delle garanzie, che include lo stallo della riforma sul sequestro di dispositivi digitali, i tentativi di ampliare l’uso delle intercettazioni, l’estensione dei poteri preventivi di polizia anche verso i minori, la proposta di modifica dell’imputabilità minorile e la persistente emergenza da sovraffollamento carcerario (139,5% di capienza reale, 33 suicidi nel 2026)”. “Sulla base di tali premesse - sottolinea l’Unione camere penali - la Giunta delibera l’astensione dalle udienze penali dal 23 al 29 settembre 2026, chiedendo al ministro della Giustizia di rendere noti gli esiti degli accertamenti sui gravissimi fatti di Perugia, sollecita governo e Parlamento a riprendere le riforme garantiste e ad affrontare l’emergenza penitenziaria, riservandosi ulteriori iniziative politico-istituzionali”. Affollamento record nel Lazio - Nella stessa giornata arriva anche un’altra denuncia: quella sull’affollamento record nelle carceri del Lazio. Nel 2025 il tasso è stato pari al 149% nel Lazio, rispetto alla media nazionale del 139 per cento. E l’ufficio del Garante ha ricevuto oltre 3.600 istanze individuali, 2.500 in più di quante ne riusciva a seguire nel 2023. Il dato emerge dalla relazione annuale del Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Lazio, Stefano Anastasìa, presentata oggi a Roma. Anastasìa, giunto alla conclusione del suo secondo mandato, ha fatto il punto sul sistema di privazione della libertà nel Lazio, tra sovraffollamento, carenze del sistema sanitario penitenziario e difficoltà di tutela dei diritti dei detenuti e illustrato il quadro di un decennio di attività (2016-2026), riflettendo sulle sfide e sui progressi compiuti nel sistema di privazione della libertà nella regione. Tra i temi trattati, Anastasìa ha approfondito la situazione delle carceri, delle Rems (residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza) e dei Cpr (centri di permanenza per i rimpatri) di Roma Ponte Galeria e Djader in Albania, dove si è recato nell’estate 2025 in visita di monitoraggio con la Garante di Roma Capitale. Il Garante ha ricordato l’urgenza di politiche di riduzione della detenzione e di potenziamento delle misure alternative, sottolineando che l’aumento dei posti nelle Rems e nelle strutture penitenziarie non risolverà i problemi di fondo se non si affrontano le cause profonde, come la mancanza di risposte sul territorio e un sistema di salute mentale troppo fragile. Anastasìa ha innanzitutto evidenziato la complessità del lavoro svolto in un contesto difficile, segnato da risorse umane limitate e crescenti responsabilità e ha sottolineato l’importanza di analizzare non solo i numeri, ma anche le pratiche quotidiane e le condizioni di vita nelle strutture di detenzione. Il Sappe: 125 morti da inizio anno, 36 suicidi - Per il Sindacato di polizia penitenziaria le carceri italiane sono diventate le peggiori del mondo. “Si muore carbonizzati in quello che dovrebbe essere il posto più sicuro, con lo Stato che ha per dovere la responsabilità della vita del detenuto. L’agghiacciante storia che viene dal carcere di Sassari, dove è morto carbonizzato un detenuto, riprova che i nostri istituti penitenziari sono diventati i peggiori del mondo, peggiori persino di quelli dei Paesi Africani e del Sud America”. A dirlo è Aldo Di Giacomo, segretario generale del Sindacato Polizia Penitenziaria sottolineando che “anche questa volta si ripeterà la situazione di silenzio assordante del Dap e del ministero alla Giustizia”. “Ciò che ci preoccupa ancor di più - aggiunge - è quella sorta di assuefazione mediatica che si è creata sull’emergenza carcere dove morti, 125 detenuti dall’inizio dell’anno di cui 36 suicidi e 89 per cause “da accertare”, persino omicidi tra detenuti, rivolte, violenze ed aggressioni quotidiane al personale penitenziario sono considerate normalità. Con l’aggravante che se un magistrato, si badi bene non uno qualsiasi ma il procuratore di Palermo Maurizio De Lucia, denuncia con coraggio e chiarezza che nelle carceri comanda la mafia, ministro e Governo, e buona parte della politica lo censura duramente tentando di metterlo alla gogna”. “Almeno noi - afferma Di Giacomo - non rinunciamo al ruolo che ci siamo dati da sempre perché di fronte alla catastrofe delle carceri una via d’uscita c’è a partire dalla rimozione dell’attuale capo del Dap Stefano De Michele per affidarne la responsabilità al procuratore di Palermo De Lucia che, solo qualche giorno fa, nell’audizione in Commissione Antimafia ha nuovamente dato prova di avere piena conoscenza della situazione e di cosa fare per superarla. Qualcuno dovrebbe rispondere di quanto accade. Per noi hanno ragione i magistrati Nicola Gratteri e Sebastiano Ardita: solo il ministro Nordio non sa o finge di non sapere che ogni settimana negli istituti penitenziari si sequestrano decine e decine di telefonini mentre strumenti per neutralizzarli e per intercettare i droni, diventati il primo mezzo di approvvigionamento ai detenuti, non sono presi in alcun modo in considerazione. Per noi invece la prima condizione per lavorare in sicurezza è riprendere il controllo delle carceri - conclude Di Giacomo - togliendolo alle mafie per ristabilire legalità e sicurezza dentro e fuori”. A Sulmona docce fuori uso da 20 giorni - Il Coordinamento nazionale di Polizia penitenziaria e Sindacato di Polizia penitenziaria denuncia una situazione di forte criticità nel carcere di Sulmona (L’Aquila), dove il caldo eccezionale di questi giorni, unito al malfunzionamento delle docce nel nuovo padiglione, starebbe rendendo particolarmente difficili le condizioni di vita dei detenuti e di lavoro del personale di polizia penitenziaria, con il rischio, in assenza di interventi, di un’emergenza sanitaria. Il penitenziario - spiega il segretario nazionale Mauro Nardella - è realizzato prevalentemente in ferro e cemento che risentirebbe in modo particolare alle alte temperature. Nel nuovo padiglione, aggiunge, le docce sarebbero inutilizzabili da circa 20 giorni, mentre l’impianto fotovoltaico non sarebbe mai entrato in funzione. “Riconoscimento facciale con l’IA, serve prudenza per non comprimere i diritti” di Gennaro Grimolizzi Il Dubbio, 1 agosto 2026 Cosimo Palumbo (Osservatorio misure di prevenzione Camere penali) lancia l’allarme sul decreto che adegua l’Italia al Regolamento Ue. Lo schema di decreto legislativo con il quale l’Italia si adeguerà al Regolamento Ue (AI Act), nella parte in cui è previsto per le forze dell’ordine l’impiego dei sistemi di Intelligenza artificiale volti al riconoscimento facciale, ha sollevato polemiche e perplessità tra i partiti, ma anche tra i giuristi. Alcuni passaggi parlamentari hanno consentito di modificare il testo in chiave più “garantista”, dopo che l’Unione europea ha espresso timori per il carattere invasivo di certi strumenti collegati all’IA richiamati nello schema del d.lgs. L’intervento è avvenuto con un parere votato nelle Commissioni Giustizia e Affari costituzionali della Camera, basato su alcuni punti proposti da Forza Italia. “Il riconoscimento facciale - ha detto il presidente dei deputati di FI, Enrico Cosa - è uno strumento investigativo fondamentale, ma deve essere accompagnato da regole che assicurino trasparenza, controllabilità, rispetto della privacy e dei diritti delle persone”. A lanciare l’allarme sulla compressione di una serie di diritti con l’utilizzo dell’algoritmo per il riconoscimento facciale è l’avvocato Cosimo Palumbo, responsabile, unitamente all’avvocato Fabrizio Costarella, dell’Osservatorio misure di prevenzione dell’Unione Camere penali. “Un sistema democratico - dice al Dubbio Palumbo - è necessariamente basato sull’equilibrio tra i poteri dello Stato. E l’autorità giudiziaria è l’unico potere che può limitare la libertà personale e garantire la tutela dei diritti di tutti i cittadini. La ripartizione di poteri è fondamentale in democrazia. I diritti, come quelli di circolazione e di proprietà, possono essere limitati solo con provvedimento della autorità giudiziaria. Quest’ultima autorizza determinate operazioni di indagine, penso alle intercettazioni, poi eseguite dagli organi di polizia, ma sempre sotto il controllo del giudice”. L’avvocato Palumbo invita a riflettere in merito alla tendenza di far prevalere la prevenzione: “Ciò che sta accadendo in questi ultimi mesi è l’affermarsi di iniziative legislative sempre più improntate a riconoscere potere autonomo di accertamenti probatori o presunti tali, tramite la raccolta di dati sensibili dalle forze di polizia, senza una preventiva autorizzazione e controllo da parte del giudice, a cui si aggiunge l’irruzione a gamba tesa dell’Intelligenza artificiale. Quello che si sta verificando è la fusione tra diritto penale e diritto di prevenzione. Forse, sarebbe più corretto parlare di un processo di sostituzione del processo penale con un’azione preventiva nella competenza esclusiva delle forze di polizia”. Nella prevenzione sempre più centrale e in tempo reale svolgono un ruolo alcuni strumenti di cui si sente parlare ancora poco. “Molti non sanno - osserva Cosimo Palumbo - che da tempo la polizia dispone di un sistema di polizia predittiva, un software denominato “Giove”, basato su un algoritmo in grado di incrociare i dati di tutte le forze dell’ordine per prevenire e reprimere i reati di maggiore impatto sociale, mediante l’osservazione di fattori critici ricorrenti e con l’applicazione di algoritmi legati all’etnia, all’orientamento sessuale, al credo religioso, alle condizioni economiche e altre caratteristiche individuali. Stante il pregiudizio selettivo che ciascuna delle condizioni reca con sé, questo sistema non pare essere un criterio affidabile sul quale poter prevedere le future azioni delle persone. Il fermo preventivo di polizia, approvato con qualche mese fa con decreto legge, prevede il controllo dell’autorità giudiziaria, peraltro del solo pubblico ministero. Tale controllo interviene successivamente all’adozione del fermo, che rappresenta una limitazione della libertà personale. La nostra Costituzione prevede che qualsiasi restrizione della libertà personale possa avvenire solo con atto motivato dell’autorità giudiziaria. In questo contesto, caratterizzato dall’uso dell’Intelligenza artificiale, si inserisce l’ultima iniziativa legislativa quale è l’approvazione di uno schema di decreto che stabilisce nuove regole per le attività di polizia, tra cui la registrazione dei dati biometrici per consentire il riconoscimento facciale a posteriori di persone che si siano recate in luoghi interessati da esigenze di ordine pubblico, come può essere una manifestazione politica ma anche lo stadio”. Ma dove vanno a finire i dati selezionati? “I dati - spiega Palumbo - a quanto pare di capire, verranno conservati negli archivi delle forze dell’ordine, senza necessità di alcuna autorizzazione preventiva da parte del giudice e senza possibilità di controllo sulla affidabilità delle informazioni raccolte. Un gigantesco archivio controllato solo dalle forze di polizia che necessariamente selezionerà chi perseguire e chi no. Siamo di fronte ad uno strumento formidabile di controllo di massa, dove un indiscriminato controllo preventivo vorrebbe impedire i reati prima che avvengano, ma che finisce per certificare una preoccupante deriva verso uno Stato di polizia. Uno Stato in cui, sull’altare della sicurezza pubblica, si finisce per sacrificare i diritti e le libertà fondamentali. Esattamente il contrario dello Stato di diritto, in cui l’accertamento di responsabilità penale si basa su certezze al di là di ogni ragionevole dubbio come prevede il codice di rito”. L’introduzione del controllo biometrico apre, dunque, le porte ad un futuro distopico, che si appresta a diventare realtà, come quello descritto in Minority report. “Nel libro capolavoro di Philip Dick - conclude l’avvocato Palumbo - squadre specializzate di polizia predittiva possono privare della libertà personale i soggetti ritenuti pericolosi sulla base di pregiudizi algoritmici e senza un processo che accerti il reato e la responsabilità al di là di ogni ragionevole dubbio, in cui il giudice non è elemento necessario. Nel film di Steven Spielberg, tratto dal libro di Philip Dick, vi è un illuminante dialogo tra Iris Hineman che ha inventato la precrimine e John Anderton, interpretato da Tom Cruise. “Un sistema giudiziario che infonde il dubbio non lo vuole nessuno, anche se è ragionevole è pur sempre un dubbio, è chiaro”, dicono. Una condizione che purtroppo pare il comune sentire di questi tempi in cui, anziché affidarsi al dubbio per superarlo, si preferisce una “rassicurante” compressione dei diritti e delle garanzie. Se questo è lo scenario verso cui stiamo consapevolmente o meno correndo, credo che vada ancora ripreso ciò che scriveva Philip Dick: “Non siamo liberi, non lo siamo mai stati, ma ora ne siamo coscienti”“. Di quel 2 agosto rimane una piazza stanca di fischiare contro le sentenze infondate di Tiziana Maiolo Il Riformista, 1 agosto 2026 Quando alle 10,25 di quel 2 agosto - di cui domani cade l’anniversario - l’orologio alla stazione di Bologna fu fermato dall’esplosione, la redazione del Manifesto a Roma si mise subito in movimento. Non erano passati che pochi minuti, era il 1980 e c’erano scarsi strumenti di comunicazione, ma la notizia arrivò velocissima, tra noi redattori c’erano diversi bolognesi, e non era un caso. Perché la novità politica di quel gruppo di intellettuali dirigenti del Pci, Rossanda, Pintor, Caprara, Magri, Natoli, Castellina, radiati dopo che avevano osato scrivere su quella rivista, che evocava Il Manifesto di Karl Marx, “Praga è sola” contro l’invasione dei carri sovietici, aveva aperto crepe profonde in quella comunità di cui l’Emilia rossa era la culla. Non fu un caso il fatto che proprio sulla cellula delle Brigate Rosse nata a Reggio Emilia e cresciuta nella cultura dei padri partigiani, nel 1978, dopo il rapimento di Aldo Moro, Rossana Rossanda avesse scritto il famoso articolo “sembra di sfogliare un vecchio album di famiglia”. E sarà Bologna, un po’ di anni dopo, con l’elezione di Giorgio Guazzaloca, a dare alla città un sindaco eletto con i voti del centrodestra. La notizia sbarcò sulla prima pagina del New York Times. Crepe sul fianco sinistro, sfarinamento dall’altra parte. La mitica comunità emiliana, sempre evocata con orgoglio dagli amministratori, non esiste da tempo, e comunque è diventata altro. Ma non manca mai all’appuntamento del 2 agosto, nel nome di una piazza che da antifascista è ormai diventata antigoverno, se a palazzo Chigi ci sono “gli altri”. E quell’Associazione dei parenti delle vittime che nel corso della storia ha aggiunto al ricordo e alla commozione un cappello politico che sa di partito angusto e chiuso, con i presidenti che si susseguono, da Torquato Secci che non c’è più, a Paolo Bolognesi che poi è andato in parlamento, fino all’attuale Paolo Lambertini, che ripetono la stessa cosa. E usano sempre, come scrisse qualche anno fa lo storico Giovanni Orsina, “la storia come una clava da dare in testa a tutta la destra degli ultimi trent’anni”. E ogni anno, ogni 2 agosto, si ripete il rituale. Solo quella volta fu diverso, per un attimo. Quel giorno, i nostri compagni redattori bolognesi (mi piace ricordare quelli che non ci sono più, il mio grande amico Stefano Bonilli e Maurizio Matteuzzi e Stefano Benni) partirono in lacrime e corsero nella loro città, dove scrissero articoli bellissimi ma aiutarono anche a cercare le persone disperse sotto le macerie, scavando a mani nude. Quel giorno Bologna fu davvero comunità. Furono tutti fratelli e sorelle e compagni, quel giorno. Ma già poco dopo, senza che nulla ancora ci avessero detto neppure le sentenze, una lapide definì senza ombra di dubbio la strage come “fascista”. Comprensibile sul piano dell’ideologia, prima ancora che su quello delle emozioni. Una specie di ottimismo della volontà, senza che la ragione facesse capolino con il suo pessimismo. Quella bomba non poteva che essere fascista, e lo possono capire, anche se solo per un attimo, coloro che, come me, sono nati e cresciuti in Emilia. Ma subito dopo bisogna che la fronte, per quanto pensosa, per quanto ferma su quell’orologio della stazione, venga solcata dall’ombra del dubbio. Così non è stato per quelle piazze che, anno dopo anno, sono restate immobili e immutabili a fischiare democristiani e socialisti, e poi Berlusconi e ministri di ogni colore. Fino a inseguire Giorgia Meloni. Tutti quelli che sono fuori da un cerchio che non è neanche magico. Non importa più chi siano i colpevoli, Francesca Mambro, Valerio Fioravanti, due ragazzini ventenni estremisti e il loro amico Luigi Civardini, neanche maggiorenne. E la vendetta postuma che tiene di nuovo in carcere Gilberto Cavallini, dopo che ha scontato 43 anni della sua vita in una cella. È stata un’inchiesta che cammin facendo ha perso la gran parte dei pezzi, insieme all’opaca attendibilità di testimonianze cui non darebbe ascolto neanche un bambino. Altro che pistola fumante! Altro che processo indiziario come quello su Calabresi o sull’omicidio di Chiara Poggi. Tutti i processi sulla strage del 2 agosto hanno una sola origine, il teorema costruito a tavolino un po’ nella federazione bolognese del Pci e un po’ in procura, sulla “strategia della tensione”, da Piazza Fontana fino a Brescia e Bologna. Sotto la supervisione, ma che fantasia, del solito Licio Gelli e il suo contorno di barbe finte. Non è un caso il fatto che, dopo dieci anni dalla strage del 2 agosto, quando la corte d’appello di Bologna aveva assolto tutti gli imputati, saranno ancora i dirigenti comunisti a scagliarsi contro gli eretici del Manifesto, cui va dato l’onore del loro garantismo di allora, tacciandoli di complicità “oggettiva” con gli autori della strage. Insieme a tutti, una cinquantina, quegli intellettuali, magistrati compresi, di sinistra che avevano costituito il Comitato “E se fossero innocenti?”. Oggi non c’è più nulla di tutto ciò, o quasi. Non esiste più Il Manifesto di Rossanda e Pintor, e neanche il garantismo di Magistratura Democratica. Resiste al contrario quella piazza stanca, forse anche di fischiare, con il pugno di mosche di sentenze fondate sul nulla. E la “soddisfazione” di aver di nuovo sbattuto in galera un uomo di 73 anni che il carcere avrà il compito di rieducare, 46 anni dopo la strage, chissà a che cosa. Lazio. Il Garante: “Affollamento record, 2.500 istanze in più rispetto al 2023” di Maurizio Perriello Corriere della Sera, 1 agosto 2026 La relazione di fine mandato di Stefano Anastasia fotografa un sistema sotto pressione: carenze sanitarie, personale insufficiente e aumento delle richieste dei detenuti. Il Garante chiede più misure alternative e risposte territoriali. Il sovraffollamento delle carceri del Lazio ha raggiunto livelli inediti. Nel 2025 il tasso di occupazione delle celle è stato del 149%, dieci punti in più rispetto alla media nazionale. Nello stesso anno, l’ufficio del Garante regionale delle persone private della libertà ha ricevuto oltre 3.600 istanze individuali, 500 in più rispetto al 2024 e ben 2.500 in più di quante riusciva a seguirne nel 2023, prima che entrassero pienamente a regime gli sportelli affidati a università e associazioni. È il quadro tracciato da Stefano Anastasia, Garante regionale giunto alla conclusione del secondo mandato. Un bilancio che ripercorre un decennio di attività dal 2016 al 2026 e descrive un sistema segnato dall’aumento delle presenze, dalle difficoltà dell’assistenza sanitaria penitenziaria e da risorse umane insufficienti rispetto alla crescita delle richieste. Una situazione allarmante già di per sé, e che potrebbe aggravarsi a causa della stagione di caldo estremo che Roma e l’intera Regione stanno vivendo. Carceri in sofferenza - Secondo la relazione, il tasso di affollamento del 149% aggrava le condizioni di vita delle persone detenute e rende più difficile garantire sicurezza e qualità del lavoro anche al personale penitenziario. Anastasia ha richiamato l’urgenza di politiche capaci di ridurre il ricorso alla detenzione e di rafforzare le misure alternative. L’aumento dei posti disponibili nelle carceri o nelle Rems, ha osservato, non sarebbe sufficiente a risolvere i problemi se non venissero affrontate anche le cause che alimentano il sistema. A partire dalla scarsità di risposte sul territorio e dalla fragilità dei servizi di salute mentale. L’aumento record delle istanze al Garante - Le oltre 3.600 istanze ricevute nel 2025 riguardano soprattutto l’assistenza sanitaria, i trasferimenti, l’accesso alle misure alternative e le condizioni della detenzione. L’incremento delle richieste testimonia, secondo il Garante, sia l’intensificazione dell’attività degli sportelli sia la crescente complessità dei problemi segnalati. Sovraffollamento, carenze di organico e condizioni di lavoro precarie contribuiscono inoltre ad aumentare il rischio di autolesionismo e suicidio, rendendo più difficile la prevenzione e la presa in carico delle persone vulnerabili. La Casa di comunità nel carcere di Rebibbia - Tra gli interventi richiamati nella relazione figura il protocollo sottoscritto per realizzare una Casa di comunità a Rebibbia, destinata a migliorare l’assistenza sanitaria all’interno del carcere. Il progetto si inserisce in un sistema che, secondo Anastasia, deve rafforzare la continuità delle cure e la capacità di rispondere ai bisogni sanitari e psicologici delle persone detenute. Le condizioni di sovraffollamento, tuttavia, continuano a rappresentare un ostacolo sia alla tutela della salute sia alla prevenzione del rischio suicidario. Le condizioni nel Cpr di Ponte Galeria - La relazione affronta anche la situazione dei Centri di permanenza per i rimpatri di Ponte Galeria, a Roma, e di Gjiader, in Albania, visitato dal Garante nell’estate del 2025 insieme alla Garante di Roma Capitale. Per i Cpr Anastasia ha segnalato le difficoltà legate alle condizioni di trattenimento, all’assenza di uno sportello dei garanti e alla sproporzione tra permanenze prolungate e bassi tassi di rimpatrio. Sassari. Appicca il fuoco e muore. Nuova “vittima” del carcere di Bancali di Costantino Cossu Il Manifesto, 1 agosto 2026 Ancora Bancali, il carcere sassarese al centro da anni di proteste e di polemiche per le condizioni critiche in cui devono vivere le persone private di libertà. Nella notte tra il 30 e il 31 luglio un detenuto di 35 anni è morto vittima di un incendio appiccato da lui stesso in una cella del reparto sanitario dell’istituto. Giuseppe Spanu ha usato un accendino per dare fuoco alle lenzuola, è svenuto per il fumo e poi, avvolto dalle fiamme, è morto carbonizzato. L’intervento degli agenti di custodia, alcuni dei quali sono rimasti intossicati dalle esalazioni, non è servito a niente. Giuseppe era una persona fragile. Soffriva di problemi psichici: nel marzo dello scorso anno, dopo una crisi, era stato ricoverato nel reparto di psichiatria dell’ospedale Santissima Annunziata di Sassari. Ed è per questo che sono gli stessi sindacati della polizia penitenziaria a chiedere che il caso non sia liquidato come un semplice incidente. La Fns, associazione sindacale degli agenti penitenziari della Cisl, ricorda di avere segnalato appena due mesi fa alla direzione dell’istituto che le persone detenute portatrici di fragilità psichiche non possono contare, nel carcere sassarese, su condizioni di vita adeguate al loro stato e di avere sollecitato misure organizzative e di vigilanza per prevenire gesti di autolesionismo e situazioni gravi di rischio. Giuseppe doveva essere detenuto in condizioni diverse da quelle nelle quali è stato costretto a Bancali. “Stando alle ricostruzioni ufficiali - commenta Irene Testa, garante per i detenuti della regione Sardegna - ci troveremmo di fronte al gesto disperato di una persona che ha voluto morire in maniera atroce. Quale situazione materiale, psicologica e sanitaria può condurre a una simile disperazione? Quante altre tragedie dovranno verificarsi prima che la tutela della dignità e della vita delle persone detenute diventi una priorità?”. “Giuseppe - dicono i familiari - lottava da tempo contro una condizione di fragilità psichica. Aveva bisogno di aiuto, di supporto adeguato. Stava scontando una pena di due anni ma sperava di poter lasciare il carcere all’inizio di luglio per essere accolto in una comunità terapeutica. Aspettava con fiducia quella decisione, che però non è arrivata”. La procura della Repubblica di Sassari ha aperto un’inchiesta. Ma intanto la morte di Giuseppe riaccende le polemiche sul carcere di Bancali. Secondo un report di Antigone la struttura, inaugurata nel luglio del 2013, potrebbe ospitare 458 detenuti in 294 celle, ma stando ai dati del ministero della Giustizia (aggiornati al marzo del 2026) ne ospita 572, di cui 92 al 41bis. In servizio ci sono 291 poliziotti penitenziari a fronte dei 342 previsti, 29 amministrativi (33 previsti) e 7 educatori (9 previsti), marcando quindi una carenza di personale in tutti i settori e un sovraffollamento di detenuti. Sempre Antigone segnala diversi eventi critici: “Nel 2025 nel carcere di Bancali sono morti due detenuti: ad aprile un uomo di 36 anni è stato trovato senza vita in cella dopo aver inalato gas da una bomboletta, mentre a giugno è deceduto un detenuto di 47 anni, forse per un caso di overdose, senza conferme definitive. Dal 2013 a oggi ci sono stati 42 tentativi di suicidio, 104 casi di autolesionismo e sono stati adottati 169 provvedimenti di isolamento disciplinare”. Sassari. I familiari del detenuto morto: “Era disperato, ora vogliamo la verità” di Emanuele Floris L’Unione Sarda, 1 agosto 2026 Poche ore dopo era prevista la visita della madre: “Sperava di uscire a luglio, la domanda era stata rigettata. A maggio gli hanno lanciato olio bollente addosso”. “Vogliamo sapere cosa è successo”. I familiari del 35enne morto ieri notte a Bancali per le conseguenze di un incendio in cella chiedono che si faccia chiarezza su quanto accaduto al loro congiunto nella Casa circondariale. Vittoria, una delle zie, afferma: “Era in un’area protetta. Come è potuto succedere tutto questo?”. La tragedia è avvenuta per giunta a distanza di poche ore dall’arrivo della madre dell’uomo in carcere, dove gli avrebbe consegnato dei capi di vestiario che aveva chiesto. E le domande, a questo punto, si affollano. “Sperava di uscire a luglio ma l’istanza di revoca della misura, presentata dalla legale Tania Decortes, è stata rigettata”. “Era a Bancali da diversi mesi e diceva che non ce la faceva più - ricorda la zia - e che non aveva fatto nulla di grave”. A maggio, poi, al 35enne un altro detenuto aveva lanciato dell’olio bollente addosso, procurandogli delle ustioni. “Non le dico in che condizioni lo abbiamo trovato”, ricorda piangendo la familiare, lamentando che avevano saputo dell’episodio solo attraverso l’avvocata. Le difficoltà vissute dall’uomo cominciano diversi anni fa, tra fragilità personali e dipendenze. “Era un gigante buono, un bravissimo operaio specializzato. Ma certe volte, purtroppo, si trasformava. Abbiamo provato a stargli vicino in tanti modi ed era stato in due comunità”. Dal dolore emerge anche l’impotenza delle famiglie alle prese con contesti simili. “Solo chi vive queste situazioni può capire cosa si passa. Bisogna essere aiutati dalle istituzioni. Noi speravamo che lo si mandasse in una struttura ma non è successo”. Il 35enne però, fino a pochi giorni fa, è apparso sereno e tranquillo e la sua fine improvvisa appare così ancora più insensata. Sarà un’inchiesta, di cui è titolare la pm Camilla Battaglini, a fare luce sulla vicenda. Sassari. Testa: “Sui social violenza verbale allarmante. Non si rispetta neppure il dolore” di Pietro Lavena sardegnalive.net, 1 agosto 2026 La Garante dei detenuti sarda critica la violenza di alcuni utenti social e sottolinea l’importanza di difendere i diritti, anche di chi ha sbagliato, nel rispetto della Costituzione. Ha commosso l’opinione pubblica la vicenda del 36enne di Nulvi morto carbonizzato nei giorni scorsi in una cella del carcere di Bancali, a Sassari. L’uomo, in cura da tempo nel reparto Sai della struttura detentiva, si sarebbe barricato in stanza, ostruendo l’ingresso prima di dare fuoco alle suppellettili e al letto. Così avrebbe perso la vita. Tanti i commenti di cordoglio e solidarietà comparsi sui social, ma tanti anche gli interventi che la garante dei detenuti sarda Irene Testa definisce “di una violenza inaudita”. “Ho letto messaggi di una violenza verbale sconcertante - osserva Irene Testa intervistata da Sardegna Live - a fronte della drammatica fine di un ragazzo morto carbonizzato, che si è dato fuoco perché stava male e aveva dei disagi importanti per i quali, probabilmente, non doveva neanche essere curato dentro un carcere”. “Tra l’altro, il giovane si trovava in cella per aver commesso reati di poco conto e dovuti al suo stesso disagio. Due sono le cose: o si tratta di analfabetismo funzionale e la gente non legge neanche i contenuti che vengono condivisi, o altrimenti io trovo atroce che ci sia una parte della società che davvero è priva di cultura giuridica, non sa che cos’è il diritto, non capisce che anche chi ha sbagliato deve vivere secondo costituzione, sui principi dello stato di diritto”. “Non si comprende o non si vuole comprendere - ancora Testa - che una garante non sta difendendo il delinquente, ma sta difendendo il diritto. Quello che mi addolora maggiormente, però, è che si offende la memoria di un ragazzo di 35 anni, senza rispetto per la sofferenza di una famiglia afflitta da una vicenda che può toccare a chiunque, perché non c’è chi è più buono e chi è più cattivo di un altro, chi è meglio, chi è peggio. C’è che la vita a volte ti riserva delle situazioni difficili da affrontare”. “Un ragazzo così potrebbe essere il figlio, il fratello o l’amico di tutti e certe volte sarebbe meglio tacere. Quando si parla di carceri in generale il dilagare di commenti assurdi è dovuto a una mancanza di strumenti evidente. Lì bisognerebbe fare tutto un lavoro informativo e culturale molto lungo, perché in tanti hanno responsabilità se una parte della società non comprende. Ma quando si tratta di un caso del genere, dove i titoli dei giornali sono sembrati abbastanza chiari, “Morto carbonizzato in cella”, certi commenti sono dovuti a pura cattiveria”. “A questo punto ritengo davvero che ci dovrebbe essere una regolamentazione differente dei social. Io arrivo da un partito - il Partito Radicale, ndr - e da una radio dove Marco Pannella creò Radio Parolaccia, proprio perché su alcune iniziative arrivarono tante di quelle parolacce che Marco anziché tagliarle le mandava in onda, ed è una scelta che io oggi comprendo. Nel senso che tantissime persone mi dicono: “Ma perché non denunci?”, per certi messaggi che ricevo potrei fare tante di quelle querele. Ma nonostante tutto mi ostino a pubblicare, a scrivere, a raccontare e anche a rispondere ai commenti quando è il caso, perché spero che possa servire”. Irene testa era stata in visita a Bancali proprio pochi giorni prima della tragedia, analizzando i disagi legati alle alte temperature e alle condizioni di salute complicate di alcuni detenuti, ma aggiungendo anche di aver trovato “alcune sezioni migliorate rispetto al passato”. “Ho visto un direttore - aveva raccontato -, una vicedirettrice e tutto il personale lavorare con professionalità, umanità e dedizione in mezzo a un mare di disperazione. Cercano ogni giorno di tenere insieme sicurezza, dignità e speranza in condizioni spesso estremamente difficili”. “C’è anche questo elemento da considerare - aggiunge intervistata da Sardegna Live -. Il personale vive male, in tensione, sovraccarico di lavoro. Sono esauriti nelle forze e psicologicamente, fisicamente, vivono nelle sezioni col caldo atroce, sentono le urla, sentono la gente che sta male, sentono i blindi che sbattono, l’acqua che viene buttata da una parte all’altra, gli agenti di polizia penitenziaria assistono i detenuti come fossero psichiatri, si occupano di acquistare per loro le medicine che non sono fornite dal sistema sanitario, donano loro tabacco e vestiario. Io le vedo queste cose, per questo apprezzo il lavoro che viene fatto all’interno delle carceri e so quanta difficoltà c’è proprio perché non hanno mezzi né risorse economiche. Vedo e denuncio il malessere di chi sta dentro una cella, ma vedo e denuncio anche il malessere di chi sorveglia quelle celle, di chi lavora dentro quei luoghi”. Roma. “Siamo senza mezzi, a rischio i diritti dei detenuti” di Roberto Monteforte Non Tutti Sanno, 1 agosto 2026 La denuncia della Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Roma, Marina Finiti. Il magistrato e il Tribunale di Sorveglianza sono guardati con rispetto e timore dalla popolazione detenuta. è loro la competenza sulla richiesta di benefici e istanze, la concessione o il rigetto di un permesso premio. Insomma, magistrati e Tribunale di Sorveglianza hanno nelle loro mani molto della vita della persona reclusa. Con un compito delicato: sovraintendono all’esecuzione penale, tutelando sia i diritti della persona reclusa, che l’esigenza di sicurezza della collettività. Le loro competenze sono aumentate in questi anni. Ma non hanno avuto né mezzi e né personale. In tempi dove tutto è digitalizzato, sono ancora al fascicolo cartaceo del detenuto. Un vero paradosso, soprattutto di fronte all’emergenza carceri e al dramma del sovraffollamento. Per quello di Roma la situazione è ancora più grave. Lo sanno bene i detenuti e i loro avvocati che hanno presentato istanze, anche urgenti, con tempi di attesa indefiniti. Questo finisce per ledere non solo la credibilità professionale di un avvocato, ma mette in discussione tutto il sistema giustizia. Per denunciare questa situazione lo scorso 25 giugno si è tenuta la Marcia per la Giustizia che ha avuto come protagonista oltre alle Camere Penali di Roma e nazionali, la presidente del Tribunale di Sorveglianza di Roma, la dott.ssa Marina Finiti a nome del suo ufficio. Perché senza mezzi e personale adeguati non è possibile tutelare i diritti delle persone detenute e il loro reinserimento nella società, così come prescrive l’art. 27 della Costituzione. Ci riceve nel suo ufficio. La scrivania con una pila di fascicoli da esaminare e lei turbata da una grande preoccupazione, la situazione nelle carceri con il caldo terribile di questi giorni, la sofferenza dei detenuti e le possibili proteste. Presidente Finiti, grazie per averci dedicato il suo tempo. Un presidente di Tribunale di Sorveglianza che marcia con i rappresentanti dell’Avvocatura per avere dal Ministero mezzi e risorse indispensabili per assolvere ai suoi compiti, è una notizia. Ci aiuta a capire la specificità del Tribunale che presiede? La magistratura di sorveglianza è quella che interviene dopo l’irrevocabilità della condanna penale, sovrintende alla sua esecuzione e concede le misure alternative qualora ne ricorrano i presupposti. Perché, ricordiamolo, l’articolo 27 della Costituzione parla di pene e non di pena. La condanna penale, infatti, non va eseguita solo in carcere, a fronte delle 64.700 persone detenute in carcere, ne abbiamo praticamente il doppio, ben 130 mila in esecuzione di misure alternative. Va chiarito che se l’esecuzione penale limita la libertà personale dell’individuo, non la cancella. Vi è un residuo spazio di libertà personale che resta al condannato e che può essere utilizzata sia all’interno degli istituti penitenziari che all’esterno, visto che è prevista la possibilità di avere accesso ai benefici penitenziari. Con il procedere dell’esecuzione penale questa limitazione della libertà personale, gradualmente si riduce, mentre si amplia lo spazio di libertà all’esterno con la concessione di benefici, sino all’accesso alle misure alternative. Che prevedono spazi di libertà più o meno ampli, con prescrizioni da rispettare, ma, cosa importane, generalmente nel proprio nucleo familiare. Si dà applicazione all’articolo 27 della Costituzione, che indica chiaramente come finalità della pena sia il reinserimento nella società del condannato che resta un cittadino titolare dei suoi diritti fondamentali… Sono diritti che permangono inalterati anche nel condannato, salvo una porzione della libertà personale che necessariamente viene limitata, ma non annullata. Lo ribadiscono chiaramente sentenze della Corte Costituzionale, della Cassazione e della Corte Europea per i diritti dell’uomo. In particolare, resta inalterata la titolarità del diritto alla salute sia per il detenuto italiano che per l’extracomunitario. Tocca un nervo scoperto. Sono tantissime le segnalazioni di visite mediche saltate per mancanza della scorta della polizia penitenziaria. Ma così il diritto alla cura non resta solo sulla carta? Negli ultimi due anni abbiamo visto ridursi notevolmente il diritto alla salute, visto che sono saltate giornalmente il 60-70 % delle visite programmate. La ragione è sempre quella della mancata disponibilità del personale della polizia penitenziaria di scorta. Saltano anche visite importanti, come quelle oncologiche o di altre patologie gravi che necessitano di monitoraggio o diagnosi preventiva o costante. Questo è pericoloso e inaccettabile, tanto più che abbiamo una popolazione carceraria mediamente anziana, quindi con patologie che aumentano nel numero e in intensità. Allora, cosa fare? Intanto realizzare le Case della salute all’interno degli istituti penitenziari. Dal maggio 2024 a Regina Coeli vi è un centro clinico di altissimo livello con due sale operatorie e altri servizi all’avanguardia. A quanto si apprende la Regione Lazio, il Dap e la Asl Roma2 hanno siglato un accordo per costituire una Casa della Comunità all’interno del Plesso di Rebibbia. Dovrebbe disporre di medici generici e specialistici in grado di rispondere adeguatamente alle esigenze di cura e alla formulazione tempestiva di diagnosi per la popolazione detenuta. Sarebbe una soluzione importante, perché si ridurrebbe moltissimo il problema delle scorte e delle visite che saltano. Stiamo parlando di diritti delle persone detenute. Ma con il sovraffollamento delle nostre carceri, oggettivamente è difficile parlare di diritti e dignità della persona reclusa… L’ho constatato personalmente. Giro spesso negli istituti di pena del distretto di Roma e del Lazio e ho incontrato anche situazioni critiche, anche rivolte, come in passato a Regina Coeli. Sono intervenuta personalmente perché sono convinta che sia compito del magistrato di sorveglianza avere un contatto diretto con il condannato, anche in queste circostanze. Che sia suo compito ascoltare le ragioni delle proteste che a volte hanno motivi fondati. Dopo questi incontri le proteste spesso rientrano. Ascoltare e responsabilizzare il condannato fa parte dei nostri compiti. L’esecuzione della pena deve diventare un’opportunità per persone che abbiamo il compito di recuperare effettivamente alla società. In questo modo non solo diamo attuazione all’articolo 27 della Costituzione, ma possiamo anche abbattere il pericolo di recidiva. Questo va nell’interesse di tutta la collettività. Serve anche un’osmosi, una sinergia tra la collettività libera che opera all’esterno e gli istituti di pena. Dobbiamo fare in modo che le imprese entrino negli istituti di pena e offrano opportunità di lavoro, un’offerta d’istruzione di ogni ordine e grado o una possibilità di qualificazione professionale, perché questo fa la differenza. Non teme per la sua sicurezza? Vado nei penitenziari in piena tranquillità. Sento di avere conquistato il rispetto della popolazione detenuta, perché riconosce il mio impegno e quello dei miei colleghi, a garanzia dei loro diritti, soprattutto i diritti umani. Vedo che il contatto diretto con il magistrato è auspicato anche dai detenuti e ritengo che rappresenti un vero “collante” del sistema. Non dimentichiamoci che ci troviamo di fronte a situazioni dove spesso i diritti umani vengono violati e che il sovraffollamento è in antitesi con il trattamento che è alla base della rieducazione e dell’articolo 27 della Costituzione. Qual è la prerogativa del giudice di prossimità? Se il giudice di cognizione deve ricostruire un fatto, quindi guarda al passato, accerta il reato e con la sentenza formalmente si “libera” del “fascicolo”, il magistrato di sorveglianza continua ad avere rapporti costanti con il detenuto e con chi sconta una misura esterna. Non si disinteressa mai del suo percorso di vita, mantiene un rapporto di prossimità perché la sua è una valutazione prognostica: non deve ricostruire o valutare il passato, ma guardare al dopo. Avendo chiaro che il reato non è la persona e che è su questa che bisogna lavorare sia gli operatori penitenziari, che la società civile, per favorirne il reinserimento e farne un soggetto che aderisce a valori socialmente condivisi. Il vostro è un compito impegnativo e delicato. Ma servono i mezzi che però non avete… Il percorso penale è uno e la Magistratura di sorveglianza ne gestisce l’ultimo tratto, quello dell’esecuzione. Per questo è grave che il Pnnr abbia escluso da tutte le implementazioni umane e strumentali proprio la Sorveglianza. Il legislatore e il ministero di Giustizia ci hanno abbandonato a noi stessi per tanto tempo, pur avendo consapevolezza della condizione drammatica in cui operavamo in tutta Italia, non solo a Roma. Siamo sempre stati considerati la Cenerentola delle Cenerentole. E questo è un grave vulnus del sistema giustizia. Presidente, vediamole queste criticità… Intanto grazie al Pnnr si sono accelerati i tempi del processo penale, riducendo l’arretrato. Sono tutte sentenze che sono passate sui nostri tavoli, senza che sia arrivato alcun sostegno in mezzi e risorse. In tutta Italia siamo 258 giudici di sorveglianza a fronte di 64.700 persone detenute, 130 mila in esecuzione esterna e circa 100 mila “liberi sospesi”, persone con condanna inferiore ai quattro anni che da almeno quattro anni dalla condanna aspettano di sapere se avranno pene alternative o la detenzione in carcere. Non sarà migliore la situazione al Tribunale di Sorveglianza di Roma? Dal mio arrivo al Tribunale di Sorveglianza di Roma nel febbraio del 2024 ho visto più pensionamenti, trasferimenti e abbandoni che nuovi ingressi. Abbiamo una pianta organica del personale amministrativo ferma agli anni 80, con un aumento di sole due unità. Al momento mancano 22 unità amministrative sulle 77 previste. Abbiamo solo 2 cancellieri su 14 e 3 direttori amministrativi sui 6 che dovremmo avere. Mentre aumentano le nostre competenze con gli effetti della riforma Cartabia con l’introduzione della giustizia riparativa e la possibilità del giudice della cognizione di irrorare pene alternative. Lo sa che siamo costretti ad andare avanti con i fascicoli cartacei? Per il Distretto di Roma che comprende anche le altre province del Lazio, siamo complessivamente 21 magistrati che, oltre al lavoro ordinario e allo smaltimento di quello arretrato, devono gestire 45 mila sopravvenienze l’anno, quindi circa 2.000 pratiche a testa, oltre l’arretrato che riusciamo ad intaccare in minima parte”. È paradossale, oggi che tutto è informatizzato…. Quando sono arrivata alla Sorveglianza, ho provato ad introdurre il “fascicolo elettronico del detenuto”. Non è stato possibile. Eppure, sarebbe indispensabile visto che gestiamo il condannato per decenni. Abbiamo anche la competenza esclusiva su collaboratori di giustizia sottoposti a programmi di protezione in tutta Italia e sui reclami dei detenuti al 41 bis contro i decreti del Ministero. Se rivendico con orgoglio, anche a nome dei colleghi, la nostra funzione di presidio ineludibile per la tutela dei diritti umani dei detenuti, devo pure denunciare le gravi difficoltà dei nostri uffici. Un problema che riguarda tutti i Tribunali di sorveglianza e che ha spinto i loro Presidenti a scrivere una lettera aperta al Presidente della Repubblica e al ministro Nordio chiedendo attenzione nell’assegnazione del personale. Continuando così siamo nell’impossibilità di lavorare. È su questa emergenza che nasce il fronte comune con le Camere Penali di Roma? È necessaria una corresponsabilizzazione di tutti i soggetti coinvolti. Per questo è stato davvero importante quanto è avvenuto lo scorso 25 giugno con la Marcia per la Giustizia. Ho visto finalmente magistratura e avvocatura marciare assieme dal Tribunale di Sorveglianza di Roma sino alla sede del Ministero della Giustizia a via Arenula. Vi erano tutti i rappresentanti dell’Avvocatura a partire dall’Unione delle Camere Penali ed anche il garante regionale del Lazio dei detenuti, prof Stefano Anastasia che ringrazio per la costante attenzione. È stato un momento molto entusiasmante per me e per gli avvocati. Vedremo se qualche risposta arriverà. Intanto dobbiamo lavorare tutti per un unico fine: per una giustizia che sia degna di questo nome. La mia preoccupazione è che possa saltare il sistema penale. Anche per questo ciascuno si assumi le proprie responsabilità. Non ci possono essere Cenerentole, visto che il destino della giustizia è comune. Viterbo. Carcere di Mammagialla, la Repubblica degli ultimi di Pietro Giordano lafune.eu, 1 agosto 2026 Dentro il carcere si incontrano due Italie diverse ma ugualmente periferiche: detenuti spesso poveri, immigrati, tossicodipendenti o piccoli criminali, e agenti che non di rado arrivano dal Mezzogiorno, chiamati a governare ogni giorno le contraddizioni che lo Stato non riesce a risolvere fuori. Dentro Mammagialla si incontrano due mondi che fuori difficilmente si guardano davvero, da una parte ci sono detenuti che arrivano spesso dalle periferie sociali, dall’immigrazione, dalle dipendenze, dal piccolo spaccio, da vite fragili o segnate da errori pesanti, dall’altra ci sono agenti della Polizia penitenziaria che non di rado vengono dal Mezzogiorno, hanno lasciato famiglia e origine, hanno vinto un concorso pubblico e trovato nello Stato quella stabilità che i territori dai quali provengono spesso non riuscivano a garantire. E’ un’immagine persino disturbante, ma racconta molto dell Italia, gli ultimi che custodiscono gli ultimi, pur nella radicale differenza dei ruoli, perché l agente rappresenta la legge mentre il detenuto e privato della libertà perché condannato o sottoposto a un provvedimento dell’autorità giudiziaria, uno possiede le chiavi e l’altro no, ma entrambi finiscono per vivere ogni giorno dentro lo stesso luogo, respirando la stessa tensione e pagando, ciascuno in maniera diversa, le insufficienze di un sistema che pretende sicurezza senza sempre creare le condizioni necessarie per costruirla davvero. Per molti giovani meridionali la divisa e stata per decenni una delle poche strade sicure per costruire un futuro, Sicilia, Calabria, Campania e Puglia hanno alimentato generazioni di poliziotti, carabinieri, militari e agenti penitenziari trasferiti verso il Centro e il Nord, dietro tante divise ci sono quindi storie di migrazione interna, genitori lontani, viaggi per tornare a casa, figli cresciuti in un’altra regione e la speranza, spesso durata anni, di ottenere prima o poi un trasferimento. Dall’altra parte della porta può esserci un immigrato marocchino, tunisino, albanese o nigeriano, oppure un ragazzo italiano finito nello spaccio o nella microcriminalità, e naturalmente non sono storie equivalenti, sarebbe assurdo presentarle come tali, perché una persona ha scelto un mestiere al servizio dello Stato mentre l altra si trova lì perché accusata o riconosciuta colpevole di un reato, tuttavia entrambe raccontano, da lati completamente diversi, una geografia delle opportunità profondamente diseguale. Può così accadere che un giovane partito dalla Calabria perché non trovava lavoro si ritrovi a custodire un giovane arrivato dal Nord Africa che non e riuscito a trovare un proprio posto nella società italiana ed e finito nell’economia illegale, uno ha incontrato nello Stato una possibilità, l’altro ne è rimasto ai margini, e le loro vite finiscono per incrociarsi davanti a una porta blindata che diventa quasi il simbolo di due destini diversi ma prodotti dallo stesso Paese. Il problema comincia quando questa relazione viene trasformata in una contrapposizione permanente, da un lato i detenuti e dall’altro gli agenti, quasi fossero due eserciti schierati uno contro l’altro, mentre un carcere funziona proprio quando non diventa un campo di battaglia, quando l’agente può esercitare autorità senza essere costretto a vivere ogni turno come una trincea e il detenuto sa che le regole sono ferme ma non arbitrarie. L’autorità vera, del resto, non è quella che urla più forte ma quella che riesce a governare, un carcere nel quale lo Stato e realmente presente e un luogo dove il detenuto violento non può imporre la propria legge a quello più debole, dove un agente non viene lasciato solo davanti a una situazione ingestibile, dove la disciplina non dipende dalla paura e dove la relazione quotidiana non viene sostituita soltanto dalle chiavi, dalle sbarre e dall’ordine impartito. E forse questa la contraddizione più grande di Mammagialla, lo Stato affida a uomini e donne spesso provenienti dalle proprie periferie sociali il compito di gestire altri uomini provenienti da periferie diverse e troppo spesso interviene soltanto quando quel rapporto si rompe, quando avviene un aggressione si scoprono gli agenti, quando c e una rivolta si scoprono i detenuti, nel frattempo entrambi continuano a vivere dietro lo stesso muro, dentro un equilibrio fragile che nessuno vede finché non salta. Forse sarebbe il momento di accorgersi che la qualità del carcere si misura anche dalla capacità di impedire che questi due mondi siano costretti a diventare nemici. Palermo. Allarme su Ucciardone e Malaspina: “Troppi diritti negati” La Sicilia, 1 agosto 2026 Un clima di forte tensione, condizioni strutturali difficili e una situazione che rischia di compromettere diritti e dignità dei detenuti. È quanto denunciato dagli europarlamentari Leoluca Orlando e Giuseppe Lupo al termine della visita ispettiva effettuata al carcere Ucciardone, accompagnati dall’avvocato Dario Zimmardi e dal garante comunale dei detenuti Pino Apprendi. “Nonostante l’impegno della polizia penitenziaria e la presenza di tanti detenuti estranei alle logiche mafiose - ha detto Orlando - restano forti infiltrazioni delle cosche, come già denunciato dal procuratore capo di Palermo Maurizio De Lucia”. L’ex sindaco di Palermo ha parlato di “grave mortificazione dei diritti” e ha annunciato la possibilità di portare la questione all’attenzione del Parlamento europeo. Al centro delle denunce anche la nona sezione, definita ormai “invivibile” e per la quale viene chiesta da tempo la chiusura definitiva. “La struttura borbonica dell’Ucciardone non potrà mai essere adeguata per chi deve scontare una pena definitiva - ha affermato Apprendi - servono risposte che garantiscano dignità e percorsi di recupero, come previsto dalla Costituzione”. Problemi anche all’istituto penale per minorenni Malaspina, visitato dalle deputate del Pd Giovanna Iacono, Valentina Chinnici e Cleo Li Calzi. Le parlamentari hanno denunciato carenze di personale della polizia penitenziaria e difficoltà nella gestione dei turni, oltre al deterioramento di spazi destinati alla socialità e al recupero dei giovani detenuti. Tra i casi segnalati anche la piscina interna, chiusa per una perdita d’acqua e mai ripristinata. Secondo le esponenti dem, le condizioni riscontrate mostrano i limiti di una politica centrata solo sulla repressione e richiedono invece investimenti in strutture, personale e percorsi rieducativi. Vicenza. Carcere e caldo estremo: sovraffollamento e disagio psichico aggravano l’emergenza di Andrea Frison vocedeiberici.it, 1 agosto 2026 A quarant’anni dall’inaugurazione della casa circondariale “Del Papa” di Vicenza, il sovraffollamento, le ondate di calore e l’elevata incidenza di disturbi psichiatrici mettono in evidenza le criticità della struttura. Il medico responsabile della salute dei detenuti e la presidente della cooperativa Tangram chiedono una maggiore attenzione da parte del territorio. A quarant’anni dall’inaugurazione, avvenuta nel 1986, la casa circondariale “Del Papa” di Vicenza continua a fare i conti con molte delle criticità che caratterizzano il sistema penitenziario italiano. La struttura, progettata per ospitare circa 276 persone, accoglie oggi 356 detenuti, con un sovraffollamento che rende ancora più difficili le condizioni di vita durante le sempre più frequenti ondate di calore. Le ore d’aria vengono trascorse nelle ore più calde della giornata su un piazzale asfaltato, mentre gli ambienti interni sono privi di climatizzazione. La struttura in cemento accumula rapidamente il calore, rendendo particolarmente pesante la permanenza nelle celle. Il medico: “Le ondate di calore aumentano i fattori di rischio” - “La struttura presenta diversi fattori di rischio durante le ondate di calore. La presenza di ventilatori permette di mitigare la situazione, ma le condizioni dei detenuti con queste temperature sono pesanti”, spiega Stefano Tolio, medico dell’Ulss 8 Berica e responsabile della salute all’interno del carcere di Vicenza. Le sue parole arrivano dopo la visita compiuta il 14 luglio da una delegazione composta da rappresentanti delle istituzioni, della società civile e della Diocesi di Vicenza, nell’ambito della giornata nazionale promossa per richiamare l’attenzione sulle condizioni delle carceri italiane e sul valore dell’articolo 27 della Costituzione, secondo cui “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Per Tolio il tema riguarda non solo ciò che accade all’interno delle mura del carcere, ma anche il rapporto con il territorio. “Tutto il lavoro che cerchiamo di fare qui dentro viene vanificato se, una volta scontata la pena, il detenuto esce e non trova un percorso di accompagnamento. Possiamo anche decidere di non interessarcene, ma quella persona continuerà a vivere in mezzo a noi. Il disagio psichico non accompagnato e non curato può generare costi molto più alti per tutta la società.” Il nodo della salute mentale - Tra le criticità più rilevanti emerge quella del disagio psichico. Secondo i dati illustrati dal medico, l’88% dei detenuti è in terapia farmacologica, mentre circa un terzo presenta problematiche di natura psichiatrica. “Non si tratta soltanto di tossicodipendenza”, precisa Tolio. “L’assunzione irregolare di farmaci è molto diffusa già prima dell’ingresso in carcere. Molte persone arrivano senza aver seguito percorsi sanitari regolari e scoprono che qui ogni terapia richiede una prescrizione medica. Questo genera spesso tensioni e conflitti.” Secondo il responsabile sanitario, però, è anche il contesto detentivo ad alimentare il problema. “Il carcere rafforza la dipendenza. Il farmaco non rappresenta più soltanto una cura, ma diventa uno strumento per affrontare le condizioni della detenzione.” Circa la metà dei farmaci prescritti sono psicofarmaci utilizzati per trattare ansia, insonnia, depressione e stati di agitazione. In alcuni casi diventano anche una vera e propria moneta di scambio tra detenuti. “Abbiamo situazioni in cui il farmaco viene polverizzato e sniffato oppure detenuti che fingono di assumerlo senza deglutirlo. Noi però siamo personale sanitario, non personale di polizia penitenziaria. Dobbiamo mantenere un equilibrio delicato tra le esigenze di sicurezza e la relazione di fiducia che deve esistere tra medico e paziente.” Barbara Balbi: “Il carcere è lo specchio della nostra società” Alla visita del 14 luglio ha preso parte anche Barbara Balbi, presidente della cooperativa sociale Tangram. “Le possibilità sono due: gettare la chiave e considerare il carcere come un mondo parallelo oppure accettare il fatto che il carcere è lo specchio della nostra società.” Attualmente nella casa circondariale di Vicenza sono presenti 356 detenuti. Circa 250 partecipano ad attività lavorative, percorsi di formazione professionale, studio, laboratori e attività ricreative. Gli stranieri sono 162, appartenenti a 33 nazionalità, in prevalenza provenienti dal Nord Africa. Spazi insufficienti e pochi mediatori culturali - Secondo Balbi, le criticità riguardano anche gli spazi e il personale. “Gli ambienti comuni risultano poco adatti allo svolgimento delle attività quotidiane e permane un problema di organico. I mediatori culturali sono soltanto due. Recentemente è stato incarcerato un uomo di nazionalità cinese con il quale nessuno riusciva a comunicare. Fortunatamente è stato possibile coinvolgere un suo connazionale già detenuto.” “Il territorio deve entrare in carcere” - Per la presidente di Tangram, la visita ha avuto soprattutto un valore simbolico. “Abbiamo portato il territorio dentro il carcere. È fondamentale mantenere alta l’attenzione su questa realtà. Dall’esterno si percepisce soltanto una parte di ciò che accade. Il carcere è un mondo fatto di spazi, tempi, attese e regole proprie.” Tra le necessità più urgenti individua alcuni interventi concreti. “Servirebbero alberature nel cortile, per offrire un po’ di ombra durante l’estate, e una maggiore disponibilità delle imprese del territorio ad accogliere le persone detenute che possono lavorare. Il reinserimento comincia già durante la detenzione e coinvolge tutta la comunità.” Padova. Stanza dell’amore al carcere Due Palazzi, 9 mesi dopo ecco la prima gravidanza di Luca Preziusi Il Gazzettino, 1 agosto 2026 Il padre è un uomo giovane, destinato a una pena di lunghezza media. Da alcune settimane il tempo per lui ha un orizzonte diverso e un motivo in più per rimettersi sulla retta via una volta uscito. È uno dei motivi per cui sono nate: dare speranza e una nuova vita. La rivoluzione sessuale (e affettiva) in carcere annunciata da Il Gazzettino nell’ottobre scorso pare funzionare, tant’è che in questi giorni al Due Palazzi ha bussato la cicogna. C’è infatti la prima coppia in attesa grazie alle stanze dell’amore all’interno del penitenziario. Da poco più di nove mesi, il carcere si fa da parte per due ore, permettendo ai detenuti di ritrovare le proprie mogli o compagne. Lì, in un perimetro protetto e sottratto agli sguardi, l’intimità ritrova un pezzo di calore domestico. Dopo una partenza in sordina, anche per l’imbarazzo delle donne, un po’ alla volta le prenotazioni sono aumentate fino a far registrare il sold out. E in una di quelle che la burocrazia chiama “stanze dell’affettività”, quella speranza è diventata reale, contribuendo a concepire un figlio proprio nel cuore del Due Palazzi. Tra pochi mesi un fiocco, rosa o azzurro che sia, colorerà quindi il grigio della detenzione. Il padre è un uomo giovane, destinato a una pena di lunghezza media. Da alcune settimane il tempo per lui ha un orizzonte diverso e un motivo in più per rimettersi sulla retta via una volta uscito. La notizia ha portato un po’ di luce tra i corridoi del carcere di Padova, commuovendo chi ha lottato anni per questo diritto, regalando un sorriso persino a chi, tra agenti e dirigenti della Penitenziaria, è tragicamente abituato a contare solo le ombre del carcere, il sovraffollamento e tutto quello che comporta un luogo di privazione di libertà. Come del resto per i reclusi. Il parto avverrà entro l’inizio del 2027, ma per ora tutti preferiscono mantenere un po’ di riserbo sia per tutelare la famiglia, sia per scongiurare eventuali problematiche durante l’attesa. Tutto è cominciato a ottobre dello scorso anno, anche se le prime proposte di realizzazione risalgono alla prima metà degli anni Duemila. Molte associazioni che lavorano con i reclusi avevano lanciato l’idea alla luce di una pronuncia della Consulta. Un diritto da sempre negato, che Padova ora concede assieme a pochissime altre realtà carcerarie, rifacendosi alla sentenza della Corte Costituzionale che ha dichiarato illegittimo il divieto all’affettività e alla sessualità in carcere. Una decisione che ha di fatto bocciato la parte della legge 26 del luglio 1975 con cui si vietano ai detenuti colloqui con il coniuge (ma anche parte dell’unione civile o la persona con cui vive stabilmente) senza il controllo a vista del personale di custodia. A dettare le regole era stata proprio la Corte Costituzionale, che si era pronunciata così: “Si svolgano in unità abitative appositamente attrezzate all’interno degli istituti, organizzate per consentire la preparazione e la consumazione di pasti e riprodurre, per quanto possibile, un ambiente di tipo domestico. È comunque necessario che sia assicurata la riservatezza del locale di svolgimento dell’incontro, il quale, per consentire una piena manifestazione dell’affettività, deve essere sottratto non solo all’osservazione interna da parte del personale di custodia, ma anche allo sguardo degli altri detenuti”. Colloqui intimi vietati ai detenuti al 41 bis, sorvegliati speciali e per reati di violenza di genere. L’ultima parola prima di entrare nella stanza spetta comunque sempre al magistrato di sorveglianza. Da quel momento, quindi, a Padova si sono mosse le associazioni, soprattutto “Ristretti Orizzonti” delle sorelle Ornella e Rossella Favero, per avviare da subito una sperimentazione. Si è partiti con quattro mesi di “prova”, serviti un po’ alla volta anche per avvicinarsi senza titubanze al “servizio”. Sperimentazione poi prorogata dalla direttrice Maria Gabriella Lusi a febbraio, con la predisposizione di una stanza vicina all’area dei colloqui, con quattro turni da due ore l’uno. Una decisione che nel tempo ha convinto anche chi si era opposto, a partire dai sindacati di polizia penitenziaria che temevano per l’incolumità e il rischio di introduzione facile di droga, telefoni, messaggi dall’esterno o addirittura armi. Invece presto entrerà una culla e sarà tanto simbolica. Il peso e il potere delle parole che si concretizzano in progetti. Intervista a Camilla Costanzo di Filomena Cataldo toscanalibri.it, 1 agosto 2026 “Se sei stato fortunato, hai il dovere di restituire, di dare indietro a chi lo è stato meno di te. Io ho scelto il carcere e ho deciso di concentrarmi su una cosa sola, per non disperdere energie”. Nel marzo del 2025 ho avuto il piacere di moderare la presentazione a Siena del libro “Tempo al Tempo” (Mondadori) di Camilla Costanzo, una persona cordiale, energica, colta. La conversazione intorno al romanzo - che sembra essere una scacchiera umana, in cui esistono l’io e il noi - segue un ritmo dinamico e piacevole. La struttura narrativa è suddivisa in tre tempi e ogni storia è riflesso della successiva; così i personaggi descritti da Camilla Costanzo, complessi nella loro umanità disarmante, sono restituiti al tempo con il peso e la leggerezza delle loro scelte, dei loro drammi e piccole grandi vittorie. Lutto, maternità, abbandono, scelte sbagliate e voglia di riscatto, fra i temi di interesse sociale, oltre che umano, presenti nel testo. Il mio rapporto con Camilla Costanzo non si esaurisce con la presentazione del libro, ma continua in una serie di eventi organizzati sia a Siena che a Rapolano Terme: incontri con i giovani e dialoghi sui libri, la lettura, l’impegno nel portare avanti progetti e iniziative. Camilla Costanzo è donna tenace, propositiva, professionale, con una bella sensibilità: è giornalista, scrittrice e sceneggiatrice, figlia di Maurizio Costanzo, una delle voci e dei volti più noti del giornalismo e della televisione italiana e della giornalista e scrittrice Flaminia Morandi. Molto riservata sulla propria vita privata e sulla famiglia, marito e due figli, lontana da quello che oggi sembra essere il palcoscenico virtuale del quotidiano. Impegnata soprattutto a portare avanti con serietà e disciplina il proprio lavoro e i progetti, tra cui quello dell’Associazione Maurizio Costanzo, di cui è presidente e che vede coinvolta la realtà delle carceri. Partiamo proprio dall’Associazione, divenuta motore propulsore del suo impegno quotidiano e dall’attività all’interno delle carceri. Come nasce questo progetto e qual è la sua mission, legata principalmente al Premio Maurizio Costanzo nelle Carceri? L’Associazione Maurizio Costanzo nasce con l’obiettivo di mantenere viva la memoria di papà, e abbiamo scelto di farlo unendo due sue grandi passioni: una era il teatro e l’altra l’attenzione per gli ultimi e i diritti civili. Nel 1985 dal CR di Brescia fece una puntata del Costanzo Show. La prima volta che le telecamere entravano in un carcere. All’epoca c’erano gli stessi problemi che abbiamo oggi con le carceri, ma essendo passati tanti anni, possiamo dire che invece che migliorare, le cose sono decisamente peggiorate. Con l’Associazione ci occupiamo principalmente di Teatro in carcere e la nostra missione è quella di dare luce e valore all’attività del teatro in carcere, che è stato provato essere una delle attività che più aiuta nel recupero del detenuto. Faccio dei numeri, tanto per rendere più chiara la situazione: la recidiva una volta usciti dal carcere è dell’80%, che scende al 6% quando i detenuti frequentano un laboratorio teatrale. La cultura può essere considerata una forma di evasione positiva. Io ci credo. Che ruolo gioca, secondo lei, la scrittura o anche la lettura per una persona privata della libertà? La scrittura, la lettura e il teatro in carcere sono fondamentali. Mimmo Sorrentino, un regista teatrale che lavora molto con le carceri e le comunità di recupero, dice che per entrare nei panni di un personaggio, è necessario prima conoscere se stessi. Questo viaggio di conoscenza porta la persona detenuta a ripercorrere la propria storia e, facendolo, riconosce gli sbagli, gli inciampi e spesso a una vera presa di coscienza di quello che si era e che non si vuole più essere. La scrittura e la lettura hanno lo stesso effetto. È comunque un viaggio di conoscenza, un modo per guardarsi allo specchio. Il carcere, la detenzione, sono esperienze complesse e che cambiano la percezione di sé stessi e della realtà. Sono molte le storie, tante di riscatto; tuttavia c’è sempre un forte pregiudizio da abbattere. La società tende a giudicare, esprimere considerazioni e sentenze (la comunicazione social ha ingigantito questo aspetto) molte volte frettolosamente. Cosa vorrebbe che si comprendesse del mondo dietro le sbarre? Le persone detenute sono persone che hanno commesso degli errori, ma sono persone e come tali devono essere trattate. L’articolo 27 della Costituzione prevede che il carcere non debba essere solo punitivo ma anche riabilitativo, cosa che purtroppo è sempre meno vera. In carcere ci sono persone, e continuo ad usare questo termine per far capire che dietro le sbarre si dovrebbero avere gli stessi diritti e doveri delle persone fuori. Mentre oggi le carceri sono diventati dei contenitori vuoti in cui buttare dentro le persone e dimenticarsene. Quello che vorrei far capire è che tutti possiamo sbagliare e che una società sana dovrebbe avere tutto l’interesse a rendere le carceri luoghi di vero recupero e riabilitazione. Persone che una volta fuori possano accedere al mondo del lavoro e avere davvero la possibilità di ricostruirsi una vita. Lei è una giornalista e scrittrice, registrare storie e coglierne anche il lato emozionale, è un aspetto importante del suo lavoro, ma anche della sua predisposizione naturale all’ascolto. Voglio ricordare il suo romanzo “Ero cosa loro. L’amore di una madre può sconfiggere la mafia (Mondadori), scritto insieme a Giusy Vitale, e ispirato alla sua vera storia di donna che si ribella ad un sistema e diviene collaboratrice di giustizia. Ecco, c’è un incontro o una testimonianza in carcere che le è rimasta particolarmente impressa e che, in qualche modo, ha la forza evocativa per riassumere il senso di questo suo impegno? E che, magari, potrebbe (vorrebbe) raccontare? Grazie al Premio Teatrale Maurizio Costanzo nelle carceri mi capita di assistere a spettacoli scritti e interpretati da detenuti, ma mi sono data la regola di non conoscere mai le pene delle persone che incontro. Proprio perché voglio vedere la persona e non il reato che ha commesso. Quindi non conosco la storia di nessuno. Posso dire però che di recente ho assistito a uno spettacolo in un carcere di alta sicurezza (reati legati alla mafia) e mi ha colpito molto l’interpretazione di un detenuto in particolare. Alla fine dello spettacolo l’ho avvicinato e mi ha confidato che lui, grazie al laboratorio teatrale, ha deciso di laurearsi e adesso sta scrivendo una tesi su Eduardo De Filippo. È proprio questo che intendo quando dico che il teatro può salvare delle vite. Si comincia per passare il tempo in un posto dove il tempo non passa mai e si finisce per prendere una laurea. Se non è un miracolo questo! La parola è uno strumento importante, ha grande potere ed è per questo motivo che bisogna farne buon uso, sia essa parola scritta che parola parlata. Il valore terapeutico ed educativo della parola è educazione alla bellezza. Secondo lei, in un’epoca così veloce, prevalentemente visiva e tuttologa, la scrittura e la lettura profonda hanno ancora un potere rivoluzionario? Educativo? Sociale? Penso che mai oggi la parola scritta e la lettura siano importanti. Penso anche che per affrontare le trasformazioni del nostro mondo le materie umanistiche siano la chiave. Che senso ha conoscere il business e il marketing se non si conosce l’uomo? Studiare la letteratura serve proprio a questo, a conoscere l’umanità e senza questa conoscenza, non vedo futuro. Non è un caso che gli inventori dei social e dell’Intelligenza Artificiale mandano i propri figli in scuole esclusive dove non si usano schermi e si punta tutto sulla lettura e sulla scrittura. Cosa sanno che non ci dicono? Se oggi un ragazzo sceglie di studiare la Filosofia o le Lettere, non rischia affatto di rimanere indietro rispetto ai coetanei, anzi, probabilmente avrà più strumenti per affrontare i cambiamenti della società, che sono diventati velocissimi. Lei è stata ospite nelle scuole per presentare del suo ultimo romanzo “Tempo al Tempo” (Mondadori) e dell’attenzione alla fragilità umana e sociale. Ha avuto così anche modo di parlare della realtà nelle carceri. Che cosa le hanno restituito i giovani? Che impressione le ha fatto questa generazione così spesso additata come distante e poco partecipe? Che messaggio si sente di lasciare loro? I giovani non fanno altro che imitare quello che vedono fare agli adulti. Sono gli adulti i primi a passare tanto tempo davanti a uno smartphone. Sono gli adulti, che ci governano e che fanno le guerre. In una società sempre più anziana, i giovani sono spinti verso l’imitazione, quando il ruolo della loro età dovrebbe essere quello di sovvertire, non imitare. Inoltre penso che siano le prime vittime di un sistema che non hanno creato loro. Sulle loro spalle poggia l’economia, a loro è diretta la pubblicità. Fin da piccoli vengono cresciuti come consumatori e poi ci stupiamo se, quando non hanno più nulla da consumare, si drogano o diventano violenti. I giovani, proprio in quanto tali, non hanno colpe. Ma fa molto più comodo accusarli, invece che mettersi in discussione e capire dove noi abbiamo sbagliato. Non ho un messaggio per i giovani, ma per gli adulti: mettiamoci in discussione noi per primi. Non servono pene più severe o nuove carceri, ma adulti consapevoli che siano davvero in grado di indicare ai ragazzi la strada giusta. L’essere figlia di Maurizio Costanzo, una figura iconica per milioni di italiani e non solo, porta con sé un’esperienza di crescita, di responsabilità e di dovere di memoria. Tuttavia, Maurizio Costanzo era prima di tutto suo padre. Ed allora, nel quotidiano, come ha influenzato il suo sguardo sul mondo? Dal punto di vista della memoria e della responsabilità che ne consegue, invece, come sente di custodire e far evolvere il suo interesse per gli ultimi, la sua curiosità verso le persone e quell’ascolto che ha saputo dare voce a storie di ogni genere? Papà era una persona molto curiosa. Era un bravo giornalista perché sapeva ascoltare ed era sinceramente interessato all’altro. Di cose da lui ne ho imparate tante, ma questa è una delle più importanti. Se sei stato fortunato, hai il dovere di restituire, di dare indietro a chi lo è stato meno di te. Io ho scelto il carcere e ho deciso di concentrarmi su una cosa sola, per non disperdere energie. C’è tanto da fare e il nostro lavoro non è che una goccia nell’oceano. Sono certa che papà ne sarebbe felicissimo. Quali sono i suoi progetti futuri sia legati all’Associazione sia alla scrittura? Sto preparando la terza edizione del Premio che si terrà il 20 maggio 2027 al Teatro Parioli Costanzo e sto scrivendo il prossimo libro. Dove possono seguirla i nostri lettori, canali social e/o siti web? Ho la pagina Instagram dell’Associazione Maurizio Costanzo e stiamo preparando il sito web. Vorrei che diventasse un punto di riferimento per tutte le associazioni che portano il teatro in carcere. Per l’ultimo saluto a don Mazzi i canti e le voci del “suoi” ragazzi di Viviana Daloiso Avvenire, 1 agosto 2026 Con Exodus è stato tra i primi a tendere la mano ai tossicodipendenti, trasformando il Parco Lambro di Milano in un luogo di rinascita. L’infanzia difficile, la “scuola dei preti”, la vocazione, il volto mediatico. I funerali lunedì a Sant’Ambrogio a Milano. Sarà la Basilica di Sant’Ambrogio, nel cuore di Milano, a ospitare lunedì 3 agosto alle 15 l’ultimo saluto a don Antonio Mazzi, il sacerdote che ha dedicato la vita ai ragazzi più fragili fondando la comunità Exodus. Non una cerimonia solenne nel senso tradizionale, ma una liturgia “viva”, come l’ha voluta la Fondazione da lui creata: saranno i canti, la musica e soprattutto le voci dei ragazzi e degli educatori arrivati dalle comunità d’Italia e del mondo ad accompagnare il congedo da uno dei grandi protagonisti del cattolicesimo sociale italiano. Prima delle esequie, oggi, la camera ardente allestita nella storica sede di Exodus alla Cascina Molino Torrette, nel Parco Lambro, dove tutto è cominciato e dove don Mazzi ha scelto di vivere fino all’ultimo: sarà aperta a tutti, “senza formalismi, proprio come piaceva a lui”, dalle 17 alle 20 e domenica 2 agosto dalle 9 alle 12 e dalle 17 alle 20. La tumulazione avverrà invece in forma strettamente privata all’Abbazia di Maguzzano, nel Bresciano, nel cimitero dell’Opera don Giovanni Calabria. Il telefono ha continuato a squillare fino alla fine, nella storica sede di Exodus al Parco Lambro di Milano, sotto le grandi travi di legno che reggono il soffitto. Lì, nel luogo che per decenni è stato una delle frontiere del disagio giovanile italiano, don Antonio Mazzi s’è spento oggi pomeriggio all’età di 96 anni, circondato dalla sua grande, immensa famiglia. Ormai da tempo non ci arrivano più i ragazzi dell’eroina, quelli che negli anni Ottanta la dipendenza e la strada consumavano nell’impotenza generale e che il sacerdote veronese - solo, insieme agli altri “preti di frontiera” che in quegli anni sceglievano la prima linea delle periferie umane e geografiche del nostro Paese - raccoglieva e provava a salvare. A chiedere aiuto per figli fragili come cristalli, scavati dal disagio mentale, dall’anoressia, dal male di vivere, dalle dipendenze da azzardo e social network, ci sono sempre più spesso i banchieri, i politici, le madri disperate, le famiglie smarrite. Lui, il don, li ascoltava tutti dalla sua grande scrivania e continuava a fare ciò che aveva fatto per tutta la vita: incontrare le persone prima ancora che i loro problemi. Ridurre la sua storia a quella del prete che ha combattuto la droga sarebbe ingiusto. La tossicodipendenza è stata la grande emergenza dentro cui il nome di don Antonio Mazzi è diventato familiare a milioni di italiani, ma il centro della sua vocazione è sempre stato un altro: la convinzione che nessun ragazzo si salvi senza qualcuno che lo riconosca, lo accompagni e gli restituisca fiducia. Quella convinzione era nata molto prima di Exodus, molto prima di Milano. A Verona per l’esattezza, dove Antonio Mazzi viene al mondo il 30 novembre del 1929. Il padre muore quando lui ha appena tredici mesi ed è un’assenza destinata a segnare tutta la sua esistenza: anni dopo scriverà che proprio quel vuoto gli fece comprendere la sua vocazione più profonda, “essere padre per altri”. Il sacerdozio, senza quella paternità, gli sarebbe sembrato soltanto “tonaca, turibolo, sacrestia e fervorini”. Da ragazzo, d’altronde, Antonio non assomiglia affatto all’immagine del seminarista modello: è inquieto, ribelle, insofferente alle regole, viene persino bocciato per cattiva condotta. Cresce nella povertà, attraversa la guerra, sperimenta la fatica di vivere solo con la madre. Sono i semi di quello che gli avrebbe consentito, più tardi, di capire a pelle i ragazzi che tutti gli altri giudicavano irrecuperabili: “Io, se non fossi diventato sacerdote, sarei stato uno di voi” ripeteva spesso, a volte scherzando, a volte col volto corrucciato, attraversato da chissà quali ricordi. L’incontro con l’opera di san Giovanni Calabria (che frequenta più per necessità che per devozione) e poi con i giovani travolti dall’alluvione del Polesine è decisivo: anche in quei ragazzi, che lui s’era offerto di accompagnare come educatore, riconosce qualcosa di sé. Da allora la sua strada non cambia più: stare dalla parte degli ultimi, soprattutto quando gli ultimi sono giovani. Quando negli anni Settanta l’eroina invade le città italiane, don Mazzi è tra i primissimi a comprendere che non basta reprimere né compatire: occorre costruire luoghi in cui ricominciare. Nasce così Exodus, destinata a diventare una delle esperienze educative e sociali più significative del Paese. Dimenticate il modello di comunità terapeutica che conosciamo oggi: Exodus è da subito una casa (lo spazio viene ricavato in una vecchia cascina), poi una cooperativa che offre percorsi di lavoro, poi un luogo di educazione e di formazione da cui fioriranno negli anni i progetti internazionali e i centri giovanili che allargheranno all’Italia e al mondo la missione originaria. Il cuore pulsante dell’opera è e resta un luogo simbolo, il Parco Lambro: lì dove Milano ha conosciuto gli anni più duri della droga don Antonio costruisce il suo presidio educativo permanente. Che per lui è un rifugio, un laboratorio, spesso anche un grido nei confronti di una città e di un Paese che la droga, e i “drogati”, non vuole vederli. Figurarsi aiutarli. Il don non si accontenta. Negli anni diventa anche un volto popolare della televisione, un autore prolifico (lunghissima la sua collaborazione con Avvenire), un interlocutore ascoltato da politica e istituzioni. Ma in ogni contesto continua a diffidare delle formule e delle ricette precostituite, preferendo la relazione personale: “Spengo il cervello e accendo il cuore” diceva spiegando il modo in cui avvicinava i ragazzi, che subito lo amavano. E quando tra quei ragazzi passavano anche i protagonisti delle pagine più oscure della cronaca italiana, per lui era lo stesso. Da Erika De Nardo a Pietro Maso, da Renato Vallanzasca a Fabrizio Corona, don Mazzi sceglieva sempre di vedere prima la persona del personaggio, il ragazzo dell’assassino, l’uomo del detenuto. Con il passare degli anni il suo sguardo è cambiato insieme ai giovani: don Mazzi ha compreso prima (e meglio) di molti altri che la nuova emergenza non coincide più soltanto con le dipendenze. I ragazzi che bussano a Exodus, come a tutte le comunità - lo dicevamo all’inizio - sono spesso figli di famiglie benestanti, non necessariamente segnati dalla droga, ma da un senso di vuoto, di inutilità, di mancanza di futuro. “Un drogato prima o poi lo convinci a non drogarsi più” osservava spesso, “più difficile è curare questa nuova povertà di speranza”. Per questo il sacerdote ha anche immaginato una trasformazione radicale della stessa Exodus: non più strutture chiuse, più centri di aggregazione, più presenza nei territori, più educazione preventiva. “Bisogna arrivare prima”, ripeteva ai suoi, non aspettare che il disagio esploda. Il suo impegno, che ha attraversato oltre mezzo secolo di storia italiana, lascia un segno e tanti frutti: migliaia di ragazzi accolti, decine di comunità e una presenza educativa che continua ben oltre la figura del fondatore. Ma soprattutto uno sguardo: quello di un sacerdote che non ha mai separato la fede dall’incontro concreto con le persone e che ha fatto della misericordia una pratica quotidiana. Mancherà come l’aria. Don Antonio Mazzi, che sfidava i violenti e i potenti senza coraggio di Andrea Galli Corriere della Sera, 1 agosto 2026 “Arrivato al Parco Lambro avevo paura, ma sono rimasto. Mi chiamano “pazzo”, è una virtù”. Nel 1979 fu don Verzé a volerlo a Milano, da allora il lavoro di don Antonio Mazzi è stato enorme. L’unico cruccio: “Questa salute che mi costringe a fare i tagliandi in ospedale”. Gli giravano assai spesso le balle - come da precisa sua scelta lessicale, attenzione -, e ancor più le faceva girare. Quel prefetto lì non ha energia, sentenziava, e quel sindaco oh signur!, s’arrabbiava, e la borghesia di Milano quant’è egoista, ma egoista per davvero ripeteva, quella borghesia stessa poi, afflitta dai sensi di colpa, che incrementava le donazioni staccando assegni, e la chiesa, un disastro la chiesa, sbuffava, e i preti, lasciamoli perdere i preti che fan danni, e gli insegnanti non ne parliamo, ma dove l’hanno messa la passione, domandava invero sapendo la risposta, e poi le madri e i padri, s’addolorava, che ci sono ma non ci sono, si comportano come fossero loro i figli, genitori mosci, viziati, lamentosi, elencava, ma in ogni modo, al principio e alla fine, una cosa soltanto mandava in bestia per davvero don Antonio Mazzi: “Questa salute qui che mi costringe a dei tagliandi in ospedale e a starmene fermo a casa”, e per casa s’intenda la comunità, ripeteva con la voce tuonante ormai di piuma nei tempi ultimi suoi e anche nostri, tipi così segnano epoche e lasciano solchi sull’asfalto, mica tracce su di una piccola zolla in campi di periferia. Uno da avanguardia. A suo modo dunque un futurista. Andar veloce, veder prima. Senza spocchia però. Quando arrivò al parco Lambro, ecco, se la fece sotto. Voleva scappare. Come si dice: accettare le proprie paure. Più o meno. Intanto, per cominciare, a Milano lo volle don Luigi Maria Verzé, il fondatore del mondo San Raffaele. Era il 1979. Gli domandammo: don Verzé la convinse, come fece a farla capitolare? “Capitolare... Sarei rimasto volentieri in Veneto. Sul serio. Più e più volte, la sera, mi dicevo: “Domattina sarò a Verona, basta!”. Però don Verzé insisteva, insisteva, insisteva... Aveva costruito centri d’aggregazione per un migliaio di ragazze e ragazzi, una roba enorme, tirata su dal niente. I suoi impegni aumentarono, mi lasciò in eredità alcuni di quei centri”. Anche la città lasciò a don Mazzi delle eredità in serie. Per strada gli puntarono un coltello alla gola per rapinarlo, se si girava a sinistra vedeva ventenni assetati di terrorismo, se si girava a destra vedeva ventenni assetati di terrorismo, intanto l’eroina diveniva epidemia, al parco Lambro giacevano insieme gli agonizzanti e i morti, quelli che blaterano della Milano devastata dal crimine, prigioniera della delinquenza specie migratoria, punto primo, già che ci siamo, se ne fregano dell’epocale disastro che s’ambienta nei boschi lombardi delle bande di spacciatori, e punto secondo ignorano cosa (ci) fosse allora: città violenta e sanguinaria, brutta, brutale, sfasciata, gonfia di rabbia, ai limiti dell’ingestibile eppure gestita da politici anziché politicanti e poveri burattini. Con quel parco Lambro che restava simbolo, epicentro, base: droga cioé soldi, quindi ricchezze illecite pertanto faide, la devastazione sociale e antropologica, il tema del crimine. Ora, di balordi veri, delle bestiacce, don Mazzi ne ha avuti; li ha anche gestiti, ma il verbo non gli piaceva, o meglio provocava in lui un colossale giramento di balle, tanto per cambiare registro. Tra il periodo dell’infanzia e quello dell’adolescenza, dovendo scegliere, per dire, mai c’è stata partita: meglio l’adolescenza, inquieta, incazzosa. “Sono stato così, io, ribelle nel senso totale, se c’era una regola facevo in modo di aggirarla, consapevole che ci avrei smenato”. Don Chisciotte/don Mazzi? No, no: piuttosto, un orfano di papà. “Morì di malattia, avevo tredici mesi. È evidente che non avrei mai fatto quello che sto facendo se questo vuoto così forte non si fosse imposto come l’esigenza radicale, intensa, d’essere padre”. Questa spinta a costruire una famiglia, una comunità, una spinta all’aggregazione, a uno svolgimento della tragicomica commedia umana basata su plurimi attori. E maggior casino c’era, meglio si stava. Un po’ di sano bordello, dai. Gli piacevano gli sport tutti a cominciare dal pallone (l’Inter), siccome nulla si faceva mancare adorava qualunque figlio di Dio ricavando soddisfazione dai birbantelli, dai briganti, dai sofferenti; l’accusavano di protagonismo e mitomania acuta, se ne fregava altamente, qualsiasi mezzo, lecito ovvio, andava esplorato pur di avere un ritorno (pubblicità, denaro, amicizie, adesioni) per le proprie comunità. Ha scritto molto, ha studiato il teatro, s’è trovato in sintonia profonda con un Papa - Bergoglio, naturale, si son somigliati, via - non concepiva l’esistenza della vacanza pur non disdegnando le camminate montane, e per quanto riguarda il mare, tra barca a vela oppure a motore potete immaginare la preferenza, netta e mai in discussione; telefonava a generali, direttori ed editori di giornali, capi della Rai, un legame profondissimo con Renato Zero; don Antonio Mazzi nacque nella stalla d’una cascina, del resto faceva meno freddo lì che altrove, era fine novembre; gli domandammo un giorno quale fosse il miglior complimento e rispose: “Pazzo”, quindi attaccò a ricordare Alda Merini e quella sua anima dolce, geniale, e folle, folle. “L’eresia di Exodus ha salvato una generazione di giovani” di Matteo Soro Corriere della Sera, 1 agosto 2026 Vittorino Andreoli, lo psichiatra amico di don Mazzi- Classe ‘40, psichiatra e scrittore era legato a don Mazzi da mezzo secolo di amicizia: “Era uno che con i ragazzi era un ragazzo, anche a 96 anni. Ti raccontava di quand’era giovane e volevi ascoltarlo fino in fondo”. “Quelli come lui sono i folli di Dio, i matti di Dio… Persone grandi… I media si occupano tanto dei ricchi: bisogna raccontare la vera ricchezza!”. Al telefono c’è il professor Vittorino Andreoli, classe ‘40, psichiatra e scrittore. Due “veronesi de soca”, lui e don Mazzi. Legati da mezzo secolo di amicizia. Compresa l’“eresia” di Exodus. Andreoli, un ricordo dell’amico don Mazzi? “Vede, il legame con don Antonio dura probabilmente da cinquant’anni. Io quando incontro qualcuno, per difetto professionale, cerco di farne una lettura di personalità. E quindi in lui ho potuto vedere un uomo straordinario, un grande uomo prima che un grande prete, prima che un grande santo”. Cosa rende un uomo grande, Andreoli? “Quando un uomo è grande può fare quello che vuole, il prete, il medico, tutto… perché pesca nell’umano e nei limiti di cui ciascuno di noi è fatto”. Perché don Mazzi era un grande uomo? “Perché viveva per gli altri. Lui era un esempio di cosa vuol dire l’umiltà. Umiltà deriva da humus, significa essere la terra, ch’è l’opposto della modestia. Il modesto, ch’io fatico a tollerare, è quello che avverte di essere importante ma si abbassa per potersi mettere al livello degli altri. Don Antonio era terra, la dimostrazione di come l’umiltà sia la forza per aiutare. E la sua era la forza della fragilità, un tema che io amo molto”. Cosa intende per “forza della fragilità”? “Intendo il contare niente. Perché se si ha questa percezione di sé, si può arrivare a sconvolgere il mondo. Grazie a quella percezione, il potere lo si distrugge”. Come riassumerebbe quanto fatto da don Mazzi per i giovani? “Era uno che con i ragazzi era un ragazzo, anche a 96 anni. Ti raccontava di quand’era giovane lui, ch’era un “bastardino”, e volevi ascoltarlo fino in fondo. Così quando uno dei quei ragazzi gli si sedeva davanti, arrivava a percepire come un altro mondo. Vederlo nell’ultimo periodo, così timoroso di non farcela… non so bene come spiegarlo… eppure giusto alcuni mesi fa avevamo fatto una conferenza insieme per il 40esimo anniversario di Exodus. Lei lo sa com’è nato Exodus?”. È una storia che in tanti ascolterebbero mille volte senza mai stancarsene… “Erano i tempi, 40 anni fa, in cui la tossicodipendenza distruggeva i ragazzi. All’epoca morivano nei cessi, scusi la parolaccia, ma è per indicare il luogo dove si nascondevano. Era un perdersi, la droga. E allora ecco i centri, il metadone… E lui, don Mazzi, cos’è andato a pensare?”. I caravan… “Ha preso dei caravan e ha detto: io questi ragazzi li carico su e li mando in giro per l’Italia, così si distaccheranno dall’ambiente e dovranno fermarsi dove c’è qualcuno da aiutare. Pensi che roba. Lui, anziché vedere ragazzi a pezzi, ha visto ragazzi che potevano aiutare gli altri”. Alla base della prima Carovana Exodus c’è l’aneddoto della telefonata con il presidente della Regione Lombardia… “Un giorno don Antonio mi dice: attento che ti telefona il presidente della Regione Lombardia, ti chiederà un parere, tu devi dire che sei d’accordo. Io gli risposi: senti, adesso ti ho ascoltato, poi quando ci vediamo ti prenderò in cura….”. E la telefonata arrivò… “Sì, pochi minuti dopo. Era l’allora presidente della Regione Lombardia che mi diceva: senta, abbiamo sentito don Mazzi, ci ha parlato di un progetto sui tossicodipendenti, noi saremmo disposti a sostenerlo ma ci chiediamo se c’è una dimensione scientifica”. E lei cosa rispose? “Gli dissi: è un’idea meravigliosa. Non sapevo nemmeno di cosa si trattasse. Poco dopo diedero a don Mazzi il supporto per iniziare”. Qual è il suo primo pensiero, Andreoli, ora che don Mazzi non c’è più? “Senta, io gli volevo molto bene. Spero che questa sua opera continui. E spero soprattutto che su di lui sia posto un segno, perché altrimenti se lo dimenticano. Lo scriva anche lei: parliamo di un figlio di Don Calabria. Questi sono i folli di Dio, i matti di Dio! Sono le persone, grandi, che quando hanno dei soldi li danno ai poveri. I media si occupano tanto dei ricchi: dite chi sono i veri ricchi…”. Migranti. Valditara: “Studenti stranieri, corsi di lingua italiana per i loro genitori” di Gianna Fregonara Corriere della Sera, 1 agosto 2026 La proposta del ministro dell’Istruzione e del Merito: “Una grande assise per parlare di integrazione. Burqa vietato e chi non manda le figlie a scuola va in galera”. “Organizzerò una grande assise a novembre per discutere dell’integrazione dei ragazzi stranieri, invitando esponenti delle forze politiche, sindacati, docenti, esperti, consulte degli studenti. Lì presenteremo la nostra visione e le misure già avviate in nome di un’Italia che sappia accogliere nel rispetto dell’identità e dei valori del nostro Paese. Sarà anche l’occasione per definire ulteriori interventi”. Così il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara risponde alla proposta che Ernesto Galli della Loggia, tra l’altro componente della commissione per le indicazioni nazionali nominata dal ministero, ha lanciato sul Corriere. Qualche idea ce l’avrà già... “Intanto sono per l’integrazione e non per l’inclusione. Faccio un esempio: se permettiamo che una ragazza venga a scuola con il burqa, la includiamo accettando principi in contrasto con la Costituzione, come la discriminazione uomo-donna, ma non la integriamo. Accettiamo che sia una non-persona, le impediamo di socializzare. Inclusione è accettare chiunque a prescindere da come vive. Integrazione vuol dire inserire la persona in un sistema di regole condivise, che rispecchiano la Costituzione”. Galli della Loggia segnala un problema con gli studenti islamici. È d’accordo? “Il tema è la condivisione dei nostri valori anche per chi viene da culture distanti”. Quindi divieto di burqa? “Presenterò un emendamento al ddl Sicurezza per vietare il burqa a scuola. Prevederemo anche corsi di italiano per i genitori stranieri per evitare che uno studente disimpari a casa quanto appreso in classe”. La questione del burqa è delicata: i genitori potrebbero tenere le figlie a casa o, peggio, rimandarle in patria... “Le figlie non possono restare chiuse in casa perché, col decreto Caivano, è prevista per i genitori la reclusione fino a 2 anni. Potremmo pensare anche di revocare il permesso di soggiorno a chi non manda i figli a scuola. Sull’immigrazione ci vuole concretezza, non demagogia e urla”. Chi urla? “Futuro nazionale per esempio. C’è un’immigrazione vantaggiosa per il Paese, ed è quella regolare. E c’è l’immigrazione clandestina che va contrastata: il governo ha fatto un lavoro eccellente e gli sbarchi sono crollati. Lavoriamo per accelerare i rimpatri dei minori non accompagnati entrati illegalmente”. Gli studenti stranieri in Italia - ma ai fini scolastici sarebbe meglio parlare di studenti che non parlano l’italiano a casa - sono poco più del 10 per cento. Perché ritiene che siano un problema così importante? “Ci sono regioni come Lombardia dove alla primaria il 22 per cento dei ragazzi non ha cittadinanza italiana, in Emilia Romagna la percentuale sale al 24. Al contrario in Campania la presenza è al 5,2, come in Puglia, e in Sardegna addirittura al 3,9. Alle medie e alle superiori le percentuali scendono, perché si tratta di un fenomeno che sta crescendo. Per quanto riguarda gli abbandoni, i dati migliorano: nel ‘22 erano il 30,1 per cento tra gli stranieri, ora sono al 26,2 e dovrebbero scendere ancora. E poi c’è il tema delle competenze: in terza media tra gli esiti di matematica di un ragazzo italiano e di uno straniero ci sono trenta punti di differenza, da 204 a 173”. Ocse-Pisa misura questi dati al netto della situazione economico sociale della famiglia perché si ritiene che ci sia un tema anche di povertà... “Queste sono rilevazioni Invalsi. In italiano il gap alla fine delle medie è anche maggiore: 158,9 contro 201,3. Mentre in inglese gli stranieri sono in media più bravi”. E infatti, come dice l’Invalsi, c’è un problema di didattica dell’italiano per gli studenti con diversi background. Già dalle elementari... “Abbiamo avviato alcuni interventi strategici: con Agenda Nord investiamo nelle scuole delle periferie dei centri urbani, coinvolgendo anche i genitori; abbiamo investito 13 milioni di euro per i corsi pomeridiani; poi il piano estate; il tutor per personalizzare la didattica. Per l’italiano per stranieri abbiamo specializzato 1.000 docenti”. Non sono un po’ pochi? Le classi sono trecentomila... “Il numero è stato stabilito sulla base delle classi che hanno più del 20 per cento di alunni stranieri neoarrivati. La presenza delle comunità straniere è concentrata soprattutto nelle periferie di Milano, Torino, Mestre e Genova. E poi nelle zone rurali della Lombardia e dell’Emilia-Romagna. Qui non si riesce a rispettare il limite del 30 per cento di stranieri nelle classi. Intendiamo rivedere le disposizioni per rendere concretamente possibile ripartire gli studenti anche nelle scuole di prossimità e non superare il limite del 30%. Il problema dipende anche dalle politiche residenziali degli enti locali: devono scoraggiare quartieri ghetto. Possiamo spostare uno studente in una scuola vicina, non mandarlo a studiare a chilometri di distanza”. Almeno alla fine del percorso non si potrebbe dare il passaporto a questi studenti, lo ius scholae? “La cittadinanza si può ottenere dopo 10 anni di presenza regolare. È il percorso della scuola dell’obbligo”. Migranti. Meloni anti Vannacci: sospende Schengen con la Spagna e rilancia il modello Albania di Carmelo Caruso Il Foglio, 1 agosto 2026 Chiuse le frontiere per un mese, ma la premier avvisa: “Pronti ad aiutare Madrid”. Le tensioni con il governo iberico e il timore per gli effetti sul turismo. In una nota di FdI l’attacco alla sinistra “modello porte aperte”. La gara con Futuro Nazionale. La schiuma della terra sbarca a Ceuta e Vannacci resta a mollo con le pinne. Dice la destra: “Siamo invasi”, e lui pesca pesci palla. Meloni e Piantedosi chiudono le frontiere, sospendono Schengen (per un mese), Salvini twitta come un invasato, e perfino Tajani annuncia che vuole spezzare le reni alla Spagna. La più grande crisi umanitaria europea, oltre cinquantamila migranti sbarcati a Ceuta, è il cocomero elettorale. Le immagini, i migranti a nuoto, convincono Meloni che serve “agire subito” per dimostrare il fallimento delle “porte aperte”. È uno spot formidabile per il suo “modello Albania”, contestato, un modo per togliere il passaporto a Vannacci, il bagnino in mutandoni. La destra regola i conti. Tajani li regola con il governo spagnolo perché, scrive, lo sbarco di cinquantamila disperati si deve “alla scelta del governo spagnolo di dare la cittadinanza a oltre 500 mila migranti”. In pratica, dopo il Safe, apre una crisi diplomatica con il jamón. Il più sobrio resta Piantedosi che non vuole spaventare né spagnoli né italiani (Meloni a sera: “Pronti ad aiutare la Spagna”). Sospendere Schengen significa controlli alla frontiera con la Francia. Al ministro degli Interni ricordano che i controlli saranno mirati: non riguarderanno i cittadini spagnoli (per non frenare il turismo) ma solo i cittadini dei paesi terzi (useremo il riconoscimento facciale?). E’ stato sospeso Schengen perfino la scorsa settimana in Val di Susa, e come dice Franco Gabrielli al Foglio: “Sappiamo come è andata a finire. Mi sembra una polemica che, come al solito, attiene più alla propaganda”. Solo che la sinistra (che non ha mai incaricato Gabrielli, offrendo un posto in segreteria Pd) ne esce distrutta. Dal 2006, l’Italia ha sospeso Schengen 498 volte ed è attualmente sospeso con la Slovenia. La Francia lo ha interrotto per il G7. La frase ha però un impatto, come la parola “remigrazione”. Così come la cifra. In una nota di FdI la cifra è “spaventosa” e a “spianare la strada è la controversa decisione della Corte Suprema spagnola che ha vietato i respingimenti immediati, paralizzando la macchina delle espulsioni”. Si assembla un cordone europeo. Insieme all’Italia si schiera la Finlandia. Solo Macron porge la mano a Sánchez. Nel racconto di Meloni, e del suo partito, Ceuta è la prova “di un totale e definitivo tracollo delle politiche migratorie promosse della sinistra, l’illusione di poter governare i flussi”. Non illudetevi, Ceuta è il braccio di ferro della destra. Sentite Edoardo Ziello, il vice di Vannacci: “Meloni sta usando metodi istituzionali, ma qui serve fare gli anti istituzionali”. E cosa serve? “Vannacci avrebbe circondato le Alpi con l’esercito, avrebbe fatto come Annibale, spedito l’esercito e di passaggio da Milano ripuliva il boschetto di Rogoredo”. Meloni sospende Schengen, Vannacci risponderà con gli elefanti. Migranti. Richiedente asilo, “recluso” nel Centro ma era solo l’indirizzo di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 1 agosto 2026 Con un’ordinanza firmata dal giudice Marco Gattuso viene bocciata la stretta sulle corsie veloci di frontiera. L’amministrazione non ha prodotto gli atti necessari e le limitazioni alla libertà personale non erano manifestate in modo chiaro. Tutto è girato attorno a una parola. Il prefetto di Bologna aveva scritto che un richiedente asilo arrivato dal Pakistan poteva risiedere “soltanto” nel Centro di accoglienza che lo ospitava, per un massimo di dodici settimane. Per l’avvocata Monica Biamonte quel “soltanto” era l’obbligo di restare dentro, cioè la libertà personale toccata da un prefetto senza il controllo di un giudice; per la Prefettura era solo l’indicazione di dove la persona abita. Il Tribunale di Bologna ha stabilito che un vincolo c’era, ma più leggero: nell’atto era scritta soltanto la firma quotidiana nel centro, e per il resto l’uomo poteva girare l’Italia. Ma ha anche annullato tutto per un motivo diverso: quel vincolo si può imporre solo dentro la procedura veloce decisa dalla Commissione che esamina le domande di asilo, e l’atto con cui era stata decisa non è stato consegnato al giudice. L’ordinanza è del 23 luglio 2026 e la firma il giudice Marco Gattuso. È una delle prime decisioni italiane sul nuovo obbligo di residenza deciso dai prefetti, nato col decreto legge 100 del 12 giugno 2026, che il Parlamento non ha ancora trasformato in legge. Lo scrive il giudice: è il primo ricorso del genere al suo tribunale e in Italia non ci sono precedenti. La storia comincia il 2 luglio. La Commissione territoriale di Bologna, l’ufficio che decide sulle domande di asilo, manda quella domanda nella procedura accelerata di frontiera del regolamento europeo 2024/1348: una corsia veloce, con tempi più stretti e meno spazio per difendersi. Chi ci finisce, per la legge, non è ancora entrato in Italia anche se sta sul territorio. Lo stesso giorno il prefetto firma l’atto che gli permette di abitare soltanto nel centro. L’8 luglio la Commissione fa marcia indietro e cancella da sola il proprio atto, senza che nessuno glielo ordini. Nel farlo ammette per iscritto di aver saltato un controllo obbligatorio: prima della corsia veloce bisogna verificare se la persona si trova in una condizione di fragilità, perché in quel caso la via rapida non basta a proteggerla. Sempre l’8 luglio riscrive l’atto, sceglie di nuovo la corsia veloce, e il prefetto firma un nuovo obbligo di residenza, consegnato il giorno dopo. Il 10 luglio arriva il ricorso. “Risiedere soltanto” in un posto, scrive l’avvocata, non è un modo burocratico di indicare un indirizzo, ma “un obbligo di permanenza in un luogo determinato, non una mera limitazione della libertà di circolazione”: non è questione di muoversi meno, ma di essere trattenuti. È il terreno dell’articolo 13 della Costituzione, quello sulla libertà personale. Da qui due richieste: che la Cassazione chiarisca il significato della norma e che la Corte costituzionale la cancelli, perché l’articolo 5-ter non prevede nessun controllo del giudice e perché l’articolo 5-quinquies dà solo sette giorni per il ricorso, con un incarico firmato a un avvocato che chi sta in un centro fa fatica a incontrare. L’11 luglio il giudice risponde subito, senza aspettare l’amministrazione, e accoglie in parte: il richiedente deve firmare ogni giorno il registro dell’ente gestore, “non ha ulteriori vincoli restrittivi della propria libertà di circolazione, né di orario, né di territorio, potendosi muovere liberamente nell’ambito del territorio nazionale”, e il suo avvocato “ha diritto di colloquio con il richiedente asilo anche all’interno del luogo di residenza”. Nella memoria del 17 luglio la Prefettura dà ragione al giudice: quell’atto serve solo a dire dove la persona abita, come il codice civile con la residenza, e non le impone di restare dentro. Il richiedente si trovava “in una situazione di totale libertà”, perché l’unica regola era la firma quotidiana, quella che “generalmente grava su tutti gli ospiti dei Centri di Accoglienza Straordinaria”. L’avvocata Biamonte prende atto, ma ricorda quanto aveva scritto nel ricorso: le norme sono così poco chiare che il suo assistito aveva dovuto chiedere il permesso per uscire, e mettersi in contatto con lei era stato difficile. Il giudice non manda le carte in Cassazione: quella strada si apre quando i tribunali leggono la stessa norma in modi diversi, e qui il significato è uno solo. Il punto centrale è questo. Il giudice scrive che ogni limitazione della libertà “debba essere espressa sempre in modo manifesto, tassativo e comprensibile” e non possa “mai desumersi da interpretazioni estensive o analogiche o a contrario”: va messa per iscritto con parole chiare, che si leggono in un solo modo. Quello che non c’è scritto nell’atto non vale: se il provvedimento non indica l’obbligo di chiedere il permesso per uscire, quell’obbli - go non esiste. Su una cosa il giudice è netto. Il decreto legge ha chiamato “autorizzazione” quello che il regolamento europeo chiama obbligo di soggiornare in un luogo determinato, e il nome gentile non cambia la sostanza: “non v’è dubbio che tale autorizzazione configuri un vincolo per la persona”, tanto è vero che si può fare ricorso. Il ricorso riguarda l’atto del prefetto, non quello della Commissione. Ma il primo nasce dal secondo, e allora il giudice deve guardare anche questo: non per cancellarlo, ma per capire se l’altro sta in piedi. Conta di più perché contro la decisione che manda una persona nella corsia veloce non esistono ricorsi. Questo controllo - ricorda l’ordinanza richiamando la Cassazione -, va fatto anche se nessuno lo chiede, perché in quella corsia la persona ha meno spazio per farsi ascoltare e meno tempo per difendersi. Il giudice aveva chiesto documenti precisi: l’atto della Commissione, le verifiche sulla fragilità fatte dopo l’annullamento, i dati europei sulle domande dei pakistani, il verbale del colloquio. La Prefettura risponde che il suo atto è obbligato, perché quando la Commissione sceglie la corsia veloce il prefetto deve firmarlo, e che il resto riguarda “le competenze di altra Pubblica Amministrazione”. Poi non consegna nemmeno l’atto dell’8 luglio, quello che secondo la sua stessa difesa la obbligava a firmare. Qui il ragionamento si chiude. Un giudice non può dire di non sapere e lasciare la causa senza risposta, quindi vale la regola più semplice: chi afferma una cosa la deve dimostrare. La procedura normale è la regola, la corsia veloce l’eccezione, e dimostrare che l’eccezione era permessa tocca all’amministrazione, non a chi la subisce. Il giudice avrebbe potuto chiederli lui agli uffici, ma solo se la parte non riuscisse a procurarseli, e non era questo il caso. Resta un ultimo punto. Dal verbale del colloquio del 13 luglio, depositato dall’avvocata, risulta che il richiedente ha raccontato il proprio orientamento omosessuale, la relazione di lunga data con il compagno, l’avversione del padre, il matrimonio imposto, la paura di persecuzioni in Pakistan. La corsia veloce era stata scelta perché in Europa le domande dei pakistani vengono accolte poco, attorno al 20 per cento, ma il regolamento chiede di controllare che la persona non appartenga a un gruppo per cui quel numero non vale. Ed è proprio questo il caso, osserva il tribunale, “posto che è pacifico” che le persone che arrivano dal Pakistan e si trovano in quella condizione sono “costantemente qualificate come rifugiate” dalle autorità europee. Quando i motivi della corsia veloce spariscono, la procedura deve fermarsi e la persona va autorizzata a entrare nel territorio. Il reclamo è accolto e l’atto del prefetto annullato: l’obbligo di residenza cade. Resta in piedi, invece, la decisione della Commissione che aveva scelto la corsia veloce, perché non era oggetto della causa. Nessuno paga le spese, il richiedente ha diritto all’assistenza legale gratuita dello Stato. Il giudice avverte che la sua è una prima lettura, che potrà cambiare. Il primo bilancio del nuovo sistema si legge già: un uomo limitato nei movimenti in base a un documento che l’amministrazione, quando gliel’hanno chiesto, non ha mostrato. Migranti. Ceuta, la destra trasforma la crisi in lotta politica di Paolo Delgado Il Dubbio, 1 agosto 2026 Le destre europee cavalcano la crisi umanitaria nell’enclave spagnola. E l’Italia chiude le frontiere con la Spagna. Si perdoni il cinismo ma la realtà è impietosa: per la destra italiana, europea e occidentale la fiumana di migranti che ha invaso Ceuta sperando di fare dell’enclave un trampolino verso il continente è un terno al lotto, un’occasione forse unica. In Europa l’Italia è il Paese che ha suonato l’allarme più a distesa di tutti. Il ministero dell’Interno ha disposto la chiusura delle frontiere marittime e aeree con la Spagna, sospendendo quindi il trattato di Schengen. Una decisione che arriva dopo le parole di Giorgia Meloni, che aveva spalleggiato esplicitamente il ministro degli esteri Tajani che già giovedì sera si era detto favorevole alla sospensione del trattato di Schengen sulla libera circolazione per la Spagna e aveva messo all’indice il governo spagnolo di Pedro Sanchez accusandolo di fatto di aver provocato l’ondata migratoria di Ceuta con la decisione di regolarizzare 500mila immigrati. La situazione, tra Italia e Spagna, è già da incidente diplomatico. Il ministro degli Esteri spagnolo Albares ha definito “indegne di un Paese amico” le parole dell’omologo italiano. Madrid ha convocato ufficialmente l’ambasciatore italiano Buccino Grimaldi con tanto di protesta formale. Ma Roma non ha alcuna intenzione di arretrare. Al contrario ha tutto l’interesse sia politico che elettorale nell’esaltare la distanza e lo scontro con un Sanchez in innegabile difficoltà. In Europa le dà man forte la Finlandia, favorevole alla sospensione del trattato. In Germania a riprendere e rilanciare la proposta estrema non è stato il cancelliere Merz ma chi lo insidia la destra, l’AfD ormai primo partito nei sondaggi. In Francia incalza Le Pen e il governo promette di irrigidire i controlli ai confini. Ne Regno Unito Farage cita la premier italiana: “Ha ragione Giorgia Meloni. La Russia evoca apertamente il sacco di Roma del 410 d.C. E scusate se è poco. Musk e Stephen Miller, il duro tra i duri dell’amministrazione Trump paventa a sua volta il saccheggio: “I democratici vedranno le vostre case caplestate e rubate dagli invasori e ne gioiranno”. La destra vede l’occasione per sfondare ogni resistenza e fa il possibile per coglierla. Formalmente la proposta italiana è irrealizzabile. I trattati non contemplano la possibilità di sospendere unilateralmente Schengen. Quel che l’Italia può fare, e che è già stato fatto 17 volte, e 448 in tutta la Ue, è ripristinare i controlli ai confini. Spagna e Italia non sono Paesi confinanti: significherebbe quindi reintrodurre sino a emergenza terminata l’obbligo di presentare passaporto o carta d’identità valida per l’espatrio nei porti e aeroporti. Ma in tutta evidenza il controllo tramote “strumenti straordinari” sui confini è meno importante della occasione offerta non solo alla propaganda elettorale ma anche all’attacco finale contro il Paese che è oggi la vera bestia nera della destra italiana e occidentale, cioè la Spagna di Pedro Sanchez. Considerare Ceuta come ovvia e inevitabile conseguenza della politica migratoria spagnola in controtendenza con la svolta anche della Ue, significa dare un colpo micidiale alle formule diverse da quelle della Fortezza Europa e di conseguenza alla sinistra che le sostiene, per la verità senza grande chiarezza sulle proprie proposte alternative. Elly Schlein critica infatti il governo ma per l’irresponsabilità con cui è arrivata alla crisi diplomatica con Madrid. Bonelli se la prende con l’Europa del riarmo, che spende per gli eserciti invece che per l’Africa. Il M5S, sul tema, ha da sempre ha una posizione molto diversa da quelle degli alleati. Mariolina Castellone, ex capogruppo e vicepresidente del Senato, prende di mira il governo per criticare la Spagna dopo aver però permesso l’ingresso di 300mila clandestini. “Sarebbero gli altri Paesi europei a dover sospendere Schengen per l’Italia”, ironizza qualche pentastellato. Ma ogni tentativo di spuntare l’arma che i disperati di Ceuta hanno consegnato a Meloni e all’intera destra è votato almeno per ora al fallimento. Proprio mentre nell’enclave spagnola in Marocco venivano abbattute le barriere, il presidente Mattarella, nella Cerimonia del Ventaglio, citava papa Leone e invitava a smettere di affrontare l’immigrazione “con la logica dell’emergenza”. Era un monito chiaro e sonoro ma il capo dello Stato è stato sfortunato. Il fragore di Ceuta ha sovrastato le sue parole e non poteva essere altrimenti. Intanto sale a oltre 40 il numero di migranti morti nelle ultime ore nel tentativo di raggiungere Ceuta e i cui cadaveri sono stati recuperati dalle forze di polizia al largo dell’enclave spagnola in Marocco. Ma è un numero destinato a crescere. Secondo le fonti spagnole, inoltre, più di 25mila migranti arrivati negli ultimi giorni a Ceuta sono già rimpatriati in Marocco. Migranti. I 50 mila fantasmi arrivati a Ceuta e già rientrati in Marocco di Luca Tancredi Barone Il Manifesto, 1 agosto 2026 Per Madrid, almeno 48 mila marocchini avrebbero riattraversato la frontiera: praticamente quasi 200 rimpatri al minuto. Ancora una volta, il governo spagnolo è stato preso alla sprovvista dalla quantità di persone che si sono riversate da giovedì sulla città di Ceuta, l’enclave spagnola incastonata su una stretta lingua di terra africana affacciata sullo Stretto di Gibilterra. Durante la giornata di ieri il ministero dell’Interno spagnolo ha parlato della cifra record di 50 mila persone che sarebbero arrivate in poche ore a nuoto, ma anche a piedi, a riversarsi sulla piccola città di circa 80 mila abitanti: cifre che non sono neppure comparabili a quelle dell’ultima crisi di questo genere nel 2021. Secondo dati forniti sempre dal governo spagnolo, sarebbero morte affogate almeno 57 persone. Nel corso della giornata di ieri, il presidente di Ceuta Juan Jesús Vivas, del Pp e in carica da 25 anni, aveva addirittura parlato di 60 mila, cifra poi ridimensionata dal ministero. Per poi chiedere al governo centrale di dichiarare lo stato di “emergenza nazionale”, richiesta respinta dalla Moncloa. Nel 2021, furono invece fra 10 e 12 mila le persone (di cui 3000 minorenni) quelle che si riversarono su Ceuta, a seguito dell’accoglienza della Spagna del leader del Fronte Polisario Brahim Ghali. Pochi mesi dopo di quella crisi, la Spagna aveva fatto un dietrofront storico sulla questione del diritto di autodeterminazione del popolo saharawi, tema rispetto al quale aveva sempre sostenuto la tesi dell’Onu, per abbracciare quelle marocchine: il Sahara come provincia autonoma ma sotto sovranità marocchina. Secondo il governo, dei 50 mila marocchini accorsi alla bell’e meglio in città in poche ore, 48 mila persone sarebbero già rientrate spontaneamente in Marocco. Numeri di cui è difficile controllare la veridicità, considerando che fra il 2017 e 2026 in media hanno attraversato illegalmente la frontiera con Ceuta solo un migliaio all’anno, senza contare l’incidente del 2021. 50 mila in poche ore sembrano numeri esorbitanti: se i dati del governo sono corretti, in poche ore avrebbero dovuto riattraversare la frontiera marocchina circa 200 persone al minuto. Il fatto poi che siano tornati sui propri passi per volontà propria è chiave perché nel 2021, molte persone anche minorenni vennero riportate indietro a forza dalle autorità spagnole, con delle espulsioni sommarie (“devoluciones en caliente”) che erano già illegali a quel tempo, come hanno confermato tutti i tribunali negli anni successivi. Nel 2024 il Tribunal Supremo (una specie di Cassazione) aveva ripreso il governo per aver espulso i minorenni, e un mese fa lo stesso tribunale ha chiarito che chi entra a nuoto non “supera elementi di contenzione” e quindi bisognava seguire la procedura di espulsione ordinaria, non riportarli direttamente alla frontiera. Per questo Pedro Sánchez, che ieri è volato d’urgenza a Ceuta, ha parlato di “violazione dell’integrità territoriale della Spagna” e ha incolpato “le mafie che trattano con gli esseri umani”, definendo il Marocco come “un paese alleato, socio e amico” ma promettendo di mettere delle “boe” che ristabiliscano “una barriera di contenzione”. Sánchez, poi, rivolto ai paesi che hanno minacciato la chiusura delle frontiere con la Spagna, ha detto che se “solidarietà ed empatia sono facoltative”, “il rispetto dei trattati europei e della protezione dei dati non lo è”, sottolineando che il numero di ingressi irregolari fra 2021 e 2026 in Italia, Balcani e Grecia è superiore a quello spagnolo. “Non è il momento di dividersi. È il momento di continuare a costruire un’Ue forte e unita”, ha scritto in un post su X, schivando la polemica con l’Italia, di cui il suo ministro degli esteri aveva convocato l’ambasciatore. Nel frattempo l’esecutivo di Madrid ha chiuso le frontiere nell’altra enclave in territorio marocchino, Melilla, e ha mandato 3000 militari a dar man forte a Guardia civil e polizia a Ceuta. Alcuni migranti parlano con delusione di aver ricevuto promesse, non è ben chiaro da chi, di essere accolti dall’altro lato e di essere stati invece perseguitati dalla polizia spagnola che li avrebbe spinti a tornare indietro. Le strutture di accoglienza in città erano comunque già al limite: il Centro di accoglienza temporaneo dei migranti, con 600 posti, ne ospitava più di ottocento, con migliaia accampate fuori. Per ore migliaia di migranti hanno vagato per la città senza saper dove andare e come procurarsi cibo e acqua. La reazione della destra è scontata: il Pp ha proposto di cambiare la legge sugli stranieri, inserendo la possibilità proprio delle espulsioni sommarie, mentre il leader neofascista di Vox Abascal parla di “invasione” e dice che Sánchez ha “abbandonato gli spagnoli”, ordinando ai suoi presenti nei governi regionali dove governa con il Pp la sospensione degli aiuti alle ong “che collaborano o finanziano l’invasione migratoria di Ceuta”. La sinistra invece ha accusato direttamente il Marocco. Il deputato di Esquerra Republicana, Gabriel Rufian, è stato uno dei primi: “La dittatura marocchina, al servizio degli Stati Uniti e di Israele, sta ancora una volta ricattando la Spagna e l’Europa trasformando il proprio popolo in carne da cannone” ha scritto su X, mentre la vicepresidente Yolanda Díaz accusa il Marocco di “aver provocato la morte di decine di persone”. LA CEAR (Commissione spagnola per l’aiuto ai rifugiati) ha chiesto al governo di garantire i diritti umani dei migranti arrivati a Ceuta, facilitando il loro trasporto sulla penisola. Dal canto suo, la Croce Rossa ha ricordato che le persone non emigrano perché è “facile”, ma perché le loro vite nei paesi d’origine sono insopportabili.