Quando il carcere diventa il luogo del disagio mentale di Antonio Marziale approdocalabria.it, 19 agosto 2026 Il carcere non può diventare il luogo in cui finiscono tutte le fragilità che la società e il sistema sanitario non sono riusciti a intercettare prima. Eppure, i dati raccolti dall’Osservatorio di Antigone nelle 72 visite effettuate negli ultimi dodici mesi raccontano una realtà sempre più difficile da ignorare: nelle carceri italiane il disagio psichico è una presenza strutturale, mentre le risposte restano drammaticamente insufficienti. Il 9,3% delle persone detenute presenta una diagnosi psichiatrica grave. Ma il dato diventa ancora più significativo se si guarda al ricorso ai farmaci: il 20,5% assume regolarmente antidepressivi, antipsicotici o stabilizzanti dell’umore, mentre il 46% fa uso di sedativi o ipnotici. Numeri che non possono essere letti soltanto come indicatori di una maggiore attenzione alla salute mentale. Raccontano anche il rischio di una risposta affidata prevalentemente alla medicalizzazione, quando invece servirebbero percorsi terapeutici continui, individualizzati e capaci di accompagnare la persona nel tempo. Il problema è anche nelle risorse disponibili. In media, ogni cento persone detenute, gli psichiatri sono presenti per appena 6,5 ore alla settimana e gli psicologi per 16,6 ore. È difficile immaginare che tempi così limitati possano garantire una presa in carico realmente efficace, soprattutto quando si tratta di persone che presentano condizioni di particolare fragilità e che avrebbero bisogno di continuità, ascolto e interventi personalizzati. Non basta dunque chiedersi quanti farmaci vengano distribuiti o quante ore di assistenza siano formalmente previste. Bisogna domandarsi se il sistema sia davvero in grado di prendersi cura delle persone. Perché curare non significa soltanto prescrivere una terapia: significa costruire un percorso, individuare bisogni e fragilità, lavorare sulle relazioni, preparare il reinserimento e garantire che il sostegno non finisca con il cancello del carcere. La questione riguarda anche ciò che accade fuori dalle prigioni. Un sistema territoriale più forte, servizi di salute mentale accessibili e alternative adeguate alla detenzione possono contribuire a evitare che il carcere diventi la risposta automatica a situazioni che avrebbero bisogno, prima di tutto, di cura e accompagnamento sociale. La salute mentale non è un privilegio e non può diventare una variabile secondaria quando una persona entra in carcere. È un diritto. E garantire quel diritto significa anche rispettare il principio costituzionale secondo cui la pena deve tendere alla rieducazione. Una società giusta non si misura soltanto da come punisce chi ha commesso un reato, ma anche da come tratta la persona durante e dopo la pena. Se vogliamo che il carcere abbia una funzione diversa da quella della semplice custodia, dobbiamo mettere in condizione chi vi entra di uscirne con strumenti, cure e opportunità in più, non con ferite ulteriori. Per questo servono più professionisti, più percorsi terapeutici, più servizi territoriali e alternative alla detenzione per chi vive condizioni di grave disagio psichico. Non è soltanto una questione di umanità. È una scelta che riguarda la salute pubblica, la sicurezza e la qualità della nostra democrazia. Detenuti tossicodipendenti in comunità? “Un indulto mascherato”, dice Gratteri di Davide Varì Il Dubbio, 19 agosto 2026 Il procuratore di Napoli contro la legge approvata a fine luglio: “Basta riforme”. La legge per trasferire i detenuti tossicodipendenti in comunità? “Un indulto mascherato”. Parola di Nicola Gratteri, che intervenendo ieri sera a un incontro sulla legalità a Casali del Manco ha criticato il provvedimento che entrerà in vigore il 21 agosto. Licenziata in via definitiva alla Camera a fine luglio con lo scopo di alleggerire le carceri sovraffollate, la legge consente di scontare in comunità terapeutica o in un luogo idoneo una pena fino a otto anni, che scendono a quattro quando nel titolo esecutivo compaiono reati ostativi, con l’eccezione della rapina e dell’estorsione aggravate. Le criticità sollevate riguardano soprattutto i fondi, che valgono poco più di 19 milioni di euro l’anno. L’analisi allegata al disegno di legge stima in 14.583 i detenuti già reclusi che potrebbero rientrare nella misura, ai quali se ne aggiungono oltre ottomila che potrebbero accedervi dalla libertà. I posti nelle comunità terapeutiche sono 13.276, quasi tutti gestiti da privati e in larga parte già occupati. Ma il tema per Gratteri è un altro. “Mesi fa - ha spiegato il procuratore di Napoli - avevo pregato di non fare più riforme, perché ogni volta che si tocca qualcosa si smontano pezzi. Durante il referendum chi era per il sì diceva che con il no gli spacciatori sarebbero stati liberi, oggi questo governo ha voluto che per arrestare uno spacciatore bisogna avvertirlo 5 giorni prima, interrogarlo e poi il giudice emette l’ordinanza”. “Quando parlo alla gente - ha aggiunto - faccio tanti esempi, perché i cittadini devono essere messi nella condizione di capire. Abbiamo vinto il referendum perché abbiamo spiegato le cose con un linguaggio non tecnico-giuridico. Molti miei colleghi hanno il complesso di non essere presi sul serio e fanno convegni per pochi intimi. Io ho detto di spiegare le cose alla gente comune nei luoghi di tutti i giorni”. “Di tutte le riforme fatte da questo governo - ha aggiunto - salverei solo la possibilità di indagare, intercettare e arrestare gli hacker. Il resto lo abrogherei e ripartirei da buona fede, rivedendo il codice penale, di procedura penale e l’ordinamento giudiziario. Ma prima ancora la precondizione è la geografia giudiziaria. Non possiamo pensare al pianeta giustizia come a un indotto. Ci sono tribunali con pochi giudici che non riescono a lavorare e per arrestare una persona servono tre gip che nei tribunali piccoli non ci sono”. “Bisognerebbe accorpare i tribunali piccoli. Ci sono circa 250 magistrati in giro nei vari ministeri o commissioni a fare lavori burocratici - ha concluso Gratteri - facciamoli tornare a scrivere sentenze e mettiamo a regime la geografia giudiziaria”. Dimessi da Cpr e carceri senza soldi per viaggiare, lo Snap chiede un sistema di assistenza di Francesco Alberti buonasera24.it, 19 agosto 2026 Il sindacato della Polizia scrive ai ministri dell’Interno e della Giustizia e al Capo della Polizia: proposta l’istituzione di voucher, navette, presidi nelle stazioni e procedure uniformi. Un sistema nazionale di instradamento assistito per le persone che, una volta dimesse dai Centri di permanenza per il rimpatrio o dagli istituti penitenziari, devono raggiungere una destinazione indicata dalle autorità ma non dispongono di denaro, biglietti o strumenti per organizzare autonomamente il viaggio. È la proposta avanzata dallo Snap, Sindacato Nazionale Appartenenti Polizia, che ha inviato una nota ufficiale ai ministri dell’Interno e della Giustizia e al Capo della Polizia. L’iniziativa nasce dalle segnalazioni degli operatori della Polizia di Stato impegnati nel controllo del territorio, in particolare del personale della Polizia Ferroviaria, dei valichi di frontiera e dei reparti presenti nei principali snodi di trasporto e nelle stazioni. Secondo il sindacato, gli agenti si troverebbero con crescente frequenza a gestire situazioni di tensione determinate da persone che, concluso il periodo di trattenimento o di detenzione, devono raggiungere luoghi stabiliti da provvedimenti amministrativi o giudiziari pur essendo prive di titoli di viaggio, risorse economiche o mezzi di comunicazione. “Non chiediamo di attribuire alla Polizia di Stato compiti assistenziali o di trasporto estranei alle nostre funzioni istituzionali”, chiarisce la Segreteria nazionale dello Snap. L’obiettivo, secondo il sindacato, è intervenire prima che il problema venga scaricato sulle pattuglie presenti sul territorio. “Vogliamo evitare che le Forze di Polizia vengano chiamate a gestire ex post, in chiave emergenziale, criticità logistiche che possono e devono essere risolte preventivamente dalle Amministrazioni competenti”. Lo Snap ritiene che il problema sia diventato ancora più evidente anche in relazione ai trasferimenti collegati alle strutture operative nell’ambito del Protocollo Italia-Albania e chiede per questo l’apertura di un Tavolo tecnico interistituzionale. Tra le soluzioni prospettate c’è l’introduzione di un titolo di viaggio istituzionale o di un voucher nominativo e valido per un periodo limitato, attraverso accordi con le aziende di trasporto pubblico, così da consentire esclusivamente il raggiungimento della destinazione stabilita dall’autorità. Il sindacato propone inoltre l’organizzazione di navette dedicate dai Cpr e dai punti di sbarco o trasferimento verso i principali nodi di trasporto, evitando che persone prive di mezzi vengano lasciate in zone isolate. Una terza ipotesi riguarda la creazione di presidi di prima assistenza nelle principali stazioni ferroviarie, realizzati in collaborazione con enti locali e soggetti del Terzo Settore, con funzioni di orientamento e contatto. Infine viene chiesta l’adozione di linee guida nazionali e procedure operative standardizzate, in modo da definire con precisione competenze, flussi informativi e limiti di intervento della Polizia di Stato. Per lo Snap, un’organizzazione preventiva consentirebbe di ridurre le situazioni di conflittualità nei luoghi di transito, tutelando contemporaneamente la sicurezza dei cittadini, gli operatori di Polizia e l’impiego delle risorse pubbliche. Il sindacato auspica ora un rapido riscontro da parte dei vertici istituzionali e la convocazione del tavolo tecnico richiesto. Il diritto a crescere di Martina Toppi La Provincia di Como, 19 agosto 2026 A fine luglio il governo ha approvato un disegno di legge che cambia le regole sull’imputabilità dei minorenni tra i 14 e i 18 anni. Invece che provare caso per caso la capacità di intendere e di volere di ragazzi e ragazze accusati di crimini, la nuova legge propone di darla per assodata, proprio come per gli adulti. Già nel 2023 e poi nel 2025 il governo aveva proposto decreti sulla criminalità minorile in risposta a un fenomeno percepito come sempre più grave, che dai dati però, anche se in crescita, non appare tale. “Il quadro che emerge suggerisce sicuramente la necessità di tenere alta l’attenzione sulle condotte e gli stili di vita degli adolescenti, ma non sembra poter generare un allarme criminalità minorile, da più parti lanciato, né giustificare ipotesi bizzarre di abbassamento dell’età imputabile a dodici anni”. Lo scrive Antonella Inverno, giurista specializzata in tutela internazionale dei diritti umani e dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, nonché Head of research and analysis per Save the Children Italia. La considerazione è contenuta in “Dentro le mura. Viaggio nel mondo degli adolescenti di oggi tra disagio, carcere e dissenso” (Treccani, 2025), con prefazione del cardinale Matteo Maria Zuppi e fotografie di Alessio Romenzi, un libro guida per approfondire un tema sempre più attuale. Accanto ai numerosi studi citati, il libro contiene sei interviste, realizzate all’interno di istituti penitenziari, comunità e uffici di servizio sociale in tutta Italia. “Sulla giustizia minorile - spiega l’autrice - mi sono resa conto che pochi parlano e chi ne parla lo fa da un punto di vista politico: era giusto dare voce ai ragazzi e alle ragazze, per capire da dentro”. Le interviste condotte da Inverno sono intime e a tratti sconvolgenti- cinque ragazzi e una ragazza raccontano il proprio passato famigliare, spesso doloroso - ma utilissime a capire quanto il contesto di vita di un adolescente faccia la differenza. “Il problema principale - racconta uno di loro - è stato vivere in quella zona, perché tu là stai, tu là scendi e là rientri, quindi la maggior parte del tempo tu la passi là, conoscenze del posto che comunque anche se non vuoi spesso ti portano a fare cose che non vuoi fare”. Nonostante i tanti particolari unici e che chiedono al lettore di prendersi tempo per assorbire e rielaborare ogni episodio narrato, un po’ per la brutalità di alcuni, un po’ per via di una sconvolgente sensazione di impotenza, è possibile trovare nelle sei storie linee comuni sulle quali interrogarsi. “Ho notato diverse cose riguardo alla scuola parlando con una ventina di ragazzi per arrivare alle sei storie di questo libro - racconta l’autrice - Quando chiedevo la materia che piaceva di più molti dicevano storia e questo mi ha fatto molto pensare dato che è una materia di cui si volevano limitare le ore, recentemente”. L’interruzione dei percorsi scolastici è una costante nelle storie dei ragazzi che entrano a contatto con la criminalità. Un abbandono spesso accompagnato dal silenzio: quando spariscono dalle aule nessuno li cerca, nessuno fa domande. “Non hanno fiducia nei professori - continua Inverno - Nelle loro vite mancano figure di riferimento”. Un altro filo rosso che tiene unite le storie contenute nel libro è la violenza subita fin dalla più tenera età in una sorta di “educazione violenta” che segna profondamente gli animi negli anni a venire. “Mio padre si arrabbiava, ci picchiava a me e a mio fratello più grande. Aveva paura che le conseguenze di quello che facevamo ricadessero su di lui” racconta un ragazzo che fin dai tredici anni è stato introdotto ai metodi e alle logiche della criminalità organizzata. “Ne emerge una perdita della funzione educativa degli adulti - spiega Inverno - Servirebbe sempre più una genitorialità diffusa, un’assunzione di responsabilità di tutti noi adulti rispetto ai ragazzi che incontriamo”. Una responsabilità collettiva - Il mix di carenze affettive narrato dai sei intervistati nel percorso di giustizia minorile può però trovare risposta, grazie a incontri trasformativi. “Ogni storia è diversa e non tutti i servizi sono uguali. Dove si trovano competenze adeguate e un rapporto di collaborazione tra adulti, oltre che con i ragazzi, c’è anche chi racconta di trovare in carcere una vera famiglia”. Il primo consiglio allora è quello di evitare le profezie auto-avveranti: “Se mettiamo un’etichetta addosso a un ragazzino, stiamo certi che diventerà esattamente ciò che pensiamo che sia”. Il secondo consiglio operativo è di giudicare con consapevolezza le scelte politiche prese in ambito di giustizia minorile: “La presidente del Consiglio dice “chi sbaglia paga, anche quando è minorenne” (lo ha fatto in un video pubblicato il 23 luglio in cui ha presentato l’ultima proposta di legge del governo sul tema, ndr), ma chi conosce il sistema della giustizia minorile sa che questo già avviene - conclude Inverno - Semplicemente le misure sono diverse e hanno una finalità educativa. Si tende a pensare che certe persone nascono già criminali ma non è così: ci sono piuttosto comunità incapaci di rispondere al compito educativo che hanno”. Comunità di cui ciascuno fa parte e in cui ciascuno può provare a fare la differenza: “I provvedimenti recenti ci deresponsabilizzano. Ma questi ragazzi, che pensiamo altro da noi, sono lo specchio di ciò che siamo”. L’idea di giustizia di Falcone contro i manipolatori di ieri e di oggi di Claudio Cerasa Il Foglio, 19 agosto 2026 Bisognerebbe dare un premio a Maria Falcone, sorella di Giovanni Falcone, per aver messo di fronte agli ayatollah del circo mediatico una verità drammatica ma necessaria a lungo rimossa dal dibattito pubblico. Il Falcone che abbiamo rimosso e che Maria Falcone ci ha meravigliosamente ricordato in questi giorni è il magistrato antimafia che odiava la repubblica del sospetto e che all’antimafia delle chiacchiere preferiva quella dei fatti. Si capisce che il partito dei mozzorecchi oggi, di fronte a quelle lezioni, nel migliore dei casi sia costretto a travisarlo, nel peggiore dei casi a sfregiarlo e nei casi più surreali a manipolarlo. L’anticamera del khomeinismo, quando si parla di giustizia, in fondo si costruisce anche così. Rimuovendo, sporcando, sfregiando, manipolando. Maria Falcone, come sapete, due giorni fa ha risposto a Marco Travaglio, che prendendo spunto da un articolo del Foglio in cui Pietro Grasso, Giuseppe Ayala e Luciano Violante sostenevano che Giovanni Falcone non sarebbe mai andato a cena con Lavitola, ha fatto riemergere una serie di veleni politici riversati contro il fratello magistrato prima della sua morte. Falcone, ha scritto Travaglio, ha fatto di peggio che andare a cena con Lavitola: ha lavorato nel governo di Andreotti. Come a voler dire: se fate i moralisti con Ranucci, che sobriamente giorni fa si era paragonato ad Aldo Moro e Giovanni Falcone, toccherà fare i moralisti anche con Falcone. A Maria Falcone andrebbe dato un premio non solo per aver ricordato al giornale di Marco Travaglio la differenza tra speculazioni e verità: “Mio fratello non lavorava per il governo di Giulio Andreotti ma lavorava per lo stato italiano” (della sberla data da Maria Falcone a Marco Travaglio, fatto non irrilevante, ieri sul giornale di Travaglio, che fino a prova contraria si chiama il Fatto, nessuna notizia, nessun riferimento, nessun commento, ma siamo certi che oggi Travaglio recupererà). Un premio, Maria Falcone, lo meriterebbe prima di tutto per altro: per aver ricordato che il partito della gogna che oggi si alimenta di allusioni, di moralismo, di falsità è lo stesso che anni fa contribuì a delegittimare Giovanni Falcone, prima della sua morte, con quel “cattivo giornalismo che anche allora come ora preferiva il sospetto alla verità dei fatti, e dolorosamente anche una parte della stessa magistratura e diversi suoi colleghi”. Maria Falcone fa riferimento ad alcuni fatti precisi. Ricorda, probabilmente, quando nel 1988 il Csm preferì Antonino Meli a Falcone alla guida dell’Ufficio istruzione di Palermo. Ricorda, probabilmente, quando il pool antimafia, di Falcone, venne progressivamente smantellato e quando alcune indagini furono sottratte a Falcone. Ricorda quando, tra il 1989 e il 1991, arrivarono le accuse del “corvo” e quelle di Leoluca Orlando sui presunti “cassetti” di Falcone con prove contro politici mafiosi. Ricorda quando Falcone fu accusato di insabbiare indagini, di essere troppo prudente e poi quando, andando al ministero con Martelli, fu accusato di essersi avvicinato al potere. Ricorda quando nel 1991 Falcone dovette difendersi davanti al Csm da queste accuse. Ricorda quando nel 1992 una parte del Csm si oppose anche alla sua nomina a procuratore nazionale antimafia. Ricorda quando alcuni suoi colleghi gli rimproverarono di non aver attribuito la giusta valenza alle dichiarazioni rese da alcuni collaboratori di giustizia (Pellegriti e Calderone) che, secondo i critici di Falcone, avrebbero potuto aiutare a combattere con più efficacia Cosa Nostra. A quelle accuse infamanti, costruite su illazioni, false verità, sospetti trasformati in condanne, Falcone rispose punto per punto, il 15 ottobre 1991, non molti mesi prima di essere ucciso a Capaci. I documenti di quell’audizione sono stati desecretati nel maggio del 2017 e raccontano un tratto del pensiero di Giovanni Falcone sistematicamente rimosso da tutti coloro che anni dopo ne ricorderanno la storia celebrandola ma rimuovendone il pensiero. Fu in quel contesto che Falcone ricordò quello che un Travaglio e un Ranucci non potrebbero mai accettare: compito dei magistrati, disse Falcone, è ricordarsi che “la cultura del sospetto non è l’anticamera della verità, è l’anticamera del khomeinismo”. Fu in quell’occasione che Falcone, pochi mesi prima di essere ucciso, mostrò la sua idea di giustizia demolendo tutto ciò su cui si fonda oggi la dittatura della gogna e la cultura del sospetto, attaccando la politicizzazione dell’azione giudiziaria (“Sono convinto non che la via giudiziaria sia una bella scorciatoia per risolvere i problemi politici ma che la presenza dello Stato è fondamentale in una zona per combattere certi fenomeni che, prima che economici e sociali, sono squisitamente fenomeni di pertinenza criminale…”), ricordando che i magistrati non devono occuparsi dei pettegolezzi ma hanno il dovere di fare attenzione alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia (“A me sembra profondamente immorale che si possano avviare delle imputazioni e contestare delle cose nell’assoluta aleatorietà del risultato giudiziario. Non si può ragionare: intanto contesto il reato e poi si vede. Perché da queste contestazioni poi derivano conseguenze incalcolabili”), denunciando l’oscenità di chi già all’epoca puntava più sui processi celebrati sui media che sui processi celebrati nelle aule di un tribunale (“L’informazione di garanzia - ricordò Falcone in quella audizione - non è una coltellata che si può infliggere così, è qualcosa che deve essere utilizzata nell’interesse dell’indiziato”). Il Giovanni Falcone che si muoveva contro la cultura del sospetto, considerata l’anticamera del khomeinismo, è un Falcone la cui memoria nel migliore dei casi è stata rimossa (Sigfrido Ranucci), nel peggiore dei casi è stata sfregiata (Marco Travaglio) e nel più grottesco dei casi manipolata (come fece Nicola Gratteri nella celebre puntata di “DiMartedì” quando si inventò una frase di Falcone contro la separazione delle carriere, frase mai pronunciata). È il Falcone che denunciava il meccanismo della gogna, in base al quale prima si formula un sospetto, poi il sospetto diventa sentenza mediatica, quindi la sentenza mediatica diventa verità, quindi la verità mediatica produce pressione sul magistrato, quindi il tribunale del popolo trasforma ogni disallineamento dalla verità mediatica in una prova di connivenza con l’indagato di turno. Diceva Falcone, sempre nella stessa audizione, che a forza di legittimare i linciaggi morali, a forza di legittimare i processi costruiti senza prove, a forza di investire nella cultura del sospetto, “l’Italia, pretesa culla del diritto, rischia di diventarne la tomba”. La rabbia della sorella di Fakir: “Lo hanno ucciso come un cane e sono già tornati in servizio” di Caterina Giusberti La Repubblica, 19 agosto 2026 Un mese fa la morte a Bologna del cittadino marocchino durante un fermo: “Quanto odio contro di noi sui social”. “Perché quei due poliziotti sono tornati in servizio? Loro sono al lavoro ma Abderrahim non c’è più. Anche i volontari della Croce Rossa non hanno fatto nulla per lui. Io chiedo giustizia. Andrò avanti finché respiro”. Khadija Fakir parla anche se le costa fatica, a tratti si commuove. Risponde al telefono dal Marocco, dove pochi giorni fa si è tenuta la commemorazione per il fratello, morto il 19 luglio al Pilastro mentre era a terra, ammanettato, con due poliziotti sopra di lui. Khadija è passato un mese dalla morte di Abderrhaim, come sta? “Stiamo tutti male. Tutti piangono e parlano di Abderrahim, amici e parenti. Dimenticare è impossibile, basta aprire il telefono. Sui social ci attaccano dicendo che io e mia nipote vogliamo tre milioni di risarcimenti. Non mi aspettavo tutto questo odio ma non me la prendo: la gente non sa cosa vuol dire. Altre persone ci hanno scritto che sono con noi, che ci sostengono”. Il video in cui si vedono gli ultimi sei minuti di vita di suo fratello l’ha più rivisto? “No, io quel video non l’ho mai visto, mi è bastato vedere mio fratello lì a terra, per ore. Ci hanno chiamato alle 12.15, per avvisarci di quello che stava succedendo. Io ero a casa mia a Casalecchio, sono arrivata sulle 12.40”. Cosa le hanno detto? “Prima la polizia ci ha riferito che lo avevano trovato morto. Poi sono andati a cercare il ragazzo che aveva fatto il video, chiedendogli di cancellarlo. Ci dicevano di stare calmi, di abbassare la voce, col suo corpo lì davanti. Non lo hanno coperto neanche con un lenzuolo, hanno usato un sacco trasparente. E alla fine lo hanno trascinato via. Io gridavo. Ci hanno fatto stare malissimo e voglio giustizia anche per quello. Quando mi sono sentita male quelli dell’ambulanza venivano a coccolarmi: quello che aveva bisogno però era mio fratello, no? Cosa hanno fatto per aiutarlo? Era un cane? Perché lo hanno legato? E chi era quel ragazzo che li ha aiutati a tenerlo fermo? Anche chi guardava deve essere condannato. Ai soccorritori sarebbe bastato gridare per salvarlo. Invece era legato anche mentre gli prestavano soccorso. I miei figli sono ancora scioccati”. Loro lo hanno visto il video? “Sì, anche i più piccoli che hanno undici anni. Quando sono arrivata a casa mi hanno detto: hai visto quello che hanno fatto allo zio? Mia figlia ha disegnato un angelo con una freccia piantata nelle ali. Ha detto: questo è lo zio che ci guarda da lassù e la freccia sono i poliziotti che lo hanno ammazzato. Ditemi voi come stiamo vivendo e come torneranno questi bambini a scuola a settembre. Ma abbiamo fiducia nella giustizia italiana. Al capo della polizia abbiamo chiesto solo che sia tutto trasparente e che la magistratura faccia il suo lavoro. Mio fratello non era un cane, era un essere umano. Come c’è stato un Abderrahim ci potrà essere un Antonio, un Edoardo. Senza quel video come sarebbe finita?”. Avete capito perché era lì? “No. Lui non ci ha mai mostrato di avere problemi psichiatrici. Io ho il cancro, forse non voleva preoccuparmi. L’abbiamo saputo tramite altri amici che non ci voleva fare preoccupare, perché io non stavo bene. L’ultima volta che lo avevo visto è stato sabato, in videochiamata. Venerdì aveva preso un caffè con mio marito. Non ci aveva mai parlato di questo suo problema”. Com’era Abderrahim? “Una persona molto umana, che aiutava tutti, sorridente, intelligente. Quando sono stata ricoverata ha badato ai miei figli. Ne ho cinque, quattro maschi e una femmina, ed erano tutti molto legati allo zio. Habib, amore, così lo chiamavano i nipoti. Quando mi sono sposata lui e mia mamma sono venuti a stare in casa con me”. Cosa vuole dire all’Italia? “Perché quei poliziotti sono tornati in servizio? Mio fratello non era né armato né pericoloso, chiedeva solo aiuto. Perché metterlo a terra con 40 gradi? E spruzzargli lo spray al peperoncino in bocca? Potevano usare il taser o fargli una puntura per calmarlo. Hanno saputo solo ammazzarlo”. C’è qualcosa che si rimprovera? “Se me lo avesse detto avrei potuto aiutarlo, sarei stata con lui e non lo avrei mollato mai. Di un infarto te ne fai una ragione. Pensi: l’ha voluto Dio. Ma morire così è terribile. Abderrahim voleva essere seppellito qui vicino a mia mamma, in Marocco. Sono andata a vedere il posto l’altro giorno. Aspetteremo finché non sarà finita l’autopsia. Poi speriamo possa risposare in pace”. Il boss della ‘Ndrangheta chiede al carcere un libro su San Benedetto ma gli viene negato di Vincenzo Brunelli Corriere della Sera, 19 agosto 2026 “Può essere un rischio”. Il caso finisce in Cassazione. Antonio Piromalli e la richiesta al carcere di Parma che resta in sospeso: in passato aveva fatto domanda per poter cucinare la cena in cella dopo le 22 ma anche in quel caso il permesso gli era stato negato. Un boss della ‘ndrangheta chiede di poter comprare un libro su San Benedetto al direttore del carcere di Parma che glielo nega. La singolare vicenda finisce in Cassazione, passando prima dal magistrato di sorveglianza che aveva negato a sua volta al detenuto il libro sul Santo di Norcia. Gli ermellini dopo aver classificato l’istanza come reclamo hanno rinviato gli atti e la decisione al magistrato di sorveglianza di Bologna “affinché valuti la fondatezza del prospettato pregiudizio ad un diritto soggettivo, e la legittimità del provvedimento limitativo dell’amministrazione penitenziario”. Il boss Antonio Piromalli e la richiesta: “Il libro su San Benedetto” - Antonio Piromalli, rampollo di Pino Piromalli, “Peppe Facciazza”, boss di Gioia Tauro di una delle famiglie di ‘ndrangheta più potenti e pericolose di sempre, tramite i suoi legali aveva infatti impugnato il diniego della direzione degli istituti penitenziari di Parma alla sua richiesta di acquistare il libro “La medaglia di San Benedetto”, rivolgendosi al magistrato di Sorveglianza di Reggio Emilia. Il giudice però aveva dato ragione al carcere e torto a Piromalli, “non riscontrandosi un pregiudizio all’esercizio dei diritti del detenuto e rilevandosi nel provvedimento dell’autorità penitenziaria congrua motivazione in ordine al rischio che il detenuto potesse coltivare i contatti con l’organizzazione avvalendosi di riferimenti a simboli e a testi sacri come aveva fatto in passato”. Nei giorni scorsi la suprema corte di Cassazione, dopo aver esaminato il ricorso dei legali di Piromalli, come detto, ha rinviato tutto al giudice d sorveglianza bolognese che ora dovrà analizzare la vicenda e decidere in merito. Lo scontro legale e l’opposizione: si finisce in Cassazione - Antonio Piromalli non è nuovo a richieste particolari. Lo scorso anno aveva chiesto al direttore del carcere di Parma dove è recluso in regime di 41 bis, di poter cucinare i suoi piatti preferiti dopo le 22. In pratica avrebbe voluto poter preparare i suoi pasti, come i tipici fusilli con la ‘nduja o la “struncatura ammollicata con le acciughe”, ben oltre l’orario stabilito dal regolamento. Anche in quel caso prima la direzione, poi Tribunale di Sorveglianza prima, e infine la Cassazione avevano ribadito che il regime di 41 bis non consente deroghe e che i fornelli si spengono alle 20. La precedente richiesta di poter cucinare dopo le 20 - Ora arriva questa nuova richiesta e per i legali del boss calabrese il diniego a comprare e leggere il libro su San Benedetto viola i diritti del detenuto. Si contesta che dalla sentenza di condanna a carico di Piromalli non fosse mai emerso che “nella condotta associativa egli si avvalesse di testi sacri e la negazione all’acquisto del libro religioso, oltre che genericamente motivata, fosse lesiva dei principi di cui all’art. 27 Costituzione”. Ora bisognerà attendere la decisione del magistrato di sorveglianza di Bologna nel merito, e poi quella definitiva della suprema corte di Cassazione. Ormai è noto che, come altre organizzazioni criminali, la ‘ndrangheta usa la simbologia sacra per dare un valore religioso ai suoi poteri. Mescola i riti della Chiesa con il crimine. Usa formule, santi e giuramenti di sangue per creare un vincolo eterno e sacro tra gli affiliati. Per sapere come andrà a finire questa vicenda che può fare da scuola per altre simili bisognerà attendere ancora qualche mese nella migliore delle ipotesi. Piemonte. Aggressioni nelle carceri, la Garante: “La sicurezza si costruisce ogni giorno, non solo nelle emergenze” di Renzo Franco cuneo24.it, 19 agosto 2026 “Massima solidarietà agli agenti, ma analizziamo le cause”. Dopo gli episodi a Torino e a Saluzzo la Garante getta il faro sulle condizioni dentro le strutture. Formaiano esprime solidarietà agli agenti feriti a Saluzzo e Torino e chiede interventi strutturali: più personale, formazione adeguata e continuità delle attività trattamentali. Due istituti penitenziari piemontesi, Saluzzo e Torino, teatro di gravi episodi di aggressione ai danni di una vice Comandante e di agenti della Polizia Penitenziaria. Episodi che hanno spinto Monica Formaiano, Garante regionale delle persone detenute, a intervenire pubblicamente con una presa di posizione netta, che non si limita alla condanna dei fatti ma chiede di affrontarne le cause profonde. “Piena solidarietà, vicinanza e un sincero augurio di pronta guarigione alla dirigente e agli agenti del Corpo di Polizia Penitenziaria coinvolti nei recenti e gravi episodi di aggressione”, dichiara Formaiano, che al contempo mette in guardia dal rischio di trattare questi eventi come fatti isolati. La Garante individua un insieme di fattori strutturali capaci di alimentare tensioni e conflittualità all’interno delle strutture detentive: condizioni non sempre adeguate degli spazi, difficoltà nella gestione di detenuti con particolari fragilità, e la riduzione - più marcata nel periodo estivo - delle attività trattamentali e del personale in servizio. “Ogni episodio di violenza deve essere condannato con fermezza e non può essere considerato un fatto normale”, sottolinea Formaiano, richiamando la necessità di accertare rapidamente le circostanze degli accadimenti e di mantenere alta l’attenzione sulle condizioni di lavoro degli appartenenti al Corpo. Un passaggio centrale del suo intervento riguarda il rapporto tra sicurezza e diritti dei detenuti, che la Garante rifiuta di presentare come obiettivi contrapposti: “La tutela della dignità e dei diritti delle persone detenute non è in contrapposizione con la tutela della sicurezza degli appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria. Sono obiettivi strettamente connessi e interdipendenti”. Da qui la richiesta di non fermarsi alla gestione dell’emergenza contingente, ma di intervenire in modo organico sulle criticità del sistema penitenziario piemontese: più personale, formazione mirata, strutture più funzionali e una continuità delle attività trattamentali che non venga meno nei mesi estivi. “La sicurezza non può essere affidata soltanto alla capacità degli operatori di fronteggiare le emergenze. Deve essere costruita ogni giorno attraverso risorse, professionalità, prevenzione e attenzione alle condizioni complessive degli istituti”, conclude Formaiano. Pordenone. Incendio in carcere, morto a 19 anni di Cristina Antonutti Il Gazzettino, 19 agosto 2026 Si vergognava di dire alla mamma in Egitto che era detenuto. Il giovane dopo aver appiccato il fuoco al materasso della cella con un fornellino a gas, si è barricato in bagno. Le urla, il rumore di oggetti sbattuti contro le sbarre, il fumo e le fiamme nella cella numero 11. Non è una rivolta quella che sembra scoppiare verso le 22.30 di lunedì sera nel carcere di Pordenone. È un atto dimostrativo sfuggito di mano a un ragazzo di 19 anni che, dopo aver appiccato il fuoco al materasso con un fornellino a gas, si è barricato in bagno impedendo agli agenti della polizia penitenziaria di salvarlo. Si chiamava Mamdouh. Esattamente Mamdouh Mohamed Khodair Karam. Nato il 4 giugno 2007 in Egitto e morto nel carcere di Pordenone il 17 agosto 2026 intossicato dai fumi dell’incendio che ha reso inagibile la cella al primo piano, una di quelle che guardano verso il palazzo di giustizia di Pordenone, due letti a castello in pochi metri quadrati e una piccola toilette. Era arrivato in Italia che aveva 16 anni inseguendo chissà quale sogno e lasciando in Egitto genitori, fratelli e sorella che è morta poco tempo fa. Ha provato l’esperienza del carcere minorile al Sud e a Milano. È stato ospitato in una casa di accoglienza a Udine ed è passato dal Cpr di Gradisca d’Isonzo, dove aveva bruciato un materasso innescando insieme ad altri immigrati una protesta. Per quell’episodio stava scontando la pena agli arresti domiciliari: a settembre avrebbe pagato questo suo primo conto con la giustizia. Il suo avvocato, Sonia Pasca del Foro di Udine, ha seguito le sue vicende giudiziarie proprio a partire da quell’incendio al Cpr di Gradisca. “Non riesco a darmi pace”, ripete. “È arrivato in Italia a 16 anni, nessuno gli ha mai dato una direzione - spiega - Ha fatto un percorso molto duro, senza alcun sostegno. La sua morte mi addolora, non è riuscito a trovare la sua strada. La sua non è una questione giudiziaria, ma di accoglienza. Di momenti di sconforto ne aveva tanti, magari aveva reazioni non consone, ma poi si pentiva”. Avevano avuto un colloquio pochi giorni fa. “Mi diceva che era molto attaccato alla mamma e al papà - prosegue il legale - Telefonava sempre alla madre, mi diceva che si vergognava del fatto che era in carcere, era afflitto perché si era reso conto di aver fatto delle stupidaggini”. “Avvocato - le diceva - non ho il coraggio di dirlo alla mamma, mi vergogno”. Ripeteva che voleva uscire dal carcere e trovare un lavoro. A San Martino al Tagliamento, dove stava scontando la pena nella casa di accoglienza Oltre la pena, era seguito da una psicologa. Un percorso che il trasferimento in carcere non aveva interrotto, perché la professionista era andata a trovarlo assicurandolo che nulla sarebbe cambiato. A Karam erano stati concessi i domiciliari dal Tribunale di Gorizia con la possibilità di frequentare il Centro per l’istruzione degli adulti di Pordenone: stava imparando bene l’italiano. Con l’esuberanza dei suoi 19 anni chissà quante volte si è sentito invincibile, come quando passava sotto il carcere di Pordenone gridando parole di saluto e incoraggiamento agli amici “maranza” in misura cautelare per le rapine in stazione ferroviaria. Esuberanza che si è manifestata anche nella casa di accoglienza di San Martino con violazioni alle prescrizioni del magistrato puntualmente segnalate dai carabinieri di Casarsa. Tutto è precipitato a luglio, quando è rimasto coinvolto nelle risse del 23, 24 e 29 luglio. In un caso è spuntato un coltello e un ragazzo ha subito lesioni non gravi. L’ultimo episodio è quello che ha fatto precipitare la situazione. Scappato verso l’autostazione dopo l’ennesimo parapiglia, doveva salire sull’autobus diretto a San Martino. Controllato dalla Guardia di finanza, ha fatto resistenza. Arrestato e processato per direttissima, aveva ottenuto nuovamente i domiciliari in attesa di chiudere il capitolo processuale a settembre con un rito alternativo. “Brucio tutto”. Questa è stata la minaccia in uno di quei momenti in cui perdeva il controllo. Ancora fuoco. E gli operatori della struttura di San Martino hanno ritirato la disponibilità all’accoglienza. Quando al Tribunale è stata sottoposta la situazione, la misura cautelare è stata aggravata. Karam è stato portato in carcere il 5 agosto. I primi dieci giorni tutto è andato bene. A Ferragosto ha cominciato a dare segni di nervosismo. Lunedì mattina ha rotto il vetro della finestra ed è stato portato in pronto soccorso per accertamenti. È stata una brutta giornata, di quelle in salita. Verso sera sembrava essersi calmato dopo che un agente gli ha portato un caffè. Ma in testa Mamdouh aveva altre idee, chissà quanto confuse in tutta quella solitudine. “Chi avvisiamo se stai male o ti succede qualcosa?”, è stata la domanda di rito quando è entrato nella Casa circondariale di piazza della Motta. “Nessuno”. La casella è rimasta vuota. Non ha voluto indicare neanche la mamma, si vergognava per averla delusa. Torino. “Carcere inadeguato: basta con la retorica, il governo intervenga” di Nicolò Fagone La Zita Corriere di Torino, 19 agosto 2026 Il sindaco Lo Russo visita l’istituto di pena torinese: “Il sovraffollamento non consente la riabilitazione”. “Serve meno retorica e più azione, il carcere di Torino oggi è inadeguato”. È questo il messaggio di Stefano Lo Russo dopo la visita avvenuta ieri pomeriggio alla casa circondariale Lorusso e Cutugno. Il sindaco è entrato nel carcere delle Vallette intorno alle 15, a poche ore di distanza dalla visita effettuata dai Radicali, che avevano già denunciato una situazione segnata dal sovraffollamento, dalla carenza di personale e dalla presenza di moltissimi detenuti con gravi fragilità, arrivando persino a parlare di “lager”. “Credo sia doveroso venire a vedere la situazione del carcere, anche per portare solidarietà e vicinanza a detenuti e forze dell’ordine - ha spiegato il primo cittadino -. La politica spesso dimentica questi luoghi, mentre invece essere fisicamente presenti è doveroso e utile. Il carcere torinese è inadeguato dal punto di vista dimensionale al numero dei detenuti, inoltre la gestione risulta complessa perché entrano persone che si sono macchiate di tanti tipi di reati diversi”. Il problema, secondo Lo Russo, non è soltanto quello delle condizioni materiali, ma riguarda la possibilità stessa di realizzare la funzione per cui il carcere dovrebbe esistere. “La missione dovrebbe essere la riabilitazione, invece il sovraffollamento rende l’attività di reinserimento quasi impossibile”. E qui il ragionamento del sindaco si sposta fuori dalle mura dell’istituto: “Eppure il carcere è una componente della sicurezza urbana, chi esce non deve più compiere delitti, ma senza riabilitazione si favoriscono ulteriori attività criminali”. Il rischio, così, è quello di un circuito che si autoalimenta seguendo una scia negativa. Per questo, secondo il sindaco, intervenire sui percorsi di reinserimento significherebbe migliorare anche la sicurezza delle città. “Il Comune può fare poco, cerchiamo di sostenere le attività per provare a riabilitare soprattutto i più giovani. Su di loro si deve necessariamente fare un ragionamento”. La responsabilità principale, però, viene attribuita al governo, colpevole di “non investire”. E se continuerà così, “la tanto sbandierata sicurezza mancherà sempre di un pezzo”, insiste il sindaco. E tra le questioni più delicate Lo Russo indica quella delle dipendenze, “soprattutto crack. Oggi non c’è una reale presa in carico di questi detenuti, parliamo di fenomenologie non gestite”. Senza dimenticare il sovraffollamento: “Servono nuovi spazi detentivi, oggi ci sono almeno 400 persone in più rispetto alla capacità massima”. E il flusso in entrata rende ancora più difficile la gestione: “Ne arrivano circa 200 al mese, e così è impossibile separarli in base al reato”. Una situazione che produce, secondo il sindaco, anche un problema di sicurezza interna. “Si creano condizioni detentive inadatte ai reati compiuti, con i più giovani che spesso si trovano in cella con criminali dalla lunga fedina penale”. Il problema si riversa anche su chi lavora dentro il carcere, ovvero la polizia penitenziaria, con “gravi difficoltà di gestione”. Lo Russo prova anche a indicare la strada verso nuovi modelli: “Le carceri che funzionano sono quelle come Bollate, un istituto sperimentale su cui è stato fatto un investimento e che si presenta come uno strumento di sicurezza, formazione e reinserimento”. Tuttavia, “il governo non sembra andare verso questa direzione”. Da qui l’appello finale: “Serve una presa di coscienza, non basta la retorica sulla sicurezza. Servono spazi, percorsi individuali, la presa in carico delle fragilità e investimenti sulla riabilitazione”. Agrigento. Una soluzione per il carcere: chiuderlo e buttare via la chiave di Sergio D’Elia huffingtonpost.it, 19 agosto 2026 Quando si dice irredimibile, di solito, si parla di persone che non cambieranno mai. Ebbene: qui di irredimibile c’è soprattutto l’istituto penitenziario, non è riformabile. Può soltanto essere chiuso. Sono andato in visita al Carcere di Agrigento insieme a Nessuno tocchi Caino e agli amici della Camera penale. Quello che abbiamo visto lo abbiamo poi raccontato a Canicattì, a Palazzo Lombardo, in una conferenza in cui è intervenuto anche don Lillo. È stato un piacere ascoltarlo, non soltanto per le parole che ha detto, anche per la pacatezza con cui le ha dette e per la profondità del suo pensiero cristiano. Sarebbe stata contenta mia madre nell’ascoltarlo, davvero con commozione, come lo ho ascoltato io. Mia madre non c’è più. Se n’è andata nell’anno in cui se n’è andato Marco Pannella. Lei non era maldicente, non parlava mai male delle persone e non parlava neanche delle persone cattive. Parlava sempre bene e delle brave persone, di quelle buone, di quelle che tutti apprezzano per la loro generosità, e diceva: “Quello è un bravo cristiano”. Ecco: un cristiano come sinonimo di bravo, di buono, di generoso. Come l’ospite di Palazzo Lombardo, Giovanni Salvaggio, che ogni anno ci accoglie con la bontà di un bravo cristiano, nel senso proprio, vero, autentico del termine. Cristiano viene da Cristo, e Cristo è il Signore del “non giudicare” della parabola dell’adultera. “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”. Tutto quello che vediamo quando entriamo nei luoghi di privazione della libertà nasce da lì: da quella pretesa, da quell’arroganza di giudicare gli altri. Quella parabola è straordinaria. Arrivarono tutti al centro dell’arena del giudizio, la piazza della giustizia, della moralità, della punizione. Erano tutti pronti, con il mucchio di pietre già pronte lì, e lei, l’adultera, pronta per essere lapidata. E il Signore disse: “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”. Nessuno lanciò la pietra. Tutti si ritirarono, come si dice, in buon ordine. Erano peccatori, non erano peccatori? Forse avevano semplicemente capito che, anche senza colpa, non si poteva esercitare il ruolo, il potere, la violenza del giudizio. C’è poi il Signore dell’Antico Testamento, nel passo della Genesi. che “pose su Caino un segno perché non lo colpisse chiunque lo avesse incontrato”. Mariateresa Di Lascia, insieme a Marco Pannella, fu tra i fondatori di Nessuno tocchi Caino e diede proprio questo nome, radicalmente nonviolento, alla nostra associazione. Qualcuno obiettò: “No, non c’è scritto questo nel testo. È scritto Nessuno uccida Caino”. Ma lei disse: “No, dev’essere Nessuno tocchi Caino”. Perché c’è un valore superiore alla mera materialità della vita biologica, ed è il valore universale della coscienza e della dignità dell’individuo. Una sfera di inviolabilità della persona che va oltre la semplice persona fisica: c’è qualcosa di intangibile. Mariateresa aveva chiesto a Erri De Luca di verificare questo passo della Genesi dall’aramaico antico. “Che cosa dice testualmente?”. Ebbene, la dizione letterale vicina a quella che lei, visionaria, aveva intuito - il “nessuno tocchi” non “nessuno uccida” Caino - venne avallata come autentica. Mariateresa Di Lascia, senza nemmeno saperlo, aveva fatto la riforma dell’Antico Testamento. Sembra una bestemmia dirlo, ma è così. Era una visionaria, e i visionari non solo anticipano il futuro, riformano anche il passato, compiono salti quantici in un verso e nell’altro. La freccia del tempo corre avanti e indietro nel campo delle infinite possibilità. Mariateresa ci ha lasciati quasi subito dopo aver fondato Nessuno tocchi Caino nel 1993, se n’è andata nel 1994 e nel 1995 fa accadere due cose straordinarie. La prima è il suo romanzo “Passaggio in ombra”. Pannella di lei, visionaria com’era, diceva: “Sei una strega”. E lei avrebbe scritto un romanzo che nel 1995 avrebbe vinto il Premio Strega: il premio alla strega, cioè a Mariateresa Di Lascia. Nello stesso anno esce l’Evangelium Vitae di Giovanni Paolo II. È il secondo evento: lì, nella parte dell’enciclica sulla giustizia, il passo della Genesi viene tradotto in una forma diversa, quella di Erri De Luca e che conferma la visione di Mariateresa Di Lascia: non “nessuno uccida Caino”, ma “nessuno tocchi Caino”. C’è più civiltà nell’Antico Testamento che non nei moderni testamenti, le leggi fondamentali e i codici che regolano la vita civile di un Paese, l’amministrazione della giustizia del nostro tempo. E poi c’è, il Nuovo Testamento, e il suo millenario “non giudicare”. Non dobbiamo inventare nulla: andiamo alle origini, andiamo nella notte dei tempi per scoprire se e come possiamo ancora, davvero, dirci cristiani. Leggiamo quei testi e poi valutiamo, oggi, la nostra coerenza, la nostra civiltà, di fronte alla realtà delle carceri. Non è un problema di direttori, non è un problema di comandanti. Il problema è il carcere. Non mi dispiacciono i “carcerieri”. A me dispiace che esistano ancora carceri come quello di Agrigento. Quando si dice “irredimibile”, di solito, si parla di persone, quelle per cui si vuole buttare via la chiave: sei un carcerato irredimibile, tu non cambierai mai, per te non ci sarà redenzione, sei refrattario a qualsiasi emenda. Ebbene: ad Agrigento di irredimibile c’è soprattutto il carcere, è l’istituto penitenziario a non essere emendabile, a non essere riformabile. È irredimibile, andrebbe chiuso e buttata via la chiave. Altiero Spinelli diceva: “Più penso al problema del carcere e più mi convinco che non c’è che una riforma carceraria da effettuare: l’abolizione del carcere penale”. Filippo Turati, già nel 1904, parlava del carcere come un “cimitero dei vivi”. Io non voglio che ci siano vivi nei cimiteri. Non voglio che il carcere sia quello che ho visto. Per esempio, quella sezione che viene chiamata “prima accoglienza”: il benvenuto del carcere. Entri per la prima volta in carcere e ti danno il benvenuto in quella sezione. Erano nove le persone in una cella che ho misurato, “giusta” a mala pena per quattro. Sono sempre così, ovunque, le sezioni più basse del carcere; comunque si chiamino - prima accoglienza, transito, isolamento - lì trovi il malato, il tossico, lo straniero, il fuori di testa. Il carcere è comunità di accoglienza, campo profughi, lazzaretto. Soprattutto, è diventato un manicomio. Abbiamo abolito i manicomi, abbiamo abolito anche gli ospedali psichiatrici giudiziari. Franco Basaglia li ha chiusi, i manicomi, a furia di aprirli. Ecco: l’unica riforma possibile del carcere è la sua apertura. Lo apri, e quando una cosa è aperta non è più chiusa. Hai chiuso il carcere. Che cosa fece Basaglia coi matti? Fu considerato matto perché fece una cosa da matti. C’era Marco Cavallo. Nome Marco, cognome Cavallo. Ma era un cavallo vero, un equino, che portava via la biancheria sporca del manicomio di Trieste con la carretta. Quando andò in pensione, tutti i malati di mente - sani, più dei sani - dissero: “Ma come, ci abbandona il nostro amico cavallo? Ora lo porteranno al macello”. E invece un bravo cristiano se lo portò in campagna. Però ai matti mancava Marco Cavallo. E allora Basaglia fece costruire un enorme cavallo di cartapesta celeste, talmente grande e talmente bello che si disse: “No, questo non può rimanere dentro il manicomio, lo dobbiamo far vedere a tutta la città”. Ma l’opera equestre non usciva dal portone. E allora Basaglia fece quello che io vorrei fare col carcere: abbattere il portone, il muro di cinta, aprire il carcere, far uscire Marco Cavallo. È la storia del Cavallo di Troia, ma al contrario: non il cavallo che entra, ma il cavallo che esce e porta fuori gli assediati: i matti. Marco Cavallo girò per la città, e dietro di lui tutti i matti per la prima volta uscirono dal manicomio, insieme agli psichiatri e agli infermieri. Fu la chiusura simbolica da cui poi partì la riforma, la fine dei manicomi. Io vedo il futuro del carcere come Basaglia ha visto il futuro dei manicomi: la loro abolizione. Che cosa vuoi emendare? È irredimibile il carcere, altro che i carcerati, i matti, gli internati di oggi. E quando accade che il carcere sia dannoso non solo per i carcerati, ma anche per i carcerieri, vuol dire che è giunta la fine di quell’istituto. Il carcere è dannoso. Quel lezzo, quella puzza di morte, quel “cimitero” di cui parlava Filippo Turati, avvolge tutti, impregna i vestiti, non solo dei carcerati, ma anche degli agenti e perfino i nostri, di tutti quelli che sono andati a visitarlo. I vestiti non sono più gli stessi, una volta che sei passato di lì. Ogni volta, quando esco, la sento ancora addosso la puzza del carcere. Quando un luogo è letale non solo per la vittima designata, il carcerato colpevole che deve penare, ma anche per il carceriere che non ha nessuna colpa e ci deve lavorare, allora vuol dire che è giunta l’ora di chiudere quella fabbrica di dolore corporale e di inquinamento morale. Sono visionario? Si, penso di esserlo. Ma, a ben vedere, i visionari sono gli unici realisti, perché sono creatori di una nuova realtà, quando quella che abbiamo sotto gli occhi è diventata intollerabile. I visionari, non contemplano una realtà immutevole, non sono immersi nello status quo, nella merda del reale, come quella che abbiamo visto ad Agrigento. Immergiti in quella cosa lì, e poi dimmi se sei ancora realista. Io non la sopporto: puzza, fa schifo, fa letteralmente schifo. La “sezione prima accoglienza” di Agrigento va chiusa. E se chiudi la prima, hai chiuso la seconda, la terza, la quarta accoglienza, tutte le tombe, anche le più accoglienti, del “cimitero dei vivi”. Nel frattempo, se si vuole ridurre il danno mortifero non solo per il detenuto, ma anche per chi in quel luogo lavora, quella sezione va profondamente bonificata. Oppure - e io credo che sarebbe la scelta più economica ed ecologica - la si deve semplicemente chiudere. Prato. Il collega scarica l’agente indagato: “Io non avrei mai sparato” di Giorgio Bernardini Corriere Fiorentino, 19 agosto 2026 Pubblicati i filmati del caos all’ospedale di Prato. La difesa: “Video parziale”. “Io non avrei mai sparato”. Le parole pronunciate ai magistrati complicano la posizione dell’agente penitenziario indagato per tentato omicidio dopo aver sparato ad un detenuto di 22 anni che cercava di scappare dalla “camera calda”, lo spazio destinato all’arrivo delle ambulanze, del pronto soccorso di Prato. A parlare è il collega, sentito come persona informata sui fatti per due volte: l’agente più anziano - quello che ha sparato ha meno di 18 mesi di servizio - ha spiegato la sua versione dei fatti. Le immagini registrate dalle telecamere interne dell’ospedale Santo Stefano mostrano il giovane marocchino, ammanettato, mentre corre nell’area del pronto soccorso riservata alle ambulanze, cercando di trovare riparo dietro un mezzo. Poco prima aveva preso e scaricato un estintore e scaricato nei locali dell’ospedale. Una volta giunto nella “camera calda” il ragazzo si muove all’interno di uno spazio chiuso, almeno apparentemente senza una via di fuga: un particolare decisivo nella valutazione della Procura che ha negato all’agente lo scudo penale previsto dal decreto Sicurezza. In pochi secondi l’agente spara tre volte a distanza ravvicinata: uno dei proiettili raggiunge il 22enne a una gamba (non è in pericolo di vita). La Procura guidata da Luca Tescaroli, sta ora mettendo insieme tutti gli elementi per ricostruire con precisione quei momenti. Alle immagini vengono affiancate le testimonianze e gli accertamenti della polizia scientifica. Il nodo è capire se la scelta di utilizzare l’arma sia stata legittima per impedire la fuga oppure se, come sostiene l’accusa, i tre colpi siano stati esplosi “deliberatamente”. Gli avvocati Giuseppe Vittorio Fucci e Vittorio Luigi Fucci descrivono il loro assistito come “molto provato” e contestano il modo in cui sono state interpretate le immagini: “Il video reso pubblico è parziale”. Secondo i legali, infatti, del 22enne andrebbe accertata la condizione: un arrestato fermato dopo essere stato sorpreso mentre cercava di lanciare oltre le mura della Dogaia plichi contenenti droga. Durante l’inseguimento era caduto, riportando ferite che avevano reso necessario il trasferimento al pronto soccorso. La versione della difesa è che il poliziotto abbia prima sparato in aria, come avvertimento, e poi verso il basso, colpendo il giovane: “In uno stato di choc, per tutelare l’incolumità pubblica e propria e per evitare che l’uomo evadesse”. Gli avvocati contestano l’accusa: “Non comprendiamo come la Procura non ravvisi un uso legittimo delle armi e soprattutto su cosa basi l’accusa di tentato omicidio”. Sul fronte politico il centrodestra - dal vicepremier Matteo Salvini al sottosegretario alla Giustizia Alberto Balboni, si sono già schierati in difesa dell’agente indagato. Monza. Sovraffollato e “malato”. Il carcere scoppia: la denuncia dei Radicali di Dario Crippa Il Giorno, 19 agosto 2026 In visita accompagnati anche dal consigliere comunale Paolo Piffer. I numeri: 737 presenze per 411 posti, 311 reclusi con gravi problemi psichiatrici. La casa circondariale di via Sanquirico alla periferia di Monza è alle prese con i problemi di sovraffollamento e di mancanza di risorse Anche gli agenti di polizia penitenziaria sono troppo pochi per tutte le esigenze. È un po’ come un ospedale in cui ci sono solo 411 letti, ma i “pazienti” sono allo stato attuale 737 (ma la linea può salire o scendere in base al periodo). Un ospedale in cui i pazienti dovrebbero stare (anche) per curarsi ma non ci sono medici a sufficienza. Un ospedale in cui la quantità di malati psichiatrici gravi è altissima (311) eppure non c’è nessuno per dar loro sollievo. In cui “i giovani sono in preoccupante aumento” ma si trovano a convivere con persone di età ben diversa, in uno spaccato generazionale critico. In cui spesso pazienti e medici non parlano fra l’altro la stessa lingua e faticano a comunicare. Benvenuti alla casa circondariale di Monza, visitata a cavallo di Ferragosto, come tradizione, da una delegazione del Partito Radicale. C’erano Simona Giannetti e Francesco Pasquariello (del Consiglio Generale) con Paolo Piffer (consigliere comunale di Monza per la lista Civicamente) e Laura Ferrari (consigliera comunale di Cologno Monzese, Avs). Come sempre, ha tenuto banco il tema del sovraffollamento: “Il Partito Radicale ha più volte e di recente ribadito come questa situazione ormai non possa più essere definita un’emergenza”, ha riferito Simona Giannetti. È del 190% in più il dato delle presenze con 737 detenuti per 413 posti di capienza non tutti disponibili (infatti sono 411, ndr). “La terza e quarta branda sono la regola, per lo più nelle sezioni con regime aperto”, ha proseguito. Anche il numero dei giovani adulti non è da sottovalutare: sono 97 e molti di loro provengono dal carcere minorile per reati commessi in minore età. Sul fronte delle misure alternative, considerato che quasi il 70% sono definitivi, solo 28 sono ammessi al lavoro all’esterno e 5 i semiliberi. “Rendere effettivo il reinserimento, che passa anche attraverso il lavoro, consentirebbe anche l’accesso alle misure alternative - dice Simona Giannetti -: ecco perché la delegazione ha fatto notare come una maggiore connessione dell’istituzione carceraria con il territorio e le sue imprese dovrebbe essere valutata dal legislatore”. E sul fronte problemi psichiatrici, “la condizione della carcerazione diviene per loro di fatto vero e proprio trattamento inumano e degradante, ormai inaccettabile per uno Stato di Diritto” commenta Simona Giannetti. “La mia presenza unisce il ruolo politico, l’impegno civico sul territorio di Monza e l’esperienza quotidiana sul campo come operatore penitenziario: tre prospettive che convergono nell’unico obiettivo di fare tutto il possibile per rendere il sistema carcere sempre più efficiente, affinché riesca finalmente a realizzare fino in fondo la funzione rieducativa della pena stabilita dall’articolo 27 della nostra Costituzione”, chiude Paolo Piffer. Sondrio. Violenza contro le donne. L’impegno dal carcere di Fulvio Domenico D’Eri Il Giorno, 19 agosto 2026 La Casa circondariale di Sondrio è entrata ufficialmente a far parte della rete interistituzionale contro la violenza sulle donne. Il direttore, Ylenia Santantonio, ha infatti sottoscritto nei giorni scorsi l’adesione al protocollo in seguito alle precedenti interlocuzioni avute con Palazzo Pretorio e al consenso di tutti i partner istituzionali della rete, tra i quali figurano il Comune, Prefettura, Asst, l’Ufficio di esecuzione penale esterna, l’Ufficio scolastico territoriale e molti altri. Con questa adesione, la struttura di via Caimi vuole essere parte dello sforzo di prevenzione e contrasto alla violenza contro le donne, essendo, per definizione, l’istituzione penitenziaria quella deputata non solo a contenere, ma anche a rieducare i soggetti, autori di questi reati. L’impegno della Casa circondariale e quello della Polizia penitenziaria, in particolare, è quello di prendere parte ad iniziative di rilevanza pubblica nelle quali verrà promossa la parità di genere, soprattutto tra le giovani generazioni, all’interno delle scuole e negli eventi rivolti alla cittadinanza, al pari di quanto viene svolto dalle altre Forze dell’ordine. Una partecipazione alla rete che miri non solo alla repressione di simili condotte, ma anche ad uno sforzo condiviso di prevenzione e rieducazione futura. Giostra illumina il carcere e l’umanità della pena con l’arte del narratore, così che tutti “vedano” di Gian Luigi Gatta* Il Dubbio, 19 agosto 2026 Con la pubblicazione del suo primo romanzo, Se fioriscono le spine (Edizioni Menabò, 2025, pp. 164), Glauco Giostra supera sé stesso: cambia genere letterario, libera una stupefacente fantasia, amalgamata alla sua nota sensibilità per il tema della pena detentiva conforme al modello costituzionale, regalando al lettore una storia intensa e coinvolgente, per nulla scontata e ricca di spunti di riflessione. Giostra trova un inedito modo per parlare della pena e del vissuto criminale: lo fa con un registro comunicativo capace di raggiungere un vasto pubblico, veicolando in altro modo messaggi al centro da decenni delle sue riflessioni di rinomato studioso dell’esecuzione penale e dell’ordinamento penitenziario. I personaggi del romanzo, l’avvincente storia in cui si dipana - adatta a un film - sono in grado come e più di saggi o articoli scientifici di esprimere, con le parole di Giostra nel risvolto di copertina, “l’inesausto interesse per una pena detentiva più rispettosa della dignità umana”. Il romanzo ruota attorno a due personaggi principali: Antonio e Angelo, detto il Muto. Due uomini segnati da vissuti complessi, che si incontrano in carcere, saldano un’amicizia fraterna in un luogo privo di umanità e speranza, tornano a delinquere una volta in libertà facendosi arrestare pur di sottrarre una donna, Aurora, a una brutale violenza sessuale nel corso di una rapina. Aurora, riconoscente, offre loro un lavoro e l’opportunità di rifarsi una vita fuori dal carcere, pur con le difficoltà di chi è continuamente chiamato a fare i conti, nel presente, con un passato che fatica a restare alle spalle. La copertina del libro raffigura le sbarre di una cella. Non è però un romanzo sul carcere. Dopo poche pagine la narrazione, che inizia con il processo e passa dal carcere, si sposta sul vissuto dei protagonisti. Il loro prima, il loro durante, il loro dopo la pena. Quello di Giostra è un romanzo che esalta le persone che stanno dietro ai reati: i vissuti individuali, le relazioni interpersonali, l’amicizia, la comprensione, la fiducia, il bene e i valori, che possono resistere al carcere e, prima ancora, esistere nonostante il carcere. Il messaggio di fondo che se ne ricava è che dal male può nascere il bene: possono fiorire anche le spine, appunto. Le storie di Antonio e del Muto mostrano come nessuno equivale - e può essere ridotto - al reato che ha commesso. C’è del bene anche dentro al male, e la sfida della società è quella di sapere tirare fuori quel bene, facendolo prevalere sul male. L’amicizia di due detenuti, nata in cella, si può tramutare in complicità criminale, prendendo la via della recidiva, oppure nella comunione di un percorso di vita al di fuori della criminalità. Nel romanzo di Giostra convivono le due strade alternative, entrambe intraprese dai personaggi. Prevale però alla fine, come in una sliding door, la via del ritorno alla vita lontana dal crimine. Essenziale è la fiducia di Aurora, cioè di chi (per di più da vittima di un reato) sa offrire opportunità e speranza a uomini che non sono “delinquenti”, ma persone che hanno commesso reati e che possono cambiare vita, facendo del bene a sé e agli altri. Con una penna particolarmente abile, Giostra trasporta il lettore in una narrazione avvincente, a tratti drammatica e commovente, che non dà vita a un libro dei sogni, anzi. Nel libro coesistono e si alternano sentimenti opposti: tristezza, felicità, amicizia, cattiveria, amore, odio, speranza, scoramento (come quello di un detenuto suicida). In un bilanciamento degli opposti, gli elementi positivi possono prevalere solo se ciascuno di noi - e la società nel suo complesso - sa essere capace di guardare oltre al reato e di valorizzare quanto di buono c’è in ogni vita, che vale la pena - è proprio il caso di dirlo - di essere recuperata e vissuta. La strada è indicata dall’articolo 27 della nostra Costituzione. Percorrerla richiede di evitare preconcetti e facili etichettamenti e di sapere guardare ai condannati come a persone, con le loro fragilità e i loro punti di forza. Veicolare questo messaggio in tempi di dilagante populismo penale e di crisi del carcere, con la potenza narrativa di una storia avvincente, è un sicuro merito del romanzo e di Glauco Giostra. *Ordinario di Diritto penale nell’Università degli Studi di Milano, presidente dell’Associazione italiana professori di Diritto penale (Aipdp) La democrazia non si eredita. Si impara di Giorgio Vittadini* Avvenire, 19 agosto 2026 Maggioranza e opposizione tornano a scontrarsi sulle regole del gioco, mentre crescita debole, povertà e rivoluzione tecnologica rendono più urgente la capacità di decidere insieme. A ottant’anni dalla Repubblica, convergere significa impedire che il conflitto diventi l’unico modo di stare nello spazio pubblico. La legge elettorale torna al centro del confronto, ma ancora una volta è trattata come un’arma tra maggioranza e opposizione, non come ricerca di regole in cui tutti possano riconoscersi. Sullo sfondo, crescita debole, tensioni internazionali, debito pubblico e rivoluzione tecnologica rendono più urgente la capacità di decidere insieme. Bastano pochi numeri a mostrare quanto la distanza tra cittadini e istituzioni sia concreta: nell’Eurobarometro la fiducia degli italiani nei partiti resta tra le più basse d’Europa, intorno al 10-15%, e quella nel Parlamento non arriva a metà della popolazione. È la misura di quanto sia fragile il legame che tiene insieme una democrazia. La Repubblica nacque da un movimento opposto. Dopo la dittatura e la guerra, culture politiche lontanissime - cattolici, liberali, socialisti, comunisti - riconobbero che le loro differenze non potevano essere cancellate, ma neppure impedire una casa comune. La Costituzione fu il frutto di questa capacità di trasformare il conflitto in collaborazione: il compromesso non fu rinuncia ai principi, ma il metodo con cui principi diversi concorrevano a un bene comune. È questa conquista che oggi rischiamo di perdere. Il dibattito si concentra da anni sull’architettura dello Stato, ma non condividere nemmeno le regole del gioco rivela che il problema viene prima delle regole: nessuna formula istituzionale genera da sé fiducia o classe dirigente responsabile. La riforma della giustizia, che resta una ferita aperta da decenni, lo dimostra: da più di trent’anni ogni maggioranza cerca di riformarla a modo suo, ogni opposizione riapre tutto. Il nodo non si scioglie, si tramanda. Lo stesso accade, più concretamente, sul terreno sociale. L’occupazione italiana è ai massimi storici, ma resta sotto la media europea, con un divario di genere e territoriale che lascia indietro donne, giovani e Mezzogiorno, dove i ragazzi che non studiano né lavorano sono tra i più numerosi d’Europa. Creare lavoro non è una voce di bilancio: è la condizione perché il benessere economico non resti un privilegio. La povertà assoluta ha intanto toccato livelli tra i più alti dal dopoguerra, con milioni di persone che non si permettono un paniere minimo di beni essenziali. Aiutare chi resta indietro - col lavoro prima che col sussidio - misura quanto una comunità sia ancora tale. Qui si gioca la posta più alta: il rischio di perdere l’universalismo dello Stato sociale. La spesa pensionistica, tra le più alte d’Europa in rapporto al Pil, unita a bassa crescita e invecchiamento, spinge a selezionare e targettizzare in nome dei conti. Senza contrappesi, questa tentazione rischia di trasformare il welfare universale in un sistema duale, dove chi può si tutela privatamente e chi non può resta scoperto: nessuna cittadinanza politica regge senza una cittadinanza sociale garantita per tutti. L’intelligenza artificiale può aprire opportunità straordinarie, ma rischia di allargare l’esclusione se non accompagnata da formazione e redistribuzione dei benefici. Lo stesso vale, su scala più larga, per l’ordine internazionale: la logica dei dazi e delle sfere di influenza torna a regolare i rapporti tra potenze. È una deriva che l’Italia non può condividere: un mondo dove il benessere di alcuni si ottiene a scapito di altri, con un approccio predatorio verso i Paesi più deboli, non produce sicurezza ma nuove fragilità comuni. Vale tra Stati come tra parti sociali: regge nel tempo solo la convergenza, non la sopraffazione. Ci sono questioni che competono alla maggioranza e ce ne sono altre su cui tutte le forze politiche devono convergere, pena la perdita della prosperità e del futuro unitario del Paese. Convergere non significa cancellare le differenze, ma impedire che il conflitto diventi l’unico modo di stare nello spazio pubblico. Come osservava Alexis de Tocqueville, la democrazia si indebolisce quando gli individui restano soli: accade se i partiti sono solo macchine di potere, non luoghi di partecipazione. Gli ottant’anni della Repubblica - di cui si parlerà all’imminente Meeting di Rimini - pongono una domanda decisiva: quale società vogliamo, e chi è disposto a farsene carico: un Paese dove la fiducia si ricostruisce, il lavoro si crea, i più poveri non restano indietro e lo Stato sociale resta di tutti, o un Paese che rinuncia, un pezzo alla volta, a queste condizioni. La democrazia non si eredita. Si impara. *Presidente Fondazione per la Sussidiarietà Regoliamo l’AI prima che sia troppo tardi di Walter Veltroni Corriere della Sera, 19 agosto 2026 Non dobbiamo opporci all’Intelligenza artificiale ma evitare che diventi un rischio per l’umanità. Il tema è politico. “Dissipatio H.G.” si intitola l’ultimo romanzo scritto da Guido Morselli. Lo concluse pochi mesi prima di togliersi la vita, il 31 luglio del 1973, dopo che per l’ennesima volta le più importanti case editrici italiane gli avevano restituito il manoscritto con una gentile lettera di rifiuto. Uscì postumo, è uno dei grandi meriti di Adelphi, nel 1977. Quel genio di Morselli aveva immaginato un uomo che volendo per l’appunto suicidarsi, raggiunge un luogo isolato, una grotta in alta montagna, lontano da una città immaginaria. Poi rinuncia e quando torna a valle scopre che non c’è più nessuno, che il mondo, humani generis, si è dissolto, lasciando solo le cose, i luoghi ma non la vita. Mi ha fatto pensare a questa angosciata previsione la lettura di due notizie, inerenti all’intelligenza artificiale. La prima è che uno dei più importanti matematici del mondo, Jacob Tsimerman, ha deciso di lavorare per OpenAi con l’obiettivo di evitare una possibile catastrofe determinata dallo strapotere, ogni giorno crescente, dei modelli di intelligenza artificiale che evolvono a una velocità impressionante. Ha coniato un termine agghiacciante, “omnicidio”, per significare che ci sono casistiche possibili nelle quali l’AI può scatenare una guerra e, in un tempo di nuova proliferazione nucleare, un conflitto che sarebbe definitivo, ultimo. Nel paper che contiene queste allarmanti previsioni sono fatte varie ipotesi. Che i sistemi diventino talmente autosufficienti e capaci di fare cose che l’uomo non è in grado di comprendere, da travolgere con le proprie decisioni i paletti che si sono fin qui definiti per evitare l’apocalisse. Oppure che, in uno scenario da Wargames, il controllo crescente che i modelli hanno dell’attività degli eserciti possa portare a incidenti che generano altri incidenti fino a un devastante conflitto mondiale. L’”omnicidio” è una parola che non dovrebbe esistere. Ma è stata generata, in definitiva, dall’irresponsabilità di chi ha pensato a usare l’intelligenza artificiale per allestire video burloni o aggressivi e non si è posto, per ignoranza o fragilità, il problema di garantire agli umani e alle loro istituzioni il controllo su macchine che già oggi sono in grado di superare i confini del sapere conosciuto. Un altro genio come Morselli, Stanley Kubrick, aveva previsto tutto questo immaginando che Hal 9000, il computer di 2001 Odissea nello spazio, volesse prendere il comando dell’operazione spaziale detronizzando l’equipaggio dopo aver ucciso uno dei due astronauti. Il comandante Bowman alla fine non può che liberarsi di Hal destrutturandolo attraverso la disattivazione della sua memoria, il suo unico sapere. Il paradosso di oggi è che più autonomia le macchine conquistano, meno sono definibili e certi i confini del loro operare. In un anno la capacità di gestione di compiti di ingegneria del software è passata da dieci a trenta minuti, ad esempio. Ma è stato Sam Altman, che ha fondato OpenAi, a seminare il panico con tre previsioni, non semplici rischi. Richiesto di indicare i pericoli dello sviluppo incontrollato dell’AI ha detto che ci sono almeno tre possibilità: che una potenza possa creare una “super-intelligenza” e ne abusi prima che il resto del mondo abbia sviluppato gli strumenti per difendersi. E ha esemplificato: qualcuno potrebbe utilizzare questa super-intelligenza per progettare un’arma biologica o per abbattere la rete elettrica di un Paese come gli Usa o per entrare nel sistema finanziario e prendere i soldi di tutti. Cose che può fare un’intelligenza che Altman stesso definisce “soprumana” ribadendo che ora è molto possibile e rispetto alla quale non potremmo difenderci. Chiaro? È il fondatore di OpenAi a dirlo. Secondo rischio: che si perda il controllo dell’AI e, come nei film di fantascienza, la macchina si rifiuti di essere spenta. “Temo di non poterlo lasciare fare” direbbe, con l’odiosa voce affettata di queste macchine, non diversa da quella di Hal. Sarebbe il segno di un passaggio netto di potere, dagli umani alle macchine. Finale di partita. Il terzo: le macchine prendono accidentalmente il controllo del mondo. Senza cose da fantascienza come nei primi due casi ma diventando così radicate nella società e tanto più intelligenti di noi, che non potremmo più capire cosa stia facendo. Ma non possiamo comunque fare senza di lei e siamo subalterni: lo è il ragazzo che ormai non compie scelte sulla sua vita senza l’AI o, dice Altman, un presidente degli Stati Uniti che non può prendere decisioni senza ChatGpt7, ma non riesce assolutamente a capire quelle scelte. Figurarsi Trump. Il rischio, dice ancora Altman, è che la società trasferisca una parte del processo decisionale a una macchina diventata tanto potente da agire autonomamente. Le macchine acquisiscono autonomia, noi la perdiamo. Le macchine crescono sul sapere e noi siamo inghiottiti dalla “recessione cognitiva”. Il problema non è opporsi all’AI, ma dare le regole al progresso. Un tema con il quale l’intelligenza umana, dall’invenzione della ruota a quella del motore a scoppio, ha sempre fatto coraggiosamente i conti. Non sarebbe questo un grande tema politico? Prima che sia troppo tardi, prima della dissipatio, per definire regole minime di convivenza tra macchine e umani? Non è più importante questo, per la democrazia, delle norme per le primarie o delle convulsioni per le alleanze nel centrodestra? La parola “omnicidio” non dovrebbe accendere un campanello di allarme? Se la democrazia è viva, se vuole esistere, è ora che alzi la testa e guardi la realtà, inedita, del nostro tempo. Non possiamo essere meno avveduti persino del comandante Bowman. Che pure fu immaginato, da un umano, nel suggestivo ma lontanissimo 1968. Ai giovani serve il “giudizio critico” di Maurizio Ferrera Corriere della Sera, 19 agosto 2026 Tre ragazzi su 4 si informano sui social scegliendo tra modelli politici confezionati. Qualche settimana fa l’agenzia francese incaricata di rilevare le ingerenze digitali straniere ha denunciato l’ennesimo tentativo di screditare leader politici nazionali (a partire da Macron), diffondendo fake news. È stato individuato anche lo strumento responsabile: “Storm-1516”, un noto e aggressivo apparato che l’intelligence russa utilizza da tempo per contaminare l’eco-sistema informativo dei Paesi europei. Le ingerenze straniere sono solo uno dei fattori che erodono le fondamenta della sfera pubblica democratica. Le piattaforme digitali e l’Intelligenza artificiale generativa producono un surplus di informazioni (spesso contradditorie) che eccede le capacità cognitive degli utenti. Questo divario tende a provocare disorientamento, disaffezione e, soprattutto, sfiducia crescente. La democrazia liberale ha bisogno di cittadini in grado di comprendere il contesto, confrontarsi sui problemi, valutare le possibili soluzioni. Se queste capacità si indeboliscono, si sgretola la condivisione di un mondo comune, si amplificano le polarizzazioni e diventa più difficile convergere verso decisioni accettabili per tutti (ricordiamo il caso dei vaccini durante la pandemia). Il sostegno ai valori democratici e liberali resta elevato nell’opinione pubblica. I segnali preoccupanti compaiono a un livello diverso: quello che separa i valori dalle loro traduzioni concrete in atteggiamenti e comportamenti in base all’informazione disponibile. Secondo un recente Eurobarometro, fra i giovani i social sono la principale fonte di informazione politica e sociale. Il 74% dichiara di seguire influencer o “content creator” sui social. Il 66% dice di essere stato esposto a disinformazione o fake news nei sette giorni precedenti il sondaggio; solo il 61% si sente sicuro di saperla riconoscere. Molti giovani non votano, lo ritengono inutile e dichiarano di non comprendere i meccanismi della politica. Il contesto che struttura il rapporto fra cittadini e politica è profondamente cambiato. Gli elettori stanno smarrendo la propria capacità di esercitare il “giudizio politico”. Secondo la teoria democratica, giudicare non vuol dire semplicemente scegliere fra opzioni già confezionate. Significa prendere posizione attraverso un processo autonomo e riflessivo: valutare argomenti, confrontare alternative, distinguere fatti e opinioni, riconoscere l’incertezza, essere disposti a modificare la propria posizione di fronte a una ragione migliore. Significa soprattutto mantenere autonomia rispetto al gruppo di appartenenza, all’algoritmo, agli influencer e alla pressione del consenso. Come ha scritto Barbara Stefanelli (Corriere 8 agosto), gli algoritmi delle Big Tech incidono sempre più sulle infrastrutture cognitive della società, modellando la nostra percezione del reale. Spostano le grandi decisioni “fuori” dalla sfera democratica. “Le condizioni del libero giudizio minacciano di scivolare impercettibilmente altrove, dentro architetture che nessuno ha visto costruire e che nessuno può destituire”. Questo “deficit di giudizio” può essere letto come una causa trasversale di fenomeni diversi: il tribalismo identitario, il populismo, il complottismo, la polarizzazione, la disaffezione politica e, sul versante opposto, l’eccesso di aspettative nei confronti dei governi e la delega tecnocratica. Quando la capacità di giudizio si indebolisce, la democrazia liberale rischia di ridursi a una competizione polarizzata fra identità e interessi “bruti”. Si finisce per confondere la vittoria della propria parte con la verità, il consenso con la giustizia, la competenza tecnica con la decisione politica. Si sgretola la cultura del pluralismo: riconoscere che l’avversario può avere torto, ma può anche avere una ragione che merita di essere ascoltata. Come reagire? Non esistono ricette semplici. Si può intervenire con la regolazione delle Big Tech e mobilitare contromisure digitali nei confronti delle manipolazioni informative. Ma il fronte decisivo è quello della formazione. I sistemi d’istruzione devono recuperare la capacità di educare al giudizio. Non solo trasmettere conoscenze, non solo insegnare a come ottenere informazioni, ma formare persone capaci di porre le domande giuste, verificare le risposte e decidere quali seguire. Il dibattito sulla scuola è oggi incentrato sul ruolo della cultura scientifica e di quella umanistica. La contrapposizione fra discipline Stem (Science, Technology, Engineering and Mathematics) e Hass (Humanities, Arts and Social Sciences) è fuorviante. La vera sfida è combinare due competenze: capacità di calcolo e capacità di giudizio. Interpretare, confrontare, argomentare, riconoscere l’ambiguità, assumere una posizione motivata: le competenze Hass diventano più importanti proprio quando l’Intelligenza artificiale rende sempre più facile ottenere una risposta. Anche in Italia questa discussione dovrebbe spingerci a ripensare il ruolo e i percorsi dell’istruzione superiore. Il liceo classico rischia una crisi terminale. Prima che sparisca del tutto è urgente aprire un serio dibattito. Non in nome della difesa nostalgica delle lingue antiche, ma come parte di una domanda molto più ampia: quale tipo di istruzione serve a una democrazia nella quale si sta rapidamente indebolendo la capacità dei cittadini di giudicare autonomamente ciò che vedono, ascoltano e scelgono? Perché il processo a Meta può cambiare i social per sempre di Arcangelo Rociola La Stampa, 19 agosto 2026 Martedì è iniziato il processo a Meta. L’accusa è di aver creato social che creano dipendenza e non aver fatto nulla per impedirlo. Potrebbe sborsare quasi quanto vale in Borsa. È il “Big Tobacco moment” delle piattaforme digitali. Negli Stati Uniti è iniziato il processo che può cambiare i social network. Da un lato Meta. Dall’altro 29 Stati che contestano alle società diverse violazioni ai danni dei minori. Due i fronti. Nel primo, California, Colorado, Kentucky e New Jersey accusano Meta di aver progettato Facebook e Instagram per favorire un uso compulsivo da parte dei giovani, a danno della loro salute mentale; tutti e 29 invece contestano la raccolta e l’uso illegale dei dati personali di minori di 13 anni, in violazione della legge federale sulla privacy dei minori. È la battaglia legale più difficile tra quelle finora sostenute dall’impero di Mark Zuckerberg. Soprattutto dal punto di vista economico. Oggi la sua azienda vale circa 1.500 miliardi di dollari. Una cifra quasi equivalente ai 1.400 miliardi di dollari che Meta ritiene di dover pagare in caso di condanna. Causa biartisan: le accuse a Meta - La causa è bipartisan. Coinvolge sia Stati repubblicani che democratici. Fatto non scontato negli Stati Uniti, dove la polarizzazione politica è fortissima. Ma che conferma quanto la lotta allo strapotere di Big Tech sia ancora un terreno di intesa politica. Martedì a Oakland, dove si celebra il processo, si sono aperte le udienze con le argomentazioni introduttive. Sono attese le testimonianze di Mark Zuckerberg, capo di Meta, e di Adam Mosseri, guida di Instagram. Il processo durerà circa sei settimane. Poi la giudice federale, Yvonne Gonzalez Rogers, deciderà. Il cuore dell’accusa è che i social di Meta siano stati progettati per trattenere i giovani il più a lungo possibile. Perché il modello pubblicitario dell’azienda beneficia dall’aumento del tempo trascorso sulle piattaforme. Gli Stati contestano in particolare gli algoritmi di raccomandazione (cuore tecnologico dei social, ciò che ci suggerisce quale contenuto vedere), le notifiche, il meccanismo dei like e lo scroll infinito. Tutti sistemi che contribuiscono a fare dei social delle macchine perfette di engagement, di coinvolgimento. Sociale, personale, emotivo. Secondo l’accusa, queste caratteristiche non sarebbero semplici conseguenze dell’esperienza sui social, ma sarebbero state progettate per favorire un uso compulsivo. Anche a costo di contribuire a problemi come ansia, depressione, autolesionismo e rischio di suicidio tra i giovani. Non solo. Secondo i procuratori, Meta avrebbe minimizzato pubblicamente rischi che conosceva, presentando come sufficienti misure di sicurezza che non avrebbero impedito l’uso compulsivo delle piattaforme. Perché una condanna potrebbe cambiare tutti i social - Meta respinge le accuse. L’azienda sostiene di avere investito risorse nella sicurezza dei giovani e di avere introdotto strumenti come controlli parentali, protezioni della privacy per gli adolescenti, limiti di utilizzo e sistemi per contrastare gli account dei minori. In processo proverà a dimostrare che gli Stati non hanno fornito prove sufficienti dei danni alla salute mentale attribuibili alle piattaforme. Ma soprattutto Meta proverà a evitare che la giudice imponga modifiche strutturali ai suoi prodotti. Perché a Oakland non si celebra solo un processo sui danni provocati dai social. Ma sul design stesso dei social e che possa diventare oggetto di responsabilità legale. Se questa tesi passerà, il precedente potrebbe avere conseguenze anche su TikTok, YouTube e Snapchat, oltre che sulle altre piattaforme basate sulla raccomandazione automatica dei contenuti. C’è già un caso in questa direzione. Lo scorso 7 agosto Meta è stata condannata nel New Messico a pagare altri 567 milioni di dollari, dopo i 375 milioni stabiliti da una giuria in primavera: 942 milioni complessivi. Il giudice l’ha definita un pericolo pubblico. Come una fabbrica che inquina l’aria e crea danni alla collettività. Anche in Europa cresce la pressione sulle piattaforme e sulle modalità con cui i loro prodotti vengono progettati per i minori, attraverso nuove regole sulla sicurezza online e interventi sul design dei servizi. Tasselli che compongono un quadro più ampio. I social sono percepiti dalle istituzioni come un nuovo pericolo per la società. Non è un caso che analisti e commentatori parlino del “Big Tobacco moment” delle Big Tech. L’obiettivo, secondo questa lettura, sarebbe costringere i colossi tecnologici prima a sostenere enormi costi attraverso cause e sanzioni, poi a ripensare il proprio modello di business. Migranti. Roma va avanti per mediare con Berlino: l’asse con la Grecia e i Paesi degli sbarchi di Simone Canettieri Corriere della Sera, 19 agosto 2026 La prossima settimana il confronto tra i ministri. Il fronte del Sud cerca di fare massa critica per un’intesa con la Germania. La linea non cambia, anche se adesso si è aggiunta pure la Svizzera. Sul rimpatrio forzato di migranti “dublinanti” il governo continua a trattare con una cordiale fermezza. Non solo: il Viminale da settimane è in collegamento con gli altri Paesi del Mediterraneo di primo approdo come Grecia, Cipro e Malta che si trovano in una situazione analoga alla nostra. È il fronte del Sud che cerca di fare massa critica per arrivare a un’intesa complessiva con Berlino mettendo sulla bilancia anche la vicenda delle ong battenti bandiera tedesca. Giorgia Meloni dalle sue ferie blindatissime in Puglia - salvo blitz altrove che non è dato per escluso - non vuole scherzi. Tutto deve restare congelato sul fronte migranti. Così come non si attendono a breve novità sulla Spagna, l’altro fronte: Schengen resta sospeso. Per fonti di intelligence c’è il pericolo concreto che l’emergenza a Ceuta non sia terminata. Inoltre il governo spagnolo non sembra dare segnali distensivi: il muro contro muro continua a suon di controlli speculari in aeroporti e porti. Tuttavia l’argomento più caldo resta quello dei “dublinanti”. Non è una questione di numeri, per la premier. La richiesta della Germania al momento riguarda tre persone, quella della Svizzera non è stata ancora quantificata (anche se le tensioni con Berna sono note dopo la tragedia di Capodanno a Crans-Montana). Per Meloni è una questione di principio e di equità nonostante le regole sui “dublinanti” siano ritornate protagoniste - dopo una sospensione di tre anni da parte dell’Italia - con il nuovo patto europeo di migrazione e asilo molto spinto dal governo. La situazione è abbastanza gestibile. I ministri interessati al dossier aggiornano la premier con brevi messaggi per cercare di disturbarla il meno possibile in questi giorni di relax in famiglia che devono restare segreti a prova di privacy (ieri piccolo incidente: una componente della comitiva presidenziale ha pubblicato sui social una storia taggandosi dentro il resort di Borgo Egnazia, l’indizio dopo poco è stato cancellato). È chiaro: la trattativa più complicata è con la Germania, per tutte le ricadute che potrebbe avere anche su altri fronti. Gli uffici stanno dialogando per arrivare a una soluzione senza strappi. La decisione della Chiesa evangelica di ospitare in Baviera la ragazza somala di 22 anni che sarebbe dovuta rientrare in Italia viene vista dal governo come il frutto di una mediazione e di un lavorio per non guastare i rapporti fra i due Paesi. Fino alla prossima settimana il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi non ha in agenda bilaterali con l’omologo Alexander Dobrindt. Da lunedì le diplomazie inizieranno a lavorare per fissare una prima call fra i due che potrebbe portare poi a un incontro. Ancora non si sa se a Roma o a Berlino. Come detto, anche Malta, Grecia e Cipro sono “sulla stessa barca” dell’esecutivo italiano. Il ministro Piantedosi ne ha parlato lo scorso 28 luglio con il collega maltese Glenn Bedingfield durante una visita ad hoc. Resta però una domanda: c’è il rischio di un possibile effetto domino per i “dublinanti”? Ovvero: dopo la Germania altri Paesi europei potrebbero espellere i migranti e inviarli nel paese di primo ingresso cioè l’Italia? Il regolamento di Dublino è in vigore da quasi trent’anni e questa dinamica c’è sempre stata, fanno notare fonti dell’esecutivo. In questo scenario si inserisce anche la Svizzera, anche se tecnicamente è solo un membro associato dell’Ue, per alcuni trattati, come appunto quello di Dublino. Dettagli che non cambiano le intenzioni di Meloni: il messaggio di nuovi arrivi potrebbe gonfiare le vele alle opposizioni. A sinistra, come a destra, soprattutto. Migranti. La Svizzera rimanda in Italia i richiedenti asilo non di sua competenza La Stampa, 19 agosto 2026 I primi voli sono già stati prenotati e le riammissioni dovrebbero ripartire a fine agosto. Dopo quasi quattro anni di stop, la Svizzera si prepara a riprendere i trasferimenti verso l’Italia dei richiedenti asilo per i quali il nostro Paese è responsabile della procedura. I primi voli sono già stati prenotati e, secondo Magdalena Baker, portavoce della Segreteria di Stato della migrazione (Sem), le procedure dovrebbero ripartire dalla fine di agosto, inizialmente con un numero limitato di casi. La ripresa è il risultato di un’intesa graduale tra le autorità svizzere e italiane, con l’obiettivo di evitare che il sistema venga sovraccaricato. Il blocco era iniziato nel dicembre 2022, quando l’Italia, poco dopo l’insediamento del governo Meloni, aveva sospeso le riammissioni dei richiedenti asilo. A rendere possibile la riapertura è anche il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, entrato in vigore il 12 giugno. Le nuove regole prevedono forme di sostegno finanziario e altri meccanismi di redistribuzione a favore dei Paesi di primo arrivo, in cambio del rispetto degli obblighi previsti dal Patto. Roma ha però dato per ora disponibilità a riprendere i trasferimenti soltanto per i richiedenti arrivati dopo il 12 giugno. Per questo i primi casi concordati con Berna riguarderanno persone giunte in Italia successivamente a quella data. La questione di chi è arrivato prima resta invece ancora da definire. La vicenda si inserisce in un quadro più ampio che coinvolge anche la Germania, che nelle ultime settimane ha ripreso a trasferire in Italia alcuni richiedenti asilo secondo le regole europee. Tra i casi che hanno attirato maggiore attenzione c’è quello di una giovane somala che Berlino avrebbe dovuto rimandare in Italia e che è stata invece accolta da una chiesa evangelica di Norimberga. Oscar Camps: “Ceuta è il fallimento del sovranismo, i migranti non sono merce di scambio” di Luciana Cimino Il Manifesto, 19 agosto 2026 Confine umano Intervista al fondatore di Open Arms. “L’Europa non sta esternalizzando soltanto le frontiere ma anche le sue responsabilità”. Oscar Camps, fondatore di Open Arms (l’organizzazione non governativa spagnola che da 11 anni salva le persone in fuga che tentano di arrivare in un luogo sicuro attraversando il mar Mediterraneo) commenta il braccio di ferro tra i paesi europei sulle spalle dei migranti. La rifugiata somala che doveva essere espulsa oggi dalla Germania verso l’Italia riceverà “asilo ecclesiastico” dalla chiesa evangelica di Norimberga. Ancora una volta le chiese o la società civile hanno dovuto proteggere un richiedente asilo... Significa che qualcosa non funziona. Il diritto d’asilo non dovrebbe dipendere da chi ti trova, da chi ti difende o da chi è disposto a confrontarsi con un’amministrazione. I diritti umani sono universali proprio perché non dipendono dal passaporto, dalla frontiera né dalla convenienza politica di chi ne ha bisogno. Oggi quanto valore hanno i diritti umani nella Fortezza Europa? Sempre meno quando entrano in conflitto con l’obiettivo politico di impedire alle persone di arrivare in Occidente. L’Europa continua a parlare di diritti umani ma sta costruendo meccanismi per tenere le persone fuori dal proprio territorio e, quindi, lontane dalle garanzie giuridiche che dovrebbero proteggerle. L’unica politica migratoria dell’Ue sembra essere l’esternalizzazione delle frontiere... Meloni con gli hub in Albania non ha inventato nulla. Ha semplicemente portato fino alle estreme conseguenze una politica che l’Europa pratica da anni: pagare altri perché facciano il lavoro sporco lontano dalle nostre frontiere. Prima la Turchia. Poi la Libia, la Tunisia, il Marocco. Ora si parla di centri di rimpatrio in Paesi terzi. L’obiettivo è sempre lo stesso: impedire alle persone di arrivare sul territorio europeo, perché quando arrivano hanno diritti, possono chiedere protezione e l’Europa ha degli obblighi. Per questo dico che non stiamo esternalizzando soltanto le nostre frontiere. Stiamo esternalizzando le nostre responsabilità e, troppo spesso, anche le violazioni dei diritti umani. L’Europa paga, un altro paese trattiene, intercetta o respinge, e noi possiamo fingere che non sia capitato qui. È questo il vero successo del modello: allontanare le persone, ma soprattutto le nostre responsabilità. A Ceuta sono emersi gli aspetti critici dell’approccio sovranista: le frontiere stanno dividendo l’Unione... Ceuta ha messo a nudo una contraddizione enorme. Da anni l’Europa dice di voler riprendere il controllo delle proprie frontiere, mentre consegna quel controllo a Paesi terzi in cambio di denaro, accordi commerciali e concessioni politiche. Se paghiamo altri paesi perché facciano da guardiani delle frontiere europee, non stiamo recuperando sovranità. La stiamo cedendo. I partiti di destra si vantano di aver ridotto gli sbarchi sulle coste europee, ma a quale prezzo? Chi controlla il rubinetto può anche aprirlo. E quando succede scopriamo che quella che veniva venduta come una politica migratoria efficace era, in realtà, una dipendenza. E c’è qualcosa di ancora più grave: quando questo sistema fallisce, la risposta è sempre la stessa: più muri, più polizia, più espulsioni e la messa in discussione dei trattati di Schengen. Ma non ci si chiede mai perché abbiamo costruito un sistema che mette le nostre frontiere nelle mani di governi che possono utilizzare esseri umani come strumento di pressione politica. Ceuta non dimostra che l’Europa ha bisogno di frontiere più dure. Dimostra il fallimento dell’idea di trasformare la migrazione in una moneta di scambio e i nostri vicini in guardiani pagati della frontiera europea. Droghe. Trump e fentanyl, tra buon senso e senso comune di Marco Perduca Il Manifesto, 19 agosto 2026 I dati provvisori del Centro per le statistiche mediche degli Usa, relativi a 12 mesi terminati a marzo 2025, stimano 38.084 decessi per oppioidi sintetici, un costante calo rispetto ai 48.913 dell’anno precedente. Il fentanyl rimane la principale causa di overdosi mortali a livello federale. La riduzione delle morti è imputabile a una serie di interventi di riduzione del danno messe in campo dall’amministrazione Biden e confermati da quella Trump. A luglio, però, il Presidente e il suo segretario alla Salute, Robert F. Kennedy Jr, hanno adottato una serie di tagli al bilancio federale per iniziative volte a rendere meno letale l’uso di stupefacenti illegali, tra questi i programmi di scambio di siringhe e le strisce reattive per i test antidroga. Kennedy, che in passato aveva avuto problemi per il consumo di eroina, ritiene la dipendenza una “malattia spirituale”, dice di esserne “guarito” frequentando gli Alcolisti Anonimi. Per questo sta dirottando soldi a programmi religiosi, per aiutare le persone a liberarsi dal “vizio”. Un’impostazione che, però almeno per ora, non gli ha impedito di sostenere naloxone o l’uso continuato di metadone e buprenorfina. I tagli di Trump sono presentati come misure di common sense (buon senso). Common Sense è il titolo del pamphlet del 1776 in cui Thomas Paine sosteneva l’indipendenza delle colonie dal Regno unito. Common sense è diventata la parola d’ordine Maga per giustificare le decine di ordini esecutivi di Trump nel 250° compleanno degli Stati uniti - decisioni che, nel merito, sono più di senso comune che di buon senso. Un senso comune, creato ad arte da una comunicazione dello stesso Trump per cui “il fentanyl è colpa della Cina”, “lo portano i narco-terroristi messicani o colombiani via mare”. Malgrado questo sforzo comunicativo, per ora Trump non ha convinto le leadership statuali repubblicane a cambiare le politiche di riduzione del danno. Infatti, in Florida, guidata dal repubblicano Ron DeSantis, le strisce reattive per verificare se le sostanze risultano tagliate, sono state legalizzate. Il procuratore generale repubblicano del Kentucky ha stanziato milioni di dollari per Ong che si occupano di dipendenze. I legislatori repubblicani dell’Indiana hanno rinnovato programmi che forniscono siringhe pulite ai tossicodipendenti. Mike DeWine, Governatore repubblicano dell’Ohio, ha ampliato l’accesso a strisce e kit per il test antidroga per rilevare sostanze come fentanyl e xilanina. La spaccatura a destra è in reazione all’epidemia di overdosi fatali verificatesi durante la pandemia, quando gli oppioidi sintetici causarono un incremento del 50% di morti, da 70.000 nel 2019 a 105.000 nel 2023. Da allora, i numeri sono tornati a scendere grazie a misure di riduzione del danno, anche federali. Per questo anche i repubblicani continuano a finanziarle. Gli operatori sanitari citano studi che dimostrano che i programmi di riduzione del danno salvano vite, i conservatori invece sottolineano l’intrattabilità del problema droga e i danni alla qualità della vita delle comunità in cui i servizi vengono offerti, come prova che non funzionano. I funzionari repubblicani sono sempre più disposti a mettere da parte l’ideologia per evitare un altro picco di overdosi simile a quello registrato durante il Covid. Decine di ricerche confermano che rafforzare l’accesso al naloxone riduce le morti per overdose e che i programmi di siringhe sterili frenano Hiv ed epatite C. Meno consolidati, anche se incoraggianti, i dati sui centri di prevenzione di overdosi e le strisce reattive. Naturalmente, i tagli di Trump colpiscono anche gli studi scientifici, vedremo se, anche in questo caso, gli amministratori locali subentreranno per difendere la razionalità del buon senso dal senso comune generato dall’Ia o i post di Trump.