Droghe e carcere, il nodo resta la criminalizzazione di Pietro Pellegrini* fuoriluogo.it, 18 agosto 2026 Ogni norma che tende a creare alternative alla detenzione è da valutare con interesse. La recente approvazione del progetto di legge 2961 “Disposizioni in materia di detenzione domiciliare per il recupero dei detenuti tossicodipendenti o alcoldipendenti” richiede alcune considerazioni. La prima è relativa ai tempi visto che sono passati oltre 2 anni e mezzo dalla presentazione della prima proposta e nonostante la situazione nelle carceri sia progressivamente peggiorata purtroppo nessun intervento è stato adottata. Pur essendo stati costituiti gli Albi delle strutture accreditate, la legge non può essere attuata in quanto, per assicurarne l’uniforme applicazione a livello nazionale, sentita la Conferenza delle Regioni, deve essere istituita una Commissione Centrale presso la Presidenza del Consiglio dei ministri - Dipartimento delle politiche contro la droga con l’obiettivo di elaborare linee guida relative ai metodi di accertamento dell’effettiva condizione di tossicodipendenza o alcoldipendenza, la sua attualità, nonché la correlazione con il reato e l’idoneità del programma terapeutico volto al recupero del condannato. Manca ancora una parte importante al fine di tradurre in pratiche reali quanto previsto dalla legge che tende ad ampliare (per pene fino a 8 anni) le misure alternative già previste dalla legge 309/1990 per pene fino a 6 anni. Le difficoltà in fase applicativa, nonostante in carcere sia segnalata una significativa presenza di persone con disturbi mentali e uso di sostanze, si sono avute anche per la sentenza della Corte Costituzionale n. 99/2019 sulla sopravvenuta infermità mentale che consentiva misure alternative in deroga. La seconda osservazione è relativa a chi siano i possibili fruitori della legge che fin dal titolo parla di “detenuti tossicodipendenti o alcoldipendenti”. Una terminologia superata dai principali manuali diagnostici (DSM 5TR e ICD 11). Quest’ultimo prevede “Disturbo da uso di sostanze” e “Disturbi da dipendenza comportamentale”. Una distinzione simile vi è nel DSM 5TR che per l’Uso di Sostanze prevede un Uso problematico, Uso Rischioso, difficoltà nella capacità di controllo e compromissione sociale. I disturbi indotti da sostanze comprendono l’Intossicazione da sostanze, l’astinenza e i disturbi mentali indotti da sostanze. Vi è quindi una complessità diagnostica e ciascun quadro richiede interventi specifici cui va aggiunta una considerazione sulla correlazione con i reati commessi e le relative condanne. In sede applicativa, va evitato il rischio che le prassi future si orientino secondo una disciplina simile alla non imputabilità per incapacità di intendere e volere che riguarda persone con disturbo mentale che vengono prosciolte in sede processuale; in questo caso si tratterebbe di un beneficio eccezionale perché il reato (furto, scippo, rapina o altro delitto simile) sarebbe stato compiuto non sotto l’effetto ma a causa della sostanza assunta. La responsabilità personale sarebbe dunque cancellata e il soggetto malato da salvare con ogni mezzo. Questa impostazione deve fare i conti con la sentenza 21 del 2026 della Corte costituzionale la quale ha riconosciuto la capacità di intendere e volere dei consumatori di sostanze. Senza entrare nei dettagli delle questioni tecniche, che certamente la Commissione Centrale chiarirà, la domanda è: la legge si applica solo alle “dipendenze” (disturbi indotti da sostanze) o anche all’uso problematico? O anche all’uso non problematico? Una precisazione rilevante in quanto le persone detenute ai sensi dell’articolo 73 del Dpr 309/90, cioè per detenzione e piccolo spaccio di droghe, al 31 dicembre 2025 erano 13.735 su 63.499 detenuti (21,6%). “Altri 6.807 in associazione con l’art. 74 (associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze), solo 1.020 esclusivamente per l’art. 74. Complessivamente il 33,9% del totale. Praticamente il doppio della media europea (18%) e molto di più di quella mondiale (22%). (“ Diciassettesimo Libro Bianco sulle droghe 2026, a cura di Fuoriluogo). Questi soggetti continueranno a stare in carcere con pene edittali pesantissime e addirittura con un aggravio per i fatti di lieve entità, previsti come fattispecie autonoma nel comma quinto dell’art. 73 già citato. La tendenza a definire tutte le persone con uso di droghe “tossicodipendenti” non corrisponde alla definizione medica e non prevede che vi sia un uso normale, il che per quanto dannoso è previsto per tabacco e alcool. In ambito detentivo vengono dichiarati tossicodipendenti il 41,2% di coloro che entrano in carcere, mentre al 31/12/2025 erano presenti nelle carceri italiane 20.767 detenuti “certificati”, il 32,7% del totale. Della legge può beneficiare chi è in cura al Serd e non è recidivo dal punto di vista giuridico ma occorre avere presente che la tossicodipendenza è un disturbo cronico recidivante. La terza osservazione è relativa inquadramento dell’uso problematico e della tossicodipendenza mediante un modello medico-riabilitativo, il che lascia in secondo piano i determinanti sociali, psicologici, ambientali, culturali. Mentre il fenomeno è sempre più complesso (poliabuso, uso discontinuo, a scopo ricreativo, automedicazione), con sostanze illegali e legali. Vi è un’intersezionalità dei problemi (marginalità, povertà, migrazioni, devianza, sostanze, reati) non semplificabili in categorie. La legge sembra riproporre un approccio piuttosto lineare, la droga è male e quindi serve un intervento terapeutico-riabilitativo (salvifico). Occorre tenere conto di come sono evoluti i consumi (cocaina, nuove sostanze psicoattive, psicofarmaci), le condizioni delle famiglie e dei contesti sociali. Banalmente la mancanza dei documenti e permessi di soggiorno essenziali per il lavoro, il reddito, la casa può compromettere gli esiti della riabilitazione e inclusione sociale. In sostanza la misura alternativa non deve servire solo alla cura ma pone il tema cruciale dei diritti. È questo un punto che richiede interventi interistituzionali appropriati ed efficaci per problemi che non possono essere risolti dal solo affidamento alle Comunità e ai SerD. Si tratta di misure che devono vedere un impegno di Ufficio per l’esecuzione penale esterna, Enti locali, Prefetture, Forze dell’Ordine, garanti. Le diverse forme del prendersi cura sociale, educativo, culturale, sanitario e giudiziario, fanno sì che i percorsi siano molteplici, possibilmente integrati e sinergici evitando che l’esito del programma terapeutico (che si basa su un obbligo di mezzi e non di risultati) diventi l’unico metro di giudizio anche per quanto attiene la misura giudiziaria relativa al reato. Si tratta di “convergenze parallele” che richiedono sempre il consenso e la partecipazione attiva e motivata della persona la cui richiesta è fondamentale ai fini di ottenere la misura. È importante e responsabilizzante avere presente che il percorso di cura e riabilitazione non è facile e richiede molto impegno per raggiungere obiettivi realistici (non necessariamente l’astinenza totale) e cercare di prevenire le ricadute. La qualità degli interventi deve fare basarsi sui migliori e più aggiornati approcci e strumenti diagnostico terapeutici in relazione alla crescente complessità (uso di sostanze negli adolescenti, in persone con disturbi mentali severi, comorbilità) tenendo ben distinti mandati di cura e controllo/prevenzione di nuovi reati e relative responsabilità. Non va in tale direzione la previsione che “le misure alternative dell’affidamento in prova e della detenzione domiciliare sono revocate quando è accertato il sopravvenire di una nuova condizione di tossicodipendenza o alcoldipendenza” (art. 1 comma 7) anche senza che siano stati commessi nuovi reati. Questo significa non tenere conto della complessità e delle difficoltà del percorso terapeutico-riabilitativo nel quale vi può essere una temporanea ricaduta che non configura un quadro di tossicodipendenza conclamata e pertanto non dovrebbe essere sanzionata con l’interruzione del percorso. Su questo punto vanno ricordate le riflessioni originali di Grazia Zuffa sul consumo controllato, presenti nel volume “Stigma e pregiudizio”, (Edizioni Menabò, 2025). Un finanziamento dedicato è in sé una scelta positiva (manca un’analoga attenzione alle misure alternative alle REMS) ma per l’entità può (19.436.250 Euro annui a decorrere dall’anno 2026) può consentire all’anno l’accoglienza in comunità di circa 600 persone. Va anche tenuto conto che i posti disponibili nelle Comunità Terapeutiche (circa 13.277) in larga parte occupati. L’affidamento ai SerD richiede attenzione agli organici dei servizi e risorse (Budget di salute) per alloggi e lavoro, coinvolgimento di Utenti Esperti, famiglie e volontariato. Prevenzione e attivazione dei contesti sociali che siano sicuri e accoglienti, in grado di superare pregiudizi ma anche spirali come consumo-spaccio-attività illecite-reati. Ultima considerazione è relativa alla necessità di riflettere sulla necessità di superare la tendenza alla criminalizzazione dell’uso di sostanze: sono oltre 200 mila i fascicoli per procedimenti penali per droghe: 156.179 per violazione dell’articolo 73 e 46.001 art. 74. Un numero di detenuti per droga doppi rispetto agli altri Paesi europei con un alto carico anche per la magistratura di sorveglianza. Si tratta di creare ambiti di legalità, consumo sicuro e riduzione del danno. Un cambio di approccio al tema che riduca l’azione penale e la cosiddetta detenzione sociale. Obiettivo ancora lontano. *Psichiatra e psicoterapeuta “Reinserimento e recupero di strutture dismesse contro il sovraffollamento” di Patrizia Maciocchi Il Sole 24 Ore, 18 agosto 2026 Intervista a Enrico Farina, Vice coordinatore nazionale del Sindacato dei direttori penitenziari. “Crediamo nell’importanza del reinserimento, per questo sono centrali il progetto “Recidiva Zero” del Cnel e la legge Smuraglia per le opportunità che offre alle imprese”. A dirlo è Enrico Farina, vice coordinatore nazionale del sindacato dei direttori penitenziari Cndp. L’ultimo rapporto di Antigone denuncia la quota record di sovraffollamento nelle carceri: oltre il 130% medio nazionale, con picchi del 150-180 per cento. Come direttori penitenziari quali indicazioni date per rendere la condizione dei detenuti più vivibile? Superata la soglia di guardia, le fragilità umane esplodono. Anche il dettaglio costruttivo diventa una scelta di vita o di morte. È anacronistico utilizzare sanitari in ceramica che, durante le crisi acute, vengono distrutti e trasformati in armi contundenti contro il personale di polizia o usate per atti autolesivi. In ogni istituto servono almeno due o tre stanze ad “Alta tutela dedicata”. Ai direttori di carcere servono più autonomia e ascolto? Sì. Siamo stati convocati in commissione Giustizia sulla riforma Nordio del 2026. Abbiamo fatto emendamenti e proposte operative. Ma il dialogo non può essere occasionale. Proponiamo un Tavolo tecnico permanente della dirigenza presso il ministero prima che si elaborino norme sull’Esecuzione penale che impattano sulla gestione dei penitenziari. Le riforme penali hanno una logica punitiva, a iniziare dall’innalzamento delle pene. Mentre mancano risorse per rieducare… Ogni intervento sul sistema sanzionatorio richiede di adeguare risorse, organici, spazi e strumenti operativi. Il carcere deve assolvere funzioni di custodia e rieducative. La sicurezza dei cittadini passa anche dalla capacità dell’esecuzione penale di accompagnare la persona verso un rientro nella società. Per il reinserimento in una società che tende ad escludere chi non ha le “carte in regola”, possono essere una via il progetto “Recidiva zero” del Cnel che punta su studio formazione e lavoro e la legge Smuraglia… Crediamo molto in “Recidiva zero”. Per renderlo operativo va superata la logica dell’inserimento lavorativo casuale o assistenziale per puntare su una profilazione tecnologica delle competenze fin dall’ingresso in istituto. È fondamentale incrociare le inclinazioni del detenuto con le esigenze di organico di filiere - interne ed esterne al carcere - e imprenditoria locale. Quanto alla legge Smuraglia, le sue opportunità per gli imprenditori vanno evidenziate: credito d’imposta fino a 520 euro al mese per ogni assunto, taglio del 95% dei contributi Inps e locali aziendali in carcere, in comodato d’uso gratuito. L’assenza di casa e lavoro preclude l’accesso alle misure alternative per oltre il 30% dei detenuti con pena residua bassa. Che fare? Sosteniamo l’intuizione del ministro Nordio sul riuso di strutture pubbliche dismesse (ex caserme o case mandamentali) per accogliere i detenuti a fine pena. La rivoluzione sta nell’abbinare il recupero delle strutture al potenziamento delle sezioni per semiliberi e lavoratori all’esterno. Creare spazi intermedi e protetti dà la possibilità di svolgere un lavoro o un percorso di reinserimento in un contesto idoneo, costruendo la “fiducia documentata” che permette al magistrato di sorveglianza di concedere l’affidamento in prova al servizio sociale. Ci sono best practices? Si. Penso all’esperienza del progetto “Misure abitative” del Triveneto, per attivare reti abitative temporanee per i soggetti svantaggiati. Se un detenuto indigente trova un impiego esterno e può contare su un alloggio dignitoso, si spalancano le porte dell’affidamento in prova. È la vittoria dell’integrazione sulla marginalità sociale, con benefici sul sovraffollamento. Così si potrebbero reinserire, in un anno, oltre 3mila detenuti. Perché i nostri politici parlano tanto di sicurezza? di Federico Fubini Corriere della Sera, 18 agosto 2026 Il confronto con gli altri Paesi (e il caso della criminalità minorile). In realtà i reati più gravi calano e l’Italia si conferma tra i Paesi più sicuri. Anche Milano e Roma mostrano livelli di criminalità inferiori a quelli delle grandi metropoli occidentali, nonostante paure e criticità. Un altro Ferragosto è passato e, con quello, un’altra infornata di dati del ministero dell’Interno sulla sicurezza in Italia. Ma quanto siamo davvero sicuri nelle nostre città e nelle nostre case? Più di prima, senza dubbio. Nei primi sei mesi dell’anno, rispetto allo stesso periodo del 2025, calano del 15% gli omicidi volontari, dell’11% i furti, del 12% le rapine, del 7% le violenze sessuali, del 9% le truffe e frodi informatiche, del 32% i femminicidi. Il punto è capire perché. E vi dico subito che non troverete in questo articolo la risposta; non la ho. Troverete però un sintetico quadro della situazione reale, aldilà degli allarmi ad alto impatto emotivo che si susseguono regolarmente dopo ogni fattaccio di cronaca nera. La selva di decreti - Perché la legislazione sulla sicurezza in questi anni, in effetti, ha spesso reagito a quei fattacci e a quegli allarmi. Lo ha fatto dall’inizio del lavoro dell’attuale governo. E continua. Il rave party abusivo Witchtek 2K22 a Modena ha ispirato il “decreto Rave”, nell’ottobre del 2022, con la creazione di una nuova fattispecie di reato per invasione arbitraria di terreni o edifici finalizzata a raduni musicali giudicati pericolosi. Il naufragio di una nave di migranti a Steccato di Cutro nel febbraio 2023 ha ispirato il “decreto Cutro”, con una forte stretta sulla protezione speciale per ragioni umanitarie e un netto inasprimento delle pene per i trafficanti di persone. I roghi nel Mezzogiorno dell’estate 2023 hanno poi indotto il governo a introdurre un altro forte inasprimento delle pene per il reato di incendio boschivo. I casi di cronaca - Poco dopo, lo stupro di gruppo ai danni di due cuginette di 10 e 12 anni, avvenuto nell’estate del 2023 all’interno del Parco Verde di Caivano (Napoli) ha innescato il “decreto Caivano” del settembre di quell’anno, con un nuovo forte inasprimento delle pene, stavolta per i minori, e con l’abbassamento della soglia d’età per l’applicabilità delle misure cautelari. Sempre nel settembre 2023, la morte di due giovani investiti da un grosso motoscafo sul Lago di Garda, ma soprattutto l’indignazione per la condanna relativamente mite all’investitore tedesco, ispirarono l’ulteriore inasprimento delle pene per omicidio nautico. In seguito i blocchi stradali degli eco-attivisti, le rivolte nelle carceri e nei centri per il rimpatrio, le occupazioni abusive di immobili e l’imbrattamento di beni pubblici dei mesi precedenti - tutti fatti con grande risalto nelle cronache - hanno innescato il “decreto Sicurezza” del giugno 2025: nascono 14 nuove fattispecie di reati o di aggravanti, come la resistenza passiva durante le manifestazioni o il divieto di commercializzazione della “cannabis light”. Il modello di reazione politica - Questo modello di reazione politica di pancia nei momenti di alta emotività si è poi confermato fino alle settimane scorse. Gli scontri del 31 gennaio di quest’anno scoppiati durante la dimostrazione per lo sgombero del centro sociale Askatasuna di Torino hanno ispirato per esempio il “decreto Sicurezza” del febbraio 2026, con una stretta sui cortei e il “fermo preventivo” di chi viene considerato un pericolo per l’ordine pubblico e il nuovo reato - anche a carico dei minori - di porto ingiustificato fuori casa di “strumenti con lama superiore a otto centimetri”. Infine, una scia di reati violenti commessi dalle baby gang e la percezione di un aumento complessivo della delinquenza minorile (quanto corretta questa percezione, lo vedremo più sotto) hanno innescato una svolta profonda, che modifica l’articolo 98 del codice penale: un disegno di legge del 23 luglio scorso fa sì che dai 14 anni di età si presuma sempre che anche i minori accusati di un reato siano in grado di intendere e di volere, a meno di dimostrazione del contrario. In sostanza, un quattordicenne è oggi responsabile di fronte al giudice come un adulto. L’onere della prova sulla capacità di rispondere delle proprie azioni è invertito; dunque, si presume, anche i minori andranno più spesso a processo ed eventualmente in carcere. I casi di necessità e urgenza - Certo, non tutte le misure del governo in queste materie sono state prese in reazione ai titoli dei tiggì. La legge sulla cyber sicurezza del giugno 2024 è un esempio del contrario. Ma molto spesso le norme, più che riforme ponderate ed organiche, sono apparse risposte d’istinto al tambureggiare della cronaca nera. Non a caso degli undici principali provvedimenti in materia di sicurezza da parte del governo otto prendono la forma di decreti che - come è noto - sono previsti dalla Costituzione solo per casi di “necessità e urgenza” (ma in questo abuso delle procedure l’attuale esecutivo segue l’esempio di tanti alti prima, di ogni parte politica). In genere poi tutti i decreti sono andati in una direzione precisa: creazione di nuovi reati punibili con il carcere e inasprimento delle pene per alcuni reati esistenti. Data questa breve storia, cerchiamo dunque di capirne il senso e gli effetti alla luce di due fattori: gli sviluppi degli ultimi 15 anni e l’attuale, inumano sovraffollamento delle carceri (anche minorili). Sì, siamo un caso virtuoso - In primo luogo, credo, noi italiani dovremmo avere meno complessi d’inferiorità e provare un po’ più di orgoglio per la qualità nella nostra convivenza civile. Non solo non è vero che sia peggiore rispetto a quella dei nostri pari. Sotto il profilo dei reati gravi l’Italia è addirittura un caso particolarmente virtuoso, che merita di essere studiato da sociologi e criminologi a livello internazionale. Abbiamo un’incidenza di reati violenti fra le più basse del mondo e, soprattutto, negli ultimi decenni abbiamo realizzato progressi che molti altri Paesi estremamente civili si sognano. La sintesi di questa mai abbastanza celebrata realtà è il tasso di omicidi volontari (femminicidi inclusi): dal 1990 questi sono crollati di oltre l’80% e si fatica a trovare altri Paesi al mondo che abbiano ottenuto simili risultati. È vero che l’Italia aveva un livello molto più elevato dei suoi pari un terzo di secolo fa, ma la discesa è stata così rapida che oggi non solo abbiamo meno probabilità di essere uccisi nel nostro Paese di quanta ne abbiano gli abitanti dei Paesi avanzati e civili, ma siamo in vantaggio anche in confronto alle società considerate dei modelli internazionali di convivenza e integrazione: Finlandia, Svezia, Norvegia, Olanda e Danimarca. Del confronto con gli Stati Uniti, non è neanche il caso di parlare: in proporzione al numero degli abitanti, abbiamo un tasso di omicidi di undici volte inferiore. Ma non possiamo sederci sugli allori perché, come vedete qui sopra, negli ultimi anni emergono in Italia i segni di una lieve inversione di tendenza. Le grandi città e la sicurezza - E non si tratta solo degli omicidi. Un criminologo dello University College London, Matt Ashby, ha condotto un esperimento per capire quanto sicura fosse la sua città. Con un team internazionale Ashby ha messo a confronto Londra con una ventina di grandi metropoli in Europa, Asia e Nordamerica per misurare la frequenza dei principali reati violenti. Quando necessario, Ashby ha tenuto conto di confini diversi da quelli amministrativi delle città, in modo da catturare gli incidenti che avvengono nelle periferie urbane. Per esempio, di Milano e Parigi l’analisi guarda a conurbazioni che vanno oltre i limiti dei comuni perché una larga parte dei reati avviene in periferie situate fuori dai confini immediati del governo locale. Il risultato è lo stesso indicato dalle tendenze di lungo termine viste sopra. Le due principali città italiane - Roma e Milano - sembrano nel complesso nettamente meno pericolose delle loro pari nel resto del mondo occidentale, benché con eccezioni da studiare bene. Dei tassi di omicidi volontari ho già detto: Roma (a una media più che doppia rispetto a quella italiana) e Milano (a una media del 40% superiore a quella italiana) sono nettamente le grandi città più virtuose d’Europa sotto questo aspetto, sono più sicure anche di aree più decentrate del Regno Unito come la Greater Manchester e possono competere con le megalopoli asiatiche, che notoriamente restano le più sicure al mondo. Le minacce alla sicurezza - Questo vale in genere per le principali minacce alla sicurezza dei cittadini. Lo studio di Ashby mostra come Roma e Milano abbiano una frequenza circa dieci volte più bassa di Berlino, sei o sette volte più bassa di Londra e tra quattro e sei volte più bassa di Chicago e New York anche sugli “attacchi con lesioni” (“assault with injury”). Questi, come tutti gli altri dati sotto, esprimono l’incidenza delle denunce ogni 100 mila abitanti e dunque sono comparabili sul piano internazionale. C’è anche un altro aspetto: entrambe le grandi città italiane mostrano tendenze di lungo termine in miglioramento da quando la rilevazione del London University College inizia nel 2012. Anche qui, tuttavia, non è tutto rose e fiori: soprattutto a Roma negli ultimi anni si inizia a notare un’inversione verso il peggioramento per quanto riguarda gli “attacchi con lesioni”. Meno furti - Stessa dinamica delle grandi città italiane sui furti personali come quelli in metropolitana o gli scippi. Anche qui la situazione di Milano e Roma risulta incomparabilmente preferibile rispetto a quella delle altre grandi città occidentali. E anche qui si nota un progressivo miglioramento negli ultimi dieci o quindici anni, benché con una recente inversione di tendenza in questo caso a Milano. L’aumento della violenza sessuale - Diverso il caso degli stupri. Anche per questo reato così odioso la situazione delle grandi metropoli italiane sembra nel complesso meno negativa di quella delle altre principali città occidentali o di Sidney, benché peggiore rispetto a Madrid e a Barcellona. Qui ciò che colpisce è l’aumento nei casi riportati negli ultimi anni, ovunque nel mondo. Paradossalmente potrebbe essere positivo: gli aumenti dei casi conosciuti di stupro sono dovuti con ogni probabilità al maggior numero di segnalazioni alle forze dell’ordine, perché sempre più spesso le vittime si rifiutano di far passare il reato sotto silenzio. E denunciano, perché i colpevoli ne rispondano. È un riflesso dell’emancipazione femminile e della percezione sempre più diffusa che certe azioni sono intollerabili. In questo la società italiana potrebbe essere arrivata a una simile conquista culturale un po’ dopo altre; così, sospetto, si spiega l’impennata solo recente dei casi conosciuti a Milano e a Roma. Dove siamo indietro - L’Italia o almeno Roma resta invece un caso poco invidiabile nei furti di auto o moto: la nostra capitale è seconda solo a Los Angeles fra le grandi città avanzate in questa classifica. Le tendenze peraltro sono in aumento ovunque fra le grandi città globali e in particolare proprio a Roma. Allo stesso modo, sempre Roma risulta fra le più insicure metropoli al mondo per la categoria che lo studio dello University College London definisce “business robbery”: rapine nelle imprese, ovvero in gran parte in esercizi commerciali o nelle banche. In questa classifica, con 20,5 reati ogni centomila abitanti, Roma viaggia a una frequenza quasi doppia rispetto a Milano, alla pari di Londra e su livelli molto superiori a Berlino o Parigi (benché a un terzo dei livelli delle città americane). Evasione e pagamenti digitali - Non c’è niente di cui andare orgogliosi, qui. Ma niente di cui disperarsi. La diversa intensità nelle rapine nei negozi si spiega probabilmente con la maggiore lentezza nell’Italia, soprattutto del centro-sud, nel passare ai pagamenti digitali: più il contante resta nelle banche e nei negozi, più è probabile che i ladri vedano quei luoghi come bersagli; ma anche qui, credo, il quadro è forse meno preoccupante di quanto appaia. L’esperienza quotidiana e le rilevazioni della Banca d’Italia dicono che i pagamenti digitali si stanno rapidamente diffondendo in tutta Italia, perché sono più facili. Resta l’uso del contante legato all’evasione, certo. Ed esso incoraggia altri reati, come le rapine. Ma non sarei stupito se nei prossimi anni vedessimo anche un calo di queste ultime parallelo proprio a quello dell’uso delle banconote. Topi d’appartamento - C’è poi un tema che non lascia tranquillo nessuno, specie in questi giorni di vacanze: le irruzioni e i furti negli appartamenti. Lo studio del London University College tace in proposito su Roma e Milano, ma ho recuperato i dati dell’agenzia europea Eurostat. Come siamo messi rispetto al resto d’Europa? Non benissimo ma in proporzione nemmeno troppo male. La frequenza dei furti domestici in Italia è superiore rispetto a quella di Germania, Olanda o Spagna e inferiore rispetto a Francia, Svezia o Danimarca. Comunque i casi di questo tipo in Italia sono scesi del 37% fra il 2014 e il 2024, benché la percezione più diffusa sia diversa. Perché non ci sentiamo sicuri - A questo punto molti lettori saranno seriamente infastiditi. In sostanza ho tutta l’aria di dirvi che avete capito male, che se non vi sentite tranquilli siete degli ignoranti, perché viviamo nel migliore dei mondi possibili. Le persone comuni ogni sera si preoccupano che i figli o le figlie non siano aggrediti da una baby gang di maranza, che il coniuge non sia scippato in pieno giorno, che un anziano genitore non sia raggirato da uno sconosciuto che suona alla porta. Magari si sono già trovate la casa devastata o un coltello puntato contro. Magari vorreste che la polizia e i carabinieri fossero più presenti nel vostro quartiere. Vorreste sapere che non dovrete aspettare trenta minuti quando li chiamate. La percezione di una protezione insufficiente delle forze dell’ordine in Italia è tale che certi servizi di sicurezza ormai vendono, insieme all’antifurto per casa, anche la promessa che manderanno subito una guardia giurata quando scatta l’allarme. È l’equivalente nella sicurezza della risonanza magnetica prenotata in regime privato - solo per chi può permetterselo - perché le liste d’attesa del sistema sanitario sono infinite. L’illusione ottica? Il caso della criminalità minorile - Questa è l’Italia di oggi. E io vengo a dirvi che in realtà soffrite di un’illusione ottica, perché da noi non c’è nessun problema, le cose vanno sempre meglio o comunque potrebbe andare peggio. Ce ne vuole di arroganza. Quando fra i dati e la percezione delle persone comuni lo scarto è così grande e crescente, non si possono prendere le persone per stupide. Bisogna guardare meglio i dati. Soprattutto sui problemi più sentiti, come la criminalità delle baby gang (anche se rappresenta circa l’1,5% dei reati violenti). Cosa sta succedendo su questo fronte? Il recente rapporto dell’Associazione Antigone mostra che probabilmente anche i reati minorili sono scesi nell’ultima ventina di anni. Ma il loro quadro è complesso. Intanto, perché dal Covid in poi hanno ripreso a crescere rapidamente (i decreti di governo con l’aumento delle pene non mostrano grandi risultati, per ora). E soprattutto perché vanno visti i dettagli. Gli omicidi per i quali sono accusati dei minorenni sono nettamente scesi nell’ultimo ventennio. Ma i tentati omicidi più che triplicano dai 51 del 2019 ai 166 del 2024. I furti in appartamenti e i casi di arresto per spaccio per i quali sono sospettati dei minorenni scendono. Ma le rapine più che raddoppiano, a quattromila casi nel 2024 e le lesioni dolose quasi raddoppiano a 4.600 casi. Le paure non sono solo immaginarie o alimentate dai soliti imprenditori del caos. Hanno radici nella realtà. Carceri minorili scoppiano - Il punto dunque non è se le paure sono o no giustificate, ma quali sono le cause profonde e come ha senso rispondervi. Dal 2020 gli ingressi nelle carceri minorili (Istituti penali per minorenni, Ipm) dal 2020 non fa che aumentare. L’Associazione Antigone ricorda nel suo rapporto di metà 2026, uscito nei giorni scorsi, che a seguito del “decreto Caivano” la popolazione delle carceri minorili è cresciuta del 50% benché quel provvedimento sposti molti nuovi maggiorenni nelle carceri per adulti. Per la prima volta nella storia anche i centri di detenzione per minori mostrano lo stesso problema di sovraffollamento delle carceri ordinarie, con Milano arrivato a punte del 146% della capienza e Treviso al 183%. E sappiamo che il sovraffollamento e il caldo estremo d’estate sono fra le cause della pessima salute mentale dei detenuti in Italia, con il 40% che assume farmaci e sostanze per resistere allo stress. I casi di recidiva tra i minori (e la scarsa efficacia della detenzione) - Fatico a capire come tutto questo possa produrre, da ragazzi che commettono reati - una volta chiusi per anni in spazi angusti con altri ragazzi come o peggio di loro - dei futuri adulti costruttivi e propensi alla legalità. E, confesso, non sono uno specialista della materia. Ma credere che un minorenne di una baby gang o di una cosca mafiosa si astenga da un certo comportamento perché in quel momento valuta razionalmente che rischia il carcere significa - temo - essersi persi decenni di progressi nello studio della psicologia: per esempio, tutto il lavoro del premio Nobel Daniel Khaneman sulla potenza della sfera istintiva e come educarla. Del resto non è un mistero che i casi di recidiva per i minori che finiscono in carcere sono circa tripli rispetto a coloro che beneficiano di una messa in prova. I tassi di povertà, il crimine e l’importanza di investire nell’istruzione - Non ci sono risposte facili, a maggior ragione perché in questi anni fra i minori i tassi di povertà sono cresciuti più che in qualunque altra fascia demografica. Tre anni fa il primo rapporto sulle disuguaglianze della Fondazione Cariplo mostrava come bambini di 4-5 anni delle periferie milanesi più disagiate - in gran parte, ma non solo, stranieri di seconda generazione - in media registrano già risultati più deboli in test che misurano la fiducia nel prossimo, l’autocontrollo e l’empatia rispetto ai loro coetanei di famiglie abbienti della stessa città. Investire di più nelle scuole materne e elementari nelle aree più a rischio può essere un modo, per esempio, per prevenire i costi molto più alti dei “maranza” di domani. Il resto, in quest’epoca di iper-semplificazione tribale di destra e di sinistra, è davvero solo iper-semplificazione. In questo caso, di destra. “Stava con Andreotti”. Travaglio ammette l’odio dei manettari per Falcone di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 18 agosto 2026 Pur di difendere a oltranza Sigfrido Ranucci dalle critiche, Marco Travaglio, nel suo consueto editoriale del lunedì sul Fatto, ha infangato la memoria di Giovanni Falcone con gli stessi linciaggi di allora. Nel trafiletto “Gli smemorati di Collegno” cita il Foglio del 14 agosto, dove Violante, Grasso e Ayala osservavano che Falcone non sarebbe mai andato a cena con Lavitola, e replica con una riga sola: “Lavorava solo nel governo di Giulio Andreotti”. Tre parole per dire che il magistrato ucciso a Capaci stava peggio di chi frequentava il faccendiere oggi in cella a Rebibbia per aver ordinato un attentato non letale. Il sillogismo nessuno lo scrive per intero, perché per intero si vede il buco. Falcone non frequentava Andreotti: lavorava in un ministero della Repubblica mentre Andreotti era presidente del Consiglio. Quel passaggio ha le carte. Il Csm autorizzò il collocamento fuori ruolo, il decreto del presidente della Repubblica è del 4 marzo 1991, l’immissione nel possesso agli Affari penali del 13 marzo. La frequentazione di Ranucci non ha un Dpr, e ci mancherebbe: è un affare che ha tenuto privato fino a quando non è scoppiato il bubbone. Lo scritto di Travaglio ha avuto un seguito politico. Chiara Colosimo, presidente della commissione parlamentare Antimafia, ha scritto su X che il limite è stato superato: si può permettere al “più puro tra i direttori di un giornale” di insultare la memoria di Falcone per difendere un sodale giornalista, usando tra l’altro il suo stesso metodo? Pretende scuse immediate. Il punto però non è soltanto il paragone, che è miserabile, ma cosa scappa da quella riga. Perché l’accusa di stare dentro il Palazzo, di essersi messo al servizio del potere politico, non è un’invenzione di ieri: è l’arma usata contro Falcone quando era vivo, ed è la ragione per cui si trovò solo. Gli stessi che ora lo usano come un santino. La storia la conosciamo. Il conto va aperto dal 19 gennaio 1988. Il Csm deve dare un successore a Caponnetto all’Ufficio istruzione di Palermo e scarta Falcone, preferendo Antonino Meli per anzianità. Votarono per Meli anche consiglieri di Magistratura democratica, la corrente teoricamente più vicina a lui; tra i pochi per Falcone ci fu Gian Carlo Caselli. Meli si insediò e il metodo del pool antimafia venne smontato pezzo per pezzo. Caponnetto lo disse senza giri di parole: Falcone fu esautorato. Poi arrivò il resto. Il 24 maggio 1990, a “Samarcanda”, Leoluca Orlando accusò Falcone di tenere chiuse nei cassetti le carte sui delitti eccellenti. L’anno dopo, al “Maurizio Costanzo Show” del 26 settembre 1991, ci si mise Alfredo Galasso. Il 5 e l’11 settembre 1991 al Csm arrivarono due esposti, uno di Giuseppe Zupo, l’altro di Orlando, Galasso e Carmine Mancuso: si chiedeva conto degli insabbiamenti sui delitti Reina, Mattarella, La Torre, Insalaco, Bonsignore. Il 15 ottobre 1991 Falcone finì davanti alla prima commissione referente del Csm a discolparsi, e da quell’audizione resta la frase che dice tutto: non si parla più di prove nel cassetto perché i cassetti sono stati svuotati. Galasso gli rimproverava di essere fuggito da Palermo andando al ministero. È storia poco nota, ma una speranza Falcone l’aveva riposta nella Procura di Palermo, quando sostenne lui stesso Pietro Giammanco come capo. Si infranse quasi subito. Come scrisse Caponnetto nel suo libro, quel capo eseguiva gli ordini di ben altri sostituti storici. Un disastro, con aspetti inquietanti che ancora oggi non hanno verità giudiziaria. Per questo Falcone lasciò Palermo e accettò la chiamata, arrivata già da Cossiga quando alla Giustizia c’era Giuliano Vassalli, per l’incarico di direttore degli Affari penali al ministero di Grazia e giustizia, guidato da Claudio Martelli. Come si parlava di lui in quei mesi lo ha raccontato Ilda Boccassini nell’aula magna del Palazzo di giustizia di Milano, tre giorni dopo la strage, in un intervento ripreso dal Corriere del 26 maggio 1992. Disse ai colleghi che avevano fatto morire Giovanni con l’indifferenza e le critiche, e che qualcuno aveva pure il coraggio di andare al funerale. E ricordò un’assemblea dell’Anm a Palermo di due mesi prima: le parole più gentili, specie da Magistratura democratica, erano che Falcone si era venduto al potere politico. Mario Almerighi lo aveva definito un nemico politico. Ecco il vecchio odio che Travaglio rinnova con il suo editoriale. Resta l’altra metà della faccenda, quella che non si ha il coraggio di dire: cosa fece davvero quel governo. Le motivazioni della sentenza d’appello che assolse Andreotti, sulla sua posizione dopo il 1980, elencano un impegno istituzionale contro Cosa nostra: l’estradizione di Buscetta dal Brasile nel 1984, il decreto legge 317 del 12 settembre 1989 che impedì la scarcerazione di numerosi imputati del maxiprocesso in appello, altri provvedimenti dell’ultima presidenza del Consiglio, quella del 1989-1992. La Cassazione, nel 2004, ha scritto che Andreotti fu artefice con altri di provvedimenti legislativi che scongiurarono quelle scarcerazioni, escludendo che avesse pilotato il maxiprocesso verso un esito gradito ai mafiosi. È il rovescio della tesi accusatoria portata in aula da Roberto Scarpinato, oggi senatore del Movimento 5 stelle. E c’è il dettaglio che vale più di ogni ricostruzione. Nella stessa pronuncia c’è il racconto di Vincenzo Sinacori: verso la fine del 1991 Riina metteva insieme Andreotti, Falcone e Martelli come quelli che avevano fatto il maxiprocesso. Nella percezione di Cosa nostra, cioè di chi mise il tritolo a Capaci, il periodo del ministero è quello in cui quel governo era il nemico. Quindi sì, Falcone non avrebbe mai cenato con un Lavitola. Ma con un Andreotti presidente del Consiglio ci ha lavorato, e da lì sono uscite le leggi che hanno colpito i corleonesi. Chi mette sullo stesso piano un incarico di Stato e un rapporto personale con un uomo che dice di aver ordinato un attentato sta nuovamente infangando Falcone. Una cosa però va detta: a differenza di tanti altri che oggi fanno davvero gli smemorati, almeno Travaglio rimane coerente con l’accusa a Falcone. Ma la coerenza non è quasi mai una virtù. Per gli avvocati niente astensione se si discutono misure cautelari di Riccardo Tripepi Il Dubbio, 18 agosto 2026 L’adesione del difensore allo sciopero di categoria deve cedere il passo quando l’udienza riguarda una misura cautelare. E questo vale non soltanto per le misure personali, ma anche per quelle reali e persino quando la misura non sia stata ancora adottata e si debba discutere proprio della sua applicazione. A ribadire il principio è la Terza sezione penale della Cassazione con la sentenza n. 27671, depositata il 23 luglio 2026. La questione è emersa nell’ambito di un procedimento relativo a un sequestro preventivo disposto dal gip di Arezzo, in una complessa indagine per frode fiscale. Contro l’ordinanza del Tribunale del riesame aveva proposto ricorso per Cassazione la Procura della Repubblica. I difensori dell’indagata avevano chiesto e ottenuto la trattazione orale del procedimento, ma il 4 giugno avevano poi depositato un’istanza di rinvio, dichiarando di aderire all’astensione dalle udienze deliberata il 22 maggio dalla Giunta dell’Unione delle Camere penali italiane. La Cassazione, riunita in camera di consiglio il 9 giugno, ha però respinto la richiesta e affrontato preliminarmente il rapporto tra il diritto del difensore di aderire all’astensione di categoria e la disciplina delle prestazioni considerate indispensabili. Il punto di partenza è l’articolo 4 del Codice di autoregolamentazione delle astensioni dalle udienze degli avvocati, adottato nel 2007 e valutato idoneo dalla Commissione di garanzia sull’attuazione della legge sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali. La disposizione esclude la possibilità di astenersi, tra l’altro, nelle udienze penali “afferenti misure cautelari”. Per i giudici di legittimità la previsione non può essere circoscritta alle sole misure che incidono sulla libertà personale. Il divieto comprende anche i provvedimenti cautelari reali disciplinati dall’articolo 321 del codice di procedura penale, poiché condividono con le misure personali la medesima finalità preventiva. Di conseguenza, quando il procedimento riguarda un sequestro preventivo, l’assistenza del difensore rientra tra le prestazioni che il Codice di autoregolamentazione qualifica come indispensabili e l’adesione all’astensione non può determinare il rinvio dell’udienza. Ma la Cassazione va oltre il caso della misura già disposta. Il principio, sottolineano i giudici, opera anche quando la cautela reale richiesta non sia stata ancora applicata e nell’udienza si debba discutere della sua adozione. Non è dunque l’esistenza di un provvedimento cautelare già efficace a determinare l’indispensabilità della prestazione, ma la natura stessa dell’udienza e il fatto che essa abbia a oggetto una questione cautelare. La Terza sezione si colloca così nel solco di un orientamento già consolidato. La sentenza richiama, tra le altre, le pronunce n. 37101 del 2021, n. 50339 del 2015 e n. 39871 del 2013. In particolare, con la sentenza n. 38852 del 2017, la Cassazione aveva già precisato che l’astensione non è ammessa neppure quando la misura cautelare reale non sia stata applicata ma se ne discuta l’adozione. La sentenza 27671 conferma dunque una delimitazione netta dell’esercizio dell’astensione forense. Il diritto del difensore di partecipare alla protesta di categoria resta tutelato secondo le regole che disciplinano lo sciopero dell’avvocatura, ma incontra il limite delle prestazioni che l’ordinamento considera indispensabili. E nel perimetro tracciato dalla Cassazione rientra l’intera materia cautelare, personale o reale, indipendentemente dal fatto che la misura sia già stata adottata o debba ancora essere decisa. Friuli Venezia Giulia. Carceri, Sbriglia: servono interventi su sanità e tutela diritti di Denis Locoselli il-meridiano.it, 18 agosto 2026 “Il carcere deve tornare a essere il luogo in cui lo Stato dimostra concretamente la propria capacità di garantire il rispetto delle regole, la tutela dei diritti e la piena applicazione dei principi sanciti dalla Costituzione”. Lo afferma il Garante regionale dei diritti della persona, Enrico Sbriglia, a margine della visita effettuata lo scorso 14 agosto all’istituto penitenziario di Tolmezzo, alla quale hanno preso parte anche i rappresentanti dell’associazione Nessuno tocchi Caino, guidati da Elisabetta Zamparutti e Sergio D’Elia, insieme ad alcuni avvocati della Camera Penale di Udine. “Nel corso della giornata - spiega Sbriglia - ho incontrato numerosi detenuti che avevano richiesto un colloquio, raccogliendo testimonianze che hanno evidenziato un dato significativo: molti di loro, pur essendo lontani dalle proprie regioni di origine, hanno espresso la volontà di rimanere nell’istituto di Tolmezzo, riconoscendo l’impegno del personale penitenziario e dell’area educativa nel garantire ascolto, attenzione e opportunità di crescita. Al 14 agosto, il carcere di Tolmezzo ospitava 148 detenuti”. “Un risultato - osserva il Garante - reso possibile anche dal rafforzamento dell’organico educativo e dall’attività della direzione dell’istituto, guidata dalla direttrice Irene Iannucci, che ha consentito l’attivazione di numerosi percorsi di formazione professionale e di iniziative culturali e artistiche”. “Tra le principali criticità emerse durante la visita - prosegue Sbriglia - particolare attenzione è stata riservata alla situazione della sanità penitenziaria, che continua a registrare difficoltà legate alla carenza di personale medico e sanitario. È necessario individuare soluzioni concrete, perché il diritto alla salute deve essere garantito anche all’interno degli istituti penitenziari”. “Ulteriori segnalazioni - conclude - hanno riguardato la qualità di alcuni servizi affidati a soggetti esterni attraverso appalti regionali, rispetto ai quali è stato richiesto un maggiore controllo da parte delle istituzioni”. Pordenone. Appicca il fuoco al materasso della sua cella, morto detenuto di 19 anni Messaggero Veneto, 18 agosto 2026 La tragedia si è consumata nella serata di lunedì in piazza della Motta. Il giovane è morto in ospedale a causa del fumo inalato. Evacuato per alcune ore il primo piano del carcere. Ha appiccato il fuoco al materasso della sua cella ed è morto poco dopo in ospedale, a causa del fumo inalato. È la tragedia che si è consumata nella serata di lunedì, poco prima delle 21, nel carcere di Pordenone, in piazza della Motta. La vittima è un ragazzo egiziano di soli 19 anni, Mamdouh Kalam. A quel che risulta all’arrivo in ospedale non sarebbe stato collaborativo con i sanitari. Assieme a lui c’erano in cella altre persone che, fortunatamente non hanno riportato conseguenze. Il principio di incendio è stato spento dalla Polizia penitenziaria con gli estintori. Il primo piano del carcere è stato evacuato e i detenuti sono rientrati nelle celle verso le 2.30, dopo la bonifica dei vigili del fuoco arrivati sul posto. Nessun altro, tranne il detenuto morto, è rimasto intossicato: guardie e altri detenuti stanno tutti bene. Fino alle 8 di questa mattina sul posto è rimasta una squadra dei vigili del fuoco per monitorare la situazione, visto sono stati svuotati tutti gli estintori del primo piano. Sul posto sono intervenute tre squadre dei vigili del fuoco, i carabinieri e il 118. Torino. I Radicali al Lorusso e Cutugno “Detenuti in celle disumane, è un sistema da lager” di Nicolò Fagone La Zita Corriere di Torino, 18 agosto 2026 La denuncia del segretario nazionale Blengino dopo la visita in carcere: “Ogni mese 200 ingressi contro i 25 di Bologna”. “Visitando il carcere di Torino, la sensazione non è stata quella di entrare in un istituto di pena, ma in un ospedale abbandonato a sé stesso. Centinaia di persone con gravi problemi psichiatrici e fisici: ottantenni, uomini con disabilità, un detenuto senza una gamba e persino una persona non vedente. Altro che pericolosi criminali: le carceri sono piene di fragilità che avrebbero bisogno di aiuto e reinserimento in luoghi specializzati”. È questa la fotografia, durissima, tracciata da Filippo Blengino, segretario nazionale di Radicali Italiani, al termine della visita al Lorusso e Cutugno. Un “controllo” che rientra nella campagna “Dove finisce lo Stato”, promossa dai Radicali per monitorare le condizioni degli istituti penitenziari italiani. Al termine Blengino ha messo al centro soprattutto le fragilità della popolazione detenuta, senza dimenticare il problema del sovraffollamento. A Torino i detenuti sono più di 1.550 e vivono, denuncia Blengino, in “celle disumane”. “Ma ad essere drammatica è anche la carenza di personale - insiste il segretario -. Chiamiamo le cose con il loro nome: questo sistema carcerario è da lager”. Da qui l’affondo politico: “La destra preferisce il populismo penale e, intasando le carceri, alimenta fabbriche di recidiva. La politica faccia tornare in vigore la Costituzione anche dietro le sbarre, dove da tempo è sospesa”. E poi un dato spiazzante: “Nel carcere torinese si contano circa 200 ingressi mensili, un numero altissimo. In quello di Bologna, per intenderci, se ne registrano 20-25. Non si capisce perché nel capoluogo piemontese le forze dell’ordine e i magistrati ricorrano così spesso al carcere senza valutare altre strade”. Durante la visita Blengino è rimasto colpito anche dalle carenti condizioni infrastrutturali: “Abbiamo visto detenuti mangiare per terra, visto che manca qualsiasi tipo di arredamento. Sono tutti ammassati come fossero animali, mentre la temperatura sfiora i 35 gradi. Un caldo infernale, nessuno dovrebbe vivere in una situazione simile”. Monza. Carcere al collasso: 311 detenuti hanno gravi problemi psichiatrici di Barbara Apicella monzatoday.it, 18 agosto 2026 Un numero molto elevato: quasi la metà dei detenuti presenta gravi criticità di salute mentale. Nel carcere di Monza non è solo emergenza sovraffollamento, ma è anche emergenza per presenza di detenuti con gravi problemi psichiatrici. Sono oltre 300 (per l’esattezza 311) le persone accolte nella casa circondariale di Sanquirico che presentano gravi problematiche di salute mentale. La denuncia arriva dal Partito Radicale che nella giornata di lunedì 17 agosto ha effettuato un sopralluogo nella struttura monzese. Un gruppo presieduto dal consigliere comunale Paolo Piffer (Civicamente) da sempre grande conoscitore del carcere cittadino e delle sue criticità, da Simona Giannetti e Francesco Pasquariello (componenti del Consiglio Generale del Partito Radicale) e Laura Ferrari (consigliera comunale di Cologno Monzese, AVS). La prima criticità emersa è quel del sovraffollamento: è del 190% in più il dato delle presenze con 737 detenuti per 413 posti di capienza non tutti disponibili. “La terza e quarta branda sono la regola, per lo più nelle sezioni con regime aperto”, ha commentato Simona Giannetti. Ma quello che maggiormente preoccupa è il numero dei detenuti con gravi patologie psichiatriche: sono 311 le persone che presentano queste fragilità. “La condizione della carcerazione diviene per loro di fatto vero e proprio trattamento inumano e degradante, ormai inaccettabile per uno Stato di Diritto che tuteli la salute e la dignità umana”, ha commentato Giannetti al termine della visita. Altro problema è quello dei giovani adulti detenuti: sono 97 e molti provengono dal carcere minorile per reati commessi quando non avevano ancora compiuto i 18 anni di età. Sul fronte delle misure alternative, considerato che quasi il 70% sono definitivi, solo 28 sono risultati essere i detenuti ammessi al lavoro all’esterno e 5 i semiliberi. Il tema del reinserimento e della creazione di una nuova opportunità sociale e professionale è un miraggio anche se nel carcere monzese sono diversi i progetti portati avanti, anche in collaborazione con il territorio, per offrire una seconda chance ai detenuti. L’ultimo, promosso pochi mesi fa, riguarda l’assunzione a tempo indeterminato di tre detenuti presso Cem Ambiente. E proprio in quella occasione la direttrice, Cosima Buccoliero, aveva lanciato un appello alle realtà imprenditoriali del territorio per offrire opportunità lavorative. “Rendere effettivo il reinserimento, che passa anche attraverso il lavoro, consentirebbe anche l’accesso alle misure alternative - prosegue Simona Giannetti - per numerosi detenuti che potrebbero accedervi per quantità di pena: ecco perché la delegazione ha fatto notare come una maggiore connessione dell’istituzione carceraria con il territorio e le sue imprese dovrebbe essere valutata dal legislatore”. Altra criticità rilevata riguarda il personale da tempo in sofferenza, con la richiesta - più volte sollevata anche dalle rappresentanze sindacali - di nuove assunzioni. “La mia presenza oggi unisce il ruolo politico, l’impegno civico sul territorio di Monza e l’esperienza quotidiana sul campo come operatore penitenziario: tre prospettive che convergono nell’unico obiettivo di fare tutto il possibile per rendere il sistema carcere sempre più efficiente, affinché riesca finalmente a realizzare fino in fondo la funzione rieducativa della pena stabilita dall’articolo 27 della nostra Costituzione”, ha concluso Paolo Piffer. Santa Maria Capua Vetere (Ce). “Detenuto ha crisi epilettiche e aspetta gli esami da 8 mesi” di Ernesto Di Girolamo casertanews.it, 18 agosto 2026 L’allarme della madre. Il 28enne è detenuto da 19 mesi a Santa Maria Capua Vetere. La madre chiede che vengano effettuati gli accertamenti prescritti: “Voglio che gli siano garantite le cure di cui ha diritto”. Da circa otto mesi avrebbe iniziato a soffrire di ripetute crisi epilettiche mentre si trova detenuto nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. È la denuncia della madre di un 28enne di Giugliano, detenuto da 19 mesi, che ha deciso di rendere pubblica la situazione per richiamare l’attenzione sulle condizioni di salute del figlio. Secondo quanto riferito dalla donna, le crisi sarebbero comparse durante la detenzione. Dopo uno degli episodi, il giovane sarebbe stato accompagnato presso l’Asl di Aversa, dove, sempre secondo il racconto della madre, sarebbero stati prescritti con urgenza un elettroencefalogramma e una risonanza magnetica per individuare le cause dei malori. “Sono trascorsi circa otto mesi e quegli esami non sono stati ancora eseguiti”, denuncia la madre. Nel frattempo, secondo quanto riferito dalla donna, al figlio verrebbe somministrato Depakin, farmaco antiepilettico, mentre non sarebbe ancora arrivata una diagnosi definitiva. La madre manifesta preoccupazione anche per le condizioni in cui vede il giovane durante i colloqui. “Lo vedo completamente stordito. Ho notato anche numerosi segni di iniezioni sulle gambe e mi è stato riferito che gli stanno praticando Valium”, racconta. Si tratta di circostanze riferite dalla madre, che chiede ora che vengano verificati gli aspetti sanitari della vicenda e, soprattutto, che il figlio possa sottoporsi agli accertamenti prescritti. Il 28enne è stato condannato a sei anni per due truffe ed è assistito dall’avvocato Luigi Poziello del Foro di Napoli Nord. Secondo quanto riferito dalla madre, la documentazione relativa alle condizioni di salute del figlio sarebbe stata presentata anche nell’ambito delle iniziative giudiziarie della difesa, ma le richieste sarebbero state rigettate. La donna precisa di non voler entrare nel merito della condanna del figlio. “La pena deve riguardare il reato commesso, non mettere a rischio la sua vita o la sua salute”. L’appello è quindi rivolto alle autorità affinché venga fatta chiarezza sulla situazione sanitaria e vengano garantiti gli accertamenti ritenuti necessari. “Come madre vivo questa situazione con enorme angoscia. Chiedo che a mio figlio vengano garantite le cure e gli accertamenti sanitari di cui ha diritto”. E conclude: “Se questa situazione dovesse continuare sono pronta a presentare denuncia presso tutte le autorità competenti, perché ritengo inaccettabile che il diritto alla salute venga negato”. Prato. Spara al detenuto in fuga nel pronto soccorso, agente indagato per tentato omicidio di Giorgio Bernardini Corriere Fiorentino, 18 agosto 2026 L’avvocato Fucci: scudo penale per il poliziotto penitenziario. Il procuratore Tescaroli: no, quel ragazzo non poteva scappare. Tre colpi di pistola in una manciata di secondi: uno raggiunge alla coscia un 22enne marocchino ammanettato, che tentava di fuggire dal pronto soccorso del Santo Stefano. È la sequenza che le telecamere dell’ospedale di Prato hanno registrato domenica pomeriggio e che ora è al centro dell’inchiesta della Procura guidata da Luca Tescaroli. Oltre che del dibattito politico, dato che per l’agente non si è “alzato” lo scudo penale contemplato dal nuovo decreto sicurezza del governo Meloni: il poliziotto penitenziario che ha sparato è adesso indagato per tentato omicidio. L’agente, in servizio da meno di un anno e mezzo, non è ancora stato interrogato. Ai suoi avvocati ha raccontato di avere esploso “due colpi di avvertimento in aria e infine un terzo verso il ragazzo”, dopo avere “sentito il collega invocare aiuto”. Gli sono stati sequestrati l’arma di servizio e il caricatore. La Procura, però, spiega che dai filmati emerge una dinamica diversa e che l’agente ha “agito deliberatamente per colpire il cittadino marocchino sparando e mirando per colpirlo”. Per questo non è stato applicato il nuovo “scudo penale”, che consente di evitare l’iscrizione automatica nel registro degli indagati quando l’atto compiuto in servizio fa presumere una causa di giustificazione. La vicenda era cominciata circa un’ora prima, domenica sera, davanti al carcere della Dogaia. Due agenti avevano intercettato tre uomini che cercavano di lanciare all’interno dell’istituto penitenziario pacchetti contenenti droga e telefoni cellulari. Uno dei tre, caduto durante la fuga, era stato fermato e arrestato. Era un 22enne marocchino che aveva già scontato una detenzione a Prato per spaccio ed era uscito a fine giugno. Portato al pronto soccorso dell’ospedale Santo Stefano per le conseguenze della caduta, il giovane era rimasto ammanettato in attesa di essere dimesso. Poi la fuga: ha afferrato un estintore e ha iniziato a spruzzare una nube di liquido, cercando di guadagnare l’uscita dell’ospedale. Un agente gli è andato incontro per bloccarlo, il collega ha estratto la pistola. Tre spari in rapida successione: il primo e il secondo che, nella ricostruzione difensiva, erano colpi d’avvertimento; il terzo ha poi centrato il ventiduenne alla coscia. “I filmati acquisiti mostrano la dinamica dei fatti: due agenti, mentre il ragazzo cercava di scappare ammanettato all’interno di un ambiente chiuso dal quale non poteva uscire, hanno cercato di raggiungerlo. Uno dei due ha esploso contro il ragazzo tre colpi di pistola, uno dei quali lo ha colpito”, ha spiegato il procuratore Luca Tescaroli. Il legale dell’agente, Vittorio Luigi Fucci, sostiene invece che ci fossero i presupposti per applicare lo scudo previsto dal decreto Sicurezza, come avvenuto nel caso di Abderrahim Fakir, morto a Bologna durante un fermo di polizia il 20 luglio. “Occorre una riforma radicale che tuteli maggiormente le forze dell’ordine che operano in presenza di evidenti cause di giustificazione”, afferma. Sul caso intervengono anche i sindacati. L’Osapp denuncia il “silenzio” del ministro della Giustizia Carlo Nordio e dei vertici del Dap: “Lo Stato gli ha consegnato un’arma, gli ha affidato un arrestato e gli ha imposto di impedirne la fuga. Quando ha dovuto decidere in pochi secondi, è rimasto solo”, dice il segretario Leo Beneduci, ricordando che l’agente ha appena 18 mesi di servizio. La Uil Fp chiede invece camere di sicurezza per arrestati e detenuti nei pronto soccorso e reparti ospedalieri dedicati. Il segretario toscano Eleuterio Grieco propone inoltre di ricorrere alla telemedicina per ridurre gli accessi in ospedale e denuncia le criticità dell’assistenza sanitaria penitenziaria. Per Francesco Oliviero, segretario Sappe per la Toscana, il detenuto in fuga avrebbe aggredito due agenti: “Pur avendo i polsi bloccati dalle ammanettature di sicurezza, ha impugnato un estintore presente nella struttura scatenando il panico. Il bilancio dell’aggressione è pesante: due poliziotti penitenziari sono rimasti feriti, uno dei quali ha avuto la frattura della mano con una prognosi di 30 giorni, mentre per l’altro collega i giorni di prognosi sono 10”. Bologna. Dozza, rogo senza idranti: “La Regione intervenga” Il Resto del Carlino, 18 agosto 2026 Dopo l’incendio di una cella spento dalla Polizia penitenziaria con secchi d’acqua la consigliera Evangelisti (FdI) ha depositato un’interrogazione alla giunta. “I gravissimi fatti accaduti nel giorno di Ferragosto al carcere della Dozza, dove un detenuto ha appiccato un incendio nel reparto infermeria provocando l’intossicazione di due agenti di polizia penitenziaria, accendono un faro inquietante sulla gestione della sicurezza e della prevenzione nei locali di competenza sanitaria regionale”. È quanto sostiene la capogruppo di Fratelli d’Italia in Assemblea Legislativa, Marta Evangelisti, annunciando il deposito di un’interrogazione urgente alla Giunta regionale. “È inaccettabile apprendere dalle denunce sindacali dell’Osapp che all’interno della sezione infermeria RH gli idranti non fossero funzionanti, costringendo il personale a spegnere le fiamme con i secchi d’acqua. La tutela della salute, l’idoneità dei locali sanitari e l’efficacia dei piani antincendio all’interno delle carceri sono compiti che la legge assegna direttamente al Servizio Sanitario Regionale e alle Ausl”. Per questo, l’esponente di FdI, è stata interrogata “formalmente la giunta per sapere se l’Ausl di Bologna fosse a conoscenza del mancato funzionamento dei sistemi antincendio nel reparto sanitario e quali verifiche periodiche siano state effettuate”. Poi, puntualizza ancora Evangelisti, “vogliamo sapere quali iniziative urgenti intenda assumere la Regione per ripristinare immediatamente le condizioni di sicurezza nei luoghi di cura della Dozza e se non ritenga necessario attivare un tavolo tecnico per valutare la temporanea chiusura di quella sezione se non garantisce standard minimi di incolumità. Chiediamo anche chiarezza sui protocolli delle emergenze tossicologiche e sulla dotazione di presidi di primo soccorso nei locali sanitari carcerari”. Bolzano. I Verdi: un provveditorato locale per il carcere Corriere dell’Alto Adige, 18 agosto 2026 Sopralluogo nella struttura sovraffollata di via Dante. Foppa: più autonomia. La consigliera provinciale dei Verdi, Brigitte Foppa, e l’avvocato Fabio Valcanover, esponente dell’associazione “Nessuno tocchi Caino”, hanno effettuato ieri un sopralluogo al carcere di Bolzano, che continua a fare i conti con un forte sovraffollamento: sono attualmente ospitati 115 detenuti, a fronte di una capienza prevista di 88 persone. A questo si aggiunge una significativa carenza di personale. Delle 84 persone previste in organico, sono infatti 50 quelle effettivamente in servizio. Per i Verdi, la qualità della detenzione è parte integrante delle politiche di sicurezza: “Un carcere che funziona è uno strumento di sicurezza per tutta la società. Se vogliamo ridurre la recidiva, dobbiamo investire nelle condizioni di detenzione e soprattutto nelle opportunità di formazione, lavoro e reinserimento. Non possiamo pensare che il carcere sia un mondo separato dal resto della società”, sottolinea Foppa. Per questo motivo il Gruppo Verde torna a chiedere un rafforzamento del ruolo dell’autonomia nella gestione del sistema penitenziario. Attualmente il carcere di Bolzano dipende dall’amministrazione penitenziaria con sede a Padova, che ha competenza anche sul carcere di Trento e sugli istituti di Veneto e Friuli-Venezia Giulia. Un provveditorato regionale potrebbe assumere competenze centrali in settori strategici come l’edilizia penitenziaria, l’organizzazione del lavoro dentro e fuori dagli istituti, la mediazione e il coordinamento con i servizi territoriali. I Verdi e Valcanover chiedono quindi che venga istituito un provveditorato regionale. Parola e scuola al tempo dell’Ai di Christian Raimo La Stampa, 18 agosto 2026 A settembre arrivano le nuove indicazioni sull’impiego dell’Intelligenza artificiale negli istituti. Tre libri usciti quest’anno ci permettono di comprendere meglio delle circolari. Il 4 agosto scorso il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto che adegua la normativa italiana al regolamento europeo sull’intelligenza artificiale. Per la scuola significa: cento milioni per la formazione del personale, aggiornamento delle Indicazioni nazionali del secondo ciclo con l’ingresso delle Ai nei percorsi di studio, nascita di comitati tecnico-etici territoriali che dovrebbero accompagnare le sperimentazioni. Valditara l’ha definita una promessa mantenuta; arriva dopo le Linee guida del ministero dell’agosto 2025 che chiedevano a ogni istituto di dotarsi entro l’anno scolastico appena concluso di una politica d’uso dell’Ai e di un referente interno. Questo settembre entreranno in classe anche le nuove Indicazioni per il primo ciclo: ortografia, scrittura in corsivo, riassunto, poesie a memoria, almeno due libri letti all’anno, latino opzionale in seconda e terza media. Sembrano due visioni in contraddizione - i chatbot e la bella grafia - e le critiche si dividono tra chi accusa il ministero di soluzionismo e chi di passatismo. Si tratta invece di due politiche che condividono un po’ lo stesso vuoto: nessuna delle due dice che cosa sia diventato un testo. Tre libri usciti quest’anno ci permettono di comprenderlo meglio delle circolari, preparandoci per settembre. Il primo è “Alfabit” di Giuseppe Antonelli (il Mulino), che ricostruisce trent’anni di italiano digitale in tre fasi: sms, chat e social, Llm (Large Language Model, è un programma di intelligenza artificiale avanzato basato su reti neurali che sa capire, interpretare e generare il linguaggio umano). La tesi di Antonelli è sociolinguistica: l’italiano delle Ai si sta collocando a metà tra il vecchio standard scolastico e il neostandard giornalistico, e sta diventando norma. Una volta si diceva “L’ha detto la tv”, ora si può dire “L’ha scritto Chat”. Chi usa questi strumenti per un compito dà per scontato che quell’italiano sia corretto e che quell’italiano sia un modello. Antonelli non lancia però un allarme: per lui la lingua delle macchine è preferibile a quella che ha vinto con i social. I testi generati dai chatbot hanno un inizio, uno svolgimento e una fine, mentre nelle chat ci eravamo abituati a una testualità banale e frantumata. Il secondo libro è “Scrivere è bene, riscrivere è meglio” di Massimo Palermo (Laterza). Il capitolo chiave è “Riscrittura come antidoto all’intelligenza artificiale”. Palermo parte da una constatazione innegabile - il ricorso acritico agli Llm per gli scritti rende urgente ripensare la didattica - e propone una soluzione che non è una panacea né un divieto. Occorre ripartire dal processo; documentazione, bozze, testo definitivo, e poi la discussione orale del lavoro fatto. La scuola che ha sempre privilegiato l’educazione alla scrittura sarà costretta a rivalutare quella all’oralità. In un intervento per la Crusca Palermo ha mostrato bene come il vero problema degli Llm non sia la norma esplicita - se chiediamo “ci vediamo la settimana prossima?” ci risponde correttamente - ma quella implicita: il crescente potere modellizzante dei testi artificiali. Prendiamo il gerundio irrelato - quello slegato dal soggetto della reggente, che infesta le scritture scolastiche da vent’anni - e vediamo come le macchina ora lo ripropone a manetta. Il rischio è quello del circolo: l’uso umano modella la macchina, la macchina rimodella l’uso umano, e la lingua artificiale finisce per riprodurre non più gli usi reali ma sé stessa. Il terzo libro è quello di Anna-Maria De Cesare, “L’italiano sintetico dell’intelligenza artificiale generativa” (Cesati), in cui vengono opposti i testi sintetici a quelli naturali e mostrata la loro preferenza per la paratassi, le strutture binarie e ternarie, le coppie di aggettivi coordinati, i “non solo… ma anche”, le ripetizioni delle stesse strutture, la verbosità e la sovraesplicitazione, e i calchi dell’inglese, visto che le Ai si addestrano in inglese più che in italiano. Se sulla scrittura abbiamo un orientamento, sulla lettura il ministero è piuttosto laconico. Conviene allora riprendere il Piano nazionale scuola digitale del 2015 dove si chiedeva di avviare una ricerca per le competenze del 21° secolo, per capire come e se le tecnologie modifichino memoria, attenzione, lettura e costruzione di pensiero. Il Pnsd elencava fra i contenuti da offrire agli studenti, la lettura e la scrittura in ambienti digitali e misti; undici anni dopo quella ricerca non c’è, il ministero legifera sulle Ai senza averla mai fatta. Nel frattempo l’Ocse ci dice che circa un terzo degli adulti italiani non va oltre la comprensione di testi semplici. È il dato che rende assurda tanto la polemica sul corsivo quanto quella sui chatbot. Il problema non è con che cosa si scrive, ma che non sappiamo scrivere e leggere testi lunghi: la scrittura sintetica, che li produce al posto nostro in quattro secondi, è chiaro quale rischio rappresenti. Cosa si può fare allora in classe a settembre in una secondaria, senza aspettare i comitati tecnico-etici? 1. Scrivere la policy sulle Ai d’istituto con gli studenti; le Linee guida ce lo chiedono. Invece di ricevere pedissequamente quella del consiglio d’istituto, la si può costruire in classe, inventandosi un’ora di educazione linguistica e civica. 2. Far riscrivere invece di far produrre; è la proposta di Palermo e coincide anche con quanto chiedono le Indicazioni per i licei del 2026, in cui si invita a mettere a confronto testi scritti da esseri umani e testi generati dalle macchine, valutandone stile, tenuta argomentativa e attendibilità. 3. Insegnare a riconoscere l’impronta della Ai, senza demonizzare. La virgola seriale, il gerundio tuttofare, le coppie di aggettivi, la cortesia eccessiva. Non si tratta di improvvisarsi detective - tra l’altro i rilevatori automatici invecchiano quanto e più delle versioni precedenti delle Ai - ma di imparare a leggere in filigrana i testi. 4. Restituire spazio all’orale. Se il testo scritto non garantisce più nulla sul processo che l’ha prodotto, l’unico modo per valutare quel processo è farlo raccontare, valorizzando le discussioni sul proprio lavoro. 5. Leggere libri per intero; le nuove Indicazioni ne chiedono due o tre l’anno, ed è una giusta pratica da riprendere: l’unico antidoto alla frammentazione, l’unico allenamento dell’orecchio alla lettura di testi complessi. Infine, i cento milioni per la formazione docenti. Se andranno in corsi di prompt engineering, li avremo buttati. Se invece li spenderemo in formazione linguistica, magari nella prospettiva dell’educazione linguistica democratica, avranno avuto un qualche valore Dall’intelligenza artificiale alla furbizia artificiale di Gabriele Segre La Stampa, 18 agosto 2026 Avendole dato la capacità di imparare da sola, prima o poi doveva capitare. Come ogni studente prima di lei, l’intelligenza artificiale ha appena scoperto la più antica scorciatoia dell’apprendimento: copiare. Durante un test, alcuni modelli di OpenAi - chiusi in un’aula digitale blindata per impedire loro di scopiazzare su Internet - hanno trovato il modo di raggirare il sistema, uscire e sbirciare dal “compagno di banco”, l’azienda high-tech Hugging Face. L’allievo più dotato e sofisticato della storia ha così inventato la versione 5.0 del vecchio bigliettino. La vicenda dell’Ai adolescente strapperebbe un sorriso, se non fosse che con gli studenti in carne e ossa sappiamo bene o male cosa fare. Con una macchina che raggiunge il risultato inventando soluzioni che nessun professore aveva previsto, invece, il repertorio pedagogico si svuota all’improvviso. Una scuola, in fondo, è una sofisticata fabbrica di fiducia. Nessuno si fida ciecamente di un quindicenne durante un compito in classe, ma l’intero sistema lavora perché, un giorno, non ci sia più bisogno di controllarlo. Lo scopo non è crescere un adulto che non copia per paura della nota sul registro, ma uno che comprenda perché barare è un torto verso sé stessi. In piccolo è il meccanismo su cui abbiamo costruito la vita in società: etica, morale e cultura ci aiutano a tracciare il confine tra il bene e il male; ma, siccome nessuna civiltà ha avuto l’imprudenza di affidarsi soltanto alla bontà umana, per il resto esistono contratti, controlli, regole e sanzioni. L’etica prima di tutto; le istituzioni, in attesa che le meraviglie della pedagogia si compiano appieno. Il problema con l’intelligenza artificiale è che abbiamo fatto entrare in classe lo studente prodigio prima ancora di aver scritto il regolamento d’istituto. Da qui nasce buona parte dell’inquietudine che accompagna l’Ai. L’elenco delle paure è ormai sterminato: il lavoro che scompare, i data center che si bevono riserve idriche e energetiche, la cybersicurezza, la competizione tra potenze, aziende più ricche di interi Stati sovrani. Questioni diversissime, accomunate però dalla stessa domanda: di chi dovremmo fidarci? Non certo dell’allievo: non sappiamo ancora se l’algoritmo possa interiorizzare un limite etico o soltanto diventare più abile ad aggirarlo. Non ci fidiamo fino in fondo neppure dei professori: le aziende che sviluppano questi sistemi sono allo stesso tempo insegnanti, genitori e proprietarie della scuola. Ci avvertono dei rischi di macchine potenzialmente pericolose mentre investono somme mai viste per renderle ancora più potenti. Neppure la presidenza gode di particolare autorevolezza: i governi dovrebbero scrivere il regolamento, ma rincorrono una materia che cambia più in fretta delle norme, temendo che ogni limite imposto significhi regalare il vantaggio alla scuola cinese accanto. Infine, non ci fidiamo più nemmeno dell’edificio. Negli Stati Uniti l’opposizione ai data center sta riuscendo nell’impresa di mettere d’accordo destra e sinistra, dando un’unica risposta ad aziende che assicurano lavoro ed entrate fiscali: non vi crediamo. Quando persino la promessa della prosperità suscita sospetto invece che consenso, il problema non è più soltanto economico. Così, mentre discutiamo dell’affidabilità della macchina, la sfiducia percorre l’intera catena chiamata a governarla: da chi la costruisce a chi la finanzia, da chi la controlla a chi dovrebbe regolarla. La questione, dunque, non è più se fidarsi o meno dell’Ai, ma come costruire intorno a essa un’architettura di fiducia che renda possibile farlo. Servono limiti che gli algoritmi sappiano riconoscere e rispettare, responsabilità per chi li sviluppa, autorità capaci di farle valere e regole abbastanza condivise da impedire che la prudenza diventi uno svantaggio competitivo. In altre parole, non basta educare lo studente. Bisogna costruire la scuola dalle fondamenta. Con gli esseri umani ci sono voluti secoli per mettere insieme una pedagogia, ancora oggi imperfetta, fatta di incentivi e castighi, fiducia e controllo. Con l’Ai, c’è ben altra urgenza: adesso che abbiamo scoperto di aver generato, insieme all’Intelligenza Artificiale, anche la Furbizia Artificiale, il problema non è che abbia imparato a copiare, ma che, quando alziamo gli occhi verso la cattedra, non siamo più sicuri di sapere chi sia il professore. Social vietati ai minori. Tra legge e vita reale c’è la sfida della tutela di Daniela Piana Il Dubbio, 18 agosto 2026 La censura che il Conseil Constitutionnel, adito dall’opposizione parlamentare francese, ha sancito il 14 di agosto rispetto alla legge, molto voluta dall’esecutivo, in materia di utilizzo dei social network da parte di persone con età inferiore ai 15 anni è già oggetto di un vivace dibattito, che non manca di affiancare alle considerazioni di carattere giuridico considerazioni di carattere etico morale e politico. Qui limitandoci a sottolineare che il principio di proporzionalità appare guidare la ratio decidendi del Conseil Constitutionnel, vedremo il seguito e le reazioni dell’esecutivo che ha già attivato un “secondo round” di gioco istituzionale sul tema. Non è infatti la lettura politologica che qui preme, quanto quella di carattere socio-giuridico. Ogni intervento normativo che identifica nello strumento della legge - ovvero della norma giuridica astratta e orientata a obiettivo - la soluzione a un problema collettivo, dovrebbe idealmente rispondere ad una domanda di giuridicità. Per “giuridicità” si intende “normatività intesa in senso ampio”, la quale spesso trova nel diritto positivo la sua àncora esplicita e le sue fondamenta nella cultura del diritto e dei diritti, ovvero nell’esperienza diffusa, sentita, in taluni casi manifestata, di uno iato fra ciò che si chiede al diritto, in termini di tutele, e ciò che il diritto - allo stato dell’arte - sta offrendo. La giuridicità è la norma positiva più una serie di caratteristiche che hanno un impatto indiscutibile sulla effettività attuativa di qualsiasi legge sia adottata. Non sempre occorre appellarsi alla norma positiva. Ma quando lo si fa è bene avere in mente (e già solida) una cognizione del “prima” e una cognizione del “dopo” l’adozione di una legge. La giurisdizione può dare un faro, ma non può determinare le risposte, anche perché quelle risposte saranno adeguate e sostanzialmente legittime (non solo formalmente valide) se rispondono a delle domande ben formulate sulle condizioni reali di vita nelle quali le persone che devono ottemperare agli obblighi previsti dalla legge si trovano. Condizioni di competenze, risorse cognitive, informazioni, modalità di relazione e riconoscimento di autorevoli fonti di regole di giustizia. È la cultura sociale di un Paese o di un territorio. Le persone di minore età che fanno l’esperienza dei social media sono persone situate in un contesto di vita, tratteggiato dalle relazioni famigliari, dagli ambienti formativi - scolastici, sportivi, associativi - e dalla più diffusa cultura sociale rispetto alla quale le persone che sono nella fascia di età minorenne hanno un rapporto di “tensione distanziatrice”, un po’ come la distruzione che crea di Bergson, perché nel rapporto con l’autorità - dialettico, ça va sans dire - si forma l’identità autonoma dei ragazzi. In questo complesso sistema di interazioni, dove gli effetti domino si sprecano - basti pensare alle funzioni educative di scuola e famiglia quando sono in tensione - il minorenne o la minorenne sviluppano la propria autonoma determinazione di sé. Chi è la fonte di regole? Dove si trova? Che età mediamente ha? Quanto è in grado di controllare senza diventare erosiva della autonoma crescita della persona? Domande con la D maiuscola, cui la risposta può essere data da una oculata e plurale lettura dei fatti socioculturali ed economici. Questi fatti impatteranno sull’effettività attuativa di qualsiasi legge e quindi sulla effettiva possibilità di raggiungere il vero obiettivo che orienta sul piano valoriale questi interventi legislativi, ossia la costruzione di tutele per i minorenni e di tutele per le fonti di tutele, nella prospettiva di tutelare oggi per domani la capacità di crescita e dunque la futura capacità di essere cittadini nel mondo. Quali sono le culture del rischio su cui fare leva? Nelle organizzazioni che hanno funzioni educative orientative culturali associative e socializzanti tali culture sono legate alle competenze digitali. Possono paesi diversi per diffusione delle competenze digitali e delle consapevolezze necessarie a evitare un pensiero delegativo - si legga chiedere a un dispositivo di IA di risolvere problemi di vita che nemmeno l’esistenzialismo può sofisticato saprebbe inquadrare con buona pace dei filosofi - adottare le stesse norme giuridiche? E se non potessero, ma dovessero perché sono parte dello spazio di diritto euro-comune, come assicurarsi che l’attuazione della norma non divenga uno spazio iper-proceduralizzato capace esso stesso di creare uno spazio di divergenza fra fasce della popolazione e soprattutto fra generazioni? Che fare se la attuazione della norma diventa comprensibile prima alla Generazione Z che ai social monitor (leggi persona titolata della responsabilità parentale) dell’accesso ai social network? In altri termini come fare se prima di adottare una norma giuridicamente vincolante, avessimo dovuto mancare l’opportunità per vedere in intero il mosaico che è fatto dalle seguenti dimensioni - de facto: come sono fatte le famiglie? Quanto tempo trascorrono insieme a fare cosa? Come sono organizzati gli spazi di socializzazione dei minorenni? E a posteriori come sono diffuse le competenze digitali? Quale è l’esatto punto di trade off che una determinata società - ma non necessariamente quella che pur essendo sempre europea e confinante resta diversa per sensibilità culturali - fra Stato e società nella organizzazione della vita collettiva? E da ultimo cosa intendiamo per bene del minorenne? La giurisprudenza è vasta e gli aspetti di sensibilità valoriale diversificati, ma la bussola fra paternalismo negazionista dell’autonomia del minorenne e laissez faire deleterio perché si tratta di un laissez faire ai grandi players di social media, i quali altro non sono che una nuova - e refrattaria alla categoria del territorio giuridicamente inteso - forma di esercizio di potere, va fissata in modo democraticamente aperto, consapevolmente critico e soprattutto fattivamente e fattualmente orientato. Non perché i fatti debbano determinare le norme, ci mancherebbe, quanto invece perché una volta che la norma fosse adottata nella mis-perception dei fatti - o nella mancanza della loro analisi - saranno i fatti a dichiarare nel modo che solo la vita conosce, inderogabile, silenzioso, senza appello, e drammaticamente carsico e diffuso, il non luogo a procedere della norma. Costituzionalmente orientata è un obbligo istituzionale cui tutti gli attori dovrebbero attenersi. La costituzione è però formale e sostanziale. In qualsiasi sistema politico ed ordinamentale del mondo. Quella parte sostanziale ce la raccontano i fatti. È tempo di mettere insieme le due facce della luna di modo che la necessaria urgente e indiscutibile domanda di giuridicità nell’uso e non uso da parte dei minorenni dei social media trovi una risposta proporzionata in diritto e traducibile in policy nei fatti. Non ci mancano i dati. Non ci mancano gli strumenti di analisi, anche di proiezione futura. E, chiosa in bas de page, basterebbe parlare con i ragazzi per capire che in fondo i primi a sentirsi smarriti sono loro. Social e responsabilità figlia di nessuno, si può raddrizzare un sistema nato storto? di Stefano Balassone Il Domani, 18 agosto 2026 Tra lotta agli account anonimi e tutele per i più giovani, la Francia cercherà di scrivere una legge bis che sfugga alle obiezioni della Corte Costituzionale circa il blocco ai social da parte dei minori di 15 anni. La stessa difficoltà si presenterà in ogni paese europeo. Il governo francese cercherà di scrivere una legge bis che sfugga alle obiezioni della Corte Costituzionale circa il blocco ai social da parte dei minori di 15 anni attuato, a colpi di proclami e, implicitamente, a suon di multe, ai social che mancano di attuarlo. Pensiamo che la medesima difficoltà si presenterà in ogni paese europeo che tenterà la stessa mossa. Quindi il momento di parlarne, guardando alla sostanza, è ora. La misura, vede contrari - c’è da scommetterci - i minori, ma risponde alla crescente richiesta di soccorso da parte di nonni e genitori. Gli psicologi si spaccano fra favorevoli e contrari mentre politici e moralisti si sono lanciati, come da mestiere, a raccogliere l’onda di richiesta e la promessa di consenso su cui galleggia la questione. Comunque la si veda, è fuor di dubbio che sul rapporto minori-social si sta verificando la prima crisi di massa della trentennale luna di miele con i popoli assuefatti e assoggettati. Più che vietare i social ai minorenni bisogna progettarli in modo sicuro - Dove stia il punto critico appare chiaro ricordando che i social hanno preso forma e messo piede sulla base di una legge Usa del 1996. Legge astuta e truffaldina che, volendo regolare il nuovissimo mercato di internet (si era alla vigilia della bolla delle dot.com di fine secolo) definiva i fornitori di accessi a internet come meri provider di contenuti elaborati dai loro utenti, quindi esenti da ogni responsabilità allo stesso modo di un postino per i contenuti della posta che recapita. Ma la stessa legge, qui sta la truffa, rendeva la “responsabilità” figlia di nessuno perché mancava di prescrivere l’identificabilità degli utenti titolari di account e quindi creatori ipoteticamente chiamati a rispondere, come da sempre i giornali, la radio e la tv, dei contenuti apportati nello spazio pubblico. In questo vuoto di responsabilità ha fulmineamente allungato radici la versione corrente del social come macchine massive, basate su miliardi di account robotici che, figli di nessuno e quindi invulnerabili, propagandano, pressano e profilano i malcapitati umani per venderli traendone ricavi (pubblicitari). Questo è il problema, e non certo quello di quattro spelacchiati leoni da tastiera. Al sistema s’aggiunse attorno al 2018, e qualche sconsiderato la ritenne allora una conquista, lo scherno della “moderazione” per cui al medesimo algoritmo che - d’intesa con i robot propri e altrui - crea l’orrore denunciato viene chiesto di mitigarlo sceneggiando la, peraltro velleitaria nell’internet istantaneamente diffusiva, soppressione di parole, immagini e suoni posti nel libro Indice del Male. La destra e l’islamofobia, come si costruisce il nemico Raddrizzare un sistema nato storto Il punto è che se un sistema nasce storto tale resta, a meno che non lo si raddrizzi per davvero. Il che porta dritti al punto della identificabilità degli account, che oggi manca, e alla conseguente responsabilità oggi latitante. Se mai ci si arrivasse ne deriverebbe la possibilità di vagliare i contenuti offensivi circa minori, rispetto di genere, ed ogni altro e perseguirne i responsabili attraverso i correnti strumenti giudiziari. In piena adesione ai principi liberali, gli unici, quando si parla di comunicazione, sensati e sopportabili. Qui subentra la questione tecnica: come è possibile che, all’attivazione dell’account, l’utente, pur scegliendo uno pseudonimo a piacere, si renda identificabile senza trasferire i propri dati di identificazione alla piattaforma? Si tratta di un punto irrinunciabile secondo i più elementari standard di privacy e può essere soddisfatto solo da un unico sistema che testimoni alla piattaforma l’esistenza della persona senza comunicare il nome, ma abbinandogli una chiave che solo l’autorità giudiziaria può impiegare. I nostri giovani stanno male. Proibire i social non li salverà Gli svizzeri, che alla privacy ci tengono, hanno detto sì a questo sistema di identità digitale, purché sia pubblico. La Ue sta varando lo EuID che varrà dall’anno prossimo, salvo errori, ritardi od omissioni, per l’insieme dell’Unione. A naso diremmo che ogni sforzo di bannare i social per proteggere qualche categoria vecchia o giovane, dovrebbe volgersi all’obiettivo di fare funzionare al più presto questi sistemi e, in particolare, di imporre alle piattaforme stesse di guidare gli utenti ad adottarli. A missione compiuta avremmo sgombrato il campo dagli spam social di autocrati, spie democratiche e ricconi, mentre qualche social europeo avrà trovato il modo di farsi sotto nel mercato prendendo in contropiede gli attuali, viziati e soffocanti incombenti cui l’Europa versa il suo tributo da trenta anni. Migranti. Un’altra morte annunciata in un Cpr italiano di Annalisa Camilli Internazionale, 18 agosto 2026 Un altro ragazzo è morto mentre era nelle mani dello stato, aveva trent’anni, era di origine tunisina. Si chiamava Lassoued Dhoui, aveva problemi psichiatrici. Era entrato nel centro di permanenza per il rimpatrio di Palazzo San Gervasio, in Basilicata, il 6 agosto. Quattro giorni dopo è morto. Per descrivere la morte di un ragazzo di trent’anni, la burocrazia del centro usa la definizione “evento critico”. Un tentativo di suicidio. Un atto di autolesionismo. Una protesta. Un incendio: sono tutti eventi critici. Secondo le prime ricostruzioni, Dhoui si sarebbe ucciso all’interno della struttura. Sulla dinamica sono però ancora in corso accertamenti e sarà la magistratura a stabilire cosa sia accaduto nelle ultime ore della sua vita. L’avvocato Arturo Covella ha raccontato di aver incontrato Dhoui pochi giorni prima e di aver raccolto una storia di fragilità psichica. Nei giorni precedenti, secondo il legale, nel centro c’erano state proteste legate al caldo, all’acqua e alle condizioni igieniche. Altre persone nel centro avrebbero compiuto gesti di autolesionismo. Dhoui, racconta ancora l’avvocato, avrebbe dormito per alcuni giorni all’aperto, vicino al campo di calcetto, su un materasso. Sono circostanze che dovranno essere verificate. Gli attivisti della rete No Cpr denunciano che un ragazzo come Dhoui con gravi problemi psichiatrici non avrebbe dovuto essere idoneo per il trattenimento in un centro di detenzione. “I detenuti con cui siamo in contatto ce lo hanno segnalato come persona costantemente bisognosa di aiuto e attenzioni e che male aveva accolto la notizia della convalida del trattenimento di novanta giorni, conseguenza dell’udienza davanti al giudice di pace di Melfi avvenuta la mattina della morte del ragazzo”, hanno raccontato le attiviste sul sito Melting Pot. Dopo la morte di Dhoui, sono esplose le proteste delle altre persone rinchiuse nel centro che lo hanno visto morto. Sono intervenuti gli agenti e ne hanno arrestate otto. In base ai nuovi decreti sicurezza infatti protestare all’interno delle carceri e dei centri di permanenza per il rimpatrio è un reato: rivolta. I compagni di Dhoui che prima protestavano per il caldo e per le condizioni di vita all’interno del centro, poi si sono ribellati per morte di un ragazzo, alla fine sono finiti in carcere come prevedono le nuove leggi. Palazzo San Gervasio è immerso nella campagna lucana. Da fuori, la struttura non mostra quello che accade al suo interno. È un luogo di passaggio e insieme di immobilità. Le persone entrano perché lo stato ritiene che debbano essere rimpatriate, quando presentano qualche irregolarità con i documenti. Ma nella metà dei casi sono rilasciate al termine del periodo massimo consentito di trattenimento, perché rimpatriarle è impossibile, visto che l’Italia non ha accordi in materia con la maggior parte dei paesi di provenienza. Queste persone sono private della libertà personale finché il rimpatrio non viene eseguito oppure finché non scade il periodo di trattenimento. Non sono detenute per una condanna penale, non hanno commesso alcun reato, ma non possono uscire. Nei primi sette mesi del 2026 sessantasette volte a Palazzo San Gervasio sarebbe stato necessario registrare un evento critico: episodi di autolesionismo e tentativi di suicidio. Lo denunciano gli attivisti che monitorano costantemente il centro, chiedendone la chiusura. Spazi insufficienti - Nell’agosto del 2024 sempre a Palazzo San Gervasio era morto Oussama Darkaoui, un giovane marocchino. Anche allora la sua morte aveva scatenato proteste e aperto domande sulle condizioni del centro. Due anni dopo, nulla è cambiato e nello stesso posto è morto un altro ragazzo. Nel frattempo, sulla gestione del Cpr negli anni compresi tra il 2018 e il 2022 c’è stata un’inchiesta giudiziaria che ha coinvolto una trentina di persone. Nel 2025 si è aperto il processo, in cui medici, ispettori e personale di polizia sono stati accusati, tra l’altro, di maltrattamenti, frode e corruzione. Sono accuse che collocano Palazzo San Gervasio nella lista dei peggiori centri di detenzione italiani. Ma ci sono questioni più generali che riguardano tutti i dieci Cpr italiani. Nel 2025 la corte costituzionale ha stabilito che il trattenimento nei centri per il rimpatrio incide sulla libertà personale e deve quindi essere accompagnato dalle garanzie previste dall’articolo 13 della costituzione, le stesse che sono assicurate in carcere. Mentre al momento per chi è trattenuto in un regime di “detenzione amministrativa” quelle garanzie non sono previste. La corte ha segnalato anche la mancanza di regole chiare e certe sulle modalità del trattenimento, dei diritti delle persone trattenute e sugli strumenti per farli valere. La domanda, allora, non è solo cosa sia successo a Dhoui nelle ultime ore di vita, ma chi è responsabile di questa ennesima morte. L’ultima visita ispettiva di una parlamentare a Palazzo San Gervasio è avvenuta il 22 dicembre 2025, a entrare è stata la deputata Rachele Scarpa insieme a due legali. Aveva trovato 83 persone trattenute all’interno. Il rapporto parla di strutture “gravemente degradate”: finestre rotte, docce non funzionanti, illuminazione non regolabile, campanelli di emergenza fuori uso. L’area sanitaria è descritta come uno dei punti più problematici della struttura, con spazi ridotti e insufficienti dal punto di vista igienico. Ancora più dettagliate sono le osservazioni sul trattamento della salute mentale dei trattenuti. Nei sopralluoghi dell’azienda sanitaria di Potenza erano emerse, già dal 2024, una frammentazione della documentazione clinica e l’assenza di valutazioni psichiatriche sistematiche. In seguito erano state rilevate anche irregolarità nella tracciabilità dei farmaci e nella loro somministrazione. Il rapporto del dicembre 2025 segnalava inoltre che nel centro non esisteva un accordo formale per la prevenzione e la gestione del rischio suicidario, nonostante il registro degli eventi critici riportasse tentativi di impiccarsi e gesti autolesionistici ricorrenti delle persone trattenute nella struttura. Palazzo San Gervasio non è un’eccezione. I Cpr italiani sono dieci: Bari, Brindisi, Caltanissetta, Gradisca d’Isonzo (Gorizia), Macomer (Nuoro), Milano, Palazzo San Gervasio (Potenza), Roma, Torino e Trapani. Sono luoghi nei quali una persona può essere privata della libertà senza avere ricevuto una condanna penale. L’associazione Cild in un rapporto li ha chiamati “buchi neri”: spazi sottratti alla visibilità, in cui l’accesso della società civile e delle associazioni è sottoposto a procedure e autorizzazioni e in cui, secondo i rapporti dell’organizzazione, sono state documentate nel tempo violazioni del diritto alla salute, della difesa e dell’informazione. Anche alla stampa è spesso negato l’ingresso. Nel 2025 Cild è tornata a denunciare proprio il tema della salute. Nei Cpr l’assistenza sanitaria è affidata agli enti gestori, mentre il servizio sanitario nazionale riesce a garantire una presenza marginale. Le testimonianze e i dati raccolti dall’organizzazione descrivono un sistema nel quale la cura rischia di essere sostituita dal contenimento del disagio, anche attraverso un ricorso significativo agli psicofarmaci. Un altro ragazzo è morto a Palazzo San Gervasio, non sappiamo quasi nulla della sua vita, dei suoi sogni e dei suoi desideri. Né della sua famiglia. Sappiamo che aveva problemi psichiatrici e che probabilmente non doveva essere rinchiuso in un centro di detenzione. Altri otto ragazzi sono stati arrestati per avere protestato dopo la sua morte. L’unica cosa sicura è che non si è trattato di un evento critico, ma di una morte annunciata, che probabilmente poteva essere evitata. Un vertice tra Italia e Germania per la mediazione sui migranti di Simone Canettieri Corriere della Sera, 18 agosto 2026 Ma con la Spagna resta la cautela. Il Pd contro la premier danese del Pse per l’asse con Meloni. Trattare sì, ma senza cedere. Dalle vacanze Giorgia Meloni fa sapere che su Spagna e Germania non devono esserci passi indietro, almeno per il momento. Al centro resta la questione migranti, campanello che da destra, alla minima sbavatura, è pronto a suonare con foga Roberto Vannacci. La situazione non cambia. Da una parte c’è la sospensione di Schengen con Madrid dopo la crisi di Ceuta, dall’altra la richiesta di Berlino di riportare in Italia tre “dublinanti” che non sono i benvenuti. La linea Maginot dell’esecutivo non cambia. Ma niente strappi con la Germania: si lavora infatti a un bel bilaterale distensivo. Questo doppio forno sta tenendo impegnati i ministri più interessati ai due dossier: il titolare dell’Interno Matteo Piantedosi e quello degli Esteri Antonio Tajani. I due ieri si sono aggiornati al telefono sulla “questione spagnola” che resta in stallo, soprattutto dopo l’ultimo tentativo di assalto di migranti a Ceuta lo scorso Ferragosto. Anche perché intanto dal governo Sánchez non arrivano segnali distensivi: i controlli a campione sui voli che partono dall’Italia sembrano destinati a continuare fino ai primi di settembre. Inoltre per Meloni qualsiasi scelta è guidata da “motivi di sicurezza”. Spetta alla nostra intelligence capire se l’emergenza nell’exclave è terminata oppure no alla luce dei possibili rischi legati al terrorismo, evidenziati nei report dei nostri 007. Nel dubbio il governo procede con la massima cautela nel riattivare Schengen. Non a caso Tajani spiega: “Dipende tutto da come evolverà la situazione a Ceuta, che rimane però ancora molto preoccupante”. Il braccio di ferro dunque va avanti. E si ammanta anche di scontro politico e di principio tra il leader socialista e la premier conservatrice. Più disteso, ma senza novità sostanziali, il fronte con Berlino. Roma ha detto “no” al rimpatrio forzato di tre migranti arrivati in Germania dal nostro Paese (da qui il termine “dublinanti”). Gli uffici sono in stretto dialogo. Il governo italiano in questa vertenza vuole anche mettere sul piatto, per equilibrare, il caso delle ong battenti bandiera tedesca che nell’ultimo anno hanno fatto sbarcare sulle coste italiane diverse centinaia di migranti. Si pattina sulla diplomazia, si cerca di non aprire un altro fronte polemico con un alleato prezioso come il cancelliere Merz. Ecco perché i rispettivi staff stanno allestendo per i prossimi giorni un bilaterale da remoto fra il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e l’omologo tedesco Alexander Dobrindt. I due vantano un buon rapporto istituzionale, fanno notare dal Viminale. Sottinteso auspicato: una via di uscita si troverà senza alzare i toni. In tutto questo ecco un’altra dinamica che parte dall’Italia e spacca la sinistra. Riguarda Mette Frederiksen, premier danese socialdemocratica, accusata di intelligenza con la nemica (Meloni) dal Pd. “È inaccettabile - le hanno scritto il responsabile Esteri del Pd Peppe Provenzano e il vicepresidente del Parlamento europeo ed esponente del Psoe, Javi Lopez - che, mentre un altro partner europeo affrontava una grande emergenza un membro della nostra stessa famiglia politica abbia scelto di allinearsi, in modo coordinato, alla presidente del Consiglio italiana che aveva appena deciso di sospendere Schengen con una mossa puramente propagandistica, dal momento che da Ceuta non esiste alcuna libertà di circolazione verso l’Ue”. La “strana coppia”, Giorgia e Mette, manda dunque in tilt la sinistra europea, a partire dal Pd. Come si sa sono state loro a proporre la lettera, poi sottoscritta da 22 stati membri, sull’emergenza a Ceuta, chiedendo e ottenendo un consiglio europeo straordinario. Un asse che non è andato giù a molti nel Pse. Una dinamica già vista con il presidente albanese Edi Rama, reo da socialista di aver fatto un accordo con la premier sugli hub per i migranti. All’epoca sempre il responsabile Esteri del Nazareno Provenzano agitò l’idea di espellere Rama dal Pse (ipotesi poi rientrata dopo le polemiche). Anche lui accusato di aver stretto un’intesa con la presidente del Consiglio. Di mezzo c’erano sempre i migranti in grado di stravolgere le alleanze delle famiglie europee, scuotendo da dentro la sinistra. Russia. Undici anni di carcere al vicepresidente di Jabloko: si cancella l’unico partito pacifista di Marco Imarisio Corriere della Sera, 18 agosto 2026 Dissidente storico, uno dei pochi politici “contro” a rifiutarsi di lasciare la Russia, da poco eletto vicepresidente del partito pacifista Jabloko. Shlosberg aveva condiviso la foto di un’ucraina ferita. “Vladimir Putin non accetta la realtà. Questo è il pericolo più grande che stiamo correndo, tutti noi”. Così nel lontano ottobre del 2022 ci parlava Lev Shlosberg, al telefono dalla lontana Pskov, sua città natale. A quel tempo se la passava già male. Dissidente storico, uno dei pochi politici “contro” a rifiutarsi di lasciare la Russia, da poco eletto vicepresidente del partito pacifista Jabloko, lui e sua moglie erano finiti sotto inchiesta in base alla nuova legge che conferiva alle autorità l’arbitrio di decidere a piacimento cosa potesse screditare l’esercito. Ma non era che l’inizio, quello. Colonia penale - La realtà è che in Russia molta più gente di quanto in Occidente si pensi, desidera la pace. Non quella del Cremlino, una qualunque. E in base a questo dato di fatto sempre più evidente, nello stesso giorno in cui Shlosberg viene condannato a undici anni di colonia penale per aver condiviso un post di Echo di Mosca con la copertina del Daily Mirror che riproduceva la foto diventata celebre della donna ferita con una benda sulla testa durante il primo giorno di bombardamenti su Kiev, mentre la Corte Suprema russa ha definitivamente escluso il suo partito dalle “elezioni” della Duma di Stato, le virgolette sono doverose, previste per il prossimo 18-20 settembre, confermando così la decisione presa pochi giorni fa. “State devastando lo Stato di diritto, state devastando le fondamenta di questo Paese” ha detto in aula Nikolaj Rybakov, il presidente di Jabloko ispiratore di una svolta radicalmente pacifista che prendendo di sorpresa i presunti strateghi del Cremlino aveva fatto schizzare il partito oltre la doppia cifra, traguardo mai neanche sfiorato quando invece i suoi predecessori si accontentavano di fare la ruota di scorta del sistema, conferendogli una parvenza di rispettabilità. Prima di lui aveva parlato il rappresentante della Commissione elettorale centrale russa, elencando i terribili crimini che avevano provocato l’esclusione di Jabloko: “Hanno utilizzato illegalmente la foto di un carro armato in un campo di girasoli scattata nei pressi di Kursk, e hanno inoltre utilizzato illegalmente l’immagine di una colomba”. Sul verdetto di ieri non ci sono mai stati dubbi; è stata soltanto la ratifica di una decisione già presa, mentre intanto fuori dall’aula venivano fermati una novantina di manifestanti. Jabloko potrà decidere se correre nei collegi uninominali, già ampiamente appaltati a Russia Unita, il partito del presidente, e alla sua variopinta corte di alleati, tra cui il partitino Rodina (Patria) dal quale è partita la denuncia contro Rybakov e i suoi, che per altro nelle sue liste presenta un discreto numero di candidati condannati per corruzione, maltrattamenti, abusi su donne. Ma non potrà presentare una lista federale nel sistema proporzionale. Così, non sarà dato di sapere a quanto ammonta il suo consenso in termini percentuali. Shlosberg è stato portato via in catene davanti all’anziano padre novantenne, un ebreo askenazita che ha avuto gran parte della famiglia sterminata durante la Seconda Guerra Mondiale. Undici anni di carcere duro, per aver pubblicato la copertina di un giornale. Dopo essere stato dichiarato agente straniero nel 2022, era agli arresti domiciliari dal giugno del 2025, quando dopo una sessione a porte chiuse su richiesta dell’accusa, era stato già dichiarato colpevole di reiterato “discredito dell’esercito” a causa della pubblicazione su una pagina social da lui non gestita di un dibattito nel quale si sosteneva la necessità “per tutti” di un cessate il fuoco. Evidentemente, non era ancora una punizione sufficiente. La parola che spaventa - Come appare evidente da queste decisioni, la parola pace non ha diritto di cittadinanza nella Russia di oggi. E soprattutto, incute timore al Cremlino, che da un lato ha la necessità di comunicare l’idea di un Paese in armi unito dietro al suo comandante, e dall’altro teme che anche un concorrente tutto sommato minoritario come Jabloko possa aprire una crepa nel muro. Ci sarebbe spazio anche per altre considerazioni. Ma forse è meglio riportare le parole con le quali, nonostante le interruzioni di una giudice minacciosa e schierata, Lev Shlosberg è riuscito a concludere il suo discorso. Sessantatré anni, giornalista, storico, attivista dei diritti civili, prigioniero politico. E cittadino russo. “Una vita degna dell’uomo è una vita senza guerra, senza la minaccia costante di una morte improvvisa. Una vita degna è fatta di dialogo civile e tolleranza reciproca nel Paese. Una vita degna è possibile solo in condizioni di pace”. Non dimentichiamo le donne afghane di Dacia Maraini Corriere della Sera, 18 agosto 2026 Sono vittime di violenze inaudite, come l’obbligo alla completa invisibilità, la proibizione di visite mediche maschili e la interdizione agli studi superiori. Cosa sta succedendo in Afghanistan? Quando si tratta di notizie gravi che riguardano le donne si è portati a pensare che sia un fatto locale di nessun interesse internazionale. Che se la risolvano localmente! E invece dovremmo considerare che le preoccupanti decisioni prese dai talebani ci riguardano anche se in maniera indiretta. Sono violenze inaudite, come l’obbligo per le donne della completa invisibilità, come la proibizione di visite mediche maschili e nello stesso tempo la interdizione per le donne di accedere agli studi superiori. Siamo vicini alla caccia alle streghe. Ma a parte gli estremismi possiamo dire che siamo di fronte alla punta di un iceberg che esprime la sua pericolosità nel mare sottostante, meno visibile e meno riconoscibile per chi naviga in superfice, ma da prendere in considerazione come un segnale di allarme? Ho paura che sia così. E la ragione è chiarissima: troppe donne stanno prendendo sul serio i diritti civili, troppe donne si stanno mostrando competitive nelle professioni prima praticate solo da uomini, troppe donne si fanno valere nel campo dello sport, della scienza, dell’arte e sfuggono al controllo e al possesso maschile. Le statistiche dicono che sui social le prime a essere bersagliate da insulti, denigrazioni, diffamazioni sono proprio le donne, soprattutto quelle che sostengono pubblicamente i diritti civili o i temi ambientali. Il fatto che in tanti Paesi vincano le destre non è legato proprio a questa ondata di misoginia? Vedo che anche molti film e fumetti e altre espressioni di arte popolare ora tendono a mettere in evidenza l’uomo forte (anche nelle parole recenti di un noto politico di destra), l’uomo determinato, esigente, al comando prima di tutto della sua famiglia e di quella che considera la propria donna. Non dimentichiamo le donne uccise dai compagni di vita, una ogni tre giorni proprio mentre i delitti contro la persona diminuiscono. E non è un fenomeno solo italiano. Nel mondo ogni anno vengono uccise dai loro partner 45 mila donne, una ogni 5 ore (statistiche Onu). So che non è facile reagire. Molte donne si adeguano impaurite e cercano di mimetizzarsi. Ma così peggiorano le cose. Il solo modo per uscirne sta nel rinforzare la consapevolezza delle ingiustizie culturali storiche che si subiscono, non farsi vittime piangenti, ma capire e fare capire che siamo esseri umani che hanno bisogno di comprensione, affetto, dignità, rispetto. E su questi valori non dovremmo transigere.