Detenzione domiciliare dei tossicodipendenti, risorse per 500 persone di Bianca Lucia Mazzei Il Sole 24 Ore, 17 agosto 2026 La legge sulla detenzione domiciliare per i tossicodipendenti e gli alcoldipendenti che intraprendono programmi riabilitativi entrerà in vigore il 21 agosto. Lo stanziamento di 19,4 milioni basterà però per 500 persone l’anno (il 2% dei potenziali beneficiari) in programmi residenziali e difficilmente avrà un impatto significativo sul sovraffollamento carcerario: al 31 luglio i detenuti erano 64.793 a fronte di 51.221 posti regolamentari. Entreranno in vigore venerdì prossimo - 21 agosto - le nuove norme sulla detenzione domiciliare per il recupero dei detenuti tossicodipendenti e alcoldipendenti, previste dalla legge 5 agosto 2026, n. 140 (Gazzetta Ufficiale n. 181 del 6 agosto). L’obiettivo è affiancare alla sanzione il recupero e così evitare la commissione di nuovi reati. La concessione della detenzione domiciliare è infatti subordinata alla partecipazione a un programma terapeutico socio-riabilitativo che deve essere autorizzato dal tribunale. Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, l’ha definita una riforma epocale che consentirà la detenzione alternativa di almeno 10mila persone e avrà un impatto importante anche sul sovraffollamento carcerario. Il numero dei reclusi continua infatti a crescere: al 31 luglio scorso dietro le sbarre c’erano 64.793 persone, oltre 13mila in più rispetto ai 51.221 posti regolamentari. L’attuale stanziamento di 19,4 milioni di euro all’anno a partire dal 2026 previsto dalla legge per coprire le spese dei programmi terapeutici basta però solo per 500 persone (da vedere se le risorse saranno aumentate in futuro). L’efficacia delle nuove misure dipenderà inoltre dalla capacità delle strutture di recupero e accoglienza (spesso già sovraccariche) di far fronte alle richieste. La legge 140/26 introduce due articoli nel Testo unico stupefacenti: il primo, l’articolo 94-ter, permette a soggetti tossicodipendenti e alcoldipendenti, condannati per reati connessi alle dipendenze con una pena da espiare (anche residua) non superiore a otto anni (quattro per i reati ostativi), di chiedere la detenzione domiciliare sulla base di un programma terapeutico riabilitativo sia residenziale che semiresidenziale; il secondo, l’articolo 94-quater, introduce invece una procedura di definizione anticipata del processo, una sorta di patteggiamento attraverso cui gli imputati tossicodipendenti o alcoldipendenti potranno chiedere non la riduzione della pena, ma la sua esecuzione in detenzione domiciliare sempre sulla base di un programma riabilitativo (per i requisiti si veda la scheda a destra). Chi conclude positivamente il programma può inoltre ottenere l’affidamento in prova o la detenzione domiciliare anche in deroga agli ordinari limiti di pena residua. Ma quale sarà l’impatto delle nuove regole? A fare i conti è la stessa relazione tecnica di accompagnamento al disegno di legge. Per quantificare la platea dei beneficiari, la relazione, dopo aver sottolineato che i detenuti tossicodipendenti e alcoldipendenti rappresentano una percentuale significativa della popolazione carceraria, prende in considerazione i dati 2022-2024: al 31 dicembre 2024 i tossicodipendenti erano 19.755, quasi il 32% dei reclusi (61.861) in aumento del 3% rispetto al 2023. Stima quindi in 10.811 i detenuti tossicodipendenti con i requisiti previsti dalla legge e in 3.772 gli alcoldipendenti. Gli imputati che potrebbero beneficiare del nuovo patteggiamento vengono invece indicati in 8.173. Nel calcolo del fabbisogno finanziario la relazione considera però solo il 2% di questa platea. Una percentuale molto ristretta che il Governo, durante l’esame parlamentare, ha spiegato essere “frutto di un’analisi ponderata dei possibili fruitori in quanto una parte di soggetti tossicodipendenti e alcoldipendenti è già destinataria di misure alternative alla detenzione”. In base al costo dei percorsi riabilitativi (spesa di 106,5 euro al giorno e durata annuale), lo stanziamento di 19,4 milioni consentirà quindi di finanziare programmi residenziali per 500 persone l’anno (poco più del 2% dei potenziali beneficiari). Per evitare applicazioni disomogenee, la legge affida a una Commissione centrale istituita presso la Presidenza del Consiglio il compito di definire linee guida uniformi per l’accertamento della dipendenza. Negli ultimi anni la giurisprudenza ha espresso orientamenti diversi sull’equivalenza fra tossicodipendenza e consumo abituale. I tempi però potrebbero non essere brevi: la scadenza per il Dpcm che deve determinare la composizione della commissione e disciplinarne il funzionamento è il 19 dicembre. Un decreto del ministero della Giustizia dovrà inoltre ripartire le risorse fra le Regioni. Bea e i funerali negati a sua madre di Giusi Fasano Corriere della Sera, 17 agosto 2026 Il primo pensiero è stato: che crudeltà non lasciare che una madre detenuta accompagni al cimitero la sua bambina più piccola. Ma poi guardi la minuscola bara bianca di Beatrice, ripensi alle brutalità che quell’esserino ha dovuto sopportare per mesi, rileggi il racconto spaventoso delle sue sorelline, e - contro tutte le tue convinzioni umane e giuridiche - ti ritrovi a pensare quello che la gente mormora davanti alla chiesa, e cioè che hanno fatto bene a non farla venire. Ma poi, pensandoci lontano dall’emotività della cerimonia: davvero hanno fatto bene? Dal punto di vista dell’ordine pubblico forse sì, perché se Manuela Aiello fosse arrivata in chiesa (permesso prima concesso e poi revocato all’ultimo momento) ci sarebbe stato il rischio di tensioni (o scontri) fra la famiglia di lei e quella dell’ex marito, padre delle sue bambine. Umanamente parlando, invece, è difficile non provare compassione per questa madre che ha creduto fino a poche ore prima di poter salutare per l’ultima volta sua figlia. Compassione anche se davanti alla morte violenta di una piccola di due anni si fa fatica a mettere in primo piano l’umana comprensione per sua madre. Che, lo ricordiamo, è sotto accusa assieme al suo nuovo compagno proprio per aver causato quella morte a forza di botte. Manuela Aiello al momento non porta il peso di nessuna condanna per quel che è successo a sua figlia, e dunque vale anche per lei la presunzione d’innocenza fino a prova contraria. Più che lei pare (dalle indagini) che fosse il suo nuovo compagno il violento. Era lui che, fra droga, alcol e bestemmie assortite, dava il peggio di sé prendendosela con Beatrice appena lei osava piangere o fare un piccolo capriccio. Ma se anche l’inchiesta scoprisse che sua madre non le ha mai dato nemmeno uno schiaffo, resterebbero le sue non-azioni a condannarla. Come madre, prima ancora che come imputata. Non proteggere e difendere sua figlia dalla violenza di lui quando avrebbe potuto e dovuto. Non ascoltare le richieste disperate di aiuto delle altre due bambine che (a 7 e 9 anni) cercavano - loro sì - di prendersi cura della piccoletta. Non chiamare mai un medico, nemmeno quando Beatrice poteva (forse) ancora essere salvata. Per quanta compassione si possa provare per lei va detto che niente, nemmeno una improbabile assoluzione, potrà mai cancellare tutto questo. Sicurezza, sui numeri esplode lo scontro di Ferragosto di Davide Vari Il Dubbio, 17 agosto 2026 Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi rivendica i risultati ottenuti sul contrasto alla criminalità e all’immigrazione irregolare. Il Partito democratico contesta invece il periodo scelto per il confronto e sostiene che, allargando l’osservazione all’intera legislatura, i delitti rimangano più numerosi rispetto al 2022. “L’Italia si conferma come uno dei luoghi più sicuri al mondo”, afferma Piantedosi presentando il rapporto del Viminale. Il ministro sottolinea “un calo generalizzato dei reati” e la riduzione dei delitti considerati di maggiore allarme sociale: omicidi, violenze sessuali, furti e rapine. Anche gli omicidi con vittime di sesso femminile risultano in diminuzione. Nei primi sei mesi del 2026 sono stati segnalati 1.068.240 delitti, il 10% in meno rispetto allo stesso periodo del 2025. Il riferimento al 2024 contenuto nel testo di partenza non risulta dunque corretto. Nell’intero 2025, invece, la riduzione rispetto all’anno precedente era stata dell’1,8%. Gli omicidi volontari sono stati 138, con una flessione del 15,3%. Le donne uccise sono state 34, contro le 54 del primo semestre del 2025: una diminuzione di circa il 37%. Soltanto otto casi, però, sono stati qualificati attraverso la nuova fattispecie autonoma di femminicidio, entrata in vigore il 17 dicembre 2025. Sbarchi dimezzati e rimpatri in aumento - Il Viminale attribuisce particolare rilievo anche ai dati sull’immigrazione irregolare. Gli arrivi via mare sono stati 14.388, contro i 30.060 dello stesso periodo del 2025: un calo del 52%. I rimpatri sono invece aumentati del 34,3%, passando da 3.301 a 4.432. Secondo Piantedosi, questi risultati dimostrano “l’efficacia delle azioni messe in campo dal Governo Meloni”. Paolo Emilio Russo, capogruppo di Forza Italia nella commissione Affari costituzionali della Camera, rivendica una strategia basata su “fermezza e concretezza operativa”. “Mentre c’è chi straparla e propone soluzioni che non esistono nella realtà, il Governo continua a lavorare con i fatti. I rimpatri sono aumentati del 34,3% nel primo semestre del 2026. Crescono sia le espulsioni, del 28,5%, sia i rimpatri volontari assistiti, dell’87,3%”, afferma Russo. Il parlamentare cita inoltre quasi 100mila rimpatri volontari assistiti da Libia, Algeria e Tunisia a partire dal 2023. Il Pd contesta il confronto scelto dal Viminale - L’opposizione non mette in discussione la riduzione registrata nell’ultimo periodo, ma contesta il modo in cui viene presentata. Secondo Matteo Mauri, deputato e responsabile nazionale Sicurezza del Pd, il calo del 2025 e quello del primo semestre 2026 arrivano dopo due anni consecutivi di crescita dei reati. “In questi anni di governo Meloni la criminalità è aumentata, non diminuita”, sostiene Mauri. Il parlamentare afferma che nel 2024 i delitti avevano raggiunto un livello superiore del 6,4% rispetto al 2022. La flessione successiva non avrebbe ancora riportato il dato ai valori precedenti all’insediamento dell’attuale esecutivo: nel 2025 i reati sarebbero rimasti superiori del 4,4% rispetto al 2022. Il responsabile Sicurezza del Pd richiama anche i dati sulla percezione dei cittadini: “Il senso di insicurezza nel 2025 è schizzato al 27%, ben il 5,1% in più dell’ultimo anno prima del governo Meloni”. Mauri denuncia inoltre una riduzione del personale, sostenendo che la Polizia di Stato abbia duemila agenti in meno, e il deterioramento del potere d’acquisto degli stipendi delle forze dell’ordine. La divergenza politica nasce quindi soprattutto dalla base temporale scelta: il Governo concentra l’attenzione sull’ultima inversione di tendenza, mentre il Pd confronta i livelli attuali con quelli del 2022. Semenzato: “Il calo delle donne uccise è importante” - Martina Semenzato, presidente della commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio ed esponente di Noi Moderati, guarda con favore alla diminuzione degli omicidi con vittime donne. “Sono dati che ci fanno ben sperare e che, pur non cancellando la gravità dei singoli episodi, segnalano l’effetto delle misure di prevenzione e degli interventi di contrasto alla violenza sulle donne”, sostiene. Semenzato ricorda che le vittime di sesso femminile sono diminuite del 37% rispetto allo stesso periodo del 2025. Nel dettaglio, il dossier registra 26 donne vittime di omicidio volontario e otto casi qualificati in base alla nuova fattispecie di femminicidio. Il dato richiede tuttavia una precisazione: la diminuzione del 37% riguarda il complesso delle donne uccise, non i soli procedimenti nei quali è stato contestato il reato autonomo di femminicidio. Concorso magistrati, Nordio: “Non risultano irregolarità nelle prove scritte” Il Dubbio, 17 agosto 2026 Il ministro risponde a Calenda e Scalfarotto: nessun elemento oggettivo prova la diffusione anticipata delle tracce. Gli atti restano alla Procura. Non sono emersi, almeno finora, elementi oggettivi capaci di dimostrare che le tracce del concorso per 450 posti di magistrato ordinario siano state diffuse prima delle prove o che la procedura sia stata alterata. È la posizione espressa dal ministro della Giustizia Carlo Nordio nelle risposte scritte alle interrogazioni presentate al Senato da Carlo Calenda, segretario di Azione, e da Ivan Scalfarotto, esponente di Italia viva-Casa riformista. Il Guardasigilli assicura che le prove, svoltesi il 24, 25 e 26 giugno 2026 alla Fiera di Roma, si sono tenute “nel rispetto delle regole e delle garanzie previste dall’ordinamento”. La conclusione del ministero non chiude, tuttavia, tutti gli accertamenti. Gli atti relativi alle segnalazioni formulate dai candidati sono stati trasmessi alla Procura di Roma, mentre Nordio precisa che ogni eventuale nuovo elemento dovrà essere approfondito nelle sedi competenti. I sospetti sulle tracce di diritto penale - Le interrogazioni ricostruiscono gli episodi che hanno alimentato i dubbi sulla regolarità della selezione. Secondo quanto riferito da alcuni candidati e ripreso dagli organi d’informazione, il 24 giugno, durante la prova di diritto civile, sulla cattedra utilizzata dalla commissione per la consultazione di codici e dizionari sarebbero stati notati alcuni fogli con riferimenti ad argomenti di diritto penale. I temi indicati erano la devastazione, il saccheggio e la bancarotta. Nella serata precedente la prova di penale, secondo le segnalazioni, sarebbero inoltre circolate in alcune chat WhatsApp indiscrezioni sugli stessi argomenti. Il giorno seguente, la traccia estratta per la prova di diritto penale riguardò proprio la bancarotta fraudolenta. Tra quelle predisposte dalla commissione ma non sorteggiate figurava invece una questione relativa ai reati di devastazione e saccheggio. La corrispondenza tra le indiscrezioni riferite e gli argomenti elaborati dalla commissione ha fatto nascere il sospetto di una possibile diffusione anticipata. Allo stato, però, il ministero afferma di non avere acquisito riscontri oggettivi in grado di dimostrare la fuga di notizie. Calenda: “Anomalie da chiarire” - Nella propria interrogazione Calenda ricorda che, durante la terza giornata di prove, un gruppo di candidati chiese che le presunte anomalie fossero messe a verbale. Il presidente della commissione decise quindi di trasmettere la documentazione alla Procura di Roma. Nel frattempo, alcuni partecipanti hanno preannunciato ricorsi davanti al Tar del Lazio. Le circostanze sono state riportate anche nell’interrogazione di Scalfarotto, che ha chiesto al ministro di chiarire se quanto accaduto possa avere compromesso l’imparzialità e la trasparenza della procedura. Le interrogazioni documentano dunque l’esistenza delle segnalazioni e la loro trasmissione all’autorità giudiziaria, ma non provano da sole che le tracce siano state effettivamente conosciute in anticipo da uno o più candidati. Nordio: “Mere voci prive di immediato riscontro” - Secondo la ricostruzione fornita dal Guardasigilli, la commissione esaminatrice ha rispettato le modalità organizzative stabilite, adottando le misure di sicurezza e riservatezza previste dalla normativa e dalla prassi. “Quanto agli episodi verificatisi nel corso della terza giornata, le dichiarazioni raccolte facevano riferimento a notizie prive di immediato riscontro e riferite come mere voci o informazioni indirette”, afferma Nordio. La mancanza di riscontri immediati non ha impedito alla commissione di trasmettere gli atti alla magistratura. “In considerazione della rilevanza delle circostanze rappresentate e della necessità di assicurare il massimo livello di trasparenza, il presidente della commissione ha disposto l’immediata trasmissione degli atti alla competente autorità giudiziaria affinché fossero svolti tutti gli approfondimenti ritenuti necessari”. Le operazioni concorsuali sono intanto proseguite e si sono concluse regolarmente. L’ingresso prorogato nella seconda giornata - Nordio interviene anche sulla proroga dell’orario d’ingresso disposta durante la seconda giornata. La decisione fu assunta a causa dei disservizi sulla rete ferroviaria e delle difficoltà della viabilità cittadina, che avevano rallentato l’arrivo di numerosi partecipanti alla Fiera di Roma. Il presidente della commissione autorizzò eccezionalmente l’accesso oltre l’orario inizialmente previsto. Secondo il ministro, la misura era diretta a garantire la partecipazione dei candidati rimasti bloccati e a salvaguardare la parità di trattamento tra tutti i concorrenti. La proroga, pertanto, non viene considerata dal ministero un’anomalia suscettibile di incidere sulla regolarità delle prove. Le verifiche disposte dal ministero - Nordio riferisce di avere esercitato i poteri di alta sorveglianza attribuiti al ministro della Giustizia, chiedendo informazioni specifiche al presidente della commissione esaminatrice. “Alla luce delle verifiche finora effettuate, non risultano anomalie suscettibili di incidere sulla regolarità del concorso”, sostiene il Guardasigilli. La formula utilizzata resta prudenziale. Il ministro parla di conclusioni raggiunte “allo stato” e lascia impregiudicati gli esiti degli approfondimenti della Procura e di eventuali giudizi amministrativi. “Ogni eventuale ulteriore elemento che dovesse emergere sarà oggetto dei necessari approfondimenti nelle sedi istituzionalmente competenti, nel pieno rispetto delle attribuzioni dell’autorità giudiziaria e degli organismi di autogoverno della magistratura”, precisa Nordio. Il caso della commissione senza amministrativisti - Scalfarotto ha sollevato anche una questione relativa alla composizione della commissione d’esame. Secondo il senatore, il collegio sarebbe formato da venti magistrati ordinari, cinque docenti universitari non specialisti di diritto amministrativo e tre avvocati anch’essi privi di una specifica qualificazione amministrativistica. Nella commissione, sostiene l’esponente di Italia viva, non siederebbe quindi alcun esperto strutturale della materia, nonostante il diritto amministrativo costituisca una delle tre prove scritte del concorso. Nordio replica che, al momento, non emergono elementi capaci di incidere sulla legittimità della procedura. Il ministro ricorda inoltre che la disciplina della composizione della commissione e le relative designazioni rientrano nelle prerogative del Consiglio superiore della magistratura. Le cause bavaglio: se la querela serve a zittire di Andi Shehu* L’Espresso, 17 agosto 2026 L’Italia è il primo Paese europeo per casi documentati di denunce Slapp. Ma il decreto che dovrebbe recepire la direttiva europea lascia fuori nove casi su dieci. Nel maggio del 2025 due cittadini di Pesaro hanno firmato un esposto sui rischi di un deposito di gas liquido in una zona abitata. Il mese dopo la società proprietaria dell’impianto ha risposto con una richiesta di risarcimento da due milioni di euro e una querela per diffamazione aggravata. Due cittadini senza una redazione o un ufficio legale alle spalle che avevano semplicemente firmato un foglio. Chi promuove una causa così non spera nell’esito positivo della sentenza. Perdere la causa costa a chi la fa qualche migliaio di euro di spese, mentre costa a chi la subisce tre o quattro anni di avvocato e udienze con la paura di una condanna. Si chiamano Slapp, azioni legali strategiche contro la partecipazione pubblica, e l’effetto è che la volta dopo, prima di firmare un esposto, uno ci penserà. L’Italia è il primo Paese europeo per casi documentati. Nel 2024 l’Ue ha approvato una direttiva, la cosiddetta Legge Daphne dalla giornalista maltese Caruana Galizia uccisa nel 2017, vittima di decine di cause di questo tipo. L’Italia avrebbe dovuto recepire la direttiva entro il 7 maggio, non lo ha fatto, e il 15 luglio la Commissione ha aperto una procedura d’infrazione. Lo schema di decreto è arrivato in Parlamento il 9 luglio. Ai due cittadini di Pesaro quel decreto non servirebbe. Intanto perché vale solo per le cause civili, mentre contro di loro c’è anche una querela: in Italia la diffamazione resta un reato, il che rende la denuncia lo strumento di pressione più comodo che ci sia. Inoltre, vale solo per le vicende con un elemento transfrontaliero, mentre la loro si svolge per intero fra Pesaro e un tribunale italiano. Su entrambi i limiti Bruxelles non poteva fare di più: in materia di giustizia, i trattati le permettono di occuparsi soltanto della cooperazione civile fra Stati diversi. Proprio per questo la direttiva si definisce uno standard minimo e invita gli Stati ad andare oltre. Belgio, Francia, Paesi Bassi e Polonia lo hanno fatto. L’Italia no; ha ricopiato il ristretto perimetro europeo e poi lo ha stretto ancora. Per la direttiva, una causa smette di essere transfrontaliera a due condizioni insieme: che le parti vivano nello stesso Paese e che lì si trovi tutto il resto della vicenda. Il decreto italiano ha mantenuto solo la prima. Il 30 luglio il decreto è passato dalla commissione affari Ue della Camera proprio per verificare la compatibilità delle leggi con il diritto europeo. La relatrice, Alessia Ambrosi (FdI), ha spiegato che il testo adotta “una definizione molto ampia di questione transfrontaliera” e ha aggiunto che un caso lo è “a meno che entrambe le parti abbiano il domicilio nello stesso Stato del tribunale adito e ogni altro elemento rilevante della vicenda sia localizzato esclusivamente in quel territorio”. È una descrizione esatta; peccato che descriva la direttiva europea e non il decreto italiano. Le condizioni sono due e valgono insieme: dove vivono le parti e dove si svolgono gli elementi della vicenda. Il decreto italiano, però, si ferma alla prima. Basta che le due parti risiedano qui perché il caso sia interno, anche quando l’inchiesta riguarda una multinazionale o un impianto costruito all’estero. La conseguenza è che le tutele previste lascerebbero fuori oltre nove casi italiani su dieci. Ambrosi ha concluso che “non ravvisa disposizioni contrarie all’ordinamento dell’Unione europea” e la commissione ha dato parere favorevole senza osservazioni. Le proposte alternative di Pd e M5s sostenevano il contrario, ma sono rimaste nel cassetto: si votano solo se il parere del relatore viene bocciato. Poi c’è il rilievo che è comparso e scomparso. Il 3 agosto, in commissione Giustizia al Senato, il capogruppo di FI Pierantonio Zanettin ha chiesto una precisazione proprio sul criterio transfrontaliero. Nella bozza di parere mandata ai senatori, quel rilievo c’era. Il 5 agosto, al momento del voto, non c’era più. Lo mette a verbale la presidente della commissione, Giulia Bongiorno, senza aggiungere altro. Quel 5 agosto hanno votato tutte e due le Camere e i due pareri sono quasi identici; alla Camera il relatore ha dichiarato di aver “condiviso i contenuti con il relatore presso l’omologa commissione del Senato”. Due osservazioni ciascuno, le stesse, e nessuna sull’articolo che restringe il campo e che rischia di rendere il decreto incompatibile con la direttiva. Una delle due tocca il merito delle tutele: chiede al governo di cancellare la norma che permette al giudice di far pagare a chi ha promosso una causa abusiva l’intera parcella dell’avvocato della vittima, anche oltre le tariffe forensi. La direttiva prevede l’opposto: rimborso integrale, salvo spese eccessive. Il Parlamento chiede di ridurre il rimborso a chi la causa l’ha subita. Anche in queste commissioni, le proposte alternative di Pd e M5s non sono arrivate al voto. Alla Camera il sottosegretario alla Giustizia Alberto Balboni (FdI) ha dichiarato di condividere il parere del relatore. Il governo, quindi, ha già sostanzialmente detto di sì. Adesso il testo torna al Consiglio dei ministri, che potrà correggerlo o firmarlo così, non essendo vincolato da quanto il Parlamento ha detto. Succederà probabilmente a fine agosto, quando le redazioni sono a organico ridotto e il Paese è al mare. Non serve un complotto quando basta un calendario. Chi una causa bavaglio la sta già subendo non è coperto in ogni caso: le nuove garanzie vengono applicate ai soli procedimenti avviati dopo l’entrata in vigore. Non è un obbligo europeo ma una scelta italiana, contestata da Pd e M5s. Vuol dire che i due cittadini di Pesaro e le decine che, come loro, aspettano una sentenza, leggeranno di una legge nata per proteggerli e scritta in modo da arrivare dopo di loro. *Policy Officer, The Good Lobby Italia Puglia. Carceri senza “stanze dell’amore”. Oltre la sessualità, manca il diritto agli affetti di Vincenzo Pellico La Repubblica, 17 agosto 2026 Dopo oltre due anni dalla sentenza della Corte Costituzionale, negli istituti penitenziari pugliesi, sovraffollamento, burocrazia e resistenze culturali bloccano l’avvio di colloqui intimi tra partner. Le conseguenze non colpiscono soltanto la sfera sessuale. Non c’è spazio per l’affettività nelle carceri pugliesi. Letteralmente. Nel senso che gli ambienti che dovrebbero permetterla non ci sono, e quando esistono manca il personale per gestirli, e quando c’è il personale mancano i fondi per attrezzarli. Tant’è che spesso a mancare sono pure le richieste stesse: assai diffuso, fra i detenuti, sarebbe il senso di impotenza rispetto a un diritto che vedono come irrealizzabile. È una catena di impossibilità che si chiude su sé stessa. Tenendo fuori ciò che la Corte Costituzionale ha riconosciuto, ormai più di un anno fa, come una facoltà fondamentale: quella dei detenuti di vivere momenti di intimità con i propri partner e familiari all’interno degli istituti di pena. Piero Rossi, Garante regionale dei detenuti della Puglia, ha percorso uno per uno tutti gli undici istituti di pena della regione. Identico il risultato: le cosiddette “stanze dell’amore” - gli spazi destinati agli incontri riservati tra detenuti e partner o familiari - restano, nella maggior parte degli istituti pugliesi, un’ipotesi sulla carta. “Soltanto nel caso di Trani abbiamo riscontrato una qualche idoneità degli spazi - dice Rossi - Nelle altre strutture le difficoltà sono innanzitutto fisiche e architettoniche. Non si tratta soltanto di volontà: è una questione di strutture che non sono state pensate per questo”. Ma c’è un ostacolo ulteriore. E meno visibile, che Rossi ha trovato nel lavoro di ascolto diretto con i detenuti: la diffidenza di chi è dentro. “Quando li interpelliamo sull’argomento c’è molta reticenza, come se ci fosse un pregiudizio interiorizzato. La prima reazione è quasi sempre: “Devo far venire qui mia moglie?” Ci siamo sforzati di far capire che non si tratta soltanto di una questione sessuale”. Una diffidenza perlopiù culturale, che nasce - anche - dall’inconsuetudine, come uno stigma verso qualcosa che non è mai stato praticato. È esattamente questo il nodo che la Corte Costituzionale ha voluto sciogliere con la sentenza numero 10 del gennaio 2024, una pronuncia storica che ha dichiarato illegittimo il divieto assoluto di colloqui intimi nelle carceri italiane. La Corte è stata esplicita: la sessualità è uno degli essenziali modi di espressione della persona umana, ma l’affettività è qualcosa di più largo. Significa il diritto di abbracciare il proprio figlio senza un agente a guardare, di stare vicino alla propria madre senza che il tempo sia scandito da un orologio e da uno sguardo di sorveglianza. Non una concessione. Un diritto. E non programmatico, non un invito al legislatore a provvedere prima o poi: la Corte lo ha dichiarato già esistente, dando per scontato che quegli spazi debbano esserci. A Bari, però, quegli spazi non ci sono, e non ci sono nemmeno le condizioni per immaginare di ricavarli nell’immediato. Luigi Pannarale, Garante dei detenuti del Comune, usa toni netti: “Siamo all’anno zero”. Non è di fatto solo una questione logistica. Pannarale sposta il ragionamento sul piano dei significati, su quello che la privazione dell’affettività produce davvero. “Questo diritto viene continuamente ridotto alla sessualità, mentre è tante altre cose: il rapporto con un figlio, con una madre, con il proprio cane. Privare un detenuto di tutto questo non significa soltanto colpire lui: significa colpire anche chi sta fuori, un bambino che non può vedere il padre, persone che soffrono quanto chi è rinchiuso”. E prima ancora di tutto, osserva, c’è un dato che condiziona ogni discorso possibile: il sovraffollamento. “In Puglia viaggiamo mediamente intorno al 180 per cento - spiega - e questo finisce per travolgere tutto il resto. Quando gli spazi sono già saturi per le esigenze ordinarie, diventa impensabile ricavarne di nuovi per funzioni diverse. Il sovraffollamento non è un problema tra gli altri: è quello che comanda tutti gli altri, e li rende di fatto irrisolvibili”. E c’è un nesso diretto, secondo il garante, fra questa privazione e i fenomeni più drammatici che si registrano nelle carceri. “La mancanza di affettività spinge all’autolesionismo, al suicidio, a fenomeni che ci fanno gridare allo scandalo. Una serie di problemi enormi potrebbe essere alleviata proprio da qualcosa che appare secondario: il permesso di stare vicini a chi si ama”. La Corte Costituzionale lo aveva scritto con chiarezza nella sua sentenza: la compressione del diritto all’affettività si riversa necessariamente anche sui partner e sui familiari dei detenuti, costretti a subire, pur senza avere colpa alcuna, restrizioni prolungate e irragionevoli. Il carcere, in altre parole, non punisce solo chi è dentro. Punisce anche chi aspetta fuori. L’inadempienza, conclude Pannarale senza mezzi termini, è dell’amministrazione penitenziaria, e dunque della politica. Chi volesse potrebbe già oggi presentare ricorso per violazione di un diritto formalmente riconosciuto. Per ora non lo fa quasi nessuno, anche perché - come osserva Rossi - non c’è una resistenza ideologica da parte delle direzioni degli istituti. In un incontro avuto con il direttore del carcere di Bari, racconta Pannarale, la questione relativa alla realizzazione di spazi da adibire a stanze dell’affettività è stata ulteriormente sollevata. “Il problema è quasi esclusivamente organizzativo e di risorse - spiega - Dove esiste una rete di associazionismo che collabora con le direzioni si riesce a ragionare. Se gli spazi ci fossero - conclude - le richieste dei detenuti sarebbero molte di più”. Richieste che, in ogni caso, non mancano. Anzi. Emergono nelle visite, nei colloqui, nelle segnalazioni agli operatori. Maria Pia Scarciglia, referente di Antigone Puglia, porta lo sguardo di chi entra negli istituti e raccoglie le voci dall’interno. “Ogni volta che visitiamo un carcere pugliese chiediamo al direttore se si stanno attrezzando per i colloqui intimi. La risposta è sempre la stessa: no, per mancanza di fondi e di spazi”. Il caso di Trani, unico punto di relativa idoneità strutturale, si rivela anch’esso un’occasione mancata. “La stanza era stata adibita, era anche attrezzata. Ma manca il personale per gestirla. L’amministrazione penitenziaria non dà le risorse per fare quello che la Corte Costituzionale ha istituito”. C’è anche un discorso di collocazione: le stanze, per funzionare, dovrebbero essere allocate nei pressi degli spazi dove avvengono i colloqui fra detenuti e familiari. Ma, per come sono concepite oggi le strutture penitenziarie, queste premesse semplicemente non esistono, mancando anche, fra l’altro, le connessioni funzionali fra gli ambienti. Scarciglia porta anche la voce dei detenuti, raccolta nelle visite di Antigone. “Loro chiedono più colloqui, chiedono di vedere più spesso la famiglia. Non è una rivendicazione astratta: è un bisogno elementare”. E ricorda quale sia, almeno sulla carta, la funzione del carcere: “Restituire ai detenuti la possibilità di coltivare relazioni affettive significherebbe restituire alla società, dopo il tempo della pena, persone più integre e più responsabili”. Per ora, in Puglia, quella restituzione non è ancora cominciata. Umbria. Emergenza carceri: “Sovraffollamento e carenza di personale” La Nazione, 17 agosto 2026 Torna a denunciare i problemi di sovraffollamento e di mancanza di personale nelle carceri il senatore del Pd Walter Verini, segretario della Commissione Giustizia e capogruppo in Antimafia che a ferragosto ha visitato quelli di Perugia e Terni. “Tra i molteplici fallimenti di questo Governo, la situazione delle carceri è certamente tra quelli più gravi. Sovraffollamento insopportabile, grave mancanza di personale, situazioni di 40/45 gradi da sopportare in spazi troppo piccoli per più persone. E in diversi casi mancanza d’acqua, acqua razionata in questa estate torrida”, sottolinea. “Poche - afferma Verini - le risposte ai tanti problemi sanitari che affliggono i detenuti. Pochi magistrati di sorveglianza per evadere le tante richieste. Situazioni di tensione che abbiamo toccato con mano”. Per il parlamentare “anche in Umbria la situazione è davvero molto pesante”. “A Perugia - spiega - i detenuti a ferragosto erano 483 su una capienza di 363. A Terni 581 su una capienza di 423. E bisogna essere grati a chi dirige gli istituti, alle donne e agli uomini della polizia penitenziaria che lavorano in condizioni difficilissime. Confido ormai poco e niente nella sensibilità di questo governo e di questo ministro”. “Tuttavia è dovere dei parlamentari continuare a svolgere il loro ruolo di sindacato ispettivo anche nelle carceri, cercare di tenere accesa l’attenzione su vere e proprie polveriere umane - sottolinea ancora il senatore Verini -. E cercare di far capire una volta di più che rispettare l’articolo 27 della Costituzione, che tra l’altro intende la pena come rieducazione, non è solo trattare da persone chi ha sbagliato e paga il suo debito, ma significa anche investire in sicurezza: chi esce da una pena rieducato, con un mestiere, un diploma in mano non torna quasi mai a delinquere. Continueremo a farlo, sapendo che la civiltà di un Paese si misura anche dalla situazione degli istituti di pena e che ci sono proposte concrete che abbiamo formulato da tempo per combattere sovraffollamento, aumentare personale, puntare su trattamenti di recupero e umanità. Cogliamo l’occasione per augurare buon lavoro ad Andrea Pensi, nuovo Garante dei detenuti in Umbria, che ha iniziato il suo mandato con impegno e volontà”, conclude il deputato Pd. Avellino. Detenuto diabetico morto in carcere, la famiglia chiede verità e giustizia di Gabriella Monaco 2anews.it, 17 agosto 2026 Morte in carcere a Bellizzi Irpino: dopo un anno e mezzo la famiglia del 36enne diabetico chiede chiarezza sui soccorsi e sulle cure ricevute. È passato ormai più di un anno e mezzo dalla tragica scomparsa di Ciro Pettirosso, il trentaseienne affetto da diabete mellito di tipo 1 deceduto il 7 febbraio 2025 all’interno della struttura carceraria di Bellizzi Irpino. I genitori del giovane continuano a sollecitare la Procura di Avellino affinché venga fatta piena luce sulle circostanze del decesso, legato a un grave e repentino scompenso glico-metabolico con ipoglicemia severa sfociato in un’insufficienza cardio-respiratoria acuta, come evidenziato dagli esami autoptici sul corpo del detenuto a Bellizzi Irpino. Le richieste di chiarimento avanzate dai parenti e i dettagli dell’intricata vicenda sono stati resi noti dall’agenzia di stampa ANSA. Come riportato dall’ANSA, i legali della famiglia Pettirosso, gli avvocati Amedeo Di Pietro e Vittorio Guadalupi, puntano il dito contro le possibili falle nella gestione della terapia farmacologica dell’uomo nell’istituto di Bellizzi Irpino. In particolare, sotto la lente degli inquirenti ci sono i complessi passaggi burocratici e procedurali previsti per la fornitura degli aghi da insulina ai sanitari, presidi indispensabili per la sopravvivenza di un paziente diabetico, oltre all’effettiva tipologia di strumenti impiegati dal personale medico durante la detenzione. Un ulteriore elemento da chiarire riguarda il riscontro di tracce di THC nel sangue della vittima, un dettaglio che solleva interrogativi sulle modalità con cui sostanze stupefacenti possano essere filtrate all’interno del penitenziario di Bellizzi Irpino. La vicenda è arrivata fino alle aule parlamentari attraverso un’interrogazione rivolta al ministro della Giustizia Nordio, il quale nell’estate 2025 ha precisato che gli accertamenti sulle cause del decesso erano ancora in corso. I genitori chiedono con decisione che lo Stato chiarisca ogni aspetto sulla custodia e sulle cure garantite al figlio. Udine. Uno stabile abbandonato da vent’anni diventa casa di reinserimento per i detenuti di Anna Rosso Messaggero Veneto, 17 agosto 2026 Progetto da 3 milioni di euro tra via Chinotto e viale Trieste per chi affronta pene alternative. Il punto sul carcere di via Spalato tra sovraffollamento e sicurezza. Uno stabile comunale fermo da vent’anni, tra via Chinotto e viale Trieste, potrebbe diventare la nuova casa per chi esce dal carcere, anche per scontare pene alternative, e intraprende un percorso di reinserimento sociale. È l’annuncio al centro della conferenza stampa organizzata ieri dal Garante comunale dei diritti delle persone private della libertà personale, l’avvocato Andrea Sandra, insieme a Coop Alleanza 3.0, Società della Ragione, Icaro e il Comune di Udine, per fare il punto sulla casa circondariale di via Spalato. L’edificio, composto da quattro unità abitative, sarà ristrutturato con una spesa stimata in circa 3 milioni di euro, da reperire con finanziamenti pubblici. “Puntiamo ad avviare la progettazione nel 2027”, ha spiegato l’assessore alle Politiche abitative Andrea Zini, ricordando che l’immobile è stato individuato a luglio e che l’obiettivo sarà confermato nel nuovo Dup 2027-2029, ipotizzando anche spazi per attività produttive. “Avere una casa è uno degli elementi decisivi per costruire un vero percorso di reinserimento”, ha aggiunto, sottolineando le difficoltà di chi non ha una rete familiare. La conferenza, alla Trattoria al Teatro, è stata anche l’occasione per un bilancio sulla casa circondariale, nella stessa mattinata in cui in carcere sono stati distribuiti, come da tradizione per le festività, circa 200 chilogrammi di angurie donate da Coop Alleanza 3.0. Presenti il Garante Andrea Sandra, il presidente onorario della Società della Ragione Franco Corleone, la presidente del Consiglio di Area Vasta Fvg di Coop Federica Panzacchi, gli assessori Federico Pirone e Andrea Zini, il consigliere regionale Furio Honsell (Open) e l’avvocato Andrea Galimberti, presidente della Camera di deontologia forense e componente dell’associazione “Avvocato di strada”. “Ogni anno cerchiamo di portare un minimo di sollievo a chi è costretto a passare il Ferragosto in carcere”, ha spiegato Sandra, ricordando che i detenuti sono 167 a fronte di una capienza di 95 posti, dopo punte di 190. Il caldo è stato affrontato ampliando l’orario d’aria e con ventilatori e frigoriferi in cella, ma la sanità resta la criticità più urgente: il Garante ha annunciato l’intenzione di un incontro ufficiale con l’assessore regionale competente. Corleone si è soffermato sulla sicurezza dei materassi in dotazione, definiti “ignifughi” ma capaci, a suo dire, di produrre esalazioni tossiche in caso di incendio, come accaduto lo scorso gennaio nel carcere di Udine. “La cosa non è banale”, ha detto, chiedendo che l’Azienda sanitaria verifichi il materiale. Ha fatto il punto sui cantieri in corso, dal teatro quasi completato alla zona colloqui, sollecitando un piano nazionale contro il sovraffollamento. Per Coop Alleanza 3.0, Panzacchi ha ricordato che le donazioni proseguono da anni: “Sono piccoli simboli, ma per chi vive una situazione in cui la libertà viene negata possono rappresentare un contatto con l’umanità e il mondo esterno”. L’assessore Pirone ha collegato la ristrutturazione del carcere alla vita culturale cittadina: “La libertà può essere tolta, la dignità no. Il teatro potrà diventare un luogo pienamente inserito nella vita culturale della città”, annunciando la possibilità, nei prossimi bandi comunali, di ospitare eventi negli spazi del carcere. Infine Honsell ha ringraziato Coop per la donazione e ha annunciato un’interrogazione regionale sui materassi e sulle possibili esalazioni tossiche. Santa Maria Capua Vetere (Ce): “Nel carcere numeri drammatici, il governo intervenga” casertafocus.net, 17 agosto 2026 In occasione del Ferragosto il deputato dem Stefano Graziano, capogruppo Pd in Commissione Difesa alla Camera, ha visitato, insieme al consigliere regionale del Pd Marco Villano, la Casa circondariale di Santa Maria Capua Vetere. Nel corso della visita Graziano e Villano hanno incontrato la direttrice e gli agenti della Polizia Penitenziaria e visitato i reparti maschili e femminili, i laboratori, la biblioteca e le aule dell’istituto. A Santa Maria Capua Vetere sono oltre mille i detenuti presenti, con un sovraffollamento superiore al 25%, mentre la carenza di organico della Polizia Penitenziaria raggiunge il 40%. Nella giornata di Ferragosto erano appena 22 gli agenti in servizio. Numeri che si inseriscono in un quadro più ampio di forte criticità. In Campania i detenuti sono 8.046, circa duemila in più rispetto ai posti disponibili. A livello nazionale le persone recluse sono 65.175, con un tasso di affollamento del 141%, mentre mancano quasi 10mila agenti della Polizia Penitenziaria. “A Santa Maria Capua Vetere abbiamo riscontrato una situazione molto critica. Oltre il 25% di sovraffollamento e una carenza di organico della Polizia Penitenziaria che arriva al 40%. Con questi numeri il personale è costretto a garantire sicurezza e funzionamento dell’istituto in condizioni estremamente difficili. Da quattro anni il Governo non ha adottato misure sufficienti per invertire questa tendenza”, dichiara il dem Graziano. “Occorre intervenire su due fronti: da un lato, rafforzare immediatamente gli organici e, dall’altro, ridurre il sovraffollamento attraverso misure strutturali e un miglioramento delle condizioni detentive. È necessario mettere il personale nelle condizioni di lavorare e garantire ai detenuti standard compatibili con la funzione rieducativa della pena”, conclude il deputato dem. Cagliari. Blitz di Ilaria Salis nel carcere minorile di Quartucciu: “Struttura inadeguata” cagliaritoday.it, 17 agosto 2026 Deidda: “Propaganda, qui si lavora per il reinserimento”. L’eurodeputata di Avs ha visitato a sorpresa l’istituto penale: “Su 12 ragazzi solo uno è detenuto in via definitiva”. Il deputato di FdI replica: “Grave mancanza di rispetto per chi ci lavora”. Una visita a sorpresa e un giudizio durissimo sul sistema della giustizia minorile italiana. L’eurodeputata di Alleanza Verdi e Sinistra Ilaria Salis questa mattina ha effettuato un’ispezione non preannunciata all’Istituto penale minorile di Quartucciu, alle porte di Cagliari. All’uscita, intorno a mezzogiorno, ha affidato ai giornalisti le proprie valutazioni sulla struttura e sulle condizioni dei giovani detenuti. Per Salis, quella di Quartucciu è una fotografia delle criticità che, a suo giudizio, stanno interessando il sistema penale minorile italiano. “L’Italia è stata un’avanguardia europea nella giustizia minorile”, ha sostenuto l’europarlamentare, accusando l’attuale Governo di avere imboccato una strada “carcerocentrica” e di stare mettendo in discussione una conquista di civiltà giuridica. “Solo uno dei 12 ragazzi sta scontando una pena definitiva” - Uno dei dati sottolineati da Salis riguarda la posizione dei giovani presenti nell’istituto. Su 12 ragazzi ospitati, secondo quanto riferito dall’eurodeputata, soltanto uno starebbe scontando una pena definitiva, mentre gli altri si trovano in custodia cautelare. “Ciò a conferma che l’utilizzo della carcerazione minorile sia aumentato negli ultimi anni senza garantire adeguate misure di reinserimento”, ha dichiarato. Nel mirino anche la collocazione dell’istituto. Salis ha definito la struttura inadeguata, sottolineando come si trovi “sperduta nella periferia di Cagliari”, con collegamenti che, a suo giudizio, non favorirebbero la partecipazione dei ragazzi alle eventuali attività all’esterno del carcere. Per l’eurodeputata, dunque, il problema non riguarda soltanto le condizioni materiali dell’istituto, ma l’impostazione complessiva delle politiche sulla detenzione minorile. La replica di Deidda: “Da Salis grave mancanza di rispetto” - Le dichiarazioni hanno provocato la reazione del deputato sardo di Fratelli d’Italia Salvatore Deidda, che ha espresso solidarietà alla direttrice e al personale dell’Ipm di Quartucciu. “Da Salis grave mancanza di rispetto al personale di Quartucciu”, sostiene Deidda, secondo cui la visita dell’eurodeputata avrebbe prodotto una rappresentazione lontana dalla realtà dell’istituto. “La sua propaganda si scontra con la realtà e con il principio ‘chi sbaglia, paga’“, afferma il parlamentare, accusando Salis di avere cercato nel carcere minorile “la solita narrativa anti-Stato”. Deidda rivendica invece il lavoro svolto quotidianamente all’interno dell’istituto, parlando di una struttura gestita con “dedizione, umanità e altissima professionalità”. “A Quartucciu si lavora per il reinserimento” - Il deputato di FdI contesta anche l’idea che l’istituto non svolga attività finalizzate al reinserimento. Secondo Deidda, a Quartucciu sono attivi percorsi lavorativi e formativi rivolti ai giovani detenuti. “Si è trovata di fronte a un Istituto che punta concretamente sul reinserimento sociale”, sostiene il parlamentare, ricordando inoltre che la struttura è interessata da lavori di ristrutturazione finanziati dal Governo Meloni, destinati a migliorare gli spazi a disposizione dei ragazzi e degli operatori. Deidda rivendica anche la presenza periodica di Fratelli d’Italia nell’istituto: “Visitiamo l’Istituto periodicamente, in silenzio e con spirito costruttivo”, afferma, ricordando che esponenti del partito avevano scelto di trascorrere proprio a Quartucciu la mattina di Pasqua. Lo scontro sulla giustizia minorile - La visita di Salis riaccende così anche in Sardegna il confronto politico sulla detenzione dei minori e sull’equilibrio tra sicurezza, pena e reinserimento. Da una parte l’eurodeputata di Avs denuncia quello che considera uno spostamento verso un modello sempre più centrato sulla detenzione e sulla custodia cautelare. Dall’altra Fratelli d’Italia difende il lavoro degli operatori penitenziari e gli interventi messi in campo dal Governo, contestando una lettura esclusivamente negativa dell’esperienza di Quartucciu. Due letture opposte di una stessa struttura, al centro oggi di una visita politica destinata a riaccendere il dibattito sul futuro della giustizia minorile in Sardegna e in Italia. Torino “Il carcere è fuori controllo, non possiamo aspettare che accada una tragedia” di Nicolò Fagone La Zita Corriere di Torino, 17 agosto 2026 La Garante comunale dei detenuti Diletta Berardinelli condivide le preoccupazioni dei sindacati di polizia: “Deve essere garantita la sicurezza degli agenti e di tutte le persone che vivono all’interno dell’istituto”. Cinquantatré agenti della polizia penitenziaria aggrediti dall’inizio dell’anno. È il dato diffuso dall’Osapp dopo l’ultimo episodio al Lorusso e Cutugno, dove quattro agenti sono stati feriti e trasportati in ospedale dopo la colluttazione con un detenuto. Un numero che fotografa una tensione ormai quotidiana dentro il carcere torinese e che riaccende lo scontro sulle condizioni di sicurezza, sulla carenza di personale e sulla gestione di chi vive dentro l’istituto. Da una parte i sindacati, che parlano di una situazione “fuori controllo” e chiedono interventi urgenti. Dall’altra il tema, altrettanto delicato, delle condizioni di detenzione, della salute mentale e del rispetto dei diritti. È dentro questa tensione che si colloca il lavoro di Diletta Berardinelli, garante dei diritti delle persone private della libertà di Torino. Berardinelli, 53 aggressioni in otto mesi. È ancora possibile parlare di episodi isolati? “No, non possiamo considerarli tali. Ogni aggressione è grave e il dato deve preoccuparci. La sicurezza degli agenti deve essere garantita, così come quella di tutte le persone che vivono all’interno dell’istituto. Ma proprio un numero così alto dovrebbe spingerci a interrogarci sulle cause di questa escalation e sulle condizioni complessive del carcere”. I sindacati sostengono che il carcere di Torino sia fuori controllo. È d’accordo? “Non si può affermare il contrario. L’emergenza è quotidiana, domani potrebbe accadere lo stesso o anche peggio, si rischiano tragedie tutti i giorni. Per questo non mi focalizzerei sul detenuto in questione. Il problema è più serio: serve ripensare il modello penitenziario. Oggi il Lorusso sta diventando un carcere psichiatrico, senza che abbia gli spazi e gli strumenti adatti. Il sovraffollamento è evidente e diversi detenuti dovrebbero stare in altre situazioni di cura. Molti giovani presentano un quadro di disturbi psichici e abuso di sostanze. Gli servono contesti nuovi, solo così si può garantire un reinserimento positivo nella società. Come può occuparsene un carcere con un mediatore culturale e 18 educatori per più di 1.400 detenuti? Bisogna cambiare sistema se non vogliamo che gli agenti diventino una valvola di sfogo. Per il bene di tutti”. I sindacati però descrivono anche altri problemi… “Ci sono diversi elementi. Il personale, l’organizzazione, le condizioni strutturali, il sovraffollamento, la gestione delle situazioni di fragilità psichica. Sono problemi che si intrecciano e che non possono essere affrontati separatamente. Bisogna intervenire sulla salute mentale, sulle condizioni materiali, su attività e trattamenti e sulla capacità di differenziare adeguatamente le diverse situazioni. Non possiamo pretendere che la polizia penitenziaria, da sola, riesca a gestire problematiche che richiedono competenze sanitarie, psicologiche e sociali”. Perché fa riferimento anche alle condizioni strutturali? “Il carcere torinese è giovane, nato nel 1986, ma è stato fatto malissimo. Sarebbe da abbattere e ricostruire. Gli esempi sono diversi: dal tetto piatto, con continue infiltrazioni, all’assenza di una sala di preghiera per i musulmani, che compongono il 46% dei detenuti). Non ci sono spazi per attività di gruppo. Al momento siamo solo riusciti a raccogliere dei ventilatori ed è in corso una disinfestazione”. Esiste la volontà politica di cambiare? “Di certo manca l’ascolto. Le ultime norme decise dal governo sono troppo securitarie, puntano sulla carcerazione piuttosto che sulla rieducazione. Eppure abbiamo già una tradizione di massima capienza usurata. Si pensa di rinchiudere il problema anziché affrontarlo di petto”. Rimini. “I lavori di ristrutturazione del carcere dovrebbero partire a settembre” riminitoday.it, 17 agosto 2026 Visita al carcere di Rimini il 15 agosto da parte del Partito Radicale che solleva una serie di criticità riscontrate nell’istituto penitenziario cittadino. “L’iniziativa della visita - spiega una nota - si inquadra nell’ambito del Ferragosto in Carcere del Partito Radicale. Attività che risale all’anno dei primi eletti a metà anni settanta. 50 anni di presenza. Questa attività ha permesso di mostrare le carceri del nostro paese agli italiani e ora molte organizzazioni entrano negli istituti penitenziari”. La delegazione del Partito Radicale ha visto presenti Ivan Innocenti del Consiglio Generale dei Partito Radicale, Andrea Pari, Consigliere del Comune di Rimini, Pierfrancesco Bruno, Presidente associazione Nessuno è Cattivo per Sempre. Insieme alla delegazione presente il Garante delle persone private della libertà della Regione Emilia Romagna Roberto Cavalieri. “I dati delle presenze - viene sottolineato - ammontano a 166 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 118 e una tollerata di 165. Ci informano che nei giorni precedenti le presenze erano oltre 180 persone. Si conferma negli anni più recenti un aggravio sostanziale delle condizioni di detenzione. Infatti nelle visite più recenti possiamo considerare un sovraffollamento intollerabile dell’istituto la norma. Oltre la metà dei detenuti sono tossicodipendenti; 86 persone. Persone che necessitano di percorsi sanitari e sociali e non di percorsi penali. Le persone in attesa di giudizio definitivo sono 38. Dato che si conferma in calo rispetto al passato. Ricordiamo che tra queste persone ci sono statisticamente il 50% di innocenti dal punto di vista processuale, circa 20 detenuti di oggi. Il recente caso di Dassilva è esempio per tutti. Persona detenuta per 2 anni e poi rilasciata perché innocente”. Sottolinea il Partito Radicale: “Abbiamo raccolto diverse lamentele per quanto riguarda il sopravvitto; i beni essenziali acquistati dai detenuti tramite un servizio dato in appalto ad aziende esterne. Si lamenta un peggioramento rispetto all’anno precedente. Ritardi nelle consegne, carenza di fornitura di acqua in bottiglia, qualità scadente del fresco, problemi organizzativi nella gestione dell’evasione degli ordini. Alcuni detenuti hanno lamentato scarso supporto psichiatrico. Nella prima sezione ci sono novità, il magistrato di sorveglianza ha interrotto l’automatismo del riconoscimento del risarcimento per trattamenti inumani e degradanti”. “Importante novità e speranza - viene rimarcato - nel mese di luglio segnalano che è stata presente una delegazione del DAP che ha preso visione degli spazi che saranno interessati da settembre ai lavori di ristrutturazione e si sono definite le procedure di ricollocamento dei detenuti. I lavori interesseranno l’ala dell’edificio penitenziario che ospita la prima sezione e la sesta sezione chiusa da anni. I lavori sono urgenti da molti anni e rinviati continuamente. Vedremo se a settembre riusciranno a partire. Il giro nelle sezioni ha impegnato poi il Garante regionale nel colloquio con una decina di detenuti. Questa attività di ascolto e raccolta dati è molto importante per potere intervenire sulle esigenze delle persone trattenute e per valutare dove più necessari sia intervenire. Risulta invece necessario che sia presentata la relazione al Consiglio Comunale del Garante del Comune di Rimini, relazione che tarda da maggio e che l’Assessore Gianfreda e il presidente del Consiglio comunale Corazzi hanno promesso disponibile entro luglio, promessa che non ha avuto poi riscontro. Siamo in una situazione di grande cambiamento nel carcere di Rimini. I lavori vedranno la sistemazione della prima sezione e la realizzazione di importanti spazi dedicati al lavoro interno al carcere, oggi assenti. Questi passaggi necessitano un rapporto continuo e informato con la città e l’opera di un Garante Comunale è strategica nell’informare il consiglio comunale sulla situazione carceraria, criticità e opportunità. Si dovrebbe in questo frangente intervenire per dare supporto almeno ai detenuti della provincia in modo da potere alleviare l’aggravio che l’istituto sopporterà per la chiusura della sezione prima, prevista per almeno un anno. Ci sono soluzioni possibili e gli alloggi sono una di queste necessità da valutare”. Pisa. Carcere Don Bosco, “Servono interventi concreti” quinewspisa.it, 17 agosto 2026 Diritti in Comune chiede a Regione e Comune più servizi per salute mentale, accoglienza, casa e lavoro, “Non bastano le visite istituzionali”. Non bastano le visite istituzionali al carcere Don Bosco e le dichiarazioni sulle difficili condizioni della popolazione detenuta. Per Diritti in Comune - Una città in comune e Rifondazione Comunista occorre intervenire sulle cause sociali che alimentano marginalità ed esclusione, mettendo in campo politiche concrete su salute, accoglienza, casa e lavoro. La presa di posizione arriva mentre, secondo quanto riportato dal gruppo politico, ad Agosto la popolazione carceraria nazionale ha superato le 65mila persone. Diritti in Comune critica quella che considera una successione di visite istituzionali non accompagnate da risposte sufficienti sul territorio. “Ci pare però che, pur citando spesso il rapporto di Antigone, nessuno ricorda che in carcere ci vanno per lo più le persone povere, matte, tossiche, straniere e malate. Le persone invisibili per la politica, per il territorio, per i servizi”. Secondo il gruppo, Regione Toscana e Comune di Pisa possono incidere maggiormente sulle condizioni che rendono difficile l’accesso alle misure alternative alla detenzione. Il problema, viene sottolineato, non riguarda soltanto la disponibilità di un lavoro o di un’abitazione, ma anche la necessità di percorsi sociali e sanitari per persone segnate da situazioni di forte esclusione. Particolare attenzione viene dedicata alla salute mentale. Citando i dati di Antigone, Diritti in Comune riferisce che nel 2026 il 9,3% dei detenuti presenta diagnosi psichiatriche gravi, mentre il 20,5% ricorre regolarmente a stabilizzanti dell’umore, antipsicotici e antidepressivi e il 46% a sedativi o ipnotici. La situazione viene riportata anche sul piano locale. “Nel carcere di Pisa sono offerte solo 16 ore alla settimana di assistenza psicologica per 100 detenuti e per solo 6 ore è presente uno/a specialista psichiatra”. Da qui la richiesta alla Regione di predisporre “un piano di misure straordinarie per la tutela della salute mentale delle persone che sono in carcere”, aumentando l’assistenza specialistica all’interno dell’istituto e rafforzando i percorsi di accoglienza residenziale per le diverse forme di vulnerabilità. Altro punto riguarda i detenuti anziani, disabili, non autosufficienti o affetti da patologie considerate incompatibili con il regime carcerario. Secondo Diritti in Comune occorre potenziare il servizio delle dimissioni protette e costruire percorsi sanitari e sociosanitari che consentano una reale presa in carico fuori dal carcere. Il gruppo richiama poi il tema delle dipendenze, che interesserebbero circa un terzo della popolazione detenuta. Nel territorio comunale di Pisa, sostiene Diritti in Comune, sarebbe già pronta una struttura destinata all’accoglienza di persone con tossicodipendenze croniche. “Lo sanno i nostri rappresentanti in Regione e in Comune? Possibile che ad esempio non stiano interloquendo con gli uffici regionali e con la Asl che dovrebbero provvedere alle autorizzazioni per la sua apertura?”. Sul fronte dell’abitazione, viene nuovamente chiesta al Comune la convocazione di un tavolo multidisciplinare dedicato alle problematiche del carcere. Diritti in Comune ricorda inoltre un progetto finanziato dalla Cassa delle Ammende per la seconda accoglienza delle persone in esecuzione penale esterna che incontrano difficoltà nel trovare casa sul mercato privato. Comune e Regione, secondo il gruppo, potrebbero contribuire mettendo a disposizione immobili adeguati. Critiche anche sulle politiche per il lavoro. Secondo Diritti in Comune, le risorse regionali del Fondo sociale europeo destinate alle borse lavoro sono insufficienti. La richiesta è quella di costruire strumenti di inclusione lavorativa capaci di favorire concretamente l’accesso alle misure alternative alla detenzione. “Allora, stante l’aumento spropositato della penalità e delle misure repressive che riempiono le carceri, pretendiamo risorse, servizi e politiche di inclusione che permettono sia di evitare l’ingresso in carcere che di tutelare l’accesso all’esecuzione penale esterna”, conclude il comunicato firmato dall’avvocata Giulia Contini. “La Regione Toscana, e il Comune di Pisa, possono già fare moltissimo: meno lacrime di coccodrillo, come se le mancanze risiedano sempre altrove, e più interventi concreti”. La giustizia e la pace dei forti. In guerra ha ragione chi vince di Valentina Pazé Il Manifesto, 17 agosto 2026 Di fronte alla guerra andrebbero ascoltati i messaggi che giungono da chi nella melma dei conflitti è immerso fino al collo. Dei disertori come di chi una volta a casa non regge il peso delle atrocità. Affidandoci alle armi, accettiamo la pace dei forti. Che solo accidentalmente sono i più giusti, ammesso che sia possibile identificarli. È la ragione per cui i tentativi di giustificare la guerra associandola all’idea di giustizia non sono mai stati convincenti. “Non chiamerei mai pace le armi che tacciono perché hanno vinto i ‘più forti’”. Così conclude il suo ragionamento a favore di una pace “giusta” (e, all’occorrenza, armata) Roberto Della Seta. Il problema è che, affidandoci alle armi, proprio questo accettiamo: la pace dei forti. Che solo accidentalmente sono anche i più giusti, ammesso e non concesso che sia sempre possibile identificarli con certezza. Questa è la ragione per cui i reiterati tentativi di giustificare la guerra assimilandola a una procedura giudiziaria, e associandola all’idea di giustizia, non sono mai stati convincenti. Nei tribunali vince chi ha ragione. O, per lo meno, tutto è congegnato in modo da favorire questo esito, al netto degli errori, sempre possibili. In guerra ha ragione chi vince. Punto. E se Aristotele poteva ancora tentare di dimostrare che non si dà forza (bia) senza virtù (areté) e chi prevale in battaglia dimostra per ciò stesso il proprio superiore valore, nelle guerre asimmetriche della modernità - da quelle coloniali a quelle iper-tecnologiche di oggi - questa tesi diventa risibile. Chi, dunque, ritiene “eticamente disturbante l’idea di una pace senza giustizia” dovrebbe cercare altre vie, alternative alle armi, per raggiungere l’obiettivo. Ma, poi, giustizia in che senso? E per chi? È giusto che uno Stato disponga delle vite dei propri cittadini per perseguire i propri obiettivi? È etico? La risposta di Kant è nota: “Venire assoldati per uccidere o essere uccisi sembra racchiudere in sé un uso degli esseri umani come semplici macchine e utensili in mano a un altro (lo Stato) che mal si concilia col diritto dell’umanità nella nostra propria persona”. Perché in questo, alla fine, consistono le guerre, decise dai governi e combattute dai popoli: nell’usare i soldati come carne da cannone e le vittime civili - bambini compresi, a cui nessuno ha chiesto di scegliere tra la vita e la patria - come strumento di pressione e di propaganda. Lo sanno bene coloro che la guerra l’hanno vista da vicino, per averla combattuta o subita. E allora oggi, prima ancora che Kant o Bobbio, dovremmo rileggere, e far leggere a scuola, Eric Maria Remarque e Claude Eatherly, il pilota di Hiroshima divenuto amico di Günther Anders. Il primo per ricordarci ciò di cui è fatta, davvero, la guerra: sangue e merda, terrore e morte, corpi maciullati, menti devastate. Il secondo per riflettere sui veleni che la guerra inocula anche in chi la combatte “dalla parte giusta” e torna a casa celebrato come un eroe, ma abitato per sempre da incubi e fantasmi. Al di là delle discettazioni astratte sul rifiuto più o meno assoluto della violenza, oggi andrebbero ascoltati i messaggi che giungono da chi nella melma della guerra è immerso fino al collo. Messaggi molteplici, non univoci, non sempre facili da decifrare. A incrinare le narrazioni di popoli eroici che combattono per la libertà e la giustizia ci sono coloro che scelgono di disertare, di rendersi irreperibili, di non tornare al fronte dopo una licenza. In Ucraina e in Russia il loro numero è in crescita, tanto da aver reso necessarie modalità di reclutamento sempre più coercitive: dalle famigerate ronde che setacciano i quartieri delle città ucraine in cerca di imboscati alle campagne martellanti del governo russo per adescare “volontari” nelle università o in paesi lontani, fino al ricorso, in entrambi i contesti, alle carceri come serbatoio di reclute da spedire in prima linea. C’è poi chi - come il maggiore Eatherly - torna dal fronte trasfigurato e incapace di reinserirsi nella vita civile. Il numero dei suicidi tra soldati e soldatesse reduci da Gaza (due solo negli ultimi giorni) è impressionante, così come quello di chi necessita di cure psichiatriche (per non parlare delle condizioni dei sopravvissuti al genocidio, a cui questa assistenza non viene offerta). Ma il suicidio di reduci e veterani è fenomeno comune e ben noto. Negli ultimi venticinque anni negli Stati uniti più di trentamila soldati, in servizio o veterani, si sono tolti la vita: quattro volte di più di quelli che sono stati uccisi nei vari teatri bellici (7.057). Qualsiasi ragionamento su guerra, pace, giustizia, di tutto ciò dovrebbe tenere conto… Infine, a proposito dei mezzi per realizzare “la giustizia”, si può oggi discuterne ignorando che viviamo nell’era atomica, in cui la massima fiat iustitia pereat mundus rischia - come mai prima d’ora - di condurre a una catastrofe senza ritorno? Si può, oggi, scommettere sul fatto che “la Bomba”, anzi “le bombe” atomiche tattiche, tanto più pericolose quanto apparentemente meno letali, rimangano in mano ai “buoni”, che se ne serviranno a soli fini di deterrenza? Quanto è realistico coltivare simili illusioni? Schengen resta sospeso. Sui migranti in Germania Italia pronta all’accordo di Ilario Lombardo La Stampa, 17 agosto 2026 Braccio di ferro con Madrid, il governo prende ancora qualche giorno La Russa: “Scelta giusta”. Si lavora a un compromesso con i tedeschi. Difficile tornare indietro se una decisione è stata presa sull’onda emotiva di immagini spiazzanti. Ragazzi e bambini abbarbicati tra il mare e la terraferma di Ceuta, l’exclave spagnola in Marocco divenuta l’epicentro della sfida della destra italiana alla Spagna del socialista Pedro Sánchez. Un braccio di ferro nato su una concezione diversa dell’accoglienza, su ideologie opposte che hanno complicato - e non poco - i rapporti tra i due esecutivi. Il governo di Giorgia Meloni non ha ritirato la sospensione provvisoria di Schengen prevista fino al 30 agosto, e Madrid non ha fermato i controlli sui cittadini italiani, decretati dopo lo strappo di Roma. Il ministero dell’Interno, d’accordo con Palazzo Chigi, aveva annunciato che a Ferragosto ci sarebbe stata una ricognizione, e dunque la decisione se continuare con la sospensione o annullarla, anche alla luce di un possibile nuovo esodo di migranti al confine della cittadina spagnola situata sulla costa nordafricana. Il trattato sarà ripristinato - aveva annunciato il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi - “quando saranno completamente esclusi i rischi per la sicurezza”. Intanto, si sarebbe totalmente sgonfiato l’allarme sul pericolo terrorismo fatto filtrare qualche giorno fa, e sul quale lo stesso Piantedosi non aveva portato riscontri oggettivi in audizione in Senato. Nonostante l’eco sui social, le voci trasmesse da profili di dubbia autenticità, cavalcate dalla propaganda sovranista e anti-migranti della destra, i numeri degli arrivi alla frontiera di Ceuta, il 15 agosto, sono stati di poche centinaia, gestite dalla polizia e dall’esercito marocchini. Dal Viminale però non è arrivato nessun aggiornamento, il che autorizza a immaginare che si andrà avanti per qualche giorno, in attesa di capire come sciogliere politicamente la tensione con la Spagna. Possibile una riunione a livello ministeriale tra oggi e domani. L’ideale, secondo fonti di governo, sarebbe arrivare a un’intesa per tornare, insieme, a una situazione di normalità. Quindi l’Italia riattiverebbe Schengen e, nello stesso tempo, attenderebbe l’annuncio, da parte spagnola, della fine dei controlli. Ieri Ignazio La Russa, da Ragalna, nel catanese, ha comunque respinto le critiche di chi accusa Meloni di aver illegittimamente forzato sulla sospensione degli accordi europei di libera circolazione. “È stata politicamente opportuna oltre che giuridicamente giusta - il commento del presidente del Senato e cofondatore di Fratelli d’Italia -. È stato un assalto all’Europa, perché la Spagna è Europa. La sospensione di Schengen è avvenuta negli ultimi anni 408 volte e l’Italia è la nazione che l’ha applicata di meno”. Da tre settimane i migranti sono tornati a essere il più funzionale argomento elettorale per le destre europee. In Italia, in Spagna e in Germania. La tensione con Berlino è il secondo capitolo della campagna agostana. Un altro dilemma per Meloni, segno che le difficoltà di intervenire sulle regole d’asilo restano. Nelle prossime ore, tra domani e giovedì 20 agosto, sono previsti gli arrivi in Italia di Rania Darezh, cittadina irachena, Abdirisaq Warsame Fuduma, ventiduenne somala, e Hotak Samir, afghano. Sono i “dublinanti” che il governo tedesco intende rispedire in Italia: si tratta dei migranti che sulla base del trattato di Dublino, anche secondo il nuovo Patto per la migrazione e l’asilo, devono essere ricondotti nel Paese d’ingresso dell’Unione europea. Il 6 settembre, in Germania, si vota nella regione Sassonia-Anhalt, dove il partito di estrema destra e xenofobo Alternative für Deutschland guida i sondaggi. Il 20 settembre tocca al Parlamento locale di Berlino. La Cdu del cancelliere Friedrich Merz è in difficoltà e punta molto sulla stretta contro i migranti irregolari. Il feeling politico con il governo Meloni ha fatto sì che non si travalicasse arrivando a una vera e propria rottura diplomatica, come avvenuto con Madrid. Tra i ministeri dell’Interno di entrambi i Paesi i contatti sono costanti. Piantedosi potrebbe a breve risentire il collega tedesco Alexander Dobrindt. La sensazione è che ci si stia avvicinando a una soluzione. Un compromesso che garantirebbe a entrambi di poter rivendicare un risultato. Lo scenario in cui l’Italia fa risalire sull’aereo i tre “dublinanti” per rimandarli in Germania è considerato il più complicato, anche se non si esclude l’ipotesi di riprendere solo due migranti su tre. Il governo italiano insiste molto sul meccanismo di “compensazione” con i naufraghi fatti sbarcare dalle Ong tedesche. Una coincidenza temporale potrebbe favorire questo accordo: dopodomani, 18 agosto, è previsto l’arrivo a Ravenna della nave dei volontari tedeschi della Sos Humanity, con a bordo 75 migranti. Secondo il nuovo Patto Ue i Paesi membri devono ricollocare i richiedenti asilo arrivati negli Stati frontalieri oppure contribuire finanziariamente all’accoglienza. Nelle ultimissime ore un’altra Ong tedesca, la Sea Watch, che ha portato in salvo 36 persone nel Mediterraneo, sta chiedendo di approdare a Lampedusa, invece che a Pozzallo, come indicato dal Viminale, perché tra i sopravvissuti c’è anche un neonato. Ceuta, la seconda ondata non c’è: sos sanitario, la città è al collasso di Benedetta Perilli La Stampa, 17 agosto 2026 Rabat ha bloccato i trecento che a Ferragosto hanno provato a superare il confine. La polizia spagnola: “Quando vogliono sanno come fare”. Passata la paura della nuova ondata, la Spagna si è svegliata con una sensazione amara: la militarizzazione marocchina davanti al 15-A, l’assalto convocato sui social che il 15 agosto avrebbe dovuto riportare a Ceuta migliaia di migranti, sarebbe stato l’ennesimo messaggio di Rabat lanciato a Madrid e Bruxelles. “Quando vuole, chiude il passaggio”, ha spiegato un alto dirigente della polizia spagnola al Paìs, che ieri titolava “Il Marocco esibisce la sua forza come guardiano della frontiera”. “Quando vuole, apre”, dice José, ristoratore del centro di Ceuta. Una teoria diffusa tra chi vive da queste parti. A differenza del 30 luglio, quando ad arrivare furono almeno 80mila, stavolta l’imponente dispositivo di sicurezza marocchino ha bloccato il presunto tentativo di ingresso di massa, finendo per isolare nei pressi di Fnideq circa 300 migranti, prevalentemente subsahariani, che dalle alture provavano a raggiungere il valico del Tarajal. Ci sono stati momenti di tensione, gli agenti hanno utilizzato gas lacrimogeni, poi sono riusciti a fermarli e li hanno caricati su diversi autobus per trasferirli verso un imprecisato sud del Paese. Non un sospiro di sollievo però, la minaccia di nuovi ingressi di massa nell’exclave non scompare mai. Anzi, in questi giorni è ancora più drammatica. La città sta vivendo una crisi mai sperimentata: circa 5mila, secondo Madrid, 8-12mila, secondo la Città autonoma, sono i migranti entrati il 30 luglio e rimasti a Ceuta. Di questi, meno di un migliaio sarebbero nell’unico centro di accoglienza; 1800 minori non accompagnati sarebbero accolti in strutture. Gli altri sono senza dimora. Come Jamila, che si è svegliata con i suoi due figli nel campo di vicinato Sidi Embarek, nel quartiere musulmano Los Rosales. Sono accolti in questo centro sportivo all’aperto allestito da alcuni residenti, tra teloni di plastica che coprono poco dal sole e tappeti tirati via da una moschea. Dormono per terra, come le altre 400 tra donne e minori ospitate qui, molte vittime di abusi domestici, sette incinte. Quando ha saputo che la frontiera era aperta si è incamminata verso Fnideq e poi ha iniziato a nuotare fino al Tarajal: il più piccolo in un canotto, la figlia adolescente a nuoto come lei. Lo ha fatto perché il suo bambino è malato e in Marocco le cure troppo costose, non può permettersele. Ora sogna di andare in Spagna per riuscire a farlo guarire. Dalla periferia al centro il salto è impressionante. Lasciati i materassi gettati tra gli sterpi, il tanfo di strade diventate bagni pubblici, le file di ragazzi che a testa china si incamminano verso la casa di Sabah - la ceutina musulmana che distribuisce dalla sua abitazione acqua e pasti caldi ai migranti - il cuore di Ceuta è tutto fiori, ristoranti, pulizie straordinarie. L’amministrazione si è impegnata a lucidare il salotto della città e i migranti che bivaccano sulle panchine sono sempre meno, spinti fuori anche dalla pressione della polizia. Isabel guarda il mare della centralissima spiaggia della Ribera dalle grate che sigillano il Club Natación Caballa. All’interno accedono solo i soci. “Di solito mi sarei fatta il bagno in mare ma oggi ho paura di prendermi qualche malattia, questi migranti fanno tutto in acqua. E poi non c’è nessuno in spiaggia oggi, un anno fa non ci sarebbe stato un centimetro libero. Abbiamo tutti troppa paura che ci derubino”, spiega rammaricata questa signora della borghesia di Ceuta. E di furti, aggressioni, risse tra migranti, schiamazzi nella notte, la polizia ne conta a decine. Ci sono state anche almeno sei denunce di violenze sessuali su minorenni migranti. Qui le sirene non smettono mai di suonare, e non solo quelle delle volanti. Ci sono anche le ambulanze. La città sta sperimentando una emergenza sanitaria su due fronti: da un lato la saturazione dell’unico ospedale, dall’altro il rischio di diffusione di malattie trasmissibili legato alle scarse condizioni di igiene nelle quali sono costretti a vivere i migranti. Ci sono stati già un focolaio di gastroenterite, due casi di tubercolosi e uno di scabbia. La ministra della Salute, Mónica García, ieri in visita nell’exclave, ha negato una crisi sanitaria ma ha ammesso delle criticità. Da dovunque la si veda, Ceuta è al collasso: decine di migranti marocchini ieri si sono seduti sotto il sole nella spiaggia del Trampolín - quella diventata una tendopoli dove alcuni giovani subsahariani hanno iniziato ad ammazzare il tempo sfidandosi in gare di lotta libera - e hanno inscenato una protesta pacifica al grido di “Libertà” e “W Pedro Sánchez”, per chiedere il diritto di asilo. Nei giorni scorsi il presidente conservatore Juan Jesús Vivas ha proposto al governo di Madrid di non considerare le richieste di asilo, facendo diffondere tra i migranti il timore di espulsioni immediate. “Non vogliamo essere più discriminati, anche noi abbiamo diritto all’asilo come chi viene dagli altri Paesi dell’Africa. Anche noi abbiamo una guerra, una guerra fredda mossa dalla corruzione della nostra classe politica che non ci permette di sopravvivere”, spiega Mourad, 36 anni, arrivato da Rabat.