Pinelli (Csm): “Aiutiamo i ragazzi in carcere a responsabilizzarsi” di Angelo Picariello Avvenire, 16 agosto 2026 Per il numero due del Consiglio superiore della magistratura, che nei giorni scorsi ha visitato il Beccaria di Milano, “c’è un lavoro da fare con ognuno dei minori reclusi, da accompagnare con i percorsi educativi da parte dello Stato. Stop al sovraffollamento, sì a un patto che renda residuale la detenzione e preveda soluzioni alternative per chi sbaglia”. Impegnati come “comunità” a offrire ai minori che scontano la pena in carcere una prospettiva di riscatto. Insieme: educatori, magistratura, istituzioni, istituti di pena e anche la Chiesa. È la riflessione che il vicepresidente del Csm, Fabio Pinelli, fa dopo la visita che ha compiuto all’Istituto penale per minorenni Cesare Beccaria di Milano, lo scorso 31 luglio. Con lui c’erano il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei, la direttrice dell’istituto Eleonora Cinque, il capo della giustizia minorile, Antonio Sangermano, don Gino Rigoldi e don Claudio Burgio. Che situazione avete trovato? Ho trovato un istituto molto attento ai valori della rieducazione e dell’umanità della pena, che valgono per tutti i detenuti, a maggior ragione in un istituto per minori. Ragazzi che si dedicano al giardinaggio, ad attività manutentive, che hanno accesso anche ad attività musicali e ricreative. Che ragazzi avete incontrato? Nei loro occhi si legge l’impatto con un’esperienza traumatica, ma anche la voglia di riscatto, di ricostruirsi una vita. È però un lavoro da fare con ciascuno di loro, che passa per un’assunzione di responsabilità individuale, unito a un accompagnamento da parte dello Stato in percorsi educativi sul valore del rispetto della legalità e opportunità lavorative. Una proposta di legge intende imporre un giro di vite sulla non imputabilità dei minori. Non si rischia di scaricare su istituti di pena già sovraffollati il peso di fenomeni sociali, come quello dei “maranza”? Non entro in quelle che potranno essere le scelte del legislatore. I punti cardinali, quando parliamo di pena (questione ben diversa dalla imputabilità) sono quelli indicati dalla Costituzione. Mi permetto di aggiungere che il nodo cruciale, in termini di sicurezza e anche di sovraffollamento, è quello delle recidive. Chi sconta la propria pena interamente in carcere e non viene messo in condizione di accedere a una pena alternativa o di lavoro all’esterno, poi cade nella recidiva nel 69% dei casi. I tassi di recidiva per chi sconta la pena all’esterno, sono viceversa assai modesti. Il reinserimento sociale e lavorativo del detenuto è dunque conveniente per l’intera società. Sotto un profilo statistico, guardando la tipologia del crimine, va detto che gli omicidi in Italia sono in diminuzione, circa 300 l’anno, valore più basso rispetto a molti altri Paesi, mentre si continua a finire in carcere anche per reati più lievi. Il rischio concreto è dunque di trasformare il carcere, per chi ha commesso un errore, in un reclutamento di segno opposto, una scuola avanzata di delinquenza contrario al dettato costituzionale, che vuole al centro la rieducazione del condannato. Rischio inaccettabile soprattutto se si parla di ragazzi che hanno una vita davanti per riscattarsi e non per sprecarla. Che cosa vi hanno chiesto questi ragazzi? Si sono mostrati molto interessati, nelle domande, ai principi costituzionali, all’elemento educativo e alla prospettiva in cui credere in un destino diverso per la loro vita. Certo, dipende anche da loro, dalla volontà di compiere percorsi di resipiscenza e auto-responsabilizzazione. Ma vanno aiutati: non è solo la Costituzione a imporre un percorso di questo tipo. Identificare un detenuto, specie se minore, con l’errore commesso, imporgli il carcere come camicia di forza, come immobilità per non far del male, è controproducente: come ha detto un importante psichiatra, tolto il gesso c’è voglia di correre e correre contro la legge. Noi dobbiamo impedirlo. Difficile riuscirci in questo stato di sovraffollamento… Si tratta di una condizione (come ho potuto vedere anche al carcere di Lucca, con spazi di 9 metri quadrati condivisi fra tre detenuti) contraria all’articolo 27, terzo comma, della Costituzione, ma anche all’articolo 3 della Convenzione Europea dei Diritti Umani, come stabilito già nel 2013 dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, che ha sanzionato l’Italia con la cosiddetta sentenza Torreggiani. Da allora la situazione è anche peggiorata, basti pensare al drammatico dato dei suicidi in carcere. Che fare? La norma appena entrata in vigore, che consente ai detenuti tossicodipendenti o alcoldipendenti con condanna o residuo pena fino a 8 anni, di scontarla ai domiciliari o in una comunità terapeutica, mi sembra vada nella direzione giusta. Resta ancora un gran lavoro da compiere, insieme, che deve coinvolgere attivamente tutte le componenti presenti al Beccaria: dalla politica al Terzo settore, dalle istituzioni carcerarie alla Chiesa, dalla magistratura agli educatori, per una pianificazione strategica e per non farne un’occasione sprecata. Forse sarebbe necessario, più in generale, un cambio di tipo culturale, per arrivare - come ad esempio un progetto del Cnel ha meritoriamente proposto - a una concezione del carcere residuale, prevedendo sin dall’inizio percorsi del tutto diversi in modo ben più significativo rispetto alla situazione attuale, e cioè senza il passaggio dal carcere, per condannati per reati minori o comunque di minore allarme sociale. Andando in controtendenza rispetto al modus operandi degli ultimi decenni, caratterizzato da aumento costante delle fattispecie di reato che sembra aver portato a un risultato diverso rispetto a quello auspicato. Calano omicidi e furti. Meno donne uccise, ma più violenza in casa di Elisa Forte La Stampa, 16 agosto 2026 Le statistiche del Viminale sui reati del 2026. Lo pubblica il giorno di Ferragosto, il ministero dell’Interno: quasi un bollettino di buone notizie per gli italiani in vacanza. Il Dossier Viminale 2026, firmato dal ministro Matteo Piantedosi, rivendica “un calo generalizzato dei reati” e “l’efficacia delle strategie” del governo Meloni. “Diminuiscono tutti i delitti a maggior allarme sociale: gli omicidi, e in particolare quelli con vittime di sesso femminile, le violenze sessuali, i furti e le rapine”, scrive Piantedosi nella prefazione. I numeri vanno quasi tutti nella stessa direzione, ma alcune tabelle raccontano una realtà più complessa dei titoli. In totale, sono stati 1.068.240 i reati nel primo semestre 2026, il 10% in meno rispetto al 2025. Calano gli omicidi volontari (-15,3%, da 163 a 138), i furti (-11,4%), le rapine (-12, 3%) e le violenze sessuali (-7,1%). Giù anche le truffe informatiche (-9,5%). Dimezzati gli sbarchi di migranti, -52,1% (da 30.060 a 14.388 arrivi via mare), mentre i rimpatri salgono del 34,3%, trainati dai volontari assistiti (+87,3%). Il capitolo “Violenza di genere e femminicidi” segnala un calo netto nel numero delle donne vittime: da 54 nei primi sei mesi del 2025 a 34: è il -37% in meno. Di questi 34 casi, soltanto 8 sono state riconosciute nel nuovo reato di femminicidio (in vigore dal 17 dicembre 2025 con la legge 181/2025) mentre i restanti 26 sono collocate tra le vittime di omicidio volontario “ordinario”. Qui per associazioni e Centri Antiviolenza si nasconde il nodo dell’applicazione del nuovo reato di femminicidio. “Che questo calo corrisponda a un’effettiva diminuzione della violenza maschile è tutto da verificare. Per valutare il quadro aspettiamo il rapporto del ministero di Giustizia sull’applicazione della legge sul femminicidio, che doveva essere presentato entro il 30 giugno”, commenta Elena Biaggioni, avvocata e referente Rete Avvocate D.i.Re. “Per quanto riguarda gli 8 femminicidi su 34 - rimarca - temiamo ci sia un problema nell’applicazione della legge: la formazione obbligatoria è iniziata? Se sì, in modo capillare su tutto il territorio? Saper leggere la violenza maschile è fondamentale per il suo concreto contrasto”. Conclude: “È prematuro trarre conclusioni, se una diminuzione c’è ne siamo contente. Un certo scetticismo è legittimo: vorremmo dati più leggibili”. A crescere invece è la violenza domestica: gli ammonimenti del questore registrano il +24%, mentre calano quelli per stalking, -12,3%. Sull’antimafia, il patrimonio sottratto alla criminalità sale a 37.576 beni in gestione, con oltre 22mila restituiti alla collettività per 864 milioni di euro. Per Francesca Rispoli, presidente di Libera, “la quantità dice però poco sulla qualità: troppi beni restano bloccati anni tra ipoteche, degrado e carenza di personale dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, diventando simboli vuoti invece che presidi di comunità”. Rispoli segnala che “questi dati si riferiscono solo alle confische di prevenzione, senza includere il mondo delle confische penali”. La presidente chiede “che si possa trovare un sistema unico nazionale di raccolta dati” e che si “introduca un vincolo di destinazione del 2% del Fondo unico giustizia per il riuso sociale dei beni confiscati”. Sulle interdittive antimafia, salite da 416 a 499 (+19,9%), osserva: “Letto in controluce rispetto al calo generalizzato dei reati tradizionali contenuto nel dossier il dato racconta una storia diversa: non un arretramento della criminalità organizzata, ma una sua evoluzione verso modelli economico-finanziari più integrati e silenti, capaci di infiltrarsi in appalti, imprese e filiere legali senza ricorrere alla violenza visibile”. “È la mafia che si mimetizza nell’economia legale - sottolinea la presidente di Libera - la più difficile da raccontare e da contrastare perché non fa notizia come un omicidio o una rapina. Serve investire su strumenti di prevenzione mirati: potenziare le banche dati interforze per l’incrocio di flussi finanziari sospetti e rafforzare gli organici”. “Meno reati e più controlli”: la sicurezza fake di Meloni di Chiara Sgreccia Il Domani, 16 agosto 2026 Il ministero dell’Interno presenta i dati su sicurezza e immigrazione ed esulta per i successi. Meno reati, più sgomberi e rimpatri. E i controlli a tappeto su oltre un milione di persone. Un successo. A leggere il dossier di Ferragosto del Viminale sembra che la strategia del governo Meloni per garantire la sicurezza in Italia sia inattaccabile. E che i dati presentati siano una dimostrazione dell’efficacia delle politiche in atto dal 2022 al 30 giugno 2026. Ma, che quanto viene raccontato come un risultato positivo lo sia effettivamente non è l’unica deduzione possibile. Anzi. Un esempio lampante è il focus su immigrazione e asilo contenuto nel dossier. Secondo i numeri del ministero dell’Interno gli arrivi via mare in Italia nei primi sei mesi del 2026 sono diminuiti del 52 per cento rispetto al 2025: 14.388 vs 30.060. Ma non viene evidenziato né che - come riporta Frontex - gli attraversamenti irregolari delle frontiere esterne sono diminuiti in generale nell’Unione europea, del 37 per cento, non solo in Italia. E neppure che, come già scritto da Domani, parliamo di persone. E quindi, se diminuiscono gli arrivi ma raddoppiano i morti o dispersi - del 111 per cento nei primi quattro mesi dell’anno dice l’Oim - il fenomeno non può dirsi gestito. Di ieri la notizia del ritrovamento di altri 11 cadaveri in mare, a largo delle coste di Zuara. La Libia, rivela sempre Frontex, resta il principale paese di partenza per chi cerca di raggiungere l’Europa attraverso il Mediterraneo centrale, sebbene il nostro paese finanzi lo Stato del Nord Africa dal 2017 per contenere il flusso dei migranti. Dal report, si capisce anche che nell’ultimo semestre sono aumentati i rimpatri del 34 per cento (nella prefazione si legge che sarebbero raddoppiati). Nei fatti, però, significa che sono 1.131 in più - tra volontari assistiti e per espulsione - rispetto allo scorso anno, per un totale di 4.432. Un numero che diventa piccolo se confrontato con gli ordini di lasciare il territorio nei confronti di cittadini di paesi terzi emessi dall’Italia: 21.295 nel 2025, secondo Eurostat. E un numero che, anche in questo caso, riflette un trend europeo: i rimpatri verso paesi terzi sono aumentati a livello dell’Unione. Ma il focus sull’immigrazione non è l’unico in cui i risultati raggiunti vengono presentati più per alimentare la narrazione securitaria del governo che per l’importanza dei risultati raggiunti. Che l’Italia, infatti, possa essere considerata un paese sicuro - come scrive il Viminale - è un dato. Che il merito, però, possa essere delle norme promosse come necessarie per la sicurezza “come precondizione di ogni libertà personale” dei cittadini dal 2022 - dal decreto anti rave fino all’attuazione del Patto Ue su migrazione e asilo, passando per Cutro e Caivano, solo per dire alcuni dei pacchetti approvati - è meno certo. Ordine pubblico - Come dimostra lo stesso dossier attraverso i variegati ambiti che tratta - dall’ordine pubblico all’antimafia, dalle politiche su immigrazione e asilo a quelle di rigenerazione urbana, riqualificazione ecosostenibile e potenziamento degli organici delle forze dell’ordine - garantire la sicurezza di un paese è un’attività complessa che mostra risultati sul lungo periodo e richiede la commistione di interventi e forze. Quello che il Viminale, quindi, presenta come un nesso causale tra scelte del governo e aumento della sicurezza pubblica non è dimostrato dai dati forniti. Nel report, ad esempio, si legge che dal 2024 a oggi, grazie all’introduzione delle zone rosse, sono state controllate 2.336.902 persone. Di queste 1.029.670 sono stranieri. E che tra i 12.876 soggetti allontanati dopo i controlli, per reati contro la persona, il patrimonio e in materia di stupefacenti, 9.429 non hanno la cittadinanza italiana. Ma non offre gli strumenti per capire né la ragione della sproporzione nei confronti degli stranieri, né cosa sia successo dopo l’allontanamento, né se nelle zone rosse è diminuito il numero dei reati commessi. Controlli a tappeto - Nella scheda successiva il Viminale dice che grazie alle operazioni ad alto impatto, cioè quelle condotte congiuntamente da più forze di polizia, dal 2023 a oggi sono state controllate 1.110.281 persone. Tra queste, 2.373 sono state arrestate, 13.887 denunciate, 1.927 sono gli stranieri espulsi e 214.557 i veicoli controllati, grazie all’impiego di 170.973 agenti. Anche in questo caso numeri che mostrano l’intensità dell’attività di controllo, meno il peso effettivo nella riduzione della criminalità. Quella registrata, cioè i reati, è diminuita del 10 per cento nel primo semestre 2026, tendenza in calo da più di 10 anni. A far pensare che i dati vengano utilizzati come simbolo delle politiche securitarie, più che come espressione del più ampio concetto di sicurezza di una comunità, almeno altri due dati rilevanti. Quello sugli sgomberi: 6.101 alloggi di edilizia residenziale pubblica liberati, 313 sgomberi di immobili di particolare rilievo nelle città metropolitane. Numeri presentati senza dire che cosa sia successo alle persone che ci vivevano o accennare alla crisi abitativa in Italia dovuta alle difficoltà nell’accedere ad alloggi economicamente sostenibili. E il dato sulle manifestazioni, in particolare quelle di piazza: sono diminuite del 12,6 per cento rispetto al semestre 2025: da 6.540 a 5.713. E sono diminuite anche quelle “con criticità”: da 156 a 98. Eppure, anche se i dati dicono che l’1,7 per cento delle manifestazioni ha presentato “criticità” nel dossier si legge che si conferma l’impegno delle Forze di polizia nel garantire “il diritto di manifestare, nonostante le continue aggressioni”, probabilmente riferendosi solo al maggior numero di agenti feriti. Dal report di Ferragosto - che analizza anche altri fenomeni legati alla sicurezza dell’Italia oltre ai citati - quindi, più che l’efficacia delle strategie adottate negli ultimi anni sembra emergere il tentativo di universalizzare una concezione di “ordine pubblico” e “paese sicuro” basata sul controllo e repressione. Come se la sicurezza di una comunità dipendesse solo dalla capacità di individuare chi sbaglia e non dalla costruzione di contesti in cui le persone possono esercitare i propri diritti. Con il rischio che da “precondizione di ogni libertà personale” la sicurezza diventi ciò che la limita. Campania. Il Garante Ciambriello: “Il carcere non va in vacanza, la politica si” di Gianni Vigoroso ottopagine.it, 16 agosto 2026 “In Campania abbiamo 8046 detenuti, ben duemila in più dei posti disponibili”. Monito di Ferragosto di Samuele Ciambriello, garante campano delle persone private della libertà personale: “Abbiamo a che fare con l’inerzia della politica rispetto alla tragedia del carcere da decenni. Cambiano le maggioranze, non la sciagurata indifferenza. Con 65.009 persone recluse e un affollamento al 140,6%, i Tribunali di sorveglianza hanno accertato 6.539 volte in un anno che l’Italia detiene in modo inumano o degradante le persone ristrette”. “Ci sono Istituti con celle da nove posti o dieci, con tre letti a castello, come a Poggioreale e in nove istituti italiani si è superato il 200%. La pena non può trasformarsi in sofferenza e abbandono. Il sovraffollamento vuol dire caldo insopportabile, celle invivibili, tensione continua, disagio psichico, autolesionismo, suicidi. È un dato che dovrebbe scuotere più di ogni slogan la politica intera, la stessa società civile. E gli agenti della polizia penitenziaria, poi: ne mancano quasi 10mila in Italia, sono costretti a lavorare in condizioni sempre più difficili e con turni massacranti. In carcere c’è una emergenza umanitaria. Oggi che i numeri sono altissimi la questione principale è diventata quella umanitaria, dei trattamenti inumani e degradanti, quasi a discapito di quella rieducativa. In Campania abbiamo 8046 detenuti, ben duemila in più dei posti disponibili. Abbiamo 2215 detenuti tossicodipendenti acclarati, più di 400 detenuti con sofferenza psichica, solo a Poggioreale 80 sono psicotici. Ho visto, con piacere, che nei giorni scorsi, Forza Italia ha ottenuto di avviare alla Camera una indagine conoscitiva sulle condizioni delle carceri, assicurando il suo impegno perché la situazione impone interventi concreti, reali, qui ed ora. Il mio è un appello ai singoli partiti che non devono guardare al consenso su questi temi, ma al senso costituzionale della pena, la dignità delle persone detenute e quella di chi lavora in carcere appartengono alla stessa battaglia di civiltà. Un carcere incapace di rieducare, curare, cambiare, non produce maggiore sicurezza, ma alimenta marginalità e recidiva”. Locri (Rc). Al Porto delle Grazie il progetto che restituisce futuro a detenuti ed ex detenuti di Giorgia Rieto reggiotv.it, 16 agosto 2026 Una visita istituzionale per conoscere da vicino una delle esperienze di reinserimento socio-lavorativo che stanno prendendo forma nella Locride. Monsignor Cesare di Pietro, arcivescovo della diocesi di Locri-Gerace, ha visitato il Porto delle Grazie di Roccella Jonica, realtà coinvolta in un percorso dedicato all’inserimento lavorativo di detenuti ed ex detenuti, nato dalla collaborazione tra Caritas diocesana, istituzioni e mondo imprenditoriale. Il progetto, significativamente intitolato “Il lavoro vince tutto”, punta a trasformare il lavoro in uno strumento concreto di riscatto personale e sociale, offrendo a chi ha vissuto l’esperienza del carcere la possibilità di ricostruire il proprio futuro e recuperare un ruolo all’interno della comunità. “Il lavoro vince la decadenza della malavita e riscatta l’uomo dal punto di vista umano, sociale e familiare”, ha sottolineato monsignor Di Pietro. “È bello constatare che ci sono ex detenuti che hanno trovato lavoro e stanno trovando una vita nuova. È bello sapere che il percorso funziona. Il lavoro, a tutti i livelli, è l’unico elemento che dona all’uomo la piena realizzazione di sé”. Un percorso che parte dalle strutture della giustizia del territorio, dal Tribunale alla Casa circondariale di Locri, e che attraverso il lavoro cerca di costruire un ponte verso una nuova vita. A raccontare l’esperienza della Caritas diocesana è stata la direttrice Carmen Bagalà: “Nel seguire i percorsi consigliati abbiamo visto come l’uomo possa rinascere. Dare un’opportunità lavorativa è fondamentale, ma è altrettanto importante far vedere anche all’esterno che si può rinascere”. Il progetto sta producendo risultati concreti anche sul piano occupazionale. Vasco De Cet, dell’amministrazione del Porto delle Grazie, ha evidenziato come “abbiamo visto un aumento occupazionale e questo ci fa capire come il lavoro e l’integrazione con i colleghi siano un fenomeno contagioso e contaminante”. Un effetto positivo che ha coinvolto progressivamente anche il tessuto imprenditoriale locale. Il sindaco di Roccella Jonica, Vittorio Zito, ha spiegato: “Questa proposta ha contagiato un po’ tutti, anche gli imprenditori che hanno sottoscritto l’accordo con la Caritas per l’inserimento dei detenuti. Il progetto prosegue alla grande”. L’esperienza del Porto delle Grazie diventa così un esempio concreto di come la collaborazione tra istituzioni, Chiesa, imprese e comunità possa trasformare il lavoro in uno strumento di prevenzione, inclusione e riscatto. Perché dietro ogni percorso di reinserimento non c’è soltanto un posto di lavoro, ma la possibilità di ricostruire relazioni, dignità e una nuova prospettiva di vita. Udine. Al carcere i nodi principali sono sovraffollamento e salute di Lorenzo Giroffi rainews.it, 16 agosto 2026 Frigoriferi e ventilatori sono stati donati per alleviare le sofferenze dovute al caldo. Ma, spiega il garante, resta pesante il problema sanità. Sovraffollamento. Un termine che ormai sembra andare a braccetto con la galassia carcere. Anche la casa circondariale di via Spalato a Udine vive questo dato sulla pelle di detenuti e operatori della struttura. A Udine a oggi sono 167 i detenuti su 95 posti, con materassi e servizi igienici che molte volte restano insufficienti. Con queste temperature, il tutto è ancora più complicato. Il carcere di Udine, però, negli ultimi mesi, ha visto l’ingresso di ventilatori e di frigoriferi, grazie alla sinergia di istituzioni e di società civile. Il problema resta la questione sanitaria. Come spiega il garante dei diritti della persona, l’avvocato Andrea Sandra, “non abbiamo medici: l’unico che c’è non ha un orario compatibile con tutte queste persone. Spesso bisogna ospedalizzare le persone e non c’è personale sufficiente in carcere per poterlo fare”. A oggi sono tre i cantieri per i lavori di ristrutturazione del carcere di Udine. Se ne è parlato in una conferenza stampa con il garante dei detenuti, i membri dell’amministrazione comunale e regionale, e diverse realtà associative. L’amministrazione comunale è attenta in questo periodo per l’identificazione di un edificio abitativo per le persone a fine pena. Lo spiega Franco Corleone, presidente della Società della ragione ed ex garante dei diritti dei detenuti: “Abbiamo una detenzione sociale che meriterebbe misure alternative rispetto alla chiusura in carcere, che non produce reinserimento e favorisce la recidiva”. Questa mattina sono stati consegnati 200 kg di angurie grazie all’iniziativa di una cooperativa della grande distribuzione, che ha espresso così solidarietà a chi vive in restrizione queste giornate di afa. Viterbo. Detenuto epilettico, il legale: “Non può restare in carcere” di Valeria Terranova Corriere di Viterbo, 16 agosto 2026 Un quadro clinico di estrema gravità, incompatibile con la detenzione ordinaria e una vicenda processuale con profonde anomalie: è il doppio binario su cui corre il caso di R.V., detenuto nel carcere di Mammagialla, reso noto dall’avvocato Nicola Trisciuoglio attraverso un post sui social dopo un colloquio avuto nei giorni scorsi con il proprio assistito. Il nodo principale è rappresentato dalle precarie condizioni di salute dell’uomo, affetto da una epilessia cronica e permanente, un quadro patologico sul quale la perizia medico-legale del professor Pasquale Mario Bacco si esprime in modo perentorio: “Il regime carcerario ordinario costituisce un fattore di rischio eccezionale e inaccettabile, capace di provocare crisi potenzialmente letali”. Sulla richiesta di detenzione domiciliare dovranno ora esprimersi il magistrato di sorveglianza di Viterbo e il tribunale di sorveglianza di Roma, ai quali il legale ha chiesto di non di cancellare la condanna, ma di consentire la prosecuzione della pena “in un ambiente controllato, assistito e compatibile con la sua patologia”, evidenziando che “quando il carcere aggrava una malattia e può scatenare crisi potenzialmente mortali, rischia di trasformarsi in una condanna irreversibile”. Accanto all’emergenza sanitaria, il legale rivela risvolti procedurali che sfoceranno nella richiesta di revisione: “R.V. non ha mai conferito alcun mandato ai professionisti che risultano averlo difeso nei primi gradi: nessuna nomina consapevolmente sottoscritta e nessuna procura speciale per il rito abbreviato”, celebrato mentre l’uomo viveva dal 2012 in Germania. Il difensore contesta infine l’impianto accusatorio basato su un pentito deceduto, ribadendo che l’istanza presentata “non è la richiesta di un privilegio, ma semplicemente un principio di legalità, di umanità e di giustizia”. Firenze. A Ferragosto Sara Funaro a pranzo coi detenuti del carcere minorile firenzedintorni.it, 16 agosto 2026 La sindaca di Firenze Sara Funaro ha preso parte per Ferragosto al pranzo coi giovani del carcere minorile. “Abbiamo scelto questa realtà straordinaria, con padre Raffaele che fa un lavoro incredibile - ha spiegato Funaro - Bisogna dare attenzione alle persone più fragili e soprattutto bisogna dare attenzione agli adolescenti che sono più in difficoltà e che devono essere accompagnati nel percorso di inserimento. Il problema del carcere è un tema estremamente attuale. Noi in più occasioni abbiamo denunciato le condizioni e il tutto lavoro che va fatto per il percorso dell’inserimento: vale per gli adulti e ovviamente ci deve essere anche per i più giovani per cui serve un’attenzione particolare”. “Ferragosto - ha ricordato Sara Funaro - lo dedichiamo solitamente ai più fragili, stamattina con una colazione con gli ospiti all’Albergo Popolare, poi un passaggio al Progetto Arcobaleno e ora con il vescovo in questa realtà che è una vera opera dove tanti volontari fanno un lavoro incredibile e lo fanno in silenzio. È giusto dar valore e riconoscimento per quello che fanno”. Bolzano. La Camera Penale dona 80 ventilatori a detenuti e Polizia penitenziaria di Martina Capovin Il Dolomiti, 16 agosto 2026 La donazione arriva a settimane dalla visita nella casa circondariale che aveva riacceso l’allarme su sovraffollamento e caldo insopportabile: ora ogni cella avrà il proprio apparecchio. Caldo in carcere, la Camera Penale dona 80 ventilatori a detenuti e polizia penitenziaria. Una promessa fatta, una promessa mantenuta. Sono arrivati alla casa circondariale di via Dante gli ottanta ventilatori annunciati dalla Camera Penale di Bolzano poche settimane fa, durante la visita che aveva riacceso i riflettori sulle condizioni del carcere bolzanino. La casa circondariale, definita “una bomba pronta ad esplodere” è sovraffollata, fatiscente e priva di qualunque impianto di climatizzazione. Le celle, secondo quanto raccontato dalla delegazione, hanno l’angolo cottura praticamente a ridosso del bagno, pareti segnate da umidità e spazi ridottissimi, con letti a castello e cassette di plastica impilate per riporre gli effetti personali. Difficoltà che non riguardano solo i detenuti: anche gli agenti della polizia penitenziaria lavorano senza spogliatoi adeguati e senza alloggi dignitosi. Quello degli ottanta ventilatori è ovviamente un piccolo aiuto immediato, più simbolico che risolutivo, in attesa di interventi strutturali che a Bolzano si attendono ormai da troppo tempo. Ma come si dice: “meglio di niente”. Ogni camera detentiva ne avrà uno a disposizione, così come tutti gli uffici della polizia penitenziaria e amministrativa, per cui gli apparecchi donati sono sufficienti a coprire l’intera struttura. Il direttore della casa circondariale, Giovangiuseppe Monti, ha parlato di “un gesto concreto di attenzione nei confronti della comunità penitenziaria che, pur non potendo risolvere le più ampie problematiche legate alle condizioni climatiche degli ambienti penitenziari, consente di affrontare almeno in parte il disagio determinato dal caldo intenso del periodo”. Monti ha ringraziato in particolare gli avvocati “per la sensibilità dimostrata che non si è limitata alla popolazione detenuta, dal momento che, con altrettanta attenzione, sono stati acquistati ventilatori destinati anche agli uffici della polizia penitenziaria”. Per il presidente della Camera Penale Alessandro Tonon, si tratta semplicemente di “una promessa mantenuta”. Resta comunque il valore simbolico del gesto, in un carcere dove il sovraffollamento (110 detenuti per una capienza di 88 posti) e l’assenza di climatizzazione restano criticità strutturali difficili da risolvere nel breve periodo, in attesa di un nuovo carcere il cui iter, dopo vent’anni di rinvii, resta tuttora in corso. Piacenza. Rinascono le biblioteche del carcere: catalogazione, prestiti e anche gruppi di lettura goodmorningpiacenza.it, 16 agosto 2026 Tre biblioteche nate per portare la lettura anche dietro le mura del carcere, poi gli anni della pandemia che ne hanno interrotto il percorso, lasciando cataloghi incompleti, libri dispersi e scaffali in disordine. Oggi quel patrimonio sta tornando a vivere anche grazie al lavoro della cooperativa sociale Officine Gutenberg, impegnata insieme al Comune di Piacenza e alla Direzione della Casa Circondariale, nella riattivazione delle biblioteche delle Novate, nell’ambito di “Territori per il reinserimento”, progetto comunale sostenuto da Cassa Ammende e Regione Emilia Romagna e coordinato dal Centro Servizi per il Volontariato Emilia. “Il progetto biblioteche promosso da Officine Gutenberg - sottolinea l’assessore comunale al Welfare Nicoletta Corvi - si propone non solo come attivatore di crescita culturale, confronto, protagonismo attivo all’interno della Casa Circondariale, ma come una vera e propria connessione tra “il dentro e il fuori”; con la convinzione che la passione per la lettura e la capacità di misurarci con le parole degli autori e i libri stessi hanno da dire a ciascuno di noi, nessuno escluso, possa rappresentante quel ‘ponte’ che l’intero programma di ‘Territori per il reinserimento’ si propone di costruire”. A raccontare il percorso è Gianluca Misso, bibliotecario di Officine Gutenberg, impegnato in prima persona nel riassestamento delle strutture, ripercorrendo i primi mesi di attività svolti alle Novate. “Il progetto è cominciato alla fine di gennaio 2026. Quando siamo entrati in carcere sapevamo che la prima cosa da fare era una ricognizione delle biblioteche, per capire in quale stato si trovassero dopo anni di quasi completo abbandono”. Le tre biblioteche, una collocata nell’ala femminile e due nei padiglioni maschili, sono state allestite prima dell’emergenza sanitaria del 2020 grazie al progetto del Comune di Piacenza “Leggere Piace”, finanziato attraverso il bando ministeriale “Città che legge” del Centro per il libro e lettura. “L’obiettivo era quello di estendere l’accesso ai libri anche ai luoghi meno raggiunti dalla lettura, come consultori, ospedali e, appunto, il carcere” - rammenta Misso. “Il Comune aveva allestito gli spazi, individuato insieme alla direzione del carcere alcuni detenuti bibliotecari e formato queste persone sia per la gestione del prestito che per la catalogazione dei volumi; parallelamente era stata promossa anche una campagna di donazione che aveva consentito di raccogliere circa trecento libri destinati alle Novate”. L’arrivo del Covid ha però interrotto quel percorso virtuoso, causando la sospensione di tutte le attività. Quando, attraverso “Territori per il reinserimento”, è sorta nuovamente la possibilità di riattivare il servizio, il Comune ha avviato un percorso di co-progettazione, al quale ha risposto Csv Emilia, coinvolgendo appunto Officine Gutenberg, cooperativa sociale che ha esperienza pluriennale nella gestione di alcune biblioteche di comuni aderenti al Polo bibliotecario piacentino. A una prima fase di risistemazione delle biblioteche e di ripristino del catalogo dei libri durata circa tre mesi, che ha coinvolto anche i bibliotecari della Passerini Landi, ha fatto seguito la riattivazione dei servizi di prestito, gestita dai detenuti bibliotecari con il supporto degli operatori di Officine Gutenberg. Dal mese di luglio sono state avviate le prime attività di promozione della lettura all’interno della Casa Circondariale, con la partenza di due gruppi di lettura nei padiglioni maschili molto partecipati e il lancio della compagna promozionale “Un libro sospeso” , che coinvolge le librerie piacentine, dove è possibile effettuare l’acquisto di uno o più libri da donare appunto alle biblioteche del carcere. In autunno sarà inoltre avviato un laboratorio di scrittura poetica creativa secondo il metodo “Caviardage” di Tina Festa. Sempre per l’autunno, con l’arrivo dei nuovi libri raccolti, è prevista la fase di formazione dei detenuti sulla catalogazione dei libri, sempre curata dagli operatori di Officine Gutenberg. “Infine, a conclusione di questo percorso” aggiunge Misso, “sarebbe interessante poter invitare all’interno della Casa Circondariale, un autore o un’autrice di fama nazionale per la presentazione di un libro, in dialogo con i detenuti”. “Officine Gutenberg intende ringraziare la direzione, i funzionari e le funzionarie, gli educatori e le educatrici della Casa Circondariale di Piacenza, - conclude -nonché tutte gli agenti della polizia penitenziaria per la fattiva collaborazione e il sostegno al progetto di riqualificazione delle biblioteche. L’auspicio è quello di sostenere, attraverso appunto le biblioteche e le attività di promozione della lettura, una funzione rieducativa della pena che tenda a favorire per i detenuti un percorso di reinserimento sociale nell’interesse dell’intera collettività”. “Ci credo ancora”: un podcast per superare lo stigma sociale di Alessandro Pendenza gnewsonline.it, 16 agosto 2026 Dopo la prima puntata del racconto del dietro le quinte del podcast “Ci credo ancora” (https://www.gnewsonline.it/ci-credo-ancora-il-successo-di-un-podcast-speciale-1/) nella seconda puntata gNews ha raccolto le impressioni di Paola Errico dalla peculiare prospettiva di responsabile dell’Area trattamentale. La dottoressa ricorda come, quando la volontaria (nonché giornalista) Annalisa Graziano le propose questo progetto, fosse “titubante, perché non si poteva sapere se gli argomenti da affrontare fossero troppo complessi e se avrebbero riscontrato interesse nella popolazione detenuta”. Si è dovuta ricredere: “I detenuti si sono sentiti spronati da queste tematiche così significative al punto che si è avviato in loro un processo di rielaborazione identitaria e sensibilizzazione culturale”. Anche la “narrazione autentica” dell’esperienza detentiva - rileva la funzionaria giuridico-pedagogica - che ha riscontrato l’interesse del pubblico esterno al carcere, “ha favorito e favorisce il superamento dello stigma sociale e la trasforma in un patrimonio condiviso”. Per Errico questo ponte verso la società civile aiuta l’Area trattamentale dell’istituto a raggiungere i propri obiettivi: “Dare valore al tempo della detenzione”, rendendo i ristretti protagonisti di qualcosa da loro stessi realizzato. La diffusione del podcast “ha reso i detenuti-autori riconoscibili attraverso le storie che le loro voci raccontano” e li aiuta a comunicare che “non si sentono rappresentati dal reato che hanno commesso”. La direzione dell’istituto, per presentare e promuovere questa iniziativa, ha organizzato una conferenza stampa il 7 maggio scorso. In questo “momento di restituzione”, nelle parole della capoarea del trattamentale, sono intervenuti Pierpaolo D’Andria, provveditore di Puglia-Basilicata del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, e Michele de Nichilo, direttore dell’istituto. Tra i circa cento partecipanti erano presenti anche autorità civili, religiose e militari di Foggia, a conferma di come, utilizzando “l’interesse diffuso sui valori costituzionali, si sia creata una significativa sinergia tra carcere e comunità esterna”. “Ma tutto ciò - conclude Errico - non sarebbe stato possibile senza i volontari, modello di riferimento per i detenuti, e senza la collaborazione con la Polizia penitenziaria”. Lasciando la testimonianza di Annalisa Graziano alla terza e ultima puntata del racconto, gNews ha intervistato anche il comandante della Polizia penitenziaria Claudio Ronci, da due anni nell’istituto pugliese. Ronci ricorda come durante i lavori di registrazione tra i detenuti abbia notato una “partecipazione emotiva” che lo ha colpito, in particolar modo nella conferenza stampa di presentazione della prima stagione, dove, oltre alle principali istituzioni locali, hanno dato la propria testimonianza anche le “voci” del podcast. Per il comandante il cammino dei detenuti coinvolti “ha avuto un impatto positivo anche su chi non ha partecipato e non era pronto a iniziare questo tipo di percorso”. “Le iniziative che riescono ad appassionare i detenuti favoriscono il dialogo - conclude Ronci - rendendo più agevole la gestione dell’istituto nel suo complesso”. Grazie all’attività del Csv - Centro di servizio per il volontariato di Foggia, che ha sostenuto “Ci credo ancora”, la “buona notizia” della realizzazione del podcast e l’esempio di questa “buona pratica” sono state portate alla conoscenza del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e di papa Leone XIV. Il capo dello Stato ha manifestato, nella lettera di risposta inviata all’associazione di volontariato, il suo “apprezzamento” per un progetto “segno di appassionata adesione ai valori della nostra Carta fondamentale, diretta a favorire la contaminazione tra il carcere e il ‘mondo esterno’, in quanto i luoghi di detenzione non vanno intesi come una realtà chiusa e confinata, ma come parte integrante della nostra società”. Mentre il Pontefice ha voluto ringraziare, ancora per via epistolare, l’impegno dell’associazione nell’aprire “una nuova porta a chi riconosce i propri errori e desidera cambiare”. “La vita - conclude la lettera di Leone XIV - non è definita solo dagli errori commessi: c’è sempre l’opportunità di rialzarsi, di imparare e di diventare una persona nuova”. “La polizia sa dove sei e con chi”: così i social diventano la nuova scena del crimine di Filippo Conte La Stampa, 16 agosto 2026 L’esperto Alessandro Malacarne: “Software e intelligenza artificiale possono ricostruire cosa facciamo e chi frequentiamo. Ma mancano regole chiare”. Dagli screenshot ai deepfake, così la nostra vita digitale entra nei fascicoli giudiziari. Una foto su Instagram, un commento sotto un post, una conversazione su WhatsApp: gesti quotidiani che milioni di persone compiono senza pensarci. Ma cosa succede quando quegli stessi contenuti finiscono in un fascicolo giudiziario e diventano materiale per un’indagine penale? È la domanda da cui parte “Social network e giustizia penale. Scenari investigativi e probatori”, il nuovo saggio di Alessandro Malacarne pubblicato da Giappichelli nella collana “Studi sulla prova penale”. Piattaforme come Facebook, Instagram, WhatsApp, Telegram e TikTok si sono trasformate in veri e propri “ambienti esistenziali”, ed è questa pervasività a rendere urgente la domanda che il libro affronta senza sconti: quanto della nostra vita digitale può entrare nella ricostruzione giudiziaria di un fatto di reato? Perché il passaggio da contenuto pubblicato a prova utilizzabile non è affatto automatico: un post può essere cancellato, modificato, estrapolato dal contesto o condiviso in forma alterata, e la sua semplice reperibilità in rete non equivale alla sua utilizzabilità. Il volume si sviluppa su tre livelli: dall’intersezione tra piattaforme e sistema penale alle modalità con cui il materiale viene acquisito dagli “spazi sociali virtuali”, fino ai nodi ancora aperti sulla collocazione della social network evidence nel sistema probatorio. È in quello scarto, tra ciò che appare disponibile e ciò che può davvero diventare prova, che il libro trova il suo punto di maggiore interesse anche per chi non è un giurista: riguarda chiunque usi una piattaforma o uno smartphone. Ne abbiamo parlato con l’autore, dottore di ricerca in Diritto all’Università di Genova, con periodi di studio presso numerose Università e Centri di ricerca stranieri, e dal prossimo settembre profesor visitante alla Facultad de Derecho di Girona. Dottor Malacarne, quando le nostre attività quotidiane online si trasformano in potenziali “prove”? “Ci sono due prospettive. La prima è quella dell’autorità inquirente (polizia e pubblico ministero), che raccoglie informazioni molto variegate, con tecniche di indagine che cambiano a seconda dell’accessibilità del dato: un post pubblico, una conversazione privata su WhatsApp e un gruppo chiuso su Facebook non sono la stessa cosa. Il boom di queste investigazioni ha una spiegazione puramente fattuale: prima l’uomo camminava per strada, quindi l’inquirente andava a cercare informazioni per strada. Oggi passiamo gran parte della vita sui social, e lì si è capito che c’era materiale utile. Attenzione, non solo per i reati online: quelle informazioni servono anche a prevenire e contrastare i reati “analogici”, dalla rapina al furto in banca. La seconda linea riguarda il privato cittadino che acquisisce da sé un contenuto e chiede che venga usato in un processo penale. Ed è qui che entrano in gioco genuinità e volatilità: tu pubblichi un post diffamatorio, due minuti dopo lo cancelli, ma qualcuno è riuscito a fare lo screenshot. Il processo penale ha bisogno di risalire all’origine. La domanda da porsi è: vorresti essere giudicato sulla base di uno screenshot fatto da un terzo sul suo telefono? Ti fidi?” Molti pensano che se un contenuto è pubblico online sia automaticamente utilizzabile da chiunque, investigatori compresi. Perché non è così semplice? “La tecnica la chiamo “social network patrolling”, un pattugliamento virtuale delle informazioni pubblicamente disponibili: la storia Instagram di un profilo aperto, i dati di contatto su una pagina Facebook. È una tecnica potentissima, figlia di quella che un sociologo ha chiamato “vetrinizzazione sociale”: vogliamo tutti condividere quello che facciamo, e il rovescio della medaglia è che tutti possono vederlo. Con una differenza non irrilevante: mentre io posso visualizzare solo manualmente quei contenuti, la polizia lo fa con software che, sfruttando le capacità dell’intelligenza artificiale, sono capaci di raccogliere miliardi di informazioni, collegarle e restituire una mappatura generale delle mie attività: mettendo insieme i pezzi, quel software dice dov’ero, cosa stavo facendo, con chi ero. Ovunque, in Paesi diversissimi per cultura e tradizione giuridica, le corti, le autorità inquirenti e una buona parte della letteratura scientifica dicono che si è liberi di usarla perché il dato è pubblico e chi lo ha diffuso lo ha fatto volontariamente. Insomma, non c’è nessuna violazione della privacy e del diritto al rispetto della vita privata. Ma è davvero così? Le chiedo, e chiedo a tutti i lettori: è davvero la stessa cosa che un agente guardi il mio profilo una volta ogni tanto o che usi un software per sapere massivamente, senza alcun limite, tutto ciò che ho fatto, sto facendo e farò?” Il problema, quindi, è l’assenza di regole? “Sì, ed è il punto più importante. Sia chiaro, io non sostengo - e mai sosterrò - che le tecniche penali di indagine invasive non debbano poter essere utilizzate: penso l’opposto, senza il “social network patrolling” certi reati non li contrastiamo, perché di quei dati abbiamo bisogno. Il tema è che serve una regolamentazione dettagliata, perché esiste un principio di legalità processuale e probatoria. Nello Stato di diritto la regola è la libertà e la sua limitazione è l’eccezione: per questo la Costituzione italiana prevede che i diritti fondamentali della persona possano essere limitati solo nei casi e nei modi previsti dalla legge. Nella stragrande maggioranza delle nuove tecniche che esamino nel libro, invece, non c’è una legge chiara che dica cosa può fare la polizia, cosa può fare il pubblico ministero, come il giudice può utilizzare quei dati. Ma il processo penale è fatto di regole: il cittadino deve sapere e comprendere che quello che conta non è l’output, non è la condanna o l’assoluzione, è il fatto che ci si sia arrivati nel rispetto di determinate regole.” Uno screenshot può bastare come prova in un processo? “Il tema è l’integrità e l’autenticità del dato. Se oggi apri un fascicolo, di screenshot ne trovi a centinaia, e non è un fenomeno solo italiano: in Spagna, ad esempio, la Corte suprema si è pronunciata già nel 2015 proprio su alcuni screenshot che la difesa contestava come inaffidabili. C’è però l’altra faccia della medaglia: il sistema giustizia non può disporre una perizia o una consulenza tecnica per ogni singolo screenshot. La strada allora è un’altra: anziché portare lo screenshot, portiamo il telefono. Gli americani, anni or sono, parlavano di “junk science”, scienza spazzatura: noi oggi dobbiamo difenderci dalla “prova digitale spazzatura”. E il giurista non può più occuparsi solo di diritto: se non sa che le storie su Instagram spariscono dopo ventiquattro ore, che su Snapchat i contenuti si autodistruggono, che a volte il provider non li conserva e quindi non esistono più, finisce per adottare soluzioni giuridiche inadeguate, perché muovono da un presupposto tecnico errato. Ma la domanda, alla fine, resta quella di prima: vorresti essere giudicato sulla base di un’informazione così aleatoria, che nessun tecnico ha controllato?” Con i deepfake, quanto possiamo ancora fidarci di ciò che vediamo? “È in corso una guerra tra chi produce deepfake e le aziende che sviluppano software per individuarli. Alcuni falsi sono riconoscibili a occhio nudo, molti no. E allora nemmeno il giudice, che è umano come noi, riesce a riconoscerli: servono software, e questo pone un problema di costi, soprattutto per la difesa, e di parità delle armi. La falsità può essere totale, ma anche parziale, e sono i casi più insidiosi: quella pistola era rossa e io ero certo che fosse nera, avevo un coltello da cucina e non un coltello a serramanico. Si tratta di dettagli che possono incidere notevolmente sulla vicenda giudiziaria. Il rischio, però, è anche opposto: pensare che tutto sia falso perché tutto può essere falsificato. Ci sono già casi, non molti in Italia ma diversi in Spagna, in Inghilterra, negli Stati Uniti, in cui l’esperto risponde che non è in grado di stabilire se l’immagine sia autentica, oppure fornisce una percentuale di autenticità: da lì ci si sposta sul terreno della probabilità e dell’oltre ogni ragionevole dubbio. Allora mettiamoci nei panni del cittadino: sei indagato, ti arriva quell’immagine e sei convinto che sia falsa. Vorresti essere giudicato sulla base di quell’immagine o vorresti che un esperto la analizzasse?” Nel libro descrive anche la “false friend technique”, i profili falsi usati per infiltrarsi in una cerchia di contatti. È legale? “Siamo di fronte a un poliziotto che si traveste in ambiente digitale, cosa molto più semplice che nel mondo analogico: se voglio entrare in casa tua sotto mentite spoglie devo travestirmi; in rete metto una foto su un profilo creato ad hoc e ti chiedo l’amicizia. L’obiettivo è entrare nella tua cerchia ristretta: a quel punto quei contenuti sono liberamente accessibili. È una tecnica diffusissima in numerosi ordinamenti e limiti legali non ce ne sono. Ci sono profili processuali seri: il “nemo tenetur se detegere”, il diritto alla riservatezza, il fatto che si usi un inganno per ottenere informazioni che altrimenti non si otterrebbero. Anche in questo caso, numerose pronunce delle corti escludono qualunque frizione con i diritti fondamentali, atteso che l’utente ha accettato liberamente la richiesta. Certo, ma l’ha accettata sulla base di un presupposto non reale: se avessi saputo che chi mi chiedeva l’amicizia era un agente, non avrei mai accettato. E allora la domanda diventa più generale: per prevenire e contrastare i reati vale tutto? Lo Stato può ingannare il cittadino per ottenere qualunque informazione?” Quanto è diffuso il monitoraggio dei social prima ancora che scatti un’indagine, e cosa cambia per un cittadino comune? “Molto. Se ne sono accorte per prime le autorità di intelligence: la letteratura scientifica ci dice che gli agenti segreti lavorano moltissimo con informazioni open source raccolte nei social. Poi se ne sono accorte le autorità di pubblica sicurezza a fini di prevenzione che analizzano, ad esempio, tutti i post pubblicati in una determinata zona per prevenire flash mob illegali o attività criminali. E qui dico: meno male, ben venga che la polizia pattugli i social come pattuglia le strade. Il punto, di nuovo, è il come: in fase di prevenzione spesso non si indaga su una persona specifica e il rischio è scivolare in forme di sorveglianza di massa su un territorio, guarda caso in zone caratterizzate da problematiche sociali. In Belgio una legge individua le aree di raccolta dei dati con un criterio geografico: sono le periferie più disagiate. Per il cittadino entra poi in gioco il chilling effect: se so di essere sorvegliato mi limito in quello che faccio, è il panopticon. Il messaggio che passa spesso è “se non hai niente da nascondere non hai niente da temere”, ma non è vero. Quindi: continueresti a pubblicare le stesse foto, a condividere le stesse cose anche solo con i tuoi amici, a tenere gli stessi comportamenti se sapessi di poter essere teoricamente osservato senza alcun limite? Esiste un diritto a non essere permanentemente osservati?” In una frase, perché questo libro riguarda anche chi non si occupa di diritto? “Perché parla del rapporto tra i cittadini e le limitazioni delle libertà nel corso del procedimento penale, dentro una realtà nuova governata dalle piattaforme e da chi governa le piattaforme. Quelle informazioni sono conservate dai grandi provider e l’autorità inquirente ha bisogno di bussare alla loro porta: il modello in cui indaga solo lo Stato con le sue forze non è più adeguato, perché i dati sono detenuti da privati che si muovono secondo logiche economiche e non di giustizia. Servono regole a livello sovranazionale, è una cosa che l’Italia da sola non può fare. Il legislatore europeo ha cominciato a muoversi con il regolamento sulle prove elettroniche. Il diritto è sempre un passo indietro rispetto alla tecnologia: noi la stiamo rincorrendo, ma l’importante è regolamentare. Perché io, come cittadino, voglio vivere in uno Stato in cui la limitazione della libertà sia l’eccezione e, in quanto eccezione, deve essere dettagliatamente disciplinata da una legge. È la legge che garantisce la libertà”. Migranti. Da soggetti a oggetti: così ogni giorno permettiamo il tradimento della dignità umana di Mauro Armanino* Il Fatto Quotidiano, 16 agosto 2026 Deportazioni, frontiere esternalizzate, vite superflue: il tradimento silenzioso che stiamo permettendo ogni giorno. “Che è dunque successo? Questo, molto semplicemente, che eravamo i soggetti della storia e che ne siamo adesso gli oggetti”. Jean-Paul Sartre, prefazione ai “Dannati della terra”, di Frantz Fanon. Siamo nel 1961 e il libro è pubblicato qualche giorno prima della sua morte. Psichiatra, militante identificato con la causa della lotta per l’indipendenza dell’Algeria, sotto dominazione francese. Fanon di tradimenti se ne intendeva. Aveva capito e sofferto appieno cosa significhi avere la ‘pelle nera e le maschere bianche’ e cioè come la colonizzazione trasformi l’oppresso in potenziale oppressore dall’interno. Mi domandavo cos’era successo nel Paese che per una trentina d’anni ho abitato saltuariamente, tra una missione e l’altra nel Sud del mondo. Migrante, missionario, antropologo, privilegiato testimone di frontiere inventate e reali. Tornato graziato e ferito negli occhi dal dolore della vita che ho visto scorrere dall’Atlantico alla savana del Sahel, passando per le foreste della Costa. Se vogliamo ha tutto riassunto da par suo il filosofo esistenzialista Sartre. Da soggetti a oggetti della storia, tutto lì. Da possibili protagonisti degli accadimenti e le scelte nel tempo e nello spazio che chiamiamo politica, alla progressiva riduzione ad ‘oggetti’. Dunque trattati come cose, materiali da costruzione, clienti, fedeli, consumatori, carne da cannone, numeri, merce di scambio, variabile dell’economia numerica, ostaggi della paura di vivere. Abbiamo accettato di essere trasformati in oggetti e complici di aver permesso che il reale stesso si adeguasse alla narrazione dominante. Consapevoli o meno, abbiamo consentito che il mondo si dividesse in desiderabili, indesiderabili e superflui. Questi ultimi non hanno neppure il privilegio di essere sfruttati. Sono letteralmente scomparsi dal tipo di storia che la globalizzazione felice non ha mai realizzato. Ciò che accade a Ceuta o a Gaza o nel Sudan o nella Repubblica Democratica del Congo o nel Sahel lo svela senza vergogna. I tradimenti, così come i miracoli, non accadono per caso. Nascono e si sviluppano con impercettibili e quotidiane scelte di compromesso, viltà, coraggio, coerenza o distrazione. Quanto è successo nel frattempo, il drammatico slittamento da soggetti a oggetti, da persone a maschere, da protagonisti a comprimari, da cittadini a sudditi, nasce da una falsificazione. Essa trova la sua sorgente nella straordinaria dimenticanza di ciò che significa la dignità e la decenza di ogni persona umana. Espellere il destino e cioè la sacralità della vita, la spiritualità in senso lato, dal volto dell’altro è la radice di tutti i tradimenti perpetrati finora. Sarebbe difficile, altrimenti, spiegare come esternalizzare le frontiere, deportare esseri umani come fossero pacchi postali in altri Paesi: com’è vero il proverbio ‘lontano dagli occhi, lontano dal cuore’! Il nostro tradimento è quello di permettere che questo sia detto, accada, sia proposto, diventi infine scelta politica ed etica e si realizzi. Complici di questo tradimento, altrettanto imperdonabili, i Paesi Terzi. L’Albania, il Ruanda, l’Uganda e il Ghana potrebbero diventare i nuovi spazi per gli ‘indesiderabili’ da deportare lontano dalle sponde della civiltà. Anch’essi imperdonabili, svenduti per denaro, commerci e geopolitiche che li prendono ad ostaggio. Non da oggi affermo, consapevolmente, che i peggiori nemici degli africani sono gli africani stessi, pronti a vendere i propri simili per qualche dollaro in più. Questo è ciò che è successo nel frattempo e che sta succedendo sotto i nostri occhi. Eppure cambiare non sarebbe difficile. In un film del 1988, scritto e diretto da John Carpenter dal titolo ‘Essi vivono’, il protagonista ruba e prova un paio di occhiali scuri. Indossati, questi gli rivelano un mondo differente nel quale le scritte pubblicitarie affiggono ordini di obbedire, consumare e conformarsi. Allora capisce l’inganno nel quale vive! Bisognerebbe mettersi alla ricerca di questo tipo di occhiali e provarli perché solo così ci verrebbe svelata la finzione nella quale si sta consumando, a nostra insaputa, il tradimento della vita. Dice saggiamente la giornalista Francesca Mannocchi in un recente articolo di commento ai fatti di Ceuta, enclave spagnola nel Marocco: “La domanda precedente è quale idea di essere umano stia prendendo forma dentro le politiche con cui decidiamo chi può muoversi, per quale ragione e a quali condizioni”. Proprio a questo scopo servirebbe quel tipo di occhiali per i quali vendere tutto. *Missionario, dottore in antropologia culturale ed etnologia