Quattro anni di slogan e dietro le sbarre l’inferno di Valentina Stella Il Dubbio, 15 agosto 2026 Sovraffollamento, suicidi e condizioni degradanti, mentre il governo annuncia misure solo “futuribili” e comunque incapaci di ridare dignità alle carceri. Quando le forze politiche che sorreggono il governo, soprattutto Fratelli d’Italia e Lega, si ripresenteranno dinanzi agli elettori nel 2027 per chiedere nuovamente la loro fiducia potranno vantarsi “giustamente” da par loro di non aver fatto nulla per le carceri italiane. Certezza della pena e tutto chiuso. E i cittadini di destra applaudiranno. Oggi, 15 agosto, la temperatura media in Italia è di 36 gradi. Nelle nostre prigioni ne verranno percepiti 40, senza condizionatori né ventilatori a portare sollievo. Al 28 luglio 2026, si contano 64.741 persone detenute a fronte di soli 46.343 posti effettivamente disponibili, portando il tasso di affollamento reale al 139,7% (dati di Antigone). Dall’inizio dell’anno almeno 38 persone recluse si sono tolte la vita dietro le sbarre. Inascoltati i vari appelli del presidente della Repubblica Sergio Mattarella che l’anno scorso parlò di “grave e ormai insostenibile condizione di sovraffollamento” e “drammatico” numero dei suicidi ormai divenuti una “vera e propria emergenza sociale sulla quale occorre interrogarsi per porvi fine immediatamente”. Questo Esecutivo, il ministro Nordio, l’attuale Parlamento hanno deciso di ignorare le criticità dell’esecuzione penale e di porvi rimedio. Solo slogan e annunci, tutti restati su carta. Sullo sfondo la demonizzazione di amnistia e indulto, considerati un “fallimento dello Stato” dal Guardasigilli che, prima di diventare tale, invece, li condivideva. Nel 2024 con il ddl Nordio si promettevano miglioramenti grazie a una semplificazione e velocizzazione delle procedure per l’accesso alla liberazione anticipata ordinaria. Poi quella previsione fu bocciata dalla Corte Costituzionale. Nel luglio 2025 fu la volta della task force istituita a Via Arenula, sotto la guida dell’ex capo di Gabinetto, Giusy Bartolozzi, che avrebbe dovuto, grazie ad un coordinamento continuo con la magistratura di sorveglianza, prevedere misure alternative alla pena in carcere per diecimila detenuti. Si è rivelata il solito flop, come testimoniato dagli stessi giudici di sorveglianza e dalle stesse statistiche. Proprio Bartolozzi, qualche giorno fa su Facebook, nel criticare l’indagine conoscitiva sul carcere chiesta da Forza Italia, scriveva: “Per 4 anni abbiamo mappato le strutture, indagato le necessità, interloquito con tutti gli operatori, e questo per meglio calibrare una strategia di medio e lungo termine. Non si agisce senza conoscere”. Mappatura 10 - Azione 0. Per qualche settimana sempre lo scorso anno tutti gli occhi furono puntati sull’apertura del presidente del Senato Ignazio La Russa alla liberazione anticipata speciale proposta da Roberto Giachetti insieme a Nessuno Tocchi Caino, ma la sua moral suasion andò a sbattere sul niet dei parlamenti fedeli all’ex sottosegretario Andrea Delmastro e su quello dei leghisti. Quest’anno con una conferenza in pompa magna convocata a fine maggio al Ministero, Nordio e i suoi vice hanno lanciato due iniziative: il “Regolamento recante le disposizioni in materia di strutture residenziali per l’accoglienza e il reinserimento sociale dei detenuti”. Insieme alle strutture per i tossicodipendenti era stato annunciato da Via Arenula come “una bella botta” al sovraffollamento ma non sarà affatto così. La platea ipotetica che potrebbe usufruire del beneficio è tra i 2500 e i 3000 detenuti, in particolare coloro i quali possiedono i requisiti per l’accesso alle misure penali di comunità, con una pena o residuo inferiore a 4 anni, ma che non hanno appunto un domicilio. Le tempistiche? Ancora indefinite. Forse i primi effetti si vedranno all’inizio del prossimo anno. Il 30 maggio poi è scaduto il primo termine per gli enti pubblici, locali, terzo settore per presentare domanda al ministero della Giustizia al fine di essere inseriti negli elenchi delle strutture dove accogliere i detenuti. Tuttavia abbiamo chiesto a Via Arenula quante realtà abbiano fatto domanda ma il dato per ora non può essere reso noto. Durante quell’incontro con i giornalisti il ministro Nordio disse poi che nelle settimane successive a Palazzo Chigi sarebbe stato annunciato “un altro progetto”, “una rivoluzione copernicana” che avrebbe riguardato le strutture esterne per i detenuti tossicodipendenti e gli alcoldipendenti, con un potenziale sfoltimento di 10 mila ristretti. Si trattava semplicemente del ddl “Disposizioni in materia di detenzione domiciliare per il recupero dei detenuti tossicodipendenti o alcoldipendenti” approvato in via definitiva il 29 luglio. Peccato che lo stesso Dicastero ha dovuto ammettere che trattasi di “prospettiva evidentemente pluriennale”, in quanto con i 19 milioni stanziati nel 2027 potrebbero trovare posto in comunità forse 500 detenuti tossicodipendenti. E che dire del piano di edilizia penitenziaria? Il 30 luglio c’è stata la settima riunione della cabina di regia al termine della quale si è rivendicato il recupero o la realizzazione di 960 posti detentivi. L’obiettivo finale sarebbero 10 mila posti in più entro il 2027. Di questo passo saremo dinanzi all’ennesimo flop. Ma i numeri non raccontano le cimici, i topi, le zecche che infestano le nostre carceri. Tanto è vero che sette sezioni del carcere di Sollicciano sono state sequestrate, sequestro contro il quale si è opposto il governo con un ricorso poi respinto. E non dimentichiamo che in tre anni sono state accolte oltre 17 mila istanze presentate ex articolo 35-ter dell’ordinamento penitenziario a favore di detenuti che hanno subìto trattamenti inumani e degradanti in violazione dell’art. 3 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali. Il carcere non va in vacanza. I numeri di un disastro politico di Annarita Digiorgio Il Foglio, 15 agosto 2026 Tra le 190 carceri italiane, i ristretti attualmente presenti sono 64.773: un sovraffollamento rispetto ai posti disponibili del 139,5 per cento. Meloni e Nordio hanno annunciato diecimila posti in più. Ma dopo quattro anni di governo la capienza regolamentare conta appena 46 posti in più rispetto al 2022. Lo scorso 17 giugno la procura di Firenze ha sequestrato sette sezioni del carcere di Sollicciano a causa delle pessime condizioni strutturali e igienico-sanitarie della struttura. È la prima volta che in Italia avviene, e in seguito 250 detenuti sono stati trasferiti. Se tutte le procure d’Italia iniziassero a indagare e a sequestrare le carceri non idonee, chiuderebbero tutte e non ci sarebbe più posto per nessun detenuto. E, se obbligatorietà dell’azione penale esiste, non si capisce perché questo non avvenga, liberando tutti i ristretti dalle parti galere. Non è un paradosso, ma la realtà che vivono ogni giorno sessantamila detenuti, e che in questi giorni ferragostani stanno verificando parlamentari e volontari che, per tradizione pannelliana, stanno andando a visitare le carceri italiane. Le quali, dopo un breve periodo di recupero legato al Covid, sono ritornate nel pieno del sovraffollamento e della pena disumana e degradante come circoscritta dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. Tra le 190 carceri italiane, i ristretti attualmente presenti sono 64.773. Un sovraffollamento rispetto ai posti disponibili del 139,5 per cento con punte in diverse carceri del 149 per cento. Le presenze sono prevalentemente maschili fino al 95 per cento della popolazione carceraria, con 20.307 stranieri (31,5 per cento): quelli che secondo il governo Meloni dovrebbero scontare la pena nel loro paese, e invece continuiamo a rinchiudere qui. Il 15 per cento dei detenuti soffre di disturbi psichiatrici da cura (circa 6 mila persone). Inoltre, si segnalano forme diffuse di depressione e consumo di psicofarmaci. Nel 2025 si sono registrati 80 suicidi nelle carceri italiane, mentre le morti per altre cause sono state 89. Nell’anno in corso, al 30 giugno, sono 36 i suicidi e 89 le morti per altre forme. Per trovarne dati peggiori occorre risalire al triennio 2010-2013, quello che si chiuse con la condanna dell’Italia da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo per violazione dell’articolo 3 della Convenzione, la norma che proibisce la tortura e i trattamenti inumani o degradanti. All’epoca i ricorsi presentati dalle persone detenute furono circa quattromila, mentre nel solo 2025 i reclami accolti dai Tribunali di sorveglianza italiani, quelli cioè che un giudice ha esaminato e ritenuto fondati, sono stati 6.539 (il 12 per cento in più del 2024). Da allora lo Stato ha dovuto indennizzare (con un giorno di riduzione della pena ogni 10 trascorsi in cella, o con 8 euro al giorno in caso di pena già espiata) 35.710 persone per il fatto di averle detenute in condizioni degradanti. A fronte di questi dati, che testimoniano da parte del nostro paese una violazione costante e continua delle norme del diritto internazionale e della Costituzione, i governi tendono a giustificarsi con la ricerca di sicurezza. Il famoso “in galera e buttare la chiave”. A cui segue un sempre maggiore aumento delle fattispecie di reato, aggravanti, e aumenti pene. Ma tutto questo serve realmente ad aumentare la sicurezza? I dati dicono di no. Delle 63.499 persone detenute al 31 dicembre 2025 soltanto 25.921, il 40,8 per cento, erano alla prima carcerazione, mentre il 45,9 per cento era già stato detenuto da una a quattro volte, il 10,6 per cento da cinque a nove e il 2,7 per cento più di dieci. Quasi sei persone su dieci, dunque, in carcere, c’erano già state. Il Cnel aggiunge il dato che dovrebbe orientare qualsiasi politica in materia: torna a delinquere il 68,4 per cento di chi durante la detenzione non ha svolto alcuna attività lavorativa, contro il 2 per cento di chi è stato inserito in un percorso di lavoro. Un sistema penitenziario che non riesce a rispettare la legge e a costruire percorsi di reinserimento non produce sicurezza, e lo fa costando circa 3,5 miliardi l’anno. Nonostante la costruzione di nuove carceri non sia la soluzione (mentre lo sono politiche deflattive) da quando il governo in carica ha varato il nuovo piano carceri i posti disponibili anziché aumentare sono diminuiti di 537 unità. La premier Meloni e il ministro della Giustizia Nordio hanno annunciato ripetutamente diecimila posti in più. Ma dopo quattro anni di governo la capienza regolamentare conta appena 46 posti in più rispetto al 2022. Mentre ad aumentare di diecimila unità è il numero dei detenuti presenti: dai 56.225 di ottobre 2022 alla soglia odierna dei 65.009. Anche come risposta a questa situazione, il governo Meloni due mesi fa ha emanato una nuova legge “deflattiva” che fissa un principio giuridico fondamentale: i tossicodipendenti sono malati e vanno curati. Quindi devono stare in comunità e non in carcere. Un grande merito, per una destra spesso manettara e illiberale. Però, aldilà del principio giustissimo, l’intento dichiarato è lontano dall’essere messo in pratica. Dall’annuncio (anche in questo caso) di diecimila posti liberati, si è passati a una “prospettiva evidentemente pluriennale”: con i 19 milioni stanziati, forse nel 2027 potrebbero trovare posto in comunità al massimo 600 detenuti tossicodipendenti. A fronte di questo disastro alcuni deputati di Forza Italia hanno fatto approvare un’indagine conoscitiva sullo stato delle carceri. Importante presa di coscienza di parte della maggioranza. Che però ha fatto imbestialire proprio la parte più manettara di governo. A rispondere è stata Giusi Bartolozzi, ex capo di gabinetto di Carlo Nordio e oggi consigliera giuridica del ministro per gli Affari europei Tommaso Foti. Condividendo il post con cui il deputato di Forza Italia Calderone rivendicava il via libera all’indagine, Bartolozzi ha scritto: “Forse l’onorevole Calderone è passato all’opposizione e non me ne sono accorta”. Una battuta che, nella sostanza, contesta la scelta di un partito di maggioranza di chiedere un’indagine conoscitiva su un settore governato dalla stessa maggioranza. Con i risultati disastrosi sia dal punto di vista umanitario che di sicurezza che, almeno nella giornata di oggi, non si possono nascondere dietro le sbarre. Cari politici inerti di fronte all’asfissia dei reclusi: ma vi conviene, questa barbarie? di Errico Novi Il Dubbio, 15 agosto 2026 Sì, i sondaggi dicono che occuparsi di carcere non paga. Ma forse eviterebbe che la politica resti in balia dell’antipolitica. Abbiamo a che fare con l’inerzia della politica rispetto alla tragedia del carcere da decenni. Cambiano le maggioranze, non la sciagurata indifferenza. Un ministro della Giustizia tra i più apprezzabili per sensibilità alla condizione dei reclusi come Andrea Orlando rinserrò nel cassetto delle occasioni perdute la riforma da lui stesso costruita, nel 2017, con gli Stati generali. Inutile ribadire l’ostinata crudeltà dell’attuale Esecutivo e della sua maggioranza che hanno, nell’ordine: cestinato l’impeccabile legge Giachetti-Bernardini sulla liberazione anticipata; proclamato senza alcun seguito effettivo il trasferimento in comunità dei detenuti con tossicodipendenze, proposito dichiarato quasi tre anni fa dall’allora sottosegretario Andrea Delmastro, oggetto di una legge appena approvata e perfettamente inattuata; ancora, il governo Meloni e la maggioranza di centrodestra hanno disegnato un percorso per far scontare in strutture collettive i domiciliari a chi avrebbe diritto a tale misura alternativa ma resta in cella perché non ha una casa, tutto perfetto se non fosse che il progetto è partito con quasi un anno di ritardo rispetto all’annuncio e quelle pur poche migliaia di detenuti destinate a lasciare le nostre infernali galere trascorreranno il ferragosto nelle celle stracolme a 40 gradi di temperatura. Dicono: il carcere non solo non porta voti, li toglie a chi se ne occupa. Ecco cosa dissuade il premier, il ministro guardasigilli e il leader di partito che volessero dar respiro ai reclusi: gli italiani sono in profonda sintonia con l’aspirazione di Delmastro, con l’intima gioia di fronte allo spettacolo dell’asfissia, non importa se metaforica o polmonare. Dicono: la politica si adegua, si allinea alle aspettative dell’idiota collettivo, della bestia populista che s’immagina ormai prevalga tra gli elettori. Forse però la politica non capisce una cosa. Gli schieramenti, dal Pd renzian-orlandiano al centrodestra meloniano-nordiano, non capiscono che se insegui il presunto becerume del popolo sulla disumanità, di quel becerume sarai sempre schiavo. Continuerai a essere un politico asservito al becerume, e perciò privo di autorevolezza, esposto sempre e comunque al disprezzo viscerale dell’antipolitica latente, quella che, dal 1993 della retata di Mani pulite, inquina la nostra democrazia. Volete consegnarvi alla bestia feroce? Fatelo. Avrete sulla coscienza la tortura dei detenuti, e alla vostra coscienza, almeno, di questa nefandezza prima o poi dovrete dare conto. Ma non solo: perderete sempre più credibilità, perché vi lascerete schiacciare dall’aspettativa, presunta o reale, della bestia feroce, del “popolo” che presumete sia sadico. La furia dell’antipolitica vi schiaccerà per sempre. Meriterebbero, i politici di tutti i colori e di tutti gli schieramenti crudelmente inerti rispetto alla condizione d’illegalità conclamata delle nostre carceri che Marco Pannella e i radicali contestano da mezzo secolo, meriterebbero, si diceva, di vedersi infliggere un discorso simile alla lezione che il professor Bellavista di Luciano De Crescenzo infligge al guappo venuto nel negozio della figlia per esigere il pizzo: “Ma non è che fate una vita di schifo (al posto di “schifo”, De Crescenzo dice un’altra cosa, ndr)? Sì, farete pure i miliardi, ma poi vi ammazzano le mamme, le sorelle, vi fanno le vendette trasversali. Ma vi siete fatti bene i conti? Ma vi conviene?”. Ecco, forse si può parafrasare il grande Luciano e chiedere, ai politici: “Sì, forse i sondaggi dicono che davvero una quota di elettori preferisce i reclusi soffocati dai 40 gradi delle celle col water vicino al lavandino dove si puliscono le stoviglie, piuttosto che vederli restituiti con un po’ di anticipo alla società in modo che chi resta dentro respiri meglio e sia meno sollecitato a suicidarsi. Assecondate, è vero, questa presunta bestia collettiva. Ma poi perdete credibilità come istituzione, venite sorpassati a destra da Vannacci e a sinistra (?) da Conte, vi trattano sempre da “politici” secondo l’accezione cara alla Cortellesi di “Come un gatto in tangenziale”, cioè da impostori della peggior specie. Ma vi siete fatti bene i conti? Ma vi conviene? Tossicodipendenze in carcere: il bluff dei numeri di Fabio Falbo huffingtonpost.it, 15 agosto 2026 La cifra ufficiale del 32% è una vistosa sottostima burocratica, la percentuale reale di ristretti con problemi di dipendenza supera diffusamente l’80%. Chi ha una dipendenza patologica non dovrebbe stare in cella, eppure il carcere è diventato il suo più grande e fallimentare deposito. Non so se il ministero della Giustizia abbia i dati delle tante persone che non hanno una residenza e che per questo non possono accedere alle comunità terapeutiche. Chi ha una dipendenza patologica non dovrebbe stare in cella, eppure il carcere è diventato il suo più grande e fallimentare deposito. Le dipendenze non sono devianze da punire con le sbarre, ma patologie croniche e recidivanti riconosciute dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Invece, la macchina della giustizia italiana ignora la diagnosi medica e applica solo la logica custodiale, nascondendosi dietro cifre di comodo. La narrazione pubblica si culla sulla cifra ufficiale del 32% come indicatore della presenza di persone detenute con dipendenze. Si tratta di una vistosa sottostima burocratica, anche perché la realtà dei reparti detentivi fotografa una situazione drammaticamente diversa, dove la percentuale reale di ristretti con problemi di dipendenza supera diffusamente l’80%. Il dato è riscontrabile sui flussi in entrata in carcere di persone che (pur non avendo una certificazione esterna dal SerD) dichiarano di avere una o più dipendenze. Ecco perché nelle stime ufficiali queste persone non risultato. Questo divario tra statistica e realtà è ben conosciuto dal SerD interno al carcere, perché nasce da un vizio d’origine: la burocrazia conta solo chi è già “visibile” per il sistema sanitario nazionale. Chi fa ingresso in istituto senza una pregressa presa in carico da parte di un SerD, oltre a non aver mai la certificazione di dipendenza per accedere ad una Comunità terapeutica e quindi curarsi, entra in un girone dantesco: viene monitorato come persona con dipendenza e quindi gli vengono somministrati i vari farmaci, ma nella sostanza è formalmente sano. Lo stigma sociale o la paura di ripercussioni sulla propria vita impediscono a una vastissima platea di consumatori di registrarsi spontaneamente presso i servizi di cura territoriali prima di entrare in contatto con la giustizia. Una volta varcata la soglia del carcere, queste persone si scontrano con il blocco del SerD interno che, oltre ad avere le mani legate per l’attestazione dello stato di dipendenza è sotto organico, privo di risorse e schiacciato dalla esigenza di mantenere l’ordine interno, attraverso la mera somministrazione di terapie sostitutive o sedative. I servizi sanitari penitenziari non riescono ad avviare l’iter diagnostico approfondito e necessario a rilasciare ex novo una certificazione di dipendenza cronica. Il risultato è un paradosso clinico e giuridico: la patologia esiste, ma non essendo certificata per lo Stato è come se non esistesse. Senza quel foglio di via sanitario, il malato è escluso da qualsiasi misura alternativa terapeutica. Il carcere si trasforma così in un inferno di privazione, dove la cura viene negata per l’assenza di un timbro. La retorica politica evoca periodicamente piani di scarcerazione per oltre 10.000 persone detenute tossicodipendenti, ignorando i meccanismi escludenti della macchina amministrativa. La legislazione vigente crea infatti una discriminazione insostenibile basata sulla natura del titolo detentivo, la persona detenuta in stato di custodia cautelare (non ancora raggiunta da una sentenza di condanna) può accedere agli arresti domiciliari in comunità terapeutica, anche privata e non convenzionata con il Servizio Sanitario Nazionale, qualora disponga di risorse economiche proprie per sostenere i costi. Il quadro muta radicalmente qualora il medesimo soggetto sia abbia una posizione giuridica “mista”, con la coesistenza della misura cautelare in carcere e una condanna definitiva. Per espiare la pena in regime di affidamento in prova in casi speciali, la legge esige tassativamente il passaggio attraverso strutture convenzionate, i cui costi gravano sui bilanci di spesa regionali. Qui si innesca la trappola burocratica: se il malato ha validamente avviato il proprio percorso riabilitativo all’interno di una struttura privata non convenzionata durante la fase da giudicabile, l’insorgenza della condanna determina il collasso di quel percorso. Il SerD interno all’istituto penitenziario o l’ASL competente non possono convalidare la prosecuzione del programma: non si tratta di una valutazione clinica sul successo della terapia, ma di un mero blocco contabile. Il capitolato di spesa pubblica vieta infatti l’erogazione di fondi a favore di soggetti privati non accreditati: davanti al conflitto tra il diritto alla salute e la rigidità dei capitoli di bilancio, la burocrazia sceglie la contabilità. La persona detenuta viene strappata dal nucleo terapeutico e ricondotta in cella, interrompendo un processo di recupero e alimentando la certezza della recidiva. La sbandierata finalità rieducativa della pena soccombe sotto il peso di un timbro mancante e di una spesa non prevista. Questa può essere definito un placebo di Stato, anche perché i SerD interni agli istituti di pena non operano come centri di cura come avviene in una Comunità terapeutica, ma come “ammortizzatori sociali di cella”, schiacciati da carenze d’organico strutturali, i servizi interni si sono convertiti in distributori di massa di terapie sostitutive (metadone e suboxone) e di psicofarmaci. Questa pratica risponde a una logica di contenimento, non di guarigione: l’uso massiccio della farmacoterapia sostitutiva in cella serve a mantenere l’ordine interno, sedando l’ansia, l’astinenza e l’aggressività che il sovraffollamento e l’isolamento amplificano. In poche parole è il “placebo di Stato”: si cura il sintomo per evitare le reazioni, ma si lascia la patologia intatta. Quando la persona detenuta termina di espiare la pena, viene restituita alla società con dei gravi danni causati dall’uso ed abuso di questi farmaci, esattamente con la fragilità cronica con cui è entrato, se non peggiore. La recidiva è la conseguenza matematica e logica di questo bluff. Per fermare questo tritacarne che calpesta la salute, servono a mio parere quattro interventi chirurgici immediati sulla prassi amministrativa e sul dettato normativo: 1. Equiparazione dei titoli giuridici: il percorso terapeutico iniziato validamente da un cittadino sottoposto a misura cautelare in una struttura privata non convenzionata deve poter proseguire senza interruzioni anche in presenza di una condanna definitiva esistente o sopravvenuto. Il diritto alla salute e la continuità terapeutica devono prevalere sulle barriere contabili. 2. “Budget di Salute” interregionali: È necessaria l’istituzione di un Fondo Nazionale unico per la Sanità penitenziaria e la riabilitazione, svincolato dai singoli bilanci regionali, questo fondo deve finanziare direttamente i budget di salute individuali, permettendo di accreditare e pagare la retta anche a strutture private non convenzionate per tutelare la prosecuzione del programma. 3. Presunzione di dipendenza: Se una persona detenuta fa ingresso in carcere dichiarando una dipendenza e manifestando evidenti sintomi clinici, deve scattare una “presunzione legale di dipendenza”. Il SerD) interno deve essere obbligato a rilasciare una certificazione provvisoria entro 7 giorni, valida per richiedere l’affidamento in prova esterno. La mancanza di iscrizione ai SerD territoriali pregressi non può essere una condanna all’invisibilità.; 4. Il SerD territoriale dentro le sezioni: I medici e gli psicologi dei SerD territoriali esterni devono avere libero accesso ai reparti con scadenze fisse per mapparne le reali patologie e strutturare il passaggio immediato verso l’esterno. Il carcere deve limitarsi a essere la stazione di transito sanitario, mai il luogo della finta cura. E qui vi è l’appello finale al Ministro della Giustizia Nordio, perché c’è un ultimo scenario emerso dalla ricerca sul campo, un paradosso estremo che chiude il cerchio di questa ingiustizia e che mette a nudo la falsità dei proclami politici. Parliamo del caso di un malato di dipendenza che non ha mai messo piede in una comunità, ma che - conscio della propria patologia - riesce a ottenere l’autorizzazione da parte di un Magistrato per andarsi a curare presso una struttura privata non convenzionata. Anche se questa persona ha titolo per uscire, l’uscita viene bloccata dal momento in cui la condanna diventa definitiva. Il SerD interno all’istituto si rifiuta categoricamente di disporre il trasferimento del malato verso quella specifica struttura privata non convenzionata. Il motivo? Sempre lo stesso: le linee di spesa sanitaria pubblica non prevedono quel tipo di destinazione. Il potere esecutivo e sanitario scavalca e annulla il potere giudiziario, stracciando un provvedimento di cura legittimo in nome del risparmio, ammesso che ci sia un qualche risparmio, perché secondo me è il contrario. Non so se il ministro della Giustizia o i vertici dell’Amministrazione penitenziaria siano a conoscenza dei risultati di questa indagine sul campo, ma la realtà dei fatti demolisce i loro presunti piani di scarcerazione per 10.000 malati. Se una persona detenuta non può uscire nemmeno quando ha l’autorizzazione di un giudice, l’intero impianto normativo si rivela un’enorme finzione. Migliorare è possibile, ma richiede il coraggio di una svolta radicale: lo Stato deve riconoscere che un provvedimento giudiziario di cura non può essere subordinato a un capitolato di spesa dell’Asl. Se la politica vuole davvero fare sicurezza e rispettare l’Articolo 27 della Costituzione, deve firmare un decreto immediato che imponga ai SerD il rispetto assoluto delle autorizzazioni dei magistrati, sbloccando i fondi straordinari per le strutture private, altrimenti, continueremo a finanziare un sistema che preferisce mantenere le celle piene di malati anziché investire sulla loro guarigione. Il Partito Radicale torna nelle carceri per denunciare il sovraffollamento di Giovanni M. Jacobazzi Il Riformista, 15 agosto 2026 Questa mattina il Partito Radicale tornerà nelle carceri per la tradizionale giornata di visite di Ferragosto. Un appuntamento che quest’anno arriva con numeri esplosivi: oltre 65mila detenuti, meno di 47mila posti effettivamente disponibili e un tasso di sovraffollamento che, secondo i dati diffusi recentemente da Franco Insardà sul Dubbio, ha superato il 140%. In 9 istituti si va addirittura oltre il 200%. La scorsa settimana, l’Ufficio di presidenza della Commissione Giustizia della Camera ha avviato, su richiesta di Forza Italia, l’iter per un’indagine conoscitiva sul sistema penitenziario. A promuoverla sono stati Enrico Costa, capogruppo degli azzurri, Davide Bellomo, Tommaso Calderone e Pietro Pittalis. L’obiettivo è acquisire dati certi su sovraffollamento, edilizia carceraria, modalità di espiazione della pena, suicidi e condizioni di lavoro della Polizia penitenziaria. Nel 2025, secondo un report di Antigone, sono stati 6.539 i provvedimenti favorevoli dei Tribunali di sorveglianza per condizioni detentive ritenute lesive dei diritti. Il sovraffollamento incide sulle condizioni di vita dei detenuti, ma anche sul lavoro degli agenti, costretti a operare spesso sotto organico e in strutture dove aumentano tensioni, aggressioni e difficoltà nella gestione quotidiana. Una quota rilevante della popolazione carceraria, peraltro, è composta da persone che potrebbe essere seguita, almeno in parte, attraverso percorsi alternativi alla detenzione. Il caso delle persone tossicodipendenti è emblematico: circa 10mila detenuti potrebbero teoricamente essere indirizzati verso percorsi diversi dal carcere. In questo scenario torna anche la proposta di Roberto Giachetti sulla liberazione anticipata speciale. È dal 2022 che il deputato di Italia Viva insiste su un intervento temporaneo capace di ridurre la pressione sugli istituti. La proposta sembrava vicina all’approvazione, ma poi, causa veti incrociati, si è fermata. I problemi del carcere non possono essere risolti soltanto annunciando nuove strutture. Servono certamente nuovi posti, ma costruire carceri richiede anni. Il governo ha scelto in questi anni di intervenire soprattutto sul versante della sicurezza e dell’inasprimento di alcune risposte penali. Una scelta legittima, ma che produce inevitabilmente effetti sulla popolazione carceraria. Se aumentano gli ingressi e contemporaneamente non crescono i posti disponibili, il risultato è matematico: il sovraffollamento aumenta. Per questo la critica che viene rivolta a Carlo Nordio non riguarda la necessità di essere severi con chi commette reati ma la capacità di governare le conseguenze delle proprie scelte. La certezza della pena non coincide con la certezza del sovraffollamento. La sicurezza non può essere separata dalle condizioni nelle quali la pena viene eseguita. La battaglia radicale, nel solco di Marco Pannella, continua da decenni. Ma questa volta c’è anche un pezzo di Parlamento che prova a misurare il problema. L’indagine chiesta da Costa può servire proprio a questo: fotografare il sistema e verificare che cosa sia stato fatto e che cosa sia rimasto sulla carta. La grande lezione di Pannella e quel rito vuoto del red carpet di Valter Vecellio Il Dubbio, 15 agosto 2026 Estate 1976: Marco Pannella e altri tre radicali (Emma Bonino, Adele Faccio, Mauro Mellini) da qualche settimana sono deputati. Pannella, che da sempre “predica” il rispetto rigoroso della “regola”, impone che si studi in modo scientifico il regolamento della Camera, diritti prerogative e doveri di un parlamentare. Si “scopre” che deputati e senatori, sol che lo vogliano, possono effettuare visite ispettive, senza preavviso, nelle carceri. Detto fatto. Da allora Pannella, e con lui un po’ tutti i parlamentari radicali, sono come di casa negli istituti di pena. Lunghe, minuziose visite, cella per cella. Colloqui, quando li accettano, con detenuti, poco importa se “eccellenti” o cosiddetti “ladri di polli”: i loro sfoghi, lamentele, recriminazioni, sogni, speranze… Non solo i detenuti: Pannella conia l’espressione “detenuti e detenenti”; si intrattiene con gli agenti della polizia penitenziaria, è consapevole del loro duro e ingrato lavoro; e con l’intera comunità penitenziaria: i direttori, gli operatori a vario livello, i volontari, i cappellani. Deve partecipare a un convegno, a una manifestazione in questa o quella città? Immancabilmente trova il modo se non di cominciare, di concludere la giornata in carcere. Le “ispeziona” con cura; della dignità nella e della reclusione fa una questione centrale della sua attività. I detenuti lo capiscono, lo accolgono festosamente; i “secondini” rispettano la coerenza e la passione con la quale denuncia che guardie carcerarie e reclusi patiscono la stessa pena, vittime dell’illegalità in cui si trovano le carceri. Tutte, chi più chi meno. Ed è un errore, definirla “emergenza”. La situazione si trascina da sempre. È un dato strutturale, di “sistema”. Per Pannella e il Partito Radicale diventa “normale” trascorrere in cella Natali, Capodanni, Pasque, Ferragosti e ogni altra festa comandata… Mentre gli altri politici trascorrono i giorni di riposo in sofisticate ed esclusive località turistiche, lui denuncia “la flagranza di reato di Stato delle carceri”, si fa portavoce di persone che “sono sull’orlo giustificatissimo della disperazione e della rabbia, e si rivelano capaci invece di corrispondere un attimo di visita con un’emozione profonda. Persone che cominciano non tanto a sperare, ma a essere speranza per quelli che stanno fuori”. All’inizio lo guardano con sufficienza, gli riservano la benevola indifferenza che si riserva al grullo del villaggio. Poi, scatta qualcosa: quella “stravaganza” non è poi così stravagante. La parola e l’esempio pannelliano cominciano a fare “scuola”. Da qualche anno le “visite” in carcere non sono solo appannaggio e “cifra” del Partito Radicale (che pure continua a organizzarle). Soprattutto nei giorni della festa, parlamentari, consiglieri regionali, sindaci, avvocati si organizzano in delegazione e per qualche ora entrano in carcere; poi riferiscono quello che hanno visto, sentito, capito; spiegano quello che occorre fare. Toccano con mano quelle situazioni che “Antigone” mese dopo mese documenta con puntuali e completi dossier sulla situazione delle carceri. Positiva questa crescita di conoscenza e consapevolezza, anche se - non bisogna nasconderselo - il rischio è che queste “visite” si trasformino sempre più in qualcosa simile alla statua del Santo patrono annualmente esibita; poi, finita la festa, torna a far polvere in soffitta. Occorre insomma, scongiurare l’abitudine, la ritualità, la “passerella”. Non è un red carpet, la “visita” in carcere. La comunità penitenziaria chiede la disponibilità all’ascolto, e che alle promesse corrispondano, una volta usciti, concrete proposte operative. Se la comunità penitenziaria, come diceva Pannella, è fonte di “speranza per quelli che stanno fuori”, anche quelli che stanno “fuori” devono esserlo per chi sta “dentro”. È una grossa e gravosa responsabilità, quella che ci si assume, con le “visite” in carcere. Una proposta per uscire dal rito viene dai radicali di Bologna: dopo aver “visitato” il carcere della Dozza si sono appellati al sindaco Matteo Lepore perché organizzi in carcere un consiglio comunale straordinario. Perché l’Anci, l’associazione dei comuni italiani, non rivolge un invito in questo senso? In ogni città dove c’è un carcere, una seduta del consiglio comunale. Anno 1983: concerto, al Palasport di Reggio Emilia, di Francesco Guccini e Pierangelo Bertoli. Per esprimere sostegno ai detenuti di Nuoro in sciopero della fame, con il sostegno del cappellano del carcere Salvatore Bussu, contro le dure condizioni di permanenza applicate nella struttura carceraria. Tra loro anche dei brigatisti rossi, Franco Bonisoli, Alberto Franceschini, Roberto Ognibene, che questa volta scoprono la nonviolenza: sono ristretti nella sezione di massima sicurezza, chiedono un trattamento che, pur nella durezza del regime detentivo, rispetti la dignità umana. Cantanti e artisti mobilitati perché le carceri italiane escano dallo stato di flagrante illegalità in cui si trovano; sarebbe cosa bella, giusta e buona, no? Il Viminale: “Reati in calo”. Ma allora perché si continuano ad adottare misure securitarie? di Franco Insardà Il Dubbio, 15 agosto 2026 Se i dati sono questi, la domanda è inevitabile: che senso ha continuare a restringere gli spazi di libertà, ricorrere a misure preventive per le manifestazioni, ampliare le zone rosse e moltiplicare gli strumenti securitari se proprio il ministero dell’Interno certifica che l’Italia è oggi più sicura? Il punto di partenza è il dossier sulla sicurezza del Viminale, che il ministro Matteo Piantedosi presenta con una scelta precisa: “raccontare la sicurezza in Italia partendo dai numeri”. E i numeri raccontano una realtà difficilmente compatibile con una rappresentazione permanente dell’emergenza. Nel primo semestre del 2026 i delitti complessivi sono passati da 1.186.268 a 1.068.240, con una diminuzione del 10 per cento rispetto allo stesso periodo del 2025. Un calo generalizzato, che riguarda praticamente tutte le principali categorie di reato. Gli omicidi volontari sono scesi da 163 a 138 (-15,3 per cento); i furti da 493.975 a 437.800 (-11,4 per cento); le rapine da 14.275 a 12.515 (-12,3 per cento); le violenze sessuali da 3.384 a 3.142 (-7,1 per cento); truffe e frodi informatiche da 152.012 a 137.529 (-9,5 per cento). Ancora più marcata la diminuzione degli omicidi con vittime donne e dei femminicidi: da 54 nel primo semestre 2025 a 34 nello stesso periodo del 2026, con una riduzione del 37 per cento. Nel 2026 sono state 26 le vittime di omicidio volontario e 8 quelle di femminicidio, reato introdotto il 17 dicembre 2025. Sono numeri che lo stesso ministro utilizza per rivendicare l’efficacia delle politiche del governo. “I dati confermano un calo generalizzato dei reati”, scrive Piantedosi, sottolineando che diminuiscono “tutti i delitti a maggior allarme sociale”. Ma proprio questa fotografia pone una questione politica: se la criminalità arretra in maniera così generalizzata, perché la risposta dovrebbe essere ancora quella di comprimere ulteriormente le libertà? Il dossier rivendica il potenziamento delle attività investigative e dei sequestri di beni alla criminalità organizzata, oltre alle azioni di prevenzione e contrasto del terrorismo e della radicalizzazione. È un lavoro che deve essere fatto e che va riconosciuto alle Forze di polizia. Ma proprio perché il ministro parla di risultati concreti e di un’Italia che “si conferma come uno dei luoghi più sicuri al mondo”, la discussione dovrebbe spostarsi dalla quantità delle misure alla loro effettiva necessità. La questione diventa ancora più evidente quando si parla di manifestazioni. Piantedosi sostiene che le Forze di polizia garantiscono “con equilibrio e professionalità, il diritto di manifestare”, denunciando al tempo stesso le aggressioni dei “violenti e professionisti del disordine”. La distinzione dovrebbe essere netta: chi aggredisce, devasta o commette reati deve essere perseguito. Ma il diritto di manifestare pacificamente non può essere sottoposto a una logica di sospetto generalizzato. La prevenzione non può trasformarsi nella punizione anticipata di chi non ha commesso alcun reato. E a proposito di immigrazione il dossier sottolinea il “crollo” degli sbarchi di migranti irregolari e il raddoppio dei rimpatri, indicandoli come una delle dimostrazioni dell’efficacia delle politiche del governo Meloni. Ma anche in questo caso occorre separare due questioni che troppo spesso vengono sovrapposte: immigrazione irregolare e criminalità.Il controllo delle frontiere, la lotta ai trafficanti, gli ingressi regolari, l’identificazione e i rimpatri sono questioni di governo dei flussi migratori. La criminalità è un’altra cosa. E i numeri complessivi del dossier non mostrano un Paese nel quale l’immigrazione stia producendo una crescita generalizzata dei reati. Mostrano, al contrario, un arretramento della criminalità nel suo complesso. Questo non significa negare che esistano reati commessi da stranieri o problemi connessi all’immigrazione irregolare. Significa contestare l’equazione automatica fra immigrato e pericolo. Se i delitti complessivi diminuiscono del 10 per cento, gli omicidi del 15,3, i furti dell’11,4, le rapine del 12,3 e le violenze sessuali del 7,1 per cento, i dati non possono essere utilizzati per sostenere l’esistenza di un generico “pericolo immigrati”. Anzi, è lo stesso quadro del Viminale a raccontare un’Italia nella quale gli indicatori fondamentali della criminalità sono in discesa. Piantedosi rivendica anche il rafforzamento degli organici: parla del “più imponente piano di assunzioni delle Forze di polizia mai realizzato negli ultimi anni”, con l’obiettivo non solo di coprire il turnover ma di lasciare “più operatori di quanti ne abbiamo trovati, più giovani e più motivati”. Il punto, allora, non è mettere sicurezza e libertà una contro l’altra. È capire quando una limitazione della libertà sia realmente indispensabile per garantire sicurezza. Piantedosi scrive, nella presentazione del dossier, che “la sicurezza è la precondizione di ogni libertà personale”. È una frase che contiene una verità fondamentale. Ma proprio per questo dovrebbe valere anche il principio inverso: una libertà non può essere compressa senza una necessità concreta, proporzionata e dimostrabile. I numeri del primo semestre 2026 impongono dunque una riflessione. Se il governo sostiene che le proprie politiche funzionano, se i reati diminuiscono, se gli sbarchi irregolari crollano, se i rimpatri raddoppiano, se il controllo del territorio viene rafforzato e se l’Italia viene descritta dallo stesso ministro come “uno dei luoghi più sicuri al mondo”, allora forse è arrivato il momento di chiedersi se servano ancora tutte le restrizioni introdotte in nome dell’emergenza. La vera forza dello Stato non è controllare tutto e tutti: è garantire sicurezza senza sacrificare ciò che quella sicurezza dovrebbe proteggere. Reati in calo e non solo: come giustificare le derive securitarie? di Claudio Cerasa Il Foglio, 15 agosto 2026 La sicurezza va bene, lo dicono i dati. Senza lagne o allarmi. Perché le buone notizie su questo tema imbarazzano opposizione e governo. Le buone notizie, lo sappiamo, spesso tendono a spiazzare, a sorprendere, a creare imbarazzo e quando un osservatore, un politico, un intellettuale si ritrova di fronte a un numero non negativo che riguarda il proprio paese cerca in tutti i modi di andare avanti con la lettura dei dossier, delle tabelle, dei trend per cercare conforto in qualche altro numero che gli permetta di continuare a cullarsi, come sempre, nella dolce, confortante, rassicurante e amatissima lagna. Ci sono casi in cui le buone notizie, in politica, mettono in imbarazzo chi si trova all’opposizione. Ci sono casi in cui le buone notizie, in politica, mettono in imbarazzo chi si trova al governo. Ci sono casi, come quelli di oggi, in cui le buone notizie, in politica, riescono a mettere in imbarazzo tutti: follower della maggioranza, follower dell’opposizione. Le buone notizie di cui vale la pena parlare oggi sono quelle che verranno presentate, come di consueto a Ferragosto, dal ministro dell’Interno e sono notizie che hanno a che fare con un bene prezioso chiamato sicurezza. I numeri sono eccellenti. Nel primo semestre del 2026, i reati sono calati del dieci per cento. Meno 15,3 per cento gli omicidi volontari, meno 11,4 per cento i furti, meno 12,3 per cento le rapine, meno 7,1 per cento le violenze sessuali. Il dato in questione è un problema da maneggiare con cura per l’opposizione, la cui retorica finalizzata a dimostrare che l’Italia sia meno sicura con il governo Meloni non trova alcun riscontro nella realtà (nella serie operativa del Viminale gli omicidi erano 328 nel 2022, 335 nel 2023, sostanzialmente stabili nel 2024, nel 2025 precipitano a 286, -15 per cento, il minimo dell’ultimo decennio, e nel primo semestre 2026 si passa ancora da 163 a 138, -15,3 per cento). Ma il dato in questione è paradossalmente difficile da maneggiare anche a destra, perché il fatto che vi sia un’Italia molto più sicura rispetto a come la racconta spesso la destra è una piccola bomba a orologeria sotto l’impalcatura che accompagna da anni i suoi provvedimenti sulla sicurezza: l’Italia è insicura, ci sono troppi guai, troppi reati, troppi disastri, troppi pericoli, e in virtù di tutti questi problemi occorrono delle strette, dei nuovi reati, dei nuovi aumenti di pena, delle nuove forzature securitarie, dei nuovi decreti sicurezza. I dati offerti dal Viminale dimostrano in modo inequivocabile che l’insicurezza in Italia è frutto in buona parte di una psicosi che la sinistra alimenta, dall’opposizione, e la destra non riesce a governare, dal governo, perché abituata a rispondere alle domande sulla sicurezza facendo leva, da sempre, più sulla sicurezza percepita che su quella reale, e non ci vuole molto a capire, come abbiamo già scritto su queste colonne, che se educhi gli elettori a considerare i parametri della sicurezza percepita come gli unici da considerare quando si parla di sicurezza non potrai che governare facendo leva più sui dati percepiti che su quelli reali. Si potrebbe obiettare che la diminuzione dei reati dipende proprio dalla stretta sulla sicurezza fatta dal governo ma se si allarga l’inquadratura si noterà, compulsando i trend dei reati, che la riduzione di molti reati è una tendenza strutturale di lungo periodo che riguarda da anni l’Italia. Esempi: dal 2013 al 2019, i delitti denunciati passarono da circa 2,9 milioni a 2,302 milioni, -20 per cento in sei anni. Ma neppure l’opposizione può cavarsela dicendo che il -10 per cento del 2026 sia semplicemente la prosecuzione di un trend che andava avanti da sempre. Non è così. Dopo il Covid i reati erano tornati a crescere e la crescita era proseguita fino al 2024. L’inversione recente comincia nel 2025, quando i reati diminuiscono dell’1,8 per cento, e accelera fortemente nel primo semestre del 2026. Il governo non può dunque intestarsi il grande declino storico della criminalità italiana, cominciato molto prima di Meloni, ma l’opposizione non può fingere che l’inversione registrata negli ultimi diciotto mesi non esista. Un secondo dato che mette in difficoltà i pifferai del catastrofismo è un dato che riguarda un tema molto delicato: i femminicidi. Nel 2022 le donne assassinate sono state 130, nel 2023 120 secondo la serie del Viminale, nel 2024 118, nel 2025 sono state 97. Numeri ancora molto alti, ma numeri che indicano una verità che in pochi hanno il coraggio di esplicitare: in meno di tre anni le donne uccise sono diminuite di circa un quarto. Stabilire quanto abbiano inciso campagne di sensibilizzazione, politiche attive, prevenzione, norme e politiche pubbliche è più difficile, ma il dato resta. Qui e di seguito usiamo la parola femminicidi nel significato corrente, sapendo che la nuova fattispecie penale è entrata in vigore soltanto alla fine del 2025 e che le serie precedenti non sono perfettamente sovrapponibili. Nel primo semestre 2026 il dossier presentato oggi dal Viminale offrirà un altro numero importante: le vittime continuano a essere tante, 34, ma sono il 37 per cento in meno dello scorso anno, quando dopo sei mesi erano 54. Parlare dei risultati della lotta contro i femminicidi è sconveniente perché offrire i dati, per qualcuno, significa voler minimizzare, far abbassare la soglia dell’attenzione, normalizzare, quando è evidente che mostrare trend in miglioramento può avere anche un altro effetto: dimostrare che qualcosa può cambiare. Un discorso simile, in fondo, si può fare per un altro dato interessante offerto dal dossier del Viminale, che riguarda gli sbarchi. Sul contenimento dell’immigrazione irregolare, il governo di centrodestra può rivendicare risultati altalenanti. Il primo anno pienamente gestito dal governo Meloni è il 2023, quando vi è stato un boom di arrivi: +50 per cento sul 2022, da 105 mila a 158 mila. Dopo il disastro del 2023, però, qualcosa cambia davvero. Gli sbarchi scendono da 157.651 a 66.617 nel 2024, -58 per cento. Restano praticamente uguali nel 2025, 66.316. E nel primo semestre 2026 precipitano ancora da 30.060 a 14.388, -52,1 per cento. Il dossier del Viminale attribuisce parte del risultato alla cooperazione con Libia e Tunisia e contabilizza 275.463 partenze bloccate dal 2023 al giugno 2026. Il tema è evidente. Se la sinistra, come ha fatto quando Sánchez ha offerto dati sui rimpatri migliori per la Spagna rispetto a quelli dell’Italia, vuole rimproverare il governo di centrodestra per essere stato poco efficace dovrebbe avere il coraggio di dire quello che non ha la forza di dire: sugli immigrati irregolari bisogna essere più duri. Se la destra volesse invece trarre qualche lezione da ciò che è successo in questi anni con l’immigrazione irregolare dovrebbe avere il coraggio di ammettere che gli sbarchi non seguono una tendenza secolare, come gli omicidi, ma sono volatili, dipendono da molti fattori, dalle rotte, dalla situazione nordafricana, dagli accordi con i paesi di transito, dalla capacità delle autorità locali di impedire le partenze e dagli spostamenti verso altre rotte mediterranee (nota a margine: il Viminale ricorda che nel primo semestre 2026 i rimpatri sono stati 4.432: +34,3 per cento, ma i numeri vanno contestualizzati: nel 2018 i rimpatri forzati furono 6.820, nel 2019 7.054, nel 2025 il dossier indica 6.772 rimpatri totali, numeri buoni ma non migliori rispetto a quelli già registrati nel passato). Le buone notizie, lo sappiamo, spesso spiazzano, spaventano, ci colgono impreparati, e le buone notizie in questi mesi hanno spiazzato anche la destra di governo, quando si è ritrovata a fare i conti con notizie positive che si sono verificate grazie all’utilizzo di strumenti che la destra ha sempre combattuto (gli incassi record registrati dallo stato grazie alla lotta contro l’evasione fiscale sono arrivati grazie alla diffusione capillare dei tracciamenti digitali dei pagamenti, che la destra ha sempre demonizzato, prima di arrivare al governo e farli propri). Ma se una buona notizia spiazza, spaventa, crea disagio, piuttosto che nasconderla, anche a costo di essere disorientati, quella notizia merita di essere studiata, capita, analizzata, e se avrà l’effetto di mettere in discussione le proprie certezze meglio ancora. Le buone notizie esistono, anche se spaventano, e per provare a occuparsi un po’ meno di percepito e un po’ più di reale bisogna prima o poi rassegnarsi a considerare come notizie degne di essere pubblicate in rilievo non solo le confortanti cattive notizie ma anche le disorientanti e formidabili buone notizie, nella consapevolezza che oggi i pessimisti, come suggerito da Giuliano Ferrara, non sono ottimisti che si sono informati ma sono, spesso, pessimisti male informati, a volte anche dai propri follower. Barbagli: “Numeri incompleti, mancano quelli che provocano il nostro senso di insicurezza” di Alessandra Ziniti La Repubblica, 15 agosto 2026 Il sociologo: “L’unico punto fermo è che diminuiscono delitti e femminicidi. Ma accade da anni e non è merito di Meloni”. Marzio Barbagli, da sociologo lei ha anche collaborato negli anni scorsi con il ministero dell’Interno per l’elaborazione di alcuni dossier relativi ai reati e alla sicurezza. Ma davvero l’Italia oggi è uno dei Paesi più sicuri al mondo? “Bastasse un dossier come questo saremmo ovviamente tutti contenti, ma non è così. Questi rapporti io li studio da anni. Il Viminale confronta il primo semestre dell’anno con quello precedente. Questo sistema non va bene, è inadeguato”. Dunque, questa rappresentazione dell’Italia sicura è falsata? Ci spieghi meglio? “Per capire cosa sta succedendo davvero nel nostro Paese non basta conteggiare i reati, occorre avere serie storiche di breve o lungo periodo e qui non c’è nulla di tutto questo. L’unico dato che è un punto fermo è quello degli omicidi e dei femminicidi, che sono in calo, ma lo sono da lunghissimo periodo. Diciamo dal 1992. Ma questo non è certo merito delle politiche di questo governo ma semmai di una trasformazione sociale e non incide sulla percezione di sicurezza”. Da dove nasce allora la percezione di insicurezza diffusa tra i cittadini italiani? “I crimini che fanno paura alla gente nel quotidiano sono altri e qui non li troviamo: sono i borseggi, le rapine in casa, le aggressioni, i furti in strada. Il Viminale ci parla di una generica diminuzione dei furti ma non ci dà né una serie storica né dati disaggregati. Questi reati hanno sempre andamenti oscillanti ma oggi siamo ancora in una fase di tassi ben più alti rispetto a quelli degli anni Sessanta”. E poi c’è la grande contraddizione: se non c’è un’emergenza immigrazione, se tutti i reati sono in forte calo, come si giustifica il continuo ricorso da parte di questo governo alla decretazione d’urgenza proprio in materia di sicurezza? “Il governo fa il governo, fa parte del gioco. I media amplificano il senso di insicurezza diffuso delle persone, i fatti di cronaca che destano allarme sociale, dai flussi migratori alle manifestazioni di piazza, dai femminicidi alle risse nei luoghi della movida e tira acqua al suo mulino proponendo provvedimenti d’urgenza anche se sembra evidente che i dati non determinano urgenza. Ma poi, scorrendo questo report, balza agli occhi che, ad esempio, mancano due capitoli sui quali la cittadinanza è assai sensibile: i reati ascrivibili agli immigrati e quelli che vedono protagonisti minori, che siano maranza o no”. Ai dati sull’immigrazione il dossier dà grande risalto come prova dell’efficacia delle politiche di contenimento dei flussi... “Gli immigrati vengono percepiti come un problema per la sicurezza, da anni il dibattito politico mira alla pancia della gente così come i provvedimenti di legge. Ma qui si dice soltanto: siamo bravi perché ne facciamo entrare di meno e ne espelliamo di più, ma non ci dicono se abbiamo fatto passi avanti per evitare la commissione di reati da parte dei migranti, così come nulla si dice sulla preoccupante realtà della criminalità minorile, altro punto debole nella percezione di insicurezza soprattutto nelle grandi città”. Si può intervenire sull’eccesso colposo di legittima difesa ma non sull’omicidio di Alessandro Parrotta* Il Dubbio, 15 agosto 2026 Il vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, l’Avvocato Fabio Pinelli, ha scelto una posizione che merita di essere condivisa integralmente: da un lato l’adesione alle parole del Capo dello Stato che alla cerimonia del Ventaglio del 30 luglio ha ammonito che le regole della legge non possono adattarsi ai comportamenti individuali e occasionali, pena l’abdicazione dello Stato; dall’altro il rilievo che il codice penale è vecchio e va adeguato. Non è una contraddizione ma la sintesi più onesta e lucida dei commenti che il caso Roggero ha sollevato. Su questo terreno mi ero già espresso proprio su queste pagine il 18 luglio 2025, esaminando l’entrata in vigore del decreto sicurezza; osservavo che il legislatore aveva mancato l’occasione di riscrivere in termini equilibrati e costituzionalmente sostenibili la disciplina della difesa legittima e mettevo in guardia dal rischio opposto: che la difesa legittima si trasformasse in principio assoluto, accentuando il conflitto tra sicurezza soggettiva e legalità penale. Un anno dopo quel rischio è diventato programma politico. Conviene ricordare il dato tecnico. La condanna definitiva di Mario Roggero, quattordici anni e nove mesi confermati in Cassazione, non è caduta sul terreno della proporzione ma su quello dell’attualità del pericolo: i colpi furono esplosi contro persone ormai in fuga, fuori dal negozio. Né la riforma del 2006 né la legge 26 aprile 2019, n. 36 avrebbero condotto a esito diverso, perché entrambe hanno lasciato intatto il requisito dell’attualità dell’offesa; e lo stesso Capo dello Stato, promulgando quella legge, lo aveva scritto in una lettera di osservazioni alle Camere che invito a rileggere. Estendere la scriminante oltre quel confine non significa proteggere meglio la vittima: significa legittimare la ritorsione privata. Il confronto europeo è istruttivo perché nessun ordinamento maturo ha risolto il problema abolendo l’attualità. La Germania conosce al § 32 StGB una difesa più larga della nostra: non richiede proporzionalità in senso stretto ma solo che la reazione sia necessaria, cioè il mezzo più mite fra quelli idonei, e non abusiva. Il correttivo per la paura non sta però nella scriminante: sta al § 33 StGB che esclude la punibilità di chi ecceda i limiti della difesa per turbamento, timore o spavento, e lascia invece punibile l’eccesso commesso per ira, odio o vendetta. La Francia richiede all’art. 122-5 del code pénal la proporzione fra reazione e aggressione e vi affianca all’art. 122-6 una presunzione di legittima difesa per chi respinga di notte l’intrusione con effrazione, violenza o inganno in luogo abitato. È però presunzione semplice: sposta l’onere della prova, non cancella i presupposti e cede davanti alla riposta manifestamente sproporzionata. La Spagna, all’art. 20.4 del Código penal, esige un’aggressione illegittima e la necessità razionale del mezzo impiegato; quando manchi un requisito non essenziale la difesa non svanisce, ma degrada a esimente incompleta ai sensi dell’art. 21.1, con riduzione obbligatoria della pena. È una valvola di equità che opera sulla misura della sanzione, non sull’esistenza del reato. L’Inghilterra, infine, che pure nel 2013 ha introdotto per gli householder cases il criterio della forza non grossly disproportionate (sez. 76 del Criminal Justice and Immigration Act 2008) si è vista chiarire dalla High Court in R (Collins) v Secretary of State for Justice e poi dalla Court of Appeal in R v Ray che il test resta la ragionevolezza: la forza semplicemente sproporzionata non è per ciò solo lecita. Quattro modelli, una sola convergenza: la mitigazione passa dalla colpevolezza, dall’onere della prova, dal trattamento sanzionatorio o dalla discrezionalità del giudicante, mai dall’abolizione del limite temporale della difesa. Ha dunque ragione l’Avv. Pinelli quando osserva che un codice di quasi un secolo fa non parla più la lingua di chi subisce un’aggressione. Ma adeguare non è adattare. Ritengo che la strada seria passa per l’eccesso colposo dell’art. 55 c.p., oggi troppo rigido; per un’attenuante che dia rilievo allo stato emotivo dell’aggredito secondo parametri oggettivi; per un trattamento sanzionatorio in cui pene edittali di un secolo fa non producano esiti indecifrabili al sentire comune. Riformare il codice per renderlo più giusto è compito del legislatore. Riscriverlo sull’onda di un singolo processo è, come ha ricordato il Capo dello Stato, il modo più rapido per indebolire proprio la sicurezza che si dice di voler difendere. *Avvocato, Direttore Ispeg Umbria. In carcere è sempre più emergenza: sovrannumeri, carenze e criticità di Luca Fiorucci La Nazione, 15 agosto 2026 Il Garante Andrea Pensi, nominato a luglio, ha recentemente fatto visita a Capanne, poi si recherà a Terni, Spoleto e Orvieto: “Altrettanto cronico è il problema degli organici del personale di polizia penitenziaria”. Clima rovente, situazione delle carceri umbri ancora di più. Situazione difficile ormai da tempo, che le condizioni meteo dei mesi estivi rendono ancora più estreme. Perché nelle celle sovraffollate, anche negli istituti umbri, le difficoltà quotidiane vengono amplificate dai disagi a causa delle alte temperature. Situazioni che il garante regionale per i detenuti, Andrea Pensi, nominato a luglio dalla presidente dell’Assemblea legislativa, Sarah Bistocchi, sta iniziando ad affrontare. Proprio in questi giorni è stato in visita alla casa circondariale di Capanne dove i detenuti avevano richiesto un primo incontro, nei prossimi giorni andrà a Spoleto per poi completare le visite a Terni e Orvieto. “Purtroppo ho potuto verificare che la situazione è effettivamente complicata, a causa del sovrannumero di detenuti e delle carenze che ci sono dal punto di vista dei servizi per i detenuti. Altrettanto cronico il problema del personale di polizia penitenziaria”. “Le problematiche e le relative interlocuzioni sono a più livelli. C’è una questione di base, che risponde alle leggi dello Stato, che riguarda l’esecuzione delle pene. Anche nel carcere di Capanne c’è un importante numero di detenuti che scontano pene per reati che potrebbero essere espiati in maniera alternativa al carcere. Capisco le situazioni in cui la pericolosità sociale rende indispensabile la detenzione. Per altre situazioni, credo che sia necessario affrontare un percorso diverso”. In questo senso, va, per esempio, la riforma che prevede la detenzione domiciliare per detenuti tossicodipendenti che intraprendono un percorso di recupero in un centro riabilitativo. “Anche in Umbria vorrei avviare un percorso che permetta di dare vita a progetti con i detenuti nell’ottica di creare una comunità, ristretta certamente, ma pur sempre una comunità dove svolgere attività utili in un’ottica di recupero e riabilitazione” spiega ancora Pensi. “Insomma la questione delle carceri è un problema che presenta criticità su più livelli. Abbiamo iniziato un percorso di ascolto e di confronto con le istituzioni per cercare soluzioni”. Umbria. L’istituzione della Rems resta tema centrale di Luca Fiorucci La Nazione, 15 agosto 2026 Una questione centrale nella problematica delle carceri umbre è l’istituzione di una Rems. La Residenza per l’esecuzione di misure di sicurezza, che accoglie detenuti con problematiche psichiatriche la cui condizione non sarebbe compatibile con il carcere o che necessiterebbero di un adeguato supporto specialistico, è prevista anche in Umbria. Un impegno preso dell’amministrazione regionale a fronte delle criticità rappresentate dalla convivenza tra detenuti e detenuti “psichiatrici”. Convivenza spesso e volentieri che diventa drammatica con ripetuti episodi di violenza che hanno coinvolto gli agenti della penitenziaria come il personale medico e infermieristico. Le buone intenzioni ci sono, mentre l’individuazione del luogo è, per ora, sempre stata rinviata a causa, sembra, anche della contrarietà dei sindaci dei territori papabili. Un limite, avevano anche sottolineato i sindacati di polizia penitenziaria, che doveva essere superato nell’ottica delle possibilità, anche economiche, che una struttura di questo tipo, può rappresentare. Non una stigmate per il luogo dove sorge, da più parti nel tempo hanno evidenziato, ma una possibilità. Per quanto, di posti per psichiatrici ne servirebbero molti di più di quanti una Rems potrebbe garantire, ma si tratterebbe pur sempre di un inizio e di uno “strumento” in più per la gestione di casi complessi per i quali, al momento, bisogna rivolgersi fuori regione e spesso senza risultati. “La questione Rems è nella mia agenda - conferma il neo garante per i detenuti dell’Umbria, Andrea Pensi - una questione da affrontare con la presidente Stefania Proietti” con cui l’incontro, anche su questo argomento, dovrebbe svolgersi in tempi ristretti. Udine. Una nuova casa per gli ex detenuti: l’idea del Comune per il reinserimento sociale di Michele Rossi udinetoday.it, 15 agosto 2026 Quattro alloggi comunali per aiutare le persone che escono dal carcere a ricostruirsi una vita fuori dall’istituto penitenziario. È uno dei progetti annunciati questa mattina dal Comune di Udine, durante la conferenza stampa del Garante comunale dei diritti delle persone private della libertà personale Andrea Sandra. L’edificio individuato dall’amministrazione si trova tra via Chinotto e viale Trieste ed è inutilizzato da circa vent’anni. Al suo interno ci sono quattro unità abitative che il Comune vorrebbe recuperare e destinare a un progetto di reinserimento sociale. L’obiettivo è avviare la progettazione nel 2027 e, parallelamente, cercare circa 3 milioni di euro di finanziamenti pubblici per la ristrutturazione. L’amministrazione sta valutando anche la possibilità di ricavare nell’immobile alcuni spazi destinati ad attività produttive. L’idea, infatti, non è limitarsi a offrire una casa, ma costruire attorno all’abitare un percorso più ampio, coinvolgendo le associazioni che già lavorano all’interno del carcere. Zini: “Affrontare da soli il reinserimento è difficile” - “Per una persona che esce dal carcere o accede a misure alternative alla detenzione, avere una casa rappresenta uno degli elementi decisivi per poter costruire un vero percorso di reinserimento - ha spiegato l’assessore alle Politiche abitative, Andrea Zini - quando manca una rete familiare, affrontare da soli questa fase diventa estremamente difficile”. Il progetto è già stato inserito nella variazione al Documento unico di programmazione approvata lo scorso luglio e sarà ulteriormente sviluppato nel nuovo Dup 2027-2029, che dovrà essere sottoposto al Consiglio comunale. Il carcere e il rapporto con la città - Il progetto degli alloggi è stato presentato durante una mattinata dedicata anche al rapporto tra carcere e città. In occasione della conferenza stampa è stata infatti organizzata, anche quest’anno, la distribuzione di angurie alle persone detenute, con la collaborazione di Coop Alleanza 3.0, Società della Ragione e Icaro. All’incontro hanno partecipato anche gli assessori Federico Pirone e Andrea Zini, che hanno ribadito l’impegno dell’amministrazione sui temi della dignità delle persone detenute e del reinserimento. “Occuparsi del carcere significa occuparsi di tutta la comunità - ha sottolineato Pirone -la libertà può essere tolta, la dignità no”. L’assessore ha poi richiamato l’attenzione sui lavori di ristrutturazione in corso nel carcere di Udine, che porteranno anche a nuovi spazi dedicati alla cultura. Tra questi c’è il teatro, ormai vicino al completamento, che nelle intenzioni del Comune potrebbe diventare anche un luogo aperto alla città. Nei prossimi bandi comunali per i contributi alla programmazione culturale estiva e invernale, l’amministrazione intende infatti prevedere la possibilità per le associazioni di utilizzare anche gli spazi del carcere per spettacoli, concerti e altre iniziative culturali. L’obiettivo, spiega Pirone, è rendere più concreto il rapporto tra l’istituto penitenziario e il resto della città, evitando che il carcere venga considerato come una realtà separata. Trapani. Il carcere e le sue pene di Beatrice Progni tp24.it, 15 agosto 2026 C’è un’immagine che in questi giorni arriva dal carcere Pietro Cerulli di Trapani e che, più di altre, racconta la distanza tra ciò che il carcere dovrebbe essere e ciò che rischia di diventare: una persona chiusa per gran parte della giornata dentro una cella, in una struttura dove vengono segnalati problemi di sovraffollamento, condizioni igieniche difficili, carenze di personale e una forte limitazione delle attività. L’acqua dai rubinetti, la muffa, il caldo, le celle affollate sono la parte più visibile del problema. Ma forse non sono la parte più importante. Perché il carcere non è soltanto un edificio. È il luogo nel quale lo Stato decide come privare una persona della propria libertà dopo che quella persona ha commesso un reato. E allora la domanda diventa inevitabile: che cosa dovrebbe accadere a un uomo o a una donna durante il tempo trascorso dietro quelle mura? La pena non è soltanto una porta chiusa Il carcere nasce anche dalla necessità di proteggere la società da chi ha commesso un reato. La libertà viene tolta perché una responsabilità deve essere riconosciuta e una pena deve essere scontata. Ma l’ordinamento italiano ha scelto di non fermarsi alla punizione. L’articolo 27 della Costituzione stabilisce che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è, quindi, una concessione. È il modello sul quale dovrebbe funzionare il carcere italiano. Il problema è capire quanto sia possibile applicarlo quando la quotidianità penitenziaria è dominata dall’emergenza. A Trapani il problema è concreto Al Pietro Cerulli il problema del sovraffollamento emerge anche dall’ultima visita della Camera Penale di Trapani. Secondo quanto rilevato dai penalisti durante la visita del 5 agosto, nel carcere erano presenti circa 570 detenuti, a fronte di una capienza effettivamente utilizzabile stimata in circa 480 posti. Si tratta quindi di una rilevazione della Camera Penale, non di un dato ministeriale sulla capienza regolamentare. La distinzione è importante perché il numero dei posti regolamentari non coincide necessariamente con quelli che possono essere realmente utilizzati. E dietro quei numeri ci sono persone. Nel reparto Mediterraneo, secondo la Camera Penale, alcune celle ospitano quattro o cinque detenuti e in diversi casi lo spazio disponibile non garantirebbe il parametro minimo previsto. A questo si aggiungono le segnalazioni sull’acqua che uscirebbe dai rubinetti di colore marrone, sulla presenza di muffa e sulle condizioni generali degli ambienti. Ma il problema più profondo riguarda forse il tempo. Quando il tempo diventa isolamento Nel reparto Mediterraneo i detenuti avrebbero a disposizione quattro ore d’aria al giorno, organizzate attraverso turnazioni, mentre per le restanti venti ore rimarrebbero nelle proprie stanze. Una condizione che, durante l’estate, diventa ancora più pesante a causa delle temperature e della riduzione delle attività. Mancano inoltre, secondo quanto denunciato dalla Camera Penale, una palestra e adeguati spazi comuni. Le attività destinate alla socializzazione e al reinserimento sarebbero fortemente limitate. È qui che la questione del degrado smette di essere soltanto una questione edilizia. Perché un carcere non è semplicemente un edificio nel quale tenere delle persone fino alla fine della loro pena. Almeno non secondo il modello previsto dalla Costituzione. Punire o recuperare? Qui comincia la parte più difficile della discussione. Perché parlare di recupero non significa cancellare il reato. Non significa dimenticare chi ha subito un danno. Non significa trasformare la pena in una sorta di percorso di benessere per chi ha sbagliato. Significa porsi una domanda molto più concreta: quando quella persona avrà finito di scontare la pena, vogliamo che sia nelle condizioni di non commettere nuovamente un reato? La risposta dovrebbe essere sì. Ed è proprio qui che la rieducazione smette di essere una parola astratta e diventa una questione di sicurezza. Se una persona entra in carcere senza un’istruzione adeguata, senza un lavoro, con problemi di dipendenza o con una situazione familiare compromessa, la semplice permanenza dietro le sbarre non risolve automaticamente nessuno di questi problemi. Il tempo passa. Ma il tempo, da solo, non rieduca. Recuperare una persona è davvero possibile? La domanda successiva è ancora più difficile. È possibile recuperare una persona in un ambiente che non riesce a offrirle gli strumenti per farlo? La risposta non può essere semplicemente sì o no. Il carcere non può garantire che ogni detenuto cambi. La responsabilità individuale rimane. Esistono persone che possono non voler intraprendere alcun percorso e altre per le quali il reinserimento è particolarmente complesso. Ma se la rieducazione è un principio costituzionale, lo Stato dovrebbe almeno mettere a disposizione gli strumenti perché quel percorso possa essere tentato. Formazione. Lavoro. Istruzione. Assistenza sanitaria. Supporto psicologico. Trattamento delle dipendenze. Relazioni familiari. Attività. Non sono dettagli. Sono gli strumenti attraverso i quali una persona può provare a costruire qualcosa che prima non aveva. Il lavoro come possibilità di ripartenza Tra gli strumenti del trattamento penitenziario c’è il lavoro. E non è difficile capire perché possa avere un ruolo centrale. Imparare un mestiere significa avere una competenza da portare fuori dal carcere. Significa confrontarsi con responsabilità e regole diverse da quelle della vita detentiva. Significa, in alcuni casi, avere una possibilità concreta di mantenersi una volta terminata la pena. Il Ministero della Giustizia considera il lavoro uno degli elementi del trattamento rieducativo e lo collega al percorso di reinserimento sociale. In un documento ministeriale vengono inoltre richiamati dati sulla differenza dei tassi di recidiva tra detenuti coinvolti in attività lavorative e la media complessiva del campione considerato. I numeri, come sempre, vanno letti con attenzione e senza trasformarli in una relazione automatica di causa ed effetto. Ma il principio rimane. Dare a una persona qualcosa da costruire può essere più utile, anche per la sicurezza, che limitarsi ad aspettare che il tempo della pena finisca. Il giorno in cui il cancello si apre Immaginiamo il giorno in cui la pena finisce. Il cancello si apre. Una persona torna libera. Che cosa porta con sé? Se durante gli anni di detenzione ha avuto la possibilità di studiare, lavorare, affrontare una dipendenza, ricevere assistenza, ricostruire rapporti familiari e imparare qualcosa che possa trasformarsi in un lavoro, esiste almeno una base sulla quale costruire il ritorno alla vita normale. Se invece il carcere è stato soprattutto isolamento, inattività e sopravvivenza quotidiana, cosa cambia davvero rispetto al giorno in cui quella persona è entrata? È questa la contraddizione più grande. Una pena che non prova a cambiare nulla rischia di limitarsi a spostare il problema nel tempo. La persona resta dentro per un periodo determinato. Poi torna fuori. E la società la ritrova. Il problema non è soltanto dei detenuti C’è poi un altro aspetto che spesso rimane ai margini. Un carcere in difficoltà non mette in difficoltà soltanto chi è detenuto. Mette in difficoltà anche chi ci lavora. Gli agenti di Polizia Penitenziaria devono garantire sicurezza e ordine. Gli educatori devono costruire percorsi individuali. Il personale sanitario deve occuparsi di persone che possono avere problemi fisici, psichici o legati alle dipendenze. Gli avvocati devono poter garantire il diritto di difesa. Sono funzioni diverse, ma dipendono tutte dalla possibilità concreta di lavorare in condizioni adeguate. E al Cerulli la carenza di personale è stata segnalata sia dalla Camera Penale sia dalle organizzazioni sindacali. La stessa Camera Penale ha sottolineato l’impegno quotidiano della direzione e della Polizia Penitenziaria, precisando che il problema non può essere ricondotto semplicemente a chi lavora all’interno dell’istituto. È un passaggio importante. Perché se un sistema è in difficoltà, chi lo manda avanti ogni giorno ne diventa a sua volta una delle vittime. Trapani non è un caso isolato Quello che accade a Trapani si inserisce in una difficoltà che riguarda l’intero sistema penitenziario italiano. Secondo il XXII Rapporto di Antigone, al 30 aprile 2026 nelle carceri italiane erano presenti 64.436 persone, a fronte di 46.318 posti realmente disponibili. Il tasso reale di sovraffollamento era del 139,1 per cento. Trapani, dunque, non è un’isola. Ma il Cerulli permette di osservare da vicino un problema che spesso, quando viene raccontato attraverso statistiche nazionali, rischia di diventare astratto. 570 persone. 480 posti effettivamente utilizzabili secondo la rilevazione della Camera Penale. Venti ore al giorno trascorse in cella nel reparto Mediterraneo. Numeri che diventano improvvisamente volti, giornate, stanze e attese. La rieducazione è anche sicurezza Forse è questo il punto più difficile da accettare nel dibattito sul carcere. La parola “rieducazione” viene talvolta percepita come qualcosa che appartiene alla solidarietà, alla sensibilità sociale, persino al buonismo. Ma può essere letta in un altro modo. La rieducazione è anche una politica di sicurezza. Se una persona esce dal carcere con una maggiore possibilità di trovare un lavoro, con una dipendenza affrontata, con una formazione acquisita e con una rete sociale più solida, può avere strumenti diversi per costruire una vita lontana dal reato. Non significa che il risultato sia garantito. Significa che esiste una possibilità. E se quella possibilità viene ignorata, la società non diventa automaticamente più sicura. La domanda che rimane Ed è qui che il carcere di Trapani diventa qualcosa di più di una notizia locale. Diventa uno specchio. Guardando il Cerulli possiamo parlare dell’acqua marrone, delle celle sovraffollate, del caldo, delle carenze di personale e della necessità di interventi strutturali. Sono problemi concreti e vanno affrontati. Ma possiamo anche porci una domanda più profonda: che cosa vogliamo che accada a una persona durante gli anni in cui sconta la propria pena? Vogliamo soltanto che rimanga dentro? Oppure vogliamo che, per quanto possibile, esca diversa da come è entrata? La risposta non è soltanto una questione di civiltà. È anche una questione di sicurezza. Il giorno dopo Alla fine, forse, il modo migliore per giudicare un carcere non è soltanto guardare quanto bene riesca a tenere una persona dentro. Bisognerebbe guardare anche a ciò che accade quando quella persona esce. Perché prima o poi, per la maggior parte dei detenuti, quel giorno arriva. E quando il cancello si apre, la pena è finita. Ma la storia continua. Continua per chi torna libero, per la sua famiglia, per le sue vittime e per la comunità nella quale quella persona rientrerà. È per questo che parlare di rieducazione non significa essere indulgenti. Significa chiedersi se vogliamo un carcere che conservi il problema fino alla fine della pena, oppure un carcere che provi davvero a modificarlo. La differenza, alla fine, non rimane dentro le mura del Pietro Cerulli. Arriva fuori. In mezzo a tutti noi. Padova. Grazie alla “stanza dell’amore” per la prima volta un detenuto sta diventando papà di Gabriele Penna Dipiù, 15 agosto 2026 Parla il Garante dei detenuti della Casa di reclusione “Due palazzi” di Padova, l’istituto dove è stato concepito un bambino: un fatto senza precedenti in Italia. Per la prima volta in Italia, un bambino è stato concepito all’interno di un carcere, più precisamente all’interno della “stanza dell’amore”, quello spazio che negli istituti di pena è riservato ai detenuti che chiedono di vivere dei momenti di intimità con le proprie mogli o le proprie compagne. Il bambino nascerà il prossimo anno, nel 2027, ed è un fatto molto positivo perché la nascita di un figlio, per un uomo che ha commesso degli errori e li sta pagando con la privazione della libertà, significa immaginare una prospettiva di vita diversa. Significa dargli l’opportunità di riscattarsi e, soprattutto, di diventare padre, una fortuna che non va negata a nessuno, nemmeno a chi si trova nelle condizioni di essere privato della sua libertà. Per l’Italia, questo, è un grande passo in avanti di civiltà”. A parlare così è Antonio Bincoletto, professore di lettere e Garante dei diritti dei detenuti della Casa circondariale di Padova, “Due Palazzi”. Antonio Bincoletto, però, non è un “semplice” Garante dei detenuti, ma è l’uomo che ha combattuto contro ogni tipo di resistenza per garantire il diritto all’affettività dei detenuti di Padova. “Quello di Padova”, dice “è uno dei pochi istituti di pena in Italia in cui esiste questa possibilità di dare al detenuto l’opportunità di fare l’amore con la persona cui vuole bene e grande merito va dato alla dottoressa Maria Gabriella Lusi, direttrice della Casa di reclusione. Purtroppo, negli altri istituti di pena, questo diritto è garantito solo sulla carta, ma non nell’atto pratico. Pensi che in Italia, su centonovanta istituti di pena, solo una decina hanno una “stanza dell’amore” e tra questi ci siamo noi di Padova. Sapere che questa mia battaglia porterà alla nascita di una creatura mi emoziona e mi rende orgoglioso”. Professore, ci parli dei due genitori: è il papà o la mamma a essere detenuto, oppure entrambi? “Nel caso di questa coppia è il papà a essere detenuto e lo è per un reato non grave, mentre la mamma è una donna libera e partorirà nei primi mesi del prossimo anno, in una struttura ospedaliera non molto lontana dalla Casa circondariale dove si trova detenuto il papà”. Professore, ma come è nata l’idea di riservare una “stanza dell’amore” ai detenuti? “Tutto è nato qualche anno fa, quando diversi detenuti, in tutta Italia, hanno sollevato la questione sul proprio diritto all’affettività e alla sessualità e hanno chiesto di potere conservare una vita affettiva anche all’interno del carcere. Questo, in particolare, è stato richiesto da detenuti che hanno una pena molto lunga. Così, la questione è arrivata no alla Corte costituzionale, che nel gennaio 2024 ha emesso una sentenza affermando che il fatto che i detenuti fossero sottoposti sempre e comunque al “controllo a vista del personale di custodia”, durante gli incontri con i loro cari, era contrario alla Costituzione, perché si trattava di “un sacrificio irragionevole della dignità della persona”. Da qui, è stato affermato il principio che la persona detenuta, quando ragioni di sicurezza non lo impediscono, ha il diritto ad avere incontri intimi con la persona con cui il detenuto ha una relazione affettiva, senza che sia imposto il controllo a vista da parte del personale di custodia”. Con quale criterio vengono scelti i detenuti o le detenute che possono appartarsi nella “stanza dell’intimità”? “La selezione e il criterio di scelta sono legati al tipo di reato commesso e anche alla valutazione che viene data al detenuto da due organismi molto importanti: il funzionario giuridico e pedagogico e il gruppo di osservazione trattamentale dell’istituto di pena. Entrambe queste gure hanno il compito di redigere delle valutazioni sulla condotta del detenuto. Quindi, l’opportunità di vivere l’intimità con la propria moglie o compagna non viene concessa in ogni caso, ma bisogna avere una buona condotta”. Quindi ne hanno anche diritto i detenuti che hanno commesso reati gravissimi, purché si comportino bene? “No, non è così: sono esclusi, infatti, i detenuti al “carcere duro”, previsto dall’articolo 41-bis dell’ordinamento penitenziario per ma osi e terroristi; quelli sottoposti alla “sorveglianza particolare”, prevista dall’articolo 14-bis, in quanto ritenuti pericolosi; quelli che vengono sorpresi in cella con droghe, telefonini od “oggetti atti a offendere”; quelli che avranno usufruito di almeno un permesso premio nel corso dell’anno; e quelli che avranno commesso un’infrazione disciplinare, che si vedranno negare la “stanza dell’amore” per almeno sei mesi”. Quanti incontri possono avere i detenuti nell’arco di un mese? “Gli incontri intimi sono conteggiati nell’ambito dei colloqui di cui i detenuti già usufruiscono e che sono sei al mese. Questi incontri intimi non si aggiungeranno ai sei incontri che di prassi ogni detenuto ha, ma solo in sostituzione di quegli incontri”. Quanto dura un incontro nella “stanza dell’amore”? “Ogni incontro può durare al massimo due ore e gli agenti di polizia penitenziaria restano fuori dalla porta. E la porta non si può chiudere a chiave dall’interno, in modo tale da permettere agli agenti di entrare in caso di emergenza”. Ma questa “stanza dell’amore” dove si trova esattamente? “Nel caso del carcere di Padova, la “stanza dell’intimità” è stata predisposta in una zona dove precedentemente si tenevano i colloqui familiari: si tratta di uno spazio che garantisce riservatezza e discrezione anche alle persone che arrivano da fuori. Insomma, fare l’amore è un diritto del detenuto e questo, devo dirlo, ha dato sollievo a molti che erano caduti in condizioni di grave depressione. Questo, per me che svolgo il ruolo di Garante dei detenuti, è una grande vittoria, ma la cosa che mi rende davvero felice è che presto, grazie a questo diritto, nascerà una nuova vita”. Prato. La Dogaia vista da dentro: ci lavoro da 40 anni, investire sul carcere è investire sulla società di Giovanni Mosca* La Nazione, 15 agosto 2026 Tanti problemi e un equilibrio delicato. Sovraffollamento, celle roventi ma anche il superlavoro degli operatori e degli educatori. Non parliamone solo a Ferragosto. Ci sono luoghi che si possono raccontare soltanto dopo averli vissuti. La Dogaia è uno di questi. Da oltre quarant’anni lavoro all’interno del carcere di Prato e, in tutto questo tempo, ho visto cambiare persone, normative, organizzazione, esigenze e problematiche. Ho visto cambiare il carcere e, soprattutto, ho visto quanto sia difficile, ogni giorno, tenere insieme due esigenze che non possono essere contrapposte: garantire i diritti delle persone detenute e, contemporaneamente, far rispettare le regole. È un equilibrio delicatissimo, che troppo spesso viene raccontato soltanto quando qualcosa non funziona. Ma dentro un carcere c’è un lavoro quotidiano, silenzioso, enorme, che merita di essere conosciuto e riconosciuto. Alla Dogaia lavorano donne e uomini della Polizia Penitenziaria, personale delle Funzioni centrali, educatori, operatori e tante altre professionalità. Ognuno, secondo il proprio ruolo, contribuisce a far funzionare una macchina complessa, spesso in condizioni tutt’altro che semplici. E poi ci sono i volontari, le associazioni, gli insegnanti, gli enti e le realtà del territorio che entrano in carcere e dedicano tempo, energie e competenze alle persone detenute. Il loro contributo è prezioso perché il carcere non può essere un mondo separato dalla società: deve rimanere un luogo nel quale, per quanto possibile, si costruiscono occasioni di responsabilizzazione, formazione e reinserimento. Oggi la Dogaia vive una situazione particolarmente difficile. I dati ufficiali aggiornati al 27 luglio 2026 parlano di 643 persone detenute a fronte di una capienza regolamentare di 589 posti. Sul fronte della Polizia Penitenziaria, gli effettivi risultano 255 a fronte di 315 unità previste. Anche il personale amministrativo e quello educativo presentano scoperture. Dietro questi numeri, però, ci sono persone. Ci sono agenti che ogni giorno devono garantire sicurezza, vigilanza, ordine e contemporaneamente rapportarsi con situazioni umane spesso difficili. Ci sono colleghi delle Funzioni centrali che devono mandare avanti pratiche, uffici, servizi e attività indispensabili al funzionamento dell’istituto. Ci sono educatori e operatori che cercano, nonostante le difficoltà, di costruire percorsi che possano avere un significato per chi sta scontando una pena. E c’è una Direzione che deve quotidianamente affrontare emergenze, carenze, problemi strutturali e organizzativi. In questo contesto credo sia doveroso riconoscere l’impegno del direttore, dottor Luca Cicerelli, e di tutto il personale della Dogaia. Il caldo rende tutto più difficile in un istituto sovraffollato e con strutture che hanno bisogno di interventi. Diventa un ulteriore fattore di tensione e rende più complicata la vita di tutti. Proprio per questo va rivolto un grazie sincero alle associazioni, alle istituzioni e alle realtà del territorio che hanno raccolto gli appelli arrivati dalla Dogaia. La Camera Penale di Prato ha promosso una raccolta che ha portato alla donazione di 65 ventilatori destinati alle celle più calde. La Fondazione Cassa di Risparmio di Prato ha successivamente donato otto climatizzatori portatili e 36 ventilatori. Anche l’Ordine degli Avvocati di Prato si è mobilitato. A tutte queste realtà va il nostro grazie. Perché quando un ventilatore arriva in una cella rovente non è soltanto un apparecchio elettrico. È la dimostrazione che, fuori da quelle mura, qualcuno si è accorto che dentro quelle mura ci sono persone. Il carcere non può essere ricordato soltanto a Ferragosto, quando si parla di sovraffollamento, carenza di personale, condizioni strutturali, caldo, tensioni, sicurezza. Superato il 15 del mese, il rischio è che passi anche l’attenzione. Ma il carcere non va ricordato soltanto quando fa caldo. Le emergenze estive rendono semplicemente più visibili problemi che esistono durante tutto l’anno. La relazione del Garante regionale aveva già evidenziato, per la Dogaia, problemi di sovraffollamento e carenze in diverse figure professionali, dalla Polizia Penitenziaria al personale educativo, amministrativo e sanitario. Non possiamo pensare che siano sempre gli operatori, con il loro sacrificio quotidiano, a colmare ogni vuoto. C’è poi un equivoco che sarebbe importante superare. Garantire i diritti dei detenuti non significa essere indulgenti con chi ha commesso un reato. Allo stesso modo, far rispettare le regole non significa rinunciare all’umanità. Diritti e regole devono convivere. È questo, in fondo, il senso stesso di un sistema penitenziario moderno. Chi è detenuto deve scontare la propria pena nel rispetto delle leggi, ma lo Stato deve garantire condizioni dignitose e percorsi capaci di favorire il reinserimento sociale. È il principio costituzionale della funzione rieducativa della pena, sancito dall’articolo 27 della Costituzione. E affinché questo possa accadere servono uomini e donne messi nelle condizioni di lavorare bene. Servono agenti sufficienti. Servono educatori. Servono funzionari e personale amministrativo. Servono strutture adeguate. Servono formazione e strumenti. Servono volontari e associazioni. Serve una Direzione sostenuta dall’Amministrazione. E serve soprattutto la consapevolezza che investire nel carcere significa investire nella sicurezza della società. Chiudo con un appello: non aspettiamo il prossimo Ferragosto per ricordarci che il sistema penitenziario ha bisogno di attenzione. La Dogaia e tutte le carceri italiane hanno bisogno di essere viste, ascoltate e sostenute tutto l’anno. *Funzionario contabile alla Dogaia Aosta. Movimento Diritti detenuti: consegnati ventilatori nel carcere di Brissogne ansa.it, 15 agosto 2026 Per contrastare gli effetti delle alte temperature negli istituti penitenziari il Movimento italiano diritti detenuti e il consigliere regionale valdostano Marco Sorbara (Forza Italia) hanno consegnato dei ventilatori nella Casa circondariale di Brissogne, unico istituto penitenziario della Valle d’Aosta. Alla consegna era presente anche Martina Piazza, criminologa e responsabile dell’Area Lavoro del Movimento italiano diritti detenuti. “Tornare in un istituto penitenziario della mia regione, in questa veste, ha per me un significato particolare. L’esperienza che ho vissuto quando sono stato privato della libertà mi ha insegnato quanto anche un piccolo gesto possa fare la differenza nei momenti più difficili: ogni segno di attenzione, rispetto e umanità assume un valore immenso. Credo che l’impegno istituzionale debba andare di pari passo con quello umano e sociale, e che la politica debba essere anche vicinanza concreta alle persone” ha commentato Sorbara, che ha trascorso 909 giorni privato della libertà personale prima di essere assolto. Frosinone. Il calcio abbatte i muri: i detenuti sfidano il Ferentino in una “partita per ricominciare” frosinonetoday.it, 15 agosto 2026 Per la formazione amaranto è stata anche un’occasione per mettere minuti nelle gambe in vista della nuova stagione agonistica. Una partita diversa da tutte le altre, giocata alla vigilia di Ferragosto sul campo della Casa Circondariale di Frosinone. Da una parte una selezione dei detenuti, dall’altra il Ferentino Calcio, formazione che milita nel campionato di Eccellenza laziale. Novanta minuti - al di là del risultato - nei quali lo sport diventa occasione di incontro con il mondo esterno e soprattutto uno degli strumenti del percorso rieducativo all’interno dell’istituto penitenziario. Niente spalti gremiti, niente erba e nessuna atmosfera da stadio. Intorno al terreno di gioco ci sono i muri della Casa Circondariale di Frosinone e ad ogni accelerazione dei calciatori la terra battuta solleva nuvole di polvere. Eppure quella disputata alla vigilia di Ferragosto è stata probabilmente una delle partite più sentite dai suoi protagonisti. Una rappresentativa dei detenuti ha infatti affrontato il Ferentino Calcio, squadra impegnata nel campionato regionale di Eccellenza. Per la formazione amaranto è stata anche un’occasione per mettere minuti nelle gambe in vista della nuova stagione agonistica; per i detenuti, invece, il significato è andato molto oltre l’aspetto sportivo. La partita contro il Ferentino non rappresenta, infatti, un episodio occasionale. Secondo quanto comunicato in occasione dell’evento, si tratta già della quinta partita organizzata all’interno della Casa Circondariale di Frosinone e un ulteriore incontro è previsto successivamente. Negli ultimi anni il calcio è stato utilizzato più volte nell’istituto di via Cerreto come strumento di socializzazione e reinserimento. Nel giugno 2025, ad esempio, era stato organizzato un triangolare che aveva messo insieme una rappresentativa dei detenuti, il personale dell’amministrazione penitenziaria e l’Under 19 del Valmontone. All’appuntamento avevano partecipato anche rappresentanti delle istituzioni e del mondo sportivo, tra i quali il sindaco di Frosinone Riccardo Mastrangeli e Alessandro Frara per il Frosinone Calcio. Qualche mese prima, nell’aprile dello stesso anno, i detenuti avevano invece incontrato sul campo una rappresentativa dei giovani avvocati dell’Aiga di Frosinone. Anche in quel caso l’iniziativa era stata inserita nelle attività trattamentali e risocializzanti dell’istituto. Una storia che viene ancora più da lontano. Già negli anni precedenti erano state organizzate partite sotto il significativo slogan “Un calcio al pregiudizio”, mettendo in contatto i detenuti con realtà differenti del territorio. Il calcio come parte del percorso rieducativo - È proprio la continuità delle iniziative a rappresentare uno degli aspetti più significativi. Lo sport in carcere non viene considerato soltanto come attività fisica o momento ricreativo. Può diventare uno strumento attraverso il quale lavorare sul rispetto delle regole, sulla capacità di stare all’interno di un gruppo, sulla gestione delle emozioni e sulla responsabilizzazione individuale. Principi che assumono un valore particolare all’interno di un percorso detentivo orientato, come stabilisce la Costituzione, alla rieducazione e al reinserimento sociale. Per chi vive quotidianamente dietro le mura del carcere, inoltre, l’ingresso di una squadra proveniente dall’esterno rappresenta un’occasione di confronto con una realtà dalla quale la detenzione determina inevitabilmente una separazione. Il ringraziamento del direttore Francesco Cocco - Gli stessi detenuti hanno voluto ringraziare la direzione della Casa Circondariale per aver reso possibile l’incontro. Da parte sua il direttore dell’istituto, Francesco Cocco, ha rivolto il proprio ringraziamento al personale penitenziario per quello “spirito di collaborazione” che permette di realizzare iniziative finalizzate alla funzione rieducativa della pena. Ed è forse proprio questa la fotografia più significativa della giornata. Su un campo senza erba, circondato da mura alte al posto delle tribune, per qualche ora le differenze tra chi arrivava dall’esterno e chi quelle mura le vive quotidianamente sono state affidate semplicemente a un pallone. Per il Ferentino è stato un test in preparazione della nuova stagione. Per gli uomini che hanno indossato la maglia della rappresentativa del carcere di Frosinone, quella della vigilia di Ferragosto è stata soprattutto, come l’ha definita uno di loro, una partita per ricominciare. La giustizia penale alla prova dei social network di Lorenzo Allegrucci Italia Oggi, 15 agosto 2026 Alessandro Malacarne esplora come i social network influenzano il processo penale, analizzando l’equilibrio tra accertamento e riservatezza. Un’indagine rigorosa su strumenti investigativi e implicazioni giuridiche nel contesto digitale. I social network sono diventati archivi sterminati di condotte, relazioni e informazioni, dunque una fonte sempre più rilevante per chi indaga e per chi giudica. L’autore, Alessandro Malacarne, partendo da questa verità giuridica effettua una ricerca rigorosa, capace di dare ordine giuridico a un territorio non ancora disciplinato in modo organico, il pregio maggiore è il metodo. L’autore non cede né all’entusiasmo acritico per la tecnologia né alla tentazione di comprimere ogni novità entro categorie immutate, muove dai problemi concreti e li sottopone a un esame sistematico e comparato, dando risposta alla domanda: “fino a che punto il digitale modifica il modo in cui il processo penale cerca, acquisisce e valuta la conoscenza?”. La prima parte costruisce le coordinate teoriche. I social sono descritti come veri “ambienti esistenziali”, nei quali la distinzione tra pubblico e privato diventa mobile e spesso ingannevole. Malacarne mette a fuoco il difficile equilibrio tra accertamento, segretezza delle comunicazioni, domicilio informatico e riservatezza, affidando al principio di proporzionalità il compito di graduare le garanzie. Nella seconda parte l’indagine mostra tutta la sua originalità. Il lettore incontra strumenti diffusi ma poco regolati: il social network patrolling, ossia il monitoraggio investigativo delle piattaforme; le fonti aperte; le attività sotto copertura e la false friend technique, con cui un agente accede a contenuti riservati usando un profilo simulato. L’autore distingue l’acquisizione occasionale dalla sorveglianza sistematica e spiega perché l’accessibilità di un dato non equivalga alla rinuncia a ogni tutela. Ciò che un utente pubblica può essere visibile, ma l’aggregazione massiva dei contenuti ne ricostruisce abitudini e relazioni con un’invasività ben diversa dalla semplice osservazione. Lo studio affronta poi il sequestro dei dispositivi, codici di accesso, biometria, cloud, chat cifrate e ruolo dei provider, l’efficienza investigativa resta indispensabile, ma non può creare una zona franca sottratta alla legalità e al giudice. Notevoli anche le pagine sulla dimensione transnazionale dei dati e sulle indagini open source dinanzi alla Corte penale internazionale. La terza parte segue il materiale social fino al dibattimento. Screenshot, messaggi, fotografie e video pongono questioni di autenticità, integrità e attribuzione spesso sottovalutate. Il confronto con gli orientamenti statunitensi e spagnoli mostra vantaggi e limiti dei diversi modelli e sostiene l’utilità di forme di certificazione preventiva. Il capitolo sui deepfake chiarisce l’urgenza: nell’epoca della manipolazione accessibile, vedere non basta più per credere. Convincente anche la riflessione sul “fatto notorio”: la viralità non rende vera una notizia, né il giudice può sostituire il contraddittorio con ricerche private sul web. Ricco di giurisprudenza, riferimenti stranieri e proposte interpretative, il libro coniuga profondità scientifica e ricadute operative. È utile allo studioso, ma anche a magistrati, avvocati e investigatori alle prese con prove volatili e manipolabili, tenendo presente che la tecnologia corre più veloce delle regole. Titolo: “Social network e giustizia penale. Scenari investigativi e probatori”. Editore: Giappichelli. Pag.: 464. Prezzo: € 57,95 Il Terzo settore non fa risparmiare il Paese, lo fa esistere di Paolo Venturi e Flaviano Zandonai vita.it, 15 agosto 2026 Il non profit italiano muove quasi 93 miliardi di euro. Il 5 per mille vale 633 milioni e le fondazioni di origine bancaria hanno erogato 1.424,5 milioni di euro. Sono gli ultimi numeri registrati. Risorse importanti certo, ma ridurre tutti i beni e servizi generati ai soldi risparmiati dal pubblico è una trappola. Andrebbe pesato invece il patrimonio relazionale e generativo che il settore produce. Partiamo dai numeri. Secondo l’ultimo censimento Istat, il non profit italiano muove quasi 93 miliardi di euro di entrate, in crescita del 32% rispetto al 2015: oltre 360mila organizzazioni, più di 5 milioni di volontari, quasi un milione di occupati. Il 5 per mille 2025, certifica l’Agenzia delle Entrate, ha toccato i 633 milioni di euro, scelti da quasi 18,5 milioni di contribuenti a favore di 96.540 enti, di cui oltre 378 milioni destinati agli enti del Terzo settore. Le fondazioni di origine bancaria, secondo il 31° Rapporto Acri sui bilanci 2025, hanno erogato 1.424,5 milioni di euro per oltre 26mila progetti, il 30,4% in più rispetto al 2024 e il miglior risultato degli ultimi diciassette anni, con quasi 422 milioni destinati al solo welfare. Una patologia dello sguardo - Una massa imponente di risorse che alimenta un soggetto dalla natura peculiare: il Terzo settore promuove e genera beni e servizi che molto spesso, non sempre ma molto spesso, i beneficiari non pagano, o pagano residualmente, o comunque non a valore di mercato. Ed è proprio qui che si annida la tentazione. Quando ci si siede al tavolo di chi condivide le risorse, pubblico o privato che sia, prevale un riduzionismo di fondo: il valore coinciderebbe con il risparmio. Quanto fa risparmiare alla pubblica amministrazione un inserimento lavorativo, quanto fanno risparmiare i servizi gratuiti erogati dal volontariato rispetto a quelli pubblici, quanto “rende” ogni euro donato. È una patologia dello sguardo che si ripercuote come messaggio e che genera spesso quella dipendenza che sta alla base di molte distorsioni del settore. Il risparmio non spiega il valore - Quanto risparmio non dice che valore ha. Il risparmio generato per le casse pubbliche dall’abbassamento della recidiva non equivale alla fioritura di una persona che lavora, si costruisce una vita e inizia a sua volta a generare. Il tempo trascorso da un volontario ad accompagnare una persona nel fine vita non coincide con il costo di un’unità lavorativa equivalente. Il valore di una comunità che rigenera un paese, di un’impresa sociale che alimenta welfare e relazioni, non sta in nessuna colonna di un bilancio pubblico. La tentazione di monetizzare la gratuità - Monetizzare la gratuità significa trasformare l’essenza del dono in lavoro non pagato: un intangibile sociale non vale la sua monetizzazione, vale di più e in modo incommensurabile. Ma allora perché cadiamo così frequentemente nella trappola della misura del risparmio? L’efficienza, così come il risparmio, è certamente un pezzo del valore generato, ma non è e non può rappresentare il valore, che è un surplus contributivo. La domanda giusta sul 5 per mille non è quanti soldi ha fatto risparmiare allo Stato, ma cosa ha fatto accadere, cosa ha reso possibile, cosa ha innescato. Raccontare le professioni del sociale non è un atto di cronaca, ma un atto culturale e politico. È la scelta di portare finalmente sotto i riflettori chi lavora nell’ombra, chi svolge un mestiere che la società finge di rispettare e che invece tratta con noncuranza. La logica del risparmio, tra l’altro, rischia di produrre involontariamente una deresponsabilizzazione del pubblico, legittimato a ritrarsi là dove il sociale “costa meno”. Bene l’efficienza, non l’efficientismo, ossia l’efficienza elevata a fine. Bene chiedersi cosa è utile, ma soprattutto cosa è bene. A ricordarci tutto questo è anche il principio di sussidiarietà sancito dalla nostra Costituzione dove basta una sola parola - favorisce - riferita all’azione della Pubblica amministrazione verso l’iniziativa autonoma di cittadini singoli e associati per finalità di interesse generale, a dirci che il risparmio, in sé, non serve a nulla. Quanto vale il “cambiamento umano”? - Questa tentazione vince quando la governance si impoverisce di visione e di immaginario, e tutto si schiaccia su un’ipertrofica negoziazione con gli asset-holder. È lo stesso meccanismo che affida il cambiamento alla sola metrica quantitativa, desertificata da tutto ciò che non si lascia contare. Come ricordava Peter Drucker, le organizzazioni non profit sono “organizzazioni per il cambiamento umano”, non fornitori a basso costo di welfare. E allora la questione, come ha provocatoriamente suggerito Mario Calderini, è che i bandi dovrebbero farli i soggetti dell’economia sociale, mettendo in competizione la finanza: è una questione di leadership e di visione. Se l’immaginario è guidato dalla compliance, dalla ricerca spasmodica dell’incentivo, dalla consolazione del risparmio generato o dalla gestione del consenso, la direzione del valore cambia. Il bug intrinseco che impoverisce l’agire sociale - Peraltro questa dovrebbe essere una banale constatazione, visto che in alcuni ambiti di azione di assoluto rilievo del non profit come l’inserimento lavorativo delle persone fragili “si è dato” eccome in termini di analisi costi benefici. Eppure dopo decenni di evidenze nulla o poco è cambiato. Come mai? Facile addossare la colpa all’insensibilità dei decisori politici o alle rigidità della burocrazia nel riallocare le risorse in coerenza con gli impatti, ma c’è dell’altro. C’è, sempre più evidente, un bug intrinseco in queste metriche che inibisce l’intraprendere al di fuori del solco tracciato da un efficientismo che porta a impoverire l’agire sociale addirittura attraverso meccanismi di selezione avversa, ad esempio puntando su percorsi di inclusione a più elevato “ritorno dell’investimento”. Verrebbe da dire che se il non profit è ancora preoccupato di essere colonizzato da logiche aliene e contraddittorie rispetto al suo modus operandi invece di prendersela con le derive del mercato dovrebbe mettere sul banco degli imputati schemi gestionali e valutativi che, al fondo, sono essi stessi estrattivi e che si sta auto somministrando ormai da tempo. L’errore è non pesare il patrimonio relazionale e generativo - Il ruolo del non profit è creare valore, potenziare la democrazia, svolgere una funzione di trasformazione abilitando dal basso le comunità: non meri beneficiari, ma attori di un’innovazione sociale profondamente politica, economica e culturale. I 93 miliardi di euro, i 633 milioni del 5 per mille, il miliardo e 424 milioni delle fondazioni sono il dito che indica la luna. L’errore sarebbe limitarsi a contare le transazioni, o peggio i risparmi, senza pesare il patrimonio relazionale e generativo che il settore produce: la fiducia che ricuce comunità frammentate, la cura che restituisce dignità, la partecipazione che rafforza la democrazia. Se avremo il coraggio di riconoscere il non profit come istituzione generativa, quei numeri saranno solo la punta dell’iceberg di una ricchezza molto più grande. Non basta contare ciò che conta, occorre saper valutare ciò che vale. Il Terzo settore non fa risparmiare il Paese, in molti ambiti, lo fa esistere. Social e minori, in Italia fermo in Senato il ddl voluto da Fdi e Pd di Shendi Veli Il Manifesto, 15 agosto 2026 I rischi sono documentati, ma le proposte per istituire un divieto esplicito sono nei cassetti del parlamento. La più avanzata è il ddl 1136 promosso dalla senatrice di Fdi Lavinia Mennuni e dalla dem Simona Malpezzi. I pericoli che le piattaforme social possono comportare per bambini e adolescenti sono documentati: cyberbullismo, pedofilia, accesso a contenuti sessualmente espliciti e conseguenze sulla salute mentale. Anche se non esiste tra gli scienziati un’opinione concorde sull’impatto dei social media nello sviluppo di disturbi come ansia e depressione. È l’Australia il primo paese al mondo ad aver affrontato il problema in punta di diritto con il “Social media minimum age act” entrato in vigore nel 2025. La legge vieta ai minori di 16 anni di creare un account su tutte le maggiori piattaforme globali come Meta, X, Tik Tok, Reddit, Snapchat, Youtube e Twitch (esclusi solo i servizi di messaggeria come Whatsapp e Telegram). Spetta alle stesse big tech l’onere di fa rispettare il divieto per non incorrere in multe che in euro possono arrivare fino a 60 milioni. Il governo australiano afferma che nei primi sei mesi di applicazione della legge sono stati rimossi o limitati quasi cinque milioni di account di under 16, ma lo studio pubblicato sul British Medical Journal (che ha intervistato circa 400 adolescenti australiani) mostra già i limiti del provvedimento: l’85% dei ragazzi dichiara di utilizzare ancora le piattaforme proibite, in molti casi usando una Vpn per eludere le restrizioni geografiche. Le difficoltà di implementazione di un divieto simile non hanno però impedito a molti paesi di seguire le orme di Canberra. In Italia per ora non ci sono leggi che limitano in base all’età l’uso dei social se non attraverso il consenso al trattamento dati: può esprimerlo autonomamente solo chi ha superato i 14 anni. Le proposte per istituire un divieto esplicito però sono nei cassetti del Parlamento. La più avanzata è il ddl 1136 promosso dalla senatrice di Fdi Lavinia Mennuni e dalla dem Simona Malpezzi. Il testo, ancora in commissione Innovazione tecnologica al Senato, prevede che l’attivazione di un account sia consentita solo superati i 15 anni di età e che il consenso autonomo al trattamento dati sia portato dai 14 ai 16 anni. Il sistema di verifica dovrebbe prevedere un portafoglio di identità digitale (sul modello Spid), progetto che rientra anche nei piani della Commissione Ue. Circolano anche altre ipotesi come quella presentata alla Camera dalla Lega che esclude i minori di 15 anni dalle reti sociali e prevede il consenso genitoriale per quelli dai 15 ai 18. Quella depositata da Mara Carfagna di Noi Moderati stabilisce invece un accesso graduale, a partire dal divieto totale per gli under 13 proseguendo, per la fascia 13-16, con un accesso controllato. Oltre alla Francia, che ha incassato ieri il no della Consiglio Costituzionale, anche in Danimarca, Regno Unito, Grecia e Germania ci sono lavori in corso per regolare l’accesso dei minori ai social. In prima linea la Spagna di Sánchez, che ha annunciato un pacchetto di misure restrittive per le imprese tecnologiche che dovrebbe essere approvato nell’autunno: oltre all’età minima fissata a 16, introduce anche la responsabilità penale delle piattaforme per gli algoritmi che rendono virali contenuti illegali o pericolosi. Fuori dall’Europa, alcuni paesi hanno già adottato delle leggi restrittive. È il caso dell’Indonesia e della Malysia. Negli Stati Uniti, a livello federale, non vigono divieti diretti ma alcuni Stati si stanno adoperando con prescrizioni che ne limitano l’uso, anche se sono in corso dispute legali per un possibile conflitto con il Primo emendamento che tutela la libertà di espressione. Se i minori pensano meglio degli adulti di Arianna Di Genova Il Manifesto, 15 agosto 2026 Da quando in Australia sono stati vietati i social network agli under 16, Meta ha bloccato circa 750mila profili. Nonostante il governo abbia portato le sanzioni per le piattaforme a 99 milioni di dollari, quella legge è da considerarsi fallimentare. Da quando in Australia - primo paese al mondo - nel dicembre del 2025 sono stati vietati i social network agli under 16, Meta ha bloccato circa 750mila profili. Eppure, nonostante il governo abbia raddoppiato le sanzioni per le piattaforme portandole a 99 milioni di dollari (australiani) in caso di mancata applicazione della legge, quel provvedimento può considerarsi del tutto fallimentare. Gli e le adolescenti che si collegano a Instagram o Tik Tok, aggirando l’ostacolo dell’età, restano l’85 per cento. Si connettono imperterriti, escogitando stratagemmi - facilissimi peraltro, dai contenuti inviati da amici via whatsapp ai profili farlocchi, fino all’utilizzo delle reti private Vpn. Sfidano con l’intelligenza high-tech che li contraddistingue il mondo degli adulti, mentre questi ultimi delegano il controllo ad altri e consegnano alle avide piattaforme, di fatto, la possibilità di una schedatura di massa dei loro figli e figlie. Ed è proprio questo che il Consiglio costituzionale francese ha messo in evidenza, censurando la censura: una “violazione sproporzionata della libertà di espressione e di comunicazione”, ha definito quella “misura-faro” del presidente Macron, che oltretutto inciampava malamente sul diritto alla privacy (anche dei minori, sì, sono soggetti giuridici pure loro). La Francia ha rappresentato la testa d’ariete in un consesso europeo che si arrovella da tempo sul tema, ma la legge che proibisce - bocciata così sonoramente per la sua anticostituzionalità - andrà ricalibrata con nuove garanzie. In primis, bacchettano i giudici, rispettando il soggetto cui si vuole sottrarre la consapevolezza. La motivazione del Consiglio costituzionale finalmente riconosce a chi non ha la maggiore età la capacità di discernimento (spesso assai più alta di quella degli adulti nella vita reale) e affida alla libertà di espressione un alto valore educativo al posto della repressione - la quale provoca sempre uno stimolo alla rivolta e a “sfangarla” con tutti i mezzi a disposizione (e sono infiniti). Dato che una legge simile staziona anche sui banchi parlamentari del governo italiano, esiste un’alternativa percorribile per concedersi un rapporto più sereno con i social? È facile accusare le piattaforme quando si registrano le devianze o il disagio psichico che diversi giovani stanno vivendo. Basti ricordare come quella generazione punteggiata da più età sia scomparsa durante il Covid: nessuno se li ricordava più gli adolescenti, con le loro fragilità e una vita relazionale in frantumi. Oggi, la nostra società preferisce varare una legge anti-maranza invece di interrogarsi o accogliere. E un ministro come Valditara preferisce vietare l’educazione sessuo-affettiva a scuola piuttosto che offrire strumenti, per esempio, contro il cyberbullismo. Il miglior antidoto alle storture è consegnare fiducia ai più giovani in un mondo (di “grandi”) che non promette per niente bene. E regalare loro un bel libro. Migranti. Il rischio di cambiare anche noi stessi di Mauro Magatti Avvenire, 15 agosto 2026 Nel tentativo di difendere l’Europa dai migranti, potremmo finire per stravolgere ciò che rende l’Europa degna di essere difesa. Per risolvere un problema reale, potremmo finire per assuefarci all’arbitrio, alla violenza e alla disumanizzazione di chi bussa alle nostre frontiere. Il violento scontro degli ultimi giorni sul tema dei migranti ha portato ancora una volta alla ribalta la preoccupante incompiutezza dell’Unione Europea. Da anni il fenomeno migratorio è un nodo irrisolto che mette a nudo una delle tante contraddizioni di un mondo che si pensa interconnesso, ma che rimane caratterizzato da enormi disuguaglianze. Mentre capitali, merci, informazioni e immagini debbono circolare liberamente, la mobilità umana si vuole sempre più rigidamente regolata. Così, mentre modelli di consumo e aspettative di benessere sono proiettate ovunque, ci si stupisce quando milioni di persone cercano di raggiungere i luoghi in cui quelle promesse sembrano realizzarsi. Un fenomeno aggravato dalle crisi geopolitiche, dalle guerre, dalla cronica instabilità di tanti sistemi politici, dagli squilibri demografici, dai cambiamenti climatici. Le persone si muovono perché il mondo intero risente di una trasformazione accelerata. Ovviamente, un’apertura indiscriminata non sarebbe né economicamente né politicamente sostenibile. Il bisogno di regolare gli ingressi, di organizzare l’accoglienza, di favorire l’integrazione e di chiedere il rispetto delle proprie leggi é fuori discussione. D’altra parte, è altresì chiaro che pensare di arrestare questi processi semplicemente chiudendo i confini comporta un costo altissimo. Per essere davvero efficace, una politica di questo tipo deve infatti spingersi fino a contraddire alcuni dei tratti fondamentali della stessa cultura europea: lo Stato di diritto, l’universalità dei diritti, la dignità di ogni persona, la protezione di chi fugge da guerre e persecuzioni. Il rischio è evidente: nel tentativo di difendere l’Europa dai migranti, potremmo finire per stravolgere ciò che rende l’Europa degna di essere difesa. Per risolvere un problema reale, rischiamo di cambiare noi stessi, assuefacendoci all’arbitrio, alla violenza e alla disumanizzazione di chi bussa alle nostre frontiere. La contraddizione è resa ancora più stridente dal fatto che l’Europa invecchia, la popolazione in età lavorativa diminuisce e interi settori economici non trovano più la manodopera necessaria. Un flusso regolato di immigrati costituisce una risorsa di cui non possiamo fare a meno. E così, mentre si alimenta la paura dell’invasione, di fatto si utilizzano milioni di lavoratori stranieri, per lo più nei lavori più faticosi e meno pagati. Col risultato di creare una società divisa e lacerata. Più che una politica migratoria, una combinazione di retorica e sfruttamento. Siamo, insomma, dentro una contraddizione dalla quale non riusciamo a uscire. E non ne usciamo perché manca una visione di lungo periodo. Una politica europea della migrazione dovrebbe avere al proprio centro una politica estera all’altezza di questo nome, soprattutto verso l’Africa. Ma questa politica non c’è. Esistono iniziative limitate dei singoli Paesi, come il Piano Mattei italiano, accordi contingenti e finanziamenti destinati soprattutto a bloccare le partenze. Ma dov’è la politica europea verso la Libia, la Tunisia, il Marocco, il Mali o l’Etiopia? Qual è il progetto dell’Unione per il Mediterraneo e per il continente africano? La trama complessa delle relazioni internazionali continua a essere tessuta dagli Stati Uniti, dalla Cina e dalla Russia, che pure ha dimensioni economiche e demografiche assai inferiori a quelle dell’Unione. L’Europa, invece, sembra una comparsa che finanzia progetti, produce regolamenti e negozia accordi commerciali, ma fatica a esprimere una chiara volontà politica. Eppure, una strategia comune è quanto mai urgente. Per uscire dalla contraddizione sopra richiamata, servono canali di ingresso legali, investimenti, accordi di formazione e lavoro, politiche d’integrazione, una tutela effettiva del diritto d’asilo e un contrasto realistico alle reti criminali. Soprattutto, occorre riconoscere i Paesi africani come interlocutori politici, non semplicemente come guardiani ai quali affidare il contenimento dei migranti. Magari stringendo patti con regimi assai poco affidabili. È grave che questa mancanza di visione non si limiti alla questione migratoria. La si riscontra, ad esempio, anche per i temi dell’Intelligenza artificiale, rispetto alla quale l’Europa è in ritardo nel delineare le coordinate del futuro economico, produttivo e sociale che intende costruire. Così come per la sostenibilità, dove, dopo il Green New deal, ampiamente criticato e dimenticato, si va in ordine sparso. Non si tratta dunque di dire retoricamente se si vuole più o meno Europa. L’interrogativo da porsi è come fare emergere un punto di vista europeo sul mondo, in grado di indicare una direzione di senso con le relative priorità e responsabilità. Senza questo salto politico, l’Europa continuerà a inseguire le emergenze. E ogni nuova crisi renderà più evidente la distanza tra il suo enorme potenziale e la sua persistente irrilevanza. Migranti. Afghanistan abbandonato. “L’Ue vuole rimpatriare chi è fuggito dall’orrore” di Youssef Hassan Holgado Il Domani, 15 agosto 2026 La Commissione ha aperto un canale con i talebani nonostante la drammatica situazione umanitaria nel paese e la repressione dei diritti. A giugno una delegazione è stata ospitata a Bruxelles per accelerare le espulsioni. Anche l’Italia spinge per i rimpatri. Jalali, Ecre: “Non sappiamo che cosa accada alle persone una volta riconsegnate alle autorità”. Nell’agosto del 2021 migliaia di persone si accalcavano all’aeroporto di Kabul nel tentativo di fuggire dall’avanzata dei talebani. Le capitali europee promettevano di mettere in salvo collaboratori, attivisti, giornalisti, donne e uomini minacciati dal nuovo regime. Cinque anni dopo, la direzione si è invertita: si discute di come rimpatriare gli afghani. “Diversi governi europei, tra cui quello italiano, hanno formalmente sollecitato la Commissione Ue ad avviare un dialogo con i talebani sui rimpatri”, spiega Reshad Jalali, responsabile advocacy dello European Council on Refugees and Exiles (Ecre). Il 23 giugno una delegazione talebana ha incontrato a porte chiuse, a Bruxelles, funzionari europei per discutere dei rimpatri. L’obiettivo dichiarato è espellere gli afghani senza diritto di soggiorno, a partire dai condannati per reati e da chi è considerato una minaccia per la sicurezza. Le organizzazioni per i rifugiati temono però che i rimpatri possano essere estesi anche ai richiedenti asilo respinti. “Vivere in Afghanistan significa vivere in una sorta di prigione”, dice Jalali. Il paese attraversa una delle crisi umanitarie e dei diritti umani più gravi al mondo. Secondo le stime delle Nazioni Unite, nel 2026 oltre 22 milioni di persone, più della metà della popolazione, avranno bisogno di assistenza umanitaria. “Sul piano dei diritti - prosegue - i talebani hanno smantellato le principali garanzie legali, represso il dissenso e perseguitato giornalisti, attivisti e difensori dei diritti umani. Le donne e le ragazze sono le più colpite: sono state escluse dall’istruzione, dal lavoro e dalla vita pubblica e subiscono pesanti limitazioni alla libertà di movimento”. Secondo l’Onu, questa repressione “potrebbe configurare anche una forma di apartheid di genere”. Afghanistan: cinque anni di oscurantismo. Eppure l’Europa sta normalizzando i talebani Il dibattito pubblico si è ribaltato: come si è passati dalle evacuazioni ai rimpatri? Colpisce soprattutto la rapidità con cui si è trasformato. Fino a poco tempo fa i governi europei parlavano di evacuazioni, ingressi umanitari e percorsi sicuri per gli afghani a rischio. Oggi, invece, aumentano le richieste di deportazioni verso un paese in cui la situazione non è migliorata, ma si è ulteriormente deteriorata. È il risultato delle pressioni esercitate da alcuni Stati membri, che da tempo chiedono di riprendere le deportazioni verso l’Afghanistan. L’Unione europea, però, non riconosce il governo talebano. La Commissione europea sostiene che si tratti di contatti esclusivamente operativi e che non implichino alcun riconoscimento politico. Ma ospitare a Bruxelles rappresentanti talebani per discutere di deportazioni va oltre un semplice confronto tecnico e invia un segnale politico preoccupante. Il problema principale è la mancanza di trasparenza: gli incontri si sono svolti a porte chiuse e non è stato pubblicato alcun resoconto, quindi non sappiamo quali temi siano stati affrontati né se siano stati assunti impegni. Dopo la visita, i talebani l’hanno definita “storica” e hanno parlato della ripresa dei servizi consolari e dell’invio di nuovi diplomatici in Europa. Questo lascia pensare che ritengano di avere ottenuto qualcosa in cambio. In quale strategia europea si inseriscono questi colloqui? I colloqui con i talebani devono essere letti nel quadro della nuova politica europea sui rimpatri. Il Patto sulla migrazione e l’asilo e le successive proposte in materia puntano ad aumentare le espulsioni delle persone la cui domanda di protezione è stata respinta e a rafforzare la cooperazione con i Paesi di origine. L’Afghanistan rappresenta però un caso eccezionale. I talebani non sono riconosciuti dall’Unione europea, continuano a commettere gravi violazioni dei diritti umani e alcuni loro dirigenti sono sottoposti a sanzioni o mandati di arresto. Discutere con loro di deportazioni solleva quindi una domanda inevitabile: dove finisce il dialogo tecnico e dove comincia la legittimazione politica? L’Unhcr continua a sconsigliare i rimpatri forzati verso l’Afghanistan. Qualunque politica europea deve rispettare il principio di non respingimento, che vieta di trasferire una persona in un luogo dove rischia persecuzioni, torture o altri gravi danni. Quali rischi corre chi viene rimpatriato a Kabul? Non esiste un sistema indipendente di monitoraggio: non sappiamo se le persone rimpatriate vengano interrogate, detenute, maltrattate o sottoposte a rappresaglie. Le testimonianze degli di chi è stato espulso da Iran e Pakistan parlano di controlli dei telefoni, interrogatori e verifiche da parte delle autorità talebane. Sono stati segnalati casi di persone uccise dopo il ritorno, anche se non sempre è stato possibile ricostruirne con certezza circostanze e responsabilità. L’assenza di garanzie legali e il rischio di persecuzioni rendono impossibile considerare l’Afghanistan un Paese sicuro. La questione non è soltanto la possibile legittimazione dei talebani, ma anche la scelta di consegnare delle persone allo stesso gruppo dal quale sono fuggite.