Intorno al tavolo di Ristretti Orizzonti Ristretti Orizzonti, 14 agosto 2026 Intorno al tavolo di Ristretti Orizzonti siedono tante persone detenute e tanti volontari, e ogni giorno affrontano discussioni profonde sul senso della pena, sulla qualità della vita detentiva, sulla propria responsabilità. Non c’è voglia di cercare giustificazioni, ma di raccontarsi, dare valore alle parole, “disarmarsi” per primi, senza aspettare che siano gli altri a farlo, perché in un mondo particolarmente violento come quello del carcere, vale la pena avere il coraggio di cercare di rinunciare a qualsiasi forma di aggressività, anche a costo di apparire deboli e scoperti. A Ristretti Orizzonti abbiamo finalmente deciso che il punto di vista delle persone detenute deve trovare più spazio, non solo nel giornale cartaceo, che è già ricco di loro contributi, ma anche e soprattutto nella nostra NewsLetter quotidiana. È bello pensare che i nostri lettori potranno leggere più di frequente le nostre “firme”, gli articoli di quelle persone detenute che sanno narrare il carcere andando in profondità e non fermandosi ai luoghi comuni. Quei luoghi comuni che non ci piacciono perché semplificano e banalizzano una realtà che è invece complicata: quella del male provocato dai reati, un male che bisogna conoscere a fondo per non restarne affascinati e per vederne tutte le miserie, il dolore e le illusioni che porta con sé. Da oggi ogni settimana potrete leggere nella nostra NewsLetter le riflessioni dei redattori di Ristretti Orizzonti. Cosa ha significato per me crescere in un paese della Calabria di Alessandro Iembo, Ristretti Orizzonti Erano gli anni in cui si stavano riaccendendo le faide di mafia. Mi chiamo Alessandro, sono jn carcere da 8 anni, prima in Inghilterra, ora in Italia, ed ho una condanna di 24 anni da scontare. Sono cresciuto in un paese della Calabria, dove le istituzioni rappresentavano spesso “la causa” dei nostri malesseri. Anche i più anziani quando c’erano le guardie in giro ci avvisavano di stare attenti, nonostante fossimo poco più che bambini. E quando scappavamo perché non avevamo il casco o perché non avevamo l’assicurazione allo scooter, la gente ci nascondeva nelle sue case, perché in quel contesto si pensava che fosse la cosa giusta da fare. Alcuni miei famigliari hanno scontato una pena, per truffa ai danni dello stato, e per me non è stato facile crescere con il pregiudizio dei tuoi coetanei e dei loro genitori, non importava quello che facevo, perché l’etichetta ti rimane per sempre, soprattutto in un paesino. Intanto intorno a me c’era un clima di guerra, dopo tanti anni si stavano riaccendendo faide di mafia, e ogni giorno c’erano morti ammazzati a colpi di kalashnikov e bazooka. Quelle persone, che rappresentavano per noi dei (falsi) miti in cui credevamo, o venivano arrestati o portati in cimitero. C’era il coprifuoco e quando ero fuori e mia madre sentiva qualche sirena in paese, dopo 10 secondi mi squillava il telefonino, e invece di rassicurarla mi arrabbiavo pure, all’epoca ridevamo con i miei amici per questo, contavamo i secondi. Non c’era tanto da fare in giro e spesso ci cacciavamo nei guai, spaccavamo le finestre delle scuole la sera così da rendere le classi inagibili nel giorno delle interrogazioni, graffiavamo le macchine dei professori dopo avergli bucato le ruote, qualcuno ha perfino bruciato un ristorante sulla spiaggia solo perché volevamo avere il fuoco più grande al falò della notte di S. Lorenzo. Sono sempre stato un tipo sveglio nel commercio, Mi piaceva lavorare nei locali, e nel frattempo mi davo da fare vendendo qualsiasi cosa, dal prosecco rubato ai botti illegali, ma quello che mi interessava era vendere droga, si rischiava di più ma c’era molto più guadagno, a volte spendevo tutto per non portare i soldi a casa che avrebbero fatto soltanto preoccupare ancora di più mia madre. Anche perché in famiglia non mi è mai mancato niente, e i miei genitori facevano di tutto per tenermi a casa, ma rimanere nel ruolo, che intanto intorno a me mi ero creato, dell’essere più furbo degli altri mi spingeva a rischiare sempre di più. A 16 anni mi arriva alle 7 di mattina la Direzione Distrettuale Antimafia a casa, i pianti di mia madre mi svegliarono bruscamente, io con la coda di paglia stavo zitto, pensavo che erano lì per qualche mia bravata, ma leggendo i documenti mi sono reso conto che venivo accusato di concorso in un omicidio di mafia. Intanto il peso del pregiudizio si faceva sentire, soprattutto quando i giorni seguenti sono uscite le notizie su tutti i giornali, mi ricordo che anche le professoresse a scuola mi trattavano in modo diverso, figuratevi i miei coetanei in giro per il paese. Le accuse poi furono smentite dopo quattro anni, ma il danno era già stato fatto, il mio nome appariva affianco a quello di gente che all’epoca era al 41bis, che nemmeno conoscevo di persona, e le bugie di qualche collaboratore di giustizia alimentavano il peso del pregiudizio anche nei confronti dei miei famigliari. Intanto molto velocemente intorno a me iniziava a stringersi il cerchio, gente a me vicina finiva in carcere, una volta sono rimasto in giro fino alle 2 di notte con un mio amico, ed avevamo appuntamento per il giorno dopo, ma dal giorno dopo lui non rispondeva al telefono, dopo 14 giorni è stato ritrovato morto in un fosso. Non sapevo se essere preoccupato per essere stato con lui fino a poche ore prima, o se sentirmi “fortunato” di essere vivo. Finite le scuole avevo deciso di partire, era il 2008, e volevo andare a Parma, avevo preparato tutto per aprire una agenzia immobiliare, ma vuoi per la crisi vuoi perché mi mancava il mio paese decido di ritornare giù in Calabria, apro un locale in spiaggia, ma da noi purtroppo il lavoro c’è solo il mese di agosto. Cosi rimando la mia partenza e, spinto dai miei genitori, mi iscrivo all’università. E il giorno della laurea tra i tanti regali mi viene regalato un volo per l’Inghilterra. Ci vado e oltre a frequentare il college inizio subito a lavorare nei locali, dove, si sa, gira tanta droga e anche lì mi davo da fare. Dopo un po’ finisco il college ma decido di rimanere, e piano piano ero riuscito anche con sacrifici a permettermi di chiedere un mutuo per comprare la casa, ma servivano soldi subito. Offuscato dalla voglia di arrivare a quella cifra, non ho guardato in faccia a nessuno, spingendomi a delinquere e rischiando sempre di più, fino al mio arresto, per aver trasportato droga. Sicuramente non era questo che i miei genitori avevano in mente per me, dal processo alla condanna definitiva a 24 anni per traffico internazionale nell’arco di 6 mesi ho perso tutto. Avevo 28 anni. Ho subito una carcerazione molto dura in Inghilterra, al regime di massima sicurezza, e dopo altri processi per confisca dei beni e con l’aiuto della mia famiglia sono riuscito ad arrivare in Italia, anche se da detenuto. Stando qui dentro giorno dopo giorno ti accorgi del male provocato alla tua famiglia, il peso del pregiudizio che portano sulle spalle mio fratello e le mie sorelle, i sacrifici che fanno per venire a colloquio o per non farmi mancare niente, l’ansia e le preoccupazioni con il pensiero che io peggiori ulteriormente la mia situazione. Ieri per esempio invece di chiamare alle tre e mezza del pomeriggio come al solito ho chiamato a casa verso le sei e mezza. Quando mi ha risposto mia madre balbettava, si aspettava la chiamata al solito orario e guardando su internet era uscita la notizia che al Due palazzi un detenuto della mia età, di 36 anni, si era tolto la vita, Vi assicuro che essere il motivo del malessere della tua famiglia ti fa acquisire la consapevolezza di aver sbagliato tutto nella vita, e per uno che pensava di essere sempre il più furbo è una cosa che ti consuma piano piano. Nell’arco della mia carcerazione ho incontrato in diverse carceri quelle persone, quei falsi miti che prendevo come esempio, consumati dalla galera e consapevoli delle scelte sbagliate che avevano caratterizzato la loro vita. Oggi frequento la redazione e affrontare la realtà parlando di sé anche davanti a degli sconosciuti come gli studenti delle scuole che entrano in carcere è veramente difficile, ma se raccontare la mia esperienza può servire a prevenire il fatto che un giovane si rovini la vita solo perché pensa di essere più furbo, ben venga il difficile lavoro di portare la propria testimonianza alle classi, io sono l’esempio che non ci sono scorciatoie per risolvere i tanti problemi che puoi avere nella vita. Per 15mila detenuti l’attesa di giudizio diventa una pena di Franco Insardà Il Dubbio, 14 agosto 2026 Il carcere italiano è sempre più affollato, ma c’è un numero che più di altri dovrebbe interrogare la coscienza di chi governa e di chi amministra la giustizia: 14.829 persone detenute al 31 luglio 2026 non hanno ancora una condanna definitiva. Sono uomini e donne che, in misura diversa, si trovano ancora dentro un percorso giudiziario non concluso. Di questi, 8.963 sono in attesa del primo giudizio, mentre altri 5.866 sono condannati non definitivi: 3.407 appellanti, 1.741 ricorrenti e 718 con posizione mista. È una cifra enorme. Significa che quasi un detenuto su quattro della popolazione carceraria complessiva - 64.741 persone - si trova in carcere senza che la propria vicenda giudiziaria sia arrivata a una sentenza definitiva. E soprattutto significa che, dietro la parola “sovraffollamento”, non ci sono soltanto numeri, metri quadrati e percentuali: ci sono migliaia di persone per le quali il processo non è ancora definitivamente terminato. Il dato va letto insieme a quello, drammatico, della disponibilità effettiva degli istituti, come denuncia l’Associazione Antigone nel suo XXII rapporto. Al 28 luglio i detenuti erano 64.741, a fronte di una capienza regolamentare dichiarata di 51.220 posti. Ma i posti realmente disponibili erano appena 46.343. Ne deriva un tasso di affollamento reale del 139,7 per cento. La capienza regolamentare, peraltro, continua a diminuire: al 31 luglio 2025 era indicata in 51.276 posti, 56 in più rispetto a oggi. E anche i posti che formalmente esistono ma che non possono essere utilizzati raccontano il progressivo deterioramento del sistema. Erano poco più di 4.000 nel giugno 2024, circa 4.500 alla fine di giugno 2025 e sono arrivati a 4.877 alla fine di luglio 2026. In altre parole, mentre la popolazione detenuta cresce, la disponibilità reale delle carceri si restringe. È in questo scenario che il dato sulle persone senza condanna definitiva assume un significato ancora più pesante. Perché il principio della presunzione di non colpevolezza non è una formula astratta della Costituzione: dovrebbe tradursi in un uso realmente eccezionale della custodia cautelare. Invece 8.963 persone sono detenute in attesa del primo giudizio. Sono quelle per le quali il processo, nel suo primo passaggio, deve ancora stabilire se esista una responsabilità penale. Non si tratta di mettere in discussione la necessità della custodia cautelare quando ricorrono i presupposti previsti dalla legge. Il problema è un altro: chiedersi se sia accettabile che, in un sistema già al collasso, migliaia di persone siano private della libertà prima che la loro responsabilità sia definitivamente accertata. E chiedersi soprattutto quanto il carcere stia diventando, di fatto, una risposta automatica alle inefficienze e alla lentezza della macchina giudiziaria. La fotografia di Antigone restituisce del resto un sistema penitenziario vicino al punto di rottura. I 64.741 detenuti a fronte di 46.343 posti realmente disponibili rappresentano un livello di affollamento che non si registrava da anni. In sei istituti i detenuti sono addirittura più del doppio dei posti disponibili. La contraddizione è evidente anche sul fronte delle pene. La quota di detenuti con un residuo compreso tra uno e tre anni è salita dal 33,7 al 34,6 per cento. Quella con meno di un anno è invece scesa dal 17,5 al 16,3 per cento. Da anni si discute della possibilità di utilizzare maggiormente le misure alternative e di comunità per ridurre la pressione sul carcere, soprattutto per chi ha pene residue brevi. Sono state annunciate caserme dismesse, percorsi differenziati, interventi per detenuti con problemi di dipendenza e per persone senza dimora. Ma tra gli annunci e la realtà c’è un abisso. La realtà è quella di 64.741 persone stipate in strutture che possono realmente ospitarne 46.343. È quella di quasi 15mila persone con una posizione giudiziaria non definitiva. È quella di celle dove, in troppi casi, lo spazio vitale scende sotto il limite minimo. È quella di una popolazione detenuta che invecchia. Il carcere, insomma, continua a riempirsi mentre le soluzioni restano sulla carta. E il dato sui detenuti senza condanna definitiva dovrebbe essere il punto da cui ripartire: non per indebolire la sicurezza, ma per ricordare che sicurezza e giustizia non possono coincidere con il carcere a ogni costo. Perché quando una persona è ancora in attesa del primo giudizio, o ha una condanna che non è diventata definitiva, lo Stato deve essere particolarmente rigoroso nel distinguere la necessità della custodia dalla trasformazione della custodia stessa in una pena anticipata. In un sistema già condannato dalla realtà del sovraffollamento, quella distinzione non è un dettaglio giuridico. È la misura della qualità dello Stato di diritto. E oggi i numeri dicono che quella misura è sempre più difficile da trovare. Guarire per buona condotta di Fabio Cavallari* Ristretti Orizzonti, 14 agosto 2026 La nuova legge affida alle comunità persone che sono insieme condannati sottoposti a prescrizioni e pazienti esposti alla ricaduta. Che cosa accade quando il fallimento terapeutico viene letto come disobbedienza? La nuova legge sulla detenzione domiciliare per il recupero dei detenuti tossicodipendenti e alcoldipendenti contiene due parole difficili da tenere insieme. Detenzione e cura. Una pena può essere scontata. Una cura no. Non perché curare significhi cancellare la responsabilità, ma perché nessuna relazione terapeutica può essere ridotta all’esecuzione corretta di una prescrizione. Il provvedimento consente di seguire un programma terapeutico fuori dal carcere e riconosce che la dipendenza domanda cura. Se il percorso fallisce senza violazioni imputabili alla persona, si può autorizzare un trasferimento. La legge accetta così che una cura possa non riuscire al primo tentativo. Angelo Palmieri, su Vita, e Ristretti Orizzonti hanno già mostrato l’insufficienza delle risorse e il rischio di trasformare le comunità nel luogo in cui trasferire una pena. Ma la questione non finisce con i numeri o con l’indirizzo della struttura. Chi entra in comunità porta con sé due condizioni che non coincidono. Per la giustizia è un condannato sottoposto a prescrizioni. Per chi lo cura è un paziente che può attraversare resistenze, silenzi, ricadute e nuovi inizi. La grammatica della pena distingue la regola dalla violazione e collega alla violazione una conseguenza. Quella della cura prova a comprendere che cosa dica un gesto e quale parte della malattia riveli. Lo stesso comportamento può apparire all’una come disobbedienza e all’altra come sintomo. Non si tratta di negare la responsabilità o di trasformare ogni infrazione in una giustificazione clinica. Una comunità deve avere regole e segnalare i comportamenti incompatibili con il percorso. Esiste però anche il rischio di chiamare colpa ciò che appartiene ancora alla malattia. Nella dipendenza la ricaduta non rappresenta necessariamente la negazione della cura. Spesso ne rivela la difficoltà. La domanda più delicata è allora racchiusa in poche parole. Chi decide quando un fallimento è colpevole? La distinzione fra esito negativo e violazione è ragionevole sul piano giuridico. Nella vita di una persona dipendente il confine può essere meno nitido. Una ricaduta può generare una menzogna, un allontanamento, la rottura di una regola. Il sintomo e la trasgressione possono abitare lo stesso gesto. Separarli richiede tempo, competenza e conoscenza della storia individuale. Se riconosciamo la ricaduta come parte possibile della malattia e lo dimentichiamo quando il paziente è anche detenuto, finiamo per offrirgli una cura che deve meritare attraverso l’obbedienza. Anche gli operatori sono consegnati a una posizione difficile. Devono costruire una relazione terapeutica e comunicare l’andamento del programma e le eventuali violazioni. Confessare una ricaduta può essere il primo gesto di responsabilità. Ma se viene vissuto come la strada più breve verso il carcere, il silenzio diventa una difesa. La cella è lontana e tuttavia partecipa alla conversazione. Il successo della riforma non si misurerà soltanto contando quante persone usciranno dal carcere. Occorrerà sapere quante avranno proseguito la cura dopo una ricaduta e quante saranno state ascoltate prima della revoca. Serviranno valutazioni cliniche autonome, capaci di distinguere la crisi dalla rottura deliberata del patto, e continuità terapeutica anche quando la misura penale dovesse interrompersi. Una comunità non dovrebbe essere giudicata dalla capacità di produrre percorsi senza cadute, ma anche da quella di non abbandonare una persona alla prima caduta. Altrimenti accoglieremo soprattutto chi possiede già gli strumenti per riuscire e riconsegneremo al carcere chi manifesta nella forma più dura la malattia che avevamo dichiarato di voler curare. Il diritto alla cura finirebbe per appartenere a chi dimostra di averne meno bisogno. La giustizia deve chiedere conto dei gesti compiuti. La cura deve impedire che una persona coincida per sempre con quei gesti. Essere responsabili può significare riconoscere la caduta e accettare l’aiuto necessario per riprendere il cammino. Una pena finisce quando il tempo stabilito è trascorso. Una cura comincia quando la caduta non cancella tutto il cammino. La prima misura il tempo. La seconda custodisce una possibilità. La pena si sconta. La cura, se è cura, si incontra. *Scrittore Quando il carcere interroga la nostra idea di giustizia di Ivano Zeppi sienapost.it, 14 agosto 2026 Il caldo rende ancora più visibili le difficili condizioni delle carceri italiane, ma dietro l’emergenza c’è una domanda più profonda: quale deve essere davvero la funzione della pena? Ci sono articoli che raccontano un problema e altri che, partendo da un fatto apparentemente semplice, ci costringono a porci domande più profonde. Il caldo rende semplicemente più evidente una realtà che spesso preferiamo non guardare: il sovraffollamento, le condizioni di vita difficili, la carenza di spazi e risorse, le difficoltà degli operatori penitenziari e il disagio di chi vive quotidianamente dentro il sistema carcerario. Secondo i dati richiamati nell’articolo, nelle carceri italiane ci sono circa 65 mila detenuti a fronte di una capienza di circa 46 mila posti. Numeri che, tradotti nella vita quotidiana, significano persone costrette a vivere in condizioni che possono diventare particolarmente dure durante i periodi di caldo intenso. Ma fermarsi a questo dato significherebbe perdere la parte più importante della riflessione. La questione vera è infatti un’altra: che cosa deve essere il carcere? Un luogo nel quale una persona sconta una pena, certamente. Ma anche un luogo nel quale dovrebbe essere possibile costruire le condizioni per un ritorno nella società. La nostra Costituzione parla di una pena che deve tendere alla rieducazione del condannato. Non è una formula astratta. Significa chiedersi se il tempo trascorso in carcere serva davvero a ridurre il rischio che, una volta terminata la pena, quella persona torni a commettere reati. Ed è qui che il tema del carcere smette di riguardare soltanto i detenuti. Riguarda tutti noi. Riguarda le vittime dei reati e il loro diritto alla sicurezza. Riguarda gli agenti di polizia penitenziaria e tutti coloro che lavorano negli istituti. Riguarda le famiglie. Riguarda la spesa pubblica. E riguarda soprattutto la società nella quale i detenuti, prima o poi, torneranno. Per questo parlare di dignità in carcere non significa essere indulgenti verso chi ha commesso un reato. Significa domandarsi quale sia il modo più serio ed efficace per rendere la società più sicura. Una pena che umilia, che lascia una persona senza strumenti e senza prospettive, rischia di non risolvere il problema. Una pena che, invece, accompagna un percorso di responsabilizzazione, formazione e reinserimento può offrire una possibilità concreta di interrompere il circuito della recidiva. È una distinzione importante, perché il carcere non dovrebbe essere pensato soltanto come il luogo nel quale una persona paga per ciò che ha fatto, ma anche come il luogo nel quale si prepara ciò che accadrà dopo. Il caldo, allora, diventa quasi una metafora. Fuori dalle sbarre possiamo cercare sollievo. Possiamo accendere un condizionatore, aprire una finestra, spostarci in un luogo più fresco. Dentro un carcere, invece, anche una condizione meteorologica estrema può trasformarsi nell’ennesima difficoltà per chi già vive in spazi sovraffollati e in condizioni spesso problematiche. Perché una società civile non si misura soltanto da come tratta chi rispetta le regole. Si misura anche da come tratta chi le ha violate, senza dimenticare le vittime e senza rinunciare all’obiettivo della sicurezza collettiva. La domanda, alla fine, è semplice ma tutt’altro che comoda: vogliamo un carcere che faccia semplicemente scontare una pena, oppure un carcere capace di rendere più sicura la società quando quella pena sarà terminata? È una domanda che merita di essere discussa. No alla restaurazione, l’effetto Cosimo Ferri sulle elezioni del Csm di Marco Patarnello Il Domani, 14 agosto 2026 Se in questa tornata elettorale per il Csm si colgono segnali di indubbia novità, fra i quali spiccano l’elevato numero di candidati indipendenti dai gruppi tradizionali, dall’altro si notano spinte di restaurazione, neppure troppo sotterranee. Il sintomo più vistoso di queste spinte è senza dubbio il ritorno nella competizione elettorale di uno dei due protagonisti della vicenda dell’hotel Champagne. All’esito della più diretta aggressione “politica” subita dal dopoguerra, la magistratura italiana ha in corso un cambiamento di cui solo in parte è consapevole. Accusata di scendere apertamente nello scontro politico, quella schierata per il No credo abbia dato dimostrazione del solo intento di difendere la Costituzione. Vedremo quanti magistrati si impegneranno in politica nelle prossime elezioni, ma molti segnali lasciano intendere che sarà soprattutto fra i pochissimi magistrati schierati per il Sì che troveremo qualche aspirante “politico”. Nel frattempo, l’ordine giudiziario si gode (poco) il respiro di sollievo di un contesto costituzionale solido e si avvia ad eleggere i propri rappresentanti al Csm non senza interrogativi e problemi. Dentro questo ordine si muovono, infatti, sentimenti e obiettivi diversi. Costretta (anche dalla mancanza di fiducia in sé stessa) a rinnovare il Csm con la medesima legge elettorale fortemente criticata e “cucita” intorno ai due gruppi di maggioranza, la magistratura italiana sembra aspirare ad un cambiamento che non sarà affatto facile realizzare. Cosimo Ferri si candida di nuovo al Csm: “Mi rimetto in gioco”. Dal 2019 ad oggi, ben più di un terzo del “potere giudiziario” è mutato, fra pensionamenti e ingresso di giovani colleghi. Di questo ricambio si vedono moltissime tracce interne. Questa giovane magistratura è cresciuta senza vivere la drammatizzazione dello scontro politico degli anni Novanta ed è indifferente e refrattaria all’accusa di politicizzazione, dalla quale non si fa intimidire. La partecipazione dei magistrati alla vita della propria associazione non è mai stata così alta da molti anni a questa parte; oggi più che mai si può affermare che l’Anm è effettivamente rappresentativa della magistratura. Questi giovani colleghi hanno pesato molto nella campagna referendaria e nei cambiamenti delle liturgie e dello stesso linguaggio associativo. La linea politica dell’associazione di questi ultimi anni è maturata direttamente nelle sedi assembleari, spesso fuori dai gruppi tradizionali, anche attraverso aggregazioni contingenti e mutevoli, magari legate a singole vicende o obiettivi: l’azione della rappresentanza eletta nel Comitato direttivo ha essenzialmente cercato di dar voce a questo cambiamento. La stessa elezione del nuovo presidente dell’Anm - soggettivamente qualificato quanto il precedente e collocabile nella medesima area moderata - è stata il frutto di un lessico inedito e di dinamiche nuove: più dirette e meno verticistiche. Questo cambiamento attraversa, con varia difficoltà, tutti i gruppi associativi tradizionali, ma - come è stato già osservato nel dibattito pubblico - segna particolarmente Magistratura indipendente, lacerata dall’apparente uscita di scena del suo ex segretario Galoppi, ma anche da pulsioni restaurative che il nuovo gruppo dirigente impegnato nel rinnovamento fatica a isolare ed eliminare. Voto al Csm, la riscossa dei candidati. Tra correnti, nomi indipendenti e alleanze Infatti, non è solo oro ciò che luce. Se in questa tornata elettorale per il Csm si colgono segnali di indubbia novità, fra i quali spiccano l’elevato numero di candidati indipendenti dai gruppi tradizionali, dall’altro si notano spinte di restaurazione, neppure troppo sotterranee. Il sintomo più vistoso di queste spinte è senza dubbio il ritorno di Cosimo Ferri nella competizione elettorale, uno dei due principali - unitamente a Luca Palamara - protagonisti della vicenda dell’hotel Champagne, che enorme danno ha portato alla magistratura. Ferri ha potuto beneficiare del diniego della Camera dei deputati (all’epoca era un parlamentare) all’utilizzazione delle intercettazioni nell’ambito del procedimento disciplinare a suo carico, uscendo, così, indenne dalle conseguenze giuridiche di quella pagina, che invece condussero alla destituzione di Palamara. Non so dire se la magistratura vorrà eleggere Cosimo Ferri fra i suoi rappresentanti, in contrapposizione a quella parte di magistratura moderata che aspira ad un sincero cambiamento. Ciò che mi sento di dire è che con questa bizzarra e callida legge elettorale del Csm, funzionale ad eliminare il pluralismo culturale e favorire i due gruppi più forti, inverare il cambiamento con risultati concreti non sarà affatto facile e quand’anche ciò dovesse avvenire attraverso l’elezione di personalità inattese, non si tratterà del cambiamento solido e vivificato che, in seno alla magistratura, solo un sistema elettorale proporzionale - a vantaggio delle idee piuttosto che degli apparati - potrebbe assicurare. Sulla giustizia civile il peso delle domande di asilo di Giovanni Negri Il Sole 24 Ore, 14 agosto 2026 In due anni raddoppiato il numero delle domande, da 38mila nel 2023 a 80mila nel 2025. Il Csm: dopo il Pnrr nuova emergenza. La vera emergenza della giustizia civile rischia di essere la gestione da parte degli uffici giudiziari delle richieste di protezione internazionale. A renderlo evidente sono i numeri dell’ufficio studi del Csm che attestano l’esplosione delle domande: infatti a fronte di una capacità di smaltimento che è rimasta, nella sostanza, stabile nel periodo 2019-2025, intorno al valore medio di circa 35mila procedimenti annui, le sopravvenienze hanno subito invece un notevole aumento, passando dalle circa 38mila del 2023 alle circa 80mila del 2025. Un andamento che, sottolinea il Csm, ha prodotto inevitabili ripercussioni sulle pendenze, anch’esse raddoppiate nello stesso periodo (dalle circa 67mila del 2023 alle circa 133mila del 2025). Con il Consiglio superiore che mette nero su bianco come “dall’analisi in questione emerge che, al ritmo dei circa 40mila procedimenti definiti nel 2025, occorrerebbero più di tre anni per smaltire l’intero arretrato accumulato al 31 dicembre 2025”. Ad aggravare la criticità c’è poi l’entrata in vigore a giugno scorso del Patto dell’Unione europea sulla migrazione e l’asilo. Infatti, per effetto della decisione della Commissione europea del 5 agosto 2024 all’Italia è assegnato un numero obbligatorio di 16.032 procedure di frontiera per il primo anno (giugno 2026-giugno 2027), che diventeranno 24.048 nell’anno successivo e 32.064 a regime (da giugno 2028 in avanti). Si tratta del 26,7% di tutte le procedure di frontiera dell’intera Unione europea. Una progressione che mette evidentemente sotto forte pressione gli uffici giudiziari, soprattutto alcuni e ampliando la prospettiva all’incidenza della protezione internazionale sulla complessiva materia civile. Nella tabella sotto, il focus è sulle sopravvenienze, ma non molto differenti sono gli esiti delle pendenze. Così, a Bologna i procedimenti in materia di immigrazione costituiscono oltre il 30% delle complessive pendenze civili, a Trieste (la sede con i numeri più critici) si tocca il 50%, ma distretti di Corte d’appello come Milano e Torino sfiorano il 20 per cento. Per questo è centrale il nodo delle risorse, tema sul quale lo stesso Csm insiste con enfasi. Nelle Linee guida approvate nell’ultimo plenum prima della pausa estiva (nelle quali sono contenute le analisi statistiche Corte d’appello per Corte d’appello), l’accento è messo infatti sulle sollecitazioni al ministero della Giustizia, che ha definito una disciplina di intervento con gli ultimi decreti legge che hanno istituito l’ufficio del processo stralcio per affrontare l’emergenza pendenze, alla luce delle garanzie che il quadro comunitario esige per il trattamento di ogni richiesta di protezione internazionale. “All’indomani dell’enorme emergenza costituita dagli ambiziosi obiettivi del Pnrr - si legge nelle Linee guida -, si è dunque creata una nuova “emergenza”. Il nostro sistema di fonti e gli stessi regolamenti Ue impongono, però, che il rimedio giurisdizionale sia effettivo (il che comporta l’esame adeguato e completo di ogni singola domanda), oltre che svolto in un tempo adeguato. Occorrerà, pertanto, innanzitutto gestire adeguatamente e nei tempi brevi fissati i procedimenti e subprocedimenti che avranno ad oggetto la limitazione della libertà personale. In ogni caso sarà necessario un significativo adeguamento delle risorse”. Così, tra le richieste trova posto l’aumento degli organici dei Tribunali distrettuali con riferimento sia ai giudici togati sia onorari, una misura che dovrebbe riguardare anche la Cassazione. Non dovrebbero poi andare disperse le conoscenze acquisite in materia di protezione internazionale dagli addetti all’ufficio per il processo istituito presso le Sezioni immigrazione e dovrebbero confluire nel ufficio del processo stralcio anche i Got confermati (richiesta, quest’ultima, sulla quale apre già l’ultimo decreto legge di inizio agosto). Trento. Il carcere è al collasso: 437 detenuti, celle da tre e personale ridotto di Giuseppe Fin Il Dolomiti, 14 agosto 2026 L’opposizione: “Fallimento di un sistema che parla di sicurezza ma dimentica il reinserimento”. “Siamo davanti al totale fallimento dell’istituto” hanno affermato Michela Calzà (Partito Democratico), Paola Demagri (Casa Autonomia EU), Francesca Parolari (Partito Democratico) e Paolo Zanella (Partito Democratico) al termine della visita ispettiva. Sovraffollamento, mancanza di opportunità formative e di impiego ma anche patologie psichiatriche e problemi di tossicodipendenza. A Spini di Gardolo il carcere è ormai al limite. E non è solo una questione di numeri: è il fallimento di un sistema che parla di sicurezza ma dimentica il reinserimento. Questa la fotografia che esce dalla visita ispettiva alla casa circondariale di Spini di Gardolo fatta dalla delegazione di consiglieri provinciali di minoranza, composta da Michela Calzà (Partito Democratico), Paola Demagri (Casa Autonomia EU), Francesca Parolari (Partito Democratico) e Paolo Zanella (Partito Democratico), si è recata in visita ispettiva presso la casa circondariale di Spini di Gardolo. Il primo tema che continua a persistere è i numeri elevati di detenuti. Il nodo del sovraffollamento è una delle problematiche che da tempo viene denunciata ma sulla quale non si è fatto ancora nulla. Ad oggi si contano ben 437 persone detenute, numero mai raggiunto prima. “Un numero - spiegano i consiglieri - che polverizza gli accordi originari siglati al momento del passaggio della struttura dalla Provincia allo Stato, che prevedevano un limite di 240 posti, poi innalzato unilateralmente dallo Stato a 420. Siamo ben oltre la capienza massima tollerabile”. La conseguenza diretta è la presenza costante di tre persone per cella, in spazi dove sono stati rimossi persino i banconi di metallo per fare posto ai letti. Attualmente la popolazione detenuta è composta da 389 uomini e 48 donne. Tra questi 239 stranieri, 329 con pena definitiva, 121 protetti (11 con reati a sfondo sessuale), 13 semiliberi e 15 con lavoro esterno (articolo 21). A questi vanno aggiunti i 10 ospiti della Rems, sempre piena. Una situazione che va a ricadere sulle attività che dovrebbero essere messe in campo per quanto riguarda il reinserimento socio-lavorativo. “Sebbene ci siano alcune opportunità formative e d’impiego, l’accesso al lavoro è fortemente limitato e frammentato” spiegano i consiglieri provinciali. “Moltissimi detenuti con cui abbiamo interloquito lamentano di essere fermi, in perenne attesa di un impiego. I lavori interni - continuano - gestiti a rotazione per brevi periodi sia tramite le cooperative sia alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria, non bastano a coprire la domanda. Lavori retribuiti adeguatamente dalle cooperative”. A questo si aggiunge la preoccupante parabola del personale educativo: i funzionari giuridico pedagogici, figure perno per la costruzione dei percorsi di reinserimento e per l’accesso alle misure alternative, erano fortunatamente saliti da 2 a 8, ma sono già scesi a 5 e rischiano di ridursi a 4 a breve. Anche sul fronte delle pene alternative e delle misure esterne i numeri restano esigui. Continua la carenza di personale nella Polizia penitenziaria che si ripercuote anche sulle attività educative, oltre che sulla sicurezza e che diventa drammatica nel periodo estivo e alla luce del sempre maggiore sovraffollamento. Per quanto riguarda la parte sanitaria l’organico degli infermieri è ridotto a sole 9 unità e mezzo a fronte delle 14 previste. “Nonostante la presenza di incentivi economici e l’esenzione dai turni notturni, il servizio non risulta attrattivo. Per questo - spiegano i consiglieri al termine della visita ispettiva - sarebbe opportuno introdurre un meccanismo di rotazione del personale Asuit: prevedere un periodo di permanenza in carcere di 2-3 anni per poi rientrare nei reparti ospedalieri o territoriali potrebbe essere la chiave per coprire stabilmente la pianta organica. Sul piano specialistico, se la copertura psichiatrica e degli psicologi è garantita, si riscontra l’insufficiente presenza della figura del dentista, un servizio essenziale viste le frequenti e gravi patologie odontoiatriche riscontrate tra la popolazione detenuta”. Nel primo semestre 2026 si sono verificati 37 eventi critici, soprattutto autolesionismo (due episodi che hanno richiesto l’ospedalizzazione), 3 tentati suicidi e purtroppo un suicidio consumato. Altissimo è il numero di detenuti affetti da patologie psichiatriche e da problemi di tossicodipendenza (questi pari a 78 persone). Sul fronte infestazioni viene segnalata la forte difficoltà a debellare le infestazioni da cimici dei materassi. C’è infine l’emergenza caldo. I detenuti possono utilizzare esclusivamente piccoli ventilatori a batteria con pale in plastica, essendo vietati quelli con componenti metalliche per ragioni di sicurezza e la direzione si sta attivando presso i fornitori per reperire ventilatori di dimensioni maggiori. “Siamo davanti al totale fallimento dell’istituto” hanno affermato Michela Calzà (Partito Democratico), Paola Demagri (Casa Autonomia EU), Francesca Parolari (Partito Democratico) e Paolo Zanella (Partito Democratico) al termine della visita ispettiva. “Una struttura che si limita alla custodia e non offre sufficienti opportunità di reale inserimento sociale non previene in alcun modo la recidiva, traducendosi in un danno per l’intera comunità. Quando mancano lavoro, percorsi educativi e dignità, il sistema fallisce clamorosamente nella sua fondamentale funzione rieducativa, tradendo quel principio di umanità e di reinserimento previsto in modo inequivocabile dalla nostra Costituzione”. I consiglieri chiedono un radicale cambio di modello, andando in una direzione esattamente contraria rispetto a quella intrapresa dal governo Meloni. “Con i continui ‘decreti sicurezza’, l’esecutivo non fa altro che esercitare una politica di populismo penale, focalizzata solo sull’aumento delle aggravanti e sulla creazione di nuovi reati. Una strategia ideologica che ha come unico effetto concreto quello di gonfiare la popolazione carceraria, alimentando un sovraffollamento ormai strutturale e insostenibile. Serve invertire la rotta investendo sul reinserimento e sulle misure alternative” concludono i consiglieri. Teramo. In tre mesi tre suicidi in cella, i numeri dopo l’iniziativa “Agosto in carcere” iltrafiletto.it, 14 agosto 2026 Quattrocento cinquantasei detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 255 posti, con un indice di sovraffollamento indicato al 183%, ben oltre il 141% registrato a livello nazionale. È la fotografia della Casa circondariale di Castrogno emersa questa mattina nel corso della visita effettuata da una delegazione del Partito Radicale guidata da Ariberto Grifoni, insieme, tra gli altri, a Marilena Rossi, Marialuigia Orfanelli, Adele Di Rocco, Antonella Ballone e Giulio Cesare Sottanelli. Dei 456 detenuti presenti, 405 sono uomini e 51 donne. Sono 75 quelli in attesa di giudizio: 40 imputati ancora in attesa della sentenza di primo grado, 19 appellanti e 16 ricorrenti in Cassazione. Non risultano invece bambini detenuti con le loro madri. Numeri che restituiscono “una situazione di emergenza” e che diventano ancora più significativi guardando alle condizioni sanitarie della popolazione carceraria. I detenuti tossicodipendenti sono 98, di cui 89 uomini e 9 donne. Ventisei sono in terapia, 24 uomini e 2 donne: 21 con metadone e 5 con Suboxone. Sono poi 163 i detenuti con patologie di tipo psichiatrico, 139 uomini e 24 donne. Dai dati forniti risultano 25 casi riconducibili alla psichiatria maggiore e 138 alla psichiatria minore. “Che cosa ci fanno queste persone in carcere, quando avrebbero bisogno di strutture apposite e di percorsi adeguati alle loro condizioni?”, hanno detto in conferenza. Tre suicidi dal 31 maggio e 137 casi di autolesionismo - A pesare sono soprattutto i dati legati al disagio all’interno dell’istituto. Tre persone si sono suicidate dal 31 maggio, mentre sono 137 i detenuti che hanno compiuto atti di autolesionismo e 34 i tentati suicidi registrati dall’inizio dell’anno. È stato ricordato anche il Consiglio straordinario dedicato al carcere di Teramo, al quale parteciparono, tra gli altri, Guido Liris e Luciano D’Alfonso. In quella sede era stata prospettata anche la realizzazione di una pensilina per i familiari dei detenuti, costretti in alcuni casi ad attendere all’esterno prima di poter prendere un mezzo. “Voi l’avete mai vista? E stiamo parlando solo di una pensilina”. Adele Di Rocco ha inoltre ripercorso la tragedia di Patrick, che ha perso la vita all’interno di quella “scatola di cemento” che è Castrogno, riportando l’attenzione sulle condizioni in cui si trovano a vivere le persone ristrette. Lavoro e istruzione per il reinserimento - Sul fronte del lavoro, risultano 168 detenuti impiegati alle dipendenze dell’Amministrazione penitenziaria, 156 uomini e 12 donne. Sono inoltre 11 i semiliberi che lavorano alle dipendenze di datori di lavoro esterni, 9 uomini e 2 donne. Non risultano invece detenuti occupati in carcere per conto di imprese e cooperative né semiliberi che lavorano in proprio. Lavoro e istruzione sono due strumenti fondamentali per consentire un reale reinserimento nella società. Ma, è stato sottolineato, in condizioni di sovraffollamento come quelle attuali diventa difficile dare piena attuazione alla funzione rieducativa della pena prevista dall’articolo 27 della Costituzione. “La Costituzione è stata tradita”. Sul versante della formazione, a Castrogno risultano 16 corsi professionalizzanti, 3 corsi scolastici e 8 corsi universitari, mentre 5 corsi sono frequentati da detenute. Proprio sul tema dell’istruzione e della formazione la Camera di Commercio intende riaprire il confronto per arrivare alla costruzione di un progetto pilota, coinvolgendo stakeholder come Confindustria e Coldiretti, chiamati a fare da raccordo con il mondo delle imprese e a creare opportunità concrete in vista del reinserimento lavorativo. Stanze dell’amore, a Castrogno disponibili solo per le donne - Tra i temi affrontati anche quello del diritto all’affettività e delle cosiddette “stanze dell’amore”, dopo la pronuncia della Corte costituzionale che ha aperto alla possibilità di incontri intimi con il partner durante la detenzione. A Castrogno gli spazi risultano predisposti nella sola sezione femminile. Nella sezione maschile non esiste nessuna stanza. Il diritto all’affettività, è stato ribadito, deve essere garantito anche agli uomini e non può dipendere dalla sezione nella quale il detenuto si trova ristretto. Ferrara. Carcere bollente e sovraffollamento, la Cgil: “Personale sanitario allo stremo” Il Resto del Carlino, 14 agosto 2026 “Il personale sanitario del carcere dell’Arginone costretto a lavorare in condizioni estreme a causa delle temperature che sfiorano e raggiungono i 39 gradi, in totale assenza di condizionatori e ventilatori. Il problema del caldo torrido si aggiunge a quello del sovraffollamento”. A lanciare l’allarme la funzione pubblica della Cgil Ferrara, che sottolinea “la fase drammatica e di totale invivibilità del sistema carcerario, è diventata un’emergenza cronica che affligge l’intero Paese e che si ripercuote quotidianamente su chi all’interno delle strutture vive e lavora. Un contesto ormai al collasso che richiede interventi strutturali urgenti e non più rinviabili. È in questo quadro complessivo di grave sofferenza che si inserisce la denuncia della nostra Fp Cgil riguardo alle condizioni di lavoro operative del personale sanitario (in particolare degli infermieri dipendenti dell’Azienda USL di Ferrara) impiegato presso la Casa Circondariale di Ferrara. Negli ultimi tempi, le condizioni all’interno dell’istituto penitenziario hanno superato qualsiasi soglia tollerabile di sicurezza, salute e rispetto della dignità professionale. Dagli organi di stampa abbiamo visto quanto si stia giustamente parlando delle difficili condizioni in cui vivono i detenuti”. E ancora la Fp Cgil: “Crediamo tuttavia sia fondamentale non tralasciare le condizioni di chi in quel contesto ci lavora ogni giorno: l’Azienda USL ha il dovere morale e istituzionale di tutelare con la stessa attenzione i propri dipendenti. Il costante sovraffollamento della struttura penitenziaria si traduce infatti, per il personale sanitario, in un aumento esponenziale ed insostenibile dei carichi di lavoro e dello stress psico-fisico. A questo scenario già gravoso si aggiunge un’emergenza microclimatica non più gestibile. Nei locali adibiti al servizio si registrano temperature estreme che sfiorano e raggiungono i 39 gradi, in totale assenza di impianti di raffrescamento adeguati o con il solo supporto di ventilatori, del tutto inefficaci. I due condizionatori recentemente installati nell’area terapia rappresentano una goccia nel mare: manca la climatizzazione nell’intera area sanitaria, negli ambulatori dove si svolgono le visite, nelle sezioni detentive, negli spogliatoi e nei locali di sosta del personale. Questa situazione ha già provocato diversi episodi di malore tra gli operatori sanitari durante il turno di lavoro, fatto che abbiamo segnalato formalmente anche ai rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza (rls). Non da ultime, si registrano gravi carenze strutturali: in occasione di precipitazioni piovose, i corridoi interni si allagano e gli infermieri sono costretti a spostarsi tra i vari padiglioni esterni sotto la pioggia battente per garantire le terapie ai pazienti, arrivando a destinazione completamente bagnati. Per queste ragioni, abbiamo inviato una nota urgente ai vertici dell’azienda Usl di Ferrara chiederne un intervento immediato”. Fp Cgil chiede con urgenza un sopralluogo immediato “per verificare sul campo le temperature e le reali condizioni di sicurezza nei luoghi di lavoro; l’installazione tempestiva di sistemi di condizionamento in tutti gli ambienti in cui opera il personale sanitario; una revisione dei carichi di lavoro e dell’organizzazione del servizio, adeguandoli al numero reale di utenti presenti nell’istituto penitenziario. Non è più ammissibile che la garanzia del diritto alla salute in carcere avvenga a discapito della salute e della sicurezza di chi lavora”. Così la segretaria Fp Cgil di Ferrara Elisa Veronesi: “Ho puntato sull’emergenza del problema, sulla necessità di affrontare pubblicamente il tema, non più rinviabile e sulla necessità della categoria di dare voce anche a chi opera all’interno del carcere. La condizione complessiva è di disumanità per detenuti e personale che interviene con funzioni istituzionali”. Salerno. Sciopero della fame a staffetta: “Dignità per i detenuti del carcere di Fuorni” ottopagine.it, 14 agosto 2026 L’iniziativa promossa dall’associazione Radicale “Maurizio Provenza”. È scattato dalla scorsa mezzanotte lo sciopero della fame di dialogo a staffetta promosso dall’Associazione Radicale Maurizio Provenza - Nessuno Tocchi Caino, per dare voce ai detenuti della Casa Circondariale di Fuorni e chiedere ascolto, dignità e rispetto dei diritti al presidente del Tribunale di Salerno, Giuseppe Ciampa. L’iniziativa si ispira alla tradizione nonviolenta di Gandhi, Aldo Capitini e Marco Pannella. L’obiettivo dichiarato è creare un dialogo con il presidente del Tribunale di Salerno per affrontare tre urgenze del sistema carcerario locale. Le richieste dell’associazione si articolano in tre punti: la costituzione dei Consigli di Aiuto Sociale (CAS) previsti dall’articolo 75 dell’Ordinamento Penitenziario; il ripristino della pianta organica dei magistrati del Tribunale di Sorveglianza di Salerno e delle visite periodiche alla Casa Circondariale di Salerno e agli Istituti di Eboli e Vallo della Lucania; infine, la garanzia di personale amministrativo presso il Tribunale di Sorveglianza per cinque giorni a settimana. Silverio Sica, penalista salernitano già presidente della Camera Penale e già presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Salerno, iscritto a Nessuno Tocchi Caino, digiunerà il 14 agosto. “Dobbiamo immaginare come ci esortava alla riflessione Aldo Moro, non un diritto penale migliore, ma qualcosa di meglio del diritto penale”, ha dichiarato Sica. “Fuorni, in particolare, quale paradigma di tutti gli altri Istituti di pena in generale, si ripiega letteralmente su se stessa, fuori da ogni ammissibile ed oramai più immaginabile condizione umana, oltre ogni violazione della legge, della Costituzione e della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo”. Chi desidera partecipare alla staffetta del digiuno può farlo a partire dal 17 agosto. È possibile aderire inviando una foto sorridente con una propria dichiarazione, oppure un audio o un video con le motivazioni dell’adesione, tramite WhatsApp o all’indirizzo email associazionemaurizioprovenza@gmail.com. Al digiuno a staffetta hanno già dato la propria disponibilità: Donato Salzano (11 agosto), Emiliano Torre (12 agosto), Massimo Torre (13 agosto), Silverio Sica (14 agosto), Pancrazio Caponetto (15 agosto), Antonia Autuori (16 agosto), Rino Avella (17 agosto), Guido Carrozza (18 agosto) e Massimiliano Franco (19 agosto). Roma. Maxi-risarcimento ai familiari di un detenuto: morì in cella per uso improprio di farmaci di Valentina Stella Il Dubbio, 14 agosto 2026 Il personale sanitario di Rebibbia non vigilò sulla corretta assunzione di farmaci da parte di un detenuto tossicodipendente: Ministero condannato. Quasi 700mila euro, per la precisione 687.265: è questa l’enorme cifra che il Ministero della Giustizia dovrà pagare come risarcimento ai familiari di un detenuto morto nel carcere romano di Rebibbia nella notte tra il 5 e 6 maggio 2020. Lo ha stabilito la seconda sezione del Tribunale civile di Roma. Ripercorriamo la vicenda. Carlo (nome di fantasia) veniva ristretto presso la Casa Circondariale il 19 febbraio 2020; in sede di visita medica quale nuovo giunto, gli veniva riscontrata e documentata una condizione di dipendenza da sostanze stupefacenti, protratta da circa 20 anni. Il 2 maggio subiva una aggressione fisica dal compagno di cella; trasferito in altra cella, fu soggetto allo stesso trattamento violento nel pomeriggio del 5 maggio 2020. Accusando dolori addominali, gli fu consegnata una bustina del farmaco Buscopan dal personale infermieristico che lo lasciava libero di assumerlo autonomamente. Carlo però all’interno del bagno sciolse il granulato contenuto nella bustina di Buscopan e lo inalò per ricavarne effetti psicotropi. La sera stessa, dopo cena, si preparava una sigaretta con miscela di tabacco e polvere ottenuta dal frazionamento di una pasticca di Seroquel, psicofarmaco in uso e nella disponibilità del compagno di cella. Durante la notte si sentì male e solo la mattina, dopo la richiesta di soccorsi attivata dai compagni di cella, giunse il personale sanitario che procedette a rianimazione cardiopolmonare per 40 minuti, senza ripresa dell’attività cardiorespiratoria. Carlo morì. Secondo la perizia medico legale della Procura la causa del decesso è da rintracciare in una “intossicazione acuta da sostanze xenobiotiche (nella specie: scopolamina)” (derivante dalla sintetizzazione del Buscopan) e di altre sostanze psicotrope (tra cui la quietiapina, principio attivo del farmaco Seroquel). La famiglia di Carlo, assistita dall’avvocato Daniele Grasso, ha fatto dunque causa a Via Arenula per aver fornito a Carlo il Buscopan senza vigilare sulla sua assunzione e per averlo messo in una cella dove erano presenti altri detenuti in trattamento con il Seroquel, così da creare colpevolmente le condizioni per l’uso improprio e promiscuo di una pluralità di farmaci e principi attivi aventi potenziali effetti psicotropi o comunque dannosi per l’organismo. Il Ministero della Giustizia ha sostenuto invece di essere carente di “legittimazione passiva” in quanto, vertendosi di responsabilità del personale sanitario operante all’interno della Casa Circondariale di Rebibbia, i familiari della vittima avrebbero dovuto citare in giudizio la ASL competente. Ma per i giudici non è così in quanto, come si legge in sentenza, “la domanda attorea trov[a] causa non già nella malpractice dei sanitari nell’ambito del percorso terapeutico” di Carlo “quanto piuttosto nella omessa vigilanza del personale penitenziario in ordine alla sicurezza del detenuto al momento dell’assunzione del farmaco correttamente prescritto e nel periodo di tempo immediatamente successivo”. Benché, si legge ancora, “ai fini della gestione del trattamento sanitario dei detenuti, l’Amministrazione penitenziaria si avvale delle competenze dell’Azienda Sanitaria: tuttavia, essa resta, per legge, la responsabile ultima delle prestazioni fornite, in qualità di ausiliare, dal personale sanitario demandato al trattamento dei detenuti all’interno degli istituti di pena”. In più in sentenza i giudici richiamano “l’ordine di servizio n. 104 del 26 novembre 2013, adottato dalla direzione della Casa Circondariale di Rebibbia e giustappunto deputato a disciplinare la “corretta somministrazione delle terapie farmacologiche e controlli”. Con tale provvedimento “risulta ribadito il principio, di matrice normativa, che comunque assegna al personale della sicurezza penitenziaria l’obbligo di sorveglianza in ordine all’operato dei sanitari ai fini del corretto svolgimento delle funzioni di competenza, nell’ambito del programma trattamentale di ciascun detenuto. In particolare, con tale ordine di servizio veniva imposto agli Agenti della polizia penitenziaria di vigilare affinché le terapie farmacologiche fossero completamente e correttamente assunte dal detenuto alla presenza dell’operatore sanitario, onde evitare un uso improprio delle stesse e un accumulo di farmaci, in special modo benzodiazepine, largamente in uso nelle terapie personali dei detenuti con problematiche di tossicodipendenza”. Per tutti questi motivi il Tribunale ha deciso che il Ministero debba risarcire i vari familiari dimezzando però la somma prevista dalle tabelle in quanto Carlo ha fatto un uso improprio dei farmaci. Milano. Le ostie della rinascita. Dalle carceri al mondo di Stefano Marchetti Il Giorno, 14 agosto 2026 Il pane non deve mai mancare sulla tavola. Ma c’è un pane davvero speciale che ha il sapore del riscatto, della dignità, del perdono, e arriva da luoghi dove - più che in altri - c’è bisogno di speranza e di futuro. È quello che nasce, giorno dopo giorno, grazie al progetto “Il senso del Pane” che la Fondazione Casa dello Spirito e delle Arti ha lanciato nel 2016, in occasione del Giubileo della Misericordia: dapprima in varie carceri in Italia e nel mondo, poi anche presso case famiglia o comunità di persone con fragilità, sono nati i ‘laboratori eucaristici’ che producono ostie che vengono offerte a diocesi, parrocchie, monasteri. Attualmente sono 35 i centri in attività e diventeranno 40 entro il 2027, dando lavoro ad almeno 300 persone: sono milioni e milioni le particole già distribuite. “È pane che racchiude una testimonianza, il lavoro di mani che hanno conosciuto il male ma che oggi, rinate, sono segno vivo di una profonda trasformazione”, spiega Arnoldo Mosca Mondadori, presidente della fondazione. Papa Francesco è stato fra i primi sostenitori e ha benedetto e consacrato le prime ostie, così come ha fatto anche Papa Leone lo scorso dicembre, in occasione del Giubileo dei carcerati. Il primo laboratorio aprì dieci anni fa al carcere milanese di Opera: “Andai dal direttore e gli chiesi di mettere a disposizione una stanza - racconta Mosca Mondadori -. Subito acquistammo le attrezzature e furono assunti al laboratorio tre detenuti: erano stati condannati per omicidio ma avevano compreso l’errore, si erano pentiti. Il pane diventava il segno del loro rinascere”. Il progetto poi si è ampliato dal 2019 grazie al sostegno del banchiere Ennio Doris che ha creduto subito nell’idea: oggi la fondazione a lui intitolata continua ad affiancare la Casa dello Spirito e delle Arti in questo grande abbraccio di solidarietà internazionale, insieme alla Fondazione Santo Versace, alla Fondazione Carlo Acutis e alla Fondazione Pedrollo. I laboratori eucaristici sono presenti in tutto il mondo: a Milano nelle carceri di Opera, San Vittore e Bollate, così come a Santa Maria Capua Vetere e presto anche nel penitenziario di Padova, altri sono stati creati in Brasile, a Itauna, Frutal, Ituiutaba, in collaborazione con il sistema Apac. L’esperienza poi si è allargata anche a comunità di persone con fragilità: a Barcellona e in Mozambico, per esempio, “Il senso del pane” è presente in centri di reinserimento sociale di ex detenuti, mentre nel laboratorio di Fabriano sono impegnate donne vittime della tratta. “Nei laboratori sono all’opera cattolici e musulmani o induisti, battezzati e non, senza alcuna differenza - aggiunge Mosca Mondadori -. Il senso di questo Pane va ben oltre la fede: questo Pane parla a tutti, non solo ai cristiani. Quando moltiplicò il pane, Gesù lo diede a tutti, senza chiedere chi fossero. Una ragazza musulmana mi ha detto che lei produce volentieri le ostie, perché è pane che porta perdono e consolazione”. E nel lavoro retribuito, ognuno trova la possibilità di ricostruire la propria vita. Non si è mai fermato, nemmeno sotto le bombe, il laboratorio di Gaza, in Palestina, presso la chiesa della Sacra Famiglia, di cui è parroco padre Gabriel Romanelli. E si producono ostie anche nell’enorme campo di sfollati in Bentiu, nel Sud Sudan, uno dei luoghi più miseri del mondo. “Le particole dai vari laboratori vengono consegnate gratuitamente ai sacerdoti che le desiderano - sottolinea il presidente della Casa dello Spirito e delle Arti -. Noi chiediamo semplicemente che durante la Messa venga ricordato che queste ostie sono state prodotte da detenuti o persone che vivono in estrema povertà. Perché dai poveri noi abbiamo tanto da imparare”. Riflessioni stanche ma inevitabili di Marcello Pesarini Ristretti Orizzonti, 14 agosto 2026 Premetto che queste riflessioni derivano dalle ultimissime campagne contro la politica soffocatrice di qualsiasi voce dissenziente mossa dal governo Meloni, ma è anche un tentativo di dialogo con Cristina Maggia, Associazione Italiana Magistrati per i minorenni e la famiglia, che firma l’interessante articolo Baby Gang, oltre le vendette. L’aumento degli episodi di violenza, in realtà della loro percezione, rischia di essere un serpente che si morde la coda, e altrettanto se parliamo di razzismo, machismo, bullismo verso donne e uomini. Fermiamoci qui. Ho partecipato, organizzato, alle volte mal sopportando alcuni atteggiamenti, a presidi contro l’uso indiscriminato dei TSO, della pistola Taser nei confronti di chi è agitato in pubblico e può alle volte recare danno a se stesso e agli altri. Questi episodi avvengono spesso, fanno parte dei colpi che assesta questa società malata che vorrebbe ammalarsi ancora di più, soprattutto colpendo chi dà fastidio e non si può difendere. Alcuni dicono, in questi presidi “Vogliamo Polizia Democratica, riconoscibile, web cam, non vogliamo meno Stato ma più Stato, ma più Stato di tutti, coi servizi, la scuola, la sanità, tutto ciò che previene questi fenomeni”. Vero solo in parte, perché c’è un protagonismo giovanile in tutte le generazioni, ogni volta uguale ogni volta diverso, che si prolunga negli anni per via della educazione troppo assistenziale dei genitori, oppure dell’educazione completamente assente. Poi ci sono molti giovanissimi, specialmente donne, che in seguito alla violenza contro donne e giovani, e a causa della stessa società di cui sopra, dicono convinte: “Non vogliamo essere protette, ci pensiamo noi, non vogliamo il Patriarcato e neanche la Polizia”. Anche molti maschi, associazioni, studenti, molti per età ma anche per scelta, argomentano in questo modo. Come cittadino laico e convinto della pubblicità dello Stato modello francese, non sono d’accordo. Pur comprese le spinte ideali, ma se ci difendiamo da sole, chi decide qual è la difesa corretta? Non ci sono più le volanti rosse come quelle messe su dal PCI e dagli ex partigiani nel primo dopoguerra. Non ci sono più neanche le volanti rosse del ‘68, parte delle quali hanno commesso gravi errori che conosco, e in parte hanno portato alle Brigate Rosse, fenomeno che ha dato luogo a scelte sbagliate però derivanti dalla lettura della società che vedeva condizioni di oppressioni operaie, reparti punitivi nelle fabbriche, eccetera. Non c’è più il servizio d’ordine delle femministe, diverso nelle forme ma orgoglioso della separatezza, perché anche loro superate, e magari non attuali per alcune donne, ma non per tutte. Allora ci vuole lo Stato, che deve tornare ad essere di tutti e non di nessuno. Percorso lungo dal quale spesso i compagni si allontanano, stanchi, convinti di poterlo bypassare. Ho assistito, nella “nuttata” del Covid, al tentativo di formazioni residuali di sinistra di riverniciarsi come nemiche del Green Pass, tentativo fallito miseramente. Qualcosa di simile sostengono le “razzialiste”, ultima ma forse penultima variante delle seconde generazioni di migranti, per lo più le donne, più evolute a parità di età dei loro coetanei, che spesso fanno scelte meno violente di quelle attribuite ai maschi, come le bande chiamate “baby gang”, che vengono comunque affrontate come ordine pubblico e non come esclusione. Le donne razzializzate che reagiscono lo fanno con una pratica non violenta, ma quasi da “contro apartheid”. Sono opinioni che annotano queste scelte come minoritarie, dettate dalla osservazione della legge dominante dei “fai da te”. Non sempre esprimono empatia, un poco come in tutti i movimenti molto settoriali a partire dalla sacrosanta denuncia del Genocidio che avviene a Gaza. Non si può combattere contro l’ingiustizia senza porsi domande sia sul comportamento e le basi non democratiche dei governanti che reggono la Palestina, né sul collegamento internazionale. Per cui ben vengano le correzioni di rotta tentate da altre persone; basterebbe che non fossero ipocrite, parziali, che non portassero conseguentemente a un salto nel buio. Vengo dall’ambiente dei rei, dei carcerati, lavoro con sportelli epr familiari di detenuti, frequento i migranti che debbono sbarcare il lunario, molto più pratici di chi pensa di poterli rappresentare senza spesso farne parte. Un Museo della Rivolta a Reggio Calabria, la destra alimenta narrazioni antiche di Giuseppe Smorto Il Domani, 14 agosto 2026 Il consigliere comunale Daniele Romeo ha parlato della “grande rivolta popolare del continente europeo” e ha garantito che non si tratterà della “celebrazione di una parte politica”. Il rischio però c’è, per mille motivi. Con un paradosso: toccherebbe proprio agli attuali sacerdoti della sicurezza raccontare la più lunga e violenta tra le proteste contro lo Stato. In tempo di revisionisti allo sbaraglio, è passata inosservata una notizia che incrocia un pezzo di storia d’Italia, le stragi e la strategia della tensione. In uno dei suoi primi atti, il consiglio comunale di Reggio Calabria, forte della nuova maggioranza di centrodestra, ha varato l’istituzione di un Museo sulla Rivolta, con apertura prevista entro un anno. Ora anche qui bisogna uscire dagli schematismi: sbagliato ridurre gli anni della protesta ai “boia chi molla” o alla ballata popolare di Giovanna Marini sulla manifestazione del 22 ottobre del ‘72: quando piazzarono otto bombe sui binari, si vedevano i sassi volare e alla sera sembrava una giornata di mercato. Fabio Cuzzola, scrittore e ricercatore, andrà a parlare alla Sorbona dei Fatti di Reggio nell’aprile dell’anno prossimo. Della Rivolta conosce i marciapiedi, i passi tragici, le carte dei servizi segreti stranieri. La città parla con i suoi luoghi. La veranda del povero autista Angelo Campanella, padre di sette figli. E qui c’era la baracca dove vivevano i cinque anarchici morti in un misterioso incidente in Ciociaria. Su quel balcone, la Camera del Lavoro, si fronteggiarono Italo Falcomatà, a cui oggi è dedicato il Lungomare, e Ciccio Franco, che ha un monumento proprio in via Marina. Solo che quel giorno del 1970, l’insegnante Italo era barricato dentro a difesa della sede, e il sindacalista della Cisnal Ciccio guidava l’assalto: e si sentirono colpi di pistola. Il derby spaziale in Calabria: Cannizzaro si prende la Nasa Il rischio c’è Annunciando la nascita del Museo, il consigliere comunale Daniele Romeo ha parlato della “grande rivolta popolare del continente europeo” e ha garantito che non si tratterà della “celebrazione di una parte politica”. Il rischio però c’è, per mille motivi. Con un paradosso: toccherebbe proprio agli attuali sacerdoti della sicurezza raccontare la più lunga e violenta tra le proteste contro lo Stato, contro i celerini che venivano da Padova e i funzionari con la fascia tricolore che ordinavano le cariche. Cuzzola arriva a contare 19 vittime fra dimostranti, agenti, militanti, vittime collaterali cadute nell’oblìo, i sei morti dell’attentato al treno di Gioia Tauro con una città che non è stata più la stessa. La scintilla, il capoluogo di regione assegnato a Catanzaro nell’anno in cui nascono le Regioni, le prime barricate nell’estate del 1970. Il paese che guarda stupito, la sinistra che stenta a capire. Una didascalia della Gazzetta del Sud diventa un editoriale: “Ecco i trentamila in corteo: tutti fascisti?”. Un’Italia minore, un territorio dato per perso, vite sconosciute da poco arrivate sui libri di scuola, per esempio con La storia racconta di Alessandro Barbero (Zanichelli). Certo che i giovani devono sapere, soprattutto quello che è già chiaro e certificato dalle sentenze. A Catanzaro diedero il capoluogo, a Cosenza l’Università (e oggi i frutti si vedono), a Reggio un centro siderurgico mai costruito, 700mila alberi abbattuti nella piana di Gioia Tauro e i lavori pubblici che ingrassarono la ‘ndrangheta. Che abbandonò il suo volto rurale per dedicarsi agli appalti e al narcotraffico. Con parentele pericolose nate durante la Rivolta: perché proprio dalla mafia arrivò il tritolo della strage di piazza della Loggia a Brescia. E Reggio fu il crocevia di molti traffici, polo meridionale della strategia della tensione dove approdarono vari militanti dell’eversione nera, protetti e riveriti. Perché la destra non sa fare i conti con i suoi fantasmi. E quindi cosa celebrerà questo Museo? Non c’è ancora la sede ma si sa che la città è piena di palazzi confiscati. Uno splendido ex convento che domina lo Stretto, vicino alla zona delle Tre Fontane, è già pronto. Cuzzola ha assistito da remoto al consiglio comunale, dodici mesi per chiudere tutto è una piccola bestemmia culturale, perché per creare una struttura che entri nei circuiti tocca avere direttori e personale, magari c’è un Bando europeo o regionale a cui concorrere. “Un Museo - dice - nasce da un percorso, non su un singolo periodo. Non ce n’è uno sulle Cinque giornate di Milano o su Piazza Fontana. Reggio non ne ha uno sul terremoto del 1908, non sapremo mai i nomi di tutte le vittime. Sulla Rivolta la destra estrema ha alimentato nel tempo la letteratura dei martiri, la storia di una città fondata dai greci di Calcide non può essere ridotta a questo”. Un sito illegale di scommesse sulla maglia della Lazio: cosa c’è dietro l’accordo tra Lotito e Polymarket Ed è forse nella stessa cornice che oggi Claudio Lotito, presidente e proprietario della Lazio e senatore di Forza Italia, acquista la Reggina e chiede ai tifosi di “credere, obbedire, combattere”, prendendosi gli applausi. Dodici anni di centrosinistra non hanno cancellato la scontata immagine di città di destra, e questo progetto espositivo entra in pieno nella narrazione. Ma non basteranno quattro stanze arredate con memorabilia, il candelotto lacrimogeno che ogni famiglia ha conservato, le foto in bianco e nero di quella che Pasolini definì “una guerra civile rimossa”. Volti neorealisti, signore della buona società mischiate a bambini con la sigaretta in bocca, cartelli scritti a mano: la Rivolta è stata anche questo. Per un’altra strana congiuntura, sta nascendo a Reggio il Museo del Mare, su progetto dello studio fondato da Zaha Hadid. Un nome banale, e certo sarebbe meglio Museo dello Stretto, o del Mediterraneo. Ma questa è un’altra storia. Il problema è che nessuno capisce ancora cosa ci andrà dentro, e quanto ci entrerà la politica. Un problema ricorrente, a quanto pare. Migranti. I sommersi e i salvati che non rivogliamo indietro, mentre nei Cpr si muore di Adriano Sofri Il Foglio, 14 agosto 2026 Fareste molto male a non leggermi oggi. Vi faccio entrare in un posto proibito. Ieri infatti rimuginavo con ripugnanza sulla risposta che i governanti italiani hanno scelto di dare alla decisione tedesca di rimandare migranti sbarcati da noi dopo l’effetto dell’accordo che rivedeva Dublino (circostanza nella quale una singola migrante è diventata finalmente una persona, donna e somala, con nome e cognome, col titolo di Prima Rimbalzata da un confine all’altro): la replica italiana investe le imbarcazioni di soccorso in mare battenti bandiera tedesca, che dunque per equità dovrebbero sbarcare i salvati a Brema o ad Amburgo, oppure smettere di salvarli, mutandoli in sommersi. I sommersi e i salvati, vi ricordate. Ed ecco che all’improvviso un cittadino di Palazzo San Gervasio (4.200 persone, dev’essere un bel paese, provincia di Potenza) di nome Gervasio, telefona a Radio 3 per parlare accoratamente della morte di un “ospite”, il 6 agosto, nel locale Cpr, sicché “la Città ne parla” viene dedicata al tema. (Nello stesso Cpr era morto nel 2024 il diciannovenne algerino Belmaan Oussama, che aveva già ingoiato vetri e tentato suicidi, era stato ricoverato in ospedale, e riportato indietro a completare l’opera, lui in un 5 agosto). Ho ascoltato con trepidazione: un bravo e franco avvocato, una garante locale dei diritti dei detenuti molto rispettosa delle autorità competenti salvo un ripensamento, altre voci esperte e sensibili come quella di Annalisa Camilli. Io avevo un gran vantaggio sui quasi 60 milioni di italiani che non ne sanno niente, a parte chi avesse seguito lo Speciale giustizia di Sergio Scandura per Radio Radicale. Nel Cpr di San Gervasio, dove il tunisino trentenne, “L. Dhui”, è morto, spero suicida - “un gesto riconducibile a un tentativo di impiccagione utilizzando un indumento… ma il giovane è poi caduto al suolo” - è poi scoppiata “una rivolta”. Nei Cpr sono recluse, come forse sapete, persone che non hanno commesso alcun reato, nell’agonia dell’attesa del rimpatrio. In detenzione “amministrativa”, formula famigerata. Le condizioni generali dei Cpr, a suo tempo chiusi poi riaperti e che oggi si vorrebbero moltiplicare, sono tali da far invidiare le vere galere, di cui sappiamo. Ebbene, un’indagine che, se non ci se ne vergognasse, si direbbe “coraggiosa” - infelice il paese che deve chiamare coraggio la dignità - promossa dall’allora procuratore capo di Potenza, Francesco Curcio, oggi a Catania, denunciò il metodico ricorso a torture, maltrattamenti aggravati, frodi nella gestione privata e monopolistica delle forniture, e nell’altro monopolio delle difese legali a un unico studio, e simili orrori, per 26 capi di imputazione a carico di 27 funzionari, poliziotti, medici, imprenditori, legali. Il processo, con gli imputati ridotti a 17, si aprì finalmente nel settembre scorso, e la prima vera udienza testimoniale si è svolta lo scorso 2 luglio. È stata ascoltata Maria Carmela Senatore, cui da colonnello della polizia locale era stata affidata la guida dell’inchiesta in qualità di polizia giudiziaria (oggi è nella polizia di stato). La testimone ha parlato con una calma, precisione e sicurezza che fanno venire i brividi, di cose che fanno venire i brividi. In un’aula di tribunale in cui, salva la Radio radicale, c’era solo la Rai regionale, e non altri rappresentanti della stampa (quella stampa cui è vergognosamente vietato l’ingresso nei Cpr: qui non è vietato). Devo finire, per oggi. Raccomando, a mo’ di esempio, i minuti in cui Senatore riferisce come agli “ospiti” venissero somministrati, senza alcuna - obbligatoria - informazione, farmaci di basso prezzo e di formidabile efficacia drogante e ottundente, e rischio estremo. Il Rivotril, per esempio (a base di clonazepam, di benzodiazepine ad azione prolungata), indicato ufficialmente per il trattamento dell’epilessia. Costa solo 2 euro, rende molto. Molti “ospiti”, ignari di composizione ed effetti, lo trovavano però appropriato alle sopraffazioni degli agenti e all’infamia delle condizioni di vita. A volte glielo diluivano, sempre senza informazione ai “pazienti”, completando la dose con un po’ di acqua calda, un “effetto placebo fatto in casa” - e un risparmio ulteriore. Un altro uso era quello del Serenase nel latte della prima colazione - quell’antipsicotico per schizofrenia e paranoia conclamate veniva spacciato a tre reclusi, nessuno dei quali nemmeno remotamente sintomatico: non si erano mai rivolti all’ambulatorio del centro - tranne uno, a chiedere uno spray nasale. Fra gli effetti possibili: aritmie anche mortali. Gliene davano 40 gocce, poi 80 e poi fino a 120 nel giro di una settimana. Il trentenne di lunedì dormiva all’aperto, in un avanzo di campo di calcetto, dove poi è morto. Anche altri si buttano là. L’acqua da bere c’è, in un contenitore, a più di 40 gradi. Non si può dire, al Cpr di San Gervasio, che manchi l’acqua calda. Per la rivolta ieri sono stati denunciati in otto e arrestati tre giovani, un algerino e due marocchini: forse si sono guadagnati l’invidiato posto in una vera galera. Migranti. Straniero suicida, sommossa al Cpr di Palazzo San Gervasio di Mirella Molinaro La Verità, 14 agosto 2026 Il Tribunale di Potenza ha convalidato gli arresti di tre ospiti del Cpr (il Centro di permanenza per i rimpatri) di Palazzo San Gervasio, in provincia di Potenza. I tre erano stati fermati dopo i disordini scoppiati lunedì nella struttura in seguito alla morte di un cittadino tunisino di 30 anni, Lasued Dhoui, che era trattenuto da pochi giorni nel Cpr potentino. Nei confronti dei tre è stata disposta la misura cautelare del divieto di dimora in Basilicata. Lo ha reso noto la Procura della Repubblica di Potenza, in una nota a firma del procuratore capo Camillo Falvo. I tre, due di 25 anni e uno di 34, uno di nazionalità algerina e due marocchini, sono accusati di aver preso parte alla protesta durante la quale sono rimasti feriti tre agenti del reparto mobile. I fermati devono rispondere dei reati di “promozione e partecipazione a rivolte all’interno dei centri per il rimpatrio mediante atti di violenza, minaccia o resistenza”. Sono state, inoltre, contestate ipotesi di reato per le lesioni riportate dagli agenti e per i danneggiamenti. Secondo quanto riferito dalla Procura, durante i disordini sono stati danneggiati moduli abitativi, arredi e suppellettili e sono stati lanciati oggetti contundenti contro le forze di polizia. Tre agenti hanno riportato traumi contusivi: uno con prognosi di sei giorni e gli altri due di dieci. La protesta è scoppiata dopo la morte del trentenne tunisino sulla quale la Procura sta svolgendo accertamenti per ricostruire la dinamica dei fatti. Secondo quanto è stato ricostruito dagli inquirenti, il giovane, che era trattenuto nel Cpr dal 6 agosto scorso, ha compiuto un gesto autolesivo dopo aver appreso della convalida del trattenimento. Il giovane ha raggiunto la recinzione del campo di calcetto e ha cercato di togliersi la vita impiccandosi con l’utilizzo di un indumento. Gli agenti di polizia hanno tentato ripetutamente di instaurare un dialogo con il trentenne per indurlo a desistere, ma il giovane è poi caduto al suolo. I sanitari presenti e gli operatori del 118, intervenuti anche con l’elisoccorso, ne hanno constatato il decesso. La salma è stata messa a disposizione dell’autorità giudiziaria per eseguire l’autopsia. Solo gli esiti dell’esame potranno confermare se si sia trattato di un gesto volontario. Quanto accaduto nel Cpr potentino ha acceso, nuovamente, i riflettori sull’emergenza carceri da un lato e sulla “aggressività” di alcuni detenuti dall’altra. Nell’immediatezza dei fatti, era intervenuta anche Carmen D’Anzi, garante dei diritti delle persone private della libertà personale della provincia di Potenza, la quale, per motivi di sicurezza, non ha potuto accedere nella struttura dove, dopo la morte del giovane, ci sono stati disordini. Ma ha evidenziato la sua preoccupazione in una nota: “Rispettando il riserbo delle fasi di indagini e nutrendo piena e incondizionata fiducia nella magistratura torno a chiedere con ancora più determinazione la chiusura di tutti i Cpr e l’abolizione della detenzione amministrativa. I Cpr sono strutture di detenzione amministrativa dove vengono trattenuti i cittadini non comunitari che non hanno commesso alcun reato e sono privi di regolare documento di soggiorno o già colpiti da un provvedimento di espulsione”. E ha concluso: “Dopo lo sgomento e la commozione, non spegniamo i riflettori. Continuerò a vigilare con tutti gli strumenti che la Costituzione mette a disposizione per dimostrare il fallimento di un sistema che causa sofferenze, è inefficiente e costoso: quando tutti i Cpr saranno chiusi sarà già troppo tardi per l’inutile sofferenza che hanno provocato”. Migranti. Piantedosi: “Stop a Schengen finché la sicurezza è a rischio” di Mauro Bazzucchi Il Dubbio, 14 agosto 2026 La libera circolazione con la Spagna sarà ripristinata soltanto quando per l’Italia il rischio sarà tornato a zero. Non prima di Ferragosto e, specie, non sulla base di una scadenza fissata in calendario. È il punto politico più netto dell’audizione con cui ieri Matteo Piantedosi, davanti al Comitato Schengen, ha difeso la sospensione decisa dal governo dopo l’assalto di massa a Ceuta. “La decisione non sarà rivista prima del 15 agosto”, ha scandito il ministro dell’Interno, aggiungendo che i controlli resteranno finché non saranno “completamente esclusi rischi di sicurezza per l’Italia”. Un messaggio rivolto a Madrid, ma anche a chi accusa Palazzo Chigi di avere trasformato l’emergenza nell’exclave spagnola in uno strumento di propaganda. Piantedosi ha respinto entrambe le contestazioni. Lo stop, sostiene, non è “un atto ostile” verso un Paese legato all’Italia da rapporti di antica amicizia, ma una misura cautelare consentita dalle regole europee. La notifica alla Commissione è partita il 31 luglio e Bruxelles, ha precisato, non ha formulato rilievi scritti. Del resto la Spagna ha ripristinato i controlli alle frontiere “21 o 22 volte”, mentre la Germania li ha progressivamente estesi a tutti i Paesi confinanti. Non possono esistere, è il ragionamento del titolare del Viminale, Stati con un diritto maggiore di altri a proteggere la propria sicurezza. Diverso il giudizio sulla risposta di Madrid, che ha sospeso a sua volta Schengen per chi arriva dall’Italia: una decisione dettata, secondo Piantedosi, da una logica “sostanzialmente ritorsiva”. Proprio di ieri è la notizia che le autorità spagnole hanno effettuato dei controlli su più di tremila persone giunte nel paese iberico su voli provenienti dall’Italia. Il ministro ha tracciato anche un primo bilancio del dispositivo: dall’introduzione dei controlli sono state arrestate tre persone e respinti 21 cittadini extra-Ue irregolari, sei dei quali marocchini. Il problema, però, resta ciò che accade a Ceuta. Tra il 30 e il 31 luglio sarebbero entrate nell’exclave circa 72 mila persone, una dimensione che per Piantedosi rende poco credibile la “narrazione del tutto sotto controllo” e configura una crisi “oggettivamente ingovernabile”. Nell’exclave resterebbero migliaia di persone, tra cui circa 1.300 minori non rimpatriabili, mentre le stesse autorità di Madrid hanno segnalato il rischio di un nuovo ingresso di massa il 15 agosto. È proprio questa possibilità a spiegare perché Roma non intenda abbassare la guardia. Le campagne sui social che spingono decine di migliaia di cittadini extra-Ue verso Ceuta, il rafforzamento del dispositivo marocchino e il sospetto che dietro l’afflusso possa esserci una “regia organizzata” compongono, secondo Piantedosi, un quadro ancora instabile. Con un rischio ulteriore: che concentrazioni di giovani e malcontento possano essere sfruttati online per radicalizzazione o reclutamento. E l’idea che chi è entrato a Ceuta rimanga confinato lì viene liquidata come poco realistica: le organizzazioni criminali, ha ricordato il ministro, non si fermano davanti alle 14 miglia nautiche che separano l’enclave dalla penisola iberica. Da qui il principio con cui Piantedosi riassume la linea italiana: Schengen è una delle conquiste più preziose dell’integrazione europea, ma “non può esserci libertà di circolazione senza sicurezza dello spazio comune”. Ogni ingresso irregolare attraverso una frontiera esterna, sostiene, crea una vulnerabilità per tutti. E il richiamo vale anche per la solidarietà europea. Il ministro dice di non avere compreso le lezioni rivolte all’Italia da chi ricorda le crisi di Lampedusa: Roma, osserva, ha conosciuto soprattutto il problema dei movimenti secondari. Spetta semmai all’Unione sostenere gli Stati esposti e pretendere dai Paesi di origine e transito un contrasto effettivo ai trafficanti, arrivando a legare aiuti e cooperazione ai risultati ottenuti. La stoccata più politica è per quei governi europei che, a giudizio del Viminale, con scelte ideologiche rischiano di produrre conseguenze sull’intera area comune. Il riferimento, neppure troppo nascosto, è alla regolarizzazione di circa mezzo milione di immigrati decisa dalla Spagna. La tesi di Piantedosi è che ogni segnale permissivo alimenti aspettative e un effetto attrazione che le reti criminali sono pronte a sfruttare. A sostegno della strategia italiana arrivano i numeri rivendicati dal ministro. Dall’inizio dell’anno gli sbarchi sono diminuiti del 55 per cento rispetto al 2025 e dell’82 per cento rispetto ai primi sette mesi del 2023: circa 17 mila arrivi nel 2026, meno di un quarto di quelli registrati a Ceuta in due giorni. I rimpatri hanno superato quota 5.300, mentre 256 espulsioni sono state disposte per ragioni di sicurezza nazionale. Crescono, sempre secodo il ministro, anche i rimpatri volontari assistiti: dai 111 del 2024 ai 738 di quest’anno, un aumento del 700 per cento che il governo vuole ulteriormente sostenere. Ed è su questo terreno che, pochi minuti prima dell’audizione, Giorgia Meloni ha voluto mettere il proprio sigillo politico. La premier ha pubblicato sui social il video dell’imbarco su un aereo di 17 cittadini egiziani espulsi e rimpatriati da diversi Cpr italiani. “Difesa dei confini, sicurezza, rispetto delle regole: proseguiremo dritti su questa strada”, ha scritto. Audizione di Piantedosi e messaggio di Meloni finiscono così per comporre un’unica linea: controlli alle frontiere finché serviranno, più rimpatri e pressione sull’Europa perché la gestione dei flussi cominci prima dell’arrivo. Con la Spagna si tornerà alla normalità. Ma, avverte il Viminale, soltanto quando Ceuta avrà smesso di rappresentare un rischio. Migranti. Slogan e carte false. Piantedosi difende lo stop a Schengen di Mario Di Vito Il Manifesto, 14 agosto 2026 Le incredibili spiegazioni del ministro davanti ai parlamentari: buchi nei documenti e dati sballati. Nessun arrivo da Ceuta. Nei panni della guardia di frontiera il ministro Matteo Piantedosi ci prova pure a fare il duro, ma dalla sua audizione di ieri davanti al Comitato Schengen, a palazzo San Macuto, emergono più buchi che certezze rispetto alle ultime alterne vicende. AL DI LÀ della propaganda e degli slogan, sempre gli stessi, sui rimpatri volontari (+700%, dice), sugli sbarchi (-55%, pare) e sui centri in Albania (“Saranno un modello”), l’uomo del Viminale non è stato in grado di dire con esattezza per quale motivo l’Italia abbia sospeso gli accordi Schengen per chi arriva dalla Spagna (“Comunque lo hanno fatto in tanti in passato”). Le ragioni di sicurezza pure evocate non trovano conferma nei fatti. A questo proposito, Piantedosi ha parlato di uno “scenario prognostico” secondo il quale “il Nord Africa” sarebbe un’area “a forte rischio di reclutamento jihadista”. Dunque bisogna prestare la massima attenzione ai migranti arrivati a Ceuta e ai loro spostamenti. Da quando si fanno i controlli, cioè dal primo agosto, sono state arrestate tre persone e respinte altre ventuno. Di queste sei erano di origini marocchine. Quante venivano da Ceuta? Il ministro non lo sa. Nel senso che proprio non è in grado di dirlo visto che non sono state fatte identificazioni. Nella procedura di sospensione di Schengen, peraltro, c’è un errore macroscopico: secondo il Codice delle frontiere dell’Ue il trattato si può sospendere in via d’urgenza solo e soltanto attraverso una comunicazione formale da effettuare contestualmente al ripristino dei controlli. Solo che questa comunicazione l’Italia l’ha protocollata il 6 agosto. Sarebbe a dire 5 giorni dopo aver dato lo stop a Schengen. Piantedosi ha offerto ai parlamentari intervenuti al Comitato il documento in cui tutto questo si legge a chiare lettere e poi ha provato a spiegare la situazione dicendo che il 31 luglio si era riunito il Comitato analisi immigrazione e sicurezza delle frontiere e aveva preso la decisione di chiudere agli ingressi dalla Spagna. Il che non dimostra niente perché, da regolamento, fanno fede solo gli atti formali e non quelli “interlocutori”. “Non è un dettaglio tecnico - spiega infatti la deputata del Pd Rachele Scarpa -, ma la certificazione che l’esecutivo ha prima agito e poi giustificato, violando le regole che l’Italia stessa si è impegnata a rispettare. Un atto grave che paghiamo in credibilità internazionale, nella compromissione dei rapporti con la Spagna, in disagi reali per cittadini e imprese”. Si può anche notare, a questo punto, che la decisione di Madrid di sospendere a sua volta Schengen per gli arrivi dall’Italia (“Un atto di ritorsione” secondo il titolare del Viminale) è arrivata il giorno dopo il protocollo del famoso documento, il 7 agosto. Significa che la contromisura è stata assunta soltanto al momento delle formalità e non prima, quando le uscite dal governo erano sostanzialmente chiacchiere. Il resto dell’audizione è quasi accademia. Piantedosi se l’è presa con la Spagna alludendo alla possibilità che non abbia detto il vero sui numeri: “i 72.000” entrati a Ceuta tra il 30 e il 31 luglio, secondo lui hanno portato a una “oggettiva ingovernabilità” della crisi. “La narrazione del tutto sotto controllo”, ha insistito, era dunque “priva di fondamento”. E poi il sospetto della “regia organizzata” dietro a quell’episodio non può lasciar tranquilli, tanto più perché “le stesse autorità spagnole hanno segnalato la possibilità di un nuovo tentativo di ingresso di massa per il prossimo 15 agosto”, ovvero domani. Per questo motivo l’allerta resta alta e la sospensione di Schengen in vigore a tempo indeterminato. Nei confronti della Germania il ministro è stato molto più leggero. Il caso dei dublinati (chi arriva in Italia ma poi passa la frontiera e va altrove) che Berlino vorrebbe rispedire indietro preoccupa solo fino a un certo punto. I migranti sbarcati dalle ong tedesche verranno conteggiati a scopo di “compensazione”. Detta così come l’ha detta Piantedosi non sembra si stia parlando di esseri umani. Fuori da palazzo San Macuto, intanto, la nave Humanity 1, battente bandiera tedesca, naviga con 73 persone recuperate tra Malta e Lampedusa a bordo. È diretta verso il porto assegnato dal Viminale quando è arrivata la richiesta di attracco: Ravenna. A sei giorni di navigazione di distanza. Migranti. La farsa del Patto europeo: si dice che cambi tutto, eppure non risolve nulla di Emilio De Capitani Il Domani, 14 agosto 2026 Le nuove regole sono pienamente operative da appena un paio di mesi eppure già mostrano che anche a livello Ue vale il gattopardesco cambiar tutto perché nulla cambi. Da anni ormai, soprattutto su pressione della destra e del Ppe, si incide tramite finzioni giuridiche. Sono passati solo due mesi dalla piena operatività - il 12 giugno scorso - del cosiddetto Patto europeo per la migrazione e l’asilo, ma sono già numerosi - e sempre di più - i segnali che confermerebbero che anche a livello di Unione europea valga il gattopardesco: “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”. Nonostante l’entrata in vigore di dieci misure legislative negoziate per oltre dieci anni e nonostante l’esborso di miliardi di euro ai Paesi europei dichiarati sotto pressione migratoria (tra i quali in primis l’Italia), i capi di governo dei principali Paesi dell’Ue, invece di segnare l’annunciato cambio di passo in campo migratorio, continuano a beccarsi tra di loro come gli sventurati polli di Renzo. Dopo i fatti di Ceuta e la polemica tuttora viva tra Italia e Spagna, è poi la Germania a occupare la scena delle cronache ferragostane. Il cancelliere Friedrich Merz ha annunciato l’invio in Italia di diverse migliaia di migranti ora in Germania ma le cui domande di protezione internazionale in base al Regolamento di Dublino avrebbero dovuto essere esaminate nel nostro paese. E non solo: ha disposto inoltre anche una quasi regolarizzazione delle relazioni con il regime dei talebani, ammettendo loro rappresentanti nei servizi consolari e ambasciate sul territorio tedesco al fine di poter facilitare le pratiche di “rimpatrio” in Afghanistan, non solo di quanti si siano macchiati di crimini ma anche - se del caso - di quanti fra i 321mila afgani residenti in Germania godano, per ora, di protezione internazionale. La vera crisi Ue sui migranti? Governi che non cooperano e solidarietà in tilt Una finta dei diritti E la Convenzione di Ginevra, e la Convenzione europea sui Diritti dell’Uomo? E la Carta europea dei Diritti fondamentali, che agli articoli 18 e 19 promuove il diritto di asilo e vieta i respingimenti? Basta richiamare questi testi nei provvedimenti di rimpatrio affermando di averne tenuto conto e passare la patata bollente ai giudici nazionali ed europei che se li annulleranno verranno però accusati di svolgere un ruolo improprio di tipo “politico” e di volersi sostituire al legislatore. Poco importa che spesso la stessa legislazione sia formulata in termini ambigui e contradditori e sia quindi compito del giudice tentare di interpretare quelle norme e quelle misure amministrative alla luce di principi costituzionali e della tutela dei diritti fondamentali ormai difesi dal diritto primario europeo. Da anni ormai, soprattutto su pressione della destra e del Ppe (il gruppo dei Popolari europei che si dovrebbe ormai definire come ex democristiano) si incide anche a livello Ue sulla formulazione di quelle stesse norme legislative inventandosi quelle che vengono chiamate elegantemente “fictio juris”, finzioni giuridiche del tipo “qui lo dico e qui lo nego”. Così, al fine di estendere la cosiddetta “procedura di frontiera”, un migrante è considerato fuori dal territorio nazionale anche quando vi si trovi da settimane o mesi, e la nozione di “frontiera esterna Ue” viene estesa alla grande maggioranza del territorio, come recentemente deciso in Italia dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Ugualmente, con valutazioni di tipo pressoché divinatorio, la Ue ha definito come “sicuri” paesi come il Bangladesh, l’Egitto, l’India o la Tunisia, creando così la presunzione legale per cui le domande di protezione dei cittadini di quei Paesi debbano essere ormai considerate come inammissibili. La stessa presunzione di inammissibilità della domanda di protezione si applica ai cittadini dei paesi il cui tasso di riconoscimento sia inferiore al 20 per cento come se ciò avesse una incidenza sulla situazione della persona in questione. A questa stregua possiamo solo sperare che le prossime modifiche legislative non introducano altri criteri scientificamente affidabili come la verifica del profilo astrologico del richiedente. Il passato insegna È deprimente constatare che a 35 anni di distanza da episodi come quello della nave Vlora - con migliaia di albanesi sbarcati nel porto di Bari - politici e amministrazioni continuino a promuovere politiche che aggravano il problema invece di risolverlo. Eppure per sbloccare la situazione basterebbe ispirarsi alla politica perseguita con successo per più di quattro anni con oltre quattro milioni e mezzo di ucraini. In quella occasione si è manifestata fiducia sulla capacità delle persone di sistemarsi sull’intero territorio dell’Unione ignorando l’assurdo principio di Dublino che fa carico della gestione dei migranti ai soli Paesi di frontiera. Soprattutto, agli ucraini è stata assicurata una protezione temporanea e con essa un percorso di integrazione nell’Unione europea che ha coinvolto non solo le amministrazioni degli interni ma anche quelle della sanità, dell’istruzione, dei trasporti, sia a livello nazionale che europeo. E non risulta che questa scelta “rivoluzionaria” abbia creato particolari problemi alla nostra sicurezza. Migranti. Un decreto (già bocciato dai giudici) ha trasformato Trieste in frontiera esterna dell’Ue di Paolo Lambruschi Avvenire, 14 agosto 2026 La norma, che applica il Patto europeo Immigrazione, designa la città e le altre province del Friuli Venezia Giulia come zone di confine e transito. I nuovi confini Ue però sono in Slovenia e Croazia. Schiavone (Asgi): le procedure accelerate non valgono per chi viene rintracciato in città. La Manna (Caritas): le sentenze a favore dei profughi sono un segnale da ascoltare. A Trieste per decreto si torna indietro di 25 anni, ai tempi della frontiera con la Slovenia non ancora entrata nella Ue. È ovviamente un paradosso, ma è l’effetto della applicazione nel capoluogo giuliano, a Gorizia, e nelle province di Udine e Pordenone, del decreto ministeriale pubblicato il 10 agosto che, per applicare due articoli del nuovo Patto europeo per l’immigrazione e l’asilo che accelerano i rimpatri dei richiedenti protezione, ha di fatto trasformato quattro province della regione in zone di frontiera e transito con appositi centri, i “paf” in cui sarà possibile trattare le domande di protezione internazionale con procedura accelerata. Il nuovo decreto ha lo scopo di ridisegnare e integrare il perimetro geografico delle zone di frontiera e transito. Ma, fanno notare a Trieste, oggi i confini esterni della Ue si sono spostati a est, in Slovenia e Croazia. E questo ha portato i giudici triestini ad accogliere quattro ricorsi presentati la scorsa settimana da altrettanti profughi asiatici, tra cui un afghano, arrivati dalla rotta balcanica a Trieste e Gorizia, e presi in territorio italiano, e che avevano ottenuto un diniego accelerato alla domanda di protezione internazionale tra molti dubbi sulla procedura. Insomma, non un grande inizio. E quindi ecco il decreto che dovrebbe agevolare le procedure di rimpatrio degli irregolari. Certo, questi sono i primi di un gruppo di circa 30 richiedenti protezione, in prevalenza bangladesi, pachistani e nepalesi rinchiusi nei nuovi centri in Friuli Venezia Giulia per la procedura accelerata. Ora occorrerà vedere come si muoveranno i giudici, ma i quattro per decisione dei magistrati avranno accesso alla procedura ordinaria. La partita è tutta politica. Il tema dei migranti è diventato incandescente dopo Ceuta e la sospensione di Schengen tra Italia e Spagna e la legittima scelta tedesca di rispedire i “dublinanti” al mittente, cioè in Italia primo Paese di arrivo. Però i dati degli arrivi dalla Rotta balcanica a Trieste non sono allarmanti. A luglio del 2026 c’è stato un calo degli arrivi del 20% in parallelo con il dimezzamento degli approdi via mare e, secondo il monitoraggio alla frontiera triestina della Diaconia valdese, il calo a giugno 2026 rispetto a maggio è stato di un altro quarto. La rotta balcanica oggi passa soprattutto da Gorizia, da qui la maggior parte prosegue il transito verso ovest e verso il nord Europa senza fermarsi in Italia. I casi intercettati dalla Diaconia valdese raccontano che gli afghani avanzano verso la Francia soprattutto via Ventimiglia oppure si fermano a Milano per prendere i treni diretti via Svizzera in Germania. E i dati ufficiali confederali vedono a metà 2026 un calo del 50% degli accessi di irregolari alle frontiere. Stabile invece il flusso che passa da Oulx di sudanesi passati dai Balcani e diretti a Calais per provare a varcare la Manica. L’opposto della narrazione sul nordest. Il regolamento europeo 1348 approvato nel 2024 ed entrato in vigore due mesi fa prevede con la procedura accelerata di frontiera, che il migrante cui è stata negata la domanda di asilo abbia cinque giorni di tempo per ricorrere. Tempi quasi impossibili per chi non conosce un legale. Tuttavia i giudici triestini li hanno accolti. “Perché - commenta Gianfranco Schiavone, giurista di Asgi, presidente del consorzio Ics e autore dei ricorsi - il decreto che definisce Trieste città di frontiera risale al 2019 e per i giudici non poteva valere per un regolamento europeo approvato nel 2024 ed entrato in vigore lo scorso giugno”. E cosa cambierà il nuovo decreto ministeriale del 10 agosto che attiva i nuovi centri per le procedure accelerate di frontiera (Paf) in 25 province italiane, tra cui al nord Bologna, Genova, Milano, Venezia e nel Mezzogiorno Benevento, Vibo Valentia e Reggio Calabria? Secondo Schiavone per capirci qualcosa occorre partire prima dai tre casi precisi indicati dal regolamento Ue. “Vale per chi presenta la domanda di protezione alla frontiera esterna, per chi è stato intercettato nell’attraversamento della frontiera esterna e per chi arriva con un’operazione di ricerca e soccorso, dunque attraverso lo sbarco. Le procedure accelerate continuano quindi a non essere valide per chi viene rintracciato in area giuliana, il diritto europeo le prevede solamente per le frontiere esterne a meno che i migranti non arrivino in porto o in aeroporto. Se il governo vuole realizzare nuovi centri di frontiera e zone di transito anche in Friuli Venezia Giulia, punto di arrivo della rotta balcanica, può farlo dal punto di vista giuridico, assumendosi le responsabilità politiche della scelta di portare qui persone sbarcate a Lampedusa. Ma se vogliono usare l’ex caserma del valico di Fernetti per la Paf, non ci possono portare le persone entrate dalla Slovenia”. Sulla situazione triestina sempre più pesante arriva puntuale il richiamo del direttore della Caritas diocesana, il gesuita padre Giovanni La Manna. “Parlo come soggetto coinvolto direttamente nelle accoglienze e credo che le sentenze dei giudici di Trieste siano segnali che vadano ascoltati attentamente da chi ci governa”. Fa riflettere anche la scelta del governo di centrodestra sloveno di revocare unilateralmente - a causa degli alti costi dei controlli - la sospensione di Schengen ai confini italiani e che da questa parte della frontiera dura dal 21 ottobre 2023 ed è stato prorogato fino al 18 dicembre. “Anche questo - prosegue il direttore della Caritas triestina - è un segnale da cogliere. Le leggi e la politica devono considerare anche alla frontiera i migranti come persone e devono rispettare la loro dignità umana. Su questo non dobbiamo cedere”. Il rischio è che a Trieste si vedano i primi effetti di una lunga campagna elettorale nazionale giocata soprattutto sui temi della paura. Migranti. Emergency: “Salviamo vite, l’umanità non ha bandiere” di Paola Mordiglia Il Domani, 14 agosto 2026 “La gestione degli sbarchi è alla ribalta dello scontro politico e le ong diventano il capro espiatorio”, dice il capomissione della Life Support di Emergency. A bordo della nave Life Support - Nel match tra Italia e Germania sulla pelle dei migranti, dopo l’entrata in vigore del patto Ue il 12 giugno, il Viminale risponde al governo Merz, e alla sua richiesta di trasferimento in Italia dei migranti richiedenti asilo, puntando il dito sulle imbarcazioni delle ong, in particolare quelle battenti bandiera tedesca. Sono loro, a detta del ministro dell’Interno Piantedosi, i maggiori indiziati dei flussi migratori sulle nostre coste. A bordo della nave Life Support di Emergency, il capomissione Jonathan Nanì La Terra scuote i dreadlocks e sorride amaramente: “Ogni volta che la gestione degli sbarchi diventa una questione politica, quindi sempre, le ong diventano un capro espiatorio. Noi non siamo i responsabili, semplicemente riempiamo un vuoto istituzionale”. E aggiunge: “Giovedì la nave tedesca Humanity 1 ha soccorso 65 persone, purtroppo il porto assegnato dalle autorità è stato prima a Savona, poi a Marina di Ravenna. Una perdita di tempo che aumenta la sofferenza dei naufraghi”. Per fare pari e patta con gli Stati membri dell’Ue, il nostro governo invoca il principio di compensazione, possibile con le nuove norme del Patto sui migranti. Tradotto: amici tedeschi, volete rispedirci indietro i migranti che sono sbarcati qui? Allora fateci lo sconto su quei richiedenti asilo che vivono sul vostro territorio, per compensare il disturbo delle navi umanitarie che battono la vostra bandiera. “Come se la bandiera che sventola sulla poppa di quelle imbarcazioni dichiaratamente non governative, equivalesse alle politiche del governo con quei colori. E viceversa”, nota il capo missione. Ma non è così: la Life Support, per dire, batte bandiera panamense. Secondo il ragionamento del ministro Piantedosi dovrebbe essere il governo di Panama responsabile dell’eventuale sovrappiù di migranti sulle nostre coste? “Ovviamente no”, risponde Jonathan Nanì La Terra. “La bandiera che sventola a poppa indica soltanto il territorio di appartenenza dell’imbarcazione, non le politiche di governo”. Difficile credere che il ministro dell’Interno non sappia cosa significhi ong, acronimo che sottolinea la vocazione civile delle navi di soccorso e nessun legame di rappresentanza o economico con il governo di cui porta la bandiera Dal 12 giugno, in base alle regole europee coi loro nuovi meccanismi di solidarietà - intesi tra paesi Ue e non verso i migranti - in caso di pressione migratoria eccezionale su un paese di approdo gli Stati membri possono fare tre scelte: contribuire accogliendo un certo numero di migranti richiedenti asilo, pagare una cifra corrispondente a 20mila euro per ogni migrante indesiderato, o inviare mezzi o supporti logistici al paese sotto pressione migratoria. Il muro dell’Ue ai migranti rafforza il potere delle autocrazie Strategia della paura Nonostante l’invasione invocata dal governo italiano non corrisponda ai dati sugli sbarchi che determinano tale pressione, la percezione che il governo Meloni restituisce sulla questione fa leva sulla strategia della paura. Se per evitare l’invasione stile Ceuta si compromette la libera circolazione di Schengen, per le richieste di rimpatrio da Berlino fa fede la data del 12 giugno, condonando le precedenti a quella con la consueta leggerezza all’italiana e bullizzando, appena possibile, le navi umanitarie. Il capo missione ricorda ancora che la maggior parte dei salvataggi non avviene sulle flotte civili ma grazie all’intervento della Guardia Costiera Italiana, “quindi c’è poco da fare i bulli”. In attesa che il nuovo ddl del Viminale, adesso all’esame della commissione Affari costituzionali del Senato, renda le cose ancora più difficili, approvando il cosiddetto blocco navale da uno a 6 mesi attuabile entro le 12 miglia dalla costa, restano in vigore il fermo amministrativo, e le nuove restrizioni decise nel recente Patto Ue su migrazione e asilo. Ma nonostante i continui ostacoli benedetti dal governo Meloni, l’attività nelle operazioni Sar non si ferma, appellandosi al diritto internazionale e a quello del mare, secondo i quali il comandante di una nave è tenuto a soccorrere sempre chi è in pericolo. Sea-Watch 5, avviata un’indagine penale contro il capitano. Linardi: “La criminalizzazione è ormai prassi” Sarà propaganda, fumo negli occhi, campagna elettorale o privilegio dei potenti, fatto sta che nel linguaggio e nelle modalità di gestione dei flussi migratori, la svalutazione di queste persone è molto frequente. Perfino i pacchi online sono trattati meglio dei migranti, resi inclusi. Intanto il numero dei dispersi in mare aumenta: “Nel 2025 gli arrivi via mare in Italia contati dell’Unhcr sono stati oltre 60mila, mentre al 10 agosto di quest’anno secondo i dati del ministero dell’Interno sono arrivate sulle nostre coste 17.176 persone, segnando un calo significativo e il sospetto che in molti non ce l’abbiano fatta”. Solidali con la ong tedesca Sos Humanity che ha risposto alle sparate di Piantedosi dichiarando: “raddoppieremo le nostre navi per il soccorso”, Jonathan Nanì La Terra commenta: “Anche noi di Emergency continuiamo a fare il nostro lavoro, ignorando le sirene della politica e tappando i loro buchi, monitoraggio dell’illegalità incluso”. Poi mi congeda, ha tempi stretti e a bordo varie esercitazioni da fare, prima di salpare, a brevissimo, per la 45° missione della Life Support. Da quando ha cominciato le operazioni in mare nel dicembre 2022, la nave di Emergency ha tratto in salvo 3.538 persone.