La difficoltà di conoscere la realtà delle carceri italiane di Giancarlo Brunello* trevisotoday.it, 13 agosto 2026 Varie iniziative civiche organizzate quest’estate per mantenere alta l’attenzione sul sistema carcerario italiano e sul ruolo di rieducazione che dovrebbe rivestire nei confronti delle persone detenute. “Vieni, che ti porto al fresco”. Un vecchio detto popolare diceva che molte guardie nell’accompagnare l’arrestato, gli dicessero questo. Ebbene, mai detto popolare fu più menzognero, specie di questi ultimi tempi, in quanto le carceri italiane, oltreché luoghi decisamente indecenti e inadeguati (ma tutto ciò viene accettato come “effetto collaterale” della pena unica, stabilita dalla Costituzione Italiana, che è la mancanza della libertà) le carceri sono veramente inferni, sia d’estate che d’inverno. Lo sanno bene le oltre 64mila persone carcerate e con loro i circa 40mila dipendenti del Ministero di Giustizia che giorno per giorno devono occuparsi come lavoro della funzionalità del sistema carcerario. L’oggetto della presente nota sul sistema carcerario italiano è per evidenziare alcuni fatti importanti, sia quelli che si sono succeduti in questi ultimi mesi, sia quelli che dovranno avvenire nel futuro prossimo. Avvenimenti che meritano di essere divulgati per rompere la forte e consistente barriera omertosa, che anche la politica considera fra gli “effetti collaterali” che manipolano e condizionano la vita delle persone detenute in carcere. Chiaramente, i cosiddetti “effetti collaterali” sono spesso condizioni pericolose e ingiuste, non previste dalla Costituzione Italiana, che nulla hanno a vedere come beneficio sia delle vittime dei vari Caini sia di equità nella durezza delle pene. Si manifestano per lo più come crudeltà gratuita, molto pericolosa anche per chi è convinto della durezza della pena e della cosiddetta filosofia “occhio per occhio, dente per dente”. Lo scorso 14 luglio 2026, 330 persone (rappresentanti delle Istituzioni, del mondo universitario, della cultura e della società civile, oltre a volontari di diverse associazioni) hanno visitato 34 istituti penitenziari (carceri) situati in 29 città italiane, per denunciare lo stato delle carceri nel nostro Paese e rivendicare come diritto inalienabile la funzione educativa stabilita dalla Costituzione Italiana, all’articolo 27. L’iniziativa di conoscenza e sensibilizzazione era organizzata da “Alleanza per l’articolo 27”, composta da diverse associazioni di volontariato (tra le quali anche la nostra Rete per la legalità di Cittadinanzattiva) che, fra i vari impegni, ha anche quello di lavorare nel mondo delle carceri per le persone ivi detenute. L’articolo 27 della Costituzione Italiana stabilisce e definisce che la responsabilità penale è personale, che l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva, e che le pene devono tendere alla rieducazione. Alla rieducazione. Questa è da sempre fortemente contraria a tutta la gestione penitenziaria italiana, con la complicità della politica, che ha ipotecato i decenni a venire. Ovviamente rispetto a questa iniziativa, caduta nell’omertà informativa della giustizia italiana, con la complicità dell’indifferenza del mondo della cosiddetta “comunicazione libera”, si è saputo pochissimo. Tornando al tema della “rieducazione”, potremmo dire che poco è stato concesso alle associazioni del volontariato. E quel poco, salvo rare eccezioni, di solito è dato ad associazioni forti poiché legate al potere politico che da anni operano nel mondo delle carceri. Le piccole organizzazioni di volontariato come la nostra, Cittadinanzattiva, sono mal supportate nella loro presenza e negli obiettivi da raggiungere. Ovviamente, per essere chiari, non vengono ostacolate, bensì ignorate. Questo in un ambiente dove tutto bisogna chiedere e avere permesso è una morte civile. In questo mese di agosto 2026, si rinnova per il terzo anno l’iniziativa dell’Unione delle Camere Penali Italiani, insieme al loro Osservatorio Carcere: nel periodo fra agosto e metà settembre saranno visitate le carceri italiane (sono 190 e 17 istituti penali minorili e un carcere militare) insieme a parlamentari e consiglieri regionali, insieme a molti volontari. L’Unione delle Camere Penali, che è la più importante associazione di avvocati penalisti, opera con riferimento alla Costituzione Italiana, nella sua attività professionale nell’applicazione di norme costituzionali. Con l’iniziativa “Ristretti in Agosto”, al suo terzo anno, essa intende mantenere accesi i riflettori (che mancano) insieme alla verità in carcere, sulla gestione dei Codici Penali. Oltre a questo, vorrebbero solidarizzare e offrire un segnale concreto di vicinanza alla popolazione detenuta. In modo indiretto, vogliono informare correttamente chi è fuori dal carcere ed è spesso critico con i detenuti. Ci auguriamo che questa buona iniziativa abbia più spazio informativo di quella dell’articolo 27 della Costituzione Italiana. Ricordo, sempre per informazione, che nella barriera omertosa della politica penitenziaria italiana, nel 2025, nell’indire l’Anno Giubilare, Papa Francesco diede molto spazio alle persone detenute, insieme alla vasta gamma di persone fragili e ai loro diritti. Per i detenuti aveva chiesto, il miracolo, di ridare loro “dignità”, rispettando i diritti pur mantenendo ferma la “pena restrittiva della libertà”, secondo la legge. Aveva donato a queste “persone fragili”, un’arma potente: la speranza. Aveva anche chiesto agli uomini e donne di Chiesa di aiutare “i fragili”. Purtroppo, con la sua morte prematura, tutto è andato in fumo e sono rimaste solo le parole e il godimento di chi aveva paura degli effetti della speranza. Le carceri italiane sono 190. Più 17 carceri minorili, che con la nuova direttiva sul Codice Penale minorile, diventano inaccessibili per moltissimi. I detenuti sono 64.773, abbiamo un sovraffollamento, rispetto ai posti disponibili del 139,5% con punte in diverse carceri del 149%. Il carcere è una struttura prevalentemente maschile, essi rappresentano il 95% della popolazione carceraria e di loro 20.307 (che rappresentano il 31,5%) sono cittadini stranieri, mentre le donne sono 2.804 (il 4,4%). Nelle nostre carceri si indica che il 12/15 % dei detenuti soffre di disturbi psichiatrici da cura (circa 6mila persone). Inoltre, si segnalano forme diffuse di depressione e consumo di psicofarmaci. La narrazione (si tenga conto della difficoltà a controllare i “si dice”) racconta che oltre il 40% dei detenuti fa uso regolare di sedativi o ipnotici, e il 20% assume antidepressivi o antipsicotici. Queste forme di disturbo della personalità sono presenti anche tra le donne e provocano spesso gesta di autolesionismo gravi. In carcere c’è anche un brutto e ingiustificato fenomeno: i suicidi che sono 80 (anno 2025) mentre le morti per altre cause sono state 89. Nell’anno attuale, al 30 giugno, sono 36 i suicidi e per altre forme 89. Questo dei suicidi è un fatto grave, in genere diventa drammatico nel carcere dove di fatto sembra essere impossibile farlo, per il controllo che si ha. Lo è anche perché nessuno si assume la responsabilità di raccontare di indagare per accertare le verità. Tutti colpevolmente indifferenti. Segnaliamo anche, perché è rilevato nella narrazione carceraria (Garante nazionale dei detenuti) che ci sono state nel 2026: 2.423 aggressioni fisiche alle forze di polizia, mentre nel 2024 sono state 2.156. *Segretario dell’assemblea territoriale di Cittadinanzattiva Treviso A che servirà la proposta di legge sui domiciliari per i tossicodipendenti? di Patrizio Gonnella Oggi, 13 agosto 2026 Dovrebbe ridurre il sovraffollamento delle carceri, ma sarà per pochi per i limiti previsti, anche finanziari. Introdotta nel Testo unico sulle leggi in materia di stupefacenti (d.P.R. n. 309 del 1990), prevede che chi deve ancora scontare otto anni di carcere e ha commesso delitti legati al proprio stato di dipendenza da stupefacenti possa scontare la pena in comunità selezionate dal ministero della Giustizia. Secondo il ministro Nordio, ne fruiranno circa 10 mila detenuti. Ora l’affollamento nelle carceri supera il 140%: la popolazione detenuta ha quasi raggiunto le 65 mila unità, mentre i posti disponibili sono 46 mila circa. Significa che non c’è spazio vitale, i detenuti devono dormire per terra o in letti a tre piani, vengono occupati tutti gli spazi, compresi quelli per le scuole. Per questo, ogni provvedimento che alleggerisce la situazione è benvenuto. Tuttavia, i numeri dati dal Ministro non tornano. Alla luce della copertura finanziaria prevista nella legge e dei paletti presenti, saranno poche centinaia a poterne usufruire e la situazione resterà grave. Nel sovraffollamento ci si dimentica che i detenuti sono persone. Così, nella disperazione, crescono i suicidi. Infine, una preoccupazione per la natura privata delle comunità prescelte. La pena deve essere sempre gestita dalla autorità pubblica nel nome del principio di uguaglianza ed evitando che si lucri sulla sofferenza. Fanno riflettere poi altre scelte del Governo, che negli ultimi 4 anni ha approvato almeno 55 nuovi reati che producono carcere. Rita Bernardini: “Sovraffollamento oltre il 140%. Lo Stato agisca” di Giovanna Gueci L’Altravoce, 13 agosto 2026 A confronto sull’emergenza penitenziaria con Rita Bernardini, Presidente dell’Associazione “Nessuno Tocchi Caino”, ex-membro del Consiglio Generale del Partito Radicale ed ex deputata. Emergenza carcere. Anzi, inferno, con una popolazione carceraria che ha appena sfondato quota 65.000. In pratica, 18.666 detenuti in più oltre i posti disponibili e un tasso di sovraffollamento di più del 140%. Dietro questi numeri: spazi ristretti, condizioni igienico-sanitarie drammatiche, docce rotte, caldo asfissiante. E ancora: carenze sanitarie, mancanza di beni primari, ambienti fatiscenti, assenza di attività di volontariato o formazione, tossicodipendenza. Ne parliamo con Rita Bernardini, Presidente dell’Associazione “Nessuno Tocchi Caino”, ex-membro del Consiglio Generale del Partito Radicale ed ex deputata. E da maggio 2026, membro del comitato scientifico del Movimento Italiano Diritti Detenuti. Che si appresta il 14 e 15 agosto a visitare rispettivamente gli Istituti di Rebibbia Nuovo Complesso e Regina Coeli”. Presidente, all’8 agosto nelle carceri italiane sono ristretti 65.009 detenuti. Nonostante gli annunci del governo ad ampliare i posti, fino a 10.000, che risultano al contrario fortemente diminuiti. Cosa significano in concreto numeri del genere? “Dall’esperienza di tanti anni che ho fatto al fianco di Marco Pannella - che ci ripeteva che non bisogna distrarsi nemmeno un minuto da quello che avviene nelle carceri - ho imparato che come spesso accade anche per altri contesti, le persone si interessano al carcere, tranne eccezioni, solo quando la questione li tocca da vicino. Solo lì ci si rende conto che se si entra in carcere, non si perdono tutti i diritti, quelli umani fondamentali riconosciuti dalla Carta dell’Onu, dalla Convenzione europea e dalla nostra Costituzione. Invece l’esperienza del carcere e del processo è devastante. In più questa situazione è determinata anche da un atteggiamento dei mezzi di informazione, quando si parla di sicurezza a sproposito”. Ci spieghi meglio... “Spesso si riportano fatti di cronaca anche gravi, seppur limitati, con particolari morbosi, che stimolano il pubblico a volere quelle persone in carcere e sentirsi così al sicuro. Senza ovviamente interessarsi nel modo più assoluto a ciò che accade poi a chi entra in carcere. Noi siamo al sicuro, fine. Una volta scontata la pena, tuttavia, si esce. Ed è da questo punto di vista che i dati parlano chiaro: in Italia, per le modalità con cui viene eseguita la pena, le persone escono peggiori di come sono entrare, tranne eccezioni poco valorizzate”. Come c’entra la politica in tutto questo? “In nome della sicurezza le forze politiche mettono in carcere tutte le marginalità sociali, che abbandonate a se stesse fuori, diventano reati, e quindi approdano al carcere. Dove per incuria troviamo poi ammassate persone in condizioni igienico-sanitarie impressionanti, con mancata manutenzione di ambienti dove convivono tante persone e professionalità sotto organico da tutti i punti di vista.Se gli agenti sono pochi, è più comodo tenere i detenuti chiusi. Le nostre visite in carcere parlano di questo. A Rebibbia, dove entriamo ogni mese al G8, c’è tra i tanti, il dramma della sezione dei transessuali. Da quando sono entrate, queste persone non hanno più ricevuto cure ormonali che non si possono interrompere. Storie strazianti che danno scompensi fisici e psicologici gravi. Un esempio, tra tanti”. Anche sulla detenzione domiciliare per tossicodipendenti, il governo ha fatto un passo indietro, parlando di “piano pluriennale”… “Quando ho letto la proposta di legge, ho verificato subito lo stanziamento. Facendo i conti, sarebbero coinvolti 300 detenuti all’anno, mi dicono 500/600. A fronte di 18.000 posti mancanti. Va detto che lo Stato per l’amministrazione penitenziaria spende ben 3 miliardi e mezzo di euro l’anno mentre tutto il settore giustizia costa 10 miliardi di euro. Il carcere assorbe il 35%-37%. Che però ha un forte deficit di assunzioni per agenti ed educatori. Altro dato è quanto si spende invece per la giustizia minorile e di comunità, vale a dire per tutta l’esecuzione penale esterna, minori e non. Cioè per gli uffici che gestiscono le misure alternative. Qui parliamo di soli 400 milioni di euro! Una politica che dichiara il carcere come estrema ratio e che invece punta al carcere”. Qual è il livello sulla sicurezza dei detenuti all’interno del carcere? “L’attuale capo del Dap, Stefano De Michele, dà la massima disponibilità alla società civile per le viste ispettive. Le condizioni peggiori sono gli isolamenti e l’ex articolo 32, sanzioni disciplinari e nuovi giunti: zone abbandonate. È il luogo in se stesso che porta alla violenza. E a fronte di un’urgenza di mandare nuovi agenti, i corsi di formazioni sono stati molto ridotti. Al punto che molti giovani allievi rinunciano. Mi chiedo però cosa fanno i procuratori della Repubblica quando vengono a conoscenza anche dalla stampa di situazioni drammatiche. Perché solo a Firenze sono andati a verificare le condizioni igienico-sanitarie da noi denunciate e hanno sequestrato 7 sezioni. “Nessuno tocchi Caino” ha denunciato Ministro e vice-ministri per i sistematici trattamenti inumani e degradanti. Denuncia non archiviata che però pende”. Il circuito minorile? “Indubbio il fatto che sono aumentate le carcerazioni. Fino a qualche anno fa, difficilmente i minori andavano a finire in carcere. Ora c’è quasi un raddoppio del dato e questo a causa di leggi securitarie. Oltre al fatto di non occuparsi di persone e contesti a rischio, caratterizzati da povertà, dispersione scolastica, immigrazione irregolare, casi psichiatrici e tossicodipendenze. Alla fine, tutto finisce nel circuito carcere”. La Consulta deciderà a ottobre sulla incostituzionalità dell’assenza circa il rimedio di differimento dell’esecuzione della pena, ove questa debba essere scontata in violazione della dignità umana. Cosa ne pensa? “La mia posizione su questo è anomala. Credo che lo Stato debba avere il senso di responsabilità di diminuire la popolazione carceraria. E in questa direzione tornare alla proposta di legge a firma Roberto Giachetti. Un testo di legge già applicato con decreto legge nel 2014. Si tratta della liberazione anticipata speciale. Abbiamo già la liberazione anticipata, che prevede uno sconto di 45 giorni di carcere ogni 6 mesi per buona condotta. La proposta Giachetti prevede che i 45 giorni diventino 60 e nella fase di prima applicazione della norma, 75 giorni. Una soluzione incentivante per i detenuti che manterrei fino a che non si è rientrati nella capienza delle carceri prevista dalla legge, di 46.000 posti circa. Questa proposta stava per essere approvata nel 2023, era addirittura in Aula. La maggioranza ha fatto marcia indietro e l’ha fatta tornare in Commissione, dicendo che avrebbero messo in atto altre misure contro il sovraffollamento. I risultati sono sotto gli occhi di tutti”. Esiste un “diritto” alla cella singola? di Francesco Picozzi* gnewsonline.it, 13 agosto 2026 La notizia pubblicata da Il Gazzettino dell’11 agosto può riassumersi in pochi tratti. In una sezione del ‘Due Palazzi’ di Padova, che ospita in celle singole condannati a lunghe pene o ergastolani ammessi al lavoro, la direzione aveva deciso di collocare una seconda branda. Tale scelta avrebbe ridotto la superficie disponibile, facendola scendere - sia pure di poco - al di sotto dei 3 mq pro capite, individuati come soglia tendenzialmente minima dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. Le proteste da parte di sei reclusi ospiti della sezione erano state talmente veementi da indurre i vertici dell’istituto a revocare la decisione contestata. Un detenuto in particolare - agrigentino, condannato in via definitiva a 30 anni per omicidio - spiegando di aver accettato di vivere a oltre mille chilometri dalla famiglia proprio per avere una cella singola in cui lavorare e studiare, si era ribellato all’annuncio dell’aggiunta di una seconda branda, minacciando di autolesionarsi e chiedendo il ritrasferimento immediato in Sicilia. Per la sua condotta gravemente oppositiva, era stato sanzionato in sede disciplinare con dieci giorni di esclusione dalle attività ricreative e sportive (art. 39 o.p.). L’uomo, mediante un reclamo, ha impugnato la sanzione, che però è stata eseguita lo stesso, perché la legge non ne prevede la sospensione in attesa della decisione del giudice. Proprio su questo automatismo l’Ufficio di sorveglianza di Padova ha rimesso alla Corte costituzionale una questione di legittimità della relativa disposizione dell’ordinamento penitenziario. La delicata vicenda, stando alle notizie di stampa, si presta ad alcune riflessioni, in primo luogo relativamente ai presupposti tecnici da cui la controversia prende le mosse, cioè la configurabilità del “diritto” alla cella singola e il criterio di calcolo della superficie detentiva. Sul primo presupposto. Tutto ruota attorno all’aspirazione del protagonista a continuare a godere di una cella singola. Desiderio certamente comprensibile sul piano umano, ma che non costituisce un diritto propriamente inteso. Invero, l’art. 6 o.p. pone la regola generale per cui i locali di pernottamento “consistono in camere dotate di uno o più posti” (co. 3), affidando all’Amministrazione la “particolare cura” nella scelta di chi collocare in camere multiple (co. 4). Solo per due categorie la legge dispone altrimenti: al condannato all’ergastolo il pernottamento in camera singola è “preferibilmente consentito” (co. 5), mentre all’imputato è “garantito” (co. 6), in entrambi i casi subordinatamente all’assenza di controindicazioni sanitarie e di “particolari situazioni dell’istituto”. Il detenuto in questione, condannato a pena temporanea, non rientra in alcuna delle due ipotesi. Per lui la cella singola non è né un diritto né una preferenza tutelata dalla legge, ma il risultato di scelte organizzative, di valutazioni sulle esigenze trattamentali e di disponibilità di posti. “Difendere” la propria cella singola significa allora difendere una condizione di fatto, non una posizione garantita, tanto più che la stessa esigenza di contrastare il sovraffollamento è fra quelle “particolari situazioni dell’istituto” che, per legge, farebbero recedere persino la preferenza riconosciuta all’ergastolano. Il secondo presupposto investe il tema della misurazione degli spazi. La superficie all’interno della camera detentiva risulterebbe di poco inferiore ai 3 mq pro capite, proprio a causa dell’aggiunta di un secondo letto. Ma questo risultato non è un dato oggettivo: è l’effetto dell’interpretazione favorevole ai detenuti seguita dai giudici italiani, consistente nel calcolare la superficie delle celle detraendo l’area occupata dai mobili quali armadietti e letti. Tale impostazione, però, contrasta con il criterio consolidato a Strasburgo dove, a partire dalla sentenza Murši? (Grande Camera, 20 ottobre 2016), la Corte EDU ha più volte chiarito che i 3 mq si calcolano al netto dei servizi igienici, ma al lordo dello spazio occupato dagli arredi. Con il metro europeo, dunque, la cella oggetto del dissidio, anche con due occupanti, garantirebbe uno spazio per persona superiore ai 3 mq mentre è solo con il metodo di misurazione assunto dalla giurisprudenza italiana che essa diviene “sotto soglia”. Resta un terzo profilo di riflessione, che riguarda i modi con cui il detenuto ha inteso far valere le proprie ragioni e la copertura che la vicenda rischia di offrire a condotte oppositive. Infatti, anche ipotizzando che l’interessato abbia ragione sul diritto alla camera singola e sul criterio di calcolo, la sua reazione non è consentita: contro decisioni ritenute illegittime esistono appositi rimedi, come il reclamo giurisdizionale (art. 35-bis o.p.). Ammettere l’opposizione de facto a scelte dell’amministrazione apre al rischio - non teorico - di scivolare verso una gestione degli istituti penitenziari rimessa ai rapporti di forza. In questa cornice va letta la questione di legittimità costituzionale sull’assenza di effetto sospensivo del reclamo. La preoccupazione del Giudice di sorveglianza ha una sua motivazione: una sanzione disciplinare eseguita prima della decisione giudiziaria potrebbe produrre effetti che l’eventuale annullamento non cancella del tutto. Ma una soluzione opposta, cioè la sospensione automatica in attesa del giudizio, rischia di svuotare di effettività il sistema disciplinare, che sull’immediatezza della risposta fonda gran parte della propria funzione: ogni detenuto potrebbe differire qualunque sanzione con la sola proposizione del reclamo. Sullo sfondo resta un dato significativo: se i due presupposti tecnici fossero stati ricostruiti correttamente - riconoscendo che il recluso non era titolare di un diritto alla cella singola e riconducendo il calcolo della superficie al criterio europeo - sarebbero risultate ancor più nitidamente la debolezza in diritto della doglianza e, soprattutto, la non ammissibilità della reazione. *Cultore di Diritto penitenziario nell’Università di Bergamo Diritti umani chiusi per ferie. L’isolamento di Cavallini si trasforma in tortura illegale di Simona Bonfante Il Riformista, 13 agosto 2026 Dallo scorso primo agosto il detenuto Gilberto Cavallini, che dal 19 luglio si trova recluso nella Casa Circondariale di Parma in regime di “isolamento diurno”, non viene più portato al passeggio per le due ore d’aria giornaliere imposte per legge, e la ragione è la carenza di personale di polizia penitenziaria. Gli agenti ad agosto vanno in ferie e, in mancanza, il carcere non è in grado di garantire alle persone detenute il rispetto dei loro basilari diritti umani. Ci si chiede perché non pensarci prima, visto che agosto arriva ogni anno. “Cavallini - riferisce l’avvocato Luca Brufani - in una settimana, dall’1 al 7 agosto, ha fatto solo due ore d’aria in totale, delle 14 cui avrebbe avuto diritto”. Ed è bene capire cosa significhi essere privati anche di quelle due ore di ridotta mobilità al giorno per una persona ristretta in un isolamento infernale. Significa restare segregati H24 in una cella sigillata col blindo, il portone blindato che si aggiunge al cancello e isola la persona ristretta dall’intero mondo circostante e impedisce anche all’aria di circolare. Senza aria dentro, senza possibilità di prendere aria fuori né di sgranchirsi le gambe, uscire dal buco nero della cella anche solo per una camminata in un lugubre passeggio chiuso. “Non è una semplice anomalia organizzativa - denuncia l’avvocato Brufani - ma il segnale di una frattura profonda tra il diritto scritto e la realtà quotidiana dietro le sbarre. L’ora d’aria non è un premio, non è una gentile concessione dell’amministrazione: è una delle principali libertà residue che sopravvivono alla restrizione della libertà personale”. Cavallini è costretto in isolamento diurno dal novembre dello scorso anno, in virtù di una sanzione penale accessoria comminata a seguito dell’ergastolo passato in giudicato nel 2025 per la strage alla stazione di Bologna di 45 anni prima. Cavallini patisce una punizione estrema differita di mezzo secolo proprio quando, dopo quattro decenni di galera, era stato riconosciuto rieducato al punto da meritarsi la semilibertà. “In Italia può accadere che lo Stato, nelle sue articolazioni istituzionali, finisca per comportarsi peggio dei criminali che dice di voler combattere”, osserva Rita Bernardini, presidente di Nessuno Tocchi Caino. “E può accadere che non sappia nemmeno rivendicare i propri successi, quando il percorso di risocializzazione di un detenuto dimostra che un uomo può cambiare, riscattarsi ed essere restituito alla società”. Ma può lo Stato chiudere per ferie i diritti umani? Può derogare ai propri obblighi costituzionali? “Negare al detenuto Cavallini anche quelle due minime ore quotidiane di mobilità è illegale”, denuncia l’avvocato Brufani. “Lo si vuole sepolto vivo per tre anni, per vendetta chiosa Bernardini - in nome di un isolamento diurno che le Mandela Rules delle Nazioni Unite vietano espressamente quando supera le due settimane”. Insomma, lo Stato è fuori legge. L’isolamento di Cavallini è una tortura illegale. Giulietta è appena nata: è già in cella con sua madre di Franco Insardà Il Dubbio, 13 agosto 2026 La nascita di una bambina dovrebbe essere un momento di grande gioia, l’inizio di una nuova vita da festeggiare e accogliere tra le mura di casa. Per Giulietta e la sua mamma, invece, è arrivata la “brutta notizia”: ha appena cinque giorni di vita e il suo primo viaggio, dopo essere venuta al mondo, non è stato verso casa ma verso il carcere. È nata all’ospedale Moscati di Avellino e, dopo le dimissioni, è stata accompagnata insieme alla madre nell’Icam di Lauro, dove la donna è detenuta. Alla madre di Giulietta, 31 anni, detenuta per un’accusa di furto, con ancora due anni e sei mesi da scontare, sono stati negati gli arresti domiciliari. A rendere noto il caso è Samuele Ciambriello, Garante campano delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, che torna a sollecitare una riflessione sulla presenza dei bambini negli istituti penitenziari. “Può il carcere essere il primo orizzonte di vita di un nascituro?”, si chiede, definendo appunto quella della piccola Giulietta una “cattiva notizia”. La vicenda riporta al centro una questione che negli ultimi mesi ha assunto dimensioni sempre più rilevanti: quella delle madri detenute e dei figli che vivono con loro durante l’esecuzione della pena. Secondo i dati del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria al 31 luglio 2026, in Italia sono 29 le detenute madri con 34 figli al seguito. Quindici di queste donne, con i rispettivi bambini ai quali si è aggiunta Giulietta, si trovano proprio nell’Icam di Lauro, in provincia di Avellino, la struttura che ospita il maggior numero di madri e minori detenuti. A Lauro sono inoltre presenti due donne in gravidanza. Una situazione che, per Ciambriello, pone interrogativi soprattutto quando si tratta di detenute in attesa di giudizio. “Dobbiamo chiederci se sia stato fatto tutto il possibile per individuare una misura cautelare meno afflittiva e compatibile con la tutela della maternità”, osserva il Garante, ricordando che la custodia cautelare in carcere di una donna incinta è considerata dalla legge una soluzione eccezionale. Il punto, dunque, non è soltanto quello delle condizioni all’interno degli Icam, strutture nate proprio per ridurre l’impatto della detenzione sui bambini, ma l’utilizzo effettivo delle alternative al carcere. Arresti domiciliari e case famiglia protette sono già previsti dall’ordinamento, ma il loro ricorso resta limitato e disomogeneo sul territorio nazionale. Il garante Ciambriello richiama, a questo proposito, un’esperienza realizzata a Quarto, dove una comunità alloggio ricavata in un bene confiscato accoglie detenute senza fissa dimora e madri con figli. La struttura, sostenuta da finanziamenti regionali e della Cassa delle ammende, ospita attualmente tre donne. “I decreti sicurezza hanno portato a questo - sostiene il Garante - ma a volte c’è anche la discrezionalità dei magistrati”.Il fenomeno, secondo i dati raccolti dall’associazione Antigone, ha registrato un forte incremento nell’ultimo periodo. Alla metà del 2026 erano 30 i bambini sotto i tre anni presenti negli istituti penitenziari insieme a 25 madri. Nell’aprile 2025 erano 11. Un aumento che l’associazione collega anche alla legge 80/2025, di conversione del decreto legge 48/2025, che ha trasformato da obbligatorio a facoltativo il rinvio dell’esecuzione della pena per le donne incinte o con figli di età inferiore a un anno. Secondo Antigone, la modifica ha ridotto una tutela che risaliva al Codice penale del 1930. Il risultato è che una donna può essere incarcerata durante la gravidanza o subito dopo il parto e, in determinate condizioni, portare con sé il proprio figlio. Particolarmente delicata è anche la possibilità di trasferire una madre dall’Icam a un carcere ordinario per motivi disciplinari, separandola dal bambino, che verrebbe affidato ai servizi sociali. Una previsione che, secondo Antigone, introduce nel sistema penitenziario una possibilità inedita: quella che una sanzione disciplinare nei confronti della madre finisca per determinare la separazione dal figlio.Il caso di Giulietta rende concreto il problema. “È accettabile pensare che, dopo il parto e dopo le dimissioni dall’ospedale, il primo luogo nel quale un neonato venga condotto sia una struttura detentiva?”, domanda Ciambriello. “La maternità, la nascita e i primi mesi di vita richiedono protezione, cura e libertà dagli inevitabili condizionamenti dell’ambiente penitenziario”. Il Garante denuncia inoltre la distribuzione non uniforme delle detenute madri sul territorio. Non tutte sono ospitate in Icam o in strutture dedicate: alcune si trovano ancora in istituti ordinari, anche quando hanno figli al seguito. Una situazione che solleva dubbi sull’effettiva capacità del sistema di garantire una tutela uniforme della maternità e dell’infanzia. Da qui l’appello al ministro della Giustizia Carlo Nordio. “Non si tratta di invocare impunità per nessuno. La responsabilità penale è personale, ma proprio per questo non può ricadere sui bambini”, afferma Ciambriello, chiedendo di potenziare le alternative alla detenzione e le strutture territoriali. Gli Icam, sottolinea, sono certamente preferibili al carcere ordinario, ma l’obiettivo dovrebbe essere quello di ridurre al minimo la permanenza dei minori nel circuito penitenziario attraverso case famiglia protette, comunità e altre misure già previste dalla legge. “Norme anti-gogna? Un pasticcio: il rigore va imposto ai media prima che alle toghe” di Valentina Stella Il Dubbio, 13 agosto 2026 Professor Glauco Giostra, che giudizio complessivo dà alle nuove “Linee guida per l’organizzazione degli uffici giudiziari ai fini di una corretta comunicazione istituzionale” elaborate dal Csm? “Ottime nei propositi che le ispira, pletoriche nella redazione, di inopportuna e talvolta controproducente analiticità prescrittiva”. Alcune testate e alcuni magistrati parlano di “autobavaglio” da parte del Csm. Condivide questa affermazione? Avverto una anacronistica allergia per questi epiteti ad effetto: bavaglio alla stampa, autobavaglio della magistratura, gogna mediatica, macchina del fango, teorema giudiziario, il mostro in prima pagina, scudo penale, eccetera. Capisco le esigenze commerciali del clickbaiting, ma sono espressioni che presuppongono e trasmettono solo approcci manichei, che si interpongono a una ponderata intelligenza della vicenda così sbrigativamente etichettata. Comunque il cosiddetto autobavaglio non era di certo nei propositi e nella formulazione delle direttive. Non sembra negabile, peraltro, che non essendo la comunicazione ufficiale mai doverosa, pur in presenza di un conclamato interesse pubblico, si pensi, ad esempio, al provvedimento di sequestro di sette sezioni del carcere di Sollicciano, i vincolanti e impegnativi oneri che incombono sull’ufficio che decide di comunicare non potranno di fatto non esercitare un effetto dissuasivo. Si è passati dalla tutela della presunzione di innocenza a quella della reputazione attraverso una ‘comunicazione di aggiornamento’ d’ufficio o su richiesta dell’interessato nella fase delle indagini, solo su richiesta dopo l’esercizio dell’azione penale. Vi ravvisa criticità? L’aver con forza richiamato l’esigenza deontologica di rispettare non soltanto la presunzione d’innocenza dell’imputato, ma anche la reputazione sua e degli altri soggetti a diverso titolo coinvolti nel procedimento, è senza dubbio meritorio e opportuno. Dubito che l’onere di aggiornamento d’ufficio sia compatibile con il carico di lavoro di molte Procure e temo che finisca per scoraggiare l’impegno comunicativo delle stesse. Sul diritto dell’interessato, aggiungerei del giornalista, di chiedere e ottenere un aggiornamento dell’informazione fornita dall’ufficio, non mi sembra, invece, si possano nutrire incertezze. “Lo specifico obbligo di aggiornamento non nasce neppure dalle comunicazioni effettuate dalla polizia giudiziaria”: non le sembra un limite? In effetti vi si può riscontrare un difetto di coerenza, identiche essendo le garanzie richieste e l’interesse protetto. Le linee elaborate dal Csm non fanno che mettere ulteriormente a punto le direttive di deontologia della comunicazione contenute nella “Risoluzione Uffici Relazioni con il Pubblico e modalità di comunicazione degli Uffici giudiziari e del Consiglio superiore della magistratura”, approvata il 26 luglio 2010, e le plurime scelte di politica legislativa intervenute ancora di recente in questa materia… Dal mio punto di vista è proprio questo ciò che rende l’iniziativa consigliare congenitamente affetta da una distorsione funzionale, peraltro non evitabile da una fonte normativa secondaria. Si muove, né poteva essere altrimenti, nella logica poco condivisibile che governa attualmente l’informazione giudiziaria: ai giornalisti pochi e incerti diritti, nonché pochi e risibilmente sanzionati doveri. Ai magistrati, poteri di sostanziale monopolio in ordine al se e al cosa pubblicare, accompagnati da asfissianti vincoli prescrizionali in ordine al quomodo e agli oneri conseguenti. Per liofilizzare tutto in una semplificazione: stabilire se sussiste un interesse pubblico alla conoscenza della notizia non dovrebbe competere ai giudici, bensì ai giornalisti, cui andrebbe conseguentemente e seriamente addebitata la pubblicazione di una notizia che ne fosse carente. Al di là di leggi e circolari non sarebbe necessaria una pedagogia collettiva di magistrati, giornalisti, avvocati per una informazione giudiziaria corretta? Penso che tutte le categorie professionali interessate dovrebbero organizzare comuni corsi di formazione e di informazione, senza sciovinismi di categoria, poiché concorrono a un fenomeno democraticamente fondamentale in cui è bene che insegnino cautele e apprendano difficoltà. Sul piano del dover essere, poi, sarebbe opportuno, senza perdersi in analitici e settoriali rivoli prescrizionali, prevedere l’illiceità di qualsiasi forma di comunicazione pubblica, conferenza stampa, highlights della polizia, articolo giornalistico, programma televisivo, eccetera, che rappresenti implicitamente o esplicitamente l’accusato come colpevole o che divulghi dati processualmente irrilevanti, lesivi della reputazione dell’indagato, della persona offesa e degli altri soggetti a qualunque titolo coinvolti nel processo penale. Con che tipo di sanzioni? Disciplinari, amministrative o interdittive a chiunque indichi pubblicamente come colpevole una persona indagata o imputata o pregiudichi gratuitamente la reputazione di soggetti coinvolti nel procedimento penale. Con due opportuni accorgimenti per garantire l’effettività di questa risposta sanzionatoria e la sua efficacia general-preventiva. Evitare forme di autodichìa, affidando il compito di valutare e sanzionare simili condotte comunicative ad una Autorità di garanzia indipendente. Disporre, altresì, che sia resa pubblica l’irrogazione di tali sanzioni, con ciò contribuendo a rendere l’opinione pubblica consapevole dello scorretto agire di magistrati, rappresentanti delle forze dell’ordine, avvocati, politici, opinion leader, cronisti e organi di informazione, in tal modo consentendole di meglio valutarne la credibilità professionale alla luce di questo indicatore di inciviltà, non soltanto giuridica. Naturalmente rimane fuori da queste nostre considerazioni sull’informazione giudiziaria l’ingravescente tendenza a predisporre format televisivi che, scimmiottando liturgie e terminologie della giustizia ordinaria, apprestano un foro mediatico alternativo. Una preoccupante regressione culturale: siamo al media-evo della giustizia penale. L’agorà mediatica è l’antitesi del giusto processo; è una forma di barbarie civile. Sarebbe bene scoraggiare il più possibile tale bigiotteria informativa e, comunque, sanzionare disciplinarmente avvocati e magistrati che dovessero prendervi parte, con il risultato di ulteriormente accreditare come verità, agli occhi dell’opinione pubblica, l’apparenza e il verosimile. Milano. Così il Beccaria prova a ripartire dopo il giro di vite dell’inchiesta di Simone Marcer Avvenire, 13 agosto 2026 Viaggio all’interno dell’istituto minorile di Milano che ha appena cambiato i vertici e dove un terzo dei 56 giovani reclusi ha patologie psichiatriche. Due donne guidano la struttura: la direttrice Eleonora Cinque e la comandante Iolanda Tortù. “L’obiettivo è che questi ragazzi trovino davanti a sé rappresentanti dello Stato credibili”. Ah, ecco che fine hanno fatto i palloni calciati e perduti oltre i campi da gioco dell’innocenza. Sono tutti qui, infilzati come insetti sul reticolato di filo spinato e sospesi sul muro che divide il dentro dal fuori. “Non potendo avere la libertà, la regalano ai palloni. Ne dobbiamo comprare sempre di nuovi”, spiega la direttrice del carcere minorile Cesare Beccaria di Milano Eleonora Cinque. Qualcuno nella sua furia liberatoria ha lanciato anche le scarpette che penzolano dai pali del reticolato. I televisori si limitano a distruggerli, senza metterci poesia, quando le giornate si fanno di lunghezza insostenibile. Come in questi giorni d’agosto, con il caldo che non molla la presa da ormai quasi tre mesi e le attività tagliate per le ferie del personale. Qualunque cosa allora può diventare una novità per mandar giù il tempo raffermo, persino gli estranei di passaggio. Avvocati della camera penale, giornalisti e politici in visita: sono pur sempre emissari del mondo fuori di qui. I ragazzi ci sentono da dietro la porta blindata e mollano la partita per infilare le teste nei rettangoli di vetro tra le sbarre a osservarci, facendosi ombra con le mani sul capo. “Si può?...non si può?”. La comandante della penitenziaria fa scattare la serratura. Il più grande rimane seduto di spalle, in pantaloncini. Lungo le cosce è solcato di tagli, come se ci fosse finito anche lui dentro il filo spinato insieme al pallone. “È arrivato così. Ha detto che è stata una mattonata. Figurarsi. Chissà com’è andata veramente. Ci sono anche quelli che si tagliano qui dentro comunque. E il peggio è che vengono imitati anche da chi non ha mai fatto atti di autolesionismo”, spiega la comandante Iolanda Tortù. “Rivoltiamoci!”, urlano dalle inferriate di sopra, creando aspettative. “Dopo! Lasciateci prima finire qui”, replica flemmatica la comandante. Lei e la direttrice sono le due figure scelte per ripartire e gettarsi alle spalle l’inchiesta sulle violenze e le torture nel Beccaria. La comandante è una figura di lungo corso: è stata agente qui, prima del periodo d’inchiesta. Poi, promossa dirigente, è andata a Bollate, prima di tornare al Beccaria. “Sono tornata per ridare dignità a questo posto che mi ha dato molto”, dice Tortù, che dirige i 103 agenti che sorvegliano i 56 minori ristretti. Che sono i posti disponibili (57). Quindi non c’è sovraffollamento: la prima mossa per poter lavorare bene è stata infatti abbassare i numeri dei detenuti. Circa un terzo ha problemi di dipendenze o psichiatrici. O entrambi. La tendenza è in crescita, come dappertutto. “Arrivano che ricorrono spesso al sollievo”, conferma la direttrice Cinque, che ha 33 anni e ha già in curriculum la direzione di due carceri minorili, essendo una delle poche figure specializzate nel dirigere gli Ipm (lavoro diverso rispetto a quello nelle carceri). Entrambe pensano che la prima cosa è credere nel loro lavoro. “La sfida più grande è trovare dei rappresentanti dello Stato che siano credibili. Anche perché ai ragazzi non interessa che ruolo hai, chi sei... a loro importa che li si veda, che li si riconosca, e che ti curi di loro. Non hanno sovrastrutture e capiscono tutto subito. Perciò è bellissimo lavorare con loro”. Si passa al laboratorio teatrale gestito dal Lisa Mazoni, del teatro Puntozero, che è destinato a chi è in regime di semilibertà. Siamo già con un piede fuori dal carcere. Lo si intuisce anche dal fatto che qui c’è l’aria condizionata. I ragazzi stanno preparando diversi lavori. Ma in cartellone c’è sempre anche Antigone. È stata scritta quasi 2.500 anni fa in Grecia, non la legge quasi più nessuno che non debba dare un esame, parla della ragione del cuore che supera il giudizio dello Stato. E i ragazzi del Beccaria la considerano l’opera più bella di sempre. Pordenone. Carcere sovraffollato, l’ultimo arrivato sul materasso a terra di Cristina Antonutti Il Gazzettino, 13 agosto 2026 La calura esalta l’odore che impregna le celle del vecchio castello di Pordenone. Tutto è appiccicoso, l’aria diventa asfissiante e a poco giovano i modesti giri di corrente creati aprendo le finestre. La struttura è attrezzata per 39 detenuti, con una tolleranza di 44 presenze. Ieri ce n’erano 58, volti madidi di sudore, spossati dal grande caldo. Oltre all’ondata di calore, i dodici arresti degli ultimi giorni hanno creato una situazione di grave disagio in una struttura priva di impianti di raffrescamento e frigoriferi nelle celle. Nella cella numero 5, al pianoterra, la sezione di “prima accoglienza”, hanno dovuto mettere un materasso a terra. “Uno spazio di 4x5 con tre letti a castello - spiega Sergio D’Elia, segretario dell’associazione Nessuno tocchi Caino - Non avevano più posto e il settimo arrivato lo hanno messo per terra. Questo è stato il benvenuto”. Nella conferenza stampa, convocata al termine della visita organizzata insieme alla Camera penale di Pordenone per verificare direttamente le condizioni di vita dei detenuti e il lavoro del personale penitenziario, si è parlato di sovraffollamento e di condizioni inaccettabili. “Provate a pensare - esorta D’Elia - come si può stare con due neon sempre accesi perché al piano terra c’è poca luce e perché oltre le sbarre ci sono una griglia a maglie e una “gelosia” in plexiglass, come nel Medioevo, quando le paratie alle finestre dovevano impedire di vedere le donne dall’esterno”. La delegazione, oltre a D’Elia, era composta anche dalla presidente della Camera penale di Pordenone, Esmeralda Di Risio, da numerosi avvocati del Foro pordenonese, due magistrati del Tribunale di Pordenone, Sarah Soveri che riveste l’incarico di referente della Commissione carcere, e per Nessuno tocchi Caino anche Elisabetta Zamparutti (tesoriera), Raffaele Conte (direttivo) e Stefano Santarossa. “Un caldo terribile, non girava l’aria”, è stato il commento unanime. L’avvocato Di Risio ha posto l’accento sul sovraffollamento e le condizioni invivibili all’interno della struttura, dove soltanto la sensibilità della polizia penitenziaria riesce a rendere certe situazioni più sopportabili. Dall’inizio dell’anno, ha sottolineato, nelle carceri italiane la lista dei suicidi è salita a 40. Ed è anche per questo che continua la battaglia delle Camere penali per sensibilizzare la cittadinanza. “Il carcere di Pordenone - ha spiegato dopo l’incontro con il direttore e il comandante della penitenziaria - funziona grazie all’umanità del personale. Ma la gente deve sapere come si vive lì dentro, è un problema di tutti, non possiamo pensare di “buttar via la chiave”. Se chi è in carcere non riesce a migliorarsi, non possiamo pensare che quando esce sia meglio di prima”. Al termine della visita avvocati e rappresentanti di Nessuno tocchi Caino hanno parlato di condizioni “indegne”, dove è impossibile sopportare la detenzione. “La cittadinanza - è stato ribadito - deve capire che c’è bisogno di intervenire”. Dopo la vista a Pordenone, il tour di agosto nelle case circondariale proseguirà a Tolmezzo e a Udine. “Durante le nostre visite incontriamo uno Stato che è latitante - ha rimarcato Elisabetta Zamparutti - È mancante nel rispetto delle sue stesse regole e leggi, un vuoto che cerchiamo di colmare con la nostra presenza. La situazione riscontrata a Pordenone è di sovraffollamento grave che si riflette in una condizione nazionale. Abbiamo una carenza endemica di polizia penitenziaria, educatori e personale amministrativo. Il carcere è in una situazione tale che, noi crediamo, sia lo stesso Stato a non crederci più, altrimenti non lo lascerebbe degenerare e degradare in questa maniera, inaccettabile per i detenuti e per tutto il personale costretto a lavorare in queste condizioni inumane”. Secondo Zamparutti, la soluzione non è con la realizzazione di nuovi carceri. Il problema del sovraffollamento non viene affrontato: “Non resta - ha riconosciuto - che la via dei ricorsi alle sedi internazionali, a parte dalla Corte europea per i diritti dell’uomo, che come nel 2013 condannò l’Italia con la sentenza Torreggiani e visto che stiamo raggiungendo di nuovo quegli stessi numeri di sovraffollamento, sarà di nuovo la Corte europea a dire allo Stato italiano cosa deve fare”. Siracusa. Vertice in Prefettura su Cavadonna: piano d’azione per salute e dignità dei detenuti di Aurelio Vento La Sicilia, 13 agosto 2026 Tavolo di confronto istituzionale in Prefettura sulle condizioni e la vivibilità della Casa Circondariale di Cavadonna. Su invito del Prefetto di Siracusa, Chiara Armenia, si è svolto un incontro sollecitato da Giovanni Villari, Garante dei Diritti delle persone private della libertà personale della Città di Siracusa. Durante il vertice sono state analizzate nel dettaglio le criticità di carattere sanitario, organizzativo e trattamentale che impattano sulla qualità della vita all’interno dell’istituto, quadro reso ancora più complesso dall’aumento della popolazione carceraria e dalla costante pressione sulle strutture. Tutte le componenti hanno condiviso l’esigenza di agire in maniera sinergica e di superare le rigidità burocratiche per porre al centro la tutela della dignità della persona detenuta. Il Prefetto ha evidenziato l’urgenza di dare risposte concrete, sollecitando ciascuna istituzione ad attivarsi in un percorso condiviso di miglioramento. Da parte sua, il Garante Villari ha espresso apprezzamento per la sensibilità e la tempestività dell’iniziativa prefettizia, confermando l’impegno a monitorare l’attuazione degli obiettivi attraverso sopralluoghi, incontri tecnici e momenti di verifica con le associazioni e gli operatori penitenziari. Le parti torneranno a riunirsi a fine settembre per verificare lo stato di avanzamento degli impegni concordati. Pesaro. Carcere sovraffollamento al 160%, tra spazi angusti e caldo di Luigi Benelli Corriere Adriatico, 13 agosto 2026 “Uno dei peggiori mai visti. I ventilatori a nostre spese”. Un giro di chiave e siamo dentro alla sezione del carcere di Pesaro dedicata ai detenuti protetti. Qui c’è chi ha commesso reati legati alla violenza di genere, i sex offender. E chi per altre tipologie di reati non può stare a regime di porte aperte, a contatto con altri detenuti comuni. Il corridoio è lungo, il caldo estivo amplifica gli odori. C’è chi dorme, chi fuma e chi cerca un contatto col nostro gruppo, una delegazione delle Camere penali di Pesaro e cittadini comuni. Si sfiora il soffitto - In celle da 9 metri quadri ci sono due brande, un tavolo, dei fornelli. In una stanza ci sono però tre letti a castello. “Chi dorme in alto tocca quasi soffitto” ci dicono. Spazi angusti tanto che in questi casi il ricorso alla Corte europei dei diritti dell’uomo viene vinto a mani basse. Ma il problema del sovraffollamento non è come l’overbooking di un hotel. Tanto che al carcere di Pesaro su 156 posti regolamentati, a ieri, i detenuti erano 249, ovvero il 60% in più (saturazione al 159,6%). A cui si aggiungo le 25 recluse della sezione femminile, unica delle Marche. Qui sono 4 in più del previsto. Ci sono 27 tossicodipendenti di cui 10 che fanno uso costante di metadone e 15 soggetti psichiatrici che rendono la gestione molto complessa. Nella sezione dei reati comuni vige il regime delle porte aperte. I detenuti possono uscire dalle celle per occupare gli spazi comuni. Tra loro c’è chi ci dice: “Ho girato varie carceri italiane, ma questa è una delle peggiori”. Quanto al caldo “per fortuna abbiamo potuto comprare con soldi nostri dei ventilatori”. Ma questo non è stato semplice tra burocrazia e tipologie di oggetti che possono entrare. E non tutti li hanno. Si ha la sensazione di una eterna calma apparente che può rompersi in qualunque momento, per qualsiasi futile motivo come dimostrano le varie aggressioni al personale della polizia penitenziaria che abbiamo raccontato negli ultimi mesi o episodi di autolesionismo o casi di celle incendiate tramite fornelli. Al lavoro 140 agenti - Sono 140 gli agenti della penitenziaria impegnati a garantire il sottile equilibrio interno, le scorte nei trasporti, l’accompagnamento nelle visite mediche esterne, la sorveglianza, coordinati dal comandante Stefano Cesari. Condizioni fatiscenti - Le condizioni dell’immobile sono fatiscenti, l’intonaco dei muri esterni è praticamente scrostato, decadente. Le parti metalliche sono arrugginite, le pareti interne sporche. Ma come conferma la direttrice Annalisa Gasparro il fondo per le manutenzioni è di 70 mila euro l’anno. Troppo pochi per gestire quella struttura. L’infermeria funziona, ma la sedia del dentista è obsoleta e i detenuti devono uscire per gli interventi. I bagni degli uffici del personale assomigliano a quelli di un immobile abbandonato. E all’interno le pulizie vengono gestite dagli stessi detenuti. Ci sono strati di polvere alle inferiate, mozziconi di sigarette e plastiche abbandonate. Tra i detenuti qualcuno tinteggia una stanza, altri innaffiano il giardino, altri lavorano in cucina. “Oggi preparo pasta coi peperoni” sorride un ragazzo. Lavori con cui possono comprare prodotti e oggetti. Ci sono varie iniziative di reinserimento sociale. Massa Carrara. La Commissione sanità si appella al Sindaco: “Nominare il Garante dei detenuti” di Mario Ferrari La Nazione, 13 agosto 2026 Il sopralluogo del Consigliere regionale Federico Eligi alla Casa di reclusione “Struttura di qualità, ma rischia il sovraffollamento a causa di Sollicciano”. “Il sindaco deve nominare al più presto un Garante per le persone detenute, in modo da facilitare le relazioni tra carcere e Regione”. È l’appello che arriva dal consigliere regionale di Casa Riformista e vicepresidente della commissione Sanità, Federico Eligi, dopo aver varcato le soglie della casa di reclusione di Massa. Eligi, che sta portando avanti un giro delle carceri regionali, ha effettuato un sopralluogo in provincia per valutare lo stato della struttura e la condizione dei detenuti. Il punto principale per il consigliere, che ha definito la struttura “di alta qualità”, è quello legato allo smantellamento del carcere di Sollicciano, nel fiorentino, e dei 900 detenuti ivi contenuti, che saranno distribuiti nelle varie strutture detentive della regione. Una scelta definita da Eligi “sbagliata”, che ha già comportato l’arrivo sul territorio di circa 40 detenuti e che, secondo il consigliere, “sarà una bomba sociale terribile per la casa di reclusione di Massa, struttura d’eccellenza che fa lavorare molti detenuti, che rischia così di non ottemperare alla funzione rieducativa della pena”. “Le carceri - le parole di Eligi - non sono parcheggi e il problema di Sollicciano non può riversarsi sulle altre province, andando a danneggiare modelli virtuosi come quello di Massa. Qui i detenuti lavorano, sono impegnati in attività socialmente utili e vengono rieducati per poter vivere nella società una volta scontata la condanna. Ma se esiste questa condizione è perché il problema del sovraffollamento non è particolarmente marcato”. Fatto che ha già subito un’inversione di tendenza con l’arrivo di 40 nuovi detenuti dalle celle fiorentine. “Con questa aggiunta - prosegue - siamo arrivati a circa 100 persone in più rispetto alla capienza ideale e ciò ha già causato alcuni problemi, come ad esempio le cimici che qui prima non c’erano e a Sollicciano sì”. Da qui l’appello del consigliere regionale al sindaco Francesco Persiani affinché nomini presto un garante per le persone detenute: “Si tratta di una figura di collegamento importantissima tra il Comune e la Regione, che permette di avere un monitoraggio costante e attivarci in tempi brevi per risolvere le situazioni. Si tratta di un atto fondamentale per garantire che la casa di reclusione di Massa, che è un gioiello, continui a funzionare bene”. Ma Eligi rivolge anche lo sguardo verso Firenze, appellandosi alle istituzioni regionali perché “non si scarichi il problema Sollicciano sulle altre strutture, andando a minare il già fragile equilibrio delle carceri e mettendo a rischio detenuti e guardie penitenziarie”. Ma non solo, perché l’esponente di Casa Riformista invoca a gran voce il riattivamento del servizio dell’Articolazione per la tutela della salute mentale (Atsm), un reparto speciale situato a Sollicciano che è stato chiuso insieme al carcere e che permetteva una migliore presa in carico dei detenuti con malattie psichiatriche, particolarmente delicati dal punto di vista della gestione sia per i secondini che per gli altri carcerati. “Me ne faccio carico con la commissione Sanità e con il governatore Eugenio Giani - è la conclusione del consigliere regionale - va riattivato il prima possibile per togliere il rischio a secondini e detenuti da parte dei malati psichiatrici. E dal punto di vista della salute, ci impegneremo affinché si riescano a inserire più assistenti sociali nel carcere e più psichiatri in pianta stabile”. Trento. Giustizia riparativa, accordo tra la Regione e l’Università Corriere del Trentino, 13 agosto 2026 “Percorsi di formazione di qualità per mediatori”. In campo la facoltà di Giurisprudenza. Il presidente Kompatscher: “Passo avanti per una giustizia moderna”. Creare una cornice stabile per sviluppare iniziative congiunte di formazione, ricerca, innovazione organizzativa e supporto tecnico-scientifico in materia di giustizia riparativa. È questo l’obiettivo dell’accordo di collaborazione quadriennale approvato dalla giunta regionale, su proposta del presidente Arno Kompatscher, con la facoltà di Giurisprudenza dell’università di Trento. “Con questo accordo compiamo un ulteriore passo avanti nella costruzione di un sistema di giustizia moderno, attento ai bisogni delle persone e capace di ricucire le ferite del tessuto sociale - ha detto Kompatscher. La giustizia riparativa rappresenta un tassello fondamentale per affiancare al percorso giudiziario occasioni concrete di dialogo, responsabilizzazione e ricomposizione dei conflitti. Unire l’esperienza operativa del nostro Centro per la giustizia riparativa all’eccellenza scientifica e didattica dell’università di Trento ci permette di garantire i più elevati standard qualitativi nella formazione dei mediatori e nell’offerta dei servizi ai cittadini dell’intera regione”. L’intesa consolida una collaborazione già proficua e si inserisce nel percorso attuativo tracciato dalla Riforma Cartabia e dalle tappe istituzionali che hanno portato all’istituzione del Centro per la giustizia riparativa nel distretto della corte d’appello di Trento. Grazie alle competenze e all’esperienza dell’Osservatorio sulla giustizia di pace, conciliativa e riparativa della facoltà di Giurisprudenza, la collaborazione permetterà di definire e attivare percorsi formativi per mediatori esperti e formatori, programmi di aggiornamento professionale, tirocini e progetti di ricerca nazionali ed europei. Vasto (Ch). Gatti in carcere, la colonia felina gestita da agenti e detenuti contro lo stress lapresse.it, 13 agosto 2026 “Il carcere di Punta Aderci deve essere un esempio da seguire”, ha evidenziato Nardella del sindacato di polizia Cnpp-Spp. “C’è aria nuova in contrada Torre Sinello. Un’aria che sa di bello e di desiderio di rivalsa”. Con queste parole il segretario nazionale del Confederazione nazionale polizia penitenziaria - Sindacato polizia penitenziaria (Cnpp-Spp), Mauro Nardella, ha commentato l’avvio del nuovo progetto promosso nella casa lavoro di Vasto (Chieti). All’ingresso della struttura è stato infatti posizionato un cartello che segnala la presenza di una colonia felina protetta, nata dalla collaborazione tra la direzione dell’istituto penitenziario e l’assessorato del Comune di Vasto. L’iniziativa, gestita in condivisione tra il personale di polizia penitenziaria, la componente detenuta e il supporto di una volontaria, mira a creare un clima di benessere all’interno dell’istituto. “È un’esperienza che mostra la capacità di vedere il carcere di Punta Aderci come un esempio da seguire”, ha evidenziato Nardella, sottolineando l’operato del provveditore, del direttore e del comandante. “Come confermato nella relazione dello psicologo Carmine Raia, la cura degli animali e dei 5 cuccioli rappresenta un fattore di protezione dal distress occupazionale per gli agenti. L’interazione con i gatti favorisce la ri-socializzazione, riduce l’isolamento e l’iper-attivazione emotiva legate ai compiti di vigilanza, offrendo al contempo un’opportunità terapeutica di accudimento - ha concluso il segretario nazionale Cnpp-Spp - L’esperienza di Vasto è una delle migliori che abbia mai sperimentato in più di 30 anni di servizio. L’auspicio è che si possa allargarla altrove”. Modena. Quando il carcere è un ponte con la città: l’impegno di Porta Aperta notiziecarpi.it, 13 agosto 2026 Il Coordinamento delle realtà che operano nella Casa Circondariale Sant’Anna nasce dalla convinzione che il carcere sia una responsabilità dell’intera comunità. Associazioni, cooperative ed enti mettono in rete competenze, esperienze e risorse per costruire una presenza condivisa, capace di dialogare con le istituzioni e di promuovere dignità, inclusione e percorsi concreti di reinserimento. Di seguito presentiamo alcune delle realtà che fanno parte di questa rete. Il carcere è una realtà presente tra le case della nostra città, ma rimane a tutti ben nascosta. Troppo spesso preferiamo distogliere lo sguardo, anche se Gesù, nel suo Vangelo, della cura ai carcerati non si dimentica. Per questo, già da prima degli anni 70, quando la Casa Circondariale era ancora in via Sant’Eufemia, l’Associazione di Volontariato, Porta Aperta si è impegnata col suo piccolo gruppo di volontari, alcuni dei quali sono tutt’ora attivi. Negli ultimi anni si è occupata nello specifico di reperire e distribuire indumenti e calzature ai detenuti, garantendo la sua presenza all’interno della struttura due mattine la settimana. Si tratta di un piccolo servizio, molto pratico, che per i tempi e i modi in cui si deve svolgere, purtroppo non permette la partecipazione di molte persone. La raccolta di vestiario, che sia nuovo o usato ma comunque in buono stato avviene tramite parrocchie, associazioni, enti pubblici o privati ed associazioni sportive. Grazie al contributo di Caritas Diocesana il progetto riesce ad acquistare anche la biancheria, indumenti, calzature e asciugamani per circa una cinquantina di detenuti a settimana. Per operare l’associazione fa riferimento al suo statuto che esplicitamente cita il ruolo dei volontari come complementare rispetto a quello degli operatori istituzionali. Migranti. Ennesima morte in un Cpr: un sistema che mostra il proprio fallimento di Alberto Iannuzzi Il Fatto Quotidiano, 13 agosto 2026 La detenzione nei Cpr è davvero necessaria o la privazione della libertà del migrante è diventata un costo accettato? Un altro ragazzo morto. Un’altra vita spezzata dentro un Centro di permanenza per il rimpatrio. Un’altra morte che, secondo le prime informazioni, potrebbe essere avvenuta per suicidio. E ancora una volta disordini, incendi, proteste. Se le notizie saranno confermate, quella di Palazzo San Gervasio sarebbe la terza vittima. Non siamo più davanti a episodi isolati, ma a un sistema che mostra il suo fallimento. Perché quando una persona privata della libertà si toglie la vita in una struttura dello Stato, la domanda non è solo cosa sia accaduto nelle ultime ore, ma come si è potuti arrivare fin qui. Palazzo San Gervasio non è un caso isolato. Da anni è al centro di denunce, inchieste e procedimenti giudiziari. Nel processo penale riguardante la gestione del Cpr tra il 2018 e il 2022 sono state contestate, a vario titolo, ipotesi di maltrattamenti, frodi, corruzione e altri reati. Nel maggio 2025 diciotto persone sono state rinviate a giudizio, tra cui appartenenti alle forze dell’ordine, medici e responsabili della gestione. Tra le accuse anche presunti abusi e somministrazioni immotivate di psicofarmaci. Certo, per ora si tratta solo di accuse, e sarà la magistratura a stabilire se vi sono delle responsabilità penali. Ma proprio per questo è ancora più grave il ritardo della politica nell’affrontare il problema, anche perché nel frattempo è intervenuta una decisione importante della Corte costituzionale. Con la sentenza n. 96 del 2025 la Corte ha chiarito che il trattenimento nei Cpr incide sulla libertà personale e richiede le garanzie dell’articolo 13 della Costituzione. Ha inoltre evidenziato una grave lacuna normativa: mancano regole adeguate sulle modalità del trattenimento, sui diritti dei trattenuti e sugli strumenti di tutela effettiva. Ha quindi chiesto un intervento urgente del Parlamento. Ma sino ad ora questo intervento non c’è stato. L’inerzia del Parlamento e del Governo non può essere considerata neutra. Quando una lacuna, riguardante persone private della libertà, resta aperta nonostante l’intervento della Corte, è legittimo chiedersi se non vi sia una scelta politica: considerare la condizione del migrante meno urgente di altre priorità. Così i Cpr diventano una zona grigia, nella quale stazionano persone che non hanno commesso reati: non sono carceri, ma limitano la libertà; non sono pene, ma producono effetti simili; sono temporanei, ma spesso si prolungano; servono al rimpatrio, ma rischiano di trasformarsi in luoghi di attesa senza sbocco. E mentre in Italia si continua a discutere di sicurezza e rimpatri, altri modelli mostrano approcci diversi. In Spagna, durante la crisi di Ceuta del luglio scorso, la risposta non è stata la creazione di nuovi centri di detenzione, ma il rafforzamento della frontiera e soprattutto la cooperazione con il Marocco. La gestione si è basata su accordi di riammissione e controllo dei flussi, con il rientro della maggior parte delle persone nel giro di pochi giorni e una gestione separata dei minori, nel rispetto del diritto internazionale. La lezione è chiara: la gestione migratoria non si risolve con la sola detenzione, ma con la diplomazia, con gli accordi e con la capacità amministrativa. L’Italia, invece, ha reagito con misure simboliche, vale a dire con la sospensione degli accordi di Schengen e il ripristino temporaneo di controlli alla frontiera con la Spagna, decisione che ha creato nuove tensioni a livello internazionale, dagli sviluppi imprevedibili, come se i problemi esistenti non bastassero. La contraddizione è evidente: mentre altrove si punta su cooperazione e gestione esterna dei flussi, in Italia i Cpr restano il fulcro della risposta, nonostante le evidenti criticità giuridiche e umane. E Palazzo San Gervasio continua a essere lì, con le sue rivolte, i suoi procedimenti, le sue morti. Ormai non basta più invocare chiarezza. Serve attuare ciò che la Corte costituzionale ha già indicato: una disciplina completa del trattenimento, delle garanzie effettive, dei controlli indipendenti, come rimedi giudiziari reali. E a questo punto la domanda nasce spontanea e non è più rinviabile: la detenzione nei Cpr è davvero necessaria e proporzionata, o è diventata uno strumento in cui la privazione della libertà del migrante è un costo accettato? Perché se la seconda ipotesi è vera, allora Palazzo San Gervasio ed altri centri di permanenza per il rimpatrio non possono considerarsi un accidente della storia, bensì il risultato di una precisa scelta. Ma una democrazia non può accettare che il prezzo di quella scelta sia la vita di chi, dietro quei cancelli, non ha nemmeno la libertà di andarsene. Migranti. L’ombra di Ceuta spezza l’Europa: tutti contro tutti di Emilio Minervini Il Dubbio, 13 agosto 2026 L’Ue è in subbuglio. La crisi di Ceuta - il 30 e 31 luglio scorsi circa 70mila marocchini si sono riversati nell’exclave spagnola sulla costa africana - ha riaperto il tema sulla gestione delle migrazioni nella maniera più esplosiva possibile, creando una frattura tra i Paesi membri dell’Unione, che va via via allargandosi col passare dei giorni. Soprattutto in vista della possibile mobilitazione di migranti verso Ceuta, prevista per il 15 agosto. In occasione dell’incidente di fine luglio numerosi migranti hanno riferito di essere stati spinti verso Ceuta da video e messaggi su Tik Tok, Instagram e altri social come Telegram e WhatsApp. La commissaria Ue per la Sovranità tecnologica, Henna Virkkunen, nel corso del fine settimana ha criticato Meta e Tik Tok per non essere intervenute in modo efficace contro questo genere di contenuti. E lo scorso 7 agosto la Commissione europea ha tenuto un colloquio con entrambe le piattaforme, che avrebbero successivamente attivato delle modalità di gestione della crisi e iniziato a trattare con priorità i contenuti relativi a Ceuta, anche attraverso la collaborazione con organizzazioni che si occupano di fact-checking.Nel frattempo però cresce il nervosismo tra diversi Paesi membri dell’Unione. Ieri il parlamento danese si è riunito per una seduta straordinaria. Al dibattito ha preso parte che la premier Mette Frederiksen, che ha affermato di essere “fortemente in disaccordo” con la Spagna per quanto riguarda la politica migratoria e ha fatto asse con la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, per promuovere una linea più dura sulla gestione dei flussi migratori in ingresso nell’Ue. La premier danese è tornata a ribadire di fronte al Folketing che “una politica migratoria rigorosa è fondamentale per la Danimarca e per l’Europa” e ha definito le immagini provenienti da Ceuta “inquietanti”. “Continuiamo a seguire la situazione con estrema attenzione” e ha affermato che il governo non esiterà “un secondo” nell’adottare le “misure necessarie” in caso di flussi migratori attraverso l’Europa. Sottolinea che i controlli alle frontiere possono essere intensificati significativamente con un preavviso di poche ore. “L’aspetto importante in relazione a Schengen è che, se in un Paese sorgono problemi, che si tratti di criminalità o di rifugiati, l’arma più efficace che abbiamo in Danimarca è il controllo delle frontiere”, ha dichiarato alla stampa come riporta tv2.dk. “Sono una convinta sostenitrice del controllo delle frontiere” ha chiosato Frederiksen. Inoltre il ministro per l’Immigrazione e l’Integrazione della Danimarca, Morten Bodskov, ha annunciato che incontrerà i suoi omologhi del G5 - composto, oltre che dalla Danimarca, da Germania, Paesi Bassi, Austria e Grecia - il 4 settembre a Copenaghen. All’incontro di Copenaghen parteciperà anche il Ministro degli Esteri danese, Lars Lkke Rasmussen, mentre membri della Commissione europea saranno presenti in qualità di osservatori. L’Italia, al momento, sembra essere stata esclusa. I ministri discuteranno del piano per lo sviluppo dei centri di accoglienza al di fuori dell’Ue. “È assolutamente fondamentale cambiare il sistema migratorio nell’Ue - ha affermato Bodskov - Ne abbiamo avuto un chiaro esempio di recente, quando decine di migliaia di migranti irregolari hanno attraversato il confine con la Spagna. Il passo successivo è quello di creare centri di accoglienza al di fuori dell’Ue. In questo contesto, il Gruppo dei 5 ha svolto un ruolo cruciale nel raccogliere un ampio sostegno per il progetto all’interno dell’Ue. Attendo quindi con interesse di incontrare i miei colleghi ministri e discutere su come compiere i prossimi passi importanti verso la creazione dei centri di accoglienza”. Se da un lato l’esecutivo italiano festeggia il successo, a livello europeo, del modello Albania - con l’ingresso dei Centri per il rimpatrio extra-Ue nelle nuove norme europee e dall’altro si trova a fare il contrappasso servitogli da Berlino. Dopo aver ingaggiato uno scontro con la Spagna sospendendo l’applicazione del trattato di Schengen dopo la crisi di Ceuta, Roma si è vista presentare il conto - calcolato in base alle nuove regole europee volute anche dalla premier italiana - dei migranti che vedrà espellere sul proprio territorio dalle autorità tedesche. “Francamente”, ha ammesso il portavoce del ministero dell’Interno tedesco interpellato a riguardo, “siamo un po’ sorpresi dal clamore” scoppiato in Italia a seguito della notizia sulle espulsioni della Germania verso l’Italia dei dublinanti. “Germania e Italia vantano una lunga storia di proficua cooperazione in materia di politica migratoria e, soprattutto, sull’attuazione del sistema europeo comune di asilo - ha proseguito il portavoce - abbiamo lavorato duramente in seno all’Ue per garantire che il sistema di Dublino torni a funzionare correttamente. Ciò include procedure di trasferimento vincolanti e pratiche per tutti gli Stati membri e un quadro giuridico più dettagliato per i trasferimenti volontari come forma di trasferimento efficiente e non burocratica”. Migranti. Dublinanti, Italia-Germania la contesa a colpi di fioretto di Andrea Colombo Il Manifesto, 13 agosto 2026 Palazzo Chigi non vuole arretrare né alzare la tensione. Tajani replica all’omologo spagnolo: “Siete voi ad avere problemi elettorali”. Braccio di ferro con la Germania? Per carità! “Non c’è nessun braccio di ferro con Berlino e neppure con la Spagna”. Anzi con il governo tedesco è in corso “una discussione serena e proficua”. Lo assicura il ministro dell’Interno Piantedosi, intervistato ieri in tv alla vigilia dell’audizione di stamattina di fronte al Comitato Schengen, nella quale illustrerà la posizione del governo sulla sospensione del trattato. Non è il primo governante a spargere miele. Il ministro degli Esteri Tajani aveva provveduto già di buon mattino, da Sant’Anna di Stazzema: “Non credo che ci siano problemi sul rientro dei dublinanti dalla Germania. C’è la questione delle navi Ong con bandiera tedesca che hanno fatto sbarcare in Italia. Si troverà un equilibrio”. La controparte tedesca è altrettanto serafica. La portavoce del ministero degli Interni anzi si dice “sorpresa da questo clamore”. Non ce n’è motivo dato che “Italia e Germania collaborano bene sulla politica migratoria”. Brindisi e prosit e abbracci. Però “i trasferimenti di dublinanti saranno nuovamente effettuati verso l’Italia”. Non è una sceneggiata. I due Paesi, affiatati e concordi nella scelta dei confini blindati e dei respingimenti, cercano davvero una soluzione per evitare lo scontro di qui al 19 agosto, data fissata per il primo “rientro” dalla Germania al punto di partenza in Italia. Il problema è che la via di mezzo non esiste. O il nuovo accordo europeo sull’asilo Geas si considera valido dall’entra in vigore il 12 giugno, come dice l’Italia, oppure dalla sua firma nel dicembre scorso, come chiede Berlino. O il Paese di primo approdo è quello nel quale i migranti salvati in mare vengono portati oppure è quello indicato dalla bandiera che sventola sulla nave dei salvatori, al secolo le dannate Ong. Non sarebbero nodi proibitivi se non ci fossero di mezzo le elezioni e se il cancelliere e la premier non dovessero fare i conti con lo stesso problema: la competizione con forze alla loro destra, AfD in Germania, Futuro nazionale in Italia. Non avendo l’onere del governo, possono sparare a zero, alzare continuamente la posta, reclamare l’impossibile persino per esecutivi blindati e non esitano a farlo. La trattativa però continua davvero e per l’Italia ha uno spettro più ampio della grana trasferimenti. La priorità per Meloni resta imporre a tutta la Ue l’adozione del suo modello Albania. Piantedosi ribadisce: quella degli hub in paesi terzi “è la strada del futuro” e l’iniziativa “ha già fatto breccia in Europa”. L’Italia guarda ai “paesi sicuri” dell’Africa e li individua per ora nel Ghana e nel Ruanda. Non è escluso che il sostegno al progetto finisca per fare parte della discussione “proficua” intorno alla partita, comunque difficile dei dublinanti. Se questa è la situazione con il paese più amico di cui disponga Meloni in Europa, ci si può immaginare quanto complessa sia quella con il più “nemico”, dunque con la Spagna guidata dalla sinistra. Anche su quel fronte il governo mira a tenere sotto controllo l’escalation, montata a livelli imprevisti dopo la mossa ad alto effetto spettacolare della chiusura di Schengen. La sola risposta al ministro degli Esteri spagnolo Albares, che aveva accusato l’Italia di farsi guidare da interessi elettorali, viene dall’omologo italiano, Tajani, ed è composta: “Noi tuteliamo l’interesse nazionale, certo non per motivi elettorali. I socialisti spagnoli invece forse sì”. L’Italia vuole chiudere l’incidente ma senza arretrare troppo vistosamente e senza rinunciare a puntare l’indice contro il governo Sánchez. La formula che Piantedosi illustrerà oggi al Comitato Schengen è quella già anticipata da giorni e ribadita ieri sia da lui stesso che da Tajani. “La scadenza prefissata è alla fine di agosto. Però ci siamo riservati di vedere l’evoluzione della situazione, a partire dal 15 agosto e di vedere tutti i pericoli che sono stati paventati”, dice il ministro degli Interni. “Fino al 15 non si revoca, poi vediamo la situazione”, conferma quello degli Esteri. Se non succederà niente l’Italia potrà dire che finalmente la Spagna si è decisa a farsi carico del problema e anticiperà la chiusura cantando vittoria. In caso contrario affermerà che sono i fatti a dare ragione alla assurda scelta di sospendere Schengen. Gran Bretagna. Il premier Andy Burnham e la scimmia sulla schiena del populismo penale di Maurizio Morganti* imgpress.it, 13 agosto 2026 Il sovraffollamento delle carceri, che intorno a Ferragosto sale più o meno ritualmente nella gerarchia delle notizie, non è una patologia del sistema ma la spia di un collasso. E se l’Italia, storicamente, pare tenerci a primeggiare in questo ambito disonorevole, la piaga è transnazionale, come dimostrano i dati contenuti in alcuni tra i rapporti più recenti. Secondo Space 2025 del Consiglio d’Europa,14 sistemi penitenziari europei hanno più detenuti che posti disponibili e nove sono in condizioni di grave sovraffollamento. Eurostat registra la crescita regolare della popolazione detenuta: 10% in più dal 2020 nei Paesi dell’Unione. Il Comitato europeo per la prevenzione della tortura (CPT) continua a indicare nel sovraffollamento il problema strutturale più grave, mentre il Global Prison Trends 2026 di Penal Reform International descrive una crisi globale caratterizzata dal ricorso eccessivo alla detenzione anche per reati minori, dall’abuso della custodia cautelare e dall’allungamento delle pene. Il carcere è una piaga globale che affligge e non funziona: produce recidiva e crimine eppure continua a essere la portata principale di ogni menù politico di risposta all’allarme sociale sulla sicurezza. Di pari passo, il populismo penale è una pandemia apparentemente incontenibile, alimentata da una classe di decisori/follower delle tendenze, accomunati tutti dallo stesso pietrificante timore: apparire “morbidi di fronte al crimine”. Il caso del neo primo ministro britannico Andy Burnham alle prese con l’attuazione del piano di liberazione anticipata dei detenuti (Sentencing Act 2026) e la definitiva sepoltura di un mostro giuridico chiamato IPP (Imprisonment for public protection) è emblematico. A fronte della crisi cronica di sovraffollamento delle carceri inglesi e gallesi, nel settembre 2024 il governo Starmer decise di adottare il cosiddetto SDS40 (Standard Determinate Sentence 40). Una misura emergenziale di liberazione anticipata in cui il detenuto usciva dal carcere dopo aver trascorso in cella il 40% invece che il 50% della pena, continuando a scontare la pena ‘on licence’, in regime di libertà vigilata. Una misura non generalizzata da cui erano esclusi, tra gli altri, reati sessuali, alcuni gravi reati violenti e pene collegate alla violenza domestica. Il progetto Sentencing Act 2026, che Burnham ha ereditato da Starmer, intendeva in sostanza trasformare questa gestione emergenziale in un sistema strutturale, basato anche sulle raccomandazioni dell’Independent Sentencing Review guidata dall’ex ministro della Giustizia conservatore David Gauke, che, nel maggio 2025, ha proposto una riforma complessiva: meno tempo in carcere per determinate pene, maggiore controllo nella comunità e un sistema di ‘earned progression’ basato in sostanza sulla buona condotta e sull’attivazione di programmi di riabilitazione (budget permettendo). Da noi per molto meno si parlerebbe di “resa dello Stato”. In realtà, si trattava di un progetto limitato, in cui ergastolani e condannati sottoposti alle cosiddette ‘extended determinate sentences’, pene determinate con un periodo esteso di sorveglianza, erano esclusi in partenza dai possibili benefici. Il Sentencing Act 2026 doveva entrare in vigore il 2 settembre, ma la data di applicazione è già slittata di un mese e i contenuti riformatori devono resistere ora ai colpi di una campagna, amplificata dalla stampa, che ha visto al centro la famiglia della vittima di un efferato delitto. A luglio è esploso il caso dei tre giovani condannati per la morte dell’agente Andrew Harper, trascinato per oltre un chilometro da un’auto durante un furto nel 2019. Due di loro, Albert Bowers e Jessie Cole, condannati a 13 anni, potrebbero beneficiare delle nuove regole sulla liberazione anticipata. La protesta della famiglia Harper ha acceso la miccia politica. Effetto immediato: il 22 luglio il premier Andy Burnham ha annunciato il riesame del piano e il giorno successivo ne ha sospeso l’applicazione in attesa di una verifica sui rischi per la sicurezza pubblica. La platea prevista era allora di circa 6.000 detenuti, con una prima tranche di circa 700. Il riesame ha portato, all’inizio di agosto, a restringere la platea dei beneficiari, escludendo ulteriori categorie di condannati per gravi reati sessuali: i detenuti potenzialmente interessati sono scesi così a circa 5.000. Burnham ha giustificato la revisione richiamando “la rabbia, l’ansia e l’angoscia” provocate dal piano originario. Le modifiche concesse al “sentiment” dell’opinione pubblica non risolvono tuttavia il caso Harper: Bowers e Cole non rientrano nel nuovo perimetro di esclusione dalla liberazione anticipata. Cosa possono inventarsi ora i consiglieri del primo ministro per placare la fame di pena dell’opinione pubblica? È di ieri l’intervento sui social di Burnham, che si è detto fiducioso di poter modificare il programma di liberazione anticipata in modo da escludere i responsabili della morte dell’agente Harper e di aver chiesto al ministro della Giustizia, Alex Norris, di portare rapidamente a termine una serie di misure volte ad aumentare il numero di posti disponibili nelle carceri. Tra le strade indicate ci sono l’accelerazione dell’espulsione dei detenuti stranieri, un maggiore utilizzo del patrimonio penitenziario esistente (suona familiare?) anche riconvertendo sezioni femminili alla detenzione maschile e, last but not least, la liberazione di detenuti a basso rischio che, per un “morto vivente” giuridico (l’imprisonment for public protection, IPP) ormai abolito ma che continua a dispiegare i suoi effetti paradossali, stanno ancora scontando pene indeterminate. Chi sono queste persone? Qualche storia tratta dalla stampa britannica: Ronnie, condannata a una pena minima di tre anni per aver rubato un vaso da fiori a 17 anni e rimasta in carcere per 16; Wayne, entrato in carcere nel 2007 per aver dato un pugno a un ragazzo e avergli rubato la bicicletta, con una pena minima inferiore a due anni, e ancora detenuto 19 anni dopo; Martin, condannato a un minimo di 20 mesi circa per il tentato furto di una sigaretta e rimasto intrappolato nel sistema IPP per 18 anni; Leroy, condannato a un minimo di due anni e mezzo per il furto di un cellulare e ancora in carcere quasi vent’anni dopo; Abdullahi Suleman, condannato per il furto di un computer portatile e ancora in custodia vent’anni dopo. Il regime dell’IPP fu istituito nel 2003 con il Criminal Justice Act del governo Blair ed entrò effettivamente in vigore nel 2005. Uno studio di Harry Annison che fa il bilancio a provvedimento abolito, ricostruisce il clima in cui la misura fu concepita. Il panorama è familiare: il sistema nacque principalmente dalla preoccupazione del ministro dell’Interno David Blunkett di rispondere ad alcuni casi di grande risonanza dell’epoca, in cui detenuti avevano commesso reati gravi dopo il rilascio. Con l’attenzione dei media rivolta alla sicurezza pubblica, mostrare il volto feroce nei confronti di “delinquenti pericolosi” parve allettante ai leader del New Labour. L’impostazione carcerocentrica e securitaria sfuggì presto di mano. Pensato per proteggere la collettività da autori di reati violenti o sessuali, finì per essere applicato ampiamente anche al ‘petty crime’, core business della retorica populista che offre il miraggio della vendetta penale alla sete quotidiana di giustizia. Furono inflitti oltre 8.000 IPP con una durata media della pena base di circa due anni e sei mesi. La struttura della pena IPP, molto attraente per i cercatori d’oro del consenso, rispecchiava quella dell’ergastolo con una durata minima commisurata alla gravità del reato (tariff) e un fine pena indefinito. Alla scadenza, il detenuto veniva rilasciato in libertà vigilata solo se riusciva a convincere l’organo di controllo (Parole Board) che non rappresentava più un rischio per la collettività. Anche reati minori si traducevano così in detenzioni potenzialmente perpetue. Fatta la tara alle differenze tra sistemi, una logica che ricorda quella del binario delle misure di sicurezza nostrane con lo spettro del cosiddetto “ergastolo bianco” fondato sullo stigma della pericolosità sociale. Oggetto di aspre critiche sia in linea di principio che per la sua inefficacia, dopo una prima stretta nel 2008, l’istituto fu abolito nel 2012 ma senza effetto retroattivo: le vecchie condanne rimasero in vigore. A giugno 2026 erano ancora detenute 2.271 persone sottoposte a IPP e quasi tutte avevano superato la pena minima. Un esercito di persone la cui vita ha coinciso e coincide con la pena. Non sorprendono gli “effetti collaterali” di questo mostro giuridico. Secondo i dati riportati da Simon Hattenstone sul Guardian, fino al marzo 2025 si sono tolte la vita in carcere 94 persone sottoposte a IPP; altre 44 sono morte suicide mentre si trovavano ancora in regime di libertà vigilata. La relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla tortura, Alice Jill Edwards, nel 2024 ha paragonato l’IPP a una forma di “tortura psicologica”. David Blunkett, ministro dell’Interno del governo che concepì l’IPP, lo ha definito “il più grande rimpianto” della sua carriera politica. Non solo un esperimento fallito, ma un modello del fallimento della risposta penale populista alla domanda di sicurezza. *Giornalista, collaboratore Aduc Il Libano abolisce la pena di morte. È il 114° Stato a farlo ma un’eccezione nel mondo arabo di Camille Eid Avvenire, 13 agosto 2026 Beirut applicava una moratoria da oltre vent’anni. La decisione con il voto del Parlamento. Ma Hezbollah e Aoun lasciano l’aula in segno di protesta. Passo storico per il Libano. La pena di morte, precedentemente sancita dalla legge per diversi reati, è stata abolita dal Parlamento di Beirut, ponendo fine a una moratoria di fatto in vigore dal 2004. Da allora sono state comunque emesse decine di sentenze capitali poi sospese o commutate in ergastoli, in particolare per casi di terrorismo o di omicidio premeditato. È il primo caso di abolizione - non di sospensione - nel mondo arabo. La nuova legge specifica che i reati commessi prima dell’entrata in vigore del testo saranno punibili con l’ergastolo o con lavori forzati. I deputati del Movimento patriottico libero (Aoun) e di Hezbollah si sono ritirati dall’aula in segno di protesta, non tanto contro la legge, ma contro la sua “tempistica”. Secondo loro, l’abolizione della pena di morte prima di aver approvato un progetto di legge di amnistia generale - che prevede la riduzione dall’ergastolo a 17 anni di carcere - agevola gli accusati di attentati terroristici o contro l’esercito libanese, che potranno così beneficare di una doppia riduzione della pena: in pratica, dalla condanna a morte ai 17 anni di carcere. “Il Libano riacquista il suo ruolo pionieristico nella regione come difensore dei diritti umani”, ha commentato il ministro della Giustizia Adel Nassar, sottolineando che i giudici libanesi non si troveranno più di fronte al “dilemma di dover decidere se porre fine o meno a una vita”. La decisione è stata applaudita da diverse Ong internazionali. La direttrice regionale di Amnesty International ha parlato di “pietra miliare” e di una vittoria per i diritti umani in Libano. “Dopo oltre due decenni senza esecuzioni - ha aggiunto Heba Morayef - il passo odierno trasforma una precaria interruzione delle esecuzioni in una tutela legale e duratura che difende il diritto alla vita e allinea il Libano alla tendenza globale verso l’abolizione”. Morayef ha precisato che per rendere irreversibile la decisione, le autorità libanesi devono ora ratificare il Secondo protocollo opzionale al Patto internazionale sui diritti civili e politici. Anche Human Rights Watch ha accolto con favore il risultato del voto parlando di “un passo fondamentale per i diritti umani nel Paese e una netta rottura con una sentenza crudele e arbitraria”. In Libano l’ultima esecuzione risale all’alba del 17 gennaio 2004, quando tre uomini condannati per omicidio furono mandati a morire, nonostante la mobilitazione degli attivisti per i diritti umani. Erano nel carcere di Roumieh. Secondo la Direzione delle carceri libanesi, 85 persone risultavano ancora nel braccio della morte all’inizio dell’anno. L’adozione della nuova legge è il risultato di un impegno costante da parte di varie organizzazioni abolizioniste locali, come l’Associazione libanese per i diritti civili (Lacr), la Campagna nazionale per l’abolizione della pena di morte in Libano e l’Associazione giustizia e misericordia (Ajem). Fino agli anni Novanta, era frequente la regola delle “esecuzioni parallele”. Per evitare l’accusa di discriminazione o favoritismo verso una comunità rispetto a un’altra, le autorità tendevano a raggruppare le esecuzioni. Venivano giustiziati contemporaneamente detenuti di fedi diverse per dimostrare che lo Stato applicava la giustizia in modo equo e “bilanciato” tra cristiani e musulmani. Il Libano si appresta quindi a diventare il 114esimo Paese ad abolire la pena di morte per tutti i reati. In totale, 145 Paesi nel mondo l’hanno abolita per legge o nella pratica, mentre 54 Paesi continuano a mantenerla.