Carcere: al Governo piace parlare di umanità, ma non rispettare la legalità di Stefano Arduini vita.it, 12 agosto 2026 Con 65.009 persone recluse e un affollamento al 140,6%, i Tribunali di sorveglianza hanno accertato 6.539 volte in un anno che l’Italia detiene in modo inumano o degradante. Da quattro anni il governo risponde promettendo di umanizzare il carcere e di restituire dignità alla detenzione. Sono parole della Costituzione, ma amputate della loro valenza giuridica: l’umanità, che nell’articolo 27 è un limite invalicabile, diventa così un traguardo verso cui muoversi per gradi, in tempi infiniti. Un limite trasformato in traguardo si può continuare a superare, purché si dichiari di camminare nella direzione giusta. Ed è esattamente quello che sta accadendo. L’8 agosto le persone recluse nelle carceri italiane erano 65.009, a fronte di 46.237 posti realmente disponibili. Il tasso di affollamento è al 140,6%, e gli istituti in cui i detenuti sono più del doppio dei posti sono saliti a nove. Sono i dati diffusi da Antigone, e per trovarne di peggiori occorre risalire al triennio 2010-2013, quello che si chiuse con la condanna dell’Italia da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo per violazione dell’articolo 3 della Convenzione, la norma che proibisce la tortura e i trattamenti inumani o degradanti. All’epoca i ricorsi presentati dalle persone detenute furono circa 4mila, mentre nel solo 2025 i reclami accolti dai Tribunali di sorveglianza italiani, quelli cioè che un giudice ha esaminato e ritenuto fondati, sono stati 6.539 (il 12% in più del 2024). Come si fa a parlare di emergenza di fronte a una violazione che la magistratura italiana accerta migliaia di volte l’anno, con provvedimenti motivati, uno per uno? La sostituzione del diritto con gli annunci - Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha indicato le carceri come priorità pochi giorni dopo il giuramento, nell’ottobre 2022, e da allora il lessico non è cambiato. Il decreto legge del luglio 2024 è stato presentato con la formula “umanizzare il carcere”. Il piano di edilizia penitenziaria è arrivato in Aula alla Camera come uno strumento per “restituire dignità alla detenzione”. Nella conferenza stampa di inizio anno il 9 gennaio 2026 la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha definito i nuovi posti il modo serio per difendere la dignità dei detenuti “senza compromettere la dignità dello Stato”. Eppure quando la parola legalità compare nel discorso pubblico del governo sul carcere, si riferisce quasi sempre a tutt’altro, cioè all’ordine interno agli istituti, al contrasto della criminalità organizzata, alla sicurezza degli operatori. Umanità e dignità, sono inderogabili dentro una democrazia. Sono parole della Costituzione: l’articolo 27 stabilisce che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità. Nella Carta l’umanità della pena è formulata come un confine che l’amministrazione non può oltrepassare, mentre nel linguaggio del governo diventa una meta, un orizzonte verso cui muoversi per gradi, compatibilmente con le risorse e con i tempi degli appalti. Un confine è varcato oppure non lo è: in Italia un magistrato di sorveglianza, certifica che lo è quasi 7mila volte l’anno. Una meta, al contrario, si misura sulle intenzioni di chi cammina, e chi la enuncia resta l’unico titolato a dire quanta strada sia stata percorsa. Promettere umanità significa perciò promettere qualcosa che non potrà mai essere smentito. Così parlare di umanità funziona da maschera, non perché sia una parola falsa, ma perché è una parola vera adoperata per coprirne un’altra. Lo stesso meccanismo si ritrova sul terreno che il governo ha scelto come proprio, quello dell’edilizia penitenziaria, dove pure ci si aspetterebbe la precisione dei capitolati. Nel luglio 2025 il Consiglio dei ministri approva un piano da 758 milioni per 9.696 nuovi posti letto entro il 2027, articolati anno per anno. In ottobre, al termine della cabina di regia di Palazzo Chigi, i posti annunciati diventano 10.676. Nel gennaio 2026 Giorgia Meloni ne indica 11mila entro la fine del 2027, cifra che il ministro riporta a “oltre 10mila” in un question time di marzo alla Camera e che il sottosegretario Alfredo Mantovano riporta di nuovo a 11mila davanti alla commissione Giustizia del Senato in maggio. Anche le scansioni interne si riscrivono a ogni passaggio: i posti previsti per il 2025 erano 1.472 secondo il piano di luglio e 506 secondo la cabina di regia di ottobre, per chiudersi a poco più di 580 nel consuntivo dichiarato nel marzo di quest’anno. Così anche l’edilizia penitenziaria diventa una meta a cui tendere, in tempi irrimediabilmente incerti. Nel frattempo migliaia di persone continuano a scontare la loro pena e a vivere nella piena illegalità sotto la custodia dello Stato. Alcune cose, per fortuna, restano misurabili. Il commissario straordinario per l’edilizia penitenziaria, nominato nel settembre 2024, aveva il compito di realizzare 7mila nuovi posti entro la fine del 2025: a un anno dalla nomina i posti ufficiali erano cresciuti di 42. La Corte dei conti, nel monitoraggio sui fondi del Pnrr, ha rilevato che al 30 giugno 2025 oltre il 90% dei lavori previsti negli istituti penitenziari risultava in forte ritardo o non ancora avviato. Antigone aggiunge che da quando il piano è partito i posti realmente disponibili non sono aumentati ma diminuiti di oltre 400 unità. Una distanza analoga separa gli annunci dai numeri anche sulla legge approvata a luglio per la detenzione domiciliare delle persone tossicodipendenti, definita dal ministro Nordio un provvedimento epocale in grado di far uscire dal carcere almeno 10mila persone, mentre la copertura finanziaria non arriva a coprirne 600. Accanto agli impegni corre poi una linea speculare, quella in cui la responsabilità viene collocata altrove: Nordio ha attribuito il sovraffollamento all’operato dei magistrati più che alle leggi approvate dal governo, e il sottosegretario Andrea Ostellari, rispondendo in Aula al Senato a un’interrogazione sulle donne detenute con figli al seguito, ha escluso che esista una situazione di emergenza. Nel frattempo il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha parlato di una condizione di sovraffollamento grave e ormai insostenibile, e la Corte costituzionale, con la sentenza 139 del luglio 2025, ha ribadito che la pena va eseguita in condizioni rispettose della dignità della persona e del principio di umanità. Il carcere dell’insicurezza - C’è un ultimo dato che viene abitualmente letto come una statistica sui detenuti e riguarda invece tutti gli altri. In Italia un tasso di recidiva certificato non esiste, ma il rapporto di Antigone offre una misura che non ha bisogno di stime: delle 63.499 persone detenute al 31 dicembre 2025 soltanto 25.921, il 40,8%, erano alla prima carcerazione, mentre il 45,9% era già stato detenuto da una a quattro volte, il 10,6% da cinque a nove e il 2,7% più di dieci. Quasi sei persone su dieci, in carcere, c’erano già state. Il Cnel aggiunge il dato che dovrebbe orientare qualsiasi politica in materia: torna a delinquere il 68,4% di chi durante la detenzione non ha svolto alcuna attività lavorativa, contro il 2% di chi è stato inserito in un percorso di lavoro. Un sistema penitenziario che non riesce a rispettare la legge e a costruire percorsi di reinserimento non produce sicurezza, la consuma, e lo fa costando circa 3,5 miliardi l’anno. Cambiare parola - L’appello di Antigone chiede a tutte le forze politiche provvedimenti urgenti per riportare il sistema penitenziario nella piena legalità, ed è la richiesta giusta, purché se ne colga la natura. Non si tratta di domandare al governo un supplemento di sforzo: finché l’impegno assunto resta quello di restituire dignità, l’obiettivo risulterà raggiunto nel giorno in cui qualcuno deciderà di dichiararlo tale, e nessuno sarà nella posizione di dimostrare il contrario. Si tratta invece di chiedere che l’impegno cambi nome e torni a essere ciò che la Costituzione già prevede, cioè il rispetto di un limite, con una scadenza e un parametro. A quel punto esisterebbe qualcuno in grado di dire se sia stato mantenuto. Del resto esiste già, e ha parlato 6.539 volte nel solo 2025, ogni volta per riconoscere che una persona detenuta in Italia è stata trattata in modo contrario al senso di umanità. Con la differenza che quei giudici, quando pronunciano la parola umanità, ne conoscono anche il peso giuridico. È la ragione per cui, in bocca a chi governa, la stessa parola conviene: sganciata dal diritto non obbliga a nulla e non vale nulla. Un carcere umano per una società più sicura di Samuele Ciambriello* Il Mattino, 12 agosto 2026 È stata superata la soglia dei 65mila detenuti in Italia, i posti realmente disponibili sono 46mila. Sovraffollamento oltre ogni limite: superato, dunque, il 140%, E ci sono Istituti con celle da nove posti o dieci, con tre letti a castello, come a Poggioreale e in nove istituti italiani si è superato il 200%. La pena non può trasformarsi in sofferenza e abbandono. Il sovraffollamento vuol dire caldo insopportabile, celle invivibili, tensione continua, disagio psichico, autolesionismo, suicidi. È un dato che dovrebbe scuotere più di ogni slogan la politica intera, la stessa società civile. E gli agenti della polizia penitenziaria, poi: ne mancano quasi 10mila in Italia, sono costretti a lavorare in condizioni sempre più difficili e con turni massacranti. E poi, non ne parla quasi mai nessuno, ci sono 90mila condannati definitivi a pene fino ai quattro anni, i cosiddetti “ liberi sospesi”, in attesa che si valuti se debbano scontarle in carcere o in misure alternative, e spesso dopo alcuni anni o un decennio arriva il carcere, dopo che una persona si è rifatta una vita. Certo le dichiarazioni non mancano, come qualche iniziativa parlamentare, qualche visita nelle carceri, anche simbolica, a ferragosto. Troppi annunci o rinvii. L’annuncio di un ddl sull’ampliamento della detenzione domiciliare in comunità per tossicodipendenti, anche se solo per 600 di loro, è diventando una prospettiva pluriennale. I posti nelle comunità non ci sono e non si inventano dalla sera alla mattina, tra l’altro senza risorse aggiuntive. In carcere c’è una emergenza umanitaria. Oggi che i numeri sono altissimi la questione principale è diventata quella umanitaria, dei trattamenti inumani e degradanti, quasi a discapito di quella rieducativa. In Campania abbiamo 8046 detenuti, ben duemila (!) in più dei posti disponibili. Abbiamo 2215 detenuti tossicodipendenti acclarati, più di 400 detenuti con sofferenza psichica, solo a Poggioreale 80 sono psicotici. Ho visto, con piacere, che nei giorni scorsi, Forza Italia ha ottenuto di avviare alla Camera una indagine conoscitiva sulle condizioni delle carceri, assicurando il suo impegno perché la situazione impone interventi concreti, reali, qui ed ora. Il mio è un appello ai singoli partiti che non devono guardare al consenso su questi temi, ma al senso costituzionale della pena, la dignità delle persone detenute e quella di chi lavora in carcere appartengono alla stessa battaglia di civiltà. Un carcere incapace di rieducare, curare, cambiare, non produce maggiore sicurezza, ma alimenta marginalità e recidiva. Chiediamo come Conferenza nazionale dei garanti un provvedimento deflattivo immediato, serio, selettivo e orientato alla Costituzione. Tante volte su questo argomento è arrivato anche il monito del Presidente della Repubblica ed anni fa la condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo. Noi garanti riceviamo ogni giorno lettere di chi lamenta mancanza di cure adeguate, mancati trasferimenti, difficoltà nei colloqui, permessi premio negati, ritardi nelle misure alternative al carcere, mancanza di acqua... Io credo che occorra incentivare le misure alternative e togliendo preclusioni che le impediscono. Ma quello che serve oggi, per quanto non sia una soluzione definitiva, è l’Indulto, anche sottoposto a condizioni, escludendo i reati più gravi. Potrebbe essere limitato ad uno o due anni di pena. In carcere ci sono moltissimi reclusi che hanno un residuo pena inferiore a questo lasso di tempo. Cosi avremmo davvero diecimila detenuti in meno e il sistema prenderebbe un respiro, potrebbe occuparsi di rieducazione e reinserimento sociale. È uno strumento previsto dalla Costituzione. Negli ultimi tre anni 17mila detenuti hanno ottenuto un riconoscimento economico o in termini di riduzioni di giorni della pena per trattamenti inumani e degradanti ai sensi dell’art 35 ter. dell’ordinamento penitenziario. Questo dato dovrebbe scuotere l’intera classe politica. Lo Stato, attraverso le decisioni di magistrati, che hanno fatto verifiche, ha dovuto ammettere che nelle carceri italiane ci sono condizioni incompatibili con la dignità umana. Crediamo che ci sia bisogno anche di una legge ordinaria per superare nell’immediato il sovraffollamento, per mettere in campo risposte concrete per coloro che devono scontare meno di due anni, o addirittura meno di un anno (e sono ottomila), così come è stato fatto dal governo Berlusconi nel 2003 e sempre dal governo Berlusconi nel 2010, anche attraverso il voto favorevole delle opposizioni. Noi non vogliamo nuove carceri, ma carceri nuove, affermiamo cioè una visione della pena fondata sulla legalità istituzionale, sul rispetto della dignità umana e sulla responsabilità istituzionale, sulla consapevolezza che solo un sistema penitenziario più umano ed efficace può garantire nel tempo maggiore sicurezza e coesione sociale. Un carcere più umano che aiuta a cambiare le persone significa più sicurezza dopo, quando le persone escono. *Garante campano persone sottoposte alla privazione della libertà personale e Portavoce Conferenza Nazionale dei garanti territoriali. Più minorenni in cella. La risposta del governo al crimine è inefficace di Giovanni Ribuoli* Il Domani, 12 agosto 2026 È preoccupante vedere che c’è sempre meno volontà ed intenzione che si cambi pagina, soprattutto quando cambiar pagina significa che lo Stato finanzi e non faccia solo “pagare a tutti”. La motivazione per cui andrebbe data per presunta la capacità di intendere e di volere dei minorenni, minando l’impianto dell’ordinamento penale minorile, è “chi sbaglia deve pagare sempre anche se a 15 o 16 anni”. La soluzione proposta ai comportamenti devianti rimane il carcere, quasi ad ogni età. L’attività dell’esecutivo in questo senso è impressionante: i quattro decreti sicurezza, il cosiddetto “decreto Caivano”, tre nuovi carceri minorili, questa ulteriore proposta. Bene ha detto Claudio Cottatellucci (Avvenire, 25/07,2026) che con questa modifica “si accredita l’idea che il processo minorile debba essere semplificato perché troppo garantista, che conoscere la persona sia un ostacolo all’efficienza”. Di queste iniziative legislative, quali risultati si vedono? E queste iniziative legislative, in quali sforzi concreti si traducono? Investimenti pochissimi. Risultati opinabili. Non si può darne del resto una lettura chiara, perché il carcere, e in questo il carcere minorile non fa difetto, manca strutturalmente di trasparenza. Chiusa dalla proverbiale riservatezza degli operatori, limitata agli evasivi e allusivi comunicati dei sindacati penitenziari dopo i cosiddetti “eventi critici”, la detenzione si nutre di silenzi, di attese più lunghe dei colloqui, di grida e di violenza: è difficilissimo parlare chiaramente mentre è facilissimo gridare, è difficile arrivare puntuali ad un colloquio ma è vietato correre, a volte non perché specificato dalla normativa, ma per “motivi di ordine e sicurezza “ di fronte ai quali tutti o quasi arretrano. Urla che ristabiliscono la calma per poche ore, “eventi critici” che si ripresentano con regolarità. E poi? Il carcere peggiora - Impossibile anche pensare di ascoltare gli operatori del settore: i tavoli di incontro, infatti, non si svolgono più con regolarità e la progettazione raramente è finanziata adeguatamente. Dalla manutenzione carente, dalle strutture scadenti all’assenza strutturale di mediatori linguistici stabili, si ha a che fare con un sistema che è ben descritto dal comunicato del Sidipe, Sindacato Direttori Penitenziari: “Risultato di decenni di disattenzione istituzionale, di amnesie, di sottofinanziamento e di scelte politiche improvvide stratificatesi nel tempo”. Se nel sistema penitenziario minorile entravano solo il sottofinanziamento e la disattenzione istituzionale, ora il sovraffollamento e le molte scelte legislative lo hanno portato sull’orlo del collasso. Tanti lavoratori del settore, quando ne parlano, ammettono che il carcere peggiora la vita di chiunque vi entra e anche di chi vi lavora, e che sono sempre più rari i percorsi positivi che esistono e ciò nonostante danno speranza. Vite che hanno sofferto le aspettative altissime di una società in crisi e che hanno ricevuto come proposta ai comportamenti devianti la medicalizzazione o la detenzione e molto spesso le due insieme. Ruolo salvifico e mafia - Due problemi gravi sfuggono al dibattito attuale, che rischia di essere l’ennesimo scontro a costo zero: il primo, è il ruolo salvifico assegnato alla repressione penale e al carcere minorile, il secondo, è che un’alternativa sommersa esiste già. Senza pensare a come possano costruire la propria volontà, mentre l’istituzione scolastica non la incoraggia, e pubblicamente si fanno processi alle intenzioni di quasi tutti i giovani che dicano qualcosa, al punto che alcuni smettono di avere intenzioni e di uscire di casa, al carcere minorile si conferisce un ruolo quasi salvifico: dovrebbe raddrizzare un numero di vite sempre più elevato, interagendo poco col contesto circostante e senza finanziamenti. Ci vuole un miracolo? Forse per questo uno dei nuovi carceri minorili, quello de L’Aquila, è stato intitolato a Francesco d’Assisi. Secondo problema: l’alternativa esiste già, e si chiama mafia. La mafia ha un pensiero sui giovani: costano meno, sono più spericolati e presto finiscono per fare qualunque cosa. La mafia gli propone una carriera, fatta di violenza, soldi facili e detenzioni: per accedere a quella carriera, aver fatto il carcere senza parlare e senza cambiare idea sul proprio futuro nel mondo criminale è un titolo di merito. Questo rimane il grande ostacolo che contrasta chiunque lavori nella giustizia minorile: strappare alla violenza vite che possono fiorire. Se invece la proposta dello Stato sono luoghi senz’acqua, caldissimi e oberati di problemi strutturali, la proposta della criminalità guadagna sempre maggior terreno. Mentre l’esecutivo indica nel carcere l’istituzione che dovrebbe proporre un’alternativa ad una scelta per la criminalità, a tutte le età appunto, è preoccupante vedere che invece c’è sempre meno volontà ed intenzione che si cambi pagina, non soltanto l’estate, soprattutto quando cambiar pagina significa che lo Stato finanzi e non faccia solo “pagare a tutti.” *Insegnante Ipm Casal del Marmo, Roma Non spetta al detenuto provare il sovraffollamento di Patrizia Maciocchi Il Sole 24 Ore, 12 agosto 2026 Ma all’amministrazione dimostrare il contrario. Al detenuto, per il risarcimento, basta indicare periodo e nome della struttura. Non spetta al detenuto - che chiede il risarcimento per trattamenti inumani e degradanti - provare il sovraffollamento, ma è l’amministrazione penitenziaria che deve dimostrare il rispetto dei parametri indicati dalla Cedu, a iniziare dai tre metri come minimo spazio vitale. Per la Cassazione è un dovere agevolare l’accesso ai rimedi compensativi riducendo la situazione di oggettivo svantaggio in cui si trova chi è ristretto nel far valere le sue ragioni. La Suprema corte, accoglie così il ricorso di un detenuto, contro il provvedimento con il quale il magistrato di sorveglianza aveva, senza fare alcuna verifica, bollato come inammissibile la sua richiesta di risarcimento, perché non aveva indicato le specifiche condizioni del trattamento penitenziario, subito in violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’Uomo, sul divieto di tortura e trattamenti inumani e degradanti. Carenze igieniche e sanitarie - In Cassazione passa la linea del difensore. L’istanza indicava, infatti, sia il periodo di detenzione, in relazione al quale era stata fatta la domanda di risarcimento, sia gli istituti in cui il ricorrente era stato. Una richiesta di indennizzo giustificata non solo dal mancato rispetto dei metri quadrati minimi richiesti nelle camere detentive, ma anche dalla carenza delle più elementari condizioni igieniche e sanitarie. A questo si aggiungeva la scarsa illuminazione, la mancanza di riscaldamento e acqua calda e l’assenza di personale sanitario. Accesso ai rimedi compensativi senza barriere - Una condizione che, né il detenuto, né il difensore potevano indicare in modo analitico non avendo elementi, per dimostrare le violazioni. Informazioni che, invece, l’Amministrazione penitenziaria possiede. E può, dunque, trasmetterle al magistrato di sorveglianza, il quale ha, in ogni caso, il potere di acquisirle d’ufficio. Il detenuto può limitarsi a indicare le date e il posto. La Cassazione ricorda che la violazione dell’articolo 3 della Cedu dà diritto a un risarcimento, parametrato al periodo vissuto non in linea con le norme convenzionali o a uno sconto di pena. Rimedi al quale il detenuto deve avere accesso, senza troppe barriere. Verità presunta quanto afferma il detenuto - I giudici di legittimità affermano, dunque, che esiste una presunzione di veridicità di quanto dichiarato dalla persona ristretta, in virtù della quale spetta all’Amministrazione penitenziaria, fornire elementi di segno contrario. Un onere della prova che deve tenere conto “da un lato, degli interessi in gioco di rango costituzionale e, dall’altro, della posizione di svantaggio processuale in cui versa il detenuto”. Con la conseguenza che il giudice deve attivarsi per verificare l’adempimento degli obblighi che il ricorrente considera violati. La decisione della Cassazione è coerente con i principi affermati dalla Corte Edu che non solo ha esortato l’Italia ad agire per ridurre il numero dei detenuti ampliando il ricorso a misure alternative a quelle carcerarie, ma le ha chiesto di introdurre procedure attivabili dai detenuti per rimediare a condizioni di detenzione o trattamenti carcerari in contrasto con l’articolo 3 della Cedu, che siano accessibili ed effettive. Una sollecitazione che traccia la via del criterio da seguire: il detenuto ha diritto a ottenere i rimedi introdotti dall’ordinamento, senza ostacoli che è difficile superare. I dati sul sovraffollamento - La sentenza della Cassazione arriva a pochi giorni di distanza dal rapporto di Antigone che ha messo in evidenza il modo drammatico il problema del sovraffollamento, che ha toccato quote record. Al 30 aprile di quest’anno nelle carceri italiane erano detenute 64.436 persone, a fronte di una capienza regolamentare di 51.265 posti che si riducono a soli 46.318 posti realmente disponibili. Il tasso reale di sovraffollamento ha così raggiunto il 139,1%. Sono ormai 73 gli istituti con un tasso di affollamento pari o superiore al 150%, mentre in 8 carceri si supera addirittura il 200%. Gli istituti non sovraffollati sono appena 22 in tutta Italia. Nonostante il governo abbia annunciato un Piano carceri, i posti disponibili sono diminuiti di 537 unità dall’avvio del piano. All’interno delle sezioni detentive, “la carenza di ventilatori e frigoriferi e l’inesistenza di condizionatori nelle celle rendono il carcere un’esperienza al limite della sopravvivenza per la popolazione detenuta e per il personale”, scrive nel rapporto Antigone. “Nel corso degli ultimi 12 mesi, l’Osservatorio dell’Associazione - si legge nel report - ha effettuato 72 visite all’interno degli istituti penitenziari italiani. Da tale attività è emerso che il 9,3% delle persone detenute presenta diagnosi psichiatriche gravi, il 20,5% fa regolarmente ricorso a stabilizzanti dell’umore, antipsicotici e antidepressivi e il 46% ricorre a sedativi o ipnotici. Il disagio psichico, e il consumo di psicofarmaci, sono diffusissimi”. Alla Consulta il caso del detenuto punito per essersi opposto alla riduzione dello spazio vitale - Intanto, è di questi giorni la notizia del rinvio alla Corte costituzionale del caso di un detenuto del carcere Due Palazzi di Padova che è stato punito con 10 giorni di esclusione dalle attività ricreative e sportive per aver protestato ed essersi opposto alla decisione della direzione di inserire una seconda branda nella sua cella singola, riducendo lo spazio vitale sotto i limiti legali. L’uomo ha fatto ricorso al giudice, ma la sanzione è stata eseguita subito per via degli automatismi di legge, portando il caso all’attenzione della Consulta a causa della mancata sospensione della pena disciplinare in attesa del giudizio. L’ovvio no delle toghe alla “legge Tortora”: è un faro sui loro abusi di Tiziana Maiolo Il Dubbio, 12 agosto 2026 Che cosa succederà il prossimo 17 giugno, e poi in quelli degli anni a venire, quando si ricorderà la storia di Enzo Tortora e, con la sua, quella delle tante vittime di errori giudiziari? Il fatto che il Parlamento abbia istituito la giornata celebrativa proprio nella data della vergogna, quella delle manette e della sfilata coatta del presentatore davanti alle telecamere, ci dice già da sé quanto forte e ampio sia il significato di “errore”. In quella giornata, nelle tante ricorrenze che celebreranno il ricordo di una persona per bene che fu spacciata per camorrista come ciliegina sulla torta a santificare la credibilità di un’inchiesta con centinaia di arrestati, si parlerà di giustizia. Di processo, di carcere, di gogna, di responsabilità dei magistrati. Se così sarà, ma così dovrebbe essere, si capisce molto bene la diffidenza della magistratura associata con i suoi simpatizzanti, dentro e fuori dal Parlamento, per quell’iniziativa. Perché è lo stesso corpo di Enzo Tortora, a parlare. A dirci il senso di quelle manette. Che sono simbolo di carcere senza processo, di una custodia cautelare del tutto fuori dalle regole. Ma anche della necessità, tramite la “cattura” di un personaggio famoso, di rendere visibili e prestigiosi gli stessi magistrati, pm e giudici, che quella cattura hanno voluto e attuato. E poi, in quel caso specifico, la scena da film su Alcatraz di quella sfilata, l’arrestato prelevato all’alba in albergo, la faccia stupita da chi è stato ammanettato mentre veniva buttato giù dal letto, e la passerella obbligata tra due fila di telecamere e giornalisti opportunamente convocati. C’è tutto in quelle immagini. Quante volte le abbiamo riviste anche in seguito, per esempio nella Calabria da smontare e ricostruire come un Lego del procuratore Nicola Gratteri? Il primo “errore” è quello che si annida all’interno di un certo modo di condurre le indagini preliminari. Potremmo sostituire il termine di errore con quello di sciatteria, piuttosto che di pigrizia. La prima è quella del pm, la seconda riguarda prevalentemente il gip, come ha descritto molto bene Antonio Di Pietro nella presentazione della campagna referendaria per il Si. Se io sono un gip, aveva immaginato, e mi ritrovo con richieste di custodia cautelare o di rinvio a giudizio motivate da migliaia di pagine, che cosa faccio? Non ho voglia di leggere, quindi accolgo le richieste, e penso che tanto se sono infondate ci penseranno i giudici del processo di primo grado a rendere giustizia. Chissà se questo ragionamento fu alla base del comportamento di chi rinviò a giudizio Tortora, tanto più che si era ancora in regime di sistema inquisitorio del processo penale, nel 1983. Una cosa è certa, tutti quei magistrati, pm e giudici che portarono l’imputato fino alla condanna di primo grado, fecero brillanti carriere. Nessuno di loro fu sanzionato per gli “errori” commessi. Pigrizia di alcuni e magari esibizionismo di altri? Di sciatteria potremmo parlare in un caso recente, che riguarda l’immunità parlamentare dell’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro. È “errore” presentare, come ha fatto la Procura di Roma con il suo capo Francesco Lo Voi, una richiesta generica che pare invitare alla pesca a strascico nel mare magnum del contenuto di uno smartphone? O eccesso di sicurezza di una magistratura consapevole del proprio potere? L’ex procuratore di Milano Edmondo Bruti Liberati, in un articolo sulla Stampa, liquida l’episodio Delmastro come “fatto privato” che non dovrebbe riguardare l’immunità di un parlamentare. Altri lamentano l’assenza del fumus persecutionis della Procura nei confronti del deputato, che tra l’altro non è neppure indagato. Ma nessuno dei commentatori che indossi la toga di magistrato o ne sia simpatizzante ricorda i principi di necessità e determinatezza che non dovrebbero mai mancare sulla tavola imbandita della giustizia. Ma è un fatto, la reazione culturale automatica che segue ogni riforma, e ora persino l’istituzione di una giornata commemorativa, da parte della magistratura. Sia Bruti Liberati, che parte da un bilancio sull’attività riformatrice del governo Meloni, che un altro magistrato, Alberto Iannuzzi sul Fatto, colgono l’occasione per gettare lo sguardo sul problema delle intercettazioni. L’ex procuratore di Milano, che per cultura dovrebbe avere in orrore qualunque interferenza sulla genuinità del processo, dove la prova, nel sistema accusatorio, si deve formare in aula, si allinea senza rossore sulla proposta del procuratore nazionale Antimafia di estendere ai processi per corruzione la possibilità, già prevista per i reati di mafia e terrorismo, che un fascicolo esterno alla causa entri nell’aula dalla finestra. Magari in compagnia di qualche dichiarazione di “pentito” raccolta altrove, aggiungiamo noi. Fa anche l’esempio di chi cattura un pesce grande con in bocca il pesce piccolo: che ne facciamo, lo buttiamo a mare, il piccolino? Ma non è così, si tratta proprio di due pesci diversi, o magari uno dei due è un mostro marino, che diventa tale quando fa l’ospite indesiderato. Il magistrato Iannuzzi non la pensa diversamente. Parte dal caso Tortora per manifestare apprezzamento rispetto alle garanzie riservate dal legislatore all’imputato. Con un ma grande come un grattacielo, però. “Il problema nasce - scrive - quando il caso Tortora viene evocato come giustificazione per pretendere un continuo e ingiustificato ampliamento di garanzie difensive”. E ci risiamo con le intercettazioni, che paiono diventate, nella mente di tanti magistrati, più che uno strumento di indagine, quasi la sostanza della stessa prova. C’è anche un elemento moralistico e di diffidenza nei confronti del mondo politico e della pubblica amministrazione, in questo continuo raffrontare per esempio la corruzione di un assessore con la tipologia dei reati legati al terrorismo e alla criminalità organizzata, cioè in gran parte reati contro la persona, oltre che di tipo patrimoniale. Anche questo tipo di cultura, di mentalità, è spesso alla base di una parte dei tanti “errori” giudiziari di cui si parlerà il prossimo 17 giugno, e tutti quelli a venire. Potenza. Muore al Cpr, botta e risposta tra opposizioni e maggioranza di Francesco Loscalzo La Sicilia, 12 agosto 2026 Un suicidio o un incidente? Gli investigatori sono al lavoro per chiarire la dinamica e i motivi della morte avvenuta lunedì, di Lasued Dhoui, un cittadino tunisino di 30 anni, che era trattenuto da pochi giorni nel Cpr di Palazzo San Gervasio, in provincia di Potenza. In attesa dell’autopsia, prevista per domani, l’ipotesi del gesto volontario resta la più accreditata. Subito dopo il decesso, è scoppiata una rivolta, sedata dalle forze dell’ordine che hanno arrestato otto persone, riportando alla ribalta della cronaca nazionale la struttura, situata nel nord della Basilicata, a due anni di distanza dalla morte, ancora avvolta nel mistero, di un altro giovane, il 22enne marocchino Oussama Darkauoi. La certezza è invece che la morte del migrante ha fatto esplodere la polemica politica, con il centrosinistra all’attacco dei governi di centrodestra, quello nazionale e quello che guida la Regione Basilicata: “Con Meloni l’Italia è meno umana e meno sicura”. E la maggioranza, a Roma e a Potenza, risponde: “La sinistra la smetta di fare propaganda e abbia rispetto del dolore della famiglia” del giovane morto. Lasued era stato portato nel Cpr potentino cinque giorni fa e avrebbe subito mostrato problemi psichiatrici. Lunedì pomeriggio è salito su un tetto di un edificio all’interno del Centro e, per cause in fase di accertamento, è precipitato, morendo all’istante. In un primo momento, sembrava evidente che il giovane si fosse suicidato, ma nelle ultime ore gli investigatori stanno valutando anche la circostanza che il migrante sia caduto accidentalmente. Ieri mattina i primi a intervenire e a chiedere la chiusura dei Cpr sono stati il Pd, la Cgil e Carmen D’anzi, garante dei diritti delle persone private della libertà personale della Provincia di Potenza. L’attacco più duro al centrodestra l’ha sferrato la minoranza di centrosinistra nel Consiglio regionale lucano: “L’ennesima morte di una giovane ragazzo detenuto nel Cpr di Palazzo San Gervasio sintetizza tutto il fallimento delle politiche fintamente securitarie del centrodestra”. Napoli. Guarito dalla droga, ucciso dai cavilli: si suicida in libertà vigilata di Giovanni M. Jacobazzi Il Riformista, 12 agosto 2026 Claudio Persico aveva 27 anni quando lo scorso 23 luglio è stato trovato morto nella sua abitazione di Casaferro, a Marigliano. Era tornato a vivere con la madre dopo un periodo trascorso tra carcere e comunità terapeutica. Era uscito dalla droga, e da circa due anni era sottoposto alla libertà vigilata. Cercava solo un lavoro e chiedeva di poter recuperare la patente che gli era stata revocata. Due giorni prima di morire aveva scritto all’assistente sociale dell’Uepe: “Sono ormai due anni che sto in libertà vigilata, sono uscito dalla droga e mi sto comportando benissimo, ma questa misura è un ostacolo anche per il lavoro. Inoltre ho la patente revocata”. La sua vicenda era cominciata nell’agosto 2023 con l’arresto per detenzione di hashish. Dopo il passaggio al Serd e all’Uosm di Pozzuoli, Claudio era stato portato a Poggioreale nel gennaio 2024. Gli psichiatri avevano subito segnalato l’incompatibilità con il carcere per il rischio di suicidio. La prima comunità dove era stato trasferito si era rivelata fallimentare, fino a un serio tentativo di togliersi la vita. Poi l’arrivo a “L’Opera di un altro”, una comunità a doppia diagnosi di Sala Consilina. Qui il percorso aveva funzionato. La comunità aveva costruito con i servizi di Pozzuoli un programma terapeutico individuale per il reinserimento, e Claudio aveva mostrato progressi significativi. Purtroppo, come accade in questi casi, il percorso terapeutico si scontra con quello giudiziario, che continua ad aggiungere vincoli e paletti di ogni genere. Nel caso di Claudio, addirittura una misura di sicurezza di tre anni richiesta dal questore ma poi respinta dal Tribunale di Napoli, che aveva ritenuto necessario proseguire il percorso terapeutico senza interruzioni. Per la Prefettura, Claudio, autore di condotte di “notevole spessore e allarme sociale”, sarebbe stato invece ancora privo di una adeguata risocializzazione. Una valutazione contestata dai suoi genitori alla luce dei positivi giudizi avuti in comunità. Tornato a Pozzuoli, Claudio doveva quindi trovare un lavoro, firmare ogni giorno al commissariato, restare a casa dalle 19 alle 9, seguire Serd e Uosm e non uscire dalla provincia di Napoli. La patente restava revocata. Aveva frequentato anche l’unico corso proposto dall’Uepe, otto lezioni di fotografia. Il lavoro, però, era diventato un percorso a ostacoli. Per un appuntamento al Centro per l’impiego erano necessari mesi. A Scampia rischiava di non essere preso in carico perché risultava ancora iscritto a Sala Consilina. Il 22 luglio, il giorno prima della morte, aveva un appuntamento a Marigliano: arrivato sul posto, aveva trovato il centro chiuso. Una beffa. Anche la sua attività di scrittore doveva fare i conti con queste prescrizioni. Per la presentazione del suo secondo romanzo, “Il cercatore di tornadi”, alla Feltrinelli di Napoli, l’autorizzazione era arrivata all’ultimo momento e l’obbligo di firma gli aveva fatto perdere l’evento. Come definire tutto ciò? “Accanimento” e “disumanità”, affermano i genitori. Claudio doveva essere reinserito e doveva trovare un lavoro. Però aveva la patente revocata e forti limitazioni negli spostamenti. Doveva rispettare l’obbligo di firma e un rigido orario domiciliare. Doveva dimostrare di essere pronto a tornare alla normalità, mentre una serie di procedure rendeva quella normalità sempre più difficile. La sua tragica storia mostra tutte le inefficienze del nostro sistema, caratterizzato da una cieca burocrazia che punta alla sanzione e non comprende l’importanza del reinserimento nella società, come recita l’articolo 27 della Costituzione. Cosenza. Dopo 20 giorni l’ultimo saluto a Mohamed, il corpo partirà per la Tunisia quicosenza.it, 12 agosto 2026 Questa mattina il corpo di Mohamed entrerà in moschea per l’ultimo saluto, prima di essere trasferito in Tunisia. La Garante comunale per i diritti dei detenuti Emilia Corea rilancia la richiesta di verità e giustizia sulle circostanze che hanno preceduto la sua morte Mohamed Amin Bessioud è morto dopo essersi gettato dal balcone dell’appartamento in cui risiedeva, al terzo piano di uno stabile. Al momento del fatto, all’interno dell’abitazione era in corso una perquisizione da parte dei Carabinieri. Il giovane si trovava agli arresti domiciliari. A venti giorni dalla sua morte, questa mattina alle 11 il corpo di Mohamed entrerà in moschea per ricevere l’ultimo saluto. Subito dopo partirà per la Tunisia, dove sarà accompagnato nel suo ultimo viaggio verso casa. A darne notizia è Emilia Corea, Garante comunale per i diritti dei detenuti di Cosenza, che affida ad una dichiarazione il dolore per una vicenda che, sottolinea, non può essere considerata soltanto una tragedia privata. “A noi, che restiamo qui, non rimane alcuna pace. Solo l’amarezza sorda di una tragedia assurda e il dovere - politico, umano, morale - di continuare a pretendere giustizia. Perché non si può morire così. Non nel 2026, non in un paese che si definisce civile.” Nel suo intervento Emilia Corea richiama le testimonianze relative a ciò che Mohamed avrebbe vissuto prima del gesto estremo: “le testimonianze su ciò che Mohamed ha subito prima di arrivare a quel gesto estremo sono agghiaccianti. Raccontano di un incubo, di un senso di abbandono e di una pressione insostenibile”. “Raccontano di dinamiche di controllo che lo hanno stritolato, disumanizzato, isolato. Raccontano di responsabilità precise. Mamma Nabila da quel giorno non vive più: il suo è un dolore sordo, devastante, di quelli per cui semplicemente non esiste consolazione”. La Garante sottolinea quindi la necessità di fare piena luce sulla vicenda e sulle eventuali responsabilità. Per Corea, la vicenda assume anche una dimensione politica e riguarda il rapporto tra persone e istituzioni: “questa non è solo una tragedia privata, è una questione politica che riguarda tutte e tutti noi”. “Ogni persona la cui vita, la cui libertà e il cui corpo sono nelle mani dello Stato deve essere tutelata. Senza eccezioni, senza zone d’ombra, senza sopraffazioni, senza sguardi girati dall’altra parte. Quando lo Stato prende in carico o in custodia una vita, ne diventa il primo responsabile. Se quella vita si spezza, lo Stato ha il dovere di rispondere”. “La ricerca della verità non parte con lui. Resta qui, e farà rumore finché non avremo risposte. Giustizia per Mohamed. Un abbraccio fortissimo a mamma Nabila”. Milano. Nella sezione femminile del carcere di San Vittore non c’è più spazio di Jessica Muller Castagliuolo Il Giorno, 12 agosto 2026 Il sovraffollamento raggiunge il 200%. Dopo la chiusura della sezione a Vigevano situazione ancora più critica nello storico penitenziario milanese. A Bollate nel 2025 c’erano 157 donne, oggi le recluse sono a quota 200. Il 16,7% delle celle in Italia non ha il bidet e nel 25% delle strutture manca perfino il servizio di ginecologia. Nella bollente estate delle carceri lombarde - quarta regione per sovraffollamento in Italia, con lo scarto negativo massimo di San Vittore, che sfiora il picco del 230 per cento- anche le donne detenute a Milano si trovano in una condizione critica. Dopo lo smantellamento, tra luglio e agosto 2025, della sezione femminile del carcere di Piccolini a Vigevano, sostituita con una sezione del 41bis dedicata a detenuti che sono stati condannati o imputati per reati di criminalità organizzata o terrorismo, 72 donne sono mandate altrove e “assorbite” in contesti che già soffrivano di sovraffollamento. In particolare, è la sezione femminile di San Vittore e quella di Bollate ad accusare più il colpo. Come evidenziano gli ultimi dati diffusi dall’Associazione Antigone, l’anno scorso, il 31 luglio del 2025, a Bollate c’erano 157 donne. Oggi sono 200. Nella sezione femminile di San Vittore, che conta solo 46 posti regolamentari dedicati alle donne, l’anno scorso le detenute erano 76. Oggi 96. Un sovraffollamento di oltre il 200 per cento. Criticità che si stagliano sulla già difficile condizione delle donne nelle carceri italiani. Tra fuori e dentro, libertà e costrizione, resta infatti sempre riflessa, opaca sullo sfondo, la discriminazione di genere. Le detenute sono una “minoranza carceraria”: poco più del 5% del totale della popolazione carceraria. Sono poche, ma quasi sempre lontane dal luogo degli affetti, perché non c’è spazio. Sono quelle che hanno subito il più alto numero di abusi in passato. Quelle che assumono più psicofarmaci. Quelle che vivono la reclusione nella condizione di maggiore marginalità sociale, economica e sanitaria, perché costrette a vivere in un sistema detentivo plasmato sulle esigenze, i bisogni e le peculiarità maschili. Sono rimasti infatti solo tre istituti interamente femminili sul territorio nazionale: a Roma, Venezia e Trani. Fino al 2024 c’era anche quello di Pozzuoli, chiuso per il terremoto e mai più riaperto. I tre istituti insieme ospitano 501 donne. Vale a dire, meno di un quinto del totale. Tutte le altre (2.788 nuovi ingressi solo nel 2025) sono sparse in sezioni femminili all’interno di carceri a prevalenza maschile. Si tratta di sezioni che hanno una dimensione spesso limitata, e a volte ospitano anche pochissime detenute. Servizi essenziali assenti - In Lombardia le sezioni femminili non sono molte. Sono presenti, ma ridotte, a Bergamo, Brescia, Como e Mantova. Un contesto frammentato e lacunoso, nel quale la chiusura di Vigevano, come dimostrano gli ultimi dati, non può non avere un impatto. Sul piano nazionale, l’affollamento dei reparti femminili secondo Antigone nel 2025 si fermava alla già enorme percentuale del 134,5. Comunque lontana dall’oltre 200 per cento di San Vittore. L’indagine ha poi messo in luce che il 16,7 per cento delle celle visitate in tutta Italia non aveva la dotazione del bidet e nel 25 per cento dei casi mancava un servizio di ginecologia. Al 31 marzo, infine, nelle carceri italiane c’erano 26 bambini al seguito delle loro 22 madri detenute. Sei bambini a Torino, 7 a Lauro, 1 a Messina e 1 a Bollate. Ben otto a San Vittore. Firenze. Dentro l’inferno del carcere di Sollicciano di Eleonora Signorini vdnews.it, 12 agosto 2026 Sette sezioni sequestrate, 191 posti non disponibili e persone trasferite in istituti già sovraffollati. Ma muffa, infiltrazioni, cure fragili e lavori rinviati erano noti da anni. Il caso del carcere fiorentino mostra cosa accade quando la sanità dipende dalla Regione, mentre spazi, accessi e trasferimenti restano nelle mani dell’amministrazione penitenziaria. Sono nata a Scandicci, abbastanza vicina a Sollicciano da imparare presto che il carcere è una geografia prima ancora che un’istituzione. Lo si vede dalla strada, una massa di cemento ai margini della città, presente e insieme separata da tutto ciò che la circonda. Per anni l’ho guardato senza sapere davvero che cosa accadesse dentro. Oggi sappiamo che il degrado di quelle mura non riguarda soltanto la manutenzione di un edificio. Interferisce con il sonno, con la salute mentale, con le terapie e con la possibilità stessa di essere curati. E mostra un cortocircuito istituzionale: la sanità dipende dalla Regione, mentre gli spazi, gli accessi e i trasferimenti restano sotto il controllo dell’amministrazione penitenziaria. Il 2 luglio, poco più di due settimane dopo il sequestro di sette sezioni, l’assessora toscana alla sanità e alle politiche sociali Monia Monni entra a Sollicciano insieme al direttore generale dell’Asl Toscana Centro, Valerio Mari. La visita serve a verificare le condizioni sanitarie dopo i trasferimenti e la riorganizzazione interna imposta dal provvedimento giudiziario. Al termine del sopralluogo, però, Monni denuncia di non aver potuto accedere ai locali nei quali è stata trasferita l’Articolazione per la tutela della salute mentale, l’area dedicata alla cura delle persone detenute con maggiore fragilità psichica. Potrebbe sembrare una frizione istituzionale, uno dei tanti conflitti di competenze che accompagnano la gestione delle carceri. In realtà l’episodio contiene la contraddizione centrale di Sollicciano. Dal 2008 la sanità penitenziaria fa parte del Servizio sanitario nazionale. Le aziende sanitarie devono garantire assistenza, prevenzione, cure e salute mentale anche dentro gli istituti di pena. L’amministrazione penitenziaria, però, continua a controllare gli edifici, gli accessi, l’organizzazione quotidiana e i trasferimenti. Chi deve curare non decide quindi sempre dove le persone saranno ospitate, quando verranno spostate e quali spazi potrà utilizzare. A Sollicciano questo confine amministrativo è diventato una porta chiusa. Proprio mentre la Regione cercava di verificare le condizioni delle persone più vulnerabili, non ha potuto vedere i locali in cui erano state sistemate. Il degrado edilizio si è trasformato così in un problema di governo della salute. Il degrado era già scritto Il mancato accesso del 2 luglio è soltanto l’ultimo episodio di una crisi documentata da anni. Prima del sequestro si erano accumulate ordinanze, sopralluoghi, relazioni, tavoli istituzionali e promesse di intervento. Nel 2023 l’Ufficio di sorveglianza di Firenze ha riconosciuto che una persona detenuta a Sollicciano aveva trascorso 3.129 giorni in condizioni incompatibili con l’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che vieta trattamenti inumani o degradanti. Il provvedimento descriveva infiltrazioni d’acqua, muffa, celle inagibili, docce degradate, cimici segnalate dalle persone detenute e finestre che non potevano essere aperte per la presenza di nidi di vespe. Non si trattava soltanto di sovraffollamento. L’ordinanza stabiliva che una detenzione può diventare inumana anche quando lo spazio formalmente disponibile supera le soglie minime, se le condizioni ambientali e igienico-sanitarie restano incompatibili con la dignità della persona. Nel luglio 2025 la Commissione politiche sociali e della salute del Comune di Firenze, dopo quasi un anno di sopralluoghi, audizioni e incontri, presentava una relazione finale sulle criticità strutturali, sanitarie e trattamentali dell’istituto. Il documento era composto da ottanta pagine e corredato da fotografie, testimonianze e materiali raccolti dentro e fuori il carcere. Nel gennaio 2026 veniva avviato un tavolo istituzionale permanente su Sollicciano, con l’obiettivo di mettere in relazione Comune, servizi sanitari, direzione e realtà territoriali. Tra le priorità indicate c’erano proprio la salute mentale e la continuità della presa in carico nella fase di uscita dal carcere. Il 4 marzo, tre mesi prima del sequestro, una delegazione della Commissione comunale visitava ancora l’istituto. Nel comunicato successivo venivano segnalate muffa, umidità e infiltrazioni persistenti. Gli interventi tampone, si leggeva, non potevano sostituire una strategia strutturale dotata di tempi certi. Durante quella visita la Commissione riuscì ad accedere anche all’Articolazione per la tutela della salute mentale. Dopo il sequestro e la riorganizzazione interna, invece, Regione e Asl hanno dichiarato di non aver potuto vedere i nuovi locali nei quali era stata trasferita. Anche la magistratura di sorveglianza era arrivata a una domanda più radicale. Con un’ordinanza decisa il 17 febbraio 2026 e trasmessa alla Corte costituzionale il 4 marzo, il Tribunale di sorveglianza di Firenze ha chiesto se l’ordinamento debba consentire di sospendere o rinviare l’esecuzione della pena quando lo Stato non è in grado di garantirne lo svolgimento in condizioni rispettose della dignità umana. L’udienza davanti alla Corte costituzionale è fissata per il 22 settembre. Il problema non è più soltanto come riparare un carcere. È capire che cosa debba fare lo Stato quando la pena non può essere eseguita in condizioni compatibili con la Costituzione. Il 16 giugno il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Firenze ha disposto il sequestro preventivo di sette sezioni di Sollicciano. Il provvedimento ha riguardato le sezioni 1, 2 e 7 del reparto giudiziario maschile, le sezioni 9, 10 e 12 del reparto penale maschile e la sezione Accoglienza. Le indagini, svolte dalla squadra mobile, dal Dipartimento di prevenzione dell’Asl e dalla Guardia di finanza, hanno accertato violazioni del decreto legislativo 81 del 2008 sulla salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. Le contestazioni hanno riguardato, tra le altre cose, la pulizia dei locali, l’abitabilità dei dormitori e l’impiantistica elettrica. Per intervenire sulle condizioni nelle quali vivevano le persone detenute è stato quindi necessario ricorrere anche alle norme nate per proteggere chi in quegli ambienti lavora. Nello stesso giorno il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria ha dichiarato che per la riqualificazione complessiva di Sollicciano erano già stati finanziati nove milioni di euro e che il 15 maggio era stata aggiudicata la progettazione. Il Dap ha inoltre annunciato la possibilità di anticipare alcuni interventi prioritari rispetto al progetto generale. Ma l’aggiudicazione della progettazione non coincide con l’apertura dei cantieri. Prima dell’esecuzione servono ulteriori passaggi amministrativi, una gara d’appalto e l’organizzazione dei lavori in una struttura che continua a ospitare centinaia di persone. Il rapporto Sollicciano. Storia di un carcere, curato da Corrado Marcetti, prevede tempi misurabili in anni. Avverte inoltre che, senza un alleggerimento consistente delle presenze e un’organizzazione capace di rendere davvero operativo il cantiere, anche i nuovi lavori rischiano di incontrare gli stessi ostacoli già emersi in passato. I numeri mostrano quanto rapidamente si fosse aggravata la situazione. Al 31 marzo 2026 Sollicciano ospitava 578 persone per 502 posti regolamentari, dei quali soltanto 366 risultavano effettivamente disponibili. Alla fine di maggio le persone detenute erano diventate 630. Dopo il sequestro e i trasferimenti, le presenze sono diminuite. Secondo la scheda ministeriale aggiornata al 19 luglio, nell’istituto si trovavano 498 persone detenute, a fronte di 502 posti regolamentari e 191 posti non disponibili. Sollicciano si è alleggerito sulla carta, ma le persone rimaste continuano a vivere in un carcere privato di una parte enorme della sua capienza effettiva. “Quel carcere nasce male e cresce peggio”, dice Giancarlo Parissi, garante comunale delle persone detenute di Firenze. La crisi strutturale, spiega, è visibile fin dai primi anni Novanta, a meno di dieci anni dall’apertura dell’istituto. “A Sollicciano piove davvero nelle celle”. Gli impianti non riescono sempre a garantire acqua calda, le docce funzionano a intermittenza e perfino un guasto apparentemente minore può restare irrisolto per giorni. Se si rompe una lampadina, racconta Parissi, una cella può rimanere al buio per quattro giorni. Alessio Scandurra, coordinatore dell’Osservatorio sulle condizioni di detenzione di Antigone, insiste sulla natura cronica del problema. Ricorda di essere entrato a Sollicciano durante un allagamento, a bordo di un mezzo della polizia penitenziaria: “L’acqua arrivava quasi al finestrino”. L’umidità, dice, “mangia il carcere stesso”: corrode gli impianti e fa sì che ogni riparazione finisca per somigliare a un rattoppo. Ridurre Sollicciano a un problema edilizio significa separare ciò che nella vita delle persone resta inseparabile. Il caldo, l’umidità, gli insetti, la mancanza d’acqua e gli spazi insufficienti non rimangono sulle pareti. Modificano il sonno, la salute fisica, le relazioni e le condizioni psichiche. “L’errore è pensare che la salute in carcere coincida con la mera presenza dei medici”, osserva Giulia Melani, presidente della Società della Ragione. “Il benessere psicofisico dipende da fattori ambientali e sociali. Il carcere, anche quello migliore, è una struttura patogena che produce malattia”. L’ultima rilevazione regionale disponibile sulla salute nelle carceri toscane, riferita al 2021, segnalava un aumento delle persone detenute con almeno una patologia psichiatrica e una crescita delle prescrizioni di ansiolitici, antipsicotici e antidepressivi. I dati raccolti a Sollicciano e Prato non coprivano però l’intera popolazione detenuta, anche a causa delle difficoltà legate alla pandemia. Un limite che impedisce di misurare fino in fondo un fenomeno già allora evidente. Secondo i dati del Garante nazionale rielaborati da Antigone, nel 2025 a Sollicciano sono stati registrati 585 atti di autolesionismo, il secondo dato più alto tra gli istituti italiani dopo San Vittore. Tra il 2025 e il gennaio 2026 quattro persone detenute si sono tolte la vita: tre nel corso del 2025 e una nel gennaio successivo. Questi numeri non permettono di ricondurre ogni gesto a una singola causa, né di stabilire un rapporto automatico tra degrado strutturale e comportamento individuale. Rendono però insufficiente continuare a considerare la crisi come una semplice emergenza manutentiva. Per molte persone che vivono in condizioni di marginalità, il carcere può diventare anche il primo luogo in cui avviene una presa in carico sanitaria continuativa. È un altro paradosso: l’istituzione che aggrava o produce malattia può essere contemporaneamente l’unico servizio che incontra persone rimaste fuori dagli ambulatori, dai servizi per le dipendenze o dalla salute mentale territoriale. “Il carcere è l’unico servizio che non può rifiutare nessuno”, dice Melani. Ma quella presa in carico è fragile. “Gli psicofarmaci hanno spesso la funzione di far sopportare il carcere, ma quando le persone escono non sanno come continuare”. Se mancano una casa, i documenti, un reddito e un servizio territoriale pronto ad accogliere la persona, la continuità terapeutica può spezzarsi poche ore dopo l’uscita. Può interrompersi anche prima, durante un trasferimento. Il sequestro ha reso necessario liberare le sezioni chiuse e spostare una parte delle persone detenute. Ma un trasferimento non è soltanto il passaggio da un edificio a un altro. Può significare perdere una visita sanitaria già fissata, interrompere il rapporto con uno psicologo, cambiare terapia, allontanarsi dai familiari, lasciare un corso scolastico o un’attività lavorativa. Per le persone con disagio psichico o dipendenze, anche la rottura di una relazione consolidata con un operatore può avere conseguenze rilevanti. Parissi racconta che non è stata fornita una comunicazione chiara sul numero, sulle caratteristiche e sulle destinazioni delle persone trasferite. Il Comune aveva chiesto di non spostare chi seguiva percorsi scolastici, formativi, lavorativi o sanitari, e di tenere conto dei colloqui regolari con i familiari. “Queste notizie ci arrivano a forza di chiedere e indagare”, dice il garante. Le conseguenze, secondo Parissi, saranno visibili soltanto nel tempo. Una parte consistente della pressione è ricaduta sulla Dogaia di Prato, un istituto che era già sovraffollato. Margherita Michelini, garante del carcere pratese, riferisce che durante una sua visita erano presenti 633 persone a fronte di 589 posti ufficiali, ulteriormente ridotti dalla chiusura di una sezione. “La situazione è da urlo”, racconta. Il caldo è torrido e la carenza di personale può far saltare anche le visite in infermeria o gli appuntamenti sanitari esterni. “C’è voluta la magistratura per far chiudere sette sezioni. È una vergogna: doveva pensarci l’amministrazione penitenziaria, che da anni sapeva e non faceva nulla”. Spostare persone da un carcere con intere sezioni sequestrate a uno già sovraffollato non cancella il problema. Lo redistribuisce. Con le persone viaggiano anche le patologie, le terapie, le dipendenze, le fragilità e le necessità assistenziali. Se non aumentano gli spazi, gli operatori e le risorse sanitarie, la pressione viene semplicemente trasferita da un territorio all’altro. Chi risponde della salute in carcere? Per Emilio Santoro, professore di Filosofia del diritto, il sequestro “certifica un’inerzia che dura da anni”. Non descrive soltanto il fallimento della manutenzione, ma anche quello dei rimedi messi a disposizione delle persone detenute. Relazioni, ricorsi e provvedimenti hanno documentato per anni le condizioni di Sollicciano senza produrre un cambiamento sufficiente. L’amministrazione ha continuato a gestire l’emergenza attraverso interventi parziali, mentre la struttura si degradava più rapidamente di quanto venisse riparata. Anche i progetti si sono moltiplicati. Nel 2015 una ricerca-intervento partecipata si era concentrata sulla riqualificazione dell’area detentiva femminile e sulla riorganizzazione di una sezione maschile. Nel 2023 il progetto “I care”, promosso dal Dipartimento di architettura dell’Università di Firenze, aveva provato a ripensare il rapporto tra carcere e città. Più di recente è stata avanzata l’ipotesi di un “carcere volano”, una struttura temporanea nella quale ospitare le persone durante la ristrutturazione delle sezioni. Progetti diversi, accomunati dal tentativo di rendere compatibili i lavori con la permanenza delle persone detenute. Il rischio, osserva il rapporto Marcetti, è che queste iniziative attraversino Sollicciano come meteore: suscitano aspettative, coinvolgono persone detenute e operatori, ma non riescono a incidere sulle condizioni quotidiane quando mancano tempi, risorse e una regia capace di trasformarle in interventi strutturali. Il problema non è quindi l’assenza di soggetti competenti. Al contrario, a Sollicciano le competenze sono numerose e frammentate. L’amministrazione penitenziaria, attraverso il Dap e il Provveditorato regionale, gestisce l’istituto, gli interventi edilizi e i trasferimenti. La Regione e l’Asl devono garantire la salute. Il Comune può promuovere tavoli, sopralluoghi e attività sociali, ma non ha il potere di amministrare il carcere. La magistratura di sorveglianza interviene quando le condizioni ledono i diritti delle persone detenute; l’autorità giudiziaria penale può arrivare, come in questo caso, al sequestro. Le competenze sono frammentate, la vita delle persone no. Salute, spazi, relazioni e percorsi di cura restano inseparabili, anche quando ricadono sotto amministrazioni diverse. È questo che rende significativo il mancato accesso di Monia Monni e Valerio Mari ai locali della salute mentale. La sanità regionale aveva la responsabilità di verificare le condizioni delle cure, ma non il controllo della porta attraverso cui passare. Il sequestro ha aperto una fase nella quale riparare le sezioni non basta. Bisogna garantire che, durante i lavori e i trasferimenti, una terapia non venga interrotta, una visita non salti e una persona fragile non scompaia nel passaggio tra un istituto e l’altro. A Sollicciano la sanità pubblica entra ogni giorno per curare, ma non controlla gli edifici, gli spostamenti e neppure sempre gli accessi. Finché questa frattura resterà affidata a tavoli, comunicazioni incomplete e interventi d’emergenza, il diritto alla salute continuerà a dipendere non soltanto da medici e terapie, ma da chi possiede le chiavi della porta. Milano. Ipm Beccaria: “Psicofarmaci mischiati con hashish. Mancano frigoriferi e televisori” milanotoday.it, 12 agosto 2026 La visita al penitenziario organizzata dalla Camera Penale milanese. Per i ragazzi che entrano al Beccaria, il carcere minorile di Milano, l’uso degli psicofarmaci può diventare un problema fin dai primi giorni. Secondo la commissaria e comandante dell’Istituto Penale Minorile, Jolanda Tortù, all’inizio è molto difficile gestire queste situazioni: alcuni giovani assumono diversi farmaci e li mischiano anche con hashish. Con il tempo, però, il percorso può cambiare: “Poi sono loro che chiedono di sostituire l’illegalità con la legalità. Chiedono di essere curati, chiedono le terapie”, spiega Tortù in occasione della visita al penitenziario organizzata dalla Camera Penale milanese, presieduta da Federico Papa, nell’ambito del progetto ‘Ristretti in agosto’. L’inchiesta del 2025 - Nel 2025 il Beccaria è stato al centro di un’inchiesta che ha portato a galla un sistema di presunte violenze fisiche, umiliazioni e torture nei confronti dei giovani detenuti tra il 2021 e il 2024. Al momento nel carcere non c’è una condizione di sovraffollamento: per ora ospita 56 ragazzi su una capienza di 57. Di questi, 27 sono italiani e 29 stranieri: in gran parte tunisini, ma anche arrivati da Egitto e Marocco. In prevalenza sono minorenni (35) e sono definitivi solo otto su 56. “Stiamo lavorando per migliorare le condizioni di questo posto” - La commissaria ha raccontato che “si sta lavorando per migliorare le condizioni di questo posto”. Perché, a differenza di chi ha dipendenze da droga e alcol, la cui percentuale resta stabile, nell’ultimo periodo sono aumentati gli ingressi di ragazzi con disturbi mentali e del comportamento, anche gravi. Si tratta spesso di giovani non intercettati dai servizi sociali (un terzo del totale segue una terapia), con situazioni familiari di grande disagio. “Hanno bisogno di figure che ci siano, anche come simboli dello Stato. Hanno bisogno di contenimento ma anche della parola”, ha spiegato la direttrice dell’Istituto Eleonora Cinque, “affinché arrivino ad avere rispetto degli altri e della loro dignità”. Palestre e laboratori, ma anche carenze - All’interno dell’istituto ci sono due palestre, un campo da calcio all’aperto che verrà ripristinato grazie alla Fondazione Milan, una piscina che sarà aperta dalla fine di agosto e un altro campo sintetico. I ragazzi possono inoltre lavorare in diversi laboratori (pasticceria, pittura, falegnameria). Restano però alcune necessità quotidiane che, secondo la direttrice, incidono molto sulla vita dei giovani detenuti: mancano televisori, frigoriferi, ventilatori. Una situazione resa ancora più difficile dal caldo di agosto, che rende le condizioni all’interno dell’istituto particolarmente pesanti. Volterra (Pi). La Camera penale: “Qui il carcere è come dovrebbe essere ovunque” di Luca Bongianni La Nazione, 12 agosto 2026 Una delegazione della Camera penale di Pisa ha visitato la casa di reclusione del colle etrusco. Presente anche il sindaco Santi. Aderendo all’iniziativa dell’Osservatorio dell’unione delle camere penali italiane “Ristretti in agosto” una delegazione della Camera Penale di Pisa ha visitato la casa di reclusione di Volterra. Erano presenti il presidente Serena Caputo, Il tesoriere dell’unione delle camere penali italiane Laura, i referenti dell’osservatorio Carcere Massimiliano Soldaini e Chiara Benedetti, il responsabile della formazione della Camera Penale di Pisa Alessandro Niccoli, due giovani associati Salvatore Grillo e Francesco Cerri. La delegazione è stata accompagnata dal garante Per le persone private della libertà personale, Ezio Menzione, già past president della Camera penale di Pisa, l’assessore regionale Federico Eligi, il sindaco di Volterra Giacomo Santi. Alla fine della visita il commento del direttivo di Pisa è stato più che positivo: “Il carcere di Volterra è il carcere “come dovrebbe essere”, non esiste il problema del sovraffollamento perché le celle sono singole, questo consente di accettare soltanto numeri contenuti attualmente detenuti sono circa 184, esistono numerosi percorsi rieducativi, possibilità articoli 21, esterno ma anche all’interno dell’istituto che è dotato di un orto, del reparto sartoria, e del noto teatro che coinvolge moltissime delle persone recluse. I trattamenti sono tutti individualizzati a seconda delle esigenze della persona detenuta anche delle esigenze mediche e lavorative e di contatto con l’esterno e dei rapporti con la famiglia e si tratta di un vero e proprio lavoro in team”. A Volterra i detenuti hanno la possibilità di partecipare a 3 diversi percorsi scolastici che hanno corsi e orari analoghi a quelli esterni. Inoltre, otto detenuti frequentano corsi universitari. “Oggi usciamo da questa casa di reclusione meno affranti e più positivi del solito grazie ai sorrisi e alle strette di mano di queste persone, private della libertà, a cui tuttavia non è stata tolta la speranza e la dignità”, conclude la delegazione. Storie di vita ai margini, la violenza devastante di un silenzio interiore di Antonello Catacchio Il Manifesto, 12 agosto 2026 Lo scorso anno alla Berlinale venne presentato “L’ultimo turno”, della regista svizzera Petra Volpe. Venne distribuito subito in Germania, Austria e Svizzera ottenendo un ottimo riscontro di pubblico (in Italia uscì poco dopo Ferragosto e subito dimenticato). Racconta di un’infermiera del reparto oncologico armata di grande empatia. Ora Petra Volpe, a riprova del fatto che pur minoritarie nel numero, esistono registe talentuose, dopo il debutto al Sundance, è approdata in piazza Grande con il suo nuovo film “Frank & Louis” (cosceneggiato da lei con Esther Bernstorff e fotografato da Judith Kaufmann). Forse era inevitabile visto il riscontro del film precedente, visto anche che si tratta di una regista elvetica, ma in piazza il pubblico è straripato offrendo un colpo d’occhio indimenticabile. La storia del film è semplice. Frank è in carcere, da molto tempo, da ragazzo ha assassinato un uomo nel corso di una rapina. Sballottato da una galera all’altra, in cerca di un’audizione che finalmente gli consenta uno sconto di pena, accetta di fare da badante a un altro carcerato, Louis, affetto da Alzheimer. “Non volevo un film sentimentale, ma un racconto che potesse essere complesso e anche etico” ha dichiarato Volpe al Corriere del Ticino “pur essendo ambientata in prigione, la storia ha un’universalità: qual è il senso di essere umano? Occuparsi degli altri dà un senso alla vita. Per me questo dà senso all’umanità”. Ci sono voluti dieci anni da quando sentì parlare per la prima volta dei camici gialli, ossia dei detenuti che si facevano carico dei carcerati in condizioni di salute mentale precaria, perché Volpe riuscisse a trasformare quella vicenda in un film, il suo primo girato in lingua inglese. I due interpreti principali sono Kingsley Ben-Adir, già protagonista di Bob Marley nel film a lui dedicato e Rob Morgan (visto tra l’altro in Stranger Things). Non deve essere stato facile per Volpe entrare in un universo maschile e machista per confezionare un film che punta invece sull’empatia, quasi proseguendo la linea ideale tratteggiata dalla sua infermiera. Qui però siamo in una situazione claustrofobica e senza sbocco, il protagonista Frank può eventualmente solo ritrovare se stesso, perché la realtà è tosta, non lascia margini per sussulti che possano portare aggiustamenti di sorta. La malattia, la morte, la reclusione, talvolta la violenza, dominano la scena pur cercando sempre tracce di umanità sensibile dietro ogni circostanza. Un racconto decisamente amaro. Malinconia e nostalgia sono invece i sapori in concorso dove si è affacciato il vietnamita Lê Bào con Thính Giác (Hearing). Un racconto che, sin dal titolo, punta molto sull’ascolto, sui suoni, sui silenzi che riescono a evocare immagini. E sono immagini magnifiche nel loro lento fluire quelle realizzate da Nguyên Vinh Phúc.Lê Bàoracconta che “Il film nasce dalla nostalgia dei miei genitori, dei piatti semplici di mia madre e di Saigon, mia amata città natale. Parla di persone che si amano ma nascondono la tenerezza, incapaci di esprimere quello che hanno dentro”. La vicenda narrata dal film è infatti quella di Ninh che abita con la madre accudendola, babbo si è isolato, vive coltivando funghi e non vuole più saperne della moglie, che peraltro malmenava. Anche Ninh è separato dall’ex moglie Ngoc, e anche lui la picchiava, ora è pentito, ma è tardi. Gli rimangono le visite dei figli e il lavoro: installa rilevatori di suoni in case e spazi pubblici. Ma più che i rumori e le voci sono i silenzi che opprimono le relazioni. Vorrebbe che i genitori, separati e incapaci di parlarsi, si riconciliassero, teme di perdere contatto con le persone amate e deve fare i conti con i ritmi imprevedibili della vita. La violenza è sottesa, evocata, si vede solo in un combattimento tra insetti, mentre le relazioni umane sembrano essere mascherate, come fanno in scena una coppia di attori - cantanti che dopo decenni di convivenza e amore sembrano avere smarrito ogni interesse reciproco. Il ristorante Le Bien brulica di persone che parlano a voce altissima, poco lontano si balla a ritmo techno, ma sono rumori di fondo che non riescono a scalfire il devastante silenzio interiore cui solo la natura sembra forse in grado di restituire senso. Meno reati, più pene. E con l’Ia aumenta la “sorveglianza” di Rinaldo Romanelli* Il Dubbio, 12 agosto 2026 I reati che più incidono sulla percezione della sicurezza diminuiscono da decenni, prima dell’intelligenza artificiale e indipendentemente dalle ultime campagne securitarie. In Italia gli omicidi volontari sono passati dai 1.916 del 1991 ai 286 del 2025; diminuiscono anche furti, rapine e vittimizzazione predatoria. Dagli anni Novanta il cosiddetto crime drop ha interessato gran parte dell’Europa, il Nord America e l’Australasia. Eppure, mentre la società diventa meno violenta, il legislatore moltiplica i reati, aumenta le pene e prepara la raccolta preventiva dei dati biometrici di persone non sospettate. La spiegazione più comoda è che i reati siano diminuiti grazie alla maggiore severità. Ma la migliore ricerca internazionale non la conferma. Daniel S. Nagin, professore alla Carnegie Mellon University, membro della National Academy of Sciences e tra i massimi studiosi mondiali della deterrenza, nel 2013 ha pubblicato sull’Annual Review of Economics una delle più autorevoli revisioni della letteratura sul tema. La conclusione è che l’inasprimento di pene già elevate produce effetti deterrenti limitati. Conta maggiormente la probabilità percepita dell’accertamento, ma questa è una constatazione empirica, non un’autorizzazione a sorvegliare chiunque. Nel 2014 le National Academies of Sciences degli Stati Uniti hanno pubblicato il rapporto The Growth of Incarceration in the United States, una revisione multidisciplinare della migliore letteratura disponibile. Anche qui la conclusione è prudente: non emergono prove convincenti che il forte aumento della detenzione abbia determinato una corrispondente riduzione della criminalità, mentre risultano documentati gli effetti sociali negativi dell’incarcerazione di massa. Ancora più significativo è il confronto internazionale. Tapio Lappi-Seppälä, professore emerito dell’Università di Helsinki e tra i maggiori studiosi europei di politica criminale comparata, ha ricordato nel 2026, sulla rivista scientifica Crime and Justice, che i paesi nordici hanno conosciuto una marcata diminuzione della criminalità pur mantenendo politiche penali relativamente miti, bassi tassi di detenzione e sistemi di welfare molto sviluppati. Se la stessa tendenza attraversa ordinamenti profondamente diversi, difficilmente può essere spiegata con la sola severità della risposta penale. Anche Graham Farrell, professore di Crime Science all’Università di Leeds, Nick Tilley dell’University College London e Andromachi Tseloni della Nottingham Trent University, nel volume “Why the Crime Drop?” pubblicato nel 2014 su Crime and Justice, attribuiscono il fenomeno soprattutto alla riduzione delle opportunità criminali: automobili più sicure, migliori serrature, minore circolazione del contante, maggiore tracciabilità dei beni. Proteggere una cosa, però, non significa schedare una popolazione. Un immobilizzatore impedisce di rubare un’automobile; il riconoscimento facciale preventivo trasforma ogni passante in un dato disponibile per il potere pubblico. Nessuna ricerca seria riduce il crime drop a una sola causa. Contano l’invecchiamento della popolazione, l’istruzione, la coesione delle comunità, il lavoro, il welfare e la riduzione dell’esclusione. Non perché povertà e disoccupazione portino automaticamente a delinquere: la grandissima parte delle persone povere non delinque. Ma una società che offre scuola, lavoro, casa, cura delle dipendenze, relazioni e partecipazione riduce le condizioni nelle quali una parte della criminalità nasce e si riproduce. E, dopo la condanna, evita che carcere, stigma ed espulsione dal lavoro trasformino un episodio in una carriera criminale. Qui si fronteggiano due idee di sicurezza. La prima accumula fattispecie penali, anni di carcere, telecamere, archivi e identificazioni biometriche. La seconda costruisce le condizioni perché meno persone abbiano ragione, occasione o convenienza di vivere contro gli altri e perché chi ha commesso un reato possa non commetterne un altro. La prima promette una società nella quale nessuno sfugga allo Stato. La seconda una società nella quale il minor numero possibile di persone venga spinto fuori dalla comunità. L’intelligenza artificiale rende oggi tecnicamente possibile osservare, identificare e conservare preventivamente il volto di cittadini innocenti. Occorre respingere l’equivoco secondo cui tutto ciò che aumenta la probabilità di scoprire un reato sia, per ciò solo, necessario e legittimo. Perquisire tutte le case aiuterebbe forse a trovare armi o refurtiva; intercettare ogni conversazione aiuterebbe a scoprire alcuni delitti. Lo Stato liberale esiste perché questi mezzi restino vietati. Una democrazia liberale non può considerare ogni persona un dato da raccogliere, classificare e conservare in nome di un interesse generale definito dal potere. Una volta ammesso il principio che tutto ciò che aumenta l’efficacia preventiva è anche legittimo, non esisterà più un limite razionale alla sua estensione. Oggi il controllo serve a prevenire i reati; domani potrà orientare i comportamenti, premiare quelli ritenuti conformi all’interesse comune (deciso da chi?) e penalizzare quelli giudicati indesiderabili. È il passaggio dal cittadino alla funzione, dalla persona al dato, dallo Stato liberale a quello autoritario. Una società nella quale ogni comportamento è osservato e valutato può diventare più ordinata, ma non per questo accettabile. Dopo avere progressivamente sacrificato ogni libertà in nome della sicurezza, resterà ben poco da difendere. *Segretario Ucpi Migrazioni, medici e controllo di polizia di Pietro Pellegrini Il Manifesto, 12 agosto 2026 Il 12 giugno 2026 è stato approvato il nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo. Per la sua applicazione il governo italiano ha emanato il decreto legge 100/2026, che introduce il confinamento coattivo delle persone richiedenti asilo “in luoghi specifici” alla frontiera. Con la Circolare del 9 giugno 2026 il ministero dell’interno ha chiesto ai territori di definire protocolli operativi per l’attuazione del Regolamento Ue Screening 2024/1356. Alla luce di questa novità, numerose associazioni, primi firmatari la Società italiana di medicina delle migrazioni (Simm) e l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi), hanno sottoscritto un Appello del mondo sanitario e civile “contro la securitizzazione della cura e il diritto alla salute delle persone migranti nel nuovo Patto europeo su migrazione e asilo”. La preoccupazione è che le nuove norme possano compromettere i diritti umani, di asilo e che il coinvolgimento degli operatori sanitari venga visto più in funzione della realizzazione delle direttive che della tutela dei diritti e della salute delle persone. L’Appello afferma che “Le procedure di screening dovrebbero avere l’obiettivo di identificare tempestivamente bisogni sanitari e condizioni di vulnerabilità. Riteniamo che tali finalità possano essere perseguite solo se le attività sanitarie rimangono chiaramente separate dalle funzioni di controllo migratorio e di pubblica sicurezza”. Si ripropone la questione del rapporto tra medicina e potere che sembrava avere trovato un punto fermo con la Dichiarazione dei diritti umani del 1948 e i codici deontologici. La linea dell’autonomia e indipendenza professionale mira ad ottenere una leale collaborazione nel rispetto della specificità dei mandati, non un’azione compartecipe ai desiderata governativi soprattutto se in contrasto con principi costituzionali. Ne è un esempio il consenso del paziente all’accettazione degli accertamenti sanitari e dello screening, che nel Regolamento Screening e nel decreto 100/2026 si configurano come un vincolo procedurale coercitivo per l’accesso al territorio o alla domanda di asilo. Così il consenso cessa di essere “libero” e l’atto medico viene ridotto a un mero dispositivo burocratico a cui la persona migrante non può sottrarsi. Uno screening condotto senza collaborazione e fiducia vede compromessa alla base la sua qualità. Inoltre la circolare ministeriale impone che lo screening sia completato entro termini perentori (7 giorni in prossimità delle frontiere esterne, 3 giorni sul territorio) e invita i prefetti a individuare gli spazi delle verifiche favorendo i locali delle Questure. I tempi molto limitati possono essere inadeguati per individuare patologie complesse. L’attività medica svolta in spazi non sanitari può risentire di un’atmosfera securitaria e non consente gli approfondimenti diagnostici e specialistici possibili solo nei presidi sanitari e con un’adeguata mediazione linguistico-culturale. Si rischiano di compromettere gli standard qualitativi richiesti per la valutazione clinica in particolare di esiti di tortura, violenza di genere, disturbo post-traumatico da stress, disturbi mentali, uso di droghe, screening di patologie infettive (come la tubercolosi) che richiedono formazioni specifiche e la previsione di continuità terapeutica. L’anamnesi non basta ma occorre una visione situazionale e prospettica in quanto numerose evidenze documentano come il confinamento, la detenzione amministrativa e l’incertezza legata alle procedure migratorie, la marginalità sono associati a un aumento del rischio di depressione, ansia, disturbo post-traumatico da stress, autolesionismo e altre forme di sofferenza mentale. L’Appello si chiude con diverse e utili proposte per i diritti, la qualità e dignità di tutti, garantiti dall’autonomia e deontologia professionale medica. Fine vita, la sinistra guardi alle Regioni di Giovanni Gordini e Paolo Trande Il Manifesto, 12 agosto 2026 Dal novembre 2019 nessun Parlamento ha voluto disegnare una legge che consentisse davvero agli italiani di scegliere liberamente come chiudere una vita che, con quelle condizioni, sente come invivibile. La storia dell’Italia, ormai lo si può dire, ha date che sui diritti hanno segnato un passaggio. Oltre a quelle che ci ricordano le leggi su divorzio, aborto e statuto dei lavoratori - tutte nate in parlamenti non certo a maggioranza di sinistra - c’è il novembre 2019, quando la Corte costituzionale con la sentenza numero 242 sul caso all’epoca conosciuto come “dj Fabo”, definì le condizioni che per un malato aprono al diritto di arrivare al Suicidio medicalmente assistito (Sma). Serve tornare fino a quella data perché è da allora che nessun parlamento ha voluto disegnare una legge che, a partire da quei punti, consentisse davvero agli italiani di scegliere liberamente come chiudere una vita che, con quelle condizioni, sente come invivibile. La cronaca si è premurata di raccontare casi disperati, che mancando una legge, sono stati costretti a cercare - guidati in primis dallo sforzo della associazione Coscioni - soluzioni fino in Svizzera. Di nascosto, magari con vergogna e a pagamento. La cronaca ha raccontato come a quella drammatica scelta arrivava chi alle spalle aveva attese di mesi per vedere ascoltati e poi - a volte e se ancora vivo - accolti, i diritti definiti dalla Corte costituzionale nel 2019. La cronaca già ci ha detto che sono state cinque le diverse sentenze della Corte a legittimare il passaggio da sostegni vitali che erano solo quelli “meccanici” (come il ventilatore artificiale di Piergiorgio Welby) sino a manovre come il supporto alla nutrizione o lo svuotamento rettale, così rientranti nel novero del “supporto vitale”. La cronaca da tempo ci ha mostrato sondaggi che ci restituiscano un’ampia maggioranza di italiani, credenti, non credenti, di sinistra e di destra, favorevoli ad una scelta che affidi al singolo cittadino il diritto di come finire una vita diventata solo sofferenza. E infine la cronaca di questi mesi racconta di come a oggi tre regioni - Toscana e Sardegna nel 2025 ed Emilia-Romagna quest’anno - abbiano scelto di garantire i propri cittadini con leggi regionali nate dalle scelte della Corte costituzionale. Leggi, come sancito nella sentenza del dicembre 2025 per quella toscana, abilitate a definire il modello organizzativo sanitario territoriale per chi vuole chiudere una vita gravata da quelle condizioni individuate fin dal 2019. Ed ecco il supporto e la verifica di commissioni multiprofessionali interne al servizio sanitario regionale con l’opzione delle cure palliative, per poter esercitare il diritto di finire la propria vita con l’assistenza di chi - in modo volontario - agisce all’interno del sistema pubblico. Nell’ultima cronaca merita un cenno il tentativo di mistificare la civile opzione delle cure palliative diffondendo l’idea di queste come una sorta di panacea che rende inutile il diritto alla autodeterminazione, svelando un’opzione ingiusta prima che retrograda. Ma più che la cronaca, rimane la storia a dirci dei passaggi di una Corte costituzionale che ha dovuto in qualche modo sostituire un parlamento afasico e che ora, in qualche balbettio, ha lasciato intravvedere norme liberticide: che accentrerebbero su di un unico comitato etico nazionale la valutazione delle scelte dei cittadini di tutte le regioni; che vorrebbero definire la vita indisponibile per il singolo individuo, come se il credo di alcuni dovesse essere imposto ad ognuno; e che pongono come condizione iniziale che tutto avvenga fuori dal sistema sanitario nazionale, disegnando allarmanti passaggi verso la privatizzazione anche della morte. Si parla di programma della coalizione alternativa alla destra, purtroppo meno che del leader. Ecco, dalla Emilia-Romagna, oltreché da Toscana e Sardegna, arrivano indicazioni programmatiche cariche di senso, di umanità e dignità della vita, anche nella sua parte finale, senza le quali non ci sarebbe cambiamento vero. *Gli autori sono entrambi medici e consiglieri regionali in Emilia-Romagna Droghe. “Era la Zia del Sempione”. Nadia, infermiera, è morta a 45 anni di overdose di Francesco Munafò e Elisa Sola La Stampa, 12 agosto 2026 Appena uscita dal carcere, era tornata al parco per una dose. Nonostante la dipendenza continuava ad aiutare gli anziani. Il ricordo dei volontari. Nadia la gentile. Nadia l’infermiera di tutti. Nadia che chiedeva scusa ogni volta che l’arrestavano. Nadia che aiutava gli anziani di Mirafiori, finché stava bene. Nadia “la Zia”. Al parco Sempione, tra le siringhe e i divani luridi in mezzo alle zanzare, la ricordano tutti così: “Zia Nadia”. Era uscita di prigione la scorsa settimana. É morta tre giorni dopo essere tornata libera. A 45 anni, su un divano bianco in mezzo ai bivacchi. Era il suo posto, ma non quello dove si sentiva libera davvero. Era ritornata lì perché non aveva un altro rifugio dove stare. Sola, rimasta orfana di madre e padre, senza più un soldo. Oppressa dai fumi del crack, parlava dei demoni che la sostanza le faceva vedere. “Qui è un inferno”, ha detto l’ultima volta ai volontari che passano per distribuire cibo, the freddo e medicine. Occhi verdi e a volte nocciola, un orecchino al naso a forma di cuore, Nadia Ariana Di Claudio aveva un diploma e un lavoro da infermiera. Aveva anche una casa, prima di finire per la strada. Gliela avevano regalata i suoi genitori. Al piano terra di un interno cortile con nove civici in corso Traiano. Palazzi azzurri tutti uguali di nove piani. Finestre con le zanzariere e aiuole senza fiori. “É stata qui fino a due anni fa, poi i genitori l’hanno mandata via. La casa era diventata un immondezzaio. Era una situazione di degrado estremo. Le hanno portato via i due cani, poi l’alloggio”. Ed è allora che Nadia è andata a vivere per strada, finché non ha trovato un posto dove non stare da sola. Parco Sempione. La zona delle piscine comunali abbandonate dove ci si droga tutto il giorno e tutta la notte. La vita di Nadia a Mirafiori: 20 anni di dipendenza dalle droghe - Prima di finire in questa periferia, Nadia ha cercato di sopravvivere, per come poteva, a Mirafiori per una decina d’anni. Era dipendente dalle droghe pesanti da venti. Nel quartiere la conoscono. “Faceva lavoretti nelle case degli anziani. Come operatrice sociosanitaria e badante. Qualsiasi cosa per 20 euro”. Qualsiasi cosa per una dose. Fino a quando ha iniziato a drogarsi sempre, finché la sua mente non ha più retto. Al Sempione non era mai lucida, in questa terra di persone invisibili che nessuno vuole chiamare per nome. Perché al parco Sempione Nadia era diventata “la Zia” - La vedevano alterata e confusa, sempre, gli operatori del gruppo Abele. E anche frate Luca Minuto, fondatore del progetto Maangi-fi, creato per intercettare i disagi di chi vive il mondo della droga. Sono loro gli unici volontari che parlano con le persone come Nadia. E anche a loro Nadia sorrideva. “Non ha mai perso la gentilezza”, dicono di lei. “Faceva l’infermiera anche qui. Sapeva mettere le garze, fare le medicazioni, aiutare chi stava collassando”. Ed è per questo che al Sempione la chiamavano “la Zia”. Gli arresti, il carcere e il ritorno al parco - Era gentile anche quando la arrestavano, furti e rapine per pagarsi la droga. Chiedeva “scusa” ai poliziotti ogni volta che la fermavano: “L’ho fatto perché dovevo farmi. Mi dispiace”. In carcere si disintossicava. Ma quando usciva, tornava al Sempione. Lo ha fatto anche venerdì scorso. “Era pulita”, pare. Ha cercato subito una dose. L’hanno vista accasciarsi sul divano che sta tra le tende e i tavolini presidiati dagli spacciatori. “Pensavamo dormisse, non abbiamo capito che stava male”. Dopo un giorno hanno visto che non respirava più. I tentativi di smettere e il legame con il lavoro da infermiera - Ci aveva provato a smettere, Nadia. Anni fa era andata al Serd, il Servizio dipendenze della Asl. Non aveva perso la bontà. E nemmeno il legame con la sua professione. Ogni tanto i volontari le passavano sacchetti con materiale sterile, garze, siringhe, disinfettante. “Lo teneva nascosto, pronto da usare se qualcuno stava male”. Lo consegnava con un sorriso. La croce piantata al parco Sempione - In uno degli ultimi post che aveva scritto su Facebook, Nadia si era raccontata così: “Sono una ragazza con tanta voglia di vivere e aiutare. Purtroppo il destino non mi ha riservato un posto in prima fila”. Frate Luca, l’altra sera, ha piantato una croce nel parco nel punto in cui Nadia è stata trovata morta. Dice: “Ho chiesto ai ragazzi se potevo metterla e dire una preghiera. Mi hanno detto sì. Ho fatto il mio dovere, ho fatto il prete. Sempione non è solo droga e morte. Ci sono qui gesti di solidarietà, solitudini che si incontrano. Quella croce mi ricorderà che il sorriso della zia Nadia è eterno. Viveva, con fatica, ma viveva”. Una folla senza indirizzo di Paolo Benanti e Sebastiano Maffettone Corriere della Sera, 12 agosto 2026 La rivolta di Ceuta: quando i social trasformano il numero in moltitudine. Manca un leader con cui trattare. Ceuta è una città autonoma spagnola situata nel Nordafrica, circondata dal Marocco. Si affaccia sul Mar Mediterraneo vicino allo stretto di Gibilterra. Fino a pochi giorni fa, quasi nessuno di noi sapeva della sua esistenza (anche se è menzionata da Dante nel Canto XXVI dell’Inferno, che per uno strano caso è legato a un altro nome che ricorre spesso di questi giorni, quello di Ulisse). Oggi conosciamo Ceuta perché il 30 luglio è stata invasa da circa settantamila persone disperate, un po’ più del numero degli abitanti di Castellammare di Stabia e un po’ meno di quelli di Cremona. Tante persone che si muovono insieme fanno pensare che ci sia stato un coordinamento o una direzione esterna. Eppure, non c’era traccia di bandiere, né di rivendicazioni, né di un portavoce o di un documento. C’era invece una data, circolata su TikTok, WhatsApp e Facebook accanto al disegno di una clessidra e alla sagoma di un nuotatore. Adesso ne circola un’altra, il 15 agosto, con la medesima grafica, cosa che ovviamente suscita non poca preoccupazione. Nessuno ha quindi convocato quell’evento nel senso in cui si convoca uno sciopero, e per la stessa ragione nessuno avrebbe potuto revocarlo e nessuno può esserne chiamato a rispondere tra le altre cose di avere causato un centinaio di morti. Il Marocco ha incriminato decine di persone, la Spagna indaga sugli allarmi che sarebbero stati ignorati, ma finora nessuno ha tirato in ballo un fatto essenziale: quella folla non aveva un interlocutore da offrire, e dunque non c’era nessuno con cui trattare. Hobbes aveva fissato con precisione una distinzione importante che può essere utile: una moltitudine è molti, e diventa uno soltanto quando è rappresentata, quando cioè qualcuno può parlare in suo nome. Fino a quel momento non è un soggetto politico ma un fenomeno naturale, come la piena di un fiume. E con una piena non si può negoziare: tutt’al più si può tentare di arginarla. È esattamente ciò che si è visto, con l’esercito al Tarajal, la barriera galleggiante e i rimpatri al ritmo di centocinquanta persone al minuto. Non per difetto di volontà politica, ma per mancanza di un indirizzo a cui recapitare qualunque proposta. C’è solo un’evidenza: la macchina social produce con efficienza inedita precisamente questo: aggregazione senza rappresentanza. Non genera il desiderio, che ha radici nella grande disoccupazione giovanile marocchina, con un giovane su tre che dichiara di voler partire. Genera la simultaneità, cioè il fatto che ciascuno sappia che gli altri sanno, e sappia il quando: trasforma così una disperazione privata e dispersa in un atto pubblico sincronizzato, saltando ogni passaggio intermedio in cui quella disperazione avrebbe potuto darsi una forma, una domanda, un portavoce. E, come insegna Hegel, la mediazione è l’essenza della politica. Che si tratti di un salto e non di una scorciatoia lo dimostra un precedente recentissimo. Nell’autunno del 2025 la stessa generazione, con gli stessi strumenti, si era data una voce: il movimento GenZ 212 (212 è il prefisso telefonico del Marocco). Quel movimento radunò oltre duecentomila iscritti su Discord, una chat di gruppo, con richieste esplicite su sanità, istruzione e lotta alla corruzione, e un destinatario dichiarato, le autorità marocchine. Ne ricavò almeno tre morti e decine di processi, ma nessuna risposta all’altezza delle domande poste. Quando le richieste sono rifiutate, ciò che resta non è il silenzio: è il numero. La questione Ceuta è complessa, e non riguarda solo i rapporti tesi tra Spagna e Marocco. Dopo ventiquattr’ore dalle prime immagini, le redazioni di verifica smontavano decine di contenuti falsi, video girati in Turchia, a Barcellona, in Colombia, e immagini generate artificialmente, tutti spacciati per Ceuta. La tentazione, davanti a tutto questo, è di intervenire rimuovendo contenuti, chiudendo gruppi, oscurando parole d’ordine. Ma questa sembra essere una risposta di dubbia efficacia, come mostra ad esempio l’esperienza del gennaio 2011, quando lo spegnimento della rete egiziana moltiplicò le proteste anziché estinguerle. Questo perché è una risposta che conferma la diagnosi anziché smentirla: tratta il cittadino come si tratta la piena di un fiume o un evento naturale, non come una persona con delle ragioni. In genere, osserviamo che le istituzioni rappresentative reagiscono a fenomeni del genere con lentezza. Ma è una lentezza fisiologica, non un difetto da correggere con la velocità. È il tempo necessario perché un numero diventi un nome. Il 15 agosto, forse, non accadrà nulla, come non accadde nel settembre del 2024, quando un appuntamento identico si sciolse davanti a un dispositivo di polizia congiunto. Ma qualunque cosa accada, il giorno dopo non ci sarà nessuno da convocare, né sull’una né sull’altra sponda del mare. Uno stato democratico può trattare con chiunque abbia un nome e un indirizzo. La sfida che viene da Ceuta è che, come oramai accade sempre più spesso, dall’altra parte non risponde nessuno. Il Nobel per la pace ai bambini di Gaza: un riconoscimento per tutta l’infanzia in guerra di Eugenio Mazzarella Avvenire, 12 agosto 2026 Non ci sono solo i bambini di Gaza tra le vittime innocenti delle guerre: ci sono i bambini israeliani uccisi nel raid sanguinario di Hamas del 7 ottobre 2023 e quelli che sono morti successivamente nelle prigioni dei terroristi. Ci sono i bambini ucraini e quelli russi, ci sono i piccoli iraniani e sudanesi. Dare il Nobel per la Pace ai bambini di Gaza, uccisi perché non l’hanno avuta la pace, e che stanno ancora morendo perché la pace promessa non è arrivata, “è un atto di verità e di giustizia”. Lo ha detto bene ad Avvenire padre Ibrahim Faltas, frate francescano direttore delle scuole della Custodia di Terra Santa, ed ha colto benissimo il senso della proposta: “Riconoscere ai bambini di Gaza il premio Nobel per la pace significa dare ancora valore alla parola pace, significa fermare nella storia il diritto alla memoria per i bambini che non potranno diventare adulti e il diritto a un futuro di pace per chi è sopravvissuto all’orrore e all’odio”. Non ci sono solo i bambini di Gaza tra le vittime innocenti delle guerre: ci sono i bambini israeliani uccisi nel raid sanguinario di Hamas del 7 ottobre 2023 e quelli che sono morti successivamente nelle prigioni dei terroristi. Ci sono i bambini ucraini e quelli russi, ci sono i piccoli iraniani e sudanesi. L’infanzia in guerra, tutta e di tutti i tempi, si può riconoscere nella candidatura al Nobel. Il premio per la Pace che non hanno avuto, per la mancanza di pace di cui sono morti, è un premio all’infanzia in tutte le guerre, ai bambini ridotti all’oscenità, con le loro madri, della categoria - l’ipocrisia della lingua di chi li uccide - dei “danni collaterali”. La lingua ne uccide più della spada. È vero. E mai come oggi lo vediamo nel mare di menzogne in cui anneghiamo, in cui si inabissa l’etica, la politica, il diritto internazionale. Una menzogna che ci prende alla gola. Ma se è vero questo, è vero anche che la lingua può salvarne più della spada, se è parola di pace. E questa parola dobbiamo dirla. Perché è parola “non uccidere”, è parola la pace, il “patto”, il com-promesso che la sa promettere insieme ai propri popoli, è parola quella della diplomazia che le guerre le evita o le chiude. Diamo parola ad Oslo, alla pace nella memoria dei bambini cui è stata negata e che nella pace negata hanno perso la vita. E diamo parola ad Oslo alla nostra coscienza, denunciando noi stessi, l’omertà delle nostre omissioni di pace, di dialogo, di fraternità. Non c’è niente che somigli ad un uomo, all’uomo migliore che possiamo essere, che un bambino. Fatelo vivere quel bambino, fateli vivere i bambini. Il Maestro della civilizzazione cristiano-europea i bambini li benediceva, nonostante i consigli ciechi dei suoi stessi discepoli, che volevano allontanarli, perché fastidiosi, dalla sua vista. Imponeva loro le mani e chiedeva che li si lasciasse venire a Lui, “perché di essi è il regno dei cieli” (Mt 19,13-15). Non faceva altro che riprendere al dettaglio della necessità di ogni giorno, il Salmo 8, dove la gloria del Signore, la sua forza contro i suoi nemici, gli odi e l’assassinio che ne viene, sale a Lui e si afferma “dalla bocca dei bimbi e dei lattanti”. Chi salva un bambino, salva il seme degli uomini. Lo si dica ad Oslo, diamo giustizia e verità ai nostri figli. Siamo stanchi di vedere in braccio a troppe madri sudari bianchi che sono fagotti con dentro, lavati del loro sangue, i loro bambini, piccoli sudari bianchi per nascondere a Dio cui li presentano la vergogna del sangue versato.