Carcere, fabbrica d’insicurezza di Luigi Ferrarella Corriere della Sera, 11 agosto 2026 Il più spettacolare paradosso sulla “sicurezza” in cima a tutti i sondaggi è che nel contempo le persone non si preoccupino della “fabbrica” che produce più insicurezza in assoluto: il sistema dell’esecuzione delle pene, sia nella parte in cui lascia per strada 90.000 condannati definitivi a pene fino a 4 anni, “liberi sospesi” in attesa che si valuti se debbano scontarle in carcere o in misure alternative, sia nella parte in cui invece proprio in carcere rinchiude 65.000 detenuti e li prepara a tornare ad aggredire e derubare i cittadini come e più di prima. Se infatti, oggi in carcere, il 3% ha già sperimentato le porte girevoli fino a 10 volte, ben 40% è già stato in cella sino a 4 volte, e addirittura 60% è già alla seconda reclusione: ospedali con questi tassi di mortalità dopo apparenti cure, o fabbriche con questi tassi di difettosità dopo le riparazioni, non verrebbero tollerati dai pazienti o consumatori. I cittadini invece tollerano l’odierno carcere, senza nemmeno chiedere conto non dei mancati miracoli (non pretendibili in una situazione incancrenita da decenni e certo non addebitabile al solo governo Meloni), ma almeno del divario tra promesse e risultati. In almeno 17 occasioni, dall’inizio della legislatura nell’ottobre 2022, la premier o il ministro della Giustizia o il sottosegretario responsabile delle carceri (finché non ha avuto problemi di bisteccherie) hanno annunciato 10.000 posti in più entro il triennio successivo (o 7.000 o 5.000 a seconda delle volte entro l’anno). Trascorsi 4 dei 5 anni di governo, oggi il consuntivo è che la teorica capienza regolamentare non è aumentata di 10.000 posti ma è rimasta a 51.220, appena 46 più del 2022 e anzi 56 meno dell’anno scorso. Da questi vanno però detratti 4.877 posti inagibili o in ristrutturazione, sicché quelli realmente disponibili sono persino 999 meno di inizio legislatura, 46.237, 611 meno di due anni fa, addirittura 1.362 meno di 14 anni fa. Intanto i detenuti sono invece cresciuti dai 56.225 di ottobre 2022 alla soglia odierna dei 65.009 sfondata l’8 agosto, dunque 18.666 più dei posti veri. E questa media di sovraffollamento schizzata al 140,6% (contro il 109,9% di inizio legislatura) non “racconta” le infestazioni di cimici nei letti e nelle pareti, o i guasti che tolgono l’acqua d’estate o il riscaldamento d’inverno, e ingloba il fatto che 25 penitenziari eccedano il 180%, e 9 (capitanati da Lucca al 243% e Milano San Vittore al 228%) stipino addirittura più del doppio di detenuti ammassabili. I “garantisti” che tengono correttamente il conto degli indennizzi per ingiuste detenzioni di arrestati poi assolti (32.263 in 33 anni) sorvolano invece sull’altra statistica che documenta come negli ultimi otto anni lo Stato abbia dovuto indennizzare (con 1 giorno di riduzione della pena ogni 10 trascorsi in cella, o con 8 euro al giorno in caso di pena già espiata) 35.710 persone per il fatto di averle detenute in condizioni degradanti: 6.539 nel solo 2025, il 12% più rispetto all’anno precedente. L’amministrazione rivendica gli sforzi fatti, i 960 posti che dichiara ristrutturati nel 2026, la “fase di concreta realizzazione” di altri 2.823, o i maggiori fondi per l’assistenza psicologica (14,9 milioni): tuttavia nei 72 istituti visitati dall’Associazione Antigone nella prima metà d’anno - dove il 9,3% dei detenuti ha diagnosi psichiatriche gravi, per un terzo sono tossicodipendenti, il 20,5% è sotto antidepressivi, e il 46% assume regolarmente sedativi - è stato riscontrato ad esempio che, in concreto, le ore di psichiatri e di psicologi disponibili in una settimana per 100 detenuti sono persino diminuite dalle già poche di prima (6,5 ore invece di 7,4, e 16,6 ore invece di 20,4). Anche l’ennesimo annuncio ministeriale di un “epocale” ddl sull’ampliamento della detenzione domiciliare in comunità “di 10.000 tossicodipendenti” è dovuta essere in fretta derubricata dallo stesso ministero a “prospettiva evidentemente pluriennale”, appena due banali conti hanno verificato che con i 19 milioni stanziati forse nel 2027 potrebbero trovare posto in comunità al massimo 600 detenuti tossicodipendenti. “Epocali” sarebbero gli eventi che invece scivolano come acqua su marmo: ad esempio i dieci giorni di Viterbo con un omicidio in una rissa tra gruppi etnici, un suicidio e una rivolta con incendio; a Prato prima l’inchiesta per torture e violenze sessuali tra detenuti, e poi ora anche (pure qui) un omicidio; il sequestro di 7 sezioni del carcere fiorentino di Sollicciano, fuorilegge su salute e sicurezza; o il “refuso” invocato dal Dap per ritirare una circolare che autorizzava, “in via estrema per quanto assolutamente provvisoria, la collocazione di brande o materassi a terra”. Al confronto smette di essere una provocazione, e anzi appare ormai rimedio-tampone tutt’altro che assurdo, l’idea di carceri a numero chiuso (stile California del 2011), dove uno entri solo se si è liberato il posto di un altro: orizzonte neanche più tanto balzano, visto che in autunno la Consulta si troverà già a stabilire se sia incostituzionale l’assenza di un “rimedio estremo” (già possibile invece ad esempio per un detenuto gravemente malato) come il rinvio facoltativo dell’esecuzione della pena nel caso in cui le modalità di questa pena violino la dignità della persona e si traducano in un suo trattamento inumano e degradante. La morte per pena di Fabio Cavallari glistatigenerali.com, 11 agosto 2026 Ci sono carceri italiane nelle quali oggi il problema principale non è la rieducazione, ma arrivare a sera senza un suicidio, un incendio, un’aggressione o un nuovo gesto di autolesionismo. Quando la priorità quotidiana di un istituto diventa evitare che la giornata finisca in tragedia, significa che qualcosa si è spezzato molto prima della sicurezza e dell’organizzazione. Si è spezzato il significato stesso della pena. Ogni volta che un delitto scuote l’opinione pubblica riaffiora la stessa richiesta. Pene più dure, carcere più lungo, meno benefici, meno garanzie. È una reazione comprensibile. Il male commesso provoca indignazione, paura e bisogno di giustizia. Il problema nasce quando chiediamo alla pena qualcosa che nessuna pena potrà mai dare. Nessuna condanna restituisce una persona uccisa. Nessun ergastolo cancella una violenza. Nessun carcere ricompone una famiglia distrutta. La giustizia può riconoscere il male, affermare la responsabilità e proteggere la società. Ma non può eliminare ciò che è accaduto. Una parte del populismo penale nasce proprio da qui. Chiediamo al diritto di compiere ciò che soltanto un lungo lavoro umano, familiare e comunitario di elaborazione del dolore può tentare di fare. È un passaggio quasi impercettibile. All’inizio desideriamo una pena giusta. Poi, quando ci accorgiamo che quella pena non colma il vuoto lasciato dal reato, iniziamo a desiderarne una più severa. Se non basta, ne chiediamo un’altra ancora. Ma il dolore continua a rimanere. Così la pena smette di essere lo strumento della giustizia e diventa il contenitore della nostra frustrazione. La nostra Costituzione ha scelto un’altra strada. L’articolo 27 afferma che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è una concessione al colpevole. Non cancella la vittima e non attenua la responsabilità. È una scelta sulla qualità morale dello Stato. Ma c’è una domanda che oggi dovremmo avere il coraggio di porci. Come può una persona intraprendere un percorso di rieducazione quando vive in una condizione di pura sopravvivenza? Quando il sovraffollamento rende impossibile ogni spazio di vita dignitosa, quando il caldo diventa insopportabile, quando l’assistenza psichiatrica è insufficiente e il problema quotidiano è evitare che qualcuno si tolga la vita, la pena rischia di perdere il proprio volto costituzionale. In una pena ridotta alla sopravvivenza non si cambia. Si resiste. Eppure il consenso sembra andare nella direzione opposta. Più una pena appare afflittiva, più viene percepita come giusta. Come se la misura della giustizia fosse la quantità di sofferenza inflitta. Qui emerge un paradosso che raramente viene riconosciuto. Chi rivendica con forza l’identità giuridica e culturale dell’Occidente, quando parla di pena finisce talvolta per immaginare una giustizia puramente retributiva. Al male si risponde con un male equivalente. Nell’immaginario collettivo riaffiorano espressioni come “buttate via la chiave” o “deve marcire in carcere”. Accade così che chi difende lo Stato di diritto finisca per desiderare, almeno sul piano simbolico, una pena che assomiglia più alla vendetta che alla giustizia. Se il criterio fosse soltanto la quantità di sofferenza inflitta, l’esito estremo e coerente di quella logica sarebbe la pena di morte. Ma proprio perché abbiamo rifiutato quella logica, le democrazie costituzionali hanno scelto di limitare il potere dello Stato persino nei confronti di chi ha commesso il male più grave. Marco Pannella condensava questo rischio nella formula della “morte per pena”. Ricordava che uno Stato può abolire formalmente la pena di morte e continuare a far morire le persone di pena attraverso la giustizia e il carcere. Non era un invito a inasprire la detenzione. Era una denuncia. Una pena può restare formalmente legittima e, nello stesso tempo, perdere il proprio volto umano. La vera domanda, allora, non è se le pene debbano essere più dure o più miti. La domanda è un’altra. Che cosa chiediamo alla pena? Se le chiediamo di restituirci ciò che il reato ha distrutto, resteremo inevitabilmente delusi. Se invece le chiediamo di affermare la giustizia, proteggere la società e offrire al condannato la possibilità di non identificarsi per sempre con il proprio delitto, allora la pena ritrova il suo significato. Una democrazia non si misura soltanto da come protegge gli innocenti. Si misura anche da come punisce i colpevoli. Perché è proprio nel momento in cui avrebbe la forza di vendicarsi che sceglie, invece, di restare fedele al diritto. Oltre ogni limite: 65mila detenuti, sovraffollamento al 140% di Franco Insardà Il Dubbio, 11 agosto 2026 I numeri continuano a raccontare una realtà che non può essere archiviata come una normale difficoltà amministrativa. Questa estate torrida difficilmente sarà dimenticata da oltre 65mila detenuti, dagli agenti della polizia penitenziaria costretti a lavorare in condizioni sempre più difficili, dagli operatori che ogni giorno cercano di mandare avanti strutture al limite e dalle famiglie che vivono, insieme ai loro cari, quella che spesso diventa un’ulteriore forma di pena. Eppure, di fronte a un’emergenza che da anni si ripresenta con gli stessi numeri e le stesse criticità, la politica continua sostanzialmente a non decidere. È questo il dato più difficile da spiegare: non la mancanza di informazioni, non l’assenza di denunce, non la scarsità di proposte. Il problema è che, quando arriva il momento di affrontare seriamente il nodo penitenziario, il tema torna a essere terreno di scontro ideologico, di propaganda e di opportunità politica. Le dichiarazioni non mancano, così come le iniziative parlamentari, i sopralluoghi e le immancabili passerelle nei momenti simbolici dell’anno, soprattutto a Ferragosto e a Natale. Ma le condizioni delle carceri continuano a peggiorare. Da anni, quasi unicamente Nessuno Tocchi Caino e i Radicali, nel solco della battaglia portata avanti da Marco Pannella, insistono sulla necessità di affrontare la questione carceraria come una vera emergenza democratica. Il resto della politica sembra invece oscillare tra annunci e rinvii, tra la promessa di nuove carceri e la tentazione di rispondere al disagio sociale semplicemente aumentando il ricorso alla detenzione. La proposta di liberazione anticipata speciale di Roberto Giachetti. Intanto i numeri continuano a raccontare una realtà che non può essere archiviata come una normale difficoltà amministrativa. All’8 agosto, secondo l’Associazione Antigone, nelle carceri italiane erano recluse 65.009 persone, a fronte di 46.237 posti realmente disponibili. Il tasso di sovraffollamento ha così superato il 140,6 per cento. E sono diventati nove gli istituti nei quali il dato supera addirittura il 200 per cento. Stesso discorso per i detenuti tossicodipendenti. Si parla di circa 10mila persone che potrebbero uscire dal carcere attraverso percorsi alternativi, ma la copertura finanziaria prevista dalla legge sarebbe sufficiente per meno di 600. Tra ciò che viene annunciato e ciò che concretamente può essere realizzato continua dunque ad aprirsi una distanza enorme. E intanto il sistema scarica il peso delle proprie contraddizioni sugli agenti penitenziari e sugli operatori, costretti a lavorare in condizioni di grave sotto-organico e con strutture spesso inadeguate. La crisi non riguarda quindi soltanto chi è detenuto: riguarda l’intero sistema penitenziario e, inevitabilmente, la sicurezza collettiva. Non è la prima volta che l’Italia si trova davanti a un’emergenza di queste proporzioni. I numeri attuali sono stati superati soltanto nel triennio 2010-2013, quello che portò alla condanna dell’Italia da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo per la violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea, che vieta la tortura e i trattamenti inumani o degradanti. Allora furono presentati circa 4mila ricorsi. Oggi il fenomeno ha assunto dimensioni ancora più preoccupanti: nel solo 2025 i provvedimenti favorevoli dei Tribunali di sorveglianza per condizioni detentive lesive dei diritti sono stati 6.539. Di fronte a questi numeri, il silenzio politico diventa difficile da giustificare. Il senatore di Italia Viva-Casa Riformista Ivan Scalfarotto parla apertamente di fallimento del ministro della Giustizia Carlo Nordio e denuncia il blocco del piano carceri, ricordando anche il caso di Sollicciano, dove nei mesi scorsi la magistratura è intervenuta sulla struttura per le gravi condizioni igieniche. Secondo Scalfarotto, i decreti approvati dal governo hanno contribuito ad aumentare la popolazione carceraria senza produrre un miglioramento della sicurezza. Di segno diverso, ma sulla stessa emergenza, la posizione di Forza Italia. Enrico Costa, presidente dei deputati azzurri, riconosce che la situazione ha raggiunto livelli drammatici e annuncia l’avvio in Commissione Giustizia di un’indagine conoscitiva sul sistema penitenziario, oltre a una proposta di legge che tenga insieme certezza della pena, dignità e rieducazione. Ma è proprio qui che si misura la distanza tra la politica e il carcere reale. Perché non servono altre fotografie davanti ai cancelli, né l’ennesima promessa destinata a essere verificata tra qualche anno. Servono decisioni immediate. Il carcere non può essere utilizzato come risposta automatica a ogni emergenza sociale, né può diventare il luogo nel quale vengono scaricate tutte le fragilità che lo Stato non riesce ad affrontare altrove. E costruire nuove strutture, per quanto necessario, non basta se contemporaneamente continuano ad aumentare gli ingressi e diminuiscono i posti effettivamente utilizzabili. La Costituzione stabilisce che la pena deve tendere alla rieducazione del condannato. Non è un principio astratto, né una concessione buonista. È una regola dello Stato di diritto e, allo stesso tempo, una condizione concreta per una maggiore sicurezza. La politica, dunque, è chiamata a scegliere. Può continuare a discutere, annunciare, rinviare e aspettare la prossima estate. Oppure può riconoscere che 65mila persone stipate in strutture che in alcuni casi superano il doppio della capienza non rappresentano più una semplice emergenza, ma una questione di legalità costituzionale. Perché il carcere può essere severo senza essere disumano. Può garantire la certezza della pena senza trasformarsi in una macchina di esclusione. E può difendere la sicurezza dei cittadini proprio attraverso il recupero di chi ha commesso un reato. Il tempo delle passerelle è finito da un pezzo. Ora servirebbe quello delle decisioni. E la politica, davanti a 65mila detenuti e a un sistema che ha superato il 140 per cento di sovraffollamento, non può continuare a far finta di non vedere. Inferno carcere, Antigone attacca: “Intervenite ora”. FI si “impegna” di Eleonora Martini Il Manifesto, 11 agosto 2026 Il 28 luglio erano 64.741; dieci giorni dopo, l’8 agosto, il numero di detenuti nelle carceri ha già raggiunto la soglia delle 65.009 presenze in 46.237 posti realmente disponibili. Il tasso di affollamento che a fine luglio era al 139,7% viaggia veloce e tre giorni fa aveva già toccato la punta del 140,6%. E sono diventati 9 gli istituti in cui vivono mediamente due o più persone al posto di una (tasso oltre il 200%). Non c’è più tempo, bisogna agire subito, è l’allarme lanciato da Antigone che attacca il governo: “Servono interventi urgenti per riportare il sistema nella piena legalità, e non numeri sparati a caso”. Una denuncia raccolta da Forza Italia, che nei giorni scorsi ha ottenuto di avviare alla Camera un’indagine conoscitiva sulla condizione delle carceri e che ieri ha assicurato il proprio “impegno incessante e pressante” nel trovare soluzioni, perché la “situazione ci impone un intervento tempestivo e concreto, in attesa che le riforme approvate ed i programmi di edilizia attivati diano i propri frutti”. Di provvedimenti di clemenza, però, non gli azzurri parlano. Anche Nessuno tocchi Caino ha annunciato di intensificare le visite durante il mese di agosto, per “fare di una mancanza, quella dello Stato, una presenza, la nostra”. Anche se, come fa notare Antigone, il problema non è solo estivo: “anche l’autunno si preannuncia caldo” oltre ogni aspettativa. Quelle cifre che crescono così velocemente non sono fredda contabilità, ma corpi e menti. “In molte celle le temperature hanno superato i 40°, le attività si sono ridotte, la sofferenza psichica cresce e continuano ad aumentare i suicidi e gli episodi di autolesionismo”, scrive Antigone. Ma volendo restare alla statistica, quei numeri sono stati superati “solo nel triennio 2010-2013, quello che costò all’Italia la vergogna della condanna della Cedu per violazione dell’art. 3 della Convenzione europea che proibisce la tortura e i trattamenti inumani o degradanti”. All’epoca “i ricorsi presentati furono circa 4.000, oggi quelli accolti dai Tribunali di sorveglianza sono ben superiori, 6.539 solo nel 2025”. Dati che, sottolinea il presidente Patrizio Gonnella, “raccontano di un sistema penitenziario sempre più nell’illegalità”. Violare la dignità delle persone, aggiungere sofferenza come pena ulteriore non serve a nessuno. Anzi, fa notare Gonnella, “è un sistema che non può costruire nessun percorso di reinserimento sociale reale, a scapito anche della sicurezza dei cittadini che subiscono un tasso di recidiva superiore al 60%”. Eppure, innanzi a questa condizione - che non dovuta ad una emergenza improvvisa - “il governo continua a dare i numeri: 10.000 nuovi posti entro il 2027 con il piano di edilizia penitenziaria, ma nel frattempo da quanto è partito i posti realmente disponibili sono scesi di oltre 400 unità; 10.000 detenuti tossicodipendenti che usciranno, ma la legge ha copertura finanziaria per meno di 600 persone. Salvo poi - conclude Gonnella - continuare a varare politiche che spingono sull’acceleratore del sovraffollamento, scaricando su operatori in sotto organico e allo stremo delle forze, le conseguenze di queste scelte”. Nessuno Tocchi Caino: “Dove manca lo Stato proviamo a esserci noi” di Silvano Freddo giornalelavoce.it, 11 agosto 2026 Ad agosto l’associazione intensifica le visite negli istituti penitenziari italiani e denuncia lo “stato di abbandono”: tappe da Roma a Pordenone, Parma e Reggio Emilia. Agosto non ferma l’attività di Nessuno tocchi Caino nelle carceri italiane. Al contrario, proprio durante il mese estivo l’associazione ha deciso di intensificare le visite negli istituti penitenziari, denunciando le condizioni nelle quali vivono le persone detenute e chiedendo interventi immediati per interrompere quelli che definisce “trattamenti inumani e degradanti”. Da questa settimana e per tutto agosto, con iniziative destinate a proseguire fino ai primi giorni di settembre, dirigenti e militanti dell’associazione entreranno in diversi istituti penitenziari italiani. Le visite saranno effettuate spesso insieme alle Camere penali territoriali e al Movimento Italiano Diritti Detenuti. Il programma comprende le carceri di Pordenone, Roma, con visite sia a Rebibbia Nuovo Complesso sia a Regina Coeli, Tolmezzo, Udine, Treviso, Piacenza, Parma e Reggio Emilia. Una serie di appuntamenti distribuiti in diverse regioni con i quali l’associazione intende mantenere alta l’attenzione sulla situazione penitenziaria anche nel periodo estivo. A spiegare il senso dell’iniziativa sono i dirigenti di Nessuno tocchi Caino Rita Bernardini, Sergio D’Elia ed Elisabetta Zamparutti, che mettono direttamente al centro il tema della presenza delle istituzioni all’interno del sistema carcerario. “Cerchiamo di fare di una mancanza, quella dello Stato, una presenza, la nostra”, affermano i tre dirigenti, secondo i quali “non bisogna mai distogliere un attimo lo sguardo dal carcere e dallo stato di abbandono in cui versa”. Una posizione che l’associazione collega a una questione più ampia, quella del rapporto tra condizioni di detenzione, giustizia e tutela dello Stato di diritto. Nessuno tocchi Caino considera infatti la situazione delle carceri un indicatore che non può essere separato dal funzionamento complessivo della giustizia. “Se ci distraiamo dal carcere ci distraiamo dalla giustizia, se ci distraiamo dalla giustizia ci distraiamo dallo Stato di diritto e se ci distraiamo dallo Stato di diritto ci distraiamo dall’Umanità - aggiungono - Per questo continuiamo a visitare i carcerati, compiendo la nostra opera laica di misericordia corporale e proponendo misure legislative e amministrative immediate per interrompere i trattamenti inumani e degradanti inflitti alle persone detenute. In prospettiva, ribadiamo l’obiettivo di abolire ‘il carcere cimitero dei vivi’ e di portare così a compimento questa opera”. L’attività prevista per agosto non si limita dunque alle visite all’interno degli istituti. L’associazione ribadisce la richiesta di misure legislative e amministrative immediate e porta avanti una posizione radicale sul futuro stesso della detenzione, indicando come prospettiva l’abolizione di quello che definisce “il carcere cimitero dei vivi”. La mobilitazione proseguirà per tutto il mese e arriverà fino ai primi giorni di settembre. Da Rebibbia e Regina Coeli alle strutture di Pordenone, Tolmezzo, Udine e Treviso, fino agli istituti di Piacenza, Parma e Reggio Emilia, l’obiettivo dichiarato di Nessuno tocchi Caino resta quello di non lasciare fuori dall’attenzione pubblica la condizione delle persone detenute proprio durante uno dei periodi dell’anno in cui l’associazione ritiene ancora più necessario mantenere una presenza nelle carceri. Piemonte. Le carceri sovraffollate e roventi non sono “giuste” di Marina Lomunno vocetempo.it, 11 agosto 2026 Il 10 agosto si celebra la “Giornata internazionale per la giustizia nelle carceri”: la garante dei detenuti del Piemonte Monica Formaiano ha diffuso un comunicato sulla necessità di assicurare alle persone detenute i diritti fondamentali alla salute e reali percorsi di reinserimento. In un’estate che probabilmente segnerà l’inizio di altre stagioni estive con temperature costantemente “da bollino rosso” ha ancora più significato celebrare il 10 agosto il “Prisoners’ Justice Day”, la Giornata internazionale dedicata alla giustizia nelle carceri e al ricordo delle persone che sono morte dietro le sbarre. Celle senza ventilatori con temperature che sfiorano i 40 gradi, ore d’aria in spazi assolati durante pomeriggi di canicola in penitenziari sovraffollati fino al 135% della capienza: questa la situazione degli istituti di pena italiani che costringono i 63 mila reclusi (e gli agenti penitenziari) a vivere in un contesto che non ha nulla di “giusto” perché scontare una pena non è una tortura e le condizioni di detenzione devono essere dignitose, come prevedono il dettato costituzionale e i principi del diritto umanitario internazionale. La Giornata è nata il 10 agosto 1974, quando un detenuto, Eddie Nalon, morì in circostanze sospette, nel carcere canadese di Millhaven. Un anno dopo i ristretti del penitenziario dove stava scontando la pena Eddie organizzarono uno sciopero della fame per ricordare la sua morte e fu così celebrata la prima “Giornata internazionale per la giustizia nelle carceri” che fu poi istituita ufficialmente dal 1976, per richiamare l’opinione pubblica e le istituzioni all’attenzione dei diritti fondamentali dei detenuti a cui viene tolta la libertà ma non la dignità, come più volte ha sottolineato il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nei mesi scorsi denunciando insostenibile il sovraffollamento delle carceri italiane e i suicidi dei ristretti “sconfitta dello Stato”. Per questo, alla vigilia del 10 agosto, Monica Formaiano, garante dei diritti delle persone private della libertà personale del Piemonte, ha diffuso un comunicato in cui ricorda a cittadini e istituzioni quanto sia “necessario promuovere un sistema penitenziario capace di coniugare sicurezza, legalità e rispetto della dignità umana e favorire ogni iniziativa per assicurare alle persone detenute i diritti fondamentali e reali percorsi d’inserimento”. La garante, richiamando l’articolo 27 della Costituzione - che stabilisce che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione delle persone condannate - ricorda che “è dovere delle istituzioni investire in modo strutturale in concrete opportunità d’istruzione, formazione e assistenza sanitaria e psicologica affinché il periodo di detenzione possa rappresentare un reale percorso di responsabilizzazione e reinserimento sociale”. Vigilare sul pieno rispetto dei diritti delle persone private della libertà personale e promuovere una cultura della pena fondata sulla legalità è uno dei pilastri di uno Stato che rigetta la pena vendicativa offrendo a chi ha sbagliato la possibilità di fare i conti con la giustizia e ripartire. “La giustizia nelle carceri” - conclude Monica Formaiano - significa assicurare condizioni di vita dignitose e tutelare la salute fisica e mentale affinché la pena mantenga la propria funzione costituzionale senza mai trasformarsi in sofferenza o abbandono: una giustizia davvero efficace non si misura solo con la certezza della pena ma anche con la capacità di offrire effettive possibilità di cambiamento, riducendo la recidiva e rafforzando la sicurezza collettiva attraverso percorsi di inclusione e recupero”. E un carcere dove sia possibile, anche nei mesi estivi, dedicare tempo ad attività di formazione, aggregazione e rieducazione a temperature accettabili dovrebbe rientrare in un sistema penitenziario “giusto”. Abruzzo. La Regione ricorda i detenuti con i familiari delle vittime di Andrea Rapino abruzzospeciale.it, 11 agosto 2026 Nella sala D’Ascanio a Pescara incontro di riflessione in occasione del “Prisoners’ Justice Day”. La garante regionale Scalera: “Dietro ogni numero c’è una vita, la privazione della libertà non può significare perdita della dignità della persona”. “La qualità di un sistema penitenziario si misura dalla capacità di proteggere le persone più fragili. La memoria di chi non è più tornato a casa deve tradursi in un impegno concreto affinché la pena rimanga conforme ai principi costituzionali e non venga mai meno il rispetto della persona”: lo ha ribadito Monia Scalera, garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive, durante il momento di riflessione ospitato nella sala D’Ascanio del palazzo della Regione a Pescara, in occasione del “Prisoners’ Justice Day”, la giornata internazionale dedicata alla giustizia nelle carceri e al ricordo delle persone che hanno perso la vita durante la detenzione. L’incontro si è aperto con la lettura, seguita un minuto di silenzio, dei nomi delle persone detenute che hanno perso la vita in carcere negli ultimi due anni in Abruzzo. “Un elenco di nomi, di storie e di vite che non potevano essere ridotte a semplici numeri”, ha sottolineato Scalera, “pronunciare quei nomi significa restituire un volto e una dignità a persone che non ci sono più e ricordare che dietro ogni numero c’è una vita, una famiglia, una storia”. All’iniziativa hanno partecipato l’assessore regionale alle Politiche sociali Roberto Santangelo, Renata De Rugeriis Juarez per Amnesty International, Adele Di Rocco per l’associazione Codice Rosso ed Edoardo Margiotta per l’associazione Volontari Peligni. Presenti anche i familiari di Patrick Guarnieri e Domenico Di Rocco, due persone decedute durante il periodo di detenzione. “Il Prisoners’ Justice Day”, ha spiegato Scalera, “è un’occasione di memoria e di responsabilità. Ricordare chi ha perso la vita in carcere significa riaffermare un principio fondamentale dello Stato di diritto: la privazione della libertà non comporta mai la perdita della dignità della persona. Lo Stato è chiamato a garantire il diritto alla vita, alla salute e alla cura di ogni persona affidata alla sua custodia”. Nel corso dell’incontro è stato ribadito come le condizioni detentive incidano profondamente sul benessere fisico e psicologico delle persone ristrette e come fenomeni quali il sovraffollamento, la carenza di personale, le difficoltà di accesso alle cure e il disagio psichico rendano ancora più urgente un impegno condiviso delle istituzioni. L’obiettivo dell’iniziativa è promuovere una riflessione sul valore della dignità umana, sulla prevenzione del rischio suicidario, sul diritto alla salute e sulla necessità di un sistema penitenziario capace di coniugare sicurezza, umanità e percorsi di reinserimento sociale. “La partecipazione dell’assessore Santangelo”, sottolinea una nota della Regione, “ha testimoniato l’attenzione verso i temi della tutela dei diritti delle persone private della libertà personale, dell’inclusione sociale e dell’umanizzazione della pena, nella consapevolezza che il rispetto della dignità umana rappresenta un valore fondamentale di ogni comunità democratica”. Friuli Venezia Giulia. Carceri sovraffollate, Sbriglia: “Qui parliamo di vite umane” di Ludovica Siani rainews.it, 11 agosto 2026 A Trieste 255 detenuti a fronte di una capienza di 150 posti. Il garante regionale: “Servono più misure alternative alla pena”. Si potrebbe partire dai numeri per descrivere la situazione e il sovraffollamento degli istituti penitenziari del Friuli Venezia Giulia, ma il garante regionale dei diritti della persona, Enrico Sbriglia, sceglie di raccontare la dimensione di ciò che ha visto e analizzato attraverso i dati con un’immagine: “Se tu hai due litri e mezzo d’acqua e li versi in una bottiglia da un litro e mezzo, inevitabilmente l’acqua si spande. Succede la stessa cosa nelle carceri, ma qui parliamo di vite umane”. Sbriglia legge con grande preoccupazione i dati aggiornati al 9 agosto relativi alla capienza e alle presenze nel carcere di Trieste: “Parliamo di un carcere - spiega - che dovrebbe contenere sulla carta 150 persone detenute, mentre le presenze erano 255, quindi ben oltre la capacità ricettiva”. A tutto questo si aggiunge l’estate, quando il caldo e la mancanza di attività rendono la situazione ancora più difficile. Celle sovraffollate significano infatti anche il rischio di maggiori tensioni all’interno degli istituti. Diverse sono le priorità indicate dal garante per affrontare la difficile situazione del sovraffollamento. Alcune sono già state messe in campo, mentre per altre è necessaria una visione diversa: “Certamente - dice il garante - il nuovo carcere di San Vito al Tagliamento credo che possa favorire una mitigazione degli effetti più perversi che viviamo in regione. Occorrono politiche criminali diverse, ma soprattutto occorre puntare sulle misure alternative alla pena. Serve anche il coraggio di rischiare, sia da parte delle forze dell’ordine sia della magistratura di sorveglianza, perché sarebbe un rischio non più grave rispetto a quello che sta accadendo mantenendo un numero così alto di persone in carcere”. Cremona. Morto il detenuto ustionato nell’incendio della cella, la Procura ha aperto un fascicolo di Marco Pessina Corriere della Sera, 11 agosto 2026 Salaheddine Nekhli aveva 39 anni. Sarebbe uscito dal carcere tra pochi giorni. È morto nel primo pomeriggio del 10 agosto, Salaheddine Nekhli, il detenuto che era ricoverato in condizioni gravissime al Niguarda. Dopo 11 giorni dall’arrivo in ospedale, il suo cuore ha smesso di battere, probabilmente perché il sistema respiratorio è collassato in seguito alle ustioni di terzo grado sul corpo, che avevano compromesso anche i reni. Al momento non è chiaro cosa sia successo nel carcere di Cremona, dove Nekhli stava scontando la pena (sarebbe uscito a metà agosto). Il 30 luglio i familiari hanno ricevuto la comunicazione dalla Casa circondariale che il giorno stesso il 39enne marocchino aveva riportato delle ustioni ed era stato quindi portato al Niguarda, un punto di riferimento nel trattamento di questi casi. Ora la salma è a disposizione dell’autorità giudiziaria per l’autopsia. Poi, su volontà della famiglia, il corpo farà rientro in Marocco. I parenti, tramite l’avvocato Giovanni Pignataro, hanno lamentato di aver ricevuto poche e contraddittorie informazioni sulla dinamica dell’incidente. Tra le ipotesi che sarebbero state riferite in un primo momento, un incendio, una rissa o uno scontro tra detenuti. Secondo il Sindacato autonomo polizia penitenziaria (Sappe), Nekhli si sarebbe dato fuoco. Sull’episodio indaga la Procura di Cremona, il fascicolo è stato aperto dal pm Giannangelo Maria Fagnani. Nekhli si trovava dall’inverno del 2023 nel carcere di Cà del Ferro a Cremona, una struttura che soffre sempre di più il problema del sovraffollamento: in base ai dati del ministero della Giustizia, la capienza regolamentare è di 394 detenuti, mentre quella effettiva è di 617. A Cà del Ferro Nekhli faceva diversi lavori di manutenzione e mansioni di altro genere all’esterno delle palazzine del carcere, ma sempre dentro le mura. Prima di entrare nella casa circondariale di Cremona, il 39enne, con problemi di tossicodipendenza, svolgeva attività lavorative all’esterno del carcere di Busto Arsizio, permesso che gli era stato poi revocato. Potenza. Morto un giovane detenuto tunisino nel Cpr, sarebbe caduto dal tetto ufficiostampabasilicata.it, 11 agosto 2026 Si è consumata una nuova tragedia nel Cpr di Palazzo San Gervasio in provincia di Potenza. A perdere la vita un giovane tunisino che secondo una prima versione dei fatti sarebbe salito sul tetto e da lì scivolato precipitando fatalmente al suolo. Sul posto sono intervenuti i sanitari del 118 oltre che le forze dell’ordine con Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza. Nella struttura al 5 agosto erano presenti circa un centinaio di migranti. Appresa la notizia davanti ai cancelli è arrivata una delegazione dei componenti dell’Assemblea lucana No Cpr che ha denunciato come da giorni i detenuti vivessero condizioni di grave criticità. Arrivata anche la Garante dei diritti delle persone private della libertà personale della Provincia di Potenza, Carmen D’Anzi, che ha detto di avere piena fiducia nella magistratura ribadendo il suo impegno in favore della chiusura di queste strutture di detenzione amministrativa. Barcellona Pozzo di Gotto (Me) Detenuto suicida in cella, l’avvocato: “Una tragedia annunciata” di Hermes Carbone 98zero.com, 11 agosto 2026 “Una morte che si poteva serenamente evitare”. È il duro giudizio dell’avvocato Gaetano Pino, legale del detenuto di 33 anni trovato morto lo scorso 2 agosto all’interno della casa circondariale di Barcellona Pozzo di Gotto. Il legale punta l’attenzione sulle condizioni psicopatologiche del giovane e sulle misure che, a suo dire, avrebbero dovuto essere adottate per impedirne il suicidio. “Questo giovane aveva un quadro psicopatologico assolutamente grave - sostiene Pino. Lo Stato doveva garantire, attraverso visite specialistiche e frequenti controlli, un monitoraggio costante, anche a vista, in virtù di un pericolo concreto e attuale”. La difesa concentra le proprie accuse sulle presunte omissioni nella gestione del giovane. Un elemento ritenuto particolarmente rilevante riguarda infatti le segnalazioni della madre: “Aveva due volte scritto all’autorità, preavvisando che ciò poteva realmente, concretamente avvenire. E purtroppo è avvenuto”. La Procura di Barcellona Pozzo di Gotto ha avviato gli accertamenti, disponendo l’esame autoptico eseguito lo scorso 4 agosto e il sequestro della documentazione sanitaria. “Non si può consentire che un detenuto affidato alle cure dello Stato possa morire proprio nelle mani dello Stato”, afferma il legale, che chiede di fare piena luce sulle “mancanze e omissioni” che, a suo giudizio, avrebbero contribuito alla morte. Dal 2022 al 2025 almeno 319 detenuti si sono tolti la vita in Italia. Come confermato dall’ultimo Rapporto Antigone sulla detenzione nelle carceri e pubblicato a giugno, dall’inizio del 2026 si sono già registrati altri 24 suicidi, con il carcere di Barcellona Pozzo di Gotto resta una delle case circondariali in cui si registrano più decessi a livello regionale. Padova. Detenuto vuole la cella singola, sanzionato: il caso in Corte Costituzionale di Angela Pederiva Il Gazzettino, 11 agosto 2026 Proteste al Due Palazzi contro la seconda branda: “Meno di 3 metri quadri a testa”. La punizione non viene sospesa malgrado il ricorso. Il giudice: “Dubbi di legittimità sulla norma”. Arrivano davanti alla Corte Costituzionale le proteste dei detenuti contro il sovraffollamento del carcere Due Palazzi. Infatti l’Ufficio di Sorveglianza di Padova, che fa capo al Tribunale di Venezia, ha sollevato questione di legittimità della normativa sull’ordinamento penitenziario, nel passaggio in cui non prevede che le sanzioni disciplinari “afflittive” siano sospese, dal momento in cui vengono impugnate e attendono di essere valutate dal giudice. Il caso riguarda nello specifico un condannato in via definitiva a 30 anni di reclusione per omicidio, che così come gli altri ristretti aveva reagito alla volontà della direzione di aggiungere una seconda branda nella cella singola, facendo scendere in questo modo lo spazio pro capite sotto i 3 metri quadrati. La vicenda è ambientata in un’ala della casa di reclusione che accoglie i detenuti ammessi al lavoro mentre espiano l’ergastolo o il fine pena lungo, collocati da soli “in stanze di 7 metri quadrati al lordo degli arredi”. Nell’autunno scorso sei reclusi si erano ribellati con particolare foga all’annuncio dei vertici. Dagli atti risulta che il 57enne agrigentino “minacciava di autolesionarsi e di chiedere il suo trasferimento immediato in Sicilia”, nel caso in cui fosse stato montato il secondo letto. Un altro “suggeriva di mettere la terza branda in stanze occupate da detenuti non meritevoli e che non avevano nulla da perdere sotto il profilo del percorso trattamentale”. Un altro ancora “si toglieva la giacca da lavoratore dicendo che potevano dare il suo posto ad un altro detenuto e mettere lui in isolamento”. C’era chi “rivendicava con veemenza il diritto alla stanza singola pur essendo “oziante”, chi “si scagliava verso l’ispettrice addetta alla sorveglianza generale venendo trattenuto dai colleghi e da un altro detenuto”, chi “minacciava di devastare (e distruggere) gli ambienti, rendendo lo spazio non utilizzabile e non occupabile da altre persone”. Alla fine la decisione era stata revocata, tanto che il successivo arrivo di venti detenuti da un altro istituto era stato risolto con la loro collocazione in altre sezioni, dove le celle erano leggermente più spaziose. Nel frattempo erano però scattate le sanzioni disciplinari per le intemperanze. In particolare al 57enne erano stati comminati dieci giorni di esclusione dalle attività ricreative e sportive. Il detenuto aveva presentato reclamo, spiegando “di avere accettato di vivere a distanza di oltre 1.000 chilometri dalla famiglia proprio per il fatto di poter avere una stanza singola che gli consentiva non solo di lavorare, ma anche di studiare”. Dal suo punto di vista era sbagliata anche la soluzione, prospettata dal Due Palazzi, di non occupare troppa superficie utilizzando il letto a castello, perché questo avrebbe comportato “tutta una serie di disagi nella convivenza con il secondo detenuto, sia per la scelta circa chi fosse destinato a salire sopra, sia per il disagio di salire e scendere di notte”. Le verifiche disposte dal magistrato di Sorveglianza “hanno portato ad accertare che la metratura delle stanze della sezione, al netto degli arredi fissi, è effettivamente inferiore, anche se di poco, ai 6 metri quadrati, sicché la collocazione della seconda branda avrebbe portato la metratura pro capite sotto i 3”. La direzione ha evidenziato le misure compensative per i reclusi, che in quell’ala “sono impegnati in attività trattamentali (prevalentemente lavoro) e possono fruire nella medesima sezione di sala socialità, lavanderia e spazio per telefonare dalla mattina alle ore 7.30 fino alle 19.30 senza soluzione di continuità, avendo le camere aperte”. Esaminando il caso del 57enne, il Tribunale ha osservato che “la sanzione è già stata eseguita nonostante il reclamo immediatamente presentato dal detenuto”, in quanto la normativa in vigore non prevede che quel tipo di ricorso “comporti un effetto sospensivo” in attesa che il giudice si esprima. Ebbene, per l’Ufficio c’è da dubitare “della legittimità costituzionale” di una simile disposizione, per cui ora la legge sarà vagliata dalla Consulta. Anche se il detenuto ha già scontato la punizione, rimane ugualmente “l’interesse al reclamo”, in quanto “la sanzione, di una certa entità, è comunque idonea a “macchiare” il percorso detentivo”. La circostanza potrebbe infatti pesare nella valutazione della sua personalità “da parte dell’équipe di osservazione e trattamento”, anche ai fini “della liberazione anticipata e dei benefici premiali”, come “permessi premio e misure alternative”. Lauro (Av). Storia di Giulietta, appena nata e destinata a vedere muri e sbarre di Ciro Pellegrino fanpage.it, 11 agosto 2026 Il garante dei detenuti in Campania Samuele Ciambriello: “Può il carcere possa essere il primo orizzonte di vita per una bambina?”. Giulietta è appena nata, il suo sguardo si infrange sui muri e non ha cielo. La mamma, Valentina, trentuno anni, italiana, è stata condannata a due anni e sei mesi di detenzione per furto. A giugno, Valentina si è vista respingere gli arresti domiciliari: ora che la bimba è nata e una volta conclusa la fase ospedaliera andrà con la madre nell’ICAM (Istituto a Custodia Attenuata per Madri Detenute) di Lauro, in provincia di Avellino. Ad oggi nel nostro Paese sono trentadue le donne detenute con figli, sedici si trovano proprio a Lauro, sono per metà italiane e per metà straniere. Per la precisione si tratta di una ragazza incinta e altre quindici con prole. Samuele Ciambriello, garante dei diritti dei detenuti della Campania, spiega: “Fino allo scorso anno la legge in Italia lasciava al giudice una discrezionalità sulla possibilità che le donne incinte o con figli piccoli non andassero in carcere. Questa discrezionalità è venuta meno”. Sono gli effetti del cosiddetto decreto-sicurezza del governo Meloni che ha trasformato il rinvio dell’esecuzione della pena per le donne incinte e le madri con figli sotto l’anno di età da obbligatorio in facoltativo, demandando al giudice la decisione caso per caso, mentre un tempo era automatico. In pratica, se il giudice decide di non rinviare la pena, la detenzione deve avvenire in Istituto. L’ICAM di Lauro può ospitare fino a 25 persone; altri istituti del genere si trovano a Venezia, Torino e Milano; ce n’è uno a Cagliari quasi sempre vuoto. Nei giorni scorsi Ciambriello ha portato a Lauro una piscinetta e altri prodotti per i bambini. Racconta: “Avevo in braccio un bambino di tre mesi e un altro nato da appena sei giorni, e li hanno portati in qui. Lauro, è un ex carcere per tossicodipendenti, ha in organico ventotto agenti di polizia penitenziaria, di cui solo nove donne”. In questi giorni gli avvocati di Valentina hanno richiesto nuovamente gli arresti domiciliari, per evitare che la vita di Giulietta inizi in carcere appena nata. “Può - conclude Ciambriello - il carcere essere il primo orizzonte di vita per una bambina?”. Il lessico sull’immigrazione che ci fa regredire di Christian Raimo Il Domani, 11 agosto 2026 Dopo la crisi di Ceuta, il securitarismo ha surclassato ogni altra retorica. Nella narrazione degli esponenti della destra la famiglia migrante è accusata di essere un agente di regressione culturale. Attraverso questa confusione lemmatica il discorso sull’immigrazione fa ogni giorno giganteschi passi indietro, a concezioni vecchie secoli. La scorsa settimana è stata la peggiore da anni, per il discorso pubblico sull’immigrazione. Il securitarismo ha surclassato ogni altra retorica: rafforzare le frontiere esterne, combattere i trafficanti, rendere più efficaci i rimpatri, eliminare ogni fattore che possa incentivare nuovi ingressi illegali, il feroce e inefficace modello Albania rivendicato come matrice da replicare. Cento morti lasciati senza lacrime, e i ragazzini di Ceuta sono ancora nell’exclave a vagare. Il primo agosto Meloni ha ribadito su X come le immagini di Ceuta dimostrino l’urgenza di alzare muri, lo stesso giorno il ministro Giuseppe Valditara ha annunciato un emendamento al ddl Sicurezza per vietare il burqa in classe e, in parallelo, corsi di italiano per i genitori stranieri per “evitare che uno studente disimpari a casa quanto appreso in classe”. La famiglia migrante è accusata di essere un agente di regressione culturale, e il bilinguismo, che la ricerca in linguistica considera una risorsa cognitiva, una contaminazione da bonificare. Nella stessa intervista Valditara ha collocato la propria posizione con precisione lessicale: “Sono per l’integrazione e non per l’inclusione”. È un paradigma che il ministro ha fatto proprio altre volte, volendo marcare una distanza esplicita rispetto alle politiche d’inclusione e di fatto però confondendo integrazione e assimilazione. Attraverso questa confusione lemmatica il discorso sull’immigrazione fa ogni giorno giganteschi passi indietro, a concezioni vecchie secoli. Di fronte all’oscena provocazione nazista della remigrazione ormai diventata ordinaria, il centrodestra prova a smarcarsi da Vannacci ritirando fuori il concetto di assimilazione, dopo che questa è stata per trent’anni la parola-tabù rispetto a cui tutte le altre si definivano: chi è straniero verrebbe accolto a condizione di sparire come straniero, di adottare lingua, costumi e valori della maggioranza fino a diventarne indistinguibile. In Italia non ha mai avuto una stagione legislativa organica (anche perché siamo stati terra di emigrazione fino agli anni Settanta), ma questa concezione colonialista riaffiora ogni volta che si chiede agli immigrati di “adeguarsi ai nostri valori” prima ancora di discutere di diritti, nei dibattiti su velo, crocifisso, mense. Una crociata anti islamica nelle classi, la scuola laboratorio di esclusione Le politiche migratorie L’Italia è entrata ufficialmente nelle politiche migratorie già parlando di integrazione. La legge Martelli del 1990 (nata dopo l’omicidio di Jerry Masslo) è la prima legge organica sull’immigrazione; la Turco-Napolitano del 1998 insieme alle infamità dei Cpr costruisce anche l’impianto dei permessi di soggiorno, del ricongiungimento famigliare, un embrione di servizi sociali per gli stranieri regolari. L’integrazione è l’obiettivo esplicito: si mantiene una propria identità culturale ma si è chiamati a inserirsi nelle istituzioni condividendone le regole; è un modello meno coercitivo dell’assimilazione, ma sempre asimmetrico: chi si integra è sempre lo straniero, la società che riceve non è tenuta a trasformarsi. La Bossi-Fini del 2002 segna la prima torsione securitaria, legando il permesso di soggiorno al contratto di lavoro - e facendo dell’integrazione una condizione da dimostrare costantemente pena l’espulsione. Da lì il lemma scivola verso “adeguamento utile al mercato del lavoro”: lo straniero integrato essenzialmente è quello che lavora e non pesa sul welfare. Le cose peggiorano con il centrosinistra del decreto Minniti-Orlando del 2017, e poi ancora con i decreti Salvini del 2018-19 e il decreto Cutro del 2023, che restringono progressivamente protezione umanitaria e accoglienza diffusa. Il termine integrazione perde qualunque significato culturale, finisce per coincidere quasi solo con “regolarità amministrativa”. In quest’asfissia politica, concetti come multiculturalismo e interculturalismo sono spariti o visti ormai come sinonimi di vizio da estirpare. Il modello anglosassone e nordeuropeo, che riconosce e tutela le comunità come gruppi con proprie istituzioni e spazi di rappresentanza, non ha mai attecchito in Italia in forma organica. Come con la lagna contro il politicamente corretto, il multiculturalismo è entrato nel dibattito solo per parlarne in negativo, come sinonimo di ghettizzazione e comunitarismo, se non brodo per il fanatismo. Dal Partito comunista ad Atreju: è Minniti il maestro della destra avanguardia dell’intercultura L’Italia invece è stata un’avanguardia dell’intercultura, soprattutto nella scuola. Fin dalle circolari dei primi anni Novanta l’ha adottato come orizzonte pedagogico: non la giustapposizione di comunità separate ma la costruzione di un terreno comune a partire dalle differenze. Il documento del 2007 “La via italiana per la scuola interculturale e l’integrazione degli alunni stranieri” resta il testo più avanzato prodotto dalle istituzioni italiane sul tema: c’è il rifiuto sia dell’assimilazionismo che del multiculturalismo, a favore di un modello in cui la scuola si trasforma nell’incontro. (Quel documento dice l’esatto contrario del ministro: la lingua d’origine è una risorsa da valorizzare). Quella stagione scolastica ha prodotto pratiche reali - protocolli di accoglienza, commissioni intercultura, mediatori, laboratori di italiano L2 - pur restando documento pedagogico, non giuridico. Ha orientato la didattica, senza purtroppo toccare cittadinanza, voto, welfare. E si è retto sull’iniziativa dei singoli istituti, con fondi tra i primi a essere tagliati e nessun aggiornamento organico da vent’anni, mentre gli studenti di cittadinanza non italiana sono più che raddoppiati, superando il mezzo milione. Intanto nel lessico ministeriale l’interculturalismo non compare più, paria lessicale. Nazione, confini, remigrazione. I mantra del lessico sovranista L’ultimo arrivato in termini di tempo è inclusione: nato nel campo della disabilità, poi esteso a ogni forma di diversità, oggi compare ovunque, piani triennali, Pon, bandi Pnrr... Ma l’onnipresenza burocratica ne ha svuotato il significato. Anche qui un regresso: che oggi un ministro affermi che occorre sostituire l’inclusione con l’integrazione mostra quanto si vuole svilire il principio giuridico su cui si regge dal 1977 l’intero impianto della scuola comune, che ci ha portato ad abolire le classi differenziali prima di quasi tutti in Europa. La formula più onesta, che comincia a circolare nella sociologia critica e pochissimo nei testi normativi, è convivenza tra differenze: rinuncia a promettere un equilibrio stabile e descrive un processo da rinegoziare continuamente. È quel che accade in scuole e periferie. Così si crea uno spazio politico per il convitato di pietra di questa disfida semantica, il concetto di cittadinanza. I significanti ambigui, regressivi, opacizzano il deserto etico di governi che non hanno il coraggio di pensare a un futuro di universalismo e uguaglianza e si scudano con parole sempre più invecchiate e meno coraggiose. Contro la ferocia della destra serve spiegare la complessità. *Scrittore e traduttore Migranti, l’asse che spacca l’Ue di Andrea Colombo Il Manifesto, 11 agosto 2026 Meloni e la premier danese via social invocano i return hub ma la rincorsa a chiudere i confini manda in crisi i rapporti nell’Unione. Giorgia Meloni, premier del governo più di destra che ci sia in Europa, e Mette Fredriksen, leader socialdemocratica di uno di quelli più di sinistra, inaugurano insieme, con post corredato da amicale video, una settimana delicatissima sul fronte dell’immigrazione. Ammettono di non essere sempre d’accordo su tutto. Ma quando si tratta di migranti parlano la stessa identica lingua: “Non accettiamo un’immigrazione incontrollata verso l’Europa e abbiamo promosso una politica migratoria rigorosa, sia nelle nostre nazioni, sia in Europa”. Non millantano: la svolta che ha spostato l’Unione verso la strategia dei respingimenti e della “fortezza Europa” è in buona parte frutto dei loro sforzi congiunti. La posizione delle premier di sponde opposte è identica, dalla “necessità di difendere i nostri valori e il nostro modo di vivere” all’allarme per gli “impatti negativi dell’immigrazione illegale sulle nostre società: aumento dei tassi di criminalità, crescente pressione sui servizi pubblici, erosione della fiducia dei cittadini”. Le due mirano a un obiettivo preciso e non lo nascondono: “Ora cosa possiamo fare di più? Bisogna realizzare centri di rimpatrio in Paesi terzi, così come altre soluzioni innovative al di fuori dell’Europa”. Il post a braccetto è una pressione bipartisan sull’Europa perché accolga e sostenga anche economicamente la proposta di erigere centri di rimpatrio nei paesi terzi, sul modello sperimentato con grande insuccesso dall’Italia in Albania. È un’offensiva che coinvolge in pieno anche il Ppe. Mentre le due premier occupavano la rete, il leader del Ppe Weber rilanciava dalle colonne del Frankfurter Allgemeine Zeitung la loro stessa formula: “L’Europa deve realizzare rapidamente dei return hub in Africa”. Per questo “serve un mandato chiaro alla commissione”. Weber aggiunge una seconda proposta: “Se le autorità nazionali non sono disposte a proteggere le nostre frontiere, allora Frontex deve ricevere anche poteri di comando”. La corsa a perdifiato verso la blindatura armata dei confini che manda in solluchero Tajani: “Condivido le proposte di Weber e del Ppe. Dobbiamo difendere insieme le nostre frontiere esterne e potenziare Frontex come vera agenzia europea di guardia di frontiera”. Per l’Europa si avvicina una fase elettorale decisiva. Sarà giocata non su problemini secondari come la guerra in Ucraina, la crisi energetica o il cambiamento climatico, ma sull’eterno panico da invasione migrante. Con la destra all’offensiva ovunque, i centristi e a volte anche la sinistra a rincorrere. In Francia l’ex primo ministro Philippe, che si prepara a competere con Le Pen, è tassativo: chiede di sospendere sia Schengen che le richieste di asilo. Ma una competizione tutta giocata sul chi promette il pugno più duro contro gli immigrati porta inevitabilmente a una guerra di tutti contro tutti fra gli Stati europei. L’Italia ha già più fronti aperti. Il governo Merz, il più amichevole con l’Italia tra i grandi Paesi europei, insiste con la richiesta di “restituire” all’Italia e alla Grecia i cosiddetti “dublinanti”, sbarcati nei Paesi di primo approdo ma poi passati in Germania. Per Berlino, dopo la sanatoria che ha riguardato circa 60mila immigrati fatti passare dalle frontiere colabrodo italiane, devono essere riaccolti dall’Italia quelli arrivati dal dicembre scorso. Il Viminale replica che non ne accoglierà nessuno prima che siano state computate le “compensazioni” previste dall’accordo di giugno e punta l’indice contro le Ong “prevalentemente tedesche”, ree di salvare migranti e portarli in Italia. Si tratta di persone, “non possono diventare merce di scambio tra i governi” replicano le Ong, ma la realtà è che oggi quelle persone sono invece proprio strumenti di propaganda politica. Il fronte aperto con Berlino si aggiunge allo scontro con la Spagna. Il commissario europeo agli Interni Brunner continua nella sua opera di mediazione. Il primo passo dovrebbe essere la blindatura di Ceuta da parte di Madrid, anche con l’aiuto europeo. Su questa base, il 15 agosto l’Italia riaprirebbe i confini, Sánchez dovrebbe fare lo stesso poco dopo. Sempre che tutto vada bene e non è affatto detto. Meloni-Frederiksen, l’asse anti-migranti che disorienta l’Ue di mauro bazzucchi Il Dubbio, 11 agosto 2026 Si potrebbe dire “la strana coppia” ma fino a un certo punto, per chi segue da un po’ di tempo le vicende europee. Ma se finora per la nostra presidente del Consiglio Giorgia Meloni e la premier danese Mette Frederiksen si era potuto parlare di convergenze, ora sarebbe più lecito raccontare di un vero e proprio asse politico, reso singolare dal fatto che le culture politiche di provenienza sono opposte. È pur vero che in questa fase Palazzo Chigi sta cercando di sfruttare, sul terreno dell’immigrazione, ogni spazio disponibile, anche quando la sponda arriva dall’altra parte dello schieramento. E se in passato, sempre sul fronte dell’immigrazione, c’è stato il socialista albanese Rama, ora la sponda arriva da una socialdemocratica di scuola scandinava, assieme alla quale ha firmato un messaggio congiunto che per toni e contenuti potrebbe tranquillamente essere uscito da un vertice della destra europea. Non un dettaglio, proprio mentre Roma è ai ferri corti con la Spagna socialista di Pedro Sánchez e ha appena attraversato una fase di tensione con la Germania sul nodo dei movimenti secondari. Meloni e Frederiksen, del resto, mettono subito le mani avanti. “Molti potrebbero interrogarsi sulla nostra collaborazione. Proveniamo da posizioni politiche molto diverse e certamente non siamo d’accordo su tutto”, scrivono, ricordando di essere le uniche due donne alla guida di un governo nell’Ue, una “di un grande Paese del Sud”, l’altra “di un piccolo Paese del Nord”. Poi, però, arriva il punto: “Siamo unite dal nostro desiderio di difendere l’Europa. Non accettiamo un’immigrazione incontrollata verso l’Europa, e abbiamo promosso una politica migratoria rigorosa, sia nelle nostre Nazioni sia in Europa”. Fin qui, considerando le posizioni assunte da Frederiksen negli ultimi anni, nessuna sorpresa clamorosa. A colpire è semmai il linguaggio utilizzato dalle due leader. “Nessuno può negare gli impatti negativi dell’immigrazione illegale sulle nostre società: aumento dei tassi di criminalità, crescente pressione sui servizi pubblici ed erosione della fiducia dei cittadini”. E ancora: “È particolarmente grave quando migranti illegali, privi del diritto di rimanere nelle nostre Nazioni, commettono crimini violenti, trafficano droga o si rendono responsabili di violenze sessuali”. Parole che assumono un peso politico particolare proprio perché a sottoscriverle non è soltanto la leader di FdI, ma una delle figure più importanti della famiglia socialista europea. Frederiksen rappresenta da tempo un’anomalia nel suo campo: progressista sul terreno economico e sociale, ha costruito sull’immigrazione una delle politiche più severe del continente. Ed è esattamente dentro questa contraddizione che Meloni prova a infilarsi, trasformando una convergenza concreta in un argomento politico contro chi continua a leggere il dossier migratorio secondo la vecchia divisione tra destra e sinistra. L’intesa, peraltro, non nasce oggi. Roma e Copenaghen avevano già trovato una sintonia sulla possibilità di realizzare centri per i rimpatri in Paesi terzi, sulla scia di quel “modello Albania” voluto dal governo italiano e diventato per mesi terreno di scontro politico e giudiziario. Ora Meloni e Frederiksen rilanciano: “Bisogna realizzare centri di rimpatrio in Paesi terzi, così come altre soluzioni innovative al di fuori dell’Europa. Ci stiamo lavorando con impegno”. E non si fermano ai confini. “Per troppo tempo, soprattutto le persone comuni hanno pagato un prezzo troppo alto a causa di un’immigrazione incontrollata”, sostengono, rivendicando anche il lavoro compiuto per modificare gli equilibri nell’applicazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo nei confronti degli stranieri responsabili di reati gravi. Quindi il passaggio forse più identitario: “Entrambe siamo orgogliose del patrimonio culturale cristiano dell’Europa e vogliamo proteggerlo”. Chi sceglie di vivere nel continente deve rispettarne i valori “e non cercare di imporci modelli di vita che non condividiamo”. Tanto più che l’asse con Copenaghen nasce mentre altrove le cose vanno decisamente peggio. Con Madrid lo scontro è esploso dopo la crisi di Ceuta e la sospensione italiana di Schengen, cui la Spagna ha risposto con controlli sui cittadini italiani in arrivo. Con Berlino, invece, il nodo riguarda i movimenti secondari e la richiesta tedesca di riprendere i migranti approdati in Italia sulla base del nuovo Patto Ue entrato in vigore il 12 giugno. Il Viminale replica che le nuove disposizioni possono riguardare soltanto gli arrivi successivi a quella data. Su quest’ultimo fronte, però, qualche nube sembra essersi diradata. Manfred Weber, leader del Ppe, ha proposto sulla “Frankfurter Allgemeine Zeitung” return hub in Africa e un deciso rafforzamento di Frontex, fino a 50mila agenti e con maggiori poteri sulle frontiere esterne. Antonio Tajani non si è lasciato sfuggire l’occasione: “Condivido le proposte di Manfred Weber e del Ppe”, ha scritto, rilanciando hub africani, rimpatri più rapidi e lotta ai trafficanti. Con Madrid, dunque, resta il gelo, con Berlino si prova a ricucire e con Copenaghen nasce un asse politicamente improbabile ma proprio per questo utile. Nel complicato risiko europeo sull’immigrazione, per Meloni conta soprattutto non restare senza sponde. La vera crisi Ue sui migranti? Governi che non cooperano e solidarietà in tilt di Emilio De Capitani Il Domani, 11 agosto 2026 Che fine ha fatto la “leale cooperazione” tra gli Stati membri? Dovrebbe essere alla base della nostra costruzione comune europea: è un principio giuridico vincolante. I fatti delle ultime settimane sono sintomo di una crisi di quel principio di solidarietà che dovrebbe governare la politica europea. Che fine ha fatto la “leale cooperazione” tra gli Stati membri, che dovrebbe essere alla base della nostra costruzione comune europea? La crisi che è emersa attorno ai fatti di Ceuta, per poi proseguire in questi giorni, ci è stata raccontata soprattutto come una crisi riguardante le relazioni fra Italia e Spagna. Ma è il sintomo di una crisi molto più grave di quel principio di solidarietà che dovrebbe governare la politica europea in materia di mobilità delle persone ripresa al titolo V del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea in materia di frontiere, immigrazione e asilo. Non parliamo di un principio “politico”, ma di qualcosa che è nell’ossatura della nostra Unione, e che dovrebbe essere patrimonio condiviso: il “principio di solidarietà” è infatti espressamente previsto per queste politiche dal Trattato (art. 80 TFUE) e, dall’entrata in vigore del Trattato di Lisbona (dicembre 2009). Si tratta insomma di un principio giuridicamente vincolante: impone la cooperazione leale fra Stati membri e fra questi e le istituzioni, e che conferma soprattutto la fiducia reciproca che dovrebbe essere alla base della costruzione europea. La storia degli scorsi giorni avrebbe quindi potuto - e dovuto - svilupparsi in maniera diversa? Anzitutto, davanti a un afflusso massiccio di migranti nella exclave spagnola, il governo spagnolo ha considerato di potervi far fronte con i propri mezzi e non ha attivato il regolamento europeo in materia di crisi e forza maggiore. Appare ingiustificata l’iniziativa del governo Meloni di ripristinare i controlli interni alla zona Schengen (anche se Ceuta non vi ricade) senza essersi prima coordinato con il governo Sánchez. Ma va detto che anche la “ritorsione” dell’esecutivo spagnolo viola il principio di cooperazione leale fra Stati membri e, soprattutto, il fatto che nello stesso spazio europeo di libertà sicurezza e giustizia (art.3 TUE) non ci si può far giustizia da soli o invocare il principio di reciprocità ma si devono attivare le dettagliate procedure che il diritto europeo prevede in queste situazioni nel quadro della cooperazione Schengen. Migranti, la Commissione von der Leyen spalleggia Meloni: “Sánchez sbaglia sulla regolarizzazione” In tutta questa vicenda, a fare una cattiva figura sono poi le stesse istituzioni europee e in particolare la Commissione: avrebbe dovuto offrire subito assistenza alla Spagna e informare gli altri Stati membri invece di limitarsi all’invio di qualche funzionario aggiuntivo dell’agenzia Frontex. Ma non ne esce bene neppure il Consiglio dell’Unione dove 22 ministri hanno tentato di usare la crisi di Ceuta per contestare la politica spagnola di regolarizzare dei migranti irregolari come era suo diritto e come lo è stato per altri Paesi, Italia compresa. Certo, un quadro europeo in materia di migrazione regolare e di “regolarizzazioni” sarebbe perfettamente auspicabile ma sono quegli stessi ministri che si rifiutano di adottarlo nonostante potrebbe essere oggi adottato a maggioranza qualificata. Il fatto è che a nulla serve approvare nuovi trattati per poi svuotarli di contenuti per ragioni di politica interna come, purtroppo gli Stati Ue stanno facendo dopo il Trattato di Lisbona per politiche che dovrebbero essere specifica espressione di diritti fondamentali tra i quali il diritto all’asilo e alla migrazione. Per costruire una effettiva “governance” sovranazionale occorre mettere al centro delle politiche europee le esigenze e la dignità delle persone e non illudersi di risolvere i problemi solo con agenzie e soluzioni “tecniche” ma seguire politiche coraggiose. Purtroppo gli Stati membri e le istituzioni europee preferiscono dividersi proprio sulle scelte politiche, esponendosi così a nuove Ceuta. Emilio De Capitani è stato segretario della Commissione Libertà civili (Libe) dell’Europarlamento Ceuta, Giorgia Meloni unisce i nazionalismi. Ed è così che divide l’Europa. Europa e Italia finanziano nuove telecamere libiche nel “deserto della tratta” di Andrea Ceredani Avvenire, 11 agosto 2026 Sistemi di videosorveglianza elettronica, con la cooperazione del programma Ue Eubam, controlleranno 24 ore su 24 la frontiera con la Tunisia dove i migranti vengono detenuti, torturati, venduti e lasciati morire. A partire dai prossimi mesi decine di telecamere ottiche e termiche affolleranno il tratto tripolitano del confine, già militarizzato da anni, tra Libia e Tunisia. Si tratta di circa 200 chilometri tra il valico di Ras Agedir, sul mare, e Al Assah nel deserto, che ogni anno decine di migliaia di persone migranti, la maggior parte provenienti da Paesi dell’Africa sub-sahariana, sono costrette ad attraversare perché vittime di tratta. Lungo quella frontiera vengono, infatti, trascinati moltissimi migranti già intercettati dalle milizie armate in Tunisia o in mare per essere portati nei lager libici, venduti o abbandonati ormai morti - senza degna sepoltura - nel deserto. Adesso i controlli saranno resi ancora più severi dall’installazione di telecamere progettate per controllare il confine 24 ore su 24 e “individuare precocemente le minacce”. Ovvero i migranti. A spiegarlo è la stessa Guardia di frontiera di Tripoli che, in un messaggio su Facebook, annuncia l’operazione e precisa la collaborazione al progetto di Eubam, la missione Ue - finanziata anche dall’Italia - che per il triennio 2025-27 sosterrà il governo di Tripoli nella gestione delle frontiere con 52 milioni di euro. Quei 200 chilometri, per alcuni migranti, sono il penultimo passo prima della detenzione nei lager libici e del viaggio in mare verso Lampedusa. Ma per la maggior parte restano la porta verso settimane di torture e richieste di riscatto, che terminano anche con la morte e la sepoltura in fosse comuni. Se fare i conti con il numero degli sbarchi in Italia è molto semplice - gli arrivi via mare nel 2025 sono stati 66.296 -, più difficile è dare un volto e un nome a quanti vengono fermati o trasferiti forzatamente lungo la frontiera che porta in Libia, il Paese da cui si salpa quasi sempre per tentare la fortuna in Europa (l’88% delle persone arrivate in Italia nel 2025 sono partite dai porti libici). Secondo il Forum tunisino per i diritti economici e sociali, la Tunisia ha bloccato tra il 2023 e il 2024, quando sono iniziate le operazioni per inasprire i controlli al confine, oltre 100mila persone in fuga, espellendone la maggior parte proprio attraverso la frontiera con la Libia. Dal lato libico invece, quello su cui saranno piazzate le nuove telecamere, l’ultimo rapporto indipendente “State trafficking” parla di un “arcipelago del sequestro”. Centinaia di persone, ogni settimana, vengono intercettate e trascinate direttamente in centri di detenzione - spesso sale sovraffollate o magazzini - appena oltre il confine nel deserto di Al Assah o più lontani. In quegli spazi, che i rapporti Onu definiscono “lager”, subiscono regolarmente violenze e stupri da parte delle milizie che chiedono riscatti alle famiglie. Dai 400 ai 700 euro, in genere, per la libertà di una persona. La prigione dove confluiscono la maggior parte delle vittime di questa tratta di essere umani si trova proprio lungo il confine con la Tunisia, ad Al Assah, ed è sotto la tutela di dipartimenti che fanno riferimento al ministero dell’Interno di Tripoli. A pochi chilometri dal centro, sorge anche il quartiere generale della Guardia di frontiera libica, che gode della formazione e dell’assistenza del programma europeo Eubam. Nelle testimonianze raccolte e verificate da “State trafficking”, nella cosiddetta “prigione del deserto” i migranti vivono in un clima brutale finalizzato all’estorsione: “Le percosse erano quotidiane - racconta E.V., un camerunense che vi ha trascorso due mesi e ora si trova in Italia -. Non c’erano servizi igienici, e per questo motivo le guardie libiche, temendo infezioni, ci facevano picchiare con bastoni da altri migranti detenuti, evitando il contatto diretto con noi”. Proprio in quelle zone di Al Assah, secondo quanto riportato dalla Guardia di frontiera e dal ministero dell’Interno di Tripoli, una delegazione europea ha accompagnato nei giorni scorsi i libici “per verificare l’attuazione dei lavori previsti dalla prima fase”. Ovvero l’installazione delle telecamere. Contattato da Avvenire, uno dei redattori del report di “State trafficking” ha confermato che i nuovi dispositivi di sorveglianza erano già attivi sul tratto di mare che divide Tunisia e Libia e che le nuove installazioni “non faranno che rinforzare la sorveglianza nel tratto di frontiera vicino ad Al Assah, dove si concentrano anche gli abbandoni dei migranti sub-sahariani”, quando la tratta termina con la compravendita della vittima. L’ultimo caso risale ai primi giorni di luglio, quando gli operatori hanno intercettato un ragazzo della Sierra Leone che ha confessato di “essere stato abbandonato nel deserto” dopo essere stato venduto. “La sentenza su Meta un colpo al far west dei social per minori” di Gennaro Grimolizzi Il Dubbio, 11 agosto 2026 Pochi giorni fa, in una seconda sentenza definita “storica”, un tribunale del New Mexico ha ordinato a Meta, la società madre di Instagram e Facebook, di pagare 567 milioni di dollari per porre rimedio ai danni causati dalle sue piattaforme ai giovani. “È un segno dei tempi”, dice il professor Salvatore Sica, ordinario di Diritto privato nell’Università di Salerno. Quanto stabilito arriva cinque mesi dopo un’altra pronuncia nella quale, sempre nel New Mexico, è stato accertato che i social del colosso tecnologico di Mark Zuckerberg hanno danneggiato la salute mentale dei bambini e nascosto alcune informazioni sullo sfruttamento sessuale minorile sulle piattaforme di proprietà. Professor Sica, la nuova multa inflitta a Meta da un giudice del New Mexico dimostra che il Far west delle piattaforme social è terminato? È la dimostrazione che il diritto sta riprendendo terreno. Questa sentenza, rispetto alla precedente, mi sembra che aggiunga un elemento ulteriore. Mi riferisco alla valutazione dell’impatto legato all’uso dei social sulla salute dei minori, ma con un dettaglio e un’articolazione maggiore rispetto alla prima pronuncia, che del resto aveva natura non ancora definitiva. Nell’ultima pronuncia si indica una ingente somma, oltre 400 milioni di dollari, diretta ad alimentare un fondo per porre rimedio ai guasti, soprattutto psicologici o psichiatrici, che l’uso dei social può avere sui minori. In questo senso è un passo avanti di non poco conto. La destinazione delle somme delle multe, volta alla creazione di servizi di trattamento per i giovani e attività di sensibilizzazione per un uso responsabile delle piattaforme, è destinata a diventare una buona pratica? Oltreoceano certamente. È utile ricordare che gli Stati Uniti conoscono da tempo un sistema avanzato di cosiddetti danni punitivi e di giustizia riparativa, nel senso che la condanna ha una funzione anche di ripristino di situazioni e risponde a esigenze non del singolo danneggiato, ma della società nel suo insieme. È stata tracciata in questo senso una rotta molto precisa. Da tempo sostengo che se non si mettono, in maniera anche profonda, le mani nelle tasche delle multinazionali, non si riesce a venire fuori dal Far west attuale, che è comunque lungi dal potersi dire superato del tutto. I minori possono essere sempre più inquadrati come una categoria degna di tutele particolari da parte dei tribunali di fronte a certe insidie tecnologiche? I minori, come tutti i soggetti meritevoli di protezione, sono ormai in tutte le legislazioni avanzate, inclusa quella italiana, ritenuti destinatari di una tutela rafforzata. Su questo non c’è dubbio. La grande novità dell’ultima pronuncia del New Mexico è che per la prima volta è stato alzato il velo sull’ipocrisia nella neutralità del mezzo tecnologico. Più volte, in passato, è stato detto che le piattaforme avevano una funzione di semplice circuito in cui si realizzava il traffico della rete. Oggi, invece, dopo la sentenza riguardante Meta, le piattaforme, poiché fanno utili attraverso l’incremento dell’ecosistema digitale, attraverso il numero dei click che si moltiplicano in relazione a determinati tipi di contenuti, non sono più spettatrici, quasi disinteressate, ma sono gli stessi soggetti a cui va ricondotto l’esito finale, anche infausto e quindi dannoso, dell’attività che svolgono. Questa è una svolta, secondo me, quasi decisiva, rispetto a un tema sul quale da tempo io sostengo un’idea ben precisa. A cosa si riferisce? Non si può mettere negli otri vecchi il vino nuovo. Il vino nuovo della tecnologia richiede inevitabilmente dei nuovi contenitori, perché si tratta di un prodotto con caratteristiche differenti. Si pensi, ad esempio, al cosiddetto infinite scrolling. Una delle tecniche più insidiose che vengono individuate nella sentenza è il meccanismo di assuefazione per cui non ci si può staccare dalla piattaforma, per cui bisogna scrollare di continuo e senza interruzioni i contenuti. Il risultato è una dipendenza. La sentenza del New Mexico ha fatto chiarezza su questo aspetto e rappresenta la grande novità, anzi la grande rivoluzione. Già in passato si conoscevano gli effetti di certi utilizzi delle piattaforme social. Ora se ne parla anche in riferimento all’ammontare della multa inflitta a Meta. Ma non facciamoci abbagliare dalla somma. Gli importi stabiliti sono spiccioli rispetto a quanto risulta nei bilanci di certe multinazionali. Un percorso però è stato tracciato. Nell’ultima sentenza contro Meta il giudice ha detto che le piattaforme Instagram e Facebook contribuiscono “in modo significativo all’attuale crisi della salute mentale fra i giovani”. È un’osservazione che deve allarmare prima di tutto le famiglie e la scuola? Proprio così. Deve allarmare le famiglie, la scuola, e le istituzioni. In base a quanto affermato dal giudice americano, si sta instaurando una politica di intervento anche sull’età minima di accesso ai social, ma non è col proibizionismo che si risolvono i problemi. In realtà, si è constatato che la famiglia è nuda in una società in cui i genitori abdicano al proprio ruolo e dove il mezzo tecnologico diventa babysitter, diventa intrattenitore. Questo accadeva anche con la televisione, ma la vera differenza rispetto al mezzo televisivo è l’intensità dello strumento. Il bambino lasciato davanti alla televisione può vedere i cartoni animati, può subire una serie di influenze, ma non così penetranti come quelle del ragazzino a cui viene consentito, senza adeguata formazione e senza la presenza di un adulto, di utilizzare la piattaforma alla quale egli viene consegnato mani e piedi. Le sentenze d’oltreoceano potrebbero avere un effetto a cascata in tutto il mondo e definire regole più dettagliate per l’uso delle piattaforme social da parte dei minori? Dal punto di vista giuridico senz’altro. In Italia, più che alla class action, penso alle azioni individuali di risarcimento danni. Come è accaduto in molti altri settori, saranno le cause di responsabilità civile l’apripista delle svolte. Dal punto di vista normativo, lo abbiamo detto tante volte, la pretesa di una soluzione nazionale è vana. L’aspetto di questa vicenda, forse il più inquietante, è che nella sentenza del New Mexico è come se si specchiassero la società e il mondo, trovandosi di colpo dipendenti dalla tecnologia. Una tecnologia governata e controllata dai privati in maniera preponderante, se non esclusiva. Se pensiamo all’effetto delle pronunce d’oltreoceano, penso che altri giudici in altri Paesi possano allinearsi alle soluzioni offerte negli Stati Uniti, ferme restando le differenze di ordinamento. Credo sia abbastanza probabile, se non sicuro. Ciò a cui assistiamo è l’aspetto di un problema più complesso in questo strano tempo che viviamo. È come chiedersi, “Perché le guerre non si fermano?”, “Perché la tecnologia non si governa’“: perché c’è evidentemente qualcuno che ha interesse ad alimentare i conflitti e c’è qualcuno che o dipende o è collegato alle multinazionali della comunicazione.