Carceri, diritto all’informazione al palo di Teresa Olivieri Italia Oggi Sette, 10 agosto 2026 Il diritto all’informazione e alla comunicazione per le persone recluse esiste sulla carta, ma nella quotidianità penitenziaria si scontra con una profonda spaccatura temporale e culturale. La tv a canali limitati e i giornali in ritardo non bastano più a garantire un legame con la realtà. Si crea così un divario che rischia di vanificare la tutela del diritto all’informazione e alla libertà di espressione sancita dall’articolo 21 della Costituzione. A bloccare l’adeguamento delle carceri non sono solo i vincoli di bilancio, ma una vera e propria resistenza ideologica. L’amministrazione penitenziaria tende infatti a percepire la tecnologia come una minaccia costante alla sicurezza, anziché come un’alleata del percorso di reinserimento. A denunciarlo è Daniela De Robert, giornalista ed ex componente del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale: “Il DAP ha il sacro terrore delle tecnologie: la tecnologia è vista come un nemico pericolosissimo”. L’esempio più evidente è la storia delle videochiamate. Prima del Covid-19, l’uso di Skype per i colloqui familiari veniva negato anche di fronte a situazioni dal forte valore umano ed educativo, come consentire a una madre di aiutare la figlia nei compiti. “Ci è voluto il Covid. Con il Covid, all’improvviso hanno dovuto” racconta De Robert. L’emergenza ha dimostrato che la tecnologia non comprometteva la sicurezza, ma riduceva le tensioni interne. Eppure, superata la crisi acuta, la spinta è stata quella di tornare indietro, guidata da un rinnovato securitarismo. Lo stesso filtro sbarra la strada all’istruzione e all’università. I progetti per consentire l’accesso offline alle videolezioni o ai portali accademici si scontrano con una diffidenza sistemica. Si arriva al paradosso di infantilizzare le persone ristrette, impedendo loro persino di inserire in autonomia la password su una intranet accademica, lasciando che sia l’educatore a farlo. “Ma perché questo atteggiamento? Cos’è, un minus?” osserva De Robert. “Come fanno a responsabilizzarsi appena escono dal portone, se prima neanche possono entrare in un’intranet?”. Garantire un’informazione aggiornata e dare la possibilità di esprimersi è un pilastro di crescita democratica. Coinvolgere un detenuto nell’analisi della cronaca funziona come il teatro: agisce da specchio e stimola la rielaborazione personale. Il principio 5 delle Regole Penitenziarie Europee stabilisce che la vita negli istituti deve assimilare gli aspetti positivi della vita libera. Superare la fobia della tecnologia ed estendere il diritto all’informazione non significa indebolire i controlli, ma restituire dignità alle persone per prepararle al rientro nella società, fa notare De Robert. Il monito del caso Tortora di Gian Domenico Caiazza Il Foglio, 10 agosto 2026 C’è un equivoco da sciogliere sulla nozione stessa di “errore giudiziario”, per rendere più chiare discussioni e polemiche sorte intorno alla legge istitutiva della giornata celebrativa intitolata a Enzo Tortora, da poco approvata dalla Camera dei deputati. Vi è infatti una nozione strettamente tecnica, scritta nel codice di rito, per la quale è errore giudiziario quello riconosciuto da una sentenza assolutoria dopo un giudizio di revisione di una condanna definitiva. Beniamino Zuncheddu è stato vittima di un errore giudiziario, per esempio. Quanti sono questi errori giudiziari? Molto pochi, i giudizi di revisione si contano ogni anno sulle dita di una mano. Senonché secondo questa accezione tecnica, quello di Enzo Tortora non fu un errore giudiziario, visto che Enzo, arrestato con infamia, detenuto a lungo, umiliato e condannato in primo grado, fu poi assolto definitivamente nei gradi successivi. Ma chiediamoci per favore se intorno alla vicenda Tortora potremmo mai festeggiare e celebrare la Giustizia che ha funzionato ed ha trionfato. Quella vicenda giudiziaria fu uno scandalo, perché l’arresto di Tortora, frutto di inescusabili e stupefacenti lacune e opacità investigative, divenne poi una verità che quell’ufficio di Procura e gli stessi giudici di primo grado ritennero di difendere per salvare la credibilità dell’intera, colossale indagine (molte centinaia di arresti, la Camorra sgominata secondo la vulgata mediatico-giudiziaria dell’epoca). Cosa c’è che non va nella idea di rendere quella vicenda un monito ricorrente, perché non debba mai più accadere che la Giustizia possa trasformarsi in una simile mostruosità? Allo stesso modo, si considerano - e ben giustamente - “errori giudiziari” tutte le migliaia di ordinanze di custodia cautelare - in carcere o ai domiciliari - che il successivo esito processuale evidenzierà essere state disposte in totale carenza dei presupposti di legge, al punto da dare luogo ad indennizzi economici (peraltro a carico della collettività) in favore delle vittime di tali abusi. È questo un fenomeno diffuso purtroppo su larga scala, in modo acutissimo in alcune regioni italiane, dove sembra che quelle procure non siano in grado di svolgere indagini, contestare imputazioni ed esercitare le azioni penali senza avere preventivamente privato della libertà personale le persone indagate. Non parliamo di opinioni o di punti di vista, ma di statistiche ufficiali sulle sentenze di condanna dello Stato per ingiuste detenzioni; statistiche che - in modo definitivamente significativo - sono protervamente messe in dubbio dal solo procuratore Nicola Gratteri, e dai suoi irredimibili seguaci. Anche qui, appare evidente la natura virtuosa della istituzione di una ricorrenza che inviti tutti i cittadini a riflettere sul valore inderogabile della libertà personale, e sulla necessità che la sua privazione prima di un giudizio di responsabilità penale debba costituire una assoluta eccezione, non la tracotante regola. Strumento eccezionale di tutela e salvaguardia delle indagini, non di anticipazione arbitraria della pena rispetto alla fase del giudizio. Ecco allora che fa riflettere, innanzitutto, la netta opposizione a questa felice iniziativa parlamentare da parte della magistratura italiana, o meglio da parte della sua rappresentanza politica. Qui si obietta che la giornata dedicata all’errore giudiziario si tradurrebbe in un annuale processo alla magistratura. Abbiamo ormai tutti imparato a conoscere questo riflesso culturale incoercibile delle nostre toghe: ogni pensiero critico sul loro operato diventa, ai loro occhi, aggressione, intimidazione, delegittimazione. Non riflettono adeguatamente, io credo, su quanto profonda sia già la percezione, nella pubblica opinione, di questa privilegiata condizione di irresponsabilità che accompagna l’operato di inquirenti e giudici. Per rimanere ai due esempi che ho prima citato (Zuncheddu, Tortora), i magistrati inquirenti e giudicanti napoletani furono tutti - tutti! - promossi con encomio a funzioni superiori, e non mi risulta che qualcuno degli inquirenti e dei giudici di Beniamino Zuncheddu sia stato chiamato a rispondere di alcunché. Sarebbe dunque auspicabile che questo 17 giugno possa diventare occasione di comune riflessione di tutta la cittadinanza e di confronto e discussione innanzitutto con la magistratura ed i suoi rappresentanti. Di più: quel 17 giugno di ogni anno deve saper diventare l’occasione di una salvifica “educazione civica” sulla idea stessa del processo penale, cioè su questo sistema complesso di regole, di divieti, di decadenze, di limiti di utilizzabilità della prova, spesso difficilmente comprensibili per i più, e troppo facilmente degradati, dal populismo imperante, a “cavilli” grazie ai quali “i colpevoli la fanno franca”. Invece, da quando l’uomo, nella sua storia millenaria, ha scelto di regolare per mano pubblica la giustizia penale, quello sforzo concettuale di organizzazione sociale ha avuto un solo, unico, immutabile obbiettivo: fare in modo, per quanto umanamente possibile, e anche al costo di lasciare impunito un colpevole, di non correre il rischio, o meglio direi la suprema ingiuria per un consesso umano, della condanna di un innocente. Chi si oppone (anche solo pilatescamente astenendosi) a questa semplice, chiarissima idea celebrativa, fa una scelta di campo, culturale e politica, molto precisa, e legittima la convinzione che siano in pagamento cambiali politiche sottoscritte durante la campagna referendaria per il No appaltata al potere giudiziario. Ogni scelta è legittima, purché si bandiscano le ipocrisie, e si chiamino le cose con il loro nome. Ricordiamo tortora, ma non contro i giudici di Alberto Iannuzzi Il Fatto Quotidiano, 10 agosto 2026 L’istituzione della Giornata nazionale dedicata ad Enzo Tortora, approvata dalla Camera dei deputati, rappresenta un’occasione importante per riflettere sul significato dell’errore giudiziario e sul dovere dello Stato di impedirlo. Enzo Tortora è, senza dubbio, il simbolo di una delle pagine più dolorose della giustizia italiana: un uomo arrestato, umiliato e condannato in primo grado sulla base di accuse rivelatesi poi del tutto infondate. Quella vicenda ha lasciato un segno profondo nel nostro ordinamento. Negli anni successivi il legislatore ha progressivamente rafforzato le garanzie dell’imputato, consolidando un sistema nel quale la presunzione di innocenza, il diritto di difesa ed il principio del “ragionevole dubbio” costituiscono pilastri irrinunciabili. Il problema nasce quando il caso Tortora viene evocato come giustificazione per pretendere un continuo e ingiustificato ampliamento di garanzie difensive, quasi che il rischio dell’errore possa essere eliminato rendendo il processo sempre più complesso, lento e difficile da concludere. È un equivoco pericoloso. Se l’errore giudiziario consiste in una decisione dell’autorità giudiziaria che si rivela ingiusta, in quanto causa di una condanna o di una misura restrittiva nei confronti di una persona riconosciuta all’esito del giudizio definitivo non responsabile, esiste anche un errore speculare, spesso meno visibile ma altrettanto grave: l’assoluzione di chi ha commesso un reato, perché non è stato possibile acquisire una prova, o perché le indagini sono state svolte in modo incompleto. Anche questo è un fallimento della giustizia. Ogni archiviazione determinata da indagini lacunose, ogni assoluzione pronunciata non perché sia stata accertata l’innocenza dell’imputato, ma perché lo Stato non è riuscito a dimostrare la responsabilità, rappresenta una sconfitta per la collettività, e soprattutto per le vittime dei reati. Pensiamo, solo per fare un esempio, ai procedimenti per le stragi che hanno funestato il nostro Paese, nei quali sono stati individuati, al massimo, solo alcuni degli esecutori materiali. Certo, la regola dell’assoluzione nel dubbio è irrinunciabile, ma il dubbio non dovrebbe nascere dalla inadeguatezza delle indagini o dalla mancanza di strumenti processuali di accertamento. Si tratta di una regola sacrosanta, che tutela la libertà di tutti. Ma proprio per questo lo Stato ha il dovere di fare tutto ciò che è possibile per evitare che il dubbio sia il risultato di indagini superficiali, incomplete ovvero ostacolate. È qui che il dibattito pubblico appare spesso sbilanciato. Si parla molto delle garanzie dell’imputato, molto meno del diritto delle vittime e della collettività ad ottenere un effettivo accertamento della verità. Eppure il processo penale non nasce per evitare condanne ingiuste, ma per accertare i fatti ed individuare i responsabili dei reati. Una giustizia incapace di accertare la verità non è accettabile. Ciò vale, in particolare, per alcuni reati gravi, ma difficili da dimostrare, come la corruzione, lo scambio elettorale politico-mafioso, i delitti di criminalità organizzata e i reati contro la pubblica amministrazione. Si tratta di reati che non lasciano prove evidenti, perché vengono commessi con accordi occulti. Pretendere di accertarli senza mettere a disposizione degli investigatori strumenti efficaci significa, di fatto, rinunciare a perseguirli. E allora, intercettazioni, indagini patrimoniali e moderne tecniche investigative non possono rappresentare una minaccia alle libertà individuali quando sono disciplinati dalla legge e sottoposti al controllo dell’autorità giudiziaria; diventano, invece, strumenti indispensabili ed irrinunciabili affinché il principio del ragionevole dubbio operi su un quadro probatorio completo e non sia conseguenza di un’attività investigativa resa deliberatamente inefficace. La lezione del caso Tortora consiste, a mio avviso, non nell’impedire l’utilizzo di alcune prove, come le dichiarazioni dei pentiti, ma nel pretendere che ogni accertamento sia svolto con rigore, imparzialità e nel pieno rispetto delle regole processuali. Garantire i diritti della difesa e l’efficacia delle indagini non sono obiettivi alternativi: sono le due condizioni indispensabili perché il processo possa davvero assolvere alla sua funzione costituzionale. La giustizia, perciò, deve avere sempre il coraggio del dubbio e la capacità di ritornare sui propri passi, ma deve anche essere posta nelle condizioni di accertare compiutamente i fatti, in modo che le sentenze possano fondarsi sulla valutazione delle prove necessarie, non sui deficit probatori che sarebbe stato possibile colmare. Solo così il processo rimane fedele alla sua missione: tutelare la libertà degli innocenti senza rinunciare ad accertare la verità dei fatti e la responsabilità di chi ha violato la legge. Galeazzo Bignami e gli errori storici su Scalfaro e il 41-bis di Emilio Gioventù Italia Oggi, 10 agosto 2026 Il capogruppo di Fratelli d’Italia, accusa ingiustamente l’ex Presidente della Repubblica di decisioni prese invece dall’allora ministro della Giustizia. Il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Galeazzo Bignami, nel pieno della furia dibattimentale in aula durante lo scontro tra maggioranza e opposizione sull’uso delle chat dell’ex sottosegretario Andrea Delmastro - poi negate ai giudici che indagano sulla vita criminale del suo socio di bistecca - compie in rapida successione una serie di inciampi ed errori storici e procedurali accompagnati addirittura da abbondanti dosi di sgarbo istituzionale. Dunque, durante le dichiarazioni di voto sulla richiesta di autorizzazione all’utilizzo delle chat di Delmastro, Bignami cita l’ex presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, accusandolo di aver liberato 30 mafiosi. Liberato, addirittura. Primo svarione: tra i poteri del Capo dello Stato, la nostra Costituzione non prevede affatto quello di poter liberare chicchessia se non con provvedimenti di grazia. Il riferimento di Bignami è alla decisione di non rinnovare 334 decreti di applicazione del 41-bis, ovvero il regime di carcere duro, applicato all’epoca soprattutto per gli appartenenti alle organizzazioni criminali di stampo mafioso. Decisione che non poteva, non può e non potrà mai venire dal Colle (a meno che non si stravolga la Costituzione) come detto, e infatti giunse dall’allora ministro Giovanni Conso. Di fatto agli inizi degli anni Novanta, nessun criminale lasciò anticipatamente le patrie galere, come sostenuto da Bignami, bensì quel che accadde fu semplicemente che i detenuti rimasero in carcere a scontare le loro pene ma non più in regime di carcere duro. Le stragi del 1992 e la risposta dello Stato - Che cosa accade realmente in quegli anni? È bene tenere a mente la data. Siamo nel 1993, l’Italia ancora trema, scossa dalle stragi di mafia: quella del 23 maggio 1992 a Capaci nella quale perdono la vita il giudice Giovanni Falcone, la moglie e gli uomini della scorta; quella del 19 luglio 1992 in via D’Amelio a Palermo in cui muoiono il giudice nonché amico fraterno di Falcone, Paolo Borsellino e 5 agenti della scorta. La risposta dello Stato è dura e si manifesta soprattutto con la riforma del 41-bis introdotta con il Decreto-Legge n. 356. Il Parlamento converte in legge il decreto “Scotti-Martelli” che, oltre alle norme sul regime carcerario, rende definitive le modifiche al codice di procedura penale per il potenziamento dell’attività di indagine. Non soltanto, all’indomani della strage di via D’Amelio, l’allora Guardasigilli, Claudio Martelli, emette 325 provvedimenti di applicazione del 41 bis con scadenza annuale. Si giunge quasi a un isolamento totale dei detenuti di associazioni malavitose di stampo mafioso: limitazione drastica dei colloqui, limitazione del tempo da trascorrere all’aperto con conseguente aumento delle ore di permanenza nelle celle in sezioni separate dal resto della struttura penitenziaria. E si riaprono i penitenziari di Pianosa e dell’Asinara che nella notte del 19 luglio 1992 accolgono così i più pericolosi capi di “cosa nostra” in regime di “carcere duro”. La presunta trattativa e le relazioni antimafia - La condizione a un certo punto diventa insopportabile tanto da dare il via alla pressione che i familiari dei detenuti cominciano a fare nei confronti dello Stato. Sono i tempi che il futuro ricorderà come la cosiddetta “trattativa Stato-mafia”. Un abbraccio infernale che trova spazio, però, soltanto nelle ricostruzioni giudiziarie e nei carteggi che organi di stampa come Il Fatto Quotidiano e un giornalista come Gianluigi Nuzzi nel libro “Gli Intoccabili” hanno ricostruito. Ma a guidare nei tempi della ricostruzione storica viene in aiuto soprattutto la relazione sulle stragi del biennio 1992-1993 svolta nel gennaio 2013, da Beppe Pisanu in qualità di presidente della Commissione parlamentare antimafia che di fatto esclude l’esistenza di una vera e propria “trattativa” istituzionale sostenendo piuttosto la tesi di una tacita intesa tra singoli. C’è la storia delle lettere che i parenti dei detenuti cominciano a indirizzare allo Stato, ai giornalisti, fino al Papa. Le risposte dello Stato non arrivano, arrivano però altre bombe in via Palestro a Milano, via dei Georgofili a Firenze, e San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro a Roma. Tra i mosaici del puzzle, si ricorda - lo fa il Fatto Quotidiano - una lettera dell’allora direttore del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria Adalberto Capriotti e indirizzato al Capo di Gabinetto del Ministro di Grazia e Giustizia Giovanni Conso nel quale si consigliava in pratica di non inasprire la vita all’interno delle carceri richiamando inoltre questioni di sovraffollamento carcerario. Tra chi nega carteggi, chi li scova tra documenti secretati, tra smentite e mezze verità, di fatto il Guardasigilli decide di non firmare il decreto di proroga del 41bis per 334 detenuti, fra questi diversi esponenti di vertice di Cosa nostra. Questo il riferimento sul quale inciampa in Aula Bignami. Fu Conso, dunque, e non Scalfaro a firmare il mancato rinnovo del 41-bis. È bene ricordarlo: il Presidente non ha questo potere. Piemonte. L’appello della Garante: “La pena non può trasformarsi in sofferenza o abbandono” di Silvano Freddo giornalelavoce.it, 10 agosto 2026 Monica Formaiano richiama istituzioni e sistema penitenziario a garantire dignità, salute e veri percorsi di reinserimento per ridurre la recidiva e rafforzare la sicurezza. Un sistema penitenziario capace di tenere insieme sicurezza, legalità e dignità umana, senza perdere di vista la funzione rieducativa della pena e il diritto dei detenuti a costruire un reale percorso di reinserimento. È il richiamo lanciato dalla garante regionale delle persone detenute Monica Formaiano in occasione della Giornata internazionale per la giustizia nelle carceri, che si celebra il 10 agosto. Il punto centrale, secondo Formaiano, è la necessità di assicurare alle persone private della libertà personale condizioni che non si limitino alla semplice detenzione, ma che consentano di mantenere intatti i diritti fondamentali e di preparare concretamente il ritorno nella società. “È quanto mai necessario promuovere un sistema penitenziario capace di coniugare sicurezza, legalità e rispetto della dignità umana e favorire ogni iniziativa per assicurare alle persone detenute i diritti fondamentali e reali percorsi d’inserimento”, dichiara la garante regionale. Un principio che trova il proprio riferimento diretto nella Costituzione, e in particolare nell’articolo 27, che assegna alla pena una funzione rieducativa. Su questo punto, Formaiano richiama esplicitamente la responsabilità delle istituzioni, chiamate a mettere in campo strumenti concreti e non soltanto dichiarazioni di principio. “Come stabilisce l’articolo 27 della Costituzione - aggiunge - la pena deve tendere alla rieducazione delle persone condannate. Per questo è dovere delle istituzioni investire in modo strutturale in concrete opportunità d’istruzione, formazione e assistenza sanitaria e psicologica affinché il periodo di detenzione possa rappresentare un reale percorso di responsabilizzazione e reinserimento sociale”. La questione della giustizia all’interno degli istituti penitenziari, nella posizione espressa dalla garante, passa dunque anche dalla capacità di garantire istruzione, formazione, assistenza sanitaria e sostegno psicologico. Servizi considerati indispensabili perché il periodo trascorso in carcere possa avere una reale funzione di recupero e non diventare soltanto un tempo sospeso. La riflessione riguarda direttamente anche il tema della sicurezza collettiva. Secondo Formaiano, infatti, offrire possibilità concrete di cambiamento e ridurre la recidiva significa costruire un sistema più efficace anche fuori dalle mura del carcere. La tutela dei diritti delle persone detenute e la sicurezza della società non vengono quindi presentate come esigenze contrapposte, ma come elementi che devono procedere insieme. “La giustizia nelle carceri - conclude Formaiano, rinnovando il proprio impegno a vigilare sul pieno rispetto dei diritti delle persone private della libertà personale e a promuovere una cultura della pena fondata sulla legalità - significa assicurare condizioni di vita dignitose e tutelare la salute fisica e mentale affinché la pena mantenga la propria funzione costituzionale senza mai trasformarsi in sofferenza o abbandono: una giustizia davvero efficace non si misura solo con la certezza della pena ma anche con la capacità di offrire effettive possibilità di cambiamento, riducendo la recidiva e rafforzando la sicurezza collettiva attraverso percorsi di inclusione e recupero”. La garante regionale ribadisce così il proprio impegno a vigilare sul rispetto dei diritti delle persone detenute e a sostenere una concezione della pena fondata sulla legalità, sulla responsabilizzazione e sulla possibilità concreta di reinserirsi nella società. Una linea che, nel giorno dedicato alla giustizia nelle carceri, riporta al centro il rapporto tra condizioni di detenzione, tutela della salute e capacità del sistema penitenziario di accompagnare chi sconta una pena verso un percorso effettivo di cambiamento. Trento. In carcere sotto psicofarmaci: a Spini di Gardolo il 74% dei detenuti usa sedativi e ipnotici di Lucia Ori iltquotidiano.it, 10 agosto 2026 Nel rapporto di Antigone, la casa circondariale di Trento è citata anche per il suicidio di Abrar Jarrar: la più giovane detenuta in Italia che si è tolta la vita. “Tutto chiuso”. È il titolo scelto da Antigone per il XXII rapporto sulle condizioni di detenzione nelle carceri italiane. Un’espressione che fotografa un progressivo irrigidimento del sistema penitenziario: meno apertura verso il territorio, meno possibilità di costruire percorsi di reinserimento, più isolamento. Si rischia così di allontanarsi dalla funzione rieducativa della pena, prevista dalla Costituzione. Queste considerazioni trovano una declinazione anche a Trento, dove in particolare due elementi raccontano le fragilità del sistema penitenziario: la storia di Abrar Jarrar, la più giovane persona detenuta suicida dall’inizio dell’anno, e il ricorso massiccio dei detenuti agli psicofarmaci, che riguarda oltre la metà dei detenuti del carcere di Gardolo. Tra gennaio e il 2 agosto 2026 sono almeno 38 le persone che si sono tolte la vita negli istituti penitenziari italiani. Tra queste tre erano giovani donne. La più giovane di tutte, uomini compresi, era Abrar Jarrar, detenuta nel carcere circondariale di Trento. La sua storia era stata raccontata da questo giornale: originaria di Cremona, Abrar era stata condannata per un cumulo di pene legate a furti e rapine e, prima di arrivare a Spini di Gardolo, aveva attraversato diversi istituti del Nord Est. Una vicenda che diventa il simbolo di una delle tante vite spezzate dentro un sistema che fatica a garantire percorsi individualizzati e strumenti adeguati di sostegno. Il tema dei suicidi è uno dei due “mali endemici” individuati dal garante dei detenuti del Trentino, Giovanni Maria Pavarin, nella sua relazione annuale per il 2025, insieme al sovraffollamento degli istituti di pena. In Italia, il tasso di affollamento ha raggiunto il 139,7%, tornando ai livelli del 2013, l’anno della condanna dell’Italia da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo con la sentenza Torreggiani. Sono 64.741 le persone detenute a fronte di 46.343 posti disponibili. a situazione di Trento è diversa rispetto a molti altri istituti italiani. Nell’ultimo controllo di Antigone, effettuato il 27 novembre, nella casa circondariale di Gardolo risultavano presenti 392 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 422 posti. Una capacità che è cambiata nel tempo: all’apertura del carcere, nel 2011, i posti previsti erano 240. “È un istituto dove il problema non è paragonabile alle condizioni degli altri carceri del nostro Paese, e questo va riconosciuto”, spiega Carlo Pacher, osservatore di Antigone per il Trentino Alto Adige. “Ma questo non significa che non ci siano problemi”. L’altro elemento che emerge dal rapporto riguarda quello che Antigone definisce il fenomeno dell’”ipermedicalizzazione” della detenzione. Un carcere dove il disagio psichico è sempre più presente e dove, in assenza di strumenti alternativi, la risposta rischia di diventare prevalentemente farmacologica. I dati nazionali raccontano che il 46,5% delle persone detenute utilizza sedativi o ipnotici, mentre il 21,1% assume stabilizzatori dell’umore, antipsicotici o antidepressivi. A Trento le percentuali sono ancora più alte. Secondo i dati raccolti da Antigone a novembre 2025, nella casa circondariale di Gardolo 290 detenuti su 392 fanno regolarmente uso di sedativi o ipnotici, mentre 96 persone assumono stabilizzatori dell’umore, antipsicotici o antidepressivi. Si tratta del 74% della popolazione detenuta, più di 7 detenuti su 10, che utilizza regolarmente farmaci che vengono “distribuiti al bisogno”, per il sonno e l’ansia. Nel carcere trentino sono 110 le persone con diagnosi psichiatriche gravi. Non è presente invece un reparto specifico per detenuti con infermità psichica e non risultano dati disponibili sulle persone in attesa di ingresso in una Rems. La casa circondariale di Trento ha scelto un approccio prudente rispetto alle terapie sostitutive e ai farmaci potenzialmente abusabili: punta allo scalaggio dei dosaggi e privilegia, quando possibile, la somministrazione in gocce rispetto alle compresse, per limitarne la cessione tra detenuti. Tra i pazienti seguiti per le dipendenze, 40 risultano in trattamento con metadone. Il disagio continua così a essere gestito più che curato.È questa, in fondo, l’immagine restituita dal rapporto: un carcere sempre più chiuso, dove la sofferenza psichica viene amministrata più che affrontata e dove la promessa costituzionale della rieducazione rischia di rimanere chiusa dietro le sbarre. Milano. Bortolato: “In troppi a San Vittore, ma anche Bollate rischia” di Rosario Di Raimondo La Repubblica, 10 agosto 2026 “Ogni giorno ricevo lettere di detenuti che lamentano mancanza di cure o farmaci, caldo, insetti”. A San Vittore il sovraffollamento è preoccupante. Se Bollate inizia a scoppiare, finisce pure questa esperienza. Un carcere più umano significa più sicurezza dopo”. Marcello Bortolato è il presidente del tribunale di Sorveglianza di Milano. Ci conduce in quella che oggi definisce una “questione umanitaria”. E alla politica che usa le sbarre come “strumento di propaganda” dice: serve un “indulto”. Qual è la situazione nelle carceri milanesi? “C’è un sovraffollamento preoccupante a San Vittore. Pure Bollate ne soffre. La situazione è drammatica in tutto il Paese, anche se quella milanese non è come quella di altri territori. A Milano ci sono 4.151 detenuti. Nell’intero distretto (con Varese e Pavia), 7.293. In Lombardia c’è il 14% dell’intera popolazione ristretta: per numero di detenuti, magistrati e casi da trattare, siamo il tribunale di Sorveglianza più grande d’Italia”. Antigone elenca problemi drammatici. Ci si dimentica dei detenuti? “Ci stiamo dimenticando di loro. Non si capisce che se restituisci alla società una persona peggiore di prima, l’insicurezza sociale aumenta. Non si può cavalcare il carcere come strumento di propaganda”. Cosa la preoccupa di più, oggi? “Alcuni provvedimenti dell’amministrazione penitenziaria che vanno in senso contrario: abbiamo assistito alla riduzione degli spazi ricreativi o alla politica delle porte chiuse nelle sezioni. E poi la iper criminalizzazione di alcuni comportamenti dei detenuti. Penso alla questione delle rivolte carcerarie: basta una resistenza passiva agli ordini da parte di tre persone perché scatti il reato. Significa ancora più condanne, il prolungamento delle pene. Segno di un carcere sempre più chiuso e che sempre di più si autoalimenta”. Tutti vogliono andare a Bollate. Anche Roggero si è costituito lì. Se è un modello, perché non viene replicato? “Questo è un approccio sbagliato. Non è un carcere modello, ma quello che dovrebbe essere per legge qualunque penitenziario. Esistono realtà simili, come Padova. Questi istituti spesso nascono in realtà in cui c’è una grande rete sociale esterna. Un carcere deve vivere nella società, non isolato”. Ci sono altri motivi se rimane un’eccezione? “Le scelte politiche. Con la svolta securitaria tra gli anni Novanta e Duemila, leggi terribili hanno prodotto più carcere. Il sovraffollamento impedisce a molti istituti di essere come Bollate. Dobbiamo stare attenti, perché se comincia a scoppiare, finisce pure questa esperienza”. In carcere c’è un’emergenza umanitaria? “Oggi che i numeri sono altissimi, la questione principale è diventata quella umanitaria, quasi a discapito di quella rieducativa. Ci arrivano moltissimi reclami di detenuti. Ogni giorno ricevo lettere di chi lamenta mancanza di cure adeguate, farmaci, mancati trasferimenti, difficoltà nei colloqui, caldo intollerabile, insetti”. Come si deve rispondere? “Incentivando le misure alternative e togliendo preclusioni che le impediscono. Ma quello che serve oggi, per quanto non sia una soluzione definitiva, è l’indulto, anche sottoposto a condizioni. Potrebbe essere limitato a uno o due anni di pena, escludendo i reati più gravi. In carcere ci sono moltissimi reclusi che hanno un residuo di pena inferiore a questo lasso di tempo. Così avremmo davvero 10 mila detenuti in meno e il sistema prenderebbe respiro. È uno strumento previsto dalla Costituzione. Un carcere più umano significa più sicurezza dopo, quando le persone escono”. Cosa pensa della riforma che prevede i domiciliari nelle comunità per i detenuti tossicodipendenti? “La trovo totalmente inefficace per risolvere il sovraffollamento. Si parlava di 10 mila scarcerazioni, poi di 500, adesso 300. I posti nelle comunità non ci sono e non s’inventano dalla sera alla mattina”. Quali altri problemi pesano? “A Milano una situazione gravissima riguarda i “liberi sospesi”. Quando si viene condannati a una pena sotto i 4 anni che non riguarda i reati più gravi, non si va in carcere. Il condannato chiede l’applicazione di una misura alternativa e rimane libero. Abbiamo più di 15 mila domande pendenti da gestire. A rilento cerchiamo di decidere sulle istanze del 2020. Non abbiamo personale”. Cosa comporta per i condannati? “Parliamo di persone nel limbo, che hanno il passaporto sospeso, non possono partecipare ai concorsi, ottenere il permesso soggiorno. Spesso si tratta dei più fragili, dimenticati, indigenti. Che magari devono espiare una pena di 6 mesi”. Quanto incide per voi la mancanza di personale? “Il problema gravissimo è il personale amministrativo. Siamo stati ignorati dal ministero, non siamo considerati. La scopertura è quasi del 50%. Dovrò attuare provvedimenti estremi, come chiudere cancellerie o l’ufficio informazioni”. Siena. Le criticità del carcere di Ranza. La sfida del direttore tra aggressioni e sovraffollamento di Romano Francardelli La Nazione, 10 agosto 2026 Giuseppe Renna nominato in pianta stabile: “Sono soddisfatto. Così posso portare avanti progetti che ho iniziato in questi anni”. Giuseppe Renna leccese-salentino di nascita è stato nominato direttore in pianta stabile del carcere di Ranza dopo aver fatto il pedonale tra San Gimignano, Arezzo, Gorgona. Il carcere di alta sicurezza accoglie oltre 300 detenuti. Direttore è soddisfatto? “Sì, perché è stata una decisione che ho fortemente voluto in quanto mi permette di portare a termine alcuni progetti che avevo iniziato”. Anche a Ranza c’è il problema del sovraffollamento. Come si risolve? “Il problema di sovraffollamento purtroppo colpisce anche Ranza anche se in maniera differente rispetto ad altri istituti. Diciamo che sta diventando estremamente difficile ubicare (cioè collocarlo in una camera di pernottamento) un detenuto tenendo conto delle incompatibilità con altri detenuti, le sue patologie fisiche e psichiche e le sue problematiche personali. Per l’igiene, sottolinea, a cui ovviamente ci tengo moltissimo a Ranza le condizioni sono molto buone anche se bisogna sempre migliorare”. Quali? “La manutenzione è un problema serio perché non siamo collegati all’acquedotto per cui l’approvvigionamento di acqua potabile avviene tramite pozzi ed è sempre difficoltosa (specie nel periodo estivo) ed ugualmente la tubazione del gas non arriva a Ranza”. Perché Ranza è alta sicurezza? “Perché ospita esclusivamente detenuti condannati per reati associativi (mafia camorra) con tutte le problematiche di sicurezza collegate. In particolare per tale tipo di popolazione detenuta c’è una doverosa, particolare attenzione da parte delle Procure soprattutto per quanto attiene alla necessità di interrompere i collegamenti con il mondo esterno, con il clan di appartenenza ma purtroppo, soprattutto attraverso i droni o altro, continui sono i tentativi di rifornimento di cellulari, nonostante i nostri capillari controlli”. Il personale della penitenziaria è sotto organico? “La carenza di personale è un problema comune alla maggioranza delle carceri italiane. Il governo è intervenuto e sta intervenendo con massicce assunzioni di personale. La questione centrale è che si tratta di giovani molte volte “mentalmente” impreparati nella gestione di detenuti così strutturati”. Le continue aggressioni al personale? “Questo è il dato più grave perché, se questo era un fenomeno comune alla “media sicurezza”, ora interessa l’alta sicurezza. La storia delle prigioni è costellata di emergenze, dal terrorismo, al fenomeno mafioso, all’aumento dei detenuti stranieri. Oggi assistiamo ad un aumento dell’aggressività da parte dei detenuti, specie di quelli più giovani, insofferenti a qualsiasi tipo di regola non esiste più, così come l’educazione ed il rispetto dell’altro. In questo caso ritengo che ciò sia il naturale portato di quanto avviene giornalmente nelle nostre strade (e nel mondo) e comunque (questa è una valutazione strettamente personale) frutto della continua demolizione di alcuni valori che ritengo fondamentali soppiantati da un egoismo esasperato”. Forlì. Pd, visita in carcere: “Qui si impara un lavoro. Va ridotta la recidiva” di Matteo Bondi Il Resto del Carlino, 10 agosto 2026 Una delegazione di rappresentanti istituzionali del Pd ha varcato i cancelli del carcere di Forlì per toccare con mano le condizioni di vita, le criticità e le buone pratiche che caratterizzano l’istituto penitenziario cittadino. L’iniziativa è promossa a livello nazionale col titolo ‘Bisogna aver visto’: vi hanno preso parte i deputati romagnoli Ouidad Bakkali e Andrea Gnassi insieme ai consiglieri regionali Valentina Ancarani e Daniele Valbonesi. Il sopralluogo ha offerto l’opportunità di verificare in prima persona l’impatto del caldo estivo: la direzione ha preso contromisure con l’installazione di ventilatori nelle celle e impianti di climatizzazione negli ambienti comuni. Anche sui numeri della capienza non sono state riscontrate anomalie particolari: Forlì è in linea con i parametri previsti e senza segnali di sovraffollamento. Il contraltare è che si tratta di un edificio datato, in attesa del nuovo carcere al Quattro non ancora completato. L’attenzione di deputati e consiglieri si è soffermata soprattutto sulla sezione femminile (unica in Romagna), e sui progetti dedicati alla formazione: oltre metà dei detenuti risulta infatti inserita in percorsi occupazionali, un risultato raggiunto grazie a personale penitenziario, agenzia Techne, imprese locali e mondo della cooperazione. I parlamentari e i consiglieri hanno visitato la cartiera Manolibera, l’officina di saldatura e i moduli dedicati alla cura della persona nella sezione donne. “Da Forlì si esce con un’immagine che vorremmo poter trovare molto più spesso nelle carceri italiane: quella di un luogo nel quale, salutando chi è detenuto, si può anche dire ‘buon lavoro’. Non è un dettaglio. È il senso più concreto che possiamo dare alla funzione rieducativa della pena prevista dalla nostra Costituzione. Qui abbiamo visto concretamente cosa significa costruire un ponte tra il ‘dentro’ e il ‘fuori’. La sicurezza si costruisce anche così, riducendo la recidiva attraverso opportunità reali”. Particolare rilievo è stato dato al destino della futura struttura cittadina. “È necessario arrivare al completamento del nuovo carcere e avere certezze sui tempi”, ricordando l’importanza di “programmare il trasferimento dando continuità e rafforzando ciò che oggi funziona”. Ecco “Marassi beach”: in cella a 40 gradi, ventilatori che non bastano e telefonate a singhiozzo di Erica Manna La Repubblica, 10 agosto 2026 Nelle giornate da bollino rosso, la vita in un carcere sovraffollato. Il cappellano don Paolo Gatti: “Bisogna sperare che piova”. L’hanno ribattezzato Marassi Beach, il cortile rovente dei “passeggi”, perché qui non manca l’ironia: in estate ci si può restare un’ora in più, ma è un cubo di cemento dove il sole rimbalza e sembra di cuocere. Eppure anche questo può essere meglio che rimanere chiusi dentro a una cella in sei. Benvenuti alla casa circondariale di Marassi, 535 posti per 663 detenuti. Dove la quotidianità, a quaranta gradi, è l’acqua della doccia che scorre continuamente per tenerla fresca e farla così scrosciare sulle bottiglie di minerale conservate dentro a un secchio: un trucco per evitare che pure l’acqua da bere arrivi rapidamente a trenta gradi. A “Marassi Beach”, infatti, non ci sono frigoriferi nelle celle: ci sono quelli comuni. A giugno c’è stato un problema con il congelatore usato dalla ditta che rifornisce la cucina per preparare il vitto: non andava sotto zero. Ma quello che fa più soffrire i detenuti non sono (solo) le temperature roventi dentro a celle sovraffollate, dove la notte si prova a fare corrente tenendo aperta la porta blindata: è la difficoltà a chiamare casa. “C’è stato un guasto della linea Fastweb, esterno al carcere - racconta don Paolo Gatti, cappellano della casa circondariale di Marassi da vent’anni: anzi, il 5 settembre saranno ventuno - non se ne veniva a capo, ma il disguido è stato tamponato brillantemente dall’amministrazione trovando il sistema delle telefonate via whatsapp. I detenuti, infatti, hanno una dozzina di tablet a disposizione per i video-colloqui: così, vista la situazione, sono stati usati questi per far loro chiamare casa via whatsapp nell’ufficio dell’ispettore”. Ma - guasto a parte - la questione delle telefonate ai famigliari è un tema antico, e irrisolto, che si sintetizza più o meno così: se non puoi permettertelo la famiglia non la puoi sentire. “Tutti i detenuti - spiega don Gatti - hanno una scheda magnetica personale con il loro credito. Se non hanno soldi per caricare la scheda, chiedono a me: ma per poterlo fare devo caricare il denaro sul conto del detenuto. Un’operazione che va ripetuta uno per uno. Serve un biglietto da cinque euro per ciascuno, non è sempre facile trovarne e si perde un sacco di tempo”. Così, un anno e mezzo fa, proprio da qui era partita una sperimentazione: “Avevamo costituito un fondo emergenze, sovvenzionato da me: versavo 150 euro al mese al carcere, e attingendo da quel fondo venivano caricate direttamente le schede dei reclusi che non potevano permettersi le telefonate”. Un metodo che stava funzionando bene. Poi, però, è intervenuto il Ministero. “Ci hanno bocciato l’iniziativa - spiega don Gatti - dicendo che non è possibile effettuare versamenti al carcere. Però questa impossibilità, che va avanti da qualche mese, crea ulteriori disagi ai detenuti. Per questo chiedo alla direzione di fare qualcosa. L’idea di usare i tablet nella situazione di emergenza dovuta al guasto dei giorni scorsi potrebbe essere estesa, in modo da consentire chiamate tramite whatsapp a un numero autorizzato: un meccanismo simile a quello per i colloqui video”. Intanto a Marassi si prova a sopravvivere nei giorni di bollino rosso come si può. Anche i ventilatori sono a spese dei detenuti. “L’anno scorso ne ha donati un’ottantina la Cei - ripercorre don Gatti - ci avevano preso alla sprovvista perché nelle celle non c’erano attacchi. Adesso, invece, ci sono le prese nel muro”. Però mancano i ventilatori per tutti. “Persino la cappella dove dico messa è rovente, batte il sole tutto il giorno - continua il don - cosa augurarci? Che piova”. Trapani. Carcere al collasso. Acqua marrone, celle sovraffollate e detenuti per 20 ore dentro le celle tp24.it, 10 agosto 2026 Il problema, ormai, non è più capire se il carcere “Pietro Cerulli” di Trapani abbia delle criticità. Il problema è capire quanto ancora si possa andare avanti così. Nel giro di poche settimane sindacati, avvocati, magistrati e operatori istituzionali sono entrati nella casa circondariale di San Giuliano. E sono usciti raccontando, sostanzialmente, la stessa cosa. Celle sovraffollate. Muffa. Caldo soffocante. Acqua marrone o giallastra dai rubinetti. Carenza di personale. Pochissima assistenza sanitaria. Detenuti chiusi anche venti ore al giorno. Attività rieducative ridotte al minimo. Adesso il presidente della Camera Penale di Trapani, Agatino Scaringi, usa parole ancora più nette: nel carcere trapanese, e in particolare nel reparto “Mediterraneo”, c’è una situazione tale da rendere necessaria la chiusura. “C’è un carcere da chiudere”, è la sintesi. E non è una metafora. Al Cerulli 570 detenuti per circa 480 posti utilizzabili Secondo i dati raccolti dalla Camera Penale durante l’ultima visita, nel carcere di Trapani ci sono circa 570 detenuti, a fronte di una capienza effettivamente utilizzabile di circa 480 posti. Novanta persone in più. Tra i detenuti ci sono circa 120 stranieri, ma mancano mediatori culturali in numero adeguato. Un problema non secondario quando si tratta di comprendere regole, comunicare necessità sanitarie, parlare con gli avvocati e, semplicemente, riuscire a far valere i propri diritti. Il sovraffollamento si concentra soprattutto nel reparto che ormai compare in ogni relazione sul Cerulli: il “Mediterraneo”. Nel reparto Mediterraneo celle con quattro o cinque letti Qui molte celle ospitano quattro o cinque persone. Secondo i penalisti, gli spazi disponibili in diversi casi non garantirebbero neppure il parametro minimo di tre metri quadrati calpestabili per detenuto. Non è una questione astratta. Diversi reclusi avrebbero già ottenuto risarcimenti proprio per essere stati detenuti in condizioni considerate non conformi agli standard previsti. Poi c’è l’acqua. Dai rubinetti, denunciano gli avvocati, esce acqua marrone. Una circostanza che era già emersa durante le precedenti visite, quando era stata descritta acqua di colore giallastro, insieme a celle con acqua sul pavimento, muffa, ruggine, scarsa illuminazione e condizioni igieniche compromesse. Insomma, cambia leggermente la tonalità dell’acqua. Non cambia il problema. Venti ore al giorno chiusi nelle celle Nel “Mediterraneo” molti detenuti trascorrono fino a venti ore al giorno nelle celle. Le ore all’aperto sarebbero concentrate in due fasce, dalle 9 alle 11 e dalle 13 alle 15. Che in piena estate, con temperature elevatissime, non sono esattamente gli orari più invitanti per stare all’aria aperta. Non ci sono spazi comuni adeguati, manca una palestra e le attività formative, lavorative e di socializzazione sono molto limitate. Ad agosto la situazione diventa ancora più pesante, perché numerose attività vengono sospese o ridotte. La conseguenza è che la funzione rieducativa della pena prevista dall’articolo 27 della Costituzione rischia di rimanere scritta soltanto sulla carta. La Costituzione dice che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Dentro certe celle del Cerulli, raccontano le delegazioni che le hanno visitate, quel principio appare parecchio lontano. Sanità, “si interviene sull’emergenza, non sulla prevenzione” Altro capitolo è quello dell’assistenza sanitaria. Le criticità segnalate riguardano la presenza insufficiente di medici, psichiatri e personale sanitario. Nelle precedenti visite era stato inoltre denunciato il cattivo funzionamento del Serd, il servizio che segue le persone con problemi di dipendenza. La sensazione riferita dagli operatori è quella di un sistema che riesce principalmente a intervenire sulle emergenze, mentre fatica a garantire prevenzione e continuità dell’assistenza. Un problema enorme in una struttura che ospita centinaia di persone, molte delle quali con patologie fisiche, dipendenze o fragilità psichiatriche. Tre salette per i colloqui con gli avvocati - Ci sono poi le condizioni nelle quali viene esercitato il diritto di difesa. Per circa 570 detenuti il carcere dispone, secondo quanto rilevato dalla Camera Penale, di appena tre salette per i colloqui con gli avvocati. A gestire il flusso sarebbe destinata una sola unità di personale. Una situazione che determina attese e difficoltà organizzative e che, sottolineano i penalisti, finisce per incidere concretamente sulla possibilità dei detenuti di confrontarsi con i propri difensori. Tra le persone recluse, inoltre, più di 60 sarebbero ancora in attesa del primo giudizio. Per la Camera Penale è un dato sul quale riflettere, perché la custodia cautelare in carcere dovrebbe rappresentare l’extrema ratio. Lecce. Dalle celle del carcere alle torrette di salvataggio, i detenuti lavorano come bagnini di Luca D’Alessio Il Riformista, 10 agosto 2026 Sovraffollamento carceri. Situazione critica nei penitenziari. Al limite del rispetto della umana condizione. Sono questi i temi che nelle ultime ore infervorano gli ambienti della politica, soprattutto quelli distinti dal garantismo della prima ora. La Commissione Giustizia della Camera dei Deputati avvia un’indagine conoscitiva sullo stato delle carceri per far luce sulle criticità in atto. Ma, se da un lato si vive un frangente complesso, contestualmente a questa situazione difficile, sembra esserci anche spazio per iniziative dove lo Stato è presente ed assolve pienamente ai suoi doveri di reinserimento sociale dei detenuti e di funzione rieducativa della pena. I detenuti della Casa circondariale di Lecce, in questi giorni stanno vivendo un’occasione unica di riscatto personale e sociale. A causa della nota carenza del personale di salvamento sulle spiagge della costa salentina, è nato il progetto “Io Salvo”. Un’iniziativa lodevole nata per favorire il reinserimento sociale che risponde anche alla crescente difficoltà del settore turistico nel reperire personale qualificato. Dalle celle del carcere alle torrette di salvataggio. Questa è la storia di un percorso a cui partecipano 13 detenuti della Casa circondariale “Borgo San Nicola” di Lecce. Dopo tre mesi di dovuta formazione teorica e pratica, hanno conseguito il brevetto di assistente bagnanti rilasciato dalla Federazione Italiana Nuoto, oltre alle certificazioni per il primo soccorso e l’utilizzo del defibrillatore. Un percorso altamente formativo dal punto di vista pratico che porta con sé forti responsabilità nel momento della prontezza operativa in caso di bisogno. I lidi interessati, dove vengono impiegati sono diversi, tra San Cataldo, Torre Chianca, Spiaggia bella e Vernole, dove devono svolgere attività di assistenza e supporto alla sicurezza durante la stagione estiva. Come istruiva la legge del contrappasso, secondo una morale che lavora per contrasto. Hai prodotto tanto male? Ora devi produrre opere di servizio in bene alla Comunità. Crediamo nulla di più costruttivo. Edificante. Ma soprattutto per chi, come i detenuti anche macchiati di gravi reati, in questo servizio sentono riempirsi di un orgoglio emozionante. Un progetto nato dalla collaborazione tra istituzioni ed imprese. “Io Salvo” è stato promosso da Confimprese Demaniali Italia e Federazione Italiana Nuoto, con il supporto della Prefettura di Lecce, del Comune di Lecce, della Casa circondariale di Lecce e di numerosi imprenditori balneari del territorio. Il percorso ha previsto lezioni in aula, addestramento in piscina e prove pratiche in mare, fino al conseguimento dell’abilitazione professionale. Per i detenuti coinvolti si tratta di un vero contratto di lavoro stagionale, accompagnato da un percorso di responsabilizzazione e preparazione professionale che punta a favorire il reinserimento una volta conclusa la pena. Il progetto nasce in un momento in cui molte località turistiche continuano ad avere carenza di personale qualificato per il servizio bagnanti. E’ un percorso che suggerisce come si possono trovare anche soluzioni alternative allo svuotacarceri e rispondere contemporaneamente a due esigenze: offrire nuove opportunità di lavoro a persone impegnate in un percorso di reinserimento e contribuire a coprire professionalità molto richieste dal mercato del lavoro turistico, in questo caso. Ora la sfida è estendere il modello. Non limitarsi alla sola esperienza estiva ma pensare anche a tutti i diversi settori che hanno carenza tutto l’anno. Percorsi analoghi in professioni dove la domanda di personale continua a essere elevata, come l’ospitalità alberghiera, la ristorazione e altri servizi legati all’accoglienza. Una bella pagina di storia estiva che certifica che il nostro Paese può essere molto virtuoso quando lo vuole per davvero. E che lancia un messaggio di conciliazione e di speranza a tutti quei detenuti che purtroppo vivono nelle loro celle situazioni molto strazianti. La vera storia del carcere minorile di Nisida alle Giornate degli Autori di Venezia con “I Nisidiani” di Riccardo Brun di Luca Marconi Corriere della Sera, 10 agosto 2026 Lo sceneggiatore napoletano ora alla regia racconta dodici anni di laboratori di scrittura coi i giovani detenuti sull’isolotto di Bagnoli. In anteprima alle Giornate degli Autori - Confronti della 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia - l’8 settembre - lo scrittore e sceneggiatore partenopeo Riccardo Brun presenta la sua opera prima alla regia, “I Nisidiani”, nata dall’impulso di raccontare ben dodici anni di laboratori di scrittura nel carcere minorile di Nisida: un lavoro collettivo d’un pugno d’affermati autori napoletani - alcuni all’epoca erano appena agli esordi - proseguito in tutti questi anni nel progressivo sforzo di stabilire la connessione ottimale, coi giovanissimi detenuti, perché avvertissero nella cultura un’opzione di riscatto esistenziale. Prodotto da Donella Bossi Pucci, Riccardo Brun, Paolo Rossetti e Francesco Siciliano con la partecipazione di Rai Documentari per la cura editoriale di Silvia Barite, il film dunque cerca di mettere insieme il succo di un’esperienza forte, di trasformazione reciproca, che ha coinvolto, con Brun, Viola Ardone, Valeria Parrella, Patrizia Rinaldi, Gianni Solla, Angelo Petrella, Mario Gelardi, Maurizio de Giovanni, Antonio Menna, Daniela De Crescenzo e molti altri. E tutti, in forme diverse, hanno sviluppato un legame profondo con i ragazzi coinvolti nel progetto, fino a realizzare un romanzo collettivo che rappresenta un caso unico nel panorama letterario italiano. Il documentario ricostruisce questo percorso attraverso testimonianze e incontri, offrendo uno sguardo inedito e non romanzato sul carcere minorile. Ma non è un racconto centrato sulla cronaca della detenzione, piuttosto è una riflessione sulle potenzialità generative della cultura e sulla possibilità di immaginare percorsi alternativi per chi sembra destinato a una traiettoria già scritta. Attraverso la voce narrante dello stesso Riccardo Brun, I Nisidiani diventa un viaggio d’impegno civile che connette due universi solo apparentemente distanti, perché se la cultura prende l’inclinazione giusta, abbandonando narcisismi ed autoreferenzialità e rendendosi permeabile ai giovani, allora agisce sulla devianza minorile: il film d’altronde mostra come tutti condividano la stessa geografia umana e sociale d’una città difficile come Napoli, dove vivere è complicato quando non faticoso ma dove il disagio e il talento, l’emarginazione e la creatività si incrociano di continuo. E Brun ribalta la prospettiva sul carcere: i ragazzi qui non sono casi da analisi o pietosi, ma interlocutori, autori di racconti, portatori di immaginazione e desideri particolari coniugati secondo i tempi e i linguaggi contemporanei. Il laboratorio allora è prima di tutto costruzione della comunicazione, e quindi uno spazio di libertà possibile, dove la scrittura e la narrazione, quando producono consapevolezza, aprono una porta sull’emancipazione. In un momento storico in cui il dibattito sul disagio giovanile tende a semplificare e criminalizzare, I Nisidiani allora si fa testimonianza preziosa, fattiva, sul campo, chiamando in causa la responsabilità collettiva: il film afferma con forza una convinzione maturata nei corridoi di Nisida, e cioè che non esista un futuro per una comunità senza la capacità di recuperare e accompagnare i suoi figli più fragili. Per mantenere le sue promesse, la destra ha bisogno degli immigrati di Claudio Cerasa Il Foglio, 10 agosto 2026 Abbassare l’età pensionabile, ridurre le tasse, combattere la denatalità, difendere il made in Italy: perché la destra sovranista non può fare nulla di tutto questo senza l’apporto dell’immigrazione. E anche sulla sicurezza, più realtà, meno paura. Il caso Ceuta, lo abbiamo visto, ha rimesso in circolo, nell’estrema destra europea, l’algoritmo del “dagli allo straniero”, specie se un pochino di colore. Le immagini dell’“invasione” di Ceuta hanno tirato fuori il peggio delle destre europee e ci hanno ricordato quanto la strumentalizzazione dei temi legati all’immigrazione sia direttamente proporzionale alla vicinanza alle elezioni politiche. Italia, Francia, Spagna e Polonia si avvicinano alle elezioni e la demagogia attorno al caso Ceuta, per fortuna durata pochi giorni, nasce anche da qui: dal desiderio da parte delle destre europee di poter raggranellare qualche follower e un po’ di consenso in più, evocando la paura più ancestrale che c’è. Lo straniero, specie se un pochino di colore. Il copione è sempre lo stesso. C’è l’invasione. Gli immigrati sono alle porte. Dobbiamo difenderci. Dobbiamo chiuderci. Dobbiamo salvare i nostri popoli per dare loro un futuro. Le campagne elettorali sono iniziate, in mezza Europa, e accanto alle idee per contrastare l’immigrazione (i verbi cambiano a seconda della difficoltà che si ha nei sondaggi, si va da un semplice governare a un più impegnativo contrastare, fino a un più rude arginare per concludere con un definitivo bloccare) ne vedremo altre con cui le destre estreme cercheranno di dimostrare di non essere solo chiacchiere, distintivo e migranti da fermare. I programmi elettorali ci regaleranno soddisfazioni, delusioni e disperazioni. Ma per mettere a nudo l’estremismo delle destre più radicali quando parlano di migranti c’è un modo originale che suggeriamo ed è quello di andare a studiare quante promesse dei populisti di destra sarebbero irrealizzabili senza l’apporto dell’immigrazione. La destra italiana, quella più estrema, prima di ogni campagna elettorale, oltre ad attaccare le banche, trova modi più o meno originali per promettere di abbassare l’età pensionabile, dossier sul quale invece non può esercitarsi il generale Vannacci, andato in pensione a 56 anni: meglio non parlare del tema, almeno in campagna elettorale. Si diceva: le pensioni. Primo punto. La destra vuole mandare prima gli italiani in pensione? Facciamo due calcoli. Entro il 2050 la quota di persone tra 15 e 64 anni è prevista in discesa dal 63,5 al 54,3 per cento, mentre gli ultrasessantacinquenni saliranno dal 24,3 al 34,6 per cento. Dunque: per promettere, in modo realistico, di poter anticipare le pensioni, pazzia che per fortuna la destra al governo in Italia non ha realizzato dopo averla promessa, serviranno necessariamente più immigrati regolari e occupati, in grado di finanziare le pensioni del futuro. Secondo punto. La destra, come ripete spesso in campagna elettorale, vuole abbassare le tasse (proporlo in campagna elettorale è un conto, farlo al governo è un altro conto) e contestualmente vuole trovare un modo per aumentare la spesa, per poter dare forma alle proprie idee, tra flat tax, assegni familiari, più spese per la polizia, più fondi alla sanità, più aiuti alle scuole? Perfetto. Per poterlo promettere senza farsi ridere dietro, anche se poi non lo farà, occorre riconoscere che servono più entrate fiscali per lo stato. Per avere più entrate fiscali per lo stato occorre allargare la popolazione che lavora. Per allargare la popolazione che lavora indovinate cosa serve? La risposta la offre l’Istat: l’Italia, nel 2025, ha mantenuto un suo equilibrio perché, a fronte di una popolazione di cittadinanza italiana che è diminuita di 189 mila persone, la popolazione straniera è aumentata di 188 mila. Avete sentito qualche sovranista lamentarsi di questo dato? No. E sapete perché. Terzo punto. Vuoi essere credibile nella lotta contro la denatalità? Bene. Per farlo servono più soldi, probabilmente, e i soldi si possono trovare più facilmente ampliando la platea che paga le tasse piuttosto che facendo pagare più tasse a tutti, essendo le politiche di revisione della spesa un tabù. Ma per combattere la denatalità, nell’attesa che gli italiani tornino a fare figli su figli, occorre guardare anche qui i dati. Senza immigrati, la crisi demografica peggiorerà. Con gli immigrati, gli effetti della crisi demografica possono essere compensati almeno in parte. Anche qui ci aiuta l’Istat: nel 2025 sono nati appena 355 mila bambini e il saldo naturale è stato negativo per 296 mila persone. Il saldo migratorio positivo è stato invece di 296 mila e ha compensato quasi esattamente la differenza tra morti e nati. Avete sentito qualche sovranista lamentarsi di questo dato? No. E sapete perché. Punto numero quattro: vuoi fermare la fuga dei cervelli? Bene, viva la patria. Ma se vuoi fermare la fuga dei cervelli non puoi pensare di intervenire soltanto cercando di trattenere quelli italiani. Devi trovare un modo per rendere i cervelli stranieri più desiderosi di venire in Italia. Ed ecco il paradosso documentato dall’Istat: tra il 2019 e il 2024 l’Italia ha perso 78 mila giovani laureati italiani, ma ha registrato un saldo positivo di 88 mila giovani laureati stranieri. Risultato complessivo: poco meno di diecimila laureati in più. Risultato positivo soltanto grazie all’immigrazione. Punto numero cinque: vuoi, in nome del patriottismo, difendere il made in Italy? Bene. Ma le aziende che scommettono sul made in Italy, per produrre, hanno bisogno di manodopera. La manodopera di cui hanno bisogno non riescono a trovarla tutta fra i lavoratori disponibili in Italia. Per avere la manodopera necessaria a permettere al made in Italy di competere con il mondo c’è bisogno di altra manodopera non italiana. E il risultato è quello che sappiamo: per rendere l’industria, che il sovranismo vuole giustamente proteggere, in nome del made in Italy, più italiana servono più lavoratori stranieri, non per questioni ideologiche ma per questioni produttive. Le imprese italiane, secondo i dati Unioncamere, nel 2025 prevedevano di ricorrere a lavoratori stranieri per quasi un’assunzione programmata su quattro. La quota saliva a un’assunzione su tre nell’edilizia e a più di due su cinque nell’agricoltura e nel tessile. Il paradosso finale, per la destra sovranista che gioca a man bassa con un pizzico di xenofobia, è che anche la domanda delle domande, quella sulla sicurezza, per poter ricevere risposte reali, e non solo virali, ha bisogno di qualche atto concreto, difficilmente compatibile con la paura dello straniero. Per avere maggiore sicurezza non basta “fermare” l’immigrazione o lavorare per espellere chi non dovrebbe stare nel paese. E’ necessario, ma non sufficiente. Per combattere l’insicurezza, occorre lavorare con forza su canali legali, documenti rapidi, contratti regolari, formazione, controlli sui datori di lavoro, lotta al caporalato e rimpatri efficaci. Rendere gli immigrati invisibili non produce più controllo, ma produce più irregolarità, più ricattabilità. E, una volta compreso che neppure la destra più arcigna può permettersi di essere davvero contro gli immigrati, sarà facile capire che una destra desiderosa di proteggere l’Italia, per essere credibile, non può limitarsi a dire “fermiamoli tutti”, ma, per rendere le proprie proposte anche lontanamente compatibili con la realtà, dovrebbe imparare a capire come avere più immigrati senza che questo diventi un catalizzatore di paura. Ceuta passa, la realtà no. Ipocrisie a sinistra sui migranti di Luciano Violante* Il Foglio, 10 agosto 2026 Continuare a criticar tacendo o inseguire la destra sul suo terreno? I progressisti italiani, stretti in due vicoli ciechi. Ma c’è una terza via, fatta di formazione e lavoro, utile all’immigrazione e al paese. Le politiche dell’immigrazione non possono limitarsi alla gestione dei flussi; sarebbe una sfida persa in partenza perché la pressione migratoria, per il numero di persone coinvolte, per l’animo che le spinge è stata ed è sempre superiore alla capacità di fermarla o di respingerla. Non riusciamo a fronteggiarla neanche all’interno dei nostri confini. Nel primo trimestre del 2026 nella Unione europea hanno ricevuto l’ordine di lasciare il territorio nazionale più di 100.000 cittadini non comunitari; l’ordine è stato eseguito per circa un terzo dei destinatari. Gli altri due terzi si sono presumibilmente aggiunti alla massa di disperati sfruttati, senza presente e senza futuro. Se milioni di persone in tutto il mondo sono pronte a rischiare la morte per emigrare, significa che non si tratta di un problema di ordine pubblico ma di un problema di ordine umano. Le forze di estrema destra, presenti in tutti i paesi dell’Unione, ignorano questo aspetto; i loro maestri gridavano sangue e terra, loro urlano per la difesa dei confini e per la integrità etnica, alimentano la sensazione di insicurezza con slogan sulla sicurezza in uno dei paesi più sicuri del mondo, prospettano il ritorno forzato degli immigrati nei paesi di origine o in paesi terzi disposti ad accoglierli, la remigration, ma ne tacciono i costi. Nessuno dice che i governi britannici conservatori Johnson, Truss e Sunak, hanno fatto pagare ai contribuenti del loro paese, per il progetto di trasferimento forzoso in Ruanda degli immigrati irregolari, circa 700 milioni di sterline tra fondi al paese africano, voli mai decollati e costi di gestione, prima che il piano di asilo venisse definitivamente cancellato nel 2024. Le destre sanno benissimo che la remigrazione come politica generale di risposta all’immigrazione irregolare è irrealizzabile, come non è mai stato realizzabile il blocco navale che venne proposto in Italia qualche anno fa. Ma Insistono nella impostazione securitaria aiutati del silenzio della sinistra. Forse il punto più basso di questa impostazione è stato raggiunto dalla dichiarazione di Chisinau, adottata il 15 maggio 2026 dal Comitato dei ministri dei 46 paesi del Consiglio d’Europa che nel paragrafo 23 si occupa di tortura. La dichiarazione è priva di carattere vincolante, ma rappresenta comunque i convincimenti dei rappresentanti di quei paesi: “Il carattere assoluto del divieto dei trattamenti o delle pene inumani o degradanti deriva dal fatto che esso riguarda le forme più gravi di maltrattamento. La soglia minima di gravità necessaria perché un maltrattamento possa essere qualificato come trattamento o pena inumani o degradanti deve pertanto rimanere elevata e costante ed essere applicata in maniera chiara e uniforme a tutti i livelli, evitando di imporre restrizioni non necessarie alle decisioni di estradizione o di espulsione di cittadini stranieri. La valutazione del livello minimo di gravità resta tuttavia relativa e deve essere compiuta considerando tutte le circostanze del caso concreto”. In pratica un po’ di tortura è consentita, valutando le circostanze del caso concreto. Recentemente il governo italiano ha riproposto l’intesa di Chisinau come documento guida per le politiche antiimmigrazione. In definitiva l’estrema destra legittima la violenza, propone misure inapplicabili, tace sulla mancata applicazione delle misure di espulsione irrogate, esalta la riduzione del numero degli sbarchi, a volte citando cifre inesatte, come successo delle politiche migratorie. Non è accettabile, ma è una politica. La sinistra sembra aver rinunciato ad affrontare politicamente il problema. Lo scontro sembra essersi ridotto tra chi dice respingiamone quanti più è possibile e chi dice accogliamone quanti più è possibile. La sinistra sembra intrappolata nel groviglio di emancipazioni, lavoro, diritti, solidarietà e non riesce ad uscirne, perché non riesce a proporre soluzioni umanamente realistiche. Sembra avere solo due vie d’uscita: o continuare a criticar tacendo o inseguire la destra sul suo terreno. La prima opzione è suicida; fa parte della tesi per cui si compete per vincere, non per governare. La seconda opzione è stata scelta da Mette Frederiksen, la premier danese, socialista. Ha reso più complicati i ricongiungimenti, ha tagliato i sussidi, ha ridimensionato il diritto di asilo, consentendolo in via temporanea, ha facilitato i rimpatri. È una strada per la sinistra italiana? Mi auguro di no. Le politiche sull’immigrazione non stanno in piedi da sole; devono essere inserite nel contesto dei bisogni del paese e dei suoi obbiettivi strategici. Tutta l’Europa registra un forte calo demografico, un invecchiamento della popolazione, la mancanza di mano d’opera per lavori essenziali. Sulla base dei dati forniti dall’ELA (European Labour Authority), nei prossimi anni milioni di persone in tutta Europa lasceranno il lavoro per pensionamento. Nei quattro paesi più popolosi della Ue - Germania, Italia, Francia, Spagna - mancano già oggi da sei a otto milioni e mezzo circa di lavoratori. In tutta l’Ue, mancano saldatori, elettricisti edili, infermieri professionali, idraulici, autisti di camion e mezzi pesanti, carpentieri, piastrellisti, meccanici e riparatori di autoveicoli, falegnami per l’edilizia. In Italia i lavoratori richiesti dalle imprese, grandi e piccole, sono circa un milione: soprattutto addetti alle pulizie, braccianti, operai agricoli, camerieri, muratori, autisti di mezzi pesanti, idraulici, saldatori, manutentori. Per agevolare la ricerca è stato costituito l’Eu Talent Pool, il cui regolamento è stato approvato il 30 marzo scorso. Si tratta di una piattaforma digitale per facilitare il reclutamento di lavoratori qualificati provenienti da paesi extra Ue. L’Italia ha aderito tramite il ministero del Lavoro. Ma si pongono due problemi. L’Eu Talent Pool autorizza l’iscrizione alla piattaforma solo dei lavoratori già in possesso di un profilo professionale valido. L’Eu Talent Pool, inoltre, è solo una piattaforma; non sostituisce le leggi nazionali sulla immigrazione. Occorre pertanto seguire le faticose procedure dei decreti flussi per ottenere visti e permessi di soggiorno anche per chi ha già una competenza ed è richiesto da un’azienda italiana. Il secondo problema riguarda la mancanza di formazione nei paesi di origine. Qualche imprenditore italiano ha fatto una scelta radicale. Sta formando nei paesi di origine alcune centinaia di professionisti utili alle sue aziende che, terminata la formazione, potranno immediatamente cominciare a lavorare in Italia. Occorrerebbe forse una intesa tra governo, regioni, sindacati, associazioni degli imprenditori per avviare nei paesi di origine, all’inizio in via sperimentale, la formazione alle professioni più richieste e meno complesse, previa garanzia di un ingresso rapido in Italia. Occorre por mente, poi, ai lavori per l’Italia di domani. Con il Centro di ricerca Futuri Probabili abbiamo individuato tre settori di sicuro sviluppo nel nostro paese, per i quali serviranno competenze che già oggi non sono in numero sufficiente e che, per il calo demografico e l’invecchiamento della popolazione, ancora più insufficienti saranno domani. Abbiamo perciò bisogno del lavoro immigrato. Alcune delle professionalità necessarie potrebbero essere sviluppate in paesi extracomunitari che hanno una tradizione scientifica, ad esempio l’India, il Sud Africa o la Serbia. Il primo dei tre settori riguarda l’energia. Bisogna sviluppare le competenze per le energie rinnovabili. Tra qualche anno, inoltre, dovremmo cominciare a costruire centrali nucleari di nuova generazione. Non mancano ingegneri nucleari, ma abbiamo individuato altre 39 professionalità che oggi non esistono e che sono necessarie per la costruzione, dai saldatori specializzati, ai manutentori, ai tecnici di laboratorio nucleare. Gli uffici del ministero dell’Istruzione, su indicazione del ministro, hanno meritoriamente provveduto a istituire corsi di energia in 115 istituti tecnici e istituti tecnici superiori. I giovani interessati potranno trovare in questi istituti una preparazione che serve alla loro vita e serve al paese. Un secondo settore nel quale l’Italia dovrà sviluppare competenze è l’agricoltura. L’impoverimento delle risorse idriche, l’inaridimento del terreno, la difficoltà crescente di procurarsi concimi richiede anche nell’agricoltura il ricorso alle nuove tecnologie. Si chiama agricoltura di precisione e mira al risparmio dell’acqua, alla coltivazione delle specie più adatte al tipo di terreno, a ridurre gli sprechi e aumentare la produttività in modo sostenibile attraverso l’uso di big data, droni, macchinari che non richiedono l’intervento umano. Il terzo settore riguarda la brain economy, l’economia del cervello. Le capacità cognitive, la creatività e la salute mentale, in un mondo che sarà sempre più attraversato da tecnologie intelligenti, diventano risorse centrali per lo sviluppo dell’umanità, specie in paesi che invecchiano. In un’economia sempre più basata sulla conoscenza, il capitale umano dipende dalla capacità di apprendere, innovare, adattarsi rapidamente ai cambiamenti. La diffusione dell’intelligenza artificiale sposta complessivamente il lavoro umano verso attività cognitive complesse e creative. Sono necessari quindi investimenti nell’istruzione, nella formazione continua, nelle neuroscienze e nella tutela della salute mentale. Lo stress, le malattie neurologiche e il deterioramento cognitivo producono costi economici rilevanti, riducendo la partecipazione alla vita sociale e impoverendo il paese. La salute del cervello perciò non rappresenta soltanto una questione sanitaria, ma anche un elemento strategico della competitività economica. Lavorare non solo per le prossime elezioni, ma anche per il futuro del paese potrebbe far uscire dal letargo coloro che ne sono affetti e sollecitare tutti a politiche immigratorie che riescano a coniugare l’interesse dei migranti con l’interesse del paese. *Ex presidente della Camera dei deputati Tutti invasori o disperati: i falsi miti sui migranti che accecano la politica di Francesca Mannocchi La Repubblica, 10 agosto 2026 Oscilliamo tra la minaccia da respingere e la vittima da salvare: nel mezzo resta invisibile la persona, che viene disumanizzata. Il movimento non è un incidente dal quale difendersi, ma una forma con cui la storia continua a prodursi. Quello che accade a Ceuta in queste settimane ci rimette davanti a un problema antico: il modo in cui la narrazione europea sulla migrazione genera due figure opposte, che assolvono alla stessa funzione - impedirci di riconoscere nelle persone migranti delle persone. Da giorni le immagini si somigliano tutte. Migliaia di corpi in acqua tra la costa marocchina e l’exclave spagnola, ragazzi che nuotano verso una città europea in Africa, i soldati sulla spiaggia, le camionette che riportano al confine chi è entrato, le ottanta salme in fila in un hangar. E da giorni, con la stessa puntualità, il discorso pubblico europeo lavora a trasformare quei corpi in argomenti, con un repertorio noto, molto collaudato negli anni, e dunque immediatamente disponibile. Da un lato l’invasore: colui che arriva per sottrarre qualcosa - lavoro, sicurezza, identità, risorse - protagonista di un assalto orchestrato e strumento di una potenza straniera, dunque minaccia da respingere. Dall’altro la vittima assoluta: un essere umano mosso soltanto dalla fame, dalla guerra, dalla disperazione, privo di desideri e di volontà, un corpo da compatire. La prima figura criminalizza la capacità di agire. La seconda la cancella. In entrambi i casi il migrante smette di essere una persona complessa, una persona come noi, e diventa una funzione del nostro discorso politico che serve alla destra per organizzare la paura e a una parte della sinistra, costretta ormai da anni a giocare in difesa sul tema migratorio, per dimostrare che chi arriva possiede ragioni sufficientemente dolorose da meritare di essere accolto. Paura e compassione producono immagini apparentemente opposte ma condividono la stessa semplificazione: hanno bisogno di un migrante senza ambivalenze. La vittima, per essere accolta nel racconto, deve essere perfetta, deve avere sofferto abbastanza, deve essere partita per una ragione che noi consideriamo legittima, deve avere un passato irreprensibile, deve dimostrare gratitudine, deve desiderare una vita modesta, deve restare dentro il perimetro morale che abbiamo costruito per lei; appena manifesta ambizione, desiderio di vita migliore, di consumo, di riconoscimento, di libertà personale, la sua innocenza viene messa in discussione. È una forma sottile di disumanizzazione, ma è comunque disumanizzazione. I ragazzi che a fine luglio si sono gettati in acqua verso Ceuta rendono visibile proprio ciò che il nostro racconto della migrazione fatica a contemplare: si può partire perché si fugge da una condizione insostenibile e si può partire perché si desidera una vita diversa, perché quella che si ha non basta più, perché altrove si immaginano possibilità che il luogo in cui si è nati non sembra poter offrire. Molti hanno vent’anni, hanno un telefono, hanno letto una convocazione rimbalzata sui social, hanno valutato un rischio e hanno deciso di correrlo. Vengono da un Paese che non è in guerra e che l’Europa considera insieme partner, alleato e presidio esterno dei propri confini. Proprio per questo Ceuta pone una questione che precede persino quella morale e riguarda la capacità politica di governare le migrazioni. Da decenni continuiamo a parlare di migrazione attraverso il lessico dell’eccezione, come se ogni movimento fosse una crisi improvvisa alla quale rispondere, ogni frontiera attraversata l’inizio di un’emergenza, ogni aumento degli arrivi la prova di un sistema che ha smesso di funzionare. Eppure ciò che chiamiamo emergenza è ormai una condizione permanente, prodotta da diseguaglianze, guerre e crisi climatiche, trasformazioni del mercato del lavoro, instabilità politiche, reti transnazionali e, insieme a tutto questo, dall’aspirazione antichissima degli esseri umani a spostarsi verso luoghi nei quali immaginano di poter vivere meglio. Continuare a distinguere le migrazioni attraverso una gerarchia morale delle ragioni che le producono impedisce di vedere questa complessità. Abbiamo costruito un sistema nel quale la sofferenza rende il movimento comprensibile e il desiderio lo rende sospetto, come se la necessità appartenesse alla politica e l’aspirazione individuale ne fosse una deviazione. Governare la mobilità richiede esattamente il contrario: riconoscere che cause diverse producono movimenti diversi, che protezione internazionale, migrazione economica, ricongiungimenti familiari, mobilità per studio o lavoro chiedono strumenti differenti e che nessuna politica dei confini può essere efficace se pretende di ridurre a un’unica categoria ciò che accade prima che una persona raggiunga quel confine. La questione riguarda allora anche il significato che siamo disposti ad attribuire alla libertà di movimento. È forse questa la domanda più difficile che Ceuta consegna all’Europa. Non soltanto quanti confini possiamo controllare, quante persone possiamo accogliere, quali accordi possiamo stipulare con i Paesi di origine e di transito, quali strumenti possano rendere i movimenti ordinati e governabili. La domanda precedente è quale idea di essere umano stia prendendo forma dentro le politiche con cui decidiamo chi può muoversi, per quali ragioni e a quali condizioni. Finché continueremo a chiedere alle persone migranti di essere qualcosa di diverso da ciò che riconosciamo come umano in noi stessi, continueremo a oscillare tra le stesse due immagini: la minaccia da respingere e la vittima da salvare. In mezzo rimarrà invisibile la persona, con la sua storia e i suoi errori, la necessità e il desiderio, il calcolo e l’incoscienza, ciò da cui fugge e ciò verso cui vuole andare. È in quello spazio che dovrebbe cominciare una politica europea della migrazione capace finalmente di chiamare il movimento con il suo nome: non un incidente della storia dal quale difendersi, ma una delle forme attraverso cui la storia umana continua a prodursi. Ruzza: “Nei Cpr non c’è rispetto della persona” di Antonio Maria Mira Avvenire, 10 agosto 2026 Il vescovo di Civitavecchia Tarquinia e Porto Santa Rufina è stato più volte a Ponte Galeria. “Sono peggio delle prigioni, condivido la battaglia di Capua e Trento”. “Condivido la battaglia degli arcivescovi di Capua e di Trento contro la realizzazione di Cpr nei loro territori, perché sono strutture dove non c’è il rispetto della dignità umana. Lo posso dire perché ci sono stato più volte e perché come diocesi ci stiamo impegnando per migliorare questa condizione”. A parlare è Gianrico Ruzza, vescovo di Civitavecchia-Tarquinia e di Porto-Santa Rufina, nel cui territorio esiste il Cpr di Ponte Galeria, 120 posti ma solo 80 immigrati presenti tra i quali 5 donne (è l’unico con presenza femminile), tre suicidi, molte rivolte e proteste. Nel 2024 è stata firmata una convenzione fra Prefettura, Caritas di Roma e di Porto-Santa Rufina, Comunità di Sant’Egidio e Centro Astalli per una presenza stabile, fornendo assistenza legale e spirituale, insegnamento dell’italiano, ascolto. Monsignor Ruzza, perché parla di mancanza di dignità? Perché queste persone vengono considerate non solo un problema, ma un vero e proprio guaio. È peggio di un carcere. Se in carcere ci sono alcune tutele giuridiche che proteggono un po’ da forme di emarginazione o discriminazione, nel Cpr sono inesistenti. In che senso? La struttura è impressionante. Vivono in gabbie, il cortile all’aperto ha sbarre alte 4 metri, le stanze hanno 8 letti inchiodati per terra perché non se li devono tirare addosso. Il bagno è una stanzetta con tavoli in ferro, piantati per terra, dove poter mangiare. La cappella è stata chiusa, e noi celebriamo in una stanzetta dove si fa pure scuola di italiano. La palestra è stata chiusa perché, dicono, c’era il pericolo di una rivolta. È assurdo. Non c’è una condizione di vivibilità. Nel carcere il cappellano va stabilmente, c’è l’infermiera o il medico, c’è il volontario, nel Cpr no. Lei va spesso? Io vado per la celebrazione della messa 3-4 volte l’anno. Portiamo anche dei doni, soprattutto per le feste, Natale, Pasqua, la cocomerata di Ferragosto. Durante l’anno i sacerdoti vengono spesso a celebrare, mentre un diacono permanente, molto sensibile, ha instaurato un ottimo rapporto con loro. Ti tendono la mano perché hanno bisogno di un contatto umano che noi cerchiamo di dare, è fondamentale. Tenerli occupati ad esempio con la scuola pur per poche ore è importante, perché stanno senza far niente, non hanno libri, non hanno niente. Come reagiscono alle vostre proposte spirituali? C’è una crescente risposta e un desiderio. L’ultima volta che ho celebrato la messa quelli che sono venuti sentivano davvero il desiderio di partecipare a questo momento anche se non erano neanche tutti cattolici. Stavano lì perché era una boccata di ossigeno, un momento di incontro, di relazione. Lei ha visto nel tempo la situazione peggiorare? La situazione è peggiore da un punto di vista delle condizioni di vita. Inoltre Ponte Galeria è diventato il centro che gestisce anche il Cpr in Albania. Molti vengono appoggiati qui alcuni giorni per poi partire per laggiù. Come siete trattati? Il rapporto con la Polizia è ottimo, mentre all’inizio era esattamente il contrario. E anche con la cooperativa che gestisce il Cpr. Quando sono andato la prima volta nel marzo 2024, sono entrato col Garante del Lazio per i detenuti, ma siccome c’era stato un errore di trasmissione da parte della sua segreteria nei confronti della direzione del Cpr mi hanno fatto fare sei ore di attesa. Che io fossi vescovo non gli importava. Avevamo portato vari dolci e li hanno buttati per terra. Il clima oggi è totalmente diverso. È l’unico Cpr ad aver fatto accordi con le associazioni di volontariato. Credo che lo si debba molto al prefetto Lamberto Giannini, persona rispettosa e che capisce le situazioni. Non tutti gli apparati dello Stato sono sulla linea giustizialista, tanto per essere chiari. Chi sono le persone che sono nel Cpr? La maggior parte sono persone che hanno commesso reati, che hanno scontato una pena in carcere, ma mentre la scontavano è scaduto il permesso di soggiorno e quindi essendo ufficialmente clandestini, come dicono loro, li piazzano lì. Ma ci sono anche storie incredibili, che riguardano anche donne. Quali? Una donna è stata messa nel Cpr perché dava fastidio per strada. Non sapendo dove metterla l’hanno messa lì ma solo perché era straniera. Una poveretta cinese, una ragazza, dopo un controllo nelle fabbriche di Prato è risultata lavoratrice irregolare e l’hanno messa a Ponte Galeria. Qui la coccolavano e poi è uscita perché non sono riusciti a espellerla. Ci sono stati anche tre suicidi… Una buona parte di loro desidererebbe tornare in patria, perché hanno capito che qua c’è poco da sperare, ma nella maggior parte dei casi non si può fare perché non c’è un rapporto di reciprocità. Sono stato nel Cpr in occasione del suicidio di un ragazzo della Guinea equatoriale, Ousmane Sylla, 22 anni, che voleva tornare ma non c’era il rapporto diplomatico e quindi non si poteva. Alla fine si è ammazzato lasciando sul muro le parole “Voglio tornare in Africa, mi manca mia mamma”. In coma dopo aver ingerito acido nel Cpr di Milano, il medico: “Non è più un’emergenza: è il sistema” di Giulia Ghirardi fanpage.it, 10 agosto 2026 Mouchine Ettabouti è in coma dopo aver ingerito acido nel Cpr di Milano. Tra accuse e dubbi sulla dinamica, Nicola Cocco, medico della rete No Cpr, ha denunciato a Fanpage.it condizioni gravissime: “La custodia dello Stato dovrebbe proteggere, non esporre a rischi”. Mouchine Ettabouti, 37 anni, è ricoverato all’ospedale Niguarda di Milano dopo avere ingerito un detersivo a base di acido cloridrico mentre si trovava nel Cpr (Centro di permanenza per il rimpatrio) di via Corelli. Come spiegato da Nicola Cocco, medico infettivologo della Rete Mai più Lager, NO ai Cpr e della Società italiana di medicina delle migrazioni, a Fanpage.it il prodotto conteneva acido cloridrico al 7 per cento e ha provocato “ulcere gravissime a carico dell’esofago e dello stomaco”, con rischio di perforazione, emorragia e morte. Ora Mouchine sarebbe fuori pericolo di vita, ma le condizioni restano molto gravi. Per Cocco c’è, però, un altro aspetto della vicenda che desta preoccupazione: non risulterebbe ancora una rivalutazione da parte di Ats sulla compatibilità delle sue condizioni con la permanenza nel Cpr. Mouchine, nonostante quella che il medico ha definito “un’urgenza chirurgica”, risulterebbe ancora formalmente trattenuto nella struttura. La Rete, ha spiegato, ha segnalato la situazione all’Ats, alla Prefettura e al Garante cittadino dei diritti delle persone detenute, ma - secondo quanto appreso - non avrebbe mai ricevuto alcuna risposta. Le ipotesi sull’aggressione - Restano ancora da chiarire, però, le circostanze che hanno portato Ettabouti a ingerire la sostanza. Dall’interno del Cpr sono arrivate alla Rete versioni contrastanti: alcune riferiscono di un’aggressione e di percosse, altre arrivano a ipotizzare che il 37enne sia stato costretto a ingerire l’acido. Si tratta di ricostruzioni che al momento non hanno trovato conferme indipendenti e che dovranno essere verificate, ma per Cocco l’episodio pone comunque una questione precisa: come sia possibile che all’interno di un luogo di trattenimento amministrativo, dove le persone sono affidate alla custodia dello Stato, si arrivi a un evento di tale gravità. A Fanpage.it, il medico ha posto, inoltre, l’attenzione sulla presenza stessa di una sostanza così pericolosa in una struttura dove sono presenti “persone in condizioni di forte sofferenza psicologica”. Anche per questo il caso (l’ennesimo) solleva gravi interrogativi sulla capacità del Cpr di impedire l’accesso a prodotti che possono essere utilizzati per gesti autolesivi. Dal controllo a Romanengo al ricovero La vicenda di Ettabouti è iniziata lo scorso 28 maggio. Il 37enne era in auto con il fratello quando è stato fermato dai carabinieri a Romanengo (Cremona) senza documenti. Il fratello ha spiegato che il 37enne stava cercando di regolarizzare la propria posizione e di presentare la richiesta per poter rimanere in Italia. Nonostante questo, dopo il passaggio in caserma, Ettabouti è stato trasferito al Cpr di Milano. I contatti sono proseguiti fino a lunedì scorso, poi, più nulla. Infine, mercoledì è arrivata la telefonata dalla sorella: “Mouchine è al Niguarda in coma”. Il caso è stato affidato all’avvocato penalista cremasco Marco Simone che sta esaminando la cartella clinica e gli elementi utili alla ricostruzione della vicenda. “Non è un episodio straordinario” - Nel frattempo, in via Corelli la tensione resta alta. Gli altri trattenuti chiedono notizie sulle condizioni di Ettabouti e, secondo le segnalazioni raccolte dagli attivisti, si sarebbero verificati momenti di agitazione e presunti episodi di aggressione. Per Cocco, però, il punto non è soltanto stabilire chi abbia fatto cosa. La dinamica dovrà essere accertata, ma resta un dato: “Un uomo affidato alla custodia dello Stato è finito in condizioni potenzialmente mortali dopo avere ingerito acido all’interno di una struttura che dovrebbe garantirne la sicurezza”. Così la riflessione del medico si spinge oltre il singolo episodio. Non si tratta, infatti, di un fatto straordinario, ma “dell’effetto di un ambiente che produce sofferenza e disperazione”. Così, però, il Cpr, secondo Cocco, rischia di diventare un luogo nel quale una persona arriva a preferire un gesto estremo pur di sottrarsi al trattenimento. Ed è questo che non può diventare normale: non è normale che una persona in custodia dello Stato finisca in fin di vita dopo avere ingerito acido. E non è normale che accada ancora. Per questo, al di là della dinamica e delle responsabilità che dovranno essere accertate, l’ennesima emergenza sanitaria dentro il Cpr di Milano dice una cosa precisa: questi luoghi non garantiscono sicurezza, tutela e dignità alle persone che vi sono trattenute. Se una struttura dello Stato può trasformarsi in un luogo di disperazione, autolesionismo e possibile violenza, allora il problema non è più come gestirla meglio. Il problema è che quei luoghi non dovrebbero esistere.