L’Europa bacchetta l’Italia: troppi suicidi e malati abbandonati di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 9 dicembre 2025 Non c’è pace per il sistema penitenziario italiano, e a ricordarcelo non sono le solite nostre pagine de Il Dubbio o la battaglia storica radicale portata avanti da pochissimi e sinceri politici, ma l’occhio vigile dell’Europa. Il nostro Paese continua a tenere in carcere persone con disturbi psichiatrici che dovrebbero essere trasferite in strutture adeguate. E i suicidi dietro le sbarre non accennano a diminuire. Ricordiamo che con il detenuto che si è impiccato sabato scorso al carcere di Pistoia, siamo giunti al 73esimo suicidio dall’inizio dell’anno. Sono questi i due problemi su cui il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa ha acceso i riflettori il 4 dicembre scorso, con una decisione che mette in fila ritardi, numeri preoccupanti e richieste pressanti alle autorità italiane. Il documento arriva dopo anni di monitoraggio su tre casi arrivati alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Il primo è quello di Sy, un detenuto che ha continuato a restare in carcere nonostante soffrisse di una condizione psichiatrica e nonostante i tribunali italiani avessero ordinato il suo trasferimento in una REMS, le residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza che dal 2015 hanno sostituito gli ospedali psichiatrici giudiziari. Il secondo caso riguarda Citraro e Molino, genitori di un ragazzo morto suicida in carcere mentre soffriva di problemi psichiatrici. Il terzo è quello di Niort, dove si contesta la mancanza di una valutazione adeguata sulla compatibilità delle condizioni mentali del detenuto con la detenzione. Per Sy e per un altro caso, quello di A. Z., il Comitato ha deciso che non servono altre misure individuali e ha chiuso la supervisione. Per Niort invece la situazione è diversa: le autorità italiane hanno fatto sapere che la compatibilità psichiatrica con il carcere è stata rivalutata e che il detenuto riceve cure regolari. Il Comitato chiede che venga mantenuto un monitoraggio stretto e che vengano garantite cure mediche e psicologiche adeguate. Ma è sulle misure generali che il discorso si fa più pesante. Partiamo dai numeri delle REMS. Dal 2020 c’è stato un miglioramento generale nel ridurre il numero di persone tenute in carcere in attesa di essere trasferite in queste strutture. Nel 2024 si è registrato un calo significativo. Poi però nel 2025 i numeri sono risaliti. Il Comitato sottolinea che continuare a detenere persone per cui i giudici hanno ordinato il ricovero in REMS o in altre strutture appropriate resta un problema serio, perché si tratta di un rischio concreto di privazione della libertà contro la legge, secondo la Convenzione europea. Per questo chiede alle autorità di garantire che le decisioni giudiziarie vengano eseguite rapidamente per chi è ancora detenuto. Il vero nodo è la rete delle REMS. Il Comitato parla chiaro: non ci sono stati progressi sostanziali nell’espandere questa rete. E ripete l’appello alle autorità perché intensifichino gli sforzi. C’è una nota positiva: sono stati stanziati fondi aggiuntivi per la regione Liguria. Ma il Comitato chiede che vengano garantiti finanziamenti adeguati in modo più ampio, soprattutto nelle regioni dove risulta che siano detenute più persone in attesa di trasferimento. Non basta costruire nuove strutture. Bisogna anche far funzionare quelle che già esistono. Il Comitato invita le autorità a garantire che il sistema REMS funzioni davvero, mettendo in pratica completamente l’accordo rivisto nel 2022 tra governo, regioni ed enti locali, e seguendo le indicazioni della sentenza della Corte costituzionale sempre del 2022. L’obiettivo è usare meglio le risorse disponibili, assicurare posti sufficienti e trasferimenti rapidi. C’è poi un aspetto che preoccupa in modo particolare il Comitato: la totale assenza di informazioni e valutazioni che erano state richieste in precedenza sulle misure adottate o previste per affrontare le violazioni degli articoli 5 paragrafo 5 e 34 della Convenzione nel caso Sy. Il richiamo è netto: le autorità devono fornire queste informazioni rapidamente. Passiamo al capitolo suicidi in carcere, legato al caso Citraro e Molino. Qui le autorità italiane hanno mosso qualche passo. Il Comitato prende atto che sono state adottate misure recenti: sono stati stanziati fondi per il triennio 2025- 2027, è stata approvata una legge che punta a rafforzare il sostegno psicologico e psichiatrico nelle carceri, e sono previsti altri interventi per migliorare la prevenzione dei suicidi. Adesso si chiede di sapere come verranno messe in pratica. Ma i numeri parlano da soli e dicono cose pesanti. Il trend negativo nel numero di suicidi in carcere persiste e anzi si aggrava. Questo fatto sottolinea ancora di più l’urgenza di fare progressi concreti. Il Comitato richiama l’importanza di avere una strategia completa in questo campo e sollecita le autorità a garantire la piena attuazione del Piano nazionale di prevenzione dei suicidi del 2017. Un piano che prevede l’istituzione di piani regionali e specifici per ogni istituto penitenziario. Non solo: il Comitato invita anche a valutare se il Piano nazionale debba essere aggiornato per affrontare le sfide che stanno emergendo, incluso l’impatto del sovraffollamento carcerario. C’è almeno un segnale positivo sul fronte della formazione. La Scuola superiore della magistratura organizzerà nel 2026 corsi di formazione mirati sulla valutazione della compatibilità delle condizioni di salute mentale con la detenzione. Il Comitato chiede di essere tenuto informato su come andranno questi corsi e incoraggia a continuare con la formazione su larga scala. Infine, le scadenze. Le autorità italiane dovranno fornire le informazioni indicate al paragrafo 7 del documento - quelle sulle violazioni degli articoli 5 paragrafo 5 e 34 - entro il 30 marzo 2026. Per tutte le altre questioni ancora aperte, la data limite è il 30 settembre 2026. In sostanza, il quadro che emerge è quello di un sistema che si muove troppo lentamente. Le REMS non bastano, i trasferimenti non avvengono, i suicidi continuano. Le autorità hanno messo in campo qualche misura, qualche stanziamento, qualche legge. Ma il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa chiede fatti, dati, risultati concreti. E soprattutto chiede che chi ha problemi psichiatrici non finisca o non resti in carcere quando la legge prevede altro, e che si faccia tutto il possibile per evitare che dietro le sbarre qualcuno arrivi a togliersi la vita. La sensazione è che l’Italia sia sotto stretta osservazione. I prossimi mesi saranno decisivi per capire se le promesse si trasformeranno in cambiamenti reali o se resteranno sulla carta, mentre nelle celle continueranno a esserci persone che non dovrebbero starci e altre che non ce la fanno più. Il messaggio che arriva da Strasburgo è che non basta “fare qualcosa”. Bisogna fare le cose giuste, e bisogna farle in fretta. Il monitoraggio continua, e l’Italia resta sotto osservazione. La speranza è che alla prossima scadenza, nel 2026, non ci si ritrovi a commentare ancora una volta una “tendenza negativa” o l’assenza di informazioni. Sarebbe l’ennesima sconfitta per lo Stato di diritto. Autolesionismo e disagio mentale: è boom nell’uso di psicofarmaci tra i minori detenuti di Emilio Minervini Il Dubbio, 9 dicembre 2025 Schizza la spesa per l’acquisto di antipsicotici: tra il 2022 e il 2024 nell’istituto femminile di Pontremoli è cresciuta del 435 per cento. I minori detenuti negli Istituti Penali per Minorenni (Ipm) si trovano in molti casi a vivere una doppia reclusione, fisica e psichica. Il rapporto “Bambini dietro le sbarre: la fabbrica di recidiva sul sistema italiano degli Istituti Penali per minorenni”, redatto da Radicali italiani in collaborazione con Nessuno tocchi Caino, delinea un quadro della detenzione minorile gettando luce sul crescente disagio psichico dei ragazzi ristretti e sull’aumento dell’uso degli psicofarmaci. Come è noto, dal 2023 il Decreto Caivano ha introdotto una serie di novità normative relative ai minori, introducendo nuovi reati e aumentando i casi in cui è prevista la custodia cautelare. L’effetto? Un boom di ingressi in carcere: a febbraio 2024 i minori presenti negli Ipm erano 532, con un aumento del 30 per cento sulla fine del 2022. Il numero ha continuato a crescere fino a raggiungere i 597 minori detenuti, determinando situazioni di sovraffollamento in 9 dei 17 istituti minorili presenti in Italia. La maggior parte dei ristetti si trova in regime di custodia cautelare. Nel 2023 il 79,3% degli ingressi è dovuto a misure preventive, mentre solo il 5,7% è legato all’esecuzione della pena. Alle celle piene si aggiunge la crisi sanitaria e sociale. Cresce l’incidenza degli episodi di disagio psichico, degli atti di autolesionismo e dei tentativi di suicidio. Che in certi casi, purtroppo, riescono, com’è successo a Treviso dove un ragazzo si è impiccato usando un paio di jeans. All’interno degli Ipm è considerevolmente aumentato l’utilizzo sia degli psicofarmaci a base di benzodiazepine come Diazepam e Lorazepam, sia degli antipsicotici, normalmente prescritti per il trattamento di patologie come la schizofrenia, e generalmente utilizzati per il controllo di comportamenti antisociali. Nel biennio 2022-2024, in particolare, la spesa per l’acquisto di antipsicotici, secondo i dati riportati da Altreconomia, è considerevolmente aumentata: al Ferrante Aporti (Torino) si è registrato un aumento del 43%; a Casal di Marmo (Roma) del 32%; al Nisida (Napoli) l’incremento è decisamente più considerevole, pari al 237%, così come all’istituto femminile di Pontremoli a Massa Carrara, dove la spesa è cresciuta del 435%. Nel rapporto viene sottolineato come numerosi ragazzi nel corso delle visite negli IPM presentassero chiari “segni dovuti ad atti di autolesionismo e sotto l’evidente effetto di sedativi”. In particolare gli psicofarmaci sarebbero utilizzati allo scopo di sedare i detenuti e mantenere la calma nei reparti. “La cosa che ci ha colpito di più nel corso delle nostre visite è l’autolesionismo dei ragazzi, in alcuni casi anche molto piccoli - spiega Filippo Blengino, segretario di Radicali Italiani - c’è poi la difficoltà legata alla gestione dei ragazzi a cui, ci è sembrato di capire, vengono somministrati psicofarmaci con lo scopo di calmarli, in particolare benzodiazepine, come fossero acqua fresca. Inoltre ci sono ragazzi con diagnosi psichiatriche e in certi casi anche con doppie diagnosi che dovrebbero essere seguiti in strutture diverse dal carcere. Ad esempio l’Ipm di Caltanisetta, per qualche ragione, ne riceve molti, ma il problema è che la copertura infermieristica non è su tutta la giornata, questo determina l’intermittenza della terapia alterandone gli effetti. E la situazione non fa che peggiorare, lo dicono i dati”. “L’attuale incapacità rieducativa del carcere è evidenziata dai numeri che mostrano come si sia superato ogni senso di ragionevolezza”, dice Fabrizio Benzoni, parlamentare di Azione particolarmente attento al dossier. “In alcuni Ipm - aggiunge la situazione è aberrante: materassi per terra, stanze piccole e fatiscenti. Inoltre è stata segnalato più volte nel corso delle visite in questi istituti che tanti ragazzi versavano in stato catatonico. Bisogna capire che in carcere il tema delle dipendenze non riguarda più solo quelle legate all’utilizzo di sostanze stupefacenti ma anche agli psicofarmaci per cui ci sarebbe bisogno di una continua assistenza psicologica e psichiatrica, che manca”. “Quello che abbiamo riscontrato è una composizione della popolazione detenuta che fa poca differenza tra adulti e minori, c’è un’incidenza del disagio psichico e dell’uso di psicofarmaci come sostanze ricreative che negli ultimi 4/5 anni è diventata molto significativa - ribadisce Sergio D’Elia, segretario di Nessuno tocchi Caino -. Negli istituti minorili la questione si pone anche come forma di controllo, cura e di trattamento che dovrebbe, non c’è dubbio, essere fatta fuori dal luogo di reclusione: dovrebbero occuparsene le comunità. Il problema è che è costoso trattare il disagio mentale, che sovente deriva da un disagio sociale, in luoghi più consoni a un minore. Perciò bisogna investire nelle comunità, dove i ragazzi possono coltivare rapporti umani, attraverso strumenti che possano formare lo spirito ed elevare la coscienza”. La nuova fattispecie di “rivolta” in carcere nel “DL sicurezza”: tra incostituzionalità e inciviltà di Michele Di Salvo salvisjuribus.it, 9 dicembre 2025 Il D.L. 11 aprile 2025, n. 48 (c.d. decreto Sicurezza), convertito nella legge 80 del 9 giugno 2025, tra varie modifiche attinenti all’ordinamento penitenziario ha introdotto il nuovo delitto di “rivolta in carcere”, includendolo tra i delitti ostativi ai benefici penitenziari. La nuova fattispecie incriminatrice presenta aspetti di criticità, sia in ragione dell’indeterminatezza di alcuni elementi costitutivi del reato che dello sbilanciamento verso alcuni beni di rilievo costituzionale, a discapito di altri, senza un apparente criterio di ragionevolezza. Ciò ha posto sin da subito rilievi sulla sua costituzionalità. L’art. 26 del decreto-legge 11 aprile 2025, n. 48, prevede una modifica peggiorativa all’art. 415 del codice penale (Istigazione a disobbedire alle leggi) ed introduce ex novo l’art. 415-bis (Rivolta all’interno di un istituto penitenziario). Il fine dichiarato sarebbe il “rafforzamento della sicurezza degli istituti penitenziari”. L’art. 27 del decreto-legge estende poi il nuovo reato di rivolta penitenziaria alle strutture per il trattenimento dei migranti di cui agli arti. 10-ter e 14 del del testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286. Con questa doppia lettura appare innanzitutto evidente un pericoloso accostamento ideologico-sistemico tra struttura carceraria e strutture per la prima ricezione dei migranti, distinte in tutto, dalle forme al fine, all’obiettivo della permanenza, alla condizione giuridica di chi vi è ospitato, ed accomuniate - dovrebbe così essere - solo dall’essere “strutture pubbliche” e di un tipo particolare: quelle strutture all’interno delle quali in via estesa il benessere (complessivo) dell’ospitato incombe come responsabilità sullo Stato. L’art. 415 c.p. titolato “Istigazione a disobbedire alle leggi”, è una disposizione tipica della filosofia autoritaria che ha ispirato il codice penale del 1930 e prevede che “Chiunque pubblicamente istiga alla disobbedienza delle leggi di ordine pubblico, ovvero all’odio fra le classi sociali, è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni “. Si tratta di un reato attualmente di rarissima applicazione e che avrebbe ben meritato, nei decenni successivi alla entrata in vigore della Costituzione, se on una abrogazione per la sua manifesta e dimostrata inutilità, quanto meno un forte ridimensionamento e nuova declinazione costituzionalmente orientata. Al contrario, il Governo ha inteso aggiungere un secondo comma del seguente contenuto: “La pena è aumentata se il fatto è commesso all’interno di un istituto penitenziario ovvero a mezzo di scritti o comunicazioni diretti a persone detenute”. La relazione che accompagna il d.d.l. di conversione del decreto-legge non illustra le ragioni di questa ipotesi aggravata del delitto originario: in particolare nulla dice in ordine alla specifica indicazione di “scritti o comunicazioni diretti a persone detenute”. Lo scopo sembra dunque essere quello di punire qualunque forma di comunicazione dall’esterno che possa essere interpretata quale istigazione alla disobbedienza: si noti, “disobbedienza”, non “resistenza” o “violenza”. Chiariamo: nella fattispecie di reato, secondo una stringente interpretazione, potrebbe finire anche chi, dall’esterno, regali ad un detenuto il libro “antiche come le montagne” di Ghandi, per i chiari riferimenti ala disobbedienza in esso contenuti, quasi fosse un manuale istigatorio. Se questa interpretazione appare forzata, nella lettura della norma non vi è alcuna indicazione contraria, se non un vago auspicio di una interpretazione soggettiva di buonsenso, speranza che non si addice affatto ad una norma penale. Ai fini della sussistenza del reato, costituiscono atti di resistenza anche le condotte di resistenza passiva. Le condotte previste sono quelle commesse da chiunque, in numero di tre o più persone riunite, all’interno di un istituto penitenziario o di un centro per stranieri, partecipa ad una rivolta mediante atti di violenza o minaccia o di resistenza all’esecuzione degli ordini impartiti per il mantenimento dell’ordine e della sicurezza: la pena è quella della reclusione da uno a cinque anni. Ai fini della sussistenza del reato, costituiscono atti di resistenza anche le condotte di resistenza passiva che, avuto riguardo al numero delle persone coinvolte e al contesto in cui operano i pubblici ufficiali o gli incaricati di un pubblico servizio, impediscono il compimento degli atti dell’ufficio o del servizio necessari alla gestione dell’ordine e della sicurezza. Se si fa una lettura anche solo semantica, il sostantivo “rivolta” non fa parte del lessico giuridico penale comune, anzi ve ne è traccia in un solo caso, marginale, previsto dal Codice penale militare di pace all’art. 174, che punisce alcune condotte di grave disobbedienza commessi da militari in servizio. Nella Relazione al Re del Guardasigilli Rocco per l’approvazione del testo definitivo del Codice penale del 1930, non si rinviene la parola “rivolta”. Il termine è definito nel Vocabolario Treccani come “L’azione e il fatto di rivoltarsi contro l’ordine e il potere costituito (è più che sommossa, ma indica azione più improvvisa e meno estesa e organizzata rispetto a rivoluzione)”. Si tratta perciò di un termine atecnico e già per questa ragione si possono immaginare future difficoltà interpretative. Anche perché se la “rivolta” è “improvvisa e meno estesa e organizzata” mal si concilia con quella organizzazione della commissione del fatto “in numero di tre o più persone riunite”, si deve supporre con uno scopo preorganizzato e concordato (ma anche su questo la norma nulla dice on chiarezza). Le condotte descritte come integranti la nuova fattispecie erano tutte già previste da altre disposizioni vigenti: - l’articolo 41 dell’OP, “Impiego della forza fisica e uso dei mezzi di coercizione”, dispone infatti che “Non è consentito l’impiego della forza fisica nei confronti dei detenuti e degli internati se non sia indispensabile per prevenire o impedire atti di violenza, per impedire tentativi di evasione o per vincere la resistenza, anche passiva all’esecuzione degli ordini impartiti”; - la resistenza ad un ordine, purché legittimo, è prevista come reato dall’art. 337c.p. così come il danneggiamento di edifici, cose e arredi (art. 635c.p. aggravato ove si tratti di beni pubblici) e l’evasione (art. 385c.p. aggravata dall’uso di violenza o minaccia), che può essere anche “tentata”. Rimane perciò oscura la ragione essenziale - che dovrebbe essere la regola in tema di diritto penale - che ha indotto il Governo ad introdurre il nuovo reato per condotte già punite da norme vigenti: inoltre in mancanza di qualsivoglia indicazione al riguardo, non è chiaro cosa accada, ad esempio, in caso di “rivolta” compiuta attraverso atti di resistenza attiva o minaccia nei confronti degli agenti di polizia penitenziaria e in genere del personale degli istituti. Prevede infatti l’art. 337c.p. primo comma, che “Chiunque usa violenza o minaccia per opporsi a un pubblico ufficiale o ad un incaricato di un pubblico servizio, mentre compie un atto di ufficio o di servizio, o a coloro che, richiesti, gli prestano assistenza, è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni”. Il secondo comma, aggiunto dall’art. 19 del decreto-legge qui considerato, prevede poi che se il fatto è commesso nei confronti di un ufficiale o agente di polizia giudiziaria o di pubblica sicurezza, la pena è aumentata fino alla metà, potendo quindi arrivare sino a sette anni e sei mesi. Il nuovo reato di “rivolta”, il bene giuridico protetto del quale non sembra poter essere individuato che nello stesso della “resistenza” all’autorità, sembra perciò essere punito meno gravemente della resistenza aggravata di cui al neo introdotto secondo comma. Nel concorso fra le due ipotesi criminose potrebbe però ravvisarsi assorbimento anziché concorso, con conseguente possibile irragionevolezza della nuova previsione. Ma anche qui siamo nel massimo della possibile discrezionalità non essendo fornita alcuna indicazione ermeneutica. Il capolavoro si raggiunge poi con la equiparazione, ai fini penali, della resistenza passiva a quella attiva che stabilisce una abnorme dilatazione della fattispecie penale sino alla semplice inesecuzione degli ordini impartiti, senza che la condotta assuma i connotati di una resistenza aggressiva connotata da atteggiamenti violenti o minatori. La resistenza passiva, per la giurisprudenza, non integra il reato di resistenza a pubblico ufficiale (art. 337 c.p.) e non autorizza il ricorso all’uso delle armi ai densi dell’art. 53 c.p., il che lascia intendere già prima facie una diversa considerazione ab origine, orientata quanto meno al “senso di buon senso” di distinguere tra l’azione e la non azione. La “non azione” tipica della resistenza passiva diventa invece ora penalmente rilevante nel contesto degli istituti penitenziari o dei centri per immigrati, ossia in contesti caratterizzati da rapporti di forza ed evidente supremazia tra le persone ristrette e il personale dell’amministrazione. Il riferimento al numero delle persone coinvolte e al contesto in cui operano i pubblici ufficiali o gli incaricati di un pubblico servizio, all’impedimento del compimento degli atti dell’ufficio o del servizio necessari alla gestione dell’ordine e della sicurezza sono concetti talmente generici da essere estensibili pressoché in qualsiasi contesto. La resistenza passiva può sostanziarsi in uno sciopero della fame, nel rifiuto di rientrare dopo l’ora d’aria, nel restare in cella ed in moltissimi altri modi. Si tratta di manifestazioni di dissenso, per loro stessa definizione non violente, che costituiscono spesso l’unico modo per far conoscere all’esterno le proprie rimostranze, il proprio malessere, il legittimo dissenso. Sembra allora che si voglia reprimere ogni atto sgradito all’autorità di governo ed amministrativa, anche quando lo stesso non arrechi alcuna offesa ad un interesse meritevole di tutela nel nostro sistema costituzionale e sia espressione di libertà di pensiero e di legittima protesta. L’introduzione di un nuovo reato, dall’altisonante titolo di “rivolta”, anche se passiva, esprime chiaramente l’intenzione di criminalizzare, anziché governare, il sistema delle pene e dell’ordine negli istituti penitenziari e nei centri di trattenimento dei migranti. La forza pura e semplice e l’obbedire sempre e comunque. Indipendentemente dalla sanzione, l’impianto “ideologico-filosofico” che sta alla base di questa nuova norma risulta già di per sé la sua incostituzionalità almeno manifestamente rispetto agli articoli 2, 21 e 27 della Costituzione. Ma essendo una norma penale, dalla semplice disamina linguistica, appare chiaramente priva di quella tassatività che impone al legislatore di formulare le fattispecie di reato in modo chiaro, preciso e dettagliato, per garantire che i cittadini possano conoscere e discernere con certezza i comportamenti leciti da quelli illeciti. Questa caratteristica, strettamente legata al principio di legalità e al divieto di analogia in malam partem, serve a evitare ambiguità, impedire l’arbitrio del giudice e assicurare il diritto di difesa, creando un legame certo tra la fattispecie astratta e il fatto concreto Sembra mancare anche di un chiaro “bene giuridico” da tutelare, che potrebbe guidare ermeneuticamente l’interpretazione sistemica della norma, e ciò anche e soprattutto perché eventuali fatti e atti concreti sono già oggetto di altre previsioni normative. Il chiaro intento invece traspare in tutta la sua portata di inciviltà. Vengono messi sullo stesso piano e nello stesso ambito penale strutture detentive e strutture riservate ai migranti, in ciò omologando le due fattispecie soggettive di veri e propri detenuti (senza estenderne eventualmente le garanzie e i diritti). Quella che viene sanzionata di fatto - con la minaccia della privazione anche di benefici costituzionalmente previsti e costituzionalmente orientati - è qualsiasi forma di dissenso e manifestazione del proprio pensiero. Cosa che stona particolarmente nel contesto concreto di una condizione carceraria in cui viene - dallo Stato - violata qualsiasi norma di civiltà: dalle norme sanitarie, agli spazi di vivibilità nelle celle, alle condizioni di vita comune, alle opportunità di reinserimento. I benefici di legge sono previsti non già come “premio” che si può togliere, ma in base a precise condotte che consentano il reinserimento e il recupero della persona temporaneamente affidata nella detenzione “alle cure dello Stato” con lo scopo non punitivo ma di recupero ala società. Un cittadino, sebbene in carcere per un fatto criminale compiuto e accertato con sentenza, che manifesti pacificamente e in forme non violente per la difesa di un proprio diritto (ad esempio ad una cella non iper-affollata, o a servizi igienici decorosi) è un cittadino che con questa manifestazione già dimostra, con la consapevolezza di un diritto, di essere ampiamente in un percorso di reinserimento, specie laddove scelga - semmai in concerto con altri - forme non violente. Del resto è impensabile un reinserimento in società per persone che non si aggregano e che agiscono nella sola individualità. Nonostante le sentenze di condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo e i quasi dieci anni trascorsi dalla famosa decisione Torreggiani, il sistema penitenziario italiano e, in particolare, la situazione nelle carceri, denunciano persistenti profili di illegalità, in violazione dell’articolo 27 della Costituzione e dell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Si pensi al sovraffollamento carcerario e alle conseguenze sugli individui in termini di salute fisica e psichica, all’abuso della custodia cautelare, ai non rari episodi di violenze fisiche e psicologiche, ai regimi speciali di detenzione, che spesso ignorano gli obiettivi basilari del sistema penitenziario, quale preminente il fine rieducativo della pena, nel rispetto della dignità umana. Una riforma organica del sistema è quindi urgente, ove l’Italia voglia ancora qualificarsi “Stato di diritto”. Il tasso medio di sovraffollamento delle carceri italiane nel 2025 ha superato il 134%, con un numero di detenuti in aumento rispetto all’anno precedente e alcuni istituti che registrano picchi oltre il 190% o il 200%. Questo fenomeno è aggravato da posti letto non disponibili e porta a condizioni di vita estremamente difficili per i detenuti, con conseguenze come l’aumento dei suicidi e un elevato numero di detenuti in celle sovraffollate per molte ore al giorno. Nel contesto dei fatti denunciati ad esempio a Santa Maria Capua Vetere questa norma sembra quasi punitiva nel contesto generale in cui nulla si fa per adeguarsi al diritto europeo ed a semplici norme di civiltà. Purtroppo il motivo delle inerzie è tanto semplice e banale quanto disarmante. I detenuti “non votano” e le loro famiglie difficilmente diventano elettori di questa o di quell’altra parte in funzione del fatto che il loro congiunto non sia costretto a vivere in meno di 3 metri quadri. Nella logica del machismo il codice penale non è “l’ultimo rimedio residuale” per intervenire dove altri rimedi non possono, ma diviene “la soluzione (apparentemente) a costo zero” per affrontare le emergenze sociali (migranti, tossicodipendenti, quando non senza fissa dimora e malati di mente). Inasprire le pene comunica un “governo attivo e attento” (e le vittime votano e soprattutto portano voti!), mentre migliorare la situazione carceraria viene vista quasi come un’offesa alle vittime e un premio per chi delinque. Sino a quando questo approccio culturale non cambierà sarà impensabile che si metta mano seriamente alla situazione carceraria. Nel frattempo siamo tutti corresponsabili di questa inciviltà. Il Giubileo dei detenuti e gli appelli inascoltati in attesa di una Speranza di Fabrizio Ravelli* Corriere della Sera, 9 dicembre 2025 Domenica 14 dicembre si celebra il Giubileo dei detenuti. I ripetuti appelli sono caduti nel vuoto. Amnistia e indulto: parole impronunciabili per i governanti e sgradite a buona parte dell’opinione pubblica. “Propongo ai governi che si assumano iniziative che restituiscano speranza; forme di amnistia o di condono della pena volte ad aiutare le persone a recuperare fiducia in sé stesse e nella società”. Era il 9 maggio del 2024, Papa Francesco annunciava il Giubileo dei detenuti che si celebra domenica prossima, 14 dicembre. È successo qualcosa nel frattempo, per alleviare le condizioni disumane e degradanti in cui versano le nostre carceri? Assolutamente nulla. Posso testimoniare, frequentando da molti anni San Vittore, che i ripetuti appelli pronunciati da tutti quelli che conoscono il “dentro” e ci lavorano (esperti, giuristi, polizia penitenziaria, amministrazione, garanti, associazioni di volontariato) sono caduti nel vuoto. Amnistia e indulto sono parole impronunciabili per i nostri governanti, e sgradite a una buona parte dell’opinione pubblica. Papa Francesco conosceva le carceri e i detenuti. A San Vittore ancora si ricorda con emozione e rimpianto la sua visita, quando abbracciò e fu abbracciato, quando spartì la sua cotoletta con un ragazzo musulmano che gli sedeva di fronte a tavola. Eppure abbiamo un ministro della Giustizia che ha definito amnistia e indulto “una resa dello Stato”, anche se si tratta di misure previste dalla Costituzione. Una settimana fa il presidente del Senato Ignazio La Russa ha avanzato l’idea di un minimo indulto da decidere “nel clima di bontà del Natale”. Niente, proposta respinta dai suoi stessi colleghi della destra a partire dal sottosegretario alla presidenza del consiglio Alfredo Mantovano, che pure sarebbe un magistrato. Ma il governo non si limita al disinteresse per le condizioni dei detenuti: fa il possibile per renderle più pesanti. Mette ostacoli burocratici alle attività “esterne” di associazioni e volontariato. Tiene chiuse le celle, in spregio alla condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo che, molti anni fa, costrinse ad aprirle durante il giorno. Il ministro Nordio ha anche detto che il sovraffollamento è utile a contrastare i suicidi, e forse anche a alleviare il gelo dei caloriferi spenti. E “dentro” che cosa rimane alle persone detenute? La forza della disperazione, il grigio della sfiducia, ma anche tanta rabbia. *Volontario a San Vittore “Il carcere non sia una vendetta. La speranza è nel nostro sguardo” di Giorgio Paolucci Avvenire, 9 dicembre 2025 Don Raffaele Grimaldi, ispettore generale dei cappellani: “La sola dimensione punitiva può peggiorare la situazione. Bisogna credere nella possibilità di cambiamento. Anche aprendo il cuore”. In ordine cronologico è l’ultimo dei grandi eventi del Giubileo e avrà come protagonisti proprio quelli che vengono considerati come gli ultimi, ma che nella logica evangelica “saranno i primi”. Domenica 14 dicembre persone detenute provenienti dalle carceri italiane e dall’estero varcheranno la Porta Santa della basilica di San Pietro per ottenere l’indulgenza e incontrare Papa Leone XIV che presiederà la messa. “È un evento nel segno della misericordia, quella che solo Dio può dare e che non conosce confini, non si ferma neppure davanti ai delitti più efferati. E nel segno della speranza, la parola simbolo del Giubileo. Una speranza che non delude, come dice il titolo della Bolla di indizione scelto da Papa Francesco, e che per molti di loro ha significato l’inizio di un percorso di cambiamento proprio nei momenti più dolorosi”. Don Raffaele Grimaldi dal 2017 è Ispettore generale dei 250 cappellani presenti nei penitenziari italiani, ha alle spalle 23 anni come cappellano in quello di Secondigliano. Con “Avvenire” traccia un bilancio di quello che rappresenta il Giubileo in luoghi segnati dalla sofferenza e da problemi annosi e irrisolti: il sovraffollamento, la carenza di programmi educativi, di personale e di misure alternative alla detenzione, i suicidi, fino all’assenza di un provvedimento di clemenza da molte parti auspicato ma rimasto lettera morta. “Sono tutti problemi sui quali è necessario e urgente intervenire per rendere più umana una condizione dolorosa perché segnata anzitutto dalla privazione della libertà. Ma questo non ha impedito che la fiamma della speranza restasse accesa, perché la grazia di Dio si rende presente anche in condizioni proibitive. E tenere viva la speranza è il compito principale di noi cappellani”. Un piccolo simbolo di questa speranza sono le lampade realizzate dai detenuti di Salerno e consegnate l’8 gennaio in San Pietro ai delegati regionali dei cappellani, che le hanno portate nelle carceri di tutta Italia. E numerose sono state le iniziative promosse negli istituti penitenziari: celebrazioni religiose, momenti di formazione, incontri sui temi della giustizia e del perdono. Domenica in San Pietro arriveranno migliaia di detenuti, religiosi, volontari e personale dell’amministrazione penitenziaria e per i molti che non potranno essere presenti vengono promossi in contemporanea celebrazioni eucaristiche e incontri di preghiera nei penitenziari, alcuni anche con la partecipazione dei vescovi locali. “La nostra presenza non viene meno di fronte agli ostacoli burocratici e normativi - spiega Grimaldi -: la Chiesa non “entra” in carcere come una realtà che arriva dall’esterno, la Chiesa “vive” in carcere ogni giorno. Lo ha testimoniato la decisione di Papa Francesco di scegliere Rebibbia come sede di una Porta santa: una novità assoluta, un messaggio eloquente rivolto a tutta la società e in particolare ai credenti per affermare che la comunità cristiana condivide le fatiche dei detenuti, li guarda come persone e non come autori di reato, li accompagna a prendere consapevolezza degli errori compiuti e testimonia Cristo come Colui che abbraccia la loro condizione e offre la possibilità di un cambiamento. È un cammino di condivisione al quale partecipano sacerdoti, religiosi e religiose insieme a migliaia di volontari: una realtà tipicamente italiana, questa, qualcosa di unico nel panorama internazionale, una risorsa che dovrebbe trovare maggiore valorizzazione nell’ordinamento penitenziario”. Per molti la detenzione è diventata la circostanza per una profonda revisione di vita, ha portato a riscoprire una fede alla quale erano stati educati da piccoli ma che avevano accantonato per seguire strade sbagliate. Per qualcuno è diventata l’occasione per scoprire il cristianesimo, grazie all’incontro e all’amicizia con un religioso o con un volontario, arrivando fino alla richiesta del Battesimo: così è accaduto a un albanese detenuto nel carcere di Gorizia che venerdì 12 verrà battezzato durante un evento promosso in occasione del Giubileo a Sacrofano, vicino a Roma, e che domenica incontrerà il Papa. “Quello che potrebbe venire considerato un tempo perduto e maledetto, una parentesi nella quale l’esistenza si ferma in attesa di uscire dal carcere, per molti è diventato tempo propizio: il tempo di Dio, come lo definì Giovanni Paolo II in una lettera inviata a tutte le carceri in occasione del Giubileo del 2000, un’occasione perché la vita possa ripartire”. Nella messa che verrà celebrata in San Pietro da Leone XIV le ostie utilizzate per l’Eucarestia arriveranno dai laboratori promossi in questi anni dalla Fondazione Casa dello Spirito e delle Arti in alcuni penitenziari. “Le mani che si sono macchiate di gravi reati sono le stesse che hanno realizzato le particole destinate a diventare il corpo di Cristo - osserva Grimaldi -: un’attività lavorativa è diventata l’occasione per fare esperienza del valore salvifico del sacrificio di Gesù sulla croce, della rigenerazione umana che nasce dal perdono. È una testimonianza offerta alla società che cambiare è sempre possibile, anche per chi ha commesso delitti efferati”. Molti episodi di cronaca - e soprattutto il modo con cui vengono presentati e strumentalizzati dai media - inducono a pensare che la tutela della sicurezza renda necessario un maggiore rigore e comporti una “stretta” nella gestione del sistema penitenziario. “Chi ha sbagliato deve pagare. Non siamo buonisti, siamo realisti - replica don Grimaldi -. Ma proprio per questo una strategia lungimirante non può esaurirsi nella dimensione punitiva - e in fondo vendicativa - che finisce per diventare un boomerang: se in carcere non si costruiscono occasioni di riabilitazione e non si scommette sulla possibilità di un cambiamento delle persone, la situazione può solo peggiorare. In questo senso credo che ci vorrebbe più coraggio anche da parte della magistratura nel proporre alternative alla detenzione. E poi ci sono persone per le quali il carcere non fa che peggiorare la condizione, come i tossicodipendenti e i detenuti con problemi psichiatrici, per loro è urgente promuovere soluzioni diverse, come le comunità. Più in generale, sono convinto che sia necessaria una nuova cultura del carcere e un cambiamento di mentalità che coinvolga tutta la società e la renda più accogliente. Per molti l’uscita da un penitenziario diventa uno spauracchio, devono misurarsi con sfide come la ricerca di un lavoro, di una casa, la ricostruzione di un percorso di vita, e fare i conti con diffidenze e ostilità. Per superare ignoranza e pregiudizi può essere utile favorire la conoscenza di un mondo sconosciuto ai più: quando ero parroco portavo le persone a visitare il carcere e questo ha significato per molti un cambio di sguardo su quella realtà”. L’attenzione verso i detenuti non deve peraltro far dimenticare le vittime dei loro reati. “La promozione delle esperienze di giustizia riparativa, purtroppo ancora allo stato embrionale, è un grande aiuto per favorire l’incontro tra le parti e per promuovere una cultura dell’incontro e della riconciliazione. È qualcosa che può giovare ai colpevoli, alle vittime e a tutta la società, in un’epoca in cui invece cresce una cultura basata sulla contrapposizione”. Dopo 23 anni passati come “parroco di Secondigliano” e 8 come coordinatore dei cappellani, cosa ha imparato don Raffaele? “Ho imparato a non giudicare le persone, a non etichettarle in base al male commesso, ad aprire il cuore a una misericordia che è capace di cambiare le persone. Cominciando da me”. Porte “aperte” in 10 carceri, gli architetti della Speranza: una luce oltre i muri di Pierluigi Panza Corriere della Sera, 9 dicembre 2025 Il progetto internazionale, ispirato all’anno giubilare, coinvolge otto istituti italiani e due portoghesi. Il debutto a San Vittore a Milano con l’architetto Michele De Lucchi. Dieci porte da aprire in dieci carceri, otto in Italia e due in Portogallo. Progettate e realizzate da grandi architetti, artisti e designer, in dialogo con le persone detenute. La prima per San Vittore a Milano, affidata all’architetto Michele De Lucchi, da presentare il 19 dicembre dopo il Giubileo dei Detenuti di domenica prossima e in chiusura di questo anno giubilare inaugurato da papa Francesco proprio aprendo una Porta santa dentro un carcere - prima volta nella storia - che allora fu quello di Rebibbia. Queste dieci si chiameranno Porte della Speranza, parola che ha guidato l’intero Giubileo e ora dà titolo al progetto internazionale che le unisce, promosso dalla Fondazione Pontificia del Dicastero per la Cultura e realizzato dal Comitato Giubileo con Rampello & Partners. Anche De Lucchi ha discusso il suo progetto per San Vittore con i detenuti in carcere: due quinte a formare una simbolica porta che si apre lasciando intravvedere la luce al di là. La superficie è in forma di bugnato sfaccettato ispirato a quello di Palazzo dei Diamanti di Ferrara (città natale dell’architetto). La Porta non distingue un dentro e un fuori, è un’architettura senza muro: “Le porte mi hanno sempre affascinato, non sono un semplice elemento architettonico - spiega De Lucchi - ma forma che racconta. Racchiudono l’idea del passaggio, dell’attesa, dell’inizio di un altrove. La Porta della Speranza non separa, non conduce, semplicemente è. Segna un luogo sospeso, aperto al possibile. Dichiarare che la trasformazione è accessibile significa riconoscere che ogni passaggio può aprire uno spazio di consapevolezza, attesa e rinascita”. Gli altri progettisti sono Gianni Dessì per Regina Coeli a Roma e Mimmo Paladino per Secondigliano a Napoli. La sezione femminile di Borgo San Nicola, a Lecce, avrà una porta disegnata da Fabio Novembre, e poi Stefano Boeri a Canton Mombello (Brescia), Mario Martone a Santa Maria Maggiore (Venezia), Massimo Bottura a Palermo, Ersilia Vaudo Scarpetta a Reggio Calabria. Tutti in dialogo con i detenuti e la comunità del carcere per lasciarsi ispirare. Le opere dovranno essere realizzate con materiali - metallo, pietra e legno - che evocano sacrificio, simboli della fede e possibilità di rigenerazione. “La Chiesa avverte come propria missione - spiega il cardinale José Tolentino de Mendonça, presidente della Fondazione e prefetto del Dicastero per la Cultura della Santa Sede - la responsabilità di andare incontro alle persone in situazioni di detenzione per annunciare loro il Vangelo della speranza. Non possiamo dimenticare né la popolazione carceraria né la realtà istituzionale che il carcere rappresenta. Anzi, vogliamo contribuire per svegliare la coscienza della nostra comune responsabilità di custodi della speranza”. Carriere separate, un’idea che viene da lontano (e non soltanto da destra) di Danilo Paolini Avvenire, 9 dicembre 2025 Dal codice Pisapia-Vassalli al ddl costituzionale Nordio. Il primo a proporre di distinguere le funzioni dei magistrati fu Flick, ministro nel primo Governo Prodi. E la Bicamerale D’Alema votò la divisione del Csm in 2 sezioni. L’idea di separare le carriere dei magistrati non è un’esclusiva del centrodestra, come potrebbe sembrare leggendo i giornali o ascoltando i dibattiti pubblici di oggi. Anzi. La radice della differenziazione tra giudice e pubblico ministero va cercata, infatti, nella cosiddetta “riforma Vassalli” del 1988, entrata in vigore l’anno successivo: l’allora ministro di Grazia e Giustizia Giuliano Vassalli, gran giurista, parlamentare e dirigente del Partito socialista italiano, già partigiano e Medaglia d’argento al valor militare, elaborò (con il contributo fondamentale di una commissione ministeriale presieduta dal professore Giandomenico Pisapia) un Codice di procedura penale - tuttora in vigore, seppure ovviamente più volte aggiornato - che segna il passaggio epocale del nostro ordinamento dal modello inquisitorio a quello accusatorio. Mentre il primo identifica il giudice con l’accusatore e si fonda, di fatto, sulla presunzione di colpevolezza dell’imputato, il secondo distingue le figure del giudice e dell’accusatore e si fonda sulla presunzione di non colpevolezza fino all’eventuale condanna definitiva. Principio sancito fin dall’origine della Repubblica, per altro, dalla nostra Costituzione all’articolo 27, secondo comma. Il Codice Pisapia-Vassalli, dunque, andava a sanare una contraddizione tra il processo penale e il dettato costituzionale. Ma sarebbe stato necessario attendere il 1999 per vedere i principi del “giusto processo” entrare nella Costituzione, con la riforma dell’articolo 111: “Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a un giudice terzo e imparziale”. Funzioni e carriere - Nel frattempo, il dibattito su come garantire davanti al giudice la parità tra le parti, cioè la pubblica accusa e la difesa dell’imputato, era già cominciato. Fu Giovanni Maria Flick, ministro della Giustizia nel primo Governo Prodi e futuro presidente della Corte costituzionale (percorso identico a quello di Vassalli), a proporre di distinguere formalmente le funzioni dei magistrati, limitando i passaggi da quella di giudice a quella di pubblico ministero e viceversa. L’idea prevedeva anche una riorganizzazione del Consiglio superiore della magistratura, per consentire una “vigilanza” distinta sulle due funzioni. In un suo recente intervento pubblico, argomentando la sua contrarietà alla riforma Nordio, Flick ha precisato: “Ho sempre pensato che fosse necessario distinguere le funzioni tra pubblico ministero e giudice e non le carriere, proprio per evitare il rischio di un Pm superpoliziotto, che in un primo momento viene esaltato ma che poi si vuole indebolire, o forse inevitabilmente assoggettare al potere politico”. Fatto sta che la prima proposta di una distinzione tra giudici e Pm arrivò dal ministro di un esecutivo di centrosinistra. E andò a infrangersi, come altre successivamente, contro il muro eretto dall’Associazione nazionale magistrati in nome della tutela dell’indipendenza e dell’autonomia dell’ordine giudiziario. La Bicamerale D’Alema - Ma, probabilmente, il momento in cui si è andati più vicino a un intervento sulle carriere (e non soltanto sulle funzioni) dei magistrati, prima della riforma Nordio, fu con la commissione parlamentare bicamerale per le Riforme istituzionali, presieduta da un esponente di spicco della sinistra di allora, Massimo D’Alema. Era il 1997. Relatore in commissione per la giustizia era il verde Marco Boato. Quest’ultimo proponeva allora una netta distinzione delle funzioni con due sezioni all’interno di un unico Csm, una per i giudici e una per i pm. E una Corte di giustizia disciplinare, elemento che caratterizza la riforma Nordio. Nel corso dei lavori della Bicamerale D’Alema, furono presentati diversi emendamenti che prevedevano la separazione delle carriere, sottoscritti anche da esponenti del Partito democratico della sinistra come Claudio Petruccioli, Enrico Morando, Giovanni Pellegrino. Fu poi approvato un emendamento del Ppi a firma di Ortensio Zecchino, che come soluzione di compromesso prevedeva la divisione del Csm in due sezioni: votarono a favore Forza Italia, Alleanza nazionale, Ccd. Cdu, cinque popolari (oltre a Zecchino, Ciriaco De Mita, Franco Marini, Tarcisio Andreolli e l’attuale capo dello Stato Sergio Mattarella), due del gruppo misto, il socialista Enrico Boselli e Giovanni Pellegrino del Pds; contrari il Pds (meno Pellegrino), Rifondazione comunista, uno del gruppo misto e un verde; astenuti due di Rinnovamento italiano, il relatore Marco Boato dei Verdi e due del Ppi (Leopoldo Elia e Gianclaudio Bressa); la Lega aveva annunciato il suo voto favorevole, ma poi non partecipò perché in precedenza non era passata la sua proposta di elezione popolare diretta dei pubblici ministeri. Quel voto, comunque, non si concretizzerà mai, come tutto il lavoro della Bicamerale, che naufragò nel 1998 in seguito alla rottura tra Silvio Berlusconi e i suoi avversari politici. Quanto al Ppi, i cui eredi avrebbero poi dato vita alla Margherita-Democrazia è libertà e poi sarebbero diventati soci fondatori del Partito democratico, vale la pena ricordare che nel documento firmato da Gabriele De Rosa e da Mino Martinazzoli per il Congresso fondativo del gennaio 1994 figurava espressamente la “separazione delle carriere del giudice e del Pubblico ministero”. Il tentativo di Alfano - Detto delle riforme Castelli e Mastella, che intervenivano sui passaggi di funzioni, un altro tentativo di separare le carriere, questa volta del solo centrodestra, è firmato da Angelino Alfano, ministro della Giustizia del quarto Governo Berlusconi. Era il 2011, la riforma costituzionale di Alfano prevedeva due Csm, carriere separate e una Corte disciplinare comune. Ma la crisi del debito sovrano travolse l’esecutivo e la riforma rimase lettera morta. Da Cartabia a Nordio - Il resto è storia recentissima, riguarda i paletti posti al passaggio di funzioni dei magistrati dalla ministra Marta Cartabia (Governo Draghi), già presidente della Corte costituzionale, con la legge 71 del 2022 tuttora in vigore: i magistrati possono passare da giudice a pm o viceversa una sola volta nell’intera vita professionale ed entro 10 anni dalla prima assegnazione di incarico. Una separazione di fatto delle carriere senza toccare la Costituzione, sostiene chi si batte per il No al referendum sulla riforma Nordio. Giustizia, crescono i costi. L’Anm: “Con la riforma 70 milioni in più l’anno” di Giuliano Foschini La Repubblica, 9 dicembre 2025 Maruotti, segretario dell’associazione dei magistrati, fa i conti per la gestione dei due Csm e dell’Alta corte disciplinare. Non soltanto uno “stravolgimento della Costituzione”. Il tentativo di “portare i pubblici ministeri sotto il cappello dell’esecutivo”. La nuova riforma della giustizia, secondo il comitato del No e l’Associazione nazionale magistrati, significherebbe soprattutto un aggravio di costi per i cittadini, “a fronte di nessun miglioramento del funzionamento della giustizia”. Per questo provano a spostare il confronto dal terreno delle dichiarazioni a quello più concreto dei numeri. Quelli del bilancio del Consiglio superiore della magistratura, innanzitutto. Il preventivo 2025, approvato dal Csm, dice che far funzionare l’organo di autogoverno costa 45 milioni e 250 mila euro l’anno: 5,9 milioni per i compensi dei componenti, 29,3 milioni per il personale, 9,7 milioni per beni e servizi. Una macchina costosa, certo, ma stabile. Con la riforma, quella macchina triplicherebbe: due Csm separati, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri, più la nuova Alta Corte disciplinare. È qui che, secondo i calcoli del comitato, il costo esplode: da 45 a 115 milioni di euro. Settanta milioni in più ogni anno. “Risorse che potrebbero essere usate per assumere giovani laureati nella giustizia, nella sanità, nella scuola, in quei servizi che migliorano davvero il Paese”, osserva il segretario dell’Anm, Rocco Maruotti. “Questo è il prezzo dell’operazione politica e propagandistica che si sta facendo attorno alla giustizia”. La parte più contestata è proprio l’Alta Corte disciplinare, l’organo che sostituirebbe le sezioni disciplinari del Csm. Un organismo nuovo, strutturalmente pesante, stipendi equiparati ai vertici della magistratura, mandato esclusivo per quattro anni. “Un organo totalmente inutile - dice Maruotti - visto che l’attuale Csm già irroga in modo efficace le sanzioni necessarie. Non c’è alcuna emergenza disciplinare da risolvere”. Il tema non è solo di opportunità, ma di proporzione: secondo le stime circolate negli uffici, ogni giudice dell’Alta Corte arriverebbe a decidere meno di cinque procedimenti l’anno. “Saranno i magistrati più pagati al mondo in proporzione al lavoro che faranno. Ogni sentenza costerà ai contribuenti più di 50 mila euro. Un vero affare per i cittadini italiani”. Dentro questa discussione si apre un’altra contraddizione: quella degli addetti all’Ufficio del processo. Duemila giovani che negli ultimi due anni hanno permesso agli uffici giudiziari di smaltire arretrati, velocizzare i fascicoli, recuperare ritardi strutturali. Ragazzi selezionati con un bando pubblico, formati sul campo, oggi indispensabili in cancelleria e in procura. I loro contratti, però, sono scaduti. E mentre si discute di nuovi organi, nuovi stipendi, nuove strutture, loro rischiano di tornare a casa. Con il rischio di far precipitare l’Italia in difficoltà serie sugli obiettivi del Piano nazionale di ripresa e resilienza. L’ingresso degli addetti all’Ufficio del processo ha prodotto risultati misurabili: secondo gli ultimi dati, la durata dei procedimenti si è già ridotta del 20% nel civile e del 28% nel penale. L’Europa chiede di arrivare rispettivamente al -40% e al -25% entro giugno 2026. Un obiettivo possibile, ma non se i 12mila assunti in tutta Italia dovessero interrompere il lavoro nei prossimi mesi. A più riprese il ministero della Giustizia ha parlato di possibili stabilizzazioni, ma sempre per numeri che non superano le 6mila unità. “La questione - osservano dall’Associazione magistrati - è ancora più ampia: da un lato si spendono soldi per nuovi Csm che non servono a nessuno. Dall’altro si mandano a casa, per mancanza di risorse, professionisti che rendono più efficiente la giustizia. È la dimostrazione di quali siano le vere priorità”. Milano. Ex cappellano di San Vittore “archiviato” (a sua insaputa) Avvenire, 9 dicembre 2025 Roberto Mozzi, già cappellano al carcere di San Vittore di Milano per dieci anni fino al 2024, lo ha appreso domenica sera direttamente dal giornalista Luigi Ferrarella, che ha anticipato la notizia sul Corriere della Sera nell’edizione di ieri. Era stato denunciato per una presunta “rivelazione e utilizzazione di segreti di ufficio” dal Provveditore regionale delle carceri della Lombardia, Maria Milano nel giugno 2024. La procura di Milano, però, ha chiesto l’archiviazione del procedimento nei suoi confronti, valutazione condivisa e confermata poi dalla gip Angela Minerva. Al centro dell’azione giudiziaria un intervento sui (troppi) casi di suicidio in carcere che l’allora cappellano Mozzi aveva pronunciato in un’iniziativa degli avvocati della Camera penale di Milano. Discorso che Avvenire aveva pubblicato il 25 giugno 2024 nelle pagine dedicate al tema della condizione dei carcerati. Nell’intervento, si sottolineava come “a San Vittore la parola d’ordine è dimenticare” i 12 ragazzi e uomini che si erano tolti la vita nel penitenziario, di cui don Roberto ricordava i nomi e, sommariamente, le vicende umane. La denuncia di una condizione - quella dei reclusi, tra sovraffollamento delle celle, difficoltà a svolgere attività rieducative per mancanza di operatori e carenza del numero degli agenti penitenziari - che evidentemente non era stata gradita dall’amministrazione delle carceri lombarde. Bene che ora la questione si sia chiusa con un sostanziale non luogo a procedere per l’ipotesi di un presunto reato di rivelazione di segreto d’ufficio che poteva apparire in realtà come una censura. Certo, colpisce anche che di tutto questo Roberto Mozzi - che nel frattempo ha chiesto e ottenuto la sospensione dal ministero presbiteriale - non avesse alcuna conoscenza né diretta né indiretta. Monza Brianza. I detenuti da Codice Rosso: “Aperti gli occhi sui nostri errori” di Dario Crippa Il Giorno, 9 dicembre 2025 Il riscatto con White Mathilda. L’innovativa opportunità offerta dall’Area Educativa della casa circondariale di via Sanquirico. Dopo 5 mesi di lavoro i risultati del percorso di consapevolezza su maltrattamenti e stereotipi di genere. “Devo molto a questo percorso, sono riuscito a riflettere sulle mie emozioni ancor più sulle emozioni di ogni compagno. Mesi interi che mi hanno accompagnato verso il vero senso di riscatto rispetto gli errori commessi dove l’impulsività aveva preso il sopravvento”. Non conosciamo la sua storia, ma Andrea si è aperto e affida a poche ma sentite righe i suoi sentimenti. Antonino, “compagno” di prigionia, sa quanto questi mesi siano stati duri, ma anche importanti: “L’utilità di questo cammino è stata riuscire davvero una volta per tutte a guardarmi dentro e fare i conti con me stesso. Soffrire in carcere mi ha aperto gli occhi”. Avevano maltrattato, picchiato, hanno reso infernale le vite di tante donne. Ma ora stanno pagando. Eppure in prigione qualcuno ha deciso di tendere loro una mano. Perché la pena ha senso soprattutto se c’è redenzione. È da qui che è nato lo scorso luglio il progetto “Respons-abili”, un percorso trattamentale di cinque mesi totalmente pensato, costruito e realizzato daIl’Area Educativa della Casa Circondariale di Monza in collaborazione con il C.a.v. (Centro Anti Violenza) White Mathilda di Desio, rivolto ai detenuti che stanno scontando una pena per il reato di maltrattamenti. Undici detenuti, per la maggior parte italiani, dato che fare breccia in quelli stranieri è più difficile per ragioni culturali. “Non è un corso - spiega l’associazione -, è un susseguirsi di incontri dove vengono affrontate, analizzate e discusse tematiche specifiche come la gestione delle emozioni, la responsabilità personale, il potere e il controllo nelle relazioni, la mascolinità e gli stereotipi di genere, il consenso e la libertà dell’altro di dire no”. Le persone detenute inserite in questo progetto a numero chiuso vengono accuratamente selezionate in base anche a similitudini comportamentali e caratteriali. “Per meglio dire si concretizza l’importanza della detenzione sempre più finalizzata alla rieducazione, assistita e personalizzata della persona sulla base, in questo caso, di un comun denominatore, la tipologia di reato commesso”. Le voci dal carcere lo testimoniano. Come quella di Carlo: “Ho trascorso cinque mesi di continue introspezioni e modulazioni emotive con un gruppo di lavoro accogliente e predisposto ad ogni tipo di confronto atto a smuovere animi e coscienze diverse l’una dall’altra ma comunemente dolorose e sofferenti. Ho iniziato un percorso, l’ho attraversato con l’aiuto di persone stupende che mai mi hanno lasciato solo, anzi, mi hanno aiutato a condividere, quando un sorriso quando una lacrima, per arrivare insieme a colmare quei vuoti scavati dagli errori commessi”. “Ho riscoperto - ammette Michele - la parte buona e riflessiva di me stesso”. Per Luca è stato “un cammino assistito che mi ha responsabilizzato e ha permesso di analizzare costantemente le mie emozioni, azioni, le reazioni”. Claudio ha fatto “i conti con gli errori del passato, uno dopo l’altro, ho imparato a chiedere aiuto nei momenti difficili mettendo da parte quella stupida presunzione di riuscire a cavarmela sempre da solo”. Mentre Alessio “ha fatto luce sulle zone che appositamente tenevo in ombra. In questo modo sono riuscito a lavorare davvero su quanto di sbagliato portavo dentro di me”. Racconta Stefano: “Ho due concetti ad oggi che mi formano: introspettività e costruttività. Nella prima ho imparato ad analizzare e gestire, nell’altra, do forma, disegno e realizzo la mia vita futura, non la demolisco!”. Per Nicholas è stata “un’avventura all’interno delle mie emozioni, un’esplorazione approfondita di alcune dinamiche di approccio alle relazioni interpersonali, rispolverando la mia anima buona e ricordando in primis a me stesso l’obiettivo che noi tutti dovremmo avere, la felicità!”. “Abbiamo attraversato insieme un lavoro difficile - riflette Ilaria Meroni, arteterapeuta che ha seguito i detenuti -, ognuno con le proprie capacità. Questo percorso è stato colmo di ricordi, di momenti difficili o felici, di solitudine, di malinconie e molto altro. Abbiamo avuto la capacità di abbattere, in questo caso, i confini di ognuno. Se ci conosciamo riusciamo a dirci qualunque cosa”. In quello che è stato un percorso delicatissimo hanno lavorato, oltre alla dottoressa Meroni, anche Luisa Oliva, presidente dell’Associazione White Matilda accompagnata a sua volta dal proprio staff di psicologi ed avvocati, il tutto sotto la supervisione delle referenti interne Fgp Marika Colella e Alessandra Arosio. Ivrea (To). Ecco le “Parole che liberano”: in carcere il laboratorio di Idea di Sara Sonnessa torinocronaca.it, 9 dicembre 2025 L’iniziativa nasce a Nichelino: un ponte tra il dentro e il fuori. Oltre le sbarre, oltre la condizione di libertà. Alla Casa circondariale di Ivrea è iniziato un progetto culturale che punta ad aprire spazi nuovi nella quotidianità dei detenuti. L’associazione Idea, con sede a Nichelino, ha portato nel penitenziario un laboratorio di lettura dal titolo “Parole che liberano”, guidato dal presidente dell’associazione, Paolo Coniglio. Un gruppo di dieci ristretti - italiani e stranieri - ha così iniziato un percorso letterario condiviso, partendo da un libro che già dal titolo richiama un bisogno profondo: Tutto chiede salvezza di Daniele Mencarelli, romanzo da cui è stata tratta la serie televisiva di grande successo. “Entrare, ascoltare le loro storie e cominciare insieme un libro è qualcosa che non si dimentica” racconta Coniglio. “Quando un libro si apre, si aprono anche spiragli”. Per il presidente di Idea, la cultura diventa un ponte tra dentro e fuori: “Ho sentito che quel ponte stavamo iniziando a costruirlo assieme”. Il laboratorio si fonda su un approccio partecipativo e comunicativo, in linea con il rinnovamento culturale che negli ultimi mesi ha interessato il penitenziario di Ivrea. Sono stati infatti gli stessi detenuti a ristrutturare una nuova ala dell’istituto, oggi sede di aule studio, spazi per i colloqui e una biblioteca molto curata, gestita da alcuni di loro. Il percorso proseguirà con altri testi significativi. Dopo Mencarelli, sarà la volta di Favole al telefono di Gianni Rodari, per continuare a costruire - pagina dopo pagina - uno spazio di confronto, crescita e libertà possibile. Verbania. Al Santuario del Boden si celebra il “Giubileo dei detenuti” vconews.it, 9 dicembre 2025 Il 14 dicembre a Ornavasso una giornata promossa in collaborazione con la Caritas diocesana e la casa circondariale di Verbania. Volge alla conclusione l’anno del Giubileo della Speranza. A livello diocesano l’appuntamento è per domenica 28 dicembre a Novara, con la solenne chiusura presieduta dal vescovo, monsignor Franco Giulio Brambilla. Al santuario del Boden a Ornavasso, una tra le chiese giubilari diocesane, il momento conclusivo sarà proposto, invece, domenica 14 dicembre, quando in concomitanza con tutta la Chiesa nel mondo, si celebrerà il “Giubileo dei detenuti”. La giornata in santuario vede la collaborazione con la Caritas diocesana, la casa circondariale di Verbania grazie alla grande disponibilità della direttrice Claudia Piscione, la parrocchia di San Leonardo di Pallanza, le associazioni di volontariato che operano in carcere “Camminare insieme” e “Il viaggio del prigioniero”. Alle 15.00 sarà proposto un momento di preghiera, seguito da alcune testimonianze da parte dei detenuti della casa circondariale di Pallanza. Altro momento significativo, sarà martedì 16 dicembre, alle 20.30, all’ratorio “Don Bosco” di Pallanza quando, a conclusione del percorso giubilare promosso dalla Caritas diocesana novarese “Spazi di Speranza”, andrà in scena lo spettacolo teatrale al titolo “Umanizzare la pena”. “Siamo ben contenti - spiega don Roberto Sogni, rettore del santuario della Madonna del Boden - di concludere con il Giubileo dei detenuti, perché sarà una giornata che ci farà respirare davvero il senso più alto di quello che significa la parola “Giubileo”. Ascolteremo e toccheremo con mano che cosa significhi davvero nella vita fare i conti con se stessi, con il debito che si ha nei confronti degli altri e di se stessi. Poter concludere con questo momento di grande grazie e speranza, impreziosisce l’anno giubilare che ha visto, settimana dopo settimana, giungere in santuario migliaia di pellegrini da ogni parte della diocesi, ma anche del resto del Piemonte e dalla vicina Lombardia. Significativo, infine, è il poterlo vivere insieme alla realtà della Caritas diocesana novarese e in comunione con le diverse realtà parrocchiali che compongono la nostra unità pastorale missionaria e la parrocchia di San Leonardo di Pallanza”. Il Corpo europeo di solidarietà: i 794 progetti in Italia e la sfida Onu del 2026 di Giulio Sensi Corriere della Sera, 9 dicembre 2025 Dal 2021 quasi 550 mila giovani hanno espresso interesse a partecipare al fianco di 3600 organizzazioni attive: 65 mila opportunità di volontariato in tutta Europa. Esiste anche un’Europa del volontariato, attiva e silenziosa, che agisce in nome della solidarietà. Ha sfaccettature e numeri diversi in ogni Paese ed è impossibile imbrigliarla in una statistica ufficiale. L’unico programma specifico dell’Unione europea che sostiene direttamente il volontariato è il Corpo europeo di solidarietà: è rivolto ai giovani e, sempre senza grossi clamori, ha visto un boom di adesioni dalla sua nascita nel 2021. “È cresciuto - spiega Barbara Eglitis dell’European solidarity corps resource centre di Salto Youth, la rete di sette Centri che lavorano su aree prioritarie europee nell’ambito del settore giovanile - fino a diventare uno dei programmi giovanili di maggior successo dell’Ue, con una domanda che ormai supera di gran lunga il suo budget. Offre ai giovani l’opportunità di impegnarsi in iniziative di volontariato locali, i Progetti di solidarietà. Di questi progetti, 794 sono già stati implementati in Italia con durata variabile da due settimane a un anno, individualmente o in gruppo”. Dal 2021 quasi 550 mila giovani hanno espresso interesse a partecipare, portando a circa 7 mila i progetti finanziati, con 3600 organizzazioni attive e 65 mila opportunità di volontariato in tutta Europa. L’ultimo rapporto della Commissione europea sui Corpi di solidarietà certifica che per il 98% dei partecipanti ha avuto un impatto positivo sulla propria vita, il 97% delle organizzazioni riferisce benefici duraturi e il 96% delle comunità locali riconosce cambiamenti positivi per la collettività. “Questi numeri - aggiunge Eglitis - confermano ciò che molti di noi vedono ogni giorno: il volontariato costruisce ponti tra persone, settori e Paesi, favorendo al contempo una genuina coesione sociale e solidarietà”. Tutto questo a un costo limitato per l’Unione europea quantificato in 5.159 euro per volontario. Gabriella Civico è direttrice del Centro europeo del volontariato (Cev), la rete europea di oltre sessanta organizzazioni dedicate alla promozione e al supporto dei volontari e del volontariato in Europa a livello europeo, nazionale o regionale. Il nuovo board è stato nominato a ottobre e l’Italia si è distinta per due ingressi su dieci eletti: Nicolò Triacca di Csvnet e Maddalena Recla del Csv Trentino. “I principi comuni condivisi - spiega Civico - sono che si tratta di un’attività a beneficio dell’intera società senza fini di lucro. Esistono differenze nei quadri legali riguardo alle cause che possono essere sostenute, all’età dei volontari, all’obbligo o meno di un’organizzazione formale e alla possibilità di aver luogo nei settori profit, non profit o pubblico”. Ci sono poi diversi programmi finanziati: Erasmus Plus, Cerv (Cittadini, uguaglianza, diritti e valori), Europa creativa, Life. “L’Ue - prosegue Civico - sostiene il volontariato giovanile anche tramite questi fondi, con attività in settori quali l’istruzione, i diritti umani, la cultura e l’ambiente”. Dal 2014 una città è designata annualmente dal Cev come Capitale europea del volontariato, un riconoscimento per le iniziative solidali attivate per far crescere in Europa la cultura del volontariato. Recentemente l’Italia è stata protagonista con due Capitali designate (Padova nel 2020 e Trento nel 2024). In questo 2025 la staffetta è passata a Mechelen in Belgio e nel 2026 sarà Maia in Portogallo. Ma c’è di più. Il 2026 è già stato proclamato dalle Nazioni Unite “Anno internazionale dei volontari”. Un segno, anche questo, che l’azione solidale si sta definendo come parte essenziale della società civile. “In Europa - spiega Pietro Vittorio Barbieri, vicepresidente del Gruppo società civile organizzata del Comitato economico e sociale europeo (Cese) - il volontariato è soprattutto ricondotto all’idea di impegno civico. Recentemente è nata Civil society Europe, un’organizzazione che unisce a livello europeo ventiquattro network esistenti. Si stanno unendo per lavorare insieme. Come Cese sosteniamo tutto questo e stiamo cercando di negoziare con la Commissione europea per allargare gli spazi per la società civile”. E i rapporti con le istituzioni? “Con la Commissione e il Parlamento - risponde Barbieri - il dialogo è ben strutturato, molto più complicato invece con il Consiglio europeo. Ma c’è sempre più bisogno di un’Europa di pace. La voce della società civile può costruirla”. Perché questo è sicuro: il futuro e la sopravvivenza dell’Europa dipendono anche dai volontari, dai suoi cittadini attivi. Contro i rischi del ddl Delrio la sinistra ritorni all’universalismo di Marco Aime* Il Domani, 9 dicembre 2025 Il razzismo è becero e violento nei confronti di qualunque società e gruppo di persone. Distinguere forme di razzismo, quasi che esistessero razzismi più gravi e più lievi, come farebbe il disegno di legge sull’antisemitismo firmato dall’ex ministro del Pd rischia di alimentare ancora più discriminazioni. Nel feroce coacervo di pulsioni identitariste, di dichiarazioni di disprezzo verso altri popoli, di manifestazioni di odio, ci mancava solo il razzismo positivo. L’espressione può sembrare un ossimoro, ma in realtà abbiamo già assistito ad alcune sue applicazioni. Si tratta di emanare provvedimenti a favore di qualche gruppo, che per essere individuabile deve necessariamente essere etnicizzato se non razzializzato. Le affirmative action statunitensi avevano come fine una sorta di risarcimento dei nativi, per tutte le violenze subite. Bisognava però decidere e definire chi era “nativo” ed ecco che si cade inevitabilmente in un modello classificatorio, che inchioda le persone a un marchio. Anti-antisemitismo - Leggendo il testo del ddl presentato da Graziano Delrio e sostenuto dai riformisti del Pd, non possono non tornare alla mente le parole di Jean-Paul Sartre: “È l’antisemitismo che ha creato il semita”, pronunciate i tempi terribili, non certo paragonabili all’oggi. Ma quella frase può anche essere declinata in modo positivo - l’anti-antisemitismo finisce per creare il semita - ottenendo lo stesso risultato: accomunare tutti gli ebrei in una unica categoria. Criticare gli ebrei in quanto tali diviene reato? Giusto, ma non lo sarebbe anche dire che “i somali sono solo spazzatura”? Se vogliamo essere obiettivi, condanniamo il trumpismo, almeno moralmente, invece di nasconderci dietro a un vigliacco silenzio. Insultare i rom o i musulmani o definire i palestinesi in quanto tali come terroristi non è equiparabile forse al farlo nei confronti degli ebrei o di qualunque altro popolo? Possibile che non riusciamo a non essere discriminatori neppure a fin di bene? Senza contare che, come ha fatto giustamente notare Gad Lerner, questa legge speciale: “Pur con le migliori intenzioni finirà solo per fomentare il pregiudizio antisemita e metterci ancor più nel mirino?”. Universalismo - “Tutti i razzismi sono uguali, ma qualcuno è più uguale degli altri” avrebbe detto Orwell. Distinguere forme di razzismo, quasi che esistessero razzismi più gravi e più lievi, questo è il risultato. Pur nelle sue innumerevoli forme e trasformazioni, il razzismo è becero e violento nei confronti di qualunque società e gruppo di persone. In un momento in cui assistiamo a pericolosi e prepotenti rigurgiti di nazionalismi e fascismi, la sinistra dovrebbe battersi per rilanciare e sostenere valori universali e universalisti, che attraversino le barriere che ci dividono. “La grandezza dell’uomo è di essere ponte” ha scritto Friedrich Nietzsche, davvero siamo così piccoli da saper solo erigere muri? Invece di fare decreti pelosi, per captare qualche voto, perché non ci opponiamo davvero contro ogni forma di razzismo? E guardate che per farlo non c’è bisogno di riempire altre pagine inutili, né di perdere tempo in discussioni para-ideologiche: basta la Costituzione. Non occorre neppure scorrerla tutta, all’articolo 3 recita: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. So che a qualcuno non piace la parola “razza” (nemmeno a me piace), perché è ormai dimostrato che l’umanità non è divisa in razze, il problema è che il pensiero razzista continua a persistere, eccome. Allora, se vogliamo essere precisi, aggiungiamo prima di razza, un “presunta”. Il colore della pelle o le fattezze possono essere un dato genetico, l’essere razzisti no. *Antropologo Migranti spediti nei Paesi terzi: Ok dal Consiglio dell’Unione europea di Giansandro Merli Il Manifesto, 9 dicembre 2025 I ministri dell’Interno dell’Ue aprono all’esternalizzazione totale del diritto d’asilo. La corsa alla cancellazione del diritto d’asilo procede senza ostacoli. Ieri il Consiglio dei ministri dell’Interno Ue ha approvato a maggioranza qualificata la propria posizione negoziale, sulla cui base intraprenderà i negoziati con Commissione e Parlamento, in merito a paesi terzi sicuri, paesi di origine sicuri e rimpatri. Il Patto immigrazione e asilo doveva segnare, da giugno 2026, il passaggio dall’”Europa fortezza” all’”Europa prigione” permettendo la detenzione di migliaia di richiedenti asilo. Le proposte di modifica a quegli stessi regolamenti, presentate ancor prima della loro entrata in vigore, segnano un nuovo salto di qualità nella guerra ai migranti. Il punto più significativo, introdotto dalla Commissione ma sottolineato e ampliato ieri dal Consiglio, riguarda il concetto di paesi terzi sicuri ai quali gli Stati membri intendono subappaltare i richiedenti asilo. Finora il trasferimento era possibile solo se il migrante aveva un legame, per esempio familiare, con il paese terzo in questione o se vi era transitato. Il criterio soggettivo di connessione viene ora spazzato via: sarà sufficiente un accordo dell’Ue o dello Stato nazionale. In pratica un eritreo sbarcato a Lampedusa potrebbe essere spedito in Serbia o magari in Uganda, se esiste un’intesa in questo senso. La sua domanda sarebbe giudicata inammissibile - in caso di ricorso la sospensiva al trasferimento non sarà automatica ma andrà riconosciuta da un giudice - e si aprirebbero le porte alla deportazione. Non solo durante l’esame della richiesta d’asilo, come era previsto in Albania, ma in modo definitivo: la persona migrante resterà dove è stata spedita anche dopo l’eventuale riconoscimento della protezione internazionale. L’obiettivo di Stati membri e istituzioni comunitarie è cancellare il principio fondamentale della territorialità, che ha caratterizzato finora il sistema d’asilo europeo. Tutto il meccanismo potrà essere esternalizzato: la garanzia di un diritto fondamentale diventerà solo una questione di geopolitica. Un passaggio epocale che nei prossimi anni avrà conseguenze durissime sulla vita di centinaia di migliaia di migranti. L’unico divieto resta per i minori stranieri non accompagnati, insieme a qualche limite per i vulnerabili. “Tutto questo dimostra il fallimento dell’ottica di riduzione del danno portata avanti da Unhcr e altre agenzie Onu. Concentrarsi sulla difesa dei vulnerabili è servito solo a legittimare l’annientamento delle garanzie per tutti gli altri. Quando queste sono saltate è stata spazzata anche la trincea che avrebbe dovuto proteggere i più deboli”, afferma Salvatore Fachile, avvocato Asgi. Oltre alla modifica del regolamento procedure, il Consiglio ha dato il suo ok alla lista comune dei paesi di origine sicuri proposta dalla Commissione: Bangladesh, Colombia, Egitto, India, Kosovo, Marocco e Tunisia (oltre a quelli con il processo d’adesione in corso). L’Italia teneva alla presenza di primo, terzo e ultimo, alla luce della classifica degli sbarchi, ed è stata accontentata. Ai cittadini di questi Stati possono essere applicate le procedure accelerate di frontiera che prevedono la detenzione, obiettivo originario del centro di Gjader. Il Consiglio ha depennato il fatto che la designazione debba essere realizzata su fonti accessibili. Ovvero quelle “schede paese” che in Italia avevano dato il via allo scontro con la magistratura perché riportavano situazioni in aperta violazione delle previsioni del diritto comunitario. Schede che, comunque, finora la Commissione non ha reso pubbliche. Nella sentenza sul tema, la Corte di giustizia europea stabilisce che l’accessibilità a queste informazioni è necessaria. Così come il potere dei giudici di verificare la correttezza della designazione. Tale impianto resterà e c’è da scommettere che i conflitti con le toghe non saranno eliminati dalla lista europea. In ogni caso la nozione di paesi di origine sicuri perderà di importanza con il Patto Ue: per applicare le procedure accelerate di frontiera sarà sufficiente che i tassi di accoglimento delle richieste di asilo di un certo Stato siano inferiori al 20% a livello comunitario. Nella proposta approvata ieri c’è anche il “meccanismo di solidarietà” che prevede la redistribuzione di quote di migranti dai paesi di approdo o, in alternativa, il sostegno finanziario degli altri. In attesa di numeri e dettagli, il punto ha fatto comunque arrabbiare il premier ungherese Viktor Orbán: “Bruxelles sta cercando di costringere l’Ungheria a pagare ancora di più o ad accogliere i migranti: è inaccettabile. La ribellione ha inizio”. Esulta invece il ministro dell’Interno italiano Matteo Piantedosi, secondo il quale “i centri d’Albania si ricandidano a essere attivi su tutte le funzioni per le quali sono stati concepiti: trattenimento per le procedure accelerate di frontiera e hub di rimpatri”. La realtà, però, è diversa. Intanto perché la procedura legislativa Ue è ancora in corso. Poi perché sui centri d’oltre Adriatico restano i rilievi della Cassazione, su cui si esprimerà la Corte di Lussemburgo, e perché la lista comune dei paesi sicuri, pur rinforzando le pretese italiane, non cancella il sindacato dei giudici. Infine perché il concetto di return hub è legato alla nuova direttiva rimpatri su cui i tempi sono più lunghi rispetto alle altre due normative. Su queste si è espressa la scorsa settimana la Commissione Libe dell’organo legislativo comunitario. Il testo che ha ricevuto il via libera, con l’ennesima saldatura tra popolari e destre estreme, arriverà in aula la prossima settimana. Diventerà la posizione negoziale solo se non ci saranno opposizioni di deputati e gruppi. “Contesteremo il mandato negoziale”, afferma Cecilia Strada, eletta da indipendente con il Pd. In quel caso Strasburgo dovrà votare. Ma portà farlo sul pacchetto già definito, senza emendamenti. Difficile ci siano sorprese. Con l’ok del Parlamento si passerà al trilogo con Commissione e Consiglio, nella corsa contro il tempo per anticipare il Patto Ue e fare contenta Giorgia Meloni. Migranti. Accordo in Ue su rimpatri e Paesi sicuri. Piantedosi: “È la svolta” di Giacomo Puletti Il Dubbio, 9 dicembre 2025 Nemmeno il tempo di siglare l’accordo in sede di Consiglio dei ministri dell’Interno dell’Ue su tre settori chiave della questione migranti, cioè rimpatri, lista dei Paesi sicuri, e definizione di Paesi terzi sicuri, che il sovranismo europeo va in cortocircuito, con l’Italia di Giorgia Meloni che si dice molto soddisfatta di quanto deciso e l’Ungheria di Viktor Orbán che promette battaglia. Ma andiamo con ordine. Ieri i ministri dell’Interno dei Paesi Ue, riuniti a Bruxelles, hanno raggiunto l’accordo sui regolamenti sui rimpatri, sui Paesi d’origine sicuri e i Paesi terzi sicuri. Ora partirà la trattativa con il Parlamento europeo per arrivare all’approvazione definitiva del nuovo regolamento, che rivede il concetto di Paese terzo sicuro - spiega il Consiglio in una nota - ampliando le circostanze in cui una domanda di asilo può essere respinta per inammissibilità. Il Consiglio ha inoltre completato un importante elemento del Patto sulla migrazione e l’asilo del 2024, concordando il primo elenco comune dell’Ue di Paesi di origine sicuri, che consentirà agli Stati membri di trattare le domande di protezione internazionale in modo più rapido. Nel dettaglio, il concetto di Paese terzo sicuro consente agli Stati membri dell’Ue di respingere una domanda di asilo in quanto inammissibile (vale a dire senza esaminarne il merito) quando i richiedenti asilo avrebbero potuto chiedere e, se idonei, ottenere protezione internazionale in un paese extra- Ue considerato sicuro per loro. Il concetto di Paese di origine sicuro consente invece agli Stati membri di istituire un sistema speciale per l’esame delle domande di protezione internazionale. “La svolta che il Governo italiano ha chiesto in materia di migrazione c’è stata: finalmente abbiamo ottenuto una lista europea di Paesi di origine sicuri, riformato completamente il concetto di Paese terzo sicuro e ci avviamo a realizzare un sistema europeo per i rimpatri realmente efficace - ha detto il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi - Gli Stati membri potranno finalmente applicare le procedure accelerate di frontiera (così come previsto dal protocollo Italia- Albania) e a questo si aggiunge l’importante novità che i ricorsi giudiziari non avranno più effetto sospensivo automatico della decisione di rimpatrio”. Inoltre, “la definizione di una lista europea dei Paesi terzi sicuri, dove compaiono oltre ai Paesi candidati alla adesione anche Paesi quali Egitto, Tunisia e Bangladesh è in linea con i provvedimenti già adottati dall’Italia. La possibilità di effettuare rimpatri anche verso Paesi terzi diversi da quelli di origine, e di utilizzare i return hubs non solo come punti di arrivo ma anche come punti di transito, aumenta la nostra capacità operativa”, ha sottolineato ancora Piantedosi. Decisioni accolte con favore da tutto il centrodestra nostrano, ma che in Ue sta facendo discutere da fronti opposti, anche interni agli stessi sovranisti. “Bruxelles sta cercando di costringere l’Ungheria a pagare ancora di più o ad accogliere i migranti, questo è inaccettabile - ha scritto a caldo sui social Orbán L’Ungheria spende già abbastanza per proteggere le frontiere esterne dell’Unione. Non accoglieremo un solo migrante e non pagheremo per i migranti altrui. L’Ungheria non applicherà le misure del Patto sulle migrazioni. La ribellione ha inizio”. Una presa di posizione durissima ma non inaspettata, e che stona con quella del governo italiano, alleato di quello ungherese nel contrasto alle politiche migratorie dell’Unione. Ma dall’altro lato quello che di fatto anticipa il nuovo Patto migrazione e asilo è contestato anche dalla Spagna del governo socialista di Pedro Sanchez, per bocca del suo ministro dell’Interno, Fernando Grande- Marlaska. “La quota di solidarietà non può trasformarsi in un gioco di contrattazione sulle cifre ha spiegato Grande- Marlaska ma deve identificare le esigenze degli Stati membri sottoposti a pressione migratoria e affrontarle nel miglior modo possibile”. Spiegando poi che “senza responsabilità non ci sarà solidarietà e senza solidarietà non ci sarà responsabilità” e annunciando la sua astensione dal voto sul fondo di solidarietà. Il ministro spagnolo ha espresso anche l’opposizione di Madrid al regolamento sui Paesi terzi sicuri, ritenendolo in violazione all’integrità del Patto prima ancora della sua attuazione. Droghe. La nuova strategia Ue stile Donald affidata a Frontex di Eleonora Martini Il Manifesto, 9 dicembre 2025 Il Civil Society Forum on Drugs critica il nuovo piano d’azione 2026 presentato dalla Commissione Affari interni dell’Unione. Sono stati presentati al Civil Society Forum on Drugs (Csfd, la rete di associazioni della società civile europea accreditate dall’Ue come interlocutori sulle politiche per le sostanze stupefacenti) la nuova strategia sulle droghe dell’Ue e il nuovo piano di azione 2026 messi a punto dalla Commissione Dg Home. I testi delle proposte, illustrati a Bruxelles qualche giorno fa dal commissario per gli Affari interni e le migrazioni Magnus Brunner, hanno destato “forti perplessità” in molte organizzazioni che fanno parte della Csfd, come il network globale Idpc o in Italia Forum Droghe e Cnca. Le associazioni puntano il dito contro il ritorno della “narrazione allarmistica della “minaccia” della droga” e “l’eccessiva enfasi sul controllo di polizia e sulla repressione”, segnatamente lungo le frontiere. Secondo la proposta della Commissione, infatti, Frontex “deve rafforzare la sorveglianza e il monitoraggio del traffico di droga alle frontiere esterne dell’Ue”. E per farlo, sfrutterà la collaborazione con Emsa e SatCen per l’utilizzo di dati satellitari e aerei finalizzati all’individuazione di “minacce legate al traffico di droga”. In sostanza, gli echi della nuova guerra di Trump, con i bombardamenti delle imbarcazioni di presunti narcos, risuonano anche a Bruxelles: per Brunner infatti dovrebbero diventare “cruciali” le “partnership civili-militari” e va rafforzata la “governance marittima” delle operazioni Eunavfor Atlanta e Eucap Somalia (nate contro la pirateria al largo del Corno d’Africa). Un particolare “supporto” è poi offerto dall’Ue “ai Paesi dell’Africa occidentale nella lotta contro il traffico di droga”. D’altra parte, la nuova strategia Ue - proposta che a gennaio passerà alla discussione degli Stati membri - contiene anche novità apprezzate dalla Csfd, come la raccomandazione per tutti i Paesi di dotarsi di “stanze del consumo”, pilastro della Riduzione del danno. Nel documento anche norme aggiornate per il monitoraggio e il controllo dei precursori di droghe, spesso utilizzati nella “produzione illecita di anfetamine, ecstasy, metanfetamina, cocaina ed eroina”. Sono queste le droghe su cui si concentra la prospettiva dell’Ue: mai, invece, viene nominata la cannabis. La seccatura dei tribunali: così si prova a liquidare la giustizia internazionale di Adriano Sofri Il Foglio, 9 dicembre 2025 Nove magistrati dell’ICC trattati come criminali comuni, esclusi da banche e servizi digitali. Un appello a Metsola denuncia la deriva e il vuoto di reazione europea: quando punire chi giudica diventa la nuova norma del potere. Un folto numero di giuristi, avvocati, magistrati, docenti universitari di molti paesi europei ha inviato alla presidente Roberta Metsola e alle persone che compongono l’Ufficio del Parlamento Europeo una lettera che chiede di tutelare l’indipendenza dei giudici dell’ICC, la Corte Penale Internazionale, dalle sanzioni decise lo scorso 20 agosto dal governo degli Stati Uniti. Sono 6 giudici e 3 procuratori che “autorizzarono” l’emissione del mandato d’arresto contro Benjamin Netanyahu e il ministro della difesa israeliano Yoav Gallant, imputati di crimini di guerra e contro l’umanità. L’effetto delle sanzioni è di inserire i magistrati coinvolti nella stessa lista nera finanziaria che annovera le persone dichiarate terroriste o narcotrafficanti o mafiose. Quasi 15 mila, delle quali nove magistrati della Corte Penale Internazionale... Una conseguenza è che i magistrati non possono più utilizzare carte di credito o ricevere bonifici bancari, e sono esclusi dai servizi digitali, dunque non hanno più una vita quotidiana. Gli Stati europei, che hanno firmato e ratificato, con altri cento paesi, lo Statuto di Roma, e le istituzioni dell’Unione, hanno finora taciuto. I firmatari ricordano che, “indipendentemente dall’opinione sul contenuto del mandato d’arresto”, la ritorsione mette in causa lo Stato di diritto nella sua condizione essenziale, l’indipendenza del sistema giudiziario, e ne intimidisce l’operato e l’esistenza. “Se coloro che indagano o giudicano crimini internazionali vengono sanzionati personalmente, ma le istituzioni europee restano in silenzio, non è solo la giustizia internazionale a soffrirne. Questo silenzio mette seriamente in discussione la dedizione dell’Europa stessa allo Stato di diritto”. I firmatari chiedono perciò alle istituzioni europee di adottare urgentemente le misure necessarie a proteggere l’indipendenza dei magistrati della Corte penale internazionale, e a garantire che nessuna forma di ritorsione contro l’esercizio delle loro funzioni resti senza risposta. Fin qui la lettera. Penso che qualche miserabile episodio recente, e lo spettacoloso contesto che rivela le autorità di fatto del pianeta quali svaligiatori a mano armata, i più grossi, mentre i meno grossi fanno il palo, abbia fatto sognare ai primi e rassegnare gli altri alla liquidazione di quella gran seccatura che sono i tribunali. Lo dico con un forte e personale rammarico.