Esecuzione, cambia la liberazione anticipata e più telefonate in carcere di Fabio Fiorentin Il Sole 24 Ore, 8 dicembre 2025 Diventa pienamente operativo il decreto legge dell’estate 2024. Entrano in vigore mercoledì 10 dicembre le novità in materia di colloqui telefonici dei detenuti e di liberazione anticipata, introdotte dal Dpr 176/2025 che modifica il Dpr 230/2000, vale adire il regolamento di esecuzione della legge sull’Ordinamento penitenziario (legge 354/1975). Si tratta di modifiche richieste per rendere pienamente operative le novità introdotte dal decreto legge Carceri (92/2024). Anzitutto, con una integrazione dell’articolo 26 del Dpr 230/2000 sarà istituita anche per i condannati ammessi a misure alternative e pene sostitutive la cartella personale che attualmente è formata solo per le persone detenute in carcere. Ciò consentirà anche per queste persone di formare un database aggiornato utile a velocizzare l’istruttoria per la concessione della liberazione anticipata. Allo scadere di ogni semestre detentivo, nella cartella verrà annotato il giudizio espresso dalla direzione del carcere o dell’Uepe. L’eventuale giudizio negativo sarà comunicato all’interessato che potrà, entro 3o giorni, proporre istanza di applicazione della liberazione anticipata al magistrato di sorveglianza. Con riguardo alle telefonate, è prevista una frequenza di sei chiamate al mese (quattro per i detenuti o internati per uno dei delitti previsti dall’articolo 4-bis, comma 1, primo periodo, legge 354/1975) e si prevede anche la possibilità di chiamare familiari e conviventi in occasione del rientro nell’istituto dal permesso o dalla licenza. Restano in vigore le disposizioni introdotte dall’articolo 2-quinquies, comma 1, del decreto legge 28/2020, adottato nel corso della pandemia, quindi la possibilità di fruire di telefonate oltre i limiti ordinari se ricorrono motivi di urgenza o di particolare rilevanza, nonché in caso di trasferimento del detenuto, di chiamate con figli minoli o figli maggiorenni portatori di una disabilità grave o nel caso di ricovero di congiunti presso strutture ospedaliere. L’autorizzazione, dopo la sentenza di primo grado, è concessa dal direttore dell’istituto. Il fulcro delle novità si concentra però sulla disciplina della liberazione anticipata, con estese modifiche all’articolo 103 del Dpr 230/2000. Oltre alla previsione relativa alle indicazioni sulle possibili riduzioni di pena e sul fine-pena che potrà conseguire alle stesse, che devono corredare l’ordine di esecuzione (articolo 656, comma 10-bis, Codice procedura penale), la nuova disciplina entra nel dettaglio della procedura. Si stabilisce, infatti, che l’istanza di liberazione anticipata da parte dell’interessato, se detenuto in carcere, è presentata al direttore dell’istituto o, in tutti gli altri casi, al direttore dell’Uepe. L’istanza, corredata da copia della cartella personale, è poi trasmessa al magistrato di sorveglianza territorialmente competente in relazione al luogo di detenzione odi esecuzione della misura esterna. Con una previsione destinata a creare criticità, infine, si stabilisce che nel caso di valutazione d’ufficio del beneficio al maturare del termine di 90 giorni antecedente il fine-pena “virtuale” (articolo 69-bis, comma 2, Ordinamento penitenziario), sarà il magistrato di sorveglianza a dover chiedere copia della cartella al direttore dell’istituto o dell’Uepe (che provvedono entro 30 giorni). Tuttavia, le cancellerie degli Uffici di sorveglianza non sono attualmente in grado di conoscere i fine-pena “virtuali” dei detenuti e ammessi a misure esterne, specialmente nel caso di pene sostitutive (il lavoro di pubblica utilità sostitutivo non è gestito direttamente dalla sorveglianza), per mancanza di idonei programmi informatici; di conseguenza, i giudici di sorveglianza saranno impossibilitati a selezionare le posizioni da valutare. Serve lavoro specializzato, Fs forma i detenuti con la realtà virtuale di Emilio Gioventù Italia Oggi, 8 dicembre 2025 “Folsom Freedom”, progetto nato dalla collaborazione tra Gruppo FS Italiane, ministero della Giustizia e ministero dell’Istruzione. Reinserimento dei detenuti a fine pena ad alta velocità. Favorirlo attraverso tecnologie immersive e percorsi di formazione avanzata è l’obiettivo di “Folsom Freedom”, progetto nato dalla collaborazione tra Gruppo FS Italiane, ministero della Giustizia e ministero dell’Istruzione e del Merito. Un’iniziativa che, come ha sottolineato il presidente del Gruppo FS Tommaso Tanzilli, traccia una rotta nuova nel rapporto tra istituzioni, grandi imprese e sistema penitenziario. “Per noi del Gruppo FS questo progetto ha un valore profondo perché unisce innovazione, inclusione e visione strategica” ha dichiarato Tanzilli. L’impegno nasce, ha spiegato il presidente, da una doppia consapevolezza: da un lato la necessità di contribuire alla sostenibilità sociale, offrendo nuove opportunità a chi, dopo la fine della pena, faticherebbe a trovare un lavoro stabile; dall’altro, l’esigenza sempre più evidente delle imprese di reperire lavoratori tecnicamente formati in settori chiave. Il cuore del progetto è un modello formativo basato su realtà virtuale e aumentata, capace di abbattere i vincoli logistici tipici del contesto carcerario. Il modulo pilota, “Quadro elettrico”, realizzato negli istituti di Taranto, Civitavecchia e Genova Marassi, ha coinvolto docenti e detenuti restituendo risultati “estremamente incoraggianti”: incremento dell’apprendimento, partecipazione continua e un ambiente sicuro in cui esercitarsi su scenari reali senza rischi. Nonostante le attuali normative rendano complessa l’assunzione di persone con precedenti penali nel perimetro del Gruppo FS, Tanzilli ha ribadito la scelta dell’azienda di investire comunque nel progetto: “Crediamo che una grande azienda pubblica debba guardare oltre la contingenza normativa”. Il valore concreto di questi percorsi emerge chiaramente dalla storia dei quattro detenuti della Casa Circondariale di Benevento recentemente assunti nei lavori dell’alta velocità/alta capacità Napoli-Bari, uno dei progetti infrastrutturali più strategici del Sud Italia, grazie a un contratto di lavoro inserito nel programma Cantiere Lavoro Italia di Webuild. Il percorso non è stato immediato: i candidati, selezionati con il supporto del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e dell’agenzia Randstad, hanno dapprima frequentato la Scuola del Territorio - un corso di formazione pre-assunzione svolto direttamente in carcere - per poi accedere alla Scuola dei Mestieri, centro specializzato in formazione intensiva. Solo dopo aver superato con successo entrambe le fasi, sono stati assunti e inseriti nel cantiere del lotto Apice-Hirpinia, commissionato da Rfi (Gruppo FS). Il progetto punta ad arrivare a circa dieci assunzioni complessive. Carceri, costruire speranza di Gabriele Rizzi Balzani santegidio.org, 8 dicembre 2025 Le voci dei cappellani dei penitenziari e dei volontari alla vigilia del Giubileo dei detenuti. E’ stata la seconda Porta Santa ad essere aperta. Era il 26 dicembre 2024 e, nella chiesa del carcere di Rebibbia, Papa Francesco aveva così voluto esprimere la propria vicinanza ai detenuti. Oggi, ad un anno di distanza, uno degli ultimi eventi del Giubileo rimette al centro i penitenziari. Luoghi, questi, dove la speranza, a cui è dedicato l’Anno Santo, sembra non avere posto, travolta dal sovraffollamento, dal degrado e dalla carenza di organico. Problemi comuni alle carceri di tutta Italia, cui purtroppo non fanno eccezione quelle romane. Su questi e altri temi si rifletterà dal 12 al 14 dicembre, nel corso degli eventi previsti nell’ambito del Giubileo dei detenuti, che si concluderà con la Messa presieduta da Papa Leone XIV in piazza San Pietro alla presenza di detenuti provenienti da tutta Italia. “Speranza è sinonimo di futuro”, afferma a Roma Sette don Niccolò Ceccolini, cappellano del carcere minorile di Casal del Marmo, ma queste sono parole difficili da vivere all’interno di una realtà come il penitenziario. Realtà in cui è importante costruire relazioni di fiducia, “camminare insieme per aprire cammini di speranza concreti”. Perché spesso la vicinanza espressa dai sacerdoti nelle carceri o dai volontari “è la sola che i detenuti abbiano mai sentito”, ci dice padre Vittorio Trani, cappellano a Regina Coeli. E allora la speranza nasce attraverso il recupero della dignità, afferma il sacerdote. E la dignità viene anche dal sentirsi utili. Per questo è nato il “Pastificio Futuro”, laboratorio artigianale che offre la possibilità di lavorare ai giovani detenuti di Casal del Marmo. Inaugurato due anni fa, a novembre le sue mura di cemento armato sono state abbellite da un murales dipinto dai ragazzi del penitenziario. Al centro dell’opera, l’abbraccio tra Papa Francesco e il predecessore di don Niccolò, padre Gaetano, affiancati da un simbolo potente, il chicco di grano che muore e diventa frutto di speranza. È qui il senso di un Giubileo vissuto in carcere: “Come nel dipingere il murales, ognuno di noi fa errori, ma se poi capisce lo sbaglio e viene aiutato a recuperare, anche la sbavatura può diventare un tocco di classe”. Sono le parole di un ragazzo di Casal del Marmo, ci spiega don Ceccolini, In occasione della Messa di domenica 14, poi, i detenuti del carcere minorile doneranno al Papa una croce pettorale realizzata nel loro laboratorio di oreficeria: “Le braccia della croce sono come le sbarre del carcere, con al centro un cuore che, però, deve essere ancora liberato: anche qui ci sono dei cuori che battono, che vivono, che amano”, conclude il sacerdote. Il Giubileo dei detenuti cade vicino al Natale, la festa degli affetti, la più difficile da passare in carcere. “C’è un’attesa che risponde alle aspettative di giustizia e dignità di tanti detenuti che vivono in condizioni drammatiche”, afferma Paolo Impagliazzo, segretario generale della Comunità di Sant’Egidio. “Per questo da anni proponiamo all’interno degli istituti un Natale diffuso, distribuendo, cella per cella, un regalo e un piatto “di festa”, la lasagna”. È un modo per testimoniare quella vicinanza con i detenuti che i volontari di Sant’Egidio vivono ogni giorno, non solo il 25 dicembre. Così, allora, nelle parole di don Andrea Carosella (Rebibbia femminile), il Giubileo può davvero “aiutarci a infondere un messaggio di fiducia e di speranza a chi è nel buio della vita e del carcere, e rendere questo un luogo di rinascita e non un parcheggio dove rinchiudere chi ha sbagliato”. Il riscatto alimentare parte dal carcere, tra opportunità lavorative e iniziative anti spreco di Leonardo Delfanti Il Domani, 8 dicembre 2025 Si parla di organizzazioni che partono da ideali ecologici e, con le loro attività, creano posti di lavoro e inclusività: “Quando qualcuno assaggia i nostri prodotti, non compra solo una marmellata: entra in contatto con un’esperienza di rinascita e fiducia”. Cibo è il nostro inserto mensile che racconta il mondo attraverso ciò che mangiamo. Esce l’ultimo sabato di ogni mese sulla app di Domani e in edicola. In ogni numero svisceriamo un tema diverso con articoli, approfondimenti e commenti: il tema del numero di questo mese è cucina abitabile. Qui troverete man mano tutti gli altri articoli di questo numero. In questa pagina, invece, tutti gli altri articoli di Cibo, che è anche una newsletter gratuita. Ci si iscrive a questo link. A Montorio, il carcere di Verona, la parola “scarto” è stata messa in discussione. In un laboratorio accessibile all’ala femminile, la frutta invenduta viene recuperata, lavorata e trasformata. Ma a cambiare davvero sono le persone: per le detenute che producono marmellate e conserve, salvare ciò che il mercato non vuole significa ritrovare anche una parte di sé. Il progetto affonda le sue radici nel 2018, quando la Cooperativa Sociale Panta Rei, già attiva con percorsi di formazione per persone fragili, intercetta un problema evidente. “L’idea è nata osservando enormi quantità di frutta e verdura destinate allo smaltimento”, racconta la presidente Elena Brigo. “Se questo cibo viene considerato scarto solo per forma o calibro, perché non valorizzarlo, così come si può fare con persone spesso emarginate?”. Da questa intuizione nasce R.E.A.L. Food (Recupero delle Eccedenze Alimentari attraverso il Lavoro), che nel 2022 approda definitivamente nel carcere veronese grazie alla volontà della direttrice Francesca Gioleni. Così, l’8 marzo 2023 viene inaugurato il laboratorio Imbandita - La tavola del riscatto, con lo slogan “Donne dentro”. La cooperativa recupera, a un prezzo simbolico, le derrate invendute, che vengono poi trasformate in conserve dalle detenute. Oltre a imparare competenze professionali spendibili nel mondo del lavoro, acquisiscono autonomia e consapevolezza. “Il laboratorio non è solo produzione alimentare”, sottolinea Brigo, “È un percorso di riscatto: imparare a gestire tempi, procedure e qualità significa riscoprire un orgoglio spesso perduto”. I dati parlano chiaro: dal 2022 Imbandita ha salvato 15.000 kg di eccedenze alimentari e formato 20 donne, garantendo un impiego stabile a oltre 30 persone, contando anche chi lavora nei servizi esterni della cooperativa. L’iniziativa, alla quale da poco si è aggiunto il pastificio presente nell’ala maschile del carcere Pasta D’Uomo - Mai stati Così Buoni, è sostenuta dalla Fondazione San Zeno, che finanzia percorsi formativi, incentivi all’assunzione e l’acquisto dei macchinari. “Vedere persone che, attraverso il lavoro sul cibo, riscoprono abilità, responsabilità e perfino un orgoglio che credevano perduto per noi è fondamentale”, spiegano dalla Fondazione. “È questo l’elemento umano che dà senso al progetto”. Brigo rivendica con orgoglio la dimensione della sostenibilità: “Siamo un’impresa sostenibile: vendiamo prodotti di qualità e reinvestiamo i margini nelle attività. Chi acquista contribuisce a un impegno sociale concreto”. E aggiunge: “L’80-85% dei nostri lavoratori sono soggetti svantaggiati, molto oltre il 30% richiesto per legge. Includiamo chi ha più bisogno”. L’inclusione, al di là delle complessità logistiche, va oltre il carcere. Le conserve vengono distribuite anche a Villa Buri, dove la cooperativa gestisce il Bar Fuori Luogo: uno spazio in cui l’alimentazione consapevole si intreccia con il turismo responsabile, offrendo al contempo opportunità lavorative a persone con fragilità psichica. È qui che il cerchio si chiude: il cibo recuperato diventa prodotto, il prodotto genera formazione, la formazione si trasforma in lavoro e il lavoro in inclusione. “Quando qualcuno assaggia i nostri prodotti, non compra solo una marmellata: entra in contatto con un’esperienza di rinascita e fiducia”, spiega Brigo. L’ultima iniziativa, proprio di fronte al carcere di Montorio, è la gestione del Circolo Primo Maggio: un bar in cui trovano impiego persone svantaggiate e che si integra anche con il centro sportivo e ricreativo. In Italia si sprecano ogni anno 5,6 milioni di tonnellate di cibo, pari a quasi 8 miliardi di euro. La circolarità di Panta Rei interviene in ogni passaggio: raccolta delle eccedenze, trasformazione nei laboratori, vendita nei bar sociali, formazione continua. La filosofia alla base è semplice, ma radicale: ciò che appare imperfetto non va buttato. “Lo scarto, se lo guardiamo con un’ottica diversa, può diventare qualcosa di estremamente prezioso”, afferma Brigo. In cucina, come nella vita, nulla va sprecato quando qualcuno decide di restituirgli valore. Referendum sulla giustizia: il governo punta al 15 marzo, l’opposizione su metà aprile di Antonella Coppari La Nazione, 8 dicembre 2025 La sinistra vuole guadagnare tempo perché è indietro nei sondaggi. La decisione finale spetta a Mattarella. Mulè (FI) e la partita sul voto all’estero. In attesa di darsele di santa ragione sul merito del referendum costituzionale sulla giustizia, destra e sinistra si scaldano i muscoli menandosi sulle minuzie. Ovvero, sui tempi e sulle modalità del voto. Il fronte del sì, guidato dalla maggioranza, sogna di aprire le urne tra il 1° e il 22 marzo, con la data del 15 marzo segnata in rosso. Cadrebbe in concomitanza del convegno ‘Follow the Money’ in memoria del giudice Giovanni Falcone, organizzato a Palermo da Palazzo Chigi e ministero della Giustizia, e la destra spera in un effetto traino. Il fronte del no (opposizione e gran parte dei magistrati) protesta, impugnando la prassi giuridica: dalla pubblicazione della riforma in Gazzetta ufficiale (30 ottobre) - osserva - devono passare i tre mesi per l’eventuale raccolta delle firme previsti dalla legge. Insomma, bocce ferme fino al 30 gennaio. Solo dopo, la Cassazione può avviare la sua verifica. Al termine si fisserà la data del voto che, per legge, deve cadere tra il 50° e il 70° giorno successivo al decreto di indizione. Calcolatrice e festività pasquali alla mano, la consultazione non può avvenire prima di metà aprile. Vi attaccate ai cavilli, replicano a destra, dove ritengono che la raccolta di firme per indire un referendum già indetto grazie alle firme dei parlamentari sia un tantinello pleonastica. In parte, dietro la disputa da azzeccagarbugli ci sono calcoli politici: alla maggioranza conviene fare presto, anche perché l’approvazione del premierato alla Camera e la proposta ufficiale sulle legge elettorale segneranno il passo fino alla celebrazione del referendum. A sinistra invece hanno bisogno di tempo per recuperare lo svantaggio che emerge dai sondaggi. Ancor più pesa la tendenza pre-elettorale a procedere con azioni di disturbo. In ogni caso, la decisione finale spetterà di fatto al capo dello Stato: a scegliere la data è il governo con apposito decreto che deve però passare per le mani del presidente. Gli uffici del Quirinale stanno già esaminando la faccenda senza essere ancora arrivati a una conclusione. Tuttavia, notano i più prudenti a destra, si può aspettare il 31 gennaio: “Se non vengono raccolte altre firme il posticipo non andrebbe oltre il 22 marzo”. Opinioni opposte tra i due fronti anche sulla modifica del voto degli italiani all’estero. La maggioranza intende rivedere le regole attuali che prevedono il voto per posta, sostenendo che il meccanismo offra spazio a brogli. La proposta è di passare al voto fisico presso i seggi allestiti in ambasciate e consolati. Il fronte del no è netto: giammai. “È inimmaginabile - avverte il senatore Dario Parrini (Pd) - significa privare del diritto di voto migliaia di persone che vivono a ore di distanza da sedi diplomatiche”. Replica Giorgio Mulè (FI), vicepresidente della Camera: “Chi vive a Trento ma risiede a Palermo non deve fare 600 chilometri per votare?”. In ogni caso, continua, pur senza farsi troppe illusioni: “Sono disponibile a cercare una soluzione condivisa nella direzione della trasparenza”. In realtà, la questione ha un peso limitato: il referendum costituzionale non prevede quorum, l’apporto degli italiani all’estero è limitato. Anche in questo caso, la disputa si configura come ginnastica pre-elettorale. Dove non sembra ci siano contestazioni è sull’ultima tentazione del governo: tenere aperte le urne per due giorni e non per uno solo, come spesso accadeva in passato. Con l’astensionismo che dilaga nessuno può permettersi di contrastare la mossa. Si tratta tuttavia di faccende di modesto calibro, che terranno banco fino alla fine delle feste o poco oltre. Poi si passerà allo scontro vero. Giustizia, Sì in vantaggio. Ma se diventa un referendum sul governo Meloni la partita si riapre di Giovanni Diamanti La Repubblica, 8 dicembre 2025 In una sfida elettorale meno tecnica e più politica, infatti, contro il governo si potrebbero mobilitare gli elettori dell’opposizione insieme a tanti scontenti e disaffezionati. Non siamo ancora entrati nel vivo della campagna referendaria, ma le due fazioni in campo stanno già scaldando i motori. Ai blocchi di partenza, il fronte governativo, schierato graniticamente per il Sì, appare favorito: dal 57.9% di Ipsos al 56% di Youtrend, ad oggi il vantaggio fotografato dai sondaggi è piuttosto netto e supera chiaramente i rapporti di forza tra la coalizione di centrodestra e il Campo Largo. Sono numeri che possono infondere ottimismo alla coalizione di governo, ma significano ancora molto poco. Nel 2016, ad esempio, la riforma costituzionale proposta e approvata da Matteo Renzi secondo molti istituti di rilevazione veniva inizialmente promossa da quasi due italiani su tre. Solo dopo l’estate il consenso calò drasticamente, ma all’inizio di settembre, con il voto previsto il 4 dicembre, buona parte dei sondaggi continuava a fotografare un testa a testa. È difficile infatti misurare le opinioni dei cittadini con grande anticipo sulla data referendaria: in un’epoca caratterizzata da disaffezione e disinteresse dei cittadini verso la politica, il grande limite è la conoscenza degli argomenti. Nel caso relativo alla riforma della giustizia, ciò si nota in modo particolare: il tema è evidentemente ancora poco conosciuto dagli italiani, e un sondaggio Youtrend per SkyTg24 di inizio novembre evidenzia come solo il 10% degli intervistati si dichiari “molto informato” sul quesito. Ci sono poi scelte strategiche che possono incidere sull’esito: nel 2016, ad esempio, a decidere il risultato del referendum fu soprattutto la scelta di Matteo Renzi di personalizzare la partita, legando il proprio destino a quello del voto. Giorgia Meloni e il suo governo vivono oggi una situazione paragonabile sul fronte dell’opinione pubblica: la loro coalizione è in testa nel voto politico, ma il gradimento dell’esecutivo è ben al di sotto del 50%, ed è ulteriormente calato negli ultimi mesi, attestandosi, secondo la stessa rilevazione di Youtrend, al 32%. L’esperienza di Renzi del 2016 fungerà da monito per Giorgia Meloni, che verosimilmente eviterà di commettere lo stesso errore di personalizzazione, ma può essere anche di ispirazione per le opposizioni. Se infatti il voto diventasse un referendum sull’esecutivo, con un consenso così basso, la partita si potrebbe riaprire con più facilità. Stavolta potrebbe non essere il presidente del Consiglio (in questo caso, la presidente del Consiglio) a politicizzare e personalizzare la campagna elettorale, ma l’opposizione, per la quale trasformare questo voto in un referendum sul Governo Meloni potrebbe rappresentare una grande opportunità. In una sfida elettorale meno tecnica e più politica, infatti, contro il governo si potrebbero mobilitare gli elettori dell’opposizione insieme a tanti scontenti e disaffezionati che non trovano alcun riferimento nei partiti, ma che allo stesso tempo potrebbero voler lanciare un segnale politico, cercando di indebolire la maggioranza. Certo, è difficile combattere l’astensionismo senza parlare di contenuti, e la battaglia politica dovrà lasciare il giusto spazio a una discussione sul merito della riforma: c’è di mezzo il futuro della giustizia. Anche perché la campagna referendaria è ancora lunga e appare, allo stato attuale, tutt’altro che chiusa, al netto dei numeri delle rilevazioni. Grosso: “Ecco perché la riforma della giustizia smonta il Csm” di Vincenzo R. Spagnolo Avvenire, 8 dicembre 2025 Parla il presidente del Comitato per il No al referendum promosso dall’Anm: “Ho accettato l’incarico perché voglio bene alla Costituzione”. Professore, ma questo confronto in tv col Guardasigilli Carlo Nordio si fa o no? “Non so, io sono a disposizione. Però ho l’impressione che sia lui a pretendere di non farlo con me, ma con un esponente dell’Anm. Eppure il Comitato serve proprio a questo...”. Enrico Grosso, avvocato, figlio dell’insigne penalista Carlo Federico e allievo di Gustavo Zagrebelsky, è ordinario di Diritto costituzionale all’Università di Torino. E da qualche mese, presiede il Comitato referendario del No, voluto dall’Associazione nazionale magistrati per informare i cittadini sulle ragioni della propria contrarietà alla riforma: “La riteniamo ingiustamente punitiva per la magistratura ordinaria e portata avanti unilateralmente dalla maggioranza di Governo, senza interloquire con le opposizioni e senza ascoltare i fondati rilievi degli esperti. Ricordo la mia audizione in Parlamento: il centrodestra non mi rivolse domande, mi parve che alcuni vivessero le audizioni come un fastidio necessario. Purtroppo, la possibilità di disporre di una maggioranza assoluta, data ai partiti dall’attuale legge elettorale, qui è stata brandita come una clava. I costituenti, quando congegnarono il meccanismo di revisione con l’articolo 138, non immaginavano che sarebbe finita così...”. Molti avvocati propendono per il Sì. Lei invece presiede il Comitato del No. Perché? Voglio bene alla Costituzione, che fonda il suo equilibrio sull’architrave della separazione dei poteri. Ma è un equilibrio fragile: se si smuove una pietra angolare, rischia di venire giù l’edificio. Il potere politico va limitato attraverso idonei contropoteri, come la magistratura, che difende i cittadini applicando il diritto. Ma ad ascoltare ministri e sottosegretari, l’impressione è che l’obiettivo stavolta sia proprio il ridisegno dei rapporti tra politica e magistratura, per permettere a chi governa di svincolarsi di quel necessario contro bilanciamento. Ma l’obiettivo proclamato è la separazione assoluta fra le carriere di giudici e pm... Quella è un’arma di distrazione di massa per far passare una riforma che non affronta in alcun modo i veri mali della giustizia, come la lentezza dei processi o il sovraffollamento carcerario. Con la legge Cartabia, i cambi di funzioni sono già ridotti a uno solo. Se si voleva la separazione assoluta, bastava una legge ordinaria. Invece la modifica della Carta “smonta” il Csm, duplicandolo e indebolendone la funzione di difesa dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura. Con quale meccanismo? Col Divide et impera. La riforma duplica il Csm: uno per i giudici e uno per i pm. Ora, supponiamo che su una proposta di incompatibilità ambientale che riguardi sia un giudice che un pm della stessa città, i due Csm assumano decisioni contrastanti, mettendo tra l’altro in imbarazzo il presidente della Repubblica, che li presiederebbe entrambi. Oppure che inviino al Parlamento pareri discordanti su un medesimo progetto di legge... Situazioni che, è evidente, indebolirebbero e relativizzerebbero la funzione del Consiglio superiore. Poi c’è la seconda mossa, umiliante e punitiva. Si riferisce al sorteggio? Il centrodestra lo sbandiera come argine al correntismo nella magistratura... Altro elemento di distrazione. Perché certa politica, che tanto lamenta la “politicizzazione” delle toghe, non guarda in casa sua? Un tempo, in linea con la volontà dei costituenti, il Parlamento sceglieva i laici del Csm fra fior di giuristi, equanimi e indipendenti. Poi, l’approccio è cambiato. Cioè? Faccio un esempio: Isabella Bertolini, consigliera laica del Csm, si è recata a una riunione politica nella sede di Fratelli d’Italia, per organizzare la campagna referendaria per il Sì. Un’azione molto inopportuna, che però non altera troppo l’equilibrio tra poteri dello Stato perché i togati, eletti dai magistrati, fanno da contrappeso. Ma, se la riforma Nordio passasse, i laici estratti da un elenco di nomi scritto dal Parlamento sarebbero più influenti, mentre i magistrati, sorteggiati a caso fra tutte le toghe, più deboli e privi di legittimazione interna. Il caso Bertolini è un campanello d’allarme: oggi è una sgrammaticatura istituzionale, domani sarebbe normalità. In più il sorteggio “puro” penalizza la magistratura ordinaria rispetto alle altre categorie professionali, tanto che autorevoli costituzionalisti auspicano che finirà sotto il maglio della Consulta. Infine, c’è il terzo ramo dell’albero riformatore. L’Alta Corte disciplinare... Già. Da sempre, ogni categoria professionale è titolare della propria giustizia deontologica. Le altre magistrature (amministrativa, contabile, militare) hanno propri organi disciplinari. Perché solo quella ordinaria dovrebbe essere giudicata da un organo “esterno”, in cui, peraltro, tornerebbero per incanto a convivere giudici e procuratori, che si proclama di voler separare? E c’è un’incredibile forzatura costituzionale: secondo l’articolo 111 della Carta, ogni cittadino ha diritto di impugnare le sentenze davanti alla Cassazione per violazione di legge. Le toghe ordinarie invece potrebbero impugnare le sentenze dell’Alta Corte solo davanti alla Corte stessa, in diversa composizione. Un clamoroso vulnus allo stato di diritto, per me passibile di condanna all’Italia da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo. Per l’Anm, dopo la riforma, i pm cadranno sotto l’influenza del Governo. Lei cosa ne pensa? Non so. La riforma non lo dice. E forse, per farlo, servirebbe una riforma della riforma. Tuttavia, viene disegnato un pm autoreferenziale, a rischio di divenire iperautonomo e iperpotente, perché privato del sano confronto dialettico ed esperienziale con chi giudica. Non credo che un tale iperpotere senza controllo sarà a lungo tollerato dalla politica. L’orizzonte del voto è a inizio marzo. Ma c’è chi ipotizza di anticiparlo a gennaio. Sarebbe possibile? No, dall’approvazione definitiva della legge debbono passare 3 mesi, concessi a chiunque intenda promuovere un referendum costituzionale. Si arriva al 30 gennaio, più altri 50 giorni obbligatori fra indizione e voto. Ossia, minimo al 23 marzo. Forse la maggioranza ha sondaggi secondo cui, più dura la campagna referendaria, più i cittadini comprendono la posta in palio e possono votare No. Noi ne siamo convinti: se si comprende la questione e si ha a cuore l’equilibrio fra poteri scolpito nella Costituzione, diventa naturale, e saggio, scegliere il No. Ed è ciò che spiegheremo agli italiani, fino all’ultimo giorno utile prima del voto. La riforma della giustizia non porta autoritarismo. Barbera risponde a Pomicino di Augusto Barbera Il Foglio Il vero nodo non è temere i pm, ma correggere un sistema bloccato da corporazioni e correnti. Intanto, caro Paolo, non sono rimasto fermo, come tu dici, alla cultura della Corte costituzionale o quella di componente della commissione Affari costituzionali ma sono stato (lo ricordi?) anche presidente del Giurì d’onore da te richiesto (novembre 1991) contro accuse che ti venivano rivolte da altri parlamentari per presunti finanziamenti non dichiarati. E proprio in quella occasione, suscitando l’ira dei tuoi accusatori (seduta del 20 novembre 1991), tenemmo a sottolineare l’esigenza che fosse necessario non solo produrre delle prove ma discuterle in contraddittorio con te. Ma siamo sicuri che tu stia manifestando una opinione dissenziente? Vediamo: tu dici “quello che oggi si richiede con urgenza è il recupero della politica”, non la riforma costituzionale! Appunto! E’ quello che in questa campagna referendaria si chiede all’elettore: evitare cioè di ripetere pigramente le posizioni degli attuali schieramenti partitici e guardare ai contenuti della riforma. Con un duplice obbiettivo: valorizzare una forma alta di democrazia diretta ed evitare che un obbiettivo politico da decenni perseguito sia reso vano dalle chiusure (lo dico con sofferenza!) corporative dell’Associazione magistrati. Se dovesse prevalere il “no” dovremmo per decenni rinunciare anche in altri settori a una politica istituzionale. Citi poi una serie di episodi di “intollerabile giustizialismo “che hanno dolorosamente colpito anche te concludendo che “il vero degrado era della magistratura requirente e non della giudicante” come dimostrerebbero le tante assoluzioni (anche tue) e le carriere politiche assicurate a taluni pm (e “non ai magistrati giudicanti”). Ora, tu aggiungi, con la riforma “quella parte viene autonomizzata… e potranno intimidire anche i magistrati giudicanti”. E concludi: “Un sì al referendum farebbe cadere l’Italia in una deriva autoritaria… nella quale politica e magistratura giudicante sarebbero le vittime predilette” di quella inquirente. Fermo restando che non condivido tanta sfiducia nei pubblici ministeri, benemeriti nella lotta alla mafia e al terrorismo, non vedo, caro Paolo, il pericolo: in ogni caso la parola ultima e decisiva, applicando finalmente i princìpi del processo accusatorio, spetterà come recita l’art.111 della Costituzione, “nel contradittorio delle parti a un giudice terzo e imparziale”. Gli uni e gli altri tutelati nella loro indipendenza dai rispettivi organi di garanzia, entrambi presieduti dal Capo dello Stato, così evitando che, nell’unico Csm, la carriera dei “giudicanti” sia condizionata dai voti dei “requirenti” (e viceversa ovviamente). Aggiungi infine “il sorteggio non fa certo sparire le correnti che invece agiranno ancora più oscuramente nell’ombra attraverso l’Anm”. È vero: l’Associazione magistrati rimane in vita godendo delle garanzie che la Costituzione offre a tutte le realtà associative politiche e culturali ma non avranno la possibilità - e non è poco - di alimentare l’attuale correntocrazia nell’unico Csm. Poiché si vota per correggere l’esistente, e non per evitare oscuri e possibili scenari, da qui il mio dubbio che in realtà la tua non sia una posizione dissidente ma quella di un (sia pur) scettico possibile sostenitore della riforma. Violenza di genere, tutele rafforzate per le vittime di Guido Camera Il Sole 24 Ore, 8 dicembre 2025 La legge che introduce il delitto di femminicidio modifica anche le procedure. Audizione personale da parte del Pm e notizie su scarcerazioni o evasioni. La legge che introduce il delitto di femminicidio (181/2025, in vigore da mercoledì 17 dicembre) ridisegna l’approccio dell’ordinamento alla violenza di genere. Il nuovo delitto è il simbolo di un riassetto più ampio che attraversa il processo penale dalla fase delle indagini all’esecuzione della pena: le modalità con cui la vittima è ascoltata, il ruolo dell’accusa privata, la gestione delle misure cautelari, le notifiche alla persona offesa, le comunicazioni tra autorità giudiziaria penale e civile, l’accesso ai benefici penitenziari. La versione del reato di femminicidio contenuta nel disegno di legge del Governo presentato a marzo in Senato prevedeva l’omicidio di una donna motivato da odio o discriminazione “in quanto donna”, oppure finalizzato a reprimere l’esercizio dei suoi diritti. Il Parlamento ha ampliato la fattispecie includendo non solo il movente ma anche le modalità tipiche attraverso cui la violenza di genere si manifesta nella realtà. Rientrano così nel femminicidio gli omicidi commessi: mediante atti di dominio, controllo, possesso o prevaricazione; in relazione al rifiuto della donna di instaurare o proseguire una relazione affettiva; attraverso condotte dirette a limitare le libertà personali della vittima. Il reato è punito con l’ergastolo. Il dossier della Camera chiarisce che non è un aumento di pena; la pena perpetua già si applicava alle ipotesi aggravate legate ai rapporti affettivi o ai reati di violenza di genere. La nuova fattispecie vuole isolare comportamenti che non sempre ricadevano con precisione nelle aggravanti: controllo, possesso, dominio, rifiuto della relazione. Il Parlamento ha esteso le aggravanti legate alla violenza di genere a un ampio catalogo di reati: maltrattamenti, atti persecutori, lesioni, violenza sessuale. La logica è quella della continuità criminologica: molte condotte precedono o accompagnano episodi più gravi e condividono le stesse matrici relazionali. Ma i cambiamenti più impattanti riguardano il processo. Viene introdotto il diritto della vittima di chiedere l’audizione personale da parte del Pm. L’ascolto non è delegatile se non in casi eccezionali. In caso di inerzia, il Procuratore della Repubblica può revocare il fascicolo al sostituto e il Procuratore generale presso la Corte di appello vigila raccogliendo periodicamente i dati sulle richieste della vittima. La riforma introduce una presunzione di adeguatezza delle misure cautelari più restrittive - custodia cautelare e domiciliari con braccialetto elettronico - peri reati più gravi di violenza di genere. Il giudice può superarla solo con una motivazione rafforzata. La persona offesa - o i familiari della vittima deceduta - deve essere informata delle scarcerazioni, delle attenuazioni delle misure, delle evasioni, dei malfunzionamenti del braccialetto elettronico e della concessione di misure alternative. È esteso l’uso del domicilio digitale per garantire tempestività. Viene poi prevista un’espressa deroga al limite di 45 giorni per la durata delle intercettazioni. Nel dibattimento vengono vietate domande sulla vita privata o su aspetti che possono tradursi in forme di “vittimizzazione secondaria”. La richiesta di patteggiamento deve essere notificata alla vittima a pena di inammissibilità, che può chiedere di essere ascoltata e presentare deduzioni sulla qualificazione giuridica del fatto, sulle circostanze, sulla congruità della pena e sulla sospensione condizionale. Il giudice deve motivare specificamente il mancato accoglimento. É introdotto un obbligo reciproco di informazione tra Pm e giudice civile. Il primo deve comunicare l’esistenza del procedimento penale e le misure applicate; il secondo deve riferire le decisioni assunte su affidamento e responsabilità genitoriale. Aumentano i limiti ai benefici penitenziari per i reati di genere. Per la concessione di misure alternative è necessario almeno un anno di osservazione scientifica della personalità e le uscite dal carcere devono essere immediatamente comunicate alla vittima. Legge sul consenso nei rapporti sessuali. Sei donne su dieci la ritengono indispensabile di Alessandra Ghisleri La Stampa, 8 dicembre 2025 Un italiano su due è favorevole alla proposta Meloni-Schlein. Ma dopo il sì della Camera il testo è fermo in Senato. Un italiano su due - il 51,6% secondo una ricerca di Only Numbers - ritiene necessaria una legge che definisca il consenso nei rapporti sessuali, ribadendo un principio semplice: “senza un sì libero e attuale, è stupro”. Il dato arriva in seguito alla proposta di governo nata dal patto tra la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein, segno di un dibattito che si fa sempre più centrale. Un testo che ha superato l’esame della Camera, ma che si è poi arenato in Senato, dove la presidente della 2ª commissione giustizia, la Senatrice Giulia Bongiorno, ha chiesto uno stop per ulteriori approfondimenti nel merito. Sulla proposta di legge i dati mostrano una maggioranza netta nel Paese a favore dell’intervento legislativo. Colpisce in particolare la posizione delle donne tra i 25 e i 64 anni -in piena età sessualmente attiva- tra le quali oltre il 60.0% considera la misura indispensabile. È un segnale forte, che intercetta un’esigenza culturale prima ancora che normativa. All’interno dei diversi elettorati, tuttavia, emergono sfumature significative. Gli elettori di Fratelli d’Italia appaiono sostanzialmente divisi: il 45,7% si dichiara favorevole, mentre il 43,3% è contrario. Anche nel Movimento 5 Stelle, pur riconoscendo la rilevanza del tema, si registra la quota più bassa di consensi (43,8%). È il segno che la questione non segue le tradizionali linee di frattura ideologica, ma attraversa identità politiche diverse e sensibilità personali. La fotografia degli elettorati rivela un dato che dovrebbe far riflettere la politica più di quanto non stia accadendo: l’idea di una legge sul consenso non si colloca lungo il classico crinale destra-sinistra. È un tema trasversale, che tocca le persone prima ancora degli schieramenti. Ed è proprio qui che la politica, se avesse il coraggio di riconoscerlo, potrebbe trovare l’occasione per essere più corale, meno tattica, più capace di unire invece che dividere. Ci sono questioni -la libertà e la sicurezza delle donne sono certamente tra queste-, che dovrebbero essere sottratte alla logica del posizionamento politico e restituite alla responsabilità istituzionale. Una politica matura non teme di condividere il terreno delle battaglie culturali fondamentali; potrebbe temere piuttosto, di non saperle affrontare con la dignità che meritano. Su temi come il consenso, la violenza di genere, il rispetto del corpo e dell’autonomia delle persone, la coralità non è una concessione: dovrebbe essere un dovere. Emerge poi un altro dato che merita una certa attenzione: per il 43.8% degli intervistati una legge sul consenso al rapporto, pur considerata importante, non sarebbe realmente utile nella prevenzione della violenza di genere o di comportamenti non rispettosi. Anche le donne su questo punto risultano divise: il 38.8% la considera uno strumento di prevenzione, mentre il 37.6% non ne riconosce un’efficacia deterrente. Ancora più netta la posizione degli uomini: uno su due (50.3%) condivide questa ultima valutazione. I dubbi sollevati sembrano pesare più sul piano culturale che su quello strettamente giuridico: una norma basata sul “consenso attuale” rischia di essere percepita come uno spostamento dell’onere della prova, alimentando timori di accuse strumentali o di zone grigie difficili da gestire. In realtà il diritto mantiene fermo il principio secondo cui è sempre l’accusa a dover dimostrare il reato. Tuttavia, ascoltare la percezione dell’opinione pubblica è utile, perché spesso intercetta segnali deboli - preoccupazioni, desideri o frustrazioni - prima che assumano una forma più strutturata. Comprenderli in anticipo aiuta a prevenire conflitti, errori strategici o crisi comunicative. Per questo la proposta appare soprattutto come una legge simbolica, pedagogica: una cornice culturale che mira ad affermare un principio, più che a funzionare come deterrente effettivo. E proprio perché si tratta di un terreno di civiltà, prima ancora che di schieramento politico, la politica avrebbe l’occasione -e forse il dovere- di affrontarlo con una voce più corale e meno tattica, anche sulla questione che riguarda lo stallo del nullaosta in Senato. Questo quadro suggerisce una verità spesso rimossa: una legge di principio non basta a fermare la violenza. Serve a definire un perimetro culturale, a indicare da che parte sta lo Stato, ma non può sostituire politiche strutturate, investimenti, educazione, prevenzione né, soprattutto, il rafforzamento della certezza della pena, che molti cittadini percepiscono come il vero deterrente. Sul piano politico, il patto Meloni-Schlein è stato letto da più parti come una convergenza tattica - non strategica - utile a distogliere l’attenzione dalla politica interna e dallo scontro sulla legge di bilancio. Un’interpretazione che, seppure polemica, rivela quanto il dibattito sul corpo delle donne e sulla loro sicurezza resti un terreno simbolico su cui si misurano anche equilibri di potere. Al di là delle strategie, resta una domanda essenziale che la società non può più eludere: vogliamo davvero riconoscere che il consenso è il cuore della libertà sessuale? Oggi la risposta è ancora incompleta. Ed è proprio per questo che merita di essere ascoltata con più serietà di quanta la politica, talvolta, sembri disposta a concedere. Perché mentre si discute di proposte e si assiste agli scontri tra maggioranza e opposizione, un’altra donna viene violata. Pistoia. Suicidio in carcere, Sos dal sindacato e dalla politica: “Interventi rapidi e urgenti” di Daniela Gori La Nazione, 8 dicembre 2025 Sovraffollamento e mancanza di sostegno psicologico: sono i temi su cui si concentra l’attenzione dopo l’ennesimo suicidio di un detenuto, questa volta nel carcere di Pistoia. Sono 77 le vittime in carcere in tutta Italia quest’anno, 73 persone detenute e 4 agenti della polizia penitenziaria. “La Convenzione europea e la corte europea dei diritti dell’uomo hanno stabilito che ogni detenuto ha diritto a 3 metri quadri completamente disponibili e che uno spazio ristretto equivale alla tortura, ma nel carcere pistoiese negli ultimi sei mesi a causa del sovraffollamento queste condizioni di base non sono garantite per nessun detenuto. Il che equivale a un trattamento degradante e inumano”. Si è espresso così il garante dei detenuti, avvocato Tommaso Sannini, riferendosi al suicidio nella casa circondariale di via dei Macelli. A togliersi la vita, nel primo pomeriggio di sabato 6 dicembre, un uomo di origini romene di 54 anni, in attesa di giudizio. Si è impiccato nel bagno: quando gli altri reclusi si sono insospettiti perché non usciva hanno dato l’allarme, ma malgrado il tempestivo intervento della Polizia Penitenziaria e del personale sanitario per l’uomo non c’era più niente da fare. E sul problema del sovraffollamento, sulla necessità di strumenti adeguati all’osservazione dei detenuti e di un piano organico per la prevenzione del disagio all’interno delle carceri si è espresso anche il sindacato autonomo di polizia penitenziaria Sappe, che richiama le istituzioni, a partire dal Ministero della Giustizia e dall’Amministrazione Penitenziaria: “La Casa Circondariale di Pistoia è da tempo afflitta da una pesante carenza di organico che incide direttamente sulla capacità di vigilare e prevenire le emergenze - ha dichiarato Francesco Oliviero, segretario per la Toscana del Sappe -. La Polizia Penitenziaria continua a operare con professionalità, ma deve fronteggiare condizioni di lavoro sempre più gravose e risorse insufficienti”. Sulla vicenda si è espresso anche il segretario generale del Sappe Donato Capece: “È fondamentale attuare interventi rapidi e concreti per rafforzare il personale medico e psicologico specializzato, fornire strumenti e protocolli adeguati a prevenire gesti estremi, così come garantire un maggior supporto psicologico agli operatori, spesso chiamati ad affrontare eventi fortemente stressanti”. Una riflessione sulla necessità di interventi dal Governo di sostegno psicologico e di aiuto al reinserimento arriva anche dal mondo della politica. “In carcere si muore quando vi si dovrebbe vivere per migliorare la propria condotta e per riflettere - è il pensiero di Alleanza Verdi e Sinistra -. La solitudine, gli psicofarmaci dati non come cura ma come sedativo portano spesso purtroppo anche a questo”. Il gruppo consiliare Pistoia Ecologista e Progressista ha ricordato che solo poche settimane fa il Consiglio Comunale aveva approvato, all’unanimità, la sua mozione “dove chiedevamo di fare pressione sul governo per adottare misure urgenti di depenalizzazione, decarcerizzazione, differimento della pena e aumento delle misure alternative e di comunità” e sottolinea che secondo gli ultimi dati a disposizione nel carcere pistoiese sarebbero recluse oltre 90 persone a fronte di una capienza che potrebbe arrivare a 43 detenuti più 20 semiliberi. Anche Antonio Sessa con Legambiente Pistoia ha puntato il dito sulle difficoltà per trovare lavoro ai semiliberi: “Il carcere abbandonato com’è, uccide, invece di rieducare”. Milano. Il cappellano di San Vittore pronuncia un discorso sui suicidi in cella e il carcere lo denuncia di Luigi Ferrarella Corriere della Sera, 8 dicembre 2025 Ma il gip archivia. Roberto Mozzi, nel 2024 cappellano a San Vittore, è intervenuto durante la Maratona Oratoria sull’emergenza delle carceri indetta dagli avvocati. Il Dap lo ha denunciato per avere dato informazioni sui 12 suicidi in cella, ma per il giudice non c’è alcun dato segreto. L’Amministrazione penitenziaria (Dap) ha denunciato l’anno scorso l’allora cappellano del carcere di San Vittore per “rivelazione e utilizzazione di segreti di ufficio” nel discorso sui suicidi in cella pronunciato dal prete il 14 giugno 2024 durante la Maratona Oratoria sull’emergenza delle carceri indetta dagli avvocati dell’Unione Camere Penali Italiane sullo scalone del Palazzo di Giustizia di Milano, e poi pubblicato sul quotidiano Avvenire. La singolare iniziativa emerge adesso dall’archiviazione che la gip Angela Minerva ha disposto per il 52enne Roberto Mozzi, condividendo la richiesta della Procura sul fatto che “non emergano gli estremi dell’articolo 326 c.p. ipotizzato dal Provveditore regionale della Lombardia” Maria Milano “nella trasmissione alla Procura, quale notizia di reato, di quanto rappresentato il 20 giugno 2024 al Provveditore e al Presidente del Tribunale di Sorveglianza dal direttore del carcere di San Vittore, Giacinto Siciliano”, oggi alla guida delle carceri di Lazio, Abruzzo e Molise. Alla Procura “veniva denunciato che l’indagato” cappellano (da 10 anni) “avesse “elencato i suicidi di 12 detenuti in due anni, indicandone i nomi, le modalità e le probabili cause, sulla base della conoscenza di dati ed informazioni acquisiti in ragione del suo ufficio presso il carcere”“, per il Dap con “significative imprecisioni forse riconducibili ad una visione parziale”. Ma cosa aveva detto di così “segreto”? Esempio: “Giacomo, 21 anni, muore a causa del gas che ha inalato: perché continuava ad avere a disposizione la bombola del gas dopo due tentativi di suicidio, e dopo che appena sei giorni prima il suo amico con cui divideva la cella si era tolto la vita?”. E giù una serie di domande a volte retoriche, spesso provocatorie, sempre polemiche. Sino al finale: “Perché si preferisce lasciare tutto come sta? La speranza è l’ultima a morire. Ma mentre noi speriamo, a San Vittore la morte continua a fare il suo lavoro”. Logico che l’Amministrazione penitenziaria dissentisse da questa analisi del cappellano con cui già aveva avuto frizioni, comprensibile che la ritenesse ingenerosa, e immaginabile che magari giungesse a viverla persino come diffamatoria, ma dove sarebbe stata la rivelazione di segreto? “La legittima denuncia e (nei limiti del possibile) l’analisi dell’allarmante fenomeno dei frequenti suicidi in carcere non integrano gli estremi del prospettato delitto di rivelazione ed utilizzazione di segreti di ufficio - constata l’archiviazione chiesta dalla pm Giovanna Cavalleri - per il semplice motivo che non hanno ad oggetto notizie che “debbano rimanere segrete” (non è chiarito in denuncia, peraltro, a quale titolo e in virtù di quale specifica norma), ma vicende e criticità ricostruite in modo relativamente generico, per lo più risalenti nel tempo, largamente riportate dagli organi di stampa. Né poi tali notizie risultano essere state divulgate “violando i doveri inerenti alla funzione o al servizio” pubblico svolto dal cappellano, ma, vien da dire, nel legittimo esercizio di questo servizio”. Nel frattempo il prete, che indipendentemente e da tempo stava maturando una rivisitazione della propria vocazione, ha lasciato il sacerdozio e fa l’insegnante in una scuola di una città lombarda. Firenze. A Sollicciano cella troppo piccola: “Manca lo spazio non vitale, il detenuto va risarcito” di Andrea Vivaldi La Repubblica, 8 dicembre 2025 Riconosciuto il mancato rispetto dell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che vieta trattamenti inumani e degradanti. Una vita in 3 metri quadri. Tanto, a volte anche meno, era lo spazio lasciato a un detenuto nel penitenziario fiorentino di Sollicciano. Un uomo che ha scontato la sua pena in celle sempre assieme ad altri detenuti: due, tre, a volte sei persone. Costretto a sopportare, giorno dopo giorno, sovraffollamento, malfunzionamenti degli impianti, mancanza di acqua calda. Una condizione di vita che il detenuto, una volta uscito dal carcere, ha deciso di lamentare in tribunale. Il giudice alla fine ha disposto un risarcimento economico in suo favore e condannato il ministero al pagamento. Circa 11 mila euro. Ovvero 8 euro per 1.401 giorni di detenzione trascorsi dentro Sollicciano. Durante il processo, l’ultimo passo di un lungo iter giudiziario, è stato accertato che l’uomo era stato costretto in “uno spazio minimo inferiore a quello vitale”. Accolta quindi la posizione del detenuto, assistito dall’avvocata Anna Lisi. Sovraffollamento e celle piccole - Si tratta di una decisione particolarmente rara. Capita infatti che per lo stato degradante di un penitenziario, proprio come Sollicciano, un carcerato ottenga uno sconto sulla pena. Non è comune invece che una disputa giudiziaria di questo tipo arrivi a una sentenza di risarcimento. Dall’analisi dei documenti è emerso che il detenuto aveva vissuto in carcere per quasi quattro anni tra il 2010 e il 2014, venendo spostato in sei celle. La superficie netta disponibile, tolto lo spazio occupato da mobili, letti e sanitari, è stata per lui spesso inferiore ai 4 metri quadri. A volte anche meno di 3. Il giudice ha riconosciuto inoltre che in quegli anni “la condizione di disagio dovuta al sovraffollamento delle celle di volta in volta occupate si è cumulata alle altre condizioni di detenzione degradanti: quali la mancanza di riscaldamento e di acqua calda, nonché il malfunzionamento delle docce per lunghi periodi di tempo”. Per il tribunale ci sarebbe stato quindi il mancato rispetto dell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che vieta trattamenti inumani o degradanti. E un diritto quindi a essere risarcito. “Questa sentenza conferma che il diritto alla dignità della persona deve essere riconosciuto anche ai detenuti - spiega l’avvocato Anna Lisi -. Una decisione importante: le persone in carcere non possono vivere in condizioni inumani e degradanti. Serve il rispetto della Convenzione europea dei diritti dell’uomo”. La crisi di Sollicciano - La sentenza rappresenta l’ennesimo giudizio negativo per un istituto che non sembra trovare pace. E che pure nell’ultimo anno ha dovuto fare i conti con suicidi, gesti di autolesionismo, proteste, incendi dolosi. Sindacati, avvocati e politici hanno più volte denunciato il sovraffollamento nel penitenziario. L’ultimo dato - al 30 novembre - racconta di 557 detenuti presenti ma con solo 502 posti disponibili. Lo scorso marzo anche i magistrati di Magistratura Democratica (componente dell’Anm) si erano schierati chiedendo “la chiusura degli spazi detentivi fino alla loro completa ristrutturazione. Non sono in condizione di rimanere aperti”. Hanno denunciato gli spazi ristrettissimi in cui devono vivere i detenuti, letti a castello con tre brandine che - hanno spiegato - arrivano a sfiorare il soffitto. Chi è entrato racconta di pareti piene di muffa e cimici nei materassi. Situazioni che hanno innescato centinaia di ricorsi tra i detenuti. E lamentele dei sindacati di polizia penitenziaria che giorno e notte lavorano nella struttura. Il ministero ha avviato da tempo alcuni lavori di riqualificazione che però ancora devono essere conclusi. Perugia. Cella al freddo e sovraffollata, detenuto risarcito per le condizioni “inumane” di Umberto Maiorca perugiatoday.it, 8 dicembre 2025 Il Tribunale di Sorveglianza di Perugia stabilisce che la mancanza di calore in cella, con soli 3-4 metri quadri a testa, è un trattamento degradante. La mancanza di riscaldamento durante l’inverno in una cella con uno spazio individuale già ristretto, tra i 3 e i 4 metri quadri, integra un trattamento inumano e degradante, lesivo dei diritti fondamentali del detenuto. È il principio affermato dal Tribunale di Sorveglianza di Perugia che ha condannato l’amministrazione penitenziaria a risarcire un detenuto per violazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. La vicenda giudiziaria nasce dal ricorso presentato da un detenuto, il quale lamentava le condizioni detentive sofferte in un istituto della regione. Secondo la Cassazione per uno spazio individuale tra i 3 e i 4 metri quadrati, non scatta automaticamente la presunzione di violazione. Bisogna, invece, compiere una valutazione unitaria, soppesando elementi positivi e negativi. La Sorveglianza ha riconosciuto diversi aspetti positivi a favore dell’amministrazione: la cella disponeva di un bagno separato da una porta, ampie finestre che garantivano luce e aria naturale, la possibilità di usare quotidianamente la doccia con acqua calda e un’uscita giornaliera in cortile di quattro ore. Tuttavia, questi elementi non sono bastati a compensare una serie di criticità gravi. Accanto al limitato spazio e a una carenza nell’offerta di attività trattamentali come lavoro o corsi all’interno dell’istituto, è emerso un fatto inoppugnabile: il riscaldamento nella cella non funzionava durante il periodo invernale. Proprio questo ultimo elemento, ritenuto “fortemente negativo”, ha fatto pendere definitivamente la bilancia verso la condanna. Per i giudici, la combinazione tra spazio limitato, insufficienti opportunità di attività e, soprattutto, la privazione del calore in inverno ha superato la soglia della sopportazione, configurando un trattamento degradante che lede la dignità umana del detenuto. Pisa. L’ateneo in carcere 50 detenuti studenti: “Una seconda possibilità” di Mario Ferrari La Nazione, 8 dicembre 2025 Il professor Gerardo Pastore (tutor): “Corsi e laboratori anche all’interno. Può concorrere a ridurre la recidiva. La formazione permette di trovare lavoro”. “Il carcere crea fratture, ma la formazione permette di ricucirle. Garantire alle persone detenute il diritto allo studio significa ridurre la recidiva e accompagnarle in un percorso che continua anche dopo la pena”. È l’esperienza a parlare per il professor Gerardo Pastore, sociologo dell’Università di Pisa che da tempo si dedica a fare da tutor per gli studenti detenuti dell’ateneo pisano. Un’esperienza che è stata alla base dell’assemblea nazionale della conferenza nazionale dei delegati dei rettori per i poli universitari penitenziari (Cnupp), svoltasi in Sapienza a Pisa negli ultimi due giorni. L’appuntamento ha avuto al centro il diritto allo studio universitario negli istituti penitenziari. Un tema che nello scorso anno accademico ha coinvolto 1.837 persone, divise in 120 istituti: per la maggior parte sono uomini (96,3%), mentre le donne rappresentano il 3,7%. Anche Unipi non ne è estranea, dal momento che sono una cinquantina gli studenti detenuti iscritti all’ateneo, provenienti prevalentemente dalle carceri del territorio pisano e livornese. Ma come si svolgono le lezioni per chi è privato della libertà? A rispondere è Andrea Borghini, ordinario di scienze politiche a Unipi e delegato del polo universitario penitenziario pisano, che spiega come “si possono portare corsi, laboratori e tutoraggio all’interno degli istituti per i detenuti, con offerte che spaziano dalle materie umanistiche a quelle scientifiche. C’è anche la possibilità che i singoli docenti entrino nelle carceri per riprodurre parti del corso”. Un tema secondo Borghini “fondamentale” per il quale serve più consapevolezza: “Quanto più si conosce questa realtà, tanto più ci saranno persone che se ne avvicineranno e garantiranno più presenza della società civile negli istituti di pena. La possibilità di studiare è fondamentale perché può concorrere a ridurre la recidiva, come dimostrano analoghe esperienze italiane”. Inoltre, continua il delegato, “Abbiamo testimoniato che la formazione permette a diversi soggetti di trovare lavoro o una collocazione in cooperative sociali una volta liberi”. A dare manforte a questa teoria ci pensa il professor Gerardo Pastore, impegnato nell’esperienza di tutoraggio alle persone private della libertà. “Il diritto allo studio - le sue parole - permette di porre al centro la persona, distinguendola dal reato che ha commesso. Lo studio innesca una trasformazione reale: crea relazioni virtuose con docenti, compagni di corso e con una società che si annuncia pronta a riaccogliere una persona migliore”. Il sociologo sottolinea il valore relazionale dell’istruzione e la “mobilità ascendente” che può generare. “Il detenuto che si percepisce come studente entra in un percorso diverso, più consapevole. Lo studio è l’arma principale per la crescita culturale e per la costruzione di nuove possibilità”. Secondo Pastore, questi cambiamenti sono tangibili. “Senza generalizzare, posso dire che molti degli studenti che hanno portato avanti una carriera universitaria durante la detenzione sono oggi persone nuove, capaci di attivare relazioni differenti e di allontanarsi dalle reti criminali cui erano legati. Lo studio, per loro, è stato una rottura e insieme una ripartenza”. Roma. Memorial Cucchi, 72 sagome davanti a Montecitorio: “Basta suicidi in carcere” La Repubblica, 8 dicembre 2025 L’iniziativa, promossa da associazioni, attivisti e operatori del settore, vuole essere un grido rivolto alle Istituzioni: fermare questa strage silenziosa è urgente: “Queste morti sono morti di Stato”. Una piazza trasformata in un atto di denuncia. L’iniziativa per l’undicesima edizione del Memorial Stefano Cucchi si svolgerà mercoledì mattina, a partire dalle ore 11. Piazza Montecitorio ospiterà un’installazione simbolica: 72 sagome, una per ogni detenuto e detenuta che si è tolto la vita nelle carceri italiane dall’inizio dell’anno. Un numero drammatico che racconta una realtà ignorata, quella di un sistema penitenziario al collasso, dove la solitudine e l’abbandono diventano condanna definitiva. L’iniziativa, promossa da decine di associazioni, attivisti e operatori del settore, vuole essere un grido rivolto alle Istituzioni: fermare questa strage silenziosa è urgente. “Queste morti sono morti di Stato”, sottolineano gli organizzatori, con Ilaria Cucchi e Fabio Anselmo, che chiedono interventi immediati per garantire dignità, salute mentale e diritti fondamentali alle persone recluse. Il concentramento è previsto alle ore 11 in Piazza Capranica, dove si terranno i primi interventi . Da lì, il corteo si sposterà verso Montecitorio per l’allestimento delle sagome. L’appello degli organizzatori è chiaro: “Serve la presenza di tutti e tutte, non solo per l’allestimento, ma per dare forza a questa richiesta di giustizia. Non possiamo restare indifferenti di fronte a una tragedia che si consuma ogni giorno dietro le sbarre”. Stretta sulla cittadinanza agli stranieri di Flavia Amabile La Stampa, 8 dicembre 2025 La proposta della Lega: “Deve essere necessario un esame di integrazione”. Giro di vite sulla concessione della cittadinanza italiana. La Lega, in una proposta di legge depositata alla Camera, punta a stringere le maglie e, fra i vari requisiti, inserisce il superamento dell’esame di integrazione, “volto a verificare l’effettiva integrazione nonché la conoscenza delle regole sociali e giuridiche minime”, ma anche l’assenza di condanne penali e procedimenti penali in corso per delitti non colpo si e “l’assenza di delitti commessi nei tre anni precedenti per i quali si è beneficiato del perdono giudiziale”. Nel testo, firmato dal capogruppo Riccardo Molinari e dai deputati Jacopo Morrone, Giorgia Andreuzza, Ingrid Bisa ed Elena Maccanti, si legge che “per lo straniero nato in Italia, che vi abbia risieduto legalmente senza interruzioni fino al raggiungimento della maggiore età, non è più sufficiente la dichiarazione di voler acquisire la cittadinanza italiana entro un anno dalla suddetta data”. Il Carroccio sottolinea, in particolare, che “è emersa in modo ancora più chiaro la volontà del popolo italiano all’indo - mani della “bocciatura” del recente referendum abrogativo dell’8 e 9 giugno 2025 in materia di requisiti per la richiesta di cittadinanza, che mirava a dimezzare il periodo di residenza da dieci a cinque anni previsto dalla legge ai fini dell’ottenimento della cittadinanza italiana da parte dello straniero”. Entrando nel dettaglio, si prevede che “per le persone straniere adulte i periodi di residenza legale minima nel territorio della Repubblica sono così aumentati: da due a quattro anni, per lo straniero del quale il padre o la madre o uno degli ascendenti in linea retta di secondo grado sono o sono stati cittadini per nascita; da tre a dieci anni, per lo straniero nato nel territorio della Repubblica; da quattro a otto anni, per il cittadino di uno Stato membro dell’Unione europea; da cinque a dieci anni, per l’apolide”. E non solo. A proposito delle novità sulla revoca della cittadinanza, “sono inseriti - scrivono i deputati del Carroccio - i casi di condanna definitiva a una pena detentiva maggiore di cinque anni ovvero una condanna definitiva superiore a tre anni per i reati espressione di violenza di genere, che comprendono la violenza sessuale, i maltrattamenti contro familiari e conviventi lo stalking e il revenge porn, nonché quelli cosiddetti “culturalmente motivati”, come la costrizione o induzione al matrimonio, le pratiche di mutilazione degli organi genitali femminili o la tratta di esseri umani”. Le reazioni alla proposta del partito di via Bellerio non mancano. “La Lega prosegue la sua crociata anti-migranti, non curante che migliaia di giovani nati qui ne sono privi. E una vergogna che i partiti di governo non vogliano affrontare questa piaga sociale”, attacca il capogruppo di Avs nella commissione Affari costituzionali della Camera, Filiberto Zaratti. E Riccardo Magi, segretario di +Europa, commenta: “La proposta della Lega non porterà maggiore sicurezza, ma maggiore propaganda contro chi è un lavoratore regolare nel nostro Paese”. I nemici dei diritti di Mario Monti Corriere della Sera, 8 dicembre 2025 La sfida di Trump all’Europa. La “Strategia per la Sicurezza Nazionale” segna un cambio radicale di rotta: vengono favorite le autocrazie. La “Strategia per la Sicurezza Nazionale” presentata dal presidente Trump deve essere apprezzata per la sua chiarezza. Si rivelerà utile soprattutto per l’Europa, l’unica parte del mondo che il documento tratta con disprezzo e intimidazione. Utile non perché mette il dito su varie debolezze europee in campo economico e tecnologico. Le conosciamo, si stanno affrontando: purtroppo con difficoltà, soprattutto a causa dei freni nelle mani degli Stati membri (che peraltro Trump vorrebbe ancora maggiori, quando chiede che questi ultimi abbiano più poteri, rispetto al livello Ue). No, sarà utile perché, dopo un anno di ambiguità, svela finalmente qual è il disegno di Trump sull’Europa. Sia gli Stati membri che la Ue sono ora “nudi”, non potranno più eludere scelte chiare e nette, come era possibile finché il fattore Trump veniva interpretato da ciascuno a suo modo. Tutti dovranno ora prendere atto di alcuni elementi chiave. Con Trump l’America, per la prima volta dalla fine della Guerra fredda, rinuncia all’obiettivo di esportare la democrazia, anche favorendo cambiamenti di regime. Ogni Paese potrà fare ciò che vuole a casa propria. Le autocrazie - anche quelle del Medio Oriente, sottolinea il documento - non saranno più osservate o giudicate dagli Stati Uniti per quanto riguarda i diritti umani, lo stato di diritto, eccetera. Queste attenzioni ci saranno invece, in modo sempre più intenso, per la sola Europa: sia per la Ue - che, per dirla con Elon Musk, sarebbe da abolire - sia per i singoli Stati. Su questi, gli Stati Uniti interverranno affinché si allineino all’ideologia e alla prassi del modello Maga. Dall’esportazione della democrazia anche con la forza, obiettivo saggiamente abbandonato, si passa alla promozione delle autocrazie. Là dove esistono possono dormire sonni tranquilli, essendo congeniali alla nuova America; mentre le democrazie liberali, soprattutto quelle pericolosamente diffuse in Europa, andrebbero trasformate in combattive autocrazie, pronte ad assecondare gli Stati Uniti nella loro ostilità all’integrazione europea e incoraggiate a sopire le loro simpatie per l’Ucraina, facilitando così lo stabilirsi della “pax-autocratica” russo-americana sul continente europeo. Certo, è sempre più chiaro perché Trump non tollera la Ue. Le istituzioni europee sono rimaste forse l’unico luogo al mondo dove il presidente Trump non può negoziare mischiando l’interesse pubblico e quello personale: suo, dei suoi familiari, dei suoi soci immobiliari, degli oligarchi di Big Tech o della finanza, come invece è orgoglioso di riuscire a fare, soprattutto nelle oligarchie. L’Europa si è costruita sullo stato di diritto, sulla distinzione tra interesse privato e pubblico, sulla lotta alla corruzione, sul capitalismo democratico, sull’apertura degli scambi, sul sistema multilaterale. Tutte cose riprese dalle esperienze americane dalla fine dell’Ottocento in poi. Anzi, da prima se pensiamo all’integrazione tra Stati che portò alla nascita degli Stati Uniti. Nel fare ora pressione sui singoli Stati europei perché abbandonino quel modello e si convertano al Maga, gli Stati Uniti di Trump ricordano molto la campagna condotta nei decenni della Guerra fredda, verso gli stessi Paesi europei, dai leader sovietici e dal Partito comunista dell’Unione Sovietica. Promozione ideologica transnazionale, narrativa di crisi e salvezza, appello ai partiti nazionali come strumenti di influenza, uso di propaganda e disinformazione, direttive ai partiti comunisti europei per contrastare il Piano Marshall sono solo alcune delle analogie tra i due fenomeni storici. Noi italiani abbiamo un bisogno particolare di chiarezza. Si sta profilando una miscela molto inquietante, per noi che siamo stati liberati dal Fascismo anche per il grande contributo di sangue degli Americani, che siamo poi stati tra i maggiori destinatari dell’influenza del comunismo sovietico, il quale non è prevalso nel nostro Paese anche per l’impegno posto dagli Stati Uniti. Oggi stiamo entrando in una fase in cui due poteri autocratici e oligarchici, la Russia e gli Stati Uniti, sviluppano le loro affinità, potenzialmente allo scopo di ostacolare, se non distruggere l’integrazione europea. Affrontiamo questa fase con una presidente del Consiglio che finora ha sostenuto di operare in buona sintonia con Trump per tenere unito l’Occidente, ma che ora deve prendere atto che lo stesso Trump ha decretato la fine dell’Occidente. Il quale Trump chiede ora lealtà ai leader a lui vicini sull’obiettivo vero, distruggere la Ue. Nel governo, poi, la lungimiranza del vicepresidente Salvini l’aveva portato già da tempo in un luogo che sembrava non poter esistere: quello della vicinanza a Trump e Putin contemporaneamente, condita con l’odio per la Ue. Gli va dato atto che, pur avendo fallito sull’abolizione della Legge Fornero, ha scalato i vertici della geopolitica avanzata. La posizione del vicepresidente Tajani è, per definizione, saggia ed equilibrata, ma magari potrebbe trovarsi a disagio anche lui, data la radicata tradizione europeista. È vero che ci siamo abituati a tutto. Ma forse un bel chiarimento su questo intricato gomitolo di contraddizioni, chiesto dalle opposizioni o meglio ancora offerto dalla presidente del Consiglio, magari il 17 dicembre in Parlamento, sarebbe necessario e urgente. La svolta storica degli Usa: ora lo “ius soli” vacilla davvero di Elena Molinari Avvenire, 8 dicembre 2025 La Corte Suprema degli Stati Uniti ha accettato di esaminare la richiesta di Donald Trump di limitare fortemente lo ius soli. La scelta in sé segnala una svolta storica che mette in discussione uno dei cardini del XIV emendamento, pilastro della Costituzione americana, e tocca un valore fondamentale dell’identità nazionale statunitense: l’idea che l’America non è definita dai legami di sangue ma dall’appartenenza civile. Il caso nasce dall’ordine esecutivo firmato dal presidente Usa poche ore dopo l’insediamento di gennaio, che nega la cittadinanza automatica ai figli di immigrati senza documenti e a quelli nati da genitori con visti temporanei (studenti, lavoratori, turisti). Privilegi storici che per la Casa Bianca incentivano l’immigrazione illegale e il “turismo delle nascite”. Per i tribunali federali che lo hanno bloccato quasi subito, invece, l’ordine è in rotta di collisione con il testo costituzionale e con la giurisprudenza consolidata da fine Ottocento in poi. La Corte affronterà la questione nel 2026, con una sentenza attesa entro giugno. Qualunque esito avrà, peserà non solo sull’agenda migratoria di Trump, ma sul significato stesso di cittadinanza americana. L’orientamento dei nove togati è difficile da prevedere. L’attuale Corte è composta da sei giudici conservatori contro tre progressisti. Tre di questi sei - Neil Gorsuch, Brett Kavanaugh e Amy Coney Barrett - sono stati nominati da Trump durante il primo mandato: un terzo dell’intero collegio. La composizione rende plausibile che la Corte ascolti con attenzione l’interpretazione “originalista” proposta dall’Amministrazione che escluderebbe dai benefici del XIV emendamento i figli di chi non è legalmente o stabilmente nel Paese. Non è la prima volta che questa Corte interviene sulle mosse più controverse del secondo Trump, consegnando nella maggior parte dei casi vittorie legali al tycoon. Già nel 2025, con una maggioranza 6-3, i giudici hanno limitato drasticamente le ingiunzioni nazionali dei tribunali inferiori proprio in procedimenti legati allo ius soli: un successo per la Casa Bianca perché riduce la capacità dei giudici federali di bloccare le politiche presidenziali. La Corte ha poi dato via libera alla ripresa di alcuni rimpatri accelerati basati sull’Alien Enemies Act, revocando un blocco imposto da un giudice di grado inferiore. Il massimo tribunale Usa appare dunque disposto a riconoscere maggiore discrezionalità a Trump in materia di immigrazione. Se il provvedimento del presidente fosse ritenuto costituzionale, centinaia di migliaia di bambini nati negli Stati Uniti non diventerebbero cittadini (circa 250mila nascono ogni anno da genitori senza documenti). Molti perderebbero l’accesso a programmi federali essenziali come l’assistenza sanitaria per neonati, i sussidi alimentari e gli aiuti alle famiglie povere. Si creerebbe inoltre una nuova categoria di persone che si considerano americane a tutti gli effetti ma non godono di cittadinanza e che vivrebbero nella precarietà giuridica. Ma un eventuale assenso della Corte stabilirebbe anche un precedente incendiario: concederebbe a un presidente il diritto di riscrivere per decreto un emendamento costituzionale. Per gli Stati a guida democratica e le associazioni per i diritti civili che hanno fatto causa al governo Usa si tratta di una frontiera da non varcare. Sostengono anche che la cittadinanza per nascita è una promessa “solenne” di uguaglianza davanti alla legge, nata per garantire diritti agli ex schiavi e poi estesa a chiunque nasca negli Stati Uniti, salvo eccezioni minime (figli di diplomatici o eserciti stranieri). Se Washington dovesse fare marcia indietro, inoltre, il precedente sarebbe globale: gli Stati Uniti sono uno dei circa trenta Paesi, perlopiù nelle Americhe, che riconoscono lo ius soli in modo quasi universale. La più antica (e influente) democrazia costituzionale moderna invierebbe il segnale che la cittadinanza è un privilegio più legato allo status dei genitori che al luogo di nascita. A chi fa comodo dimenticare il Sudan di Domenico Quirico La Stampa, 8 dicembre 2025 Ucraina e Gaza, nel loro orrore, hanno un percorso, un obiettivo per quanto cinico e terribile. Nel cuore dell’Africa, dal Darfur al Kordofan, il dolore non ha più una ragione a cui aggrapparsi. C’è chi infila, subdolamente, la guerra in Sudan nella comoda categoria delle guerre dimenticate. Bugia. Bugia comoda. Serve a tirare un sospirone fatalistico e a passare oltre. Sotto l’aggettivo si insinua una confortante auto-assoluzione: se nessuno si occupa con la memoria di un massacro vuol dire che è faccenda secondaria, carnaio periferico, una locale manifestazione di stupidità umana. E allora possiamo lavarcene le mani. Morite pure, per favore in silenzio. E se arrivano le urla dei moribondi e dei seviziati, beh!, lo stratagemma di Ulisse, tapparsi le orecchie, funziona. Abbarbicatevi al timone e alzate le vele, i marosi del rimorso son presto alle spalle. La guerra in Sudan non è una guerra dimenticata. Quelli che contano, a Washington e a Riad, al Cairo e ad Ankara, la ricordano benissimo. La finanziano, la prolungano, vendono armi moderne (ah i droni! Anche l’Africa è entrata nel millennio della morte tecnologicamente avanzata), hanno piani per il dopo. Questa è una guerra senza senso, la sua tragicità è proprio in questo orribile vuoto. Prendete tutte le categorie di conflitti, guerre di dio e di Mammona, guerre giuste e ingiuste, guerre di aggressione, ideologiche, di liberazione. Guerre rivoluzionarie e reazionarie, guerre di status, guerre inutili… Tutte hanno un orribile senso. In Ucraina l’infinito dolore degli uomini è legato a uno scontro per il territorio, forse indirettamente per il dominio del mondo. La guerra di Gaza è la lotta per una terra che due popoli vogliono tutta. C’è un filo, una spiegazione. La guerra tra Mohamed Dagalo detto Hemetti, il capo dei paramilitari delle forze di intervento rapido e il generale Abdel al-Burhan, golpista al potere è tra due buffoni sanguinari che non perdono tempo a indossare un frac ideologico o la mimetica di gala. Non date retta a certi pignoli, nessuno di questi due criminali parla a nome del popolo. Sono dei Bokassa senza le incoronazioni di cartapesta che servono solo a abbagliare i babbei. Una volta i colonnelli africani golpisti si camuffavano con una “buona causa”, il comunismo casermesco, il populismo un po’ gauche. Poi ci aggiungevano nepotismo, corruzione e l’indispensabile terrorismo poliziesco. Ora son rimasti orfani. Prendete il potere sotto la mira di una pistola: guidare una rivoluzione non garantisce più niente, ciò che una pistola dà, un’altra lo riprende. In ciascuno dei subordinati sonnecchia un rivale. I due sgherri sudanesi puntano al sodo, le miniere d’oro, con cui pagano il disturbo di alleati pesanti, l’Egitto, l’Arabia Saudita, gli Emirati, la Turchia. Gli americani stanno a guardare, un po’ per impotenza un po’ perché Trump non ha ancora trovato qui motivi di business privato sufficienti. La Russia c’è, ma attende, per scegliere, prima di vedere chi vincerà. Intanto fanno affari mercenari di tutte le risme e passaporti con la ferocia di una maledizione. È una guerra di predoni, con nessun obiettivo ideologico, senza memorie, perfino senza un esito perché chiunque vinca, il futuro sarà lo stesso, ovvero gente ebbra di potere denaro sangue. Tra i due rivali è impossibile anche al più meticoloso degli analisti stabilire dove sia il male minore, il preferibile, il buono. Mettono da parte i complessi: lo stupro di una donna, il massacro di vecchi e bambini, il martirio di intere città, undici milioni di fuggiaschi tallonati dalla fame e dalle pestilenze. Suvvia: è il battesimo del sangue che distingue tra amici e nemici. Decine di migliaia di morti di kalashnikov, di droni, di fame, di colera, di machete, di torture e stupri sono morti senza martirio, all’orrore del morire è stato aggiunto quello di morire per niente. Senza neanche quella patetica consolazione della morte eroica per una causa, una giustizia, una fede. Si uccide, senza ragione e senza progetto. Così. La banalità dell’efferatezza. Carneficine mute. Due anni, per una storia semplice: una pluridecennale dittatura, quella del volpino Al-Bashir, un frutto tardivo delle rivoluzioni arabe del 2011 ma altrettanto fragile, la speranza di un cambiamento, dura un nulla, un golpe militare quello del generale Al-Burhan, la ribellione di un suo complice Dagalo, il capobanda dei massacratori del Darfur all’epoca a libro paga del dittatore defunto. A lui non basta essere un vice, la parte di potere e ruberie che gli è stata assegnata. Vuole di più, vuole tutto. È iniziata così, ad aprile del 2023. Il resto non appartiene né a von Clausewitz o a Hegel, neppure ad Allah: la battaglia per Khartum che sbriciola la grande città bianca sulle rive del Nilo, la vince il generale, la guerra si sposta a Nord. Ecco irrompe la città di Al-Fashir, e il suo assedio interminabile, una geenna di fuoco, una cloaca bollente dove si procede a una vivisezione crudele. Senza cibo e medicine decine di migliaia di abitanti scendono la scala della disperazione fino a nutrirsi del cibo per gli animali. Poi non resta più niente. La morte, sempre la morte. Perché quando Al-Fashir cade nelle mani impazienti di Dagalo è il massacro. A chi vuole fuggire, i miliziani chiedono taglie di migliaia di dollari, si paga online su banche fidate. Si prosegue il lavoro interrotto, nel Darfur le tribù non arabe devono scomparire. Ora il volenteroso macellaio va a sfogliare un’altra regione, il Kordofan. Dove lo metteremo, nella storia del ventunesimo secolo, un suo generale, Abu Lulu al secolo Abdullah Idris? Non c’è bisogno di cercare prove contro di lui. Ha provveduto modernamente da solo, sui social. Facendosi filmare nelle vie della città espugnata mentre applica personalmente tra schizzi di sangue e mitragliate, l’arte del regolamento di conti. Alcune decine di sventurati in ginocchio gli chiedono pietà. Soldati sconfitti? Colpevoli di etnia sbagliata? Chissà. Lui sghignazza, dice che prima di perdere il conto ha già ucciso duemila persone. Provoca con la boria dell’impunità: “Continuerò a uccidere, se l’Onu vuol chiedermi spiegazioni venga qui…”. Il clamore sollevato dalle immagini (molto sommesso) ha indotto Hemetti a farlo arrestare. Per finta. Oggi sarà già nel Kordofan, antica terra dei razziatori di schiavi. Lavora. Uccide. Lulu è uno che ha compreso perfettamente dove va moralmente il terzo millennio. Ad Al-Fashir hanno iniziato a cancellare le prove del delitto, i bulldozer scavano grandi fosse vicino all’ospedale saudita o usano le trincee di chilometri usate per l’assedio. Si deve fare in fretta. Il quattro dicembre droni delle milizie hanno colpito nella città di Kalogi una scuola materna. Un altro drone è piombato su coloro che stavano cercando di portare soccorso: cinquanta morti, trentatré bambini. Sudan, anno del signore 2025.