L’indultino bocciato già ai nastri di partenza di Paolo Doni L’Eco di Bergamo, 7 dicembre 2025 Triste e breve epilogo di una triste storia, purtroppo già tristemente vista e rivista. I protagonisti questa volta sono il presidente del Senato Ignazio La Russa e l’alleato e vicepresidente del Consiglio Alfredo Mantovano. Il primo, in un’occasione non istituzionale (un dibattito per la presentazione del libro di Gianni Alemanno e Fabio Falbo, detenuti a Rebibbia) ha proposto un mini-indultino per chi sta scontando il fine pena, il secondo, a stretto giro, ha fatto capire che non se ne parla proprio, e che il governo è anzi impegnato nella costruzione di nuove carceri per fronteggiare l’enorme numero di detenuti. Così un’iniziativa un po’ naïf (far passare il Natale a casa a una piccola fetta di detenuti giunti a fine pena), probabilmente animata anche da buone intenzioni (non è un mistero che La Russa sia un sostenitore di un alleggerimento del sistema penitenziario, lo ha già proposto in passato), si è scontrata con la mancanza di una seria condivisione politica: un castello di carte crollato al primo colpo d’aria. Su questa vicenda, è il caso di ricordare l’effetto amplificato che messaggi del genere provocano nelle celle sovraffollate, specialmente sotto le feste, quando, come è naturale che sia, la mancanza degli affetti si fa più sentire. La combinazione reiterata di aspettativa e frustrazione può avere effetti anche devastanti sulle dinamiche carcerarie, sulle gerarchie interne, sui rapporti di forza con le istituzioni, per non parlare delle famiglie dei detenuti. Come ha sintetizzato con cinismo tagliente Adriano Sofri sul Foglio: “I dibattiti sulla decarcerizzazione sono in proporzione inversa all’aumento della popolazione detenuta”. Diamo qualche numero aggiornato al 30 novembre: 63.868 i detenuti per una capienza regolamentare di 51.275 posti; di questi, 20.211 gli stranieri; 9.714 quelli in attesa del primo giudizio; a Bergamo, sempre al 30 novembre, erano 588 detenuti, in celle che ne potrebbero contenere al massimo 319. Dall’inizio dell’anno in Italia 73 detenuti si sono tolti la vita e sono ancora 24 i bambini che vivono dietro le sbarre con le loro mamme. Cosa vogliano dire questi numeri, è quasi inutile spiegarlo: celle sovraffollate e promiscuità, difficoltà ad accedere ai servizi (istruzione, attività di risocializzazione, screening sanitari, assistenza psicologica), tempi allungati nelle cosiddette “domandine” (tutto in carcere passa dalle famigerate “domandine”, che sono le istanze attraverso cui passano le richieste dei detenuti per fare praticamente qualsiasi cosa fuori dall’ordinario), tensione alle stelle e personale penitenziario (sottodimensionato) sotto stress per la gestione di bisogni superiori alle forze in campo. Volendola vedere solo sotto l’aspetto della sicurezza, tutto ciò significa un’altissima probabilità di rimettere in libertà, giunte a fine pena, persone che torneranno a delinquere, perché non hanno avuto accesso a nessuna alternativa allo stile di vita che li ha portati in carcere. Ma in tempo di populismo penale sono dettagli trascurabili, così come passerà in sordina anche il giubileo dei carcerati, che sarà celebrato da Papa Leone tra pochi giorni, domenica 14 dicembre. Papa Francesco l’aveva pensato auspicando, per l’anno giubilare, che i governi “promuovessero iniziative per far ritrovare la speranza: forme di amnistia o di condono della pena, percorsi di reinserimento nella comunità; e un impegno concreto al rispetto della legge”. L’Anno Santo volge al termine e la speranza, vista da dietro le sbarre, è una luce sempre più flebile. Lettera di un detenuto sul suicidio e sulla vita di Milan Mazic* ilpost.it, 7 dicembre 2025 “Avete mai osservato una mosca, attaccata al vetro della finestra, mentre ronzando spreca inutilmente tutte le sue energie per attraversarlo?”. Non è facile stabilire con precisione quante volte il pensiero del suicidio sfiori un detenuto durante la sua detenzione. Dal momento che incomincia a considerare una tale ipotesi, quello che più lo attrae in quel gesto è la certezza dell’immediata liberazione da una situazione resasi ormai insopportabile. Sulla sua decisione non poco influisce anche la consapevolezza di poter finalmente, da solo, porre fine a quel tormento. Una facoltà che gli è stata preclusa e che la sola idea del suicidio riesce a restituirgli. I pensieri di un detenuto, soprattutto nella notte successiva a una richiesta di scarcerazione respinta, trovano pochi appigli a cui aggrapparsi. La notte è la maschera: sotto, sei libero. Sdraiato sopra la branda di ferro, osserva con disgusto tutto quello che lo circonda. Ogni cosa su cui posa lo sguardo gli pare ostile ed estranea. Le luci che provengono dal cortile, e che riflettono sulle mura della cella le forme dilatate delle sbarre, gli appaiono foriere di un delirio senza fine. Il respiro degli altri compagni che dormono, spesso interrotto da un tossicchio o da qualche parola incomprensibile che si dice nel sonno, fungono da colonna sonora di quel delirio. Dal corridoio, attraverso le inferriate della porta sopra cui pende un piccolo crocefisso di legno, fa il suo ingresso un odore di minestra che gli occupanti della cella di fianco stanno cucinando. Dalla lieve fragranza che emana, il detenuto capisce che è povera di condimenti. Si alza dalla branda e si avvia verso il bagno. Vuole fumare una sigaretta. Chiude la porta dietro di sé e, accostatosi al lavandino, inizia a fissare lo specchio che gli sta di fronte. Osserva il proprio viso per un po’ e poi, con insolita lentezza, infila la sigaretta tra le labbra. Neanche tre passi dalla porta di quel bagno, coricato sopra la branda, dormivo io. Mi ero svegliato come scosso da qualcosa. L’orologio segnava le 5 e 20 del mattino, un orario inconsueto per il mio risveglio. Mentre cercavo di capire quale insolito rumore avesse interrotto il mio sonno, la mia attenzione venne catturata da una mosca che tentava ostinatamente di oltrepassare il vetro della finestra. Avete mai osservato una mosca, attaccata al vetro della finestra, mentre ronzando spreca inutilmente tutte le sue energie per attraversarlo? Vede l’obiettivo, è là, distante appena qualche battito di ali e ciononostante non riesce a raggiungerlo. A volte anche gli esseri umani, come le mosche, puntano un obiettivo che pare loro a portata di mano e nel tentativo di raggiungerlo sprecano i migliori anni della loro vita, senza accorgersi che tale strada non è percorribile. Ma, a differenza della mosca, l’uomo non si lascia indirizzare nella giusta direzione da un semplice movimento della mano. È per questo che le luci delle carceri sono sempre accese. Volevo rigirarmi dall’altra parte e riprendere nuovamente sonno, ma non lo feci. Cominciai a pensare. E venni improvvisamente interrotto dal leggero fruscio della porta del bagno che qualcuno stava aprendo dall’interno. Entrò il mio compagno di detenzione. Il fatto che la cella fosse discretamente illuminata gli permise di accorgersi che ero sveglio. Avevo l’impressione che si vergognasse di qualcosa. Stava ritto in piedi, indossava il pigiama e dalla mano sinistra, leggermente sollevata, pendeva una corda bianca. Si avvicinò all’unico tavolo della cella e, seduto con i gomiti appoggiati, immerse le mani nei capelli, senza allentare la presa sulla corda. Subito dopo emise un sospiro. Ho condiviso la cella con tante persone che finivano dentro per svariati reati. Per lo più mi trovavo con dei ladri, quelli occasionali e quelli che lo sono per mestiere; poi tanti rapinatori e scippatori e soprattutto moltissimi spacciatori e picchiatori di donne e via così fino a quelli che per un motivo o per l’altro hanno tolto la vita a qualcuno, gli assassini. Ho ascoltato i loro racconti e di molti ho letto anche le carte processuali. Non c’è conforto più grande di raccontare agli altri la propria pena. Tante storie diverse eppure tanto simili che s’intrecciavano dentro quello spazio di pochi metri quadrati. Quanto a me, nel corso della mia detenzione, non potendo fare altrimenti, ho abbandonato molti vizi e ho placato, per così dire, quel collerico sentimento che nutrivo verso la mia sorte. È da stupidi imprecare contro la sorte, ma che uno vada a finire in galera per molti è un indice di stupidità. Invece tanti miei compagni di sventura sono più intelligenti di coloro che gli puntano l’indice contro. Se poi mi si chiede come mai gli stessi compagni, una volta scarcerati, fanno di tutto per tornare in carcere, rispondo che l’intelligenza da sola non basta per farci agire intelligentemente. Spesso riusciamo a vivere e a sopravvivere solo grazie alle menzogne con cui, volutamente o no, copriamo ciò che non vogliamo vedere. Essere franchi con sé stessi può sembrare facile, ma in realtà non lo è mai. E infine ci sono le cose che proteggiamo con il silenzio. Prima ho parlato della somiglianza tra storie tanto diverse perché, curiosamente, con il passare dei giorni a tutti noi diventava chiaro che le nostre azioni criminose, le stesse che appena pochi giorni prima erano riportate sulle pagine di cronaca dei giornali, lentamente perdevano il loro peso e la loro gravità. È incredibile come il peso morale dei nostri delitti con il passare dei giorni svaniva quasi del tutto: il reato commesso diventava soltanto una scomoda causa che comportava la pena. Mi sono accorto, insomma, che la vita in carcere riesce ad assopire la coscienza anche alle persone avvezze a una vita regolare: a coloro che hanno compiuto delitti in un momento di debolezza, di smarrimento, delitti a volte molto gravi, ma pur sempre non premeditati, casuali, inspiegabili. È molto raro imbattersi in un recluso con sensi di colpa a causa del reato compiuto. Per lo meno io non l’ho mai incontrato. Di fronte alla terribile sventura della perdita totale della libertà, anche il più spietato omicida si sente una vittima. Dal momento dell’arresto la tua vita non ti appartiene più; essa diventa proprietà dello Stato, più esattamente è alla mercé degli uomini che servono lo Stato. Da quel momento vieni considerato alla stregua di una macchina guasta da riparare, ma sull’esito delle riparazioni ci sono forti dubbi, vieni numerato e catalogato come un prodotto guasto e rinchiuso in una cella con le sbarre alle finestre e la porta blindata per essere sottoposto a un regime unico e particolare. Dico unico e particolare perché la durata della “riparazione” viene stabilita ancora prima che la “riparazione” cominci. Ma cosa si può riparare con una pressoché costante permanenza dentro uno stanzino umido e poco aerato, fornito solo dello stretto necessario per mantenerti in vita? Eh, sì, la vita! Lo Stato ci tiene alla tua vita, altrimenti come potresti soffrire? Tenerci lontani dal mondo libero per evitare di continuare a fare male a qualcuno ha in sé una sua logica ed è un fatto dal quale non si può prescindere, ma accanirsi contro gli istinti essenziali e naturali di un reo con delle innaturali privazioni ha in sé qualcosa di virulento, qualche cosa che si scontra con il buon senso di tutti coloro che nutrono ancora fiducia in questa complessa e meravigliosa struttura biologica e chimica che è l’uomo e che, in virtù della sua originaria tendenza, è destinato a un continuo cambiamento e, si spera, miglioramento. Prima o poi le carceri moriranno. Annientano la dignità. Si dovrebbero abolire, mettere i carcerati su un’isola: isolare ma non umiliare. Mi rendo conto che prima o poi dovrò essere scarcerato anch’io, ma purtroppo per me dalla galera non mi libererò mai. Quando tornerò nella società sarò un marziano. Gli effetti di una prolungata prigionia sono duri da cancellare. L’insano riflesso della pena ha fortificato la propria nidiata dentro la mia mente. Non appena mi nasce un qualche ragionevole intento che riguarda il mio futuro, il riflesso malefico spunta dal suo giaciglio e innalza fulmineamente un potente steccato che mi impedisce non soltanto di continuare la realizzazione del mio nobile disegno, ma anche l’idea di volerlo coltivare. Temo seriamente di trovarmi di fronte a una grave alterazione delle normali condizioni psicosomatiche di un essere umano. In fondo vorrei soltanto recuperare, almeno in parte, la mia salute spirituale, o se preferite vorrei raggiungere uno stato di salute, quanto necessita onde poter gustare quel poco della vita che ancora mi rimane. Non cerco di raggiungere la cosiddetta felicità, a cui aspira ogni ben intenzionato uomo libero mentre girovaga per le vie cittadine alla ricerca della vetrina attrezzata e capace di soddisfare i suoi desideri. Nella situazione in cui mi trovo, l’unica cosa alla quale aspiro con tutte le mie forze è la quiete, una certa pacatezza dell’animo. Nel mio piccolo, mi sforzo di edificare nella mia mente una specie di zattera, con la quale lasciarmi portare sopra quelle fasce di fibre, avvolte da una guaina, che partono dal centro del mio cervello. È un viaggio assai rischioso, di cui non si conosce l’esito, ma ha molte probabilità di essere negativo, ovvero di porre fine alla mia esistenza. Una cosa, però, è certa: alla notizia della mia eventuale dipartita, la mia ex-suocera esclamerebbe: “Finalmente è crepato quel farabutto!”. *È nato a Zemun in Serbia il 20 settembre 1953. Nel 2015 con l’Associazione Anemos di Reggio Emilia ha pubblicato il romanzo “Anche questo è un uomo”. Attualmente è detenuto nel carcere di San Vittore a Milano Le celle dell’amore di Giampaolo Cassitta facebook.com, 7 dicembre 2025 Visitai, alla fine degli anni Novanta, un carcere a Erevan, in Armenia. In quell’istituto esistevano le cosiddette “stanze dell’amore”, dove il detenuto poteva trascorrere alcune ore con la sua compagna. Rimasi scosso dal grigiore della stanza, dalle suppellettili tristi, dal grigio malinconico e da uno strano tepore che non era calore e non concedeva alcuna empatia. Sembrava un luogo pensato per consumare qualcosa di meccanico, distante dalla parola stessa “amore”. Eppure, per i detenuti armeni, rappresentava un punto di arrivo. La stanza veniva concessa a chi si comportava bene o, per esempio, a chi denunciava qualche nefandezza di un compagno di sventura. Rimasi colpito dalle parole del direttore, che parlava di quella concessione usando metafore appena velate sul “premio di una consumazione”. In Italia, l’ordinamento penitenziario non prevedeva stanze dell’amore. Ma con la sentenza n. 10 del 2024, la Corte Costituzionale ha dichiarato incostituzionale la parte dell’Ordinamento penitenziario (legge 26 luglio 1975, n. 354), in particolare dell’articolo 18, che negava ai detenuti la possibilità di avere “colloqui intimi” con coniuge o convivente senza il “controllo a vista” del personale, quando non sussistono motivi di sicurezza o di ordine. La Corte ha stabilito, in poche parole, che l’ordinamento deve riconoscere e tutelare le relazioni affettive, anche nella sfera sessuale. La dimensione riservata dei colloqui ha aperto una serie di discussioni, e ora, nel carcere di Torino, è stata inaugurata nel padiglione E, sezione Arcobaleno, una stanza di circa 15 metri quadrati, dotata di letto, bagno e doccia, pensata per consentire incontri “intimi” tra detenuti e partner - coniuge, convivente o persona unita civilmente. Il primo appuntamento è stato fissato a inizio dicembre 2025: due detenuti, rispettivamente di 41 e 46 anni, hanno prenotato il loro colloquio nella stanza dell’affettività. Gli incontri sono regolamentati: durata predeterminata (un’ora), prenotazione obbligatoria, esclusione dei detenuti in regime di massima sicurezza (41 bis), isolamento sanitario o coinvolgimento in reati gravi o precedenti violazioni disciplinari. Credo sia un passo nuovo, a tratti rivoluzionario, e sicuramente positivo, perché parte dal presupposto che il diritto all’affettività appartiene non solo al detenuto, ma anche al partner estraneo al reato. Non vorrei, però, che tutto si riducesse a una questione di costume o a una banale rivalsa sul tempo libero: il carcere resta un luogo di estrema sofferenza, giusto per chi deve espiare la pena, ma non può calpestare la dignità né distruggere gli affetti. Per chi non può ottenere permessi premio, un incontro nella stanza dell’affettività può diventare un punto di partenza, un orizzonte che si ridisegna. Spero solo che, all’interno di quella stanza, ci siano suppellettili meno tristi di quelle che avevo visto a Erevan e che un abbraccio, un bacio, un’ora d’amore possano avere gli stessi colori della libertà. Natale, pranzi “stellati” in oltre 56 Istituti penitenziari italiani toscanaoggi.it, 7 dicembre 2025 L’iniziativa “L’ALTrA Cucina… per un Pranzo d’Amore” si svolgerà giovedì 18 dicembre in contemporanea in molti istituti penitenziari, molti dei quali apriranno le porte a questa iniziativa per la prima volta. Anche quest’anno, l’associazione Prison Fellowship Italia (che opera da anni con diverse iniziative all’interno delle carceri), insieme a Rinnovamento nello Spirito Santo (movimento ecclesiale che conta in Italia oltre 1600 gruppi e comunità) e Fondazione Alleanza del Rns, in collaborazione con il Ministero della Giustizia, e con il patrocinio del Coni Comitato Regionale Lazio, realizza l’iniziativa “L’ALTrA Cucina… per un Pranzo d’Amore”, l’evento di Natale più grande nell’ambito del nostro sistema carcerario, che per un giorno contamina di festa e di vita gli spazi asettici del carcere. Il Pranzo di Natale - si legge in un comunicato dei promotori dell’iniziativa - si svolgerà giovedì 18 dicembre in contemporanea in oltre 56 istituti penitenziari, molti dei quali apriranno le porte a questa iniziativa per la prima volta. Nutrito il popolo generoso della solidarietà: oltre 1.300 i volontari, oltre 100 gli artisti che serviranno le gustose portate preparate con cura da oltre 70 chef stellati o dell’alta cucina italiana. Molti gli artisti e gli sportivi che hanno già accettato di sostenere questa straordinaria iniziativa. Tra questi, solo per citarne alcuni: Alessandro Preziosi, Elisa Isoardi, Massimiliano Gallo e il cast del film “La Salita” (girato nel carcere minorile di Nisida), Rosanna Lambertucci, Raimondo Todaro, Giusy Buscemi, Jan Michelini, Cristina Donadio, Gigi e Ross, Valeria Fabrizi, Pierdavide Carone, Francesca Michielin, Benjamin Mascolo, Morena Gentile, Renzo Sinacori e ancora molti altri talent e ospiti del mondo dello spettacolo e dello sport. I commensali del Pranzo saranno circa 9.000 detenuti, sotto il controllo e l’instancabile lavoro di circa 700 agenti penitenziari. La mise en place, curata nei minimi particolari e spesso corredata da centritavola realizzati dagli stessi detenuti con il sostegno delle associazioni, spetterà a 1.500 volontari che quest’anno serviranno, insieme agli artisti, oltre 30.000 piatti distribuiti su tutte le carceri coinvolte. I comitati del Sì e del No al referendum si organizzano di Giulia Merlo Il Domani, 7 dicembre 2025 La settimana della giustizia è stata animata soprattutto dalle iniziative in vista del referendum. La parte che più si sta muovendo è quella che farà campagna per il sì. Nel mondo del centrodestra, i partiti non faranno un comitato ma FI ha nominato Giorgio Mulé come coordinatore e nei giorni scorsi si è svolta una riunione di coordinamento con gli altri partiti (con strascichi polemici). Per quanto riguarda i comitati, l’Anf ha lanciato una campagna di comunicazione con il claim “Sì. Confrontiamoci”. Il segretario generale, Giampaolo Di Marco, ha spiegato che “la separazione delle carriere è una storica rivendicazione dell’avvocatura” ma la riforma “delle funzioni e il sistema di composizione del Consiglio superiore della magistratura, pur perseguendo il condivisibile obiettivo della separazione delle carriere, contiene degli elementi non convincenti”. Anche l’Ocf si sta muovendo, con la creazione di un coordinamento con le associazioni forensi per portare avanti le ragioni del sì alla riforma. Intanto, sia il ministero della Giustizia che le camere penali stanno lavorando per ottenere i dati degli uffici giudiziari, utili anche alla campagna referendaria. I comitati per il no e il caso Bertolini - Sul fronte del no, invece, il Pd per ora non ha istituito comitati e la campagna non è ancora cominciata. L’Anm, invece, è molto attiva con il suo comitato per il no. In seguito alla notizia che la consigliera del Csm, Isabella Bertolini, ha partecipato alla riunione di coordinamento del centrodestra nella sede di FdI in via della Scrofa, il presidente Enrico Grosso ha commentato che “Il caso Bertolini dimostra con chiarezza perché al referendum sulla legge Nordio bisogna votare No”. E ancora, “che una componente del Consiglio superiore della magistratura -l’organo che garantisce l’indipendenza dei magistrati - partecipi a un incontro di un partito di maggioranza è un fatto oggettivamente inopportuno. Ma oggi, grazie alla Costituzione, questo non altera l’equilibrio tra i poteri dello Stato perché i membri togati del Csm sono eletti dai magistrati e rappresentano un contrappeso autorevole e forte al potere politico”. Con la riforma, invece, “i laici scelti dalla maggioranza parlamentare diventerebbero ancora più influenti, mentre i magistrati, scelti per sorteggio, sarebbero più deboli e privi di una legittimazione interna. Il risultato sarebbe un Csm inevitabilmente più esposto alla maggioranza di governo”. Giustizia, requiem per l’Ufficio del Processo di Donata Marrazzo Il Sole 24 Ore, 7 dicembre 2025 La metà dei dipendenti precari del ministero della Giustizia, assunti con fondi Pnrr, rischia il posto di lavoro e chiede di essere stabilizzata, altrimenti “crolla la riforma”. Istituito nel 2012 per garantire la ragionevole durata del processo e riorganizzato in forma compiuta nel 2022, l’Upp, ufficio per il processo, finanziato con fondi del Pnrr - oltre 2 miliardi di euro per un piano straordinario di 12 mila assunzioni a tempo determinato - rischia da qui a giugno 2026, data di scadenza dei contratti, di svuotarsi di ogni sua prerogativa, vanificandosi. La stabilizzazione al momento riguarda solo la metà dei precari. Gli altri (ma non solo loro) si mobilitano con scioperi e richieste di regolarizzazione. Con l’assist incondizionato dell’Associazione nazionale magistrati per cui il contributo degli addetti all’ufficio per il processo “è necessario per far funzionare la macchina della giustizia in modo rapido ed efficiente”. E se finora, gli Aupp, (reclutati con il Dl 9 giugno 2021 n. 80), figure ibride e trasversali, sono state uno strumento prezioso per i giudici e i tribunali, dando un concreto contributo all’eliminazione di arretrati e pendenze e al miglioramento complessivo dell’attività giurisdizionale, fra sei mesi l’esperienza potrebbe considerarsi in gran parte conclusa. E sospesa una vera riforma della giustizia, così come l’Europa l’aveva concepita. L’impatto più forte della scadenza dei contratti potrebbe registrarsi proprio in quei tribunali in cui carenze di personale, turnover, avvicendamenti lampo e maxi processi alimentano difficoltà e disservizi. Come quello di Vibo Valentia, da cui dipende anche l’aula bunker di Lamezia, dove si è svolto, ad esempio, il maxiprocesso Rinascita Scott e dove è ancora in corso il Maestrale-Carthago, frutto di una lunga e complessa vicenda giudiziaria. I lavoratori precari del ministero della Giustizia del tribunale calabrese avvertono che “stabilizzare solo una parte del personale significherebbe indebolire drasticamente gli uffici giudiziari, disperdere competenze altamente specializzate, costringere centinaia di lavoratori a lasciare il territorio con pesanti ricadute sociali ed economiche, rallentare una riforma che ha già prodotto risultati misurabili e concreti”. Nello specifico, una riduzione dei procedimenti pendenti che, secondo il disposition time - indicatore di durata che misura il rapporto tra i processi pendenti e quelli definiti - è ben oltre il 25%, target fissato dal Pnrr. Anche nel settore della giustizia civile. In una lettera firmata dai dipendenti precari di Vibo Valentia, indirizzata anche al Presidente della Repubblica, si rimarca inoltre che “l’incertezza mina la motivazione e mette a rischio la nostra capacità di lavorare con serenità e rapidità”. Viene anche messo in evidenza il giudizio ampiamente positivo espresso sul tribunale da ispettori del ministero della Giustizia, “nonostante la carenza di organico e il turnover dei magistrati in un territorio dove si celebrano processi di eccezionale complessità e di elevato allarme sociale”. Determinante il lavoro svolto dagli operatori data entry (parte degli Aupp) che “hanno offerto un contributo fondamentale al sistema giustizia mediante supporto all’attività di cancelleria, gestione dell’utenza e, soprattutto, nel percorso di digitalizzazione. Il loro lavoro, nel settore civile ha portato il nostro tribunale - si legge ancora nel documento - dalle ultime posizioni alle prime dieci nella classifica Cisia del 2023, mentre nel penale l’avvio della digitalizzazione ha consentito l’utilizzo della piattaforma App senza tutte quelle interruzioni che si sono verificate a livello nazionale”. Effettivamente, la piattaforma cui fanno riferimento i precari dell’ufficio del processo ha registrato in passato malfunzionamenti e problemi di software. Mentre la classifica Cisia, invece, si riferisce all’elenco dei tribunali stilato dal Consiglio per la Giustizia digitale e l’Innovazione che segnala il miglioramento delle performance per digitalizzazione e operatori data entry. “È di pochi giorni fa la notizia che l’intenzione del governo è quella di stabilizzare solo 6.000 unità - comprensive di tutte le figure professionali assunte nell’ambito del Pnrr - mediante l’espletamento di un’ulteriore prova, sostanzialmente selettiva, foriera di disgregazione interna e di ulteriori sacrifici, con il serio rischio di vanificare il lavoro svolto finora”, continuano gli Aupp del tribunale vibonese. Dal loro punto di vista, la mancata stabilizzazione di tutto il personale, “sia mediante assunzione diretta sia tramite una proroga, anche parziale, del contingente in servizio, si tradurrebbe in una così drastica diminuzione dell’organico da comportare, di fatto, la morte dell’ufficio per il processo, l’indebolimento degli uffici giudiziari, lo sradicamento dal territorio di migliaia di lavoratori (con conseguenti danni per l’economia locale e per le dinamiche familiari), lo spreco delle competenze acquisite e il rallentamento strutturale della riforma della Giustizia”. La richiesta è chiara e articolata: “Salvaguardare una riforma che questo governo ha contribuito a portare avanti e che, ad oggi, ha funzionato, migliorando in modo evidente il settore Giustizia. Essere considerati non come meri numeri variabili di bilancio, ma come capitale umano qualificato, già formato e operativo, che ha contribuito in modo determinante al buon esito della riforma”. Più sintetico l’appello: “Stabilizzateci tutti o la riforma crolla”. “Il ddl sul consenso è un passo in avanti ma non è perfetto” di Mario Di Vito Il Manifesto, 7 dicembre 2025 Intervista a Marco Gambardella, ordinario di diritto penale alla Sapienza: “Dubbi sul piano della tecnica legislativa e della logica giuridica”. Il disegno di legge sul consenso “libero e attuale” - che amplia il reato di violenza sessuale, andando oltre la punibilità soltanto per gli atti compiuti attraverso violenza, minaccia o abuso di potere - è tornato in discussione in parlamento: dopo l’ok bipartisan della Camera, il testo si è arenato al Senato, vittima soprattutto delle divisioni della maggioranza dopo le ultime elezioni regionali. Adesso, il ddl è tornato alla commissione giustizia di palazzo Madama, la prossima settimana ci saranno ben tre turni di audizioni. Secondo la leghista Giulia Bongiorno il nuovo testo non sarà pronto prima di gennaio. Marco Gambardella, ordinario di diritto penale alla Sapienza di Roma, cosa pensa della formulazione di questo disegno di legge? La modifica del delitto di violenza sessuale va senz’altro nella giusta direzione. Si supera l’anacronistica configurazione collegata alla condotta violenta o minacciosa, e s’impernia correttamente la fattispecie sul compimento di atti sessuali “senza il consenso” della vittima. Mi sembra anche del tutto appropriato stabilire che il consenso sia “libero” e “attuale”: ossia che la volontà debba essere non coartata e il consenso permanere per tutta la durata dell’atto sessuale, sempre revocabile e senza una forma prestabilita. Eppure, nonostante tale condivisibile obiettivo, restano alcuni dubbi: ad esempio, sul piano della tecnica legislativa e della logica giuridica. Desta perplessità la tenuta costituzionale della previsione di una identica pena per la vigente condotta costrittiva violenta o minacciosa e quella nuova basata sul compimento di atti sessuali “senza consenso”. Altre perplessità, infine, sono rinvenibili nella “relazione logica” che si instaurerebbe tra le due sottofattispecie appena menzionate. Può invero notarsi che le condotte violente e minacciose diverrebbero inutili perché già ricomprese nell’ambito della nuova figura dell’assenza di consenso, che le sanzionerebbe d’altronde con la medesima pena. Lei, che è intervenuto nelle audizioni parlamentari, ha parlato molto del cosiddetto freezing… Proprio perché il delitto di violenza sessuale è oggi ancora modellato sulla costrizione agli atti sessuali mediante condotte violente o minacciose, la giurisprudenza di merito talvolta ha ritenuto penalmente irrilevanti gli atti sessuali consistenti in atti rapidi o insidiosi. Il compimento di atti sessuali a sorpresa può portare infatti la vittima a un ritardo nella reazione, perché “congelata” a seguito del blocco emotivo o freezing. Ecco che la nuova formulazione del delitto, basata sugli atti sessuali “senza il consenso libero e attuale”, potrebbe attrarre con maggiore chiarezza nell’ambito della rilevanza penale le vicende legate alla risposta di freezing: il blocco della vittima che non reagisce o tarda ad opporre resistenza non potrà essere considerato quale mancato dissenso all’atto sessuale. L’assenza di un consenso libero e attuale diverrebbe requisito esplicito di fattispecie. Dunque l’onere di provarne la mancanza graverebbe sul pubblico ministero. Certo, tale prova potrà essere fornita anche dalla testimonianza della persona offesa, ma non si potranno invertire le regole sugli oneri probatori per evitare la cosiddetta vittimizzazione secondaria, che deriva dal ruolo processuale della vittima. Parliamo invece del reato di femminicidio. In un suo scritto, parlava di qualche problema di ordine costituzionale a questo proposito... Il principale dubbio riguarda il rispetto del principio costituzionale di eguaglianza. Il delitto di femminicidio appena introdotto potrebbe comportare infatti una ingiustificata disparità di trattamento sanzionatorio per situazioni simili: la pena edittale dell’ergastolo solo in tale caso. Perplessità che portano quindi a ritenere che sarebbe stato sufficiente l’introduzione nel nostro sistema di una circostanza aggravante ad effetto speciale, la quale avrebbe potuto valorizzare i motivi a delinquere fondati sul genere. Qualora si ritengano infondati i dubbi di costituzionalità, resterebbe nondimeno la questione dell’opportunità del femminicidio, per la presenza nel codice penale di aggravanti del delitto di omicidio che già stabiliscono, in tali vicende, la pena dell’ergastolo; nonché il problema dell’incerta tecnica legislativa impiegata per descrivere la fattispecie. Lei evidenzia, e critica, questa frase: “Il fatto è commesso come atto”. Perché? Si ricollega a quanto detto. Si vuole alludere all’imprecisa, non corretta e inedita tecnica impiegata dal legislatore per descrivere le molteplici sottofattispecie contenute nel reato di femminicidio. Nella trama linguistica viene impiegata l’espressione “il fatto è commesso come atto” di odio, discriminazione, prevaricazione, atto di controllo, possesso, dominio… Siamo sicuri che tale enunciato non abbia un significato oscur o che non sia in contrasto con le regole grammaticali e logiche della nostra lingua? In realtà, l’enunciato sembrerebbe non corretto grammaticalmente e affetto da ambiguità semantica. Il risultato è l’impiego di una tecnica incriminatrice che inficia il delitto, affetto geneticamente dalla violazione del principio costituzionale di prevedibilità: la persona non può conoscere anticipatamente le conseguenze sanzionatorie della sua condotta. Crede che anche per questi temi la tendenza del legislatore di muoversi all’interno di una logica emergenziale sia un problema? Temi come quello dei reati sessuali implicano ontologicamente una logica emergenziale. Nel senso che i valori da tutelare penalmente e i livelli sanzionatori sono intrinsecamente collegati al periodo storico di riferimento: basti pensare ai crimini contro la morale sessuale vigenti nel passato come l’adulterio, il concubinato o la sodomia. Senonché, quello che si può pretendere dal legislatore è che si faccia portatore di questi valori condivisi della società e che per tutelarli impieghi una corretta tecnica legislativa, al fine di coniare reati che rispondano alle garanzie accordate ai consociati dai principi costituzionali e sovranazionali. In breve: incriminazioni determinate, tassative, non retroattive, dotate di offensività, e che presentino una sanzione proporzionata. Senza ammettere inoltre alcuna flessione delle garanzie processuali per l’imputato. Lombardia. La speranza trasforma e costruisce, anche in carcere dai Cappellani delle carceri lombarde chiesadimilano.it, 7 dicembre 2025 Nella terza riflessione verso il Giubileo (14 dicembre) i Cappellani lombardi rileggono nell’apertura della Porta Santa a Rebibbia da parte di papa Francesco il cuore del significato dell’Anno Santo: permettere ai detenuti di vedersi come persone capaci di rinascita. “È una Basilica”: così, con l’apertura della Porta Santa a Rebibbia, papa Francesco definì la chiesa del carcere, il 26 dicembre 2024, festa di santo Stefano. Solo due giorni dopo aver dato inizio all’anno giubilare aprendo la Porta Santa della Basilica di San Pietro in Vaticano, e prima delle Porte delle Basiliche di San Giovanni in Laterano, Santa Maria Maggiore e San Paolo fuori le Mura. La seconda Basilica, la definì. Una scelta inedita, eloquente e che esprimeva quanto a cuore gli stessero i detenuti. Sincera vicinanza - Non era però solo il segno di una sua particolare sensibilità, ma il cuore stesso del significato del Giubileo: un anno di compassione, di consolazione, di speranza per tutti, soprattutto per coloro che in varie forme sono relegati ai margini della società, quelli che non hanno mai goduto di condizioni favorevoli, quelli che non hanno voce per difendersi, una voce, però, che se anche ci fosse difficilmente sarebbe ascoltata. Colpì la scelta di papa Francesco di aprire una Porta Santa in carcere. Ne parlarono un po’ tutti, sui giornali e alle televisioni, una scelta che non passò inosservata. Di sicuro lasciò il segno tra i detenuti: hanno sentito la sincera vicinanza del Papa, hanno colto l’amore che nutre per loro. Possiamo quasi dire che lo hanno considerato come uno di loro. Il coraggio di compiere il bene - “Ogni volta che vengo in carcere la prima domanda che mi faccio è perché loro e non io… perché ognuno di noi può scivolare, l’importante è non perdere la speranza”, disse papa Francesco dall’auto ferma al cancello di entrata del carcere. Sono parole che raggiungono il cuore e la mente dei detenuti, intercettano le loro vite, creano una relazione e costruiscono ponti, ricordano che una nuova scelta è sempre possibile e che la speranza non è una parola debole, una favola per bambini che può solo illudere se non peggio. La speranza è forza che trasforma e costruisce. È ciò in cui crediamo e siamo disposti a spendere le nostre forze. È la capacità di riconoscere il bene dal male, la lucidità di non lasciarsi ingannare da ciò che promette molto, ma mantiene ben poco, il coraggio di compiere il bene che abbiamo intravisto. Sono tante le speranze dei detenuti, alcune piccole, semplici, umane, cose anche da poco, ma che in un ambiente come il carcere hanno una certa importanza. Altre speranze invece rispecchiano desideri profondi; anche se alle volte può essere inconsapevole, con nostalgia delle cose belle. Migliorare come persone - È già stata ricordata la lettera che un gruppo di detenuti del carcere di Brescia inviò al presidente Mattarella nel mese di luglio dello scorso anno. Alcuni passaggi rivelano ciò che li inquieta maggiormente e ciò che a loro sta maggiormente a cuore: “È giusto pagare per chi ha sbagliato, perché occorre rieducazione; è altresì vero che oggi, con questo sovraffollamento, le persone detenute vengono poco alla volta, giorno dopo giorno, defraudate della loro umanità, e questa cosa deve fare paura, e fa concretamente spavento… Qui nessuno chiede alcuna misura di grazia, desideriamo solamente poter avere un percorso corretto, giusto, che ci consenta di migliorarci come persone”. Consapevolezza del male commesso, di aver causato dolore e problemi a persone innocenti e alla società. C’è un prezzo da pagare, giusto, una pena da espiare, ma che deve consistere in una qualche forma di riparazione, perché solo così si è fedeli a ciò che chiede la Costituzione, cioè a un vero percorso di rieducazione che assomigli a una rinascita. La paura più grande: essere derubati della dignità che appartiene a ogni uomo e donna, sempre, anche quando si sbaglia. Il carcere non deve diventare per nessuno un luogo di disumanizzazione. Il desiderio vero non è come si potrebbe pensare, soprattutto in questo Anno Santo, che venga concessa qualche forma di grazia, pur auspicata, ma la possibilità, reale e concreta, di poter cambiare vita attraverso un percorso personale di onestà e rispetto delle leggi. Ai detenuti non deve essere tolta la speranza e neanche, forse ancor peggio, renderla una vuota parola che si perde nel vento e ben sapendo che nulla avverrà di ciò che si dice. Occorre quella speranza nelle cose grandi che si possono però raggiungere, anche se a piccoli passi. Camminare insieme - Nelle carceri italiane durante quest’anno giubilare sono state organizzate iniziative per vivere il significato dell’Anno Santo, per coinvolgere la società civile, per rafforzare la fragile speranza dei detenuti. Pellegrinaggi con la croce della misericordia, benedetta da papa Francesco; fiaccolate della luce e della speranza da qualche luogo delle città fino agli ingressi delle carceri; una maggior informazione sul mondo carcerario da parte dei media. Un’esperienza come quella vissuta a Monza lo scorso ottobre: una fiaccolata dal sagrato della chiesa parrocchiale di San Rocco all’ingresso del carcere. Animata con canti e testi dai giovani del Decanato monzese, ha visto la partecipazione di tante persone. È stato un camminare inserendoci nell’amore che ha contraddistinto Gesù verso i poveri, gli ultimi, i carcerati. Il nostro cammino e le preghiere dicevano che ci siamo, che eravamo dove tanti fratelli soffrono, e che ci stanno a cuore, che vogliamo loro bene. Per i detenuti, che sapevano di questa fiaccolata, è stato un momento di speranza, quella sera si sono sentiti meno soli. Significativa la testimonianza portata da un ex detenuto, Emanuele, che da pochi mesi ha terminato la carcerazione: “Dietro le sbarre, la speranza è più di un sentimento: è un’ancora di salvezza. Nel buio della reclusione, quando la libertà sembra perduta, essa diventa la forza che impedisce di affondare. “La speranza è esser capaci di vedere la luce nonostante le tenebre”, disse Desmond Tutu. La speranza permette al detenuto di vedersi non solo come “colpevole”, ma come persona capace di rinascita. È la scelta di credere che “ogni peccatore può avere un futuro”. Non cancella il dolore né le colpe, ma trasforma il tempo della pena in tempo di crescita. In ogni cella può nascere una luce. La speranza diventa allora chiave e àncora insieme: chiave che apre alla possibilità del cambiamento, àncora che tiene saldo il cuore nell’attesa di una nuova libertà, esterna o interiore”. Pistoia. Suicidio nel carcere: si impicca un detenuto di 54 anni, era in attesa di primo giudizio Il Dubbio, 7 dicembre 2025 “Un detenuto di origini rumene, 54 anni d’età, accusato di reati contro la persona e in attesa di primo giudizio, si è impiccato nel primo pomeriggio nel bagno della sua cella della Casa circondariale di Pistoia”. Lo rende noto Gennarino De Fazio, segretario generale della Uilpa Polizia Penitenziaria. “È il 73esimo ristretto, più un internato in una Rems, che dall’inizio dell’anno si toglie la vita, cui bisogna aggiungere ben 4 operatori, uno dei quali solo ieri è stato scagionato, post mortem, dalle infamanti accuse di tortura per i fatti occorsi nella casa circondariale di Santa Maria Capua Vetere nel 2020. Un totale di 77 morti di carcere e per carcere - aggiunge De Fazio - che da solo rende l’idea di un sistema d’esecuzione penale inframurario che toglie ogni speranza, alla stregua dell’inferno dantesco, a chi lo subisce in quanto recluso ea chi, a sua volta, lo patisce in quanto vi lavora indossando l’uniforme blu della Polizia penitenziaria il cui motto, despondere spem munus nostrum, viene quotidianamente oltraggiato”. “Con 63.690 detenuti stipati in 46.199 posti reali - prosegue De Fazio - il sovraffollamento medio si attesta al 138%, ma spesso sfiora e talvolta supera il 200%. Di contro, al fabbisogno degli agenti di Polizia penitenziaria impiegati nelle carceri mancano almeno 20mila unità, anche per via delle distrazioni soprannumerarie verso gli uffici ministeriali e le sedi extra penitenziarie. Pure a Pistoia, sebbene si tratti di un istituto dalle dimensioni ridotte, si contano 92 detenuti in 74 posti (124% di sovraffollamento) gestiti da 55 agenti, quando ne necessiterebbero almeno 78 (-30%). A ciò si aggiungono carenze strutturali, logistiche, organizzative e negli equipaggiamenti è il quadro complessivo sembra essere sufficiente a dare una motivazione, certamente parziale, ma determinante, sul perché di tanti suicidi”. De Fazio conclude che “i politici, tutti, dovrebbero occuparsi del carcere magari prima di finirci dentro perché condannati” e che “servono urgentissime, concrete e tangibili misure per deflazionare la densità detentiva, potenziare gli organici della Polizia penitenziaria e delle altre figure professionali, ammodernare le strutture, che in attesa dei moduli prefabbricati continuano a cadere a pezzi, attuando le tecnologie e gli equipaggiamenti, garantire l’assistenza sanitaria e avviare procedure complessive”. Lecce. Fp-Cgil: “Non ci sono le condizioni per apertura dell’Istituto penale per minorenni” collettiva.it, 7 dicembre 2025 Cgil e Fp chiedono il differimento dell’apertura del 15 dicembre fino al completamento dei lavori: “Il reinserimento dei minori è al momento impossibile”. “Istituto penale per minorenni di Lecce: lacune strutturali, organizzative e di sicurezza”. A una settimana dall’apertura dell’Ipm e del Centro di prima accoglienza nei locali dell’ex Itca, sulla via per Arnesano, Cgil e Fp Cgil Lecce puntano il dito sulle carenze dell’immobile e soprattutto su quelle che riguardano il personale. Proclamato lo stato di agitazione, chiedono un incontro urgente al prefetto e il differimento dell’apertura, fino al completamento dei lavori di adeguamento degli ambienti interni ed esterni, previsto entro aprile”. Struttura senza agibilità - Presentato alla stampa il 20 novembre come una struttura moderna in grado di garantire il reinserimento sociale dei minori, l’Istituto accoglierà il primo minore il prossimo 15 dicembre, “nonostante significative criticità strutturali, organizzative e logistiche e senza tener conto della territorialità del minore assegnato, proveniente dal distretto di Bari”, spiegano Tommaso Moscara e Floriano Polimeno, segretari generali territoriali di Cgil ed Fp Cgil. Le condizioni di sicurezza sono quelle che preoccupano maggiormente i sindacati: percorsi non adeguatamente illuminati, assenza di un sistema di videosorveglianza perimetrale, mancanza di un BlockHouse per il controllo e l’identificazione dei visitatori. Senza contare una copiosa infiltrazione al piano terra e problemi al sistema antincendio, che sollevano dubbi sulla piena conformità della struttura alle norme di sicurezza e sull’idoneità ad accogliere minori e personale”. “Gli spazi destinati alle attività sportive, fondamentali per il trattamento rieducativo dei minori, sono carenti e in via di realizzazione (consegna lavori presunta il 30 aprile prossimo), ma attualmente non sono conformi alle norme di sicurezza e penitenziarie. Più in generale, non sono state considerate le norme per la tutela dei diversamente abili e manca l’autorizzazione sanitaria per lo svolgimento delle attività di trasformazione degli alimenti nella cucina e somministrazione del cibo nella mensa: “Ad oggi non ci risulta che sia stata richiesta alcuna certificazione di agibilità che attesti l’adeguatezza della struttura per lo svolgimento di tutte le attività connesse, secondo le disposizioni del decreto legislativo 81 del 2008”, dicono Moscara e Polimeno. Personale insufficiente - Sul capitolo personale la lista delle criticità è particolarmente lunga. Innanzitutto il contingente della polizia penitenziaria assegnato alla struttura risulta largamente insufficiente: “Sostenere che il ridotto numero iniziale di minori compenserà la scarsità di personale non è una giustificazione plausibile. Una struttura penitenziaria necessita, in ogni caso, di un organico adeguato a garantire sicurezza, sorveglianza e funzionamento”, dicono i sindacalisti. Tra l’altro per reperire il personale destinato all’Istituto di Lecce si è attinto dagli organici di altri istituti minorili, già sotto pressione, indebolendoli e creando criticità diffuse sul territorio nazionale”. “Mancano al momento le figure professionali per la gestione della contabilità (almeno tre unità): ciò sta determinando un carico di lavoro gravoso, visto che l’apertura dell’Ipm nelle ultime due settimane dell’anno, causerà la chiusura dell’esercizio finanziario, oltreché per il Centro di prima accoglienza e il Centro diurno, anche per il nuovo Ipm. Manca del tutto un presidio medico: la Asl infatti non ha ancora individuato il personale sanitario da assegnare stabilmente all’Istituto. Infine la scelta di procedere all’apertura dell’Ipm di Lecce, coi conseguenti trasferimenti di personale, a ridosso delle festività natalizie avrà ripercussioni sulla vita familiare e personale dei lavoratori, che non potranno fruire delle ferie richieste nelle sedi di origine. Reinserimento minori complicato - Secondo Moscara e Polimeno, “tutte queste criticità appaiono in netto contrasto con l’immagine fornita durante l’inaugurazione dell’Ipm, presentato come all’avanguardia per il reinserimento dei minori: un obiettivo impossibile da perseguire nelle attuali condizioni. Per questo è stato proclamato lo stato di agitazione del personale”. Cgil ed Fp Cgil hanno scritto al prefetto Natalino Manno, alle varie articolazioni della Giustizia minorile, ai Garanti dei detenuti, al Tribunale dei minorenni ed al Procuratore presso il Tribunale dei Minorenni. La richiesta è duplice: aprire una discussione con le istituzioni sulle tante criticità espresse e, soprattutto, differire l’apertura dell’Ipm fino al completamento del secondo lotto dei lavori, che adegueranno gli ambienti esterni ed interni e realizzeranno il campo sportivo polivalente entro aprile 2026. Catanzaro. “Dolce Lavoro” in carcere: burro, uova ed emozioni di Viola Mancuso gnewsonline.it, 7 dicembre 2025 Il progetto “Dolce Lavoro” nasce dal sogno di un detenuto in regime di Alta Sicurezza nel carcere di Catanzaro. Condannato all’ergastolo e appassionato di pasticceria, ha raccolto in un libro “Dolci (C)reati” (pubblicato da Città del Sole Edizioni), le numerose ricette sperimentate nella sua cella nel corso degli anni. L’idea matura durante un laboratorio di scrittura creativa interno al penitenziario e si distingue per un elemento davvero originale: a ogni dessert viene affiancato il riferimento di un reato previsto dal Codice penale, creando un parallelismo insolito e potente tra creatività culinaria e percorso di rielaborazione personale. La svolta per il progetto arriva nel 2019, quando un bando della Fondazione “Con il Sud” offre l’opportunità di realizzare una vera e propria pasticceria all’interno del carcere. Grazie alla direzione della casa circondariale “Ugo Caridi” di Catanzaro, e nonostante le difficoltà dovute alla pandemia e ai tempi necessari per adeguare gli spazi destinati al laboratorio, l’iniziativa non si è mai fermata. Così, a partire dal 2020, il percorso è proseguito fino a entrare, nel 2023, nella sua fase operativa con l’avvio dei tirocini. Nasce la Cooperativa sociale “Mani in Libertà” con l’obiettivo di creare opportunità di lavoro per i detenuti e di contatto con la comunità esterna, attraverso la vendita di prodotti intramurari; intanto, otto detenuti del regime di Alta Sicurezza partecipano a corsi di formazione, passando dalle lezioni teoriche a quelle di pasticceria, panificazione e decorazioni, per un totale di seicento ore. Nel febbraio 2023, inaugurando ufficialmente il progetto, Patrizia Delfino, direttrice dell’Istituto, consegna alla cooperativa, in comodato d’uso, i locali interamente ristrutturati da destinare a laboratorio di pasticceria, una risorsa che può favorire la rieducazione e l’inclusione socio-lavorativa dei detenuti attraverso l’acquisizione di competenze spendibili nel mondo del lavoro. Attualmente il laboratorio di pasticceria è attivo ogni mattina dal lunedì al sabato e la produzione di dolci artigianali prosegue attraverso forni di ultima generazione, grandi frigoriferi e un cuoci-crema professionale. Si possono assaggiare dolci tipici calabresi come la pittanchiusa, biscotti, brioche con la granita siciliana, mignon e persino semifreddi e torte di compleanno personalizzate. Si tratta di un’iniziativa ambiziosa per il territorio calabrese, sostenuta da un ampio partenariato composto oltre che dalla casa circondariale, anche dall’associazione ‘Amici con il Cuore’, dall’impresa sociale ‘Promidea’, dall’associazione ‘Liberamente’ e dall’Ufficio interdistrettuale di esecuzione penale esterna di Catanzaro. Anche la camera penale di Catanzaro ha creduto nell’iniziativa, sostenendo la vendita di colombe e panettoni artigianali nei principali esercizi commerciali della città. Come ha ricordato Antonietta Mannarino, presidente dell’associazione ‘Amici con il Cuore’ e capofila del progetto: “La motivazione a proseguire nasce dall’entusiasmo degli stessi partecipanti, ai quali si augura di poter tornare alla società come persone più dolci”. Ma il merito del progetto risiede soprattutto nella determinazione dei detenuti, nel loro impegno quotidiano, nella ricerca di un riscatto attraverso il lavoro. Per le imminenti festività natalizie la cooperativa propone diverse varianti di panettoni che saranno acquistabili nei supermercati cittadini e al bar del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria a Roma. Per informazioni e ordini: maniinliberta2022@gmail.com. Monza. Diploma per 10 detenuti: sono diventati personal trainer monzatoday.it, 7 dicembre 2025 Non era mai accaduto nel panorama sportivo nazionale. Ora, diploma alla mano, sono ufficialmente dei personal trainer. Dieci detenuti della casa circondariale di Monza hanno conseguito nei giorni scorsi il diploma di personal trainer di 1° livello Fipe (Federazione italiana pesistica), diventando i primi nella storia a ottenere questa qualifica all’interno di un istituto penitenziario. L’iniziativa, unica nel panorama sportivo nazionale, è stata possibile grazie alla collaborazione tra Fipe e Csi Milano, e pensata per offrire opportunità reali di reinserimento e crescita personale per i detenuti. Il corso, tenuto da tecnici federali, è stato avallato dalla direttrice del carcere di via Sanquirico Cosima Buccoliero, da sempre impegnata a promuovere iniziative che aprano le porte del carcere al mondo esterno. Così come accaduto il 22 novembre in occasione della quadrangolare che ha visto i detenuti di via Sanquirico sfidare la squadra dell’Associazione nazionale italiana magistrati, gli avvocati della Camera penale di Monza e gli agenti della polizia penitenziaria in servizio nel carcere cittadino. Il progetto - Il progetto, a cadenza mono settimanale, ha visto il coinvolgimento dei detenuti di due aree dell’istituto carcerario che, per 4 ore, hanno beneficiato del supporto degli insegnati federali del territorio lombardo. I detenuti sono stati guidati in un percorso di educazione al movimento, con un programma di mobilità articolare, sia a corpo libero che con l’utilizzo di sovraccarichi. “È stata un’enorme emozione poter conferire gli attestati a questo gruppo di ragazzi che hanno dimostrato grande passione e volontà - commenta il presidente Fipe, Alberto Miglietta - Abbiamo ora nuovi ‘amici’ con cui speriamo di poter continuare un percorso positivo”. Novara. Chiesti 4 anni e mezzo per il detenuto laureato: è autore di migliaia di esposti di Marco Benvenuti La Stampa, 7 dicembre 2025 Accusato di calunnia e interruzione di servizio. Tra le sue vittime l’ex direttrice del carcere e 5 agenti. È un personaggio noto nei corridoi del “41 bis”, il carcere duro per i mafiosi. Non solo per il suo pesante trascorso criminale ma anche per il suo frequente prendere carta e penna e “farsi sentire”: richieste, istanze, segnalazioni, perfino alla Corte europea dei diritti dell’uomo, poi liti e discussioni. Forte della sua laurea in Giurisprudenza (presa in carcere al pari di quella in Scienza della comunicazione), solo in Cassazione ha fatto arrivare circa 700 ricorsi per trattamenti inumani e degradanti, che hanno impegnato la Corte con oltre 300 sentenze e 350 ordinanze. Da fare invidia a un avviato studio legale. Negli anni anche il personale della casa circondariale di Novara, dalla direzione agli agenti, ha avuto più volte a che fare con Alessio Attanasio, 55 anni, boss siracusano della cosca Bottaro-Attanasio: dalla protesta per la lettera che non gli era arrivata alla richiesta di libri, lenti a contatto, calcolatrici, cd rom, fornelletto, alla più complessa pretesa di trasferimento in altre carceri o addirittura liberato. Nel 2021 aveva però calcato la mano, accusando con denunce ed esposti l’allora direttrice Maria Vittoria Menenti, una criminologa, il direttore sanitario, alcune guardie, ma anche i direttori delle carceri di Tolmezzo e Fossano, di aver commesso reati quali abuso d’ufficio e di autorità, tortura, danneggiamento, furto, violazione di corrispondenza. Accuse poi archiviate e considerate false. Questo il motivo per cui Attanasio è a giudizio per calunnia e interruzione di pubblico servizio: per lui il pm ha chiesto la condanna a 4 anni e mezzo, sulla base delle dichiarazioni delle vittime, sfilate come testimoni nel dibattimento durato più di 2 anni. Fra loro l’ex direttrice Menenti: “In pochi mesi, nel 2021, ha presentato 4 mila fra istanze, denunce, note, rivolgendosi a chiunque, garante, ministro. Io stessa sono stata denunciata quasi giornalmente, anche solo perché sosteneva di non avere il caffè. Mi ha riempito di insulti, sbeffeggiamenti, nomignoli, augurandomi il suicidio”. Ha aggiunto: “Sono stata addirittura accusata di avergli rubato il portafogli”. Segnalazioni senza esito. L’unico esito, secondo la direzione, era di paralizzare l’attività: “Passavamo tutto il nostro tempo a occuparci di lui”, hanno detto le guardie. Cinque agenti sono parte civile con l’avvocato Criaco e chiedono un risarcimento. Attanasio, intervenuto più volte al processo, ha precisato che le sue istanze erano adeguatamente e correttamente motivate, tant’è che venivano spesso accolte dalla Sorveglianza. Il suo legale, l’avvocato Bottero, ha chiesto l’assoluzione: “Nelle sue denunce non c’era volontà di calunniare. La calunnia presuppone la consapevolezza che dall’altra parte c’è una persona innocente. Attanasio ha invece chiesto cose di cui aveva diritto e che invece gli sono state negate”. Sentenza a gennaio. Catanzaro. “Adotta un carcerato”, l’iniziativa del programma radiofonico SOS Donna soveratoweb.com, 7 dicembre 2025 Negli ultimi mesi il mondo carcerario italiano è tornato prepotentemente al centro delle cronache. Non solo per il sovraffollamento, ormai cronico, ma per una serie di criticità che si aggravano ogni giorno: mancanza di cibo, celle fredde, carenze di medicinali, servizi essenziali quasi al collasso. Una realtà che pesa soprattutto sulle case circondariali calabresi, dove i detenuti denunciano condizioni sempre più difficili e, spesso, disumane. Da questo scenario nasce un segnale forte di solidarietà. L’iniziativa parte dalla giornalista Ada Cosco, voce e cuore del programma SOS Donna, in onda su Radio Amore Catanzaro ogni mattina dalle 8 alle 9. Un programma che da anni dà spazio a storie, emergenze sociali e richieste d’aiuto. E proprio da questo microfono, nel mese di dicembre, prende vita lo slogan: Un invito semplice ma potente: compiere un atto d’amore verso chi sta già scontando la propria pena, verso chi vive in condizioni che non dovrebbero appartenere a un Paese civile. Le segnalazioni arrivate dai detenuti sono allarmanti: mancano asciugamani, tovaglie, biancheria intima, indumenti essenziali, prodotti per l’igiene personale, medicinali di base. E, soprattutto, il cibo scarseggia. Una situazione tanto grave quanto taciuta, che rende ancora più difficile il già duro quotidiano di chi si trova dietro le sbarre. Per questo l’appello è chiaro: realizzare pacchi solidali, soprattutto in vista del Natale, che possano restituire un sorriso, un po’ di dignità, un momento di umanità. Penne, libri, quaderni, generi alimentari consentiti, piccoli oggetti utili: ogni gesto conta, ogni contributo può fare la differenza. Si chiede alle case provinciali, alle associazioni, ai cittadini e soprattutto ai garanti dei diritti delle persone detenute di non restare a guardare. Di sostenere, facilitare e ampliare questa iniziativa che nasce dal basso ma parla a tutta la società. Perché è evidente a tutti: aumentano le persone detenute, peggiorano le condizioni di vita, crescono le proteste, si moltiplicano i suicidi e le segnalazioni di trattamenti disumani. Ed è proprio in momenti come questi che la solidarietà diventa un dovere morale. Chi desidera aderire all’iniziativa “Adotta un carcerato” o ricevere informazioni può rivolgersi al programma SOS Donna su Radio Amore Catanzaro o alle associazioni che stanno collaborando sul territorio. Un piccolo gesto può accendere una luce dove troppo a lungo ha regnato il buio. Prato. Giustizia riparativa. Lo psicodramma per uscire dall’alcol di Sara Bessi La Nazione, 7 dicembre 2025 Il modello del Polo psicodinamiche in collaborazione con Uepe. Lo psicodramma come strada alternativa per riprendere in mano la propria vita dalla dipendenza dall’alcol e come metodo alternativo per chi segue un iter penale, dopo un incidente o il ritiro della patente legato alla guida in stato di ebrezza, per la sua riabilitazione. Un’esperienza nata e cresciuta a Prato tra le mura del Polo Psicodinamiche di via Giotto e che è stata parte di un servizio di Tv7, rubrica del TG1, andata in onda venerdì sera. In particolare, la puntata del 5 dicembre ha condotto i telespettatori lungo un viaggio nei rischi dei “Guida pericolosa”, tra controlli su strada, iter obbligatori e vite cambiate da un alcol test positivo. Il servizio apre sulle strade di Firenze e sui controlli della polizia municipale con alcoltest per poi aprire un focus sulle chance per chi si trova a vivere un iter penale. Nel servizio Tv c’è la testimonianza del dottor Ezio Benelli, presidente della “International Foundation Erich Fromm” che con la collaborazione di due allievi della scuola del Polo Psicodinamiche, coordina l’attività di psicodramma di gruppo con persone assegnate dall’Uepe (Ufficio esecuzione penale esterna) di Pistoia in un percorso alternativo al carcere per chi ha un iter penale a seguito di un incidente legato all’alcol. L’alcol, come viene ribadito nella rubrica, è uno dei primi fattori che provoca incidenti stradali. Nel teatro più piccolo di Italia, Puccini Gatteschi a Pistoia, va in scena lo psicodramma con gli psicologi e gli allievi della Scuola Erich Fromm. Tutti in cerchio i ‘pazienti’ e gli psicologici, che svolgono attività volontaria e gratuita, si trovano proprio per tirare fuori quelle parti nascoste dell’Io che hanno spinto ad affidarsi alla dipendenza dall’alcol. “Come Polo psicodinamiche offriamo gratuitamente l’attività di psicodramma su richiesta dello Uepe. Abbiamo registrato un buon successo con un 70% in meno di recidive nell’abuso di alcol tra chi è stato inserito nel percorso dello psicodramma. Ciò significa che lo psicodramma, che pratichiamo anche nella sede di Prato, porta benefici ed aiuta a smettere di bere”. Mattarella: “I volontari sono veri patrioti” di Ugo Magri La Stampa, 7 dicembre 2025 Sull’Enciclopedia Treccani il patriottismo è così definito: “Sentimento di amore, obbedienza e devozione” che si prova verso la patria. Non è una bandiera politica né uno sticker da attaccarsi al petto. Significa semplicemente voler bene alla comunità nazionale, se occorre rimboccandosi le maniche. Magari gratis, come i quasi cinque milioni di volontari che dedicano ogni anno alla collettività 84 milioni di ore del loro tempo. Ecco, per Sergio Mattarella questi cittadini innamorati dell’Italia e della nostra gente sono “veri e propri patrioti” nel senso più nobile dell’espressione (certo non scelta a caso). Di sicuro non lo sono meno di altri. I volontari lo dimostrano quotidianamente, ha insistito il capo dello Stato, attraverso l’impegno di solidarietà che ha un immenso valore morale e non solo: generano un valore anche economico, garantendo “consistenti risparmi per i conti pubblici”. Mattarella li ha ringraziati a nome della Repubblica nel suo intervento di saluto alla cerimonia conclusiva di “Palermo capitale italiana del volontariato 2025”, tenuta al Teatro Massimo. Il volontariato come “fattore di unità”, come testimonianza di partecipazione, come “palestra di democrazia”, come sostegno concreto specie nei confronti dei più fragili spesso abbandonati a se stessi. Ma soprattutto, garantisce il presidente, lo slancio altruistico e dunque patriottico di chi dà una mano è un “antidoto prodigioso” contro alcune narrazioni in voga nel tempo presente. Ovvero, precisa Mattarella, contro le “paure generate da tossine messe ingannevolmente in circolo, da indifferenze che non condannano la sopraffazione, la violenza, l’illegalità”. Il volontariato apre la porta della speranza nel futuro. Il dibattito sulla pace non può essere violento di Alessia Melcangi La Stampa, 7 dicembre 2025 Per uscire dai conflitti bisogna accettare le contraddizioni. Cancellare il dissenso è rifiutare la complessità. Il dramma che continua a vivere Gaza, tra bombardamenti mai cessati, morti, sfollati e devastazione, rappresenta oggi una delle espressioni più acute e drammatiche di violenza collettiva su scala globale. Una brutalità che investe civili, famiglie, generazioni. Ogni persona uccisa, ogni abitazione rasa al suolo, è un grido di sofferenza, un appello all’umanità, ma anche un monito per la comunità internazionale: la violenza non è mai un’opzione. Ed è un dovere, soprattutto quando si tratta di violenza ingiusta, raccontarla, spiegarla e, dunque, condannarla. Questo principio dovrebbe esser valido da qualsiasi angolazione lo si legga: che si tratti di violenza verbale, fisica, psicologica. Per questo è difficile comprendere l’assalto alla redazione del quotidiano La Stampa da parte di alcuni manifestanti pro-Palestina, che hanno imbrattato muri e messo a soqquadro gli uffici. C’è una drammatica incoerenza nel fatto che chi denuncia le atrocità perpetrate dall’altra parte del mondo ricorra a un atto di violenza simbolica (e reale) nella sede di un giornale, luogo per definizione dedicato alla libera espressione e al dibattito. Se la violenza usata sulla popolazione e sul territorio di Gaza colpisce anche per la sua crudeltà fisica e sistemica, l’irruzione a La Stampa ci ricorda che la violenza può assumere diverse forme rimanendo ugualmente perniciosa: la cancellazione del dissenso, l’intimidazione del pensiero, il rifiuto della complessità. Ogni manifestazione di violenza obbliga a riflettere su come emozioni, rabbia e solidarietà possano trasformarsi in veicoli di coercizione, di censura, fino a perdere il senso stesso dell’indignazione che le ha generate. E il più delle volte, la motivazione evocata a giustificazione dell’aggressività finisce per distorce la percezione della realtà. Il danno non è solo materiale, ma simbolico. Si vanifica, paradossalmente, la legittimità del dissenso stesso: la rabbia, rovesciata in atto punitivo, soffoca la ragione, la parola, il conflitto costruttivo e, entrando in dissonanza, rischia di ferire la causa che vorrebbe difendere. Usare violenza per denunciare un’altra violenza - pur con scale, dinamiche e bersagli del tutto differenti - produce un corto circuito impossibile da elaborare, soprattutto per chi ha dato sempre voce ai diversi attori che vivono in quella terra. Oggi, nel dibattito pubblico come nella protesta, nella comunicazione come nella politica, si vive una tendenza diffusa a semplificare. La complessità viene rifiutata, considerata un fastidio, un intralcio. Ma ridurre guerre, drammi umanitari, sistemi politici e storie collettive a formule binarie significa perdere il nesso fra fatti e cause, responsabilità e conseguenze, lasciando che la gravità degli eventi scivoli in una superficie emotiva senza profondità. La sfida oggi è custodire la complessità come atto etico e politico. Altrimenti, il massacro di Gaza rischia di essere tradotto in slogan che vivono di istantaneità e polarizzazione; il diritto, sacrosanto, di protestare contro la guerra viene semplificato in adesioni identitarie; la critica a un quotidiano si trasforma in un assalto fisico perché, nella logica dell’immediatezza, chi non “sta dalla parte giusta” viene automaticamente trattato come un nemico. La complessità - come ricorda Edgar Morin - è un impegno, non un ostacolo: richiede di accettare la contraddizione, la pluralità delle cause, l’intreccio di storia e potere. Non è una questione di sapere o non sapere, è una questione di scelta. La semplificazione è più agevole, ma equivale talvolta a rinunciare alla realtà. O, peggio, affermare che vi sia, nel caso specifico, un’ortodossia della difesa della causa palestinese, che non ammetta divergenze né sfumature. Una presunzione che non ammette deroghe. Diceva Hannah Arendt: “La violenza distrugge ciò che pretende di difendere”. Nel caso de La Stampa, l’assalto rischia di distorcere il dibattito pubblico, depotenziare la protesta, sfigurare la causa, svuotare la gravità dei fatti. Intanto a Gaza, nonostante la tregua, si continua a morire nella distrazione collettiva: il governo israeliano non ha mai smesso di compiere attacchi sulla Striscia, provocando eccidi ai quali ci siamo forse troppo assuefatti. Proprio per questo tacitare o intimidire le voci fuori dal coro non serve a nulla. Occorre continuare a denunciare ciò che accade, a raccontare l’abisso in cui rischia di precipitare l’umanità confortata da un silenzio chiamato pace. Risuona allora, ancora oggi, il monito dello storico Tacito: “Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant”. Quei fantasmi di Trieste, i migranti della rotta balcanica dimenticati e morti di freddo di Nina Fresia La Stampa, 7 dicembre 2025 Mentre aspettano per mesi di ricevere lo status di rifugiato si accampano al Porto vecchio. Piazza Unità d’Italia, Trieste: tripudio di luci e alberi di Natale. Novecento metri più in là, i magazzini del Porto vecchio. Nessuna luce, niente stelle natalizie. Più di cento persone cercano di dormire nonostante il forte vento che scende dal Carso. Nonostante il cattivo odore e lo squittio dei topi. Sono migranti, arrivati dalla famigerata rotta balcanica fino a Trieste, in attesa di essere ricevuti dalle autorità italiane. “Torna domani” è quello che tutti i giorni si sentono dire dalla Questura, dove si presentano appena arrivati, anche a costo di stare in fila per ore. Per qualcuno quel domani si trasforma in mesi, passati senza un posto in cui dormire se non gli umidi silos del porto. Circa novanta di loro, settimana scorsa, sono stati “trasferiti” con lo sgombero di uno di questi edifici. Nella struttura accanto, in silenzio, ha invece perso la vita Hichem Billal, 32enne algerino arrivato a Trieste sei mesi fa. Quando l’hanno trovato era già morto da ore per il freddo. “Era venuto più volte a farsi medicare da noi volontari: estremamente vulnerabile, era totalmente consumato nel corpo. Mi parlava della moglie e del suo bambino”, racconta Lorena Fornasir, presidente dell’associazione Linea d’Ombra, che dal 2019 sostiene i migranti che arrivano in città. Hichem è la quarta vittima delle basse temperature nel giro di pochi giorni in Friuli-Venezia Giulia. Due uomini pakistani, Nabi Ahmad di 35 anni e Muhammad Baig di 38, sono morti avvelenati dal monossido di carbonio a Udine mentre tentavano di scaldarsi con un fuoco alimentato da oggetti in plastica. Uno dei due aveva ricevuto l’invito a presentarsi per compilare la domanda di protezione internazionale. Shirzai Farhdullah, anche lui morto intossicato a Pordenone, aveva invece 25 anni e arrivava dall’Afghanistan. Tutti e tre fino a poco fa, prima di spostarsi a cercare aiuto in altre città della regione, facevano parte dei fantasmi dei magazzini di Trieste. Noman, kashmiro che vive da due anni in Italia, conosceva bene Shirzai. È stato lui a recitare in piazza il rito funebre in onore dei quattro morti per il freddo. Anche Noman ha dormito a Porto vecchio per mesi. Da quando ha ottenuto il permesso di soggiorno, però, ha scelto di aiutare gli altri: “Ora vivo in un appartamento con altre persone e lavoro come badante, ma so cosa significa sopravvivere in strada. Tutte le sere sono in piazza per distribuire coperte, scarpe e cappotti. Vado anche a cucinare per gli altri al porto, improvvisando una cena con quello che c’è: riso, farina, olio”. Il giovane vuole restituire l’aiuto che gli è stato dato in passato. “Quando qualche tempo fa sono andato con gli altri volontari a fare un giro per le montagne vicine al confine - racconta -, mi sono inginocchiato per pregare accanto a una pozzanghera di fango. È stata quell’acqua sporca a salvarmi la vita durante la traversata”. Noman spiega che ogni giorno scopre che qualcuno durante la notte si è ammalato, ha una sospetta polmonite o non riesce nemmeno a muoversi per la febbre. Yousef, afghano che da cinque mesi si aggira nel porto, conferma che molti suoi “amici e fratelli migranti” soffrono l’essere continuamente esposti a pioggia e vento. La maggior parte di loro arriva da Afghanistan, Pakistan e Bangladesh. Ma molti sono anche i curdi, dalla Turchia o dall’Iraq, e i nepalesi. “Il numero di persone che vivono nei magazzini varia tra i 180 e i 250. La politica cittadina, in modo scientifico, vuole demotivarli e indurli ad andarsene. Sono ridotti a non-persone, a subumani, costretti a vivere tra i topi”, spiega Fornasir, “spesso l’unico modo di accedere al sistema di accoglienza è tramite sgombero. Molti implorano la polizia di prenderli, di portarli via con loro”. Capita, però, che chi viene trasferito si ritrovi ancora più isolato: molti finiscono in Sardegna, in case abbandonate all’interno dell’isola e lontane dai grandi centri abitati, dove è difficile anche solo frequentare un corso di italiano. Gli ultimi sgomberati verranno invece portati in Toscana. Il rischio di essere mandati fuori dall’Italia, però, è ancora più grande. Lo spiega Fornasir: “Un tempo curavo vesciche e piedi devastati, oggi mi ritrovo davanti corpi pieni di cicatrici, ossa rotte, nasi spaccati, timpani saltati. I migranti che percorrono la rotta balcanica sono sistematicamente torturati. E chi è respinto è destinato a subire altri abusi”. Tunisia a tutta repressione. Stretta di Saied sul dissenso di Matteo Garavoglia Il Manifesto, 7 dicembre 2025 Ondata di arresti: giornalisti, oppositori, membri della società civile. Ieri la protesta. In Tunisia, ogni giorno che passa il vento della repressione si fa sempre più forte, occupa le istituzioni, le stanze di chi si oppone all’attuale regime autoritario del presidente della Repubblica Kais Saied e, in generale, le strade di tutto il Paese. Un vento gelido che ha travolto dissidenti, giornalisti, attivisti e membri della società civile. Nelle ultime ore è stato toccato il livello più alto della repressione politica dal colpo di Stato del 25 luglio 2021, quando il responsabile di Cartagine ha congelato il Parlamento, sciolto il governo, svuotato lentamente i poteri della magistratura e intrapreso un percorso istituzionale sempre più autoritario. Gli effetti di queste manovre si stanno vedendo su più fronti e rappresentano probabilmente un punto di non ritorno per il futuro politico e sociale della Tunisia. In primis, le recenti sentenze della Corte d’appello di Tunisi per il cosiddetto processo di complotto contro lo Stato hanno aperto un baratro per decine di personalità politiche. Nonostante il dossier aperto nel 2023 mostri diverse lacune da un punto di vista giuridico e procedurale, sono arrivate condanne fino a 45 anni per 34 persone, accusate a vario titolo di minare la sicurezza dello Stato. In particolare, gli arresti di figure come Chaima Issa, avvenuto lo scorso 29 novembre a Tunisi a margine di una manifestazione femminista per denunciare l’attuale fase repressiva, Ayachi Hammami, ex ministro dei diritti umani e storico militante di sinistra, e Ahmed Néjib Chebbi, presidente del movimento di opposizione del Fronte di salvezza nazionale, incarcerato all’età di 81 anni, hanno scosso una parte rumorosa dell’opinione pubblica. In particolare, Issa era già stata arrestata nel febbraio 2023, all’inizio del processo per complotto contro lo Stato, e poi rilasciata alcuni mesi dopo con il divieto di viaggiare e di apparire negli spazi pubblici. Ciononostante, lei, Hammami e Chebbi non hanno mai smesso di prendere parte a manifestazioni e mettere luce su uno dei capitoli più bui della Tunisia post-Rivoluzione del 2011. Nella giornata di ieri alcune migliaia di persone si sono ritrovate nel pieno centro di Tunisi per denunciare questi ultimi arresti e, in generale, chiedere la liberazione di tutti i prigionieri all’interno di un processo considerato da più parti politicamente motivato. Una manifestazione il cui percorso non è stato dichiarato alle forze di polizia e che ha raggiunto uno dei luoghi simbolo della capitale, avenue Bourguiba. Le maglie della repressione non si fermano qui. Da un lato, la promulgazione del decreto legge n. 54 del settembre 2022 sulla divulgazione di false informazioni ha portato all’arresto di diverse figure pubbliche come Sonia Dahmani, rea di avere pronunciato una battuta in televisione per denunciare le politiche migratorie dell’attuale governo, ritenute razziste e xenofobe. Dopo più di un anno in carcere, nonostante fossero scaduti i termini della custodia cautelare, Dahmani è stata liberata la settimana scorsa ma rimane in attesa del processo definitivo. Un dettaglio non di poco conto, visto che la sua uscita dal carcere è avvenuta qualche ora dopo una pronuncia del Parlamento europeo che denunciava la sua situazione e il deterioramento dello stato di diritto in Tunisia. All’interno di questo ecosistema repressivo, la società civile rappresenta forse il bersaglio principale. Oltre alla chiusura amministrativa di trenta giorni imposta a decine di organizzazioni e giornali, che ha portato al congelamento delle loro attività per trenta giorni lasciando diverse perplessità sul loro futuro, c’è chi, in questo momento, si trova in prigione senza capire realmente il perché. È il caso di Saadia Mosbah, figura storica del movimento antirazzista in Tunisia, fondatrice nel 2013 dell’associazione Mnemty (“il mio sogno”) e una delle principali promotrici della legge del 2018 che criminalizza ogni forma di discriminazione in Tunisia. Arrestata nel maggio 2024 nella sua abitazione con l’accusa di riciclaggio di denaro, alla presenza di suo figlio Feres Gueblaoui, si trova attualmente in carcere, dove ha anche ricevuto il premio Martin Ennals per i difensori dei diritti umani. “Quando la polizia ha fatto irruzione e ha portato via mia madre, gli agenti mi hanno assicurato che sarebbe tornata a casa dopo qualche ora. Sono ormai diciotto mesi che aspetto quel momento”, sono le parole di suo figlio al manifesto. La situazione di Saadia Mosbah è molto simile a quella di altre decine di membri della società civile che lavorano in ambito migratorio, uno dei dossier più sensibili dell’attuale regime. Negli ultimi due anni, infatti, sono stati compiuti diversi arresti con l’accusa di riciclaggio di denaro e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, come nel caso di Sharifa Riahi, Abdallah Said e Saadia Mosbah. Un percorso politico che ha seguito in parallelo il dispositivo securitario messo in atto ai danni di decine di migliaia di persone di origine subsahariana, vittime di deportazione coatta in aree desertiche e di arresti arbitrari. “Mia madre sta bene - prosegue Gueblaoui - il suo morale ha alti e bassi ma è normale per chi è in prigione. Ciò che conta è che lei resta forte perché è certa di non aver fatto nulla. Aspetta la giustizia, nel suo doppio senso: che la giustizia sia davvero giusta”. Un’attesa che non ha una data di scadenza e su cui non ci sono garanzie nette. Il peso dell’arbitrarietà di queste scelte mina la vita quotidiana di Feres Gueblaoui e delle centinaia di familiari di chi attualmente si trova nelle carceri tunisine. “Sono ormai diciotto mesi che non tocco mia madre, che non sento il suo odore e che le parlo solamente attraverso un vetro. Come famiglia abbiamo depositato una domanda per avere colloqui senza restrizioni, ma ci hanno negato anche questo senza mai darci spiegazioni. Abbiamo diritto solamente a un colloquio settimanale di 15 minuti e non riusciamo a parlare di niente”, è la conclusione amara del figlio di Mosbah. Medio Oriente. “La sanità non si imprigiona”: il 10 dicembre flash mob in tutta Italia ilpiacenza.it, 7 dicembre 2025 Manifestazione per chiedere la liberazione dei sanitari palestinesi detenuti illegalmente nelle carceri israeliane. Mercoledì 10 dicembre, in occasione della Giornata Internazionale dei Diritti Umani, si terrà un flash mob davanti agli ospedali di tutta Italia per chiedere il rilascio di oltre 90 operatori sanitari Palestinesi, tra cui il pediatra Hussam Abu Safiya. Le reti nazionali di operatrici e operatori della sanità #DigiunoGaza e Sanitari per Gaza lanciano “La sanità non si imprigiona”, una mobilitazione nazionale che si terrà mercoledì 10 dicembre - Giornata Internazionale dei Diritti Umani - per chiedere l’immediata liberazione degli oltre 90 sanitari palestinesi illegalmente detenuti nelle carceri israeliane. La mobilitazione si svolgerà attraverso flash mob e presidi silenziosi davanti agli ospedali e alle strutture sanitarie di tutta Italia, tra le ore 10:00 e le 19:00. Il personale sanitario palestinese è da tempo nel mirino delle forze israeliane, con oltre 1.700 operatori uccisi negli ultimi due anni, la più grande strage di personale sanitario registrata in questo secolo. I circa 94 sanitari ancora detenuti - tra cui 17 medici, 30 infermieri e 14 paramedici - hanno un’età media di 38 anni e, secondo il report di Healthcare Workers Watch, sono detenuti senza accusa formale e sottoposti a “condizioni estreme di fame, tortura e isolamento”. Tra loro spicca la figura del pediatra Hussam Abu Safiya, direttore dell’ospedale Kamal Adwan nella Striscia di Gaza, arrestato nel dicembre 2024. La mobilitazione del 10 dicembre a Piacenza invita il personale sanitario al flash mob di fronte all’ospedale Guglielmo Da Saliceto, accesso di via Taverna, alle ore 14.00. Verranno esposti poster e cartelli con i nomi e le foto dei sanitari detenuti. “Chiediamo al personale sanitario di tutta Italia di manifestare la propria solidarietà e di spingere il Governo e le istituzioni sanitarie e scientifiche italiane ad attivarsi al più presto per ottenere da Israele la liberazione immediata dei colleghi illegalmente imprigionati,” dichiarano le reti promotrici. Si informa che anche a Piacenza si è costituito un gruppo locale delle reti Sanitari per Gaza e #DigiunoGaza, con una referente attiva per coordinare le iniziative sul territorio. Si invitano pertanto tutti gli operatori e le operatrici del sistema sanitario, così come l’intera cittadinanza di Piacenza, a partecipare attivamente al flash mob del 10 dicembre per dare un segnale forte e unito a sostegno del diritto alla sanità libera e non imprigionata. Venezuela. Gli Usa possono giocare un ruolo decisivo per la liberazione di Alberto Trentini di Estefano Tamburrini Il Fatto Quotidiano, 7 dicembre 2025 Il segretario di Stato Usa Marco Rubio ha assicurato al ministro Tajani il suo impegno per il rilascio. Washington, al di là dell’escalation, resta uno dei principali partner del Venezuela. Il fattore Usa potrebbe giocare un ruolo decisivo per la liberazione di Alberto Trentini, il cooperante veneto detenuto da 385 giorni nel penitenziario de El Rodeo I - che di recente ha ricevuto la visita dell’ambasciatore Giovanni Umberto De Vito - e degli altri connazionali reclusi in Venezuela, tra cui il giornalista con doppio passaporto Biagio Pilieri. L’opzione prende piede dopo il recente colloquio telefonico nel quale il segretario di Stato Usa Marco Rubio ha assicurato al titolare della Farnesina, Antonio Tajani, l’impegno di Washington per riportare a casa l’operatore umanitario e gli altri italiani detenuti in Venezuela, insieme ad altri stranieri, usati dalle autorità di Caracas come pedine di scambio con i loro relativi governi. “Lavoriamo senza sosta per la loro liberazione”, ha scritto Tajani su X in un post di ringraziamento a Marco Rubio. Di primo acchito la notizia può lasciare perplessi, considerata l’escalation Usa al Largo del Venezuela, il blocco unilaterale dello spazio aereo e marittimo di Caracas. Washington ha anche innalzato a livello 4, quello più alto, l’allerta viaggio sul Venezuela, esortando i concittadini Usa ad “abbandonare immediatamente il Paese”, denunciando il pericolo di “detenzioni arbitrarie”, “torture” e “trattamenti inumani”. Si registrano anche costanti violazioni dello spazio aereo, con i sorvoli dei B-52, e personalità come lo stesso Rubio negano ogni possibile dialogo con Maduro: “Non ha mai rispettato un accordo. Ha ingannato Biden, ma non potrà ingannare Trump”, ha dichiarato il segretario di Stato. Tuttavia il presidente venezuelano Nicolás Maduro ha dichiarato mercoledì sera di aver “parlato con il presidente Usa Donald Trump” sottolineando i “toni rispettosi” e “cordiali” di un colloquio che preannuncia “passi in avanti” nel dialogo fra i due Stati. Lo stesso numero due del chavismo Diosdado Cabello è intervenuto cercando di smentire le ricostruzioni di testate come Wall Street Journal e Infobae attorno alla telefonata: “Nessuno di voi c’era. Perciò non potete dire com’è andata”. Neppure Trump si sbilancia più di tanto: per lui non è andata “né bene, né male”, ma è stata “solo una telefonata”. Nel frattempo la petroliera Chevron sostiene Caracas con 200mila barili di greggio giornalieri e vanta una licenza permanente, secondo l’inviato per l’America Latina Mauricio Clavier, e i voli di rimpatrio dei migranti espulsi dagli Usa hanno ripreso il loro corso, dopo l’ultima sospensione. Quella tra Caracas e Washington è senz’altro una relazione tossica e ambivalente, ma a livello diplomatico risulta più efficace della linea di gelo e di non interazione decisa dal governo Meloni su Caracas. In fondo gli Stati Uniti sono l’unico Paese ad aver ottenuto, a più riprese, il rilascio dei suoi concittadini detenuti in Venezuela, facilitando anche la scarcerazione di ottanta prigionieri politici locali a metà luglio, durante la trattativa a tre tra Caracas-Washington-El Salvador. Ma non solo. Nell’ultima settimana la Casa Bianca ha ottenuto il rilascio di 39 prigionieri politici del Nicaragua esercitando pressione - non è ancora chiaro di che tipo - sul governo Ortega-Murillo. I primi rilasci ottenuti dall’amministrazione Trump si sono verificati a fine gennaio - con Trentini in cella da due mesi e mezzo - e hanno visto il ritorno di sei statunitensi a casa su mediazione dell’inviato speciale Usa Ric Grenell. Erano reclusi a El Rodeo I. Il ritorno dei primi ostaggi è stato salutato positivamente da Trump mentre Maduro parlava di un “nuovo inizio” dopo aver raggiunto “una serie di accordi”, sempre attorno al petrolio. Quasi cinque mesi dopo, il 20 maggio, gli Stati Uniti sono andati a riprendersi il veterano di guerra Joseph St. Clair. “Il suo rilascio era previsto a gennaio, con il primo gruppo, ma quando sono venuti a prenderlo lui ha opposto resistenza, perché non si fidava dei carcerieri”, racconta Zulima Quiñones, attivista per i diritti umani, a Ilfattoquotidiano.it. Ma non era finita. A El Rodeo I c’erano ancora dieci statunitensi: tutti loro rilasciati a metà luglio nell’inedito scambio tra gli Stati Uniti, Venezuela ed El Salvador, che ha visto il rimpatrio dei 252 migranti venezuelani che erano trattenuti al Cecot, il Centro de confinamiento del terrorismo, e anche il rilascio di oltre 80 prigionieri politici del Paese sudamericano. Sia gli Stati Uniti che il Venezuela si sono ritenuti “vittoriosi”, dopo il risultato, nonostante lo scambio di “terroristi per ostaggi”. Il penitenziario del Distretto federale, gestito dal Controspionaggio militare venezuelano, si rivela dunque un importante crocevia di trattative, scambi e diplomazia degli ostaggi tra la Casa Bianca e Palazzo di Miraflores. Potrebbe essere forse il turno di Trentini, da più di un anno lì dentro, e perché no, di Pilieri e di tutti gli altri.