Sul carcere il Giubileo è stato profetico. Alla politica invece è mancata umanità di Giovanni Maria Flick Avvenire, 31 dicembre 2025 L’Anno Santo è iniziato con l’apertura della “porta santa” a Rebibbia e si è chiuso con la Messa a cui hanno partecipato migliaia di detenuti. Due Papi e il presidente della Repubblica hanno aperto gli occhi a tutti noi su una realtà fatta di sovraffollamento, suicidi, vulnerabilità. Eppure nessuno tra chi detiene il potere ha fatto il gesto che ci si aspettava. Il primo grande gesto per l’apertura del Giubileo nell’anno che si va a concludere è stato segnato da papa Francesco con una richiesta tanto nuova quanto concreta e impegnativa: l’apertura di una “porta santa” nel carcere di Rebibbia - visto come basilica della sofferenza - dopo quella di San Pietro. Un impegno di solidarietà e di fiducia che potesse avviare una risposta alle drammatiche e note condizioni di degrado materiale e spirituale delle carceri del nostro paese. Un gesto seguito dalla indifferenza o respinto con sufficienza dalla politica istituzionale, rinviando alla promessa di nuove carceri dopo quella delle “caserme dismesse”, nonostante le richieste di interventi urgenti per l’indegno e inaccettabile sovraffollamento delle celle; con l’aumento dei suicidi in carcere e per le condizioni di accoglienza dei detenuti “psichiatrici”, “diversi” o vulnerabili. Tutto ciò nonostante le richieste di politici di “buona volontà” e di esponenti della cultura per un gesto di umanità in occasione del Natale; e nonostante le parole del papa Leone XIV e quelle del presidente della Repubblica. Nel frattempo il contesto carcerario si è ulteriormente aggravato e deteriorato, anche grazie all’aumento del sovraffollamento e all’irrigidimento della disciplina normativa, in particolare con riferimento all’introduzione del delitto di rivolta penitenziaria anche per ipotesi di non violenza e disobbedienza civile; alle chiusure ingiustificate del sistema penitenziario verso l’esterno; alla svolta “panpenalistica e pancarceraria” del sistema penale e al conseguente aumento della popolazione penitenziaria rispetto alla disponibilità effettiva e ancor più regolamentare di spazio. All’inerzia e alla sordità della politica istituzionale si è anzi aggiunta l’ironia (vorrei dire la beffa) di una denunzia per “rivelazione e utilizzazione di segreto d’ufficio” proposta dall’amministrazione penitenziaria nei confronti dell’ex cappellano di San Vittore per la notizia di alcuni suicidi avvenuti in carcere: denunzia riportata dal Corriere l’8 dicembre e saggiamente e doverosamente archiviata dall’autorità giudiziaria. Un “segreto d’ufficio” fra l’altro “rivelato” dal Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa nel dicembre scorso con un richiamo all’Italia sul trend dei suicidi in carcere e sulla condizione “psichiatrica” delle residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza (Rems) dopo la doverosa abolizione degli ospedali psichiatrici giudiziari. L’ultimo grande gesto di questo Giubileo - in sintonia con il primo - è stato dedicato anch’esso alla speranza e alla misericordia. È stata la celebrazione, per i primi fra gli “ultimi”, della Messa nell’incontro dei detenuti provenienti da diverse carceri italiane con il papa Leone XIV per l’”indulgenza” dedicata al “popolo del carcere” nel momento in cui un gesto di umanità viene rifiutato dall’autorità civile. Entrambi i gesti dei due pontefici sono fondamentali al pari degli appelli del presidente della Repubblica. Rappresentano il tentativo di rispondere - anche sul piano umano - alla sofferenza e al dramma del carcere; al suo sovraffollamento; alle carenze in tema di educazione e di misure alternative; alle condizioni di vita nella quotidianità; alle difficoltà di mantenere rapporti affettivi con la propria famiglia nonostante la recente e pressante indicazione della Corte costituzionale; al bisogno di libertà insopprimibile per ogni persona; alla mancanza di stimoli per un recupero della responsabilità sociale. L’esperienza pastorale e umana di chi lavora nel carcere (religiosi, volontari, personale) con fatica e abnegazione testimonia ampiamente il bisogno di recuperare e praticare questa dimensione, nei limiti e secondo le condizioni consentiti dal regime della reclusione e dalle esigenze della sicurezza. Le esperienze di giustizia riparativa - nonostante i limiti connaturati ad essa e al loro muovere “i primi passi” nell’ambiente carcerario e con le sue difficoltà - sono una tappa difficile ma importante per il recupero del senso di responsabilità di chi ha sbagliato e del suo rapporto con le vittime del suo errore. Per molti - come testimonia l’esperienza della assistenza religiosa e/o sociale in carcere - quest’ultimo può diventare (e diventa) occasione di revisione e recupero dei valori fondamentali di convivenza e di riflessione e riesame del proprio modi di essere e sul proprio vissuto. Soprattutto nell’esperienza e nella sofferenza del carcere si può trovare una ragione di riflessione che aiuti a comprendere errori commessi e a maturare aspetti di riabilitazione; che riesca a superare la sensazione del carcere come vendetta della società, meritata o meno che sia. Come è stato osservato nell’esperienza pastorale, una strategia lungimirante non può esaurirsi soltanto in una dimensione punitiva; deve poter offrire alla persona stimoli e occasioni di ripensamento e di cambiamento. La “porta del Giubileo” nel carcere è uno stimolo - reso efficace dalla novità introdotta da papa Francesco con la “porta di Rebibbia” - per aprire delle “Porte della speranza” in altre carceri. Non si tratta di uscire o entrare nel carcere fisicamente; si cerca di sottolineare e ricordare a una società di “smemorati” - secondo un progetto internazionale ispirato all’anno giubilare - il simbolo di una porta definita come “architettura senza mura”, che consenta la memoria e la comunicazione tra l’interno e l’esterno. L’iniziativa delle “Porte della speranza”, progettata da artisti, designers e architetti in un dialogo con le persone detenute - come segnalato dal Corriere della Sera del 9 dicembre u.s. - prende lo spunto dalla “porta di Rebibbia” per quella “architettura senza mura” da realizzare in dieci carceri come “Porte della speranza”. La prima di esse dovrebbe realizzarsi a San Vittore prima della chiusura dell’anno giubilare come testimonianza del passaggio, dell’attesa per una trasformazione simbolo di fede e di possibilità di rigenerazione: un’occasione per intravedere la luce e per rendere possibile il dialogo fra chi è dentro e chi è fuori dal carcere. Si cerca così di aprire e tenere viva la possibilità dello scambio tra chi è dentro e chi è fuori: perché ciascuno dei due protagonisti sappia che cosa c’è dall’altra parte e si regoli e si impegni di conseguenza. Ciò che già adesso dovrebbe avvenire con le finestre che nel carcere hanno sostituito le “bocche di lupo”; attraverso esse dovrebbero per chi è dentro entrare luce, realtà e aria di libertà, consentendo al tempo stesso la visione dell’interno per chi è fuori. Purché ciò non finisca semplicemente per essere un “simbolo inutilizzabile” dai diretti interessati. Così gli ermellini hanno ridato speranza alle persone detenute di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 31 dicembre 2025 Liberazione anticipata, la Consulta: senza riscontri semestrali non c’è rieducazione. La Corte costituzionale ha demolito un pezzo della riforma carceraria voluta quest’estate dal governo. Con la sentenza numero 201, i giudici della Consulta hanno dichiarato illegittima la norma che aveva di fatto cancellato il diritto dei detenuti a chiedere, ogni sei mesi, se il loro percorso in carcere sta funzionando. Una decisione che riporta al centro una domanda semplice: come si rieduca davvero una persona che ha sbagliato? La storia parte dal luglio scorso, quando il decreto-legge 92 ha riscritto le regole della liberazione anticipata. Questo beneficio permette di scalare 45 giorni di pena per ogni semestre scontato, se il detenuto partecipa al percorso rieducativo. Prima della riforma funzionava così: ogni sei mesi il detenuto poteva chiedere al magistrato di sorveglianza di verificare il suo comportamento. Se andava bene, otteneva subito il riconoscimento di quei 45 giorni in meno. Poteva calcolare quando sarebbe uscito, quando avrebbe potuto chiedere misure alternative. Aveva una certezza su cui costruire. Con la riforma tutto è cambiato. L’idea era alleggerire il carico di lavoro dei magistrati di sorveglianza. Così la valutazione non si fa più semestre per semestre su richiesta del detenuto, ma d’ufficio, in blocco, solo quando si avvicina il fine pena o quando serve per un beneficio. Il detenuto può fare istanza solo se ha uno “specifico interesse” da indicare a pena di inammissibilità. Due magistrati di sorveglianza, uno di Spoleto e uno di Napoli, dovevano respingere le istanze di detenuti che chiedevano semplicemente di sapere come stavano andando. E hanno sollevato la questione davanti alla Consulta. La risposta dei giudici costituzionali è netta. Nella motivazione c’è un passaggio che vale più di mille tecnicismi: è come se a uno studente fosse impedito di conoscere l’esito del suo percorso solo alla fine, senza mai poter confrontarsi con i professori, senza poter correggere il tiro. La Corte riprende una sua sentenza del 1990: la cadenza semestrale è “il punto di forza dello strumento rieducativo”, perché offre “una sollecitazione che impegna le energie del condannato alla prospettiva di un premio da cogliere in breve tempo”. Il meccanismo semestrale era un vero dialogo. Se il magistrato diceva sì, il detenuto vedeva riconosciuto il suo impegno. Se diceva no, non era un fallimento definitivo: era un campanello d’allarme per cambiare rotta al semestre successivo. Con la riforma questo dialogo si spezza. Il detenuto resta “nell’incertezza circa la meritevolezza del percorso nel frattempo compiuto” e quando arriva il momento della valutazione, magari dopo anni, “non è più in grado di correggere efficacemente il proprio comportamento”. L’Avvocatura dello Stato ha provato a difendere la norma: la liberazione anticipata viene comunque riconosciuta, solo in un momento diverso. Ma la Corte non ci sta: sapere in astratto quanto puoi guadagnare non è la stessa cosa di avere la certezza, ogni sei mesi, che quello che stai facendo funziona davvero. C’è anche un altro problema. Se il magistrato deve valutare tutti i semestri insieme, magari dopo anni, come fa a ricostruire con precisione cosa è successo? Come può motivare bene la decisione? E il detenuto come fa a difendersi, a produrre prove di comportamenti ormai lontani nel tempo? Il governo aveva tentato un correttivo con il decreto 176 del 2025: se la direzione del carcere dà un giudizio negativo sul semestre, il detenuto viene avvisato e può fare istanza. Ma anche questo non basta. Quello che conta non è il giudizio dell’amministrazione penitenziaria, ma quello del magistrato, che può essere diverso. La soluzione della Consulta è chirurgica: cancella tutte le parole che subordinano l’istanza all’esistenza di uno “specifico interesse”. Resta solo: “Il condannato può formulare istanza di liberazione anticipata”. Quando vuole, per ogni semestre scontato. La sentenza arriva mentre le carceri sono sovraffollate e le opportunità di percorsi rieducativi sono poche. In questa situazione, scrive la Corte, “poter scandire mediante le valutazioni periodiche il tempo immobile della detenzione costituisce un incentivo, e a volte il solo incentivo residuo”. È una decisione che riporta al centro l’articolo 27 della Costituzione: le pene devono tendere alla rieducazione. La finalità rieducativa “non può essere sacrificata a vantaggio di alcun’altra, seppur legittima, finalità della pena”. La parola della Consulta è chiara: non si rieduca una persona lasciandola al buio sul suo percorso. Il cambiamento ha bisogno di riscontri. Semestre dopo semestre. Mario Serio: “Un anno a tinte fosche per le carceri italiane” di Ilaria Dioguardi vita.it, 31 dicembre 2025 Il 2025 per gli istituti di pena si chiude con “l’aumento, in un solo anno, di sette punti del tasso di sovraffollamento: dal 130 al 137%”. Dialogo con il componente dell’Ufficio del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, che lancia un appello: “Dal Governo indifferenza, se non intolleranza per il ruolo del Garante: servono risorse umane e materiali per adempiere compiutamente il mandato”. “Ciò che veramente desta allarme e che fa chiudere con un grave disavanzo il bilancio del 2025 è il fatto che ci si avviti attorno ad un dibattito dal quale non vengono fatte derivare misure immediate, concrete, non soltanto per la decongestione degli istituti penitenziari, ma per il miglioramento delle condizioni pratiche”. A parlare è Mario Serio, componente dell’Ufficio del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale. Serio, che fotografia si può scattare delle carceri italiane, nel 2025? A tinte fosche, sempre più fosche. Per una serie di ragioni, alcune di carattere quantitativo, altre di carattere qualitativo-istituzionale. Quelle di natura quantitativa sono sotto gli occhi di tutti, a partire dall’aumento del tasso di sovraffollamento di circa sette punti rispetto all’anno precedente: si è passati dal 130 al 137%. Il numero di suicidi è sempre molto alto (secondo il dossier Morire di carcere di Ristretti orizzonti, sono 79 i suicidi in carcere e 159 le “altre cause di morte” tra i detenuti, fino al 28 dicembre 2025, ndr). Non è che ci si possa “cullare” sul fatto che possa esserci qualche unità in meno di suicidi rispetto all’anno precedente perché la cifra ottimale dei suicidi è zero. Passando agli aspetti qualitativi, quali concrete, immediate iniziative sono state prese nel corso di quest’anno per far fronte alla crisi? Io non vedo grandi aspettative che si possano nutrire sulla base delle misure intraprese. Parlando in termini di sottodimensionamento dell’offerta penitenziaria rispetto ai detenuti, c’è una ricaduta negativa quest’anno (e ci sarà anche negli anni futuri) per l’introduzione di nuovi reati. Il legislatore non può non porsi il problema, nel momento in cui introduce nuove fattispecie di reato, della loro ricaduta in termini di aumento della popolazione carceraria. Per le nostre carceri c’è la previsione di misure molto differite nel tempo e l’adozione di provvedimenti che centralizzano il potere. Ci spieghi meglio... Mi riferisco, per esempio, ai progetti di edilizia carceraria, sicuramente utili, ma i cui effetti potranno concretamente essere avvertiti a distanza di anni e anni. E poi all’adozione di provvedimenti amministrativi provenienti dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria - Dap che, seppur parzialmente corretti o di cui si è preannunciata la parziale correzione, vanno nel senso della centralizzazione dei poteri di intervento sulle strutture carcerarie, quindi sulle esigenze dei detenuti, allontanandoli dai centri di autorità di prossimità, cioè le direzioni delle carceri. Sono provvedimenti che, in qualche modo, sembrano trascurare la centralità della figura dei magistrati di sorveglianza, che hanno il termometro della situazione e intervengono sul piano autorizzativo. C’è un ultimo capitolo, il più spinoso, quello che maggiormente alimenta il fuoco della polemica politica: l’adozione o no di misure di clemenza, come l’amnistia e l’indulto. Cosa ne pensa di queste misure di clemenza? Sono assolutamente favorevole a provvedimenti di clemenza che hanno fondamento costituzionale e ai quali non si possono pregiudizialmente e meccanicamente attribuire effetti criminogeni. Mi rendo conto che ci sono delle resistenze sul piano politico di cui tener conto, si tratta di prese di posizione da parte mia non condivisibili ma rispettabili. Anche se facesse paura l’idea dell’indulto, per il timore che potrebbe risolversi in un aumento della recidiva, si può anche pensare a misure ragionate, con particolari cautele e condizioni. Si può pensare a provvedimenti di preparazione all’indulto, che pongano il detenuto prossimo alla liberazione in una condizione rieducativa e, soprattutto, di preparazione all’innesto nel mondo del lavoro. Se la misura dell’indulto viene abbinata ad altre che assicurino o tendenzialmente portino ad un reinserimento pieno del detenuto nella comunità, anche assicurandogli un posto di lavoro, allora i timori della recidiva vengono meno. Ciò che veramente desta allarme e che fa chiudere con un grave disavanzo il bilancio del 2025 è il fatto che ci si avviti attorno ad un dibattito dal quale non vengono fatte derivare misure immediate, concrete, non soltanto per la decongestione degli istituti penitenziari, ma per il miglioramento delle condizioni pratiche. Ci sono molti istituti privi di personale sufficiente sul piano pedagogico-giuridico, sebbene siano entrati in ruolo un certo numero di nuovi funzionari. Poi c’è il mancato adeguamento delle strutture penitenziarie, si pensi al numero elevato di istituti che non assicurano costantemente impianti termici per evitare assideramenti o accaloramenti o ad altri che non sono in grado di assicurare la fruizione dell’acqua calda. Poi ci sono carceri in cui vi è carenza di personale medico specialistico. Questi sono punti rispetto ai quali la quotidianità insegna che la situazione è drammatica e irrisolta. Da Garante, io non posso che vivere con grande preoccupazione, direi anche con grande frustrazione, queste carenze. C’è una certa sordità e cecità da parte del mondo istituzionale. Avverto che vi è una sorta di assuefazione, il ragionamento sottostante è che è stato così in passato e tutto sommato chi è in carcere merita di esserlo, quindi non si lamenti tanto. Questa è la filosofia diametralmente opposta a quella che deve ispirare l’attività e il mandato del Garante. Negli approfondimenti che pubblichiamo su VITA, spesso ci vengono raccontati forti ritardi nelle visite mediche e negli interventi in ospedale delle persone detenute, anche di mesi perché non sono sufficienti gli agenti per scortarle... Certamente il problema c’è ed è drammatico. C’è forse anche un’altra spiegazione del problema: l’abolizione, che ormai risale a circa un decennio addietro, della medicina penitenziaria. Oggi abbiamo un’assoluta compenetrazione dell’assistenza sanitaria in carcere con il Servizio sanitario nazionale - Ssn, c’è un’assistenza non più garantita da medici appartenenti all’amministrazione penitenziaria, con il vantaggio della grande esperienza maturata sul campo e della presenza pressoché ininterrotta. Abbiamo la loro surroga con personale appartenente al Ssn, che quindi non soltanto non dipende funzionalmente dall’amministrazione penitenziaria, ma obbedisce ai criteri organizzativi propri del Servizio sanitario nazionale, che in molti casi non coincidono con le esigenze degli istituti. Un conto è avere delle strutture sanitarie presenti nel carcere costantemente fruibili, o almeno per larga parte della giornata, e un conto il dovere appaltare all’esterno questo servizio. Tanto che, addirittura in una circolare del Dap, si consiglia ai direttori di istituti di limitare la richiesta di intervento del 118 a casi in cui ci sia un pericolo di vita. (“Il medico penitenziario deve assumersi la responsabilità di una valutazione rigorosa, contattando direttamente il 118 solo nei casi di effettivo pericolo di vita”, è scritto nella circolare n.0435332.U del 13 ottobre 2025, a firma Stefano Carmine De Michele, ndr). Questa infelice limitazione degli interventi del 118 è, in qualche misura, spiegabile a seguito del venir meno del supporto fondamentale della medicina penitenziaria. Il legislatore potrebbe ripensare a questa fuga verso l’esterno attuata attraverso la graduale soppressione della medicina penitenziaria. Io credo che ormai siano veramente molto rari gli esempi di medici in servizio appartenenti all’amministrazione penitenziaria. Un altro grande problema di cui spesso su VITA scriviamo è la lentezza della burocrazia penitenziaria... L’informatizzazione sarebbe di grande aiuto sia agli istituti sia agli uffici di sorveglianza, un tasto molto delicato è quello della carenza di organici negli uffici di sorveglianza, che hanno una grande mole di lavoro. Per quanto riguarda la circolare del 21 ottobre 2025 a firma Ernesto Napolillo, che fa passare per Roma le autorizzazioni per gli eventi negli istituti in cui è presente l’alta sicurezza, anche se riguarda le sezioni di media sicurezza, cosa vuole dirci? La tendenza a centralizzare attività amministrative non può in alcun modo giovare alla speditezza della vita degli istituti. Le attività amministrative, meglio e con maggiore immediatezza, possono essere svolte in sede locale da parte delle direzioni degli istituti, che sono gli enti che quotidianamente hanno a che vedere con le persone detenute di cui conoscono le esigenze. Bisogna nutrire fiducia e attribuire dei compiti di responsabilità ai direttori, in quanto meglio attrezzati, attraverso il contatto quotidiano, a conoscere le misure più congrue rispetto alle singole esigenze. Quindi, certamente, non è un passo in avanti. Oggi noi abbiamo bisogno di progredire e anche molto speditamente. Per questo 2026 che sta per iniziare, in che modo si può progredire? Il perno della responsabilità grava solo parzialmente sull’autorità amministrativa, che deve essere illuminata da una prospettiva ariosa, ma è il potere legislativo che deve intervenire con misure importanti in termini, per esempio, di incremento delle misure stanziate per potenziare gli organici, per provvedere alle esigenze sanitarie, per pensare a provvedimenti di clemenza. Il cuore di questi interventi non può essere semplicemente lasciato nelle mani dell’autorità amministrativa, che cerca semplicemente di non peggiorare la situazione, di arginare le devianze. Ma non ci si può accontentare di mantenere la situazione attuale perché grida la necessità di miglioramenti. E questi miglioramenti hanno bisogno di risorse finanziarie e di un ripensamento dell’istituzione penitenziaria: tutti questi compiti così gravosi, sia dal punto di vista economico sia dal punto di vista ideale, implicano che a doverli svolgere sia il Parlamento, in quanto rappresentante del popolo italiano. Se questa volontà non c’è (ma in certi aspetti è stata manifestata anche dai presidenti delle Camere) allora non si può che cedere al pessimismo. E cedere al pessimismo significa creare una grande ferita nel corpo sociale e creare presupposti di tensioni gravi, i cui i primi destinatari purtroppo sono gli stessi agenti di polizia penitenziaria. È l’intera comunità penitenziaria, detenuti e agenti, che merita che il Parlamento pensi alle loro esigenze e che l’autorità amministrativa intervenga con saggezza e lungimiranza, e non restrittivamente. Cosa è veramente importante per i detenuti? Il desiderio di riconoscimento. Essere presi in considerazione umana per i detenuti è quello che conta. Nessun detenuto immagina che il suo interlocutore abbia la bacchetta magica e possa risolvere immediatamente ogni suo problema. Ciascuna persona in carcere ha bisogno soltanto di essere riconosciuta come essere umano e non come reietto. Stare ad ascoltare, tendere la mano fisicamente è un elevamento, crea un miglioramento della condizione. Lasciando parlare si attua quell’opera di introspezione che è necessaria per liberarsi dalla sofferenza. Occorre che la sofferenza delle persone detenute sia un problema di cui l’intera comunità nazionale si faccia carico e portatrice. Vorrei sottolineare l’eccezionale esiguità del bilancio del Garante pari a 380mila euro, il più modesto tra quelli di tutte le altre autorità, e la mancanza di un proprio organico di personale che ne minaccia seriamente l’autonomia rendendolo dipendente da altre amministrazioni. Queste circostanze limitano moltissimo le possibili attività del Garante, soprattutto presso gli organismi internazionali con i quali è doveroso interloquire. Emerge l’indifferenza, se non l’intolleranza, delle attuali forze politiche e di governo al ruolo del Garante, con grave nocumento dell’immagine internazionale. Faccio un appello a Parlamento e Governo perché forniscano al Garante risorse umane e materiali per adempiere compiutamente il proprio mandato di meccanismo nazionale di prevenzione della tortura e dei trattamenti crudeli, inumani e degradanti nei confronti di chi è privato della libertà personale. È ora che il Garante cessi di essere la Cenerentola delle autorità indipendenti di garanzia. Lei si occupa molto anche di migranti. Cosa pensa del trattenimento dei migranti nei Cpr? Sottolineo la necessità che la permanenza nei Cpr assicuri condizioni di vita dignitose, anche in termini di occupazione in attività di svago e crescita sociale culturale e, soprattutto, garantisca costantemente assistenza medica e psicologica adeguata. Può dirci, nelle carceri, come si cerca di rispettare le usanze delle persone di origini straniere? Si cerca di avere rispetto delle tradizioni religiose e gastronomiche, cioè di riprodurre (o perlomeno accorciare) quelle distanze culturali e anche materiali che possono far penare ancor di più il detenuto straniero in un ambiente che non è il proprio. Esistono dei regimi alimentari differenziati e, in alcuni istituti, sono previste le visite di imam. È facile il riferimento, in particolare, all’esperienza dei detenuti provenienti da paesi arabi o, comunque, di religione musulmana. È un tema da tenere nella massima considerazione perché un innesto forzato e avulso dalle regole di vita quotidiana per ristretti stranieri può infliggere una sofferenza ulteriore. Patricia Nike, Adidas o chiunque fosse di Claudio Bottan vocididentro.it, 31 dicembre 2025 Non importa più quale fosse il suo vero nome. Noi lo conosciamo perché abbiamo voluto immergerci in una storia che parte dalla Nigeria e, attraversando il deserto delle periferie umane, approda alla sezione femminile del carcere di Rebibbia di Roma. A quella donna nemmeno la galera, nonostante la perquisizione, le fotosegnalazioni e le impronte digitali è stata attribuita un’identità certa. Eppure, bastava poco. Ce ne siamo occupati quando la vedemmo sofferente accanto a Papa Francesco. Chi era? Qual era la sua storia? Era il Giovedì Santo 2024 e Bergoglio celebrava la Messa e il rito della lavanda dei piedi a 12 detenute, mostrando vicinanza, perdono e speranza, e sottolineando il suo impegno verso i marginalizzati, accogliendo anche richieste specifiche da parte delle donne recluse mentre aveva già in mente di aprire proprio lì, al carcere di Rebibbia, una Porta Santa speciale per il Giubileo della Speranza. “Soffro molto”. Sono state le uniche parole di quella detenuta tremante, sorretta dalle agenti, che attendeva Papa Bergoglio appena fuori dall’infermeria del carcere di Rebibbia. Non aveva potuto partecipare alla Messa e, ultima tra gli ultimi, le rimaneva la piccola speranza di poterlo incontrare. Francesco ha riconosciuto il bisogno di ascolto urlato silenziosamente da quel volto segnato dalla vita e le ha regalato una carezza. L’ultimo, e probabilmente unico, gesto d’amore riservato a quella donna. Quella carezza ci ha colpito e ha dato impulso alla nostra inchiesta: volevamo dare un nome e un’identità alla sofferenza immortalata in un’immagine. Patricia, così si faceva chiamare quella donna di 56 anni che, avremmo poi scoperto, di notte, alla stazione Termini di Roma, raccontava di attendere un bambino. Non le credeva più nessuno, era difficile anche per le tante volontarie che ci avevano provato a starle accanto nelle strutture di accoglienza dalle quali veniva regolarmente sbattuta fuori. Ingestibile: un verdetto che ha segnato gli ultimi anni della sua esistenza. Porte chiuse anche all’ambasciata, dove ogni tanto provava a bussare senza un preciso obiettivo se non quello di chiedere aiuto. Una storia complicata, eppure normale. Per capirne di più abbiamo coinvolto la comunità nigeriana in Italia che ci ha consentito di aggiungere alcuni tasselli ad una storia altrimenti destinata all’oblio. Abbiamo immagini di Patricia, sorridente con le volontarie delle tante associazioni che l’hanno ospitata lungo il percorso lastricato di cadute. Abbiamo gli ultimi lampi della sua esistenza. Da Rebibbia femminile il giorno 8 gennaio di questo 2025 parte per il Pagliarelli di Palermo, ufficialmente per “sfollamento”. Da un carcere sovraffollato all’altro, come da prassi, solo che questa volta si trattava di una persona in gravissime condizioni di salute. Tutto normale, secondo il medico di Rebibbia. Tutto normale secondo l’area sanitaria del Pagliarelli dove, quattro giorni dopo il suo arrivo, il 12 gennaio 2025, è morta. A seguito della nostra inchiesta pubblicata nel numero di marzo, la senatrice Ilaria Cucchi ha presentato interpellanza al ministro della Giustizia Nordio che, quattro mesi dopo, risponde “[…] Si conferma quanto indicato nella relazione (…) ovvero che la detenuta era stata associata al carcere palermitano in data 8.1.2025 in seguito al trasferimento dal carcere di Rebibbia. Si conferma, inoltre, che (…) era affetta da diverse patologie come risulta dalla documentazione medica in possesso anche della casa circondariale e dell’Asp di Palermo. Le investigazioni sono ancora in corso e pertanto non è possibile riferire sugli accertamenti medico legali o di altra natura. La salma è stata affidata alla Polizia Mortuaria del Comune di Palermo in data 12.1.2025”. In sostanza, nel giugno 2025 il corpo di Patricia era in una cella frigorifera dell’obitorio di Palermo e nessuno ancora aveva avuto un moto di pietas umana. Patricia ha attraversato il deserto in cerca di speranza. In Libia ha subito il trattamento riservato alle schiave del sesso, preludio di ciò che l’attendeva una volta arrivata in Italia. Un passaggio al Cara, centro accoglienza migranti di Foggia, giusto il tempo per procurarsi nuovi documenti con un nome fittizio, per poi ritrovarsi nel nuovo deserto della prostituzione. L’eroina le aveva dato l’illusione di poter ignorare l’inferno nel quale era sprofondata. Talvolta si è illusa di poterne uscire, ma succedeva quando era fatta di crack e chiedeva l’elemosina e una sigaretta agli angoli delle stazioni. Un’ombra, fuori dalla sensibilità di chi avrebbe potuto e dovuto regalarle una carezza prima che fosse divorata dalle patologie della vita di strada e dal silenzio. Noi abbiamo scelto di mantenere viva la memoria di Patricia, perché lei rappresenta il disagio e le contraddizioni che contraddistinguono gli abitanti del pianeta carcere: persone che potremmo incontrare al supermercato, al pronto soccorso o agli angoli delle strade. Referendum, si va verso il voto domenica 22 marzo. Attesa l’ufficialità di Giacomo Puletti La Stampa, 31 dicembre 2025 Fonti di maggioranza sicure della data: “Mediazione tra Quirinale e palazzo Chigi”. Habemus (forse) datam. Il referendum sulla Giustizia in cui gli italiani confermeranno o meno la riforma che introduce, tra le altre cose, la separazione delle carriere tra giudici e pm, si terrà con ogni probabilità domenica 22 marzo. Dopo settimane di tira e molla tra la maggioranza di governo che avrebbe voluto anticipare più possibile la data del voto, addirittura ai primi giorni di marzo, e l’opposizione che auspica la rimonta del No e che quindi avrebbe voluto più tempo, si va verso il punto di caduta del primo giorno di primavera. Fonti di maggioranza più che attendibili parlando di una vera e propria “mediazione” tra i “piani alti” (tradotto, il Quirinale) e palazzo Chigi, condotta in prima persona dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, d’accordo con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il ministro della Giustizia, Carlo Nordio. “L’ufficialità arriverà prossimamente ma quella data è la più adeguata per tutti”, sussurra ancora la stessa fonte che poi, a poco più di un mese dal Festival di Sanremo, si sbilancia. “Trattandosi del primo giorno di primavera, vedremo per chi quella stagione sarà maledetta o benedetta, come nella canzone di Loretta Goggi”. L’accelerata è arrivata dopo che il Consiglio dei ministri di lunedì, in cui si sarebbe dovuto discutere proprio della data del referendum, aveva preferito non toccare l’argomento, probabilmente perché in via di definizione la migliore soluzione per tutti, individuata come detto in domenica 22 marzo. Potrebbe dunque essere uno dei primi Cdm del 2026 a ufficializzare la data, che dovrà essere poi confermata dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, al quale la Costituzione assegna il compito di indire il referendum. “Presumo e auspico che sarà prima di Pasqua, nella seconda metà di marzo”, ha detto ieri Nordio parlando con i cronisti alla Camera. “Inutile dire che non abbiamo minimamente paura, dal mio punto di vista avremo più tempo per spiegare le nostre ragioni - ha commentato il Guardasigilli - Resta però il problema tecnico che slittare dopo Pasqua produrrebbe anche una tensione magari politica che sarebbe il caso di evitare”. A chi chiedeva di un intervento del Quirinale, il ministro ha risposto: “No, su questo no, però il problema esiste da un punto di vista tecnico e magari per evitare conflitti, ricorsi o polemiche che si protraggono anche dopo una costituzione elettorale si può cercare una situazione di compromesso”. Che sarebbe stato dunque trovato nella data di domenica 22 marzo, con la conseguenza che si voterà anche lunedì 23 marzo, visto che la consultazione si svolgerà in due giorni. “Il voto in due giorni massimizzerebbe la democrazia”, aveva detto qualche giorno fa il vice di Nordio, Francesco Paolo Sisto. E mentre la maggioranza serra i ranghi in vista di questi tre mesi scarsi di campagna elettorale, l’opposizione fa lo stesso con i leader di Pd e M5S, Elly Schlein e Giuseppe Conte, in prima linea (almeno a parole). “Ben volentieri ci mettiamo a disposizione per dare una mano al Comitato nella campagna in cui ci saremo anche noi contro la riforma Nordio - ha detto lunedì sera la leader dem al termine dell’incontro alla Camera tra i leader del centrosinistra e il Comitato per il No coordinato da Giovanni Bachelet - Lavoreremo per coordinare gli sforzi e farli convergere in questi mesi di lavoro: siamo contenti dell’incontro e molto disponibili a lavorare”. Il referendum “si può vincere, se il Governo ci darà il tempo di fare e di parlare al Paese per spiegare che questa riforma non migliorerà in nulla il servizio giustizia ai cittadini”, ha spiegato invece Conte. “Dico No perché una magistratura indebolita non tutela i cittadini” di Valentina Stella Il Dubbio, 31 dicembre 2025 Marcello De Chiara, Vicepresidente Anm: “Parlando all’uomo della strada, bisogna dire che una magistratura debole, annichilita da una politica tracotante, non conviene ai cittadini”. Marcello De Chiara, consigliere alla Corte di Appello di Napoli, vice presidente dell’Anm con Unicost, i sondaggi vi danno in svantaggio... Esiste una quota significativa di cittadini, pari alla metà degli aventi diritto, che non conoscono nemmeno i contenuti di massima del referendum. L’esito della campagna dipenderà dalla capacità di raggiungere questa fetta di elettorato con messaggi semplici e credibili. È una partita tutta da giocare: la forbice tra il Sì ed il No si sta assottigliando settimana dopo settimana. Parlando all’uomo della strada, bisogna dire che una magistratura debole, annichilita da una politica sempre più tracotante, non conviene ai cittadini. Temo che le reali vittime di questa riforma saranno le minoranze. Lei da ex gip ritiene che, come sostengono i Sì, con la riforma possa esserci un minor appiattimento del gip sul pm? Nessuno si sognerebbe di dire che i Tribunali sono appiattiti sulle ragioni dell’accusa, perché, in base ai dati ufficiali, la percentuale delle assoluzioni è superiore al 50%. Si va allora a colpire la figura del gip, dimenticando che tale organo, a differenza dei Tribunali, intervenendo nella fase in cui il procedimento è segreto, prende decisioni sulla base delle ragioni del solo pm e ha quindi un orizzonte conoscitivo non ancora arricchito dalle controdeduzioni difensive. Meno normale è che la campagna contro i gip si fondi su dati statistici di oscura attendibilità, come la percentuale degli accoglimenti in materia di intercettazioni telefoniche di cui nessuno conosce l’esatta provenienza. Davvero i pm condizionano le vostre carriere e per questo li temete? Chi insinua ciò promuove una visione caricaturale della magistratura che la politica ha tutto l’interesse a diffondere, ma che è lontana anni luce dalle aule di giustizia. Fortunatamente non tutti la pensano così. Mi tornano alla mente le parole del più autorevole penalista italiano, il professor Franco Coppi, secondo cui certe decisioni, rivelatesi sbagliate, possono essere state adottate perché il giudice non ha capito i fatti di causa, ma che mai nella sua lunga carriera gli è capitato che un giudice gli abbia dato torto per fare un favore al pm o “perché veste la stessa casacca” di quest’ultimo. Sono sicuro che queste parole riflettono il pensiero di tanti avvocati, ancora non obnubilati dal sentimento di rivalsa verso i magistrati. Ha fatto molto discutere l’adesione di Luigi Salvato ex esponente di Unicost al comitato Sì riforma presieduto da Zanon... Parto dalla nuda cronologia: nel luglio 2024, il dottor Salvato, all’epoca Pg presso la Cassazione, davanti alla Commissione Affari costituzionali, formulava dotte ed articolate argomentazioni per sostenere l’inutilità di questa riforma, nel gennaio 2025 rilasciava la nota intervista nella quale ribadiva tale posizione; a marzo lasciava, infine, l’ordine giudiziario per raggiunti limiti di età. Ora apprendiamo non solo che ha cambiato idea, ma che è uno dei soci fondatori del Comitato per il Sì. Non mi sento di esprimere giudizi ed anzi l’alta levatura della persona impone di osservare la massima cautela, ma non posso negare che una giravolta così repentina e radicale desta stupore. Sempre Salvato in una intervista al Dubbio parlando del sorteggio: “La riforma non mina l’autorevolezza del Csm e conserva la rilevanza dell’Anm, senza preoccupazioni elettoralistiche legate al Csm”... Elevare a norma di rango costituzionale il postulato che i magistrati ordinari (non anche quelli contabili o amministrativi) non sono in grado di eleggere i membri del proprio organo di autogoverno non significa forse degradare il prestigio dell’Istituzione? L’introduzione del sorteggio è un’umiliazione che i cittadini italiani non dovrebbero permettere e che i magistrati non meritano. Neanche un anno fa, lo stesso Salvato affermava che il sorteggio è “contrario ai principi essenziali della democrazia”. Molti sostenitori del Sì usano come argomento quanto raccontato da Luca Palamara, ex leader della sua corrente... Non può ignorarsi che, nell’attuale consiliatura, il 90% delle nomine è avvenuto all’unanimità, il che sembrerebbe smentire il refrain di correnti interessate solo a promuovere i propri favoriti, piuttosto che il candidato migliore. Sullo sfondo, resta, però, il grande tema della discrezionalità consiliare e di come essa debba atteggiarsi quando si tratta di conferire gli incarichi direttivi. Ciò che sfugge ai più è che il problema è anzitutto normativo: il legislatore non ha finora individuato dei parametri che consentano di pervenire a risultati univoci nella comparazione dei candidati anche per l’oggettiva difficoltà di misurare un’entità in sé scivolosa come la meritevolezza dei magistrati. L’inadeguatezza di tale normativa è una delle condizioni di sistema che nel tempo ha favorito il proliferare delle logiche spartitorie che temo non potranno mai cessare del tutto, fino a che non si risolva in modo soddisfacente il problema di cosa sia realmente il dirigente di un ufficio giudiziario. Non crede che l’Anm anche sul piano del gradimento paghi il prezzo di una eccessiva esposizione mediatica e di un presunto collateralismo ai partiti di opposizione? L’Anm si sta preoccupando di salvaguardare in ogni modo la propria immagine di imparzialità. Lo dimostrano le regole per l’adesione al Comitato per il No, così rigide che neanche illustri magistrati come Franco Roberti hanno potuto prendervi parte, solo perché hanno avuto esperienze da parlamentari, ancorché da tempo concluse. Molti suoi colleghi sostengono che se verrà approvata questa riforma sarà l’ennesimo tassello verso una deriva autoritaria... Certamente lo Stato sta cambiando pelle attraverso riforme apparentemente scollegate, ma in realtà accomunate dal fine di dare maggiore forza all’esecutivo. Non parlerei però di svolta autoritaria, almeno se intendiamo tale terminologia nel significato suo proprio. Mi preoccupa piuttosto la costante denigrazione della figura del giudice, spesso condotta attraverso l’uso irresponsabile dei social, che ha radici lontane nel tempo e si collega al più ampio processo di progressiva svalutazione del principio di legalità formale. È in atto una raccolta di 500 mila firme per il No al referendum lanciata da 15 “volenterosi”. Lei ha firmato? Certo. Non vedo cosa potrebbe impedirmi di esercitare un diritto riconosciutomi dalla Costituzione. “Dico Sì perché servono nomine vere e non frutto di spifferi correntizi” di Valentina Stella Il Dubbio, 31 dicembre 2025 Nicola Buccico, già presidente Cnf, ex laico Csm: “La magistratura non deve essere utile né alla destra né alla sinistra: e tutti debbono ricordarsi che è un ordine autonomo e indipendente” Avvocato Nicola Buccico, già presidente del Cnf, come mai ha scelto di far parte del “Comitato Pannella-Sciascia-Tortora”? L’adesione è il frutto di una scelta naturale: l’idea di accorpare le battaglie di libertà di Marco Pannella, l’illuminismo e il primato della ragione che hanno accompagnato Leonardo Sciascia, un gigante con i “suoi” Montaigne e Pascal, la tragica vicenda giudiziaria consumatasi sulla vita di Enzo Tortora è stata geniale. La professionalità degli aderenti, a principiare dall’amico Spangher, principe dei processualistici, è garanzia di serietà e non può che accrescere le ragioni culturali e storiche che da Mario Pagano hanno portato alla modifica costituzionale dell’articolo 111. Quindi un ottimo viatico per una giusta battaglia. Cosa ne pensa del dibattito che si sta facendo sul referendum? Il dibattito deve rimanere nel perimetro costituzionale e nell’alveo dei diritti irrinunciabili. Le degenerazioni patologiche - che tendono a stravolgere il vero ed effettivo significato del dibattito - appartengono alle forzate interpretazioni politiche collegate a previsioni congetturali, non previste dalla legge ora sottoposta a referendum. Le estremizzazioni e le capziosità politiche non aiutano: sono artatamente nebbiogene. Occorre mantenere e, quando si disallinea, riportare il dibattito nel campo costituzionale con l’atteso avveramento di un reale processo di matrice accusatoria. Il referendum è, insomma, una occasione per non disperdere i frutti del lungo cammino percorso: e gli avvocati, espulsi dall’inquisitorio e tollerati dai ritocchi successivi, non possono - comprendendo il significato della riforma - che essere tutti in prima linea. Ricordo con commozione, dopo la riforma dell’89, le parole che nel Cnf (eravamo all’alba degli anni ‘90) ci regalava, con la sua saggezza condita di ironia, il padre della riforma, Giandomenico Pisapia. Lei è stato anche membro laico del Csm. Dalla sua esperienza da cosa si evince empiricamente il condizionamento del giudice da parte dei pm? Considero positiva l’esperienza da me voluta di entrare nel Csm: conoscere dal di dentro il mondo dei magistrati costituiva, infatti, una occasione da non perdere. Ho nella mia consiliatura anche avuto rapporti eccellenti con laici di grande spessore (solo emblematicamente ricordo Spangher e Luigi Berlinguer) e magistrati valorosi (un futuro Primo Presidente della Cassazione, un futuro Procuratore generale della Cassazione e ancora attuali capi di importantissimi Uffici giudiziari). Certo gli spifferi correntizi, drammaticamente, smisuratamente e patologicamente slatentizzati dalla vicenda Palamara, esistevano e si coglievano soprattutto nel settore delle nomine e spesso si risolvevano in prove muscolari e/o in interessati abbracci ecumenici tra le varie correnti. Lei a Radio Radicale ha detto che tutto parte dai Consigli giudiziari. Ci può spiegare in che senso? Sono i luoghi di prossimità della originaria e genetica promiscuità: qui giudici e pm, pur essendoci la protocollare presenza del rappresentante degli Ordini Forensi, si incontrano e si valutano, si giudicano e spessissimo si promuovono, vicendevolmente. È rarissimo che il Csm sulla base di queste valutazioni che provengono dalle Corti di Appello, dove sono insediati ed operano i Consigli giudiziari, si discostino. La letteratura dei Consigli giudiziari è, spesso se non abitualmente, monotona e ripetitiva in chiave laudativa ed autoassolutoria. Lei è favorevole o contrario al sorteggio? E non crede ci sia una disparità nel prevedere il sorteggio temperato per i laici e quello puro per i togati? Parliamoci chiaro. Il sorteggio è di per sé una sconfitta. E se vogliamo dirla tutta, una sconfitta della ragione. Ma la degenerazione correntizia (che mediaticamente con Palamara ha assunto una espansione tumorale) ha imposto un rimedio radicale “per abolire e contenere il ginepraio di correnti” e stoppare una insana e incomprensibile politica giudiziaria ormai emblemitizzata come metodo Palamara (anche se storicamente non è giusto addossare colpe cosmiche e totemiche ad una sola persona!). A tale approdo è pervenuto anche Augusto Barbera, già Presidente della Corte costituzionale, coltissimo uomo di sinistra. Prima di ogni altra considerazione sul sorteggio puro e quello temperato attendiamo, scaramanticamente, le leggi attuative. E soprattutto non demonizziamo l’Alta Corte, ancora in parte domestica: l’ideale, e non solo per i magistrati, ma anche per gli avvocati, come vado predicando inutilmente, è un giudice disciplinare effettivamente e totalmente terzo. Lei davvero crede che nell’attuale sistema processuale i giudici non siano terzi ed imparziali? Il giudice non può che essere terzo rispetto alle parti, accusa e difesa: la imparzialità è il suo abito naturale. Non siamo qui a fare le pulci a nessuno: già i processi televisivi ci alluvionano facendo crescere disaffezione e pregiudizio. Cosa pensa quando sente il governo dire che questa riforma serve a “ricondurre” la magistratura e che oggi è utile alla destra, domani lo sarà alla sinistra? La magistratura non deve essere utile né alla destra né alla sinistra: e tutti debbono ricordarsi (vecchio e nuovo 104 della Carta costituzionale) che la magistratura “costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”. Questa, e non altra, è la stella polare! Qual è l’argomento dei No che più la irrita? L’aspetto più irritante (e del tutto friabile e inconsistente) è la prospettazione apocalittica del futuro, con i pm asserviti all’Esecutivo. In definitiva così si combatte la riforma con un non argomento, al di fuori della previsione della norma costituzionale. L’altro non argomento, di taglio paraintellettuale, è quello del declino della cultura della giurisdizione, come se fosse possibile delimitarne il perimetro a giudice e pm. La cultura della giurisdizione, cioè l’insieme e il fondamento di valori nei quali si riconosce al principio di legalità il giusto criterio della risoluzione dei conflitti, appartiene certamente anche agli avvocati quali soggetti attivi della giurisdizione e non può che permeare l’intero corpo sociale. Occorre quindi difendere la riforma nel nome della democrazia e della civiltà giuridica. Difetti e rinvii, il processo penale telematico resta sulla carta. Ma le scadenze del Pnrr incombono di Mila Fiordalisi Il Domani, 31 dicembre 2025 Ennesima grana per il ministero della Giustizia che però si sfila dalle responsabilità: “Saliti su un treno già in corsa, lanciato ad alta velocità, senza la possibilità di arrestarne la marcia” a causa delle scadenze Pnrr. E nel 2026 si rischia l’ennesima impasse dopo due anni di criticità: per il Consiglio superiore della magistratura i tempi non sono ancora maturi: “Applicativi in stato ancora embrionale”. Fine anno col botto per la saga infinita del processo penale telematico. Sono passati due anni da quando è stato lanciato l’applicativo “App” che avrebbe dovuto innescare la “rivoluzione digitale”: l’obbligatorietà dell’utilizzo del sistema fu introdotta con la riforma Cartabia nel 2022 per scattare ufficialmente (ma solo in teoria) nel 2024 - con tanto di rigide tappe per passare dalla fase sperimentale all’adozione a regime. Tappe peraltro collegate alle milestone del Pnrr. Ma da allora problemi e malfunzionamenti tecnici hanno costretto molti tribunali a rimandare la partita più di una volta per non impantanare la già complessa macchina della giustizia. E non sono bastati gli “aggiustamenti” al software e le numerose deroghe ministeriali a sbloccare l’impasse e a garantire il rispetto di una roadmap che aveva fissato al 31 dicembre di quest’anno la fine del doppio regime (analogico e digitale) per inaugurare finalmente la piena operatività del sistema. Nel 2026 si sbloccherà davvero la situazione? E il 2026 si prepara a partire con un deja-vu: a inizio 2025 ossia allo scoccare dell’entrata in vigore delle disposizioni introdotte dal decreto numero 206 di dicembre 2024 (che prevedeva il deposito esclusivamente in modalità telematica di atti e documenti) ben 87 tribunali sospendevano d’ufficio l’applicazione delle regole. Ebbene alla vigilia del nuovo anno la situazione resta in alto mare: il 29 dicembre la procura generale di Napoli ha disposto la sospensione fino al 30 giugno 2026 dell’obbligatorietà dell’uso della App 2.0 (la versione riveduta e corretta che avrebbe dovuto risolvere tutte le problematiche tecniche) in tutto il distretto giudiziario del capoluogo campano. “Abbiamo ritenuto necessario assicurare stabilità, efficienza e legalità all’attività giudiziaria, evitando che criticità tecniche possano rallentare o compromettere procedimenti urgenti e delicati - ha detto il procuratore generale di Napoli Aldo Policastro -. La sospensione dell’obbligatorietà del deposito telematico nelle aree ancora affette da malfunzionamenti non rappresenta un passo indietro nella digitalizzazione, ma un intervento previsto dalla legge per garantire continuità e sicurezza operativa”. E appena qualche giorno fa, il 22 dicembre, è stato il tribunale di Roma a optare per la deroga al 30 giugno 2026. E le questioni da sanare sarebbero numerose e non riguarderebbero solo il corretto funzionamento di “App”: computer troppo vecchi e connettività non adeguata rallenterebbero l’uso del sistema; e a pesare sarebbero anche i continui correttivi al software. Per il Csm ancora criticità da sanare - Non solo: il Consiglio superiore della Magistratura (Csm) nell’esprimersi sulla nuova bozza di regolamento ministeriale che punta all’esclusività del deposito digitale di atti, documenti e intercettazioni a partire dal 1° luglio 2026 con una tappa intermedia prevista il 1° aprile per gli atti nei procedimenti cautelari, invita alla prudenza. Il Csm ha scritto nero su bianco che i tempi non solo non sono ancora maturi - persistono errori e malfunzionamenti - e che il rischio, visto come stanno le cose, è di ottenere l’effetto boomerang poiché l’informatizzazione al posto di accelerare e rendere più efficiente l’attività giurisdizionale penale di fatto rischia di rallentare la macchina della giustizia. “Su proposta della Settima commissione - si legge nella nota del Cms - è stato approvato il parere relativo al decreto del ministro della Giustizia che modifica il regolamento sul funzionamento del processo penale telematico. In particolare, la delibera, dopo avere rilevato la perdurante sussistenza di talune criticità nell’applicativo App, esamina gli effetti del nuovo decreto ministeriale, che differisce al 1° aprile 2026 e al 1° luglio 2026 il deposito esclusivamente telematico, rispettivamente, degli atti relativi a taluni procedimenti speciali e all’impugnazione del sequestro probatorio e degli atti relativi alle intercettazioni. In proposito, la delibera auspica un intervallo temporale più ampio per il doppio regime, atteso che gli applicativi sono in stato ancora embrionale per alcune delle indicate attività, rispetto alle quali, peraltro, il Codice di rito impone rigidi termini. Inoltre, vengono evidenziate le criticità derivanti dalla compresenza di diversi regimi analogico/digitale per procedimenti che, invece, dovrebbero essere unitariamente considerati”. Lo scaricabarile del ministero della Giustizia - Il ministero della Giustizia tenta di correre ai ripari e in una nota tenta di smarcarsi dalle responsabilità: “Il ministero si è trovato a salire su un treno già in corsa, lanciato ad alta velocità, senza la possibilità di arrestarne la marcia, poiché il rispetto delle scadenze Pnrr costituisce un impegno assunto dallo Stato italiano in sede europea”. E riguardo ai persistenti problemi della piattaforma si limita a dichiarare che “non è mai stato sostenuto che la transizione digitale di un sistema complesso come il processo penale potesse avvenire senza criticità”. Sì, ma quanto dureranno ancora queste criticità? Riguardo al caso Napoli via Arenula imputa la colpa alla procura partenopea: “È stata l’ultima, in ordine temporale, ad attivare la componente Adi Switch per il conferimento delle intercettazioni, nonostante il sistema fosse già operativo e disponibile per gli altri uffici”. Ma di fatto a detta proprio dello stesso ministero siamo ancora nella fase della sperimentazione, considerata “la scelta di prevedere un ulteriore periodo di accompagnamento per alcune tipologie di procedimenti, tra cui intercettazioni e riesame”. E secondo il ministero ciò “non rappresenta un arretramento del processo di digitalizzazione, ma una fase di sperimentazione monitorata, coerente con la delicatezza degli interessi coinvolti”. Asti. Detenuto suicida, arrestato per resistenza mentre era sotto effetto di droghe di Daniela Peira lanuovaprovincia.it, 31 dicembre 2025 Emerge qualche dettaglio in più sulla tragica fine di Christian Guercio, il detenuto che ieri sera ha deciso di porre fine alla sua vita in una delle celle della piccola sezione “circondariale” alla Casa di Reclusione di Asti. L’uomo, 38 anni, elettricista esperto e una passione sfrenata per la musica, combatte da anni contro la dipendenza da droga. In passato aveva già avuto qualche guaio con la giustizia proprio in riferimento agli stupefacenti ai quali era fortemente legato. Poi un periodo di relativa tranquillità con il recupero di una vita normale e, negli ultimi tempi, una nuova ricaduta nella dipendenza. Crisi senza controllo - Dipendenza che qualche giorno fa ha provocato l’intervento delle forze dell’ordine. Secondo quanto appreso da fonte giornalistica, l’uomo si trovava a casa dei genitori in preda ad una crisi fortissima dovuta all’assunzione di droghe pesanti. Al punto da essere totalmente ingestibile dalla famiglia e pericoloso per sé e per gli altri. Di qui l’esigenza di chiedere l’intervento di una équipe del 118 per tentare di riportare alla ragione l’uomo in grandissimo stato di agitazione. I soccorritori, una volta arrivati, viste le condizioni di estrema agitazione di Guercio, hanno chiesto a loro volta l’intervento delle forze dell’ordine per immobilizzarlo e autotutelare la propria incolumità. Ma le divise non hanno fatto altro che agitare ulteriormente l’uomo il quale, dopo non pochi sforzi, è stato ammanettato e arrestato per resistenza a pubblico ufficiale, essendosi ribellato a chiunque si avvicinasse per calmarlo. Di qui il suo arrivo in carcere ad Asti, dove è stato rinchiuso tre giorni in attesa dell’udienza di convalida che si è tenuta ieri, in modalità “videoconferenza” con il gip Bertelli Motta e il difensore di Guercio, l’avvocato Lamatina. L’uomo sembrava essersi notevolmente calmato e l’interrogatorio dalla saletta del carcere adibita ai collegamenti da remoto, si è svolto senza accessi di ira da parte del detenuto. Il gip ha convalidato l’arresto disponendo che restasse in carcere. Poche ore dopo, Guercio ha usato un lenzuolo in dotazione alla cella per togliersi la vita. I motivi dei tanti suicidi in carcere - “È una notizia che ci rattrista tantissimo - dice l’avvocato Davide Gatti nella veste di presidente della Camera Penale di Asti - Anche se non ci stupisce. Quello dei suicidi nelle carceri italiane è un numero in crescita e non si vede, al momento, un’inversione di tendenza. Come Camera Penale - aggiunge - da tempo conduciamo una battaglia di legalità per l’adozione di misure che riducano, anzi azzerino, il numero di suicidi in carcere. E ci rendiamo conto che nessuno ci sta ascoltando. Questa ultima tragica notizia astigiana, anzi, ci conferma, se ce ne fosse bisogno, la misura della realtà di vita negli stati di reclusione. I motivi sono noti a tutti: sovraffollamento delle celle, carenza di personale penitenziario, carenza di strutture per reinserire i detenuti, carenza di progetti interni alle carceri per favorire un pieno reintegro sociale. E poi quelli specifici che si legano al triste fatto astigiano: la mancanza di personale specializzato, dentro le carceri, in grado di cogliere le fragilità dei detenuti. Che si aggiunge ad una carenza cronica di Rems (Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza) specifiche per la reclusione e cura di detenuti con patologie psichiatriche” prosegue Gatti. Si pensi che ne esistono solo 32 in tutta Italia che soddisfano in minima parte le richieste. Mancano le strutture per i detenuti “psichiatrici” o affetti da dipendenze - In effetti, quella di una crescente presenza di “detenuti psichiatrici” nelle celle è uno fra i maggiori problemi anche sollevati dai sindacati degli agenti penitenziari che sottolineano come questi tipi di patologie mettano in serio pericolo la sicurezza di intere sezioni. “Un fatto tragico come quello di Asti è figlio di tutto questo insieme di problemi e carenze mai affrontati e risolte - conclude il presidente della Camera Penale - mentre va ricordato che lo Stato è custode del cittadino detenuto e ha il dovere di tutelarlo e di assicurarsi che il carcere sia un luogo sicuro”. “Servono più psicologi in carcere” - Sul suicidio del detenuto astigiano interviene anche il sindaco di polizia penitenziaria USPP di Piemonte e Valle d’Aosta. “La vita di un uomo, con la sua storia, le sue fragilità e le sue speranze, si è conclusa nel peggiore dei modi. Il personale della Polizia Penitenziaria, che ogni giorno si impegna con dedizione e professionalità nel difficile compito di gestire la vita all’interno delle carceri, è profondamente colpito da questo evento. Custodire e supportare persone in condizioni di vulnerabilità significa portare il peso di vite segnate da difficoltà, talvolta senza poterle salvare tutte. Questo tragico episodio pone l’ennesimo interrogativo su come intercettare i segnali di disagio e prevenire simili tragedie, spesso, purtroppo, i messaggi di aiuto non sono chiari o non vengono percepiti ed è a questo che si aggiunge la cronica carenza di organico che grava sulle spalle degli operatori, riducendo le possibilità di intervento tempestivo. I dettagli di quanto successo sono in via di accertamento. Per questo, riteniamo sia urgente e necessario che l’Amministrazione Penitenziaria potenzi la presenza di psicologi e specialisti all’interno delle carceri, figure capaci di leggere tra le righe e intervenire tempestivamente in situazioni di crisi e che, al contempo, si affronti con serietà il problema del sovraccarico di lavoro del personale penitenziario, per garantire condizioni di sicurezza e di assistenza adeguate. La USPP ribadisce il proprio impegno per una giustizia più umana, che tuteli i diritti dei detenuti e supporti concretamente il lavoro di chi li accudisce ogni giorno. Al Personale di Polizia Penitenziaria rivolgiamo un messaggio: “Il vostro lavoro è prezioso ed anche quando non sembra sufficiente mai smettere di essere presenti, di ascoltare e di sperare”. Asti. Il Garante sul suicidio in carcere: “Questa morte non può lasciare indifferente nessuno” di Daniela Peira lanuovaprovincia.it, 31 dicembre 2025 Domenico Massano in un intervento spiega che si tratta dell’80 suicidio di un detenuto dall’inizio dell’anno. Nominato Garante dei Detenuti del carcere di Asti da qualche mese, Domenico Massano si è trovato di fronte alla peggiore delle situazioni che possa riguardare un recluso. Il suo suicidio. Questo il suo intervento frutto di un ragionamento che, dalla posizione ricoperta, tiene conto di fatti e circostanze verificate. “Sono da poco uscito dalla Casa di reclusione di Asti dove ho trascorso la mattinata dopo aver appreso con profonda costernazione la tragica notizia del suicidio di una persona detenuta, arrestata da pochi giorni, ed esprimo la mia vicinanza ai suoi famigliari. È un dramma che colpisce profondamente e che testimonia il senso di solitudine e l’affievolirsi di ogni speranza per chi viene recluso. Secondo quanto mi è stato riportato dalla Direzione dell’area sanitaria e dal Comandante della Polizia Penitenziaria, molto provati per l’accaduto, il personale in servizio è intervenuto non appena accortosi della situazione senza, purtroppo, riuscire ad evitarne il tragico epilogo. Si tratta dell’ottantesima persona che quest’anno si è tolta la vita in carcere. Non si tratta di numeri, ma di vite che si sono tragicamente spente. Vite che non ci possono lasciare indifferenti, che devono interrogare e che devono riportare l’attenzione sulla drammatica situazione che si vive entrando nelle carceri del nostro paese. Il cronico sovraffollamento e le carenze di personale, che affliggono il nostro sistema penitenziario, carcere astigiano incluso, sono problemi che richiedono urgenti soluzioni per prevenire ulteriori drammi, per garantire la finalità della pena costituzionalmente prevista e per restituire speranza. Nel corso della mattinata mi sono anche recato a parlare con un’altra persona detenuta che era reclusa nella stessa sezione e che, con tristezza e rassegnazione, mi ha detto: purtroppo il carcere è anche questo. Ma non deve essere così. È importante rompere il muro di silenzio che avvolge il carcere per riportare speranza, riconoscere le sofferenze che vi si vivono e attuare interventi concreti ed immediati per migliorare la situazione e garantire diritti” Milano. Carcere di Opera, familiari chiusi per tre ore. “Come ostaggi!” di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 31 dicembre 2025 Tre ore chiusi a chiave nella sala d’attesa, senza poter uscire né avvisare nessuno. Mentre ai detenuti sarebbe stato detto che i familiari se n’erano andati. Affettività dimezzata, presunta aggressione nei confronti di un familiare in attesa di colloquio e perquisizioni con le scarpe sopra le lenzuola dei detenuti. Il clima all’interno del carcere milanese di Opera si sarebbe fatto pesante, quasi irrespirabile. Sarebbe accaduto il 19 dicembre scorso nel carcere di Opera: dopo che un detenuto era evaso il 7 dicembre, la situazione sarebbe precipitata. Roberto Giachetti, deputato di Italia Viva, ha presentato un’interrogazione al ministro della Giustizia dopo aver ricevuto una segnalazione dall’Associazione Yairaiha, che raccoglie le testimonianze dei familiari delle persone detenute. Le segnalazioni parlano di un clima che sarebbe cambiato radicalmente dopo l’evasione. Perquisizioni ogni giorno, con agenti che, secondo quanto riferito, salirebbero sui letti dei detenuti con le scarpe. Sezioni che verrebbero chiuse senza spiegazioni. E soprattutto quella giornata di metà dicembre che i familiari descrivono come “da incubo”. Per i familiari dei detenuti, quella che doveva essere l’ora di colloquio per mantenere vivo il legame affettivo si sarebbe trasformata in una sorta di sequestro. Lo scrivono i parenti nella segnalazione inviata a Yairaiha: sarebbero stati tenuti chiusi a chiave per tre ore nella stanza d’attesa, senza poter comunicare con nessuno e senza la possibilità di uscire, nemmeno per chi doveva andare a prendere i figli a scuola. Ma ci sarebbe di più. In quelle tre ore di tensione, si sarebbe consumato un vero e proprio “gioco psicologico” ai danni di chi sta dentro e di chi sta fuori. Ai familiari sarebbe stato detto che i detenuti non volevano scendere per l’incontro, mentre ai detenuti, in sezione, sarebbe stato raccontato che le famiglie se ne erano già andate. Una presunta bugia che avrebbe alimentato rabbia e frustrazione. In quel clima di esasperazione, un agente di polizia penitenziaria avrebbe persino spinto un parente durante l’attesa nella saletta. I colloqui sarebbero iniziati solo dopo tre ore di stallo, lasciando le persone in uno stato di profonda prostrazione. Ma non sarebbe finita lì. Secondo quanto riferito nell’interrogazione, la direttrice avrebbe minacciato di sospendere i colloqui come misura preventiva. Una mossa che avrebbe aumentato la preoccupazione tra detenuti e famiglie, perché i colloqui rappresentano spesso l’unico sostegno emotivo per chi sta dentro. Le telefonate rischierebbero di essere dimezzate. Dal 12 gennaio 2026, secondo quanto annunciato, le chiamate mensili potrebbero passare da 8 a 4. Rita Bernardini, che ha visitato il carcere il 22 dicembre insieme ad altri esponenti di Nessuno tocchi Caino, avrebbe potuto vedere una circolare interna che parlerebbe di una riduzione ancora più pesante per chi ha figli piccoli. Ai detenuti con figli minori di 10 anni verrebbero concesse solo due telefonate in più al mese. Significherebbe passare da una chiamata al giorno - possibile grazie a una norma del decreto legge del 2020 che il direttore può applicare per chi ha figli minori o figli maggiorenni con disabilità grave - a un totale di sei telefonate al mese. Una diminuzione drastica. Anche i pacchi sarebbero sotto attacco. Lenzuola, coperte, generi alimentari come il pesce potrebbero non essere più accettati. Le mattonelle refrigeranti sarebbero state rimosse dalle borse frigo, rendendo difficile conservare gli alimenti. Nei mesi invernali, quando il freddo si fa sentire, non poter ricevere coperte da casa diventa un problema serio. Perquisizioni con le scarpe sui letti - L’evasione del 7 dicembre sembra aver autorizzato metodi che, secondo le segnalazioni, avrebbero poco a che fare con la sicurezza e molto con l’umiliazione. Le testimonianze parlano di perquisizioni giornaliere nelle celle. Non sarebbe la procedura in sé a essere contestata, ma il modo: gli agenti salirebbero sui letti dei detenuti con le scarpe addosso, sporcando le lenzuola dove le persone dormono. Un gesto che avrebbe anche un valore simbolico enorme: comunicherebbe al detenuto che il suo spazio minimo di dignità non esiste più. Ma ci sarebbe anche un altro aspetto che emerge dall’interrogazione. La sezione B del carcere di Opera sarebbe stata chiusa. Una sezione che da 15 anni funzionava con un regime “aperto”, considerata all’avanguardia per i risultati ottenuti nella riduzione della recidiva. Un progetto che aveva dimostrato di funzionare e che ora verrebbe dismesso. Nessuno tocchi Caino avrebbe potuto constatare personalmente questa chiusura durante la visita del 22 dicembre. Giachetti chiede al ministro della Giustizia di verificare i fatti, anche attraverso un’ispezione ministeriale e con l’ausilio delle registrazioni delle telecamere di vigilanza. Se confermati, questi episodi costituirebbero “un’ingiustificata umiliazione delle persone detenute e dei loro familiari”, scrive nell’interrogazione. Il deputato vuole sapere se è vero che sarebbero state date disposizioni che nei fatti costituirebbero una drastica riduzione dei contatti delle persone detenute con i loro affetti. Se è vero che sarebbero stati eliminati i colloqui con terze persone. Se è vero che il progetto della sezione B sarebbe stato dismesso definitivamente. E soprattutto chiede quali iniziative intenda adottare il ministero per agevolare i contatti, considerati dall’ordinamento penitenziario elementi fondamentali del trattamento ai fini del reinserimento sociale. L’evasione del 7 dicembre avrebbe fatto scattare una reazione a catena. Perquisizioni più severe, controlli più rigidi, sezioni chiuse. Ma le misure adottate sembrerebbero andare oltre la sicurezza, toccando il diritto all’affettività che la legge riconosce alle persone detenute. I familiari raccontano di un clima di paura e tensione. I detenuti vivrebbero nella preoccupazione che i contatti con l’esterno vengano ridotti ancora. La questione non è solo di ordine pubblico. È anche di dignità. Le presunte perquisizioni quotidiane con agenti che salirebbero sui letti con le scarpe, i familiari chiusi a chiave per ore, le minacce di togliere i colloqui come misura di pressione. Tutto questo disegnerebbe un quadro che andrebbe oltre la normale gestione della sicurezza dopo un’evasione. L’associazione Yairaiha chiede un intervento urgente e un accertamento della situazione. Soprattutto per verificare la fondatezza delle segnalazioni relative all’eliminazione dei colloqui in terza persona e per garantire che queste misure non vengano adottate in modo arbitrario. Il rischio è che un episodio come l’evasione diventi il pretesto per un giro di vite che colpisce chi sta dentro e chi viene da fuori a trovarlo. Il messaggio che arriva dall’Associazione Yairaiha è chiaro: l’affettività non può essere usata come una leva di controllo o, peggio, come una misura punitiva collettiva dopo un’evasione. Il rispetto della dignità umana, anche dentro un carcere di massima sicurezza come quello di Opera, non è un optional, ma un obbligo costituzionale. L’interrogazione parlamentare ora aspetta una risposta dal ministero. I familiari continuano ad andare al carcere, sperando che la situazione torni alla normalità. Ma la normalità, a Opera, sembra ancora lontana. Bologna. Rivolta al carcere della Dozza: materassi incendiati e detenuti barricati nei reparti bolognatoday.it, 31 dicembre 2025 Tensione nella tarda serata di oggi alla casa circondariale di via del Gomito: coinvolti i reparti 2A e 2B, sul posto penitenziaria, polizia, Digos e vigili del fuoco. Un gruppo di circa cinquanta detenuti, appartenenti principalmente ai reparti 2A e 2B del padiglione giudiziario, ha scatenato una rivolta all’interno del carcere della Dozza di Bologna poco prima delle 21. I detenuti si sono rifiutati di rientrare nelle celle e hanno dato fuoco ai materassi, causando il rapido intervento delle forze dell’ordine e dei soccorritori. La situazione è degenerata quando uno di loro si è visto negare dal medico in servizio il trasferimento ospedaliero. Le fiamme e il fumo hanno reso necessario l’intervento dei vigili del fuoco e dell’ambulanza. Secondo quanto riferito, la rivolta ha avuto origine dal rifiuto, da parte del medico in servizio, di autorizzare il trasferimento del detenuto in ospedale, dopo che quest’ultimo ha detto di aver ingerito uno stuzzicadenti. Questa decisione ha scatenato la violenta reazione degli altri detenuti. La risposta delle autorità non ha tardato: sono stati richiamati non solo gli agenti della polizia penitenziaria, le pattuglie della polizia, unità delle Volanti e la Digos, mentre i vigili del fuoco hanno lavorato per domare i roghi e limitare i danni causati dal fumo che invadeva il padiglione giudiziario. Il pronto intervento dell’ambulanza è stato necessario a causa del fumo generato dagli incendi. L’allarme dei sindacati tra tensioni e sovraffollamento - Il sindacato di polizia penitenziaria, tramite il segretario generale aggiunto del Sappe Giovanni Battista Durante e il segretario nazionale Francesco Campobasso, ha denunciato la situazione della Dozza. “Il carcere di Bologna sta diventando ingestibile per l’arroganza e la violenza di detenuti che non hanno più alcun rispetto delle regole”, hanno dichiarato pubblicamente. Le loro parole mettono nuovamente sotto i riflettori le condizioni di sicurezza e gestione della Dozza, una struttura che da tempo soffre per il sovraffollamento, la carenza di personale e l’aumento della tensione tra i detenuti, soprattutto nei reparti più problematici. Milano. Bollate, settimo reparto: dove chi ha commesso un reato sessuale prova a redimersi di Maria Gomiero Avvenire, 31 dicembre 2025 Siamo stati all’interno dell’unità di trattamento intensificato del carcere lombardo, dedicato a chi ha aderito volontariamente a un percorso trattamentale. Così gli esperti ascoltano il dolore provocato dagli uomini e chiedono loro di elaborare i traumi causati. C’è un uomo di circa sessant’anni che piange su una sedia. Tra i singhiozzi dice di essere “doloroso”, e intende che sta soffrendo. Una quarantina di uomini intorno a lui lo ascoltano in silenzio. Le sedie sono disposte lungo il perimetro della stanza, quadrata, e tutti si possono guardare negli occhi. Per entrare in questa stanza bisogna salire al secondo piano del settimo reparto della casa di reclusione di Bollate dove si trova l’Unità di trattamento intensificato (UTI) per gli autori di reati sessuali. Lì si tengono le assemblee presiedute dal criminologo Paolo Giulini. Ed è la sua l’unica voce a interrompere il pianto di Aldo (nome di fantasia) dall’altro capo della sala: “È molto più doloroso subire una violenza sessuale”. Qualche giorno prima hanno ascoltato la testimonianza di una vittima. Aldo continua ad affannare ma annuisce: “Sette anni fa, non capivo, io non pensavo di aver arrecato danni. Non riuscirò mai davvero a comprendere quello che ho fatto” aggiunge con un soffio. E poi resta in silenzio. È l’ultima assemblea dell’anno, nei prossimi giorni i detenuti riceveranno, durante colloqui individuali, le considerazioni sul loro percorso e un’indicazione da parte dell’equipe sul rinnovare il percorso con un’altra annualità o meno. Tutti gli uomini seduti ai lati della stanza hanno commesso un reato sessuale e hanno aderito volontariamente al percorso trattamentale, firmando un contratto dopo un periodo di prova e di valutazione. “Chi fa parte dell’Unità deve rispettare le regole, partecipare a tutte le attività di gruppo e deve lavorare su se stesso e sul suo reato” spiega il professor Giulini, fondatore del Centro italiano per la promozione della mediazione, una cooperativa sociale che dal 1995 si occupa di promuovere pratiche di giustizia riparativa e che da vent’anni interviene con percorsi trattamentali a Bollate. Oltre alle assemblee con Giulini il programma dell’Unità prevede ogni settimana incontri di yoga e meditazione, il gruppo motivazionale, quello sulla gestione dello stress, l’attività motoria, il gruppo di prevenzione della recidiva e quello di abilità sociali. “I reati sessuali sono legati a una mancanza relazionale e se non si agisce su questo aspetto la violenza sarà reiterata” chiarisce il criminologo. Infatti spesso la detenzione rafforza i sentimenti di rabbia e la percezione di sé come vittima. Nel 2022 secondo la Commissione d’inchiesta sul femminicidio “coloro che agiscono violenza contro le donne tendono ad atti aggressivi sempre più gravi e, in assenza di un intervento, recidivano nell’85% dei casi”. Alla luce di queste evidenze da tre anni è stata allestita una seconda unità, sempre nel settimo reparto di Bollate, rivolta a chi commette reati contro le donne. Il trattamento è strutturato sul lavoro collettivo, tutte le attività, dall’arteterapia al cineforum, si svolgono in gruppo. Sergio Martinelli, che coordina l’attività motoria, sottolinea che “quando si fa uno sport di squadra non ci si può nascondere: competitività, aggressività, gestione del fallimento, emerge tutto”. Ma l’attività fisica non è fine a se stessa: “Prima di iniziare ci riuniamo in cerchio e chiedo a tutti come stanno - continua Martinelli - e dopo l’attività lo rifaccio. Le risposte sono molto diverse”. Martinelli, ex-calciatore, è nell’equipe dell’UTI fin dall’inizio, “quando Giulini mi ha chiesto di aiutarlo in questo progetto gli ho domandato perché volesse lavorare proprio con uomini che fanno queste cose, e lui mi ha risposto: “Se riusciamo a evitare che anche uno solo di loro torni a violentare una donna o un bambino, siamo riusciti nel nostro lavoro”“. Il programma di trattamento portato avanti nell’Unità di Bollate ha portato il tasso di recidiva sotto il 4% e rispecchia l’approccio del direttore dell’istituto Giorgio Leggieri: “Perché il carcere non deve essere un contenitore dove le persone arrivano e stanno lì. A Bollate non facciamo niente di straordinario, niente che non sia previsto dalla legge, che poi in altri istituti non sia implementato è un’altra questione”. Leggieri evidenzia che “il modello Bollate” non dipende solo dalla direzione: “Ho ereditato un sistema coraggioso e soprattutto aperto: alla società civile, al lavoro, a tutte le possibilità di reinserimento e di accompagnamento delle persone detenute verso una vita diversa”. Giulini segue gli uomini anche al termine della detenzione attraverso il Presidio criminologico territoriale che definisce “un corrimano, un posto che gli dà supporto dove depressurizzare situazioni di stress e ci permette di monitorare eventuali comportamenti a rischio”. Andrea ne parla durante l’assemblea finale dei sex offender e l’ipotesi di continuare il percorso fuori da Bollate lo tranquillizza: “Tra sei mesi uscirò e ho iniziato a lavorare e sono molto preoccupato per i soldi, ma mi rendo conto che da quando ho questi pensieri faccio più fatica a gestire le mie emozioni e perdo il controllo facilmente”. Andrea ha imparato bene la massima dello psichiatra Jocelyn Aubut che viene consegnata a tutti i membri dell’UTI: “Il delinquente sessuale non deve mai considerarsi al riparo da una ricaduta”. L’idea di lasciare quei corridoi decorati durante le ore di arte terapia gli fa quasi paura, “ma ora so che c’è un posto dove posso chiedere aiuto”. Giulini prende appunti su ogni intervento che viene fatto, ringrazia per la condivisione, incalza, redarguisce, incoraggia, stronca, lascia che quell’uomo di sessant’anni continui a piangere per il dolore che ha causato. Padova. Luca Zaia in carcere in visita a personale, detenuti e realtà del terzo settore di Rossana Certini Il Gazzettino, 31 dicembre 2025 Zaia: “Grazie ai progetti di rieducazione e alla collaborazione con le cooperative, la recidiva scende al 2%. Questo significa che il 98% dei partecipanti a questi progetti non commette più reati”. Per una delle sue prime uscite da presidente del Consiglio regionale del Veneto, Luca Zaia sceglie la casa di reclusione Due Palazzi di Padova. Arriva puntuale alle 11 e saluta i giornalisti all’ingresso, ormai con la familiarità di chi conosce tutti per nome, scambiando battute con ciascuno. Accompagnato dalla direttrice Maria Gabriella Lusi, varca il cancello dell’istituto penitenziario, trascorrendo qualche minuto a colloquio con la direttrice, per poi incontrare, in una grande sala riunioni, le realtà del terzo settore attive nella struttura, una rappresentanza dell’amministrazione penitenziaria e le persone detenute che lo hanno accolto. La visita prosegue tra i laboratori dove i carcerati svolgono attività di inserimento lavorativo grazie alla collaborazione con alcune cooperative del territorio tra cui Giotto, che li coinvolge in attività che vanno dalla pasticceria artigianale al call center per servizi esterni, dal giardinaggio alla manutenzione del verde; AltraCittà, impegnata nell’integrazione sociale dei detenuti attraverso percorsi di formazione e reinserimento lavorativo che creano un ponte tra il carcere e la città e Ristretti Orizzonti, che coinvolge carcerati e volontari esterni nella redazione di una rivista bimestrale, attività di rassegna stampa e formazione. Complessivamente, queste realtà impiegano circa 150 detenuti. Zaia si ferma a parlare con i detenuti, si fa spiegare il lavoro che svolgono e, giunti nel call center, tra flash e smartphone dei giornalisti presenti, indossa cuffie e microfono e, supportato da un operatore esperto, risponde a una chiamata arrivata da un’ignara cittadina che doveva prenotare una visita medica a Padova. “Allora ghe demo il 6 luglio?” propone Zaia. Lo stesso presidente non nasconde il sorriso a conclusione della telefonata. Chissà se chi era dall’altra parte ha avuto qualche dubbio. Zaia non ha mascherato la voce, né eliminato gli intercalari veneti o modificato l’accento, regalando un momento di pura spontaneità a tutti i presenti. Ma quella che poteva apparire come una semplice scena divertente è, in realtà, un gesto di condivisione con gli operatori del call center del carcere. Un segno di stima e apprezzamento per il lavoro quotidiano di chi, nelle cooperative attive all’interno della casa circondariale, contribuisce al reinserimento sociale dei detenuti e alla riduzione della recidiva. “Grazie ai progetti di rieducazione e alla collaborazione con le cooperative, la recidiva scende al 2%”, spiega Zaia. “Questo significa che il 98% dei partecipanti a questi progetti non commette più reati. Questi dati dimostrano che la via d’uscita dalla criminalità è attraverso progetti concreti di riabilitazione e professionalizzazione, e spero che, gradualmente, possano essere coinvolte anche imprese private”. Poi aggiunge: “Non tutti conoscono da vicino la realtà del carcere, che è quasi un’altra città. In Veneto attualmente abbiamo nove istituti penitenziari, con circa 2.800 detenuti, di cui 1.400 stranieri. Questo significa che la percentuale di detenuti stranieri è del 50%, più alta rispetto alla media nazionale, che è del 32-33%. Un altro tema importante è il sovraffollamento. Come in molte altre strutture italiane, le nostre carceri sono al limite della capacità”. E conclude: “L’8 gennaio a Rovigo inaugureremo il nuovo carcere minorile, che contribuirà ad alleviare questa situazione”. Padova. Show di Zaia tra i detenuti del Due Palazzi, risponde lui al call center di Gabriele Fusar Poli Corriere del Veneto, 31 dicembre 2025 Padova, parte del Cup è gestito dalla coop del carcere. E lui si improvvisa operatore del centro prenotazioni sanitario. “Tranquilla signora, gliela sposto io la visita medica”. La voce è inconfondibile, eppure difficilmente Paola - nome di fantasia - l’avrà riconosciuta, anche perché tutto ci si può aspettare tranne che trovare all’altro capo del telefono del Cup l’ex governatore del Veneto e attuale presidente del Consiglio Regionale: Luca Zaia. In carcere, oltretutto: forse in pochi, infatti, sanno che buona parte delle prenotazioni agli esami specialistici che vengono poi effettuati negli ospedali del Padovano vengono gestite dal call center attivato dalla cooperativa Giotto all’interno del carcere Due Palazzi nella città del Santo. Ecco quindi che Zaia, in visita istituzionale ieri alla casa di reclusione, decide di “cimentarsi” nella risoluzione del problema della signora Paola, e con successo: nel giro di quattro minuti e mezzo prima sposta di un mese la visita oculistica programmata per gennaio “perché prima la si fa e meglio è” e poi accontenta l’utente posticipandogliela ulteriormente a luglio, come da richiesta. A fine telefonata Luca Zaia commenta soddisfatto: “Avrei sempre voluto rispondere a un call center, e direi che come prima volta è andata decisamente bene. Oltretutto non mi ha neanche riconosciuto, meglio di così”. È solo una tappa del lungo tour che ha visto l’ex presidente del Veneto aggirarsi tra i corridoi del carcere padovano alla scoperta delle numerose attività organizzate per i detenuti. Già, perché la loro riabilitazione passa anche attraverso i progetti tenuti spesso in piedi dalle cooperative sociali e che vedono i reclusi lavorare nel vero senso della parola. Al Due Palazzi, infatti, si va dalla realizzazione delle valigie della Roncato alla “rifinitura” dei tacchi per le scarpe da donna delle marche più prestigiose (e costose), passando per il confezionamento di viti e tasselli della Fischer e la creazione di componenti per Ferrari e Ducati fino ad arrivare alla produzione di dolci artigianali - panettoni natalizi compresi - così deliziosi “da andare a ruba”, afferma scherzando un detenuto con il cappello da cuoco in testa. Luca Zaia si intrattiene a lungo con i reclusi all’opera, scambiando quattro chiacchiere e informandosi sulla loro vita in carcere, e quasi si commuove mentre ascolta la storia di Antonio, che lavora nella redazione di Ristretti Orizzonti, rivista bimestrale prodotta dai detenuti: “Quando incontriamo qualche scolaresca racconto di come sono partito dalla vendita di una bustina di marijuana finendo per dover scontare ora trent’anni di carcere per concorso in omicidio. Ai ragazzi dico sempre due cose: di studiare e di dare valore alle proprie famiglie”. Le riflessioni finali di Zaia partono proprio dai tanti progetti presenti nella casa di reclusione di Padova (dove gioca anche la Pallalpiede, unica squadra di calcio a 11 in Italia formata da detenuti): “Le statistiche ci dicono che il 65% dei reclusi italiani che non partecipano a queste attività quando escono dal carcere poi tornano a delinquere, mentre qui al Due Palazzi (dove lavorano circa 300 dei 663 “ospiti” attuali, ndr) tale percentuale scende fino al 2%, il che vuol dire che questo è un modello da esportare. Al momento nei nove istituti penitenziari del Veneto ci sono 2.800 detenuti, la metà dei quali sono stranieri: non nascondiamo che c’è una problematica legata al sovraffollamento, che sfiora il 35% rispetto alla capienza dichiarata”. La chiosa di Luca Zaia è su Alberto Trentini, cooperante veneziano 46enne imprigionato in Venezuela da oltre 400 giorni: “Devono liberarlo, senza se e senza ma: non c’è alcuna giustificazione per trattenerlo, bisogna quindi lavorare il più possibile a livello diplomatico per scarcerarlo”. Palermo. Il Garante: “In città carceri sovraffollate e vecchie, situazione gravissima” La Repubblica, 31 dicembre 2025 Pino Apprendi: “Serve una politica seria. Agenti sotto organico. Per le malattie più gravi le persone non ricevono cure in tempi dovuti”. “Anche Palermo, come il resto del Paese, soffre il disagio vissuto in carcere da chi sconta una pena, a volte per decenni. Sono 1.979, a fronte di una capienza di 1.725 posti, i detenuti nelle tre strutture palermitane: Pagliarelli, Ucciardone e Malaspina (la struttura per minori, ndr)”. A dirlo è Pino Apprendi, garante dei diritti dei detenuti del Comune di Palermo, sottolineando come si tratti di “strutture vecchie e inadeguate, dove si soffoca per il caldo in estate e si gela d’inverno, come nel caso dell’Ucciardone, dove andrebbe chiusa la nona sezione che non ha mai avuto interventi di manutenzione, ma anche di una struttura relativamente nuova, Pagliarelli, con problemi dell’impianto idrico nati con la stessa costruzione, mancanza di acqua potabile e assenza di riscaldamento”. Per Apprendi “la vita in carcere non è vita. Ci si dimentica che i 1.979 detenuti sono anche pazienti e che non hanno altra opzione per curarsi che la struttura pubblica, l’ospedale, senza accesso al convenzionato privato. Anche le malattie più gravi non ricevono adeguate cure nei tempi dovuti, la salute mentale e la tossicodipendenza dovrebbero trovare spazio nelle Rems e nelle apposite comunità. Il personale sanitario fa quello che può, è sottodimensionato, le visite specialistiche avvengono con tempi biblici”. Apprendi snocciola alcuni dati che “dovrebbero fare riflettere”. “Nel 2025 al Pagliarelli su 1.354 presenti - dice - ci sono stati 86 scioperi per vari motivi, 122 detenuti hanno rifiutato cibo e terapie, 23 tentativi di suicidio e 82 atti di autolesionismo. Non va meglio all’Ucciardone dove su 593 presenti ci sono 5 attualmente in sciopero della fame, 8 tentativi di suicidio e si registrano 130 atti di autolesionismo. Al Malaspina con 32 presenti si è registrato un tentativo di suicidio e 19 atti di autolesionismo”. “I parlamentari non vanno oltre una visita e la presentazione di una interrogazione, che serve a fare qualche foto - dice Apprendi - Il carcere e i detenuti non fanno notizia nemmeno se si suicidano. Necessita una politica seria per una sanità penitenziaria, con medici, infermieri, psicologi, assistenti sociali, educatori. Il personale della Polizia penitenziaria è sottodimensionato e sotto organico ed è grazie a loro se i tentativi di suicidio non hanno avuto tragiche conseguenze, solo promesse e pacche sulle spalle”, conclude il garante dei diritti dei detenuti del Comune di Palermo. Rovigo. Il nuovo carcere minorile pronto per l’inaugurazione: “Che fine farà Treviso?” di Nicola Cendron trevisotoday.it, 31 dicembre 2025 L’8 gennaio il taglio del nastro della nuova struttura nel capoluogo polesano, in via Verdi, con il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Ostellari. Mistero sorte dell’istituto di via Santa Bona. La parlamentare Rachele Scarpa (Pd): “Apertura in ritardo dopo anni di denunce”. Il nuovo istituto penitenziario minorile di Rovigo, dopo anni di gestazione, è pronto ad aprire i battenti. L’inaugurazione della nuova struttura di via Verdi, nel capoluogo polesano, è fissata per l’8 gennaio prossimo. A tagliare il nastro sarà il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Ostellari. Il nuovo carcere dovrebbe andare ad ospitare anche i giovani detenuti che si trovano attualmente nel minorile di Treviso, in via Santa Bona nuova, struttura vetusta e più volte teatro di rivolte (nel 2022, con una prima chiusura dell’edificio per svolgere i lavori del caso, e nel 2024) ma anche di episodi di violenza e tragedie. L’ultima in ordine di tempo nell’agosto scorso, con il suicidio di un 17enne che era stato arrestato dalla polizia a Vicenza e si era impiccato alcune ore dopo. “L’apertura del nuovo Istituto Penale per i Minorenni di Rovigo arriva dopo anni di denunce sulle criticità della giustizia minorile in Veneto e, francamente, arriva in ritardo” ha commentato la parlamentare trevigiana Rachele Scarpa (Pd) “Non basta inaugurare: verificheremo da subito quali condizioni concrete saranno garantite a Rovigo, a partire da personale, sicurezza, spazi, servizi sanitari e percorsi educativi reali”. Per ora sulla sorte della struttura di via Santa Bona nuova regna la più totale incertezza: più volte se ne è invocata da più parti la chiusura, proprio in vista di una prossima apertura del nuovo carcere di Rovigo che finalmente si sta per concretizzare. “Resta però la domanda principale, su cui il Governo continua a non dare risposte: che fine farà l’IPM di Treviso? Quali indicazioni ufficiali ci sono? Con quali tempi? E con quali garanzie per i ragazzi e per chi lavora nella struttura?” si interroga la deputata “Non è accettabile che su una scelta così delicata circolino solo annunci e indiscrezioni, mentre - da quanto emerge - perfino la direzione non avrebbe comunicazioni chiare. Chiediamo trasparenza immediata: il Ministero e il Sottosegretario dicano nero su bianco qual è il piano su Treviso e presentino un cronoprogramma pubblico”. Ferrara. Comune e Casa circondariale unite per sostenere la genitorialità in carcere cronacacomune.it, 31 dicembre 2025 Tre azioni progettuali per sostenere la genitorialità in carcere, nell’ottica di promuovere azioni sempre più attente di reinserimento sociale delle persone detenute. Questo è il fulcro della convenzione che unisce l’Amministrazione comunale e la Casa Circondariale “Costantino Satta” di Ferrara, sottoscritta con l’intendimento di sostenere concretamente, attraverso 3 percorsi, i genitori sottoposti a misure detentive. “L’approvazione di questa convenzione è un tassello significativo - dichiara l’assessore comunale alle Politiche Sociosanitarie Cristina Coletti - nel percorso di promozione del benessere della popolazione carceraria, tutelandone diritti e dignità. Attraverso questo documento si rafforza il lavoro in rete tra Comune e istituto penitenziario, con l’obiettivo di sostenere il rapporto genitore-figli anche in un contesto di fragilità. Lo scopo principale è favorire relazioni familiari, spazi di incontro adeguati e adeguate opportunità rieducative, che consentano ai genitori di non perdere il legame affettivo e che rappresentino opportunità di riflessione da cui far partire azioni di reinserimento sociale più consapevoli”. “L’esperienza di Ferrara in queste progettualità è molto innovativa nel panorama penitenziario nazionale - dice la direttrice della Casa Circondariale “Costantino Satta”, Maria Martone -. Sono rari i casi in cui le amministrazioni locali finanziano progetti volti al rafforzamento delle relazioni familiari, in particolare relativi alla genitorialità. Attraverso queste attività le famiglie possono riunirsi in un’atmosfera armoniosa, che fa pensare di essere lontani dal contesto carcerario. Anche il progetto inerente alla mediazione familiare è importante, perché aiuta i detenuti a comprendere. L’attenzione dell’Amministrazione comunale è fondamentale perché il carcere è un quartiere della città e soddisfare i bisogni di chi lo abita significa realizzare il principio di sussidiarietà anche in un contesto particolare”. La convenzione trova attuazione attraverso tre interventi principali, pensati per accompagnare i padri detenuti nel loro ruolo educativo. Un primo ambito di lavoro riguarda le consulenze individuali sulla genitorialità, che offrono ai detenuti uno spazio riservato in cui affrontare dubbi, difficoltà e risorse personali. Si tratta di colloqui condotti in un clima raccolto e confidenziale, che favoriscono una riflessione più profonda sui temi educativi e sulla relazione con i figli. Accanto al lavoro individuale, la convenzione prevede anche la realizzazione di “Sabato in famiglia”, un appuntamento mensile che si svolge generalmente l’ultimo sabato del mese, nelle ore dedicate al colloquio con i familiari. In questo contesto viene posta particolare attenzione alla qualità del tempo condiviso tra padri e bambini, attraverso momenti di gioco, piccole attività laboratoriali e occasioni di festa. A completare il percorso vi sono i gruppi di padri detenuti, che si riuniscono ogni tre settimane, in alternanza con le consulenze individuali. Il gruppo, riservato ai padri con figli minorenni, mantiene l’attenzione sulla concretezza delle esperienze quotidiane: a partire da brevi stimoli proposti dal facilitatore, i partecipanti possono condividere le loro esperienze, dando vita a un confronto autentico e costruttivo. Prato. Estra al fianco del carcere per la cura della colonia felina e degli spazi verdi tvprato.it, 31 dicembre 2025 Un piccolo gesto può raccontare grandi valori. È questo il senso dell’iniziativa promossa da Estra a favore della Casa circondariale di Prato, dedicata alla tutela della colonia felina presente all’interno della struttura e al miglioramento degli spazi verdi che la ospitano. Un intervento che nasce dall’incontro tra attenzione al contesto ambientale, senso di responsabilità e valorizzazione delle persone coinvolte. L’utility energetica ha donato alla struttura alimenti e attrezzature dedicate al benessere degli animali e al decoro delle aree comuni. I materiali, acquistati direttamente da Estra e consegnati all’istituto, comprendono cucce in legno, ciotole, alimenti e materiali per la realizzazione e il miglioramento dei ricoveri della colonia felina. Ma il valore dell’iniziativa va oltre il gesto materiale: alcuni ospiti della struttura, infatti, avranno l’opportunità di prendersi cura degli animali e degli spazi comuni, trasformando un atto concreto in un’esperienza di responsabilità, attenzione e collaborazione. “Questa iniziativa - dichiara il Direttore della Casa circondariale di Prato, Dr. Luca Cicerelli - è espressione dell’alleanza che la nostra Carta costituzionale chiede a tutti gli attori del territorio per perseguire gli obiettivi di rieducazione e reinserimento sociale delle persone che stanno espiando la propria pena. Ringraziamo Estra per darci l’opportunità di diffondere la cultura della sostenibilità ambientale ed aiutarci a rendere più belli e decorosi gli spazi del nostro Istituto, sensibilizzando le persone detenute su temi importanti e promuovendone l’impegno civico e la partecipazione alle attività formative e professionalizzanti”. L’iniziativa di Estra si inserisce in una visione di impresa attenta al territorio e alle comunità, capace di sostenere azioni che promuovono rispetto e partecipazione, contribuendo alla qualità della vita anche nei contesti più delicati attraverso la cura dei luoghi e delle relazioni. Frosinone. “Oltre i 90 minuti”: nel carcere il calcio diventa racconto di riscatto e comunità di Danilo Del Greco laprovinciafrosinone.it, 31 dicembre 2025 Dentro il carcere di Frosinone esiste un tempo che va oltre quello della pena. È il tempo della possibilità, della fiducia e del cambiamento. È questo il cuore del fotolibro “Oltre i 90 minuti… Storie di allenamento, fiducia e riscatto dal Carcere di Frosinone”, presentato nei giorni scorsi presso la Casa Circondariale “Giuseppe Pagliei”. Il volume racconta il percorso del progetto “A campo libero”, promosso dalla Cooperativa Sociale Diaconia, in collaborazione con la Caritas Diocesana, e finanziato dalla Regione Lazio. La pubblicazione raccoglie gli scatti realizzati da Marco Campagna dell’amichevole di calcio giocata all’interno del carcere con i ragazzi della Casa dell’Amicizia, centro diurno per persone con disabilità di Ceccano, insieme alle lettere scritte dai detenuti. Un’esperienza educativa e riabilitativa che ha coinvolto giovani detenuti, molti alla prima detenzione, utilizzando il calcio come strumento di relazione, interiorizzazione delle regole, responsabilità e crescita personale. L’incontro si è svolto alla presenza delle istituzioni e dei partner del progetto. Dopo il saluto della Direzione della Casa Circondariale, sono intervenuti rappresentanti della Regione Lazio, del Comune di Frosinone e della Cooperativa Diaconia, insieme al nuovo direttore della Caritas diocesana, don Onofrio Cannato. -Questo progetto - ha spiegato il direttore della Casa Circondariale di Frosinone, Francesco Cocco - ha indotto noi operatori a puntare in maniera più decisa sulle attività sportive. L’entusiasmo che ne è conseguito ci ha portato a organizzare incontri di calcio con squadre esterne (Valmontone Calcio, Ferentino Calcio, le vecchie glorie del Frosinone Calcio). Questi eventi hanno favorito un dialogo fruttuoso con la comunità esterna e sono stati tra i momenti più gioiosi dell’anno 2025. Durante la presentazione sono stati illustrati gli esiti di “A campo libero”: allenamenti settimanali sul campo sportivo dell’istituto, accompagnati da educatori, allenatori e dalla presenza di uno psicologo, con momenti strutturati di confronto e riflessione emotiva prima e dopo le partite. Un lavoro che ha permesso ai partecipanti di sperimentare il carcere come comunità educante, rafforzando il senso di appartenenza e il rispetto reciproco. La mattinata è stata arricchita dall’esibizione teatrale “La sedia”, interpretata da Daniele Latini, un monologo intenso e partecipato che ha posto al centro il rispetto della diversità e l’importanza di credere nei sogni che possono realizzarsi, anche quando il contesto sembra negare ogni possibilità. Nel corso dell’incontro è stata inoltre confermata la volontà condivisa di proseguire il progetto “A campo libero”, riconosciuto come buona pratica di inclusione e rieducazione, capace di produrre effetti positivi non solo sui partecipanti ma sull’intera comunità carceraria e territoriale. “Oltre i 90 minuti” raccoglie immagini, parole e testimonianze dei detenuti, restituendo uno sguardo autentico su un percorso che mette al centro la persona, non l’errore - ha concluso Luigi Ricciardi, referente della Cooperativa Diaconia - un racconto corale che dimostra come sport e cultura possano diventare strumenti concreti di promozione umana e di speranza”. Carcere, un calendario controcorrente di Giulia Melani Il Manifesto, 31 dicembre 2025 “In carcere il tempo non passa: si deposita” scriveva Goliarda Sapienza. Fuori le lancette corrono, il calendario cambia, tutti parlano di ripartenze e buoni propositi; dentro, invece, i giorni si accumulano uno sull’altro, tutti uguali, senza interruzioni e senza futuro visibile. Il Capodanno dietro le sbarre è una finzione cronologica, priva di effetti concreti. Ogni giorno pesa, senza apertura, senza respiro. In chiusura del 2025, la Società della Ragione, in collaborazione con il Garante regionale toscano dei diritti dei detenuti, la Fondazione Michelucci e l’Archivio Margara e con il sostegno della Fondazione CR Firenze, ha realizzato e donato alle persone detenute Controcorrente, un calendario presentato il 17 dicembre nel Giardino degli Incontri di Sollicciano. Un dono di un semplice oggetto di uso quotidiano, con un senso profondamente politico: il calendario vuole ricordare che il tempo delle persone detenute esiste e merita di essere nominato. È un gesto che contesta l’idea di pena come congelamento della vita e cerca di proporre un tempo carcerario come occasione di resistenza culturale. Sfogliandolo scorrono opere d’arte, pensieri critici, articoli della Costituzione - anche in arabo e in inglese - per rivendicare pane e rose: condizioni materiali dignitose, ma anche bellezza, relazioni, cultura e futuro. Nelle prigioni italiane, come ha affermato di recente l’Arcivescovo di Milano Delpini “la Costituzione della Repubblica italiana è tradita”. Il bilancio del 2025 è drammatico: sovraffollamento crescente, degrado delle strutture, condizioni igienico-sanitarie precarie e il dramma dei suicidi segnano la vita del carcere. Come hanno raccontato in occasione della presentazione del calendario a Sollicciano le detenute e i detenuti, i bisogni elementari non sono soddisfatti e quotidianamente le persone recluse affrontano spazi angusti, mancanza di acqua calda, muffe, scarsa igiene e difficoltà a esercitare i propri diritti fondamentali. Ma nelle loro parole non ricorrono solo bisogni materiali del presente, ma desideri che riguardano il tempo lungo: poter studiare, coltivare gli affetti, progettare. Vogliono vivere un presente che abbia senso e un futuro che non sia sospeso. “La Costituzione - ancora nelle parole di Delpini - è smentita dall’accanimento progressivamente repressivo delle indicazioni normative”. Il 2025 è stato l’anno del decreto sicurezza, con l’introduzione del reato di “rivolta penitenziaria”, che punisce anche la resistenza passiva in carcere, l’ampliamento della sfera delle condotte che costituiscono reato e l’apertura delle porte del carcere a donne incinte o con bambine/i di età fino a un anno. Il 2025 è stato anche l’anno della negazione del carcere rieducativo, l’anno in cui il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, con una nota, ha limitato le possibilità di iniziative culturali, centralizzando le autorizzazioni e rendendo più complessa la collaborazione con il volontariato e i soggetti esterni, in un contesto in cui quasi tutte le iniziative culturali sono realizzate e finanziate da terzi. Queste scelte hanno ulteriormente ristretto spazi di autonomia, apprendimento e resistenza culturale per le persone recluse. In chiusura di questo altro anno orribile della detenzione, è utile rileggere le parole di Angela Davis che troviamo sfogliando il calendario Controcorrente: “Molti sono già arrivati alla conclusione che la pena di morte è una forma antiquata di punizione. Penso che sia venuto il momento di incoraggiare un dibattito analogo sul carcere”. Abbiamo la responsabilità di portare avanti questo dibattito e dobbiamo pretendere, per il 2026, urgenti provvedimenti concreti: misure immediate di clemenza e strumenti deflattivi. Per iniziare a Liberarci dalla necessità del carcere. Potete scaricare il calendario su societadellaragione.it/2026. 2025 e media. Un anno vissuto pericolosamente di Vincenzo Vita Il Manifesto, 31 dicembre 2025 Si chiude all’insegna di un inevitabile scontro tra Stati Uniti e Unione Europea sulle regole per le Big Tech. Vedremo se il conflitto amplificato dalla questione del visto per gli Usa negato all’ex commissario Thierry Breton sarà reale o se è solo un fuoco di paglia. Tant’è, però, che le pur limitate normative di Bruxelles sull’infosfera sono considerate insopportabili dai nuovi ideologemi di Donald Trump e della sua setta. Sotto l’egida del think tank conservatore Heritage Foundation, fu elaborato dopo la sconfitta del tycoon del 2020 il Project 2025 imperniato sulla autonoma e intoccabile sovranità d’oltre oceano. Per approfondire si legga il bel volume (The Project, 2025) del giornalista statunitense David A. Graham. Si capiscono meglio tante cose e di connettono i molteplici indizi. Ogni multilateralismo è bandito e l’assetto compiuto del sistema viene relegato ad una sgradevole utopia di un passato da cancellare. Il Far West è tornato come misura del mondo e persino qualche fragile tentativo di riordinare un universo tecnologico dominato da un pugno di Capitalisti feudali diventa una trasgressione del cosiddetto Maga. Il pensiero ha da essere unico e la dittatura degli algoritmi è a sua volta soggetta ad una dittatura superiore: il Deep State, il Potere segreto. Danno fastidio il Digital Services Act, il Digital Markets Act, l’IA Act (l’unica disciplina sulle intelligenze artificiali) e lo stesso European Media Freedom Act (Emfa) rischia di finire in soffitta. C’è un filo di congiunzione, non per caso, tra questi Regolamenti: chi controlla le piattaforme ha il dovere di rispondere anche delle infrazioni che nella rete si possono verificare. Certamente, vi possono essere rischi di censura, ma la linea dell’utilizzo dei dati e dei profili delle persone senza consenso, nonché la politica autoritaria della sorveglianza sono messe in causa. Così come la conquista selvaggia dello spazio, l’assoluta libertà di fare ricorso alle tecniche di controllo, spionaggio e condizionamento sono il lascito del 2025 e il colpo di inizio della corsa autoritaria che caratterizzerà l’anno prossimo. Se sono consuete e un po’ noiose le solite disamine di fine dicembre e la premonizione degli eventi futuri, nel clima bellico di oggi la sottocultura della forza in luogo del diritto assume i tratti di una inquietante egemonia. La destra governa attraverso la complicità subalterna con i prepotenti oligarchi, che hanno in Thiel, Musk e Vance i capipopolo al servizio del dio del momento, Trump. Il ruolo intrusivo nelle raffinate faccende tecnologiche di Israele, paese vassallo ma capace di enorme ricatto, chiarisce alcuni dei perché di una criminosa tolleranza verso il genocidio dei palestinesi. Ad esempio. L’Europa dovrà acconciarsi al ruolo di mera area di consumo passivo? In tutto ciò la conclamata voglia di innovazione va a farsi benedire, sottomessa alle linee spietate della destrutturazione dell’Occidente con le sue antiche istanze liberali. Attenzione, i calcoli vengono fatti senza il convitato di pietra: la Cina, vicina. I risvolti di simile caduta negli Inferi delle guerre e delle lotte selvagge si vedono pure in Italia. Malgrado diversi rapporti europei abbiano acceso i fari sulle gravi distorsioni nel campo dei diritti e dell’informazione, non emerge il senso della tragedia. Come se il record di querele temerarie, la crisi abnorme dell’editoria o la palese violazione dell’Emfa non suscitassero reazioni o grida democratiche. Che la riforma della Rai sia ferma presso la competente commissione del senato da tempo o la sede della Vigilanza sia bloccata dall’ostruzionismo della destra o ci sia l’epifania di numerosi conflitti di interesse non sembrano argomenti appassionanti. Non parliamo della par condicio sul referendum oppositivo in merito al quesito sulla giustizia: tamquam non esset. L’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni non può e non deve rinviare le iniziative necessarie, visto che è in corso la raccolta delle firme, su cui i media di maggior seguito tacciono. Grave. Insomma, va immaginato un Capodanno con il botto, ovvero con un programma comune delle forze di opposizione. Effetto Consulta: niente più alibi sul dossier fine vita di Francesca Spasiano Il Dubbio, 31 dicembre 2025 L’ultima sentenza della Corte sulla legge toscana costringe il Parlamento ad anticipare le Regioni. Dalle parti di Roma si resta cauti. E infatti quasi nessuno, dopo l’atteso verdetto della Consulta arrivato lunedì sera, si azzarda a cantare vittoria nel duello tra governo e Regioni sul fine vita. Non Palazzo Chigi, che aveva impugnato la legge della Toscana sul suicidio assistito. Né chi segue il dossier ormai fermo da un paio di mesi nelle commissioni riunite Giustizia e Affari sociali al Senato. E il perché si capisce: la sentenza della Corte non sigilla una sconfitta, né promuove a pieni voti. Ma si traduce in un messaggio chiaro a tutti, e soprattutto a chi siede in Parlamento: il legislatore non ha più alibi per rimandare una norma nazionale che il Paese aspetta da anni. Lo fa notare anche il dem Alfredo Bazoli, principale negoziatore in campo nella partita con il centrodestra a Palazzo Madama. Perché ora la maggioranza, ragiona il capogruppo Pd in commissione Giustizia, non può “continuare a boicottare la discussione”. Anzi: “Alla ripresa dei lavori a gennaio è doveroso che le commissioni portino al voto gli emendamenti depositati mesi fa, per consentire l’approdo in Aula” del ddl confezionato da Pierantonio Zanettin (Forza Italia) e Ignazio Zullo (Fratelli d’Italia). Per Bazoli, infatti, la sentenza della Corte conferma una “inderogabile necessità di procedere con l’approvazione di una legge nazionale”. Alla luce di quel dato politico che per il governo assomiglia a un autogol: chi sperava di frenare il dilagare di norme locali ha ottenuto di fatto l’effetto contrario, consegnando alle Regioni un tracciato preciso in cui muoversi per formulare leggi costituzionalmente legittime. Ma soprattutto, chi - all’interno del centrodestra - ha guidato in questi mesi la fronda del no al suicidio assistito confidando in un diverso orientamento della Corte, dovrà rassegnarsi: la Consulta non ha alcuna intenzione di tornare sui propri passi, restringendo il perimetro delineato con la sentenza 242 del 2019, la cosiddetta Cappato/dj Fabo. Quella decisione, ormai sei anni fa, ha sancito quattro criteri per accedere al suicidio assistito: che il paziente sia affetto da una patologia irreversibile, che sia in grado di autodeterminarsi, che reputi le proprie sofferenze fisiche e psicologiche intollerabili, che dipenda da “trattamenti di sostegno vitali”. Non solo macchine a cui staccare la spina, come ha chiarito la Corte con la sentenza numero 135 del 2024, ma procedure necessarie alla sopravvivenza del malato, comprese alcune delle pratiche messe in atto dai caregiver. Ecco i confini, da cui non si scappa. Come sottolinea anche il costituzionalista Stefano Ceccanti, che nell’ultima decisione dei giudici legge “un’importanza sistemica”: “L’impugnativa del Governo sulla legge toscana - argomenta l’ex parlamentare dem - rifletteva gli umori di quei pezzi di FdI e della Lega che confidavano su una svolta giurisprudenziale della Corte dopo il cambio della sua composizione, con quattro nuovi giudici di estrazione parlamentare. Quei settori immaginavano non solo che la legge toscana potesse saltare per intero, ma anche che la possibile chiusura sul tema rispetto alle sentenze precedenti potesse esonerare il Parlamento dal votare una legge o consentisse allo stesso di vararne una ultra-restrittiva. Invece la Corte ha salvato la sostanza della legge toscana perché ne risulta un testo comunque applicabile e ha confermato la giurisprudenza precedente, pur consentendo in astratto al Parlamento qualche lieve margine di oscillazione rispetto ad essa”. Il succo della sentenza, dunque, sta tutto qui: la Toscana, prima in Italia a dotarsi di una legge, aveva facoltà di disciplinare gli aspetti organizzativi del fine vita. Ma senza esondare nel terreno di competenza dello Stato. Per questo motivo i giudici costituzionali hanno respinto le censure che miravano a cancellare interamente la legge, ma hanno dichiarato l’illegittimità costituzionale di alcune disposizioni che hanno “illegittimamente invaso sfere di competenza riservate alla legislazione statale”. Tra queste c’è l’articolo 2, che individua i requisiti per l’accesso al suicidio assistito rinviando al dettato costituzionale. Pur non creando nuove condizioni, infatti, tali disposizioni a parere della Corte sono illegittime perché alle regioni è “precluso cristallizzare nelle proprie disposizioni principi ordinamentali affermati” dalla Corte “in un determinato momento storico”, agendo “in via suppletiva della legislazione statale”. Bocciati anche i riferimenti ai tempi di gestione delle richieste, considerati troppo stringenti, e il riferimento alla figura di un “delegato” del paziente. Per il resto, la legge toscana regge. E fa dire alla Corte qualcosa di molto importante. Pur cassando l’articolo 7 della legge toscana che impegnava le Asl “ad assicurare il supporto tecnico e farmacologico nonché l’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato”, i giudici infatti chiariscono che resta “intatto il diritto della persona, in relazione alla quale siano state positivamente verificate le condizioni per l’accesso al suicidio medicalmente assistito, di ottenere dalle aziende del Servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura”. Si tratta del nodo centrale su cui si è arrovellato per mesi il centrodestra, tra le aperture degli azzurri e il diktat di Fratelli d’Italia nell’escludere il ruolo del Servizio sanitario nazionale dai percorsi di fine vita. Sarà questo il primo ostacolo da trattare quando riprenderanno i lavori, in attesa di conoscere i pareri della commissione Bilancio per procedere all’esame degli emendamenti. Secondo fonti di maggioranza, già dal 7 gennaio si potrà procedere a una convocazione delle commissioni riunite Affari sociali e Giustizia. Intanto, dicono le stesse fonti riportate dall’Ansa, sarebbe in corso una fase di studio e di approfondimento dell’ultima sentenza della Corte, che potrebbe portare anche a una riapertura del termine per la presentazione degli emendamenti. E a una nuova fase di mediazione sul testo. Senza trascurare almeno un altro paio di elementi che complicano il quadro. Da una parte l’alt del Vaticano, che dopo le aperture del presidente della Cei Matteo Zuppi, si è tradotto nella “delusione” espressa da Papa Leone XIV per la legge da poco approvata in Illinois. Dall’altra la mossa dell’Associazione Luca Coscioni, promotrice del testo toscano, che ha già annunciato l’intenzione di rilanciare la propria campagna in tutte le Regioni, “apportando le modifiche richieste dalla Corte e confermando il pieno coinvolgimento del Servizio sanitario, che il Governo vorrebbe abrogare con la proposta di legge in discussione in Parlamento”. Migranti. Ecco i motivi per cui il decreto flussi non viola la nostra Costituzione di valentina stella I Dubbio, 31 dicembre 2025 La Consulta ha ritenuto non fondate le questioni sollevate dalla Corte di Appello di Lecce in otto diverse ordinanze in cui si indicavano alcune criticità. Il cosiddetto decreto Flussi, nella parte in cui ha privato le sezioni Immigrazione dei Tribunali civili della facoltà di decidere sulla convalida del trattenimento dello straniero richiedente la protezione internazionale, demandando tutto alle Corti d’appello, non è incostituzionale. Lo ha reso noto due giorni fa un comunicato della Consulta (Redattrice: Maria Rosaria San Giorgio) che ha ritenuto non fondate le questioni sollevate dalla Corte di Appello di Lecce in otto diverse ordinanze in cui sostanzialmente si indicavano quattro criticità: compressione del diritto alla difesa, mancanza del requisito della omogeneità, mancanza di specializzazione del giudicante su un tema così complesso, possibile violazione dell’articolo 3 della Costituzione sull’uguaglianza. La questione aveva tenuto banco nell’autunno del 2024 dando vita ad un fortissimo scontro tra politica e magistratura. Dopo, infatti, che alcuni provvedimenti delle sezioni specializzate Immigrazione non avevano convalidato i trattenimenti di migranti nei centri allestiti in Albania, la maggioranza parlamentare, Fratelli d’Italia e Lega in primis, avevano fortemente spinto per una modifica della norma, arrivando quindi a depotenziare l’attività dei giudici specializzati in immigrazione. Mentre sullo sfondo si udivano accuse del tipo “magistrati comunisti”, “anti-italiani”. Da lì la rivolta dell’Anm e persino una lettera dei ventisei presidenti delle Corti di Appello al presidente della Repubblica Sergio Mattarella in cui chiedevano di scongiurare il “disastro annunciato”, e i “gravi esiti” sul lavoro degli uffici giudiziari, del decreto Flussi. Ma la legge passò e così qualche mese dopo la Corte di Appello di Lecce ha sollevato diversi dubbi di legittimità costituzionale. Ma la Corte Costituzionale ha dato ragione al legislatore. La Consulta ha, anzitutto, escluso la violazione dell’art. 77, secondo comma, Cost., osservando che “l’omogeneità tra le disposizioni introdotte in sede di conversione in legge, oggetto di censura”, e quelle “del decreto-legge originario va individuata nella materia della gestione dei flussi migratori e della protezione internazionale”. La Corte ha, poi, ritenuto insussistente la violazione degli articoli 3, 25, 102 Cost. in quanto “le nuove regole di determinazione della competenza a decidere sulla convalida in prima istanza comprendono, dunque, sia i parametri di individuazione del giudice ratione materiae (corte d’appello in composizione monocratica) e ratione loci (corte d’appello nel cui distretto ha sede il questore che ha disposto il trattenimento o la sua proroga), sia un criterio di assegnazione interna delle controversie ai giudici addetti alla trattazione dei procedimenti in materia di MAE”. In particolare i giudici di Piazza del Quirinale hanno osservato che “le controversie in questione sono state attribuite a giudici che, in quanto assegnatari dei procedimenti di esecuzione del MAE e di estradizione, sono muniti di una specializzazione diversa, ma comunque adusi a trattare procedimenti che coinvolgono la libertà personale degli stranieri e che devono essere decisi entro termini stringenti”. D’altronde, ha rimarcato la Corte richiamando i suoi precedenti in materia, “il trattenimento della persona straniera, pur non perseguendo finalità punitive, condivide con la detenzione l’effetto pratico della restrizione della persona”. In definitiva, secondo la Corte, “detto spostamento di competenza è originato da una rivalutazione della scelta legislativa di affidare il procedimento di convalida del trattenimento e quello concernente la domanda di protezione internazionale ad un unico ufficio giudiziario, scelta connotata da ampia discrezionalità, trattandosi di materia processuale, e che, non sconfinando nella irragionevolezza manifesta, esula dal sindacato di legittimità costituzionale”. Ciò non esclude, tuttavia, ha precisato la sentenza, “che lo stesso legislatore debba verificare, nel tempo, la tenuta del nuovo assetto di competenze e operare interventi correttivi nel caso in cui esso si riveli foriero di difficoltà applicative”. Papa Leone e la pace disarmata di Andrea Riccardi Corriere della Sera, 31 dicembre 2025 La riflessione del pontefice: si “trasformano in armi persino pensieri e parole” e il clima di conflitto deborda nella società e impregna i rapporti. La figura mite e gentile di Leone XIV non deve spingere a sottovalutare il suo tenace contrasto del clima bellicoso odierno. Invece si passa oltre, distratti, come fosse una parte che deve recitare. Ma è una visione controcorrente. Giorni fa, il papa ha quasi denunciato un pensiero unico: “Chi oggi crede alla pace e ha scelto la via disarmata di Gesù e dei martiri è spesso ridicolizzato, spinto fuori dal discorso pubblico e non di rado accusato di favorire avversari e nemici”. Di fronte alla politica del “tutti contro tutti”, con istituzioni multilaterali deperite, la Chiesa parla come una grande “internazionale” (è illusorio o al più transitorio credere di piegarla agli interessi nazionali): disarmata, ma conscia di un’autorità. Il suo messaggio matura nell’ascolto dell’umanità, attraverso una miriade di comunità ovunque diffuse. È la sua originalità. Chateaubriand, nell’Ottocento, parlava di “genio del cattolicesimo”. La parola del papa si fonda sulla fede e si fa carico di domande di pace oltre i confini cattolici. Alle Nazioni Unite, nel 1965, Paolo VI presentò la Chiesa come “esperta di umanità” e la qualificò come interprete della “voce dei morti e dei vivi: i sopravvissuti alle guerre”, i giovani “che sognano… una migliore umanità”. Il messaggio di Leone per il 2026 coglie la domanda di pace che sale anche dai non cattolici e da chi sente “un grande senso di impotenza” di fronte al clima bellicoso. Il messaggio è semplice per la complessità geopolitica, ma capovolge l’approccio della politica internazionale. Riprende due temi enunciati alla sua elezione: “Pace disarmata e disarmante”. La pace ha - per Leone - un riferimento in Gesù che dice al discepolo che vuole difenderlo con la spada: “Rimetti la spada nel fodero”. La frase evangelica archivia secoli di guerre religiose e manifesta sospetto verso le armi. In tanto ragionare evangelico, si fa menzione al 9,4 per cento di aumento di spese militari nel 2024 come indicatore preoccupante. Si osservano l’educazione e la comunicazione che si militarizzano, “invece di una cultura della memoria, che custodisca le consapevolezze maturate nel Novecento e non ne dimentichi i milioni di vittime”. Il papa denuncia il “crescente tentativo di trasformare in armi persino i pensieri e le parole”, mentre si diffonde “la percezione di minacce” e si trasmette “una nozione meramente armata di difesa e di sicurezza”. Le società, in modo diverso, sono sempre più in armi. Leone osserva come “i ripetuti appelli” al riarmo “sono presentati da molti governanti con la giustificazione della pericolosità altrui”. Qui l’analisi è controcorrente: “La forza dissuasiva della potenza, e, in particolare, la deterrenza nucleare, incarnano l’irrazionalità di un rapporto tra popoli basato non sul diritto, sulla giustizia e sulla fiducia, ma sulla paura e sul dominio della forza”. In un mondo, armato e preparato allo scontro, facilmente scoppia la scintilla dell’incendio, “il fatto imprevedibile” che il papa teme. La cultura è cambiata: la pace è “un ideale lontano”, mancano “le idee giuste… la capacità di dire che la pace è vicina”. Il clima di conflitto deborda nella società e impregna i rapporti: “Se la pace non è una realtà sperimentata… l’aggressività si diffonde nella vita domestica e in quella pubblica”. Ma non è troppo generale? Non si dice da chi viene la minaccia che obbliga a scelte… Non è una visione buonista e sopra le parti? Il papa ribadisce subito che “la bontà è disarmante”. La visione di Leone rifiuta il realismo della guerra, come quadro in cui pensare il futuro: “Non sono pochi oggi a chiamare realistiche le narrazioni prive di speranza…”. La guerra non è inevitabile. Ma bisogna cambiare paradigma delle relazioni internazionali. Fa appello ai governi, ma crede molto anche alla forza delle persone disarmate e disarmanti. Per lui la pace è aspirazione diffusa che non ha voce: “Anche nei luoghi in cui rimangono soltanto macerie e dove la disperazione sembra inevitabile… troviamo chi non ha dimenticato la pace”. Leone non si sente isolato nel ragionare così. Sa che la storia di tanti dolori lo supporta. È convinto che, per ritrovare la pace, non bisogna per forza rischiare la guerra globale. Propone “la via disarmante della diplomazia, della mediazione, del diritto internazionale, smentita purtroppo da sempre più frequenti violazioni di accordi faticosamente raggiunti, in un contesto che richiederebbe non la delegittimazione, ma piuttosto il rafforzamento delle istituzioni sovranazionali”. È una visione che merita di non essere archiviata facilmente. Meno diplomazia, più armi: il 2025 è stato l’anno della guerra di Lucia Capuzzi Avvenire, 31 dicembre 2025 Da Ursula von der Leyen a Donald Trump, da Rearm Europe ai tagli di UsAid: i piani e i soldi, soprattutto in Occidente, si sono spostati dal “soft power” all’“hard power”. Un crinale su cui ci eravamo già indirizzati, ma che adesso appare sempre più pericoloso. “Questo è il tempo di costruire la pace attraverso la forza”. A marzo, Ursula von der Leyen ha sintetizzato così la nuova direttrice strategica dell’Europa. Una scelta obbligata - è il leitmotiv dominante - a causa delle ombre che aleggiano sul Continente. In realtà, si tratta di un’opzione politica. Costruita, come tutte le opzioni, su una serie di decisioni intermedie volte a spostare risorse dal soft power - diplomazia, cooperazione internazionale, aiuti allo sviluppo - all’hard power, cioè la guerra, minacciata o agita, fino a rendere quest’ultima l’unico strumento di risoluzione delle controversie globali. Non lo è, in realtà, come la storia, anche recente, insegna. Lo diventa, però, quando la politica se ne convince o vuole farlo, e riesce a persuadere, al contempo, l’opinione pubblica. Per questo, i sociologi statunitensi William Strauss e Neil Howe hanno calcolato in 85 anni la cadenza tra le grandi conflagrazioni belliche. Il tempo dell’oblio dell’orrore: quanto, cioè, una generazione impiega per rimuovere l’esperienza e il trauma dalla memoria collettiva. Il riarmo massiccio ne è la cartina di tornasole. Dalla fine della Guerra fredda - come l’ultimo rapporto dello Stokholm international peace research institute (Sipri) -, mai la spesa militare era lievitata a ritmo tanto sostenuto: + 9,4 per cento nel corso del 2024. Un balzo record, preceduto, tuttavia, da un incremento costante. Già nel 2015, gli acquisti europei erano lievitati dell’83 per cento. La corsa agli armamenti è, dunque, precedente all’irruzione di Donald Trump alla Casa Bianca. Questa sembra esserne piuttosto il più vistoso degli effetti collaterali nonché un’ulteriore e decisivo acceleratore. Il punto di svolta è stata l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia all’inizio del 2022 e la scelta dell’amministrazione Usa - all’epoca guidata da un democratico - e dei governi Ue - in buona parte progressisti -, di fronte all’aggressività del Cremlino, di giocare tutta la partita o quasi sul confronto sul campo di battaglia. Con il ritorno del tycoon, la “dissuasione muscolare” è diventata principio fondante delle relazioni internazionali e l’instabilità s’è fatta estrema. Ora più che mai, le armi sono diventate la panacea al dilagare dell’ansia globale. Poiché, come i teorici dell’economia insegnano, le risorse degli Stati sono limitate, ingenti investimenti in difesa implicano lo spostamento di fondi da altri settori. A partire da quelli “concorrenti”. Tutto ciò che è associato al soft power, dunque. Anche in questo caso, Trump ha catalizzato una tendenza, portandola al parossismo, come indica lo smantellamento di UsAid. Come rileva l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), per la prima volta in trent’anni, Francia, Germania, Regno Unito e Usa, hanno tagliato gli aiuti causando un calo complessivo del 9 per cento. E, presto, sempre secondo le stime dell’organizzazione, la sforbiciata potrebbe quasi duplicare, arrivando al 17 per cento. Gli States hanno ridimensionato i contributi umanitari per le Nazioni Unite a quota 1,7 miliardi: un decimo rispetto a quanto versato negli anni precedenti. La contrazione della cooperazione si inquadra in un processo più ampio. La Gran Bretagna ha attuato uno “snellimento” dell’apparato diplomatico, con relativa riduzione del personale di una quota compresa tra il 15 e il 25 per cento. I Paesi Bassi hanno diminuito il budget delle missioni estere e prevedono la rinuncia a cinque ambasciate e consolati. Anche il Servizio europeo per l’azione esterna è in fase dieta: si profila un ridimensionamento di dieci delegazioni Ue con una perdita di circa 150 impieghi. Washington, ovviamente, ha fatto le cose in grande: a luglio, il dipartimento di Stato ha licenziato 1.300 dipendenti e lasciato vacanti - queste le cifre dell’American foreign service association - 85 incarichi da ambasciatore sui 195 totali: 60 di questi non sono stati nemmeno ancora nominati dal presidente. Il quale, alla rete tradizionale e ai negoziatori di professione, preferisce fedelissimi di altra estrazione, vedi l’immobiliarista Witkoff, “alfiere” delle trattative statunitensi, dall’Ucraina al Medio Oriente. Nel mentre, ventisette rappresentanze rischiano di chiudere. Poco male, non si stanca di ripetere il tycoon che,Un grave errore, sostengono gli specialisti, poiché, come in fisica, il vuoto in geopolitica non esiste. Al disimpegno occidentale fa da contraltare un crescente attivismo di Ankara, Pechino e perfino Mosca. Segno che, forse, il “soft power” non è proprio uno spreco di denaro. Venezuela. La madre di Alberto Trentini ha trasformato il proprio dolore in testimonianza civile di Antonio Sanfrancesco Famiglia Cristiana, 31 dicembre 2025 Dal 15 novembre 2024 il cooperante italiano è detenuto in Venezuela senza accuse né processo. Nell’attesa sospesa di una famiglia, questa donna chiede verità, responsabilità e attenzione pubblica, ricordando alle istituzioni e al Paese che dietro un caso diplomatico c’è una vita umana che attende giustizia. E che riguarda tutti noi. La telefonata è arrivata pochi giorni prima di Natale. Una di quelle chiamate che non risolvono, ma riconoscono. Dall’altra parte della linea c’era il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Ha chiamato Armanda Colusso per dirle che lo Stato non ha dimenticato suo figlio, Alberto Trentini. Un gesto sobrio, nel suo stile, ma capace di incidere profondamente nella vita di una madre che da tredici mesi vive sospesa nell’angoscia dell’attesa. Poco dopo quella telefonata, Armanda si è trovata ad affrontare il secondo Natale senza Alberto. “Non so rassegnarmi che ci sia un secondo Natale senza mio figlio”, ha confidato con voce ferma ma segnata, rispondendo ai giornalisti di Chora Media. Una frase semplice, che dice tutto: lo scandalo di un’assenza che avrebbe motivo di esistere. Armanda Colusso è la madre di Alberto Trentini, il cooperante veneziano di 46 anni, detenuto da oltre un anno in un carcere di massima sicurezza di Caracas senza accuse formali, senza processo, senza che il suo avvocato abbia mai potuto incontrarlo. Ma Armanda non è soltanto “la madre di”. È una donna che ha trasformato un dolore privato in una responsabilità pubblica, una testimonianza civile paziente e ostinata. Per questo Famiglia Cristiana l’ha scelta tra le “Donne dell’Anno 2025”: perché nella sua figura si riflettono la forza delle madri, la dignità silenziosa di chi non smette di credere nella vita e nella giustizia. “Sono stati tredici mesi di calvario”, ha raccontato, “eravamo abituati alle sue assenze, perché ogni nuovo progetto richiedeva la sua presenza lontano da casa, ma c’era sempre un contatto giornaliero. Ora in noi c’è un senso di frustrazione e angoscia, ma una speranza che non vogliamo spegnere”. È una speranza fragile, ma tenace, nutrita dalle poche notizie che arrivano da chi è riuscito a uscire vivo dall’inferno del carcere di El Rodeo I. Alberto è stato arrestato il 15 novembre 2024 mentre si recava in missione a Guasdualito, al confine con la Colombia, per conto dell’Ong Humanity & Inclusion. Da allora è scomparso dentro una detenzione arbitraria che viola ogni principio di diritto. A parlare per lui sono stati gli ex detenuti. Celle di due metri per due, pavimenti coperti di feci, torture, guardie incappucciate. In mezzo a tutto questo, Alberto è riuscito a telefonare a casa solo tre volte. “Non ci siamo detti molto perché eravamo troppo emozionati”, ha raccontato Armanda, “ci ha chiesto come sta papà e ci ha detto che il peggio era passato. Possiamo solo immaginare quale “peggio” possa aver subito”. Eppure, anche in questo buio, Armanda si aggrappa a una parola che ritorna come un appiglio: forza. Gli ex prigionieri hanno detto che Alberto è vivo, che è “molto forte”. Una forza che viene anche dall’essere figlio. Dall’amore che lo aspetta. Il dolore di Armanda, però, si intreccia alla delusione per il silenzio che ha circondato a lungo questa vicenda. Parla senza acrimonia, ma con lucidità, delle “trattative del governo italiano partite in ritardo”, di una diplomazia che non ha ancora prodotto risultati. Per questo ha deciso di scrivere direttamente al presidente venezuelano Nicolás Maduro, grazie al canale aperto dall’ambasciatore Onu Alberto López. “Ho spiegato che Alberto era andato in Venezuela per portare aiuto al suo popolo”, ha raccontato, “e che Alberto è il nostro unico figlio, la ragione della nostra vita”. In queste parole c’è tutto Armanda Colusso: una madre che non implora, ma testimonia; che non accusa, ma chiede responsabilità; che non smette di ricordare a tutti noi che Alberto Trentini non è un caso diplomatico, ma una persona. Un figlio. Un italiano che ha scelto di stare dalla parte degli ultimi. Il presidente Mattarella, chiamandola prima di Natale, ha riconosciuto questo dolore come un dolore della Repubblica. Ma Armanda aspetta che quel riconoscimento diventi corale. Che l’Italia intera, a cominciare dalle istituzioni, senta come proprio quel posto vuoto a casa Trentini e agisca di conseguenza per riportarlo a casa. Che la libertà di Alberto diventi un’urgenza condivisa. Armanda Colusso in questi mesi ha fatto della sua maternità una forma di resistenza civile. Tenendo accesa una luce mentre tutto intorno rischiava di spegnersi. E ricordandoci, con la sola forza della sua voce mai sopra le righe che il tempo che passa non è neutro. E che, davanti all’ingiustizia, restare in silenzio non è mai innocente.