Il 2025 delle carceri italiane, un bilancio più triste che mai di Susanna Marietti* Il Fatto Quotidiano, 30 dicembre 2025 Meno di tre metri quadri a persona, +50% negli istituti per minori e decine di suicidi. Sono 63.868 le persone nelle 189 carceri italiane per adulti. Erano 61.861 alla fine dell’anno scorso, l’equivalente di 180 ingressi in più al mese. È perché si commettono più reati? Sembrerebbe proprio di no. È sempre triste effettuare il bilancio carcerario di fine anno. Questa volta però è più triste che mai. Il carcere è diventato quello che la cultura dell’attuale governo ha voluto che fosse: un grande contenitori di corpi, che ha del tutto abdicato a farsi costruttore di percorsi di vita. Alla fine di questo 2025 (il dato è al 30 novembre), sono 63.868 le persone detenute nelle 189 carceri italiane per adulti. Erano 61.861 alla fine dell’anno scorso. Questo significa che sono cresciute al ritmo di oltre 180 in più al mese. È perché si commettono più reati? Sembrerebbe proprio di no. I crimini denunciati all’autorità giudiziaria nel primo semestre del 2025 (ultimo dato disponibile) sono stati infatti 1.140.825, rispetto ai 1.199.072 dello stesso periodo del 2024, con una diminuzione del 4,8%. A fronte di tutto ciò, la capienza ufficiale del sistema penitenziario è passata nel medesimo arco di tempo da 51.312 a 51.275 posti, diminuendo di 37 unità. Nonostante il piano edilizio sbandierato ai quattro venti, nonostante la nomina del commissario straordinario, nonostante gli ammiccamenti alla costruzione di carceri private. E questi numeri, come ben sa Antigone che le carceri le visita in continuazione, sono tali solo sulla carta. Nella realtà sono moltissime le sezioni chiuse per mancanza di fondi destinati alla loro manutenzione. La capienza effettiva del sistema carcerario è di 46.124 posti, ovvero quasi 18.000 posti in meno rispetto alle presenze, con un tasso di affollamento su scala nazionale pari al 138,5%. In ben 72 istituti penitenziari si raggiunge o si supera il 150%. A Lucca siamo addirittura al 247%, a Vigevano al 243%, a Milano San Vittore al 231%, a Brescia Canton Mombello al 216%, a Foggia al 215%, a Lodi al 211%, a Udine al 209%, a Trieste al 201%, a Brindisi al 199), a Busto Arsizio al 196%. Per non parlare delle carceri minorili, che costituiscono un circuito a sé e che con il Decreto Caivano hanno visto aumentare i giovani detenuti fino a diventare il 50% di quanti erano prima. Numeri che sarebbero ancora più alti se non fosse che tanti ragazzi che hanno compiuto il reato da minorenni e che potrebbero permanere nei servizi della giustizia minorile fino al compimento dei venticinque anni vengono oggi trasferiti in carceri per adulti appena raggiunta la maggiore età, con conseguente interruzione di ogni percorso di tipo educativo. Nel corso del 2024, i tribunali di sorveglianza italiani hanno accolto ben 5.837 ricorsi che riconoscevano ad altrettanti detenuti di aver vissuto in carcere in condizioni inumane o degradanti. Ben 5.837 persone sono state dunque sottoposte a una pena contraria al senso di umanità, contraria all’art. 27 della Carta costituzionale. In tante carceri in giro per l’Italia si è tornati a vivere in meno di tre metri quadri a persona, come quando l’Italia venne condannata dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Sapremo a breve se il 2025 replicherà questi numeri. I detenuti stranieri sono il 31,6% del totale, sostanzialmente in linea con il dato di un anno fa. Anche la percentuale di donne in carcere rimane sostanzialmente stabile, attestandosi attorno al 4,3%. Sono invece raddoppiati i bambini sotto i tre anni che vivono dietro le sbarre con le loro madri detenute: erano 12 alla fine dello scorso anno, sono 24 oggi. Il cosiddetto decreto sicurezza emanato dal governo lo scorso aprile ha cancellato il rinvio obbligatorio della pena per donne incinte o con bambini appena nati, facendo ricadere anche su di loro le conseguenze della truce campagna leghista contro le donne borseggiatrici che farebbero figli al solo scopo di non andare in carcere (salvo andarci dopo pochi mesi, visto che il rinvio della pena prima previsto obbligatoriamente era appunto un semplice rinvio e non un colpo di spugna). Un contenitore di corpi e non già un costruttore di percorsi, dicevo in apertura. Il lavoro, la formazione professionale, l’istruzione: tutti quegli strumenti che dovrebbero servire a reintegrare la persona all’interno del consesso sociale emancipandola dalla vita criminale sono praticamente inesistenti in carcere. I detenuti che lavorano sono meno del 30% del totale. Di questi, la stragrande maggioranza (oltre l’88%) è impiegata dalla stessa amministrazione penitenziaria in piccoli servizi d’istituto (la pulizia dei corridoi, la distribuzione del vitto, il cambio delle lampadine, le piccole riparazioni dell’intonaco, il supporto nella redazione delle istanze) scarsamente utili una volta finita di scontare la pena. In pochissimi hanno un contratto con un datore di lavoro esterno che possa dare loro una prospettiva futura di impiego. E solo poco più del 5% dei detenuti beneficia dell’art. 21 dell’ordinamento penitenziario, che consente di lavorare all’esterno del carcere. Per molti di loro l’esterno del carcere consiste nello spazio che divide gli edifici detentivi dal muro di cinta. La formazione professionale vede uno scenario ancor più desolante: i detenuti che sono iscritti a qualche corso sono meno del 7% del totale. Anche l’istruzione, che dovrebbe costituire lo strumento emancipatorio per eccellenza, è scarsissima in carcere (dove il livello di studi è sensibilmente inferiore rispetto all’esterno). Circa solo il 17% della popolazione carceraria è iscritta a un corso di studi, cui si aggiunge un 14% circa di detenuti stranieri che frequentano corsi di alfabetizzazione. Solo poco più del 40% degli iscritti è stato a giugno promosso al livello di studi successivo. Non perché siano studenti negligenti, bensì perché i repentini trasferimenti per sfollamento, le difficoltà organizzative, le sovrapposizioni con i colloqui e quanto altro mancano di dedicare la minima attenzione alle esigenze di studio dei detenuti. Eppure il 38% delle persone in carcere hanno una pena residua inferiore ai tre anni (il 12,6% addirittura inferiore all’anno) e potrebbero accedere a una misura alternativa alla detenzione. Che non significa incertezza della pena, che non significa libertà. Significa piuttosto una modalità differente e più significativa di scontare la pena, capace di costruire sicurezza conducendo a tassi di recidiva enormemente inferiori. Chiudo su un ultimo dato, il più triste di tutti. Alla metà di dicembre, erano 230 le persone morte in carcere nel corso del 2025. Di queste, ben 76 avevano scelto di togliersi la vita. Molti erano giovani o giovanissimi. Il carcere degrada, annienta, uccide. *Coordinatrice dell’Associazione Antigone Recidiva zero: una sfida per il carcere che si può vincere (soltanto) insieme di Renato Brunetta* Avvenire, 30 dicembre 2025 “Il 14 dicembre scorso si è celebrato l’ultimo appuntamento giubilare dedicato alle persone detenute. Papa Leone, invitando tutti a guardare alla speranza e alla dignità di ogni persona - anche di chi è in carcere - ha rilanciato il messaggio che, un anno fa, papa Francesco ci aveva consegnato aprendo la Porta Santa nel carcere di Rebibbia. Raccogliendo e rilanciando il desiderio espresso da papa Francesco, il Santo Padre ha inoltre invitato molti Paesi a considerare forme di amnistia odi condono della pena, come strumenti per aiutare chi è privato della libertà a recuperare fiducia in sé e nella società. L’appello lanciato da Leone XIV si inserisce in una fase in cui, tanto nel dibattito politico-istituzionale quanto nella società civile, va maturando la consapevolezza che un sistema di esecuzione penale capace di assolvere a una funzione autentica di riparazione e di inclusione per coloro che hanno infranto il patto sociale costituisca il fondamento più solido per l’affermazione della sicurezza e della legalità nelle nostre comunità. I dati del 2025 relativi al carcere ci confermano come il nostro sistema penitenziario non sia in ancora in grado di garantire, prima ancora della rieducazione e del reinserimento, una pena non contraria al senso di umanità, così come recita l’art.27 della Costituzione. Di certo l’Amministrazione penitenziaria soffre di carenze strutturali in termini di spazi, di risorse umane e di competenze in grado di fronteggiare un’utenza carceraria portatrice di sempre più estese problematiche di carattere sociale e sanitario: dalla elevata presenza di stranieri e di popolazione detenuta con problemi di tossicodipendenza. In uno scenario tanto complesso, affrontabile esclusivamente attraverso investimenti, interventi organizzativi e una visione di lungo periodo, restano due le principali criticità del nostro sistema: il sovraffollamento negli istituti e la mancanza di percorsi seri e certi di inclusione sociale e lavorativa. Alla fine di novembre si registrava un tasso di affollamento medio reale pari al 136%. Si tratta di una condizione che acuisce le criticità strutturali e organizzative del sistema, alimentando un clima di sofferenza diffusa tanto tra i detenuti quanto tra gli operatori penitenziari, costretti a spendere le loro professionalità in condizioni assai difficili tra dovere e umanità. Ne costituiscono una drammatica conferma l’allarmante incremento dei suicidi e l’aumento degli episodi di autolesionismo. Anche i dati del lavoro in carcere sono da tempo impietosi. In Italia il lavoro vero, professionalizzante e continuativo, in carcere coinvolge solo una sparuta minoranza di detenuti. I dati ufficiali ci dicono che se circa un detenuto su tre svolge un’attività lavorativa all’interno degli istituti penitenziari, lo fa in prevalenza alle dipendenze dell’Amministrazione Penitenziaria, per poche ore al giorno, e per servizi interni agli istituti. Solo l’1% ha avuto l’opportunità di lavorare per imprese private profit e il 4% per cooperative sociali. Sovraffollamento e assenza di opportunità lavorative costituiscono dunque il mix micidiale alla base del fallimento istituzionale e sociale della funzione rieducativa della pena. In Italia il 2026 può rappresentare un anno importante per intervenire su entrambi i temi, ma solo a patto che ciascuno faccia la propria parte: politica, istituzioni e società civile. In questo senso anche il prossimo referendum sulla separazione delle carriere può offrire una buona occasione per mettere al centro dell’agenda politica del prossimo anno il tema giustizia nella sua globalità. In tale prospettiva il Ministro della Giustizia ha dichiarato che, dopo il referendum, il governo intende concentrarsi su una riforma del Codice di procedura penale, finalizzata a processi più rapidi e maggiormente rispettosi delle garanzie difensive; il Presidente del Senato auspica che nel 2026 il Parlamento affronti finalmente in modo concreto il tema carcerario e il Vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, nel suo intervento al Corriere della Sera del 24 dicembre, ha richiamato alla necessità di nuovo sistema sanzionatorio e penitenziario condiviso “in una illuminata e bipartisan battaglia di civiltà”. E proprio a partire da questa convergenza che si apre, dunque, lo spazio nel 2026 per una riflessione più concreta -e non più rinviabile - sulle politiche penali e penitenziarie. Ridurre il sovraffollamento non significa semplicemente “svuotare le carceri; ma ripensare in modo sistemico l’esecuzione della pena. L’esperienza dimostra che l’inclusione lavorativa, soprattutto se avviata già durante la detenzione o nelle fasi finali della pena, consente di restituire autonomia, responsabilità e dignità. Ma il lavoro, da solo, non basta. È necessaria una presa in carico complessiva. Chi esce dal carcere senza un’occupazione stabile, senza una rete di relazioni e senza un supporto dei servizi territoriali ha un’altissima probabilità di tornare a delinquere. È in questo quadro che si colloca l’impegno del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, speso negli ultimi due anni in un inedito ruolo di impulso e coordinamento attraverso il programma “Recidiva Zero, piattaforma di azione concreta e di paziente messa in rete di istituzioni, imprese, parti sociali e società civile. Il Cnel, per missione costituzionale, composizione, Dna culturale e sociale, è il perfetto ponte per facilitare il dialogo tra sistema della giustizia e società civile. Grazie all’impegno del Cnel e del suo “Segretariato Permanente; sono già più di 20le organizzazioni datoriali nazionali che hanno deciso congiuntamente di sviluppare iniziative imprenditoriali in tutti i 189 istituti penitenziari italiani, recuperando spazi carcerari ad oggi inutilizzati e promuovendo azioni di inserimento lavorativo esterno. Inoltre, il Cnel ha promosso l’estensione del Sistema Informativo per l’Inclusione Sociale e Lavorativa (Siisl), una piattaforma digitale del Ministero del Lavoro (gestita da Inps), alle persone in regime di detenzione, dando il via a una prima sperimentazione in otto istituti. Ma il Cnel, attraverso il programma “Recidiva zero”, ha voluto anche apportare un doveroso e responsabile impulso a Parlamento e Governo attraverso l’elaborazione di proposte normative finalizzate ad incidere in profondità sull’organizzazione della detenzione. Sono già due i disegni di legge approvati dal Cnel e trasmessi al Parlamento proprio allo scopo di concorrere all’apertura di un dibattito privo di ideologismi e portatore di soluzioni a problemi la cui plastica evidenza è ormai innegabile. Un primo Ddl mira ad assicurare l’applicazione integrale dei Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro (Ccnl) ai detenuti che lavorano in carcere e a rendere sistematico lo sviluppo di attività lavorative e imprenditoriali negli istituti penitenziari, tra cui l’estensione della Legge Smuraglia. Un secondo disegno di legge individua soluzioni operative volte a facilitare l’attivazione di iniziative imprenditoriali all’interno degli istituti e rafforzare il collegamento tra carcere e agenzie per l’impiego. La sfida che ci attende nell’anno ormai alle porte è, dunque, insieme culturale e politica. Ridurre il sovraffollamento carcerario attraverso misure alternative e percorsi di inclusione non è tanto un atto di indulgenza gentilmente concessa, quanto una scelta consapevole, intessuta di razionalità e sicurezza: un autentico investimento di civiltà comunitaria. Il messaggio che arriva dal Giubileo, dalle parole dei Pontefici e dal confronto istituzionale in corso è chiaro. Mobilitare la società civile, le istituzioni, il mondo del lavoro e delle imprese è l’unica strada per trasformare la pena da tempo sospeso a occasione di cambiamento. È possibile dunque ridurre la permanenza in carcere delle persone, con coraggiosi e responsabili istituti di giustizia premiale come lo sono: la proposta dell’On. Giachetti sulla liberazione anticipata per buona condotta; la proposta del Ministro Nordio sulla detenzione differenziata per le persone con problemi di dipendenza; le proposte del Vice-presidente del Csm Pinelli di rafforzare percorsi alternativi al carcere; la proposta dal Presidente del tribunale di sorveglianza di Palermo Nicola Mazzamuto fatta in occasione del Giubileo dei detenuti di indulto subordinato a un progetto individualizzato di reinserimento sociale. Tutte queste proposte, però, richiedono necessariamente un’assunzione di responsabilità congiunta da parte dell’Amministrazione penitenziaria, delle istituzioni territoriali e della società civile a strutturare e sostenere nel tempo percorsi integrali di inclusione che prevedano scuola, formazione, lavoro e presa in carico in carcere e fuori dal carcere. Oltre alla certezza della pena, caposaldo del nostro sistema giudiziario, dobbiamo impegnarci nel garantire la certezza dei percorsi di inclusione sociale e lavorativa. Interventi deflattivi non accompagnati da percorsi di inclusione e riparativi non risolvono nel lungo periodo i problemi anzi rischiano di avere un impatto negativo sul senso di giustizia e di sicurezza sociale nelle comunità e nei territori dove le persone in uscita dal carcere ritornerebbero. Su questo, ciascuno deve assumersi la propria responsabilità. Le persone detenute devono, senza perdere la speranza, impegnarsi in un percorso di cambiamento e inclusione che dev’essere necessariamente monitorato e valutato durante l’intero processo. L’Amministrazione penitenziaria deve garantire migliori condizioni organizzative e ambientali a supporto dell’efficace svolgimento di percorsi di rieducazione e inclusione lavorativa, assicurando alla funzione rieducativa adeguate quantità di risorse finanziarie e di capitale umano, oggi primariamente dedicate alla sicurezza. Le istituzioni pubbliche territoriali devono impegnarsi a costruire e rafforzare l’ampia rete di servizi sociali, sanitari, abitativi e di presa in carico per un efficace accompagnamento delle persone fuori dal carcere. La società civile (imprese, cooperazione sociale, mondo del volontariato e della filantropia) deve mobilitarsi per garantire continuità nei progetti rieducativi a aumentare scala e impatto degli interventi. Solo così si abbatte la recidiva e si ha pieno reinserimento. Certezza della pena, risarcimento delle vittime, sicurezza, senso di umanità e inclusione sociale, premialità e responsabilità: tutto si tiene in un unico progetto di civiltà giuridica e di investimento sociale. Solo così potremo ridurre il sovraffollamento carcerario e abbattere la recidiva. Ci guadagniamo tutti. E su questa responsabilità collettiva che si misura la qualità del nostro progetto democratico e, dunque, anche l’impegno difficile, ma non impossibile, del Cnel quale luogo di ascolto, dialogo e protagonismo delle istituzioni, delle forze economiche, sociali e civili. Nessuno cela può fare da solo. La complessità della sfida richiede necessariamente una visione comune e una risposta collettiva di coraggio e responsabilità”. *Presidente CNEL Carcere, la Consulta boccia la norma Nordio sulla liberazione anticipata di Luigi Ferrarella Corriere della Sera, 30 dicembre 2025 Quello che il 3 luglio 2024 per il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, in un battezzato “decreto carcere sicuro” era un nuovo sistema “molto più rapido, molto più semplice e molto più efficace”, perno di un “intervento vasto e strutturale” sulla liberazione anticipata all’insegna della “umanizzazione carceraria”, ieri è stato invece dichiarato incostituzionale dalla Consulta perché “viola i principi di finalità rieducativa della pena e di ragionevolezza”. Prima il condannato definitivo poteva chiedere ogni 6mesi al magistrato di sorveglianza, e ottenere se dava prova di partecipare al percorso rieducativo, la corrispondente detrazione di 45 giorni di “liberazione anticipata” sulla pena, giorni che abbassavano anche i tetti di pena da scontare per accedere a taluni benefici penitenziari. La riforma Nordio, invece, ha previsto che all’inizio della propria detenzione il condannato si veda calcolare tutto assieme non solo il “fine pena” effettivo, ma anche il “fine pena virtuale”: cioè la pena al netto dell’intero ammontare della liberazione anticipata in astratto ottenibile dal condannato, con valutazione dei requisiti di adesione al trattamento penitenziario effettuata dal magistrato solo in prossimità del fine pena, o in occasione della richiesta del condannato di accedere a un beneficio penitenziario. La Corte Costituzionale obietta che per il condannato il precedente sistema frazionato, “attraverso la progressiva anticipazione che gli si prospettava del fine pena e del termine per accedere ai benefici, costituiva” ogni 6 mesi “uno stimolo importante a proseguire sul cammino di cambiamento intrapreso”. Al contrario, la riforma Nordio ha “cancellato tutti questi riscontri periodici, lasciando il condannato nell’incertezza circa la meritevolezza del percorso nel frattempo compiuto, o viceversa circa la sua inadeguatezza rispetto alle aspettative dell’ordinamento”. Perciò la Consulta la giudica “lesiva del principio della finalità rieducativa della pena, oltre che incoerente rispetto alla stessa funzione della liberazione anticipata”. Il comunicato della Corte costituzionale Riduzioni di pena per la partecipazione al percorso rieducativo: il condannato ha diritto a sollecitare una decisione del giudice al termine di ogni semestre di pena scontata. È costituzionalmente illegittima, per violazione, tra gli altri, dei principi di ragionevolezza e di finalità rieducativa della pena, una norma del 2024 che ha modificato la disciplina della liberazione anticipata (articolo 69-bis della legge sull’Ordinamento penitenziario). Lo ha stabilito la Corte costituzionale con la sentenza n. 201, depositata oggi, con cui ha giudicato fondate le questioni di legittimità costituzionale sollevate dai magistrati di sorveglianza di Spoleto e di Napoli. La liberazione anticipata è un beneficio penitenziario che consiste in una detrazione di quarantacinque giorni di pena per ciascun semestre, riconosciuta al condannato che abbia dato prova di partecipare al percorso rieducativo. In tal modo, il detenuto può ottenere l’anticipazione non solo del fine pena, ma anche del momento in cui può accedere ad altri benefici penitenziari che presuppongono l’espiazione di una certa quota di pena. Fino al 2024, il condannato aveva il diritto di chiedere al magistrato di sorveglianza il riconoscimento della detrazione al termine di ogni semestre scontato. La riforma del 2024 ha previsto invece che l’accertamento dei requisiti per la concessione del beneficio rispetto a tutti i semestri già scontati sia effettuata d’ufficio dal magistrato di sorveglianza in prossimità del fine pena, ovvero in occasione della richiesta del condannato di accedere a un beneficio penitenziario. La Corte ha osservato che questo meccanismo ha fatto “venir meno il riscontro periodico sulla qualità del concreto percorso trattamentale individuale, che era stato sin qui assicurato dalla possibilità di una valutazione frazionata dei presupposti della liberazione anticipata, semestre per semestre, sollecitata da una istanza del detenuto. Tale riscontro, se positivo, assicurava immediatamente a quest’ultimo il diritto alla riduzione di pena: una riduzione, invero, di cui avrebbe usufruito soltanto in futuro, ma sulla quale sin da subito poteva fare affidamento” ragionevolmente certo. Il meccanismo di riscontro frazionato circa l’esito positivo delle istanze di liberazione anticipata - ha proseguito la Corte - “costituiva uno stimolo importante, per il condannato, a proseguire sul cammino di cambiamento intrapreso, attraverso la progressiva anticipazione, che in tal modo gli si prospettava, del fine pena e del termine per l’accesso ai benefici”. Allo stesso modo, “l’eventuale diniego della liberazione anticipata con riferimento a un singolo semestre non segnava un irreparabile fallimento del percorso trattamentale, ma costituiva esso stesso stimolo per il condannato a modificare al più presto il proprio comportamento, sì da ottenere la riduzione di pena alla successiva scadenza semestrale. Il tutto nell’ambito di un cammino in cui il condannato dovrebbe idealmente essere aiutato - attraverso un costante dialogo con il magistrato di sorveglianza e il personale dell’amministrazione penitenziaria, nonché con i volontari che quotidianamente dedicano il loro impegno alle carceri italiane - a ritrovare in se stesso le risorse personali indispensabili per realizzare quel processo di cambiamento cui mira, in definitiva, l’articolo 27, terzo comma, della Costituzione.”. La disciplina oggi vigente invece ha invece “cancellato tutti questi riscontri periodici, lasciando il condannato nell’incertezza circa la meritevolezza del percorso nel frattempo compiuto, o viceversa la sua inadeguatezza rispetto alle aspettative dell’ordinamento”. La norma è stata, pertanto, giudicata lesiva del principio della finalità rieducativa della pena, oltre che incoerente rispetto alla stessa funzione della liberazione anticipata, pensata dal legislatore dell’ordinamento penitenziario come strumento atto a favorire quella finalità costituzionale. Giustizia, l’agitazione che porta confusione di Marcello Sorgi La Stampa, 30 dicembre 2025 Il rinvio della decisione sulla data del referendum, ieri in consiglio dei ministri, dopo un evidente affannarsi del centrodestra per anticiparla il più possibile, segnala un’agitazione e una confusione in seno al governo oltre ogni immaginazione. Essendo il referendum un momento di solenne democrazia, in cui la volontà popolare viene messa a confronto con quella politico-parlamentare, e ha il potere di contraddirla o cancellarla, limitare o impedire la raccolta delle firme per la consultazione sulla riforma della separazione delle carriere dei giudici, non si può. Neppure se la consultazione è stata già chiesta dal governo, che si sentiva sicuro dell’appoggio di cui gode tra gli elettori, ma poi appunto, alla prova dei fatti, cercando di accorciare i tempi, ha dato via via la sensazione di sentirsi un po’ meno sicuro, pur avendo i sondaggi a favore. E pur essendo il referendum costituzionale il solo in cui non è richiesto il quorum, vince insomma chi ha un voto in più, e non chi - prova ormai impossibile - riesce a portare alle urne la metà più uno degli elettori, come richiesto in quelli abrogativi. La ragione per cui Meloni e i suoi consiglieri hanno pensato di anticipare al massimo le urne referendarie, a gennaio, febbraio, massimo marzo, ma non più avanti, è la solita: l’illusione che il governo in fondo possa fare ciò che vuole, che finisce sempre a cozzare con le norme che valgono per tutti, esecutivo compreso. Ragione per cui, non potendo o volendo trascinare i cittadini alle urne a Pasqua, o poco prima, si finirà con il votare dopo, più o meno com’è sempre avvenuto. E c’è poco da investire della questione fior di giuristi, come quelli che hanno scritto le riforme istituzionali che il governo o ha accantonato (premierato), o s’è visto bucherellare dalla Corte costituzionale (autonomia differenziata), tanto da renderle inservibili e da riscrivere da capo. Questa delle carriere separate, che deve ancora passare al vaglio della Consulta, ma prima ancora del voto popolare, è la sola sopravvissuta. E dovendosi votare nel 2026, s’è diffusa la convinzione - senza alcun raziocinio che lo confermi - che chi vince il referendum vincerà poi le successive elezioni politiche del 2027. Di qui la grande agitazione, del governo in primis. E la conseguente confusione. Rinvio sulla data del referendum sulla giustizia: dietro lo stop i dubbi del Colle di Simone Canettieri e Monica Guerzoni Corriere della Sera, 30 dicembre 2025 Palazzo Chigi prende tempo. Mantovano avverte Schlein e Conte. “Bene, buon anno”. L’ultimo Consiglio dei ministri del 2025 si chiude con gli auguri della premier Giorgia Meloni, silente fino a quel momento. La riunione a Palazzo Chigi dura meno di 30 minuti. Il tempo di approvare il decreto Ucraina - illustrato dal sottosegretario Alfredo Mantovano - e di rinviare la decisione sulla data del referendum sulla giustizia. Se ne riparlerà a gennaio. Meglio però procedere per gradi. Nel giorno del via libera al provvedimento che garantirà il sostegno a Kiev nel 2026 fa notizia l’assenza di Matteo Salvini. Il leader della Lega è a Roma ma non partecipa al Consiglio dei ministri. “Nessuna polemica, abbiamo ottenuto ciò che volevamo”, dicono dal Carroccio. Per 24 ore, dense di trattative fra il leghista Claudio Borghi e il ministro della Difesa Guido Crosetto (assente anch’egli per motivi personali), va in scena la “guerra” delle parole. Tutto ruota intorno all’aggettivo “militari”. Che salta e ritorna. Nella prima bozza del Dl si parlava di “disposizioni urgenti per la proroga dell’autorizzazione alla cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti in favore delle autorità governative dell’Ucraina”. Mancava appunto la parolina “militari” dopo equipaggiamenti. Tuttavia nell’ordine del giorno del preconsiglio di ieri mattina e poi in quello ufficiale inviato da Palazzo Chigi dopo pranzo l’aggettivo “militari” ricomparirà per restare nel titolo del Dl. Per molti è stata la mano di Giovanbattista Fazzolari, molto vicino al dossier ucraino. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio nega un intervento diretto e agli amici racconta: “Non l’ho seguito io. Si sono confrontati molto serenamente i vicepremier con Crosetto e Mantovano. Nessun braccio di ferro, grande serenità”. Dalla Lega però raccontano altro, ma senza acrimonia, solo a titolo di cronaca. E comunque, al di là della meccanica interna, qualcosa deve essere successo se il titolo del decreto è cambiato dalla notte alla mattina. Poco importa. I salviniani brindano: “La mediazione ci ha soddisfatti, in diplomazia occorre misurare le parole. E nel testo del decreto (composto da tre articoli, ndr) si dà spazio agli aiuti sanitari, logistici e difensivi, al di là del titolo”. Approvato il testo c’è una sicurezza: il 15 gennaio il ministro Crosetto illustrerà alla Camera il decreto. Non è detto, anzi è quasi impossibile, che per quel giorno l’Ucraina avrà già ricevuto il tredicesimo pacchetto di aiuti. È un’ipotesi considerata lontana. Archiviata la vicenda decreto - tra vincitori e vinti - a Palazzo Chigi si è deciso invece di soprassedere sulla data del referendum sulla giustizia. Niente blitz, dunque. Il governo ha frenato e preso tempo. Nonostante la legge consentirebbe di indire la consultazione già per l’1 e il 2 marzo, l’esecutivo rivendica la scelta di non aver forzato la mano, come avrebbe potuto. Vero. Come è vero il sollievo del Quirinale per un rinvio che allenta le tensioni politiche. Dal Colle non confermano che Sergio Mattarella abbia mediato in prima persona per scongiurare forzature, ma non smentiscono i dubbi del presidente-giurista. E osservano, in riferimento alla prassi di dilatare i tempi fino ai tre mesi consentiti, che la legge vale più di qualunque consuetudine. Il sottosegretario Mantovano, colui che ha tenuto i contatti col Quirinale, ha voluto informare personalmente Elly Schlein e Giuseppe Conte: i leader del Pd e del M5S faranno una “riflessione politica”, ma intanto pare abbiano apprezzato la disponibilità al dialogo. Quel che i meloniani non dicono, è che la frenata del governo è anche tecnica e riguarda il quesito che dovrà comparire sulla scheda. Se la Cassazione accogliesse la formulazione (orientata al No) di chi sta tentando di arrivare alle 500 mila firme e non quella proposta dal fronte del Sì, il governo si esporrebbe a rischi non banali, come ricorsi e ristampa delle schede. Anche per questo, ascoltando i consigli del Colle, il governo ha tolto il piede dall’acceleratore e smentito “colpi di mano”. Il costituzionalista Stefano Ceccanti si rammarica che “nessuno abbia provato a dialogare su un calendario condiviso”. A sfogliarlo si vede che l’8 marzo è la Festa della Donna e il 29 è la domenica delle Palme, per cui le date più probabili restano il 15 e il 22 marzo. Se ne riparlerà a gennaio, appunto. Giustizia, la destra cede: frena la corsa al referendum di Kaspar Hauser Il Manifesto, 30 dicembre 2025 Il Governo fa marcia indietro: ieri niente data delle urne, discorso rimandato a gennaio. In campo la “moral suasion” del Colle. Il governo ha rinunciato a fissare la data del referendum sulla giustizia per il primo marzo. Almeno per ora. Ieri il consiglio dei ministri ha infatti soprasseduto a questa decisione che era invece stata anticipata nei giorni precedenti da diversi esponenti dell’esecutivo. Come ha preannunciato uscendo da Palazzo Chigi il ministro degli Esteri e leader di Fi Antonio Tajani, la decisione sarà presa a gennaio, lasciando intendere che ci sia una divisione tra chi vuole comunque forzare i tempi nella fissazione della data della consultazione, così da accorciare la campagna referendaria, e chi preferisce evitare tale braccio di ferro, vuoi per venire incontro alle sollecitazioni del Quirinale, vuoi per timore di finire trascinati davanti al Tar da parte del Comitato di cittadini che hanno avviato la raccolta di firme popolari. La soluzione dovrebbe essere posticipare il confronto al prossimo Cdm, atteso nei primi dieci giorni di gennaio, quando la scelta dovrebbe ricadere su un fine settimana della seconda metà di marzo, in particolare il 22 e 23. La raccolta di firme popolari ha aperto un nuovo capitolo nel dibattito pubblico in vista della campagna referendaria, rendendo meno timidi i partiti di opposizione che ieri pomeriggio hanno incontrato il presidente del Comitato del No formato dalle associazioni della società civile, Giovanni Bachelet. Il Consiglio Dei Ministri, convocato ieri pomeriggio, aveva sul tavolo due grandi argomenti: il decreto per la fornitura di aiuti all’Ucraina e la fissazione della data del referendum. Domenica pomeriggio l’avvocato Pier Luigi Panici, del Comitato dei 15 cittadini che hanno avviato la raccolta di firme popolari, aveva minacciato di ricorrere al Tar nel caso in cui il governo avesse compiuto questo passo. Ma per tutta la mattina di ieri gli staff di diversi ministri hanno assicurato i giornalisti che la decisione sarebbe stata presa. Ma alla riunione non è stata assunta alcuna decisione. Sarà fatto a gennaio, ha detto Tajani. Indicazione che può comprendere il 7 gennaio o l’attesa del 30 gennaio, vale a dire quando saranno trascorsi i 90 giorni dall’approvazione della riforma (il 30 ottobre in Senato) previsti dalla legge per consentire la raccolta delle 500mila firme popolari. Tajani, rispondendo alla domanda se l’esecutivo avrebbe atteso la raccolta delle firme popolari, ha aggiunto: “Abbiamo 60 giorni per decidere, non credo che serva la raccolta delle firme, la Cassazione si è già espressa sulla richiesta del Parlamento”. In effetti, il 19 novembre la Cassazione ha validato le firme per la richiesta del referendum presentate dai parlamentari (il 5 novembre quelli di centrodestra, il 7 quelli di centrosinistra); la tesi di Tajani, e di quanti nel governo puntano ad accorciare la campagna referendaria, è che i 60 giorni per fissare la data della consultazione partano da lì, e non dallo spirare di tutti e tre i mesi che la legge concede a chi vuole raccogliere le firme popolari. Oltre al rischio di infilarsi in contenziosi davanti al Tar (la prassi costituzionale invalsa dal 2001 in poi è stata quella di attendere i tre mesi), ha avuto un ruolo la moral suasion del presidente Mattarella, che suggerisce un clima di confronto più sereno. Tuttavia la mediazione del Quirinale e di Tajani, rispetto al “falco Nordio”, per essere efficace dovrebbe convincere il Comitato del No a non ricorrere al Tar, cosa che allungherebbe i tempi della consultazione. Occorrerà attendere la ripresa post-natalizia per capire quale linea prevarrà nel governo. Il vizio di truccare le regole nel corso del gioco non è comunque stato perso. La Camera ha infatti approvato un ordine del giorno alla legge di Bilancio che impegna il governo a varare norme che rendano più difficile il voto degli italiani all’estero, tradizionalmente più spostato a sinistra. L’odg di Andrea Di Giuseppe (Fdi) chiede che il voto non sia più postale ma solo in presenza nelle ambasciate e nei consolati. La raccolta delle firme digitali sulla piattaforma informatica del ministero della Giustizia ieri ha superato quota 110 mila (60 mila il giorno prima). Nell’incontro con Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni ieri pomeriggio, Bachelet ha strappato un loro impegno non solo su questo versante ma anche nel sostegno al Comitato del No. I quattro leader hanno assicurato la loro presenza alla manifestazione di lancio della campagna da parte del Comitato per il No il 10 gennaio. Giustizia, scontro sulla data del voto. Il governo vittima delle sue forzature di Alessandro De Angelis La Stampa, 30 dicembre 2025 Meloni lo sa fin troppo bene: un’eventuale bocciatura della più importante riforma del suo governo non sarebbe a costo a zero. Beh, il rinvio sulla data del referendum è davvero clamoroso, viste le premesse. Per settimane il guardasigilli Carlo Nordio, fedele alla linea del “fare presto” e ansioso di realizzare il sogno di Silvio Berlusconi sulla giustizia, ha annunciato per tutto l’orbe terraqueo la consultazione entro la prima metà di marzo. Un’evidente forzatura perché, secondo una lunga consuetudine di applicazione delle norme, tra raccolta firme e verifiche di regolarità era chiaro anche ai bambini che la prima data utile è il 29 marzo. Macché. Per trovare una teoria giuridica alla fretta politica gli insigni azzeccagarbugli hanno sostenuto che, secondo questo o quel comma, questa o quella interpretazione ai limiti dell’onanismo normativo, si poteva non tener conto della raccolta delle firme popolari (e, con esse, della sensibilità del Colle). Poi ieri, al momento della decisione, ops: se ne parla al prossimo cdm (forse), perché “ci sono degli approfondimenti da fare”. To make a long story short, un fulgido esempio di come il governo sia rimasto vittima delle sue macchinazioni: l’arroganza ha fatto scattare un riflesso democratico con le firme balzate a quota centodiecimila in pochi giorni. Di lì il timore di ricorsi e, alla fine, il rinvio della decisione che, prima del cdm, veniva data per certa. Adesso, per coprire la barbina figura, spiegano a microfoni spenti che, smaltiti i bagordi di Capodanno, si procederà a spezzare le reni alla Grecia: nessuna esitazione sull’obiettivo di accorciare i tempi. Chissà, alle cronache finora ci sono i fatti, che fino a questo momento hanno smentito le intenzioni. I fatti sono che, al dunque, l’evidenza democratica - in questo caso la raccolta firme - è inevitabilmente più forte delle fumisterie per stiracchiare i cavilli. Ed è proprio il tema democratico il cuore della questione. Squisitamente politico, non giuridico. Di esso fa parte il consentire ai cittadini la raccolta firme, una campagna che favorisca confronto e partecipazione in un Paese segnato dalla disaffezione al voto, un’informazione corretta. Ebbene, è piuttosto singolare che un governo “eletto dal popolo”, e piuttosto incline a brandire la volontà popolare come una clava, viva quest’ansia da urne referendarie e si incarti sulle scorciatoie. La storia è tutta qui. Al fondo dell’ansia, c’è l’idea che, se si vota presto in un Paese distratto, si corrono meno rischi. Al momento i sondaggi danno in vantaggio il sì alla riforma, mentre Mediaset parla solo di Garlasco e la Rai se ne occupa il meno possibile. A febbraio ci sono le Olimpiadi Milano-Cortina, poi l’ipnosi collettiva di Sanremo, et voilà: inizio marzo è perfetto per evitare un clima da ordalia finale che sovverta le previsioni. Più si va avanti, infatti, più la tenzone si politicizza al di là del tema giudici, più le opposizioni possono mobilitare attorno alla bandiera che mette assieme davvero tutti: il no a Giorgia Meloni. Esattamente quel che accadde a Matteo Renzi. Mica si votò sulla sua riforma del Senato, ma per mandarlo a casa. E, infatti, ci andò. A dispetto di quel che dicono la sua curva e le sue gazzette d’ordine, Giorgia Meloni lo sa fin troppo bene: un’eventuale bocciatura della più importante riforma del suo governo - anzi, dell’unica - non sarebbe a costo a zero. Magari resta a palazzo Chigi, ma un risultato negativo renderebbe più complicata la sua agenda di fine legislatura per ridisegnare il potere in Italia. Può un governo, che ha appena perso un referendum costituzionale, mettere mano a maggioranza alla legge elettorale e poi varare, sempre a maggioranza, un’altra riforma costituzionale (il premierato) in un clima in cui mezzo Paese lo percepirebbe come un abusivo, delegittimato dal voto popolare? Ecco, la vittoria prepara la forzatura successiva. La sconfitta è un effetto domino Rallentare la corsa verso il referendum. Ecco la mossa di Conte e Schlein di Paolo Delgado Il Dubbio, 30 dicembre 2025 Fumata nera. L’ultima riunione dell’anno del Cdm non ha sciolto il nodo della data del referendum. “Non se ne è proprio parlato”, racconta il ministro della Protezione civile Musumeci a cdm concluso. In effetti la spinosa questione non era all’odg. In compenso, 24 ore prima, il sottosegretario Mantovano in persona aveva anticipato che la decisione sarebbe stata presa oggi. Qualche ostacolo all’ultimo momento deve essere spuntato. La questione, si sa, è al momento la prima linea dello scontro tra governo e opposizione. Problema in punto di diritto e che appare a prima e anche a seconda vista insensato. Il fronte del No ha iniziato, con voluto ritardo, la raccolta delle firme per reclamare un referendum che è già inevitabile, avendolo chiesto i parlamentari sia di maggioranza che d’opposizione. La tesi del No è che devono poterlo chiedere anche i cittadini. Se passasse la loro interpretazione sarebbe necessario aspettare la fine della raccolta delle firme e la convalida delle stesse. Si arriverebbe ad aprile. Governo e maggioranza, invece, sostengono che raccogliere le firme per indire un referendum che è già indetto sia insensato e alla luce del senso comune è difficile dar loro torto. La loro interpretazione però avrebbe una ripercussione immediata sulla data del referendum. Lo si potrebbe indire già per i primi di marzo. Quanta differenza può fare un mese di campagna elettorale in più o in meno? Stando alle speranze degli uni e alle paure degli altri parecchia. I sondaggi un po’ confermano. Partito con uno svantaggio che pareva irrecuperabile, intorno agli 8 punti percentuali, il No ha adesso molto ridotto la distanza. Per questo i leader dell’opposizione sono convinti che un mese in più possa fare la differenza e permettere il sorpasso. Va da sé che la stessa ipotesi è ben presente anche al governo, sotto forma di spettro invece che di rosea speranza. Per quanto la premier si sia sforzata e si sforzi di “depoliticizzare” la prova per non ritrovarsi negli scomodissimi panni di Matteo Renzi nel 2016, è infatti evidente che la sconfitta sarebbe un colpo politico micidiale e rovescerebbe radicalmente quadro politico e aspettative elettorali degli uni e degli altri. In questa battaglia ingaggiata intorno a uno scarto che sarebbe comunque di pochissime settimane pesa probabilmente un altro elemento. Il fronte del No ha tutto l’interesse a polarizzare al massimo il confronto e a dimostrare che la premier forza le regole: è il solo modo per chiamare alle urne un elettorato poco coinvolto dal merito della riforma. Il convitato per nulla di pietra, in questa partita, è Sergio Mattarella. Dal Quirinale filtra pochissimo: il Presidente vuole evitare per quanto possibile che proliferino retroscena che lo coinvolgono, tanto più in una materia così delicata e che lo coinvolge direttamente. Conoscendo però il modus operandi del Capo dello Stato e la sua massima attenzione al rispetto anche formale dei limiti del suo ruolo non dovrebbe essere troppo difficile indovinare quale sia la sua posizione. La decisione sulla data del referendum spetta al governo. È dunque molto improbabile che Mattarella contesti la scelta di votare nei primi due giorni di marzo, data che sarebbe probabilmente la preferita dal governo. Ma è altrettanto probabile, per non dire certo, che il Presidente abbia anche fatto presente il rischio che vengano accolti i ricorsi che sicuramente il No presenterà impugnando proprio il non aver aspettato la raccolta delle firme avviata in questi giorni. Per il governo partire con un ricorso accolto e con il conseguente obbligo di rinviare una data già decisa sarebbe il modo peggiore di arrivare al referendum. La premier farebbe la figura di chi ha provato a forzare le regole ignorando il diritto solo per essere intuzzata dalla Corte costituzionale. L’opposizione si troverebbe spalancata di fronte un’autostrada: accuserebbe tutte le riforme costituzionali, a partire da quella della Giustizia, di mirare proprio a scardinare i sistemi di controllo che impediscono all’esecutivo di esercitare un potere assoluto. È probabile che proprio la necessità di verificare meglio le chances di sconfitta di fronte alla Consulta abbia spinto il governo a soprassedere sulla decisione di fissare già oggi la data del voto. Del resto, qualche margine di tempo ancora c’è: la scelta deve essere fatta entro il 19 gennaio e al momento non si può escludere nulla. Una cosa già certa però c’è: di qui al referendum la battaglia si combatterà a suon di colpi sotto la cintura. Così l’Antimafia è diventata il trampolino di lancio verso il Palazzo di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 30 dicembre 2025 Da Piero Grasso a Federico Cafiero De Raho, fino a Franco Roberti: la poltrona della Dna di via Giulia ormai è divenuta un capitale elettorale. Come mai il procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, poche ore dopo gli arresti dei presunti fiancheggiatori di Hamas in Italia, si sente in diritto - forse addirittura in dovere - di specificare che l’arresto nulla toglie “ai crimini commessi ai danni della popolazione palestinese successivamente al 7 ottobre 2023 nel corso delle operazioni militari intraprese dal Governo di Israele”? Evidentemente il procuratore Melillo è convinto che la sua funzione abbia anche una dimensione politica. E del resto c’è un dato, inoppugnabile nella sua fredda evidenza documentale, che dovrebbe far riflettere chiunque abbia a cuore la salute delle nostre istituzioni. Se prendiamo l’elenco dei magistrati che hanno guidato la Direzione Nazionale Antimafia negli ultimi vent’anni, ci accorgiamo che via Giulia non è più soltanto il cuore del coordinamento investigativo contro i clan e terrorismo. È diventata, con una regolarità che toglie il fiato, una sorta di “scivolo” verso gli scranni più alti del Parlamento, un laboratorio dove il prestigio della lotta alla mafia si trasforma, quasi per inerzia, in capitale elettorale. Non è un sospetto, ma una cronologia di fatti. Piero Grasso lascia la DNA nel 2012 e, in meno di cento giorni, si ritrova a presiedere il Senato della Repubblica. Franco Roberti chiude il mandato nel 2017 e pochi mesi dopo siede in una giunta regionale, prima di approdare al Parlamento Europeo con il Partito Democratico. Federico Cafiero De Raho, l’uomo che ha sfidato i Casalesi, va in pensione nel febbraio 2022 e a settembre è già il volto nuovo del Movimento 5 Stelle alla Camera dei Deputati, dove oggi ricopre il ruolo di vicepresidente della Commissione Antimafia. In pratica, controlla da politico gli stessi uffici che guidava da magistrato. Questione diventata ancora più problematica quando la commissione ha indagato sul presunto dossieraggio avvenuto all’interno della DNA proprio nel periodo in cui De Raho era il capo. Tutto legittimo, sia chiaro. Le leggi non lo vietano e le carriere dei singoli sono immacolate. Però resta una singolarità che non possiamo ignorare. Perché questo passaggio avviene quasi esclusivamente verso una precisa area politica? Se guardiamo alle storie di Grasso, Roberti e De Raho, la traiettoria punta sempre verso il centro-sinistra o verso quel populismo giudiziario che ha fatto della legalità una bandiera identitaria. Non si registrano ex capi della DNA candidati con la destra o il centro-destra. E questo pone un problema gigantesco di percezione. Immaginiamo un cittadino che guarda a quei vertici. Come può non porsi la domanda se, negli ultimi anni di servizio, quelle scelte, quelle conferenze stampa, quelle priorità investigative non fossero già orientate, magari anche inconsciamente, verso il futuro approdo politico? Il rischio è che la “sacralità” dell’Antimafia venga usata come un certificato di garanzia etica per coprire le fragilità di partiti che hanno bisogno di eroi per nascondere i propri limiti. C’è poi un tema di potere reale. Il Procuratore Nazionale Antimafia gestisce archivi sterminati, conosce i segreti di decine di inchieste che incrociano il mondo della politica e dell’economia. Quando quel patrimonio informativo finisce nelle mani di un deputato o di un senatore che deve scrivere leggi o votare immunità, si crea un cortocircuito. Non è più una partita ad armi pari. È come se un arbitro, a metà partita, si togliesse la giacchetta per indossare la maglia di una delle due squadre in campo, portando con sé il fischietto e il taccuino delle ammonizioni. Lo scriveva Leonardo Sciascia, con quella lungimiranza che oggi suona quasi profetica: l’antimafia - come lo fu durante il fascismo attraverso il prefetto di ferro - può diventare uno strumento di potere, un’etichetta che mette a tacere ogni critica. Perché chi osa contestare un ex magistrato antimafia che ora fa politica viene subito accusato di essere un nemico della legalità o un amico dei boss. È un gioco pericoloso, che soffoca il dibattito, intossica la democrazia e polarizza la giustizia. “Il problema esiste”, disse Melillo - Perfino l’attuale capo della DNA, Giovanni Melillo, pur non avendo (ancora) chiesto voti, ha una storia che passa per le stanze dei ministeri, essendo stato il capo di gabinetto dell’allora ministro della giustizia Andrea Orlando. E a differenza dei suoi predecessori, Melillo ha almeno il merito di non negare l’evidenza. Alla festa de Il Foglio dell’anno scorso, interrogato proprio sulla riforma della separazione delle carriere, ha ammesso: “Riconosco che il problema esiste”. Avrebbe potuto, come dice lui stesso, “buttare la palla in tribuna e dire che con la separazione delle carriere questo diventerebbe un fenomeno al quale tutti sarebbero chiamati ad abituarsi”. Invece ha confessato di aver chiesto, un anno e mezzo fa, all’ufficio legislativo del ministero della Giustizia di introdurre una norma che vieti al procuratore nazionale antimafia di candidarsi o di assumere incarichi di governo. “Mi rendo conto che non basterebbe a fugare i dubbi questo impegno, anche formale, ma credo che certamente non mi opporrei a questa norma. Ma non sta a me introdurla”. Parole che suonano come una confessione involontaria. Melillo ammette che il suo impegno personale a non candidarsi non basta, perché il punto non è la buona fede del singolo magistrato, ma l’architettura istituzionale che permette questo salto. Eppure, nonostante la sua richiesta, quella norma non c’è. È rimasta nei cassetti del ministero, sepolta sotto le urgenze quotidiane o forse sotto la resistenza di chi, in Parlamento, ha tutto l’interesse a mantenere aperta quella porta. La Riforma Cartabia ha provato a chiudere qualche porta girevole, ma per chi arriva a fine carriera la tentazione del Palazzo resta intatta. E il fatto che un procuratore in carica chieda di essere vincolato da una legge che ancora non esiste è la prova più lampante che il sistema, così com’è, è insostenibile. Segno che il confine tra l’alta magistratura e l’alta politica è ormai così sottile da essere invisibile. Non si tratta più di casi isolati, ma di un percorso tracciato, quasi istituzionalizzato. La DNA è diventata, nei fatti, un trampolino di lancio verso le liste elettorali di una specifica area politica. E quando il magistrato che ha coordinato le più delicate inchieste contro la criminalità organizzata diventa, pochi mesi dopo, un parlamentare che vota su leggi che riguardano la giustizia, l’intercettazione, l’ergastolo ostativo, si crea un conflitto di interessi che nessuna buona fede può sanare. Ecco il punto. Abbiamo bisogno di un’Antimafia che sia efficiente, silenziosa e, sopra ogni cosa, terza. Quando la toga diventa un’anticamera per il Palazzo, a rimetterci non sono solo i partiti, ma la credibilità stessa della magistratura. E il dubbio, quel tarlo che mina la fiducia dei cittadini, finisce per divorare anche le battaglie più giuste. Perché la giustizia non deve solo essere fatta, ma deve apparire imparziale. E questo salto continuo dalla scrivania del procuratore allo scranno del parlamentare ci dice che quell’apparenza è ormai un ricordo lontano. Melillo lo sa. Lo ha detto. Ha anche provato a fare qualcosa. Ma finché quella norma resta nel cassetto, il problema rimane. E con esso, il sospetto. Campania. Il Garante Ciambriello: “La costituzione è rimasta chiusa nelle celle” di Gianni Vigoroso ottopagine.it, 30 dicembre 2025 Il Garante campano delle persone private della libertà personale, Samuele Ciambriello, portavoce anche della conferenza nazionale dei garanti delle persone private della libertà personale traccia attraverso i numeri di fine novembre un allarmante bilancio di fine anno, che mette in crisi il sistema penitenziario. “In Italia sono detenute 63.868 persone a fronte di 45.000 posti reali disponibili. In Campania sono recluse 7.844 persone a fronte di 5.500 posti reali disponibili. Ci sono, dunque, in Italia circa 18.000 persone in più rispetto ai posti disponibili e finora la situazione non è migliorata nonostante gli annunci della politica. Delle 63.868 persone detenute in Italia, 2.772 sono donne e 20.211 sono stranieri. In Campania, invece, 401 sono le donne detenute e 957 sono gli stranieri reclusi. In Italia dei 63.868 detenuti, 9.714 sono in attesa di primo giudizio; 47.813 sono, invece, i detenuti definitivi. In Campania dei 7.844 detenuti, 1.318 sono in attesa di primo giudizio; 5.759 sono, invece, i detenuti definitivi. In Campania, i detenuti tossicodipendenti presenti negli Istituti penitenziari sono 1.567. In Italia, i detenuti usciti dagli Istituti penitenziari ex Legge 199/2010 fino al 30 novembre 2025 sono 38.187, di cui 3.484 in Campania. A giugno di quest’anno, in Italia i detenuti condannati con una condanna definitiva da 0 a 1 anno erano 1.329, di cui 76 in Campania. Servono risposte concrete, non annunci, non populismo penale, politico e mediatico. C’è carenza di agenti, di personale socio-educativo e il diritto alla salute vive una situazione preoccupante. Insomma, la Costituzione è rimasta chiusa nelle celle!”. Questi dati forniti dal garante campano Ciambriello confermano che le carceri italiane sono fabbriche di recidive, una discarica sociale. In questo anno del Giubileo si erano accese, grazie a Papa Francesco, agli appelli del Presidente della Repubblica Mattarella, tante speranze. Ma speranze attese sono state schiacciate sotto il peso di una visione carcerocentrica del sistema penitenziario. Ciambriello, poi, nel concludere lancia l’allarme sul diritto alla salute negato per i detenuti: “Spesso nella media settimanale delle carceri di Poggioreale e Secondigliano 50-65 volte manca la scorta per procedere alle traduzioni dei ristretti nelle strutture sanitarie dove erano prenotate visite specialistiche e ricoveri. Voglio anche fare un augurio per l’anno nuovo in materia di sanità: non vengano soppresse importanti strutture sanitarie all’interno dei penitenziari campani e si proceda all’implementazione di tutte le attività (piccola chirurgia, ortopedia, analisi…) che rispondono all’immediatezza delle cure all’interno del carcere senza lunghe liste di attesa”, così conclude il Garante Samuele Ciambriello. L’ultimo dato allarmante fornito dal garante campano riguarda i suicidi in carcere: da inizio anno in Italia ci sono stati 79 suicidi, di cui in Campania 6 e 1 nella Rems di San Nicola Baronia in Irpinia. Si sono suicidati all’interno delle carceri anche 3 agenti penitenziari, un educatore e un ragioniere. Emilia Romagna. “Nelle carceri tanti giovani. Ma non si dovrebbe finirci perché si è rubato cibo” di Andrena Baccaro Corriere di Bologna, 30 dicembre 2025 L’intervista al Garante regionale dei detenuti Roberto Cavalieri: “A Natale istituti abbandonati. Sempre più giovani in carcere perché non hanno una casa. I telefoni? Chiediamoci chi li fa entrare”. Il Garante regionale dei detenuti Roberto Cavalieri in questi giorni di festività è impegnato a girare le carceri dell’Emilia Romagna: “Ci sono 4mila detenuti, più della metà stranieri, molti giovani ma spesso stanno in carcere per reati comuni e perché non hanno una casa dove scontare i domiciliari. Bisogna combattere la povertà”. “Durante le festività il carcere resta ancora più isolato: aumentano gli atti di autolesionismo, la solitudine, la distanza, i ricordi e l’assenza di affettività giocano brutti scherzi. Su questo versante ci sarebbe da cambiare molto: il volontariato non dovrebbe fermarsi nei giorni festivi, ad esempio, la solidarietà non dovrebbe esistere solo nei giorni feriali, anche se complesso. Ma il carcere è una comunità che funziona 24 ore su 24 365 giorni all’anno: anche l’anno scolastico dovrebbe durare dal 1° gennaio al 31 dicembre”. Roberto Cavalieri, garante regionale dei detenuti, parla al telefono tra una visita e l’altra agli istituti penitenziari dell’Emilia-Romagna. In questi giorni in cui il mondo fuori si ferma per celebrare il Natale, chi è recluso, in condizioni che in tutte le carceri della Penisola ormai hanno poco a che fare con il fine rieducativo della pena a causa di sovraffollamento, inadeguatezza delle strutture e dei trattamenti, si trova a scontare un surplus di pena. “Il giorno della Vigilia ho fatto colloqui per cinque ore - prosegue - a Santo Stefano dalle 21 a mezzanotte”. Cavalieri, qual è l’istituto che in regione si trova nelle condizioni peggiori? “Sono appena stato nel carcere di Parma, che ha presenze molto simili a quelle di Bologna (773 detenuti su 628 posti disponibili, ndr), con la differenza che a Parma abbiamo i 41 bis e l’Alta sicurezza, quindi è un carcere più complesso da gestire. Ma Parma e Bologna insieme ospitano quasi la metà dei detenuti in Emilia-Romagna. A Parma c’è una presenza importante di persone con tossicodipendenza e disagi psichici. E poi c’è un fenomeno da non sottovalutare che è l’aumento spropositato della detenzione di stranieri molto giovani. Il 24 dicembre ho incontrato una persona del 2006. Si tratta di giovani reclusi per reati comuni, che non possono ottenere gli arresti domiciliari perché non hanno una casa e che portano con sé una serie di problematiche, perché hanno fatto una vita fuori complessa, oltre le regole, spesso sono consumatori di crack, inclini all’autolesionismo, alle aggressioni, manipolabili dai più adulti. Ci sono problemi importanti di sicurezza nel carcere di Parma, recentemente infatti è stato intercettato un drone che portava telefonini all’interno. È praticamente una pentola a pressione”. Il giorno della Vigilia, durante una visita, il segretario dei Radicali italiani Filippo Blengino ha ricevuto da un detenuto della Dozza di Bologna una lettera indirizzata al presidente della Repubblica Sergio Mattarella… “Penso che le visite istituzionali, oltre che denunciare il sovraffollamento, dovrebbero soffermarsi anche sul perché non vengano attivate possibili soluzioni, come il contrasto alla povertà: ci sono troppi poveri in carcere. C’è bisogno di sigarette, di alimenti, di vestiti, del necessario per l’igiene. E poi bisogna chiedersi come mai ragazzi di 18 - 19 anni sono in carcere perché non hanno un domicilio. Molti hanno commesso furti di cibo. I fenomeni vanno letti in modo più preciso. Non è possibile che stia in carcere chi ha rubato del cibo. Anche perché magari entri perché sei povero ma poi impari logiche di crimine più evoluto. Purtroppo le attività trattamentali non sono mai concorrenziali rispetto alle relazioni con i detenuti, stanno più tempo tra di loro che con un educatore. Ecco, un politico dovrebbe chiedere quante ore di trattamento hanno a testa i detenuti? E poi bisogna osservare che oggi su 4000 detenuti in regione gli stranieri hanno superato gli italiani. La pubblica amministrazione dovrebbe interrogarsi su quale sia il miglior trattamento in una sezione in cui sono tutti magrebini ma non c’è un operatore che parli arabo, non c’è un canale televisivo in arabo, non c’è neanche il cibo adeguato”. E poi c’è il problema dei telefonini che continuano ad essere sequestrati in cella... “È un problema enorme e bisogna chiedersi come entrano in carcere: possibile solo con i droni? Ci vorrebbe un atto di trasparenza da parte del Dap e del ministero della Giustizia: sapere quali e quanti sono i reati che commettono le persone alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria. Fare un comunicato per dire “abbiamo sequestrato uno o dieci telefonini” non basta, bisogna leggere un fenomeno perché questo non succede solo in un carcere. la mia non è un’accusa alla Penitenziaria, ma se c’è un fenomeno allora c’è bisogno di indagini, di intelligence, capire chi porta dentro i telefoni. Dobbiamo assumerci tutti la responsabilità”. Piemonte. Europa Radicale scrive al presidente Cirio: nel 2026 visiti tutte le carceri europaradicale.eu, 30 dicembre 2025 Europa Radicale e l’Associazione Radicale Adelaide Aglietta hanno inviato una lettera al Presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio per sollecitare il rispetto dell’impegno assunto il 21 settembre 2024, in occasione dell’inaugurazione della Passeggiata Marco Pannella a Torino, a visitare le carceri torinesi insieme al Sindaco Stefano Lo Russo. “Attendiamo con fiducia che il Presidente Cirio possa trovare il tempo per onorare quella promessa”, scrivono Igor Boni e Samuele Moccia, “auspicando che l’impegno venga non solo mantenuto, ma esteso a tutte le carceri piemontesi, tutti i problemi presenti un anno fa dietro le sbarre non solo siano rimasti, ma in molti casi si siano aggravati”: sovraffollamento, difficoltà nell’assistenza sanitaria garantita dalle ASL, carenza di lavoro e di percorsi di reinserimento. “Ogni istituto ha criticità specifiche”, spiegano, “ma proprio per questo è fondamentale una presenza fisica della Regione: il carcere non è un mondo a parte, non è “su Marte”, ma fa parte a pieno titolo del tessuto civile e sociale del Piemonte”. Europa Radicale e l’Associazione Adelaide Aglietta richiamano inoltre l’attenzione sulla recente istituzione, nella Direzione Sanità regionale, di un nuovo Settore dedicato alla Salute mentale e penitenziaria. “Ci auguriamo che non resti una scelta solo formale”, affermano, “ma che si traduca in politiche concrete e continuative”. In questo quadro, viene rinnovata una richiesta già avanzata all’insediamento della Giunta Cirio: “Assegnare a un componente della Giunta regionale una specifica delega alle politiche carcerarie, per garantire attenzione, coordinamento e responsabilità politica su un tema troppo spesso rimosso”. “Sul carcere - concludono Boni e Moccia - non servono nuove parole, ma atti concreti, ciascuno nel perimetro delle proprie competenze. Per questo restiamo disponibili a collaborare e ad accompagnare il Presidente nelle visite agli istituti penitenziari piemontesi”. Lettera aperta radicale al Presidente Cirio Egregio Presidente, sul prezioso sito di Radio Radicale è sempre disponibile la registrazione del suo intervento - tenuto all’inaugurazione della “Passeggiata Marco Pannella” (Torino, 21/09/2024) - in cui, fra l’altro, si impegnava a visitare le carceri di Torino assieme al sindaco Stefano Lo Russo. Attendiamo con fiducia che Lei possa trovare il tempo (fra gli innumerevoli impegni sia come Presidente di Regione sia come vice-segretario di Forza Italia) per onorare quella promessa ma anche per arricchirla, estendendola a tutte le carceri piemontesi. Come Lei sa benissimo, tutti i problemi esistenti dietro le sbarre un anno fa sono rimasti e sono aumentati: sovraffollamento, difficoltà di assicurare l’assistenza sanitaria in carcere da parte delle ASL, penuria di occasioni di lavoro che tolgano i cittadini detenuti da un ozio avvilente e frustrante e magari assicurino loro possibilità concrete di reinserimento … il “cahier de doleance” è lungo e ogni istituto carcerario potrebbe arricchirlo con le sue particolari esigenze. Proprio per la diversità delle situazioni nelle varie strutture sarebbe importante se Lei, con la sua presenza fisica, ribadisse che quei luoghi non stanno su Marte ma fanno parte, devono fare parte, del tessuto integrante della Regione. Abbiamo appreso che la Direzione Sanità della Regione Piemonte si è dotata di un nuovo Settore dedicato alla “Salute mentale e penitenziaria” (peraltro ancora privo di dirigente); ci auguriamo che tale novità assicuri maggiore attenzione e cura al mondo del carcere; va in questa direzione anche la nostra proposta - che le avevamo formulato alla nascita della sua Giunta Regionale e che le rinnoviamo - di assegnare a un membro della Giunta apposita delega per le politiche carcerarie. Ci fermiamo qui perché molto è già stato detto e scritto sul carcere, molto meglio di quanto noi possiamo dire e scrivere; servono ora atti concreti, ognuno nell’ambito delle proprie competenze e responsabilità. Ci auguriamo che Lei sappia corrispondere positivamente alla nostra richiesta, rimanendo naturalmente disponibili sia a qualsiasi collaborazione in merito sia ad accompagnarla nelle visite agli istituti piemontesi. Cogliamo l’occasione per farle sinceri auguri di Buone Feste e Buon Anno. Igor Boni (presidente Europa Radicale) Samuele Moccia (coordinatore Associazione Radicale Adelaide Aglietta) Milano. Calano i reati: 10mila in meno rispetto al 2024, ma aumentano quelli commessi da minori di Cesare Giuzzi Corriere della Sera, 30 dicembre 2025 Diminuiscono soprattutto i furti in casa (-13%) e le violenze sessuali (-18%). Il prefetto Sgaraglia: “Risultati confortanti”. Ma è allarme giovanissimi: in un anno 2.240 fermati. I reati calano. In un trend che va avanti ormai da anni, nonostante una “percezione della sicurezza” sempre più problematica. Ma i numeri di un anno di criminalità a Milano, parlano di un meno 8 per cento in città (diecimila reati in meno rispetto al 2024) e di un meno 7 nel resto della provincia. Con una diminuzione più marcata dei furti in casa (-13%), nei negozi (-12%), dei borseggi (-9%) e delle rapine (-18%). Diminuiscono anche le violenze sessuali che segnano un meno 18% nonostante l’introduzione di fattispecie di reato più stringenti. Risultati “confortanti” per il prefetto Claudio Sgaraglia a fronte del fortissimo impegno delle forze di polizia in questi dodici mesi. Meno marcata la diminuzione degli scippi (4,48%), così come più problematica è la gestione dei “minori”. Nel 2025 a Milano sono stati fermati o arrestati 2.240 minorenni. Se, in generale, i reati commessi dai minori sono in calo del 6 per cento, quelli di furto con strappo sono invece in crescita. Così come sui reati predatori, sui 900 arresti fatti da tutte le forze di polizia in città, la percentuale che riguarda i minori è superiore al 20 per cento. “C’è una violenza in genere da parte dei ragazzi, si assiste sicuramente all’uso di coltelli che tutti hanno”, ha spiegato il prefetto Claudio Sgaraglia, non solo per rapina, ma “anche legato all’uso di alcol e sostanze stupefacenti”. Per il prefetto “non è solo un problema di repressione delle forze di polizia” ma serve “un’attività molto più complessa che coinvolga anche il sociale, le scuole, le famiglie”. In questo senso, come ha ricordato il comandante provinciale dei carabinieri, Rodolfo Santovito, l’Arma ha organizzato “250 conferenze nelle scuole e incontrato 21 mila studenti”. Ad aumentare, del 55 per cento, sono invece i sequestri di droga con 5.686 chili di stupefacenti “intercettati” da polizia, carabinieri e gdf, contro i 3.658 del 2024. Numeri che confermano Milano come la piazza italiana più importante per trafficanti e spacciatori. “Per quanto riguarda il Fentanyl per ora non ci sono stati casi - ha confermato il questore Bruno Megale -. Ci sono tante droghe, con un ritorno importante dell’eroina e con la cocaina che resta forse la prima droga. Milano è una città che ha una grandissima movida, ci sono tantissimi ragazzi che vengono da fuori e purtroppo c’è anche un consumo molto diffuso di sostanze”. Sul fronte della violenza di genere il questore Megale ha firmato nel 2025 (dati al 15 dicembre) 121 ammonimenti per atti persecutori e altri 254 per violenza domestica. Sono stati 686 gli stranieri rimpatriati verso i Paesi d’origine e 1.856 le espulsioni. In aumento rispetto al 2024 anche i provvedimenti antimafia contro le infiltrazioni, rafforzati per le opere legate ai Giochi 2026: 47 interdittive per aziende in odore di mafia. Ultimo tema le polemiche per gli sgomberi, come quello di via Quarti a Baggio: “Non c’è stato alcuno sgombero di famiglie con minori. Così come non c’è stato nessun distacco di corrente da parte della Prefettura - ha spiegato Sgaraglia - ma la necessità individuata da Unareti data da una situazione pericolosa per allacci abusivi e quindi si è agito a tutela delle persone fragili”. Udine. Costituzione tradita nelle reali condizioni dei carcerati: focus sullo stato del carcere friulisera.it, 30 dicembre 2025 Come oramai tradizione di fine anno si è svolta la conferenza stampa del garante dei detenuti Andrea Sandra di Udine assieme all’ex garante già sottosegretario alla Giustizia Franco Corleone. Nel corso dell’incontro molto partecipato sono stati resi noti i dati relativi alle condizioni del carcere di via Spalato a Udine. Il dato che più di ogni altro rende chiara la situazione è quello delle presenze, 184 detenuti, ma i posti previsti sarebbero solo 90, mentre 70 sono le persone ancora in attesa del primo grado di giudizio quindi potenzialmente innocenti fino a prova contraria. Anche dal punto di vista del personale di polizia penitenziaria questo copre solo il 50% dei posti in pianta organica che fra l’altro sono parametrati sui 90 posti e non sugli oltre 180 rendendo così la situazione ancora più emergenziale nonostante gli innegabili sforzi della Direzione e degli operatori. All’incontro erano presenti diversi esponenti della giunta e del Consiglio comunale di Udine nonché esponenti dell’associazionismo e della società civile e della politica regionale. Fra le tante cose dette è stato illustrato l’ordine del giorno approvato lo scorso consiglio comunale del capoluogo friulano che impegna il Sindaco e la Giunta a sostenere attività e iniziative culturali e rieducative per le persone detenute e private della libertà personale. In particolare l’atto consiliare impegna la maggioranza di centrosinistra a costituire nel corso del 2026, “una Consulta per le marginalità, all’interno della Commissione “Politiche Sociali e Diritti di Cittadinanza”, che dialoghi strutturalmente con le reti tematiche esistenti in città, per individuare, promuovere, sostenere analisi e progettualità condivise sulle necessità sociali delle fasce di popolazione più svantaggiate, anche alfine di rendere più efficace la funzione sanitaria delle case di comunità, già costituite e costituende, previste dal norme nazionali e dalla deliberazione della Giunta Regionale del 2025. Ma non solo, lo stesso atto approvato dal Consiglio prevede anche “di attivare i Piani di Zona, promuovere attività di sostegno psicologico e pedagogico alle famiglie delle persone private della libertà personale, con particolare riferimento alla genitorialità nonché a individuare almeno un immobile di proprietà pubblica da destinare ad abitazione ed attività lavorative in favore di persone in esecuzione penale che spesso restano in carcere perché il beneficio della misura alternativa non è attuabile per mancanza di domicilio adeguato. Nel corso dell’incontro sono stati anche resi noti gli stati di avanzamento dei lavori di ristrutturazione che porteranno finalmente nel 2026 la possibilità per un certo numero di detenuti di lavorare in appositi spazi dentro al carcere, nonché l’inaugurazione di un teatro aperto alla città e soprattutto di un’infermeria accreditata, chiamata a garantire il diritto alla salute dei carcerati sgravando così, almeno in parte, le strutture sanitarie ospedaliere. Ma oltre al racconto dei progetti realizzati e quelli futuri un momento particolarmente intenso si è avuto quando l’ex garante Franco Corleone ha dato lettura di una parte dell’omelia sull’intollerabile situazione delle carceri resa dall’Arcivescovo di Milano Mario Enrico Delpini nel giorno di Sant’Ambrogio il 5 dicembre scorso. Bene ricordare che la città di Milano è quella natale di Cesare Beccaria. “La Costituzione della Repubblica italiana, ha chiosato Delpini, è tradita nelle reali condizioni dei carcerati, nella formazione e trattamento del personale della Polizia penitenziaria. La Costituzione è smentita dall’accanimento progressivamente repressivo delle indicazioni normative. Sono impraticabili percorsi accessibili a tutti per il reinserimento dei colpevoli di reati nella convivenza sociale. Le condizioni di squallore, di degrado e di violenza non facilitano il riconoscimento del male compiuto. Piuttosto suscitano rabbia, risentimento, umiliazioni. Si può prevedere che persone così maltrattate in carcere saranno persone più pericolose fuori dal carcere: hanno imparato a odiare le istituzioni piuttosto che ad assumere la responsabilità di essere cittadini onesti. Le condizioni di detenzione sono insostenibili per il sovraffollamento. Il rimedio al sovraffollamento non potrà essere l’incremento della spesa di denaro pubblico per costruire altre prigioni. Una società che funziona in modo che la detenzione sia il modo più ovvio, condiviso e sbrigativo per sanzionare reati si rivela incapace di prevenire i reati, di esigere la riparazione dei danni e di porre le condizioni per recuperare persone alla legalità. Le condizioni di detenzione sono insostenibili per la condanna al carcere di persone segnate da malattie psichiatriche che invece di essere curate diventano presenze incontrollabili, pericolose per gli altri e spesso indotte a forme di autolesionismo e al suicidio. L’orientamento di una mentalità repressiva che cerca la vendetta piuttosto che il recupero, che si difende con indifferenza e ignoranza, segnala una crepa pericolosa nella casa comune”. Verona. Detenuti assunti dal tribunale civile, la richiesta del presidente di Beatrice Branca Corriere del Veneto, 30 dicembre 2025 Il presidente del tribunale Ernesto d’Amico per la prima volta ha avviato un protocollo per l’impiego di due detenuti nel palazzo di giustizia. “Permettere il reinserimento dei detenuti nella società è nel nostro interesse. Per chi lavora dentro o fuori dal carcere il rischio di recidiva è bassissimo, mentre sale a oltre il 50% nel caso di soggetti inoccupati”. Le parole sono quelle del presidente del tribunale Ernesto D’Amico che ha deciso di aprire le porte del palazzo di giustizia alla popolazione carceraria. I dati a cui si riferisce sono quelli forniti dagli studi del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro. Il rapporto “Recidiva zero” - Nel loro rapporto “Recidiva Zero” è stato riscontrato infatti come il rischio che un detenuto con un’occupazione torni a delinquere sia pari al 2%. “I numeri parlano chiaro - riferisce D’Amico -. Ho quindi preso contatti con la direttrice della Casa Circondariale di Montorio, Maria Grazia Bregoli, che ringrazio per la collaborazione e ho chiesto intanto l’impiego di due detenuti che ricopriranno il ruolo di archivisti nella sezione civile. Prima di inserirli dobbiamo però aspettare il nullaosta da parte del Ministero, dopodiché ci piacerebbe introdurre anche altre risorse”. Si tratta di una novità per il tribunale scaligero: un punto di partenza che permetterebbe di colmare, anche se in piccolissima parte, la carenza di personale. “La situazione è rimasta immutata rispetto all’anno scorso - precisa il presidente -. Ogni giorno si lavora con metà del personale in organico. A giugno scadranno tutti i contratti a tempo determinato, sottoscritti grazie ai fondi europei del Pnrr e non si sa ancora che cosa accadrà a quei lavoratori. Dovrebbero essere indetti nuovi concorsi, ma non è detto che verranno stabilizzate tutte le risorse”. Quei 44 posti precarizzati - A vivere questa scomoda situazione sono 44 addetti ufficio del processo che affiancano nelle udienze i giudici e senza i quali, nella sezione penale, non sarebbe possibile garantire ogni mese circa 130 udienze. Una condizione precaria che ha portato questi lavoratori in autunno a scioperare in più occasioni, sperando di scoprire presto quale sarà il loro destino. “Impiegare i detenuti in tribunale ci aiuterebbe a rispondere anche a questo problema - dice D’Amico - senza contare che si dà la possibilità a chi ha sbagliato di avere una vita diversa. Spesso si sente dire che bisognerebbe buttare via la chiave delle celle, ma questo discorso viene smentito dai dati. Se una persona viene abbandonata in carcere senza prospettive future è più probabile che si incattivisca, che sfoghi la rabbia accumulata nel periodo di detenzione e che, una volta scontata la propria pena, torni a delinquere”. La speranza è dunque quella di poter ottenere al più presto un riscontro positivo da parte del Ministero della Giustizia per partire con questa prima sperimentazione nella sezione civile del tribunale. “Col lavoro la recidiva diminuisce ed è un investimento per tutta la società”, le parole del presidente D’Amico. Padova. Zaia inedito, auguri di buon anno dal Due Palazzi di Martina Zambon Corriere del Veneto, 30 dicembre 2025 Prima il presidente della Regione Alberto Stefani ospite d’eccezione al pranzo di Natale della Comunità di Sant’Egidio a Padova, oggi il suo predecessore, e attuale presidente del consiglio regionale, Luca Zaia, al carcere Due Palazzi sempre nel capoluogo euganeo, per gli auguri di Capodanno. La nuova amministrazione regionale sembra virare con decisione, insomma, su segnali forti di vicinanza agli ultimi. L’appuntamento, per Zaia, è stamattina alle 11 nella casa di reclusione. Lì incontrerà le realtà del terzo settore che operano all’interno dell’istituto, una rappresentanza del personale dell’amministrazione penitenziaria, a partire dalla nuova direttrice della sezione dedicata a detenuti che stanno scontando pene definitive, Maria Gabriella Lusi e delle persone detenute. Un’occasione, spiega lo staff del presidente, per augurare un felice anno nuovo anche a chi lavorerà sia il 31 dicembre che il primo gennaio. Un appuntamento inedito per l’ex governatore che in queste settimane sta prendendo le misure al suo nuovo ruolo di presidente del parlamentino regionale. Un ruolo che, secondo i più, potrebbe continuare a rivestire non solo nei prossimi mesi, come inizialmente ipotizzato, bensì almeno fino a primavera 2027, data (presunte) delle prossime consultazioni politiche. Ma c’è anche chi alza la posta e scommette che il “doge” preferirà, alla fine, rimanere in laguna, seppur sulla riva opposta del Canal Grande. Si spazzerebbero via, così, gli scenari futuribili che lo vedono, di volta in volta, candidato alla poltrona di sindaco di Venezia dopo Luigi Brugnaro, presidente di una grande partecipata come Eni, impegnato in un meglio precisato incarico di alto profilo nel settore privato o, come pareva scontato e ora appare piuttosto improbabile, come candidato in uno dei due collegi uninominali lasciati liberi, rispettivamente, da Stefani e dal suo neo assessore allo Sviluppo economico, Massimo Bitonci. Le elezioni suppletive fra Padova e Rovigo non sarebbero fra i desiderata del presidente del consiglio regionale, poco il tempo residuo del mandato, alto il rischio di “sparire dai radar”. E allora anche piccoli segnali come la visita di Capodanno al carcere Due Palazzi di Padova sembrano corroborare la vox populi: Zaia da palazzo Ferro Fini non partirà poi così presto. Rovigo. “Nuovo carcere minorile. Più lavoro, nessun rischio” di Antonio Andreotti Corriere del Veneto, 30 dicembre 2025 L’assessore Aretusini rassicura. Per 31 detenuti almeno 50 guardie. “L’arrivo del carcere minorile all’ex Casa circondariale in via Verdi ha consentito di evitare la creazione di un nuovo “vuoto urbano” in pieno centro storico e darà, comunque, una spinta all’indotto cittadino. Da parte nostra, come amministrazione comunale, ci impegneremo per fare in modo che i timori, a livello di sicurezza, espressi da parte di alcuni residenti in zona trovino una pronta risposta in termini di controllo e di prevenzione”. Così l’assessore rodigino alla Sicurezza, Michele Aretusini, saluta l’ormai imminente arrivo del carcere minorile all’ex Casa circondariale in via Verdi, in funzione dal 1933 e dismessa nel 2016, con inaugurazione fissata per l’8 gennaio prossimo. Intanto inizia a filtrare qualcosa su come sarà la struttura riqualificata. L’istituto penitenziario minorile del Triveneto, che prende il posto di quello ora a Treviso e che sarà chiuso, disporrà di 31 posti per i detenuti. La loro età, minori (14-18) e giovani adulti (19-25) dipenderà dalle scelte della Magistratura di sorveglianza. Dentro il carcere minorile troveranno lavoro una cinquantina di agenti penitenziari, affiancati da professionisti pedagogici ed educatori. L’area sarà poco meno di 7.000 metri quadrati ed avrà spazi verdi, per lo sport e per le attività educative. Ancora non si sa quando arriveranno i primi ospiti nella struttura anche perché il cantiere è tecnicamente ancora aperto, ad esempio, per le strutture sportive interne. Già individuati quattro funzionari pedagogici e un funzionario contabile, indetta la procedura per la selezione di un comandante e di un direttore. Il cantiere, iniziato a gennaio 2022 per un costo di 8,6 milioni di euro, a novembre 2023 ha avuto bisogno di un’iniezione di ulteriori 3,5 milioni di euro di finanziamento. I soldi sono arrivati dal ministero delle Infrastrutture e Trasporti guidato da Matteo Salvini e sono serviti a coprire gli aumentati costi per il materiale edile. L’iter del carcere minorile del Triveneto è partito a novembre 2020 quando il ministero per le Infrastrutture, con decreto, ha chiuso ogni discussione sul futuro dell’ex Casa circondariale di Rovigo indicendo l’appalto. Ad aggiudicarselo, negli ultimissimi giorni del 2020, è stata l’associazione temporanea di imprese (Ati) “Nidaco costruzioni Srl-ici impresa costruzioni industriali Spa”. L’Ati, che ha sede nel comune molisano di Venafro (Isernia), ha vinto l’appalto offrendo un ribasso del 21,050 per cento per un importo finale di 8 milioni e 615.276 euro. Il bando di gara era da 11,2 milioni di euro. A spingere il ministero di Grazia e Giustizia a chiudere la struttura di Treviso sono state questioni quali il sovraffollamento di detenuti e il suo essere vecchia e inidonea, con spazi insufficienti per attività educative e ricreative. Monza. Gli avvocati della Camera penale regalano un telefonino ai detenuti monzesi di Stefania Totaro Il Giorno, 30 dicembre 2025 Potranno videochiamare casa negli orari consentiti. In un incontro con i penalisti alcuni ragazzi del carcere di Monza hanno parlato dei problemi del reinserimento sociale e delle criticità del sovraffollamento: “Bisogna restringere sempre di più le distanze tra l’interno e l’esterno”. Come regalo di Natale un telefono cellulare per fare le videochiamate ai familiari nelle ore di permesso. L’hanno ricevuto dagli avvocati della Camera penale di Monza i detenuti della casa circondariale monzese, per abbattere i confini che li separano dalle persone care, ancora di più in questi giorni di festa. I penalisti brianzoli credono nell’articolo 27 della Costituzione che prevede la finalità rieducativa della pena e la risocializzazione del detenuto e hanno uno stretto rapporto con gli ospiti del carcere di Monza, dove recentemente l’avvocata Roberta Minotti ha incontrato i detenuti che compongono la redazione del magazine “Oltre i confini” con la direzione editoriale di Antonetta Carrabs, un semestrale alla seconda uscita. “L’idea è quella di far conoscere con le nostre storie personali alle persone che non sono mai state in carcere cosa vuol dire essere un recluso - racconta Nicholas - per far capire che in fondo non siamo mostri, ma siamo delle persone che hanno sbagliato; è un modo anche per avvicinarci all’esterno e sentirci ancora parte di quel mondo da cui siamo stati strappati per entrare in un microcosmo dove devi reimparare un po’ tutte le leggi, diciamo, di sopravvivenza. E ci sono tante cose difficili nella carcerazione, la lontananza dalle persone e dai luoghi amati e soprattutto la convivenza forzata, perché si può convivere con un assassino, con degli stupratori, con ladri, truffatori, però alla fine quello che ti insegna il carcere è non etichettare la persona in sé per il reato che ha commesso, ma prima di tutto conoscerla”. Giacomo invece elenca le criticità incontrate nel carcere monzese nella realizzazione di un progetto di rieducazione. “Per prima cosa il sovraffollamento, che comporta anche la mancanza di personale per mantenere contatti per riabilitare un detenuto. Qua abbiamo più di 700 persone con un personale che è il 50%, proporzionato alla capienza originaria che è stata ampiamente superata. Ciò comporta anche tutta la lentezza burocratica. Per chi ha la possibilità di andare in prova o ai domiciliari o avere accesso a tutte quelle pene alternative che permetterebbero a una persona detenuta di poter uscire da questo mondo, la fissazione dell’udienza a volte ha tempi biblici. Io sto aspettando un’udienza per andare a casa da 5 mesi, bisognerebbe adeguare il carcere alla singola situazione e dare la possibilità al detenuto di riabilitarsi all’esterno. Ma all’esterno c’è un’altra bruttissima parola che è pregiudizio. Quindi bisogna promuovere quello che si sta già facendo, cioè restringere sempre di più le distanze tra l’interno e l’esterno”. Tolmezzo (Ud). Oltre le sbarre, il Natale dell’arcivescovo Lamba con i detenuti di Bruno Temil lavitacattolica.it, 30 dicembre 2025 Non numeri, non schede anagrafiche, non “dati” in un sistema burocratico, ma volti unici, irripetibili e amati. È questo il messaggio di speranza che l’arcivescovo di Udine, mons. Riccardo Lamba, ha portato nel cuore della casa circondariale di massima sicurezza di Tolmezzo, dove venerdì 26 dicembre ha celebrato la Santa Messa nell’Ottava di Natale. Nella sala teatro trasformata in spazio di preghiera, tra le mura del penitenziario carnico, la liturgia ha assunto il sapore di un abbraccio che non conosce confini. Accanto all’Arcivescovo, hanno concelebrato l’arcidiacono di Tolmezzo, mons. Angelo Zanello, e il cappellano, padre Claudio Santangelo. Una presenza corale che ha visto la partecipazione anche dell’assessore comunale alla Famiglia e all’Inclusione, Cristina Dalla Marta, della Vice comandante della polizia penitenziaria e di diversi agenti, a testimoniare una vicinanza istituzionale che va oltre il dovere formale. L’Omelia: “Non siete numeri, siete Figli” - Al centro della riflessione di mons. Lamba, la vertigine dell’Incarnazione: un Dio che si fa uomo per restituire a ogni uomo la propria luce. “Il Natale è un evento unico perché ogni nascita lo è”, ha esordito l’Arcivescovo, tracciando un netto confine tra l’essere umano e le sue moderne “imitazioni” tecnologiche. “Oggi si parla tanto di intelligenza artificiale, capace di clonare voci e corpi. Ma noi non siamo fotocopie. Siamo unici”. Il presule ha poi rivolto lo sguardo alle ferite del mondo e a quelle personali, ricordando come ogni vita spezzata, sia essa un bambino o un soldato in guerra, rappresenti una perdita incolmabile proprio per questa unicità. Una riflessione che ha toccato profondamente i numerosi detenuti presenti, ai quali l’Arcivescovo ha ricordato: “Dio ha preso carne per permetterci di sperimentare un amore gratuito. Senza questa esperienza l’uomo vive nello smarrimento e facilmente si può perdere nelle tenebre del Male; chi invece si lascia toccare vede ogni cosa tornare in ordine. Non siete numeri: siete Figli”. Un Natale che trasforma il presente - La celebrazione, animata dal canto dei cori di Cazzaso e Fusea, non è stata solo un rito, ma un momento di concreta fraternità, culminato in un incontro conviviale curato dai volontari. “Questa non è una storia di duemila anni fa”, ha proseguito nella sua significativa omelia mons. Lamba, “è una realtà che possiamo sperimentare oggi, anche in una cella, nel dolore più acuto o nelle tenebre più fitte”. L’invito finale è stato quello di riscoprire la propria dignità per farsi riflesso dell’amore di Cristo nelle relazioni quotidiane, anche dentro la durezza del carcere. Un augurio affinché la luce del Bambino, accolta nella fragilità, possa trasformare l’ambiente penitenziario in un luogo dove la dignità di figli di Dio sia il linguaggio comune tra chi custodisce e chi è custodito. Napoli. Il cardinale Battaglia con i detenuti. “Nessuno è irrecuperabile” di Rosanna Borzillo Il Mattino, 30 dicembre 2025 Vicinanza il pranzo all’istituto “Pasquale Mandato” di Secondigliano. “Nessuno è irrecuperabile”. È con queste parole che il cardinale arcivescovo di Napoli, don Mimmo Battaglia, ha voluto parlare al cuore degli ottantadue detenuti che ieri hanno condiviso con lui il pranzo di Natale nel centro penitenziario “Pasquale Mandato” di Secondigliano, a Napoli. Uomini scelti tra i più poveri, spesso stranieri o senza familiari, per i quali il Natale rischia di essere solo un giorno come gli altri. “Una persona non coincide con i propri errori”, ha ricordato l’arcivescovo, rivolgendosi ai detenuti nella sala addobbata a festa, trasformata per qualche ora in uno spazio di ascolto e di speranza. Battaglia ha offerto parole di incoraggiamento, invitando a non arrendersi: “Si è grandi non quando non si sbaglia, ma quando si riconoscono i propri errori e si trova la forza di ricominciare”. Sono state oltre novecento le persone fragili che, nel giorno di Natale, si sono sedute ad altre tavole a Napoli con la Comunità di Sant’Egidio. Anche i pranzi nelle carceri di Secondigliano e Poggioreale fanno parte di un impegno che vuole restituire dignità e vicinanza a chi vive la condizione dell’emarginazione. Quest’anno, però, il gesto assume un peso ancora maggiore. “Il carcere attraversa un momento di profonda sofferenza - spiega Antonio Mattone della Comunità di Sant’Egidio - segnato dal sovraffollamento e dalle difficoltà legate alla salute dei detenuti. Il pranzo resta un’occasione concreta per aprire una finestra sul mondo esterno, soprattutto per chi desidera rimettere in gioco la propria vita”. Accanto ai detenuti, anche il neodirettore del carcere, Gianfranco Marcello, in carica da un mese, che ha ribadito il nodo del sovraffollamento, sottolineando però “il valore e il senso di un’iniziativa importante per chi vive la detenzione”. A tavola, un menù natalizio e, alla fine, un regalo per tutti: un segno semplice, ma capace di ricordare che nessuno è solo e che, anche dietro le sbarre, il Natale può ancora parlare di speranza. Tessuto sociale di Valentina Abate Vogue, 30 dicembre 2025 Viaggio alla scoperta delle sartorie socialmente impegnate. Il loro obiettivo? Una moda che favorisca la circolarità, ma anche il reinserimento e l’inclusione delle persone nelle comunità. “Siamo un’impresa sociale che promuove bellezza, inclusione e sostenibilità attraverso una moda etica, circolare e Made in Italy”, esordisce Anna Fiscale, che ha co-fondato Quid nel 2013 con collezioni lavorate tra la Casa Circondariale di Montorio, nel Veronese, e un laboratorio interno dove persone con fragilità potessero lavorare con tessuti deadstock. Negli anni, il progetto ha scelto di concentrarsi su merchandising e capsule ad alto impatto sociale e, nel 2023, a festeggiare i 10 anni dalla fondazione, c’erano oltre 150 dipendenti di 23 nazionalità diverse. “Il nostro obiettivo è dare vita, entro il 2030, al primo distretto nazionale del Made in Italy sostenibile, mettendo in rete sartorie sociali affinché lavorino come un unico laboratorio diffuso sul territorio italiano e creino nuove opportunità di lavoro e formazione, dignità e futuro per oltre mille persone fragili”, racconta. Lo scorso settembre, questo sistema di rete si è aggiudicato il Premio Innovazione Sociale assegnato da Cassa Depositi e Prestiti in collaborazione con Intesa Sanpaolo per il Sociale. Il secondo posto è toccato a Made in Carcere, realtà che si occupa del reinserimento delle detenute in società che danno al contempo una seconda vita ai tessuti. Nato nel 2007 a Lecce per mano di Luciana Delle Donne, fondatrice di Officina Creativa, cooperativa sociale senza scopo di lucro, il marchio Made in Carcere conta a oggi sei laboratori nei penitenziari di Puglia e Basilicata e supporta circa 20 sartorie sociali di periferia dove si producono manufatti come borse e accessori: “Siamo riusciti ad arredare gli spazi come fossero case, in modo che aiutino le detenute a ricostruire consapevolezza e acquisire competenze tecniche”, racconta Delle Donne. Secondo quanto riporta il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (CNEL), infatti, i dati di recidiva, stabili intorno al 60%, possono calare fino al 2% per i detenuti che hanno avuto la possibilità di un inserimento professionale. Un obiettivo fondamentale che per la fondatrice è necessario affiancare anche a valori intangibili: “Per noi è altrettanto importante lavorare sull’autostima e la capacità di vivere in comunità. Sviluppare un’esperienza di lavoro in carcere può contribuire in modo significativo a questo percorso”. Grazie al suo impegno prezioso, Delle Donne è stata insignita dell’onorificenza di Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella: “Ricordo di averlo fatto sorridere quando gli ho chiesto di indossare un braccialetto firmato Made in Carcere, un grande gesto di riconoscimento verso ciò che facciamo, spesso con tanta fatica, qui al Sud”. A Roma, invece, i detenuti dell’Istituto Penitenziario di Rebibbia modellano non solo i capi, ma anche il proprio domani. Il progetto Made in Rebibbia - Ricuciamolo insieme, nato dalla collaborazione tra l’Accademia Nazionale dei Sartori e l’istituto con il sostegno di BMW Roma, consente loro di imparare un mestiere, seguendo il laboratorio di Alta Sartoria, e di costruire una prospettiva professionale una volta scontata la pena. “Nata nel 2017 grazie a mio padre, allora Presidente dell’Accademia Nazionale dei Sartori, la nostra è un’iniziativa che cuce insieme impegno e riscatto sociale, per restituire dignità e dare nuove opportunità”, sottolinea Daniele Piscioneri, Presidente dell’Accademia Nazionale dei Sartori Aps - Ets. L’ultima sfilata, andata in scena all’interno dell’Area Verde del carcere, ha presentato trenta capi creati da otto allievi che, per una sera, hanno anche vissuto l’emozione di essere modelli. “Abbiamo festeggiato il nostro primo pensionamento”, racconta Giovanni Lucchesi, che accoglie in Prism - società benefit da lui fondata a Milano nel 2023 con l’obiettivo di creare un polo manifatturiero della moda etica - non soltanto rifugiati, ma anche chi per motivi vari si è ritrovato fuori dal mercato del lavoro. “Le competenze in ambito sartoriale sono preziose nel nostro nuovo Repairing Hub, realtà strutturata capace di aiutare i brand nel servizio di riparazione imprescindibile per la vocazione circolare della moda oggi”. I team di Prism ritirano dai negozi capi da accorciare, riparare, personalizzare e, seguendo le specificità di ciascun marchio, li processano nel laboratorio. “Stiamo testando con i produttori nuovi macchinari per ingegnerizzare la scucitura abbattendone i tempi. Parallelamente, l’obiettivo per il 2026 è mettere a punto un’app dedicata al grande pubblico per ampliare il bacino di utenza del servizio. Inoltre ci occupiamo di upcycling dell’invenduto in collaborazione con alcune scuole di moda”. A catalizzare l’attenzione dei social media è stata invece Fody Fabrics, start-up a vocazione sociale nata nel 2022 a Pistoia con l’intento di valorizzare rimanenze tessili attraverso l’inclusione di persone svantaggiate. “Vogliamo dare una risposta a tre emergenze che crediamo di poter contribuire a risolvere: lo spreco tessile, la fragilità sociale di chi è considerato diverso e l’emergenza freddo che soffre chi vive senza una fissa dimora”, spiega Luca Freschi, CEO di Fody Fabrics. “Sviluppando progressivamente un concetto di azienda gentile ma ambiziosa, costruiamo collaborazioni con aziende del territorio, enti pubblici e università. L’obiettivo non è solo sprecare meno, ma generare nuove possibilità di crescita per le persone e per il sistema moda”. Sui suoi profili social Fody Fabrics conta oltre 200mila seguaci tra TikTok e Instagram. “Rendere i nostri artigiani protagonisti delle nostre piattaforme online ha consentito a molti di loro di superare difficoltà espressive, e la stima e il sostegno della community sono diventati motivo di grande orgoglio per tutti”. Dopo più di tre anni di attività, “Fody ambisce a rappresentare un movimento socioeconomico e culturale che cresca per abbattere le barriere della diversità, ispirando sempre più persone a sentirsi bene con loro stesse e aprirsi al prossimo con impegno ed entusiasmo”. Dall’impresa al carcere, le tre AAA delle soroptimiste, sempre dalla parte delle donne di Giampaolo Cerri vita.it, 30 dicembre 2025 Sono quelle di “Awarness”, consapevolezza, “Advocacy”, ossia sostegno, e “Action”, vale a dire azione, le tre parole che stanno alla base della missione di Soroptimist, l’associazione internazionale per la tutela e la promozione della donna e dei suoi diritti. A capo della sezione italiana, 5mila socie, la presidente Adriana Macchi traccia un bilancio del suo mandato, che si conclude col 2025. Dalle carceri femminili alle palestre, dai campi di calcio alle olimpiadi, dai beauty center alle caserme e commissariati di tutta Italia. C’è un filo rosso che unisce questi luoghi in una rete di speranza e progetti per cambiare e migliorare la vita delle donne. Sono posti dove sono arrivate le socie dell’organizzazione mondiale Soroptimist International d’Italia con la presidente nazionale Adriana Macchi realizzando progetti per abbattere la violenza contro le donne. “La missione è quella di migliorare la vita e lo stato delle donne attraverso la consapevolezza (awarness), il sostegno (advocacy) e l’azione (action) e agire come voce universale per le donne”, sottolinea la piemontese Macchi, alla guida delle 5mila donne soroptimiste mentre il suo impegno sta volgendo al termine, in questi ultimi giorni del 2025. “Lavoriamo su tanti fronti per abbattere il gender gap, al termine del mio percorso si potrà ripartire dalla certificazione ufficiale dell’esistenza del gender gap nel mondo dello sport con i dati del Progetto Simo, una ricerca firmata dalla campionessa biolimpionica Antonella Bellutti che abbiamo presentato a Roma”. La misurazione del gender gap, attraverso un continuo aggiornamento e monitoraggio è fondamentale per poter implementare politiche attive di promozione dello sport femminile. “Oltre alla ricerca ci tengo ad evidenziare che molte sono le iniziative intraprese in tutta Italia nell’ambito del progetto Donne & Sport tra cui: l’approvazione e sottoscrizione di oltre 160 amministrazioni comunali della Carta etica dello sport femminile, redatta da Assist Italia, nostro partner di progetto, siglato un accordo con Special Olympics Italia per promuovere percorsi sportivi e di vita, di atlete con disabilità intellettive e il progetto Sport e donne in carcere. Si Sostiene carcere che sostiene le attività femminili all’interno delle carceri italiane per favorire il benessere psico-fisico, la socializzazione e il reinserimento delle donne detenute”. Riavvolge il nastro e continua a lavorare in una corsa contro il tempo: sono già programmate le aperture di due nuovi spazi in Calabria nella sezione femminile di Castrovillari e di Reggio Calabria. L’impegno sociale di Macchi parte dalle ultime, le detenute: “Lavoriamo entrando nelle case circondariali con il progetto Si Sostiene, ci sono accordi e protocolli di intesa con il Dipartimento amministrazione penitenziaria - Dap del ministero Giustizia che oggi contempla l’estensione anche ad altri ambiti della gender equality come il diritto alla salute e il benessere psico-fisico. Nasce così la recente declinazione di Donne & Sport in Carcere, per promuovere le attività motorie e sportive femminili anche per le donne detenute con attivazione di percorsi ad hoc e nuove ed attrezzate palestre nelle sezioni femminili di Cagliari e Vercelli e tre nuove “Aree Benessere” inaugurate in Campania ad Avellino e Benevento e a Caserta nell’Istituto di Santa Maria Capua a Vetere (Ce). Lo scorso 8 ottobre”, prosegue Macchi, “abbiamo inaugurato le aree benessere completamente attrezzate per promuovere e incentivare la pratica dell’esercizio fisico in ambienti moderni, accoglienti, funzionali progettati e curati dall’architetto Alessandra Franco”. Altra parola d’ordine in carcere è formazione e lavoro, dando professionalità e prospettive si riduce il rischio di recidiva: “Hanno creato pochette con Aspesi e borse di studio per 22mila euro, con Fabbri 1905 con 15 nuovi “Corsi di gelateria artigianale” e 60mila euro di formazione messa a disposizione di Soroptimist e di 128 detenute che hanno ottenuto il diploma, altamente spendibile, da gelatiere”, sottolinea la presidente. Progetti che Soroptimist International d’Italia riesce a organizzare con il lavoro di 5mila donne e nello specifico 67 club in tutto il Paese. Rimarca la presidente nazionale Macchi: “Solo nel 2024-25 abbiamo organizzato più di cinquanta nuovi percorsi di formazione per quasi 500 donne ristrette coinvolgendole in ambiti diversi come la sartoria, l’estetica, la parruccheria e la nail art, la cucina o la cioccolateria, la coltivazione e la florovivaistica, la composizione floreale, il restauro e con Laboratori creati ad hoc come quello di cosmesi appena partito a Secondigliano e promosso dal Club di Napoli che sta formando e impegnando alcune detenute nella produzione di saponette artigianali e che potrà diventare presto per queste ragazze una proposta strutturata di lavoro”. C’è il capitolo violenza: si stima di circa 30mila donne vittime di violenza passate da una delle 330 Stanze tutte per sé aperte dalle soroptimiste. “In dieci anni, sono state create oltre trecento punti di accoglienza del progetto Stanza tutte per sé per accogliere la denuncia di donne vittime di violenza all’interno delle strutture delle Forze dell’ordine in tutta Italia. Tre per ogni provincia italiana, la media delle stanze aperte da Soroptimist International d’Italia”, spiega, sottolineando come l’impegno, in questi anni, sia cresciuto e si sia ampliato tanto da essere stato modificato anche il paradigma di azione. “In principio eravamo noi soroptimiste a presentare il progetto, ora ci viene richiesto anche in zone dove non ci sono club e noi interveniamo consapevoli dell’importanza di avere una stanza o una stanza portatile tutta per sé”, osserva Macchi. Ma sono le esperienze dirette a fare la differenza: “Incontrando gli operatori, da magistrati a carabinieri sul campo, ho avuto i riscontri di un Paese reale dove ci sono esigenze, dove le donne vivono in sofferenza ma ci sono omertà e paura di parlare ed essere giudicate. Abbiamo compreso che il luogo dove denunciare e accogliere fa la differenza, è importante”, aggiunge. Sempre in tema di violenza di genere, passa anche da una dimensione di informazione trasversale. “Quelle che noi abbiamo definito “sentinelle nelle professioni” sono le prime ad avere contatti con le donne e coglierne le fragilità e poterle indirizzare per un aiuto, abbattendo la prima barriera di silenzio”, spiega Macchi. “Si può dare un primo aiuto informale attraverso la conoscenza e la diffusione di informazioni corrette rispetto a legge e tutela delle donne”, aggiunge, “consigli che diventano informazioni di base efficaci per la tutela delle donne per avviare percorsi di tutela: a chi rivolgersi, abbattendo paure e stereotipi”. Si tratta della realizzazione di iniziative di informazione, organizzati con esperti ed esperte di settore, rivolte agli allievi di scuole professionali di estetica e al personale che opera in centri benessere, palestre, società e centri sportivi per il quale è stato firmato un accordo tra Soroptimist International d’Italia e Confartigianato Imprese Benessere. L’obiettivo è quello di diffondere la conoscenza di quei campanelli d’allarme che ci permettono di riconoscere quei segni che sono espressione di un rapporto non equilibrato e che non vanno assolutamente sottovalutati. Ad oggi sono stati coinvolti otre 2.200 professionisti. Fine vita, la Consulta “salva” la legge toscana ma fissa alcuni paletti di Francesca Spasiano Il Dubbio, 30 dicembre 2025 La Corte respinge le censure statali sull’intera norma approvata dalla Regione e impugnata dal governo, ma dichiara l’illegittimità costituzionale di alcune disposizioni contenute nel testo. A chi spetta la competenza in materia di fine vita, allo Stato o alle Regioni? Il verdetto della Consulta, il più atteso da governo e Parlamento, non è così netto. La sentenza numero 204 depositata oggi dalla Corte Costituzionale, infatti, ha respinto le censure statali sull’intera legge regionale della Toscana - la prima in Italia a dotarsi di una norma in tema di suicidio assistito - ma ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di diverse sue disposizioni. Laddove la legge numero 16 del 2025, approvata lo scorso febbraio e impugnata poco dopo dal governo, non si limiterebbe ad applicare quanto stabilito dalla stessa Consulta con la sentenza 242 del 2019 (la cosiddetta Cappato/Dj Fabo), ma si spingerebbe oltre, cristallizzando condizioni e criteri su cui spetta al Parlamento legiferare. Come sostenuto nell’udienza dello scorso 4 novembre dall’Avvocatura dello Stato, che rivendicava l’esigenza di uniformare la disciplina a livello nazionale. Mentre la Regione Toscana difendeva la propria facoltà di dettare modalità e tempi certi per garantire un diritto, senza crearne uno “nuovo”, nell’inerzia del Parlamento sul tema. “La Corte - si legge nel comunicato - ha ritenuto che nel suo complesso la legge regionale sia riconducibile all’esercizio della potestà legislativa concorrente in materia di tutela della salute e persegua la finalità di “dettare norme a carattere meramente organizzativo e procedurale, al fine di disciplinare in modo uniforme l’assistenza da parte del servizio sanitario regionale”“. Ma, chiarisce la Consulta, “numerose disposizioni” contenute nella norma regionale hanno “illegittimamente invaso sfere di competenza riservate alla legislazione statale”. In particolare, “la Corte ha dichiarato incostituzionale l’articolo 2, che direttamente individua i requisiti per l’accesso al suicidio medicalmente assistito facendo espresso rinvio alle sentenze n. 242 del 2019 e n. 135 del 2024”, che invece aveva esteso l’interpretazione dei “trattamenti di sostengo vitale”. Ovvero uno dei quattro criteri sanciti dai giudici per accedere a un percorso di fine vita. Ma resta “intatto il diritto” del paziente, che abbia già ottenuto il via libera al suicidio assistito, di fare affidamento sul SSN per ciò che riguarda il farmaco letale e la strumentazione, chiarisce la Corte. La quale “ha ritenuto che l’introduzione di una disciplina a carattere organizzativo e procedurale come quella impugnata non possa ritenersi preclusa dalla circostanza che lo Stato non abbia ancora provveduto all’approvazione di una legge che disciplini in modo organico, nell’intero territorio nazionale, l’accesso alla procedura medicalizzata di assistenza al suicidio”. Ora la palla passa al Parlamento, che in attesa del verdetto aveva messo in stand by i lavori al Senato sul ddl del centrodestra.