Le carceri sono al limite: sovraffollamento e detenzione preventiva mettono in crisi il sistema di Patricia Iori ultimavoce.it, 29 dicembre 2025 Il tema delle carceri italiane è tornato con forza al centro dell’attenzione politica e mediatica, riaprendo un confronto mai del tutto sopito sulle condizioni di detenzione e sull’efficacia del sistema penale. A riaccendere il dibattito sono stati i dati più recenti sulla popolazione carceraria e alcune dichiarazioni del ministro della Giustizia, che hanno riportato alla luce criticità strutturali e questioni di principio legate al rispetto dei diritti fondamentali. Il quadro che emerge è quello di un sistema sotto pressione, incapace di assorbire l’aumento dei detenuti senza compromettere le condizioni di vita all’interno degli istituti. I numeri della popolazione detenuta - Secondo i dati aggiornati al 23 dicembre, nelle carceri italiane si contano 63.402 persone detenute. Un numero che appare particolarmente significativo se confrontato con la capienza regolamentare ufficiale, pari a 51.276 posti. Già questo scarto mostra una situazione di sovraffollamento strutturale, che da anni caratterizza il sistema penitenziario nazionale. Tuttavia, una lettura più approfondita dei dati mostra come la situazione reale sia ancora più critica di quanto emerga dalle cifre ufficiali. Posti disponibili solo sulla carta - Una parte rilevante dei posti regolamentari non è infatti concretamente utilizzabile. Circa cinquemila posti risultano indisponibili a causa di celle inagibili, lavori di ristrutturazione o interventi di manutenzione straordinaria. Questo significa che i posti effettivamente fruibili scendono a poco più di 46 mila, ampliando ulteriormente la distanza tra la capacità reale delle strutture e il numero delle persone detenute. Il risultato è un deficit di circa 17 mila posti, che si traduce in un affollamento superiore al 137 per cento. L’aumento dei detenuti e la riduzione della capienza - Il sovraffollamento non è un fenomeno statico, ma il prodotto di dinamiche recenti che stanno aggravando una situazione già fragile. Rispetto all’inizio del 2025, il numero dei detenuti è aumentato di oltre 1.500 unità. Nello stesso periodo, però, la capienza del sistema si è ridotta di quasi 800 posti. Questa combinazione di fattori - più ingressi e meno spazi disponibili - rende evidente come il sistema penitenziario stia affrontando una fase di crescente pressione, senza che vi siano segnali di un riequilibrio nel breve periodo. Il nodo della custodia cautelare - Uno degli aspetti più delicati emersi nel dibattito riguarda l’elevato numero di persone detenute in assenza di una condanna definitiva. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha ricordato come oltre 15 mila detenuti si trovino in carcere in attesa di una sentenza definitiva. Si tratta di una quota significativa della popolazione carceraria complessiva, che pone interrogativi rilevanti sul ricorso alla custodia cautelare e sulla sua effettiva necessità nei singoli casi. Detenzioni rivelatesi ingiustificate - Secondo quanto spiegato dallo stesso ministro, molte persone sottoposte a custodia cautelare vengono successivamente scarcerate, dopo che la loro detenzione si è dimostrata non giustificata. Questi casi rappresentano una criticità sotto diversi profili. Da un lato, incidono profondamente sulla vita di chi subisce una privazione della libertà poi ritenuta non necessaria; dall’altro, contribuiscono ad alimentare il sovraffollamento, occupando posti che potrebbero essere destinati a detenuti con condanne definitive. Il ricorso esteso alla carcerazione preventiva e il sovraffollamento si alimentano reciprocamente. L’ingresso continuo di persone in attesa di giudizio aumenta la pressione sugli istituti, mentre le condizioni di affollamento rendono più complessa la gestione quotidiana e limitano la possibilità di adottare soluzioni alternative alla detenzione. Le scarcerazioni tardive, quando la detenzione viene riconosciuta come ingiustificata, appaiono così come rimedi parziali, incapaci di compensare gli effetti già prodotti sul sistema e sugli individui coinvolti. Le conseguenze sulla vita in carcere - L’impatto del sovraffollamento si riflette direttamente sulla qualità della vita all’interno degli istituti penitenziari. Spazi ridotti, servizi insufficienti e difficoltà nell’organizzazione delle attività trattamentali compromettono la funzione rieducativa della pena prevista dalla Costituzione. Le condizioni di detenzione rischiano di degenerare, favorendo tensioni, conflitti e situazioni di disagio psicologico, sia tra i detenuti sia tra il personale chiamato a gestire contesti sempre più complessi. Anche il personale penitenziario risente in modo significativo di questa situazione. Agenti e operatori lavorano in condizioni di costante emergenza, con carichi di lavoro elevati e risorse limitate. Sul piano economico, inoltre, il mantenimento di una popolazione carceraria così ampia comporta costi considerevoli per lo Stato. Risorse che, secondo molti osservatori, potrebbero essere in parte riallocate se si facesse un uso più ampio e sistematico delle misure alternative alla detenzione. Le strutture e il problema della manutenzione - Il tema delle celle inagibili e dei lavori di ristrutturazione evidenzia un’ulteriore criticità strutturale. Gli interventi di manutenzione sono indispensabili per garantire condizioni minime di sicurezza e dignità, ma spesso si traducono in una riduzione prolungata della capienza senza soluzioni temporanee adeguate. La mancanza di una pianificazione efficace rischia così di trasformare interventi necessari in un fattore di aggravamento permanente del sovraffollamento. La situazione attuale richiama anche precedenti significativi sul piano giuridico. In passato, l’Italia è stata più volte condannata in sede europea per le condizioni di detenzione considerate inumane o degradanti, proprio a causa del sovraffollamento. I dati più recenti suggeriscono che il Paese si trovi nuovamente su un terreno delicato, nel quale il rispetto degli standard internazionali rischia di entrare in conflitto con le difficoltà operative del sistema penitenziario. Carceri sovraffollate, suicidi, morti e carenza di agenti aggravano la crisi umbriajournal.com, 29 dicembre 2025 I dati sul sistema penitenziario italiano a fine 2025 restituiscono un quadro definito “sconcertante” dal Cnpp-Spp, che parla apertamente di una crisi strutturale non più rinviabile. I numeri raccontano un aumento costante della popolazione detenuta, accompagnato da un incremento dei suicidi, dei decessi per cause naturali e da una cronica carenza di personale di Polizia penitenziaria, elementi che insieme mettono in discussione il senso stesso della pena e la tenuta costituzionale del sistema. Nel 1992 i detenuti presenti negli istituti di pena italiani erano 44.134. In quell’anno si registrarono 47 suicidi, pari a 10,6 ogni 10.000 ristretti, e 89 decessi per cause naturali. Si trattava del minimo storico, inferiore persino ai livelli successivi all’indulto del 2006 o agli effetti delle misure adottate dopo la sentenza Torreggiani della Corte europea dei diritti dell’uomo, che portarono a una temporanea riduzione della popolazione carceraria. Il quadro attuale è radicalmente diverso. A fine novembre 2025, i detenuti presenti nelle carceri italiane erano 63.868, quasi 20.000 in più rispetto al 1992. I decessi complessivi registrati sono stati 224, di cui 76 suicidi e 148 per cause naturali. Numeri che, secondo il Cnpp-Spp, evidenziano una situazione di grave sofferenza del sistema, aggravata da una carenza stimata di almeno 10.000 unità di Polizia penitenziaria impiegabili nei servizi intramurari. Il massimo storico di presenze si era toccato nel 2010 con 67.820 detenuti, ma in quell’anno i suicidi furono 55 e i decessi per cause naturali 108. Un confronto che porta il sindacato a sottolineare come il sovraffollamento, da solo, non spieghi l’aumento delle morti volontarie, indicando piuttosto il modo in cui la detenzione viene esercitata come fattore centrale. Dal 2022, con l’insediamento dell’attuale Governo, la situazione non ha mostrato segnali di miglioramento. I detenuti sono passati da 55.269 del 2022 a 63.868 del 2025, con un incremento di circa 8.600 unità, pari in media a 143 detenuti in più al mese. Un aumento che equivale, secondo le stime, all’apertura mensile di un nuovo istituto penitenziario di medie dimensioni. Nello stesso periodo, i suicidi hanno raggiunto valori medi di 7,96 ogni 10.000 detenuti e i decessi per cause naturali 11,4, a fronte di una media storica, dal 1992 al 2021, rispettivamente di 4,14 e 7,1. A pesare è anche il progressivo depauperamento del personale. Le nuove specializzazioni della Polizia penitenziaria e il blocco dei turn over dovuto alla spending review hanno sottratto risorse ai servizi interni, senza adeguate compensazioni. Nonostante una recente ripresa dei concorsi, negli ultimi tre anni sarebbero state recuperate solo circa 700 unità su 10.000 mancanti, rendendo irrealistico colmare il divario in tempi brevi. L’Umbria segue il trend nazionale. I detenuti sono passati dai 1.405 del 2022 ai 1.676 del 2025, con un aumento di 271 unità, pari all’equivalente di quasi tre istituti come la casa circondariale di Orvieto. Nel dettaglio, Perugia è salita da 355 a 490 detenuti, Spoleto da 443 a oltre 490, Orvieto da 86 a 124 e Terni da 521 a 571. Per il Cnpp-Spp, i numeri dimostrano che le misure adottate finora non sono state efficaci. La pena, si legge nell’analisi, rischia di perdere il legame con la dignità della persona, trasformando il carcere da strumento di legalità a luogo di frattura costituzionale. Una situazione che chiama in causa direttamente lo Stato e impone scelte strutturali non più procrastinabili. Il garante per i detenuti dell’Umbria, Avvocato Giuseppe Caforio, fa il suo intervento. Amara verità che si aggrava giorno per giorno. ieri ero in visita al carcere di Orvieto e ho trovato una situazione preoccupante con 130 detenuti a fronte di una capienza di 90 e col personale penitenziario ridotto all’osso. Addirittura il Comandante, che è molto bravo ha da gestire oltre che Orvieto il carcere dell’Isola d’Elba con 400 detenuti con una distanza di cinque ore già solo questo la dice tutta su come il sistema carcerario stia considerare la gravissima situazione di Terni e (Spoleto), oltre che a quella di Perugia. Bambini con i genitori in carcere: i diritti negati e gli “Spazi Gialli” per tornare a essere figli La Repubblica, 29 dicembre 2025 L’Associazione Bambinisenzasbarre è impegnata, in Italia e all’estero, nella tutela dei diritti dei bambini, in particolare dei figli di persone detenute. Lavora da 25 anni a per un sostegno psico-pedagogico ai genitori detenuti e ai figli, colpiti dall’esperienza della detenzione di uno o entrambi i genitori. Il 21 marzo 2014 l’Associazione ha firmato con il Ministro della Giustizia, l’Autorità Garante dell’Infanzia e dell’adolescenza, la prima “Carta dei diritti dei figli di genitori detenuti” in Europa. Fa parte di COPE (Children of Prisoners Europe), del Gruppo CRC ed è consultant member di Ecosoc dell’Onu. Le conseguenze dell’interruzione dei legami tra genitori e figli. L’interruzione dei legami affettivi tra genitori detenuti e figli, come statisticamente provato, può incrementare fenomeni di abbandono scolastico, devianza giovanile, disoccupazione, illegalità, disagio sociale e aumentare i casi di detenzione tra i figli di genitori detenuti. 100mila minori in Italia e 2.5 milioni in Europa con genitori detenuti. La missione di Bambinisenzasbarre è promuovere il mantenimento della relazione tra figli e genitori durante la detenzione, sensibilizzando la società sui diritti di oltre 100.000 minori in Italia (2,5 milioni in Europa) separati dai loro genitori detenuti. Il sostegno alla relazione genitoriale in carcere è inteso quindi anche come un’azione di prevenzione sociale che si concentra sulle difficoltà emotive e relazionali del bambino e aiuta il genitore a conservare e svolgere il suo ruolo. Lo “Spazio Giallo”. Per realizzare questa missione, Bambinisenzasbarre ha sviluppato il Sistema Spazio Giallo, un modello articolato di accoglienza e cura delle relazioni che investe l’ambiente carcerario. Viene implementato in diverse regioni italiane ed è ispirato dalla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia. Lo “Spazio Giallo altro non è che un ambiente “relazionale” creato nelle carceri da Bambinisenzasbarre desinato all’ascolto e al sostegno psicologico che accoglie circa 10.000 bambini ogni anno. Il suo scopo è tutelare il diritto del minore alla continuità affettiva e garantire al genitore detenuto di esercitare il suo ruolo e combattere lo stigma che immancabilmente colpisce i figli dei detenuti. L’impatto traumatico con il carcere. L’impatto con il carcere è potenzialmente traumatico. Lo Spazio Giallo è allestito a misura di bambino e attrezzato per rendere l’esperienza del carcere comprensibile e rassicurante. In questo spazio integrato socio-educativo, il colloquio e il supporto con le nostre professioniste diviene strumento per l’espressione dei bisogni e l’elaborazione dell’esperienza. Le azioni e i progetti che compongono il Sistema Spazio Giallo - Il colloquio riservato. È un momento d’incontro esclusivo e a cadenza mensile tra genitori detenuti e figli, spesso organizzato come Laboratorio artistico. - Gruppi di parola. È con i genitori detenuti sui temi della relazione con i figli - I Colloqui individuali. Di sostegno psicopedagogico - Telefono Giallo. Un servizio di helpline per informazioni e consulenza psicologica alle famiglie - La Partita con mamma e papà. È un progetto relazionale decennale (113 progetti nel 2024, nel 53% delle carceri italiane) per attivare e consolidare il legame in un contesto di normalità ludica. Organizzato da Bambinisenzasbarre anche nelle carceri di 7 Paesi europei. Referendum sulla riforma della giustizia, il Governo va di corsa di Alessandro De Angelis La Stampa, 29 dicembre 2025 Oggi in Cdm la data per la consultazione. L’esecutivo tentato dal fare presto, ma impedire la raccolta delle firme popolari è un vulnus. Bisogna partire dalla norma, ma anche da una lunga consuetudine in materia, per misurare quanto il governo forzerà al cdm di oggi, dove sarà stabilita la data per il referendum sulla giustizia. Per portato simbolico e ricadute politiche, è la madre di tutte le battaglie. Eventuale film della vittoria: accelerata su premierato, legge elettorale e lunga campagna verso le politiche sulle ali dell’entusiasmo. Eventuale film della sconfitta: colpo micidiale per il governo. Impossibile fischiettare se ti viene bocciata la riforma più importante - anzi, l’unica - che hai varato, peraltro sulla Costituzione. Di qui, il calcolo di palazzo Chigi: prima si vota, meglio è, per cristallizzare nelle urne gli orientamenti attuali dei sondaggi; più si allunga la campagna, più il voto si politicizza al di là del tema dei giudici. E aumenta il rischio. Ipotesi sul tavolo, almeno finora, in una ridda di ipotesi: urne entro metà marzo, come dichiarato dal guardasigilli Carlo Nordio. Dicevamo, la norma. Ovvero la legge 352 del 25 maggio 1970, che disciplina la materia referendaria. Prevede tre step, una volta approvata in via definitiva la legge. Primo: tre mesi dalla pubblicazione in Gazzetta per raccogliere le firme tramite parlamentari, cittadini, Regioni. Secondo: verifica della regolarità delle medesime da parte della Cassazione entro 30 giorni. Terzo: indicazione del voto da parte del presidente della Repubblica su deliberazione del cdm. La data si può fissare in una domenica compresa tra il 50esimo e il 70esimo giorno successivo al decreto. Applichiamola al caso in questione. La riforma è stata pubblicata in Gazzetta il 30 ottobre. Con tre mesi per la raccolta firme si arriva al 30 gennaio, che è un sabato. Ipotizziamo un pronunciamento lampo della Cassazione e un cdm altrettanto lampo. Siamo alla prima settimana di febbraio. La prima domenica utile è il 29 marzo, la Domenica delle Palme. Non suona bene, ma è possibile. Quella successiva è Pasqua. Suona ancora peggio. Logica dice aprile, ma cozza col calcolo del governo. Dove è l’appiglio per forzare? L’articolo 15 della medesima legge recita, testuale: “Il referendum è indetto entro sessanta giorni dalla comunicazione dell’ordinanza (della Cassazione, ndr) che lo abbia ammesso”. Non specifica quale ordinanza in relazione alla raccolta firme (cittadini, parlamentari, Regioni). Finora, per prassi, si è sempre consentita a tutti la possibilità raccogliere le firme, sin dal referendum del 2001 (a palazzo Chigi c’era Giuliano Amato). E tuttavia, in punta di diritto, l’articolo è suscettibile di un’interpretazione più restrittiva. Che consiste nel procedere all’indicazione della data dopo l’ordinanza sui primi promotori che hanno chiesto il referendum. In questo caso, i parlamentari. L’ufficio centrale della Cassazione ha già dato l’ok, comunicato il 19 novembre. Partendo da quel termine e tagliando così i tempi per le firme popolari, ecco la data possibile, dal primo marzo in poi, al termine di una campagna corta e dopo che il paese è stato ipnotizzato per una settimana da Sanremo. È chiaro che la scelta della prima o della seconda strada non è questione solo giuridica, ma di sensibilità politica e istituzionale. Si tratta cioè di rompere, in nome di una forzatura, una lunga consuetudine. Le intenzioni belligeranti, però, ora devono confrontarsi con una novità. E cioè che, negli ultimi giorni, è iniziata una raccolta popolare di firme. Ed è arrivata a quota 62mila in meno di dieci giorni. E qui siamo al punto dirimente: consentirla fino al 30 gennaio può apparire ininfluente ai sensi della convocazione delle urne, ma è comunque l’esercizio di un diritto democratico. Impedirlo non è indifferente. Né dal punto di vista formale perché può anche esporre la decisione a ricorsi al Tar come hanno annunciato ieri i comitati per il no. Né dal punto di vista politico. Le opposizioni, che ieri, fiutata l’aria, hanno sollevato la questione, (Conte, Fratoianni, Bonelli ed Elly Schlein), possono anche essere trascurabili per Giorgia Meloni. Ma attenzione al Colle. Anche Matteo Renzi, nel 2016, verificò la stessa possibilità di accorciare i tempi, perché sentiva che l’aria stava cambiando. E anche in quel caso le firme dei parlamentari erano già state raccolte ma il Quirinale, nei contatti informali, sconsigliò caldamente, proprio in base all’opportunità di non creare un vulnus coi cittadini impegnati nella loro raccolta firme. Difficile che Sergio Mattarella abbia cambiato idea rispetto ad allora. Per carità, si può non tenerne conto. Ma, appunto, significa, sommare strappo a strappo. Carriere separate, in realtà un assist al correntismo di Francesco Pallante Il Manifesto, 29 dicembre 2025 Tra gli obiettivi che la destra intende perseguire con la riforma costituzionale della magistratura vi è il contrasto alle correnti dei magistrati. Le “camarille”, come ha avuto il garbo di definirle l’ex presidente della Corte costituzionale Augusto Barbera; le associazioni delle toghe, per esprimersi correttamente. A questo servirebbe il ricorso allo strumento del sorteggio per la formazione del Consiglio superiore della magistratura giudicante e del Consiglio superiore della magistratura requirente: a impedire che, tramite il voto, i magistrati possano comporre, all’interno di tali organi, “delegazioni” riconducibili all’una o all’altra associazione. Lo schemino ricorrente nel dibattito pubblico ascrive le toghe di sinistra a Magistratura democratica e Area, quelle di centro a Unità per la Costituzione, quelle di destra a Magistratura indipendente. Ma è una banalizzazione: forse utile per un orientamento basilare, ma certamente inidonea a comprendere tutte le implicazioni di una realtà legata alla definizione del ruolo del giudice nell’ordinamento costituzionale. I magistrati sono soggetti “solo alla legge”, dice l’articolo 101 secondo comma della Costituzione, a tutela dell’indipendenza del potere giudiziario da qualsiasi altro potere. Significa che i giudici non sono avulsi dal circuito democratico, essendo tenuti a decidere i casi loro sottoposti applicando le leggi approvate dal parlamento democraticamente eletto. Con la precisazione che il popolo è tenuto a esercitare la propria sovranità “nelle forme e nei limiti della Costituzione”: forme e limiti di cui i giudici sono, assieme alla Corte costituzionale, i custodi. Applicare la legge implica, peraltro, sempre lo svolgimento di un’attività interpretativa. Le parole, ci dice la linguistica, sono significanti, e cioè segni, a cui deve essere attribuito un significato: operazione che si complica quando a richiedere attribuzioni di significato sono insiemi di parole concatenati in frasi, commi, articoli, leggi, codici. Pur sempre necessarie, le scelte interpretative non sono tuttavia mai del tutto libere. Collocandosi nel contesto di un ordinamento giuridico - che, come tale, deve essere, appunto, ordinato - alcune interpretazioni sono da escludersi: soprattutto, lo sono quelle che contraddicono la Costituzione. Anche al netto di tale scrematura, le opzioni interpretative rimangono in molti casi plurali, e una scelta va compiuta. Altre questioni, di carattere forse più pratico, ma comunque di rilievo, investono il modo di intendere l’organizzazione degli uffici giudiziari, i criteri di assegnazione dei fascicoli, il rapporto tra il procuratore capo e i suoi sostituti, la definizione delle priorità nell’esercizio dell’azione penale, le modalità di impiego e distribuzione delle risorse, la gestione dei rapporti con la stampa, l’opportunità di partecipare al dibattito pubblico, la collocazione fuori ruolo dei magistrati e l’eventuale rapporto di collaborazione con gli uffici governativi. Questioni in passato oggetto di aperto confronto, anche conflittuale, tra i magistrati, perché gestibili diversamente a seconda della cultura politica di appartenenza. Oggi si preferisce ignorarle o ridurle a questioni tecniche, mentre su di esse si concentrano ambizioni e si consumano persino scandali, come quello dell’hotel Champagne. Il punto è che ciascuna delle questioni evocate cela una potenziale risorsa di potere, inevitabilmente destinata a prendere il sopravvento se non le si legge, con aperta assunzione di responsabilità, attraverso la lente della politica della giustizia: cosa che solo le associazioni possono fare. È qui che entrano in gioco i diversi modi possibili d’intendere il ruolo del magistrato. Si pensi, ancora, ai diritti costituzionali: devono essere interpretati in senso restrittivo o estensivo? Chi intende i diritti civili in senso restrittivo dirà che tutto ciò che non è permesso è vietato; chi li intende in senso estensivo dirà, al contrario, che tutto ciò che non è vietato è permesso. Quanto ai diritti sociali, chi li intende in senso restrittivo opererà per il contenimento del ruolo dello Stato, mentre chi li intende in senso espansivo opererà, al contrario, per l’ampliamento dell’intervento pubblico. La scelta dell’uno o dell’altro orientamento rimanda a concezioni a opzioni di cultura politica di fondo. È a questo che le associazioni dei magistrati dovrebbero essere orientate: al confronto tra i diversi modi possibili di rendere giustizia. Si spiega anche così l’obbligo di motivazione delle sentenze (articolo 111, comma 6 della Costituzione), dal momento che, palesando l’attività interpretativa svolta, la motivazione consente di discuterne criticamente. Il problema nasce nel momento in cui, smarrito l’afflato culturale originario, le associazioni si sono tramutate in soggetti orientati alla realizzazione d’interessi non più ideali, bensì materiali. È l’indebolimento della cultura politica della magistratura ad aver trasformato l’associazionismo in strumento di gestione del potere. Esattamente com’è accaduto ai partiti politici, che, franato il terreno ideologico su cui operavano, si sono trasformati in meri cartelli elettorali rivolti alla conquista di risorse di potere. È per questo che ulteriormente indebolire il ruolo delle associazioni, lungi dal risolvere il problema del correntismo, non potrà che aggravarlo: per quale motivo, infatti, chi sarà baciato dalla fortuna del sorteggio, accedendo al Csm a titolo personale, dovrebbe resistere alla tentazione di trarne il massimo vantaggio personale? Cellulare senza linea in carcere: non c’è reato libertasicilia.it, 29 dicembre 2025 Il ritrovamento di un telefono in cella non basta, da solo, a far scattare una condanna. È questo il principio ribadito in una recente vicenda giudiziaria che si è conclusa con l’assoluzione di un detenuto accusato di detenzione illegale di un apparecchio telefonico all’interno di un istituto penitenziario. L’uomo, identificato con le iniziali W.I., era finito a processo dopo che, durante una perquisizione nella sua cella, gli agenti della polizia penitenziaria avevano rinvenuto un piccolo telefono cellulare. Un ritrovamento che, però, non ha retto alla prova del giudizio. Dagli accertamenti è infatti emerso che il dispositivo era privo di scheda Sim e di caricabatterie. Sebbene fosse dotato di batteria, non risultava in alcun modo idoneo a consentire comunicazioni con l’esterno. Un dettaglio tutt’altro che marginale, rivelatosi determinante ai fini dell’assoluzione. La difesa, rappresentata dall’avvocato Nancy Grimaldi, ha richiamato un consolidato orientamento della Corte di Cassazione, secondo cui il reato non sussiste quando l’apparecchio non è concretamente utilizzabile per trasmettere o ricevere comunicazioni. In questi casi, il semplice possesso non integra la fattispecie penale contestata. Su questa linea si è espresso anche il giudice monocratico Franco Scollo, che ha pronunciato la formula piena di assoluzione ‘perché il fatto non sussiste’. Una conclusione condivisa dallo stesso pubblico ministero, che al termine della requisitoria aveva chiesto l’assoluzione dell’imputato. I fatti risalgono al 2024 e si sono verificati all’interno della Casa di reclusione di Augusta. Dopo il sequestro del telefonino, il detenuto era stato denunciato e deferito alla Procura della Repubblica di Siracusa, affrontando il processo con rito abbreviato. Diversa la scelta di un altro detenuto coinvolto nella vicenda, la cui posizione è stata stralciata e che sarà giudicato con rito ordinario. Molise. Nelle carceri sovraffollamento e personale ridotto termolionline.it, 29 dicembre 2025 A fine anno i numeri non sono più cifre: diventano diagnosi. E la diagnosi del sistema penitenziario italiano, letta attraverso la piccola ma rivelatrice realtà molisana, è quella di un corpo istituzionale in sofferenza acuta. Il Molise, con i suoi tre istituti - Campobasso, Larino, Isernia - è oggi la fotografia più nitida di ciò che accade nel resto del Paese: sovraffollamento crescente, personale ridotto all’osso, condizioni di detenzione che si allontanano sempre più dal dettato costituzionale Nel 2022 i detenuti presenti negli istituti molisani erano 339. Oggi, dopo tre anni di governo Meloni, sono diventati 427: 88 persone in più, l’equivalente di due carceri come quello di Isernia riempite da zero. Un dato che, da solo, basterebbe a raccontare la portata del problema. Ma è solo l’inizio. Campobasso, Larino, Isernia: tre istituti, un’unica traiettoria. L’istituto di Campobasso è passato da 131 a 184 detenuti: +53. Larino da 153 a 163: +10. Isernia da 55 a 80: +25. Una crescita costante, che non trova alcuna compensazione in termini di personale. Perché mentre i detenuti aumentano, gli agenti diminuiscono. Il Molise non fa eccezione: segue il trend nazionale di un comparto che, secondo le stime del Cnpp-Spp, manca oggi di almeno 10.000 unità di Polizia Penitenziaria. E il dato più inquietante è che, nonostante i nuovi arruolamenti degli ultimi tre anni, il recupero reale è stato di appena 700 agenti. A questo ritmo, per colmare il vuoto serviranno più di dieci anni. Se allarghiamo lo sguardo al quadro nazionale, la situazione diventa ancora più eloquente. Nel 1992 i detenuti erano 44.134. Oggi, a novembre 2025, sono 63.868: quasi 20.000 in più. E con l’aumento delle presenze cresce anche il numero dei morti: 224 decessi nel 2025, di cui 76 suicidi. Numeri che riportano al centro un tema che non è solo statistico, ma etico: la pena che perde il legame con la dignità della persona, come ricordato da Radio Radicale nella rubrica “Osservatorio giustizia”. Il Molise, in questo scenario, non è un’eccezione periferica: è un campanello d’allarme. Una regione piccola, con strutture piccole, che però registra aumenti percentuali più alti della media nazionale. Se qui il sistema va in sofferenza, significa che la tenuta complessiva è fragile. Il nodo irrisolto: meno agenti, più rischio - Il depauperamento del personale non è un dettaglio tecnico: è un fattore che incide direttamente sulla sicurezza, sulla prevenzione dei suicidi, sulla gestione quotidiana delle sezioni. Le nuove specializzazioni (GOM, Cinofili, NIC, NIR, GIO, GIR, Navale) hanno sottratto agenti agli istituti senza che vi fosse un reale reintegro. Il blocco degli arruolamenti imposto dalla Spending Review e dal decreto Madia ha fatto il resto. È difficile immaginare che un sistema così impoverito possa garantire vigilanza, ascolto, prevenzione. E infatti i numeri parlano chiaro: dal 2022 al 2025, sotto l’attuale governo, il tasso medio di suicidi è salito a 7,96 ogni 10.000 detenuti, contro una media storica (1992-2021) di 4,14. Le morti naturali sono passate da 7,1 a 11,4 ogni 10.000. Quando una regione piccola come il Molise registra un aumento di 88 detenuti in tre anni, significa che il sistema non ha margini. Significa che ogni nuovo ingresso pesa come un macigno. Significa che la distanza tra la realtà e la Costituzione si allarga. Il Molise, oggi, è la lente che ingrandisce il problema nazionale: un territorio che non può permettersi di ignorare ciò che accade nelle sue carceri, perché ciò che accade nelle sue carceri racconta ciò che accade allo Stato. E se la legge dei numeri è inesorabile, come ricorda Mauro Nardella, allora è proprio da quei numeri che bisogna ripartire. Taranto. Condannato per stalking si toglie la vita in carcere senzacolonnenews.it, 29 dicembre 2025 È stato trovato morto, impiccato a una sbarra del letto a castello della sua cella, nel carcere di Taranto, dove stava scontando una condanna a tre anni e mezzo di reclusione per stalking nei confronti della moglie. La vittima è Francesco L., 53 anni, imprenditore della provincia ionica. L’uomo è stato scoperto privo di vita nella serata di venerdì dai compagni di cella e dagli agenti di polizia Penitenziaria che stavano riaccompagnando i detenuti dopo l’ora d’aria. Inutili i tentativi di rianimazione, prima da parte degli agenti e poi dei sanitari dell’infermeria: il decesso risaliva a diverso tempo prima del ritrovamento. Si tratta dell’ennesimo suicidio avvenuto all’interno di un istituto penitenziario negli ultimi mesi, un fenomeno che continua a sollevare interrogativi sulle condizioni di sicurezza e di tutela della salute mentale dei detenuti. F.L. soffriva di un disturbo psichico: una perizia psichiatrica, presentata dalla difesa e accolta dal giudice, aveva infatti riconosciuto una parziale infermità mentale. Inoltre, l’uomo aveva una lunga storia di dipendenza da sostanze stupefacenti. La notizia della morte è stata comunicata ai familiari, all’ex moglie - che lo aveva più volte denunciato - e ai figli. Informato anche il suo avvocato, Alessandro Cavallo, che solo pochi giorni prima, lunedì scorso, aveva incontrato il suo assistito in carcere per comunicargli un esito favorevole: l’idoneità al trasferimento in una struttura di cura sotto la responsabilità del Servizio per le dipendenze. La vicenda giudiziaria si era conclusa il 28 novembre scorso con la sentenza del giudice Francesco Maccagnano, che lo aveva condannato a tre anni, sei mesi e venti giorni di reclusione, beneficiando della riduzione di pena prevista dal rito abbreviato e della diminuente per la semi infermità mentale. Alla base della condanna, i comportamenti tenuti durante la convivenza con la moglie. Convinto di essere tradito, l’uomo sosteneva di percepire presunte “presenze” in casa, che attribuiva a immaginari amanti della donna, circostanza ritenuta indicativa di un possibile disturbo psichico. Dopo la denuncia della donna e l’attivazione delle misure previste dal “codice rosso”, era stato disposto nei suoi confronti il divieto di avvicinamento con braccialetto elettronico. La successiva violazione della misura aveva portato all’aggravamento e alla custodia cautelare in carcere. Secondo quanto denunciato dalla vittima, la convivenza era stata segnata da violenze domestiche reiterate: gelosia ossessiva, insulti, minacce di morte e aggressioni fisiche. L’uomo l’avrebbe inoltre costretta a rapporti sessuali non consensuali, accompagnandoli con frasi umilianti e degradanti, arrivando più volte a minacciarla di morte. Torino. L’allarme: troppi detenuti, pochi educatori. “Così si esce peggiori” di Tommaso Chirone giornalelavoce.it, 29 dicembre 2025 Sovraffollamento, carenze di personale ed educatori: la denuncia di Radicali, Possibile e Associazione Aglietta sul carcere di Torino. Si entra per essere rieducati, si rischia di uscire peggiori. È questa l’accusa netta che emerge dalla nota congiunta firmata da Filippo Blengino, segretario nazionale di Radicali Italiani, Francesca Druetti, segretaria nazionale di Possibile, e Samuele Moccia, coordinatore dell’Associazione Aglietta, sul carcere di Torino. Una denuncia che va oltre i numeri e chiama in causa le condizioni quotidiane di vita, la carenza di personale e un disagio psichiatrico definito senza mezzi termini “fuori controllo”. In questo quadro, la funzione rieducativa della pena resta sulla carta, svuotata di strutture, competenze e risorse. I numeri aiutano a capire la dimensione del problema. I detenuti presenti sono circa 1.450, a fronte di una capienza che registra circa 400 posti in meno. Una sproporzione che, secondo i firmatari, alimenta un sovraffollamento “intollerabile”, con effetti diretti sulla sicurezza, sulla dignità delle persone recluse e sulla possibilità stessa di costruire percorsi trattamentali credibili. Il carcere, così com’è, non corregge: logora. Blengino, Druetti e Moccia parlano di tre criticità che si alimentano a vicenda: carenza cronica di personale, disagio psichiatrico fuori controllo e assenza di iniziative strutturali di reinserimento sociale. Chi entra oggi nel carcere di Torino ne uscirà con ogni probabilità peggior di come è entrato. Questo è inaccettabile, scrivono nella nota. Un giudizio che non lascia spazio a interpretazioni benevole. Anche le misure che potrebbero rappresentare un passo avanti rischiano di restare simboliche. È il caso della “stanza dell’affetto”, indicata come una delle prime realizzate in Italia. Un segnale positivo sul piano dei legami familiari, ma insufficiente se non accompagnato da un intervento legislativo capace di trasformare le buone pratiche in standard diffusi. Senza una cornice normativa, avvertono i promotori della denuncia, l’eccezione resta tale e non incide sul sistema. La vita quotidiana dentro l’istituto restituisce un quadro ancora più duro. Nel braccio C, le condizioni vengono definite “indegne”: strutture fatiscenti e circa 160 detenuti per piano. Spazi consumati, sovraffollati, dove la quotidianità si riduce a una gestione dell’emergenza continua, incompatibile con qualsiasi progetto rieducativo che voglia dirsi serio. Il punto più critico, però, è quello che non si vede subito: la drammatica carenza di educatori. Senza la spina dorsale professionale che dovrebbe accompagnare i detenuti nei percorsi di cambiamento, la rieducazione diventa uno slogan vuoto. A questo si aggiunge un ulteriore squilibrio: a fronte di una presenza straniera significativa, in servizio c’è un solo mediatore culturale. Un limite che pesa sulla comprensione reciproca, sulla convivenza e sull’accesso stesso ai percorsi trattamentali. Il risultato è un sistema in affanno, dove la finalità costituzionale della pena rischia di restare lettera morta. Sovraffollamento, personale insufficiente e disagio psichiatrico trasformano il carcere in un moltiplicatore di fragilità, non in uno strumento di recupero. È questo il cuore della denuncia: iniziative isolate non bastano se il quadro generale resta carente. Dalla nota emergono priorità precise: un intervento del legislatore per rendere strutturali le buone pratiche, il rafforzamento degli organici - a partire dagli educatori -, servizi di salute mentale adeguati alla reale dimensione del problema, una mediazione culturale all’altezza della composizione della popolazione detenuta e percorsi di reinserimento sociale stabili e verificabili. In controluce, la richiesta è una sola: assumersi la responsabilità di un sistema che oggi produce più danni di quanti ne ripari. Perché la sicurezza vera non nasce dal contenimento, ma dalla capacità dello Stato di accompagnare chi sbaglia verso un ritorno possibile nella società. Avellino. Sospetto caso di scabbia nel carcere di Bellizzi: cella isolata e timori di diffusione avellinotoday.it, 29 dicembre 2025 Preoccupazione tra sindacati e operatori per il sovraffollamento e il rischio sanitario. Un sospetto caso di scabbia sarebbe stato registrato nella Casa circondariale di Avellino Bellizzi. A darne notizia è Raffaele Troise, responsabile della segreteria Uil-pa Polizia Penitenziaria di Avellino Bellizzi. Si tratterebbe del primo episodio segnalato dopo poco più di un anno dall’ultimo caso analogo. Secondo quanto comunicato, la camera detentiva interessata è stata immediatamente posta in isolamento sanitario, in attesa degli accertamenti necessari a confermare o escludere la presenza della patologia. La Uilpa Polizia Penitenziaria ha espresso serie preoccupazioni in merito a una possibile diffusione della malattia qualora il caso venisse confermato. Il carcere, viene sottolineato nella nota sindacale, è un contesto caratterizzato da spazi ristretti, nel quale il sovraffollamento incide in modo significativo, esponendo a rischi sanitari sia la popolazione detenuta sia il personale che vi opera quotidianamente. Nella Casa circondariale di Avellino il numero dei detenuti è in costante aumento e ha ormai superato le 600 unità, a fronte di una capienza regolamentare di 500 posti. Una condizione che, secondo il sindacato, compromette anche la sicurezza dell’istituto del capoluogo irpino, l’organizzazione interna e la serenità delle mansioni svolte dagli agenti di Polizia penitenziaria. La Uilpa ribadisce la necessità di un intervento urgente per deflazionare la popolazione detenuta e riportare l’istituto a numeri considerati accettabili. Nella nota si richiama inoltre l’opportunità di trasferire i detenuti che si sono resi protagonisti di varie criticità, al fine di evitare un ulteriore deterioramento della situazione, che finirebbe per gravare, ancora una volta, sul personale impegnato ogni giorno nel mantenimento dell’ordine e della sicurezza all’interno del carcere di Avellino. Caltanissetta. “Ponti di pace” con le musiche natalizie nel carcere di Gandolfo Maria Pepe La Sicilia, 29 dicembre 2025 “Ponti di pace” con la musica della pianista ucraina Tetiana Donets e della violoncellista nissena Eliana Miraglia. Un Natale diverso, intenso e carico di significato quello vissuto alla Casa Circondariale di Caltanissetta, che ha aperto le proprie porte alla grande musica con l’evento “Ponti di pace. Il Concerto di Natale”. Un’iniziativa di alto valore culturale e umano, resa possibile grazie alla collaborazione con l’associazione TraccePerLaMeta, referente la prof. Enza Spagnolo, che ha offerto alla popolazione detenuta un’esperienza artistica profondamente coinvolgente. Protagoniste sono state la pianista ucraina di fama internazionale Tetiana Donets e la violoncellista nissena Eliana Miraglia, due artiste accomunate da un percorso musicale di respiro mondiale e da una forte sensibilità umana. Le loro esecuzioni hanno trasformato per alcune ore la struttura penitenziaria in uno spazio di ascolto, riflessione e condivisione, dimostrando come la musica possa diventare un linguaggio universale capace di superare barriere, confini e distanze. In un periodo simbolico come quello natalizio, il concerto ha contribuito a creare un clima di bellezza e umanità, incidendo positivamente sull’atmosfera interna. “Contribuite a riaccendere la magia del Natale - ha affermato la direttrice della Casa Circondariale di Caltanissetta, Giulia Gelsomino, rivolta alle due musiciste - un cuore sereno è capace di affrontare tutto”. Tetiana Donets, vincitrice di numerosi premi internazionali, si è esibita in importanti contesti musicali in Europa, America e Asia. Accanto a lei, Eliana Miraglia, violoncellista impegnata da anni in un’intensa attività concertistica tra Europa, Medio Oriente, Asia e Americhe. “Un evento straordinario e unico - ha sottolineato Stefano Graffagnino, responsabile dell’Area trattamentale - noi dedichiamo particolare attenzione alla musica. Il carcere è un luogo di grande umanità”. Torino. Le lettere delle detenute vincono il premio internazionale Sarzana di Caterina Stamin La Stampa, 29 dicembre 2025 I testi raccontano umiliazioni, solitudine, sogni e riscatto. Sono nati da un laboratorio di scrittura e raccolti nel libro “Un giorno, tre autunni. Il tempo dentro il carcere”. La scelta della direzione del Lorusso e Cutugno è stata quella di non censurare le lettere. Ci sono le urla. Le umiliazioni, le sofferenze, la solitudine. E poi le mancanze: di un profumo, di una candela, dell’acqua frizzante, di un bicchiere di vino, della famiglia. C’è tutto questo nelle lettere delle detenute del carcere Lorusso e Cutugno: denunce collettive per le loro condizioni nell’istituto penitenziario, ma anche messaggi a loro stesse, a farsi coraggio e non perdere la speranza. Sono pensieri, nati durante un laboratorio nella biblioteca civica e scritti dalle donne nelle loro celle, oggi raccolti nel volume Un giorno, tre autunni. Il tempo dentro il carcere. Un libro, curato da Brunella Lottero e Cinzia Morone, che ha vinto il XIII° Premio Letterario Internazionale Poesia, Narrativa, Saggistica Sarzana. Com’è nato il libro -Com’è nato? “Dentro la biblioteca, gestita dal Comune, abbiamo letto insieme La storia di Elsa Morante - racconta Morone -: una donna che ha sofferto ma che non si è mai pianta addosso, un modello di resilienza. Da qui, abbiamo tratto degli spunti che sono alla base delle loro lettere. Ogni volta che finivamo il laboratorio, le detenute tornavano nelle loro celle e si mettevano a scrivere”. È nato così un tracciato del loro vissuto, messo nero su bianco. A partire dalle condizioni dentro l’istituto penitenziario. “Sono emerse frustrazioni sul modo in cui vengono trattate dentro il carcere - spiega Morone - una denuncia collettiva di quello che non va”. Tra umiliazioni, isolamento e disagio - Scrive una di loro, che si firma “M.”: “Qui dobbiamo accettare umiliazioni da parte delle assistenti: per la divisa che indossano si prendono la facoltà di mancarti di rispetto, di umiliarti e manipolarti a loro piacimento. Vorrei che tutto ciò non accadesse mai più, per tutte noi”. Un’altra donna racconta il carcere come “un’oscenità, un inferno dove trovo scarafaggi dappertutto. E la testa ti fa riflettere in modo ossessivo”. E un’altra ancora lo descrive come “uno zoo per esseri umani dove solo i bisogni primari animali vengono soddisfatti: cibo, acqua, riparo. Vige un’unica regola: sopravvivere al meglio”. La sessualità negata - C’è chi lamenta la mancanza di rapporti intimi: “All’interno del padiglione femminile, la sessualità, che è parte della sfera affettiva-emotiva, viene a mancare. Così la si vede esprimere con interminabili lettere d’amore rivolte a detenuti di altri penitenziari, mai incontrati prima, ma che diventano nel nostro immaginario i nostri futuri mariti. I quintali di frittelle e merendine che ingurgitiamo sono la chiarissima evidenza di ciò che ci viene a mancare e che trasformiamo in chili”. Una detenuta scrive invece per denunciare le grida continue: “Tutto tace, ore 7,30 del mattino, una voce urla fortissimo: “Colazione!”. Poi di nuovo il silenzio. Ore 8,45 si sente urlare ancora: “Terapia!”. Tutto prosegue, una giornata triste e desolata. Si sentono solo le urla e si vedono scarafaggi qua e là”. Ma c’è anche chi ringrazia: “Sto bene qui. Ero abituata a stare in strada, povera e sola”. Tra sogni e riscatto - Tra le pagine, scritte all’incirca da una ventina di donne, ci sono sogni e speranze. “Ho 23 anni, tra qualche giorno ne compirò 24 e sono qui in carcere, per la seconda volta. Da quando avevo 14 anni sono una tossicodipendente: quello che vorrei, quando uscirò, è diventare una nuova persona, che si rispetta e si fa rispettare”. E poi pensieri per chi è fuori: figli, genitori, amici e anche ex compagne di cella. “Mi manca mia figlia: l’ho vista soltanto appena nata, fino ai suoi tre mesi di vita. Non ci siamo ancora viste, praticamente non l’ho ancora cresciuta”. E ancora: “Vorrei poter recuperare la mia vita. Vorrei la musica rap o trap, Vasco Rossi, bere del vino rosso”. La scrittura come ponte per l’esterno - “Scrivere le lettere contenute nel libro è diventato arma che crea speranza - conclude Morone - Ma è stato anche un modo di creare un ponte: ci ha permesso di portare le loro voci fuori. E ringrazio la direttrice del carcere per non aver censurato nulla”. Trani (Bat). “Il tango delle Morgane”, martedì rappresentazione teatrale nel carcere femminile tranilive.it, 29 dicembre 2025 “Attraverso le loro storie si vuole far comprendere che tutti possiamo sbagliare, ma tutti possiamo imparare a comprendere l’errore a prenderci la responsabilità e se vogliamo a cambiare strada”. L’associazione Donne Giuriste Italia Sez. di Trani, l’associazione Avvocati di Bisceglie e la Camera Penale Giustina Rocca di Trani, in occasione delle feste natalizie hanno organizzato in collaborazione con il laboratorio teatrale Marluna Teatro di Trani una rappresentazione, il 30 dicembre, presso la sezione femminile dell’Istituto penitenziario di Trani. “Si vuole creare un buco nel muro di invisibilità che circonda il carcere e creare un momento di umanità in un mondo che così come è oggi non solo è molto lontano dai principi e dettati costituzionali ma anche da ogni concetto di umanità”. Il teatro ha avuto sempre il potere di unire di far vedere il mondo in modo diverso, di creare uno spazio aperto, dove tutti possono sentirsi coinvolti, ascoltati, rappresentati. Un luogo dove per un po’ il tempo rallenta e le barriere, almeno quelle invisibili, possono cadere. Lo spettacolo si chiama “Il Tango delle Morgane” scritto da Arianna Gambaccini e diretto da Maria Elena Germinario, liberamente tratto dal Libro, Morgane di Michela Murgia e Chiara Tagliaferri. Racconta l’umanità di grandi personaggi femminili, da Moana Pozzi, a santa Caterina, da Moira Orfei, Marina Abramovich, Emily Bronte, Grace Jones, a Shirley Temple. “Attraverso le loro storie si vuole far comprendere che tutti possiamo sbagliare, ma tutti possiamo imparare a comprendere l’errore a prenderci la responsabilità e se vogliamo a cambiare strada. E una questione di scelta. E tutti la possiamo fare. In questa occasione saranno regalati anche dei libri che andranno ad arricchire le biblioteche delle due sezioni dell’Istituto Penitenziario e altri per bambini per le ospiti, che se vorranno, potranno regalarli ai loro bimbi o nipoti” dice l’avv. Anna Chiumeo. È troppo semplice dire “mai più bambini in carcere”. La difficile scelta delle madri detenute di Martina Ferlisi altreconomia.it, 29 dicembre 2025 Nel libro “Madri detenute. Dal lavoro educativo in carcere alla ricerca sociopolitica”, Valentina De Fazio, educatrice della Fondazione Archè, racconta che cosa significa vivere la maternità negli istituti penitenziari, tra politiche sociali insufficienti e discriminazioni di genere. Il modello dell’équipe educativa in cui lavora nell’Icam di Milano e nella sezione nido di Bollate rappresenta una risposta alla richiesta di sostegno da parte delle donne che andrebbe presa come modello. Come emerge dal libro “Madri detenute. Dal lavoro educativo in carcere alla ricerca sociopolitica” (La vita felice, 2025) di Valentina De Fazio, la maternità in carcere è una realtà di grande rilevanza sociale, giuridica e umanitaria ancora oggi poco conosciuta. Si è tornato a parlarne dopo che il cosiddetto “Decreto Sicurezza” ha reso facoltativo il rinvio della pena per le madri detenute con figli minori di un anno, sollevando importanti questioni che riguardano la tutela dell’infanzia, le politiche sociali attive nell’ambito penitenziario ma anche e soprattutto i diritti umani. Uno dei motivi che probabilmente porta a sottovalutare questa condizione è il fatto che la popolazione femminile ristretta negli istituti penitenziari sia nettamente inferiore rispetto a quella maschile: le donne rappresentano infatti poco più del 4% del totale, una quota che è rimasta sostanzialmente stabile nel corso dei decenni. “Non si può però sottovalutare il fatto che il 60% delle donne detenute sono anche madri e molte di loro hanno due, tre, quattro figli ciascuna -spiega De Fazio ad Altreconomia-. Inoltre anche in merito al numero di bambini presenti negli istituti detentivi, si parla sempre di una cifra fortunatamente bassa che si aggira intorno alla ventina. Tuttavia questi numeri sono il risultato di una fotografia della situazione in un determinato momento. Io in realtà ho visto passare dagli istituti in cui lavoro molti più di 20 bambini in un anno. Inoltre un altro dato che mi ha sempre colpita è il fatto che nel mondo sono oltre 20mila i bambini che vivono in carcere con la propria madre e superano il milione quelli che invece hanno almeno un genitore detenuto. Quella che descrivo è quindi una situazione che coinvolge in realtà tante persone e dunque anche tutti noi”. De Fazio, educatrice professionista che lavora dal 2021 presso la Fondazione Arché di Milano, ha avuto infatti modo di osservare e studiare questa condizione grazie alla sua esperienza diretta nelle équipe educative all’interno dell’Istituto a custodia attenuata per detenute madri (Icam) di Milano e della sezione nido del carcere di Bollate e a un lavoro di ricerca portato avanti nel 2024. Il valore aggiunto del suo scritto è rappresentato dunque dal fatto di essere stato realizzato non guardando il carcere dall’esterno ma lavorandoci quotidianamente da quattro anni, incontrando molte donne e madri e avendo l’opportunità di intervistarle. Al centro dell’analisi di De Fazio c’è la decisione, spesso non del tutto volontaria, in base alla quale alcune donne scelgono di portare o meno i propri figli all’interno del contesto detentivo con tutte le conseguenze sociali che ne derivano. “Attraverso la scrittura di questo libro mi ero posta l’obiettivo di comprendere se sia giusto o meno per una madre portare il proprio bambino in carcere e quello che ho capito è che a questa domanda non c’è un’unica risposta, ma tante e contrastanti tra loro. Ho incontrato madri, la maggioranza, che mi hanno detto ‘assolutamente no, io non porterei mai mio figlio con me, il carcere non è un posto per un minore’, però allo stesso tempo dichiaravano di avere bisogno di aiuto per affrontare la lontananza, il vissuto di solitudine, le difficoltà di non riuscire a esercitare il proprio ruolo genitoriale da dentro. Ne ho incontrate altre che invece affermavano di aver scelto di portare con sé il figlio perché non sapevano a chi lasciarlo o non potevo vederlo soffrire per il distacco. Molte delle donne con cui ci interfacciamo in quanto educatrici sono donne straniere che non hanno una rete di cui si fidano quindi molto spesso la loro è una scelta obbligata. Nel mio libro faccio anche riferimento alle teorie pedagogiche dell’attaccamento per cui passare i primi sei anni di vita accanto alla madre è importante per la costruzione della propria personalità”. Quella che descrive De Fazio è dunque una realtà molto sfaccettata che non prevede soluzioni univoche e certe ma che dovrebbe partire dall’analisi del singolo caso e puntare su un approccio umanitario e il più individualizzato possibile affinché si possa compiere un reale percorso di riabilitazione. Il nodo centrale della questione è il fatto che sono in gioco dei diritti che allo stato attuale non sono conciliabili all’interno del carcere. Da una parte infatti c’è quello di poter vivere la propria maternità e di poter costruire una relazione serena madre-figlio, dall’altra il diritto del bambino a vivere una vita dignitosa, piena di relazioni sociali che gli permetta di crescere in maniera sana, cosa che molto difficilmente può avvenire all’interno degli istituti penitenziari. “Ciò che accomuna tutte le donne che ho intervistato è il fatto di non sentirsi sufficientemente supportate nel loro ruolo di madri. Le politiche sociali a sostegno della maternità in carcere risultano infatti ancora poche e mal organizzate. L’Icam di Milano e la sezione nido del carcere di Bollate sono infatti le uniche realtà che prevedono degli educatori a supporto della genitorialità e della tutela dell’infanzia. In tutti gli altri istituti si può contare solo sui volontari, se ci sono, o sugli operatori, che però sappiamo essere molto pochi e oberati di lavoro, dovendosi occupare in media di 85 detenuti a testa”. La maternità in ambito detentivo è quindi una sfida molto complessa che richiede interventi mirati da parte di un’istituzione che già sconta un’impostazione modellata su un archetipo maschile che ha portato alla creazione di politiche penali e di gestione penitenziaria che marginalizzano le donne, trattandole come eccezione e non come parte integrante del sistema. “Il carcere riflette al suo interno le dinamiche sociali che troviamo all’esterno e dunque anche le discriminazioni di genere. Sappiamo che per le donne è più difficile trovare un impiego, essere pagate quanto un uomo, riuscire a coordinare vita lavorativa e genitorialità e questo succede dentro e fuori dal carcere. Essendo inoltre le donne in numero molto minore rispetto agli uomini, ci sono meno risorse e fondi a loro dedicati, e quindi meno opportunità e attività, e quelle che ci sono spesso rientrano in categorie stereotipate: la cucina, la pulizia, la spesa”. Secondo De Fazio il lavoro delle équipe educative è quindi fondamentale e andrebbe preso ad esempio ed esteso il più possibile anche alle altre realtà penitenziarie. “Il nostro mandato è quello di sostenere la genitorialità nonostante la detenzione e tutte le dinamiche che gravitano attorno a questa, parliamo comunque di donne che devono scontare una pena, devono andare a processo e contemporaneamente devono pensare anche ai problemi che rimangono fuori. Organizziamo quindi tutta una serie di attività e di azioni volte a tutelare il legame madre-bambino e a garantire per quanto possibile il loro benessere. Iniziamo con un percorso di accoglienza, ovvero nel momento in cui arriva una madre con figlio facciamo dei colloqui per conoscerli meglio ed entrare in relazione con loro. Una volta che abbiamo instaurato un rapporto, ci occupiamo di organizzare diverse attività, dal gruppo di parola alla cura del sé con kit di bellezza per truccarsi o sistemarsi i capelli. Ci occupiamo anche di portare all’esterno i bambini e intratteniamo i rapporti con la scuola per poi riportare tutto quello che è successo fuori alle madri. Collaboriamo inoltre anche con le attività presenti e già avviate nel carcere, per cui ad esempio mentre le donne lavorano noi curiamo i loro figli. Ma a parte tutto questo, il fatto di essere lì, presenti per loro e ascoltarle in qualsiasi momento della loro giornata è davvero importante. Svolgiamo un lavoro che è veramente individuale, non sempre funziona, non sempre otteniamo gli obiettivi che vogliamo raggiungere ma sicuramente è un modello che dovrebbe essere tenuto in considerazione”. De Fazio auspica infine che si diffonda sempre di più il modello delle case famiglie protette, luoghi esterni al sistema penitenziario dove la madre sconta la pena in misura alternativa, che ancora oggi sono molto poche e con pochi fondi: “Attualmente le uniche due dichiarate sono una a Milano e una a Roma a cui si aggiungono alcuni posti messi a disposizione da singoli enti, anche Fondazione Archè ad esempio ne ha uno”. Allo stesso tempo però riconosce che dietro slogan come “mai più bambini in carcere” si nasconde una realtà molto più complessa: “Allo stato attuale non siamo ancora pronti. Dalla mia esperienza ho compreso che non tutte le situazioni possono essere compatibili con la vita all’interno di una casa-famiglia ma che è meglio optare per questa soluzione nei casi in cui è stato da tempo avviato un percorso, come ultimo passo prima di ritornare a pieno nella quotidianità libera. Questo perché molto spesso la società fuori non è pronta ad accogliere di nuovo queste donne, anche culturalmente a causa dei rimandi che arrivano dalle nuove leggi, per cui poi finiscono per ritrovarsi di nuovo in situazioni di precarietà e incertezza. È capitato che alcune donne tornassero in carcere dopo essere uscite, e questo è molto doloroso. Mi auguro che in un futuro sia l’unica soluzione possibile per le madri ma oggi io partirei dal migliorare le condizioni di chi già sta vivendo questa situazione. Non vedo il paradiso fuori se prima non si migliora l’inferno dentro”. I malati, la contenzione e gli abusi. “Come Cristo in croce”, inchiesta su una pratica da medioevo di Januaria Piromallo* Il Fatto Quotidiano, 29 dicembre 2025 Il libro raccoglie le testimonianze di Wissem, Francesca, Elena, Bruno, Alice, Elio, Mariarosaria che da pazienti “scorporati” tornano soggetti in attesa di riscatto e di giustizia. Mi guardo intorno e vedo abeti illuminati, vetrine scintillanti e cori (stonati). Dai mercatini di paccottiglia natalizia all’ombra del Duomo (perfino la Madunina si gira dall’altra parte) e da quelli in piazza Plebiscito i bambini scappano per la bruttezza. Certo, ci si scofana di torroni, salami e panzarotti unti e fritti. Cosa c’entra tutto questo con lo spirito del Natale. Siamo turbati e persi (almeno io lo sono) dall’ “altro” che ci circonda, che non è mandato dall’Alto ma creato dall’uomo, guerra, distruzione, fame, persecuzioni, corruzione (in confronto Mani Pulite è sembrato un gioco da Monopoli). Il pianeta soffre e noi con lui. Putin insulta i “maiali” europei approfittatori, cioè noi. Che rimaniamo zitti. E Trump per distogliere l’attenzione dal suo sempre più stretto coinvolgimento nello scandalo Epstein sugli abusi sessuali minaccia un’altra guerra commerciale con l’Europa. Feste dove tutto sembra così effimero, la scala delle priorità si capovolge e oggi chi ha la forza di affidarsi a quella Luce che è dentro di noi per rimetterci in cammino insieme ai re magi per ritrovarla e con essa il senso della nostra vita. E ci sentiamo tutti come Cristo in Croce (e ci siamo portati avanti anche con la Pasqua). Il libro/inchiesta del saggista Antonio Esposito, “Come Cristo in croce. Storie, dialoghi, testimonianze sulla contenzione”, è un libro politico forte, di denuncia e di atroci testimonianze, molto ben documentato anche con materiale fotografico. Malati incatenati ai letti per giorni, maltrattati, trattati come carne umana da macello. Una tortura da medioevo. L’autore si mette in dialogo con chi la contenzione meccanica l’ha vissuta e con chi ne ha fatto una missione per farla abolire. Un presidio restrittivo della libertà personale del paziente con una mera funzione cautelare e non una prassi terapeutica, la contenzione insieme al mobbing psicologico continua a essere utilizzata, perché considerata inevitabile per far fronte alle situazioni d’urgenza. Scrive l’autore: “L’urgenza e l’abusata logica dell’emergenza anche in ambito psichiatrico, non solo consente di aggirare i limiti normativi e utilizzare una tecnica che tradisce i principi della legge 180, ma impedisce anche di destituire quel paradigma manicomialista che sopravvive, subdolo, alla sua formale abolizione. La contenzione meccanica è l’uso di mezzi fisici omologati (come cinture, polsiere, letti speciali…) per limitare i movimenti involontari o pericolosi di un paziente, al fine di proteggere la sua salute o quella altrui, quando altre soluzioni (psicologiche, ambientali…) non sono sufficienti, ed è una misura eccezionale, non terapeutica, soggetta a mancanza di norme etiche e legali. “È tutt’oggi una prassi abusata nelle strutture di assistenza psichiatrica”, spiega Pasquale De Luca, che si è occupato della controversa materia. Siamo davanti a un’altra forma della “banalità del male”, applicata a soggetti psichiatrizzati che si cela dietro il paternalistico “è per il suo bene”. “Camuffata l’ingiustizia della contenzione, una violenza subdola, di imposizione da vocabolario di comando - spiega Esposito - anziché affidarli a un percorso di riabilitazione”. Le storie strazianti che formano l’ossatura del libro restituiscono alle persone che le hanno vissute quell’ascolto di cui la Mala Sanità le ha private: Wissem, Francesca, Elena, Bruno, Alice, Elio, Mariarosaria… da pazienti “scorporati”, succubi di decisioni altrui, kapò di un sistema sanitario di cui vergognarsi e complici delle loro “crocifissioni” tornano soggetti in attesa di riscatto e di giustizia. In un clima poco promettente in cui si fanno tagli su tagli alla Sanità per rafforzare la spesa militare. Come Cristo in Croce lo regalerò a chi ha ancora una voce da spendere in difesa dei “sommersi” di una sanità pubblica alla deriva. Chi sono invece i “salvati”? Ditemelo voi. In soccorso aggrappiamoci ai ricordi ai quando Buon Natale voleva significare veramente buon natale, con tutto il cuore. *Giornalista e scrittrice Certificare la qualità senza censurare: una sfida per l’informazione di Andrea Lavazza Avvenire, 29 dicembre 2025 I nuovi media cercano una via praticabile per garantire standard elevati. L’esempio francese. A fronte di una crescente domanda di informazione e di un consumo digitale che ha raggiunto picchi senza precedenti, si assiste a una paradossale crisi dell’offerta di informazione professionale e strutturata. C’entra, com’è noto, la richiesta da una parte di contenuti gratuiti e, dall’altra, il costo della fornitura di elementi affidabili e ben ricercati. Molte le disamine già formulate su un tema assolutamente cruciale per la tenuta delle democrazie oggi sotto stress. Poche però le soluzioni credibili. Proprio per questo merita qualche riflessione il recente dibattito francese, presto degenerato in polemica politica senza approfondire gli aspetti più promettenti, e in qualche misura necessari, emersi dalla proposta dell’Eliseo. Negli stati generali dell’informazione - un ampio processo di consultazioni avviato su iniziativa di Emmanuel Macron già dal 2023 - è stata richiamata l’idea di dotare i mass media di strumenti di certificazione della qualità e dell’attendibilità. Ciò non significa etichettare contenuti come “autentici” o “manipolati”, bensì identificare fonti editoriali fondate su criteri etici condivisi, per contrastare la disinformazione via Web e la perdita di fiducia nel giornalismo tradizionale. Nel corso di vari incontri, il presidente francese ha richiamato l’esempio della Journalism Trust Initiative (JTI), un sistema di valutazione internazionale ispirato a indicatori di trasparenza, buone pratiche e indipendenza giornalistica. Nata nel 2019 su proposta di Reporters sans Frontières, con contributi della European Broadcasting Union e di agenzie come France Press, JTI si è andata affermando quale strumento globale (non statale) per valorizzare i media che rispettano standard elevati nel proprio campo. Sebbene Macron abbia affermato che “non è il ruolo dello Stato dire cos’è vero o falso dato che vi sarebbe il rischio di una deriva autoritaria” e abbia insistito sulla natura “volontaria” della certificazione, in capo a organismi indipendenti di settore, una bufera ha sommerso il piano appena abbozzato. Di “minaccia alla libertà di stampa”, “supervisione governativa”, “tentazione orwelliana” hanno parlato esponenti dell’opposizione di centro-destra - Les Républicains e Rassemblement National - e i media del gruppo di Vincent Bolloré, contribuendo a bloccare sul nascere una potenziale iniziativa pubblica per agevolare il processo di certificazione privata. La materia è delicatissima, intervenire in qualsiasi modo può avere conseguenze rilevanti e impreviste. La cautela è quindi d’obbligo. Eppure, qualcosa bisogna fare. E in realtà già si fa, suscitando reazioni meno intense oppure stereotipate. Si prenda il caso della multa appena inflitta dall’Unione Europea a Elon Musk in quanto proprietario del social media X. Una parte dei commenti è andata nella direzione della “solita censura” e del presunto dirigismo Ue. Vediamo meglio. Una delle tre violazioni contestate riguarda la drastica riduzione in anni recenti dell’accesso ai dati di X per la ricerca indipendente. È diventato infatti difficilissimo studiare in modo rigoroso l’uso dei bot, la circolazione della disinformazione e l’impatto degli algoritmi sul dibattito pubblico. Questo comportamento entra in diretto conflitto con il Digital Services Act (DSA), il regolamento europeo che disciplina le responsabilità delle grandi piattaforme digitali. L’articolo 40 impone alle Very Large Online Platforms (VLOPs) - categoria in cui rientra pienamente X - l’obbligo di permettere a ricercatori accreditati di visionare informazioni interne, anche non pubbliche, a condizione che siano rispettate adeguate garanzie di sicurezza e riservatezza. Lo scopo della norma è quello di consentire la valutazione dei rischi sistemici che le piattaforme possono generare per la democrazia, i diritti fondamentali, l’integrità del dibattito pubblico e i processi elettorali. È perlomeno curioso che i nuovi media debbano sottostare a regole precise e controlli accurati, cui vi è stata un’opposizione limitata a livello politico-istituzionale europeo al momento del varo (mentre tali regole costituiscono l’ossessione delle aziende e dell’Amministrazione americane), laddove invece giornali e televisioni sono molto meno soggetti a qualsiasi forma di monitoraggio. Come dimostrano anche i recenti movimenti di proprietà nel settore italiano dei media - messa in vendita del gruppo Gedi e interessamento dell’impresa greca Antenna; acquisizioni varie di Leonardo Maria Del Vecchio -, la situazione è tutto fuorché rosea per le aziende editoriali. Ciò posto, sembrano urgenti riflessioni su come tutelare fonti di informazioni vitali per il corretto funzionamento del dibattito pubblico, nel loro ruolo di inchiesta, denuncia e pluralismo delle idee. Invece di pensare a forme di certificazione per tutti, seppure non imposte ad alcuno, una via potrebbe essere quella di incrementare i finanziamenti pubblici, subordinandoli a rigorosi criteri di qualità valutati da organismi terzi, responsabili anche dello stabilire gli standard da raggiungere. Progetto, ovviamente, “incandescente”, da definire in modo bipartisan e in maniera estremamente meditata, ricorrendo a vari livelli di selezione indipendente dell’ente deputato alle delicatissime decisioni. Il coinvolgimento di esperti stranieri potrebbe aiutare, senza essere però sufficiente. Si avrebbe peraltro una corsa virtuosa, giacché molti media cercherebbero sostegno finanziario all’informazione professionale deontologicamente ispirata, che servirebbe pure come segnalazione al pubblico del rispetto di impegni di trasparenza. Testate che possano vivere senza alcun tipo di interferenza esterna saranno sempre preferibili, certo, ma sarebbe peggio una democrazia debole senza più “cani da guardia”. D’altra parte, il concetto classico di “servizio pubblico” incarnato da Rai, Bbc e altre emittenti fornisce esempi e moniti per un suo aggiornamento ai tempi attuali. Insomma, è il momento di porre attenzione a una situazione che non riguarda solo la complessa transizione dell’informazione verso sempre nuove tecnologie, bensì la protezione di un valore e di un diritto: quello a essere tempestivamente, efficacemente, oggettivamente e veridicamente informati su ciò che ci riguarda come cittadini e come persone. Il numero di donne detenute nel mondo sta aumentando di Alessandra Vescio marieclaire.it, 29 dicembre 2025 Negli ultimi 25 anni circa, il numero delle donne e delle ragazze in carcere nel mondo è cresciuto del 57%, quasi tre volte in più rispetto alla popolazione detenuta maschile. Oltre 733mila donne e ragazze nel mondo oggi si trovano in carcere, tra quelle che sono in custodia cautelare e quelle che invece hanno già ricevuto una condanna. Secondo la World Female Imprisonment List, la lista pubblicata dall’Institute for Crime & Justice Policy Research dell’Università Birkbeck di Londra, si tratta molto probabilmente di una sottostima: alcuni Paesi infatti forniscono dati incompleti o non li condividono affatto. Il numero più alto di detenute si registra negli Stati Uniti, che è anche dove c’è il tasso più elevato in rapporto alla popolazione: in totale oltre 174mila ragazze e donne sono in carcere negli USA. Poi c’è la Cina, con 145mila detenute più un numero imprecisato di persone in attesa di giudizio o in “detenzione amministrativa”. La popolazione femminile detenuta continua a essere in netta minoranza rispetto a quella maschile - attestandosi attorno a un 6,8% a livello globale - ma la World Female Imprisonment List mette in evidenza un aspetto che definisce “motivo di preoccupazione”: negli ultimi 25 anni circa, il numero delle donne e delle ragazze in carcere nel mondo è cresciuto del 57%, quasi tre volte in più rispetto alla popolazione detenuta maschile. Catherine Heard, direttrice del programma di ricerca sulle carceri dell’Institute for Crime & Justice Policy Research, ha definito questo rapido e netto aumento come “un segnale disturbante dei nostri tempi”. Le cause - Come emerge infatti anche dal rapporto From poverty to punishment pubblicato a marzo 2025, nella maggior parte dei casi le donne finiscono in carcere a causa delle condizioni di povertà in cui vivono, perché soffrono di disturbi mentali o dipendenza da sostanze o per discriminazione. Per esempio, nel 2019 in Inghilterra e Galles circa un terzo dei procedimenti giudiziari delle donne riguardava il non aver pagato la licenza TV; mentre le condanne per taccheggio nel 2023 costituivano il 40% di tutte le condanne inferiori a sei mesi per le donne, contro il 22% di quelle degli uomini. Negli ultimi anni nel Regno Unito i casi di taccheggio nei supermercati e nei negozi di alimentari sono aumentati, con alcune organizzazioni di settore che parlano di incidenti record; ma, come sostengono varie associazioni che si occupano di contrasto alla povertà, questo incremento è dovuto al costo della vita sempre più alto e alla necessità di molte donne di prendersi cura della propria famiglia e dei propri figli: “Se una madre ruba nei negozi per sfamare i propri figli, l’intervento appropriato da parte dello Stato dovrebbe essere quello di rimuoverla dalla condizione di povertà, non di privarla della sua libertà”, hanno detto ad esempio dall’organizzazione femminista Level Up. Le donne hanno anche poi una maggiore probabilità di svolgere i cosiddetti lavori informali, ovvero di lavorare in nero e in condizioni di precarietà e senza tutele, come nel caso delle caregiver di persone anziane o delle braccianti agricole: questo le espone a un maggiore rischio di criminalizzazione, nonostante in molti casi si tratti dell’unico modo per poter lavorare o comunque di un necessario mezzo di sopravvivenza. Vari Paesi, tra cui Danimarca e Irlanda, hanno anche introdotto il divieto di chiedere l’elemosina, finendo per colpire soprattutto le donne in condizioni di marginalità. Anche l’aborto però può essere motivo di detenzione - Nel mondo le donne vengono poi perseguite penalmente anche per atti legati all’”onore” e alla “moralità”, in sostanza per quei comportamenti che possono essere considerati una violazione di credenze culturali e norme di genere. Anche l’aborto però può essere motivo di detenzione. Se infatti il diritto a interrompere volontariamente una gravidanza è garantito in moltissimi Paesi, ce ne sono ancora 15 in cui abortire è vietato in ogni circostanza, mentre altri stanno provando più o meno lentamente a limitarlo: è il caso degli Stati Uniti, ad esempio, ma anche della Polonia. Nel 2023, l’attivista Justyna Wydrzynska è stata condannata a otto mesi di servizi sociali per aver aiutato una donna in una relazione abusante ad accedere all’aborto farmacologico. Un gruppo di esperti delle Nazioni Unite ha chiesto l’assoluzione dell’attivista, affermando che “chi difende i diritti umani come lei dovrebbe essere protetto non perseguito”. “Ragazze cattive” è come la società etichetta le donne in carcere - Ma se questa etichetta fosse una menzogna?”, ha scritto l’avvocata specializzata in diritti umani Sabrina Mahtani sul quotidiano britannico The Guardian. Povertà, norme di genere, discriminazioni, abusi: i dati suggeriscono che le donne che finiscono in carcere sono in moltissimi casi vittime del sistema in cui vivono. E di certo non ne escono migliorate: “Il carcere non è un luogo sicuro per le donne. Le donne vulnerabili entrano in carcere e ne escono ancora più traumatizzate”, ha scritto Mahtani, e le brevi pene che spesso scontano bastano per fare loro perdere tutto, i figli, la casa, l’eventuale lavoro. Secondo l’avvocata e fondatrice del movimento Women Beyond Walls, l’aumento del numero di detenute che si è verificato negli ultimi anni dovrebbe essere inteso allora come un “campanello d’allarme”: “Ridurre la detenzione di massa delle donne deve essere una priorità globale affinché le donne emarginate e i loro figli smettano di essere puniti per un’ingiustizia sistemica”. Il destino in ostaggio di Goffredo Buccini Corriere della Sera, 29 dicembre 2025 La guerra in Ucraina, le trattative e la mancanza di una strategia europea. No, non siamo padroni del nostro destino. Diventa sempre più evidente lo iato fra le lodevoli (ma vacue) intenzioni di noi europei e le controverse (ma concrete) azioni dell’America Maga. Con la consueta brutalità lo ha ricordato Donald Trump, che nella sua Versailles privata di Mar-a-Lago ha incontrato Volodymyr Zelensky: “Lui non ha nulla in mano finché non lo approvo io!”, aveva premesso. Ieri, “tra una chiamata e l’altra con Putin” - come ha titolato maligno il sito del Washington Post - il presidente americano ha promesso garanzie di sicurezza “forti” a una Kiev martoriata dai missili russi anche durante i colloqui e pacche sulla spalla al “coraggioso” collega ucraino che per mesi ha bistrattato. Ha trasmesso la sensazione che qualcosa si muova, “sono pronti per l’accordo”, ha assicurato, anche se Putin su una tregua non ci sente e il Donbass resta una piaga aperta. Zelensky, memore dell’umiliazione patita lo scorso febbraio alla Casa Bianca, ha imparato a mostrare grande gratitudine verso qualsiasi bizza dell’uomo che dà le carte: tentando al contempo di intrigarlo col business (la ricostruzione dell’Ucraina). Che salti fuori una pace, se non giusta almeno accettabile, da questo nuovo giro sull’otto volante è dura da credere. E qui entreremmo in ballo noialtri. Il presidente ucraino cerca di aggrapparsi a ciò che resta delle democrazie liberali. Le videochiamate di sabato sera e di ieri (con Trump) raccontano l’ostinata ricerca di una cintura di sicurezza europea. Purtroppo per lui, l’Europa è un alleato dai piedi d’argilla. Bill Emmott ne ha sferzato la postura di quest’ultimo anno: “Porgere l’altra guancia”; e ha snocciolato il più recente rosario di umiliazioni patite dalla Ue per mano di Trump: dai dazi leonini fino al bando contro l’ex commissario al Mercato, Thierry Breton, “colpevole” di aver regolamentato da noi il Far West digitale caro a Elon Musk. Per giocare davvero la partita ucraina bisognerebbe guarire dall’irrilevanza politica, figlia d’una cattiva gestione del turbinoso allargamento europeo dei primi anni Duemila. Una sorta di astenia affligge la nostra Unione nella sua forma di consesso intergovernativo paralizzato da veti reciproci. Ne è conseguenza un impeto declaratorio cui non corrisponde in genere alcuna azione concreta: ciò che un amaro Guy Verhofstadt battezzò “la politica dell’annuncio”, ovvero “la costante promozione di grandi obiettivi senza i mezzi necessari per realizzarli”. L’ultimo esempio nel dossier ucraino? L’esito del Consiglio europeo nella notte fra il 18 e il 19 dicembre. Un insuccesso di cui sono state date rassicuranti spiegazioni “tecniche”. Ma la questione non è affatto tecnica. Per mesi l’Unione, con Ursula von der Leyen, è andata sbandierando l’intenzione di usare i famosi asset russi congelati in Europa, tramite i quali sostenere l’Ucraina aggredita, punendo al contempo l’aggressore: una mossa non solo economica ma etica e politica, che spaventava Mosca e indispettiva Washington, da cui sono arrivate infatti pesanti pressioni. Di qui la marcia indietro in Consiglio e l’ennesima piroetta della flebile presidente Ue, priva d’autentico supporto popolare e perciò costretta a barcamenarsi tra i suoi soci, gli irrequieti Stati-membri. Intendiamoci. Le ragioni “tecniche” non sono campate in aria. Che Mosca possa rivalersi in tribunale sul Belgio (dov’è collocata, nella “cassaforte” di Euroclear, la maggior parte dei suoi asset) o che altri grandi investitori dalla reputazione non impeccabile (i sauditi, i cinesi?) possano ritirare i loro asset temendo qualche punizione analoga nel nostro continente, sono rischi da considerare. Fa, tuttavia, sorridere il ricorso al diritto internazionale di chi, come Putin, lo viola ogni giorno da quattro anni con una guerra criminale; e l’invasione dell’Ucraina resta un unicum in Europa dal 1945 in poi: dunque, mal si presta a parallelismi di sorta. Si è detto che non è poi andata così male nella nottataccia brussellese. Che comunque sosterremo Kiev con debito europeo garantito dal bilancio comune. Ma ciò che si chiedeva all’Europa era uno scatto, specie di fronte a report che sempre più mettono i Paesi baltici sulla linea di tiro di Putin: un colpo coraggioso che non è stato battuto e che si sarebbe sentito fino al tavolo di Mar-a-Lago. Non vederne la distanza da transazioni raggiunte a fatica, tra Stati divisi per cordate, è bendarsi gli occhi. L’argomento più solido contro l’uso degli asset riguardava in realtà i belgi: che avrebbero percepito una decisione impegnativa per il loro Paese come un abuso perpetrato da qualcuno non scelto da loro. E proprio questo ci riporta alla sostanza politica del problema: i vertici delle istituzioni europee devono essere diversamente legittimati. Va dato atto ad Antonio Tajani di avere affrontato il tema in un’intervista che parla alla sua stessa coalizione (nella quale i sovranisti invocano il cambiamento dell’Europa ma bloccano gli strumenti per cambiarla). Eliminare il diritto di veto su materie fondamentali; riunire il ruolo di presidente della Commissione e quello di presidente del Consiglio europeo in un’unica figura eletta direttamente dai cittadini; attribuire l’iniziativa legislativa al Parlamento europeo: senza questi tre passaggi la Ue diventerà in breve un mosaico di colonie americane, russe o cinesi a seconda dell’ideologia di chi ne guiderà gli staterelli sempre più vassalli. Il tempo stringe. In un anno, è stato implementato solo l’11% del tanto lodato Rapporto Draghi (una terapia d’urto per risalire la china). Come risponderanno gli europei a una ulteriore richiesta di impegno in Ucraina? È a leader divisi e incapaci di difendere sé stessi che torna a rivolgersi ora Zelensky. “Pace giusta e duratura!”, salmodieranno loro. Una funzione non molto diversa da quella del coro nella tragedia greca. “Il diritto internazionale conta fino a un certo punto”. È questo l’ipse dixit dell’anno di Riccardo Noury* Il Fatto Quotidiano, 29 dicembre 2025 La frase l’ha pronunciata il ministro degli Esteri Antonio Tajani il 2 ottobre, ospite del programma Porta a porta di Bruno Vespa. L’argomento era il violento intercettamento in acque internazionali, da parte della marina militare israeliana, delle imbarcazioni della Global Sumud Flotilla. È stata una frase uscita male che, chissà, se fosse stato possibile tornare indietro il responsabile della politica estera italiana avrebbe formulato diversamente. O magari è stata detta a mo’ di rassegnata constatazione e avrebbe potuto essere preceduta da “Secondo Israele”. Chissà, appunto. Ma è stata comunque una frase sintomatica, che ha fatto correre i brividi lungo la schiena alle persone giuriste e alle organizzazioni per i diritti umani, come Amnesty International, che vedono il diritto internazionale come un parametro su cui misurare il comportamento degli stati. Sintomatica di cosa? Dei doppi standard. Quelli per i quali si chiede il rispetto delle norme internazionali o, al contrario, se ne tollera se non addirittura si giustifica la violazione a seconda della convenienza. Quelli per cui, di fronte ai più gravi crimini internazionali, compreso il genocidio, si verifica chi li abbia commessi per poi decidere se condannarli o condonarli. Gli ultimi due anni hanno confermato che “il diritto internazionale conta fino a un certo punto” quando si tratta dello stato di Israele: che ha ignorato tre serie di ordini cautelari della Corte internazionale di giustizia, la quale sta valutando se sia stato commesso il crimine di genocidio nei confronti della popolazione palestinese della Striscia di Gaza; che prosegue a costruire insediamenti e a riempirli di coloni violenti in Cisgiordania nonostante tutto ciò sia illegale; che, riguardo al tema di cui si parlava a Porta a porta, ha illegalmente bloccato aiuti umanitari in acque internazionali (e sarebbe tutto da discutere se quelle più vicine alla costa della Striscia di Gaza siano veramente acque israeliane: chi lo sostiene conferma, magari senza accorgersene, che quel territorio è occupato, ovviamente in modo illegale). Del resto, è proprio a partire dal mandato d’arresto emesso dalla Corte penale internazionale nei confronti del primo ministro israeliano Netanyahu che è iniziata la narrazione del “conta fino a un certo punto”: in questo caso, il soggetto è la giustizia internazionale. Che pure, per lo stesso ministro Tajani, “fino a un certo punto” era importante. Ricordiamo infatti questa singolare escalation: il 9 dicembre 2024 Amnesty International pubblica un rapporto sul genocidio israeliano nella Striscia di Gaza. Alla domanda di un giornalista, il ministro risponde: “Vabbè, ma Amnesty International non è la Corte penale internazionale”. Un mese dopo, per giustificare la brutta figura mondiale fatta dal governo italiano rimandando in Libia il ricercato Almasri, ricordatogli il fatto che il suddetto era ricercato dalla Corte, arriva la replica: “Vabbè, ma la Corte non è la Bocca della verità”. C’è un’ulteriore dichiarazione del ministro Tajani, a proposito della giustizia internazionale, che merita purtroppo di essere ricordata. Quando, dopo il vertice di quest’estate in Alaska, il governo italiano cercava di avere un ruolo nei negoziati per porre fine alla guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina, magari ospitando un vertice, l’autore degli ‘ipse dixit’ del 2025 ha affermato “Ma c’è il problema della Corte penale internazionale”, ossia il mandato di cattura emesso dalla Corte penale internazionale nei confronti del presidente russo Putin. Il diritto internazionale “conta fino a un certo punto” e la giustizia internazionale non è la soluzione ma “un problema”. Il contributo che nel 2025 l’Italia ha dato alla lotta contro l’impunità e alla ricerca della giustizia, per tutti i crimini e per tutte le vittime, è stato purtroppo questo. *Portavoce di Amnesty International Italia