Per un carcere migliore, rispettare le leggi: la lezione di Luigi Pagano di Federica Olivo huffingtonpost.it, 28 dicembre 2025 Nel suo libro “La rivoluzione normale” l’ex direttore di San Vittore e dirigente Dap, spiega problemi e possibili soluzioni: “Lo Stato punisce chi non ha rispettato la legge, ma è il primo a non rispettarla, dovrebbe essere normale lavorare affinché il sistema carcerario migliori. Non è il cavallo di battaglia di nessun governo, per paura delle urne”. “Il vero problema è che non è stata capita la natura del problema”. Usa un gioco di parole Luigi Pagano - storico direttore del carcere di San Vittore, una lunga esperienza nel Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, oggi garante dei detenuti di Milano - per spiegare a HuffPost perché il carcere sembra un vicolo cieco. Senza prospettive e senza soluzioni. In realtà, la soluzione per avere un carcere più umano lui l’ha capita da decenni. E l’ha spiegata nel suo libro “La rivoluzione normale - se proprio di un carcere abbiamo bisogno”, edizioni San Paolo, con prefazione di Luigi Manconi e Marica Fantauzzi. “La questione - argomenta Pagano - è che se ci si limita a varare piani carcere, prevedendo nuovi istituti o l’allargamento di quelli che ci sono, si rinvia in maniera indeterminata il momento in cui sarà pienamente rispettata la dignità dei detenuti all’interno dei penitenziari. In questo modo, invece di abbattere il tasso di criminalità si rischia di innalzarlo, perché la pena non rieduca”. Nel suo libro Pagano racconta tanti esempi di come il carcere non funziona: dal sovraffollamento ai troppi suicidi, dal poco lavoro per i detenuti alla scarsa disponibilità di educatori. E spiega quella che potrebbe essere la ricetta per migliorare le cose. Incredibilmente si scopre che la ricetta è già stata messa nero su bianco da anni. Nel 1975, nello specifico, con la legge sull’ordinamento penitenziario. Che disegnava un carcere a misura di rinascita: “Il problema - spiega Pagano - è che quel modello doveva poi essere applicato in carceri come San Vittore, Regina Coeli o Poggio Reale, strutture ottocentesche, che rispondevano all’idea di un carcere punitivo, in cui il fulcro era la custodia del detenuto, non la sua evoluzione”. E così, qualcosa in un modello che poteva funzionare si incrina sin da subito. Non soltanto per una questione architettonica, ovviamente: “La legge - aggiunge Pagano - nasce in un momento buio della storia del Paese: quello del terrorismo. Si iniziò a pensare di più alla detenzione dei detenuti particolarmente pericolosi. Prima i terroristi e poi i mafiosi. La maggior parte delle risorse furono investite su di loro”. Ma terroristi e mafiosi, anche nei momenti più bui della storia del Paese, erano una minoranza rispetto al complesso dei reclusi: “I detenuti comuni - prosegue lo storico direttore di San Vittore - furono abbandonati a loro stessi. Sono rimasti abbandonati per decenni, fino a oggi. Ma così il carcere rinnega se stesso. E diventa un’altra cosa rispetto a quello che la legge vorrebbe. E a restare in cella sono le persone che non hanno le condizioni per accedere alle misure alternative. Chi, cioè, non ha una casa, non ha una famiglia, non ha un lavoro”. Il carcere, insomma, come una sorta di discarica sociale, non come luogo che alla società appartiene. L’espressione che dà il titolo al libro - Rivoluzione normale - Pagano la usa da tanti anni. Chi lo conosce da tempo lo ricorda bene. Ma cosa vuol dire? “Ha due significati - ci risponde - per normale intendo innanzitutto che bisogna applicare le norme. Non solo la Costituzione, che garantisce dei diritti a chi è in carcere, ma anche la legge sull’ordinamento penitenziario. In secondo luogo, ritengo normale dover lavorare affinché il carcere cambi. Altrimenti si ottiene un paradosso: lo Stato punisce chi non ha rispettato la legge, ma è il primo a non rispettarla”. C’è stato un momento in cui le cose sarebbero potute cambiare: “Dopo la sentenza Torreggiani del 2013, con la quale l’Italia ha subito una condanna della Corte europea dei diritti dell’Uomo per il sovraffollamento - spiega - avevamo iniziato un ottimo lavoro. Ma poi non è stato continuato, non è mai diventato davvero strutturale”. Un modo, questo, per rimarcare che i problemi non nascono certo con il governo Meloni, che pure ha contribuito al sovraffollamento aumentando di molto i reati. “Le politiche per un carcere più umano - chiosa Pagano - non diventano mai un cavallo di battaglia dei governi, a prescindere dal colore politico. Perché? Per il timore delle urne”. Bene arrivati, amici dei detenuti di Franco Pizzolato* labarcaeilmare.it, 28 dicembre 2025 Il tempo natalizio fa essere più buoni, ma è difficile credere a certe conversioni. Gente e partiti che fino a ieri si scandalizzavano di fronte a chi osava invocare qualche temperamento di pena nelle carceri per renderle meno punitive e un po’ più educative, come vuole il nobile diritto, ora si dichiarano addirittura vicini al Papa che da sempre chiede rispetto dell’umanità anche dei reclusi. Il Presidente del Senato, La Russa, esponente di un partito che fino a stamattina, insieme con i Leghisti, invocava a gran voce la certezza della pena, ora chiede indulti e amnistie. E non solo per uno sfollamento delle carceri, che sarebbe posizione materialmente realistica più che ideale, ma proprio per senso di umanità. Sarà vero? Confesso che non mi sono potuto sottrarre ad un ricordo letterario e sono andato a recuperarlo. Si tratta della prefazione di un romanzo breve (o racconto lungo) di Victor Hugo, titolato “L’ultimo giorno di un condannato a morte” (1832). Ne citerò alcune parti, accorciandole per esigenze di spazio, ma senza mutarne senso e terminologia (chi vuole, può sempre controllare). E, al di là delle ovvie diversità storiche e fattuali, vi invito a fare attenzione alle tante e sorprendenti somiglianze col nostro caso. *** Nell’ottobre del 1830 la Camera francese intera si mise a piangere e a sbraitare. La questione della pena di morte fu messa sul tappeto e allora sembrò che tutte quelle viscere di legislatori fossero colte da un’improvvisa e meravigliosa misericordia. “La pena di morte: mio Dio, che orrore!” Un certo ex procuratore generale che per tutta la vita aveva mangiato il pane imbevuto nel sangue delle requisitorie, assunse di colpo un’aria pietosa e giurò che era indignato della ghigliottina. Per due giorni la tribuna traboccò di oratori simili a prefiche. Il buon pubblico, che non ci capiva più nulla, aveva le lacrime agli occhi. Di che si trattava? Di abolire la pena di morte? Sì e no. Ecco il fatto. Quattro uomini dell’alta società, quattro persone a modo, di quelle che si possono incontrare in un salotto, avevano tentato, nelle alte regioni politiche, uno di quei colpi audaci che Bacone chiama ‘delitti’ e Machiavelli chiama ‘imprese’. E che la legge, brutale per tutti, puniva con la morte. E i quattro sventurati erano là, prigionieri, in balìa della legge. Che fare e come fare? Capirete che è impossibile mandare al patibolo, in una carretta, ignobilmente legati con grosse funi, schiena contro schiena, quattro uomini dell’alta società! Ci fosse almeno una ghigliottina di mogano! Bene! allora non resta che abolire la pena di morte! Ed ecco che la Camera si mette all’opera. Notate bene, signori, che soltanto ieri voi consideravate questa abolizione un’utopia, una teoria, un sogno, una follia, poesia. Osservate che non è la prima volta che si cercava di richiamare la vostra attenzione sulla carretta, sulle grosse funi e sull’orribile macchina di morte; ed è strano che quell’orrendo apparato vi salti agli occhi ora improvvisamente. Mah! Si tratta proprio di questo. Non è per voi, o popolo, che noi aboliamo la pena di morte, ma è per noi, deputati che possiamo diventare ministri. Non vogliamo che la ghigliottina morda le classi elevate. Perciò la spezziamo. Tanto meglio se questo vale per tutti, ma noi abbiamo pensato solo per noi. *** Sostituiamo la ghigliottina con la carcerazione e possiamo leggere la situazione dei nostri giorni e perfino i tratti caratteristici di qualche nostro personaggio politico. Ci mancherebbe altro! Noi siamo d’accordo per l’umanizzazione della pena e per il recupero del colpevole alla vita sociale: soltanto che - come sottolinea più avanti lo stesso Victor Hugo - preferiremmo che non ci fosse il sospetto che si voglia salvare qualcuno della casta, bensì l’umanità degli uomini e delle donne comuni. Detto tra noi: poco ci fidiamo della purezza di sentimenti anti-carcere degli amici dell’attualmente carcerato Alemanno (peraltro persona antropologicamente simpatica e popolana) e degli amici di tanti condannati o indagati per corruzione. Né di politici che hanno scheletri nell’armadio e si portano avanti. E però vorrebbero condannare studenti o lavoratori che manifestano, solo magari perché contestano. Poco ci fidiamo della buona fede di chi vuole depenalizzare le pene dei cosiddetti “colletti bianchi” e inasprire quelle per reati di protesta, e s’inventa ogni giorno nuovi reati pensando che basti irrogare pene per eliminarli. Però accettiamo quel che di buono può provenire anche da quel che è meno buono, e accogliamo volentieri l’ingresso nella politica di qualsiasi sentimento buono, che va comunque coltivato. Non per buonismo o per sdoganare il reato e la colpa, ma per rendere la pena un fatto di promozione di umanità e di educazione. Come dice la nostra stessa Costituzione, figlia del pensiero cristiano e umanistico, e come da molto tempo vanno dicendo gli ultimi Papi, che sono molto più credibili dei convertiti dell’ultima ora alla clemenza. Ai quali comunque diciamo: “bene arrivati!”. Meglio tardi che mai. *Docente emerito di Letteratura cristiana antica presso l’Università Cattolica di Milano Perché per la giustizia il 2026 sarà un anno pirotecnico di Vincenzo R. Spagnolo Avvenire, 28 dicembre 2025 Fra marzo e aprile il referendum sulla riforma voluta da Nordio. L’anno che sta per cominciare sarà decisivo per le riforme istituzionali che fanno parte del programma della maggioranza di centrodestra. Non soltanto per quanto riguarda la giustizia, che ha già tagliato il traguardo della doppia approvazione di Senato e Camera secondo le modalità prescritte dall’articolo 138 della Costituzione ma che dovrà superare anche lo scoglio del referendum confermativo, non avendo incassato in Parlamento la maggioranza qualificata necessaria per evitarlo. Altri due “cavalli” sui quali l’esecutivo ha puntato molto sono l’autonomia regionale differenziata (“manifesto” leghista per eccellenza) e il premierato (modello molto caro a Giorgia Meloni e ai suoi Fratelli d’Italia). Ma con la legislatura che terminerà con ogni probabilità a primavera 2027, la partita dovrà essere giocata nel 2026. Vediamo, quindi, a che punto è il cantiere. L’assoluta separazione delle carriere di giudici e pubblici ministeri, il Cavaliere Silvio Berlusconi l’aveva caldeggiata per anni. E infine è toccato al primo esecutivo di centrodestra del terzo millennio, formatosi senza la sua guida, proporla e farla approvare dal Parlamento. Ma la “madre di tutte le riforme”, come l’ha definita il Guardasigilli Carlo Nordio, “papà” del disegno di legge costituzionale, non è ancora realtà. Per diventare effettiva, dovrà superare il vaglio popolare, che arriverà fra marzo e aprile dell’anno entrante attraverso il voto per il referendum confermativo, previsto in due giornate consecutive ancora da fissare. La campagna referendaria è già partita e sta dividendo l’opinione pubblica: sul fronte del Sì sono schierati comitati che rappresentano, va da sé, le forze di centrodestra, ma anche una parte del mondo del diritto (ad esempio l’Unione delle Camere penali, alcuni giuristi di vaglia e costituzionalisti) e della società civile (come la Fondazione Einaudi); su quello del No, invece, si collocano i comitati che fanno riferimento a quasi tutte le forze di opposizione (Pd, M5s, Avs, ma non Azione di Calenda e i renziani di Italia viva) e soprattutto quello dell’Associazione nazionale magistrati (che raggruppa la gran parte delle 9.700 toghe in servizio), oltre ad associazioni, docenti di diritto costituzionale e giuristi. Schieramenti che si fronteggiano a suon di battaglie informative, dibattiti, interviste in tv in cui provano a spiegare ai cittadini elettori perché il via libera alla riforma, o la sua bocciatura, possano essere la scelta migliore per il Paese. Ma cosa contiene il ddl costituzionale di riforma dell’ordinamento giudiziario, approvato a maggioranza dal Parlamento in quattro distinte letture (due alla Camera e due al Senato, a distanza di tre mesi una dall’altra, come prevede la Costituzione)? L’architrave del testo è la separazione assoluta (finora è consentito, per via della legge Cartabia, un solo passaggio di funzioni entro 10 anni dall’ingresso in magistratura) delle carriere tra toghe giudicanti e requirenti. Di conseguenza, si dispone la creazione di due distinti Consigli Superiori della magistratura, uno per i giudici e l’altro per i Pm, con i membri togati individuati attraverso un sorteggio “puro” fra gli appartenenti alla magistratura e quelli “laici” invece estratti dai nomi di giuristi di vaglia inclusi in un elenco stilato dal Parlamento. A entrambi i Csm, viene sottratto il vaglio del corretto comportamento dei magistrati per affidarlo a un’Alta Corte disciplinare, nuovo organo anch’esso a composizione mista (magistrati di alto rango e giuristi). Un cambiamento “storico”, secondo la premier Giorgia Meloni, che nelle intenzioni del Governo potrà rafforzare la distanza dei magistrati in servizio dal cosiddetto “correntismo”, ossia l’influsso sulle decisioni per nomine e carriere esercitata dalle correnti in seno all’Anm, e al contempo renderà l’operato dei giudici effettivamente “terzo” e l’amministrazione della giustizia più “trasparente, efficiente e vicina ai cittadini”. E lo stesso ministro Nordio si dice convinto che la riforma non inciderà affatto sull’indipendenza e sull’autonomia dei magistrati, scolpita nella Costituzione e ribadita in premessa nel ddl, ma anzi affrancherà le toghe “dall’influenza delle correnti”. Non la pensano così i partiti di opposizione, che - oltre a lamentare che l’iter legislativo sia stato condotto “a spallate” dall’esecutivo, senza tenere in conto le loro proposte né le obiezioni di magistrati e parti sociali - ritengono che la riforma non aumenti in alcun modo l’efficienza dei processi, né affronti problemi strutturali come l’arretrato, la carenza di personale e risorse o l’organizzazione degli uffici giudiziari. E che anzi possa favorire in futuro un maggior controllo della politica sulla pubblica accusa, Ancor più tranchant è la visione dell’Associazione nazionale magistrati, che considera la riforma “punitiva e umiliante” per le toghe italiane ed è scesa in campo, come detto, formando un Comitato per il No. Dunque, la tenzone è già nel vivo e i toni del confronto si stanno facendo taglienti. Ma a chi - sulla scorta di quanto avvenne per Matteo Renzi - suppone che il voto possa configurare un test popolare sul gradimento del Governo, la presidente del Consiglio ha già risposto con un perentorio “nulla da fare”, perché non intende in alcun modo legare la tenuta del suo esecutivo al risultato referendario, quale che sia. Di fatto, almeno a stare ai sondaggi, per ora sarebbe in vantaggio il Sì, ma la partita di primavera è ancora tutta da giocare. Nel frattempo il centrodestra studia le prossime mosse: se infatti la riforma dovesse passare, in seno alla maggioranza si ipotizzano nuove norme restrittive in materia di custodia cautelare, iscrizione nel registro degli indagati e utilizzo delle intercettazioni. Insomma, anche nell’imminente 2026, il travagliato cantiere della Giustizia pare destinato a restare aperto. “Voto Sì al referendum perché è una riforma che completa la Costituzione” di Valentina Stella Il Dubbio, 28 dicembre 2025 Parla l’avvocato Cesare Placanica, già presidente della Camera penale di Roma: “La separazione delle carriere rafforza la terzietà del giudice e tutela i diritti dei cittadini. Il correntismo è una piaga da recidere, anche con il sorteggio”. Cesare Placanica, già presidente della Camera penale di Roma. Perché ha scelto di far parte del Comitato Sì riforma presieduto da Nicolò Zanon? Mi viene da dire, perché no? È la battaglia che, spesso in corsa solitaria, l’unica associazione di cui in vita mia ho mai fatto parte, Ucpi, portava avanti con convinzione già nel lontano 1993, data della mia adesione. Farla ancora, a fianco di illustri giuristi che stimo e apprezzo da tempo, è un privilegio. Se è vero che è formato da giuristi, è nato comunque nelle stanze di Fratelli d’Italia. E anche Zanon non ha negato che ci sia un “innegabile orientamento politico”. Tutto ok per lei? Onestamente non so in quali stanze sia nato. Però se c’è un tema in cui l’appartenenza alla destra o alla sinistra è totalmente irrilevante è quello della separazione. Sono basito di questa irrazionale e folle divisione per estrazione politica. E consolato dal fatto che la quasi totalità degli avvocati di sinistra, non a caso sostenitori del Sì, siano anche loro a dir poco irritati di questa assurda strumentalizzazione che li iscrive, di ufficio, alla parte politica che avversano. Peraltro, se dovessi necessariamente dare un’etichetta a questa riforma, la dovrei certamente considerare in qualche modo “di sinistra”, in quanto espressione di un lungo percorso sociale e culturale che impedisce eccessi di autoritarismo a chi detiene un grande potere. Il vero protagonista è il giudice, che con maggiore autonomia ed indipendenza potrà esercitare il suo ruolo di garante del rispetto dei diritti dei cittadini. Come spiegare ad un semplice cittadino perché votare Sì? Dicendogli che si tratta di una norma che completa e realizza il dettato costituzionale a cominciare da quanto statuito dall’articolo 111. Spiegando che così si garantisce l’esercizio della giurisdizione da ogni sospetto di condizionamento, con l’esaltazione della figura del giudice, che diventa ancora più terzo ed imparziale come pretende, appunto, la Costituzione, che anche in questo passaggio dovrebbe essere considerata la “più bella del mondo”. Il professor Gian Luigi Gatta ha detto: “Pensiamo davvero di vivere in un sistema processuale nel quale i giudici non sono terzi e imparziali, tanto da rendere necessaria una riforma costituzionale? Se così fosse sarebbe un’emergenza per lo Stato di diritto, che non mi risulta però rilevata da nessun organismo internazionale”... Questa è una di quelle semplificazioni, una vera e propria suggestione retorica, che alterano l’essenza del dibattito. Qualcuno pensa che prima dell’introduzione del codice accusatorio si condannassero alla leggera i cittadini innocenti? Certo che no! E però, di fronte ad evidenti criticità di quel sistema, si è pensato di migliorarlo introducendo il rito accusatorio. Oggi nessuno in buona fede può negare gli effetti dello spirito di colleganza tra pm e giudice. Non serve una emergenza democratica per migliorare un meccanismo processuale. C’è una obiezione dei No che in qualche modo condivide? Il pericolo che il pm diventi un potentissimo super poliziotto. Ma non la temo perché ho troppa fiducia nella qualità e nello spessore dei giudici italiani. Una volta resi totalmente indipendenti sapranno certamente evitare tale distorsione. È quasi divertente, però, me lo consenta, che chi con toni allarmistici paventa tale pericolo, in totale contraddizione, subito dopo, affermi che la riforma depotenzia i pm. A Roma si dice “fate pace col cervello”: il pericolo è che sia troppo potente o che venga totalmente depotenziato? La riforma dell’Ucpi del 2017 non prevedeva affatto il sorteggio. E sempre l’Ucpi criticò fortemente la proposta di Bonafede in tal senso. Qual è il suo pensiero in merito? Istintivamente sono contro il sorteggio. E la ragione è che non tutti i magistrati hanno lo stesso valore. Cosa che, ipocritamente, i sostenitori del No si guardano bene dal dire. Anche perché quelli scarsi fanno la stessa identica carriera di quelli bravi. Accetto il sorteggio però, perché è l’unico mezzo che può recidere la mala pianta del correntismo. I cui effetti sono devastanti. L’attuale sistema getta un’ombra perfino sull’esercizio della giurisdizione. O si vuol pensare - per fare un esempio concreto di cui sono stato testimone - che un cittadino, giudicato da un presidente di sezione eletto dalla corrente che fa capo al pm del suo processo, non abbia diritto a non sentirsi tranquillo? Non crede ci sia una disparità nel prevedere il sorteggio temperato per i laici e quello puro per i togati? Se il Parlamento eleggesse una rosa di pochissimi nomi da cui sorteggiare è come se li avesse scelti la politica... Quindi lei equiparerebbe una categoria di persone che hanno vinto un concorso a magistrato ordinario, circa 9.000 individui che quotidianamente vivono in un tribunale e fanno processi con la responsabilità di irrogare anni di carcere, ad una folla di 235.000 avvocati, la maggior parte dei quali lavora nei campi più disparati, senza neppure avere mai visto un processo, né essere mai entrata in un tribunale? La pare un argomento serio? Sarei certamente favorevole ad un sorteggio tra i laici se la scelta, per esempio, riguardasse i circa 9.000 iscritti alla Camere penali italiane. Gente che tutti i giorni calca l’aula. Cosa pensa della campagna comunicativa portata avanti dal Comitato dell’Anm? Mi spiace dire che su determinati passaggi non mi pare seria. L’indipendenza della magistratura, per esempio, non è in discussione. Se chi ha proposto la riforma avesse voluto perseguire questo obiettivo lo avrebbe fatto. Non voglio essere ipocrita, immagino che qualcuno possa averlo in mente. Ma sa perché non osa neppure manifestarlo? Perché di fronte a tale prospettiva la maggior parte dei sostenitori del Sì, io per primo, si compatterebbe immediatamente al fronte del No. Mi auguro che questo ricorrere ad argomenti fuori focus non sia strumentale ad alterare l’informazione dei cittadini sui veri temi oggetto di referendum. “Voto No al referendum perché in gioco non c’è solo il processo, ma un modello di Stato” di Valentina Stella Il Dubbio, 28 dicembre 2025 Parla Nello Rossi, magistrato e direttore di “Questione Giustizia”: “Questa riforma ha radici lontane: il rischio è un indebolimento complessivo delle garanzie. E il sorteggio è una scorciatoia pericolosa”. Nello Rossi, direttore della rivista Questione giustizia, che idea si sta facendo di questa campagna referendaria? Veramente io vedo in corso non una ma due campagne referendarie. Nella prima, riservata ad una minoranza della popolazione, si discutono i pro e i contro della riforma costituzionale. Nella seconda, invece, vengono agitati temi che con la riforma non vengono neppure affrontati, ma che colpiscono la più vasta opinione pubblica: la lunghezza dei processi (spesso frutto di norme processuali farraginose e contraddittorie) o i casi giudiziari più clamorosi e divisivi, come quello della famiglia nel bosco o Garlasco. Di questa seconda campagna - emotiva, irrazionale e viscerale - è purtroppo protagonista la presidente del Consiglio, con le sue stoccate demagogiche sul caso Garlasco o sul caso dell’Imam torinese Shahin. Qual è l’argomento dei Sì che più degli altri non condivide? Più che un argomento è una metafora stanca. Quella dell’arbitro - il giudice - che indossa la stessa maglietta di una delle due squadre in campo - quella dei pm - e perciò parteggia per l’accusa. Metafora ingannevole perché smentita dagli elevati numeri delle assoluzioni e ancor più dalle decisioni dei giudici - difformi dalle richieste dell’accusa - in processi nei quali grandi procure avevano investito molto in termini di immagine e di impegno investigativo. Come i processi “trattativa” a Palermo, Mafia capitale a Roma, Tangenti Eni a Milano e così via. Inoltre, la metafora calcistica è nociva perché mira a minare la fiducia dei cittadini nell’imparzialità dei magistrati su cui si basa la legittimazione e la credibilità della giustizia. Secondo lei sarà un problema per i No che una fetta di elettorato di sinistra è pronta a votare per il Sì? Sinora vi sono state rare dichiarazioni di esponenti politici della sinistra favorevoli alla riforma, potentemente amplificate dalla stampa di destra. In quelle prese di posizione vedo una miope sottovalutazione della politica istituzionale della destra. Oggi l’obiettivo è indebolire il potere giudiziario ma, dopo questo antipasto, nel menù è già pronto il piatto forte del “premierato”, con il superamento della Repubblica parlamentare. Non grido al fascismo - per molti aspetti il governo Meloni è compiutamente “afascista” - ma la premier, coerentemente con la sua storia personale, vuole modificare la Costituzione seguendo le orme di Almirante. Che non a caso fu il primo a presentare, nel 1971, una proposta di legge diretta a introdurre il sorteggio per la componente togata del Csm ed a spogliare il Consiglio superiore della giustizia disciplinare. Lei è stato presidente della corrente Magistratura democratica, segretario dell’Anm e membro del Csm. I sostenitori del Sì sostengono che i pm, quasi sempre a capo delle correnti, decidono le sorti del Csm in perfetto stile correntizio. È così? Francamente? Con questo tipo di arbitrarie generalizzazioni si fa solo cattiva propaganda. Innanzitutto nel Csm i pm sono sempre stati una minoranza e spesso il Consiglio ha adottato decisioni che non assecondavano gli orientamenti “spontanei” della magistratura requirente. Inoltre, più che i ruoli professionali di provenienza degli eletti, hanno sempre contato le diverse visioni dei problemi della giurisdizione e dell’organizzazione giudiziaria. Quindi la cinghia di trasmissione - pm, correnti, Csm - è solo una fantasiosa invenzione. Piuttosto c’è stata - e non ci sarebbe più in futuro - una responsabilità istituzionale dei gruppi per le scelte compiute nell’attività consiliare. Un solo esempio: se i consiglieri di un gruppo concorrono a nominare un cattivo dirigente di un ufficio, i colleghi ne conservano memoria e smettono di votarlo. L’avvocato Buccico ha sostenuto che il sorteggio va contro la ragione ma è l’unico rimedio possibile per quanto successo. Che ne pensa? Spiace che una persona di valore si dichiari pronta a rinunciare al “discernimento” - proprio delle elezioni - per gettarsi ad occhi chiusi nell’avventura del sorteggio, che pure bolla come contrario alla ragione. Non si abbandona la strada maestra della razionalità istituzionale per uno scandalo, per quanto grave esso sia. Ci si rimboccano le maniche, si fa pulizia e si volta pagina. Se non fosse così avremmo dovuto chiudere da tempo il parlamento “eletto” perché toccato da numerosi scandali . Oppure escludere i laici dal Csm perché c’è stato un caso Natoli. Del quale - potenza dei media - tutti si sono rapidamente dimenticati. Mattarella nel 2020 parlò di “modestia etica” in riferimento allo scandalo dell’Hotel Champagne. Secondo lei il Csm ha superato tutto? La reazione della magistratura allo scandalo è stata forte: la rimozione di Palamara, le dimissioni di sei membri del Consiglio, numerosi procedimenti disciplinari con pesanti condanne e procedimenti all’interno dell’Anm. I politici coinvolti, invece, non hanno subito conseguenze. Da allora il Csm ha voltato pagina. Non vuole vederlo solo chi ha interesse a rimestare in eterno in quella vicenda per indebolire il giudiziario e le garanzie di indipendenza dei magistrati. Nel dibattito si parla poco di Alta Corte. Lei è stato componente della sezione disciplinare. Come smentire che la giustizia del governo autonomo non è domestica? Se lei vuole dire che - essendo “domestica”, come i procedimenti disciplinari di “tutte” le professioni - la giurisdizione disciplinare del Csm è stata sin qui lassista o perdonista, le rispondo che questa vulgata è semplicemente smentita dai numeri delle condanne e delle assoluzioni. Qui non posso citarli per esteso ma tutti possono consultarli nella Relazione del Pg della Cassazione sul sito dell’Ufficio. Le preannuncio inoltre che, a gennaio, Questione Giustizia renderà liberamente disponibili a tutti sul web le statistiche della Sezione disciplinare dell’attuale consiliatura con una presentazione del tutto oggettiva dei dati del Consigliere Roberto Fontana. Quali le criticità del nuovo organo? E lei mi fa una domanda così impegnativa alla fine dell’intervista? Con una sintesi brutale le elenco le principali ragioni di critica: il sorteggio (anche) dei giudici disciplinari; l’appello avverso le sentenze dell’Alta Corte affidato alla stessa Alta Corte (sic!); l’irrisolto problema della possibilità del ricorso per Cassazione ex articolo 111 Costituzione avverso le sentenze della Corte disciplinare in grado di appello. È solo un elenco. Ma potrà trovare una analisi critica ragionata dell’intera riforma costituzionale nel libro “Le ragioni del no” scritto a due mani da Armando Spataro e da me, edito da Laterza ed in uscita a gennaio 2026. Teramo. Castrogno, dietro il sovraffollamento le vite sospese: a 84 anni attende la sua udienza di Nikasia Sistilli iltrafiletto.it, 28 dicembre 2025 Circa 470 i detenuti nel carcere di Castrogno di Teramo, contro la capienza della struttura di 255 posti, con un 183% di indice di sovraffollamento. Sono i dati ormai noti della casa circondariale, nota non solo per il grave problema del numero di detenuti che ospita e per le condizioni in cui vivono, ma anche per la carenza di personale, di agenti di polizia penitenziaria così come sanitari, persone che non vogliono più prestare la propria opera a Castrogno perché non c’è sicurezza, non c’è controllo, non c’è più umanità. Il tutto che si incardina nella terribile storia italiana: le lungaggini processuali, gli errori giudiziari, il carico di lavoro. Con una delegazione di professionisti il Partito Radicale, guidato da Ariberto Grifoni, ha svolto questa mattina la consueta visita per l’iniziativa “Natale in carcere”. Oltre a tutto ciò a cui abbiamo accennato, la storia che raccontano oggi è quella di casi estremi. C’è un 84enne detenuto “con una pratica che giace sulla scrivania del giudice di sorveglianza che non ha pensato di evaderla prima delle feste”, ha detto Grifoni. “È tutto rimandato a dopo l’Epifania. Certo, tutti hanno diritto di andare in vacanza per le festività ma il caso di un 84enne forse dovrebbe essere evaso subito. Quello delle lungaggini processuali è uno dei problemi della giustizia italiana”. Poi c’è il caso degli errori giudiziari. “Ricordo il clamoroso caso di Beniamino Zuncheddu”. Beniamino è un pastore sardo vittima di uno degli errori giudiziari che più ha creato scalpore in Italia. Fu condannato all’ergastolo nel 1991, all’età di 27 anni, per la strage di Sinnai, trascorrendo quasi 33 anni in carcere prima di essere dichiarato innocente in un processo di revisione nel gennaio 2024. “Alla fine è stato riconosciuto l’errore nelle indagini. C’erano le lire quando è entrato, è uscito con l’euro ed è stato lasciato in mezzo a una campagna a più di 60 anni. - ha detto Grifoni - Verrà riconosciuto il risarcimento tra qualche anno ma nel frattempo che fa? Come fa a vivere? Che farà questa persona? E come lui ce ne saranno un migliaio”. Il Partito Radicale ha annunciato anche la costituzione di un comitato per il sì al referendum sulla riforma della giustizia che si terrà in primavera nel 2026. Verona. Detenuti presto al lavoro in Tribunale di Beatrice Branca Corriere di Verona, 28 dicembre 2025 Chiesti due archivisti, il presidente D’Amico attende la risposta dal Ministero. Il presidente del tribunale Ernesto D’Amico, in accordo con la Casa Circondariale di Montorio, ha chiesto per la prima volta l’impiego di due detenuti negli archivi della sezione civile. Prima del loro inserimento, il tribunale dovrà attendere una risposta dal Ministero della Giustizia. Si tratta di un’iniziativa che da un lato favorisce il reinserimento dei detenuti nella società e che dall’altro di colma, anche se in piccola parte, la carenza di personale. “Permettere il reinserimento dei detenuti nella società è nel nostro interesse. Per chi lavora dentro o fuori dal carcere il rischio di recidiva è bassissimo, mentre sale a oltre il 50% nel caso di soggetti inoccupati”. Le parole sono quelle del presidente del tribunale Ernesto D’Amico che ha deciso di aprire le porte del palazzo di giustizia alla popolazione carceraria. I dati a cui si riferisce sono quelli forniti dagli studi del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro. Nel loro rapporto “Recidiva Zero” è stato riscontrato infatti come il rischio che un detenuto con un’occupazione torni a delinquere sia pari al 2%. “I numeri parlano chiaro riferisce D’Amico. Ho quindi preso contatti con la direttrice della Casa Circondariale di Montorio, Maria Grazia Bregoli, che ringrazio per la collaborazione e ho chiesto intanto l’impiego di due detenuti che ricopriranno il ruolo di archivisti nella sezione civile. Prima di inserirli dobbiamo però aspettare il nullaosta da parte del Ministero, dopodiché ci piacerebbe introdurre anche altre risorse”. Si tratta di una novità per il tribunale scaligero: un punto di partenza che permetterebbe di colmare, anche se in piccolissima parte, la carenza di personale. “La situazione è rimasta immutata rispetto all’anno scorso - precisa il presidente. Ogni giorno si lavora con metà del personale in organico. A giugno scadranno tutti i contratti a tempo determinato, sottoscritti grazie ai fondi europei del Pnrr e non si sa ancora che cosa accadrà a quei lavoratori. Dovrebbero essere indetti nuovi concorsi, ma non è detto che verranno stabilizzate tutte le risorse”. A vivere questa scomoda situazione sono 44 addetti ufficio del processo che affiancano nelle udienze i giudici e senza i quali, nella sezione penale, non sarebbe possibile garantire ogni mese circa 130 udienze. Una condizione precaria che ha portato questi lavoratori in autunno a scioperare in più occasioni, sperando di scoprire presto quale sarà il loro destino. “Impiegare i detenuti in tribunale ci aiuterebbe a rispondere anche a questo problema - dice D’Amico -, senza contare che si dà la possibilità a chi ha sbagliato di avere una vita diversa. Spesso si sente dire che bisognerebbe buttare via la chiave delle celle, ma questo discorso viene smentito dai dati. Se una persona viene abbandonata in carcere senza prospettive future è più probabile che si incattivisca, che sfoghi la rabbia accumulata nel periodo di detenzione e che, una volta scontata la propria pena, torni a delinquere”. La speranza è dunque quella di poter ottenere al più presto un riscontro positivo da parte del Ministero della Giustizia per partire con questa prima sperimentazione nella sezione civile del tribunale. “Col lavoro la recidiva diminuisce ed è un investimento per tutta la società”, le parole del presidente D’Amico. Avellino. “Oltre le mura: la persona dietro alla detenzione femminile” irpinianews.it, 28 dicembre 2025 Sabato 3 gennaio 2026 alle ore 16.00, presso il Jjinger Cocktailbar di Avellino, in Corso Vittorio Emanuele si terrà un importante momento di riflessione e confronto dal titolo “Oltre le mura: a persona dietro alla detenzione femminile”. L’evento vedrà la partecipazione della dottoressa Claudia Cavallo, criminologa giuridica, esperta in diritti umani e tutela della dignità dei detenuti. La dottoressa Cavallo è membro dello staff del Garante dei Detenuti della Regione Campania e dell’Osservatorio sulle Persone Private della Libertà Personale della stessa regione. L’incontro, moderato da Vinicio Marchetti, responsabile provinciale di Avellino Today, vedrà la partecipazione di Sara Spiniello, rappresentante del Movimento 5 stelle di Avellino e della dottoressa Simona Romani, si propone di portare alla luce la condizione delle donne in carcere. “Spesso, infatti, si tende a considerare la detenzione come un’esperienza esclusivamente punitiva, ignorando le storie e le esigenze di chi la vive, specialmente nel caso delle madri e delle figure femminili - spiegano gli organizzatori - È fondamentale aprire un dialogo su come garantire i diritti, la dignità e il supporto a queste persone, riconoscendo la complessità delle loro storie e il loro ruolo all’interno delle famiglie e della società”. Al termine dell’incontro, la dottoressa Cavallo riceverà dei giocattoli che saranno donati ai bambini figli di detenute in occasione della Befana, per portare un sorriso e un gesto di solidarietà a chi vive questa difficile esperienza. Roma. Un pranzo di Natale che sa di riscatto. A Rebibbia i detenuti cucinano per gli ospiti di Stefano Liburdi Il Tempo, 28 dicembre 2025 Un prosecco di benvenuto, poi lasagna con salsiccia e funghi, carne con cicoria ripassata e patate al forno, tiramisù e per concludere una tazzina di caffè Galeotto. Eccolo il menù preparato dai detenuti di Rebibbia Nuovo complesso per il pranzo di Natale 2025. Ma non solo, ad accompagnare il pasto il sax di Stefano Di Battista con la sua band a ricordare che il Natale deve essere una festa per tutti, ovunque ci si trovi. A ospitare l’evento è stata la torrefazione del “caffè Galeotto” posta all’interno del carcere. Lo spazio che per 364 giorni l’anno vede lavorare una quindicina di detenuti alla produzione del caffè e alla preparazione o riparazione di macchinette e distributori, è stato adibito per un giorno a ospitare grandi tavoli di legno vestiti a festa. Seduti al centro della sala gli invitati tra cui il personale amministrativo, rappresentanti politici del territorio, i volontari che a Rebibbia prestano la loro importante opera, agenti della polizia penitenziaria, con il sempre gentile e disponibile Sandro Pepe e naturalmente loro, le persone private della libertà: un’intera comunità riunita che lavora tutta insieme per ridare speranza a chi ha sbagliato, attraverso formazione e cultura della legalità. A fare gli onori di casa, Mauro Pellegrini, fondatore della Panta coop organizzatrice dell’evento, che da molti anni si spende per il reinserimento dei detenuti nella società, insegnando loro un mestiere spendibile anche una volta terminata la pena da scontare. Pellegrini ha interrotto solo per un attimo la magia della musica di Di Battista per salutare i presenti, tra cui la direttrice di Rebibbia NC Maria Donata Iannantuono, il presidente del IV municipio Massimiliano Umberti accompagnato dall’assessore alla Scuola Annarita Leobruni e dall’assessore alla Cultura Maurizio Rossi che hanno voluto portare la vicinanza delle istituzioni. Poi ancora la professoressa Marina Formica e la dottoressa Serena Cataldo dell’Università di Tor Vergata che qui oltre ai corsi universitari organizza interessanti incontri e dibattiti con personalità del mondo della politica, della cultura e dello spettacolo, tra cui Diego Bianchi presente al pranzo e sempre pronto a sostenere chi ne ha bisogno. Pellegrini poi ha brevemente sottolineato quanto sia importante dare una formazione a chi è recluso, innanzitutto per dare seguito all’articolo 27 della Costituzione dove afferma che la pena deve tendere alla rieducazione e al reinserimento del detenuto, poi per ridurre drasticamente la recidiva, ossia il ritorno a delinquere una volta che la persona è rimessa in libertà. Sono i dati che ce lo indicano: chi non ha ricevuto alcuna formazione e non è stato inserito in un programma di reinserimento torna a commettere reati in una percentuale che sfiora il 70%, numero che cala drasticamente quando invece la persona privata della libertà ha frequentato percorsi di formazione e lavorativi, in questo caso la percentuale scende al 2%. La conferma arriva dalle parole con cui Pellegrini ha concluso il suo saluto: “Nella mia più che ventennale esperienza, ho avviato al lavoro centinaia di detenuti, ma solo una volta uno di questi è ricaduto in vecchi errori”. La musica ha riempito nuovamente la grande sala della torrefazione e gli animi di tutti i presenti che si sono salutati scambiandosi ancora gli auguri, poi ognuno è tornato alla propria vita, chi a casa, chi in ufficio o in uno studio televisivo, chi dietro le sbarre. Tutti consapevoli però che quelle tre ore passate insieme non devono rimanere solo un ricordo di un episodio piacevole, ma l’inizio o il proseguo di un impegno, affinché la vita di chi vive il carcere (e non sono solo i reclusi a viverlo ma anche chi ci lavora ndr), possa migliorare qualitativamente. Il 21 dicembre scorso il cardinale Vicario Baldo Reina ha chiuso la Porta Santa del carcere di Rebibbia, aperta un anno fa da un sofferente Papa Francesco che aveva fortemente voluto esserci senza risparmiarsi nel dialogo con i detenuti. L’augurio è che la fine del Giubileo delle Speranza non chiuda la porta alla fiducia di chi vuole inseguire un futuro migliore. Terni. Detenuti attori nel carcere di Sabbione per lo spettacolo “Quasi un musical” di Nicoletta Gigli Il Messaggero, 28 dicembre 2025 Il progetto dell’istituto Ipsia Pertini ha la regia di Michela Carobelli. “Questo spettacolo nasce dall’ambiente in cui viviamo e dalle nostre condizioni: mancanza di libertà, emarginazione, isolamento. Il teatro, come la musica, è libertà. Ed è di tutti. Con questa rappresentazione vogliamo sentirci liberi e portarvi con noi. Vi parleremo di musica e di ballo, espressione di quella libertà, di un ballo inizialmente proibito e denigrato perché nato nei bassifondi di una grande città e vi parleremo del sud Italia, così simile in molti quartieri a quelli di Buenos Aires in cui è nato il tango. Dalla periferia emarginata è diventato il cuore pulsante di una nazione ed ha avuto il suo riscatto, lo stesso a cui punta ciascuno di noi”. Inizia così, nel teatro del carcere di Terni, la messa in scena della pièce “Quasi un musical” realizzata a coronamento dell’attività trattamentale del laboratorio di scrittura scenica e recitazione iniziato in estate grazie al progetto dell’istituto Ipsia Pertini in collaborazione con l’area educativa della struttura penitenziaria. La commedia musicale è stata scritta dalla docente-regista Michela Carobelli insieme agli stessi detenuti che sono anche interpreti, scenografi e tecnici del suono. Ospite d’eccezione dello spettacolo l’attrice ternana Cecilia Di Giuli, la cui consulenza e collaborazione sono state preziose per aiutare i detenuti a comprendere come calarsi nei ruoli, come lavorare sul proprio corpo e affrontare l’ansia del palcoscenico. Il percorso creativo ha permesso ai corsisti di ascoltarsi, confrontarsi, mettersi in discussione all’interno del gruppo di lavoro, di sperimentare le proprie capacità musicali e la propria sensibilità. “Quasi un musical” si svolge un quartiere popolare di Napoli tra la barberia e il bar, dove la quotidianità viene interrotta dall’arrivo di alcuni ballerini di tango - sul palco hanno ballato il noto maestro Ermanno Felli e i suoi allievi Francesca Passini e Corrado Monaco - e i discorsi scanzonati tra uomini si arricchiscono di sfumature amare e profonde sulla vita e di riflessioni su quanto alcune gravi responsabilità individuali possano essere condizionate dall’ambiente socioculturale a cui si appartiene. “La grande emigrazione italiana di fine ‘800 inizio ‘900 in Argentina ha arricchito di talenti una cultura locale, quella di Buenos Aires, già fortemente impressa dalla cultura africana. E in questa miscela sparsa nei sobborghi della grande città, nei quartieri poveri, tra i dimenticati della terra, ma ricca di creatività e voglia di riscatto sociale nasce il tango, prima come musica e poi come ballo, così come oggi lo conosciamo” ha spiegato Ermanno Felli che a Buenos Aires ha vissuto e ne conosce bene la geografia culturale. Sullo sfondo di piazza del Plebiscito nella scena finale della pièce “il tango argentino ricorda che a volte anche solo un abbraccio può salvarci dall’abisso - dice Michela Carobelli. Nel “quasi musical” come nella vita”. Venezia. “Le farfalle della Giudecca”: le detenute si raccontano in un docufilm di Maria Ducoli ilnordest.it, 28 dicembre 2025 Tra sbarre e aule di scuola, il documentario di Rosa Lina Galantino e Luigi Giuliano Ceccarelli, con Ottavia Piccolo, ripercorre le vite delle detenute del carcere veneziano partendo dalla visita di papa Francesco. Donne che affrontano la solitudine e gli errori del passato pronte a trasformarsi e volare oltre le barriere. Inizia con il rombo di un elicottero, il documentario “Le farfalle della Giudecca”, di Rosa Lina Galantino e Luigi Giuliano Ceccarelli, con la partecipazione di Ottavia Piccolo. Da quell’elicottero, il 29 aprile del 2024 scese Papa Francesco, che incontrò le detenute. Sono loro, le farfalle della Giudecca: creature in via di trasformazione, alcune imprigionate nel bozzolo del proprio dolore, in condizioni di partenza sfavorevoli, che le hanno portate su strade sbagliate. Altre sono pronte a liberarsi in volo, una volta superate le sbarre. A rendere possibile la trasformazione da bruchi a farfalle, i tanti progetti in corso, il lavoro spesso difficilissimo delle agenti di polizia penitenziaria, degli educatori e delle associazioni di volontariato. “Il documentario racconta proprio questo, la vita quotidiana del carcere, in modo da superare i preconcetti e far sì che queste persone non restino invisibili”, spiega Ceccarelli. Nei 65 minuti di proiezione, le protagoniste sono le donne, detenute e lavoratrici della casa di reclusione. E il carcere, “casa delle cento solitudini che si incontrano e scontrano”, come recita Piccolo, trova finalmente voce. Il carcere come avamposto della battaglia delle donne - Si chiama fondamenta delle Convertite, quella in cui sorge il carcere femminile della Giudecca a Venezia perché nel 1.500 accoglieva le prostitute. Entravano, solitamente contro la propria volontà, e non uscivano più. Torna, allora, nel documentario il concetto dell’”essere peccatrice femmina”, come spiega Piccolo in video, “e quindi il carcere diventa un avamposto della battaglia delle donne per la loro emancipazione e per scardinare quei preconcetti maschilisti che le hanno portate qui”. Ottavia Piccolo durante le riprese del docufilm alla Giudecca - Donne che, spesso, sono state ragazze e bambine cresciute ai margini, in equilibrio sui bordi di una società che probabilmente non è stata in grado di vederle e aiutarle, di far germogliare in loro degli strumenti per poter essere in grado di scegliere una strada che non conducesse al reato. Arrivano alla Giudecca con alle spalle un vissuto complesso, fatto di droghe e violenza maschile e in carcere non solo “pagano” i loro errori, no, si emancipano. Grazie alla scuola, per molte sconosciuta, e ai percorsi di inserimento lavorativo trovano una loro strada per ripartire, una volta fuori. Dopo essersi perse o forse mai conosciute, si ritrovano. Lasciano i margini per andare al centro, accompagnate dalla dedizione di altre donne. Le aule della libertà - Una lavagna in ghisa, i banchi uno vicino all’altro, quaderni e penne: la scuola del carcere è innanzitutto una scuola di libertà, che passa dal saper leggere, scrivere, contare. Per molte detenute, è la prima aula che frequentano. “Ho imparato a leggere all’Icam (Istituto a custodia attenuata per detenute madri, ndr), per poter sfogliare i libri con mio figlio Raoul”, racconta Sabrina. Grazie all’impegno delle due insegnanti, Eliana e Daria, le donne della Giudecca non acquisiscono solo nozioni e concetti, ma una vera e propria grammatica sentimentale per potersi raccontare. “Oggi mi sento un po’ strana, forse mi manca un po’ casa. Le sbarre mi frenano, mi soffocano”. Veronica mette in versi la propria angoscia, per poi condividerla ad alta voce davanti alla telecamera. Anna scrive una lettera all’eroina: “Trasformi i nostri caratteri, non ci rendiamo conto ma diventiamo irriconoscibili”. Il lavoro come antidoto ai pensieri - La missione rieducativa del carcere si persegue tramite i tanti progetti di inserimento lavorativo in collaborazione con le varie realtà del territorio, dalle cooperative Il cerchio e Rio Terà dei Pensieri a grandi realtà come l’Hilton Molino Stucky e la Biennale. “Il lavoro è dignità”, commenta Monia, che poco dopo la registrazione del documentario sarebbe uscita, “è fondamentale trarre qualcosa di buono da questa esperienza”. Faith produce candele e racconta che “venire in laboratorio significa uscire dal carcere”, anche se il locale in cui avviene la lavorazione è all’interno, ma la detenzione pesa meno quando hai mani e testa impegnate. Lo conferma anche Ylinka, arrivata dall’Europa dell’Est. “In stanza vengo presa da troppi pensieri, lavorare aiuta”. Mamme senza bambini e figlie senza madri - “I miei figli sono le cose più belle che ho fatto nella vita”. Una frase che torna spesso, che più detenute ripetono davanti alla telecamera, con gli occhi lucidi. Raccontano di pensare ogni giorno ai loro bambini, molti lasciati nel paese d’origine, affidati alle cure della famiglia, altri in carico ai servizi sociali, accuditi da genitori affidatari o adottivi. Sabrina ha tenuto con sé il proprio figlio in Icam per due mesi, poi ha scelto di separarsene, affidandolo al mondo fuori: “È giusto così, ho sbagliato io, non lui. Non deve pagare per me, un bambino non deve crescere tra le sbarre”. Un’agente spiega che “in qualità di donne e mamme dobbiamo imparare a leggere i loro silenzi, studiare le reazioni alle telefonate. Le detenute lasciano i loro figli, è un’esperienza forte”. Il docufilm delle carcerate: farfalle in cerca di una nuova libertà - Alcune, però, sono così giovani da essere ancora più sperdute delle altre e sentono la mancanza di una figura materna, di una guida che possa indirizzarle. Allora si affidano alle più anziane, che nel carcere sono da più tempo e hanno più strumenti per affrontarlo. Come Anna, “senatrice” della casa di reclusione: “Molte vengono da me a chiedermi consigli, io dico sempre loro di comportarsi bene. Sì, abbiamo sbagliato, ma stiamo pagando”. Donne che governano altre donne - In gergo, si chiama “carcerite” e, spiega Valentina, agente di polizia penitenziaria, non è solo lo stress psicologico dettato dal lavorare in un contesto particolare, ma anche la passione verso quello stesso contesto, che ribolle di umanità. “Mi sono innamorata di questo lavoro e quando sono fuori, mi manca la divisa”, racconta. La comandante della polizia penitenziaria, Lara Boco, compare in più frame del documentario: una presenza costante a fianco delle donne ristrette e delle agenti. “Ci sono ancora tanti, troppi luoghi comuni sul carcere”, premette, “le detenute a volte hanno solo bisogno di essere ascoltate, e noi ci siamo sempre”. Donne che ascoltano altre donne, che le governano, perché la routine di una struttura detentiva è rigida e le regole ferree. La colazione è alle 7, il pranzo alle 12, la cena alle 19. Due ore d’aria, che aumentano in estate. Alle 20 le porte delle camere si chiudono fino alla mattina dopo. Sei le telefonate al mese e le sigarette diventano una sorta di moneta corrente con cui si baratta tutto. Banditi il vetro e altri oggetti con cui le detenute potrebbero farsi male, i nomi delle agenti dovrebbero restare sconosciuti, tant’è che tra di loro si chiamano solo “collega”, ma poi quelli delle più alte in grado si sanno, dopo anni di contatto quotidiano. Verso la libertà - Maurizia Campobasso, neo direttrice della casa di reclusione femminile, si rivolge alle detenute che hanno assistito alla proiezione del documentario: “Non dovete mai perdere la speranza, che è la consapevolezza e la certezza che quello che facciamo qui ha un senso, indipendentemente da come andrà a finire. L’attenzione verso se stessi è un gesto di generosità: possiamo amare gli altri solo se prima ci amiamo”. Ecco, allora, la missione rieducativa del carcere, che insegna alle donne che solo amandosi si può essere libere da ogni sbarra. “Abbiate sempre la sensazione”, prosegue la regista Rosa Lina Galantino “che il passaggio da qui non sia un marchio per la vita, ma un aiuto per ricostruirla”. Il documentario si chiude con una detenuta che s’incammina per la propria strada, trascinando dietro di sé un trolley grigio. Una domanda sorge spontanea: e se fosse il mondo fuori ad aver bisogno di essere riabilitato? Febbre da maranza nel Paese che non c’è di Alberto Piccinini Il Manifesto, 28 dicembre 2025 La sociologia giovanile è sempre discutibile, ma questa nuova ossessione rappresenta bene la nevrosi tipica dell’era dei social. Bufale razziste e dicerie riempiono poi talk show e giornali conservatori. “Il maranza è il nuovo cocco degli intellettuali marxisti”, titolo de Il Giornale l’altra settimana. Fa ridere. Abbastanza. Potremmo scriverlo su ognuna di queste pagine come una fascetta promozionale. Che esistano davvero dei maranza è discutibile, come sempre è stata discutibile la sociologia giovanile (su teddy boys, punks e ravers prima di loro). Che esistano “intellettuali marxisti” è fantascientifico, lasciatecelo dire. E come ho letto non so dove: “Preoccupa l’alleanza / tra Aska e i maranza”, bella rima. L’ossessione maranza dice pochissimo dei maranza stessi, rappresenta invece perfettamente la nevrosi fantasmatica che pervade la destra di era social. O soltanto la loro propaganda. (Mica ci crederanno davvero alle cazzate che sparano a ripetizione i loro giornali, i talk show, e i loro bot coreani?) “La Brianza è accerchiata. Da Carnate parte verso Monza il convoglio dei maranza. Canne fumate nei vagoni e bagni devastati. Anche il veneto rischia di capitolare”, Panorama di quindici giorni fa. “Italia sotto assedio”, irresistibile il mix di cattiva psicologia sociale, giornalismo disonesto, bignamismo goebbelsiano. Così deja vu, oltretutto. “A Legnago sono entrati in sella alle loro biciclette per bestemmiare durante la messa”. Colpa della società? Disagio delle periferie? Basta con questo buonismo. A Milano non si può uscire dopo le sei di sera. La Lega annuncia una legge anti-Maranza. Come funziona? Funziona che per avere la cittadinanza devi fare un esame, e se delinqui la cittadinanza te la tolgo, perché non-sarai-mai-come-noi. Per farsi pubblicità usano sui social una figurina della serie Stranger Thing, maranza horror, ignari delle implicazioni profonde della figura dello zombie. Una volta, quasi ci si vergogna a ricordarlo di questi tempi, Pierpaolo Pasolini commentò un convegno sui teddy boys discutendo soltanto gli interventi degli esperti: “Tanta presunzione pedagogica, tanta cecità reazionaria, tanto sciocco paternalismo, tanta superficiale visione dei valori, tanto represso sadismo, non possono che giustificare l’esistenza, in molte città italiane, di una gioventù insofferente e incattivita”. A differenza dei loro predecessori, teddy, punk eccetera radicati nell’angst giovanile piccolo borghese, i maranza sono razzializzati. Altra parola nuova per noi, nonostante i trent’anni e più di flussi migratori nel nostro paese. Vorrà pur dire qualcosa. Mentre nell’Inghilterra degli anni ‘50 i giovani immigrati dalle West Indies si prendevano a mazzate coi loro coetanei bianchi, il lavoro sporco da noi lo fa per lo più la televisione. È una società anziana, del resto. Continue spiegazioni su cosa sia maranza e perché. Etimologie fantastiche: zanza, marocco, maranza. Nell’infinita recita dei talk show di Rete4, continua apparizione in studio di maranza reclutati da autori col pelo sullo stomaco: “Tute acetate con bande lateriali, Nike TN, piumini lucidi smanicati, cappellino Gucci” (Panorama), pagati qualche centinaia di euro, soltanto per giustificare il livore di maranza involontari come la leghista Silvia Sardone, il conduttore Del Debbio, il giustiziere Cicalone. Non il contrario. Elemento di modernità indubbio è questa promiscuità. Mai prima d’ora avevamo assistito al confronto diretto, spiccio, talvolta manesco, tra i folk devil e le brave persone, tipo videogioco. Nei programmi di Mario Giordano le inviate spalleggiate da bodyguard energumeni (fuori campo) vanno a farsi tirare le bottiglie per la strada. La recita è razzista a livelli Mondo Cane. Il fantasma della voce fuori campo di Oriana Fallaci. Il Taharrush Gamea, nome col quale si definirono le molestie sessuali dei poliziotti sulle ragazze a piazza Tahir nei giorni della primavera araba, poi le violenze collettiva a Colonia il Capodanno di dieci anni fa, è diventato nella propaganda tv di destra un rituale accertato di invasione maranza: mori saraceni in piazza del Duomo a Milano, la notte di Capodanno. Molestie vere, presunte, testimonianze, bufale totali, fantasie sessuali, paure razziste, grida di “Vaffanculo Italia” come testimonierebbero filmati e riprese “real” di traballante e difficile comprensione. Ma soprattutto una patina antropologica, millenaria, di casa mia/casa tua, altra ossessione da bar in questi tempi terribili. Lascio la trap per ultima, perché molte parte della musica che ascoltiamo noi, i nostri figli e i nostri nipoti si nutre di questo immaginario: Simba e Baby Gang, il ghetto, l’illegalità, i macchinoni, il farcela da soli, farcela a tutti i costi, i soldi, la mamma, ti compro la borsetta, ti compro tutto, spaccio, Gucci, scappo dalla polizia - come Ramy Elgaml, martire dei maranza, speronato da una volante dopo un inseguimento videogioco (il nostro Rodney King?). Il paradosso non è che si raccontino storie così. Il paradosso è che la destra abiti ormai stabilmente l’immaginario della trap, chiedendo pugno di ferro, galera, remigrazione. Se i maranza sono una creatura della trap, prima che delle periferie, anche la destra sarà una creatura della trap? Dopo aver conosciuto due teddy boys milanesi, Pier Paolo Pasolini se li portò a Roma per scrivere una sceneggiatura (La Nebbiosa) sulla Milano notturna e crudele di allora. Insieme, frequentarono amici scrittori e borgate. I giornali reazionari (Il Tempo, Il Borghese), nonni dei nostri, commentarono alla loro maniera le foto che ritraevano lo strano terzetto: PPP, Il Lobo e il Gimkana in giro per la città. Scuola e lavoro, questioni di classe e di sangue di Oiza Q. Obasuyi Il Manifesto, 28 dicembre 2025 Nelle scuole italiane, ad oggi, secondo l’ultimo Dossier Statistico sull’Immigrazione 2025, degli oltre 900 mila alunni e alunne stranieri che si sono iscritti all’anno scolastico 2023/2024, oltre i due terzi sono nati e nate in Italia (il 65,2%). La Lega propone l’ennesima legge che andrebbe ulteriormente a restringere l’accesso al diritto alla cittadinanza. Ancora una volta, le persone razzializzate, nel caso specifico nate o cresciute in Italia da genitori stranieri, diventano il bersaglio delle politiche di governo. Definita come “legge-anti maranza”, la proposta ha come punto cardine quello di aggiungere ulteriori ostacoli a chi nasce e cresce in Italia da genitori stranieri e che vi risiedono regolarmente da sempre, senza interruzioni. Attualmente, già la legge 91/1992 rappresenta un enorme ostacolo per chi nasce e cresce in Italia da genitori stranieri: nella ricerca “Non è una cittadinanza per giovani. Il potenziale disconosciuto dei ragazzi con background migratorio in Italia” (Centro Studi e Ricerche, Idos 2025), viene riportato che “il numero di acquisizioni di cittadinanza da parte di minori è sorprendentemente basso rispetto alla loro presenza quantitativa nel paese: nonostante i record registrati nel 2022 e 2023, con quasi 214.000 acquisizioni complessive in Italia per ciascuno dei due anni, nel quinquennio 2019-2023 i minorenni stranieri che hanno ottenuto la cittadinanza italiana sono stati in totale solo 295.000, per una media di appena 59.000 all’anno, a fronte di oltre 1 milione di loro che risiedono in Italia”. In un contesto dove il tema della sicurezza viene affrontato solo in termini di repressione e imposizione di ostacoli nell’accesso ai diritti, associare crimini più o meno gravi a una determinata categoria “razziale” è ormai il mantra che da anni caratterizza la linea di governo. La proposta di legge securitaria volta, in quest’ottica, a contrastare il fantomatico “pericolo dei maranza” è in realtà l’esempio lampante di discriminazione istituzionale che non farebbe altro che marginalizzare ed espandere la voragine di disuguaglianze che colpisce giovani di varie origini, figli e figlie di una società che continua a non volerli riconoscere. Nelle scuole italiane, ad oggi, secondo l’ultimo Dossier Statistico sull’Immigrazione 2025, degli oltre 900 mila alunni e alunne stranieri che si sono iscritti all’anno scolastico 2023/2024, oltre i due terzi sono nati e nate in Italia (ovvero il 65,2%). A ciò si aggiungono le disuguaglianze strutturali che colpiscono le famiglie di origine straniera - persone che, sempre secondo il rapporto, vivono ai margini anche fisici, della società, con minore accesso al diritto alla casa e spesso costrette a vivere in periferie “ghettizzate” in cui spesso viene denunciata l’assenza di servizi, di luoghi di aggregazione, di centri culturali. Per i lavoratori di origine straniera permane una condizione strutturale di svantaggio, oltre che, fin troppo spesso, di sfruttamento: le retribuzioni medie annue, infatti, si legge nel rapporto, sono del 30,4% più basse di quelle della controparte italiana. Gran parte di loro svolge un lavoro perennemente precario e subalterno, pur essendo sovraqualificata rispetto alle mansioni. Tali disuguaglianze si riflettono inevitabilmente sui figli e figlie di origine straniera per cui ancora oggi vige una segregazione scolastica dettata dal tipo di percorso scelto (italiani “purosangue” presenti perlopiù nei licei e italiani di origine straniera presenti perlopiù negli istituti tecnici). Stando sempre al rapporto, la dispersione scolastica colpisce soprattutto alunni e alunne italiani di origine straniera e scarsissima è la loro presenza all’interno delle università. Ciò significa che se, da un lato, la cosiddetta scala mobile è pressoché ferma per tutti i lavoratori e le lavoratrici, per le persone di origine straniera essa è di fatto inesistente. Non avere la cittadinanza inoltre, implica non avere accesso alle opportunità di formazione all’estero così come ai concorsi pubblici. Il percorso risulta quindi predeterminato dal connubio di classe e origini che, nel contesto italiano, diventano di fatto degli ostacoli. Parlare di “test di integrazione” come propone la Lega non fa altro che confermare quanto l’Italia, arroccata su concetti suprematisti di conservazione identitaria, sia poco aderente a una realtà che esiste già, che non è estranea - e che quindi non deve “integrarsi” in un paese in cui è nata e cresciuta. Dell’odio e dell’amore. La domenica con due ragazze della Barona di Shendi Veli Il Manifesto, 28 dicembre 2025 Un pomeriggio con Raja e Nada. Generazioni diverse. Origini comuni. Entrambe nate in Italia. Un quartiere dormitorio nella periferia di Milano e il fantasma di Ramy. La Barona non è male, si estende ordinata sul lato sud ovest di Milano, attraversata da larghi vialoni. C’è una piazza con portici perimetrali, dove si concentrano negozi e servizi. Non ha l’aria di un quartiere degradato, semmai la sensazione è che manchi qualcosa, che ci sia un po’ troppo nulla. “A Corvetto l’edilizia è più fatiscente, soprattutto nelle case popolari” racconta Raja, trentaquattro anni, attivista del centro sociale Lambretta: milanese, marocchina, della Barona. Guida per le strade semivuote di una domenica invernale. Racconta che il quartiere popolare, dove si concentravano prima gli emigranti dal meridione e poi quelli di oltre confine, oggi attraversa un processo di trasformazione. “Questo parco prima era grande il doppio, hanno chiuso una parte per costruirci palazzi che dovevano essere destinati all’housing sociale, invece le stanno vendendo ai privati sul mercato” Raja parla, occhi sulla strada. La presenza dell’Ospedale San Paolo e della Iulm, università privata, sta portando in Barona nuove categorie di abitanti. La distanza dal centro con i mezzi pubblici è più che ragionevole. “Da qui con la 74 da Famagosta in sette minuti sei sui Navigli e la casa la paghi un po’ meno, da qualche anno magari nel condominio ci trovi lo studente cinese o australiano. Resta comunque un quartiere dormitorio. Dopo le sette di sera, a parte qualche ragazzino sulle panchine, in giro non trovi nessuno”. Nel frattempo accosta sotto casa di Nada, che scende e si infila nei sedili dietro della macchina. Vent’anni, milanese, marocchina e della Barona anche lei. Era fidanzata con Ramy Elgaml, il ragazzo di Corvetto, morto nel 2024 a soli 19 anni. Uno schianto con la moto guidata da Fares Bouzidi, mentre venivano inseguiti da una volante dei carabinieri. Si va a pranzo in un ristorante di zona. Arredamento anni novanta, più di cento coperti e tavoli gonfi di persone. “Prima facevano piatti palestinesi, era gestito da compagni. Ora credo sia di un privato ma ci lavorano quasi tutti arabi” dice Raja. Una quindicina di giovani in camicia bianca e gilet nero percorrono rapidi la sala in tutte le direzioni, in un vortice di piatti sospesi. Chissà se fuori di qui qualcuno li ha mai definiti maranza. “Durante il Covid è iniziata come un meme. Metto un paio di Tn (modello di Nike, ndr) e una felpa della Boxeur e scrivo “oggi sono una maranza”. Poi è diventata una parola usata dalle istituzioni e dai politici e ha smesso di far ridere. Adesso pensi all’arabo col machete, ma non è così, quella è gente di merda, non sono maranza” si infervora subito Nada. “Poi succede che i ragazzini, magari quelli più ingenui, fanno casino apposta perché hanno capito che questa figura attira l’attenzione, e questo li fa sentire importanti”. “Una certa estetica per noi fa parte della cultura” spiega Raja “in Marocco si usano le Nike Tn, perché sono le scarpe comode per stare tante ore in piedi. Poi passando dalla Francia per arrivare in Italia, sono diventate il simbolo della vita di strada. Buone per correre, quando arriva la polizia. Così come la tuta. In nord Africa è semplicemente l’abbigliamento comodo alla portata di tutti. Poi è diventata una moda”. “Questo fenomeno è in piena evoluzione, ci scrivono libri e canzoni ma ci vorrà tempo per capire cosa succede” continua Raja. Cala il silenzio, viene riempito dal brusio della sala e dal metallo delle posate sulla ceramica, poi Nada riattacca: “Come chi invita il maranza in trasmissione, scegliendo fenomeni da baraccone con l’account su tik tok da alimentare. Perché non mi porti un ragazzo vero, di seconda generazione, che magari ha fatto le sue cazzate ma si è anche ripreso?”. Viene fuori il tema della violenza urbana. “C’è azione e conseguenza” dice Nada con l’espressione facciale piatta. “Noi siamo diventati cosi, aggressivi, antipatici, anche per come siamo cresciuti. Il furto al supermercato è una conseguenza ovvia. La gente campa di pasta e olio. Ovviamente cosa diversa è uno stupro, ma non venitemi a dire che stuprano solo i marocchini, sappiamo che non è così”. E poi continua: “Sono in zona, nella mia piazzetta, e una sera viene il carabiniere. La sera dopo passa il localotto (polizia municipale, ndr), la terza quello della polizia. Il quarto giorno viene uno della Digos. Io sto seduta lì tranquilla e mi chiedi il documento, mi fai la minaccia, il commentino, non mi dai nemmeno una spiegazione del fermo. Succede anche alle ragazze. Poi è normale che la gente si incazza”. Azione e conseguenza. “Durante il Covid mia mamma ha perso il lavoro, non ci hanno rinnovato il permesso di soggiorno. Sono diventata clandestina anche se nata e cresciuta a Milano”. Nada ripercorre la vicenda burocratica che le ha stravolto la vita: “Appena ho fatto 18 anni sono andata a lavorare e ho raccolto i documenti per fare la richiesta di cittadinanza ma durante uno degli appuntamenti mi hanno presa e portata in questura dicendo che c’era un buco di qualche anno nelle mie carte e che questo impediva la regolarizzazione. Mi hanno dato il Daspo per piazza Duomo. Senza motivo, ero incensurata”. “Mi hanno trattato come un’immigrata, mi chiedevano se volevo il traduttore” scoppia a ridere ma torna subito seria. “Un po’ di rispetto cazzo. Sono tanto italiana quanto marocchina, anche se per me il mondo dovrebbe avere zero bandiere. Giri con gente di culture diverse, albanesi, rumeni, parli anche un po’ della loro lingua. In questi ultimi tempi ad esempio mi sono sentita più di tutto palestinese”. Per fumare c’è il cortile interno del ristorante, dismesso per la stagione fredda, alcuni camerieri in pausa scherzano tra loro appoggiati alle torri di sedie infilate e accatastate in un angolo. Raja e Nada, generazioni diverse ma background comune, raccontano di essersi conosciute durante le proteste per la morte di Ramy e di aver stretto amicizia. “Non farmi scherzi la prossima estate resti con me in Barona” dice Nada all’amica più grande evocando, forse inconsapevolmente, “Estate in città” un classico di Marracash, il rapper made in Barona. Si passa a parlare di rap e di sessismo nei testi. “Non ci vedo niente di anomalo, riflette la realtà” dice Nada. “Non possiamo avere solo canzoni in cui la donna viene venerata perché non sarebbe reale. E le ragazze non sono passive, alcune lo fanno di proposito a proporre un’immagine di donna-oggetto perché magari fanno i soldi con il numero di follower e le pubblicità, gli fa gioco. Fanno bene, non le giudico”. Esita un po’ e riprende: “Le discriminazioni sulle donne ci sono sempre state. La differenza è che ora ci siamo un po’ rotte il cazzo. Su certe cose gli uomini hanno un pro, io peso venti chili e certi lavori non riesco. Però se mi metti a spazzare a terra mentre il collega maschio lo metti in cassa, perché dai per scontato che lui sa gestire i soldi, non mi sta bene, non è oggettivo”. “Quando sei piccola sopporti, poi ne vedi talmente tante, amiche che vivono situazioni brutte, sia in casa che in strada, che dici basta”. La strada, considerata il luogo della pericolosità sociale, soprattutto a Milano. “Milano era più rischiosa prima. Mi ricordo che sui Navigli non si poteva andare, c’era il giro dell’eroina. E non prendevo il bus notturno perché anche lì c’era gente disperata disposta a tutto. Preferivo camminare per ore” dice Raja. Ma la percezione dell’altra non è la stessa. “Negli ultimi anni è vero che è degenerata. Ma non è una questione di maranza, sono proprio le nuove generazioni che sono più aggressive”. Il ristorante è a due passi da casa di Nada. Palazzine anni sessanta disposte in circolo intorno a un cortile interno pavimentato, al centro qualche albero spoglio. Al primo piano, la porta si apre su un divano e un tavolino basso, il thé caldo riempie i bicchierini di vetro. “Oggi non lavoro” dice Nada dopo un’occhiata al telefono. “Faccio la barista, 30 euro a servizio, ma mi comunicano sempre i turni all’ultimo momento”. “Da piccola me la vivevo bene. A parte il periodo in casa rifugio con mia mamma, ma quelle erano cause esterne, non do la colpa a nessuno. A scuola le maestre mi volevano bene, non subivo razzismo” racconta. “Poi negli ultimi anni mi tolgono i documenti, mi tolgono la scuola, mi tolgono il fidanzato”. Ramy fino a quel momento non era stato nominato. “Non ho avuto il tempo di elaborare la sua perdita, il caso è diventato subito pubblico e mi sono messa a difenderlo da tutti: “egiziano di merda” “meno uno” “se lo meritava” e tante altre cose. Oggi mi rendo conto di aver pianto più per quei commenti, mentre avrei voluto piangere solo perché Ramy non c’era più”. Il rapporto con la città in cui è nata non è facile da spiegare per Nada: “Per Milano provo odio e amore. Qui è casa mia, amo la Barona, ma so che un giorno me ne andrò”. Raja invece ascolta come se stesse processando cose e poi dice: “Penso che da qui non me ne andrò mai. Amo troppo Milano. Ma capisco quello che dice perché i miei due fratelli appena presa la cittadinanza si sono trasferiti all’estero”. Nel frattempo si è fatta notte e la madre di Nada rientra, saluta e sorride, ma non si siede, va in balcone e accende una sigaretta. Resta di spalle, lo sguardo sull’aria fredda del cortile. “Al futuro non penso. La vita è troppo imprevedibile” dice Nada quasi sovrappensiero. “Vorrei andare in Spagna e trovare una stabilità economica. Ma non voglio diventare ricca. Quando sei ricca pensi di poter fare tutto, diventi pigra e paghi una pure per lavarti i piatti. Sarebbe come sputare su tutto quello che ho vissuto”. Modelli deformati a sud di nessun nord di Maurizio Braucci Il Manifesto, 28 dicembre 2025 Esistono i maranza a Napoli? Le trasformazioni del contesto cittadino modificano anche il disagio giovanile: dal turismo al crimine. Quando politici e intellettuali utilizzano nei loro discorsi pubblici in maniera dispregiativa il termine “maranza” dimostrano quanto la classe dirigente stia apertamente scivolando nella demagogia. Fare ragionamenti ufficiali tenendo sulla lingua una parola classista e criminalizzante semplicemente non dovrebbe essere tollerato. Esistono a Napoli fenomeni equivalenti? La mia risposta è che non potrebbe essere altrimenti. La particolarità del disagio giovanile oggi diffuso in tutto il paese è il suo essere pienamente integrato con i modelli del mercato: ricerca del profitto immediato, aggressività, conformismo. Questi modelli vengono poi declinati secondo lo stile più prossimo, cioè quello del contesto di quartiere o di periferia, in una miscela di alto e basso socio-culturale, dove i due poli spesso finiscono per coincidere. Un esempio sono quei giovani appartenenti a famiglie prossime o contigue alla criminalità organizzata - famiglie in cui si praticano sistematicamente usura, contraffazione, truffa, abusivismo, ecc. - per i quali è necessario andare oltre le apparenze dello status per capire che non si tratta di ricchi, ma di poveri arricchiti nel malaffare. Alla crescita dei patrimoni dei genitori non corrisponde nei figli alcuna mobilità sociale: nessun titolo di studio più elevato, nessuno sradicamento territoriale, nessuna progettualità esistenziale. Questi nuclei familiari, forti di un potere e di un prestigio locale, rappresentano spesso ponti con la politica e con l’imprenditorialità più spregiudicata, soprattutto quando c’è bisogno di procacciare voti e manodopera al nero. In questo senso, la loro condizione non viene solo tollerata di fatto dall’inefficienza o dal cinismo delle istituzioni locali, ma addirittura valorizzata da chi se ne serve per fini di potere e di profitto. Le trasformazioni del contesto cittadino offrono nuovi modelli al disagio giovanile. A Napoli non si può prescindere dal boom del turismo. Quando, tempo fa, chiesi ad un assessore regionale che fine avesse fatto, secondo lui, la camorra in questo boom, non ottenni risposta. Ho dovuto capirlo da me: la criminalità organizzata ha trovato un ruolo preciso nella fornitura di servizi turistici, attraverso il lavaggio di denaro proveniente dalle attività più propriamente illecite. Questo significa profitti crescenti e, a loro volta, nuovi investimenti. Qui ho appena lo spazio per accennare a ciò che interessa molti giovani disoccupati: veri e propri corsi di formazione - in un territorio dove la formazione professionale è carente e l’inoccupabilità giovanile è altissima - finalizzati alle truffe telefoniche, spesso con l’uso dell’intelligenza artificiale. Le inchieste e gli arresti recenti nel quartiere Forcella a carico del clan Mazzarella rappresentano solo la punta dell’iceberg. Un’altra questione è la crescita del mercato nero delle armi - per le guerre, il web, i traffici mafiosi - soprattutto di pistole anche di alto calibro, accessibili per i più giovani a prezzi bassi. “È più facile che comprarsi un iPhone”, mi ha raccontato un ragazzo. Armi acquistate in gruppo o da soli, giustificate dall’idea che se non esci armato rischi la vita. Con la crescita della loro offerta, sono cresciute l’esaltazione e la paranoia. Su questo tema, io ed altri professionisti del cinema, abbiamo realizzato uno spot, visibile online, dal titolo “Non uno di meno”, dedicato alle vittime delle armi da fuoco per futili motivi. Abbiamo svolto noi il compito che le istituzioni hanno mancato. Lingua, alterità e lo spirito del tempo di Shendi Veli Il Manifesto, 28 dicembre 2025 Due sociologi dell’Università di Genova. Sebastiano Benasso, ha curato l’antologia “Trap! Suoni, segni e soggettività nella scena italiana”. Davide Filippi è autore di uno dei contributi. “Quello che trovo interessante è questa reazione di fastidio che la musica trap, così come la parola maranza, suscita nel senso comune. Nasce dal fatto che non si ritiene legittimo il punto di vista di alcuni soggetti: giovani, periferici, non culturalmente omologati alla maggioranza. È emersa la voce di una popolazione giovanile non bianca che prima non era rappresentata nella musica italiana, mentre in Francia e Inghilterra succede da decenni. La reazione è il panico morale, cioè alimentare paura e indignazione verso un fenomeno sociale in modo del tutto sproporzionato rispetto alla minaccia reale”. Ultimamente si fa un gran parlare di maranza e baby gang… Davide Filippi: Prima la parola maranza era autorappresentazione. Ultimamente è diventata sempre di più un’identità definita dall’alto. Leggi, politica, televisione. Una categoria sulla quale costruire l’emergenza e poi la repressione. Sebastiano Benasso: Questo tentativo istituzionale però trascura il fatto che a riconoscersi nel termine maranza non sono solo i ragazzi di seconda generazione che delinquono ma una enorme fetta di giovani. Si trascura completamente il contesto culturale e sociale. La musica trap viene accusata di istigare alla violenza... S.B.: C’è uno scarto enorme tra violenza reale e violenza raccontata. Riparto dalla dimensione musicale. Il tema della violenza sta al centro, ma è molto chiaro a chi vuole prestare ascolto quanto la vita criminale venga sempre descritta come reazione alla violenza istituzionale che si è accumulato nella propria biografia, fin dall’infanzia. L’assistente sociale è tipicamente uno degli antagonisti principali. E poi c’è la violenza economica. Essere stati esposti a un discorso che produce una serie di desideri che però tu, in quanto soggetto che viene da una certa parte di mondo e di città, non puoi realizzare. Qui si crea l’inciampo di alcune interpretazioni politiche e sociologiche: com’è che voi svantaggiati assimilate questo desiderio di consumo? Ci si aspetta che questi ragazzi e ragazze siano il motore del cambiamento. Una pretesa mal riposta. D.F.: C’è la riappropriazione della ricchezza. Ma è totalmente individuale, basata sulla competizione, coerente con la forma delle relazioni sociali contemporanee. E per questo che secondo me il fenomeno della trap difficilmente può ascriversi alla storia delle controculture che, per definizione, si sviluppano in antitesi alle forme di relazione del loro periodo. La vita di cui questi artisti parlano nelle loro canzoni invece è assolutamente adeguata allo spirito del tempo. Il problema è che sono soggetti imprevisti, nessuno si aspettava che fossero in grado di appropriarsi dei mezzi con cui si produce il discorso pubblico oggi, ovvero la musica, le piattaforme, la moda. S.B.: Un aspetto di comunanza però sta nell’uso della lingua che in senso più simbolico indica un senso di solidarietà tra soggetti delle periferie globali. Il quartiere lo chiami ghetto, banlieue, barrio. E ricostruisci questo senso di appartenenza post etnica. La religione, soprattutto islamica, gioca un ruolo in queste nuove identità ibride? S.B.: L’Islam viene usato in maniera strategica. Un elemento distintivo della propria alterità rispetto alla società in cui si vive ma non in termini rigidi. L’utilizzo dell’arabo nelle canzoni trap parla di questo, rivendicare delle eredità culturali ritraducendole nelle forme di vita del mondo giovanile diffuso. Se non riuscissero a parlare a tutti non scalerebbero le classifiche. D.F.: Poi c’è la Palestina. Dopo aver detto che questi ragazzi sono individualisti e coerenti al discorso neoliberale dobbiamo dire anche che la causa palestinese ha creato un terreno comune con alcune parti dei movimenti sociali. Gli attacchi che ci sono stati agli attivisti milanesi dopo gli scontri alla stazione centrale di Milano raccontano di un timore: che dalle etichette repressive si passi un auto riconoscimento politico, tra persone che la politica relega ai margini. In fondo a destra c’è la remigrazione di Valerio Renzi Il Manifesto, 28 dicembre 2025 Dall’Ice di Trump alle cartoline dell’Afd, fino alle proposte della Lega per limitare la cittadinanza. Non siete al sicuro. Questo è il messaggio che le destre globali hanno lanciato ai cittadini migranti, quelli irregolari nei paesi di arrivo, ma soprattutto a quelli considerati inassimilabili al di là dello status giuridico. L’avanguardia sono gli Stati Uniti di Donald Trump, dove i raid dell’Ice portati avanti grazie alle tecnologie gentilmente fornite dagli oligarchi tech, terrorizzano interi quartieri, ma anche in Europa dove ormai la parola d’ordine della remigrazione tiene unito l’attivismo dei gruppuscoli estremisti e i partiti che governano o si candidano realisticamente a governare nei prossimi anni. Pensate la paura di ricevere una cartolina nella cassetta della posta che riproduce un biglietto aereo di sola andata, il mittente un partito razzista e di estrema destra. È quello che è accaduto a centinaia di famiglie nella città tedesca di Karlsruhe con background migratorio. La campagna di Alternative für Deutschland (secondo i sondaggi oggi partito di maggioranza relativa nel paese) qualcuno ha fatto notare come ricordasse sinistramente i volantini distribuiti agli ebrei tedeschi negli anni Trenta, quando i nazisti in ascesa li invitavano a lasciare il paese offrendosi di pagare loro il biglietto. In Italia l’idea della remigrazione si è affermata di pari passo con l’individuazione di un nemico pubblico, quello dei maranza. Accadeva esattamente un anno fa, quando i festeggiamenti in piazza Duomo a Milano vedono gruppi di ragazzi di origine nord africana protagonisti di diverse episodi di intemperanza, tanto de rendere necessario l’intervento delle forze dell’ordine, e di un episodio accertato di molestie sessuali ai danni di due turiste belghe. In poche settimane l’idea della remigrazione associata alle azioni dei maranza si afferma, tra le ronde dell’estrema destra e gli interventi parlamentari di Lega e Fratelli d’Italia, tracimando ovviamente nei programmi tv retequattristi e rilanciata dagli editoriali dei giornali della destra. Cominciamo dal rimandare a casa loro questi giovani “inassimilabili”, che sono un problema di ordine pubblico nelle nostre città, che dalle periferie-ghetto irrompono nei quartieri-vetrina, suona la fanfara della propaganda a cui si aggiunge ben presto la voce dei vigilante-influencer. Ora la Lega ha presentato un progetto di legge “anti maranza”, che rende più stringenti i requisiti per acquisire la cittadinanza e ampliando la casistica in cui questa possa essere revocata; mettendo limiti più stringenti ai ricongiungimenti familiari e introducendo nuove regole per ottenerla al raggiungimento dei 18 anni. Intanto una coalizione di gruppi estremisti e neofascisti raccoglie le firme per una proposta di legge intitolata “Remigrazione e Riconquista”. Nell’esperienza comune di decine di migliaia di giovani nati e cresciuti in Italia, si rafforza così lo spauracchio di poter diventare all’improvviso stranieri. Di diventare irregolari, di essere braccati e rimandati nei paesi d’origine dei genitori, che spesso non conoscono e non hanno mai visto. Che poi è l’obiettivo delle destre, toglierseli di torno. Oppure se ce la fanno a ottenere la cittadinanza, di vedersela togliere. Insomma una vita passata vivendo secondo regole che non valgono per gli altri. In Italia il vettore per l’affermazione di queste politiche e l’assunzione di parole d’ordine esplicitamente razzista come la remigrazione, è l’allarme sociale e la politicizzazione di ogni vicenda di cronaca, l’utilizzo del maranza come folk devils. Di fronte a un’offensiva così rapida e violenta, alla minaccia delle ronde e alla disumanizzazione dei nostri vicini di casa e compagni di banco, servono nuove coalizioni di solidarietà, comunità non basate sul sangue e sul suolo. Migranti. A Roma per il giubileo, famiglia colombiana finisce nel Cpr di Giansandro Merli Il Manifesto, 28 dicembre 2025 Nonostante il permesso di soggiorno ottenuto in Spagna, padre e figlio si sono ritrovati dietro le sbarre mentre madre e figlia si sono viste ritirare il passaporto. Per tutti è stato emesso un decreto di espulsione, anche se “manifestamente infondato”. Una vicenda tra Kafka e Trump. Il viaggio a Roma per visitare il Vaticano prima della fine del giubileo è costato caro a una famiglia colombiana residente in Spagna con regolare permesso di soggiorno: padre e figlio sono finiti nel Cpr di Ponte Galeria, madre e figlia si sono viste ritirare il passaporto. Tutti hanno temuto il rimpatrio nel paese di origine, da cui sono fuggiti chiedendo protezione in Europa. “Lavoro nel campo del diritto dell’immigrazione da vent’anni. Sulle spalle ho 2.500 udienze di convalida di trattenimenti amministrativi. Ma è la prima volta che assisto a qualcosa del genere”, afferma l’avvocata Cristina Durigon. Il 18 dicembre scorso è stata raggiunta dalla telefonata di una donna che cercava assistenza legale per la sua famiglia. Il giorno precedente il marito e il figlio, maggiorenne, erano stati portati via da alcuni agenti e rinchiusi in una cella. Il tutto per un alterco su un treno: il controllore aveva chiesto un’integrazione al biglietto ferroviario e si era poi rivolto alla polfer. La famiglia di origine sudamericana era in Italia solo da poche ore: entrata regolarmente dall’aeroporto di Fiumicino, registrata in un B & B con conseguente comunicazione dei nominativi alle autorità, in possesso del biglietto di ritorno (Roma-Barcellona, 23 dicembre 2025). Elementi che sarebbero dovuti bastare a evitare il trattenimento. Invece la vicenda ha preso una piega degna degli Usa di Trump. Non è chiaro per quale motivo gli agenti non abbiano controllato se i cittadini colombiani avevano il permesso di soggiorno. Perché lo avevano, per richiesta protezione. È stato rilasciato dalle autorità spagnole. “Con quel documento si può lavorare e si può viaggiare”, spiega Durigon. Non si dovrebbe invece finire in un centro di detenzione alle porte di Roma. Tutta la documentazione è stata mostrata dalla legale al giudice di pace, il 20 dicembre in sede di udienza di convalida. Così, di fronte all’evidenza, anche la questura ha chiesto di liberare i due uomini reclusi. Il provvedimento di trattenimento e quello di espulsione emanati nei loro confronti sono stati ritenuti dal giudice “manifestamente infondati”. Alle due donne era andata un po’ meglio: invece di finire dietro le sbarre si sono viste “soltanto” ritirare il passaporto, con obbligo di comparizione all’ufficio immigrazione della questura di Roma due volte a settimana. Una misura alternativa che un altro giudice di pace ha assurdamente confermato, aumentando il tono kafkiano di tutta la storia. È servito l’intervento dell’avvocata di fiducia perché la questura revocasse i provvedimenti punitivi in autotela, tanto era palese il sopruso. Per chiarire la situazione con le autorità ci è voluta tutta la mattinata di lunedì, vigilia del rientro a Barcellona per cui era necessario il documento di identità ritirato. Proprio in quelle ore alla ragazza colombiana è stato notificato un permesso per residenza. Dalla Spagna ovviamente. In Italia c’era ancora il rischio espulsione. Oltre alla certezza che la vacanza era rovinata per sempre. La fiducia che solo il diritto può dare di Rosario Aitala Avvenire, 28 dicembre 2025 Oggi ai giudici internazionali si imputa di applicare lealmente il diritto internazionale e salvaguardare i diritti fondamentali degli inermi. Ma così la pace si fa sempre più difficile. In principio fu giustizia dei vincitori, oggi è giustizia per i vinti. Al termine del Secondo conflitto mondiale, con i tribunali internazionali militari di Norimberga e Tokyo, il ricorso a processi in luogo delle consuetudinarie esecuzioni sommarie degli sconfitti affermò un principio etico e giuridico che ha modificato il corso della storia. I crimini di diritto internazionale non sono commessi da entità astratte, Stati, ma da uomini che devono risponderne personalmente. Una rivoluzione di civiltà. Ma fu giustizia dei vincitori, giustizia di parte. Giudici e procuratori, nominati dai nemici degli imputati, non erano indipendenti e imparziali. I tribunali riconoscevano diritti di difesa minimi e condannarono alla pena di morte per condotte non vietate al momento della loro commissione senza nemmeno consentire appelli. La guerra fredda lasciò la causa della giustizia penale internazionale sospesa, come un respiro trattenuto. All’inizio degli anni Novanta, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite agendo nel quadro delle sue prerogative per il mantenimento della sicurezza e della pace istituì i tribunali ad hoc per l’ex Jugoslavia e il Ruanda. Si cercava di emendare la colpa di avere lasciato che centinaia di migliaia di civili fossero sterminati, deportati, stuprati, torturati. Inizialmente intesi come una misura di carattere simbolico, i tribunali hanno dettato al verbale della storia pagine di verità e giustizia. Ma erano tribunali à la carte, istituiti dopo la commissione dei crimini. Non furono imparziali nella scelta dei casi. Le responsabilità accertate sussistevano, eccome, e furono provate al di là di ogni ragionevole dubbio; ma altre furono ignorate per precisa scelta politica. Il Ventesimo secolo, il più diabolico della storia, si è chiuso inaspettatamente con l’istituzione della Corte penale internazionale. Fu un evento memorabile. Ai negoziati parteciparono oltre centocinquanta Stati. Le potenze sovraniste pretendevano un’istituzione debole, sottomessa alla politica. Furono sconfitte. Centoventi a sette. Il sogno di dotare l’umanità di un tribunale internazionale permanente per giudicare genocidi, crimini contro l’umanità e crimini di guerra veniva da lontano, dalla memoria di atrocità che avevano negato i più elementari valori umani. La Corte prese forma a fatica. I primi giudici e procuratori erano personaggi in cerca di autore, l’ansia di dimostrare rilevanza e certe cautele politiche determinarono decisioni deboli, interpretazioni discutibili, omissioni. In anni recenti la Corte ha gettato luce su disumanità raccapriccianti. Nel 2022 e nel 2023 il mondo ha preso a correre all’impazzata. I procedimenti della Corte hanno cominciato a collidere con interessi di potenze grandi e medie, che hanno messo in campo spionaggio, sabotaggi e misure coercitive. La Corte si è scoperta adulta. Ha superato tentennamenti, lentezze e inefficienze, ha dimostrato indipendenza e imparzialità e ha assunto appieno la sua nobile funzione di difendere i derelitti, i vinti, la cui memoria sarebbe altrimenti destinata all’oblio nella storia apocrifa scritta dai forti, dai vincitori. Oggi, il mondo sembra regredire. Ai giudici internazionali si imputa di applicare lealmente il diritto internazionale e salvaguardare i diritti fondamentali degli inermi. Ai giudici che hanno doverosamente istruito procedimenti per crimini di guerra e crimini contro l’umanità in difesa di bambini e civili, un membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha inflitto pene detentive in contumacia fino a quindici anni di carcere. Un altro membro permanente del Consiglio ha imposto a giudici e procuratori sanzioni finanziarie iscrivendoli in liste di proscrizione destinate a terroristi, mafiosi e despoti. L’accusa? Avere correttamente attuato lo Statuto di Roma ratificato da centoventicinque Stati di ogni continente, due terzi dell’intera comunità internazionale. Lo scopo? Ridurre al silenzio, intimidire, influenzare un’istituzione indipendente che protegge dalle degenerazioni più ripugnanti della politica milioni di indifesi. “Pretese di un mondo volto pericolosamente indietro, al peggiore passato, un mondo che si presenta rovesciato e contraddittorio” ha ammonito il Presidente Mattarella. Nel codice dei prepotenti i principi generali sono arbitrio, violenza e inciviltà. Gli incolpevoli, gli oppressi, i vinti sono sempre soli e si aggrappano alla giustizia come ultima speranza. Oggi prevale la politica del realismo, la legge del più forte, la regola dell’impunità, la norma dell’indifferenza davanti al sangue e alla sofferenza altrui. Ognuno di quei poveri corpi alla cui vista ci siamo assuefatti - mortificati, mutilati, sfigurati dalla fame - è per i cattolici un tempio che ospita Dio, un martire: “testimone” nell’etimo greco originario. Ed è per tutti un monito. Non è una questione giudiziaria. È un interrogativo che i sopravvissuti urlano in faccia alla politica. Che società volete edificare? Se la giustizia è messa a tacere, e i conti si regolano con la forza brutale, si scommette sull’odio. I forti prevalgono, o si illudono di farlo. Agli sconfitti, avviliti e umiliati, resta solo il rancore. L’odio è l’ira dei deboli, ha scritto Alphonse Daudet. I tribunali non garantiscono pace, dovere di chi fa la guerra, i governi, ma accendono fiammelle di fiducia. La speranza, ha detto Papa Leone, “non riguarda un confuso desiderio di cose incerte, ma è il nome che la volontà assume quando tende fermamente al bene e alla giustizia che sente mancare”. È la funzione della Corte. Riconoscere a ogni persona quella nobiltà morale dovuta a ogni essere umano per il solo fatto di essere tale. Dignità, da dignus, “degno”, “meritevole”. Nasciamo tutti allo stesso modo. Nudi, piangendo, con gli occhi chiusi. Milioni muoiono nudi, piangendo, con gli occhi aperti. E noi facciamo finta di non vedere. Gli Stati Uniti stanno deportando a Mosca i richiedenti asilo russi perseguitati dal regime di Timur Khairutdinov valigiablu.it, 28 dicembre 2025 All’inizio di dicembre, un aereo con a bordo 64 russi espulsi dagli Stati Uniti è atterrato a Mosca. Tutti avevano chiesto asilo politico negli Stati Uniti, sostenendo di essere perseguitati nel loro paese. Dopo l’atterraggio, agli uomini sono state consegnate delle convocazioni militari e alcuni sono stati portati via per essere interrogati. Si è trattato almeno del terzo volo di questo tipo quest’anno e se ne prevedono altri nel 2026. Meduza ha parlato con Dmitry Valuev, presidente di Russian America for Democracy in Russia, della vita nei centri di detenzione per immigrati negli Stati Uniti, di cosa attende i deportati una volta tornati in patria e del motivo per cui gli Stati Uniti stanno rimandando le persone proprio nel luogo da cui stavano fuggendo. Di cosa ti occupi e quando hai creato Russian America for Democracy in Russia? Ho una formazione in ingegneria ed economia. Ho lavorato nel settore IT sia in Russia che negli Stati Uniti. Sono coinvolto nel movimento di protesta russo dall’inizio degli anni 2000. Mia moglie e io ci siamo trasferiti negli Stati Uniti come studenti solo un paio di mesi prima delle proteste del nastro bianco. Quando sono iniziate, abbiamo contribuito a organizzare manifestazioni coordinandoci con quelle di Mosca e abbiamo continuato a farlo anche dopo esserci trasferiti a Washington nel 2012. Abbiamo organizzato proteste ed eventi commemorativi, abbiamo spinto per l’approvazione del Magnitsky Act al Congresso degli Stati Uniti e abbiamo sostenuto le sanzioni contro l’invasione russa dell’Ucraina. Nel 2021, insieme ad altri organizzatori di proteste nelle città degli Stati Uniti, abbiamo lanciato Russian America for Democracy in Russia. Ora ne sono il presidente. Il nostro lavoro si concentra sul rafforzamento e l’espansione delle comunità pro-democrazia [tra i russi negli Stati Uniti]. Dal 2022 collaboriamo con i russi contrari alla guerra qui e cerchiamo di ampliare la nostra presenza in tutto il paese. Raccogliamo anche fondi per l’Ucraina e per i prigionieri politici in Russia, ai quali scriviamo regolarmente lettere. Il nostro strumento principale è il crowdfunding online. Tutto ciò che raccogliamo viene destinato interamente alle cause dichiarate, senza costi amministrativi o operativi. Dal 2022, il nostro progetto Freedom Birds for Ukraine ha raccolto circa mezzo milione di dollari. Come molte organizzazioni no profit, anche noi cerchiamo sovvenzioni e finanziamenti privati, ma questo è difficile per i gruppi di base che non hanno personaggi pubblici famosi. Dal 2024 assistiamo anche i russi nei centri di detenzione per immigrati, cosa che prima non era mai stata un problema. Per questo progetto abbiamo creato un gruppo di lavoro composto da circa 30 volontari: traduttori, coordinatori, case manager e altri. Perché questo problema è emerso già nel 2024, prima della presidenza di Donald Trump? Deriva da una decisione mirata dell’amministrazione Biden di esaminare in modo più rigoroso i casi dei cittadini russi e di diversi altri paesi post-sovietici - sappiamo per certo che tra questi figurano Uzbekistan, Tagikistan, Georgia, Armenia e Moldavia. Il motivo è che i funzionari di frontiera e dell’immigrazione non erano in grado di distinguere in modo affidabile i veri richiedenti asilo dalle spie russe. Si sono verificati diversi incidenti alla frontiera in cui agenti dell’FSB [Servizio federale di sicurezza russo] hanno cercato di attraversarla fingendo di essere rifugiati. Nel giugno 2024, invece, diversi cittadini russi nati in Tagikistan sono stati arrestati alla frontiera perché collegati all’ISIS. Non credo che dovremmo aspettarci un allentamento di queste misure sotto la presidenza Trump. Si tratta di una politica deliberata di inasprimento dei controlli, quindi la situazione probabilmente peggiorerà. I rifugiati di molti paesi stanno affrontando questa pressione. Quest’anno sono stati effettuati tre o quattro voli speciali di espulsione dagli Stati Uniti alla Russia, mentre in Venezuela, in confronto, ce ne sono stati 75. Quanti voli dagli Stati Uniti a Mosca ci sono stati quest’anno? Ne conosciamo tre con certezza. Ci sono informazioni su un quarto volo a settembre, ma non siamo riusciti a rintracciarlo e nessuno dei nostri collaboratori nei centri di detenzione lo ha segnalato. Ci sono state anche altre espulsioni che non hanno coinvolto voli charter. I russi sono stati espulsi con voli commerciali regolari e il numero di persone su quei voli è molto più ridotto, da un singolo individuo a diverse famiglie. Tali espulsioni hanno avuto luogo anche sotto l’amministrazione Biden: la “novità” o “innovazione” sotto Trump è che ha iniziato a organizzare espulsioni su larga scala con aerei charter che trasportavano 50-60 persone, tutte di nazionalità russa. Mentre i voli commerciali per Mosca possono passare attraverso il Marocco, il Qatar o la Cina, tutti i voli charter passano attraverso l’Egitto, dove i deportati vengono trasferiti sotto scorta su un volo in coincidenza per Mosca. Questo è molto diverso dalle espulsioni standard, in cui i rifugiati hanno la possibilità di spiegare a un funzionario dell’ICE che tornare in Russia li metterebbe in pericolo. In questi casi, l’ufficiale potrebbe restituire il passaporto alla persona e consentirle, durante la sosta in un paese terzo, di acquistare un biglietto per un’altra destinazione, come la Turchia o l’Armenia. Sui voli charter non esiste questa possibilità. Ad agosto, alcune persone hanno opposto resistenza all’imbarco sul volo per Mosca e sono state picchiate dagli agenti di sicurezza egiziani. Un uomo è stato legato per essere rispedito in Russia. Ai passeggeri dell’ultimo volo sono state consegnate delle convocazioni in Russia, presumibilmente per il servizio militare. Sapete cosa è successo a loro e agli altri deportati, molti dei quali rischiano probabilmente un procedimento penale? Sappiamo che le persone espulse dagli Stati Uniti sono sottoposte a interrogatori approfonditi alla frontiera. Questa volta, non è stato loro permesso di lasciare l’aeroporto per diverse ore dopo l’atterraggio. È stato chiesto loro cosa avessero fatto negli Stati Uniti, quali fossero le loro opinioni politiche e chi sostenessero. Nei voli precedenti, sono stati anche intervistati da una persona che si è presentata come psicologo. Non è chiaro se qualcuno sia stato arrestato dopo questi colloqui. Sappiamo che diverse persone dei voli precedenti sono state successivamente convocate dalle forze dell’ordine nel loro luogo di residenza o di registrazione. Secondo i deportati, queste conversazioni sono state tese: i funzionari hanno chiesto principalmente informazioni sulla loro vita quando erano ancora in Russia. Hai detto ad Agentstvo che tra i deportati di dicembre c’erano anche esponenti dell’opposizione. A chi ti riferivi? Si tratta di persone che hanno manifestato il loro dissenso in vari modi: partecipando a proteste o facendo donazioni a organizzazioni di opposizione. Non posso fare nomi né fornire dettagli, perché ora si trovano in Russia, dove sono in pericolo. Sai cosa sta succedendo ora al disertore dell’esercito russo Artyom Vovchenko, che è stato espulso ad agosto, o all’attivista pacifista di Perm Leonid Melekhin, che è finito di nuovo in Russia a luglio? Sappiamo che entrambi sono stati arrestati all’aeroporto, dove sono stati formalmente incriminati. Sono stati assegnati loro avvocati d’ufficio, ma non conosciamo il loro attuale status all’interno dei procedimenti penali, quindi non posso dire con certezza a che punto siano i procedimenti. Probabilmente le indagini sono ancora in corso. Il vostro sito web dice che monitorate i casi dei russi detenuti nei centri di detenzione per immigrati degli Stati Uniti. Potete fornire una stima minima di quanti russi sono attualmente detenuti? Lo studiamo indirettamente, perché il nostro lavoro principale consiste nell’assistenza diretta e nel cercare di interagire con il governo degli Stati Uniti e con gli organi legislativi ed esecutivi. Tuttavia, stimiamo che attualmente siano detenuti circa un migliaio di russi. Ad alcuni viene concesso l’asilo, altri vengono espulsi dopo che la loro richiesta è stata respinta. A questo punto, i russi finiscono in detenzione solo dopo essere stati arrestati all’interno degli Stati Uniti, non più, come in passato, al confine con il Messico. Si tratta di persone che sono state ammesse nel Paese anni fa [in attesa di una decisione sull’asilo] e che vivono e lavorano negli Stati Uniti. In questo momento, l’applicazione delle leggi sull’immigrazione si concentra in particolare sui camionisti a lungo raggio i cui casi di asilo sono ancora in sospeso. Vengono arrestati e messi in custodia cautelare. Ciò accade con particolare frequenza negli Stati meridionali, dove sono stati istituiti posti di blocco per fermare i camion. Un gran numero di persone viene arrestato anche in Texas e in Arizona. In che modo le decisioni in materia di asilo differiscono da uno Stato all’altro? I tassi di approvazione sono più alti negli Stati democratici e più bassi in quelli repubblicani? Si potrebbe dire così, ma la situazione sta cambiando rapidamente. I giudici con alti tassi di approvazione delle richieste di asilo vengono licenziati e Trump sta assumendo nuovi giudici provenienti dall’esercito. La maggior parte dei russi è detenuta nei centri di detenzione per immigrati negli Stati meridionali: California, Arizona, New Mexico, Texas, Louisiana, Georgia e Mississippi. I giudici della California tendono a schierarsi più spesso dalla parte dei richiedenti asilo, anche se non sempre. Ad esempio, ad agosto un giudice ha negato l’asilo al blogger e attivista Igor Orzhevsky e a sua madre Irina, entrambi sottoposti a procedimenti penali in Russia. Il giudice ha affermato che il loro caso era ancora sotto indagine e non era ancora stato deferito al tribunale, quindi non avevano nulla da temere. Ha anche sostenuto che le opinioni contro la guerra non garantiscono l’asilo perché, al fronte, si potrebbe prestare servizio come autista o medico invece di combattere. Allo stesso tempo, e paradossalmente, lo stesso giudice aveva precedentemente concesso l’asilo a persone provenienti dalla Russia semplicemente perché temevano un procedimento penale. Le persone detenute non hanno accesso al telefono e possono comunicare con il mondo esterno solo tramite chiamate a pagamento approvate dall’amministrazione. Quali altri problemi gravi devono affrontare i russi in custodia cautelare? I centri di detenzione per immigrati erano stati originariamente progettati per la detenzione a breve termine di rifugiati e migranti che avevano violato le norme sull’immigrazione. Le persone venivano collocate lì per ulteriori controlli dopo aver attraversato il confine. Quindi l’intera infrastruttura di queste strutture è stata costruita per soggiorni di due o tre mesi. Ma da maggio-giugno 2024, hanno iniziato a trattenere le persone lì per più di un anno. Il sistema semplicemente non è stato progettato per questo. Ad esempio, le unità mediche possono fornire solo il primo soccorso di base e non sono in grado di curare adeguatamente le persone con malattie croniche. Inoltre, i detenuti non possono realisticamente scegliere i propri avvocati. Viene loro consegnato un foglio con i numeri di telefono degli avvocati locali, molti dei quali sono già sovraccarichi di lavoro e spesso non rispondono alle chiamate. E per trovare un avvocato veramente competente, è necessario qualcuno di cui ci si fida all’esterno, cosa che molti richiedenti asilo non hanno. Allo stesso tempo, molti avvocati di lingua russa, molto richiesti a partire dal 2021, non hanno qualifiche solide. E semplicemente non ce ne sono molti. È comune che un avvocato smetta di rispondere dopo essere stato assunto e abbandoni di fatto il cliente. Molti detenuti non sanno nemmeno quali documenti abbia presentato il loro avvocato. In genere, gli avvocati presentano solo il pacchetto standard richiesto per i procedimenti giudiziari. Quando aiutiamo i richiedenti asilo, cerchiamo avvocati che forniscano un supporto personalizzato a ciascun cliente.