Il volontariato in carcere come gesto culturale e civile di Maria Caterina Bombarda* settimananews.it, 27 dicembre 2025 Entrare in carcere non è mai un’esperienza neutra. Chi lo fa come volontario lo sa bene: non ci sono sbarre nei disegni, non ci sono colori accesi né storie edificanti pronte all’uso. Il carcere è un luogo pesante, spesso grigio, segnato dal sovraffollamento, dalla fatica quotidiana, da vite interrotte e da un tempo che rischia di diventare vuoto. Eppure, proprio lì, ogni giorno, accade qualcosa che riguarda tutti noi. Il volontariato penitenziario non è un gesto di buon cuore isolato, né un’azione riparativa a basso costo. È una scelta culturale e politica nel senso più alto del termine: significa credere che la dignità umana non venga cancellata da una condanna e che la società abbia il dovere di interrogarsi su ciò che accade dietro le mura che ha costruito. In carcere ci sono persone, prima ancora che reati - Alla Casa Circondariale di Bologna “Rocco D’Amato”, i volontari dell’Associazione volontari carcere AVoC odv entrano ogni settimana per incontrare uomini e donne che vivono una condizione di privazione estrema: della libertà, delle relazioni, spesso della speranza. Molti sono giovani, giovanissimi, senza un progetto di vita, senza reti familiari solide, senza strumenti per immaginare un futuro diverso. Non è un caso se la recidiva in Italia sfiora il 70%: quando il carcere resta solo contenimento e non diventa occasione di cambiamento, il ritorno dentro è quasi scritto. Il volontariato non risolve tutto. E non pretende di farlo. Ma testimonia che un’altra strada è possibile. Distribuire vestiario e prodotti per l’igiene personale può sembrare un’attività semplice. In realtà significa restituire dignità, cura di sé, riconoscimento. Significa dire: “Tu conti, anche qui”. Lo stesso vale per i colloqui, oltre 3.500 in un solo anno: spazi senza giudizio, dove una persona può raccontarsi, essere vista, essere ascoltata davvero. L’ascolto, in carcere, è un atto rivoluzionario. Perché interrompe l’isolamento, riapre relazioni, rimette in moto riconoscimento e responsabilità. Non sempre funziona: ci sono persone chiuse, ferite, refrattarie a ogni contatto. Anche questo va detto, senza retorica. Ma quando accade, quando una relazione si apre, qualcosa cambia per entrambi. Cultura, pensiero, creatività: semi di libertà - Dentro il carcere la cultura non è evasione, è resilienza. I laboratori di filosofia, arte, scrittura, musica, origami, cucito, lettura ad alta voce non sono semplici “attività ricreative”: sono spazi in cui le persone detenute riscoprono capacità, pensiero critico, parola, ascolto reciproco. Nel laboratorio di filosofia si impara a sostare nelle domande, a non rispondere d’impulso, a riflettere sul tempo, sulla bellezza, sul nostro prima di tutto essere “persona”. Nei laboratori creativi si lavora insieme, si sbaglia, si ricomincia. Il loro valore non sta solo nelle competenze pratiche che trasmettono, ma soprattutto nel contesto umano che creano: un ambiente in cui la fiducia, l’ascolto e la creatività diventano occasioni di crescita. Nelle biblioteche del carcere si apre un varco: leggere significa uscire per un attimo dalla cella, ma anche rientrare in sé in modo diverso. Tutto questo è profondamente culturale. È educazione alla complessità, alla convivenza, alla possibilità di una seconda chance. Spiritualità come spazio inclusivo - I Gruppi Vangelo e di spiritualità, nati oltre trent’anni fa, sono oggi luoghi di dialogo tra fedi, culture, storie diverse. Non c’è proselitismo, non c’è indottrinamento. Ci sono piccoli gruppi paritari, dove si parla di libertà, perdono, responsabilità, pace, senso della vita. In un carcere sempre più eterogeneo, questi spazi diventano luoghi di umanizzazione, dove la spiritualità è prima di tutto riconoscimento dell’altro da sé. Lavoro: la dignità che si costruisce - In carcere il lavoro non è un privilegio, ma uno strumento decisivo di dignità e responsabilità. Restituisce senso al tempo della pena, costruisce competenze, riapre un legame con la società. I dati mostrano che dove esistono percorsi lavorativi e misure alternative la recidiva diminuisce sensibilmente. Eppure, le opportunità restano esigue, al punto che il lavoro sembri essere un benefit per pochi. Per questo ogni progetto che crea lavoro in carcere - come il caciottificio della Dozza, sostenuto dalle imprese Granarolo e Fare impresa in Dozza (FID) - è un investimento sociale: perché il lavoro non assiste, ma trasforma, e rende possibile un rientro diverso nella comunità. La rinascita del caseificio è un progetto simbolico e, allo stesso tempo, concreto: la creazione di uno spazio ad hoc dove le persone detenute lavoreranno, impareranno competenze, assumeranno responsabilità, affiancate da volontari e sostenute da imprese e terzo settore. Il lavoro non è solo reddito. È identità, fiducia, possibilità di futuro. È uno dei pochi strumenti che davvero riducono la recidiva. Investire in progetti come questo significa investire in sicurezza sociale, non solo in assistenza. Perché continuiamo ad andare - Dire anche le difficoltà è un atto di onestà. Il carcere è sovraffollato. Gli spazi sono pochi, i tempi compressi, le risorse professionali insufficienti. Il volontariato non può sostituirsi a educatori, psicologi, mediatori, formatori. Può però affiancarli, sollecitarli, testimoniare ciò che manca. Raccontare il carcere solo in modo edulcorato sarebbe una bugia. Ma raccontarlo solo come luogo senza speranza sarebbe un’altra forma di abbandono. I volontari continuano a entrare in carcere non perché sia facile o gratificante in senso immediato. Continuano perché “sanno che lì c’è qualcuno che li sta aspettando”: persone magari fragili, povere nel senso più radicale, che hanno commesso reati, sì, ma persone che restano parte della nostra comunità. Il volontariato in carcere è un atto di responsabilità collettiva. Ci ricorda che la qualità di una società si misura anche da come tratta chi ha sbagliato. E che la speranza, quando è condivisa, non è mai ingenua: è una scelta. *Presidente di AVoC - Associazione Volontari Carcere di Bologna Se la destra prova ad affrancarsi dal cieco dogma “legge e ordine” di Tiziana Maiolo Il Dubbio, 27 dicembre 2025 Qualcuno ha detto che la civiltà di un Paese si misura dalla condizione delle sue carceri. Quelle italiane sono un disastro, e sappiamo bene che non serve costruirne di nuove. Meglio sarebbe cercare di scavalcare quel muro che rende inevitabile il ricorso alla detenzione come unica forma di espiazione della pena. Ci vorrebbe un bel salto culturale. Ma la novità è il segnale che sia oggi proprio la destra italiana, storicamente arroccata sulla difesa strenua della sicurezza in contrapposizione alle garanzie, ad avviarsi verso un nuovo percorso. Non nuovissimo, in realtà, per chi conosca la storia di quella che fu Alleanza nazionale, il partito di Gianfranco Fini, ma soprattutto di Pinuccio Tatarella, nato sulle ceneri del Movimento sociale di Giorgio Almirante. Una storia che i giovani di Fratelli d’Italia paiono non conoscere. Mai avvocati come il siciliano Enzo Trantino o il calabrese Raffaele Valensise o il sardo Gianfranco Anedda avrebbero pronunciato frasi come quella crudele sfuggita al deputato e avvocato Andrea Delmastro. Né i colleghi avvocati Enzo Fragalà, Sergio Cola e Alberto Simeoni avrebbero fatto propria la lamentela del giovane Giovanni Donzelli sulla scarcerazione di detenuti malati ai tempi del covid. Al contrario si sarebbero fatti promotori di quell’iniziativa voluta dai giudici di sorveglianza e varata dal governo Conte. Certo, quella stagione dei parlamentari di An che furono al fianco dei colleghi della Forza Italia di Silvio Berlusconi sembrerebbe irripetibile. Ma potrebbe non essere così. Intanto perché, dalle parti della destra italiana, sempre meno si sente dire di questi tempi “sbattetelo in galera e poi buttate la chiave”. E la vera e propria campagna politica svolta dall’interno del carcere di Rebibbia dall’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno e Fabio Falbo, con i loro articoli sul Dubbio, ha toccato i cuori e le menti. I due prigionieri hanno mostrato un mondo di donne e uomini che va ben oltre la semplice privazione della libertà. Una situazione che rischia di portare alla cancellazione della persona, così ben raccontata dai numeri dell’ultima rilevazione, con un affollamento superiore al 137 per cento e 17.000 posti in meno rispetto alle persone detenute. Non solo, ma anche per i record di ricorsi per “trattamenti inumani e degradanti” in carcere, in violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea per i diritti dell’uomo. Queste voci dall’interno stanno avendo la forza di scavalcare il muro della prigione e di arrivare all’orecchio dei cittadini e degli elettori. Il miracolo avverrà quando si avrà la capacità di collegare direttamente il problema-carcere a quello dell’amministrazione della giustizia. Un passaggio rispetto al quale l’ascolto della sinistra più ortodossa pare sempre sordo. L’ha esplicitato il ministro Carlo Nordio, nonostante lui stesso stia vivendo la contraddizione tra importanti riforme come l’abolizione del reato di abuso d’ufficio o l’interrogatorio di garanzia in vista di misure cautelari, e dall’altra parte i decreti sicurezza con la creazione di nuovi reati e l’aumento delle pene. Il guardasigilli si sta impegnando sulla carcerazione preventiva, perché il primo nodo del sovraffollamento sta lì. E sarebbe sufficiente spostare fuori dalle mura i 15mila in attesa di giudizio per aver risolto parte del problema. Poi certo, ci vorrebbe anche una diversa cultura, che storicamente non appartiene alla destra e ormai neppure alla sinistra ortodossa, che pensa più allo schieramento partitico che non ai principi di civiltà giuridica. Bisognerebbe riflettere sul concetto di certezza del diritto, che non è certezza della pena. E sulla certezza della pena che non è necessariamente certezza del carcere. Il discorso si allarga fino al prossimo referendum sulla separazione delle carriere. L’ultimo sondaggio dell’agenzia Noto è piuttosto sorprendente. Dimostra quello che si intuiva già nelle tante trasmissioni tv e dibattiti social sul doppio processo di Garlasco, piuttosto che sulle decisioni del Tribunale dei minori nel famoso caso dei bambini della “casa nel bosco”: la gran parte dei cittadini non si fida più della magistratura e delle sue sentenze. E dal sondaggio di dieci giorni fa emerge che proprio l’elettorato di Fratelli d’Italia è il più sensibile, con il 90% dei Sì sulla separazione tra giudici e pubblici accusatori, di fronte al quale impallidisce il 72% di Forza Italia, forse dovuto alla scomparsa di Berlusconi. Segnali di abbandono dello storico richiamo all’ordine da parte della destra? Non è un caso il fatto che un uomo di grande esperienza politica come il presidente del Senato Ignazio La Russa abbia già fiutato l’aria e si sia fatto avanti per primo nella veste di rivoluzionario. Attenti, uomini e donne della sinistra! Possibile che la destra italiana, che vi ha già battuto portando la prima donna a Palazzo Chigi, cominci a darvi lezioni anche sul garantismo? Basta confische agli innocenti: da Nordio spiragli sulla legge più difficile di Errico Novi Il Dubbio, 27 dicembre 2025 Di spazio, per le “riforme parallele” della giustizia, non se ne vede più da mesi. Si è dovuto rinunciare persino a provvedimenti “di nicchia” come il ddl Zanettin sul sequestro degli smartphone, finito a galleggiare nel nulla alla Camera dopo l’ok del Senato. Seppure arrivasse il sì al referendum di marzo sulla separazione delle carriere, sembra difficile che possa farsi strada una grande riforma del processo penale, e in particolare delle misure cautelari. Certo, Carlo Nordio non dispera. Non si rassegna a una legislatura chiusa in anticipo, per la giustizia. Ne ha parlato una settimana fa all’ultimo grande appuntamento nel quale ha preso la parola, il congresso di Nessuno tocchi Caino, ospitato all’interno del “Beccaria”, l’istituto per minorenni di Milano. All’appuntamento dell’associazione radicale, il guardasigilli si è collegato da remoto, e ha confidato di “mettere mano al processo penale” una volta chiusa “la parentesi del referendum”. Ma Nordio non ha potuto sottrarsi a un quesito rivoltogli dall’imprenditore Pietro Cavallotti, ormai una colonna di Nessuno tocchi Caino, e “testimonial” della lunga scia di ingiustizie inflitte agli innocenti all’ombra della prevenzione antimafia: “Mi rivolgo a lei, che per noi è il ministro della speranza, e le chiedo: è giusto confiscare il patrimonio di una persona assolta con sentenza definitiva all’esito di un procedimento come quello di prevenzione che”, ha ricordato Cavallotti, “non ha le garanzie del processo penale? Ed è giusto non prevedere alcun indennizzo quando viene restituita al legittimo proprietario un’azienda distrutta nel corso dell’amministrazione giudiziaria?”. Ebbene, il guardasigilli ha ammesso di doversi limitare a ciò che pensa “personalmente”, ma è stato netto nel sostenere che “quando vi è una sentenza definitiva di assoluzione, la cosa debba concludersi con la restitutio in integrum di tutto quello che è stato perduto, non soltanto patrimonialmente ma anche moralmente: questo lo scrivevo da magistrato, lo scrivevo da giornalista, e lo dico dal ministro”. E poi Nordio è stato ancora più specifico sulle misure di prevenzione: “Io personalmente penso che una sentenza penale con un’assoluzione piena non debba avere alcun tipo di conseguenza negativa nei confronti della persona prosciolta. Aggiungo anche che in un mondo ideale, per quanto sia difficile oggi dal punto di vista finanziario, secondo me la persona prosciolta dovrebbe essere risarcita in tutti i sensi, anche attraverso il rimborso delle spese legali”. Vuol dire che l’intervento per attenuare le assurdità della prevenzione antimafia ha più chance di vedere la luce rispetto ad altri dossier? Non è così scontato. Una possibilità è legata proprio alla vicenda Cavallotti. Nei prossimi mesi potrebbe arrivare la sentenza della Corte europea dei Diritti umani sul ricorso promosso dalla prima generazione della famiglia di imprenditori siciliani. In gioco c’è una contestazione molto semplice: il padre e gli zii di Pietro Cavallotti chiedono la restituzione dei beni che sono stati loro confiscati nonostante l’assoluzione con formula piena ottenuta, nel processo penale vero e proprio, dall’accusa di 416 bis. Inoltre, visto che la gran parte delle aziende di famiglia portate via dallo Stato sono fallite nelle mani degli amministratori giudiziari, e che le stesse abitazioni personali sono state vandalizzate, vista l’incuria in cui lo Stato le ha lasciate, i fratelli Cavallotti reclamano il risarcimento del danno. La Cedu potrebbe decidere davvero a breve: se lo Stato italiano uscisse sconfitto, le conseguenze sarebbero pesanti. In prospettiva, si rischierebbe di dover restituire i beni e, soprattutto, risarcire tutti gli imprenditori, meridionali e non solo, che si sono visti infliggere confische nonostante la loro conclamata innocenza. A fronte di una simile incognita, anticipare gli eventi con una legge che definisca il danno esigibile sarebbe, per il governo, un atto di prudenza. È questa la leva su cui, in linea teorica, potrebbe agire Nordio. Difficile dire se già in questa legislatura o magari nella prossima. Finora governo e maggioranza di centrodestra hanno esibito, sulla materia, molte resistenze. Sono andati a vuoto tutti i tentativi compiuti fin qui da Forza Italia di incardinare le proprie proposte di riforma. Pesa la posizione di Alfredo Mantovano, a sua volta magistrato antimafia e anima del Centro studi Rosario Livatino. Il sottosegretario alla Presidenza è, oltretutto, in forte sintonia con l’attuale capo della Dna Gianni Melillo. Melillo è tendenzialmente sfavorevole alle modifiche reclamate da Cavallotti a Milano. Il procuratore nazionale è l’avanguardia di un fronte che vede allineati e coperti i capi di tutte le direzioni distrettuali Antimafia. Ma Melillo è anche un magistrato abituato a valutare le questioni alla luce della complessità politica: è stato capo di Gabinetto di Andrea Orlando a via Areula, ha contribuito fra l’altro alla convocazione degli Stati generali sull’esecuzione penale, conosce dunque l’”anima” di Nessuno tocchi Caino Rita Bernardini, oggi presidente dell’associazione che vede Sergio D’Elia segretario e Elisabetta Zamparutti tesoriera. È questo il perimetro entro cui potrebbe farsi strada la legge ipotizzata da Nordio nel collegamento con il “Beccaria”. Una mission impossible? Magari è il classico terreno su cui potrebbe esercitarsi la realpolitik. Molto dipenderà anche dall’esito del referendum sulle carriere separate. Dall’investitura e dal mandato fiduciario che gli elettori consegneranno a Giorgia Meloni e al suo governo sulla giustizia. Fra meno di tre mesi, il responso. Che ci dirà se, con la lunga stagione dell’egemonia giudiziaria, andrà in archivio anche la barbarie della legge italiana sulle confische agli innocenti. Da Cedu e Cassazione arrivano limiti al far west delle misure di prevenzione di Fabrizio Costarella e Cosimo Palumbo* Il Dubbio, 27 dicembre 2025 Alcune recenti pronunce della Corte di Cassazione e della Corte europea dei diritti umani sembrano orientare il sistema della prevenzione patrimoniale verso standard più garantisti e maggiormente rispettosi dei principi del giusto processo. Tale evoluzione avvicina in modo significativo il procedimento di prevenzione al processo penale, segnando una presa di distanza dalle impostazioni presuntive che hanno tradizionalmente caratterizzato la materia. In questa direzione si colloca la sentenza n. 30355/2025 delle Sezioni unite, nota come Putignano, che interviene sugli oneri gravanti sul terzo intestatario del bene oggetto di misura patrimoniale. Se, da un lato, le Sezioni unite chiariscono che il terzo non può interloquire sulla pericolosità sociale del proposto, dall’altro circoscrivono i suoi oneri di allegazione - e non di prova piena - al solo caso in cui il pubblico ministero abbia previamente assolto quello che la Corte definisce il primo passaggio della “catena logica dimostrativa”. È infatti necessario che l’accusa dimostri che il bene di cui si chiede la confisca sia nella reale disponibilità del soggetto pericoloso e che le risorse economiche utilizzate per acquisirlo siano di provenienza illecita. Tale dimostrazione può fondarsi su indizi, purché dotati dei requisiti di gravità, precisione e concordanza, in linea con i criteri previsti dal codice di procedura penale. In difetto di questo presupposto probatorio, il terzo non è tenuto ad alcuna allegazione. Il principio appare coerente con la natura eccezionale della misura ablativa e con l’esigenza di evitare ricadute in forme indirette di responsabilità oggettiva a carico di familiari o conviventi. Sulla stessa linea si pone la sentenza della Corte EDU Isaia e altri c. Italia. I giudici di Strasburgo distinguono nettamente l’onere probatorio gravante sul proposto da quello relativo ai terzi coinvolti nel procedimento. Mentre per il primo resta fermo il principio secondo cui egli deve fornire giustificazione dell’eventuale sproporzione patrimoniale, per i terzi non può operare alcuna inversione dell’onere della prova fondata sul mero rapporto familiare o di convivenza. La prova della provenienza illecita dei beni, così come della loro effettiva disponibilità in capo al proposto, rimane in ogni caso a carico delle autorità nazionali. La Corte EDU afferma inoltre che spetta all’accusa dimostrare, con un grado di probabilità qualificato, non solo la fittizietà dell’intestazione, ma anche la provenienza illecita dei beni di cui si chiede la confisca. Non è sufficiente il riferimento alla sproporzione patrimoniale o all’incapacità reddituale del terzo: occorre dimostrare un collegamento concreto tra il bene e profitti derivanti da reati, non potendo la confisca fondarsi su presunzioni. Tale affermazione si pone in continuità con precedenti consolidati, nei quali la Corte ha ribadito la necessità di una correlazione temporale tra i reati e l’acquisizione dei beni, nonché di una proporzione ragionevole tra i profitti illeciti e il valore dei beni confiscati. Di particolare rilievo è anche la precisazione secondo cui la confisca può riguardare esclusivamente il profitto del reato, e non il mero prodotto. Una distinzione che, sebbene possa apparire lessicale, cristallizza un principio destinato ad avere importanti ricadute applicative, poiché impedisce, ad esempio, di considerare come denaro illecito - nei casi di restituzione o risarcimento del danno - le somme successivamente impiegate per l’acquisto del bene oggetto di confisca. La Corte EDU rivolge inoltre un invito al legislatore italiano affinché introduca un limite temporale entro il quale i beni possano essere aggrediti, al fine di evitare che diventi eccessivamente gravoso per l’interessato dimostrare la provenienza lecita di beni acquisiti molti anni prima dell’apertura del procedimento. Nel caso Isaia, tale limite risulta superato, fino a integrare una violazione del giusto equilibrio richiesto dall’art. 1 del Protocollo n. 1 Cedu. Infine, merita particolare attenzione la sentenza n. 30552/2025 della sesta sezione penale della Cassazione, che richiama con forza il rigore con cui il giudice della prevenzione deve valutare la “piattaforma indiziaria”. Un rigore addirittura superiore a quello richiesto in sede penale, poiché il deficit di garanzie del procedimento di prevenzione deve essere compensato da un accertamento più severo. In caso contrario, il rischio è quello di un’ablazione sganciata da criteri di adeguatezza e proporzionalità, e dunque potenzialmente incompatibile con i principi costituzionali. La sentenza riconosce i limiti ontologici della confisca di prevenzione, definita come una “via parallela alla regiudicanda penale”, nella quale tuttavia lo statuto processuale risulta obiettivamente debole. Ciò impone un rafforzamento del ruolo di garanzia del giudice, chiamato a esercitare una “terzietà compensativa” capace di bilanciare la riduzione degli oneri probatori gravanti sul pubblico ministero. Nel complesso, il dialogo tra la Corte di Cassazione e la Corte EDU segnala un mutamento significativo nel sistema della prevenzione patrimoniale italiana. Le Corti convergono verso un maggiore rigore probatorio, una riduzione delle presunzioni implicite a carico dei terzi e una riaffermazione della centralità del nesso di derivazione tra il bene e i profitti illeciti. Al tempo stesso, viene valorizzato il ruolo del giudice della prevenzione quale garante effettivo dell’equilibrio tra esigenze di sicurezza e tutela dei diritti fondamentali, evitando che la confisca sia disposta, in assenza di un vero accertamento penale, da un giudice chiamato a decidere in un rito di chiaro stampo inquisitorio, sugli stessi atti prospettati dall’organo di accusa. Un giudice che, proprio in questa prospettiva, deve essere totalmente separato dall’organo requirente. Ogni riferimento alla necessità di separare le carriere di chi accusa e di chi giudica non è affatto casuale. *Osservatorio Misure di prevenzione e patrimoniali dell’Unione Camere penali Sulmona (Aq). Detenuto trovato morto in cella, era legato al boss Messina Denaro di Andrea D’Aurelio Il Centro, 27 dicembre 2025 Il 50enne siciliano Scalia stava scontando 19 anni e 11 mesi per l’omicidio di Salvatore Lombardo. La scorsa settimana era stato sottoposto a intervento all’anca. Si indaga per omicidio colposo. Era considerato uno dei collaboratori del boss Matteo Messina Denaro. Rosario Scalia, 50 anni, è stato trovato senza vita nella notte tra il 24 e il 25 dicembre, nella sua cella del carcere di massima sicurezza di Sulmona, dov’era recluso ormai da diversi anni. La scoperta è avvenuta durante i controlli di routine degli agenti di polizia penitenziaria e degli operatori sanitari dell’istituto di pena. Sebbene i primi rilievi del 118 indichino un arresto cardiocircolatorio, la Procura della Repubblica di Sulmona ha deciso di approfondire il caso per due motivi principali: l’età pressoché giovane e il fatto che il detenuto era stato sottoposto a un’operazione chirurgica all’anca soltanto la scorsa settimana nell’ospedale dell’Annunziata. La salma, su disposizione dell’autorità giudiziaria, è stata trasferita all’ospedale dell’Aquila per un esame autoptico che dovrà escludere eventuali complicazioni post-operatorie o altre cause esterne. Sulla vicenda è stato quindi aperto un fascicolo contro ignoti. L’ipotesi di reato è omicidio colposo. Originario di Partanna, imprenditore edile classe 1975, Rosario Scalia era indicato come uomo vicino al boss partannese Giovanni Domenico Scimonelli, figura centrale del mandamento Belice e ritenuto anello di collegamento con la rete di protezione di Messina Denaro. Le indagini patrimoniali avevano messo in luce una forte sproporzione tra i redditi dichiarati e i beni nella sua disponibilità, considerati frutto o reimpiego di attività illecite. Scalia stava scontando una condanna a 19 anni e 11 mesi di reclusione per concorso nell’omicidio di Salvatore Lombardo, ucciso il 21 maggio 2009 all’interno dello Smart Cafè di Partanna. Secondo la ricostruzione dei giudici, l’imprenditore avrebbe avuto il compito di monitorare e comunicare in tempo reale al mandante gli spostamenti della vittima, permettendo ai killer di intercettarla e assassinarla. Il delitto fu qualificato come omicidio di mafia, aggravato dall’aver agito per agevolare Cosa nostra. Il movente era legato al furto di un furgone carico di merce del supermercato Despar gestito da Scimonelli, ritenuto un affronto da punire in modo esemplare. Nel 2024 il tribunale di Trapani (misure di prevenzione) aveva disposto la confisca di beni per circa 180mila euro a carico di Scalia: immobili, terreni, conti correnti e compendi aziendali. Un provvedimento arrivato dopo un sequestro nel 2023 e motivato dalla pericolosità sociale qualificata dell’imprenditore, già condannato per un omicidio mafioso. La morte di Scalia chiude, nel silenzio del carcere di massima sicurezza sulmonese, la parabola di uno dei protagonisti del sistema mafioso legato a Matteo Messina Denaro. Ascoli. Morto in carcere: scatta il maxi risarcimento: 430mila euro ai familiari di Peppe Ercoli Il Resto del Carlino, 27 dicembre 2025 Achille Mestichelli deceduto nel 2015 a seguito delle gravissime lesioni riportate in una lite. Per la Corte d’Appello il controllo è stato inadeguato. È destinata a fare giurisprudenza la sentenza della Corte d’Appello civile di Ancona che, sconfessando il giudice di primo grado, ha riconosciuto un risarcimento danni di 430mila euro, oltre agli interessi legali, ai familiari di Achille Mestichelli, l’ascolano deceduto il 18 febbraio 2015 a seguito delle gravissime lesioni riportate in una lite avuta con un tunisino qualche giorno prima, il 13 febbraio, in una cella del carcere di Ascoli, dove era detenuto. Per la sua morte è stato condannato a 10 anni Mohamed Ben Alì, tunisino di 30 anni colpevole dell’omicidio preterintenzionale. In primo grado fu condannato a 16 anni, pena poi ridotta a 10 dalla Corte d’Appello di Ancona che ha rimosso l’aggravante dei futili motivi; questo pronunciamento è stato confermato dalla Cassazione nel 2019. Ben Alì è stato a lungo irreperibile, ma è stato individuato ed arrestato ad inizio novembre 2017 in Sicilia, a Ragusa, ed ha iniziato a scontare in carcere la condanna per la morte di Mestichelli. Della vicenda si è occupato anche il tribunale civile di Ancona sollecitato dalla moglie e dal figlio di Mestichelli; assistiti dall’avvocato Felice Franchi hanno infatti citato il ministero della Giustizia, l’allora direttrice del carcere Lucia Di Feliciantonio e tre agenti della polizia penitenziaria in servizio quel giorno nel carcere di Marino chiedendo un risarcimento danni di un milione di euro. Obiettavano, infatti, che la tragedia si era consumata anche a causa di un mancato controllo degli agenti in servizio quel giorno nel carcere di Ascoli, sostenendo che in caso di inadempienze di dipendenti dello Stato, il Ministero competente sia investito dell’onere di rifondere i danni per la responsabilità oggettiva. A gennaio 2024 il giudice Alessandro Di Tano ha respinto la richiesta e ha condannato i familiari di Mestichelli a rifondere le spese di giudizio al Ministero della Giustizia, per la direttrice e per due dei tre agenti (uno era contumace) per una somma complessiva di circa 75.000 euro. Erano assistiti dagli avvocati Alessandro Angelozzi e Romolo Di Filippo. Un giudizio ribaltato ora dal pronunciamento della Corte d’Appello che ha invece ha sottolineato che il controllo andava intensificato alla luce del sovraffollamento del carcere di Marino e della segnalazione di un sospetto che nella cella in questione si spacciasse e si consumasse droga. Un’omissione che per la Corte ha avuto un peso negli accadimenti culminati con la rissa e la morte di Mestichelli. Firenze. Sollicciano, l’associazione denuncia: “Serve dignità per chi vive e lavora in carcere” di Andrea Guida firenzetoday.it, 27 dicembre 2025 Mentre Firenze si accende di luci e messaggi di solidarietà, il carcere di Sollicciano resta ai margini, come un mondo a parte. A denunciarlo è l’associazione Pantagruel, da anni impegnata all’interno della casa circondariale, che in occasione delle festività natalizie torna a puntare l’attenzione sulle condizioni di vita e di lavoro dentro il penitenziario. “Il Natale rende ancora più evidente il contrasto tra la città e il carcere - spiegano Simone Cecconi, responsabile di Pantagruel. Fuori si parla di comunità, famiglia, attenzione agli ultimi, mentre dentro restano isolamento, silenzio e problemi quotidiani irrisolti. Sollicciano sembra non appartenere al racconto del Natale, come se non facesse parte della città”. Pantagruel è presente a Sollicciano con i propri volontari quasi ogni giorno. “Entriamo in carcere dal lunedì al sabato - racconta Cecconi -. Ogni giorno tre o quattro volontari parlano con le persone detenute, offrendo un sostegno psicologico ma anche pratico: dal contatto con le famiglie, spesso lontane, all’aiuto per la burocrazia, che in carcere è estremamente faticosa”. Un impegno che passa anche dai bisogni più elementari. “Distribuiamo vestiti e materiale per l’igiene personale, soprattutto alle persone indigenti. Raccogliamo gli indumenti attraverso parrocchie e donazioni, forniamo occhiali e, in alcuni casi, piccoli contributi economici per ricaricare le schede telefoniche e permettere di chiamare i numeri consentiti. Per chi è detenuto, poter parlare con qualcuno che ascolta fa davvero la differenza”. Tra i temi più urgenti, Pantagruel punta l’attenzione sulle difficoltà strutturali del carcere. “Ci sono problemi concreti che potrebbero essere risolti anche in tempi brevi - spiega Cecconi - come gli ascensori, che per un periodo non funzionavano, o il bancomat di Poste Italiane all’interno del carcere. Poi ci sono criticità più gravi: quando piove, a Sollicciano piove anche dentro, nelle sezioni e nel nostro magazzino dove teniamo i vestiti”. Una realtà complessa che riguarda una vera e propria “città nella città”. “A Sollicciano vivono circa 550 persone detenute e lavorano ogni giorno tra le 400 e le 500 persone tra personale, sanitari e polizia penitenziaria. È una comunità di circa mille persone che ogni giorno cerca di vivere, anzi noi diciamo spesso di sopravvivere”. Altro tema importante quanto delicato, è quello della dignità dei detenuti, messa a dura prova non solo dalle condizioni del carcere ma anche dal sistema penitenziario italiano. “La parola chiave per il 2026 dovrebbe essere questa: dignità per chi è detenuto e per chi lavora in carcere. Le carenze di personale sono evidenti, soprattutto nell’area trattamentale. Mi capita di incontrare ragazzi giovanissimi, anche di 18 o 19 anni, che svolgono un lavoro difficilissimo senza avere sempre tutti gli strumenti necessari. Il carcere è una realtà complessa, che in pochi capiscono”. In questo contesto, l’associazione guarda con favore al gesto dell’arcivescovo di Firenze, monsignor Gherardo Gambelli, che ha scelto di celebrare la messa di Natale proprio a Sollicciano. “È un segnale importante e tutt’altro che scontato - sottolineano Cecconi. Rompe simbolicamente l’isolamento del carcere e richiama la città a non voltarsi dall’altra parte”. “Il rapporto tra dentro e fuori è fondamentale - conclude Cecconi -. Il carcere viene spesso pensato come il luogo dove rinchiudere ciò che non vogliamo vedere. Ma la sicurezza delle nostre città passa dal recupero delle persone detenute, dall’area trattamentale, dal dialogo. Se una persona passa la detenzione senza fare nulla, quando esce torna fragile e invisibile. E questo non rende la società più sicura”. Firenze. “Il caldo, il gelo, l’umidità e i topi. Non si poteva vivere così” di Jacopo Storni Corriere Fiorentino, 27 dicembre 2025 Gianna e Francesco, detenuti con disagio psichico dalle celle di Sollicciano al centro Madre Fernanda. Due ex detenuti del carcere fiorentino, lei 56 anni, lui 57, entrambi con una disabilità psichica che arriva quasi al 100%, sono stati accolti nella struttura residenziale psichiatrica gestita dal Consorzio Zenit. La psicoterapeuta: “Condizioni incompatibili con il carcere”. Sono usciti dal carcere di Sollicciano qualche settimana fa, ma non potranno mai dimenticare quello che hanno vissuto dentro uno dei penitenziari più critici d’Italia. Si chiamano Gianna e Francesco (nomi di fantasia), e hanno una disabilità psichica che arriva quasi al cento per cento. Nonostante questo, hanno vissuto in cella per diversi mesi. Adesso vivono al Centro Madre Fernanda, la struttura residenziale psichiatrica gestita dal Consorzio Zenit che offre a persone con disagio psichico la possibilità di percorsi curativi e riabilitativi di tipo residenziale. Sono arrivati qui grazie alla collaborazione tra i centri di salute mentale dell’Azienda Sanitaria cui erano in carico. E proprio qui, dopo aver metabolizzato tutto quello che hanno vissuto, hanno scelto di raccontare quello che hanno passato in carcere. “Ho avuto forti momenti di sconforto a vivere lì dentro - racconta Gianna, 56 anni - Ho patito molto freddo durante l’inverno e molto caldo durante l’estate. A volte i riscaldamenti non funzionavano e per dormire si usavano più coperte. Eravamo in tre nella stessa cella. Vicino al mio letto c’era un muro verde a causa dell’umidità. Nel reparto dell’infermeria ci pioveva dentro, ci ho visto scorrazzare i topi. Quando sono uscita è stato il giorno più bello della mia vita”. Parole simili arrivano da Francesco, 57 anni: “Sollicciano non è un posto in cui potevo vivere. Stavo in una cella piccola, dove però eravamo in quattro persone e non era facile condividere gli spazi. Ricordo che nella mia cella spesso non c’era luce. Io amo leggere ma non riuscivo a leggere la sera se non con una piccola torcia, ma era complicato e questo mi provocava un forte disagio. Ricordo che una volta siamo rimasti senza termosifone, ero costretto a dormire vestito con le coperte”. Non sono certo gli unici detenuti con forti problemi psichiatrici, che forse meriterebbero pene alternative, magari nelle Rems, che però sono piene. La detenzione di persone con patologie psichiche gravi in carcere costituisce una violazione dei diritti umani, come più volte ribadito dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo a causa dell’inadeguatezza dei trattamenti, del sovraffollamento e delle condizioni non terapeutiche. “Queste sono storie di profonda solitudine. Spesso non si sa dove finisce la malattia psichica e comincia il disagio sociale. Sono persone che, purtroppo sbagliando, chiedono di essere riconosciute - spiega Maria Sole Martini, psicoterapeuta della struttura Madre Fernanda - Non vogliamo certo contestare i reati commessi e la pena ricevuta, ma la patologia di Gianna e Francesco è così evidente che Sollicciano non può certo rivestire per loro una funziona rieducativa, tutt’altro”. “La collaborazione tra le istituzioni pubbliche e gli enti del Terzo settore è la strada giusta per aiutare persone così fragili e sole a ricevere cura, dignità e un trattamento umano adeguato - aggiunge Valentina Blandi, direttrice del Consorzio Zenit - Non facciamo niente di speciale, ma se si è sostenuti e amati tutti possiamo ricominciare. Qui queste persone hanno ripreso a vivere, a parlare, a relazionarsi in modo costruttivo. Non mancano le fatiche, ma unire le forze tra istituzioni per creare alternative al carcere, ci consente di aiutare queste persone a ritrovare un ruolo positivo nella società. Ogni persona merita l’attenzione necessaria perché possa costruirsi una nuova possibilità”. Pozzuoli (Na). Carcere, in cucina per ricominciare: ecco le “Lazzarelle” di Gaia Bozza tg24.sky.it, 27 dicembre 2025 Dal lavoro in carcere al catering: la cooperativa Lazzarelle cresce. Ecco le testimonianze di donne detenute, ex detenute e rifugiate, che partono da qui per ricostruire la propria vita. La coop ha iniziato con una torrefazione nel 2015, il suo caffè è stato anche premiato dal Presidente della Repubblica. Ora si apre a cucina ed eventi. Sembra un paradosso, ma è la realtà. L’empowerment femminile può partire dal carcere e tradursi in lavoro, autonomia e reinserimento sociale. È il percorso delle Lazzarelle, cooperativa che negli anni ha ampliato le proprie attività e moltiplicato le opportunità per donne detenute, ex detenute e rifugiate. Il progetto nasce come esperienza di lavoro in carcere e cresce nel tempo. Oggi è anche un laboratorio produttivo strutturato, ospitato in spazi messi a disposizione dal Pio Monte della Misericordia. Qui lavorano donne che ogni giorno escono dal carcere - in passato da Pozzuoli, oggi dalla sezione femminile di Secondigliano - per entrare in cucina, in pasticceria, nella torrefazione e nei servizi di catering. Tutte con contratti regolari. Dal caffè alle nuove attività La torrefazione nasce nel 2015 nel carcere di Pozzuoli. Il caffè diventa il simbolo del progetto e l’ingrediente identitario anche dei dolci. Nel tempo arrivano il bistrot e, più recentemente, il catering, scelto da università e aziende per convegni ed eventi. La crescita delle attività significa più posti di lavoro e maggiore continuità professionale, anche durante le misure alternative alla detenzione. Imma Carpiniello: una visione che diventa metodo Alla guida della cooperativa c’è Imma Carpiniello, fondatrice e presidente. Il caffè prodotto dalle detenute delle Lazzarelle è stato premiato dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella come esempio di eccellenza sociale.La spinta del progetto, spiega Carpiniello, nasce da due elementi: “L’incoscienza, senza la quale non avremmo fatto nulla, e la convinzione che per le pari opportunità servano dispari opportunità. Alcune donne partono con un gap enorme e hanno bisogno di occasioni maggiori per colmarlo”. Lavoro e recidiva I numeri sono contenuti, ma il loro impatto è significativo. Secondo i dati forniti dalla cooperativa, riferiti alle donne che hanno lavorato alle Lazzarelle in oltre dieci anni di attività, il lavoro durante e dopo la detenzione consente di abbattere la recidiva fino al 90 per cento. Un risultato che, spiega Imma Carpiniello, si fonda su due elementi concreti: “Lo stipendio, che durante la detenzione permette di costruire un minimo di autonomia, e la continuità lavorativa, che accompagna le donne anche quando escono in misura alternativa e affrontano il rientro nella società”. Le storie Lucia è detenuta da tempo e ha nipoti piccoli. Questa esperienza la definisce “una nuova vita”. Alla domanda su cosa spinga a tornare a sbagliare risponde senza esitazioni: “Quando si pensa che non ci sia futuro. E invece qualche volta il futuro c’è”. Charity, uscita da un lungo periodo di detenzione, racconta il trauma del ritorno alla libertà: “Le strade mi sembravano enormi, le persone e le auto mi venivano addosso, avevo il panico”. Il lavoro alle Lazzarelle l’ha aiutata a superare quella fase. “Vorrei una vita tranquilla. La libertà è la cosa più importante per una persona”. Doris è una rifugiata arrivata dalla Nigeria, attraverso la Libia e oggi lavora nel laboratorio: “Nel mio paese i miei figli non avrebbero avuto futuro. Qui posso assicurare loro il necessario per crescere”. Formazione e futuro La crescita guarda avanti. Nel 2026 partiranno nuovi percorsi di formazione professionale, in particolare nel settore del catering, con il supporto della Fondazione con il Sud. Un investimento che rafforza il modello: dare competenze, stabilità e autonomia a chi parte da una condizione di forte svantaggio. Dopo la chiusura del carcere di Pozzuoli e una fase complessa di riorganizzazione, oggi sono quindici le donne che escono dal carcere e lavorano con le Lazzarelle. Il nuovo anno si apre con un progetto più strutturato, nuove attività e nuovi percorsi formativi: per molte di loro, il futuro non è più un’ipotesi, ma una possibilità concreta. Ferrara. La proposta del Radicale: “La rotonda del carcere? Intitoliamola a Pannella” di Federico di Bisceglie Il Resto del Carlino, 27 dicembre 2025 L’appello di Mario Zamorani: “Marco fu il paladino dei diritti dei detenuti. Spero che la mia idea diventi oggetto di dibattito in Consiglio comunale”. Pannella con il cappello di Natale per la marcia. “Carceri e amnistia”. Era il 2013. Davanti alla casa circondariale c’è una rotonda anonima. Come tutte le altre. Dietro quei muri, però, c’è un mondo che non è come quello fuori. E allora “intitolare quello spicchio di città a chi, prima di tutti, aveva a cuore il destino di chi vive dentro le carceri - detenuti e secondini - sarebbe un atto di civiltà che la città meriterebbe. Quella, sarebbe bello diventasse la rotonda dedicata a Marco Pannella”. L’idea arriva sulle nostre colonne dalla voce di Mario Zamorani che dello storico leader radicale fu non solo un ammiratore, ma ebbe l’occasione di lavorarci assieme in più di un’occasione. Congressi nazionali, Roma. Fumo e ideali. Diritti e metodo. Era questa la dottrina radicale. Anzi, “pannelliana” come lo stesso Zamorani non perde occasione di sottolineare ogni qualvolta ne abbia l’opportunità. Di qui la proposta. “Nessuno, prima di Pannella, all’epoca, si era mai davvero occupato di chi viveva all’interno delle carceri - scandisce - e penso che ora come sia una battaglia giusta, di civiltà e di maturità democratica. La rotonda fuori dall’Arginone, sarebbe un ruolo simbolico, evocativo. Visibile a tutti coloro che, a vario titolo, frequentano la casa circondariale”. Un modo, dice il radicale sul nostro giornale, “per rendere quel luogo più accessibile a tutti, per far entrare una porzione di città al di la di quelle recinzioni e di quelle sbarre”. Insomma “Ferrara dovrebbe tributare un luogo a colui che si batté più di tutti per i reclusi”. Zamorani lancia un appello. “Ho già avuto un’interlocuzione informale con il presidente del Consiglio comunale, Federico Soffritti - scandisce - con il quale però non ho chiaramente raggiunto nessun accordo. Mi piacerebbe però che gli amministratori, trasversalmente, si facessero carico di questa proposta. Non è né di destra né di sinistra: è una proposta per la città”. Qualcosa che ha a che fare con la coscienza collettiva. Soprattutto se è vero come è vero che il livello di civiltà di un Paese si misura dalla condizione delle carceri. “Non importa - prosegue - quale formula verrà scelta per perseguire questo iter. Probabilmente si dovrà interpellare la commissione toponomastica. Anche se sarebbe bello che fosse portato un documento in Consiglio comunale e si aprisse un dibattito. Non solo e non tanto sull’intitolazione della rotonda in sé, ma sui motivi che ci hanno indotti a proporre questo tipo di iniziativa”. Un po’ come accadde con l’intitolazione per la via all’ex premier e segretario del Psi, Bettino Craxi. Fra l’altro, anche sui costituenti ferraresi, si è aperta una discussione che ha portato a un ampio consenso per l’intitolazione di un luogo. Più Europa non è più la casa figurale del gruppo radicale ferrarese. Sicuramente la Rotonda Pannella, potrebbe idealmente essere la casa simbolica di tanti. Verona. All’Anagrafe il Presepe della Concordia, realizzato dai detenuti di Montorio veronanetwork.it, 27 dicembre 2025 Realizzato dai detenuti con materiali di recupero, il presepe rappresenta otto luoghi di culto come simbolo di dialogo e inclusione. È arrivato nei giorni scorsi all’Anagrafe di via Adigetto il Presepe della Concordia realizzato dai detenuti della casa circondariale di Montorio recuperando oggetti di scarto quali scatole da scarpe messe a disposizione dall’azienda Boscaini e utilizzando materiali di recupero come legno, corteccia, muschio e carta. Il presepe riunisce simbolicamente persone con diversi credi rappresentando ciò che è veramente il Natale. Vi sono rappresentati ben otto luoghi di culto: tempio buddista, chiesa francescana, capanna anemista, moschea, sinagoga, pagoda shintoista, casa di atei, grotta per vecchi culti pagani. Sono stati poi realizzati una cascata e un fiume, che rappresentano l’acqua fonte di vita, e in fine la Natività, che rappresenta la famiglia. “È un presepe che accoglie tutte le religioni e tutti i popoli quello che abbiamo scelto di allestire all’anagrafe, luogo che ogni giorno vede il passaggio di tantissimi cittadini e cittadine veronesi e non solo - spiega l’assessora ai Servizi sociali Luisa Ceni -. È un messaggio di inclusione che non solo valorizza uno dei simboli del Natale ma che dà anche visibilità ai detenuti che stanno compiendo un percorso di recupero”. “Il Comune ha dimostrato grande sensibilità e attenzione accogliendo la nostra proposta di accrescere la visibilità dei detenuti attraverso i presepi da loro realizzati - dichiara la direttrice del carcere di Montorio Maria Grazia Bregoli -. Un modo per pensare diversamente al carcere: luogo nel quale i detenuti che stanno scontando una pena si impegnano per dare qualcosa di bello alla comunità”. “È l’occasione per mettere insieme realtà imprenditoriali, associazioni e amministrazioni pubbliche del territorio, al fine di valorizzare le opere dei detenuti e dare alla cittadinanza un segno della loro volontà di recuperare”, sottolinea Luca Boscaini. “Abbiamo colto con entusiasmo l’opportunità di questo progetto creando un laboratorio in carcere dove i detenuti hanno potuto realizzare presepi da consegnare alla cittadinanza - spiega Paola Tacchella dell’associazione MicroCosmo. Il laboratorio è stato molto apprezzato dai detenuti, che hanno ritrovato in quelle ore passate a realizzare i presepi momenti di serenità”. Il progetto d’inclusione Presepi in scatola sostenuto quest’anno dal Comune di Verona nell’ambito del Natale diffuso ha previsto anche l’esposizione di piccoli allestimenti di presepi nelle otto Circoscrizioni. Roma. Messe pranzi nelle carceri, Sant’Egidio “fa tappa” anche a Civitavecchia ilfaroonline.it, 27 dicembre 2025 Messe, laboratori, pranzi, distribuzione di doni: il Natale entra anche nelle carceri con iniziative in sostegno di chi trascorre le feste nei penitenziari e lontano dalle proprie famiglie. “Come Comunità di Sant’Egidio - racconta all’Adnkronos il segretario generale Paolo Impagliazzo - abbiamo due tipi di iniziative nelle carceri del Lazio, della Campania, della Toscana, della Liguria, del Piemonte e di Gela. Per questo Natale raggiungeremo 10mila detenuti”. Nel periodo che va dal 17 dicembre al 6 gennaio la Comunità ha promosso e promuoverà ‘feste del dono’ oppure tradizionali pranzi. “Come avvenuto stamattina a Rebibbia femminile, ma come previsto ad esempio anche a Regina Coeli, Frosinone, Civitavecchia, Velletri, promuoviamo la ‘festa del dono’ ossia la distribuzione di lasagne e di regali per tutti i detenuti. Passiamo con le ‘slitte di Babbo Natale’ nelle sezioni e distribuiamo i regali per raggiungere le celle più isolate e i detenuti più marginali - prosegue - donando un capo di abbigliamento, come una maglietta o un pigiama, un bagnoschiuma, una cioccolata, un piccolo panettone e un biglietto di auguri con il Vangelo del Natale”. In altre carceri invece si svolge un pranzo più tradizionale: “Ieri - racconta Impagliazzo - a Poggioreale c’erano più di 100 detenuti insieme al direttore del carcere e alle istituzioni in un vero e proprio evento cittadino”. Stessa iniziativa è avvenuta anche a Gela ed andrà in scena anche a Viterbo, Rieti, Sollicciano e Marassi”. Si tratta di eventi che raccolgono “grande simpatia sia da parte dei detenuti sia dal personale della penitenziaria e dalle direzioni del carcere che consentono queste attività. Il Natale è una festa speciale - conclude Impagliazzo - è la festa della famiglia e in carcere si è lontani dai propri affetti”. “Ciao zio, prendi come esempio i miei progressi”. “Fuori c’è una vita che ci aspetta” di Alex Corlazzoli Il Fatto Quotidiano, 27 dicembre 2025 I messaggi d’auguri via radio delle famiglie ai detenuti. I messaggi sono andati in onda su Radio Popolare la mattina del 25 dicembre durante la puntata “Fuori di cella”, condotta da Claudio Agostoni. “Ciao zio Abram, buon Natale. Sono tuo nipote, prendimi come esempio: hanno detto che con l’autismo non avrei mai parlato e camminato bene, oggi non cammino ma corro; non parlo una lingua ma tre. Ti aspetto fuori per farti vedere i miei progressi”. È uno delle decine di messaggi che, la mattina del 25 dicembre, i famigliari dei detenuti delle carceri di Lodi, Bollate e Rebibbia hanno inviato ai loro cari grazie a Radio Popolare. L’iniziativa promossa dai volontari delle tre strutture detentive che nei giorni precedenti hanno registrato gli auguri di chi sta in cella, ha emozionato i parenti ma anche il pubblico della speciale trasmissione “Fuori di cella”. In studio lo storico conduttore Claudio Agostoni che ha raccolto le voci di figli, mogli, padri, amici, fidanzate, nonni, intervallandole con canzoni in ogni lingua dedicate a chi è in prigione. Bebe è stata tra le prime a chiamare e a “parlare” a Clarencito: “Buon Natale a tutti i detenuti ma soprattutto alla persona più importante della mia vita. È il primo anno che non sei con me ma ti porto dentro ogni pensiero, ogni silenzio, ogni canzone. Tutto parla di te. Niente e nessuno può dividere due cuori che si amano. Nemmeno la distanza, il tempo, queste mura possono separarci. So che non è facile. Lotta con unghie e denti, c’è una vita che ci sta aspettando”. Parole spezzate dalle lacrime come quelle di Liliana per Ukas: “Auguri a mio marito. Ti amo da morire. Sei mio marito bello”. La nonna di Gabriel che per le feste non ce l’ha fatta a raggiungerlo è riuscita ad essere vicina al nipote con la radio: “Sono anziana ma ogni tanto vado a trovarlo…”. In un italiano stentato una donna albanese ha voluto mandare un bacio al suo fidanzato in prigione a Lodi mentre Loris ha dedicato un brano dei “Modà” al fratello aggiungendo: “Ci vediamo a casa sempre e comunque”. Anche Massimo, da poco uscito dalla casa circondariale di via Cagnola, non ha dimenticato i compagni: “Natale è difficile lì; mi auguro che lo passiate in serenità con i compagni di cella. Un saluto in particolare a Ivano, non fare il birichino e mantieniti sereno. Ora sono fuori ma anche qui è dura, bisogna farsi forza. Buona speranza di soluzioni per la vita”. Tante le chiamate e i messaggi per Jonita ma anche per Gabriel: “Ci sono tante cose che vorremmo dirti: recupereremo il tempo perso insieme”. In numerosi hanno contribuito a questa singolare iniziativa: in primis le direzioni del carcere e le aree trattamentali, gli agenti di polizia penitenziaria che hanno pubblicizzato il progetto ai colloqui e oltre quaranta persone che hanno inviato all’Arci “Ghezzi” di Lodi delle radioline a batteria affinché tutti i detenuti potessero ascoltare la trasmissione. Durante l’ora e mezza in onda è intervenuto anche il presidente di “Antigone”, Patrizio Gonnella che ha ricordato il dramma del sovraffollamento e la situazione delle carceri in Italia più volte sottolineata - in questi giorni - anche dal Capo dello Stato, Sergio Mattarella. Quando la pena incontra l’umanità: le lettere dal carcere a suor Gervasia di Angelo Picariello Avvenire, 27 dicembre 2025 Il libro “Una suora all’inferno” racconta, attraverso lettere mai prima d’ora pubblicate, storie di detenuti che hanno trovato possibilità di riscatto. In un’epoca in cui abbiamo fatto l’abitudine al fatto che, in media, ogni quattro giorni un detenuto delle nostre carceri decide di farla finita (calcolando solo quelli che riescono nel tragico intento), in un Paese in cui la pena non dovrebbe mai essere contraria al senso di umanità e sempre orientata a una finalità riabilitative, “Una suora all’inferno. Lettere dal carcere a Gervasia Asioli” (Marietti 1820, pagine 144, euro 16,50) è il libro giusto per aprire a una prospettiva diversa, per certi versi impensabile. A curarlo due cronisti di razza: Gabriele Moroni, milanese dell’hinterland, a lungo inviato de “Il Giorno” ed Emanuele Roncalli, bergamasco già cronista di giudiziaria e caposervizio dell’”Eco di Bergamo”. I protagonisti del loro racconto sono i colpevoli accertati di delitti efferati in cui l’indignazione del lettore produce l’auspicio più incostituzionale che vi sia: “Buttare la chiave” una volta che i responsabili sono stati assicurati alla giustizia. Invece no. C’è una protagonista in più a tenere unite queste storie di riscatto oltre ogni speranza: suor Gervasia Asioli, orsolina delle Figlie di Maria Immacolata, conosciuta come la “suora postina” di Rebibbia. Vicende scaturite nel buio di una cella, dall’incontro con questa religiosa che ha restituito loro la dignità smarrita di uomini e donne macchiatisi di crimini efferati e maturate poi attraverso la “messa alla prova” delle istituzioni carcerarie. Vicende rimaste sotto traccia, per motivi di riservatezza o per ragioni di sicurezza, che ora vengono alla luce in modo prorompente attraverso le lettere pubblicate. Gli autori aiutano il lettore a ricostruire le singole vicende giudiziarie senza fare sconti nelle brevi ricostruzioni biografiche. L’operazione ha una doppia lettura, convergente. Alla luce della Costituzione, che vede attuati i suoi valori in modo tanto più eclatante quanto più vertiginoso è il divario fra il “prima” e il “dopo”. O alla luce del Vangelo, che suggella il rientro in casa del “figliuol prodigo” - fra l’incomprensione del fratello “retto” - con una grande festa e l’uccisione del “vitello grasso”. I firmatari di queste missive piene di umanità devastata, eppure non rassegnata, sono nomi poco conosciuti, relitti umani in cerca di riscatto, “dimenticati” nelle carceri di massima sicurezza di Trani, dell’Asinara e di Ariano Irpino. Ma anche nomi che hanno contrassegnato la storia italiana più cupa, come gli ex terroristi dei Nar Gilberto Cavallini, Giuseppe Valerio Fioravanti e la moglie Francesca Mambro, condannati per la strage di Bologna; o Vincenzo Andraous, rapinatore pluriomicida, che partecipò anche - in carcere - all’esecuzione collettiva di Francis Turatello. Ma in un ordinamento come il nostro che rifiuta la pena di morte, l’ergastolo - come diceva Aldo Moro ai suoi allievi - non può tramutarsi in una pena persino più crudele. Non c’è persona che possa essere considerata persa per sempre nella nostra civiltà giuridica. Andraous, dal regime di massima sicurezza di Ariano Irpino racconta con gioia a suor Gervasia, firmando con un affettuoso “Vince”, i passi avanti che segna la sua vita. Le parla di sua figlia e alla suora “mamma dei detenuti”, come era spesso definita, ricorda anche sua madre: “Affaticata, a cui purtroppo ho dato solo dolori, non sono stato un buon figlio”. Di Giusva Fioravanti vengono ricordati non solo i reati per i quali è stato condannato, ma anche i sospetti - non avallati dalle verità processuali - che l’hanno chiamato in causa per l’omicidio di Piersanti Mattarella. Quello che scrive a suor Gervasia è un uomo provato dal regime di isolamento di allora (che sarà poi progressivamente attenuato in virtù di un’impeccabile condotta) però con “il pensiero di chi mi vuole bene a farmi compagnia”. Ci deve esser stato anche un ruolo di suor Gervasia nell’allentamento del regime carcerario accordato poi a Fioravanti, per la gioia della moglie Francesca, espressa in una accorata lettera alla religiosa. Questa religiosa ha fatto suo il precetto evangelico di “visitare i detenuti”, mettendoci dentro, forse, anche un po’ di autobiografia, dal momento che in condotta, a scuola, prendeva sempre un sette “punitivo”. La sua vicenda ricorda quella di suor Teresilla Barillà e padre Adolfo Bachelet, che hanno speso la loro vita ad accompagnare il percorso di riconciliazione degli ex della lotta armata. Riconciliazione con le vittime ma anche fra loro. Il libro descrive anche l’amicizia nata, in carcere, fra la Mambro e le brigatiste Nadia Mantovani e Anna Laura Braghetti. Storie che portano alla luce uno Stato non “vendicativo” che non ha operato in tal senso in un’unica direzione, essendo indulgente solo - come a volte si sostiene - con l’eversione “rossa”. La deputata leghista Simonetta Matone - che è stata magistrato e giudice minorile - firma una prefazione che è per lei come un “tuffo nel passato”, avendo conosciuto molto bene suor Gervasia e la sua missione nelle carceri. Di lei ricorda una sua considerazione fulminante, in merito all’aborto: “La vita va difesa sempre. Però bisogna essere in grado di difenderla anche dopo che i bambini sono nati. In questa acuta e stravolgente affermazione fatta da una suora, c’è tutta lei, Gervasia”. La Grazia del Colle e quella di Sorrentino. La giustizia è umana di Aldo Torchiaro Il Riformista, 27 dicembre 2025 Cinque domande di clemenza accolte dal Colle mentre nelle sale sta per arrivare il film più acclamato di Venezia: un’occasione per riflettere su carceri, etica e diritto a pochi mesi dal referendum. Abbiamo appena visto l’anteprima de “La Grazia” di Paolo Sorrentino, che uscirà in sala il 15 gennaio. Ma prima dell’anteprima, abbiamo visto la grazia: quella vera. Concessa dal Capo dello Stato, Sergio Mattarella, l’antivigilia di Natale. Tra i cinque casi, due sono sovrapponibili perfettamente con la sceneggiatura di Sorrentino. Rovesciando il celebre incipit dell’Anna Karenina di Lev Tolstoj, anche gli infelici possono somigliarsi tutti. È l’articolo 87, comma 11, della Costituzione a fondare questo gesto estremo e silenzioso: la grazia come atto personale del Presidente della Repubblica, esercitato dopo istruttoria e con l’avviso del Ministro della Giustizia. Non una scorciatoia emotiva, ma una valvola di umanità prevista dall’ordinamento. Ed è dentro questo perimetro costituzionale che si collocano i cinque profili graziati, ciascuno portatore di una frattura tra pena legale e colpa morale. Il primo è Bardhyl Zeneli (1962), condannato per evasione dagli arresti domiciliari: un allontanamento dall’abitazione che, secondo magistrato di sorveglianza e Procuratore generale, non integrava la fattispecie di reato. La grazia estingue l’intera pena, sanando uno scarto tecnico prima ancora che umano. C’è poi Franco Cioni (1948), condannato per l’omicidio volontario della moglie, malata terminale, con cui aveva condiviso cinquant’anni di vita. Qui la grazia diventa parola difficilissima: estingue la pena residua tenendo insieme il perdono della famiglia, le condizioni di salute del condannato e la drammaticità del contesto. È il caso che più dialoga con il cinema di Sorrentino e con il suo interrogare il confine tra pietà, colpa e responsabilità. Alessandro Ciappei (1974) rappresenta invece la dimensione del tempo: una truffa del 2014, di modesta gravità, una vita ricostruita all’estero. La grazia interviene sulla pena residua come riconoscimento di un percorso concluso, non come rimozione del passato. Diversa ancora la vicenda di Gabriele Spezzuti (1968): reati in materia di stupefacenti del 2005, pena detentiva già espiata, resta una multa pesantissima. La clemenza presidenziale cancella la parte residua della sanzione pecuniaria, tenendo conto delle condizioni di vita e dell’assenza di recidiva. Anche qui, la Costituzione opera come strumento di riequilibrio. Infine Abdelkarim Alla F. Hamad (1995), condannato a trent’anni per concorso in omicidio plurimo e violazione delle norme sull’immigrazione. La grazia è parziale, misurata, motivata da dieci anni di detenzione, dalla giovane età al momento dei fatti, da un percorso di recupero riconosciuto in carcere. È a questo punto che il film torna a bussare. Anche i profili di cui parla La Grazia sono malati terminali nel fisico o nella mente. E Sorrentino ci dice, con ragione, che i mariti violenti sono di quest’ultima specie. Il racconto de La Grazia vista al cinema è tutto umano, più che politico. Ma veste la grisaglia istituzionale per contenere le volute che bruciano giù nelle viscere e accompagnarle come anime smarrite verso il cielo. Il garbo quirinalizio c’è, il solletico della storia pure. Il protagonista di Sorrentino, non a caso, si chiama Mariano De Santis, come quel Mariano Rumor che fu artefice di una mezza dozzina di governi fatti e disfatti. La figlia del Presidente, l’attrice Anna Ferzetti, si chiama Dorotea, come la corrente democristiana che vedeva oltre a Rumor, Emilio Colombo, Aldo Moro e Paolo Emilio Taviani. Il Presidente, a sua insaputa, ha un soprannome: Cemento Armato. È un vedovo, alleggerito e ferito dall’onnipresente figlia. Un’eco dichiarata di Oscar Luigi Scalfaro, il giurista divenuto magistrato e poi salito al Colle. La chiave di alcuni misteri sta nel personaggio di Dora Valori. Il cognome non è casuale. Del film non possiamo tacere la capacità emozionale, e insieme, politica. Interroga le coscienze, pizzica le corde dell’etica senza strafare, timbra le pagine della cronaca senza indugiare, vezzeggia ora Dostoevskij, ora Pavese. Ci porta dal Quirinale al Piemonte, dai palazzi del potere agli istituti di pena, dentro i corridoi, i parlatori, le lunghe attese di chi vive una vita in sospeso. Giusto, sbagliato. Vero, falso. I grandi dilemmi che ci sospendono come nella decisione di firmare o meno una legge, quella sull’eutanasia, che tiene in bilico migliaia di esistenze sofferte. Il film di Sorrentino ci permette di visitare, come faceva Marco Pannella ogni Natale, l’universo delle carceri e la giustizia che non funziona. Lo fa nel periodo migliore: con le Feste, le famiglie riunite, le discussioni sul referendum che si voterà in primavera. Anche lì ciascuno dovrà decidere. Le decisioni del Presidente Mariano De Santis sono meditate, sofferte, infine sostenute. Come speriamo saranno quelle degli italiani. Così la voce della letteratura parla attraverso le sbarre di Davide Bregola Il Giornale, 27 dicembre 2025 Uno scrittore racconta le sue “lezioni” in carcere. Fra sigarette, cioccolatini e dubbi da “turista etico”. Davide Bregola, scrittore, dal 2003 tiene atelier di scrittura in scuole, biblioteche, centri psichiatrici e residenze sanitarie. Nel 2025 ha tenuto incontri in carcere, la domenica, grazie a “La parola come cura” un progetto tra Asst Medicina penitenziaria, Direzione Casa circondariale e l’associazione La corte dei poeti. Considera la letteratura uno strumento efficace per poter essere al servizio della società cercando di coniugare impegno civile, utilità e insegnamento. Il suo libro più recente è “Lezioni dalle rovine” (Avagliano, 2025) dove parla anche della sua esperienza nei centri psichiatrici. La Casa Circondariale. Un luogo che, come certe poesie dimenticate, è intriso di una verità che il mondo fuori ha scelto di ignorare o, peggio, di incartare in una morale posticcia. Sono entrato in quel ventre di cemento per portare voci. Poesia, letteratura. Per intorbidire, forse, il silenzio grigio che si dice regni tra quelle mura. Ma il silenzio non esiste, mai. C’è solo un rumore costante, ovattato, il fruscio di centinaia di vite ridotte alla loro essenza più cruda, più infantile. È un brusio di fondo che sa di metallo e di passi trascinati, una vibrazione che senti nelle ossa prima ancora che nei timpani. L’ingresso non è un ingresso, ma una progressione di negazioni. Un rito di spoliazione. Quattro portoni a grata metallica che si aprono e si chiudono con la chiave elettronica dei secondini e al posto del cigolio c’è il suono breve di una sirena. Ogni volta, un poliziotto penitenziario ci accompagna, i passi rimbombano nel corridoio col linoleum per terra. L’aula che ci ospita è un pugno in un occhio, coi suoi colorini smorti e le scritte a pennello “Libertà” sulle pareti. Una lavagna, un mobiletto con alcuni libri di testo senza copertina. Siamo più di trenta persone stipate in uno spazio concepito per la metà. Ci siamo io, che pretendo di essere la voce che legge, la divisa blu di un poliziotto, le loro facce che sono la mappatura del disagio italiano e mondiale. La luce al neon mi sbatte contro le sopracciglia. La finestra di fronte sfocia nel nulla, teste rasate o piene di capelli, le voci che non riescono a tacere, stringo continuamente mani. Questi incontri, però, hanno la loro liturgia. Ogni trenta minuti, tassativi, si fa la pausa sigaretta. Un’esigenza fisiologica, ma anche un atto di ribellione misurato, l’unico spazio di libertà negoziato con il sistema. Vederli alzarsi, quasi all’unisono, per quell’unica boccata di fumo acre e dolce, è come assistere alla resurrezione di un corpo collettivo che reclama il diritto di respirare male. Fuori, nella branda corta del corridoio, si accendono, parlano fitto in lingue che non capisco, o si limitano a guardare il muro, come fanno i bambini in punizione. Ho letto loro Emily Dickinson, la sua clausura volontaria che qui diventa una clausura imposta. Una poetessa di una stanzetta del Massachusetts. E poi Thierry Metz, il manovale sollevatore di pesi, la crudezza del dire senza fronzoli che parla al corpo prima che alla mente. E Alberto Dubito, il writer e rapper, la cui voce, graffiata dal disagio della strada, entra forse con più immediatezza, perché ha lo stesso sapore della polvere dei loro marciapiedi. Ma ho fatto parlare anche Robert Walser, i suoi Microgrammi scritti su fogli di risulta. C’è un filo sottile che lega la segregazione volontaria degli artisti alla prigionia coatta degli esclusi, e quel filo è la solitudine. Ma qui sorge il dubbio, quello che mi morde lo stomaco ogni volta che varco l’uscita: quello che facciamo oggi ha una sua forza propulsiva nella cultura e nella società italiana? O è solo un massaggio cardiaco a un cadavere, un modo per noi “buoni” di sentirci meno complici? Il carcere, per me, è apparso subito come la Grande Madre. Un mostro biblico, certo, ma anche un grembo protettivo, distorto. Questi uomini e queste donne, là dentro, tornano infantili. Perdono il peso, la responsabilità della scelta. Tutto è deciso, tutto è scandito da suoni che conoscono solo là dentro. La Grande Madre ti dà il cibo, il letto, il tempo. E in cambio si prende il tuo nome, la tua forza, la tua volontà adulta. Li vedo, a volte, nei gesti, negli occhi che cercano approvazione. La composizione umana è il catalogo delle nostre fragilità territoriali. Ci sono diversi magrebini, soprattutto dal Marocco, occhi scuri e silenzi lunghi, che mi guardano con una diffidenza ancestrale. E poi i tunisini, spesso più giovani, irrequieti, con un fuoco nelle pupille che mi chiedo se sia rabbia o disperazione. Le donne rom, poche, sdentate, giovani, portano addosso una malinconia o una disillusione. Una donna pakistana col berretto in lana blu dice che non può scrivere perché non ha gli occhiali; si vergogna di dire che è analfabeta. E poi c’è Faith, la ghanese col sorriso che le spacca la faccia. Quando legge, ha una voce roca, profonda come il fondo di un buco. L’ultima volta ha messo un rossetto scarlatto e trascritto in inglese una poesia della Dickinson. Un giorno, in uno di quei momenti di stallo tra una poesia e l’altra, il rituale si è rotto. Una delle volontarie, Silvia, ha compiuto un gesto che mi ha spiazzato, ma che era purissima, scomposta umanità. Ha tirato fuori dalla sua borsa, grande e informe come un sacco da viaggio, cioccolatini e biscotti e ha iniziato a distribuirli. Poi, quando ha visto che l’ordine formale era ormai compromesso, ha iniziato a lanciarli sui tavoli e per terra. Un attimo di silenzio attonito, poi il pandemonio. Gli adulti sono scomparsi, inghiottiti da un’onda di avidità infantile. Mani che si allungano, gomiti che si scontrano, un mormorio eccitato, quasi animale. Era un’immagine violenta e commovente. L’ho vista ridere, Silvia, con un’aria tra l’esausto e il divertito, come se avesse liberato una tensione secolare con un pugno di zucchero. Io, seduto al tavolo, provavo un disagio fisico, acuto. C’era un’energia fortissima in quell’aula, un campo magnetico che mi repelleva e mi attirava al tempo stesso. Non riuscivo a capire se era forza - la loro, quella di resistere in quel luogo di sottrazione - o se era solo fastidio - il mio, di non poter penetrare la loro corazza, di essere lì come un turista etico. Ne ho parlato con Aurelio Picca, lo scrittore della Roma antica e del sacro. L’ho chiamato in una sera uggiosa, chiedendogli consigli su come non soccombere a quella pressione muta. Picca, con la sua voce baritonale, non ha esitato: “Là dentro bisogna essere duri, nudi, autorevoli”. Mi è tornato in mente Vitaliano Trevisan, l’uomo del Nord-Est industriale, della nevrosi letteraria. Un suo amico, Pino Costalunga, mi raccontò che anche Trevisan si era avventurato in un’esperienza simile a Vicenza. Era andato a leggere Beckett. Il resoconto fu scoraggiante. I carcerati non lo avevano seguito. Forse perché l’assurdo della letteratura era troppo esotico rispetto all’assurdo quotidiano della cella. Esco da quel luogo sempre con una patina grigia addosso, una stanchezza dell’anima. So che la poesia e la narrativa sono un’arma imperfetta. Non salva. Ma scalfisce. Forse. Quelle tre ore a settimana di letteratura, interrotti dai biscotti e dalle sigarette, sono una parentesi. Sbarrati e stipati, come le parole in un verso troppo denso. Quando i quattro portoni si richiudono, l’aria mi sembra più rarefatta. Le rovine non sono solo i muri distrutti, ma le esistenze interrotte. La domanda che mi assilla, mentre cammino verso casa tra le polveri di Mantova, è sempre la stessa: quale sarà la prossima voce abbastanza nuda, dura e autorevole da poter reggere il peso di quell’energia? Il 2025 in una parola: “paura”. L’anno “horribilis” dell’Occidente di Antonio Polito Corriere della Sera, 27 dicembre 2025 Gaza è stata trasformata in deserto, le classi medie temono la povertà. Era dal 2001 con le Torri Gemelle che per l’Occidente non c’era stato un anno più “horribilis” di questo. “Keep calm and carry cash”. Ognuno ha la sua personalissima “scala Mercalli della paura”, reagisce a modo suo al pericolo, reale o percepito che sia. Ebbene, in questo 2025 da paura, lo spavento più grosso io me lo sono preso il 26 settembre, giorno in cui la Banca centrale europea, proprio mentre preparava l’euro digitale, ha invitato tutti noi a tenere in casa un po’ di contante in caso di disastro. Pare che oggi la reazione primaria dell’homo sapiens sapiens di fronte a una minaccia, insieme a un aumento della sudorazione e della frequenza cardiaca, sia quella di procurarsi delle banconote. Almeno questo è successo nell’aprile in Spagna, quando 50 milioni di persone sono rimaste per 22 ore senza energia elettrica, senza bancomat, senza Amazon, a causa di un gigantesco blackout. Quel giorno ci siamo detti in tanti: ma non è che i banchieri centrali di Francoforte sanno qualcosa che noi non sappiamo? Che sta per arrivare un’altra invasione, una grande alluvione, un terremoto, qualcosa che ci costringa a scappare stringendo un pugno di banconote? La seconda paura più grossa dell’anno me la sono presa la notte di Natale, quando la nuova e bisbetica presidenza imperiale della superpotenza americana ha ordinato “un attacco potente e letale” sulla Nigeria. Ma è stato uno spavento di origine più “letteraria”: chi ha letto l’ultimo romanzo distopico di McEwan, Quello che possiamo sapere, sa che nel mondo del 2119 in cui si svolge la trama la Nigeria è diventata il centro geopolitico e digitale del mondo, la nuova potenza imperiale, mentre la Gran Bretagna è ridotta a un arcipelago di isolette sopravvissute a uno tsunami, e la Germania è stata incorporata nella “Grande Russia”. Chissà che diranno i posteri del 2025. Le minacce di Mosca - La parola dell’anno è stata “paura”. Paura del ritorno della guerra, innanzitutto. Come se l’orologio fosse tornato al Novecento, secolo breve ma terribile. In Germania, il Paese dove hanno inventato il sostantivo “Angst”, l’esercito dice che ci si può aspettare un attacco russo all’Europa nel 2029. Dal 2026 scatterà di nuovo la leva: visita militare per tutti al compimento dei diciott’anni. La Francia reintrodurrà il servizio militare volontario dall’estate, mille euro di paga. Nelle scuole materne ed elementari di tutta la Russia si tengono “lezioni speciali” per insegnare marce e combattimenti corpo a corpo ai bambini dai quattro anni in su. La minaccia dell’arma nucleare è stata apertamente evocata dall’ex presidente Medvedev, e articolata nella nuova dottrina strategica del Cremlino. Davvero poco rassicurante, dunque, l’annuncio della porta-minacce russa Zacharova: Mosca è pronta a firmare un patto di non aggressione con la Nato. Nel Novecento i “patti di non aggressione” hanno quasi sempre preceduto di poco le aggressioni. Quello che Stalin firmò con Hitler nel 1939 portò entrambi i dittatori a invadere la Polonia: Mosca si annesse i tre Paesi baltici e attaccò la Finlandia. Non che Trump sia da meno, in quanto a pose marziali. Mentre invocava il Nobel per la Pace ha cambiato nome al Dipartimento della Difesa, ora si chiama “della Guerra”. Idolatra i “bellissimi B-2” che hanno colpito l’Iran volando non stop su metà del globo terraqueo. Nel tempo libero ordina il blocco navale in Venezuela e fa affondare le navi dei narcos. Il suo istinto funziona come l’amigdala, la “mandola” del nostro cervello addestrata dall’evoluzione a reagire al pericolo in due soli modi: attacca o fuggi. Forse per questo non capisce gli ucraini: non hanno attaccato, ma non fuggono. Ironia della storia, per i nuovi “signori della guerra” è la placida e perfino flaccida Europa a essere “bellicista”. Abbiamo paura per i nostri figli anche perché abbiamo visto che cosa fanno le guerre ai bambini. Il disprezzo per la vita umana ha trasformato Gaza in un deserto, cui hanno appiccicato un cartellino con su scritto “pace”. I bambini palestinesi hanno pagato il prezzo più inaccettabile della furia militare con cui Israele ha “vendicato” il pogrom del 7 ottobre. I figli sono sempre i primi a pagare. Ventimila minori sono stati rapiti dai russi in Ucraina. Nelle scuole e nelle università d’America centinaia di ragazzi sono stati uccisi o feriti nei “mass shooting” del 2025. In Italia ce la caviamo ancora con la violenza delle baby gang, e già ci sembra un inferno. Il fantasma delle classi medie - Ma anche senza armi, o prima delle armi, la grande paura dell’anno è stato il “declassament”, come lo chiamano i francesi: il timore di perdere benessere, potere d’acquisto, status sociale. Il fantasma delle classi medie di tutto l’Occidente: la retrocessione, la proletarizzazione. Sarà perché si avvicina il centenario del ‘29, la Grande Crisi che, insieme al protezionismo, aprì le porte al secondo conflitto mondiale. Abbiamo cominciato l’anno con minacce di dazi stratosferici dagli Stati Uniti, poi per fortuna ridotti a più miti consigli. Il nostro export ha retto, l’economia mondiale ha retto. Però, perfino dove le cose vanno bene come in America, e il Pil aumenta al ritmo del 4,3%, sembrano comunque andar male per il cittadino medio: la crescita salariale delle famiglie a basso reddito è scesa dell’1%. Il Wall Street Journal l’ha definito un “boom da Ozempic”, dal nome del farmaco anti diabete che fa dimagrire artificialmente. Ce n’è traccia evidente nei sondaggi che disapprovano Trump, contrappasso di ciò che lui rimproverava a Biden. In Italia è appesa a un filo la sopravvivenza di pezzi di storia come l’Ilva o l’ex Fiat. In Germania, che non cresce più dai tempi del Covid, si parla della “più grande crisi industriale dal ‘49”. A Parigi l’establishment teme anche le prossime elezioni: Bardella o Mélenchon all’Eliseo? Da molto tempo, forse dal 2001 delle Twin Towers, per noi genti dell’Occidente non c’era stato anno più “horribilis” di questo. Per fortuna sta finendo. Ma non basterà il calendario a cambiarci la vita. Abbiamo bisogno di qualcuno degno di fede che ci dica, come Giovanni Paolo II: “Non abbiate paura”. In fin dei conti, non esistono i “tempi cattivi”: “Gli uomini vivano bene, e i tempi saranno buoni. Noi siamo i tempi”. Parola di Sant’Agostino. Migranti. Abisso mediterraneo, il presepe tradito di Giorgia Linardi La Stampa, 27 dicembre 2025 Questo Natale ci consegna l’immagine di uomo solo trovato su una barca semiaffondata in mezzo al mare, lasciando dietro di sé 116 dispersi. Una strage silenziosa, consumata al largo delle coste europee ma nel cuore delle sue responsabilità politiche. Già nel Natale 2024 un altro naufragio aveva segnato le festività. Una bambina undicenne della Sierra Leone era stata ritrovata sola, aggrappata a un gonfiabile, unica sopravvissuta di 44 persone. Anno dopo anno, queste tragedie si ripetono diventando ricorrenze, non scandali inaccettabili. Difficile dire se il naufragio si potesse evitare. Quello che sappiamo è che nonostante i solleciti non sono state lanciate operazioni di soccorso. Queste morti rientrano in un sistema di politiche migratorie che accetta la morte come strumento di deterrenza. Le chiamate di soccorso ignorate, la scelta deliberata di ridurre e ostacolare la ricerca e soccorso in mare, la delega delle responsabilità europee a Paesi che non garantiscono diritti non sono fatalità, ma precise scelte politiche. Ogni naufragio racconta una verità scomoda: le morti in mare sono ormai strutturali alle politiche europee. Nel frattempo, chi prova a salvare vite viene criminalizzato, indagato, spiato, fermato nei porti, accusato di essere un “fattore di attrazione”. Il soccorso diventa colpa, l’omissione normalità istituzionale, mentre in Europa si stilano liste di Paesi sicuri decise a tavolino per accelerare rimpatri e deportazioni sommarie. Il naufragio di Natale è lo specchio dell’Europa che affida la gestione delle frontiere all’indifferenza, che difende i confini più delle vite, e vuole rendere il mare zona grigia del diritto, invece che confine politico che chiama in causa responsabilità precise e definisce il grado di umanità di un periodo storico. Nelle stesse ore circola il video della Premier davanti a un presepe, eretto a simbolo di identità nazionale. Il contrasto tra la storia di un bambino povero, figlio di una famiglia di rifugiati in fuga, con chi oggi viene lasciato affondare, è stridente. La storia cristiana risuona in chi muore cercando sicurezza e libertà. I simboli del Natale dovrebbero obbligare all’azione. Evocarli senza tradurli in politiche di salvataggio li svuota di senso. Non possono convivere il Presepe celebrato e un sistema che accetta l’abbandono davanti alle nostre coste. L’adorazione di un presepe che tace sui corpi di chi muore cercando protezione appena oltre la riva, é cinica ipocrisia. C’è un abisso tra la contemplazione del Presepe e il rifiuto di chi fugge da guerre, fame e persecuzioni, costretto a imbarcarsi su scafi che si trasformano in bare. Questo abisso si chiama Mediterraneo, e anche quest’anno ci ha mandato l’ennesimo tragico monito, per rompere l’indifferenza e il silenzio che coprono le acque e le terre della storia del Presepe stesso, dal Mediterraneo alla Palestina. Droghe. Quando la cannabis esce dal codice penale: il caso della Germania di Giulio Cavalli Il Domani, 27 dicembre 2025 Mentre nel nostro paese si continua a criminalizzare il consumo, i tedeschi propongo un modello che si fonda su tre elementi: possesso personale legale, autoproduzione fino a tre piante e Cannabis e associazioni senza scopo di lucro che possono coltivare e distribuire ai propri membri. La parziale legalizzazione non ha creato un boom di consumi, ha solo tolto una quota di popolazione dall’area penale. Ma resta il paradosso del mercato nero. Il primo aprile 2024 la Germania ha compiuto una scelta che in Italia continua a sembrare impronunciabile: togliere la cannabis dalla dimensione penale. Non una liberalizzazione commerciale, non un mercato di negozi e branding, ma un modello controllato fondato su tre elementi: possesso personale legale, autoproduzione fino a tre piante e Cannabis Social Club, associazioni senza scopo di lucro che possono coltivare e distribuire ai propri membri. Un compromesso politico, sì, ma capace di rovesciare la logica su cui per decenni è stata costruita la “guerra alla droga”. A diciotto mesi dall’entrata in vigore, il monitoraggio ufficiale del progetto Ekocan disegna un quadro preciso: i cosiddetti “reati di consumo” sono crollati tra il 60 per cento e l’80 per cento. A Berlino, dove i dati sono più completi, si passa da 8.430 casi dell’anno precedente a 2.300 nell’anno successivo all’approvazione della legge: un calo del 72,7 per cento. Quei procedimenti non scompaiono perché i consumatori sono diminuiti, ma perché non sono più reati. Le forze dell’ordine, liberate dall’obbligo di registrare e perseguire il semplice possesso, si concentrano sulle attività di traffico e distribuzione illegale. Si chiama “deflazione penale”, ed è il primo effetto tangibile della riforma. La seconda parte del monitoraggio riguarda la salute pubblica. Le previsioni catastrofiche su un “boom” di consumi non si sono materializzate. Tra gli adulti, la tendenza di lungo periodo resta stabile, senza salti. Tra i giovani, i dati mostrano la prosecuzione di un trend in calo iniziato nel 2019. Le segnalazioni ai servizi di assistenza minorile diminuiscono, e l’analisi delle acque reflue nelle grandi città parla chiaro: nessun aumento improvviso dei residui di Thc. La legalizzazione non ha creato un nuovo mercato; ha semplicemente tolto una quota di popolazione dall’area penale, senza effetti sanitari rilevanti nel breve periodo. Il punto debole della riforma si trova altrove: nel mercato. I Cannabis Social Club coprono meno dello 0,1 per cento della domanda nazionale e il canale medico si assesta tra il 9 per cento e il 13 per cento. La maggior parte dei consumatori continua ad autoprodurre o a rivolgersi al mercato nero. Qui si concentra la principale contraddizione del modello tedesco: la legalità dell’uso è già realtà, ma l’accesso legale resta limitato. I Länder guidati dai conservatori hanno rallentato l’autorizzazione dei club con richieste burocratiche temute come deterrente politico. La riforma funziona sul versante giudiziario, meno su quello della sostituzione economica del nero. Ma la direzione è chiara: l’offerta legale cresce gradualmente, sottraendo rendita al traffico. In Italia, nel frattempo, il sistema rimane fermo a un paradigma opposto. Il DPR 309/90 continua a produrre effetti strutturali: oltre il 34 per cento della popolazione carceraria è detenuta per violazioni della legge sulle droghe, quasi il doppio della media europea. Nel 2023, 10.697 ingressi in carcere sono stati causati dall’articolo 73, e più di 1,5 milioni di persone dal 1990 sono state segnalate alle prefetture per l’uso personale (art. 75). La giurisprudenza prova a correggere il sistema a piccoli passi - la Corte costituzionale ha aperto alla messa alla prova per i fatti di lieve entità - ma l’impianto repressivo resta intatto. Il dato più sorprendente, e forse più politicamente destabilizzante, è che anche in Italia il consumo giovanile ha registrato un lieve calo nell’ultimo anno (dal 22 per cento al 21 per cento tra i 15-19 anni). Dunque, un proibizionismo ad alta intensità penale e una legalizzazione controllata producono lo stesso esito sanitario: stabilità o calo dei consumi. Il che suggerisce che la variabile determinante non è la legge penale, ma il contesto sociale, educativo, culturale. La domanda, a questo punto, non è ideologica ma amministrativa: che cosa ottiene l’Italia criminalizzando ciò che altri paesi gestiscono come fenomeno sociale? Il nostro sistema spende risorse pubbliche per perseguire comportamenti non violenti, riempie le carceri, ingolfa le procure, e alimenta un mercato nero che vale tra i 6 e i 9 miliardi di euro l’anno, ricchezza che scorre diretta verso le organizzazioni criminali. L’esperienza tedesca non offre un modello perfetto né immediatamente trasferibile. Ma indica una verità di cui la politica italiana continua a non farsi carico: la repressione non riduce i consumi. Aumenta solo i costi collettivi. E oggi abbiamo dati, non opinioni, per dirlo. Venezuela. Liberati 99 detenuti ma Trentini resta in carcere. La famiglia: è l’ora di insistere di Giuliano Foschini La Repubblica, 27 dicembre 2025 Un delegato Onu in missione a Caracas consegnerà al presidente Maduro una lettera firmata dalla madre di Alberto. Ne hanno liberati 99. Hanno spulciato le liste fino a tarda notte nella speranza che quel nome ci fosse. E invece no: il centesimo non c’è. Alberto Trentini resta in carcere, per il momento, ostaggio più che prigioniero del governo venezuelano. Ieri il governo di Caracas ha annunciato la liberazione di 99 prigionieri politici arrestati dopo le proteste seguite alle elezioni presidenziali del luglio 2024, segnate dalla contestata riconferma di Nicolás Maduro. Le scarcerazioni sono avvenute tra la notte di Natale e il giorno successivo e riguardano persone arrestate durante e dopo le manifestazioni scoppiate contro l’esito del voto. Secondo le autorità di Caracas si tratta di un provvedimento legato al riesame delle posizioni giudiziarie di alcuni detenuti. “Un regalo di Natale”, hanno detto gli uomini di Maduro, che stanno cercando di ricostruire un profilo anche internazionale nel momento di massima pressione nei rapporti con gli Stati Uniti. Nell’elenco dei liberati non compare Trentini, cooperante italiano detenuto da oltre un anno senza alcuna ragione concreta. La sua detenzione - questo ormai è chiaro - è legata unicamente al fatto di essere un cittadino italiano ed europeo, utilizzato come leva di pressione nei confronti dei governi occidentali. Trentini è stato arrestato il 15 novembre 2024 mentre viaggiava da Caracas a Guasdualito, nello Stato di Apure. Un fermo a un posto di blocco, senza spiegazioni, seguito dal trasferimento in diverse strutture e da settimane di isolamento totale. Ora è a El Rodeo I, a pochi chilometri dalla capitale: la prigione dei detenuti politici, più volte oggetto di denunce da parte di organismi di controllo internazionali. Sovraffollamento, forti restrizioni ai contatti con l’esterno, difficoltà nelle comunicazioni, accesso limitato all’assistenza legale. E ancora: botte, torture bianche, carcerieri che si fanno chiamare Hitler. “Ecco perché confidiamo che il nostro governo, la nostra diplomazia non si facciano scappare anche questo treno, facendo inserire nelle liste delle persone che devono essere liberate in questi giorni il nostro Alberto”, dichiara l’avvocata Alessandra Ballerini a nome dei familiari. Nei giorni scorsi, a casa Trentini, è arrivata una telefonata dal Quirinale. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha voluto parlare direttamente con Armanda Trentini, la madre di Alberto. “Forza, non perdete la speranza: l’Italia è con Alberto. E con voi”, le ha detto. Un gesto che la famiglia ha definito di grande valore umano ma anche istituzionale, perché ha ribadito che il caso Trentini resta una priorità per lo Stato italiano. “È stato un segnale importante per il nostro Paese e anche per gli altri Paesi: Alberto non è solo in quel carcere, con lui c’è tutta l’Italia”, spiega Ballerini. Sul piano diplomatico, la situazione resta in evoluzione. Dopo una fase di trattativa che aveva portato alle prime telefonate con la famiglia e a una visita consolare, il dialogo si è nuovamente rallentato. Alcuni mediatori avevano assicurato uno sblocco della vicenda. Poi il passo indietro, dovuto forse all’inasprimento delle tensioni tra Venezuela e Stati Uniti. In questi giorni è in missione a Caracas un delegato delle Nazioni Unite, l’ambasciatore Alberto López, che sta incontrando le autorità venezuelane e consegnerà al presidente Maduro una lettera firmata dalla madre di Trentini. “Alberto era in Venezuela per aiutarvi. Vi prego - ha scritto - concedetegli la libertà e fatelo tornare a casa da noi”. Nigeria. L’unica “democrazia” è la violenza: colpisce tutti, ricchi e poveri di Andrea Spinelli Barrile Il Manifesto, 27 dicembre 2025 Secondo l’Indice globale del terrorismo 2025 la Nigeria è al sesto posto tra i paesi più problematici al mondo. Era all’ottavo posto l’anno scorso e l’anno ancora prima ed è vero che la situazione è andata peggiorando. Se da un lato i numeri macroeconomici raccontano un paese dall’economia esplosiva e con una classe media in costante aumento (la megalopoli di Lagos oggi conta oltre 20 milioni di abitanti, nel 1960 meno di un milione), dall’altro quei numeri non rendono giustizia alla realtà, quella in cui la ricchezza non viene distribuita in maniera equa. La violenza invece è democratica e colpisce tutti, con i problemi che ne derivano: secondo l’Ufficio nazionale di statistica, tra il 2023 e il 2024 la Nigeria ha registrato 614.937 omicidi e oltre 2,2 milioni di rapimenti, una vera e propria industria del terrore capace di generale 1,3 miliardi di dollari solo in riscatti. L’1,1% delle famiglie nigeriane ha subito un rapimento denunciando l’episodio alla polizia (cifra che sale al 4,1% nelle aree rurali del nord) e se c’è qualcosa che viene veramente distribuito equamente nel paese africano, la livella di Totò che riguarda tutti, potenti e fantasmi, ricconi e poveri in canna, questo è proprio la violenza. Nessuno spazio, che sia familiare, pubblico, tradizionale o religioso, è più al sicuro in Nigeria, un problema talmente stratificato nel tempo che lo Stato nigeriano non sa più cosa fare. La pressione dell’esercito sugli storici “santuari” del nord del Paese ha provocato la migrazione verso sud dei gruppi armati. Oggi Zamfara, Katsina e Sokoto non sono più le capitali del terrore: lo sono le città satellite ai lussureggianti corridoi forestali (impenetrabili, quindi indifesi) che collegano gli stati di Kebbi, Niger, Kwara e Kogi, il “Triangolo del terrore”, lo chiamano i giornali in Nigeria. Il 91% dei rapimenti avviene a scopo di estorsione sotto forma di denaro, beni o altri benefici, il 2,4% dei casi di rapimento viene attribuito a obiettivi politici, criminali o terroristici, il 2,1% a controversie personali o familiari. Se da un lato il paese ha la capacità di offrire il proprio intervento militare all’amico e vicino Benin, colpendo i militari golpisti con veri e propri bombardamenti aerei, chirurgici e in piena città, dall’altro fa fatica a fronteggiare il nemico interno e il motivo è molto semplice: non è un nemico solo. Sono decine, probabilmente centinaia, i gruppi armati che, per ragioni diverse (business, religione, potere “mafioso”), proliferano in Nigeria: in un recente intervento presso il Government College di Ibadan, il premio Nobel nigeriano Wole Soyinka ha detto che l’insicurezza è diventata così pervasiva nel tessuto nazionale che le scuole dovrebbero iniziare a insegnare la “consapevolezza della sicurezza” come materia formale: come individuare i pericoli, gli informatori, sopravvivere ai rapimenti e come nascondersi dagli uomini armati. Oggi i gruppi armati sono alle prese con una notevole crescita su modello capitalistico: ci sono gruppi dotati di droni di sorveglianza, che vengono lanciati sui villaggi prima di razziarli, un avanzamento tecnologico che ha dei costi importanti e che ha alzato il livello dello scontro. Servono più soldi per comprare più droni per fare più soldi e comprare altri droni. A ottobre l’esercito nigeriano ha ammesso che i gruppi armati hanno più volte utilizzato droni armati, lanciarazzi e altre armi moderne per attaccare le truppe dell’esercito nello stato di Borno, una consapevolezza a cui non segue un’adeguata preparazione delle truppe. A fine novembre, il governo ha dichiarato lo stato d’emergenza nazionale. Uganda. Il grande sbaracco di Edoardo Albinati e Francesca D’Aloja La Stampa, 27 dicembre 2025 In Uganda il taglio dei fondi americani sta provocando un silenzioso genocidio dei poveri. Il racconto in presa diretta tra chi vede sparire infermieri, insegnanti, il cibo dalla tavola. In Uganda ci si va principalmente per vedere i gorilla. E infatti a dare il benvenuto ai passeggeri appena sbarcati dall’aereo c’è un enorme scimmione in gesso dall’espressione sconsolata. Chissà se i turisti che lasciano velocemente l’aeroporto di Entebbe per raggiungere le loro mete ricordano gli avvenimenti che resero famoso questo piccolo scalo dell’Africa orientale mezzo secolo fa. “Operazione Thunderbolt” venne denominato lo stupefacente blitz compiuto nel 1976 da un commando israeliano capitanato da Yonatan Netanyahu (fratello di Bibi, morto durante l’azione) per liberare i 105 passeggeri di un volo decollato da Tel Aviv e dirottato in Uganda da un gruppo di terroristi palestinesi. A testimonianza della vicenda, al margine delle piste, restano gli scheletri dei Mig della flotta aerea ugandese dati alle fiamme dagli israeliani per rappresaglia contro l’allora dittatore Idi Amin Dada, ritenuto complice dei palestinesi. Noi siamo qui per ragioni che poco hanno a che fare con il turismo. Proveremo a raccontare gli effetti dei tagli agli aiuti umanitari (non ne parla mai nessuno), e che provocheranno vittime più di qualsiasi guerra in corso. Edoardo Albinati - È singolare il destino di alcuni paesi africani: se sono pacifici e accoglienti nei confronti di chi fugge dai paesi confinanti (sempre in guerra), a qualcuno ogni tanto viene la bella pensata di spedirci i propri ospiti indesiderati. Quando era premier, Boris Johnson voleva deportare gli immigrati clandestini in Ruanda; e secondo uno dei folli piani per svuotare la striscia di Gaza dai suoi abitanti, l’Uganda avrebbe dovuto prendersene un bel po’. Oggi nel paese ci sono quasi due milioni di rifugiati, metà dei quali proveniente dal Sud Sudan in fiamme, gli altri perlopiù dalla Repubblica Democratica del Congo (DRC, la sigla con cui in fretta si snocciolano i numeri degli arrivi), vale a dire ben duecentomila in più che nel 2024. Di loro principalmente si prende cura l’Alto Commissariato ONU per i Rifugiati, l’UNHCR. Francesca D’Aloja - L’indomani del nostro arrivo lasciamo Kampala, per raggiungere il settlement Kyaka II, circa 250 km a ovest dalla capitale. Una distanza che copriremo in oltre sei ore di automobile lungo strade sterrate, attraverso villaggi tristemente uguali e prospettive di piantagioni di banani e foreste di bambù alternati a eucalipti dai tronchi affusolati. Sfilze di bottegucce impolverate dalla terra color ruggine sollevata dai mezzi in transito, perlopiù camion e motociclette sgangherate con almeno tre passeggeri in sella. Come sempre mi stupisco dell’impareggiabile capacità di accrocco degli africani, abili nel tirar su improbabili costruzioni con materiali di recupero talvolta ingentilite dal tocco naïf di qualche spennellata, una scritta, un disegno, un fiore. Ripetitiva anche la merce esposta: banane, tuberi e cocomeri insieme a una impressionante offerta di pesanti letti in legno, presumibile prodotto di punta del commercio locale, esposti sul ciglio della strada accanto a pile di materassi in lattice, come un assurdo dormitorio all’aperto. Edoardo Gli ugandesi sono campioni mondiali di trasporto su due ruote: ho visto un motociclista che reggeva in verticale un palo lungo almeno cinque metri, uno sepolto in mezzo a otto materassi, e altre sculture semoventi dove si contavano fino a dodici taniche o dieci caschi di banane, e persino un portoncino di ferro di traverso sul serbatoio. Francesca I manifesti elettorali per le prossime presidenziali sono appesi ovunque. Dai pali della luce ai rami degli alberi penzolano i faccioni inutilmente sorridenti dei candidati, sovrastati per numero e dimensioni dai giganteschi poster dell’anziano Yowery Museveni, “The President With The Hat” (non si separa mai dal suo cappello giallo a larghe falde), al potere dal 1986 e intenzionato a non mollare, nonostante l’età. Edoardo Un giornale evidentemente filogovernativo (ma ne esistono, mi chiedo, che non lo siano?) esalta l’arte di Museveni di lavorare coi suoi oppositori politici (o lavorarseli?), per esempio, “perdonandoli”. Cioè, dopo che si son fatti qualche anno di galera, lui li libera e li associa al regime, assegnandogli posti di potere, ministeri, posizioni chiave nella nomenclatura. E così si garantisce una continuità di governo che ormai dura da quarant’anni. Il sistema pare funzioni. Il giornale la chiama “riconciliazione”. Ma c’è libertà di stampa, e libertà in generale?, domando a un addetto ai lavori. La sua risposta è vaga quanto eloquente: “Well… yes and no”. Francesca L’insediamento Kyaka I è chiuso da anni: vi soggiornavano i ruandesi fuggiti dalla guerra civile e dal genocidio degli anni ‘90, costato tra 500.000 e un milione di morti. A Kyaka II, quel che vediamo non è un’infinita distesa di tende appiccicate una all’altra. Ai rifugiati viene infatti assegnato dal governo un lembo di terra da coltivare e i materiali necessari per costruirsi autonomamente delle casette le cui dimensioni dipendono dal numero di familiari (max 30 mq). Non immaginatevi però cemento e mattoni, qui le abitazioni sono fatte perlopiù di fango, fragili tetti di paglia, e assenza di pavimentazione e servizi igienici. Le dimensioni sono quelle di una rimessa per gli attrezzi, ma per chi fugge da una guerra e ha perso tutto, quel rifugio e soprattutto questo paese, la disponibile Uganda, rappresentano la salvezza. Tutt’intorno alle casette spuntano piante di fagioli e mais, qualche banano, e becchettano i polli. La superficie dell’insediamento è di 80 chilometri quadrati, con 26 villaggi nei quali vivono circa 136. 000 persone, in maggioranza rifugiati con una piccola percentuale di richiedenti asilo. L’ 80 per cento sono donne e bambini provenienti per la quasi totalità dalla Repubblica democratica del Congo, devastata da decenni di conflitti. I sudanesi invece entrano dal confine settentrionale: e sono oramai più di un milione. In Uganda ricevono documenti di identità che attestano lo statuto di rifugiati e viene loro concessa libertà di movimento in tutto il paese, senza restrizioni, con gli stessi diritti di qualsiasi cittadino ugandese, compreso quello di frequentare le scuole locali, e forse solo da questo dettaglio si può capire come il concetto di accoglienza (ma sarebbe forse più corretto utilizzare il termine brotherhood, fratellanza), sia qui esplicitato alla lettera. E di nuovo, come accadde qualche anno fa in Niger, mi ritrovo a considerare il paradosso secondo il quale più un paese è ricco e meno è disposto ad accogliere, meno dispone di mezzi e più si dimostra, diciamo così, generoso. Edoardo L’ufficio dell’UNHCR di Kyaka II è capitanato da una keniota esplosiva, Esther, di formazione avvocato, che ha visto il suo staff ridursi del 30% negli ultimi mesi, ma, dice, “inutile fare la lagna, dobbiamo lavorare il doppio senza lamentarci ma soprattutto senza ucciderci… perché se ci uccidiamo, poi non potremo lavorare!”, una conclusione tanto ovvia quanto saggia, il burn-out è in agguato in queste operazioni dove si spremono fino all’ultima goccia le risorse materiali, spirituali, emotive. Il sovrappopolamento della zona ha costretto il governo ugandese a restringere il pezzetto di terra concesso ai rifugiati: prima era 50 metri per 50, ora 30 per 30, e si teme che i metri prima o poi si ridurranno a piedi. Francesca Incontriamo il responsabile governativo, Prime Minister Officer, che ci illustra, sussurrando, dati, percentuali e soprattutto gli effetti nefasti dei recenti tagli agli aiuti da parte degli Stati Uniti (per tutta la durata del nostro soggiorno faremo un notevole sforzo di attenzione per decifrare ciò che ci verrà detto in un inglese appena comprensibile pronunciato con un filo di voce. Da queste parti tutti sussurrano, bisbigliano). Conclude dicendo: “Capirete meglio con i vostri occhi”. La Sweswe Primary School è situata su un vasto, arido campo di terra. Gli edifici, rettangolari casermoni con molte finestre prive di infissi, ospitano un numero impressionante di bambini. Le classi dovrebbero accogliere al massimo cinquantatré alunni, invece ne contengono più di duecento ciascuna, per carenza di insegnanti. Bambini dai cinque agli otto anni stanno stretti uno accanto all’altro, ne contiamo sei per banco. Sarebbe una bellissima aula dove poter studiare, con le alte capriate in legno e le pareti gialle ricoperte di disegni, ma riesce difficile ipotizzare la possibilità di apprendimento in queste condizioni nonostante l’impegno eroico dell’unico maestro, concentrato più che altro a mantenere l’ordine (anche se salta agli occhi la disciplina e la quiete di questi bambini, una caratteristica che li distingue in maniera esemplare e che noterò ovunque: nelle strade, all’interno delle loro abitazioni, in braccio alle loro madri. Non urlano, non piangono, non fanno capricci). Ci accolgono agitando le manine e cantano in coro: “Flowers, flowers for you!”. Edoardo La paga del maestro si aggira sui 110 dollari al mese. Quelli che qui insegnano ai sordomuti sono a loro volta sordomuti. Purtroppo dopo la riduzione dei fondi, la scuola non può più permettersi di pagare insegnanti di sostegno, e i bambini con varie disabilità, fisiche o mentali, qui sono un centinaio. Ne incontriamo una mezza dozzina per chiacchierare un po’ all’ombra di una magnolia, durante la ricreazione, e a parte un ragazzo senza gambe in sedia a rotelle, degli altri non capiamo a prima vista a cosa si deve il loro essere umpaired, non alla pari con gli altri. Di altri invece che girellano barcollando in ricreazione sono evidenti gli handicap. Tutti all’unanimità desiderano continuare gli studi, le ragazzine da grandi vorrebbero fare le infermiere. Sussurrano, appena percettibili, timidissime, e dallo sguardo fisso nel vuoto di una di loro, dal timbro atono della sua voce, ricavo una frettolosa e mi auguro errata diagnosi di autismo. Francesca Lascio la scuola con uno spirito tutto sommato sollevato, quel che ho visto fin qui, pur con tutte le difficoltà evidenti, emana un’energia positiva, sarà perché la forza dei bambini è contagiosa, ma insomma, per un momento mi è sembrato che le cose potessero girare per il giusto verso. Mi è bastato poco per rimangiarmi tutto. Janine ha 33 anni ed è bellissima. Da bambina ha visto morire suo padre, ucciso con un colpo alla testa dai ribelli, i gruppi paramilitari responsabili di esecuzioni sommarie, stupri e reclutamento forzato di minori. Per il trauma, la madre, incinta, fugge lasciandola in affidamento alla nonna. A 17 anni Janine viene rapita e violentata andando incontro a un destino comune a una moltitudine di ragazze congolesi, senza dubbio le più colpite, insieme ai loro bambini, dalla violenza. Basti pensare che il 70 per cento delle donne che arrivano qui ne sono state vittime. Edoardo L’uomo che l’ha stuprata è poi diventato suo marito, inutile dire quanto brutale, e lei racconta tutte le volte che ha minacciato di strangolarla o di tagliarle la testa col machete. Poi quello è sparito e si è risposato con un’altra, ma lei, in fondo, ne sembra sollevata. L’uomo non viene mai a trovare i bambini, i suoi figli, d’altronde è meglio così. Janine ne aveva sei, uno però le è morto, ed è sepolto qui accanto, tra le piante di mais e di fagioli. Dice che è stato avvelenato da qualcuno: vomitava cibo non cucinato da lei. Della medicina ufficiale molti congolesi non si fidano, preferiscono le cure tradizionali, i rituali magici. Mentre Janine parla osservo delle magre gallinelle legate per una zampa ai pali della tenda, affinché non fuggano. Raspano la terra con la zampa libera. Francesca Un destino di violenza anche per Diana, ventuno anni, che incontriamo poco dopo. Ci aspetta di fronte alla sua casetta, ottenuta grazie a un partner di UNHCR, l’associazione ADRA che si occupa di fornire assistenza a persone “with special needs”. Tiene in braccio un bimbetto di un anno dal quale non si staccherà mai durante il nostro incontro. Condanna e salvezza della sua vita, il piccolo è frutto di uno stupro subito da Diana poco dopo il suo arrivo a Kyaka, quando credeva di essersi messa in salvo da questo genere di soprusi. Già a sedici anni, durante la fuga dal suo paese, era stata abusata. I suoi occhi, ancora pieni di terrore, sono più eloquenti delle parole che ascolteremo. Le chiedo se adesso, finalmente, ritiene di sentirsi al sicuro e quali sono, se ne ha, le sue aspettative per il futuro. Risponde che sì, si sente al sicuro (anche se immaginarla sola, con un bambino, in questa minuscola casetta senza elettricità, mette i brividi), e che spera di poter riprendere gli studi e guadagnare a sufficienza per mantenere suo figlio. Ha seguito dei corsi professionali, rudimenti per un possibile futuro: ora, grazie ad ALIGHT (altro partner UNHCR) ha imparato a cucire e impastare il pane. Dice di essere ottimista nonostante i suoi occhi esprimano una tristezza totale, invincibile. “Vuoi restare qui o pensi di tornare un giorno nel tuo paese?”. Fa sì con la testa e un no deciso riguardo alla seconda domanda. In Congo non ha più nessuno, la sua famiglia è stata sterminata e il solo fratello sopravvissuto è disperso. Mentre parla accarezza i piedini di suo figlio. Rimango atterrita di fronte a questo amore incondizionato capace di cancellare le circostanze che hanno dato vita al suo bambino, un atteggiamento che avevo riconosciuto anche in Niger, parlando con alcune ragazze appena liberate dalle carceri libiche, anch’esse abbracciate a bambini nati dalla violenza. È una grandezza che mi sfugge e che, con un azzardo di cui mi pento, cerco di approfondire chiedendole come si fa ad amare in quel modo così puro. Diana comincia a piangere e io mi sento un’idiota. Fra me e lei c’è un abisso sul quale non sarò mai capace di affacciarmi, e ancora una volta, dopo tanti viaggi simili a questo, provo quella strisciante sensazione di colpevolezza per aver avuto la sorte di nascere in luoghi che ti consentono, senza il minimo ritegno, di lamentarti per un cappuccino non sufficientemente caldo o per la fila all’ufficio postale. Quel groppo in gola che l’operatore umanitario, così come un medico di fronte al malato, impara a inghiottire per non soffocare, io non so ancora superarlo. Prima di congedarci Diana ci invita a entrare nella sua casa: all’interno di quegli otto metri quadri non c’è nulla oltre un pagliericcio su cui dormire. Nulla di più. Mentre ci avviamo alla macchina, il nostro referente dell’UNHCR, Frank Wasilimbi, che ci accompagnerà per tutto il viaggio, vedendomi con gli occhi pieni di lacrime commenta, con la mesta consapevolezza di chi ha a che fare con questo tutti i giorni: “She is just one of a thousand”, è solo una di migliaia. Edoardo: Mentre Francesca parlava con la ragazza, e lei piangeva, e piangeva pure Francesca, io mi annotavo dettagli secondari. Diana aveva ai piedi ciabatte di almeno tre taglie più grandi; l’aria era piena di zanzare; la vicina di casa spaccava la legna con un’ascia dal manico lungo un metro; Diana si mordeva le labbra per controllarsi, mentre raccontava che il sole non era ancora sorto, e per questo non ha potuto riconoscere il suo stupratore; il canto fastidioso di un gallo lì vicino copriva parte della conversazione; alcuni bambini tra le case palleggiavano, in mancanza di meglio, con un sacchetto di plastica nera. Il vento certo non li aiutava. Nelle foto di congedo, sulla porta di casa, Diana ora finalmente sorride, Francesca no, è troppo scossa. Francesca: La breve pausa pranzo, nel compound UNHCR, si svolge di fronte a un televisore con le immagini dell’imminente liberazione degli ostaggi israeliani. I toni trionfalistici di Trump e Netanyahu accompagnano i nostri bocconi amari. Molti uffici sono vuoti, l’agenzia quest’anno ha ricevuto sì e no la metà dei finanziamenti dell’anno scorso. Edoardo: Alcune delle piccole agenzie o imprese che visitiamo sono iniziative dei rifugiati stessi. Una di queste, nel nome della sostenibilità, l’ha fondata l’ingegnoso Solomon, che si vanta di essere riuscito a entrare nell’Università di Makerere dove i posti erano tre per sessanta candidati. La sua start-up ricicla l’immondizia e sforna cilindretti neri (“brickets”) da utilizzare al posto del carbone, che vengono impacchettati in sacchi da 5 a 50 chili. Sul prototipo di fornello da campo di sua invenzione soffia una ventola riciclata dal rottame di un pc, a sua volta collegata a una batteria. Da buon imprenditore (ha già sei persone che lavorano per lui) è impegnato in uno studio di “beautification” (!) del suo articolo, che, in effetti, così come lo vediamo, è ancora un simpatico ma poco attraente accrocco. “Let the product sells itself!”, lascia che il prodotto si venda da solo. Solomon ha anche realizzato, in colori vivaci, i primi cassonetti per la differenziata, il problema resta come raccoglierla non avendo un camion. Presso un’altra agenzia, RESDA, stanno costruendo una serra e degli interessanti “Tower Garden”, cioè orti cilindrici che si sviluppano in altezza, e dalle cui pareti di juta sbucano lateralmente ciuffi di verdure. Usano come fertilizzanti sterco di vacca, carbone e bucce di banana. Forniscono gli utensili necessari a piccole coltivazioni, di cavolo, spinaci, carote, cipolle, melanzane. Nel cortile sosta un gruppetto di ragazze con addosso una maglietta rosa, le quali stanno aspettando il diploma e un premio per aver seguito un corso di sartoria. Francesca viene invitata a effettuare la premiazione, in quanto ospite speciale: peccato che un istante prima sia inciampata finendo dritta contro un muro. Tuttavia non si sottrae al compito e, sanguinante, consegna alla prima diplomata una macchina da cucire Singer vecchio modello, tra gli applausi. Francesca Temo di essermi rotta un dito, contro quel muro, e finisco nel presidio medico di Kyaka per farmi visitare da Emmanuel, il dottore che lo dirige. Di fare una lastra non se ne parla, Emmanuel va in farmacia poi torna con un tubetto di balsamo di tigre (!) per sgonfiare l’ematoma. Non ha altro da offrire, i medicinali veri e propri scarseggiano. Gli chiedo allora se possiamo fare un giro per il piccolo ospedale. Anche qui, il personale è stato dimezzato per carenza di fondi. Medici, ostetriche e infermieri non superano le cinquanta unità. La prima emergenza sanitaria è la malaria, ma vista la maggioranza femminile, il reparto maternità è il più affollato. Cammino fra i letti occupati da ragazze giovanissime in attesa di partorire. Nel reparto a fianco le donne che hanno fatto ricorso al cesareo mi fanno un cenno di saluto con espressioni doloranti. Qui nascono 400 bambini al mese, le ostetriche sono dodici, e di infermiere ne conto solo due. Edoardo Emmanuel ha studiato medicina in Belgio, ad Anversa. È balbuziente in modo grave e i suoi sforzi per illustrarci le attività del centro, già commoventi per il loro contenuto (posso dirlo? sforzi eroici), fanno venire agli occhi lacrime di pena, rabbia, e involontaria, irresistibile comicità. Dev’essere enorme la frustrazione di un medico quando il suo paziente si aggrava senza che a lui sia stato possibile curarlo, cioè semplicemente dargli il farmaco necessario, del valore di qualche dollaro. “Vengono qui, chiedono aiuto, e tu non hai quasi nulla da offrirgli”. Restare fedeli al giuramento di Ippocrate, ad ogni costo. L’UNHCR ha il compito di coordinare questi sforzi compiuti da una miriade di agenzie piccole e grandi, locali e internazionali. Sono più di quaranta, solo a Kyaka, e tutte indistintamente patiscono i tagli finanziari alle loro attività. In queste lunghe giornate ugandesi verremo affiancati da infaticabili ragazzi (e soprattutto ragazze, le quali normalmente parlano un inglese impeccabile, al contrario dei loro colleghi maschi il cui accento spesso stentiamo a decifrare) con le pettorine istoriate da sigle che sarebbe giusto qui illustrare per esteso, ma non c’è tempo, e spazio, e nemmeno voglia. Eccone un nudo e incompleto elenco: Finn Church Aid, Alight, TPO, RESDA, Live in Green, GIVE, Medical Team International. Francesca All’esterno, una fila ordinata di donne in attesa della somministrazione dell’antitetanica. Siringhe e fialette sono poggiate su un tavolo da biliardo in disuso. Edoardo Da Kyaka, in due ore di sterrato in parte fangoso + due ore di asfalto perlopiù decente (il nostro autista, Samuel, guida come un campione di videogame, schivando ostacoli in scioltezza) si arriva a Mbarara, attraversando monotoni villaggi con le solite merci esposte lungo la strada: oltre alle cibarie, gli onnipresenti letti matrimoniali, portoncini e cancelli di ferro di tutte le fogge, mazzi di taniche, e artistiche piramidi di piastrelle e mattoncini. Il gusto decorativo applicato a povere cose, lo struggente abbellimento del miserabile: e nel caos complessivo, esempi di squisito ordine formale come quello cui vengono impilate le cataste della legna. Il mezzo più diffuso sono le motociclette, ma la più parte non circola, e serve piuttosto a starci seduti sopra o sdraiati, a schiacciare pisolini. E poi, delle stupefacenti biciclette tutte di legno, comprese le ruote, e prive di pedali, che occorre infatti spingere a mano, e ai cui lati sono appesi, a quintali, sezioni di tronchi d’albero o sacchi di patate. Francesca Tutt’intorno papiri, magnolie, banani e fiori fosforescenti. E lungo la strada, bottegucce con insegne grandiose: Success, Versace, Deluxe Pub, Eden, Victory. E ancora manifesti elettorali, appiccicati sugli alberi, sulle porte delle case, sui serbatoi delle moto. Edoardo Nel distretto di Mbarara dall’inizio dell’anno sono arrivati 50.000 rifugiati, o meglio questa è la cifra di quelli che si sono registrati presso l’UNHCR, ma potrebbero essere forse 20.000 in più, e quello di Nakivale (a circa un’ora da Mbarara) è solo uno dei 13 insediamenti in Uganda, il più antico, risale al 1958. A oggi ci vivono 270.000 rifugiati, di cui tre quarti sono donne e bambini. Nel frattempo, dalla Repubblica Democratica del Congo piovono, di ora in ora, le agenzie con le notizie di scontri e bombardamenti, che lasciano immaginare nuovi flussi di gente in fuga. Si calcola a spanne quanto tempo ci vorrà perché arrivino qui. Le sigle dei gruppi paramilitari coinvolti: M23, ADF, FARDC, ma ce ne sono altri cento in Congo, armati fino ai denti. Visitiamo il Kabazana Reception Center, oggi la situazione è tranquilla: nelle ultime due settimane sono arrivate “solo” 315 persone. Ma tra il marzo e il maggio scorso c’è stato il picco, ne arrivarono ben 40.000, di cui 8.000 in un giorno solo! Francesca Brigitte è arrivata il maggio scorso con i suoi otto bambini, l’ultimo dei quali le sta abbarbicato al collo mentre mi racconta la sua storia. Presto se ne aggiungerà un altro, è incinta di cinque mesi ma questa volta il padre non sa chi sia. I primi figli li ha avuti da un uomo che era stata costretta a sposare, poi lui è morto ed è rimasta sola. Il copione è sempre lo stesso, le donne che ho incontrato, ma anche quelle che non ho conosciuto, sono accomunate dalla sistematica privazione dei diritti indispensabili, primo fra tutti quello di essere amate. Quel sentimento, di cui mai sono oggetto, lo riversano sui figli, unica possibile espressione d’amore. Edoardo Mi presentano una dozzina di rifugiati provenienti dal Transit Center presso il confine. Tranne uno, sono tutti congolesi. Leticia ha vent’anni, è elegantissima in un abito plissettato nero, a dispetto della polvere che lo ricopre dalla vita in giù: scoppia a ridere quando le spiego l’etimologia latina del suo nome, che il suo aperto sorriso appunto conferma. Eppure la sua vicenda personale non è allegra neanche un po’: gli assalitori sono piombati in casa sua nel cuore della notte (“thiefs”, ladri, traduce l’interprete, ma oramai è chiaro che una netta distinzione tra ribelli, miliziani, predoni, soldati o classiche bande criminali è quasi impossibile, almeno nel racconto delle vittime), “ci hanno preso tutto - dice - hanno violentato mia madre…” (e qui trattengo il fiato figurandomi la scena). Dopodiché nel buio i membri della famiglia sono scappati in tutte le direzioni e il nucleo si è disperso: Leticia assieme a cinque tra fratelli e sorelle da una parte, la madre abusata, insieme a due bambini, da un’altra, il padre con un figlio chissà dove. Di questi ultimi la ragazza non ha più saputo nulla, mentre con la madre si è ricongiunta, ora anche lei in salvo nel Reception Center. Al suo paese Leticia lavorava come sarta: “Se solo avessi una macchina da cucire, riprenderei”. Magari una delle Singer d’annata che abbiamo visto distribuire in premio a Kyaka. A una di queste donne gli uomini armati hanno ordinato di avere un rapporto con suo fratello. Un altro rifugiato solleva il pantalone e indica lo squarcio lungo un palmo, coi bordi divaricati, cicatrizzati male, di un colpo di machete. Ma perché, che aveva fatto? Niente, non aveva più soldi da dargli. Quindi hanno abusato di sua moglie. Mukize aveva nove figli, gliene rimangono sette: il marito e i due figli più grandi li hanno picchiati e portati via, e lei non ne ha saputo più nulla. A Robert Kamuntu, di Bukavu, hanno ammazzato il padre. I familiari (tra cui una nonna ottantenne) sono fuggiti in barca attraversando il lago Kivu fino a Goma, dopodiché il gruppetto ha guadagnato avventurosamente il confine con l’Uganda a bordo di cinque moto, ma per pagarsi il transfer hanno finito i soldi. Lo schema è sempre quello: il buio, total black, della notte africana, l’irruzione nel villaggio di bande armate, uomini mai visti prima - dopodiché minacce, botte con il calcio dei fucili, rapina, stupri, esecuzioni a freddo, rapimenti… quindi la fuga dei superstiti verso l’Uganda. Uno di loro sembra ansioso, smanioso di parlarmi: è uno studente di legge di Bukavu, il cui nome, Patient, suona programmatico. Gli assalitori li chiama “banditi”, erano armati fino ai denti coi fucili che i ribelli in fuga avevano abbandonato. Non riuscendo a penetrare nel compound, per rabbia hanno sparato a raffica attraverso il muro di cinta, uccidendo due bambini. Poi, a parte, in francese, Patient mi sussurra che potrebbe aggiungere “dettagli significativi” alla sua storia che ora evidentemente non se la sente di raccontare davanti agli altri. Me li scriverà via email. Si lamenta che anche all’interno del campo c’è qualcuno che taglieggia gli altri rifugiati. Resto impressionato dal suo eloquio, in un francese quasi accademico. Comunque sia, nessuno si sogna di tornare indietro. Dunque, se questa gente accetta condizioni di esistenza così grame, vuol dire che ciò da cui è fuggita era davvero l’inferno. Nei loro racconti stiamo trovando purtroppo molte conferme. Francesca: “Unaccompanied Minors” è la formula intraducibile che indica bambini e ragazzini senza genitori: o perché orfani, o perché abbandonati, o perché i genitori se li sono persi per strada fuggendo. Pare che in tutta l’Uganda ce ne siano addirittura cinquantamila. Bambini soli? Ecco, li chiamerò così. Ne incontriamo una trentina, a occhio tra i cinque e i quindici anni. Raccontano le loro storie come filastrocche, seduti davanti a noi, quasi tutti dondolando i piedi tra le gambe della sedia. Non facciamo che scambiarci sorrisi d’intesa. Su una parete alle loro spalle, spicca un foglio bianco con su scritto, a mano: “Choose optimism”, scegli l’ottimismo. Se gli chiedi cosa vogliono, cosa desiderano per il loro futuro, quasi tutti rispondono: studiare. “Education is life saving as well as food”, l’educazione è come il cibo, ti salva la vita. In Uganda è stata approntata una “Foster Bank”, ovvero un archivio di potenziali genitori affidatari selezionati in base a requisiti di idoneità, il primo dei quali è: “compassion”. Ed è proprio questa l’inclinazione dimostrata dai genitori che ora incontriamo: la capacità di immedesimarsi nel dolore di bambini che hanno perso tutto e l’istintivo desiderio di condividere il calore di una famiglia, nonostante le ristrettezze economiche e le oggettive difficoltà di integrazione in nuclei familiari già numerosi. Alla domanda sul perché abbia deciso di adottare dei bambini, uno degli uomini presenti, già padre di quattro figli, dal viso virile e intelligente, risponde: “Love”. Ne ha adottati quattro, e se avesse più soldi, ci dice, ne accoglierebbe ancora. È una lezione di umanità quella che ci regalano gli uomini e le donne seduti di fronte a noi. Persone che non hanno avuto dubbi sulla scelta da prendere, anche quando si trattava di aggiungere tre, quattro posti a tavola. Fra loro c’è un ragazzone con i dreadlocks che ricorda Jean-Michel Basquiat. Indossa felpa e jeans e stringe una cartella di documenti da cui spuntano le classiche foto tessera. Credendolo un giovane papà gli chiedo quanti bambini ha accolto nella sua famiglia e mi risponde di essere venuto in rappresentanza di sua madre, affidataria di quattro bambini che lui stesso ha segnalato dopo averli visti, da soli. Lui, cresciuto senza un padre, si è identificato nella loro solitudine: “Non potevo abbandonarli”. Pare che qui sia molto frequente il caso di uomini che, semplicemente, mollano la famiglia, specie se numerosa e con figli piccoli, e non si fanno più vedere né sentire: alla prole ci penserà la madre rimasta sola. Edoardo: Ecco, l’incontro con i foster parents illustra perfettamente come la logica dell’altruismo solidale (e in realtà di qualsiasi legame sociale) si regga su un’ipotesi di reciprocità: io soccorro oggi qualcuno perché un giorno potrei aver bisogno io che qualcuno soccorra me. Semplicissimo. “Mi prendo cura di figli senza genitori, così se un domani tocca a me, di morire, qualcuno baderà ai miei figli”, dice una donna in realtà ancora molto giovane, con una stupefacente eppure pratica preveggenza. Francesca: Sparse qua e là per la piana, contrappuntate da termitai alti un metro e mezzo, le baracche dei “new arrivals” (i “nuovi giunti”, si direbbe nel gergo della galera) non sono molto più grandi del box di un garage. Alcune dalle pareti di fango, altre di mattoncini, e ricoperte a mo’ di tetto da teli plasticati dell’UNHCR e di altre agenzie. La parola più volte evocata qui è challenge, e forse non ne esiste una più appropriata. Tutto ciò che riguarda la vita di questa gente è un challenge, una sfida. Come quella che affronta Francine, che dorme da sette mesi sotto una tenda di fortuna insieme ai suoi sei bambini, in attesa di una piccola abitazione che un carpentiere le sta costruendo a pagamento. Il suo provvisorio riparo di teli di plastica sarà alto un metro e mezzo e lungo meno di tre. La notte, la sola luce di cui dispone è quella del suo cellulare. La sfida più grande qui è sapersi adattare al rifornimento bisettimanale di acqua, da spartire con tutti gli altri abitanti, ma anche la capacità di dimenticare le atrocità subite: “Non penso mai al passato, non potrei andare avanti altrimenti”. Intorno alla tenda ha piantato un po’ di mais. Edoardo: Ora a parlare è Alice, età indefinibile, e decidiamo di non chiedergliela. Sarà, alla fine, forse l’unica delle persone da noi incontrate che un po’ rimpiange la vita che ha lasciato. Mentre parla si stringe in grembo una borsetta screpolata simil-Gucci, alla maniera di una signora in autobus, chiaramente l’oggetto più prezioso di sua proprietà. Pudicamente si tira giù lo scialle a coprire ginocchia e gambe. La sua casa in Congo aveva quattro stanze ben pavimentate, non come qua che sotto i piedi hai la terra, fuori e dentro casa. Terra, terra ovunque, rossa, polverosa, pronta a tramutarsi in fango alla prima pioggia. Le mancano appunto la sua casa, gli amici, le conoscenze. Ma a parte questo rimpianto quasi borghese? Lo scenario del suo racconto si fa improvvisamente cupo. I soliti ignoti in patria l’hanno rapita e portata nel bush. Inutile dirlo, violentata. Quando è riuscita a liberarsi e a tornare a casa, l’ha trovata deserta, erano scappati tutti, e chissà quando e dove si riunirà ai familiari dispersi. Francesca: A giudicare dal signorile vestitino a fiori ormai consunto non riesce difficile immaginarsi l’interno della casa che ha dovuto abbandonare. Di certo qualche fiore si trovava anche lì. Edoardo: Insomma, tutto quello che fin qui c’è da capire si riassume in una formula semplice: negli ultimi cinque anni, la popolazione bisognosa è raddoppiata, gli aiuti dimezzati. O azzerati del tutto, come quelli ingenti che forniva USAID, agenzia umanitaria rasa al suolo dai provvedimenti del duo Trump-Musk, oppure che arrivano a singhiozzo dai donatori istituzionali, senza alcuna certezza che l’anno prossimo ci si potrà contare ancora (la Francia, per esempio, gira voce che nel 2026 non verserà un euro - proprio nel continente che per un secolo ha spolpato: e come garantire la continuità, poniamo, di un pronto soccorso se da gennaio di colpo ti ritroverai senza soldi per pagare medici e medicine?). Per fortuna la Comunità Europea attraverso il programma ECHO firma impegni triennali: almeno per un po’ quei fondi sono assicurati. Ma forse il taglio che fa più scalpore riguarda la lotta all’HIV, (qui è ancora un flagello) in cui gli Stati Uniti si distinguevano con un programma inaugurato, guarda un po’, da un presidente repubblicano, che tocca quasi rimpiangere, George W. Bush: oggi i farmaci che servono a contrastarlo (12 centesimi di dollaro al giorno per paziente) si vanno esaurendo. Non cito le proiezioni catastrofiche del numero di morti che saranno causati dalla policy trumpiana, perché fanno accapponare la pelle. Un genocidio dei poveri. Eppure, una politica estera degna di questo nome si dovrebbe fare non solo con le minacce militari o i dazi, ma anche col soft power degli aiuti umanitari. Altrimenti, lo scarso amore che più di mezzo mondo nutre verso gli USA si può star certi che non aumenterà. Francesca: I tagli alle risorse mettono le agenzie umanitarie di fronte a un’alternativa secca: o riducono gli aiuti a tutti (invece di 8 dollari - al mese, intendiamoci - te ne do solo 3) oppure restringono la platea dei beneficiari seguendo criteri sempre più severi. La torta (chiamiamola così, anche se suona come uno scherzo o una bestemmia) si è fatta piccolissima… Oltretutto, i locali che fino ad oggi erano stati molto accoglienti cominciano a mostrare segni di insofferenza, e ai nuovi arrivati tocca arrangiarsi per sopravvivere: le tensioni crescono con la diminuzione degli aiuti, pochi giorni fa una giovane rifugiata è stata uccisa dal proprietario di un campo per aver rubato un casco di banane. Edoardo Uno tra i tanti dolorosi esempi in carne e ossa lo incontro al Nakivale Health Center, finanziato in buona misura dall’UNHCR, ai cui servizi accedono 80.000 rifugiati e 35.000 ugandesi. Già nel foglio coi dati che il direttore sanitario, Justin Okello, mi porge, noto che i numeri dello staff che ci lavorava sono stati sbarrati e riscritti a penna, con una diminuzione media del 30%. Lo stesso discorso vale per i medicinali di base, molti dei quali stanno andando in stock out. E dire che qui nascono dai 60 agli 80 bambini a settimana, le partorienti arrivano da un raggio di cento chilometri, persino dal confine con la Tanzania, e vengono assistiti (fin quando sarà possibile…) 885 pazienti che hanno contratto l’HIV. L’esempio in carne e ossa si chiama Bonatira, trentacinque anni, scappata dal Ruanda nel 2001. Un volto severo e afflitto di Madonna dei Sette Dolori. Ha allattato la sua bambina, che ora ha un anno, fino ai cinque mesi, poi il latte le è mancato, la bambina ha iniziato a perdere peso e a essere sostenuta con bustine iperproteiche. Il suo grado di malnutrizione era moderato, ma quando a marzo, a causa dei tagli di cui sopra, le razioni di RUTF (Ready to Use Therapeutic Food) sono terminate, la bambina è deperita gravemente. Tre mesi praticamente senza mangiare, fino all’arrivo di una nuova fornitura. Ora però, chiedo alla madre, la piccola è svezzata, può prendere cibo normale, no? Sì, ma la dieta in famiglia è poverissima, a base di fagioli e posho, una specie di porridge di farina di mais e acqua. Meno proteine, meno difese immunitarie, anemia. Ma il dettaglio più impressionante devo ancora scoprirlo. Il cooperante del Medical Team mi dice infatti che la donna si reca lì una volta a settimana, per il controllo di routine e per ritirare le bustine di RUTF: ma loro non hanno modo di verificare se lei effettivamente le dia tutte quante alla bambina. Sì, perché Bonatira a casa ha altri sei figli da sfamare. Altri sei figli! Forse è a loro che darà da mangiare una parte delle razioni, chi può saperlo? E il World Food Program (sempre a causa di quei cazzo di tagli…!) ha dovuto escluderla dal beneficio del piccolo aiuto economico che le forniva per acquistare cibo. Tra marzo e luglio i casi del genere sono raddoppiati, o da moderati si sono fatti gravi. Se l’indice di malnutrizione considerato ancora accettabile è pari a 5, bene, nel 2024 la media era 2.8, oggi è 6.5. E cosa vuol dire quando finiscono, poniamo, le scorte di lidocaina? (è accaduto anche questo, e ancora accadrà…). Vuol dire che i denti vengono curati senza anestesia, o per far prima li si cava, e amen. Francesca: Le persone con cui volta a volta parliamo ci credono forse dei donatori - e noi, nel nostro piccolissimo privato, in effetti lo siamo. Ma dovrebbero essere i governi a muoversi. E allora, cosa ci facciamo qui? Possiamo solo riferire quello che abbiamo visto e ascoltato in questi giorni. “Allora ditelo, ditelo al mondo: l’Uganda ha bisogno di aiuto” sussurra il dr. Okello, visibilmente commosso. Ma allora, il famoso slogan “aiutiamoli a casa loro”? Edoardo: l’Uganda è un paese profondamente religioso a maggioranza cristiana (cattolici e un buon numero di chiese protestanti), dove sono nati movimenti politici e addirittura di guerriglia ispirati da afflati religiosi (andatevi a leggere su Google, vi prego, le gesta di Alice Kauma, detta la “Strega del Nord”, posseduta dal demone Lakwena che le ispirò la fondazione del bellicoso “Holy Spirit Movement” - una specie di Giovanna d’Arco ugandese…). Qui sono venuti in visita pastorale Woityla nel 1982 e Francesco dieci anni fa, ma il primo in assoluto fu Paolo VI (il nostro albergo a Kampala era stato aperto in occasione del suo arrivo, trasmesso in mondovisione…). Come già mi era accaduto, ad esempio, in Afghanistan, resto sbigottito dalla contraddizione di guerre feroci e crudelissime (in pratica, una sfilza di terrificanti rappresaglie) combattute in seno a popolazioni che a prima vista si direbbero dal carattere mite, cordiale, inoffensivo. E mi sia concessa un’altra osservazione personale. Fin dalla sua scoperta, da ragazzo, ho considerato il sesso come un’avventura fondamentale, una pratica liberatoria, un modo unico di conoscenza, e infine uno dei pochi lati davvero interessanti della vita. Ma dopo aver ascoltato i racconti delle donne qui in Uganda, questa mia visione positiva già parecchio incrinata è andata definitivamente in pezzi, rivelando per intero il lato minaccioso del sesso, che lo trasforma in un’arma, in punizione, anzi, in persecuzione. Sia, ovviamente, quando viene estorto con la violenza da estranei o da nemici; ma persino più spesso all’interno del rapporto coniugale. Perché non riesco a immaginare che una donna povera che ha già partorito una caterva di figli abbia tutta questa voglia di essere amata fisicamente. Il coito, un incubo, una condanna. Prendiamo Denise, parrucchiera, arrivata qui dal Congo quando aveva due anni, ora rimasta sola con cinque figli dopo molte traversie e vari uomini. Quando le chiedo se vorrebbe ancora convivere con qualcuno che magari la ami e la aiuti, si stropiccia teatralmente le mani sbuffando: “I’ve finished with men.” E a chiudere l’argomento, un po’ di controllo delle nascite no? L’ultima nostra tappa è la scuola elementare di Kajako, sostenuta da Finn Church Aid, la chiesa evangelica finlandese, dal governo e dall’UNHCR. Anche questa è frequentata sia da rifugiati sia da bambini locali, in tutto 864. Gli insegnanti l’anno scorso erano 33, oggi solo 19, e ai bambini non possono più essere forniti quaderni, penne e libri di esercizi. Prima oltre 300 alunni ricevevano una minuscola borsa di studio, ora le borse sono meno della metà. Le famiglie vengono in visita ai convittori una volta ogni tre mesi. Il preside, Jerome Iga, pare l’uomo più affabile del mondo e non è affatto lagnoso nel mostrarmi tutte le magagne della scuola, i dormitori sovraffollati, le latrine oramai intasate, la recinzione costruita a metà e abbandonata, anzi, dimostra una apprezzabile e ben motivata fierezza. Resistere, resistere, resistere: ecco un posto dove quello slogan viene applicato per forza e sul serio. L’innovazione scolastica principale a Kajako è mescolare gli studenti disabili con gli altri, e insegnare a questi ultimi a prendersi cura dei primi. Me lo conferma un maestro completamente sdentato. Ma il colpo al cuore, o allo stomaco, me lo procura la cucina dove si preparano i pasti: è un bugigattolo affumicato largo forse due metri e mezzo. Il cuoco, curvo, sta travasando la pappa biancastra del posho dentro un mastello. Usa una scodella di plastica, pesca il posho da un calderone annerito e lo schiaffa nel mastello. Il preside lo assaggia dopo averne formato una pallina tra le dita: è il cibo comune a studenti e insegnanti, i quali dormono anche loro nella scuola, a quattro o cinque per stanza. Francesca: Le sette ore di camionabile che ci separano dall’aeroporto di Entebbe sono un incubo. Parecchie moto hanno piantato sul serbatoio un grosso ombrello, aperto, e infatti viene giù un diluvio stagionale che ci accompagnerà per una cinquantina di chilometri, con visibilità zero e i campi intorno ridotti a risaie. Ancora lontani dall’arrivo, mentre inizia a fare scuro, passiamo con mille detour attraverso quella che pare un’autostrada in costruzione (da ingegneri cinesi? se ne scorge un paio aggirarsi e dare ordini in cima ai dossi di fango e graniglia). Dopodiché lungo il tracciato si sussegue almeno una cinquantina di bancarelle che vendono tutte la stessa merce, patate gialle e patate dolci rosse. Da come sono impilate in ordine sembra che non ne venga venduta nemmeno una e dubito lo sarà prima del buio. Dietro i banchi, donne immobili come statue. Sta piovendo, anche se meno forte, tra poco sarà notte. Intorno il nulla per chilometri. Dove andranno, quelle donne, dopo? E come porteranno via le loro patate? Edoardo Al termine di questo ennesimo viaggio tra gente che l’eufemismo definisce “disagiata” (“disadvantaged”), stringo un patto con me stesso. Non mi lamenterò. Non mi lamenterò più. Mai più. Di niente.