Un altro anno di carceri sovraffollate di Luca Sofri ilpost.it, 26 dicembre 2025 Ci sono 17mila persone in più rispetto ai posti disponibili e finora la situazione non è migliorata, nonostante il piano annunciato dal governo. Nei giorni scorsi il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha detto che nelle carceri italiane ci sono più di 15mila persone che non sono state condannate in via definitiva. Molte di loro, ha proseguito Nordio, vengono scarcerate dopo un certo periodo “perché la loro detenzione si è manifestata ingiustificata”. Per limitare il problema il governo intende intervenire “per limitare il più possibile la carcerazione preventiva”. Della necessità di questo intervento Nordio aveva già parlato nei mesi scorsi, in riferimento al grave e cronico sovraffollamento delle carceri italiane: nel frattempo però la situazione non è migliorata. Ci sono oltre 1.500 persone detenute in più rispetto all’inizio del 2025, a fronte di quasi 800 posti in meno. Stando a dati aggiornati al 23 dicembre, le persone ora detenute nelle carceri italiane sono 63.402 su 51.276 posti regolamentari: i posti disponibili però sono circa 46mila, perché cinquemila non sono davvero occupabili per manutenzioni in corso o inagibilità delle celle. Significa quindi che ci sono 17mila posti in meno rispetto alle persone detenute, con un affollamento superiore al 137 per cento. In 71 istituti penitenziari l’affollamento è pari o supera il 150 per cento, con alcune situazioni particolarmente critiche come a Lucca, a Vigevano, a San Vittore a Milano (dove nelle scorse settimane i detenuti avevano dovuto essere trasferiti temporaneamente in altri istituti a causa di un blackout), a Foggia, a Canton Mombello a Brescia e a Busto Arsizio. Le conseguenze di questo squilibrio sono molto concrete: ci sono celle con troppi letti, spazi personali ridotti, possibilità di svolgere attività ricreative o formative compromesse, e in definitiva condizioni di vita pessime o degradanti. Da tempo chi si occupa di diritti delle persone detenute fa notare che il sovraffollamento incide sui suicidi in carcere: nel 2025 la storica rivista del carcere di Padova Ristretti Orizzonti ne ha contati 78, su un totale di 235 morti avvenute in carcere. Le cause delle altre morti devono ancora essere accertate. A luglio Nordio aveva annunciato un piano con l’obiettivo molto ambizioso di risolvere il problema del sovraffollamento che si basava sostanzialmente su tre misure ed era stato molto criticato dalle associazioni che si occupano dei diritti delle persone detenute, come Antigone. La prima, la più pubblicizzata dal governo e già da tempo discussa, è quella che prevede di risolvere il sovraffollamento costruendo nuove carceri o ampliando quelle che esistono già, ma lo stesso ministero della Giustizia ha stimato che ci vorranno degli anni prima di poter aprire nuove strutture in grado di ospitare in modo dignitoso le persone detenute. Le altre due misure invece vorrebbero introdurre procedure più rapide per concedere la liberazione anticipata a chi ne ha diritto (una possibilità che esiste già) e la possibilità per le persone tossicodipendenti di scontare la pena in strutture alternative. La soluzione auspicata da chi si occupa di carceri è invece più simile a quella contenuta in una proposta di legge presentata tempo fa dal deputato di Italia Viva Roberto Giachetti: consiste nell’aumentare gli sconti di pena, così che molte persone che hanno già una buona condotta in carcere possano uscire un po’ prima. È stata fortemente osteggiata dalla maggioranza, con l’illustre eccezione del presidente del Senato Ignazio La Russa. Scrivere dal carcere: il giornalismo nelle prigioni d’Europa di Silvia Martelli* Il Sole 24 Ore, 26 dicembre 2025 Le esperienze di giornalismo nelle prigioni europee tra funzione sociale, limiti istituzionali e libertà di espressione. C’è un luogo in cui il diritto all’informazione incontra una delle sue prove più complesse: il carcere. Dietro le mura degli istituti penitenziari, il giornalismo non è solo racconto, ma esercizio di cittadinanza, strumento di comprensione reciproca tra dentro e fuori, terreno di conflitto tra libertà di espressione, sicurezza e potere disciplinare. In Italia come nel resto d’Europa, le esperienze di magazine e giornali prodotti in carcere raccontano una storia poco visibile ma significativa, fatta di aperture, resistenze, conquiste quotidiane e fragilità strutturali. Secondo Alessio Scandurra, coordinatore nazionale di Antigone, l’associazione che da oltre trent’anni monitora le condizioni di detenzione in Italia, il giornalismo in carcere svolge una funzione essenziale: rende visibile ciò che normalmente resta oltre il muro, uno spazio sociale che esiste ma di cui si sa pochissimo. Proprio per questo, iniziative editoriali nate negli istituti penitenziari non servono solo ai detenuti, ma alla società nel suo complesso, perché aiutano a comprendere bisogni, contraddizioni e condizioni materiali della vita carceraria. Una tradizione italiana lunga un secolo L’Italia vanta una tradizione sorprendentemente lunga di giornalismo penitenziario. Il primo esperimento risale al 1925, con La Domenica del Carcerato, nata a Regina Coeli e diffusa in tutte le carceri del Paese. Era una pubblicazione a carattere prevalentemente ricreativo, che cessò nel 1930. Il primo periodico strutturato prodotto dai detenuti fu La Grande Promessa, fondata nel 1951 nel carcere dell’Isola d’Elba e rimasta attiva fino al 2001. La testata più longeva ancora in attività è Liberarsi dalla necessità del carcere, nata a Pistoia nel 1985. Oggi si contano circa sessanta redazioni attive nelle carceri italiane. Un numero significativo, ma ingannevole: molte di queste esperienze sono discontinue, durano pochi anni o si limitano a bollettini a circolazione interna. La mancanza di fondi, l’alta mobilità dei detenuti e la dipendenza dal lavoro volontario rendono questi progetti strutturalmente fragili. Scandurra sottolinea come molte iniziative siano nate con l’obiettivo di informare la popolazione detenuta e solo successivamente abbiano trovato canali di diffusione esterna, anche grazie al digitale. Un passaggio che però genera spesso tensioni con le direzioni degli istituti. La questione della censura resta centrale. In diversi casi recenti - da Ivrea a Trento, da Lodi a Rebibbia - le direzioni carcerarie hanno imposto condizioni stringenti: articoli non firmati, lettura preventiva dei contenuti, possibilità di bloccare testi giudicati “inappropriati”. Nel 2023, a Ivrea, il direttore del carcere ha subordinato la prosecuzione del magazine L’Alba proprio a queste clausole. Secondo Scandurra, quando si instaura un rapporto stabile e di fiducia tra redazione e amministrazione penitenziaria, i timori iniziali tendono a ridursi e anche pratiche censorie vengono progressivamente superate. Al contrario, dove manca questa conoscenza reciproca, la censura tende a persistere, alimentata dal timore di perdere il controllo sulla narrazione interna ed esterna del carcere. Non a caso, Giovanni Maria Flick, presidente emerito della Corte costituzionale, ha espresso pubblicamente “preoccupazione” per misure che impongono o vietano la pubblicazione di articoli scritti dai detenuti o ne prevedono la lettura preventiva. Nell’aprile 2025, oltre venti magazine carcerari italiani hanno inviato una lettera aperta al ministero della Giustizia chiedendo rispetto per la libertà di espressione, maggiore accesso alle tecnologie digitali e un riconoscimento formale del lavoro svolto dai volontari dell’informazione. Scrivere dal carcere - Per i detenuti, partecipare a un progetto editoriale risponde a più esigenze. Da un lato, la necessità di comunicare e dare forma ai propri bisogni; dall’altro, la possibilità di raccontarsi al di là della dimensione dell’emergenza o della rivendicazione immediata. Secondo Scandurra, il giornalismo carcerario consente ai detenuti di parlare anche di temi sociali più ampi, offrendo spesso letture originali e autentiche. Proprio l’esperienza diretta della marginalità permette, ad esempio, di interpretare fenomeni come le baby gang o la devianza giovanile con uno sguardo meno stereotipato di quello dei media tradizionali. Queste esperienze funzionano anche come luoghi di formazione: non solo per chi scrive dal carcere, ma anche per i giornalisti professionisti che entrano negli istituti. Le redazioni diventano spazi di scambio tra dentro e fuori, laboratori in cui si apprendono competenze tecniche, lavoro di squadra e responsabilità editoriale. Dalla Spagna alla Grecia: modelli a confronto - In Europa, i modelli sono molto diversi. In Spagna, La Voz del Patio, il giornale del carcere di Burgos, rappresenta un caso quasi unico. Nato nel 2019, è una pubblicazione cartacea di 24 pagine, con una tiratura di 7 mila copie, distribuite anche nei bar e nei negozi della città. La redazione è composta da nove detenuti affiancati da quattro giornalisti professionisti. “Qui ci sono persone che hanno sbagliato e che la società tende a escludere, ma restano parte della società”, spiega Víctor Cámara, educatore e coordinatore del progetto, sottolineando il valore del giornale come strumento di reinserimento. In Grecia, invece, l’esperienza è molto più limitata. Solo il carcere minorile di Avlona ha un giornale regolare, prodotto non dall’amministrazione penitenziaria ma dalla Second Chance School interna all’istituto. Proprio questa collocazione “scolastica” garantisce un’ampia libertà di espressione. Il giornale è realizzato interamente dagli studenti-detenuti, con il supporto pedagogico degli insegnanti, e ha ospitato anche un’intervista al Presidente della Repubblica, con domande scelte dagli stessi ragazzi. Il caso ungherese e l’approccio istituzionale - All’estremo opposto si colloca l’Ungheria, dove il Börtönújság (Giornale del carcere), fondato nel 1898, è una pubblicazione istituzionale, scritta prevalentemente dal personale penitenziario. Con 48 pagine e una tiratura di 3 mila copie, il giornale ha un forte taglio informativo ed educativo: diritti e doveri, programmi di formazione, cambiamenti normativi, vita religiosa e attività culturali. Anche in questo caso, l’obiettivo dichiarato è il reinserimento, ma lo spazio di autonomia narrativa dei detenuti resta limitato. La voce militante in Francia - In Francia il giornalismo carcerario trova una delle sue espressioni più radicali in L’Envolée, giornale militante prodotto all’esterno ma alimentato da lettere e testimonianze che arrivano dalle carceri. “L’Envolée vuole essere una cassa di risonanza per i detenuti che lottano contro il loro destino”, si legge nella presentazione del progetto, che rivendica l’indipendenza dal controllo dell’amministrazione penitenziaria. Accanto a questa esperienza, l’Osservatorio internazionale delle prigioni pubblica Dedans Dehors, una testata professionale che unisce inchiesta giornalistica e lavoro di rete con detenuti e famiglie. Un equilibrio sempre instabile - Il giornalismo dal carcere si muove in uno spazio che le istituzioni guardano con sospetto: da un lato, il modo in cui il carcere viene raccontato all’esterno; dall’altro, la circolazione di informazioni all’interno degli istituti. Eppure, come osserva Scandurra, queste esperienze sono il frutto di battaglie quotidiane portate avanti da associazioni e volontari, e sopravvivono solo grazie alla qualità del lavoro svolto. Il limite principale resta strutturale: senza l’iniziativa di qualcuno “da fuori” disposto a entrare, costruire relazioni e assumersi responsabilità, molte redazioni non nascerebbero mai. Ma è proprio in questo spazio fragile che il giornalismo carcerario mostra la sua forza: ricordare che le prigioni non sono un mondo separato, bensì una parte della società, e che raccontarlo significa interrogare anche ciò che accade al di qua delle sbarre. *Questo articolo rientra nel progetto di giornalismo collaborativo europeo “Pulse” ed è stato realizzato con il contributo di Francesco Berto (OBCT, Italia), Lola García-Ajofrín (El Confidencial, Spagna), Giota Tessi (Efsyn, Grecia) e Laszlo Arato (EUrologus/HVG, Ungheria) L’informazione carceraria di Carlo Costantini ilpopolano.com, 26 dicembre 2025 C’è un confine invisibile che attraversa le nostre democrazie europee, un confine fatto di cemento, sbarre e, troppo spesso, di un silenzio assordante. È quello delle carceri. In un’Europa che si proclama faro dei diritti civili e della dignità umana, le notizie che filtrano dalle celle restano drammaticamente scarse, frammentate, quasi sempre confinate alla cronaca nera o all’emergenza dei suicidi. Fare giornalismo dalle prigioni non è solo un esercizio di libertà di stampa; è un dovere civile. Raccontare ciò che accade “dentro” significa monitorare lo stato di salute della nostra democrazia “fuori”. Come scriveva Voltaire, il grado di civiltà di un Paese si misura dalle sue prigioni, ma come possiamo misurarlo se non abbiamo gli strumenti per vedere, capire e analizzare? Dalle carceri sovraffollate del Mediterraneo ai sistemi scandinavi orientati alla riabilitazione, l’Europa vive una profonda contraddizione. Il giornalismo d’inchiesta europeo ha il compito di denunciare le criticità sistemiche: la mancanza di cure psichiatriche, l’abuso dei regimi di isolamento e l’obsolescenza di strutture che diventano discariche sociali piuttosto che luoghi di rieducazione. Tuttavia, informare dalle prigioni non significa solo denunciare l’orrore. Significa anche dare voce a chi non l’ha. Il giornalismo “dal di dentro” - quello fatto attraverso i laboratori di scrittura nelle carceri o le corrispondenze dei detenuti - ci restituisce la complessità dell’essere umano. Ci ricorda che dietro ogni numero di matricola c’è una storia, un errore, ma anche un potenziale di riscatto che appartiene a tutta la collettività. Perché è così difficile fare giornalismo nelle carceri? Spesso ci scontriamo con una burocrazia difensiva che vede nei media un nemico da cui proteggersi, piuttosto che un alleato per la trasparenza. Chiediamo, dunque che le istituzioni penitenziarie europee aprano le porte non solo ai garanti, ma anche agli sguardi critici e indipendenti dei cronisti. Senza una stampa libera di indagare la condizione carceraria, il carcere diventa un “non-luogo” dove la legge rischia di fermarsi al cancello d’ingresso. Sulmona (A). Detenuto muore a 50 anni: autopsia per il braccio destro del boss ondatv.tv, 26 dicembre 2025 È morto in cella all’età di 50 anni Rosario Scalia, detenuto nel carcere di massima sicurezza di Sulmona e braccio destro del boss Matteo Messina Denaro. La tragica scoperta è stata fatta nella tarda serata di ieri dal personale dell’istituto di pena durante gli ordinari servizi di controllo. Dai primi accertamenti effettuati dai sanitari del 118, che sono intervenuti nel penitenziario dopo l’allarme lanciato dagli agenti, il decesso sarebbe riconducibile ad un arresto cardiocircolatorio. Tuttavia la Procura della Repubblica di Sulmona ha disposto il trasferimento della salma nell’ospedale San Salvatore dell’Aquila dove sarà eseguita l’autopsia per chiarire le cause del decesso. Il detenuto, la scorsa settimana, era stato infatti sottoposto ad un intervento nell’ospedale di Sulmona. Rosario Scalia era stato condannato a 20 anni di reclusione per il concorso nell’omicidio di Salvatore Lombardo, avvenuto il 21 maggio 2009 all’interno del bar Mart Cafè di Partanna. Lombardo venne assassinato per aver rubato un furgone carico di merce appartenente al supermercato Despar, gestito da Domenico Scimonelli, considerato uomo d’onore e legato alla rete mafiosa vicina a Matteo Messina Denaro. Milano. Il Natale in carcere dell’ergastolano. “Fornelli da campeggio e sogni di libertà” di Manuela D’Alessandro agi.it, 26 dicembre 2025 “Tutti fingiamo di essere felici ma sogniamo di essere fuori”, racconta Claudio Lamponi detenuto nel penitenziario di Opera a Milano. “Quest’anno nella mia sezione c’è un menu a base di pesce che cuciniamo noi. Tutto rigorosamente congelato ma gustoso. Ci sono anche panettoni e pandori e stavolta è concessa anche la pastiera da casa. Tutti fingiamo di essere felici ma sogniamo di essere fuori”. È il Natale in carcere raccontato all’AGI da Claudio Lamponi, 45 anni, che da 16 anni sconta la pena all’ergastolo nel carcere di Opera dove sta svolgendo un profondo cammino di rivisitazione del suo passato che l’ha portato anche al Giubileo dei detenuti nei giorni scorsi e a conquistare il tesserino di giornalista pubblicista scrivendo su Mabul, il giornale dei reclusi nell’istituto lombardo. Gli addobbi improvvisati - “Il carcere è un luogo di chiusura, ma arrivano momenti dell’anno in cui il confine tra il mondo interno e quello esterno si fa più sottile e, allo stesso tempo, più pesante - riflette -. Con l’arrivo del Natale, l’atmosfera inizia a cambiare: le mura si colorano, regalando al solito grigio qualche sfumatura di vita grazie a qualche addobbo improvvisato”. Spuntano i presepi - È la fantasia la scintilla: “Spuntano i presepi: alcuni nascono dall’immaginazione dei detenuti, sono composti da cartoline arrivate da casa; altri, più ingegnosi, sono realizzati con cartapesta o tappi di bottiglia. Accanto a questi, nelle sezioni, compaiono i presepi messi a disposizione dalla direzione. Si fa di tutto per ricreare quel clima di festa, anche se, a dire il vero, specialmente nell’ultimo periodo, nei penitenziari italiani ci sarebbe ben poco da festeggiare”. Il Natale dentro non è uguale per tutti, ciascuno lo declina in base al suo vissuto. Il Natale e il vissuto dei detenuti - “L’impatto della festa cambia profondamente da persona a persona. C’è chi conta i minuti sperando che le feste passino in fretta; chi, con una pena residua minima, soffre ancora di più per non poter condividere questi momenti con gli affetti più cari. Altri, invece, che non hanno la prospettiva di una libertà imminente, cercano di godersi questi giorni in totale spensieratezza tra fornelli e dolciumi per poi mettersi a dieta dopo l’Epifania. Fornelli da campeggio - I dolci in carcere sono una rarità ma in questo periodo è possibile mangiarli nelle feste di scambio di auguri organizzate dai vari laboratori. Nell’ultima settimana dell’anno, tra la nascita di Gesù e il Capodanno, le sezioni si trasformano in vere e proprie cucine professionali. Con i soli fornelli da campeggio, noi detenuti riusciamo a cucinare piatti che, a volte, superano in qualità quelli di molti ristoranti”. Spiritualità e sofferenza - Ma il Natale in cella non è solo cibo. Anzi. Claudio Lamponi ne sottolinea soprattutto l’aspetto spirituale. “Molti di noi attendono la grande Messa, spesso celebrata da un Vescovo o un Cardinale: una testimonianza fondamentale della presenza della Chiesa anche nei luoghi più dimenticati della società. Ricordo un anno in cui un detenuto, alla mezzanotte del 24, suonò il campanello della cella per chiedere all’agente di turno se poteva uscire un istante: voleva solo aggiungere la statuina del Bambin Gesù nel presepe della sezione, accanto a Maria, Giuseppe, il bue e l’asinello”. Ed è anche un momento di lancinante mancanza: “La sofferenza più acuta resta quella dei colloqui. Vedere i familiari che sorridono per farti forza, fingendo di essere felici mentre sai perfettamente quanto manchi a loro, ai figli e alle mogli, è un dolore silenzioso”. La speranza di uscire dal tunnel - Claudio Lamponi guarda con speranza al 2026. Scrive con passione su Mabul, partecipa alle attività del carcere: “Vivo scavando nei miei errori con la speranza, un giorno, di uscire dal tunnel”. Lo aspettano, nell’anno che viene, un lavoro all’esterno e altre opportunità, una promessa di vita nuova: l’essenza del Natale. Firenze. Il vescovo Gambelli: “Il carcere può cambiare, anche ai detenuti va data dignità” di Jacopo Storni Corriere Fiorentino, 26 dicembre 2025 Lo scorso anno la scelta di celebrare la messa del 25 dicembre alla comunità delle Piagge, quest’anno con i detenuti. Dopo aver celebrato la messa di Natale dell’anno scorso alla comunità delle Piagge, quest’anno l’arcivescovo di Firenze Gherardo Gambelli ha scelto il carcere di Sollicciano per celebrare la messa del 25 dicembre di fronte ai detenuti e agli agenti penitenziari. “Questo luogo difficile del carcere - ha detto l’arcivescovo - può cambiare se davvero ognuno cresce nella consapevolezza della dignità di ogni persona creata a immagine di Dio, per la quale Gesù è nato, morto e risorto. La vera libertà consiste nel coraggio di mettersi al servizio gli uni degli altri nell’amore. Quando impariamo a rispettarci e ad amarci come Gesù ci rispetta e ci ama, possiamo diventare davvero capaci di compiere grandi cose ed essere per il mondo segni della speranza che non delude, di cui il mondo ha particolarmente bisogno oggi”. Gambelli ha ricordato la lettera di un detenuto che ha ricevuto tempo fa. “Ha condiviso una preghiera da lui composta parafrasando un salmo della Bibbia: Fino a quando, Signore, dovrò pagare i miei errori? Fino a quando, Signore, dovrò soffrire per aver fatto soffrire? Come ci ha ricordato tante volte Papa Francesco - ha continuato Gambelli - Dio non si stanca mai di perdonarci. Se ci chiede di perdonarci gli uni gli altri fino a settanta volte sette, ciò significa che Lui per primo ci perdona così, ci ama di un amore gratuito, infinito ed eterno. Per questo possiamo confidare in Lui”. Poi ha citato Papa Leone che nella Messa per il Giubileo dei detenuti ha parlato di questo coraggio necessario per non lasciarsi vincere dalla rassegnazione, dalla pigrizia, dall’indifferenza, dall’orgoglio o dall’egoismo: “Certo, il carcere è un ambiente difficile e anche i migliori propositi vi possono incontrare tanti ostacoli. Proprio per questo, però, non bisogna stancarsi, scoraggiarsi o tirarsi indietro, ma andare avanti con tenacia, coraggio e spirito di collaborazione. Sono molti, infatti, a non comprendere ancora che da ogni caduta ci si deve poter rialzare, che nessun essere umano coincide con ciò che ha fatto e che la giustizia è sempre un processo di riparazione e di riconciliazione”. Nuoro. Natale a Badu e Carros, il vescovo: “Sul 41bis vorrei essere smentito” L’Unione Sarda, 26 dicembre 2025 L’arrivo dei detenuti in regime di 41 bis a Badu e Carros rischia di cambiare il volto del carcere nuorese. È il dato principale che emerge dalla visita di monsignor Antonello Mura, vescovo di Nuoro e Lanusei, che oggi ha incontrato i detenuti e celebrato la liturgia all’interno dell’istituto. “A Badu e Carros ho trovato un’aria di smobilitazione - ha osservato il vescovo -. Non è magari segnata totalmente, ma si coglie, si respira”. Un’impressione legata anche al numero ridotto dei detenuti presenti rispetto alle precedenti visite e agli stati d’animo emersi con chiarezza. “Ho colto quello che stanno vivendo: per alcuni il trasferimento aiuta a ritrovare luoghi più vicini da dove vengono, per altri significa essere sottoposti a un trasferimento improvviso, senza certezze e con molti interrogativi”. Nel suo intervento monsignor Mura è tornato anche sul ruolo della Chiesa nel dibattito che ha accompagnato la riorganizzazione del carcere. “Che sia stata la voce della Chiesa ad attivare una serie di riflessioni dimostra che la Chiesa è libera di parlare - ha detto - ma dimostra anche che, se c’erano progetti determinati, l’intervento è avvenuto dopo. Questo non rassicura nessuno”. Il passaggio più delicato riguarda però la prospettiva di un carcere destinato esclusivamente al 41 bis. Durante la visita il vescovo ha incontrato anche i detenuti sottoposti al regime speciale. “Non è che non ci sia il 41 bis per motivi di sicurezza e per tante ragioni - ha chiarito -. Il problema è che ci sia un carcere dedicato esclusivamente al 41 bis”. Secondo il vescovo, questa trasformazione rischia di snaturare una realtà che negli anni ha mantenuto una forte dimensione umana. “Nel contesto in cui questo carcere si trova, che è umano grazie ai volontari e alla presenza di tanti aspetti educativi, avere solo un carcere così dedicato mi sembra che non lo renda umano”. E ancora: “Soprattutto toglie la possibilità a una detenzione che è dentro la città di avere rapporti con la realtà”. Un richiamo che va oltre le mura dell’istituto. “Quando passiamo qui attorno - ha aggiunto - dovremmo pensare a un carcere che rieduca e non solo che annienta, anche se per un tempo che non conosciamo, le persone”. Sui possibili ripensamenti il vescovo non nasconde i limiti del proprio ruolo: “Non dipendono né da me né da noi”. Ma l’auspicio resta chiaro: “Vorrei essere smentito sul 41 bis, per i motivi che ho detto”. Il messaggio conclusivo è legato al tempo del Natale. “Il messaggio di Dio che ho portato è che il Natale è davvero improntato a una grande attenzione alle persone, qualunque sia la situazione che si vive”. Cosenza. Carcere di Rossano, gettati a mare 17 anni di attività rieducativa di Salvatore Bruno cosenzachannel.it, 26 dicembre 2025 Laboratorio di ceramica costretto a chiudere dopo la rottura di un macchinario. E adesso l’Istituto penitenziario potrebbe dover pagare i danni. L’omessa manutenzione straordinaria di un macchinario ha causato la cessazione delle attività del laboratorio di ceramica allestito nella casa circondariale di Rossano, dove dal 2007 sono stati impiegati circa una quindicina di detenuti, impegnati in attività di produzione di oggettistica, piatti ed altri articoli per la casa destinati in particolare, ai mercati del Nord Italia. Tutti assunti dall’azienda artistica di Pierfrancesco Pirri, con sede legale a Bisignano e retribuiti con regolare busta paga e stipendio adeguato ai contratti nazionali di lavoro. Una straordinaria esperienza di riabilitazione e riscatto, più volte oggetto di documentari da ribalta nazionale, frantumata nel giro di pochi mesi nell’indifferenza, se non nella colpevole noncuranza, di qualche burocrate con strascichi giudiziari che adesso potrebbero ritorcersi contro il Ministero della Giustizia al quale l’imprenditore danneggiato intende chiedere un congruo risarcimento. Le difficoltà nella gestione delle attività hanno iniziato a manifestarsi nel novembre del 2023: la macchina impastatrice-degassatrice, perno dell’interno circuito, necessita di una manutenzione straordinaria. “L’intervento sarebbe a carico dell’amministrazione penitenziaria che però non procede - spiega Pierfrancesco Pirri. Nel frattempo la produzione rallenta fino a bloccarsi del tutto a causa del malfunzionamento dell’impianto. L’azienda entra in crisi ed accumula ritardi nell’erogazione degli stipendi. Mentre erano in corso le interlocuzioni con i lavoratori per concordare un piano di rientro, l’amministrazione penitenziaria ha deciso di rescindere la convenzione a suo tempo sottoscritta per avviare il laboratorio di ceramica all’interno delle mura carcerarie, provocando la completa cessazione di ogni attività”. Questo atto unilaterale è stato impugnato davanti al Tar. “Ed i giudici amministrativi mi hanno dato ragione - sostiene ancora Pirri - Ma è una vittoria che non mi consola. Perché in questa storia abbiamo perso tutti: i detenuti hanno perso una opportunità, l’amministrazione penitenziaria ha fallito nel percorso di riabilitazione e riscatto dei detenuti stessi, io ci ho rimesso la salute ed anche risorse finanziarie non secondarie per le spese legali ed anche per la perdita di altre strutture ed attrezzature ancora installate nella casa circondariale e che non mi è permesso di portare via. Mio malgrado dovrò intentare una causa contro il Ministero della Giustizia per i danni subiti”. Pierfrancesco Pirri, in questa dolorosa vicenda, è rappresentato dagli avvocati Giuseppe Carratelli e Alessandra Adamo. Milano. “Natale in carcere, qui dove non c’è speranza ma solo sovraffollamento” di Alessandro Cozzi ilsussidiario.net, 26 dicembre 2025 Questo Natale nelle carceri milanesi è diverso dal solito: occorre condividere lo spazio con altri nuovi detenuti. Il Natale in carcere è sempre un momento “strano”. Io, che ne ho vissuti ormai parecchi così, posso affermarlo: da un lato c’è il colore della festa, la possibilità di comprare i panettoni, gli addobbi - anche in galera ci sono presepi, alberi di Natale, palline colorate e stelle luminose nei corridoi, negli atri, oltre che nelle cappelle e persino in qualche cella; dall’altro c’è il senso della mancanza, una nostalgia che si fa a volte lacerante (le famiglie lontane, i ricordi che giungono a sopraffare, il senso di esclusione…). Per cui è bellissimo e greve nel medesimo tempo. In tanti lo sanno e lo capiscono, per cui operatori e volontari si danno da fare perché almeno gli ultimi giorni prima del 25 siano sereni, al meglio delle possibilità. Ma questo Natale 2025, nelle carceri di Milano, è diverso. Il mese di dicembre ha visto infatti due accadimenti imprevedibili, che hanno scombussolato tutto e tutti. La decisione di chiudere la C.R. di Vigevano, spostando tutti gli 800 e più detenuti che stavano lì; e poi l’incidente a San Vittore, dove un intero raggio è stato svuotato in fretta e furia nella notte del 13 dicembre, perché è andato a fuoco per un cortocircuito. Così negli altri penitenziari è arrivata un’ondata di nuovi “ospiti” che non ci stavano! Le celle già piene si sono saturate all’inverosimile, con un affollamento non conosciuto prima. C’è poco da fare, la situazione è questa. Ma il disagio è grande, il malcontento ancor di più, la difficoltà per chi vive nelle carceri (inclusi i poliziotti, gli educatori, il personale tutto) è aumentata. Come pensare al Natale in uno scenario simile? Ci si potrà mai concentrare su Betlemme (dove, tra l’altro, non si sta mica tanto bene oggi), su quella “stalla”, sul Bambino deposto nella mangiatoia? Ci si può ancora intenerire con quella storia che intreccia le vicende degli uomini con quelle degli angeli? Assomiglia alle fiabe che si raccontano ai bambini, qui c’è ben altro di cui occuparsi. Invece, contro ogni aspettativa, ci siamo caduti dentro, in quella storia. Quando Giuseppe e Maria, incinta e prossima al parto, sono arrivati a Betlemme perché “qualcuno”, un potente lontano e invisibile, aveva deciso che bisognava far così, che cosa hanno trovato? Un sovraffollamento. Tutto pieno. Poca o nessuna accoglienza. Non sono riusciti ad avere una stanza adeguata, un posto dove una donna potesse partorire il suo primo figlio con un minimo di tranquillità. No, in una “grotta”, come si canta appunto a Natale, al freddo, con animali a far da riscaldamento. Eppure, proprio lì, Dio che voleva nascere uomo non s’è tirato indietro: è entrato nel mondo poverissimo, fragile, debole come solo un neonato può essere. Un Dio bambino che finisce nel ginepraio delle nostre pazzie. Perché siamo stati noi a rendergli complicata la vita. Siamo stati noi a braccarlo, a inseguirlo, a disseminare esche e tranelli sul suo cammino. Finché lui un giorno finirà issato sulla cima del monte Calvario. Così, davanti alla debolezza di Dio, abbiamo perso il diritto di parola. Di fronte a un Dio così, come si fa a lamentarsi? Come si può recriminare, discutere, litigare? Con chi ce la prenderemo a buon diritto? Gesù Bambino dissolve la nostra collera. Davvero quest’esserino bisognoso è Figlio di Dio, è Dio? C’è molto da adorare nel Dio bambino, come hanno fatto i pastori, che non so quanto abbiano compreso, ma intanto c’erano, erano lì, davanti a Dio nudo e tremante. Poi verranno tutti gli altri e, in coda, anche noi. Natale nelle prigioni lombarde sarà complicato, quest’anno, senz’altro. Verrebbe voglia di ribellarsi, ma il Natale medesimo ci inchioda. E così anche qui, dove abito io, ho visto gente che accoglieva l’ultimo arrivato dove non c’era posto per metterlo: inventandolo. Ho visto persone che regalavano vestiti a chi è giunto con niente; ho visto dividere piatti di pasta preparati con cura, far in modo che i “nuovi” andassero al primo colloquio fatto qui con i loro familiari portando qualcosa, una bottiglia di tè, i biscotti… Natale è così: ci forza, quasi ci strappa fuori dal cuore la nostra parte migliore: la compassione. Dio prende a spallate l’uscio delle nostre sicurezze perché vuole semplicemente entrare. Diceva sant’Agostino che è inutile che Dio nasca nella povertà di una capanna, se poi non nasce nei nostri cuori. E rieccolo, Dio: a scombinare le nostre vite, una delle cose che gli riesce meglio, se lo si lascia fare. Ed è per questo che, ancora una volta, anche qui, possiamo augurarci un Buon Natale! Trani. Il vescovo celebra messa in carcere: “Il Natale ricorda la dignità anche di chi è in cella” di Gianluca Veneziani rainews.it, 26 dicembre 2025 Monsignor D’Ascenzo in visita ai detenuti: “Il sovraffollamento negli istituti di pena è un problema da affrontare e risolvere. La natività un segno di speranza”. Dalla culla alla cella: portare Dio che si è fatto uomo in mezzo all’umanità sofferente. Con questo spirito l’arcivescovo di Trani-Barletta-Bisceglie Leonardo D’Ascenzo ha tenuto la messa del Natale all’interno del carcere di Trani. Decine i detenuti presenti, raggiunti da un messaggio di rinascita. Come avverte monsignor D’Ascenzo, “il Natale ci ricorda l’infinità dignità di ogni persona. Questo annuncio arriva in ogni luogo e situazione, e certamente anche in un istituto di pena. La celebrazione del Natale rinnova la presenza di Gesù anche qui”. Promuovere la dignità dei detenuti significa anche farsi carico delle difficili condizioni in cui spesso vivono. “Quello del sovraffollamento delle carceri”, continua D’Ascenzo, “è uno dei problemi che deve essere affrontato per essere risolto per davvero”. Il mistero della Natività si celebra anche in cattedrale con un doppio presepe. Il primo, situato nella basilica superiore, come fa notare don Gaetano Lops, rettore della Cattedrale, “rientra nell’itinerario presepistico che coinvolge quattordici chiese del centro storico, all’insegna del messaggio “Voglio fermarmi a casa tua”, e quindi afferma l’idea di Gesù che entra nel cuore di ognuno, come capitò a Zaccheo e a San Nicola il Pellegrino. Ma lo scopo dell’iniziativa è anche di valorizzare il nostro patrimonio storico-culturale”. L’altro presepe è quello realizzato dalla Fondazione S.E.C.A. nel nartece (l’atrio posto tra la facciata e le navate) della chiesa, un’opera di valore insieme artigianale e artistico. Come avverte Graziano Urbano, direttore del Polo museale di Trani - Fondazione S.E.C.A., “il nostro è un presepe che ci riporta alle mura storiche di Betlemme, è composto interamente a mano, con statue di maestri leccesi e tessuti finemente ricamati. Sono tantissimi coloro che lo hanno ammirato, possiamo stimare circa 3mila persone” I visitatori riempiono anche le strutture ricettive a Trani. “In questi giorni sono soprattutto italiani”, fa notare Michele Matera, ristoratore e albergatore. “Molti sono pugliesi che lavorano fuori da questa regione e tornano nel loro paese di origine per il Natale”. “I numeri delle presenze turistiche”, aggiunge Enrico Cassanelli, dell’associazione Visit Trani, che riunisce una serie di titolari di strutture extra-alberghiere, “sono in linea con le aspettative e rispettano i dati dello scorso anno. L’obiettivo è quello di continuare a destagionalizzare: noi potremmo permetterci di fare grandi numeri anche in periodi non canonici”. Come confermano molti dei turisti presenti in questi giorni in città. Modena. La messa del vescovo Castellucci nel carcere di Sant’Anna notiziecarpi.it, 26 dicembre 2025 Un incontro carico di umanità e di gratitudine con i detenuti, i volontari, la direzione e il personale. Nel giorno di Natale, tra le mura del Carcere Sant’Anna di Modena, si è rinnovato un appuntamento che ogni anno prova a restituire senso e speranza a un tempo segnato dall’attesa. La celebrazione eucaristica, presieduta dal Vescovo don Erio, è stata anzitutto un incontro: con alcuni detenuti, volontari che quotidianamente abitano la vita del carcere, e con la direzione dell’istituto. Nell’omelia, il Vescovo ha riportato il Natale alla sua essenza più concreta. Una festa che non nasce nei palazzi, ma in una grotta, anzi in una stalla: un luogo povero, imperfetto, lontano da ogni idealizzazione. Riprendendo le parole di Papa Leone pronunciate nella Notte di Natale nella Basilica di San Pietro, ha ricordato come anche la nostra vita, talvolta, assomigli a quella stalla: non tutto è pulito, non tutto è in ordine. Ma ciò che conta davvero è che resti uno spazio per la mangiatoia. È lì che Dio sceglie di venire, è lì che continua a visitare la vita di ciascuno, anche, e forse soprattutto, nei luoghi del limite. La celebrazione si è intrecciata con parole finali di gratitudine. Una volontaria ha dato voce al grazie per il servizio silenzioso e prezioso che i volontari offrono al carcere, tessendo relazioni, ascolto e presenza. A questi ringraziamenti si sono uniti quelli del Vescovo, rivolti in modo particolare a don Angelo Lovati che per vent’anni è stato cappellano titolare del Sant’Anna e che continuerà a servire come sacerdote volontario. Il Natale è stato anche tempo di passaggi e di futuro: l’occasione per presentare ufficialmente alla casa circondariale il nuovo cappellano, don Mauro Pancera. Un segno di continuità e di rinnovata responsabilità pastorale, perché anche nella realtà carceraria possa continuare a trovare spazio quella mangiatoia essenziale in cui Dio, ancora oggi, sceglie di farsi vicino. Vasto (Ch). In mostra “Il Nido”, reportage fotografico realizzato nell’istituto penitenziario chietitoday.it, 26 dicembre 2025 Dal 27 al 30 dicembre nella sala Mattioli in corso De Parma a Vasto ci sarà la mostra “Il Nido”, reportage fotografico analogico di Francesco Lovino realizzato nell’istituto penitenziario della città. L’inaugurazione della mostra è in programma il 27 dicembre alle ore 18. Il progetto è promosso da Maria Giuseppina Rossi, funzionario giuridico - pedagogico dell’Istituto penitenziario di Vasto ed è patrocinato dal Comune di Vasto con il supporto degli assessorati alla Cultura e alle Politiche Sociali e finanziato da Pmi Service di San Salvo. Il reportage è stato realizzato nell’estate 2025 e nasce da una riflessione sulla possibilità di abitare la costrizione, a partire dall’ambivalenza per cui “lo spazio che protegge è lo stesso che limita”. Il processo fotografico adottato è interamente analogico: le stampe esposte sono state realizzate manualmente in camera oscura presso il Circolo Fotografico Grandangolo di Parma. La mostra ospiterà una proiezione in loop del cortometraggio documentario Kairos, presentato in occasione della 30sima edizione del Med Film Festival nella rassegna “Voci dal carcere”, premiato successivamente al Premio Carpine Visciano come “Best short doc”, infine selezionato in altri festival cinematografici quali Mediterraneo Festival Corto, Alta Marea Festival e Il Sole Luna Doc. Inoltre, verrà presentata la prima edizione della photozine del progetto. Una pubblicazione editoriale indipendente e artigianale, curata e prodotta dall’autore, in cui trovano spazio fotografie e interviste inedite. La photozine amplia e approfondisce il percorso espositivo, dando voce ai detenuti e offrendo una selezione più ampia di immagini, per una fruizione che prosegue anche oltre la visita alla mostra. Sarà disponibile in esclusiva e in tiratura limitata durante i giorni dell’esposizione. Latina. Teatro in carcere: l’esperienza del teatro pedagogico con le detenute e i detenuti di Maurizio Stammati e Peter Ercolano utopiateatroragazzi.it, 26 dicembre 2025 Intervista con Rodolfo Craia, funzionario giuridico pedagogico, responsabile area educativa della Casa circondariale di Latina. “Sono entrato nell’Amministrazione Penitenziaria quasi per caso ormai trent’anni fa. In quel periodo lavoravo nello studio di un professionista, dei parenti mi consigliarono di partecipare ad un concorso per tecnico agrario del Dap; lo vinsi ottimamente piazzato ma le sedi erano tutte sulle isole sedi di colonie penali, mi assegnarono la sede di Pianosa (isola dell’Arcipelago Toscano), dismessa nel 1998 è oggi un parco regionale”. Ricordo che sbarcai sull’isola decisamente straniato, con la sensazione di essere stato teletrasportato all’interno di una dimensione spaziotemporale che nulla aveva a che fare con il mondo fino ad allora conosciuto. Vissi due anni di esperienza unica, certamente importante sul piano professionale, ma straordinaria per l’opportunità di scoprire se stessi e di comprendere l’altro, ancor più grazie al relazionarmi con persone con reati spesso gravissimi, molti ergastolani, che avevano la necessità di dare un senso al proprio tempo, alla vita che restava loro da vivere, quindi di ideare un progetto di vita che fosse congruo oltre quel mare che ci separava dal mondo reale. Anche il resto del personale penitenziario più anziano veniva da storie complesse, specie i poliziotti, i cui racconti, spesso condivisi vicino ad un camino o attorno ad un tavolo, narravano di criminalità e di galera, con vissuti che avrebbero decisamente influenzato la mia comprensione del mondo carcerario e delle sue complesse logiche. Alla chiusura di Pianosa seguì la Casa Circondariale di Velletri per la quale elaborai un innovativo progetto per una azienda agricola intramuraria ad elevatissimo livello di qualificazione, con colture protette, produzione di vino, olio, conserve, funghi, miele… sempre con l’obiettivo di realizzare il miglior prodotto possibile, poiché la cui bontà doveva derivare dalla qualità della formazione dei detenuti e conseguentemente dal buon lavoro da loro svolto. Sì, ero un tecnico, ma provavo a dare valore al termine “rieducazione”, di concretizzare sia il significato del lavoro per la persona detenuta, sia del senso trattamentale dell’apprendimento e della relazione umana, delineati sì dall’Ordinamento Penitenziario che avevo studiato, ma che solo nella reciprocità che la terra ci attribuiva, nonostante la precisa definizione dei ruoli, mi consentiva di ascoltare quindi di riflettere ed agire per fare qualcosa di efficace per il cambiamento per la persona. In fin dei conti mi sentivo più un insegnante che un tecnico, in qualche modo raccoglievo l’eredità paterna, la responsabilità sociale che caratterizzava il mio genitore che aveva lasciato i suoi studenti, e la sua famiglia, troppo prematuramente per un male incurabile. Educare e rieducare, scuola e carcere hanno tanti elementi in comune, paralleli ed incroci, istituzioni concepite per (ri)modellare il comportamento umano attraverso la disciplina, la gestione dello spazio e del tempo. Ma il carcere, a differenza della scuola, rappresenta la sanzione penale, deve rieducare e risocializzare come indica la nostra Costituzione, quindi, per avere un senso deve superare la mera espiazione della condanna, ma rappresentare una opportunità per il cambiamento, prescindendo dagli strumenti offerti. L’istituzione ha la responsabilità di indicare la via e di sostenere il percorso di crescita e cambiamento, la persona detenuta a sua volta deve dimostrare la sua rilettura critica del vissuto e la comprensione del danno cagionato, perciò insieme costruire quell’inclusione che restituisce valore al tempo trascorso. Tornando al racconto della mia “transizione”, vennero poi altre esperienze in altri istituti che si unirono al lavoro su Velletri, ma che mi spinsero in vario modo a scegliere di spostare il lavoro in maniera più specifica nell’ambito educativo, soprattutto a seguito di un concorso interno all’Amministrazione che mi permise acquisire la qualifica educatore e la sede di Latina, ormai città di adozione. A quel punto andavano ampliate le conoscenze e rese ancor più coerenti coi nuovi obiettivi e responsabilità professionali; cosi arrivò prima una laurea in scienze dell’educazione, poi in psicologia, master e specializzazioni, ricerche e pubblicazioni scientifiche, quindi incarichi accademici. Sempre tenendo presente quella sorte di “missione”, di responsabilità che scoprii, che intesi nel sibilare del maestrale che mi avvolgeva osservando l’infinito del mare dalla “Punta del Marchese” di Pianosa, tra i resti del vecchio sanatorio dove venivano condotti i reclusi malati di tubercolosi, immerso tra l’orrore dell’uomo e la spietata bellezza della natura. Quando ha compreso che nell’attività teatrale poteva esserci una possibilità in più per i detenuti? L’alleanza con il teatro è nata negli anni 2007/2008, ero da poco arrivato nella Casa Circondariale di Latina, c’era già uno spazio dedicato al palcoscenico normalmente utilizzato dalle insegnanti della scuola che annualmente realizzava una esperienza teatrale con le donne detenute in Alta Sicurezza. Il salto di qualità si ebbe pochi anni dopo con diversi progetti regionali che permisero l’arrivo di associazioni con operatori di provata esperienza nel teatro sociale, permettendo di dare corso anche a Latina a quei laboratori che si stavano sviluppando a macchia d’olio in tanti penitenziari italiani. Già in quel periodo si sovrapposero diverse attività, permettendo di diversificare gli interventi in funzione delle caratteristiche e/o delle problematiche specifiche dell’utenza, nonché delle specifiche competenze degli operatori incaricati. Rispetto al Teatro fino a quel momento avevo avuto solo esperienze da spettatore, da ragazzo ero un abbonato al teatro romano di Minturnae e solo sporadicamente mi affacciavo nei teatri locali, prima ancora timido interprete nelle recite scolastiche, è però vero che ho avuto un mio omonimo familiare, purtroppo recentemente scomparso, che aveva dedicato l’intera vita al teatro come attore e regista. Tornando all’esperienza penitenziaria, in quel periodo stavo studiando il teatro pedagogico, avvicinandomi a quelle specifiche tecniche finalizzate allo sviluppo della persona, quindi a potenziarne la creatività, la comunicazione, l’empatia e la consapevolezza di sé; sollecitavo (rompevo le scatole) registi e operatori a muoversi in quella direzione poiché immaginavo una via diversa, alternativa, ma parallela, rispetto allo strumento rieducativo del lavoro che in passato avevo ben maneggiato… Poi, con lo studio della psicologia venni attratto dalla teatro terapia e dallo psicodramma di Moreno, ma quella è un’altra storia, poiché richiede specifici setting e condizioni operative che solo raramente si possono trovare negli istituti penitenziari e che pertanto devono essere maneggiati con particolare prudenza… Da parte mia ho evitato di essere troppo ingerente nelle scelte tecniche ed artistiche di chi ritengo ne sappia più di me, il teatro non è il mio lavoro, è uno strumento educativo, potentissimo, che cerco solo di rendere funzionale al contesto e alle esigenze dell’utenza, soprattutto evitando che possa far danni. Si, danni, il rischio è dato dalla potenziale “morbosa” fascinazione che qualcuno degli operatori, colpito dalle biografie di qualche detenuto, potrebbe subire con conseguenze imprevedibili e pericolose, per le persone e per l’istituzione. Da questo punto di vista, la formazione specifica e l’affiancamento con gli operatori delle aree educative, psicologi compresi, con osservazione e costanti monitoraggi, è un aspetto fondamentale da tener presente e da curare in ogni progetto, anche il più apparentemente innocuo. Devo sottolineare che molta dell’utenza carceraria ha problemi di natura psichiatrica e di dipendenze, il teatro può essere uno strumento di sostegno finanche terapeutico, ma è da gestire con sapienza modulandolo con attenzione per evitare che sfugga di mano… Tra le tantissime situazioni complesse, ho memoria di un giovane detenuto andato in crisi quando, sollecitato da una operatrice inesperta, rivisse l’esperienza del duplice omicidio da lui commesso; oppure, in tutt’altra circostanza, con le donne, una regista utilizzando le tecniche di Lecoq indusse alcune di loro a rivivere, mimando, l’esperienza della maternità e il contatto con la prole… Vi lascio immaginare le conseguenze! Non di meno, quando l’obiettivo del laboratorio è l’osservazione diretta all’analisi del comportamento e della revisione critica del detenuto, i risultati devono essere analizzati e validati all’interno del gruppo interprofessionale, confrontando tutti gli elementi comportamentali raccolti durante la vita penitenziaria. Quindi, non considerando gli esiti del teatro sul singolo una inoppugnabile verità, poiché il teatro è sì finzione ma mai dev’essere falso! Vista la sua grande esperienza, ci spiega come si fa a “navigare” in un luogo complesso come il carcere? Credo che la risposta in qualche modo sia tra le righe di quanto ci siamo detti sinora: motivazione! Da parte mia aggiungo la passione per quello che faccio, unita alla fortuna di aver trovato direzioni, colleghi e condizioni complessive per dedicarmi a quelle cose che mi piace fare e, tra queste c’è il teatro. Inoltre, il mio incarico di responsabile d’Area mi permette di pianificare, organizzare e monitorare le progettualità anche indirizzandole verso l’utenza specifica, nonostante le risorse arrivino esclusivamente da soggetti finanziati da enti esterni a quello penitenziario, un motivo in più per avere le idee chiare sugli obiettivi da raggiungere. Comunque è dura, lo scoramento è praticamente quotidiano, con i colleghi abbiamo imparato a fissare obbiettivi realistici, navigando tra la burocrazia e una dolorosa involuzione sociale. In ogni modo, ogni istituto penitenziario ha le sue peculiarità, noi siamo per quanto riguarda il maschile un piccolo istituto di flusso, appena condannati sono trasferiti in altre carceri, raramente scontano la pena con noi quindi puntiamo a gestire la crisi della detenzione riducendo al massimo il “danno”, e da questo punto di vista il teatro è un grandissimo aiuto, tanto che da diversi anni la ASL Dipartimento di Salute Mentale, ci supporta concretamente finanziando i laboratori. Per le donne la storia è diversa, sono in Alta Sicurezza per reati collegati alla criminalità organizzata, normalmente scontano da noi l’intera pena, per loro il teatro ha un grandissimo valore di emancipazione e crescita culturale, magari potenzialmente utile ad innescare quei meccanismi di consapevolezza e rilettura del vissuto fondamentali per operare scelte diverse per il loro futuro una volta libere. Può raccontarci una delle esperienze più significative di teatro in carcere da lei vissute? Tutto ciò che abbiamo fatto in quasi vent’anni ha avuto il suo valore e significato, ogni laboratorio ha raccolto l’eredità del precedente, ogni attore, ogni regista, ogni tecnico ha lasciato il suo segno. Abbiamo lavorato sull’autobiografia, con i classici, riadattato il teatro greco, quindi passando da Shakespeare a Brecht, e ancora le fiabe di Basile con la maestosità della Gatta Cenerentola cantata e suonata dal vivo, quindi dramma e comica, e ancora, commedia dell’arte, Pinocchio… Ogni volta con un “merda!” che sublimava il luogo, superando le sbarre e commuovendo tutti, operatori, detenuti e spettatori, questi ultimi, tra i più vari, che sommati negli anni sono qualche migliaio.Mi permetto solo di sottolineare un’esperienza, una giornata particolare passata con Renato Zero per la realizzazione del video di “Un’apertura d’ali” nel 2014, con la regia di Alessandro D’Alatri, purtroppo recentemente scomparso, credo che ogni commento sia superfluo, basta guardare il video delle “Cattive Ragazze di Via Aspromonte” per comprendere. https://www.youtube.com/watch?v=3nGCjv66lng Il teatro è presente ormai in molti penitenziari italiani, alla luce di tutto quello che ci ha raccontato, queste attività riescono ad offrire una possibilità ai detenuti una volta usciti, oppure è solo un passatempo temporaneo per alleggerire la pena e la detenzione? L’essenza del teatro in carcere è quanto vi ho raccontato, ci sono esperienze in Italia ben più importanti e rilevanti della mia, mi vengono in mente gruppi come quello di Rebibbia che hanno vinto premi internazionali con attori ormai professionisti affermati, altri che hanno fatto storia come quello di Volterra, oppure la compagnia di ex detenute “Le Donne del Muro Alto”, c’è un’infinità di esperienze di valore, tutte in qualche modo hanno segnato la vita di coloro che vi hanno partecipato. Perché, in fin dei conti, il teatro penitenziario non è distante da quello amatoriale, è un passatempo, è una terapia, ma può diventare una professione, per gli attori ma anche creare mestieri, basta crederci quindi investire tempo e risorse. Migranti. Un solo sopravvissuto, tutti gli allarmi inascoltati: il naufragio di Natale di Daniela Fassini Avvenire, 26 dicembre 2025 Sono 116 le vittime dell’ennesima tragedia al largo della Libia. Inutili le segnalazioni di Alarm phone. Perego (Migrantes): “Con che coraggio difendiamo i confini prima delle persone?”. “Con che coraggio possiamo difendere i confini prima che difendere le persone? Perché non allarghiamo il presidio in mare per salvare le persone, con una collaborazione tra Europa e società civile? Sono domande che in queste ore sono insanguinate dalla morte di uomini, donne, bambini, che ipotecano il nostro futuro, il futuro della nostra Democrazia”. Monsignor Giancarlo Perego, il presidente della Commissione Cei che si occupa di immigrati nonché presidente della fondazione Migrantes, sferza le coscienze davanti all’ultima tragedia del mare nel Mediterraneo centrale, che è avvenuta nel silenzio e nell’indifferenza generale il giorno della vigilia di Natale. “Ancora un naufragio, alla vigilia di Natale. La storia della famiglia di Nazareth non accolta, costretta a fuggire in Egitto per sfuggire alle violenze di Erode si ripete nel cammino di milioni di persone profughe e rifugiate. Per queste, contrariamente alla famiglia di Nazareth, - dice monsignor Perego - l’esito non è la salvezza, ma la violenza prima nei campi libici e poi la morte nel Mediterraneo”. “I 116 morti al largo della Libia in queste ore si aggiungono ai 1.700 morti quest’anno nel Mediterraneo” denuncia Perego che ribadisce: “Con che coraggio possiamo difendere i confini prima che difendere le persone?”. Sono morti nel tentativo di raggiungere l’Europa, nell’indifferenza generale. Morti per un allarme caduto nel vuoto. Per una ricerca e un soccorso partiti troppo tardi. Sono morti così 116 migranti alla vigilia di Natale. Un solo superstite. L’ennesimo naufragio ancora più drammatico perché si sarebbe potuto evitare. L’allarme inascoltato di Alarm Phone Alarm phone alcuni giorni prima aveva lanciato l’allerta su un barcone alla deriva di cui si erano perse le tracce. L’unico sopravvissuto è stato salvato da un pescatore tunisino. Alarm Phone spiega di essere stata informata di una barca partita da Zuwara la sera del 18 dicembre, trasportando 117 persone. Secondo le informazioni ricevute, la partenza era avvenuta intorno alle 20 ora locale della sera precedente. “Abbiamo tentato ripetutamente di contattare la barca tramite telefono satellitare, senza successo”, afferma. Le guardie costiere e le Ong sono state poste in allerta, nonostante non avessero una posizione Gps: “Per tutto il giorno abbiamo continuato a cercare di raggiungere la barca tramite telefono satellitare, ancora una volta senza successo. Quando abbiamo contattato la Guardia Costiera italiana, hanno confermato di aver ricevuto la nostra email ma hanno immediatamente chiuso la chiamata senza fornire ulteriori informazioni o rassicurazioni. La cosiddetta Guardia costiera libica - ricostruisce Alarm phone - ci ha detto al telefono che non avevano né salvato né intercettato barche il 18 o il 19 dicembre”. La sera del 21 dicembre ha ricevuto informazioni che pescatori tunisini avevano trovato un solo sopravvissuto su una barca di legno. Avrebbe dichiarato di essere stato in viaggio da Zuwara due giorni prima della tragedia. Secondo la sua testimonianza, solo poche ore dopo la partenza il tempo é peggiorato drasticamente, con venti che raggiungevano i 40 km/h. Il sopravvissuto sarebbe stato trasferito dai pescatori in un ospedale in Tunisia. Alarm Phone ha provato a verificare queste informazioni ma non é ancora riuscito a confermarle completamente: “Abbiamo tentato di stabilire un contatto diretto sia con il sopravvissuto che con i pescatori che lo hanno salvato per capire meglio cosa fosse successo e dove fosse avvenuto il relitto, ma finora senza successo. Il 21 e 22 dicembre abbiamo chiamato innumerevoli volte la Guardia costiera tunisina, prima per esortarli a schierare risorse di ricerca e soccorso per cercare altri sopravvissuti o recuperare corpi, e poi per richiedere informazioni aggiornate”. Sia la Guardia costiera libica sia quella tunisina avrebbero ripetutamente detto che in quei giorni non avevano condotto nessuno a terra, affermando che il tempo, specialmente durante la notte tra il 18 e il 19 dicembre, era così’ brutto che era “impossibile” andare in mare. Dal 18 al 21 dicembre nessuna barca dalla Libia è giunta a Lampedusa. Le navi ong presenti in quel periodo (Sea-Watch 5 e ResQPeople) non poterono cercare la barca, o perché avevano già lasciato l’area prima del presunto naufragio (Sea-Watch 5) o perché non navigarono abbastanza a sud per intercettare la barca (ResqPeople). Il 22 dicembre, Seabird 3 ha condotto una ricerca aerea nell’area dove si ritiene sia avvenuto il naufragio, ma non ha trovato né sopravvissuti né tracce visibili. Inoltre, l’aereo Frontex Osprey 4 è volato nell’area il 20 dicembre, due volte il 21 dicembre e di nuovo il 22 dicembre. “Non sappiamo se Frontex abbia rilevato qualcosa - conclude Alarm Phone - mentre le autorità restano in silenzio. Chiediamo: cosa ha visto Frontex e perché queste informazioni non sono state rese pubbliche? Perché non sono state avviate operazioni di ricerca e soccorso una volta scomparsa la barca? Perché non sono state condivise informazioni nonostante i ripetuti allarmi?”. “La violenza alle frontiere non si ferma a Natale. Se le frontiere fossero aperte, queste persone probabilmente non sarebbero mai state costrette ad attraversare il Mediterraneo. Chiediamo risposte! Tutto ciò che vogliamo per Natale sono le frontiere aperte”. Così la Ong tedesca Sea Watch dopo la notizia del naufragio al largo della Libia che avrebbe provocato 116 morti e un solo sopravvissuto. Euromissili, la corsa è ripartita di Antonio Fico L’Espresso, 26 dicembre 2025 La guerra in Ucraina ripropone la minaccia cancellata nel 1987. Usa e Germania hanno un accordo per un nuovo sistema di difesa. E la Russia ha gli Oreshnik puntati su Berlino. Il nome di Stanislav Petrov non dice oggi molto alla maggioranza delle persone. Nel 1983, all’apice della tensione tra Stati Uniti e Unione sovietica, il sistema satellitare sovietico aveva individuato cinque missili intercontinentali in partenza da una base nel Montana. Il tenente colonnello dell’Armata rossa avrebbe dovuto avvisare i superiori, scatenando una massiccia operazione di rappresaglia con missili balistici verso obiettivi strategici in Inghilterra, Francia, Germania Ovest e Stati Uniti. Petrov invece prese tempo, interpretò il segnale come un errore (lo era) e salvò il mondo da un Olocausto nucleare. Questo episodio, insieme alla crescente consapevolezza dei rischi nucleari, contribuì al clima di dialogo tra le due superpotenze: Reagan e Gorbaciov firmarono nel 1987 il Trattato Inf che portò alla distruzione dei missili a raggio intermedio (oltre i 500 chilimetri) installati dalle due superpotenze in Europa. In seguito, il trattato New start pose un freno alla proliferazione di testate nucleari. L’intesa sugli euromissili fu uno dei simboli della distensione tra Est e Ovest e propiziò la fine della Guerra fredda. A distanza di quarant’anni, però, una nuova corsa agli euromissili, questa volta ipersonici - in grado cioè di colpire obiettivi a migliaia di chilometri di distanza in pochi minuti - potrebbe tornare a essere un simbolo del nuovo cambio di scenario, innescato dalla guerra in Ucraina e dalle rinate tensioni tra Usa, Europa e Russia. Una corsa al riarmo - senza attori in grado di fermare il gioco e tutta giocata sul suolo europeo - dagli esiti imprevedibili, “in cui un errore, non avrebbe questa volta nessun Petrov a porvi rimedio. Semplicemente non ci sarebbe il tempo”, osserva il presidente di Peacelink, Alessandro Marescotti, uno dei primi a sollevare la questione. Nel luglio 2024, al margine di un summit Nato, Germania e Stati Uniti stipulano un accordo bilaterale per il dispiegamento nel 2026 non solo di Tomahawk e SM-6, ma anche di batterie statunitensi “Dark Eagle”, un sistema missilistico ipersonico con oltre 3mila chilometri di gittata, capace di colpire in profondità il territorio russo, con la possibilità di raggiungere - secondo alcune fonti militari - Mosca in 4-6 minuti, San Pietroburgo in 3-5 minuti. Il contesto è noto: nel 2019, gli Stati Uniti si sono ritirati dal trattato Inf, accusando la controparte di aver schierato i missili balistici Iskander nell’enclave di Kaliningrad. Il vero spartiacque è però la guerra in Ucraina, dove i russi hanno tempestato le città dell’ex repubblica sovietica facendo largo uso di missili di nuova generazione. La Germania si sente da tempo in prima linea nella nuova guerra a Est, e non avendo sistemi propri si affida a quelli più moderni dell’alleato americano. Dark Eagle servirà, in caso di guerra, a neutralizzare missili e sistemi progettati per impedire alla Nato di muoversi e rifornirsi in Europa, colpire radar e centri di comando mobili o lanciatori di missili balistici e da crociera. A pochi giorni dall’accordo, un report del think thank tedesco Swp (Istituto per gli affari internazionali e la sicurezza), classifica come a basso rischio l’operazione: la Germania è già un obiettivo prioritario per la Russia come hub logistico Nato e il dispiegamento dei nuovi missili non cambia radicalmente il livello di rischio. La possibilità di un’escalation “causata dall’ambiguità” è limitata perché i missili Usa sono convenzionali, non armabili con testate nucleari. La Russia - dicono ancora gli esperti tedeschi - ha capacità industriali insufficienti per avviare una vera corsa agli armamenti a medio raggio nel breve periodo. Che il rischio sia mal calcolato, lo dimostra subito la replica russa. Il viceministro degli Esteri russo Sergei Ryabkov dichiara a caldo che non esclude affatto l’uso di missili nucleari come risposta. Alzando la posta, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov afferma che le capitali europee sono “potenziali bersagli” per i missili russi, se gli Stati Uniti dispiegheranno i loro sistemi in Germania. Il paradosso è sottolineato dagli stessi russi: da un lato la Russia è bersaglio dei missili Usa, dall’altro i missili russi potrebbero puntare l’Europa. Sembra il solito abbaiare alla luna dei russi, ma che le cose non stiano così lo dimostrano due fatti in rapida successione. Nel 2025 la Russia annuncia il ritiro dalla moratoria volontaria (il Trattato Inf è collassato nel 2019) sul dispiegamento di missili a medio e corto raggio. Ma il colpo che prende di sorpresa le cancellerie occidentali, è il lancio sull’Ucraina, nel novembre del 2024, di un nuovo missile ipersonico che i russi hanno classificato con il nome di “Oreshnik”, in grado di colpire Berlino dal suolo russo in dieci minuti, Varsavia in 6-8 minuti, Bruxelles in 12. Per il direttore della Rivista italiana di difesa, Pietro Batacchi “Europa e think tank hanno sottovalutato l’industria militare russa dopo le difficoltà iniziali in Ucraina, e questo spiega anche perché i vertici politici e militari europei si siano convinti a un certo punto di poter vincere la guerra. Ma anche se i russi hanno investito poco in armi convenzionali, la missilistica russa era e rimane settore tecnologico solido e non c’erano segnali che dicessero qualcosa di diverso”. Dark Eagle e Oreshnik sono due sistemi d’arma diversi ma entrambi in grado di bucare le difese avversarie: “Dark Eagle - sottolinea Batacchi - ha una testata planante, altamente manovrabile, pensato per impiego convenzionale ma è più difficile da rilevare rispetto ai missili balistici. L’Oreshnik è un missile balistico a raggio intermedio, non ipersonico ma potenzialmente nucleare”. Il salto di qualità nella minaccia è evidente, per l’esperto: “Venuta meno ogni cornice di riferimento, ognuno fa come vuole e i missili giocheranno un ruolo importante in questo gioco di azioni e reazioni. Mentre in passato la deterrenza era affidata a missili intercontinentali, ora la sfida si sposta su suolo europeo, con tempi di reazione che si riducono a pochi minuti: così aumenta la tensione, con rischi maggiori di errore e di escalation”. Né si intravedono, per Batacchi, attori capaci di ripristinare un dialogo né di porre freni credibili, in un quadro che si evolve verso una iper-competizione tra potenze. Per Fabrizio Coticchia, docente di Studi strategici dell’Università di Genova, “missili e difese antimissile sono diventati centrali con la guerra in Ucraina, così come i droni, ma la corsa alle armi da sola, come è evidente, non sembra creare deterrenza. Al contrario genera una spirale in cui ogni volta si alza il livello dello scontro”. Servirebbe diplomazia, “ma oggi - aggiunge - lo spazio diplomatico europeo è debole e le scelte strategiche sono dominate da attori di potenze come Usa e Russia, e dalle industrie della difesa, che beneficiano della corsa al riarmo”. Gran Bretagna. Linea dura sugli attivisti pro Pal in sciopero della fame di Nicol Degli Innocenti Il Sole 24 Ore, 26 dicembre 2025 Tre detenuti hanno superato i 52 giorni senza cibo e sono stati ricoverati. Accuse di terrorismo In carcere da un anno. Greta Thunberg arrestata e poi rilasciata alla protesta di ieri Greta Thunberg, l’attivista svedese, è stata arrestata a Londra ieri e poi rilasciata su cauzione per avere partecipato a una manifestazione pro-Pallestina con un cartello con su scritto “Sostengo i prigionieri di Palestine Action. Mi oppongo al genocidio”. Il fermo è avvenuto per violazione del “Terrorism Act”. Tre giovani attivisti di Palestine Action sono in ospedale e rischiano la morte e altri tre sono in carcere in gravissime condizioni dopo settimane di sciopero della fame per protesta contro il loro arresto e detenzione senza processo. I loro avvocati e le loro famiglie hanno chiesto un incontro urgente con il ministro della Giustizia, David Lammy, ma i loro appelli sono stati ancora una volta ignorati dal Governo britannico che si rifiuta di discutere della situazione. I legali e familiari degli attivisti sostengono che è “inumano” lasciar morire di fame dei giovani che non hanno ucciso nessuno o commesso azioni violente e che in carcere sono tenuti in condizioni di isolamento dal mondo esterno. Il ministero della Giustizia in un comunicato ha respinto le accuse, dicendo che “vogliamo che le condizioni dei prigionieri migliorino, ma non intendiamo creare incentivi perversi che incoraggerebbero altre persone a fare sciopero della fame”. La strategia del Governo è quindi di ignorare la protesta e Lammy ha rifiutato le richieste di alcuni deputati di aggiornare il Parlamento sulle condizioni di salute degli attivisti. Otto membri di Palestine Action sono in carcere da oltre un anno in attesa di processo, ben oltre i sei mesi previsti dalla legge, e dato il grave arretrato nei tribunali britannici non saranno processati prima di metà 2026. Per protesta quindi gli attivisti hanno iniziato lo sciopero della fame, chiedendo di essere rilasciati su cauzione. Sono accusati di danni dolosi e furto aggravato perché avrebbero fatto irruzione nella fabbrica di Elbit Systems, la maggiore società israeliana di tecnologie per la difesa, vicino Bristol e per essere entrati nella base della Royal Air Force di Brize Norton per macchiare di rosso alcuni velivoli con la vernice spray. Le irruzioni hanno causato danni materiali alle cose ma nessun danno alle persone. La manifestazione di ieri a Londra dove è stata arrestata la Thunberg era fuori dall’ufficio di Aspen, società di assicurazioni legata a Elbit Systems. Alcuni manifestanti hanno dipinto di rosso la facciata e si sono incatenati all’ingresso. La richiesta principale dei prigionieri è che il Governo faccia marcia indietro sulla decisione presa nel luglio scorso di bandire Palestine Action classificandola come organizzazione terroristica. Trincerandosi dietro “informazioni riservate”, il Governo non ha voluto spiegare perché un’organizzazione di volontari che protestano contro la tragica situazione a Gaza sia stata equiparata a gruppi terroristici come Isis o al Qaeda. Nei primi tre mesi dopo che Palestine Action è stata messa al bando, oltre 1.600 persone sono state arrestate per avere espresso solidarietà con il gruppo. Più di recente dopo l’attentato di Bondi Beach in Australia il Governo britannico ha avviato un ulteriore giro di vite contro le proteste in sostegno di Gaza: come si è visto ieri con la Thunberg, in Gran Bretagna ora si può essere arrestati solo per avere in mano un cartello. “Le parole hanno conseguenze”, ha spiegato Mark Rowley, il capo della Metropolitan Police. La situazione ricorda gli eventi del 1981, quando l’allora premier Margaret Thatcher aveva adottato la linea dura contro i militanti dell’Ira che avevano avviato lo sciopero della fame perché volevano essere considerati prigionieri politici e non criminali. Dieci di loro morirono, tra cui Bobby Sands, che era stato eletto deputato. Nel 1981 il militante dell’Ira Martin Hurson era morto a 29 anni al 46esimo giorno di sciopero della fame. Tre degli attivisti di Palestine Action hanno superato i 52 giorni senza cibo. Stati Uniti. “Caro Donnie...”: Silvia e le lettere al braccio della morte di Francesco Ognibene Avvenire, 26 dicembre 2025 Lei è milanese, 86 anni, malata. Ecco come è nata quasi per caso la corrispondenza con un condannato alla pena capitale in un carcere duro della Florida. Silvia Rocco ha 86 anni e uno di quei volti che a prima vista capisci plasmati dal bene fatto, visto, costruito. Un sorriso accogliente e buono, le parole misurate e gentili. I quattro figli cresciuti all’idea che attorno a noi c’è un bisogno smisurato di attenzioni, e lei che oggi dice di aver “dedicato la mia vita ad aiutare persone in situazioni estreme: tossicodipendenze, Aids, disagio psichico e comportamentale”. Ora che anche i nipoti sono tutti grandi, che il suo matrimonio è purtroppo terminato e che avrebbe più tempo da dedicare alla sua grande passione per il prossimo, ecco arrivare una neuropatia alle gambe, che inevitabilmente la frena - “ho visto la mia vita attiva ridursi drasticamente” - ma non può fermarla: “La mia mente e il mio cuore sono rimasti aperti, curiosi e pronti a nuove esperienze. Cercavo da tempo qualcosa che mi permettesse di essere d’aiuto nonostante i miei limiti fisici”. Un esempio di terza età che sa di prima giovinezza. Non raro a Milano, una di quelle persone di cui l’arcivescovo Delpini nel suo Discorso alla Città ha detto che “si fanno avanti” e tengono in piedi una metropoli che ha corso tanto e ora è incerta sul suo futuro. C’è tanta disponibilità di bene in giro ovunque per Milano - Silvia vive nella quiete residenziale della zona ex Fiera, e lei stessa si definisce “di estrazione borghese” - come oggi si possa mettere a frutto è un altro discorso, specie quando anni e acciacchi pesano sempre più. Ma le occasioni nascono come è sempre accaduto: per un caso apparente, Provvidenza manzoniana in purezza. E così Silvia incrocia il libro che racconta di una donna, Laura Belotti, entrata in corrispondenza con un detenuto atteso all’esecuzione capitale negli Stati Uniti: muovendo solo la penna ha mosso due cuori, quello del carcerato costretto a un destino di morte - ma non alla disperazione - e il suo. L’ha fatto grazie al progetto della Comunità di Sant’Egidio “Scrivi a un condannato a morte”, idea formidabile per dare forza alla richiesta di messa al bando di ogni patibolo con l’adozione “a distanza” di chi è atteso un giorno da un’iniezione letale. E Silvia, per dirla con Delpini, “si fa avanti”. Ma questa è solo una parte della storia, quella milanese, che ci parla di un gesto nobile come decidersi a mandare messaggi a una persona angosciata e sconosciuta che ha una storia completamente diversa dalla tua, parla un’altra lingua che non sai, il suo orizzonte è il cielo a scacchi e non il Vigorelli o le torri di City Life, e chissà che pensieri ha in testa. Quando il 25 gennaio 2022 Silvia scrive (in italiano, tradotto con dispositivi digitali) la prima email indirizzata alla Union Correctional Institution di Raiford, Florida, uno di quei penitenziari dov’è attivo un posto assurdo gestito dallo Stato che si chiama “Braccio della Morte”, ha presente solo un nome a cui rivolgersi ma non ha idea delle mani umane in cui la sua lettera capiterà. Le mani sono quelle di Donald O. Williams, detto Donnie, 65 anni: e per il tribunale che l’ha condannato a morte nel 2014 sono macchiate dal sangue di un efferato delitto del quale lui si professa innocente con battagliera tenacia. Veterano dei Marines, operaio e poi venditore, un figlio che non vuole più saperne di lui come l’ex moglie, Donnie è un omone grande e grosso col cuore tenero ma che il carcere duro ha fatto chiudere ermeticamente a un mondo che vuole disfarsi di lui. Una vita a perdere, si direbbe. Un passato di abusi subìti dal padre e di povertà morale e materiale, Donnie legge le parole di quella attempata donna italiana che chissà perché ha deciso di spezzare il guscio della sua disperata solitudine (“Oggi comincia una nuova amicizia tra noi, se vuoi...” è l’incipit della prima lettera). E poco manca che ci resti davvero secco. È come se una palla di fuoco sciogliesse all’istante il ghiacciaio nel quale la sua vita si è paralizzata, scossa solo dagli ostinati ricorsi per reclamare giustizia. L’ex marine tutto d’un pezzo sembra non attendesse altro. E nello scambio epistolare sempre più fitto che da allora inizia, poi ininterrotto, si scopre letterato, umorista, poeta, cronista, fluviale confidente di quella signora ignota che gli si rivolge con garbata eleganza. E quando scopre che la sua fede cattolica è condivisa da Silvia, donna di sensibile e profonda spiritualità, non tarda ad affiorare una sintonia dell’anima che va di pari passo con quella del cuore. Sino a rendere i due inseparabili sebbene divisi da un oceano, due vite difficilmente immaginabili più distanti dentro un destino che pare consegnarli a una lontananza insanabile. Invece una lettera dopo l’altra Silvia e Donnie si intendono sempre meglio e sempre più a fondo. Parlando letteralmente di tutto: lei gli racconta come cucina il risotto alla milanese, lui della vita durissima in una cella di tre metri scarsi; lei gli dice delle bellezze e del clima di Milano, lui della rissa di cui è stato testimone nell’ora d’aria; lei si diffonde sui pensieri che le fanno compagnia in giornate insidiate dalla nostalgia e dalla solitudine, lui sul suo turbolento passato, la felicità sempre intravista e sempre negata, i desideri irrealizzati e quelli che inizia a sognare di compiere con lei, certo che il suo caso sarà rivisto e potrà gustare la libertà insieme alla “sua” Silvia. Sì, perché l’amicizia è diventata in breve affetto, e poi è tracimata in un amore reciproco per via epistolare al quale l’una e l’altro si consegnano con tutta la gioia di una sorpresa che la vita ha imprevedibilmente riservato a entrambi quando pareva che fosse ormai tutto finito. “Com’è stato possibile? - si chiede Silvia -. Quale vuoto profondo ciascuno di noi ha riempito? Quale nostalgia ha condotto l’una e l’altro “in un luogo dentro noi stessi che non avevamo mai visitato”, come tu hai magistralmente descritto parlando del nostro percorso interiore?”. E se Donnie si esprime con l’impeto di un uomo semplice che dentro il buio della disperazione ha visto accendersi una luce sempre più calda e avvolgente, Silvia usa un linguaggio quieto e nobile, come un abbraccio di parole che vola dentro il carcere e squarcia la cappa di piombo che teneva in schiavitù, con il corpo, anche l’anima di Donald. Nel segreto di questo dialogo di persone mai così lontane e vicine (coronato da due brevi visite di persona nel penitenziario, nel 2023 e 2024, grazie a una rete di amicizie che intanto si è tessuta attorno all’incredibile impresa della nonna milanese) possiamo entrare grazie all’idea di Silvia che ha raccolto a sue spese il corposo epistolario in un volume (Oltre ogni irragionevole speranza. Una storia vera, 256 pagine) pubblicato in proprio, acquistabile su Amazon a poco più di 20 euro e ora disponibile anche nella traduzione in inglese. In un crescendo di emozioni e confidenze interiori, seguiamo l’avventura di due persone tra loro remote per tutto ma rese prossimo l’una dell’altra. Un viaggio sorprendente che si gusta parola dopo parola, con una sorpresa che cede il passo alla curiosità, al divertimento, persino alla commozione. Nel parlatorio del carcere Silvia racconta di aver “invocato la Misericordia di Dio su di te” e “recitato il Padre Nostro”: poi “ho tracciato una piccola croce sulla tua fronte benedicendoti”. E gli manda una foto del Duomo di Milano. Donnie, incantato, si scioglie una volta ancora: “Ti prego di perdonare i miei errori. La ricerca è finita. Ci siamo trovati”.