Card. Zuppi (Cei): “Accompagnamento continuo e finanziamenti adeguati” di Riccardo Benotti agensir.it, 25 dicembre 2025 “Nelle carceri c’è troppa sofferenza. Per ridare dignità dobbiamo investirci molto, in termini di denaro, tempo e umanità: l’impegno deve diventare un progetto strutturale con un accompagnamento continuo e finanziamenti adeguati così che la rieducazione, che è quello a cui costituzionalmente siamo chiamati, sia possibile e reale”. Così il card. Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, in un’intervista dopo il Giubileo dei detenuti. Eminenza, è il primo Natale di Leone XIV, che in questi mesi ha orientato la Chiesa verso sobrietà, dialogo, pace e attenzione ai poveri. Quali attese vede aprire per la Chiesa in Italia? Papa Leone ci sta indicando come essere cristiani oggi. E non esserlo nelle dichiarazioni o nelle apparenze ma nella vita e nelle scelte. La Chiesa in Italia raccoglie i frutti del Cammino sinodale, la consapevolezza di camminare, cioè annunciare Cristo, e di farlo insieme, come comunità, casa che accoglie e ama tutti ad iniziare dai più poveri e feriti. Insieme al Papa vogliamo essere fermento per un mondo riconciliato, accogliendo gli assetati di senso e di futuro, i senzatetto spirituali, senza paura di fare scelte coraggiose e impegnative. Tra pochi giorni si chiuderà l’ultima Porta Santa. Quale bilancio offre del Giubileo 2025? È stato certamente un anno di grazia, di conversione, di rinnovamento della fede e di incontro con Cristo. E anche di tante conferme e sorprese, che ci aiutano a credere alla forza della Parola di Dio “sine glossa”, come voleva san Francesco. Qualcuno si può sentire in difficoltà ma è il Vangelo che non smette di attrarre le persone. Quali frutti spirituali e pastorali spera possano rimanere nelle comunità anche dopo la conclusione ufficiale dell’Anno Santo? Romano Guardini diceva: “Si è iniziato un processo di incalcolabile portata: il risveglio della Chiesa nelle anime”. Sono convinto che questo risveglio ci sia, anche se piccolo, silenzioso, forse nascosto, come un piccolo seme che tenta di farsi largo tra ciottoli ed erbacce. E noi, come Chiesa, dobbiamo aiutare questo seme a fiorire, a dare frutto. Con pazienza, con fiducia e con speranza. Il male, la violenza, la paura, l’individualismo sono domande di bellezza, di luce, di amore gratuito. Ucraina, Medio Oriente, Siria, Africa: i conflitti continuano e la diplomazia resta fragile. Quale contributo può dare oggi la Chiesa in Italia agli sforzi di pace? Si inizia a costruire la pace nel cuore, liberandolo dagli egoismi, dall’individualismo che ci impedisce di vedere l’altro come un fratello, dalla tentazione di potersi salvare da soli, da quella violenza subdola che avvelena le relazioni. Disarmando l’Io da ciò che lo rovina: l’egoismo che ne fa un’idolatria. Solo con il Tu di Dio e il Noi della Chiesa troviamo L’IO! Possiamo costruire ponti lì dove si alzano muri e alimentare il dialogo dove si parla sopra gli altri o senza cuore. Come tradurre concretamente questo impegno? A diversi livelli: personale, comunitario, istituzionale, nazionale e sovranazionale. Papa Leone ha chiesto che ogni comunità diventi una casa della pace e della nonviolenza: è l’impegno che la Chiesa in Italia ha assunto in questo tempo della forza, dalla penosa esibizione di sé alla tragica forza delle armi. La sicurezza è importante ma sempre proporzionata e per avviare il dialogo con tutti. Come custodire un orizzonte di speranza quando prevale ancora la logica delle armi? Lo crediamo che siamo fratelli tutti o ne facciamo una dichiarazione vuota? Diciamo no alla globalizzazione dell’impotenza e non restiamo indifferenti dinanzi alle sofferenze e al grido di tanti. È una sfida, è responsabilità che ci chiama in causa, adesso e senza deleghe. L’Italia vive un nuovo minimo storico di nascite. Quali passi concreti immagina per sostenere la natalità e accompagnare le famiglie nel 2026? Bisogna tornare a guardare alla vita con entusiasmo. E liberarci dalla paura della vita o dalla tentazione di avere prima tutte le sicurezze e le risposte! Le risposte le troveremo vivendo e possiamo farlo perché abbiamo trovato la risposta: Gesù! Liberiamoci dalla fretta, dalla ricerca costante del profitto a scapito delle relazioni. Impariamo a volere bene come ci insegna Gesù. E solo Gesù proclama che siamo fratelli tutti! Servono anche risposte concrete sul piano sociale ed economico? Quanti problemi ci sfidano: il rapporto tra donna, maternità e lavoro, la precarietà economica. Servono, per questo, scelte operative che devono scaturire dal dialogo costruttivo tra Terzo settore e Istituzioni: la casa, combattere il precariato, dare sostegni. Ma occorre anche una visione che dia risposte a un problema, quello della denatalità, che ha radici di natura sociale, culturale e antropologica. Quale rinnovamento chiede alla comunità cristiana per essere più generativa? La Chiesa ha una grande responsabilità perché è chiamata a restituire motivazioni che liberino dalla paura e spingano a guardare oltre, che facciano intravedere la bellezza di trasmettere vita, che mostrino che l’esistenza ha senso quando viene donata a qualcuno. Il Giubileo dei detenuti ha riportato l’attenzione su sovraffollamento, condizioni difficili e reinserimento. Quale cambiamento ritiene oggi urgente per ridare dignità alla vita in carcere? Nelle carceri c’è troppa sofferenza. Per ridare dignità dobbiamo investirci molto, in termini di denaro, tempo e umanità: l’impegno deve diventare un progetto strutturale con un accompagnamento continuo e finanziamenti adeguati così che la rieducazione, che è quello a cui costituzionalmente siamo chiamati, sia possibile e reale. I dati sulla recidiva sono preoccupanti… Due terzi delle persone che escono dal carcere sono recidivi, mentre non è così per coloro che sono stati ammessi alle misure alternative. Esperienze bellissime, diffuse sul territorio, dimostrano che il traguardo della “recidiva zero” è possibile. Dobbiamo lavorare su questo versante, insieme: Istituzioni, società civile, comunità ecclesiale, con il supporto del mondo del volontariato. Quale contributo può offrire la Chiesa in Italia per sostenere chi sta per tornare alla società? È necessario garantire la presenza di volontari nelle carceri, promuovendo quelle iniziative che avvicinino il carcere al territorio, al mondo esterno, perché non restino due sfere a sé stanti. Come Chiesa in Italia continuiamo a camminare con i fratelli che hanno sbagliato, con amore, perché questo ci fa riconoscere nell’altro la persona che è sempre degna della nostra compassione. Ci sono speranze concrete per i detenuti in questo tempo giubilare? Mentre ci prepariamo a vivere il Natale e a concludere questo Anno Santo, auspichiamo che ci possano essere degli interventi - richiesti da Papa Francesco e sollecitati da Papa Leone al Giubileo dei detenuti - che restituiscano speranza ai carcerati, proprio perché nessuno vada perduto. In questo 25 dicembre segnato da crisi e incertezze, quale parola di speranza vuole offrire agli italiani? Ci stiamo misurando con tante fragilità e con la forza del male che dirompe nel mondo e spesso nelle nostre vite. Ma il Natale viene proprio per questo, non perché tutte le cose vanno bene, ma per accendere una luce in quel buio che ci disorienta, che ci fa precipitare nell’angoscia, nella depressione, che ci fa vedere nemici dappertutto, che ci stritola. Come può la nascita di Gesù continuare a parlare oggi al cuore delle persone e delle famiglie? In un mondo in cui la guerra si frammenta e si diffonde, anche quest’anno, Gesù nasce, si fa carne e viene a stare con noi, come un bambino indifeso, bisognoso di cure. Costruiamo comunità, difendiamo la famiglia essendo famiglia di Dio, cominciando a essere familiari suoi! Non giriamoci dall’altra parte, accogliamolo davvero, facendo pace con noi stessi, con gli altri, nella storia e sulla Terra. Il regime del 41-bis e la questione sarda: tra necessità di sicurezza e diritti fondamentali di Basilio Brodu* ortobene.net, 25 dicembre 2025 Il quadro storico-normativo del “carcere duro”. Il regime speciale del 41-bis dell’ordinamento penitenziario affonda le sue radici nella drammatica stagione delle stragi mafiose degli anni Novanta, ma la sua genesi normativa risale alla legge Gozzini del 10 ottobre 1986. Il senatore Mario Gozzini, eletto nel 1976 nelle liste del PCI e successivamente transitato nella Sinistra indipendente, introdusse con la legge n. 663 del 1986 le prime forme di regime detentivo differenziato, modificando la precedente legge del 26 luglio 1975 n. 354 sull’ordinamento penitenziario. La legge Gozzini passò con ampio consenso parlamentare, registrando l’unico voto contrario del Movimento Sociale Italiano, che si oppose a quello che sarebbe passato alla storia come “carcere duro”. L’evoluzione normativa proseguì con il decreto-legge n. 306 dell’8 giugno 1992, convertito in legge n. 356 il 7 agosto 1992, emanato sull’onda emotiva della strage di Capaci in cui perse la vita il giudice Giovanni Falcone. Questo intervento legislativo ampliò significativamente la capacità del Ministero di Giustizia di sospendere le normali regole detentive per i detenuti riconosciuti colpevoli di determinati delitti contro l’ordine e la sicurezza pubblica. Il consolidamento definitivo del regime avvenne con la legge n. 279 del 23 dicembre 2002 del governo Berlusconi, che rese il “carcere duro” stabilmente presente nell’ordinamento carcerario, successivamente modificata dalla legge n. 94 del 15 luglio 2009 che ridusse i termini temporali del trattamento a quattro anni con due proroghe di due anni ciascuna. La disciplina giuridica attuale. Il regime normativo trova oggi la sua disciplina nell’articolo 41-bis dell’ordinamento penitenziario, che consente al Ministro della Giustizia di sospendere, in tutto o in parte, l’applicazione delle regole ordinarie di trattamento quando ricorrano gravi motivi di ordine e sicurezza pubblica e vi siano elementi tali da far ritenere la sussistenza di collegamenti del detenuto con associazioni criminali, terroristiche o eversive. La giurisprudenza ha chiarito che il regime del 41-bis non ha natura sanzionatoria-retributiva ma finalità di prevenzione dei reati e il suo regime differenziato persegue obiettivi di neutralizzazione intramuraria e rescissione dei collegamenti del detenuto con il contesto di criminalità organizzata. Particolarmente rilevante per la questione sarda è il comma 2-quater dell’articolo 41-bis, che stabilisce espressamente che “i detenuti sottoposti al regime speciale di detenzione devono essere ristretti all’interno di istituti a loro esclusivamente dedicati, collocati preferibilmente in aree insulari, ovvero comunque all’interno di sezioni speciali e logisticamente separate dal resto dell’istituto”. La situazione carceraria italiana e le problematiche territoriali. Il sistema penitenziario italiano è caratterizzato da un cronico sovraffollamento che ha portato alla condanna dell’Italia da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo nel caso Torreggiani del 2013. Secondo i dati più recenti, la popolazione detenuta italiana si attesta intorno alle 60.000 unità, con un tasso di affollamento che supera il 110% della capienza regolamentare. Al 2025, delle 742 persone sottoposte al regime del 41-bis a livello nazionale, la Sardegna ne ospita già 93, collocandosi al quinto posto dopo Lazio-Abruzzo-Molise (243), Piemonte-Liguria-Valle d’Aosta (115), Toscana-Umbria (109) e Lombardia (100). Tuttavia, in rapporto alla popolazione residente, la Sardegna presenta una concentrazione sproporzionata di detenuti in regime speciale. La concentrazione di detenuti 41-bis in specifiche aree territoriali ha generato problematiche significative documentate dal Garante nazionale delle persone private della libertà. Già nel 2019 emergevano, per esempio, criticità nelle carceri sarde tanto che il rapporto sulle carceri sarde evidenziava condizioni degradanti nelle sezioni 41-bis, con “reparti del 41 bis situati appositamente sotto il livello del terreno” che provocavano “una diminuzione progressiva dell’aria e della luce naturale”, invasione di blatte nelle infermerie e sezioni prive delle condizioni minime di dignitosa vivibilità. Il dibattito politico e le contraddizioni. Il recente dibattito sulla trasformazione del carcere di Badu e Carros in struttura dedicata esclusivamente al regime 41-bis ha evidenziato significative contraddizioni politiche. La presidente della Regione Sardegna Alessandra Todde ha definito la prospettiva “concreta e imminente” e una “condanna senza appello” per il territorio nuorese. Tuttavia, l’analisi della documentazione storica rivela una palese contraddizione nelle posizioni del Movimento 5 Stelle. Nel 2020, con Alfonso Bonafede ministro della Giustizia nel governo Conte II, il M5S promuoveva l’istituzione di nuove sezioni 41-bis in Sardegna attraverso il decreto ministeriale del 9 ottobre 2020 che istituiva una nuova sezione per detenuti al 41-bis nella Casa circondariale di Nuoro. Oggi, con la stessa forza politica all’opposizione, si assiste a una netta inversione di rotta. I diritti del detenuto e i principi costituzionali. Nonostante le restrizioni imposte dal regime del 41-bis, il detenuto conserva i diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione e dalle convenzioni internazionali. L’articolo 1 dell’ordinamento penitenziario stabilisce che “il trattamento penitenziario deve essere conforme a umanità e deve assicurare il rispetto della dignità della persona” e che “ad ogni persona privata della libertà sono garantiti i diritti fondamentali”. La questione dei trasferimenti solleva problematiche specifiche relative al mantenimento dei rapporti familiari. L’articolo 42 dell’ordinamento penitenziario stabilisce che “nel disporre i trasferimenti i soggetti sono comunque destinati agli istituti più vicini alla loro dimora o a quella della loro famiglia”, principio che entra in tensione con la concentrazione territoriale prevista per il regime speciale. La giurisprudenza ha tuttavia chiarito che il trasferimento del detenuto disposto dall’Amministrazione penitenziaria per comprovate ragioni di sicurezza non è sindacabile in sede giurisdizionale dal Magistrato di Sorveglianza, rientrando nelle scelte discrezionali della Pubblica Amministrazione relative all’allocazione dei detenuti negli istituti penitenziari. Le ragioni tecniche e di sicurezza. Dal punto di vista tecnico-giuridico, la concentrazione di detenuti 41-bis in aree insulari risponde a precise esigenze di sicurezza, poiché, tali ragioni oltre costituire, per un verso, la ratio normativa è stato ribadito, per altro verso, anche dalla stessa Cassazione che in plurime sentenza ha ribadito che “impedire i collegamenti con l’associazione di appartenenza è lo scopo principale per il quale è stato previsto un regime speciale di detenzione per alcuni detenuti che hanno fatto parte di organizzazioni criminali, ancora operative durante il periodo di detenzione”. L’insularità, sotto tali aspetti, rappresenta un elemento di sicurezza aggiuntivo che limita le possibilità di evasione e di mantenimento di contatti esterni, coerentemente con la finalità preventiva del regime speciale. La normativa stessa prevede espressamente la preferenza per “aree insulari” per la collocazione di tali detenuti. Verso una proposta equilibrata. La questione del 41-bis in Sardegna richiede quindi un approccio che superi le strumentalizzazioni politiche del momento per affrontare con oggettività una problematica complessa che tocca aspetti fondamentali dello Stato di diritto. È necessario trovare un equilibrio che garantisca da un lato l’efficacia delle misure di prevenzione contro la criminalità organizzata e dall’altro il rispetto dei principi costituzionali e delle convenzioni internazionali sui diritti umani. Una soluzione equilibrata potrebbe prevedere: la distribuzione più bilanciata dei detenuti in regime speciale sul territorio nazionale, evitando concentrazioni eccessive in singole regioni; il potenziamento dei collegamenti telematici per garantire il mantenimento dei rapporti familiari, come previsto dalla normativa ma spesso non attuato; l’investimento in programmi di rieducazione specificamente pensati per i detenuti sottoposti al regime del 41-bis; il miglioramento delle condizioni materiali di detenzione, come evidenziato dalle criticità emerse nei rapporti del Garante nazionale. La sfida non è quella di fare facile propaganda o superficiale populismo, ma di dimostrare la capacità di trovare soluzioni che rispettino tanto le esigenze di sicurezza quanto i principi fondamentali dello Stato di diritto. La capacità di coniugare fermezza nella lotta alla criminalità organizzata e rispetto incondizionato della dignità umana rappresenta, in definitiva, la vera misura della civiltà di un sistema penitenziario e, più in generale, di una democrazia. *Avvocato La grazia concessa a Franco Cioni ci costringe a guardare oltre la foga punitiva di Chiara Lalli Il Dubbio, 25 dicembre 2025 Nel 2021 l’uomo uccise sua moglie Laura Amidei, malata terminale, per “pietà”: perché non ebbero altra scelta? Il 22 dicembre il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha firmato cinque decreti di grazia, come previsto dall’articolo 87 della Costituzione. Tra quei cinque c’è Franco Cioni, “nato nel 1948, condannato a sei anni, quattro mesi e venti giorni di reclusione per il delitto di omicidio volontario della moglie, affetta da malattia in stato terminale e con la quale era sentimentalmente legato da cinquanta anni, commesso nell’aprile del 2021. Nel concedere la grazia che ha estinto l’intera pena detentiva ancora da espiare (pari a cinque anni e sei mesi di reclusione) il Capo dello Stato ha tenuto conto dei pareri favorevoli, formulati dal Procuratore Generale e dal Magistrato di sorveglianza, delle condizioni di salute del condannato, dell’intervenuto perdono da parte della sorella della vittima e della particolare condizione in cui è maturato l’episodio delittuoso”. Cioni era stato condannato l’anno scorso. Laura Amidei era malata terminale e il suo omicidio sembrerebbe rientrare più negli omicidi pietosi che nei femminicidi (a meno che non vogliamo usare come criterio di femminicidio il mero omicidio di una donna, indipendentemente dalle motivazioni). I giudici hanno concesso le attenuanti generiche e quella dei motivi morali e sociali. È stata anche considerata la condotta di Cioni negli anni precedenti l’omicidio. Dedizione e accudimento dall’inizio della malattia nel 2016, come anche testimoniato dal medico di Amidei e dalla sorella. Un futuro che si restringe irrimediabilmente e una sofferenza che non si riesce più a contenere. Il rischio di non poterla più assistere a casa e la contrarietà di Amidei a questa ipotesi. Dopo l’omicidio, Cioni aveva chiamato i carabinieri e si era denunciato. Secondo il suo avvocato, Simone Bonfante, questa sentenza aveva riconosciuto un’idea condivisa nel considerare un valore morale l’interruzione della sofferenza di qualcuno malato in modo grave e irreversibile (lo scrive Valentina Reggiani sul Resto del Carlino il 2 febbraio 2024, “Sentenza Cioni, i giudici: “Uccise la moglie malata spinto da amore pietoso dopo anni di dedizione”“). È una storia terribile. Ed è difficile immaginare cosa avremmo fatto noi o cosa si sarebbe potuto fare di diverso o prima (la sedazione palliativa profonda, la richiesta di aiuto al suicidio?). Certamente ci costringe a fermarci su alcuni dettagli - che non lo sono affatto - che troppo spesso nella foga punitiva e vendicativa tendiamo a dimenticare. Perché questo è un meccanismo comune, che va dalle risse social ai casi di omicidio: finché succede a qualcun altro, non succede a noi. E troppo di rado facciamo lo sforzo di invertire questo inutile senso di superiorità: se succedesse a noi? Che non è la stupida e feroce versione dell’identitarismo. Non serve e non basta essere o aver fatto qualcosa per capire la disperazione e l’assenza di alternative. Ma dicevo i dettagli: il contesto e le intenzioni. Che richiedono tempo e la pazienza di non fermarsi all’ultimo atto di una catena di avvenimenti e di circostanze. Nemmeno un omicidio è mai solo un omicidio. O meglio, la sua considerazione non può essere slegata dal contesto e dalle intenzioni. È ovvio e sembra sciocco doverlo dire, ma stanno lì tutte le differenze importanti. D’altra parte anche la legittima difesa è un omicidio. E poi c’è quell’altro dettaglio del senso della condanna e della detenzione. Forse avrei chiesto anche io di morire. Forse non soffocata perché sono fifona e il rischio di soffrire mi avrebbe terrorizzato. Forse avrebbero potuto provare a chiedere aiuto o a chiedere qualcosa di diverso? Forse lo hanno fatto e non è stato abbastanza. È terribile non avere o pensare di non avere alternative. Ed è la condizione più pericolosa. Se le malattie sono a volte inguaribili e ci costringono a un destino che non possiamo cambiare, dovremmo avere almeno la possibilità di poter sfuggire a quel destino. Ognuno secondo i propri desideri, già compressi e ristretti. Milano. Spostare San Vittore e farci un parco: l’idea (contestata) di Beppe Sala di Massimiliano Melley milanotoday.it, 25 dicembre 2025 Un parco al posto del carcere di San Vittore. È l’idea lanciata da Beppe Sala, sindaco di Milano, dopo il principio d’incendio che si è scatenato nei giorni scorsi e il conseguente mancato ripristino dell’elettricità, che ha portato al trasferimento di circa 250 detenuti, dopodiché si è sprigionato un secondo incendio, tutto nel terzo raggio del penitenziario. “A San Vittore la situazione non è bella. Lo dico da un po’ di tempo e so che non tutti sono d’accordo, ma non credo che San Vittore possa essere un carcere per il futuro. È un carcere magari comodo per tanti, perché è vicino, gli avvocati vi si recano con grande facilità, ma le condizioni di vita non sono assolutamente dignitose”, ha detto il sindaco di Milano lunedì mattina a margine di un evento. Parco al posto del carcere - Di qui l’idea della ricollocazione del carcere, senza però “aprire” a un intervento edilizio nell’area dove si trova attualmente: “Lì, lasciare un parco, con solo spazio verde. Non si può andare così. Quella dell’altro giorno poteva essere una tragedia”, ha detto. Due incendi in pochi mesi - Il tema dello spostamento di San Vittore è molto antico. Quando “succede qualcosa”, qualcuno lo ripropone. Ultimamente Sala lo fa abbastanza spesso. Ma, nella maggioranza di centrosinistra, non sono tutti d’accordo. Non lo è, ad esempio, Alessandro Giungi, consigliere del Pd e avvocato, nonché vice presidente della sottocommissione carceri a Palazzo marino. Giungi ricorda non solo l’incendio di qualche giorno fa, col trasferimento dei detenuti, ma anche quello di ottobre alle aule dove si tengono le lezioni scolastiche (da allora inutilizzabili). Un incendio, quello più recente, che si sarebbe potuto evitare con “un minimo di manutenzione e controllo”. Poca manutenzione quindi, ma anche sovraffollamento record (al 220%) sono per Giungi le ragioni “sistemiche” che portano anche a conseguenze di questo tipo. “Da oltre 20 anni, due raggi sono chiusi senza che si intervenga per il loro ripristino. È solo propaganda parlare dell’apertura di nuove strutture penitenziarie, quando neppure si è in grado di prendersi cura di quelle esistenti”, dichiara il consigliere del Pd. Risolvere i problemi - Per Giungi, “San Vittore in centro a Milano dà fastidio per la sua visibilità, che obbliga tutti a interrogarsi di come sia possibile che le carceri italiane, nel loro complesso, siano afflitte da grave sovraffollamento e totale fatiscenza. San Vittore dovrebbe avere le persone detenute previste e non oltre il doppio, il numero di agenti di polizia penitenziaria previsti e non essere in sottorganico e dovrebbe avere i fondi per permettere una costante manutenzione ordinaria e straordinaria”. “Chiudere San Vittore non risolve nessuno dei problemi ma certamente aiuta a rendere meno evidente quanto grave sia la situazione di tutte le strutture penitenziarie italiane”, conclude Giungi. Bologna. Blengino: “La situazione alla Dozza peggiora”. E i detenuti si appellano a Mattarella di Nicholas Masetti Il Resto del Carlino, 25 dicembre 2025 Il segretario dei Radicali Italiani in visita al carcere di Bologna. “Rispetto a un anno fa ci sono 100 persone in più”. Sovraffollamento, carenza di personale, pochi educatori e disagio giovanile sono i temi affrontati dal politico. “La situazione alla Dozza è in costante peggioramento. In questo anno siamo entrati diverse volte, notando un grave sovraffollamento. Rispetto a un anno fa ci sono 100 detenuti in più”. A dirlo è Filippo Blengino, segretario dei Radicali Italiani, appena uscito dalla visita al carcere della Dozza. Intorno alle 12,20 ha terminato il suo percorso nell’istituto penitenziario. E a il Resto del Carlino racconta ciò che ha visto all’interno: “Sono aumentati i detenuti ma non sono aumentati gli operatori. Anzi, sono sottorganico rispetto alla pianta organica che è già bassa. Gli stessi agenti, in primis, non sono in grado di far fronte alle esigenze della struttura. E poi - prosegue Blengino - ci sono circa 150 detenuti che hanno una pena residua ai 18 mesi e con la liberazione anticipata, proposta dall’onorevole Roberto Giachetti, avrebbero la possibilità di uscire dal carcere in condizioni di dignità. La maggior parte dei reclusi qui lo sono per spaccio o reati contro il patrimonio. Strumenti alternativi al carcere danno più dignità ai detenuti e ai detenenti”. L’altro tema, secondo il segretario dei Radicali italiano, è quello degli educatori: “Il carcere dovrebbe avere una missione di reinserimento sociale. Su circa 800 detenuti ci sono nove educatori, circa uno ogni cento. Come fa un sistema di questo tipo a reinserire davvero in società?”, si domanda Blengino fuori dalla Dozza di Bologna. “Abbiamo anche raccolto l’affettuosa lettera di alcuni detenuti al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Un appello che racconta una fiducia profonda nel Capo dello Stato, a cui ci rivolgiamo anche noi. A Bologna, a fronte di una capienza di circa 500 posti, le persone detenute sono oggi 850”, prosegue Blengino che segnala come anche l’emergenza psichiatrica sia gravissima, con tentativi di suicidio dei detenuti e atti di autolesionismo ormai all’ordine del giorno. “È un carcere che non rieduca, ma che rischia di insegnare solo il crimine, con un tasso di recidiva che supera il 70 per cento”, spiega il segretario dei Radicali. “Tra i detenuti, sono molti di più, rispetto a un anno fa, i giovani di un’età compresa tra i 18 e i 29 anni. Un dato particolarmente significativo. Tanti di loro arrivano direttamente dagli istituti minorili. Il disagio si sente forte e tanto. Il decreto Caivano - del 2023 - ha posto ulteriori limitazioni alle misure alternative, aumentando la popolazione minorile detenuta. Una situazione che andrebbe affrontata con politiche sociali e d’integrazione, non con le sbarre”, conclude Blengino. Trento. “Nel 2025 siamo stati dimenticati”, nel carcere sovraffollamento e carenza di personale di Giuseppe Fin ildolomiti.it, 25 dicembre 2025 Il carcere di Trento continua a “scoppiare” e la carenza di poliziotti si fa sempre più sentire. La tensione che in alcuni casi si respira all’interno ha avuto conseguenze anche nei giorni scorsi con l’aggressione di tre poliziotti penitenziari presi a calci e pugni da altrettanti detenuti e costretti a rivolgersi al pronto soccorso. “In questo 2025 siamo stati snobbati come Triveneto nell’assegnazione del personale di polizia penitenziaria”. Ci spiega Andrea Mazzarese, segretario regionale del Sinappe. “Nemmeno - continua - sono arrivate le unità necessarie per le sostituzioni in caso di pensionamento e per i trasferimenti che ci sono stati”. Non è la prima volta che il problema della carenza di personale viene evidenziato dalle sigle sindacali ma fino ad oggi, purtroppo, le poche parole di rassicurazione sono state le uniche risposte ottenute. Ma non solo. La situazione del 2025 è peggiorata. “Invece di migliorare - spiega Mazzarese - in quest’ultimo anno abbiamo avuto in Trentino un calo di una decina di unità. La situazione invece di migliorare è peggiorata”. Gli scorsi mesi al Triveneto sono stati assegnati 25 donne e solo 6 uomini per tutti i 16 istituti del Triveneto. Numeri che fanno ben poco rispetto alla tremenda carenza che sta mettendo sotto pressione l’intero sistema. “Oggi nel carcere di Spini di Gardolo - spiega il segretario di Sinappe - siamo in 150 unità e la situazione è difficile. Avremmo bisogno di almeno altri 30 o 40 agenti e assistenti. Invece non abbiamo visto alcuna risposta concreta”. Intanto, a non calare, è il numero di detenuti. Sono circa 400 unità rispetto alle 240 previste. “Dal ministero ci hanno rassicurato che con il 2026 ci sarà quell’attenzione che è mancata nel 2025. Vedremo se sarà vero” conclude Mazzarese. Brescia. Alfredo Bazoli: “Carceri? Dal Governo arrivano solo annunci” di Pierpaolo Prati Giornale di Brescia, 25 dicembre 2025 Sul nuovo carcere a Brescia: “Ancora in attesa del progetto. E sull’area da acquistare tutto tace”. Del triste primato del “Nerio Fischione”, della necessità di chiuderlo, di trovargli un’alternativa dal volto più umano, di redarre progetti, di spendere i fondi messi a bilancio si è parlato e scritto molto anche quest’anno. Anche quest’anno sono state più le parole dei fatti apprezzabili. Abbiamo chiesto di fare il punto della situazione ad Alfredo Bazoli, senatore bresciano del Pd nonché membro della commissione giustizia. Senatore Bazoli, il 2025 sta finendo e per la situazione carceraria bresciana non pare essere cambiato granché. A che punto siamo con il nuovo carcere? “I fondi ci sono, mancano i progetti. Sappiamo che è stata decisa la costruzione di un’ala nuova a Verziano e, contrariamente a quanto avevamo auspicato, una ristrutturazione di Canton Mombello. Stiamo aspettando un progetto esecutivo. Sotto questo profilo non ci sono grandi novità. Come non ce ne sono quanto all’acquisto delle aree adiacenti a Verziano per realizzare le aree di socializzazione che saranno sacrificate dalla costruzione del nuovo padiglione. Sfumato l’accordo con il Comune, il governo deve provvedere o all’acquisto o all’esproprio di quelle aree. L’ho fatto presente in più occasioni a chi di dovere, ma non sembra muoversi nulla”. Che importanza ha quest’ultima questione? “Determinante. Una cella dignitosa non basta. Tanto meno se per ottenerla si sacrificano spazi decisivi per la risocializzazione e il lavoro dei detenuti”. Cosa si aspetta sul fronte carcerario dal 2026? “Che il governo di centrodestra faccia qualcosa e non solo proclami. Nonostante gli appelli di papa Francesco e di papa Leone, del presidente della Repubblica non è cambiato nulla. Sento il ministro della giustizia Carlo Nordio annunciare diversi provvedimenti deflattivi: tipo mandare i detenuti stranieri a scontare la loro pena in patria, i tossicodipendenti in comunità di recupero, fare eseguire le custodie cautelari in luoghi diversi dalle carceri. Ma non vedo nulla di tutto ciò tradursi in pratica. Intanto il sovraffollamento continua ad aumentare, i suicidi in cella hanno raggiunto picchi drammatici e l’Italia rischia una nuova condanna, come quella del 2013”. Catania. Garantiti i colloqui coi familiari, ma nelle carceri necessario rafforzare gli organici La Sicilia, 25 dicembre 2025 Non è semplice portare lo spirito del Natale dentro le carceri. Ma direttori, direttrici, poliziotti penitenziari e operatori non demordono. E con piccoli e grandi iniziative tentato di far gustare quell’aria di festa che accompagna queste giornate dove la privazione della libertà si sente ancora di più. “Chi entra in carcere deve essere visto come persona, non etichettato per il reato che ha commesso”, più volte una direttrice di un istituto penitenziario siciliano ha usato queste parole. Ed è con questa convinzione che si lavora all’interno degli istituti. C’è chi ha addobbato un grande albero, chi ha allestito un presepe (anche vivente), chi organizzato uno spettacolo teatrale natalizio, chi addirittura - come a Piazza Lanza a Catania - ha fatto entrare in carcere Babbo Natale che ha portato doni per tutti i figli dei detenuti che hanno potuto per qualche ora riabbracciare papà e mamme detenute. Un pizzico di normalità dove la normalità non c’è. Il giorno di Natale - a discrezione di ogni amministrazione penitenziaria - saranno fatte delle concessioni in più. La fetta di panettone arriverà nelle mense. Saranno garantiti i colloqui (di presenza o in videocall) coi familiari per lo scambio degli auguri. E il cappellano officerà la messa di Natale a cui potranno partecipare i detenuti, tranne quelli che sono sottoposti a particolari regimi o divieti. “Ma la situazione è diversa dagli anni precedenti - dice Calogero Navarra, del sindacato di Polizia Penitenziaria, Sappe - perché senza un rafforzamento dell’organico non riusciamo a offrire il servizio che vorremmo. E cioè poter instaurare un dialogo con i detenuti che in questi giorni sicuramente sentono ancor di più il peso della privazione della libertà, che è frutto di una loro condotta naturalmente. Ma con tali carenze d’organico è davvero complicato poter anche notare situazioni di disagio psicologico”. Questo per il settore penitenziario è un Natale triste per molti motivi. “Ma si ricordi che il carcere è il riflesso della società”, chiosa Navarra. Alessandria. In arrivo al carcere di San Michele circa 200 detenuti soggetti al 41 bis di Cristiana Zanetto primaalessandria.it, 25 dicembre 2025 Non c’è l’ufficialità ma al carcere di San Michele, tra gennaio e giugno del prossimo anno, arriveranno circa 200 detenuti che sono soggetti al 41 bis (ossia carcere duro, un regime che viene applicato per delitti gravi o di mafia). Il sindaco di Alessandria ha incontrato un mese fa il sottosegretario Del Mastro, il quale gli ha detto che sarà una conferenza Stato Regioni ad occuparsi della situazione del carcere alle porte della città. Pisa. Centro Italiano Femminile: tra manualità e sostegno economico alle detenute di Alessandro Pendenza gnewsonline.it, 25 dicembre 2025 Il Centro Italiano Femminile - di Pisa, attivo sul territorio dal 1972, è presente da anni con attività di sostegno e animazione all’interno della casa circondariale “Don Bosco” di Pisa con un laboratorio di cucito creativo. Obiettivo dell’iniziativa è aiutare le donne ristrette a impiegare il tempo della detenzione in maniera formativa e trasformativa, insegnando loro a compiere lavori manuali di cucito, uncinetto e maglia, permettendo, quindi, di scoprire ed esprimere la propria creatività. Le sei volontarie dell’associazione si recano due volte alla settimana all’interno del laboratorio del carcere per sostenere le attività della circa dodici detenute coinvolte. Le creazioni vengono poi esposte e sono ordinabili nel negozio “L’Angolino” e anche su bancarelle sparse sul territorio pisano durante tutto l’anno e in particolar modo durante le festività natalizie. Negozio e bancarelle sono gestiti dalle volontarie del Cif con il supporto di alcune donne in regime alternativo alla detenzione. Il ricavato della vendita di questi manufatti artigianali come grembiuli, portaoggetti, bambole, è devoluto interamente alle detenute, che hanno svolto il lavoro, dando loro occasione di usufruire di un piccolo sostegno economico. Solo a qualche decina di km di distanza a Firenze nel 1995 nasce l’associazione Pantagruel, che ha l’obiettivo di seguire con volontari e volontarie le problematiche del carcere e del post-carcere, intervenendo negli istituti fiorentini - Sollicciano e Mario Gozzini - e nel periodo del reinserimento sociale. Le attività dell’associazione partono dai bisogni delle persone detenute espressi loro durante colloqui individuali e di gruppo con lo scopo, tra gli altri, di sostenere il desiderio di creatività. Numerosi i progetti attivi che coinvolgono i ristretti sia dentro che fuori le due case circondariali, come “Educare con gli asini”. Questo progetto, iniziato nel 2009, vede oggi nel carcere di Sollicciano la presenza di due asinelle in un apposito spazio verde recintato. Scopo principale dell’iniziativa è rendere i colloqui fra i familiari, spesso con bambini piccoli, e i detenuti e le detenute rallegrati dalla presenza delle due asinelle. Altre importanti iniziative sono il “Progetto Bruno Borghi”, che sostiene l’attivazione di borse-lavoro destinate a donne detenute, che appena uscite dal circuito penitenziario non abbiano ancora trovato un impiego. Un’altra importante iniziativa che unisce sviluppo della creatività e possibilità di avere un sostegno economico è il progetto “La poesia delle bambole”, avviato nel 2001 con un corso di formazione all’interno della sezione femminile di Sollicciano. Durante le ore di formazione le operatrici insegnano a un gruppo di ragazze detenute a realizzare delle bambole in stile Waldorf, create solo con materiali naturali e seguendo regole precise. Sia per le donne detenute in misura alternativa che per le ex detenute attive nel laboratorio esterno di produzione, è prevista poi l’attribuzione di borse-lavoro. Sono più di 20 le donne detenute, che negli anni sono state impiegate in questo laboratorio esterno. Queste bambole sono realizzate interamente a mano, con materiali naturali di prima qualità: pura lana cardata di pecora, lana filata, cotone, seta, pastelli a cera. Un’attenzione particolare è poi dedicata all’accostamento dei colori, all’armonia delle proporzioni e alla cura dei dettagli. Fare una donazione e ricevere uno o più di questi manufatti artigianali è possibile solo online previa comunicazione via email o telefono per indicare gli articoli richiesti. Isernia: “Carcere e società esterna”, l’evento presso la Casa circondariale newsdellavalle.com, 25 dicembre 2025 Si è tenuto nei giorni scorsi presso la sala teatro della Casa circondariale di Isernia il convegno dal titolo “Carcere e società esterna: A 50 anni dall’approvazione della Legge dell’ Ordinamento Penitenziario - riflessioni sull’importanza del trattamento penitenziario e del contributo apportato dai volontari” organizzato dalla sezione Aiga Isernia, dalla Direttrice della struttura penitenziaria pentra dott.ssa Maria Antonietta Lauria e dalla dott.ssa Anna Rita Carta, Funzionario giuridico pedagogico. Moderatrice dell’evento il presidente dell’Aiga Associazione Giovani Avvocati Isernia Emanuela Paliferro. Dopo i saluti della direttrice e della dottoressa Marzia Costanzo, Comandante Polizia penitenziaria CC. di Isernia, sono intervenuti illustri relatori: la dottoressa Anna Rita Carta; il dott. Giovanni Fiorilli, Presidente Tribunale di Sorveglianza di Campobasso; Avv. Maria Spadafora, Garante dei diritti della persona per la Regione Molise, il presidente nazionale Aiga avv. Luigi Bartolomeo Terzo; l’avv. Paolo Orabona, Direttore Pastorale Carceraria Diocesana di Isernia; la professoressa Maria Antonietta Sozio, docente CPIA Isernia; le professoresse Franca Capone e Amalia Musenga, volontarie Comunità di Sant’Egidio e il professor Carmine Iacovella, docente del corso “Sport e salute”. Durante l’evento sono intervenuti alcuni detenuti che hanno raccontato le loro esperienze e mostrato alcune opere da loro realizzate nell’ambito dei vari progetti. Tante le autorità presenti tra cui il Comandante Provinciale dei Carabinieri Isernia, Questore, Comandante Guardia di Finanza e Vice Prefetto. Giornata intensa e piena di emozioni. La testimonianza dei detenuti e delle varie figure professionali e non che operano quotidianamente all’interno del carcere hanno arricchito tutti i presenti non solo professionalmente ma soprattutto umanamente. Coloro che apportano il loro contributo nell’ambiente carcerario, che siano professionisti o volontari, sono dotati sicuramente di grande sensibilità e umanità. Foggia. Natale in carcere, la visita dei volontari a tutte le persone detenute immediato.net, 25 dicembre 2025 Un pomeriggio di musica, auguri e strette di mano. Gli organizzatori: “Ogni persona, anche nel contesto detentivo, resta portatrice di diritti, bisogni e speranza”. Nel pomeriggio della vigilia di Natale, come da tradizione, i volontari e le volontarie della Casa Circondariale di Foggia hanno fatto visita a tutte le persone detenute per portare gli auguri e un segno concreto di vicinanza. Un gesto semplice ma profondamente significativo, che assume un valore ancora più forte in un periodo dell’anno in cui la distanza dagli affetti familiari e la solitudine si fanno più pesanti. Oltre allo scambio di auguri e alla distribuzione delle caramelle raccolte dal cappellano Fra’ Eduardo Giglia, il pomeriggio è stato accompagnato dalla musica del gruppo Li Spruvvist - Alessandro Russo, Francesco Turco, Antonio Urbano, Raffaele Cocomazzi e Pasquale Siena - che ha proposto brani della tradizione natalizia e grandi classici, regalando momenti di leggerezza, condivisione e partecipazione molto apprezzati dalle persone detenute. Il giro delle stanze è stato effettuato dai volontari Luigi Talienti, Annalisa Graziano, Fabio Soldi - che nei giorni precedenti ha curato anche l’allestimento del presepe insieme con i ristretti F.L., G.C., S.S., U.S., C.D.C., F.L. - Flora Pistacchio dell’Associazione Genoveffa de Troia, Marcello Reddavide, padre Ionut Badescu e suor Lilian Chavez Martinez, accompagnati dal comandante Andrea Gavarrino e dagli agenti della Polizia Penitenziaria. Nei giorni precedenti, inoltre, il CSV Foggia, in sinergia con la Fondazione dei Monti Uniti di Foggia e con la cooperativa San Riccardo Pampuri - che hanno partecipato all’organizzazione dell’iniziativa - ha donato articoli di abbigliamento intimo, tute, scarpe e teli da bagno. Il materiale sarà destinato al magazzino della solidarietà del carcere e assegnato alle persone detenute in stato di indigenza o prive di riferimenti sul territorio, contribuendo concretamente a rispondere ai bisogni essenziali di chi vive una condizione di maggiore fragilità. “Rivolgiamo un sentito ringraziamento alla Direzione della Casa Circondariale di Foggia - sottolineano i volontari - che da sempre accoglie e sostiene i nostri progetti destinati alla popolazione detenuta, all’Area Educativa e agli agenti della Polizia Penitenziaria, costantemente al nostro fianco nel rendere possibili momenti di umanità, ascolto e vicinanza. Iniziative come questa rappresentano un importante presidio di umanità: aiutano a mantenere vivo il legame con la comunità esterna, restituiscono dignità e ricordano che ogni persona, anche nel contesto detentivo, resta portatrice di diritti, bisogni e speranza. Anche e soprattutto a Natale”. Catanzaro. Natale in carcere, un momento di comunità all’Ugo Caridi calabriainforma.it, 25 dicembre 2025 Festa natalizia nella biblioteca della reclusione ordinaria del carcere Ugo Caridi di Catanzaro: detenuti, area educativa, polizia penitenziaria e volontari insieme per un momento di condivisione, speranza e umanità. Una festa semplice, ma densa di significati, capace di trasformare per qualche ora uno spazio di reclusione in un luogo di incontro e condivisione. È quella che si è svolta nei giorni scorsi nella biblioteca della sezione di reclusione ordinaria del carcere Ugo Caridi di Catanzaro, dove quotidianamente si tengono attività educative e culturali. Nel corso della settimana, i detenuti hanno preparato con cura l’ambiente: l’allestimento dell’albero di Natale, la sistemazione della sala, i dettagli pensati per accogliere il personale dell’area educativa e gli agenti della polizia penitenziaria che hanno partecipato al momento conviviale. Un lavoro collettivo che già di per sé racconta il bisogno di costruire relazioni e spazi di normalità. Sull’albero, accanto alle decorazioni tradizionali, hanno trovato posto addobbi realizzati e personalizzati da ciascun detenuto. Piccoli cartoncini, frasi, pensieri di speranza e desideri affidati alla carta: parole semplici, ma profonde, come l’invito a sorridere sempre qualunque cosa accada. Segni di un Natale vissuto come occasione per guardarsi dentro e per provare a immaginare un futuro diverso. La festa è proseguita tra musica e allegria: canzoni intonate al karaoke o accompagnate dalla chitarra, risate condivise e una tombolata animata anche dalla presenza dei volontari della Crivop. Momenti leggeri, capaci di spezzare la routine e di creare quell’atmosfera familiare che, per un breve istante, fa dimenticare le sbarre e le distanze. È stato proprio questo il senso più profondo dell’iniziativa: un tempo sospeso in cui tutti, detenuti e operatori, si sono ritrovati sullo stesso piano, uniti dal clima delle feste. Un momento in cui la biblioteca si è trasformata in una sorta di casa comune, dove la parola “famiglia” ha assunto un significato concreto, fatto di presenza e ascolto reciproco. Nel corso dell’incontro, alcuni detenuti hanno anche condiviso una riflessione spontanea, raccontando di aver dimenticato, per la prima volta dopo molto tempo, il luogo in cui si trovavano. Quelle ore di musica, dialogo e semplicità hanno rappresentato una sospensione rara, un momento in cui la percezione della reclusione si è attenuata lasciando spazio a un sentire più umano. Da qui una richiesta rivolta agli operatori presenti, semplice e diretta: che nei momenti di festa, quando si brinda altrove, resti anche un pensiero per chi vive il Natale dietro le sbarre. Un pensiero che non chiede compassione, ma riconoscimento, continuità di presenza e memoria condivisa. I cartelloni realizzati per l’occasione, ricchi di parole come speranza, rinascita, rispetto, responsabilità e pace, e la poesia affissa in sala hanno fatto da sfondo all’incontro, ricordando che anche in un luogo di detenzione esiste un tempo che appartiene a chi lo vive: il tempo dell’ascolto, dell’apertura e della possibilità di ricominciare. Gorizia. Il Pranzo di Natale debutta in carcere con la chef Canzoneri di Luigi Murciano Il Piccolo, 25 dicembre 2025 Fondamentale il ruolo del volontariato con il Club di Gorizia Europea - Inner Wheel Italia, in sinergia con Confcommercio Gorizia, che ha raccolto e coordinato la disponibilità di numerose attività. Un profumo ha attraversato corridoi e spazi che raramente conoscono l’attesa della festa. È entrato nelle sezioni, ha superato porte e cancelli, si è insinuato in luoghi dove il tempo di solito pesa più dei giorni. È l’aroma di piatti tipici del territorio, curati e condivisi, certo, ma anche di qualcosa di meno tangibile eppure non meno fragrante: il gusto dell’incontro, della relazione, della comprensione senza pregiudizi. Per qualche ora, alla Casa circondariale “Angiolo Bigazzi” di via Barzellini, il Natale è entrato davvero, sedendosi a tavola insieme ai detenuti, ai volontari, agli operatori e alla polizia penitenziaria. Il carcere di Gorizia ha ospitato un pranzo comunitario natalizio nell’ambito del progetto nazionale “L’Altra Cucina… per un Pranzo d’Amore”: si è svolto nella sala teatro impreziosita dallo splendido presepe allestito dagli stessi detenuti. Protagonisti della giornata sono stati la chef Chiara Canzoneri, de La Chincaglieria Gastronomica, ed Elia Zappulla, che hanno guidato l’esperienza culinaria insieme a una rete di realtà del territorio, valorizzando piatti legati alla tradizione locale: risotto mantecato con zucca al forno, cipolla caramellata e formadi frant. E poi rotolo di pollo farcito con carne di cortile e radicchio. E ancora, pasta e l’immancabile ljubljanska. Loro, i detenuti, si sono alternati nel servizio, hanno scherzato, si sono raccontati. “La cucina, quando è autentica, non si limita a nutrire: ascolta, accoglie, crea relazioni”, ha spiegato emozionata Canzoneri. Fondamentale il ruolo del volontariato con il Club di Gorizia Europea - Inner Wheel Italia, rappresentato da Rosanna Clarig e dalle sue collaboratrici, in sinergia con Confcommercio Gorizia, che ha raccolto e coordinato la disponibilità di numerose attività: i ristoranti e trattorie da Turri, Ponte Calvario, Primosig, Da Gianni, Cooking Paola, Gorizia Tal Scartozo, Pizza Connection, pizzeria Al Lampione, Marzoli & Nanut. Un lavoro corale. “Per il nostro istituto è stata una prima volta assoluta”, ha sottolineato la direttrice della Casa circondariale di Gorizia, Caterina Leva, parlando di “un debutto importante, che ha richiesto impegno e responsabilità”. Un valore condiviso anche da Margherita Venturoli, funzionario giuridico pedagogico, che ha evidenziato come il pranzo abbia rappresentato “un’occasione concreta per rimettere al centro la persona, ricordando che la pena non può annullare la dignità, e che la società deve ricordare che queste persone esistono”. All’iniziativa hanno preso parte, fra gli altri, l’arcivescovo Carlo Redaelli e il garante don Alberto De Nadai. Udine. Un panettone per la comunità penitenziaria di Hubert Londero telefriuli.it, 25 dicembre 2025 Consegnati 272 dolci, uno per ogni detenuto, guardia e amministrativo della casa circondariale. Un panettone a ciascuno per tutte le persone della comunità del carcere di Udine, siano loro detenuti, guardie o personale amministrativo. Il Garante dei detenuti del Comune di Udine, Andrea Sandra, il suo predecessore Franco Corleone, Massimo Brianese dell’Associazione Icaro e Federica Panzacchi, Presidente di Area Vasta di Coop Alleanza 3.0, hanno consegnato 272 panettoni a chi, in un modo o nell’altro, è legato alla casa circondariale del capoluogo friulano. A mettere a disposizione i dolci è stata proprio Coop Alleanza 3.0. Per ogni panettone acquistato dai soci nei giorni scorsi nei suoi negozi, la cooperativa ne ha destinato uno ad associazioni ed enti del territorio impegnati nel sostegno a persone e famiglie in difficoltà. “Questa donazione - ha detto Panzacchi - risponde a un principio essenziale: la dignità non viene meno con la privazione della libertà”. Di chi è oggi la spada del cristianesimo di Barbara Stefanelli Corriere della Sera, 25 dicembre 2025 Non c’è fuga, bensì esposizione consapevole alla vulnerabilità come sostanza della vita. Quella spada è semplicemente la Parola che è lama contro il vivere indifferenti, distanti, chiusi. Abbiamo pensato fosse inevitabile. Che la religione uscisse, senza neppure troppo clamore, dalle nostre giornate. Che il cristianesimo come lo abbiamo sempre conosciuto - e, parte di noi, vissuto - si ritirasse come sabbia, eroso lentamente e infine disperso nell’incertezza liquida della società moderna. Ma qualcosa è scattato. Non solo nelle regioni di Africa e Asia dove i centri di ricerca segnalano dal 2020 un aumento dei praticanti. Anche in quell’Occidente - definizione geopolitica in crisi, utile però a circoscrivere un’area culturale - che si è ritrovato diviso e sotto assedio, disarmato filosoficamente quanto materialmente. Qualcuno, in movimento rapido tra le fila delle destre radicali in ascesa ovunque, ha intercettato il panico da vuoto per sperimentare l’innesto ideologico tra un improvvisato revival cristiano e i consensi generati dallo spavento davanti alla propria debolezza. Per contrastare chi vorrebbe torcere la chiamata ad “amare il prossimo tuo come te stesso” in odio personale e collettivo verso ogni estraneità, dovremmo riflettere - alla Vigilia di questo Natale 2025, anno doloroso fino all’ultimo - su che cosa rappresenti oggi la religione. Se sia ancora o no “un coraggioso esperimento di afferrare la natura dell’anima e indicare una possibilità di salvezza” secondo l’interpretazione di Carl Jung ripresa da James L. Jarrett. Se resista, cioè, come spazio dove tentare di individuare un disegno, un codice di valori o anche solo il conforto di una narrazione compiuta. Ecco, dunque, da una parte i dati sul balzo nelle conversioni tra i giovani inglesi, soprattutto maschi, riportato da un’indagine del Guardian sulla “rivoluzione silenziosa” della GenZ (con titolo allarmato “Is the far right hijacking Christianity?”, L’estrema destra sta dirottando la Cristianità?’). Ed ecco, dall’altra parte del mare, Lux, l’ultimo disco di Rosalía, cantautrice e produttrice spagnola, 33 anni, una delle figure più innovative della scena artistica non solo europea. L’album è un percorso spirituale inedito, ogni brano si alza sulla soglia tra profano e sacro, tra terra e cielo, tra il mondo e il divino (“Amerò anzitutto il mondo e poi amerò Dio”), ogni passaggio un rispecchiamento tra la creatura e il creatore. Con riferimenti incrociati a cristianesimo, islam, buddismo, taoismo. A dominare è, tuttavia, una costellazione di sante - tra loro Teresa d’Avila, Giovanna d’Arco, Ildegarda di Bingen, Rosa da Lima e Rosalia di Palermo, Caterina e Chiara - che riscrivono insieme una mistica femminile mossa dal desiderio dirompente di una resurrezione interiore. Non c’è fuga, bensì esposizione consapevole alla vulnerabilità come sostanza della vita. Possiamo piangere non per tristezza o avvilimento: al contrario, le lacrime testimoniamo che sappiamo provare pentimento e offrire perdono, che sappiamo cambiare nella relazione con gli altri e - per chi cerca anche questa strada - con Dio. “Mio Cristo Piange Diamanti”, titolo di un brano, in italiano, celebra le lacrime: sono gemme così come la vulnerabilità, riconosciuta e accolta, è potere. C’è un passaggio evangelico che gli integralisti cristiani ascrivono alla propria battaglia violenta in nome dell’esclusione di tutti i diversi: quando Gesù spiega ai discepoli di “non essere venuto a portare pace, bensì una spada” (Matteo 10, 34). Ma è lo stesso Gesù che riprenderà Pietro nel Getsemani perché ha tirato fuori la sua di spada, lo stesso che sulla montagna ha dichiarato “beati gli operatori di pace”. Quella spada è semplicemente la Parola che è lama contro il vivere indifferenti, distanti, chiusi. Contro il vivere senza le lacrime della compassione. Senza la speranza - la “cosa piumata” di Emily Dickinson - di poter difendere, e anche ricostruire, mondi migliori. Migranti. Naufragio nel Mediterraneo. Sea Watch: “Morte 116 persone, un solo sopravvissuto” Corriere della Sera, 25 dicembre 2025 L’imbarcazione era partita giovedì dalla Libia e poco dopo aveva lanciato un Sos. Il superstite salvato da un peschereccio tunisino. Nuova tragedia dei migranti nel Mediterraneo: 116 persone hanno perso la vita in un naufragio avvenuto lungo la rotta del Mediterraneo centrale. Ne ha dato notizia l’organizzazione umanitaria Sea Watch. Nel disastro c’è un solo sopravvissuto che è stato tratto in salvo da un peschereccio tunisino. L’imbarcazione era salpata giovedì dalle coste della Libia ma poco dopo era stato lanciato un Sos. Seabird, l’aereo che perlustra la zona solitamente attraversata dai migranti non era riuscito a individuare il barcone e questo aveva fin da subito fatto pensare a un naufragio. Questa la ricostruzione fatta da Alarm phone: “Temiano che nella notte del 19 dicembre si sia verificato l’ennesimo naufragio. Alle 14 Alarm Phone è stata informata di un’imbarcazione partita da Zuwara con a bordo 117 persone. Abbiamo allertato la guardia costiera e le ong competenti, pur non avendo una posizione GPS. Per tutto il giorno abbiamo continuato a provare a contattare la barca tramite telefono satellitare, ma ancora una volta senza successo”. Due giorni dopo, la sera del 21 dicembre, dice sempre la Ong “abbiamo ricevuto informazioni secondo cui alcuni pescatori tunisini avevano trovato un unico sopravvissuto su una barca di legno. L’uomo avrebbe dichiarato di essere partito da Zuwara due giorni prima e di essere l’unico sopravvissuto”. Secondo la sua testimonianza, solo poche ore dopo la partenza le condizioni meteorologiche sono peggiorate drasticamente, con venti che hanno raggiunto i 40 km/h. “Alarm Phone ha provato a verificare questa informazione - conclude la Ong - ma non è ancora riuscito a confermarla completamente” Poche ore dopo questa nota Alarm Phone ha diffuso delle immagini tratte da un video ricevuto da pescatori e che mostrerebbe l’immagine del sopravvissuto. Quest’ultimo sarebbe stato trasferito in un ospedale tunisino. “Alarm Phone ha provato a verificare questa informazione, ma non è ancora riuscito a confermarla completamente. Abbiamo tentato di stabilire un contatto diretto sia con il sopravvissuto sia con i pescatori che lo hanno salvato per capire meglio cosa fosse successo e dove fosse avvenuto il naufragio, ma finora senza successo.