Una giustizia oltre le sbarre di Fabio Pinelli * Corriere della Sera, 24 dicembre 2025 Punire o rieducare? I 50 anni della legge penitenziaria tra crisi e riforme mancate. Ripensare le pene. Le scuole di pensiero classiche assegnavano alla pena finalità retributive ed espiative, e, dunque, ne privilegiavano la dimensione afflittiva, funzionale ad infliggere al reo una sofferenza proporzionata al male compiuto. L’articolo 27 della Costituzione, recependo l’insegnamento della Scuola positiva, ha invece riconosciuto rilievo preminente alla rieducazione del condannato. Molti anni dopo, con la legge n. 354 del 1975, il disegno costituzionale si è inverato nelle disposizioni che hanno previsto il riconoscimento di benefici premiali e la concessione di misure alternative alla detenzione. Oggi, a 50 anni dall’introduzione della legge penitenziaria, dobbiamo constatare che, nonostante sia da tempo tramontata l’idea che solo la privazione della libertà realizza gli scopi propri della pena, il sistema è ancora sbilanciato verso il trattamento carcerario, e si trova, anche e soprattutto per questo, in uno stato di drammatica difficoltà. I dati sono purtroppo impietosi, e fanno pensare, con un po’ di imbarazzo, alla massima attribuita a Voltaire, secondo cui “il grado di civiltà di un Paese si misura osservando la condizione delle sue carceri”. Al 31 ottobre 2025, i 189 istituti penitenziari italiani ospitavano 63.493 detenuti, a fronte di una capienza massima di 51.249 posti, con un tasso di affollamento del 124%. Nel 2025 ci sono già stati oltre 70 suicidi tra i detenuti, dopo i 91 del 2024: numeri che fanno rabbrividire, e che ci dicono che di pena si muore ancora. Non possono non riecheggiare nelle nostre coscienze le parole che il Presidente Mattarella ha pronunciato nell’ultimo discorso di fine anno, quando ha richiamato al “rispetto della dignità di ogni persona, dei suoi diritti. Anche per chi si trova in carcere. L’alto numero di suicidi è indice di condizioni inammissibili”. La pena detentiva sembra, ancora oggi, fondarsi su ragioni extra giuridiche emotive, piuttosto che su argomenti scientifico-razionali: il carcere, luogo separato e chiuso rispetto alla società, placa la paura del criminale, soddisfa il bisogno di rimozione del male e, volgarmente inteso unicamente quale luogo di afflizione, soddisfa il bisogno punitivo che il crimine suscita nella collettività. Ma l’esecuzione della pena non deve assolvere ad esigenze di rassicurazione sociale, non deve blandire chi chiede unicamente vendetta. L’asserita equazione tra certezza della pena e certezza del carcere, risulta smentita dai fatti: mentre più della metà dei detenuti che scontano la pena in carcere sino all’ultimo giorno torna a delinquere, le misure alternative hanno dato prova di straordinaria efficacia, essendosi, ad esempio, accertato, all’esito di un’indagine condotta nel 2023, che solo il 2% dei detenuti ai quali è stata offerta la possibilità di un lavoro esterno ha commesso un nuovo reato. Deve essere ridotto l’ambito del diritto penale, che non deve essere adoperato per scopi simbolici o per acquietare bisogni irragionevoli di sicurezza: non siamo in grado di celebrare dignitosamente un milione e duecentomila processi penali all’anno e di seguire il percorso rieducativo di tutti i condannati; lo testimoniano nitidamente i numeri relativi ai cosiddetti “liberi sospesi” (coloro che non sanno se dovranno scontare la pena in carcere oppure in misura alternativa), che ad oggi dovrebbero essere circa 95.000. Dovrebbe essere, inoltre, rimodellato il sistema sanzionatorio, aggiornando le riflessioni compiute da numerose Commissioni ministeriali con previsione di nuove tipologie di pene principali, alternative rispetto a quella carceraria: un percorso ambizioso, all’interno del quale la pena detentiva dovrebbe rappresentare la risposta necessaria e irrinunciabile nei casi di più grave allarme sociale, come quelli ricollegati alle attività della criminalità organizzata, o, più in generale, quelli che esibiscano concreti rischi per l’incolumità pubblica e privata; aprendo così la strada, nei restanti casi, ad individuare il baricentro della giustizia punitiva in un trattamento diverso ed individualizzato, capace concretamente di svolgere quella funzione rieducativa che inevitabilmente il carcere fatica a perseguire. Lo Stato ha il dovere di rispondere con efficacia e rigore ad ogni forma di criminalità, ma, allo stesso tempo, ha il dovere di occuparsi con serietà ed impegno della rieducazione e della sofferenza dei detenuti, uomini che non perdono il diritto alla dignità per il solo fatto di aver perso la libertà. Le gravissime emergenze del sistema carcerario e le incoraggianti statistiche sui trattamenti extra murari dovrebbero, allora, essere fonte di ispirazione per un nuovo sistema sanzionatorio e penitenziario condiviso, in una illuminata battaglia bipartisan di civiltà. Un nuovo e moderno ordinamento che, in armonia con l’art. 27 della Costituzione, che individui un diverso punto di equilibrio tra la tutela della collettività e la rieducazione del reo, così che la pena diventi non lo strumento per escludere, ma l’occasione per ricostruire quel legame tra l’individuo e la società che il delitto ha spezzato. Un nuovo e moderno modo di guardare all’esperienza detentiva, nel quale non si parli più di carcere - termine la cui etimologia (dal latino carcer, recinto, e dal greco arkeo, rinchiudere) tradisce una visione vicina al modello punitivo arcaico: un luogo che separa, che annulla l’identità, che misura l’efficacia in giorni di privazione - ma, piuttosto, di casa della rieducazione, della risocializzazione, e, dunque, di un luogo di rinascita sociale, che prepari ogni condannato a vivere consapevolmente e responsabilmente la futura libertà. Forse bisognerebbe avere il coraggio che ebbe Basaglia nel 1978 con il superamento dei manicomi, pensando che per i reati minori e che non destano allarme sociale, il carcere non possa essere più previsto come possibile rimedio. E introducendo servizi territoriali che si occupino di risocializzazione del condannato, in contesti di autentico rispetto della dignità della persona. *Vicepresidente Csm Caro Presidente, per le carceri è tempo di grazia di Franco Corleone L’Espresso, 24 dicembre 2025 Sergio Mattarella ha un prezioso strumento nelle sue mani per fermare una catastrofe quotidiana. “Caro amico ti scrivo” cantava Lucio Dalla e quel testo intrigante mi ha suggerito di inviare un messaggio sulla tragedia delle carceri a Sergio Mattarella: “Caro Presidente”, non è facile trovare parole convincenti e sufficienti per descrivere una realtà forse conosciuta nei numeri ma non nel disastro quotidiano, nella catastrofe umanitaria che silenziosamente vi si svolge. Si sono celebrati, ipocritamente, i cinquant’anni della riforma penitenziaria ma guardandosi bene dall’affrontare le ragioni profonde, culturali e sociali della crisi irreversibile di quest’istituzione totale. Un luogo senza senso, senza tempo e senza speranza che si limita a contenere corpi ammassati senza dignità, quando si tratterebbe di immaginare la reintegrazione sociale di quelle persone in strutture di accoglienza da predisporre sul territorio. Il governo pensa invece a edificare cubi di cemento armato prefabbricati all’interno delle carceri, eliminando così anche i pochi spazi verdi esistenti. Si profilano affari edilizi e nulla sembra in grado di fermare questa macchina della vendetta contro i poveri. Di fronte a una modesta proposta del presidente del Senato di concedere un piccolo sconto di pena per far passare il Natale a casa, la risposta arcigna e negativa del sottosegretario Mantovano è stata di chiusura perentoria. Una chiusura capace solo di fomentare rivolta e rabbia e dunque ancor più carcere, dopo che il governo già ha rubricato come reato ogni protesta nonviolenta. Così cresce anche la protesta estrema dell’autolesionismo. Il numero dei suicidi è impressionante e fuori controllo. Un fronte vasto di associazioni e papa Leone hanno chiesto inutilmente un atto di clemenza per onorare il Giubileo dei detenuti nel nome di papa Francesco. Nel giorno di Sant’Ambrogio l’arcivescovo Mario Delpini ha rivolto alla città di Milano un discorso memorabile in cui ha denunciato l’intollerabile situazione delle carceri e ha fatto risuonare la voce dimenticata di Cesare Beccaria: “La Costituzione della Repubblica italiana è tradita nelle reali condizioni dei carcerati. La Costituzione è smentita dall’accanimento progressivamente repressivo delle indicazioni normative. Sono impraticabili percorsi accessibili a tutti per il reinserimento dei colpevoli di reati nella convivenza sociale. Le condizioni di squallore, di degrado e di violenza non facilitano il riconoscimento del male compiuto. Piuttosto suscitano rabbia, risentimento, umiliazioni. Si può prevedere che persone così maltrattate in carcere saranno persone più pericolose fuori dal carcere: hanno imparato a odiare le istituzioni piuttosto che assumere la responsabilità di essere cittadini onesti. Le condizioni di detenzione sono insostenibili per il sovraffollamento. Il rimedio al sovraffollamento non potrà essere l’incremento della spesa di denaro pubblico per costruire altre prigioni”. L’appello finale chiede di non essere complici. Il garante dei diritti dei detenuti Riccardo Turrini Vita ha invocato un provvedimento di amnistia e indulto. Caro Presidente, Lei ha uno strumento nelle sue mani, di cui è titolare esclusivo, il potere di grazia, per rispondere a straordinarie esigenze di natura umanitaria, che sono attuali. Annunci nel discorso di fine anno che il 2026 sarà un anno di grazia e sentiremo risuonare dalle carceri un applauso di gioia e di speranza. E forse così riusciremo a fermare la strage. Rita Bernardini: “Carceri italiane fuorilegge, sono fabbriche di recidive” di Angela Stella I Dubbio, 24 dicembre 2025 Rita Bernardini, presidente di Nessuno Tocchi Caino, che iniziative sulle carceri avete organizzato per le festività? Proseguiremo quell’opera “laica” di “visitare i carcerati” che negli ultimi due anni ci ha visto varcare per centinaia di volte la soglia di un penitenziario per andare a trovare la comunità penitenziaria. Non solo a Pasqua, Ferragosto e nelle festività di fine/inizio anno. Quest’anno da Natale al 2 gennaio saremo a Rebibbia Nuovo Complesso, Rebibbia Reclusione, Rebibbia Femminile e a Regina Coeli. Queste visite non si limitano alle ore di permanenza in carcere, ma producono dei report che inviamo al Dap affinché intervenga per risolvere i problemi concreti che vivono le persone detenute e le persone che in carcere ci lavorano, spesso in condizioni di vero e proprio degrado. Cerchiamo così - almeno - di contribuire a ridurre i danni provocati dal sistema penitenziario. Dal suo osservatorio privilegiato come descriverebbe l’attuale condizione delle carceri? Fuorilegge. Estranea al dettato costituzionale. Portatrice di sofferenza, di morte e di trattamenti contrari al senso di umanità. Il carcere è una fabbrica di recidiva. Un detenuto deve essere davvero molto dotato per uscire a fine pena vivo, in salute e pronto a rientrare nella società da buon cittadino. I Papi reclamano amnistia, parte anche dell’avvocatura, della magistratura, dell’accademia, della società civile. Eppure, il Governo resta sordo. Cosa allora resta da fare, da sperare? Occorre incarnarla la speranza affinché non sia foriera di illusioni. Amnistia e indulto sono provvedimenti costituzionali di “buon governo” per affrontare il sovraffollamento dei detenuti e quello dei procedimenti penali pendenti che a milioni ingolfano la nostra giustizia i cui tempi sono irragionevolmente lunghi come certificato da almeno trent’anni dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa. Una giustizia che arriva troppo tardi è una giustizia negata sia per le vittime del reato sia per il reo. Provvedimenti di clemenza dovrebbero essere obbligatori per uno Stato che non riesca ad assicurare un’esecuzione penale e un’amministrazione della giustizia “legali”. Pannella e il Presidente Napolitano (con il suo messaggio alle Camere del 2013) parlavano di “obbligo” di intervento immediato per uno Stato che voglia definirsi “di diritto”. Se si transige su questo, si è pronti a fare qualsiasi scempio della democrazia nella sua accezione più alta. A proposito di amnistia, anche il Garante dei diritti delle persone private della libertà personale si è espresso a favore. Che giudizio dà dell’attuale Collegio? Alla prova dei fatti il mio giudizio è molto negativo: niente relazione al Parlamento, visite di cui non si dà conto se non dei chilometri percorsi negli spostamenti da carcere a carcere, report di dati complessivi non più aggiornati. Sarà che siamo passati dal precedente collegio - eccellente -con Presidente Mauro Palma all’attuale, devo dire che la delusione è altissima. Ma sono pronta a dare atto di qualsiasi cambiamento in positivo come ho fatto recentemente dopo le sagge parole di Riccardo Turrini Vita. Da ex parlamentare che conosce quindi bene le dinamiche di partito cosa non ha funzionato nei diversi appelli del presidente del Senato La Russa? Non sono per niente negativa sulle dichiarazioni di La Russa il quale, da seconda carica dello Stato, ha almeno aperto una breccia nel solido muro della sua maggioranza di manettari e giustizialisti. Chi sta dalla parte dello Stato di diritto e dei diritti umani fondamentali deve farsi forte della sua netta presa di posizione anziché schernirla. Lei ha notizia della task force istituita a luglio al Ministero della Giustizia con i magistrati di sorveglianza? Ne ho notizia solo dagli interventi pubblici della Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Roma, Marina Finiti che - da donna delle istituzioni - ci lavora con tanta buona volontà. Ma occorrerebbe ascoltarla la dottoressa Finiti quando parla della situazione degli Uffici di Sorveglianza, del personale amministrativo che manca, dell’essere stati esclusi dal PNRR, dell’essere costretti ancora a lavorare sul cartaceo, dei compiti aumentati a dismisura e, quindi, dell’impossibilità a riuscire a far fronte alle centinaia di migliaia di persone che attendono una decisione: solo i liberi sospesi sono almeno 120.000. I magistrati della sorveglianza in tutto sono solo 246 in tutta Italia. Che bilancio fa, invece, della politica in materia di penale e carcere di questo Governo? Molto negativa, tranne che per la riforma della separazione delle carriere dei magistrati che richiamerà gli elettori al voto referendario di primavera. Come radicali di Nessuno tocchi Caino la aspettavamo da quasi 40 anni e facciamo parte del Comitato per il SI’ dell’Unione delle Camere Penali su richiesta esplicita del Presidente Francesco Petrelli. Se tutto andrà in porto, sarà un primo passo per una riforma complessiva: mancano, per esempio, ancora la responsabilità civile dei magistrati e la rivisitazione di quel principio che abbiamo solo noi in Italia dell’obbligatorietà dell’azione penale. Secondo Lei Nordio è frenato dalla sua maggioranza o davvero ormai crede anche lui in questa cultura carcerocentrica alla Delmastro? Vorrei chiederglielo perché non ho dimenticato il suo impegno passato per la de-carcerizzazione, a favore delle depenalizzazioni, e sul suo essere a fianco di Marco Pannella a favore di un provvedimento di Amnistia. Penso che ci vedremo presto e glielo chiederò. L’incontro me lo ha promesso anche se non gli abbiamo risparmiato critiche e - come Nessuno tocchi Caino con Roberto Giachetti - lo abbiamo addirittura denunciato insieme ad Ostellari e Delmastro. Cosa spera che dica sul tema il presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel suo discorso di fine anno? A me piace moltissimo quel che dice il Presidente della Repubblica non solo sulle carceri, ma anche in politica estera. Tiene la barra dritta su ciò che è indispensabile in una democrazia. Mi lasciano perplessa le sue quotidiane esternazioni su qualsivoglia argomento, mentre sulle questioni veramente importanti - come la condizione inaccettabile delle nostre carceri - io credo che dovrebbe esprimersi indirizzando messaggi alle Camere come previsto dall’art. 87 della Costituzione. Mi auguro che scelga questa strada, come fece Napolitano nel 2013. Lei farà un nuovo sciopero della fame? Ne ho fatti molti nella mia vita di radicale e certo non escludo di ricorrere ancora a questo strumento della nonviolenza che è una forma alta di dialogo con i rappresentanti delle istituzioni. Non di rado abbiamo coinvolto nell’azione nonviolenta decine di migliaia di detenuti. Ammetto però che mi pesano non poco le richieste degli amici (e parlo di amici veri) che, quando lo sciopero della fame si prolunga, mi sollecitano a smettere. Ricordo ancora quando, durante la battaglia contro lo sterminio per fame nel mondo, Marco Pannella ideò i “tentativi” di sciopero della fame, fino a quello - lunghissimo, ma finalmente “riuscito” - che consentì di raggiungere, almeno in parte, gli obiettivi prefissati. Seguirò probabilmente quell’esempio. In un’epoca in cui tutto rischia di diventare artificiale, credo che un gesto che coinvolga il proprio corpo, nella sua dimensione reale e tangibile, possa stimolare riflessioni che spesso si preferisce evitare, rifugiandosi in slogan facili e superficiali per non affrontare la complessità dei problemi. Natale a Rebibbia con Gianni Alemanno di Luigi Mastrodonato lucysullacultura.com, 24 dicembre 2025 Gianni Alemanno è detenuto a Rebibbia. Un tempo noto per le sue posizioni accesamente securitarie, è da mesi impegnato in una battaglia per carceri più giuste. I suoi sforzi stanno sortendo, apparentemente, i primi effetti, quantomeno su alcuni suoi vecchi amici, militanti e politici di estrema destra. C’è un motivo molto semplice per cui dovremmo avere a cuore la condizione delle carceri. Fatelo presente a vostro zio che come ogni anno, durante il pranzo di Natale, ripeterà a pappagallo la storia degli stranieri che delinquono, della chiave da buttare via e che sono affari loro se stanno male in carcere, potevano pensarci prima di commettere un reato. A volte ha senso lasciare da parte Michel Foucault, gli editoriali di Luigi Manconi, gli articoli come questo, la giustizia europea e i rapporti di Antigone. Di fronte allo zio non c’è ragionamento che tenga e serve toccare altre corde, magari meno astratte e più personali. Provate a dirgli: Un giorno potrebbe succedere anche a te, zio. Risponderà, probabilmente, che lui non è un criminale, che certo lui non ruba, non spaccia, non stupra, non ammazza nessuno. Ribattete che nessuno è un criminale fino a che non lo diventa e che, in fin dei conti, esserlo non è una condizione necessaria per finire in cella. Basta trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato per diventare una di quelle decine di migliaia di persone finite in carcere da innocenti. L’ingiusta detenzione ogni anno costa allo Stato italiano milioni di euro in risarcimenti. Se anche queste argomentazioni non dovessero funzionare, provate così. Raccontategli la storia di Gianni Alemanno. Fino a poco tempo fa estremista di destra animato da una profonda indole securitaria e giustizialista. Oggi detenuto a Rebibbia e tra le voci più lucide e importanti nella lotta alle storture del sistema penitenziario italiano. L’avatar-Alemanno - A inizio dicembre un avatar di Gianni Alemanno è comparso sul maxischermo di una saletta vicino Piazza Colonne, a Roma. Era in corso la presentazione del libro “Emergenza negata”, scritto proprio dall’ex sindaco di Roma a quattro mani con Fabio Falbo. I due sono detenuti nel carcere romano di Rebibbia, dove dall’inizio del 2025 tengono un diario, pubblicato sui social, che puntata dopo puntata racconta l’oscuro mondo della detenzione e le criticità che lo contraddistinguono. Alemanno e Falbo avevano chiesto un permesso per poter presentare il libro dal vivo, ma il magistrato di sorveglianza l’ha negato. Per questo il discorso al pubblico lo ha tenuto l’avatar-Alemanno. Braccia conserte, sguardo fisso in telecamera e un aspetto decisamente più giovanile, l’avatar ha parlato senza esitazione per circa tre minuti tradendo solo in poche occasioni la sua natura artificiale con piccoli movimenti innaturali della mano. Nel discorso, crudo e diretto, l’avatar-Alemanno ha sottolineato che nelle carceri italiane ci “sono condizioni che non si trovano in nessun’altra parte della società italiana”. Poi ha evidenziato il più grande problema corrente del sistema carcerario italiano: il sovraffollamento. Secondo gli ultimi dati di Antigone, i detenuti in Italia sono oltre 63mila a fronte di poco più di 45mila posti letto disponibili. Ci sono istituti dove il tasso di sovraffollamento è superiore al 240 per cento, mentre a Rebibbia il dato si ferma “solo” al 150 per cento circa. Il sovraffollamento rende tutto più difficile, stravolge i già ristretti margini di vita civile delle persone detenute, ha denunciato l’avatar-Alemanno. Una catastrofe silenziosa, secondo Alemanno, o per usare un’altra immagine da lui evocata: una pentola a pressione pronta a scoppiare. Per alcuni forse la cosa più inusuale del discorso potrebbe non essere stata la comparsa dell’avatar, quanto invece la scoperta di un Alemanno profondamente diverso, parecchio impegnato in questa battaglia per carceri più giuste, e il cui impatto sul dibattito politico è già significativo: “Abbiamo fatto di tutto per richiamare l’attenzione della politica e del governo sulla condizione delle carceri”, ha sottolineato l’avatar. “Soprattutto per me, che vengo dalla stessa storia politica di chi governa oggi in Italia, è un punto d’onore rompere i luoghi comuni e gli slogan su cui si fonda questa indifferenza”. Dal Campidoglio a Rebibbia - Gianni Alemanno è tra quelli che più hanno contribuito a istituzionalizzare, dunque a normalizzare, l’estremismo di destra. Tra gli anni Ottanta e Novanta è stato Segretario nazionale del Fronte della gioventù, l’organizzazione giovanile del Movimento sociale italiano. Poi è diventato uno dei punti di riferimento di Alleanza Nazionale, ricoprendo incarichi di rilievo all’interno della direzione del partito e divenendo nel 2001 ministro del governo Berlusconi (a proposito di figure che hanno contribuito a istituzionalizzare la destra più eversiva). Nell’aprile 2008, Alemanno è stato eletto sindaco di Roma e il suo mandato è stato caratterizzato da misure (e toni) pesantemente securitarie. Il suo motto: “tolleranza zero”; il suo modello: il sindaco di New York in stile Rudolph Giuliani; Il suo obiettivo: incriminare quante più persone possibili provenienti dalle fasce subalterne della popolazione per ripulire Roma. Oggi Gianni Alemanno è recluso a Rebibbia e subisce sulla sua pelle le conseguenze delle politiche di cui si è fatto acceso promotore: più repressione, più incarcerazioni, nessuno sconto ai detenuti. E visto che il motivo più semplice per cui dovremmo avere a cuore la condizione delle carceri è che un giorno potrebbe capitare anche a noi, ha cambiato le sue convinzioni. E si sta spendendo generosamente per farle cambiare anche alle persone che militano nella sua orbita politica. Nel 2022, Alemanno è stato condannato a ventidue mesi per finanziamento illecito e traffico di influenze illecite nell’inchiesta “Mafia Capitale”. Aveva ottenuto gli arresti domiciliari ma non ha rispettato le prescrizioni del giudice, ragione per cui il 31 dicembre 2024 è stato fermato e condotto a Rebibbia. Il destino ha voluto che l’ex sindaco di Roma abbia scontato il suo primo vero giorno di detenzione il primo gennaio del 2025 e oggi, che il 2025 sta per finire, le sue parole possono essere considerate forse il più importante e necessario rapporto annuale sullo stato del sistema penitenziario italiano. Nelle lettere dal carcere, pubblicate sui suoi profili social, Alemanno ha raccontato cosa significa vivere in strutture vecchie e sovraffollate, con le persone ammassate nelle celle, gli spazi di socialità cancellati per ottenere nuovi posti e le attività trattamentali ridotte o sospese per eccesso di domanda in contraddizione di ogni accenno rieducativo della pena. Alemanno ha raccontato il gelo dell’inverno, con i termosifoni ancora spenti per i soliti guasti a cui non sembra esserci rimedio, o la calura insostenibile dell’estate, con la mancanza di ventilatori e di sistemi di aerazione inadeguati che portano le temperature ai piani alti ben oltre i 40 gradi. Alemanno ha raccontato l’impatto delle criticità strutturali e ambientali delle carceri sulla condizione di salute dei reclusi che in molti casi è già di per sé debilitata, visto che almeno due terzi ha una qualche forma di patologia. Che in altri casi sviluppa una malattia proprio nel corso dell’esperienza carceraria, visto che di carcere ci si ammala e si muore. Nel 2025 si contano finora 231 morti in carcere, di cui 76 per suicidio. Alemanno ha raccontato la malattia delle persone intorno a lui, l’attesa lunga mesi per potere effettuare una visita medica urgente, l’impossibilità a recarsi in ospedale a causa dell’assenza di un numero adeguato di agenti penitenziari a fare da scorta. Alemanno ha raccontato le piccole torture quotidiane a cui vengono sottoposti i detenuti. La burocrazia, la trafila di “domandine” per ottenere qualsiasi cosa - perfino un paio di occhiali - la fatica mentale e fisica a esistere in uno spazio dove ogni elemento è pensato per allontanare la persona dal quieto vivere. Alemanno ha raccontato il diritto all’affettività negato, le violenze tra detenuti, la difficile condizione degli agenti penitenziari. Alemanno ha raccontato questo e molto altro. Lo ha fatto con la credibilità di chi da un anno si trova a vivere in prima persona il sistema carcerario italiano. E con la potenza di chi per decenni è stato portavoce di pregiudizi che oggi si stanno sciogliendo come neve al sole. Gianni Alemanno nelle lettere dal carcere non ha fatto sconti alla sua parte politica, ai suoi vecchi camerati che continuano a pensarla come la pensava lui da uomo libero. E questo non ha fatto altro che aggiungere forza alla sua lotta: l’ha resa più pura e sincera, l’ha vestita di panni meno ideologici. “Signor Presidente del Consiglio, cara Giorgia Meloni, non pensa forse che sia necessario uscire dai luoghi comuni e dagli slogan propagandistici, per capire quale disastro sta avvenendo all’interno delle carceri italiane?”. Oppure: “Qui siamo di fronte ad una catastrofe umanitaria che si sta aggravando giorno dopo giorno, mentre i decisori politici che dovrebbero affrontarla sono completamente nel pallone, fanno finta di nulla o forse non sono veramente in grado di comprendere la situazione”. O ancora: “Tanti cittadini pensano che per difendere la loro sicurezza bisogna garantire ‘la certezza della pena’ e nessuno degli uomini e delle donne al potere si prende la briga di spiegargli che per difendere la società bisogna garantire non la pena in sé, ma l’utilità della pena”. L’ex sindaco di Roma non ha lesinato critiche nei confronti del ministro della Giustizia Carlo Nordio, ha contestato le posizioni del sottosegretario con delega alle carceri Andrea Delmastro, ha biasimato l’immobilismo della premier Giorgia Meloni, ha affidato quasi ogni giorno al suo taccuino una richiesta di aiuto invocando l’urgenza di un cambiamento. “Quando sono arrivato a Rebibbia non mi aspettavo di trovare una situazione così degradata e assurda”, ha sottolineato l’avatar-Alemanno durante la presentazione del libro. Da quasi un anno si sta impegnando a far arrivare questo messaggio ai suoi amici politici, sodali di mille battaglie securitarie e repressive. E in parte ci sta riuscendo. Lo scorso luglio il presidente della Camera Lorenzo Fontana, quello che ammiccava a Marine Le Pen e che in passato ha dichiarato di simpatizzare per il movimento neonazista greco Alba Dorata, si è fatto un giro a Rebibbia. Ha incontrato Gianni Alemanno che gli ha mostrato in prima persona la situazione in cui vive la popolazione detenuta e le mille difficoltà quotidiane che le si pongono davanti. Una volta uscito, Fontana ha detto che serve rimboccarsi le maniche per combattere il sovraffollamento e garantire migliori condizioni di prigionia. Anche il presidente del Senato Ignazio La Russa quello che in passato ha contestato duramente misure alternative alla detenzione come la messa alla prova, si è recato a Rebibbia. E grazie ai colloqui con il suo amico Alemanno ha mostrato un radicale cambio di approccio sul tema delle carceri. A inizio dicembre il presidente del Senato ha invocato una misura svuota-carceri da approvare entro Natale per consentire alle persone detenute con un residuo di pena breve di passare le festività a casa. I maliziosi - probabilmente a ragione - potrebbero vedere in questa proposta una misura ad personam per dare sollievo a un amico. Ciò non cancella però la potenza della proposta, anche se con il Natale ormai alle porte e nonostante l’appello rinnovato di Papa Leone XIV nel Giubileo dei detenuti del 14 dicembre, finora non è arrivata nessuna misura utile in tal senso. Il Natale in carcere è un incubo. Lo è da un punto di vista affettivo, dal momento che più che in ogni altro momento dell’anno si percepisce una distanza insormontabile con il mondo di fuori. Ma lo è anche dal punto di vista trattamentale, visto che con le festività la maggior parte delle attività che riempiono le giornate e danno un senso alla detenzione - lezioni scolastiche, corsi di teatro e quant’altro - vengono sospese. Natale è il periodo dell’isolamento e dell’apatia. Nel 2022 un gruppo di ragazzini del carcere minorile Beccaria di Milano ha risposto a questa condizione con “l’evasione di Natale”. Sono scappati il 25 dicembre ma nel giro di pochi giorni sono stati tutti ricatturati. Se nel loro caso il malessere è stato proiettato verso il mondo esterno, in molti altri casi la frustrazione viene esercitata sul proprio corpo. Come denuncia Antigone, Natale è il periodo in cui si concentrano più eventi critici in cella, come atti autolesionistici e suicidi. Questo Natale nel carcere di Rebibbia ci sarà anche Gianni Alemanno. In una sorta di legge del contrappasso, gli toccherà vivere il peggior momento dell’anno nel peggior luogo esistente perché la sua sfera politica non ha dato seguito a una misura svuotacarceri a cui lui stesso, un tempo, si sarebbe opposto. Alemanno è stato abbandonato dalla destra perché ora anche lui subisce lo stigma di detenuto. E come tale è diventato un nemico da combattere più che un amico da compatire e aiutare. Eppure la sua battaglia è servita a qualcosa. Le sporadiche visite dei politici a Rebibbia, le dichiarazioni di La Russa, la potenza delle sue lettere che sono arrivate fino al parlamento, sono componenti di una lotta che a suo modo lascerà un’eredità importante nel dibattito italiano sulle carceri. Quando al pranzo di Natale il vostro zio di estrema destra dirà per l’ennesima volta che per le persone in cella bisogna buttare via la chiave, raccontategli la storia di Gianni Alemanno. Vite sospese, volti riconosciuti: il Natale dietro le sbarre di Andrea Pastore vita.it, 24 dicembre 2025 Celebrare il Natale in carcere ci ricorda che nessuna vita è definitivamente perduta. Finché saremo capaci di riconoscere un nome, una storia, un volto, anche le vite sospese potranno tornare a camminare. E con esse, forse, anche un po’ della nostra umanità. C’è stata, in questa settimana, una giornata sospesa nel tempo. Una di quelle giornate che non si attraversano in fretta, perché chiedono di essere abitate, ascoltate, portate con sé. Da qualche tempo sto lavorando su progetti dedicati al recupero del rapporto tra genitori detenuti e figli. In questo contesto ho partecipato alla celebrazione eucaristica del Santo Natale all’interno di una casa circondariale. Un Natale celebrato dietro le sbarre, in uno spazio in cui il tempo sembra fermarsi e la vita restare in attesa. Durante la celebrazione ho incrociato lo sguardo di un “diversamente libero”, come lo ha definito il Garante dei Detenuti. Quel volto mi era familiare. Al termine della Messa si è avvicinato e mi ha chiesto: “Sei Andrea?”. Era uno dei ragazzi che, nel lontano 1998, viveva in una casa famiglia, quando svolgevo il servizio di obiettore di coscienza. Mi ha raccontato la sua storia. Dopo la morte improvvisa dei genitori, a 14 anni si è ritrovato a fare da capofamiglia. Per garantire una vita ai fratelli più piccoli ha iniziato a spacciare. Una scelta che lo ha condotto dove si trova oggi: una vita sospesa, un fine pena fissato al 2029 e altri due processi ancora da concludere. La sua storia non è solo una vicenda individuale. È una sconfitta collettiva. Parliamo spesso di sfida educativa, di prevenzione, di responsabilità. Ma poi ci scopriamo incapaci di accogliere il grido silenzioso di chi chiede aiuto. E, soprattutto, lasciamo soli coloro che, nel loro silenzio rumoroso, avrebbero avuto bisogno di una presenza, di uno sguardo che riconosce, di una mano tesa nel momento decisivo. Eppure, anche dentro queste vite sospese, la speranza non è spenta. La speranza nasce ogni volta che qualcuno si ferma, riconosce un volto, ricuce una memoria, restituisce dignità a una storia che sembrava riducibile solo al fallimento. Nasce quando smettiamo di giudicare e iniziamo ad assumerci una responsabilità condivisa. È dentro questo orizzonte che si colloca S.Av.E.L.ove - CuriAMO la Relazione, un progetto sociale attivo soprattutto in Campania, nelle province di Salerno e Avellino, che lavora per sostenere e rafforzare i legami affettivi tra genitori detenuti e figli minori. L’iniziativa nasce dalla consapevolezza che la detenzione non può e non deve trasformarsi in una condanna affettiva per i bambini, spesso vittime invisibili di una pena che non hanno scelto. Attraverso la creazione di spazi gioco, laboratori e attività educative all’interno degli istituti penitenziari, S.Av.E.L.ove promuove la continuità affettiva tra genitori e figli, cura le relazioni familiari e offre un supporto emotivo ed educativo mirato ai minori. Si tratta di interventi pensati per contrastare la povertà educativa e le fragilità relazionali, riconoscendo che il benessere emotivo dei bambini passa anche dalla possibilità di mantenere un legame sano e accompagnato con il proprio genitore detenuto. Il progetto è promosso dalla Fondazione della Comunità Salernitana e dall’Arcidiocesi di Salerno-Campagna-Acerno ed è stato selezionato dall’impresa sociale Con i Bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Attorno a esso si è costruita una rete di 17 partner territoriali, a testimonianza di un lavoro condiviso che coinvolge istituzioni, Terzo settore e comunità locali. Progettando S.Av.E.L.ove abbiamo voluto che non diventasse semplicemente un insieme di attività, ma una scelta culturale e civile: affermare che la tutela dei diritti affettivi dei minori e il sostegno alla genitorialità fragile sono parte integrante di una giustizia che non rinuncia all’umanità. Per questo, celebrare il Natale in carcere ci ricorda che nessuna vita è definitivamente perduta. Finché saremo capaci di riconoscere un nome, una storia, un volto, anche le vite sospese potranno tornare a camminare. E con esse, forse, anche un po’ della nostra umanità. Gianni Alemanno: “La vita in carcere? Come cani abbandonati in autostrada” di Rita Lazzaro Il Tirreno, 24 dicembre 2025 Le parole dell’ex sindaco di Roma detenuto a Rebibbia in seguito all’inchiesta Mondo di mezzo: “Negli istituti penitenziari c’è un’emergenza che nessuno vuole vedere”. “Cani abbandonati sull’autostrada”, è così che Giovanni “Gianni” Alemanno, ex ministro delle Politiche agricole e forestali (2001-2006) e sindaco di Roma da 2008 al 2013, ha descritto lo stato in cui versano i detenuti italiani. L’ex primo cittadino, dal 31 dicembre 2024, sconta nel carcere di Rebibbia un residuo di pena di un anno e 10 mesi, a cui era stato condannato nel 2022 per traffico di influenze illecite, nell’inchiesta “Mondo di mezzo”, originariamente denominata “Mafia Capitale”. Ed è proprio con l’onorevole che abbiamo parlato della realtà carceraria, spesso denunciata dallo stesso Alemanno attraverso quello che definisce “Diario di cella”. Cosa l’ha portata a usare un’espressione così forte? “È solo la realtà. Sembra che a nessuno interessi quello che sta accadendo nelle carceri italiane o, meglio ancora, sembra che nessuno voglia rendersi conto di questa situazione. Come se riguardasse solo una realtà marginale, popolata da reietti. In realtà, oggi, la macchina della giustizia italiana è così messa male che qualsiasi cittadino potrebbe ritrovarsi nelle patrie galere, senza sapere bene il motivo. E vi garantisco che si tratta di un’esperienza kafkiana. Io e Fabio Falbo, un altro detenuto che si è laureato in carcere poco tempo fa, abbiamo scritto un libro dal nostro reparto intitolato “L’emergenza negata. Il collasso delle carceri italiane”, pubblicato attraverso Amazon, in cui cerchiamo di descrivere questa situazione. Uno scenario segnato da un sovraffollamento che, mentre vi scriviamo, sta raggiungendo in tutta Italia il 140% con punto del 200% a San Vittore e a Regina Coeli, due carceri che sono state dichiarate parzialmente inagibili per un crollo e un incendio, rischiando di fare molte vittime tra le persone detenute e gli agenti della penitenziaria”. Secondo lei come si dovrebbe affrontare la condizione dei detenuti nelle carceri italiane? E quali sono gli errori commessi dalla politica? “La politica non sta commettendo errori, semplicemente non sta facendo nulla. Quando il tema cresce sui media, magari, per l’ennesimo suicidio, si organizza qualche riunione governativa con allegata conferenza stampa e si promettono interventi assolutamente irrealizzabili. Su questo il ministro Nordio è diventato un maestro: è stato capace di disertare - lui e i suoi sottosegretari - perfino il Giubileo dei Detenuti. Un evento dove Papa Leone ha rinnovato la richiesta di Papa Francesco per un provvedimento di clemenza che riduca il sovraffollamento nelle carceri. I suicidi sono la punta di un iceberg, di un disagio estremamente diffuso e di istituti di pena ormai fuori controllo per carenza di personale. Anche quando le motivazioni di suicidio sono assolutamente personali, non è ammissibile che una persona detenuta si impicchi in cella senza che nessuno se ne accorga”. Nel suo “Diario di cella” ha parlato anche del rapporto tra le persone detenute e i loro familiari, soprattutto con i figli. Secondo lei come e quanto è tutelato questo legame? “Esiste una sentenza della Corte costituzionale che riconosce il “diritto all’affettività” alle persone detenute, ovvero la necessità di costruire all’interno delle carceri delle strutture che consentano incontri intimi coi partner. Ebbene, sono passati quasi due anni da quella sentenza, ma la grande maggioranza degli istituti di pena non hanno ottemperato a questo obbligo. Più in generale, salvo qualche esempio meritorio, manca il contesto anche per incontrare in modo dignitoso i propri figli e i propri genitori. Con tutte queste mancanze si appesantisce una drammatica realtà: non sono solo le persone detenute a pagare la galera, ma la pagano anche e soprattutto i familiari. Insomma, non bisogna inventarsi nulla, basterebbe seguire le indicazioni della Corte costituzionale e i principi stabiliti dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo”. Lei ha parlato anche di un codice d’onore tra i detenuti. A suo avviso, come e quanto incide questo “regolamento” sulla funzione rieducativa della pena? “È chiaro che non è accettabile che qualcuno, tantomeno le persone detenute, si faccia giustizia da solo, con le proprie mani. Ma ho voluto rimarcare l’esistenza di questo codice d’onore tra le persone detenute. Un codice, secondo cui, non si può fare violenza contro le donne, i bambini, gli anziani e i disabili, perché dimostra che c’è un fondo di umanità, un senso del limite, che non si vuole travalicare. La funzione rieducativa della pena dovrebbe far leva su questo fondo di umanità, per generare una voglia di riscatto per poi saperla riconoscere e premiare. C’è rieducazione quando le persone detenute vengono trattate in base a come si comportano, quando sanno che se compiono un percorso di consapevolezza e di ricostruzione di una vita che, attraverso il lavoro, rientri nella legalità, potranno accedere alle pene alternative e riacquistare la libertà”. Qual è l’episodio più forte che l’ha colpita particolarmente per la sua rudezza? “I momenti più duri, che si ripetono ogni giorno, sono quando incrocio delle persone detenute talmente ridotte male che non dovrebbero stare in galera. Per l’età o per le malattie. C’è Antonio che ha 88 anni e non c’è verso di mandarlo ai domiciliari, nonostante la Cassazione abbia stabilito che dopo i 70 anni non si debba rimanere in carcere. C’è un altro detenuto che gira col sacchetto del catetere in bella vista attaccato ai pantaloni, ma non riesce a farsi curare dal tumore che ha alla prostata. Ci sono altri che hanno la saccastomia di raccolta delle feci attaccata all’intestino e che devono pulire questa sacchetta in cella perché in infermeria non lo fanno. La burocrazia, il sovraffollamento, la carenza della rete sanitaria, l’indifferenza e la superficialità di molti magistrati, condannano queste persone a condizioni degne di prigioni ottocentesche. Qualcuno siamo riusciti a salvarlo con le nostre denunce, ottenendo di mandarlo in ospedale o ai domiciliari, ma troppi girano come fantasmi in attesa di morire”. Come l’ha cambiata la vita carceraria? E in che modo intende affrontare queste tematiche in futuro? “Qualche malizioso ha detto che sono dovuto finire dentro per ricordarmi dei problemi delle carceri. Non è vero, io qui a Rebibbia ci sono stato anche quando avevo vent’anni per la mia militanza politica, e da allora mi sono sempre battuto per i diritti delle persone detenute, come hanno testimoniato Sergio d’Elia e Rita Bernardini, esponenti radicali di “Nessuno tocchi Caino”. Quindi continuerò a farlo, perché, lo ripeto ancora una volta, quella contro l’emergenza carceraria italiana non è una battaglia marginale: è lo specchio di tutte le battaglie sociali del nostro Paese. Questa esperienza ha generato in me un bisogno di autenticità, di giustizia e di verità, che si è fatto più profondo e radicale. E ha triturato vanità e piccole ambizioni personali”. In carcere è vietato pure fare i padrini per chi si cresima di Gianni Alemanno e Fabio Falbo Il Dubbio, 24 dicembre 2025 Il Codice di Diritto canonico consente di essere padrino ad ogni cattolico cresimato che “non sia stato irretito da alcuna pena canonica legittimamente inflitta”. Esistono però delle vecchie circolari del ministero della Giustizia che vietano questa usanza perché potrebbe essere utilizzata per rafforzare i “comparaggi” tra appartenenti alla stessa associazione di criminalità organizzata (gli antichi riti di giuramento dell’appartenenza mafiosa). Questi polverosi documenti sarebbero stati rafforzati dalla più recente circolare del 21 ottobre 2025 con cui il Dap ha centralizzato l’autorizzazione delle attività trattamentali. Insomma questa volta la Direzione del carcere non ha nessuna colpa: ha solo dovuto applicare confuse e deliranti direttive centrali. Come vi avevamo raccontato, da qualche mese a questa parte ci stavamo preparando a fare i padrini alla Cresima dei nostri compagni di cella e di reparto. Gianni per Ciro, Fabio per Antonio, Manolo per Alessio e così una decina di altri per tutta Rebibbia. Prove di come ci si deve comportare durante la cerimonia, confessioni con i Cappellani, scelta di vestiti un po’ più decenti del solito, regali per i cresimandi preparati con i nostri parenti ai colloqui. Anche qualche autentico e franco chiarimento teologico e religioso con chi era stato preso dalla predicazione dei cristiani evangelici, molto forte e credibile tra queste mura. Ma, fondamentalmente, un atto di fratellanza sul cammino di questa dura prova che è il carcere, anche un modo per aiutare i più giovani a rimanere sulla strada giusta. Sarebbe stata una bella festa: la cerimonia svolta sabato mattina nella Chiesa centrale di Rebibbia, quella dove Papa Francesco ha aperto la Porta Santa. Il Cardinal vicario di Roma, celebrando la Messa, doveva conferire la Confermazione (cioè la Cresima) mentre noi padrini presentavamo il confermando appoggiando la mano sulla sua spalla e scandendone il nome. Poi il Cardinale avrebbe chiuso la Porta Santa. Poi, il fulmine a ciel sereno. Il pomeriggio prima della cerimonia veniamo chiamati “all’atrio” da un povero agente della Penitenziaria, il quale ci informa che non possiamo fare i padrini. Perché? Perché è vietato da una direttiva ministeriale. Ma come? Vi svegliate il giorno prima? Ma in precedenti occasioni questo divieto non era stato fatto valere, neppure quando Papa Francesco aveva aperto la Porta Santa. Gli agenti della Penitenziaria allargano le braccia, evidentemente imbarazzati e dispiaciuti. Dopo un poco arriva anche uno dei cappellani del carcere con lo stesso annuncio e con lo stesso vago riferimento a una non meglio precisata direttiva ministeriale. A questo punto ci mettiamo a studiare per capirne di più. Don Paolo, un sacerdote detenuto con noi, va a consultare il Codice di Diritto canonico. Ne viene fuori che il Codice di Diritto canonico consente di essere padrino ad ogni cattolico cresimato che “non sia stato irretito da alcuna pena canonica legittimamente inflitta”, e non sembra essere questo il caso… visto che nessuno di noi ha attentato alla vita del Sommo Pontefice o commesso altri sacrilegi. Esistono però delle vecchie circolari del ministero della Giustizia che vietano questa usanza perché potrebbe essere utilizzata per rafforzare i “comparaggi” tra appartenente alla stessa associazione di criminalità organizzata (gli antichi riti di giuramento dell’appartenenza mafiosa). Questi polverosi documenti sarebbero stati rafforzati dalla più recente circolare del 21 ottobre 2025 con cui il Dap ha centralizzato l’autorizzazione delle attività trattamentali. Insomma questa volta la Direzione del carcere non ha nessuna colpa: ha solo dovuto applicare confuse e deliranti direttive centrali. Dopo qualche ora di sbandamento e di rabbia ci siamo ricomposti: ogni padrino ha abbracciato il suo cresimando, promettendo di essergli a fianco in spirito, poi durante la cerimonia i cappellani e alcune suore si sono resi disponibili per la sostituzione in extremis. Rimangono però delle domande: in carcere neanche la Fede viene lasciata in pace? Quale oscuro riflesso massonico e laicista porta lo Stato a sospettare di un Sacramento? Anche quando crea un legame tra persone detenute non certo per reati di tipo mafioso? In altri termini: state bene di testa? Noi pensiamo, invece, che quando tra compagni di cella e di reparto si creano legami non improntati alla condivisione di vizi e reati, ma al contrario ispirati da un atto di Fede, quest’ultimi dovrebbero essere salutati con favore e incentivati, non certo guardati con sospetto e vietati. Inoltre fare il padrino al Battesimo o alla Cresima non è una mera formalità, ma secondo la Dottrina cattolica genera un vincolo spirituale importante e aver costretto delle persone detenute a subire all’ultimo minuto la scelta casuale di un altro padrino, non è un modo di rispettare questa fede. Continua a sfuggire a chi amministra l’istituzione penitenziaria che il detenuto è una persona sempre davanti ad un bivio: da un lato ha una strada che lo porta a incrementare il suo risentimento e la sua capacità criminale, dall’altro la via verso un pieno reinserimento sociale sorretto dalla ricostruzione della propria coscienza. Ogni volta che questa coscienza viene offesa e umiliata è come se chi rappresenta lo Stato spingesse la persona detenuta ad andare per la strada sbagliata. E quale offesa peggiore ci può essere di quella di dubitare persino della scelta religiosa di una persona? Intanto dai telegiornali apprendiamo che, anche in base alle recenti norme che hanno introdotto nuovi reati sulla commercializzazione della cannabis, c’è stata una retata che ha portato a 384 nuovi arresti. Cioè ad un aumento della popolazione detenuta pari allo 0,6% e quindi crediamo che ormai il sovraffollamento, nonostante tutte le promesse del governo, dovrebbe superare il 140% entro la fine dell’anno, continuando a peggiorare quella catastrofe che stiamo vivendo qui dentro. Anche questo è un modo per suggerire alle persone detenute, soprattutto quelle più giovani, che non bisogna fidarsi delle istituzioni. Faremo quadrato contro questa tentazione, continueremo a ripetere a tutti che bisogna andare per la via giusta, ma che fatica quando le istituzioni si comportano in questo modo. Se il referendum fosse solo un voto sul Governo Meloni quale sarebbe l’idea di riforma dei contrari? di Massimo Donini L’Unità, 24 dicembre 2025 La politica della giustizia del governo Meloni è stata pessima. Ma il referendum non sarà su questo. La separazione comporta dei rischi nella giurisdizione, ma è l’unico modo per spezzare l’immobilità e l’arroganza di una parte della magistratura. È venuto il momento di dire che se questo referendum confermativo sulla cosiddetta separazione delle carriere si riducesse a un giudizio sul governo in carica, essendo comunque un giudizio sulla sua politica della giustizia penale, si dovrebbe votare sicuramente no. Io non ricordo un governo peggiore, neanche quello gialloverde dei tempi di Conte-Salvini. Questa è una valutazione grave, ma non apodittica, perché non ha bisogno di molte esemplificazioni. Il populismo punitivo che ha ispirato la maggior parte delle riforme penali escludenti e aggravanti, illiberali nella loro essenza, degli ultimi tre anni, è registrato dalla maggior parte degli osservatori, dalla dottrina non “di sinistra”, dalle Camere penali e dalle stesse riviste legate alla componente magistratuale. Se dunque una deriva punitivista è espressa da almeno trent’anni di interventi da parte di diverse formazioni governative e parlamentari (Cornelli, Rossi, La deriva punitiva della politica criminale in Italia, in Sistema penale, 27 novembre 2025), possiamo registrare una accentuazione negli ultimi tre anni. Il cittadino medio è ingannato dall’apparente ipertutela penale, che non garantisce nessuna sicurezza collettiva e tanto meno giustizia individuale. Si dovrebbe tradurre in un breve fumetto questa situazione per renderla comprensibile a livello massmediatico, sdrammatizzando il volto truce del populismo e ridicolizzando invece l’inganno. Non credo tuttavia che l’appuntamento referendario sia riducibile a questo tema. Ancor meno esso è riducibile a un giudizio sul sistema giustizia, sulla fiducia nei pubblici ministeri o nei magistrati penali, periodicamente ma costantemente sotto accusa per episodi di malagiustizia, di carrierismo, di politicizzazione. Avere alimentato l’odio o la sfiducia verso la magistratura nel suo complesso è un altro grave comportamento dei politici di centro-destra, che solo per questo meriterebbero di perdere un referendum che, o in quanto, viene spesso presentato come una resa dei conti con le storture della magistratura penale, riflettendosi così in un giudizio negativo sulla magistratura intera, che invece è vittima di queste stesse storture ascrivibili a una sua minoranza. La rivincita del Cavaliere, così, lascia un legato ad epigoni assai meno liberali di lui. Ciò premesso, queste forti spinte a contrastare l’approvazione della legge costituzionale oggetto di referendum per come è stata o viene presentata, non sono sufficienti a sostenere le ragioni del “no” che devono riguardare, semmai, la legge come è. Se il Presidente della Repubblica volesse svolgere un ruolo più interventista nelle vicende della giustizia, potrebbe dire agli italiani che oggetto del referendum è solo ed esclusivamente il sistema di governo dei giudici. Tutti gli altri argomenti politici di contorno sono possibili “motivi” collaterali, ma non toccano il cuore del voto. E se andiamo al cuore del voto le ragioni del “sì” appaiono prevalenti, anche se velate da varie scelte tecniche e redazionali sbagliate, le quali tuttavia non possono risultare decisive in una scelta referendaria. La legge costituzionale intende regolare un problema circoscritto, specifico della magistratura penale, che prescinde totalmente da una valutazione del sistema penale nel suo complesso. Il tema è quello della storica assimilazione di giudici e pubblici ministeri nella loro carriera, per come questa assimilazione si riflette negativamente sulle loro funzioni e sulle distorsioni di potere collegate all’esistenza di un consiglio superiore unitario, che costringe a vedere nei magistrati, pm o giudici, una unità di valori, di cultura, di passioni e soprattutto di protezione giuridica. Stessa razza. Invece, loro sanno da tempo di non essere della stessa famiglia, ma gli è comodo lasciarlo credere, agli effetti della tutela disciplinare e di carriera, per essere più forti a livello politico, nella gestione del ruolo pubblico assunto da tempo della magistratura associata. Separarli nell’organo di governo significa spuntare le armi politiche attuali della magistratura associata. I consociati sanno che il pm è quello che ti vuole mettere dentro, mentre il giudice lo controlla. Possono essere virtuosamente uniti i due, certo, soprattutto di fronte alle forme più cattive e maligne di delinquenza in atto: ed è qui che li vediamo felicemente popolari nel neutralizzare il male, insieme alle forze di polizia. Ma superate queste fasi drammatiche, nel corso dei processi, i ruoli si separano subito, sono da sempre separati. E allora perché non riconoscere che queste diversissime funzioni processuali devono avere un riconoscimento costituzionale a livello di organo di autogoverno? Ecco, si innesta qui un primo perché. Molti magistrati temono, oltre che di essere messi sotto accusa come classe in generale, in una “resa dei conti” con gli eredi della visione berlusconiana della giustizia contro i pm (non contro i giudici civili per es.), di perdere effettivamente potere. Hanno ragione. Due Csm e una scelta dei componenti togati per sorteggio (magari entro un novero non esteso omnibus, ma a categorie qualificate per competenze ed esperienze, possibili nella normativa di attuazione) è un meccanismo preventivo (non punitivo necessariamente) rispetto a deviazioni emerse dopo la vicenda Palamara e il carrierismo spinto intrecciato a governi politici di alcuni processi, che ogni avvocato che abbia esercitato negli anni passati in vicende di qualche rilievo politico-amministrativo o imprenditoriale ha potuto conoscere o dovuto subire, insieme ad alcuni suoi assistiti. Che facciano diritto, anziché cercare il potere (cfr. quanto detto a suo tempo in “Questione giustizia”, 6.4.2021). Lo stesso dicasi per gli avanzamenti professionali: inconcepibile che si debba essere iscritti a una corrente per “fare carriera”. Lo stesso concetto di fare carriera dovrebbe uscire dall’immaginario del magistrato. Fare giustizia è la sua mission. Non fare carriera. La carriera è strumentale alla giustizia, non viceversa. Su queste derive la magistratura, che è molto divisa su mille questioni, è rimasta compatta nella mancata autocritica. Sono pronti a ricominciare come sempre? Questa arroganza è intollerabile. Invece, la separazione delle carriere, già attuata in buona parte nei fatti, e ora rivista nei meccanismi elettorali, appare propedeutica a rinnovare la cultura della giurisdizione. Si apre qui lo scenario vero che sta a cuore a tutti. Il pm deve conoscere le logiche giudiziali e meglio sarebbe che arrivasse a questo ruolo dopo una congrua esperienza di giudicante o di difensore, ma questa riforma neanche si è posto il problema. Accusatore a vita è l’immagine francamente deplorevole che la legge (anche quella già vigente!) ci restituisce del pm. Mentre i due consigli superiori sono funzionali a cambiare le logiche perverse di interessenze e scambi politico-elettorali, la separazione delle culture “fin da piccoli” è qualcosa di odioso e perfino incostituzionale. Si pone qui un problema davvero cruciale per la risposta al quesito referendario. La decantata cultura della giurisdizione unitaria è stata troppo spesso strumentale ad escludere gli avvocati da questa cultura, che vedeva pm e giudici uniti in un ruolo superiore, anche nella posizione fisica al dibattimento (differenziata e più elevata quella del pm), fino alla riforma del 1988. Quella cosiddetta cultura della giurisdizione era espressiva di una formazione separata, la stessa che impedisce ai giudici di citare la dottrina, di riconoscere le dissenting opinions in sentenza e che orienta la SSM (scuola superiore della magistratura) a vedere nella formazione dei magistrati una schiacciante prevalenza di rappresentanti della magistratura rispetto a quelli accademici. È tutta una cultura separata e in realtà autoritaria che li unisce. L’esigenza di un superamento di questo autentico bias ci appare una delle conseguenze desiderabili della svolta referendaria. Potranno seguire la discrezionalità dell’azione penale, e la presa d’atto che non ci sono sacerdoti della giustizia uniti, perché l’accusa è un atto politico che non deve essere interpretata come l’officio di una religione civile. Ovviamente deve essere difeso un postulato costituzionale che non è in discussione e che è presente anche negli ordinamenti ad azione penale facoltativa: la indipendenza del pm dal governo, da controlli politici in senso stretto relativi a singoli procedimenti e imputati. Una classe politica che interpreta oggi le sentenze sfavorevoli a leggi care alle politiche giustizialiste e repressive come atti di disobbedienza e di politicizzazione giudiziale, non dà purtroppo fiducia su questi scenari futuri: ma se vogliamo essere finalmente un paese normale dobbiamo accettare questa sfida di lotta per i diritti anche dei giudici. I sostenitori “uniti” del no non hanno nessun progetto di riforma rispetto al tema della separazione delle carriere. Tutto potrebbe restare così com’è. Uno scenario come questo, francamente, ci pare irrespirabile, e rappresenta una mancata risposta a un appuntamento storico e ai problemi del futuro. Non è in gioco la democrazia, come alcuni dicono - questa è sempre sotto assedio, in generale - ma è in gioco la democrazia giudiziaria. Referendum, il costituzionalista Grosso per il No: “Governo vuole mettere in riga i magistrati” di Luca Pons fanpage.it, 24 dicembre 2025 Enrico Grosso è il presidente del comitato per il No lanciato dall’Anm (Associazione nazionale magistrati) per il referendum sulla riforma della giustizia del governo Meloni. Grosso ha detto a Fanpage.it di aver sottoscritto la nuova raccolta firme per il referendum, che potrebbe allungare i tempi del voto, e ha spiegato le ragioni del No. L’anno prossimo, gli italiani saranno chiamati a votare a un referendum costituzionale che boccerà o promuoverà la riforma della giustizia varata dal governo Meloni. Tre i punti principali: separazione delle carriere di giudici e pm, sdoppiamento del Csm e nascita di una nuova Alta corte disciplinare. Fanpage.it ha intervistato Enrico Grosso, costituzionalista che presiede il Comitato nazionale a difesa della Costituzione. Si tratta del comitato per il No creato dall’Anm (l’Associazione nazionale magistrati, contraria alla riforma) per avere una rappresentanza ‘laica’ nel dibattito ed evitare che le toghe dovessero esporsi in prima linea. Grosso ha detto a Fanpage.it di aver firmato la nuova raccolta firme lanciata per presentare un quesito leggermente diverso sullo stesso tema - una raccolta finita al centro di polemiche perché, secondo i detrattori, servirebbe solo ad allungare i tempi e far slittare la data del voto. Il professore di diritto costituzionale all’Università di Torino, poi, ha spiegato le ragioni per cui è importante andare a votare e bloccare la riforma, che è una vera e propria “resa dei conti” nei confronti dei magistrati. Negli scorsi giorni è nata una raccolta firme per il referendum sulla riforma della giustizia. L’hanno lanciata quindici cittadini, con un quesito leggermente diverso da quello che la Cassazione ha già ammesso il 18 novembre. Lei aderirà? Come privato cittadino, e non a nome del comitato che presiedo, ho già firmato. Il comitato ha deciso di non raccogliere le firme, ma non significa che non guardiamo con assoluto favore a questa iniziativa. Il dibattito su questa riforma è già stato compresso durante la fase parlamentare, e riteniamo che ora invece debba essere sviluppato il più possibile presso la cittadinanza. Questa iniziativa contribuisce a illustrare ulteriormente le ragioni del referendum, a costruire un dibattito pubblico e soprattutto a garantire ai cittadini i tempi e gli spazi di una corretta informazione. Secondo i promotori, la raccolta firme obbligherà a far slittare il referendum: c’è tempo fino al 30 gennaio per raccoglierle, quindi prima di allora il governo non potrebbe stabilire una data. È d’accordo con questa interpretazione? Parlo da costituzionalista, so che c’è un dibattito in corso anche tra i miei colleghi: visto che il quesito proposto è leggermente diverso da quello che era già stato dichiarato legittimo dalla Cassazione, i proponenti hanno non soltanto il diritto di avere tempo per raccogliere le firme - e questo mi sembra evidente - ma soprattutto il diritto che la Cassazione si pronunci sul loro quesito, se il numero necessario di firme sarà raggiunto. La Corte, in quel caso, stabilirà se gli italiani si dovranno esprimere sul quesito originale o su quello nuovo. Il governo deve lasciare alla Cassazione il tempo di farlo. Francamente non capisco perché si voglia a tutti i costi accelerare l’indizione del referendum. Molti italiani non sanno ancora che ci sarà un referendum, o non sono interessati a votare. Cosa direbbe agli elettori per convincerli che andare alle urne sarà importante? Questo referendum apparentemente è tecnico, ma in realtà riguarda il modo in cui i cittadini possono pretendere giustizia. Se questa riforma fosse approvata, i giudici sarebbero molto meno indipendenti di oggi. Non avrebbero più quell’organo che è oggi il Csm, che ne protegge quotidianamente l’indipendenza. Questa riforma è una resa dei conti del governo nei confronti della magistratura, e lo scopo è quello di mettere in riga i magistrati. I magistrati messi in riga sono magistrati timorosi, meno liberi. Un Csm fatto di toghe sorteggiate, mentre i membri di nomina politica vengono scelti dai politici, avrebbe effetti diretti sui cittadini: sarebbe molto più difficile per i deboli avere giustizia, e molto più facile che i poteri forti condizionino le scelte giudiziarie. Lei presiede il “Comitato a difesa della Costituzione”. Da cosa va difesa? La nostra Costituzione, come tutte le costituzioni moderne, è nata per limitare il potere politico. Chi ha potere, per sua natura, tende ad abusarne. Porre dei limiti giuridici al potere è necessario per lo Stato di diritto. I giudici sono chiamati, in maniera indipendente, ad applicare il diritto per limitare il potere. Se i giudici sono meno indipendenti, non sono in grado di svolgere questa funzione altrettanto bene. Ha parlato dei giudici finora, ma molto dibattito si è concentrato sui pubblici ministeri. C’è il rischio che i pm finiscano ‘sotto il controllo’ del governo? La riforma non dice nulla di questo. Ma, quando il corpo dei pm viene completamente staccato dalla giurisdizione, è prevedibile che sviluppi un potere autonomo talmente abnorme ed eccessivo che, inevitabilmente, si dovrà fare un’altra riforma per sottoporre quel potere a qualcuno. A chi? All’esecutivo. Non vedo alternative. È avvenuto in tutti i Paesi in cui le carriere di pm e giudici sono state separate. Anche dove inizialmente non c’era una sottoposizione dell’accusa al potere esecutivo, alla fine, delle forme di subordinazione si sono introdotte. Proprio per evitare che quel gruppo di persone diventasse un potere incontrollato e incontrollabile. Peraltro, a quel punto, l’alternativa sarebbe ancora peggio: ci sarebbe un pubblico ministero totalmente privo di freni. Dovrebbe far paura per primi a quegli avvocati che oggi sbandierano la la separazione delle carriere come se fosse il toccasana. E anche al governo Meloni, che proprio del potere eccessivo dei pm si è lamentato in più occasioni. Ultimamente il referendum è stato messo in mezzo da esponenti dell’esecutivo mentre parlavano di diversi casi di cronaca, dalla famiglia nel bosco a Garlasco. Cosa pensa di questo approccio? Sono discorsi totalmente strumentali, lo sanno benissimo anche loro. Questa riforma nulla cambierebbe rispetto a ciascuno di quei casi che vengono evocati. Delegittimare sistematicamente ogni decisione giudiziaria è pericolosissimo. La giustizia è una delle grandi istituzioni dell’ordinamento costituzionale di questo Paese. Se si comincia a instillare questo veleno, se i cittadini cominciano a pensare che le decisioni giudiziarie sono tutte sbagliate e prese da incompetenti, si perde totalmente la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Questa è l’anticamera per la distruzione dello Stato di diritto. Finora chi sostiene il No al referendum ha usato due argomentazioni che possono sembrare opposte. Da una parte i rischi per la Costituzione, l’equilibrio dei poteri, lo strapotere del governo. Dall’altra, il fatto che la riforma sia sostanzialmente “inutile”. In che senso? Anche il ministro Nordio ha ripetuto più volte che questa riforma non ha nulla a che vedere con i problemi della giustizia. Non risolve la lentezza dei processi, la farraginosità delle procedure, il sotto-finanziamento del comparto giustizia, che oggi vive una crisi drammatica sia dal punto di vista dei giudici che degli apparati amministrativi. Quindi, da una parte è una riforma che non si occupa di nulla di tutto ciò. Dall’altra, minaccia il modo con cui fino ad oggi si è pensato che dovesse essere la giustizia, cioè un giudice libero e indipendente che rende giustizia, soprattutto per i più deboli. Grazia, Zagrebelsky: “Se la legge non aiuta a fare giustizia, intervenire è un dovere” di Sara Scarafia La Repubblica, 24 dicembre 2025 Il presidente Sergio Mattarella ha firmato lunedì cinque nuovi decreti: dall’inizio del suo secondo mandato è arrivato a quota 32. “Se la legge non fa giustizia, resta la giustizia come istanza superiore. Senza, il diritto è un abuso. La grazia in questo caso non è solo un atto di benevolenza, ma un supplementum iustitiae”. Il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky aveva già preso posizione sul caso di Alaa Faraj, trentenne, studente di ingegneria, che due giorni fa ha ricevuto la grazia parziale dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Accusato di essere uno degli scafisti della traversata dell’agosto del 2015 durante la quale morirono 49 persone soffocate dentro la stiva, Faraj è stato condannato a trent’anni e ne ha già scontati dieci. Ma le prove a suo carico erano deboli. Zagrebelsky aveva raccontato il suo caso dalle colonne di Repubblica a partire dal libro che il giovane scappato da Bengasi ha scritto in carcere, Perché ero ragazzo (Sellerio). Professore, in questo caso la giustizia era stata ingiusta? “Questo ragazzo ha rifiutato a lungo di fare domanda di grazia perché pensava implicasse un’ammissione di colpevolezza, mentre lui voleva che si riconoscesse che al processo i giudici avevano preso un abbaglio. La grazia in questo caso è il riconoscimento di un dovere di giustizia nei suoi confronti, cosa che il presidente della Repubblica ha fatto concedendo però una grazia parziale”. Perché secondo lei? “Una scelta molto istituzionale perché una grazia totale avrebbe significato una smentita della sentenza della Cassazione. Il provvedimento del Capo dello Stato alleggerisce il senso di ingiustizia. Ma la questione non è chiusa perché a questo punto Faraj pare abbia intenzione di procedere per ottenere una revisione giudiziaria che lo scagioni completamente”. La grazia è prevista dalla nostra Costituzione. Tra i beneficiari del provvedimento del presidente Mattarella c’è anche Franco Cioni, 77 anni, che soffocò col cuscino nel sonno la moglie malata... “Nel caso di Cioni è certamente concessa come misura umanitaria. La grazia può servire a tante cose. Il presidente Napolitano, per esempio, l’aveva concessa a militari americani e, in questo caso, era tipicamente una grazia politica: buoni rapporti con gli Stati Uniti. Poi ci sono le grazie determinate dalle condizioni sanitarie, quando il detenuto è molto anziano, molto ammalato. E poi la grazia come supplemento di giustizia. Finché non se ne abusa, è un utile strumento che ci dà la nostra Costituzione”. Ma quello di giustizia è un concetto universale? “No, non c’è una sola visione della giustizia. Però la sentenza della Corte diceva che tra la condanna a trent’anni di reclusione e la realtà dei fatti c’era uno “scarto”, una cosa che ho trovato scandalosa: significa ammettere che la pronuncia è ingiusta. Il presidente della Repubblica è quindi intervenuto a ridurre questo “scarto”. Lei si è speso molto per Alaa Faraj. Perché? “Una delle poche cose pratiche che ho fatto nella mia vita, avendo per la maggior parte del tempo prodotto alcuni miliardi di parole al vento. Mi sono speso sia scrivendo quell’articolo su Repubblica sia andando a Palermo dove c’è stata una manifestazione con don Ciotti e con l’arcivescovo Lorefice. Credo che Alaa ci abbia dato una grande lezione di civismo”. Qual è la sua lezione? “Fiducia nel diritto, che è qualcosa di più complesso della legge: non solo la fredda legalità, ma anche la corrispondenza a un sentimento di giustizia. Non so quanti cittadini italiani si sarebbero comportati come lui. Dopo più di dieci anni di detenzione che considera ingiusta, continua a dire “credo nell’Italia”, Paese che ha conosciuto solo nei trasporti da un carcere all’altro. Dice “ho fiducia nello Stato di diritto”. Però la revisione è stata negata... “La revisione, secondo il codice, presuppone l’emergere di prove evidenti e di prove nuove. I giuristi credono che le parole che usano siano chiare. Ma se un testimone ritratta la sua deposizione, come avvenuto in questo caso, quella non è una prova nuova? In ogni caso quando non si riesce a riavvicinare il lato della legge con il lato della giustizia, rimane il ricorso alla Corte costituzionale che serve a dire che la concezione legale della revisione è troppo stretta. Alla fine è arrivata la grazia parziale. Io credo che Alaa adesso potrà fare nuova istanza di revisione”. Alaa ha deciso di scrivere la sua storia. E in italiano... “Un libro che non può non coinvolgere. Scrivere vuol dire fare i conti prima di tutto con se stessi. Cosa che lui ha fatto”. Dobbiamo ancora difendere lo Stato di diritto, professore? “Ma certo, siamo qui per questo. Lo Stato di diritto, per quanto limitato, per quanto contraddetto, per quanto vilipeso, è pur sempre ciò che ci consente di protestare contro l’ingiustizia. Il giorno che abbandonassimo questa prospettiva saremmo esposti alla violenza, all’arbitrio, senza neanche più il diritto di protestare. Quindi stiamo ben attaccati a queste formule che vengono da storie secolari, conquiste secolari. Non buttiamo via tutto, sennò siamo perduti”. “Sono finito in carcere per traffico di cannabis, ma la mia azienda è sempre stata legale” di Valeria D’Autilia La Stampa, 24 dicembre 2025 La storia di Christian Lozito, imprenditore barese. Il caso archiviato perché il fatto non sussiste: “Coltivo canapa e ho sempre fatto le analisi, ho ancora gli incubi per quello che mi è successo”. “Sono stato in carcere e, di notte, ho ancora gli incubi. E per cosa? Per un prodotto sul quale faccio regolarmente fatture e pago le tasse?”. Christian Lozito, imprenditore barese incensurato, ha vissuto quattro giorni in cella con l’accusa di detenzione e traffico di cannabis illegale. Ora il procedimento penale è stato archiviato. Perché il fatto non sussiste. Ma restano la rabbia e l’amarezza. “Su ogni coltivazione, ho sempre fatto regolarmente analisi, ho vinto dei premi e un bando per la ricerca e l’innovazione sulla canapa, ho collaborato con l’università e la regione Puglia. Poi cambia il governo e mi ritrovo in carcere. Neanche fossimo in un Paese del Terzo Mondo”. Il fermo tre mesi fa - La sua storia inizia tre mesi fa, quando viene fermato per possesso e traffico di stupefacenti. Lui è incredulo. “La mia azienda è in regola, ha sempre agito nel rispetto della legge” dice ai militari della Guardia di finanza. Eppure scatta il sequestro e lo portano in caserma. “Quando mi dissero dell’arresto pensavo fosse uno scherzo. Poi ho capito che era tutto vero: mi sentivo svenire”. Soltanto le analisi dei giorni successivi gli daranno ragione: il Thc, la sostanza psicotropa prodotta dai fiori di cannabis presente nel suo prodotto, era inferiore allo 0,5 per cento (e dunque priva di efficacia drogante). Ma intanto restano il danno morale “sono stato buttato in un carcere senza aver fatto nulla” e quello economico “circa un milione di euro di merce deteriorata in modo irreparabile”. Dopo il decreto sicurezza - Tutto parte dall’entrata in vigore, l’estate scorsa, del decreto sicurezza. “Nel mirino è finita una sostanza che di illegale e psicotropo non ha proprio nulla”. Nel frattempo, il mercato inizia a contrarsi, le vendite calano e iniziano i primi sigilli. Viene colpito anche lui. “Durante un controllo in alcuni punti vendita della zona nord di Bari, vengono trovate delle confezioni di canapa che avevo venduto io. Arrivano nella mia azienda e portano via tutto, dando per scontato che fosse materiale stupefacente. Invece non c’era nessun prodotto dalle potenzialità offensive. Erano fiori essiccati, frattaglie di scarti di lavorazione che utilizzavo come pacciamatura, persino gli adesivi delle confezioni di plastica”. L’azienda fondata nel 2017 - Christian ha fondato la sua azienda Fattoria della Canapa, nel 2017, dopo una serie di esperienze all’estero tra Inghilterra e Spagna. L’ultima era stata la Repubblica Domenicana, come titolare di un ristorante. Poi, la scelta di tornare in Puglia e guardare a un settore nuovo. “Si tratta di una pianta che in tutta Europa è ormai commercialmente protagonista. Quindi, anche alla luce di sovvenzionamenti pubblici che hanno riguardato il comparto e dei quali io stesso ho beneficiato, sono stato spinto ad investire. Dalla canapa si possono ottenere biocombustibili, bioplastiche e ci sono impieghi alimentari e nella cosmesi”. I suoi settori di riferimento sono sempre stati quello tessile e della commercializzazione di fiori recisi, parti di piante secche per collezionismo, deodoranti d’ambiente e la cosiddetta canapa light. “Così come altri colleghi, ho iniziato dalla parte più vendibile, ma con la speranza di abbracciare più ambiti. Invece adesso mi ritrovo in questa situazione”. Prima aveva dei dipendenti stagionali. “Poi, con l’entrata in vigore del decreto, ho deciso di non coltivare perché gli esiti sarebbero stati incerti”. Da qui la scelta di non rischiare e così, l’estate scorsa, è andato avanti con le scorte di magazzino. Ma il sequestro ha interessato proprio quella merce. Circa 500 chilogrammi. “Ora è inutilizzabile. Quando mi hanno detto che potevo riprenderla, sono arrivato nel magazzino, ma era stata esposta all’umidità, per terra. Sudore, investimenti e sacrifici andati in fumo”. L’esperienza in carcere - Per lui e la sua famiglia sono state settimane difficili. “Oltre me, sono stati colpiti anche i miei genitori e le mie sorelle. Siamo cresciuti con dei valori. Quei giorni sono stati un inferno. Dividevo la cella con altri due detenuti. Non dormivo mai, non uscivo neanche nell’ora d’aria. Era un ambiente a me totalmente estraneo: non ho mai avuto problemi con la giustizia, a parte qualche multa. Sono esperienze che ti segnano. Dicevo a me stesso: mi trovo in carcere ma perché? Tuttora mi porto lo strascico di quello che ho vissuto”. Sin dal primo momento, al suo fianco c’è l’avvocato Lorenzo Simonetti dello studio Tutela Legale Stupefacenti. “Se non ci fosse stato lui, forse sarei ancora lì. Mi ha salvato. Tant’è che ho avuto il dissequestro e l’archiviazione completa in meno di 60 giorni”. Christian rivolge il suo sguardo fuori dall’Italia. “In altri Paesi c’è la libera circolazione, da noi fanno di tutto per vietarla. Non possiamo solo seguire l’Europa quando c’è l’austerity. Una volta tanto che a livello comunitario si incentiva un commercio nuovo che, in pochi anni, ha fatto nascere in Italia oltre 20mila negozi, 30mila operatori, 7mila aziende agricole con 2 miliardi di fatturato, penso che fermarlo sia un atto sconsiderato e anche illegittimo”. Oggi è ancora scosso per quanto accaduto, non sa quale sarà il suo futuro. Però ha un obiettivo: “Conto sul fatto che, se c’è una giustizia, ho il diritto di essere risarcito del danno che ho subito. E questo mi sembra davvero il minimo in un Paese normale”. Non è ricusabile il giudice perché ha adottato una misura cautelare personale annullata di Paola Rossi Il Sole 24 Ore, 24 dicembre 2025 Non c’è incompatibilità per il magistrato che deve giudicare in sede cautelare la stessa questione di diritto anche se si tratta di misure personali senza distinzione da quelle reali su cui esplicitamente si era già espressa la Consulta. Non c’è incompatibilità per il magistrato che deve giudicare in sede cautelare la stessa questione di diritto anche se è stata in precedenza risolta in modo non conforme alla legge. Come spiega la Cassazione con la sentenza n. 41418/2025 l’incompatibilità non sussiste in caso di ordinanze annullate in materia cautelare sia reale sia personale. Sul punto la Cassazione fa rilevare come nel giudizio di rinvio, quando l’annullamento è in sede di legittimità, non venga individuato il giudice come persona fisica diversa a differenza di quando invece l’annullamento riguardi una sentenza che ha definito nel merito la causa. Al centro del giudizio viene posta la decisione n. 91/2023 della Consulta che aveva già escluso l’incompatibilità del giudice che ha adottato la misura cautelare reale annullata a proseguire il giudizio di cognizione. Ma - precisa la Cassazione - che non è differente la situazione di incompatibilità o di terzietà in cui si trovi il giudice se la misura cautelare di cui si discute sia di natura personale Sulla ricusazione - Il ricorso lamentava che il magistrato ricusato sarebbe stato chiamato a pronunciarsi nuovamente sulle medesime questioni di diritto relative alla inutilizzabilità delle prove sulle quali già si era pronunciato con precedente provvedimento da lui redatto ed emesso da un collegio da lui presieduto. Contro la dichiarata manifesta infondatezza dell’istanza da parte della Corte di appello il ricorso lamentava l’adozione della decisione perché assunta senza contraddittorio. La Cassazione respinge tale motivo ricordando che la manifesta infondatezza della richiesta di ricusazione deve essere dichiarata con procedura camerale de plano e senza sentire le parti interessate in camera di consiglio, previa fissazione di udienza e avviso. Infatti, l’articolo 41, comma 1, del Codice di procedura penale prescrive che il collegio (nel caso la Corte d’appello) provveda “senza ritardo”. E solo nel caso in cui non sia rilevata la manifesta infondatezza e l’istanza sia quindi valutata nel merito si applica il comma terzo che prevede il rispetto delle forme fissate dall’articolo 127 dello stesso codice di rito che governano in via generale i procedimenti in camera di consiglio. Toscana. Celle come topaie e dignità calpestata: cosa succede nelle carceri di Libero Red Dolce Il Tirreno, 24 dicembre 2025 Il carcere si prende i più deboli. Una donna incinta al settimo mese attende in una cella. Condannata a una pena di soli otto mesi (quasi nessuno entra in carcere per un periodo così limitato), nessuno ha fatto istanza per una misura alternativa. Affronterà il parto in carcere. Il corpo di una ragazza di 26 anni viene ritrovato senza vita nella sua cella a Sollicciano. È il 7 settembre. Sul muro lascia una scritta, “Elena vi saluta”. Le rimaneva da scontare un anno. Come lei, altri quattro detenuti, solo quest’anno, sceglieranno il buio piuttosto che la prigionia nelle carceri toscane. Gli ultimi due casi sono cronaca degli ultimi giorni: un uomo di 31 anni muore nel sonno per un malore a Livorno, un altro, in attesa di giudizio, si uccide in cella a Pistoia. Quest’ultimo caso, all’interno di una struttura considerata tra le “meno peggio” della regione. Schegge di storie del 2025 e numeri che rendono impossibile continuare a definire “emergenza” - come spesso si fa pigramente sui media - la situazione nelle carceri toscane e italiane. I dati raccontano l’aumento continuo di detenuti, la fatiscenza delle strutture, l’esplosione di malattie psichiatriche, la mancanza di fondi per la manutenzione e per l’avvio di progetti di formazione, che restano pochi e carenti. È la norma, non l’emergenza. L’articolo 27 della Costituzione, con quel suo dettato dal sapore un po’ paternalistico della funzione rieducativa del condannato, è disatteso al massimo grado. Lo dicono i numeri. E l’esperienza. “Tra gli aspetti più urgenti da affrontare - spiega don Paolo Ferrini, referente dei cappellani delle carceri in Toscana - c’è quella dell’espiazione della pena fuori dagli istituti penitenziari. Nelle carceri toscane ci sono un gran numero di persone detenute tossicodipendenti o con problematiche psichiatriche: molti di loro, secondo ciò che permette la legge, potrebbero usufruire di modalità diverse a con risultati migliori nel campo del recupero della persona e con la possibilità di permettere alle carceri di lavorare meglio sugli altri detenuti”. Secondo lo studio “Morire di carcere”, pubblicato da Ristretti Orizzonti, il famigerato carcere di Sollicciano è il quarto in Italia per numero di suicidi: 36 persone si sono tolte la vita dal 2002 al giugno 2025. Tre solo quest’anno. In quella casa circondariale, secondo i dati del Ministero della Giustizia aggiornati al 21 dicembre i posti regolamentari sarebbero 502, ma 144 non sono disponibili. I posti reali insomma sarebbero 358. Al momento i detenuti presenti sono 546. Non si tratta di un’eccezione. La capienza del carcere di Pisa prevede 195 posti regolamentari, di cui 8 non disponibili, per una popolazione carceraria attuale che alla medesima data del 21 dicembre il ministero indica in 270 detenuti. A Livorno i posti regolamentari sono 391, quelli non disponibili 242 e il totale dei detenuti è di 221. Nel carcere di Prato a fronte di 589 posti regolamentari e 599 detenuti presenti, ci sono 47 posti non disponibili. E mentre il Parlamento aumenta il numero dei reati o le aggravanti per reati esistenti - resistenza a pubblico ufficiale, rivolta carceraria, traffico di stupefacenti - i carcerati aumentano. Ma non c’è spazio. Secondo l’avvocato Enrico Helmut Vincenzini, osservatore di Antigone per le carceri toscane e lombarde, “a Sollicciano le strutture risultano gravemente compromesse: infiltrazioni diffuse, forte disagio sanitario e condizioni di vita complessivamente disastrose. Nel carcere di Prato il problema principale è l’aria di abbandono che si respira. La struttura soffre da tempo di una mancanza di direzione stabile (una situazione ereditata e non imputabile all’attuale amministrazione) e questo si riflette sulla vita quotidiana della popolazione detenuta, che vive in uno stato di evidente trascuratezza. Durante una visita effettuata a ottobre, in quattro ore è stato possibile osservare solo una sezione e mezza, ma siamo stati continuamente bloccati dalle richieste dei detenuti, segno di difficoltà diffuse e irrisolte”. Secondo Antigone anche nelle case circondariali di Livorno e Pisa le condizioni di vita quotidiane sono terribili. “Infiltrazioni, muffa nelle celle e assenza di acqua calda” nei reparti, per quel che riguarda Le Sughere a Livorno e ancora “infiltrazioni, intonaco deteriorato, muffe e umidità” e presenza di “bagni a vista” nelle celle del Don Bosco di Pisa. Non può essere di alcuna consolazione il fatto che dal 2024 al 2025 (ancora in corso) il numero dei suicidi nelle carceri toscane si è ridotto da 8 a 5. L’unico numero accettabile è chiaramente lo zero. Secondo lo storico e filosofo francese Michel Foucault, la disciplina carceraria moderna emerse tra il XVIII e il XIX secolo per volontà di una cultura riformatrice che attraverso la cultura europea, passando da una giustizia che adoperava il supplizio nei confronti dei rei alla volontà di disciplinare i corpi, tenendoli sotto sorveglianza. Nel “grande rimosso” che è il carcere contemporaneo - come lo definisce l’avvocato Vincenzini - la dimensione del supplizio dei detenuti e delle detenute rischia di tornare quella principale. Strade immediate da percorrere ci sarebbero, sta alla politica accoglierle. Recentemente anche il presidente del Senato Ignazio La Russa ha vagheggiato di un indulto. Antigone ha delle proposte, le sintetizza Vincenzini: “La proposta più urgente è un provvedimento di clemenza, come indulto o amnistia, per riportare le carceri sotto una soglia di dignità. E ci sono altre misure subito applicabili: aumentare la liberazione anticipata da 45 a 75 giorni (corrisponde a uno sconto di pena ogni sei mesi, in caso di buona condotta, ndr), depenalizzare reati minori e ampliare l’accesso alle misure alternative, portando l’affidamento in prova fino a sei anni di pena. Le misure alternative riducono drasticamente la recidiva, mentre il carcere, così com’è, non riesce”. Sardegna. La via delle carceri di Giampaolo Cassitta giampaolocassitta.it, 24 dicembre 2025 Con Domenico Arena, attuale Provveditore regionale alle carceri sarde, ho collaborato quando entrambi eravamo impegnati nel Dipartimento di Giustizia Minorile e lo conosco personalmente: la sua passione, il rigore e la visione trattamentista per tutto ciò che concerne il pianeta carcere non sono mai retorica, ma esperienza quotidiana e responsabilità concreta. Mi ha meravigliato l’intervista comparsa oggi sull’Unione Sarda, per il coraggio intellettuale con cui Arena ha precisato passaggi che la stampa mainstream spesso ingarbuglia. Intanto, il Dr. Arena ha chiarito un fatto fondamentale: come Provveditore regionale non può entrare nelle decisioni relative al movimento dei detenuti ad alta sicurezza. Sono scelte del Dipartimento nazionale, che decide scenari e movimenti senza obbligo di informativa. Ma Arena aggiunge qualcosa che ho scritto da mesi: non è possibile, né pensabile, che il destino di tutte le carceri sarde sia quello di accogliere esclusivamente detenuti ad alta sicurezza o sottoposti all’articolo 41 bis. Secondo il Provveditore, l’ipotesi più fondata per la destinazione di questi detenuti resta Uta, dove è in corso da dieci anni un progetto per la realizzazione di un reparto di massima sicurezza, progetto ormai a buon punto, come Arena ricorda perfettamente. L’intervista prosegue su altri binari, soprattutto sul disegno regionale dei penitenziari in Sardegna. Domenico Arena sottolinea che il Provveditorato isolano da anni lavora in direzione opposta all’alta sicurezza: verso un modello di carcere che, nel livello della media sicurezza, si propone come apertura alle comunità, anzi, sottolinea Arena, come risorsa. Questo è il punto da cui partire. A Uta saranno presenti i 92 detenuti sottoposti al regime di cui all’articolo 41 bis. È un progetto antico, deciso fin dalla realizzazione del nuovo carcere. Il padiglione, fermo per problemi della ditta appaltatrice, è ormai in via di consegna al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria. Chi ha paventato dieci istituti sardi tutti destinati alla massima sicurezza ha detto cose inesatte, ignorando che, per legge, vicino ai tribunali servono case circondariali che accolgono soprattutto detenuti in attesa di giudizio, come ho spesso ricordato. Domenico Arena è Provveditore regionale da un anno. Da sardo acquisito come ama definirsi - ha studiato all’Università di Sassari - ha scommesso sulla fase di apertura degli istituti penitenziari e sul rilancio delle colonie, un progetto che mi sta a cuore da tempo. Negli anni passati era stato possibile anche valorizzare i prodotti delle colonie con il marchio Galeghiotto. Ora è il momento di sedersi intorno a un tavolo, seriamente, partendo da alcune certezze: i 92 detenuti a Uta sono ormai una scelta decisa dal Dipartimento; la Sardegna e i sardi - garanti, giunta, comuni - devono partire dalle parole del Dr. Arena, occuparsi del polo universitario presente in molti istituti penitenziari, scommettere sul rilancio delle colonie e, soprattutto, investire in percorsi riabilitativi per i detenuti comuni. Se così non fosse, tanto varrebbe destinare le carceri solo ai detenuti ad alta sicurezza, perché con gli altri non sapremmo offrire opportunità reali. Viterbo. Fu ucciso dal compagno di cella: risarcimento da oltre 1 milione per la famiglia di Vincenzo Brunelli Corriere della Sera, 24 dicembre 2025 L’aggressore era già stato condannato per un delitto simile. Da qui la decisione del giudice di condannare l’amministrazione penitenziaria, e quindi il ministero della Giustizia, a versare un risarcimento alla famiglia del 61enne. Nel 2019 aveva ucciso un detenuto, compagno di cella, colpendolo ripetutamente con uno sgabello, ma i medici erano stati chiari e perentori e l’uomo doveva essere in cella da solo e non con altri detenuti. Ora il Tribunale civile di Roma ha condannato il ministero di Giustizia a pagare oltre 1 milione e 200 mila euro di risarcimento danni ai familiari di Giovanni Delfino, 61enne all’epoca del decesso. I precedenti - Delfino fu letteralmente massacrato con una decina di “sgabellate” alla testa la sera del 29 marzo del 2019 al Mammagialla di Viterbo dal compagno di cella Khajan Singh, di origine indiana, già condannato per tentato omicidio e successivamente per la morte di chi divideva con lui la reclusione. Per il giudice del Tribunale capitolino, Alessandra Imposimato, non ci sono dubbi sulle gravi responsabilità dell’amministrazione penitenziaria e quindi del ministero sulla morte di Delfino perché chi lo ha ucciso già nel carcere di Civitavecchia nel febbraio dello stesso anno, aveva cercato di uccidere il suo compagno di cella nello stesso e identico modo: a colpi di sgabello, e aveva poi aggredito l’agente che era riuscito a fermarlo. Quindi era stato trasferito per motivi di ordine e sicurezza al carcere di Viterbo dietro una prescrizione precisa da parte degli psichiatri dell’istituto: “Considerando i precedenti episodi di aggressività auto ed eterodiretta, si propone di trattare il detenuto in regime di grandissima sorveglianza e in camera di pernottamento da solo”. Ma nonostante i precedenti e le prescrizioni dei sanitari l’uomo veniva messo in cella insieme a Delfino. “Tale trasferimento non veniva comunicato ai medici e psicologi in servizio presso l’Istituto penitenziario e alla equipe multidisciplinare neanche a cose fatte”, si legge in sentenza, e i giudici hanno sottolineato che praticamente nessuno sapesse che in realtà l’uomo non fosse in cella singola come avrebbe dovuto essere. La condanna - In sede penale l’uomo è stato condannato in primo grado a 14 anni di carcere nel 2020, e a 12 anni in secondo grado nel 2022, grazie allo sconto di pena dovuto al riconoscimento della seminfermità. Lapidarie le conclusioni del Tribunale civile di Roma sul risarcimento dovuto dal ministero ai parenti di Delfino: “Non c’è dubbio che la morte del detenuto non si sarebbe verificata se l’Amministrazione non avesse disposto il trasferimento del detenuto, affetto da psicopatie di rilevanza psichiatrica e già noto per pregressi episodi di etero-aggressività ed accessi di violenza in danno di persone e cose in ambito intramurario, dalla cella singola alla cella condivisa con Delfino”. Da questi ragionamenti e dopo aver ascoltato numerosi testimoni e raccolto tutte le cartelle cliniche sia dell’omicida sia della vittima, i giudici sono arrivati alla condanna del ministero di Giustizia che ora come detto dovrà pagare i danni ai familiari di Delfino con una somma superiore a 1 milione e 200 mila euro più interessi e spese legali. Brescia. Natale in carcere, la lettera a Mattarella: “Qui soli e senza speranze” Andrea Cittadini Giornale di Brescia, 24 dicembre 2025 Un ex detenuto ha scritto al Capo dello Stato: “Il sovraffollamento è una pistola alla tempia e a Natale è tutto più pesante. Anche la messa diventa un privilegio”. Quattro pagine scritte a mano perché “in questo periodo dell’anno, caro mio Presidente, i detenuti bresciani e di tutta Italia sono soli, soli dentro”. Mittente è un ormai ex detenuto che, tra Verziano e Canton Mombello, sta finendo di scontare la pena, “oggi - racconta - sono ancora in affidamento in prova, ma fino a non molto tempo fa mi trovavo recluso presso gli istituti penitenziari bresciani”. Destinatario, il Capo dello Stato Sergio Mattarella, al quale ogni Natale - da qualche tempo a questa parte - viene inviata una lettera da chi vive dietro le sbarre a Brescia. Il Natale in cella - “Caro Presidente, questi giorni nelle carceri italiane sono i più vuoti, pericolosi. Caro Presidente, guardando dalle sbarre il mondo esterno, ci si può fermare a “immaginare per un attimo di essere liberi”. Se a Canton Mombello esistono spazi come la biblioteca che consentono di “cambiare vista”, si riesce a vedere fuori dalle mura del carcere: si sentono i rumori delle auto, si vedono persone con i cappotti che vanno verso le proprie auto, poi le piante, quanti colori hanno cambiato. Proprio di fianco al muro di cinta è presente una fila di alberi che, per chi come me ha avuto un soggiorno medio-lungo a Brescia, ha potuto vedere le foglie che cadono”. Poi arriva Natale e tutto dentro il principale carcere bresciano diventa tremendamente più pesante. “Purtroppo Presidente - scrive il detenuto bresciano a Mattarella - la biblioteca, come le aree trattamentali, come anche la scuola interna al carcere, durante le tre settimane di Natale vengono chiuse. In questo periodo dell’anno i detenuti bresciani e di tutta Italia sono soli, soli dentro. In questo periodo sacro, come anche nel mese di agosto (dove tutto si ferma), perdiamo la voglia di vivere. Il Natale uccide: purtroppo alti tassi di suicidi nelle carceri si registrano proprio in questo periodo dell’anno. La solitudine, il rimorso per le nostre azioni, la mancanza delle nostre famiglie. Presidente, ritengo sia giusto pagare per i nostri errori, dobbiamo pagare. Il sovraffollamento è però come una pistola carica puntata alle tempie”. Celle troppo piene - Il tema del sovraffollamento non può essere taciuto in una realtà, come quella di Canton Mombello tristemente nota da tempo a tutti i livelli della politica per un numero sproporzionato di presenze. “Il sovraffollamento nelle carceri uccide. Il carcere bresciano di Canton Mombello oggi è al 201%. Per via del sovraffollamento negli istituti di pena italiani non è possibile finalizzare alcun progetto di reinserimento sociale. Se oggi io sono diverso lo devo a tutti coloro che hanno creduto in me, ma sono solo stato fortunato ad intraprendere un progetto a “trattamento diversificato”, perché per via dell’alto numero di reclusi non è possibile dedicare questi tipi di trattamento a tutti. Se è vero che il carcere deve essere rieducativo e non punitivo, mi domando cosa ci sia di rieducativo nel dover passare 22 ore al giorno chiusi in 2 metri quadri calpestabili?”. Da questo punto in poi la lettera del detenuto bresciano al Presidente della Repubblica diventa un vero e proprio appello. “Nelle carceri sovraffollate i detenuti vengono abbandonati e dimenticati perché non hanno la possibilità di frequentare corsi, di lavorare, di recarsi a scuola. Il sovraffollamento crea inoltre tensioni all’interno delle celle, come nel caso di Canton Mombello e come in parecchi altri penitenziari italiani. La doccia si fa sopra la turca, si cucina dentro lo stesso ambiente utile per poter fare i propri bisogni fisici. Celle umide, buie, alcune fredde. Ricordo che spesso il bagno veniva occupato talmente tanto tempo che quasi me la facevo addosso perché, sa Presidente, a Canton Mombello esistono anche celle da 10/12 persone con un solo bagno. È Natale e l’unica attività aperta è la Santa Messa. Tutti allora, di tutte le religioni ed etnie, ci affrettiamo a prendere posto in chiesa salutando don Stefano, don Adeliano e suor Angela. Certo Presidente, dobbiamo “correre in chiesa” perché con il sovraffollamento alle stelle anche la messa diventa un privilegio per pochi. È Natale e i corridoi polverosi di Canton Mombello si fanno sempre bui, lo stesso buio che sento dentro me pensando ora a coloro che stanno vivendo tutto questo”. Lanciano (Ch). Detenuti a scuola di impiantistica, concluso il corso confartigianato.ch.it, 24 dicembre 2025 Facilitare il reinserimento sociale e lavorativo, con il fine ultimo di contrastare il fenomeno della recidiva. Con questi obiettivi si è svolto nella Casa circondariale di Lanciano il Corso per l’installazione e la manutenzione di Impianti elettrici civili - livello base, rivolto a un gruppo di 16 detenuti. Avviato il 13 ottobre e concluso nei giorni scorsi, il percorso formativo si è sviluppato su 60 ore complessive, offrendo competenze tecnico-professionali fondamentali per un settore ad alta richiesta occupazionale come quello elettrico. Il corso è stato erogato da Academy ForMe, la scuola di formazione di Confartigianato Chieti, in collaborazione con New Energy Srl e Omnia Servitia Srl, realtà imprenditoriali che hanno messo a disposizione competenze, esperienza e professionalità. Nelle 60 ore i partecipanti hanno affrontato un programma strutturato che ha spaziato dai fondamenti di elettrotecnica e tecnologia degli impianti elettrici in media e bassa tensione ai principi di elettronica analogica e digitale, fino al disegno elettrico-elettronico, alla conoscenza dei materiali e della componentistica, alle tecniche di misura e collaudo degli impianti e ai concetti di informatica di base applicata alla strumentazione diagnostica. Grazie al contributo di docenti qualificati e professionisti del settore, il percorso ha rappresentato non solo un’occasione di crescita formativa, ma anche un concreto strumento di avvicinamento al mondo del lavoro, in un’ottica di reinserimento sociale e di valorizzazione delle competenze individuali. “La formazione professionale è uno degli strumenti fondamentali del trattamento penitenziario che contribuisce in modo concreto a costruire percorsi di responsabilizzazione e di inclusione, rafforzando le possibilità di un rientro positivo nella società”, afferma la direttrice dell’Istituto Daniela Moi, che esprime “un sentito ringraziamento a Confartigianato Chieti per la disponibilità, la competenza e l’attenzione dimostrata che hanno reso possibile la realizzazione del corso in un clima di collaborazione e rispetto reciproco. L’auspicio - va avanti - è che la collaborazione possa proseguire e consolidarsi nel tempo, rafforzando il legame tra istituzioni, mondo del lavoro e territorio, a beneficio non solo dei detenuti ma dell’intera comunità”. “Si tratta di un progetto davvero speciale, di cui siamo particolarmente orgogliosi - sottolinea il direttore di Confartigianato Chieti ed Academy ForMe, Daniele Giangiulli - Vedere i detenuti impegnarsi con serietà e partecipazione durante le lezioni è motivo di grande soddisfazione. Questo percorso formativo ha una funzione sociale di straordinaria importanza: offrire un’adeguata preparazione e, soprattutto, nuove opportunità per il futuro lavorativo. Considerata la carenza di personale qualificato e specializzato in molti profili delle imprese artigiane, è possibile pensare che i detenuti troveranno occupazione proprio nei settori dove la domanda è più elevata. Ringrazio la Casa circondariale e tutti i partner che hanno contribuito alla realizzazione dell’iniziativa”. Siena. “Ne vale la pena”: bilancio positivo per il progetto di reinserimento comune.siena.it, 24 dicembre 2025 Resoconto del primo anno del progetto del Comune di Siena per l’impiego delle persone in stato di detenzione in attività di pubblica utilità. Termina con un bilancio ampiamente positivo il 2025 di “Ne vale la pena”, il progetto finalizzato al reinserimento dei detenuti nel mondo lavorativo al termine della pena carceraria, frutto di una convenzione fra Comune di Siena, Ministero della Giustizia e Casa circondariale di Santo Spirito. L’iniziativa, che ha una durata triennale e che per il 2025 prevedeva sei obiettivi, ha coinvolto alcune persone scelte dalla Casa circondariale di Siena in attività extra murarie di pubblica utilità. Nell’anno che sta per concludersi gli interventi, individuati dall’amministrazione comunale e approvati dalla Casa circondariale, hanno riguardato il risanamento di alcune aree dei magazzini comunali di Cerchiaia, la bonifica di una microdiscarica a San Miniato e di una microdiscarica all’Acquacalda, l’ausilio all’attività del servizio Aree verdi del Comune di Siena, il supporto a Sei Toscana nelle attività di pulizia durante il Mercato nel Campo e la riorganizzazione e la valorizzazione di parte del patrimonio librario della Biblioteca comunale degli Intronati. Nelle attività, coordinate dal dirigente della direzione Opere pubbliche ed opere Pnrr, Manutenzioni del Comune di Siena, Paolo Ceccotti, sono stati coinvolti i servizi comunali Prevenzione e protezione sui luoghi di lavoro, Ambiente, Manutenzioni, Strade, Aree verdi, Biblioteca comunale e Archivio storico, Gestione previdenziale del personale. E’ adesso in fase di progettazione l’annualità 2026, con alcune linee già definite in merito ai nuovi obiettivi da individuare. “‘Ne vale la pena’ mette al centro le persone e la comunità - evidenzia il Sindaco di Siena, Nicoletta Fabio -, e dai riscontri di questo primo anno risulta evidente come lavoro, impegno e collaborazione possano generare risultati concreti, offrendo a chi è coinvolto l’opportunità di sentirsi parte attiva della città. È un esempio di come le istituzioni possano sostenere percorsi di responsabilità, fiducia e inclusione, con benefici per tutta la comunità”. “Il bilancio di questo primo anno di ‘Ne vale la pena’ - sottolinea l’assessore ai servizi sociali del Comune di Siena, Micaela Papi - è molto positivo, soprattutto per il valore umano che ha saputo esprimere. Le attività, anche quando hanno richiesto un impegno fisico importante, sono state affrontate con serietà, rispetto delle regole e grande senso di responsabilità. La valutazione complessiva dell’esperienza ci restituisce un quadro incoraggiante, fatto di partecipazione e collaborazione, che rafforza la convinzione di proseguire su questa strada anche nel 2026, migliorando ulteriormente le attività e offrendo nuove opportunità di reinserimento e inclusione”. “Questo progetto - dichiara il Garante dei detenuti del Comune di Siena, Stefano Longo - ha rappresentato per le persone coinvolte un’occasione concreta per rimettersi in relazione con la città e con il lavoro, in un clima di fiducia e rispetto reciproco. I detenuti hanno partecipato con impegno e senso di responsabilità, affrontando anche attività faticose. È stato un percorso che ha fatto emergere il lato umano del reinserimento, fatto di impegno quotidiano e percorsi di risocializzazione. Pieno sostegno alla continuità di questa esperienza, per migliorarla e rafforzarla, offrendo nuove opportunità e confermando che vale davvero la pena investire su percorsi come questo”. Foggia. Dalla terra al reinserimento: l’esperienza agricola nel carcere pugliapress.org, 24 dicembre 2025 Nel tenimento agricolo della Casa Circondariale di Foggia, l’agricoltura sociale nelle carceri si conferma uno strumento concreto di crescita, responsabilizzazione e inclusione. All’interno dell’istituto, i detenuti sono impegnati nella coltivazione di ortaggi e nella cura di un piccolo allevamento, trasformando il lavoro nei campi in un percorso formativo orientato al reinserimento. In prossimità delle festività natalizie, una delegazione del mondo agricolo giovanile locale ha consegnato ai detenuti una motozappa e un decespugliatore, attrezzature destinate a potenziare le attività svolte nel tenimento dell’istituto. Un contributo pratico, che rafforza l’impostazione del progetto e la sua continuità operativa. Agricoltura sociale nelle carceri: lavoro e responsabilità - Il lavoro agricolo è considerato uno dei percorsi più efficaci per accompagnare detenuti ed ex detenuti verso nuove opportunità di vita e di lavoro, in coerenza con le finalità rieducative previste dall’ordinamento. Secondo quanto riportato da fonti del settore agricolo, queste esperienze consentono di sviluppare competenze, abitudini organizzative e senso di responsabilità, elementi centrali nei percorsi di reinserimento. L’agricoltura sociale nelle carceri contribuisce inoltre a valorizzare le attività positive che si svolgono quotidianamente negli istituti penitenziari, favorendo una collaborazione più strutturata tra istituzioni e territorio. Agricoltura sociale nelle carceri e rete di welfare rurale - L’iniziativa di Foggia si inserisce nel quadro più ampio dell’agricoltura sociale, oggi indicata come risorsa strategica per il reinserimento lavorativo delle fasce più fragili. In Italia opera una rete di circa 9mila aziende agricole impegnate in attività di welfare rurale, secondo analisi di settore basate su dati del Welfare Index PMI, con progetti rivolti anche a detenuti ed ex detenuti. Sono numerose le esperienze promosse da reti agricole e mercati contadini che prevedono percorsi di formazione e lavoro, sia direttamente negli istituti penitenziari sia in aziende del territorio, con l’obiettivo di rafforzare l’inclusione sociale e migliorare le condizioni di vita attraverso competenze spendibili. Nel carcere di Foggia un ponte tra “dentro” e “fuori” - Il progetto agricolo attivo nella Casa Circondariale di Foggia viene descritto come un ponte operativo tra il mondo “dentro” e quello “fuori”, capace di trasformare il lavoro della terra in un percorso di dignità e ripartenza. Il modello punta anche a migliorare la qualità dell’alimentazione e a valorizzare prodotti e filiere locali, attraverso una nuova cultura del cibo legata al territorio. Nei prossimi mesi, l’obiettivo dichiarato dalle realtà coinvolte è proseguire con il potenziamento delle attività del tenimento agricolo, ampliando le opportunità formative e consolidando i percorsi di reinserimento. Un segnale che conferma come, anche in contesti complessi, la terra possa diventare uno strumento di costruzione del futuro. Ferrara. C’è un posto per i detenuti: “La cena, poi il Vangelo”. Viale K dona speranza di Mario Bovenzi Il Resto del Carlino, 24 dicembre 2025 L’associazione ospiterà una quindicina di persone con misure alternative al carcere. E stasera un gruppo di scout offrirà ai bisognosi la cena e una tombolata tutti insieme. “Siamo qui 365 giorni all’anno, per accogliere, far sentire a queste persone che non sono sole, che c’è qualcuno al loro fianco”. Viale K si chiama l’associazione di volontariato, è nata grazie alla scintilla di Domenico Bedin, per aggregare persone disponibili ad aiutare chi è in difficoltà. Bedin, tutti continuano a chiamarlo don anche se ormai da tempo ha tolto la tonaca, è presidente di questo gruppo che ha fatto dell’accoglienza uno dei principi cardine. “Abbiamo tante attività che si svolgono per tutto l’anno, in questi giorni diamo un tocco di festa a iniziative che la nostra associazione organizza sempre”. L’altra sera, al dormitorio di villa Albertina, la cena per gli ospiti. “Vengono qui a dormire - spiega - così abbiamo preparato per loro un momento insieme, a tavola. Un modo per far sentire un po’ meno la solitudine che si portano addosso a volte da una vita”. Questa sera, vigilia di Natale, nella mensa dell’associazione Viale K, un gruppo di giovani scout accoglierà i poveri, chi vive ai margini sotto il peso della crisi, un abito che qualcuno non riesce più a togliersi di dosso, un vestito scomodo che non si riesce a buttare via. “Ci sarà la cena, facciamo anche la tombola, insomma stiamo insieme. Daremo all’incontro un tocco in più, quello della festa. Poi andiamo alla messa di mezzanotte. In realtà anche quella messa ormai raccoglie poche persone, le chiese si svuotano, continuano a svuotarsi”. Sempre il 24, la sera, nella comunità di Pratolungo - comunità di un’azienda agricola - verranno accolti una quindicina di detenuti che beneficiano delle misure alternative al carcere. “Ci sarà la cena, momenti di riflessione, leggiamo insieme il vangelo. È un’iniziativa che ormai facciamo da anni. Un abbraccio, l’abbraccio di una comunità”. Il giorno di Natale ci sarà, sempre nella mensa di Viale K, il pranzo di Natale. “Le porte sono aperte a tutti, obiettivo regalare un po’ di serenità, far sentire l’atmosfera della festa. E magari riuscire a far vivere quell’atmosfera anche per tutti gli altri giorni dell’anno, sempre”. Bedin torna con il pensiero al momento di festa che si è già svolto a Villa Albertina, dove si trova il dormitorio. “È bello ritrovarsi, raccontarsi un po’ con un piatto davanti. Sono momenti che fanno bene, che dovrebbero esserci sempre. La nostra associazione non ha come momento esclusivo il pranzo di Natale organizzato il 25 per i poveri, noi siamo al loro fianco, cerchiamo di essere al fianco delle tante persone fragili che vivono purtroppo ai margini di questa nostra società. La solidarietà, l’umanità sono tratti distintivi, devono far parte di noi. Non dobbiamo mai dimenticare la nostra umanità”. Milano. Doni ai figli dei detenuti grazie all’iniziativa di Gruppo Bluvacanze e MSC Foundation italpress.it, 24 dicembre 2025 La sostenibilità è diventata parte integrante dell’agire quotidiano del Gruppo Bluvacanze e si traduce nella capacità di assumere responsabilità nel presente per generare valore nel tempo. È questo l’impianto che guida il secondo Bilancio di Sostenibilità del Gruppo pubblicato a settembre 2025, nel quale sono stati rendicontati i progressi compiuti e i nuovi impegni assunti, con una progressiva integrazione dei principi ESG nel modello di business e nelle prospettive future, in coerenza con la strategia della capogruppo MSC Cruises. In questo contesto si inserisce l’iniziativa solidale intitolata “Festive Smiles” realizzata insieme a MSC Foundation. Già da alcuni anni, “Festive Smiles” consiste nella raccolta di giocattoli e regali destinati a bambini durante il periodo natalizio. Quest’anno il Gruppo Bluvacanze l’ha organizzata a sostegno di due associazioni attive da anni all’interno delle carceri italiane: Bambini senza Sbarre e Il Girasole. Due realtà che lavorano quotidianamente per garantire ascolto, continuità affettiva e condizioni di normalità ai bambini e ai ragazzi che vivono l’esperienza della detenzione di un genitore. Le sedi di Milano, Rosta (Torino), Roma, Napoli e Rimini del Gruppo Bluvacanze sono diventate punti di raccolta per i regali destinati ai minori seguiti dalle associazioni. I doni sono stati raccolti grazie alla partecipazione diretta dei dipendenti, mentre l’azienda ha raddoppiato il contributo attraverso un programma di gift matching, amplificando l’impatto dell’iniziativa. “Abbiamo registrato un’adesione ampia e trasversale da parte di tutti i team - dichiara Domenico Pellegrino, Amministratore Delegato del Gruppo Bluvacanze. Retail, Business Travel, Tour Operator e i diversi reparti coinvolti hanno partecipato con entusiasmo, dedicando tempo e un incredibile affetto. Gli alberi di Natale degli uffici si sono arricchiti di centinaia di doni: un gesto semplice e carico di significato, che riflette il senso di comunità e di responsabilità che vogliamo coltivare”. L’iniziativa conferma l’attenzione del Gruppo Bluvacanze verso progetti a forte impatto sociale, in particolare a tutela delle fragilità, e si colloca in un percorso strutturato di sostenibilità che va oltre la dimensione simbolica delle festività. In azienda, nel 2025 si sono svolte svariate iniziative, tra esse la giornata di donazione del sangue in collaborazione con Avis Milano e la sensibilizzazione dei dipendenti sulla violenza contro le donne con l’associazione Scarpetta Rossa. Palermo. “Qui lo Stato deve fare di più condizioni non da uomini civili” La Sicilia, 24 dicembre 2025 Monsignor Russotto, in vista al carcere minorile “Malaspina” ha voluto dedicare tempo e attenzione a chi vive quotidianamente il carcere, ribadendo l’importanza della sua presenza costante. “Stare in carcere non è facile - afferma padre Giuseppe Alessi, cappellano dell’istituto - ci sono tante difficoltà legate al sovraffollamento, alle infrastrutture inadeguate e alla mancanza di spazi. Tanti operatori lavorano in modo silenzioso e attento. Grazie, monsignore, per il tempo e l’attenzione che ci dedica”. Durante la celebrazione, il vescovo ha rimarcato anche la necessità di un maggiore supporto educativo all’interno delle carceri, elemento fondamentale per il reinserimento sociale dei detenuti. Ha ricordato inoltre la continuità del suo impegno: “Sono alla mia 45ª visita - ha sottolineato - in 23 anni ho saltato solo un appuntamento, durante il lockdown per il Covid. I miei cannoli vi sono arrivati comunque”, ha aggiunto scherzando, suscitando sorrisi e trasmettendo un clima di sincera vicinanza. In un intervento particolarmente sentito, monsignor Russotto ha denunciato le difficoltà strutturali e organizzative dell’istituto: “Voi siete domiciliati qui e lo Stato deve fare di più. Non è possibile essere stipati in condizioni che non sono da uomini civili. Questa è una struttura secolare che ha bisogno di interventi. Occorre più personale, anche educativo”. Ha poi espresso rammarico per la mancata autorizzazione alla partecipazione di due detenuti al Giubileo a Roma: “Un’ingiustizia che non deve più accadere”. Ringraziamenti, invece, alla dirigenza del carcere per consentire ogni anno, il Giovedì Santo, la partecipazione di due detenuti alla Messa. “Cari amici, noi siamo sempre vicini a voi. Approfittate di questo tempo, non lasciatevi andare - ha proseguito -. Un detenuto mi ha detto: “Sono entrato buono, qui sto diventando cattivo”. Comprendo cosa significhi vivere il Natale qui, lontano dai figli, dalle mamme, dalle mogli. Il bambino che nasce a Natale deve risvegliarsi in ognuno di voi. La vita è bella, va vissuta. Rallegratevi e gioite: non siete soli”. Alla celebrazione erano presenti anche numerose autorità locali, tra cui la direttrice del carcere Giulia Gelsomino, il comandante Marcello Matrascia, il responsabile dell’area trattamentale Stefano Graffagnino, il prefetto Donatella Licia Messina, il magistrato di sorveglianza Walter Carlisi, il deputato regionale Michele Mancuso e il presidente del Movi Filippo Maritato. “Un onore essere qui - ha dichiarato la direttrice Giulia Gelsomino - per questo momento di raccoglimento e riflessione. Una luce che dona responsabilità condivisa e una pace intesa come rispetto delle regole. Un’occasione importante di consapevolezza”. La Messa di Natale si è così confermata un momento di profonda vicinanza e riflessione, capace di portare un messaggio di speranza e rinnovamento anche in un luogo segnato dalla privazione della libertà. Siracusa. “Giustizia o vendetta”. La tavola rotonda organizzata dall’avvocatura di Gianni Alati Il Dubbio, 24 dicembre 2025 Giustizia o vendetta? La domanda è quanto mai legittima e attuale, e ha attraversato tutti gli interventi che lo scorso 19 dicembre si sono succeduti nel corso della tavola rotonda che il Coa di Siracusa ha dedicato al carcere e alla pena. Ha aperto i lavori il presidente dell’avvocatura siracusana Antonio Randazzo che ha fortemente voluto e organizzato l’iniziativa. Il presidente Randazzo ha posto al centro del dibattito l’articolo 27 della nostra Costituzione, sottolineando il passaggio in cui si stabilisce che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Un’idea ripresa dal consigliere del Cnf Francesco Favi che nel suo saluto introduttivo ha messo l’accento anche sul ruolo decisivo dell’avvocatura - snodo centrale dei diritti e del diritto - in questo cruciale e delicatissimo momento storico. La tavola rotonda, moderata dal direttore del Dubbio Davide Varì, è iniziata con l’intervento dell’ex magistrato Gherardo Colombo, il quale ha descritto quasi in presa diretta la giornata tipo di un detenuto. Una descrizione minuziosa e terrificante di quel che vivono quotidianamente le circa 60mila persone detenute nelle carceri italiane. Un leit-motiv ripreso e rilanciato dal sacerdote e professor Andrea Zappulla, Responsabile dell’Ufficio Diocesano di Pastorale Penitenziaria e Cappellano della Casa di Reclusione di Augusta-Brucoli. Nel suo intervento, don Andrea ha descritto la difficoltà di chi cerca di far valere quell’articolo 27 della nostra Costituzione in un contesto di degrado come è quello carcerario. Decisivo anche l’intervento del dottor Andrea Palmieri, Procuratore aggiunto alla Procura di Siracusa che ha messo in luce, da un punto di vista decisamente privilegiato, circa i rischi della deriva carcerocentrica e del “tic panpenalista che” ha caratterizzato gli ultimi decenni della nostra politica, a prescindere dal colore delle maggioranze. Hanno chiuso i lavori i consiglieri del Cnf Antonio Gagliano e Vittorio Minervini. Il primo ha percorso il codice, le pene alternative e la piena affermazione del recupero del detenuto; il secondo ha sottolineato l’importanza di un cambio di paradigma, il carcere non più come “discarica sociale”, ma come luogo in cui si riafferma la nostra Costituzione. Tutta la Costituzione. La giornata ha visto la partecipazione di numerosi avvocati che hanno assistito ai lavori nel suggestivo scenario dell’International Institute for Criminal Justice and Human Rights. Padova. La musica che unisce e restituisce umanità: concerto nella Casa di Reclusione Ristretti Orizzonti, 24 dicembre 2025 Un evento di straordinario valore umano e culturale ha avuto luogo presso la Casa di Reclusione di Padova, dove l’Auditorium Chamber, Orchestra. composta da giovani leve e musicisti già affermati, ha tenuto un concerto che ha superato i confini tradizionali del palcoscenico. Accanto all’orchestra. ha partecipato attivamente un gruppo musicale formato da detenuti, “Coristi per caso”, dando vita a un’esperienza artistica intensa e autentica. La contaminazione di stili musicali diversi ha creato un’atmosfera carica di allegria, con momenti di profonda emozione che hanno coinvolto tutti i presenti. Particolarmente toccante l’intervento di un detenuto che, attraverso note struggenti e parole cantate in lingua cinese, ha raccontato la propria storia personale. Un messaggio di dolore, consapevolezza e responsabilità, culminato in una richiesta di scusa per le proprie colpe e in un appello sincero agli amici all’esterno: godere della libertà, valore spesso compreso solo quando viene perduto. Questa iniziativa - ha dichiarato Gabriella Lusi, direttrice della Casa di Reclusione di Padova - rappresenta pienamente il senso della funzione rieducativa della pena sancita dalla Costituzione. La musica è uno strumento potente di espressione, confronto e crescita personale: attraverso progetti come questo offriamo alle persone detenute un’occasione concreta per raccontarsi, assumersi responsabilità e riscoprire il valore delle relazioni e del rispetto reciproco. Il concerto ha dimostrato come la musica possa diventare strumento di dialogo, inclusione e riscatto, capace di abbattere barriere e restituire dignità e voce anche in contesti di restrizione. Un esempio concreto di come parte possa contribuire a percorsi di rieducazione e reinserimento, parlando direttamente alla coscienza collettiva. Un evento eccezionale che merita attenzione e riflessione, perché ricorda a tutti che la cultura e la musica possono essere ponti potenti tra mondi solo apparentemente lontani. Pisa. I panettoni in carcere: “Gesto di solidarietà” di Enrico Mattia Del Punta La Nazione, 24 dicembre 2025 Trecento panettoni per i detenuti del carcere Don Bosco di Pisa e un contributo economico a sostegno dei casi di maggiore difficoltà e di solitudine. È il gesto di solidarietà che si è rinnovato anche quest’anno, alla vigilia delle festività natalizie, con la consegna avvenuta nella mattinata di ieri all’interno della casa circondariale pisana. Una delegazione di esponenti politici del territorio, insieme ai rappresentanti dei soci di Unicoop Firenze e della Caritas diocesana di Pisa, ha portato all’istituto di pena 300 panettoni destinati ai detenuti, proseguendo un’iniziativa che da anni si ripete nel periodo natalizio. Oltre alla donazione dei panettoni, consegnati da una rappresentanza dei soci Coop, è stato devoluto un contributo di 900 euro alla Caritas diocesana. La somma, raccolta grazie alla sottoscrizione di 18 esponenti politici. Tra i firmatari figurano Alessandra Nardini, Davide Barontini, Alberto Lenzi, Antonio Mazzeo, Irene Galletti, Massimiliano Ghimenti, Federico Eligi, Matteo Trapani, Andrea Ferrante, Massimiliano Angori, Ylenia Zambito, Arturo Scotto, Paolo Fontanelli, Marco Filippeschi, Stefano Ceccanti, Maria Grazia Gatti, Lucia Ciampi e Andrea Pieroni. Messina. “Fil rouge”, il teatro come filo che unisce rinascita e futuro enelcuore.it, 24 dicembre 2025 Ogni persona ha diritto a una seconda possibilità. Per chi vive o ha vissuto l’esperienza della detenzione, però, il ritorno alla vita sociale e lavorativa è spesso segnato da isolamento, fragilità e mancanza di opportunità concrete. Senza strumenti adeguati, il rischio è che il percorso di rieducazione si interrompa proprio nel momento più delicato: quello del reinserimento. L’Associazione Culturale D’aRteventi opera dal 2011 per contrastare queste forme di marginalità, promuovendo il reinserimento sociale di detenuti ed ex detenuti attraverso il teatro. Nel tempo ha costruito una rete solida con istituzioni, scuole, università e comunità locali, valorizzando le tradizioni culturali del territorio e affermando il teatro come spazio di espressione, consapevolezza e cambiamento. Dal 2016 l’Associazione opera anche con il sostegno della Caritas Diocesana di Messina e della Curia di Messina. Il progetto “Fil rouge”, che abbiamo scelto di sostenere, nasce per rafforzare il percorso di rieducazione e accompagnare il reinserimento sociale e lavorativo di 25 persone detenute e in misura alternativa nelle carceri di Messina e Barcellona Pozzo di Gotto. Attraverso il teatro e l’arte, declinati come strumenti educativi e relazionali, il progetto intende fornire ai partecipanti competenze utili ad affrontare il periodo successivo alla detenzione, favorendo l’autonomia personale, la responsabilizzazione e la riduzione del rischio di recidiva. In particolare, prevede attività di studio teatrale e produzione di spettacoli, realizzati sia all’interno sia all’esterno degli istituti penitenziari, momenti di incontro e confronto con la comunità per sensibilizzare sul valore rieducativo della pena e sull’importanza dell’accoglienza delle persone fragili, l’attivazione di tirocini lavorativi presso aziende del territorio e un supporto psicologico rivolto ai detenuti coinvolti e ai loro familiari. Con “Fil rouge” il teatro diventa un legame simbolico e concreto tra il percorso di detenzione e una nuova possibilità di futuro, perché crediamo che il reinserimento passi dalla dignità, dalle competenze e dal riconoscimento del valore di ogni persona. Guerre arbitrarie e diritto calpestato di Francesca Mannocchi La Stampa, 24 dicembre 2025 È stato l’anno della fine del diritto internazionale, calpestato senza poter punire chi lo infrange. Viene sottomesso senza scrupoli all’interesse nazionale. L’Ue produce regole, non deterrenza. Il 2025 sarà ricordato come l’anno in cui abbiamo accettato che le guerre potessero essere governate da regole diverse, applicate a seconda del contesto, degli alleati, della geografia morale di chi guarda. Non è stata la violazione del diritto internazionale a segnare questo tempo - il diritto è sempre stato violato - ma la sua trasformazione in strumento selettivo, invocato quando utile, sospeso quando scomodo, svuotato del suo presupposto fondamentale: l’universalità. Per tutto l’anno abbiamo continuato a evocare il diritto internazionale come se fosse una struttura solida, quando ormai funziona come un lessico flessibile: utile a denunciare l’avversario, facilmente accantonabile quando ostacola una strategia. Non è il suo tradimento a definire questo tempo, ma la sua perdita di universalità. Le due guerre che hanno scandito il 2025 hanno reso evidente questa mutazione. Non perché siano uguali, ma perché, in modi diversi, hanno contribuito a smontare l’idea che esista un diritto valido indipendentemente dai rapporti di forza. Nel 2025, le violazioni del diritto internazionale non sono state episodiche, ma strutturali. A Gaza, secondo le Nazioni Unite, oltre il 70 per cento delle vittime registrate sono civili, con una percentuale senza precedenti di donne e minori; interi quartieri sono stati rasi al suolo, le infrastrutture sanitarie sistematicamente colpite, l’accesso ad acqua, cibo e cure trasformato in leva militare, mentre l’ordine di evacuazioni di massa verso aree poi bombardate ha svuotato di significato il principio di protezione della popolazione civile. In Cisgiordania, parallelamente, il 2025 ha visto un aumento record delle uccisioni di civili palestinesi, delle incursioni armate e dell’espansione degli insediamenti israeliani, in violazione del divieto di trasferimento della popolazione della potenza occupante, con una violenza quotidiana che non assume mai la forma dichiarata della guerra ma ne produce effetti permanenti. In Ucraina, la Russia ha continuato a colpire infrastrutture civili ed energetiche, a deportare forzatamente bambini dai territori occupati e a rivendicare l’annessione di regioni non interamente conquistate, trasformando il controllo militare incompleto in pretesa giuridica; allo stesso tempo, ha reagito ai mandati di arresto della Corte penale internazionale contro Vladimir Putin con minacce dirette e provvedimenti simbolici contro i giudici, negando non solo la responsabilità dei crimini, ma la legittimità stessa di un ordine giuridico sovranazionale. In tutti e tre i casi, ciò che emerge non è solo la violazione delle regole, ma la loro progressiva neutralizzazione come limite effettivo all’uso della forza. Gaza, la Cisgiordania e l’Ucraina hanno mostrato che l’ordine internazionale costruito dopo il 1945 non è più un sistema condiviso di regole, ma un repertorio di argomenti. E che la forza, tornata a essere linguaggio primario, non sente più il bisogno di giustificarsi davanti a un tribunale morale comune. La guerra in Ucraina, entrata nel 2025 in una fase di stallo logorante, continua a essere formalmente un’aggressione armata contro uno Stato sovrano. Ma anche qui, il diritto internazionale è diventato terreno di contesa e non cornice condivisa. Mosca lo viola non solo sul campo, ma nel linguaggio politico: proponendo negoziati fondati sull’annessione di territori non interamente conquistati, trasformando la forza in pretesa giuridica, ribadendo che il confine non è più una linea riconosciuta ma un risultato provvisorio della pressione militare. Le minacce e le condanne simboliche contro i giudici della Corte penale internazionale non sono episodi marginali. Sono parte di una strategia precisa: delegittimare l’idea stessa che esista un foro superiore al potere degli Stati. In Ucraina, il diritto non è solo violato: è apertamente sfidato come principio. La guerra non produce soltanto crimini, ma un modello alternativo di ordine, in cui il fatto compiuto precede e sostituisce la norma. A Gaza, e in Cisgiordania la guerra ha assunto una forma diversa. La risposta israeliana all’attacco del 7 ottobre ha prodotto qualcosa che va oltre la categoria della rappresaglia militare: una distruzione sistemica, un collasso umanitario, una normalizzazione della punizione collettiva che ha reso indistinguibile il confine tra obiettivo militare e spazio civile. Qui il diritto internazionale non è stato rovesciato frontalmente. È stato aggirato. Le categorie che dovrebbero limitarne l’uso - proporzionalità, necessità militare, protezione dei civili - sono rimaste in circolazione come formule, ma hanno perso la capacità di arrestare l’azione. Non hanno funzionato come limiti, ma come giustificazioni retroattive. Il punto non è stabilire equivalenze. È osservare la frattura che attraversa entrambe le guerre. In Ucraina il diritto viene violato rivendicandone l’inutilità. A Gaza viene svuotato mantenendone il lessico. In entrambi i casi, ciò che si incrina è l’idea che le regole valgano indipendentemente da chi combatte e da chi muore. L’Unione Europea appare sempre più come una potenza normativa in un mondo che premia la forza. Produce regole, ma non deterrenza. Difende principi, ma non accetta il costo politico di farli valere. Nel 2025 questa asimmetria è diventata strutturale. L’Europa ha continuato a presentarsi come custode dell’ordine giuridico internazionale senza possedere la forza politica per difenderlo. Ha sostenuto Kiev, ma con una crescente esitazione strategica. Su Gaza ha moltiplicato dichiarazioni e richiami, senza incidere sulle dinamiche reali del conflitto. Ha mostrato ancora una volta la sua contraddizione: produrre norme, ma non potere; evocare valori, ma non accettarne il costo. L’Europa che ha contribuito a costruire il diritto internazionale moderno si è ritrovata a osservarne l’erosione senza riuscire a pagarne il costo politico della difesa. E questo ha prodotto un messaggio implicito ma potente: i valori contano finché non diventano troppo onerosi. Gli Stati Uniti, con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, hanno reso esplicita una tendenza già in atto. La politica estera americana ha abbandonato ogni pretesa di universalismo. L’Ucraina è stata trattata come una variabile negoziale. Israele come un alleato non condizionabile. Il diritto internazionale come un vincolo subordinato all’interesse nazionale. Il messaggio è stato netto: la forza non ha bisogno di legittimazione, e la legittimazione non produce più ordine. In questo quadro, l’idea stessa di un ordine globale regolato è apparsa come un residuo del passato. Il trumpismo, in questo senso, non è solo una leadership. È una cultura politica che ha già vinto: quella per cui la forza non ha bisogno di legittimazione morale e la legittimazione morale non produce potere. Le conseguenze non sono solo geopolitiche. Sono morali. Nel 2025, l’opinione pubblica globale si è polarizzata fino a perdere la capacità di un giudizio complesso. La sofferenza dei civili è diventata un argomento, non più un fatto. Questo non ha reso il mondo più cinico. Lo ha reso più fragile. Perché quando il diritto non è più universale, nemmeno l’empatia lo è. Alla fine del 2025 non restano risposte rassicuranti. Restano domande più nette. Che valore ha un sistema di regole che sopravvive solo sulla carta? Che credibilità può avere un Occidente che difende il diritto a geometria variabile? E che mondo si costruisce quando la forza smette di sentire il bisogno di giustificarsi? Alla fine di quest’anno resta una constatazione semplice e dura: il diritto internazionale non muore quando viene violato. Muore quando non viene più preteso come universale. Il paradosso del 2025 è che il diritto internazionale continua a essere chiamato in causa proprio mentre ha smesso di esercitare una reale forza coercitiva. Gli asset russi congelati in Europa restano in larga parte inutilizzati per il timore di violare i principi di legalità e di tutela della proprietà, mentre gli stessi ministri di Mosca si permettono di minacciare ritorsioni contro gli Stati europei qualora decidessero di farvi ricorso. Come se il rispetto della legge fosse diventato un obbligo unilaterale, vincolante solo per chi continua a riconoscerne l’autorità. È qui che si consuma la frattura più profonda: un mondo in cui la legge non è accompagnata dalla possibilità della pena non è un mondo imperfetto, ma un mondo pre-giuridico, uno spazio in cui le norme sopravvivono come enunciazioni di principio, mentre la forza torna a essere il criterio ultimo di validità. E quando la legge chiede di essere rispettata senza poter punire chi la infrange, smette di essere legge e si riduce a testimonianza morale, incapace di produrre ordine. Si può disarmare anche la fame nel mondo? di Maurizio Martina* Avvenire, 24 dicembre 2025 Nel mondo oggi si conta il numero più alto di conflitti dalla Seconda Guerra mondiale. Quest’anno sono state contate oltre quaranta crisi umanitarie, con otto milioni di bambini nati in aree di guerra. Fame e guerra si tengono la mano da sempre. Pensavamo di avere lasciato alla storia le immagini più drammatiche di questo binomio devastante prodotto dall’uomo. Ma la cronaca, purtroppo, ci ha riproposto e ci ripropone ancora il manifestarsi concreto di questa spirale che colpisce, ovunque e prima di tutto, donne e bambini. È forse vero che le guerre del nuovo secolo, quelle “ibride” e di ultima generazione, si fanno con droni e satelliti. Ma sul campo dei territori devastati dalle armi, le emergenze alimentari - come quelle sanitarie - rimangono sempre i fronti drammatici che le popolazioni civili inermi devono subire. La realtà ci dice che nel mondo oggi si conta il numero più alto di conflitti dalla Seconda Guerra mondiale. Direttamente o indirettamente, oltre novanta Paesi sono coinvolti con migliaia e migliaia di vittime e milioni di sfollati. Save the Children ha denunciato oltre quaranta crisi umanitarie attive quest’anno con otto milioni di bambini nati in aree di guerra. Tra i contesti più drammatici, insieme al Sudan, c’è Gaza. L’ultima analisi conferma che nessuna area della Striscia è attualmente classificata in stato di carestia, a seguito del cessate il fuoco. Questo progresso rimane estremamente fragile, poiché la popolazione continua a lottare contro la massiccia distruzione delle infrastrutture e il crollo dei mezzi di sussistenza e della produzione alimentare locale. Senza un’espansione sostenuta e su larga scala dell’assistenza alimentare, dei mezzi di sussistenza, dell’agricoltura e della salute, insieme a un aumento degli afflussi commerciali, centinaia di migliaia di persone potrebbero rapidamente ricadere nella carestia. Secondo il rapporto almeno 1,6 milioni di persone si trovano ancora ad affrontare elevati livelli di insicurezza alimentare acuta tra cui oltre 100.000 bambini. Quattro governatorati sono attualmente classificati in emergenza fino ad aprile 2026. Questa fase indica ancora una grave insicurezza caratterizzata da ampi divari nei consumi alimentari, elevati livelli di malnutrizione acuta e un elevato rischio di mortalità. Sebbene il cessate il fuoco abbia migliorato alcune consegne di cibo, mangimi, beni di prima necessità e importazioni commerciali essenziali, la maggior parte delle famiglie è ancora alle prese con gravi carenze. Dal cessate il fuoco, oltre 730.000 persone sono state sfollate, molte delle quali vivono in rifugi di fortuna e dipendono fortemente dagli aiuti umanitari. Inoltre, l’accesso limitato ai servizi idrici, igienico-sanitari e igienico-sanitari, all’assistenza sanitaria e la diffusa distruzione di terreni coltivabili, bestiame, attività di pesca, strade e altre infrastrutture critiche rappresentano sfide enormi per le persone e per gli sforzi di soccorso in corso. I bambini sotto i cinque anni, insieme alle donne incinte e in allattamento, rimangono tra i più vulnerabili. Nessun bambino raggiunge la minima diversità alimentare e due terzi soffrono di grave povertà alimentare. Si stima che il fabbisogno di ripresa e ricostruzione di Gaza ammonterà a 53,2 miliardi di dollari nel prossimo decennio. Questo include 4,2 miliardi di dollari per l’agricoltura e i sistemi alimentari, di cui 1,06 miliardi di dollari necessari per la ripresa a breve e medio termine (fino a tre anni). Il solo settore agroalimentare di Gaza ha subito danni diretti per oltre 835 milioni di dollari e perdite economiche per 1,3 miliardi di dollari, compromettendo la sicurezza alimentare, l’occupazione e i mercati locali. A Gaza, le restrizioni alle importazioni e i vincoli di accesso hanno limitato le forniture di input, spingendo la Fao a sperimentare un modello di assistenza basato sul denaro, una delle poche soluzioni valide per le famiglie partecipanti, consentendo loro di soddisfare le urgenti esigenze di sostentamento con dignità e flessibilità. Stiamo aumentando l’assistenza in denaro per raggiungere più di duemila famiglie di allevatori di bestiame, per consentire loro di acquistare mangimi e salvaguardare la produzione essenziali. Abbiamo distribuito più di duemila tonnellate di mangime e quasi duemila e cinquecento kit veterinari circa cinquemila famiglie di allevatori di bestiame per aiutarle a proteggere il bestiame rimanente. Sono gocce nell’oceano dei bisogni primari di queste comunità. Ma sono almeno gocce di speranza. La pace è ancora e ovunque un prerequisito essenziale per la lotta alla fame; senza di essa nessuna azione, nessuna politica, nessuno strumento può consentire davvero un’uscita dalle condizioni più estreme di povertà alimentare per milioni di persone. *Direttore generale aggiunto Fao Droghe. Guerra vera, non solo ideologica di Susanna Ronconi Il Manifesto, 24 dicembre 2025 Non è passato nemmeno un anno dalla innovativa Risoluzione approvata dalle Nazioni unite nel marzo 2025, che prevede la valutazione delle Convenzioni internazionali, nella prospettiva di un cambiamento dell’approccio globale proibizionista. Un inedito e cruciale passo avanti che tuttavia oggi appare minacciato da una inversione reazionaria all’insegna di una resuscitata centralità della ‘lotta all’offerta’ manu militari. A dire il vero non è solo la reiterazione della tradizionale war on drugs: piuttosto, i venti di guerra che spirano a tutte le latitudini rilanciano e intercettano anche la guerra alla droga. L’esempio più lampante è quello degli attacchi Usa alle imbarcazioni venezuelane accusate di narcotraffico: decine di morti in violazione palese dei diritti umani e del diritto internazionale, morti che sono esecuzioni extragiudiziali, proprio come quelle dei battaglioni della morte filippini o brasiliani. Solo che qui si tratta degli Stati Uniti e dell’attacco golpista di Trump (checché se ne pensi di Maduro) sferrato al Venezuela, a cui la war on drugs diventa funzionale. A fare ulteriore chiarezza, l’ordine esecutivo emesso da Trump il 15 dicembre, dal titolo inequivocabile “Definire il fentanyl arma di distruzione di massa”, dove il linguaggio bellico disegna la strategia. Si legge in premessa che “Il fentanyl illegale è più simile a un’arma chimica che a un narcotico. La produzione e la distribuzione di fentanyl, gestite da reti criminali organizzate, minacciano la nostra sicurezza nazionale e alimentano l’illegalità nel nostro emisfero e ai nostri confini. (…) Organizzazioni terroristiche straniere e cartelli (…) consentono di erodere la nostra sicurezza interna e il benessere della nostra nazione”. Non fosse abbastanza chiaro, si legge che “La possibilità che il fentanyl venga utilizzato come arma per attacchi terroristici concentrati e su larga scala da parte di avversari organizzati rappresenta una seria minaccia per gli Stati Uniti”. Se è questione di sicurezza nazionale e difesa dei confini, allora ci si arma: come per l’immigrazione e la riconversione industriale, anche le droghe stanno dentro la grande nuova narrazione bellica. L’ordine serve a includere il Ministero della Guerra e i servizi segreti nella lotta al narcotraffico, aumentare le pene, modificare o innovare i reati. Con toni meno eclatanti, anche la Commissione europea sta imboccando la strada della lotta all’offerta come prospettiva strategica, invertendo la rotta dell’ultimo decennio, in cui i piani d’azione dell’Ue hanno mirato a ‘politiche bilanciate’ tra riduzione di domanda e offerta, rilevanza della Riduzione del danno e dei diritti umani. La nuova strategia proposta dalla Commissione europea è fortemente sbilanciata sulla riduzione dell’offerta, nonostante le evidenze dei suoi limitatissimi risultati, e - come denunciano le associazioni della società civile - nel nuovo Piano d’azione questo è di fatto l’unico asse strategico. E anche in Europa cambia il linguaggio: nel Piano il termine ‘minaccia’ ricorre 35 volte e altrettanto ‘combattere’, cosa impensabile fino a ieri. Così come appare cancellata l’ipotesi che al narcotraffico si possa rispondere con una regolazione legale e non con una guerra ridicola nelle sue misere ‘vittorie’ rispetto al volume dei mercati illegali. Non manca in questo scenario bellico l’Italia: non solo per i noti provvedimenti repressivi di ogni sorta, ma anche per nuove iniziative nella lotta all’offerta, come l’accordo con la Francia dell’ottobre 2025 per portare l’Europa a una accelerazione all’insegna di “Serve una risposta unitaria e concreta per fermare un flagello che mina la sicurezza del continente”. Minaccia, sicurezza dei confini, ‘preparedness’ (attrezzarsi…): siamo in guerra. Venezuela. Mattarella telefona alla mamma di Trentini: “L’Italia è con Alberto” di Giuliano Foschini La Repubblica, 24 dicembre 2025 “Signora Armanda, sono Sergio Mattarella. Forza, non perdete la speranza: l’Italia è con Alberto. E con voi”. Nei giorni scorsi è squillato il telefono di casa Trentini. A chiamare era il Quirinale: il presidente della Repubblica voleva parlare con Armanda Trentini, la madre di Alberto, il cooperante italiano detenuto in Venezuela da 404 giorni, per esprimerle la solidarietà e la vicinanza di tutto il Paese. La signora Trentini, con l’avvocata Alessandra Ballerini, da mesi chiede agli italiani di non lasciarla sola, disperata perché non si intravede una soluzione immediata. Alberto è detenuto nel carcere di El Rodeo, a pochi chilometri dalla Capitale, senza alcuna accusa. Più che un detenuto è un ostaggio: Trentini era stato arrestato il 15 novembre 2024 mentre viaggiava da Caracas a Guasdualito, nello Stato di Apure. Un fermo a un posto di blocco, senza spiegazioni, seguito da settimane di isolamento: nessun contatto con la famiglia, nessuna possibilità per l’Italia di vederlo o di avere informazioni attendibili. La trattativa politica e diplomatica - Poi le prime notizie, con la certezza che Trentini serviva al governo Maduro per ottenere un riconoscimento dal governo italiano. Dalla Farnesina inizialmente era arrivato un no, viste anche le posizioni molto dure che il governo Meloni e il ministro degli Esteri Antonio Tajani avevano espresso in precedenza. A quel punto era però iniziata una lunga trattativa politica e diplomatica. I funzionari della Farnesina avevano attivato tutti i canali disponibili; lo stesso aveva fatto l’intelligence, con l’Aise che aveva trovato sponde anche inaspettate in Sud America. Chigi, con il sottosegretario Alfredo Mantovano - che sta seguendo personalmente il dossier - aveva mostrato apertura: respinte le richieste impraticabili (come l’ipotesi di uno scambio di prigionieri), era stato fatto capire che non c’era la volontà di “punire” il Venezuela, soprattutto in relazione ad alcuni casi molto sensibili per Caracas. La visita consolare dopo mesi - Nel frattempo la famiglia Trentini, con l’avvocata Alessandra Ballerini, manteneva un tono fermo ma mai ostile. Questi segnali avevano prodotto cambiamenti concreti: la certezza che Trentini fosse vivo e il nome del carcere in cui era rinchiuso. Poi le prime telefonate a casa, infine la visita consolare che per mesi era stata negata. A quei passaggi era seguita una telefonata politica tra i governi, con il vice ministro Edmondo Cirielli che aveva pubblicamente ringraziato Caracas nella prima telefonata dopo anni di gelo. Una circostanza apparentemente rituale, ma nel linguaggio diplomatico densa di significato. La leva geopolitica - Poi tutto si è fermato. Senza spiegazioni. C’è chi attribuisce lo stop all’escalation tra Venezuela e Stati Uniti, tornati allo scontro: un clima in cui anche la liberazione di un cittadino europeo diventa una leva geopolitica. Altri restano più ottimisti: chiuso il canale dei mediatori, in queste ore si starebbe riaprendo quello diplomatico vero e proprio. In questi giorni è in missione a Caracas l’ambasciatore Onu Alberto Lopez, in un’iniziativa sostenuta anche dalla Santa Sede. Consegnerà a Maduro una lettera firmata dalla signora Armanda, nella speranza di smuovere qualcosa. “Una crudeltà quotidiana” - “Questi 13 mesi di prigionia per Alberto sono stati una crudeltà quotidiana, per lui e anche per noi”, ha detto la signora Armanda in un’intervista a Repubblica. “Non oso immaginare i pensieri e le riflessioni di mio figlio quando inizia un nuovo giorno: “In che Paese sono nato, se permettono che io resti in cella senza colpa alcuna?”, si chiederà. Mi fa male soltanto pensare al dolore e alla delusione che hanno segnato tutti questi mesi di prigionia e di isolamento. Sofferenze così forti minano il fisico e l’animo per sempre. Noi genitori ci sentiamo svuotati. Viviamo un’agonia che non si può descrivere”. “L’Italia è con Alberto” - È quello che il presidente della Repubblica ha voluto dire alla signora Armanda: l’Italia è con Alberto. “La prigionia di Alberto deve indignare gli italiani, le nostre istituzioni e i comuni cittadini”, ha detto ancora a Repubblica la signora Trentini, “perché è costretto in carcere per così tanto tempo senza avere alcuna colpa. Spero che sempre più voci si uniscano alle nostre proteste. Io, se necessario, griderò finché avrò fiato. Nessuna energia può essere risparmiata per riavere Alberto a casa”.