Carceri in crisi, tra i diritti negati e la necessità di una clemenza straordinaria di Stefano Anastasìa garantedetenutilazio.it, 23 dicembre 2025 L’ultima notizia dal fronte delle carceri è quella della morte di un uomo di quarantasette anni, con gravi problemi di salute, e che pure era ancora in carcere a tre mesi dal suo fine pena. Pena certa, inflessibile, disumana. Con questi saldi principi siamo arrivati a quasi 64mila detenuti per meno di 47mila posti detentivi. Tre anni di annunci e sproloqui sulla costruzione di nuove carceri, incentivi alle comunità di accoglienza e riduzioni delle misure cautelari in carcere ci hanno portato a questo: al numero di detenuti che erano nelle carceri italiane quando il nostro paese è stato condannato dalla Corte europea dei diritti umani per il sovraffollamento strutturale che lo caratterizzava e che è tornato a caratterizzarlo (oggi non abbiamo ancora subito l’onta di una nuova sentenza pilota solo perché è stato istituito un rimedio interno prima di andare in Europa, e infatti i magistrati di sorveglianza nel 2024 hanno riconosciuto in 5837 reclami le condizioni inumane o degradanti cui sono costretti i detenuti). Ma la situazione, in realtà, è più grave che nel 2013: allora il numero dei detenuti che abbiamo oggi in carcere lo avevamo raggiunto in discesa, non in aumento. Nel 2009 l’Italia era già stata condannata nel caso Suleimanovic e nel 2010 il Governo Berlusconi aveva dichiarato lo stato di emergenza nelle carceri e, insieme con il piano edilizio di cui si incominciano a intravvedere oggi i primi risultati, aveva adottato una misura speciale di detenzione domiciliare per facilitare l’uscita dal carcere a fine pena. La popolazione detenuta stava dunque calando, non come oggi, che cresce senza soluzione di continuità. In concreto questo significa che in molti istituti sono occupate le stanze di socialità, spesso senza servizi igienici, e che i più fortunati devono andare a dormire nel terzo piano dei letti a castello, se non con il materasso per terra. Proprio in visita a Cassino, il mese scorso, ho scoperto l’esistenza di una “quadriglia della socialità”: siccome una circolare del 2022, ottusamente applicata quando non ce ne sono le condizioni materiali, prevedeva che le quattro ore di socialità, fuori dalle camere detentive, i detenuti non possono più trascorrerle nei corridoi della sezione, ma in attività organizzate o nelle apposite “sale di socialità”, e siccome le attività in gran parte degli istituti penitenziari non ci sono al pomeriggio, per carenza del personale di polizia di supervisione, e siccome le stanze di socialità non ci sono o sono occupate da brande, i detenuti che vogliano trascorrere le ore di socialità fuori dalla propria stanza, come garantito dall’ordinamento, possono solo andare in altre stanze, che però essendo piene non possono ospitare altre persone, neanche per una partita a carte, se qualcuno non ne esce. Ed ecco così la “quadriglia della socialità”: io vengo da te se il tuo compagno va in un’altra stanza, da cui un altro andrà nella mia. A Latina, invece, un detenuto con competenze in materia di sicurezza sul lavoro mi rappresentava la necessità - a norma di legge - di indossare il casco di protezione per salire sulla terza branda. È un sistema ormai alla deriva, quello penitenziario, che può funzionare solo come luogo di segregazione, in violazione della Costituzione e dei diritti fondamentali della persona: ignorati questi elementi basilari della nostra cultura e del nostro ordinamento giuridico, in cella ne metti quanti ne vuoi, il personale penitenziario si limita ad aprire e chiudere le porte, ai sanitari possiamo pure rinunciare e chi ce la fa sopravvive. Ma siccome così non si può andare avanti, ogni giorno che passa è più necessario un provvedimento di clemenza, nella forma costituzionale dell’amnistia e dell’indulto o in qualche altra forma di riduzione o commutazione delle pene per via ordinaria. E solo un provvedimento straordinario di clemenza potrà consentire al Governo di perseguire i propri progetti di lungo periodo, nella costruzione di nuove carceri e nell’assunzione di personale, senza violare qui e ora la Costituzione e i diritti fondamentali dei detenuti. E solo un provvedimento straordinario di clemenza può consentire il convergere di forze politiche diverse che poi continueranno a perseguire politiche criminali legittimamente diverse, su cosa è necessario punire e come. Si tratta di riflessioni elementari che a diverso modo sono state sollecitate dalla bolla di indizione del Giubileo della speranza voluto da Papa Francesco e dalle parole con cui Papa Leone ha accolto in San Pietro i fedeli per il Giubileo dei detenuti. Riflessioni sollecitate dalla continua attenzione del Presidente della Repubblica alle condizioni delle carceri e che sono state condivise dal Presidente del Senato, dal Vice Presidente del Consiglio superiore della magistratura e da ultimo anche dal garante nazionale delle persone private della libertà. L’ottusa negazione del problema e delle proposte che ne seguono non riuscirà a cancellarne la verità e nella necessità, ogni giorno più urgente, come spero vorranno testimoniare gli operatori penitenziari in occasione dell’assemblea nazionale convocata per il prossimo venerdì 6 febbraio a Roma da un ampio arco di associazioni e movimenti, da Antigone alla Conferenza del volontariato della giustizia, da Nessuno tocchi Caino al Coordinamento delle comunità di accoglienza. Sarà importante, in quella occasione, ascoltare le voci non solo dei volontari o dei garanti, ormai sospettati di intelligenza con il nemico, ma di chi lavora ogni giorno in carcere, alle dipendenze del ministero della giustizia, delle scuole, delle Asl, perché dicano e spieghino a chi ha il potere di cambiare le cose, che così non si può andare avanti. Sperando, nonostante tutto, in un anno migliore di quello che va a chiudersi. Amnistia: il silenzio non è più un’opzione di Riccardo De Vito volerelaluna.it, 23 dicembre 2025 Nel corso del Giubileo dei detenuti, il Papa ha pronunciato una parola che da anni la politica evita con cura: amnistia. Nell’omelia del 14 dicembre 2025, Leone XIV ha rilanciato l’auspicio - già coltivato da Francesco nella Bolla di indizione dell’anno giubilare - che si possano “concedere forme di amnistia o di condono della pena” in molti Paesi. Non in un futuro indeterminato, ma qui, ora, subito. Il Papa ha pronunciato quella parola senza enfasi, nella convinzione che sia normale e necessaria in un’epoca in cui la pena della reclusione, per moltissime ragioni - il sovraffollamento è solo una di queste - sta tornando a essere supplizio, presa terribile sul corpo. Questa libertà intellettuale colpisce perché oggi l’amnistia è diventata una parola proibita e sembra che solo la Chiesa, insieme alla piccola galassia degli attivisti da sempre impegnati nel carcere, abbia il coraggio di contrastare la grammatica punitiva e securitaria della società contemporanea, di spezzare l’automatismo morale dell’espiazione fino all’ultima goccia di tempo. L’amnistia, per forze di cose, interrompe quel nesso rassicurante tra colpa e pena che la politica vende come il migliore dei tranquillanti e che sembra diventato la premessa naturale e immodificabile dell’ordine sociale. Al contrario, quell’interruzione, oltre che giusta, può essere salvifica e ci costringe a guardare in faccia la verità: l’integrale esecuzione della pena non protegge nessuno. Al punto in cui siamo nel tempo presente, ci mette addirittura in pericolo. Partiamo da vicino. Dovremmo iniziare dalla logica impietosa e rivelatrice dei numeri: 63.868 le persone detenute nelle carceri italiane al 30 novembre 2025, a fronte di una capienza effettiva di circa 46.000 posti. Temo che, quando si parla di carcere, anche i numeri non facciano più impressione, abbiano perso la loro forza dimostrativa. Al senso comune dominante così tanti ristretti offrono soltanto la fasulla evidenza di un maggior numero di minacce sistemiche del buon vivere e della sicurezza messe in condizione di non nuocere, disinnescate mediante la chiusura nella scatola magica della prigione. Se così è, se questo è il livello di anestetizzazione delle coscienze, anche i numeri vanno tradotti in immagini vivide. E, allora, riflettiamo sul fatto che 18.000 presenze in più rispetto ai posti effettivamente disponibili significa essere costretti in celle dove persino i famosi tre metri quadri - quella miseria che deve essere garantita a ogni detenuto perché la pena non sia trattamento inumano - sono un miraggio. Sovraffollamento strutturale vuol dire non avere possibilità di scendere dal letto perché non c’è posto per stare in piedi nel luogo in cui si vive; non avere un pezzetto di spazio e di tempo in cui sottrarsi allo sguardo altrui per coltivare gli indispensabili e vitali momenti di solitudine. Vuol dire, ancora, stare sempre troppo vicini al corpo dell’altro, respirarne gli odori, percepirne l’alito. Ogni gesto elementare della vita quotidiana - dormire, lavarsi, andare in bagno, stare male - perde di normalità, diventa negoziazione, conflitto, umiliazione. Uno dei più grandi conoscitori del carcere, Franco Corleone, ripete con sacrosanta ostinazione che in una cella sovraffollata, con un cesso solo, il problema è il cesso. È terribilmente vero. La drammaticità di questo spaccato non soltanto non è avversata, ma è favorita da una direzione politica che pretende che i detenuti siano corpi senza difese a disposizione della brutale forza punitiva: non soggetti di diritti da responsabilizzare, ma nuda materia da dominare. Un esempio serve più di tanti giri di parole. L’ultima circolare (13 ottobre 2025) del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria in tema di prevenzione di eventi critici, riferendosi alla gestione sanitaria, mette nero su bianco quanto segue: “Il medico penitenziario deve assumersi la responsabilità di una valutazione rigorosa, contattando direttamente il 118 solo nei casi di effettivo pericolo di vita”. Scomponiamo la finta neutralità del linguaggio tecnico. La responsabilità del medico è evocata in maniera capovolta: non chiama in causa il prendersi cura, ma l’assumersi il rischio di non richiedere l’ambulanza; la soglia di accesso al soccorso viene alzata solo per i detenuti e diventa legittimo ricorrervi solo quando il pericolo di vita è già in atto. Immaginate se un richiamo del genere venisse rivolto ai medici di base per la gestione dei soccorsi dei cittadini liberi. Tra il mondo di dentro e il mondo di fuori, ormai, c’è di mezzo lo Stige. In queste condizioni la parola rieducazione, associata al carcere, finisce per offendere l’intelligenza. Si aggiunga che il rapporto tra educatori e detenuti è di 1 a 62, ma la realtà di molti istituti palesa cifre sconcertanti: 1 a 150. Chiaro che questo universo produca morte: nell’anno che stiamo per lasciarci alle spalle, il 2025, sono circa 76 i suicidi di detenuti. Qui i numeri fanno male non solo per la quantità che esprimono, ma perché nascondono nomi, storie, sentimenti e relazioni spezzate che, invece, bisognerebbe raccontare, sottrarre all’oblio. Ecco, questa fotografia desolante della realtà carceraria impone di riconoscere che il carcere italiano è ormai fuori dalla legalità costituzionale e che, se si vuole salvare il salvabile, non c’è più tempo per interventi tampone, per singole misure alternative rimesse alla discrezionalità della magistratura di sorveglianza. Si tratterebbe di rimedi marginali, inutili quando il sistema è saturo. L’eccedenza di punizione, specchio di un diritto penale gigantesco e pervasivo, è strutturale. In queste condizioni il carcere fa strage di persone e, per quelli che si salvano, diventa un enorme incubatore di risentimento sociale. Non può che produrre ulteriore illegalità: continuare a punire fino all’ultimo, dunque, mette anche a rischio la sicurezza, invece che tutelarla. Solo un’amnistia tempestiva potrebbe ridurre immediatamente il numero dei detenuti. Ne potrebbero beneficiare gli autori di reati meno gravi, a basso indice di pericolosità, quei marginali che occupano in larga misura il carcere - meno di un terzo della popolazione carceraria è ristretta per reati gravi - solo perché non hanno un tetto sotto il quale poter vivere una misura alternativa. Ad aggiungersi alla voce del Papa, di recente, c’è stata quella del presidente del collegio del Garante dei diritti delle persone private della libertà, che recentemente ha rotto il suo silenzio e si è espresso a favore della necessità di amnistia e indulto (“Turrini Vita: Carceri stremate: servono amnistia e indulto”, il manifesto, 13 dicembre 2025). La politica rimane sorda. L’amnistia resta una parola tabù. A destra, è inaccettabile perché incrina il racconto dell’ordine, della pena come prova di forza. A sinistra, è addirittura imbarazzante perché smaschera una contraddizione mai risolta: aver accettato le parole d’ordine della destra - carcere, sicurezza, ordine - come orizzonte naturale, rinunciando a una critica radicale di questi concetti. L’imbarazzo si nasconde sotto formule che salvano la coscienza e attribuiscono all’amnistia colpe che non ha: la sua non sufficiente capacità trasformativa e riparatrice e, soprattutto, i suoi effetti controproducenti a lungo termine. Il bisogno di una politica a lungo termine, chissà perché, si avverte solo quando si tratta di deflazionare il carcere, mai quando lo si inzeppa con la previsione di nuovi reati e pene più severe. La speranza, però, è l’ultima a morire. Occorre continuare a spronare le istituzioni perché l’amnistia rientri nel campo del possibile, a partire da subito, non c’è più tempo. Per questo obiettivo si deve lottare. Ineludibile, poi, una riforma che elimini le procedure aggravate dall’art.79 della Costituzione (maggioranza di due terzi dei componenti di ciascuna Camera, in ogni articolo e nella votazione finale). Oggi, infatti, ci ritroviamo tra le mani uno strumento costituzionalmente previsto, ma nei fatti sterilizzato e neutralizzato da maggioranze impossibili da raggiungere. Siamo in prossimità delle festività di fine anno. Mettiamo sulla speranza il sigillo della poesia. Nella soave A Madonna d’e mandarine, Ferdinando Russo mette in scena una delle immagini più amabili della nostra tradizione popolare. Ascoltiamo i lamenti di un angelo punito da Dio, rinchiuso “int’ a na cella scura scura”. La pena è buia, chiusa, senza appello. Di notte, però, accade qualcosa che spezza l’ordine della punizione: “Ma ‘a Madonna, quanno ognuno sta durmenno a suonne chine, annascuso ‘e tuttequante va e lle porta ‘e mandarine”. Quel gesto, la più dolce delle cure, dice molto sulla riserva di umanità che ogni sanzione, a maggior ragione il sistema penale, deve mantenere per continuare a legittimarsi. Quella riserva di umanità oggi si chiama amnistia: riafferma la punizione, elimina le eccedenze, produce giustizia e spegne l’inferno dentro il carcere. Pensiamoci, a quell’inferno, quando sulla nostra tavola di Natale compariranno i mandarini. Le nostre carceri sono senza umanità. Viviamo l’emergenza tutti i giorni, non solo a Natale di Paola Balducci Il Dubbio, 23 dicembre 2025 Ci ricordiamo di alcuni temi solo quando nella coscienza collettiva riesce a farsi strada il “dovere” di farlo. E c’è in effetti un momento, ogni anno, in cui il tema delle carceri italiane sembra riaffacciarsi con più forza nel dibattito pubblico: è il Natale. Un tempo simbolico, sospeso, in cui parole come umanità, dignità, misericordia e reinserimento tornano a circolare anche laddove, per il resto dell’anno, dominano rimozione, silenzio e anche quasi fastidio. Per qualche giorno, le celle sovraffollate, le vite sospese, le morti dimenticate sembrano rompere il muro dell’indifferenza. Poi, puntualmente, tutto torna com’era prima. Il copione è noto e c’è un elemento che colpisce: a ridosso delle festività, il Presidente della Repubblica richiama il Paese alle proprie responsabilità. Lo fa nel solco della sua funzione costituzionale di garante dei diritti fondamentali, voce della Repubblica nella sua dimensione più alta e impersonale. Il carcere, ogni anno, torna nei suoi discorsi: come luogo di prova della civiltà giuridica, come cartina di tornasole della fedeltà alla Costituzione, che all’articolo 27 parla, con chiarezza, di pene che devono tendere alla rieducazione e non alla mera punizione. Eppure, quei moniti sembrano cadere nel vuoto. Si ascoltano, si commentano, talvolta si applaudono, ma raramente si traducono in scelte politiche strutturali. È come se le istituzioni, pur formalmente attente, restassero sostanzialmente sorde a ciò che la Repubblica, attraverso il suo Presidente, continua a ricordare. Una sordità che non è solo politica, ma culturale: il carcere resta un tema marginale, buono per l’indignazione stagionale e del momento, non per una riforma profonda. Nel frattempo, l’emergenza carceraria non conosce tregua. Sovraffollamento cronico, strutture fatiscenti, carenza di personale, assistenza sanitaria insufficiente, salute mentale lasciata ai margini. I numeri dei suicidi continuano a crescere, e non riguardano più soltanto le persone detenute. Si suicidano anche gli operatori: agenti di polizia penitenziaria, educatori, personale stremato da turni massacranti, responsabilità enormi e strumenti sempre più inadeguati. Un dato che dice molto di un sistema che non schiaccia solo chi è recluso, ma anche chi dovrebbe garantire sicurezza e trattamento. Gli operatori sono pochi, sempre meno rispetto ai bisogni reali. E mentre si parla di emergenza, le risposte sembrano andare in direzione opposta. Le riforme degli ultimi anni, o presunte tali, hanno prodotto un paradosso evidente: più persone entrano in carcere, meno ne escono. Si inaspriscono le pene, si restringono le misure alternative, si alimenta l’idea che la sicurezza passi quasi esclusivamente dall’incarcerazione. Il risultato è un sistema che implode, incapace di reggere il peso che gli viene caricato addosso. Così il carcere diventa un luogo di cui si parla sempre ma di cui non si parla mai davvero. Se ne parla quando tragicamente muore qualcuno, quando i numeri diventano troppo grandi per essere ignorati, quando il Presidente della Repubblica richiama tutti al senso di responsabilità. Ma poi, nella pratica quotidiana, prevale l’inerzia. Il carcere resta ai margini, lontano dagli sguardi, comodo da dimenticare. Il Natale, allora, diventa una metafora amara. Un barlume di speranza che si accende, fatto di parole alte e richiami solenni, e che subito dopo si spegne. Finché il tema delle carceri non smetterà di essere un appuntamento rituale e diventerà una priorità politica stabile, quel ciclo continuerà a ripetersi. E con esso continueranno le morti, il sovraffollamento, la sofferenza silenziosa di chi è dentro e di chi lavora dentro. La Repubblica ha da sempre indicato la strada, senza aspettare festività o ricorrenze. Resta da capire se le sue istituzioni vorranno, finalmente, ascoltarla. Clemenza e umanità nelle carceri italiane di Denise Amerini sinistrasindacale.it, 23 dicembre 2025 Il 26 dicembre 2024 papa Francesco aprì la Porta Santa dentro il carcere di Rebibbia: la prima ad essere aperta dopo quella di San Pietro, a simboleggiare il carcere come luogo dove può esistere anche una sacralità, a fronte del rifiuto, dell’esclusione e della separazione dalla “società civile”, che sempre più ne fa una istituzione chiusa, totale, estranea. Il Giubileo della speranza, si disse, doveva essere speranza per tutti gli esclusi, per tutti coloro che vengono considerati scarti, da allontanare ed espellere. In quella occasione, come in tante altre, alta si levò la denuncia, da parte di molti, dello stato in cui versano gli istituti penitenziari, le condizioni in cui sono costretti a vivere i detenuti. A distanza di un anno nulla è cambiato, anzi le condizioni sono peggiorate, basta vedere i dati del sovraffollamento, che ormai ha superato il 137%, con istituti che addirittura sforano il 240%. Basta leggere le cronache che quotidianamente ci dicono della negazione di diritti fondamentali, come il diritto alla salute, o il diritto all’affettività che, nonostante la sentenza della Suprema corte di gennaio dello scorso anno, ancora non risulta praticabile ed esigibile. Basta guardare il numero dei suicidi, che riguardano anche il personale, e degli atti di autolesionismo. E’ in questo contesto che un cartello di associazioni, fra le quali la Cgil, il 10 dicembre scorso, in occasione della Giornata mondiale dei Diritti umani, all’interno del memorial Stefano Cucchi, ha inteso portare ancora una volta l’attenzione su questi luoghi di privazione dei diritti e di umiliazione della dignità umana. L’iniziativa si è tenuta in piazza Montecitorio, ed i vari interventi si sono succeduti di fronte a settantatré sagome (oggi sarebbero già settantaquattro…), in ricordo delle persone che a quella data si erano tolte la vita in carcere. Ogni sagoma portava scritto il nome della persona, per restituire l’identità che il carcere toglie, ma molte erano comunque anonime. Perché siamo di fronte anche all’assurdo che di molte persone ristrette non si sa neanche l’identità, la provenienza, forse neanche bene il reato commesso. Molte sono in carcere in attesa di giudizio, quindi ancora non dichiarate colpevoli, senza sapere a quale pena saranno, nel caso, condannate. Nel nostro intervento a nome della Cgil abbiamo ripetuto e sottolineato quanto da tempo affermiamo: come una organizzazione sindacale confederale e generale non possa non occuparsi di questo tema, che riguarda i diritti sanciti dalla Costituzione, i diritti individuali e collettivi, in definitiva lo stato della democrazia nel paese. Abbiamo ricordato le parole con cui, nell’ormai lontano 1996, Luigi Agostini introduceva un seminario dedicato a questo tema. “un pesante silenzio grava da tempo sulla questione carceraria… Nostro obiettivo è quello di riportare l’attenzione su tale realtà, rappresentando il carcere una questione paradigmatica, un caso estremo di esclusione sociale, sia di contribuire a costruire e generalizzare una cultura democratica su carcere e sicurezza e, insieme, un’iniziativa permanente del movimento sindacale…i dati sono sempre più allarmanti… il carcere si conferma sia come un grande contenitore di sofferenza individuale e sociale, sia come ‘grande pattumiera’ della nuova marginalità sociale, sia come metro della misura della crisi della giustizia penale”. Sono parole di una attualità sconcertante. Da allora la situazione è andata sempre peggiorando, con celle da quattro che ospitano otto persone, spazi per le attività e la socialità trasformati in celle, assoluta carenza (quando non assenza) di opportunità formative e di lavoro. E le spinte giustizialiste di questo governo hanno fatto precipitare la situazione. Avevamo un sistema di giustizia minorile fra i migliori; oggi, dopo i vari decreti Cutro, Caivano, per la prima volta anche gli Istituti penali per minorenni sono sovraffollati e molti giovani si trovano a scontare la pena in carceri per adulti. La richiesta che si è levata, da tutti i partecipanti, è stata quella di un serio provvedimento di clemenza: amnistia e indulto, insieme a politiche che davvero intervengano sulle condizioni di vita delle persone ristrette, dando concreta applicazione all’articolo 27 della Costituzione: formazione, istruzione, lavoro, salute. Umanizzare e modernizzare, come sancito dalla Costituzione e dalle convenzioni internazionali per i diritti dell’uomo, l’esecuzione della pena, aprendo il carcere alla società civile, alle scuole, alle università, al mondo del lavoro. È stato lanciato un appello per sostenere queste richieste, che contiene la convocazione di una assemblea aperta a Roma il 6 febbraio prossimo, che veda la partecipazione di associazioni, organizzazioni, volontari, operatori sociali, penitenziari e sanitari che discutano insieme proposte e strumenti per realizzarle, e che sostengano con ancora maggior forza le richieste di amnistia e indulto. Quella candela in una cella fatta con l’olio in un’arancia di Erald Hoxha, René Paniga, Alessandro Nathan Demolii Corriere della Sera, 23 dicembre 2025 “Siamo ancora qua”, canta Vasco. Ma proprio per niente: a volte, specie quando viene Natale, la verità è che almeno noi abitanti delle prigioni non siamo più né qua né là. Anche se per ora, nello specifico di questo Natale strano, noi che fino a qualche giorno fa ci trovavamo nel carcere milanese di San Vittore siamo planati nel giro di una notte dentro quello di Bollate. Il migliore d’Italia, dicono. Ma torniamo a quando tutto è cominciato, sabato 13 dicembre. Un giorno che ricorderemo sempre. L’una del pomeriggio, terzo raggio di San Vittore, alcuni sono appena tornati dai colloqui. A un tratto le tv si spengono. È saltata la luce, su tutti i quattro piani. Ma non c’è motivo di preoccuparsi, a San Vittore succede spesso. Dieci minuti e tutto riparte. Invece stavolta no. Passa il tempo, i led rossi sotto gli schermi restano spenti. Sale l’ispettrice, comunica che c’è stato un problema al quadro elettrico del raggio. Dalle finestre arrivano le sirene dei pompieri, dai piani di sotto sale fumo. Gli agenti vanno e vengono, ci tranquillizzano. Però sono tanti, accipicchia. Qualcuno di noi gioca a carte, qualcuno legge. E del resto avremmo avuto anche una bella cosa da aspettare, almeno qui al reparto La Nave: martedì 16 dicembre era in programma la nostra festa di Natale, le dottoresse dell’équipe e i volontari dell’associazione avevano fatto la spesa, stavamo organizzando tutto da giorni. Intanto fuori inizia a far buio. Radiocarcere - il passaparola tra detenuti viene chiamato così - dice che in effetti un quadro elettrico ha preso fuoco. Insieme col crepuscolo arriva la cena, due sofficini freddi su un letto d’insalata con quattro sottilette. Nel buio proviamo a prepararci un sugo al lume di una candela artigianale: mezza arancia svuotata e riempita di olio di semi, il pistillo bianco centrale come stoppino. Una lucina nel buio, sembra un quadro. Ma alle sette veniamo interrotti: l’ispettrice ci dice che abbiamo 15 minuti per preparare i sacchi e farci trovare pronti a partire. Dopo un pomeriggio di impegno e fatica i vigili del fuoco hanno dovuto dichiarare l’intero terzo raggio inagibile. Destinazione appunto Bollate, per noi della Nave. Scendiamo le scale accompagnati dagli agenti alla luce delle torce. Il fumo, l’odore acre, la schiuma degli estintori. Chi nel cuore della notte è ancora lì in attesa di partire vede da una finestra la scala dei pompieri salire verso il tetto della biblioteca dove intanto c’è altro fuoco da spegnere. Stanno cercando di salvarci da una tragedia. L’abbiamo scampata. Gli ultimi finiranno di essere trasferiti la mattina dopo. In tutto duecentocinquanta. Non tutti con la nostra fortuna. Chi è finito in Emilia, in Veneto, nelle Marche. Lontani e sparsi. Invece, per noi della Nave, benvenuti a Bollate. Nella notte nebbiosa non se ne coglie la grandezza. Ma la pulizia sì. La polizia penitenziaria mostra professionalità e umanità. Ci smistano in celle che nel frattempo erano state svuotate sballottando gli inquilini precedenti altrove. Si capisce che stanno cercando di accoglierci nel migliore dei modi. A qualcuno torna in mente il ricordo di quando andava alle colonie estive. La sensazione è un misto di inquietudine, eccitazione, smarrimento, paura. Ma anche una specie di felicità. Siamo vivi. E ora siamo qui da qualche giorno. Ciurma e capitano - così chiamiamo l’équipe che si è sempre occupata di noi alla Nave - ci hanno seguito qui e si fanno in quattro per starci vicino e colmare il vuoto che inevitabilmente alcuni di noi provano. Cosa c’entra tutto questo col Natale? Forse nulla. Ma per qualcuno qui c’entra tantissimo. Così adesso c’è chi ricorda di quando a otto anni aveva vissuto in prima persona la fuga dalla Valtellina, travolta dall’alluvione: racconta dell’eccitazione di trasferirsi a Colico dalla nonna materna, del ponte crollato subito dopo averlo attraversato con la macchina carica, e poi del ritorno a casa due mesi dopo, in mezzo a una palude di palta dove prima c’era un paese. Altri continuano a tornare col pensiero alla notte del trasferimento, all’attesa di sapere in quale carcere sarebbero finiti, e qualcuno in particolare associa quello stato d’animo a quando da piccolo partiva da Bari per tornare con la nave in Albania a trovare la famiglia, magari proprio a Natale, e aspettava con gli altri di essere chiamato per potersi finalmente imbarcare dopo i controlli di polizia: “Non dimenticherò mai - dice - il buio di quei viaggi”. Adesso ripensa a quella candela artigianale di pochi giorni fa, realizzata in cella dentro un’arancia. Pagina di vita Chiaramente quella che viviamo noi oggi non è neanche lontanamente paragonabile a una pagina di vita come quella di chi ha affrontato l’alluvione in Valtellina. Nessuno di noi è rimasto ferito. Nel caos comprensibile creato dal nostro arrivo qui hanno cercato tutti di venirci incontro per quanto possibile. Certo, dopo una notte come quella eravamo stremati. Ma lo erano anche gli agenti, dopo essere stati in servizio fino a 28 ore filate. Ora un po’ alla volta siamo riusciti quasi tutti a parlare con le nostre famiglie, qualcuno anche a incontrarle. Oltre che per noi stessi è anche per loro che ci sforziamo di reagire e di combattere tutti i giorni. Non può essere sempre buio. E per questo vorremmo concludere dedicando un pensiero agli altri detenuti meno fortunati di noi. A chi neppure in questo periodo di feste ha la possibilità di ricevere una visita, un pacco, o anche solo qualche notizia di prima mano su come stanno i suoi cari. Un abbraccio forte a tutti con l’augurio di riuscire a fare quel pezzettino in più di lavoro ancora da fare, senza perdere proprio ora la rotta. Buon Natale. Buon Natale dal carcere: “Va’ pensiero oltre il muro, per mia figlia che deve nascere” di Paul Oliviery* Corriere della Sera, 23 dicembre 2025 Le festività e l’aria di Giuseppe Verdi, la forza di “ricordare che là fuori c’è qualcuno che ti ama e che ti aspetta: sono nato libero, voglio continuare a sorridere e far capire a chi come me è rinchiuso, e a mia moglie che tra breve partorirà, che la vita va oltre il buio”. Una lettera dal carcere: “Va’ pensiero” oltre il muro, la conquista della felicità. Scrivendo nel silenzio ascolto il vento. E attraverso la finestra della cella il tram sulle rotaie che se ne va. E le automobili in movimento. Seduto al tavolino osservo la sezione mentre i miei compagni dormono ancora. L’appuntato passa camminando senza far rumore, anche se il dondolio delle chiavi si fa sentire. Allora pensi al fatto che nonostante tu sia chiuso in questa stanza la tua mente ti trasporta lì fuori. Va’ pensiero, cantavano i prigionieri dell’opera di Verdi. Il pensiero sa trasportarti in libertà. E ti dà la possibilità di sentirti vivo. Ti fa ricordare che lì fuori c’è qualcuno che ti ama e che ti aspetta. Sa farti sentire positivo, sorridendo a chi ogni mattina risponde al tuo buongiorno con un sorriso. Penso che la mente possa andare oltre quello che stai vivendo. Ascolti i rumori del mattino e comprendi chiaramente che se vuoi puoi essere ovunque. Così ogni giorno vivi le tue ore nel migliore dei modi. Tra ordine, disciplina, pulizia, un buon caffè. Un paio di insulti a Cher, arrivato dall’Africa in Italia piano di speranza, e ora in cella con me. Due battute, qualche risata. Portando il tuo buon umore a chi ti sta intorno ti rendi conto che la positività che trasmetti ha il suo perché. Spesso sento la negatività di chi se la porta dentro tra pensieri e problemi legati alla criminalità e alla mancanza di libertà. So che per molti è dura. Anche per me lo è. Molto. Ma non posso farmi trasportare dalla negatività. Sono troppo folle, vado oltre i limiti e non vedo nessun tipo di barriere per me, sono nato libero e con tanta voglia di fare. Mi piace osservare e prendere dal negativo tutto il positivo che c’è, senza limiti ne confini. Perché per quelli come me non c’è niente che possa essere tolto. Niente della positività che mi porto dentro. Voglio continuare a sorridere giorno dopo giorno, senza fermarmi. Voglio far capire a chi come me è rinchiuso tra queste mura, e a mia moglie là fuori che a breve partorirà, che la felicità è la prima battaglia vinta. Come posso dire… Oggi è apparsa questa voglia di scrivere, di mettere il mio pensiero su un foglio di carta. Forse perché dedicare i tuoi pensieri a chi ti sta intorno e a chi ti leggerà aiuta a capire che non si è soli. E che la vita va oltre il buio. Ogni giorno il tuo Buongiorno, ogni sera la tua Buonanotte. E tra poche notti Buon Natale, non solo a te ma a tutti. Il carcere è in silenzio ora. Ma dal finestrone sento che la mia regina e la principessa che sta per nascere sono qui con me. *Scritta a San Vittore, spedita da Bollate Sulle carriere separate si voterà anche di lunedì: ecco il decreto di Valentina Stella Il Dubbio, 23 dicembre 2025 Il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto legge in base al quale le consultazioni elettorali del 2026, compreso il referendum sulla separazione delle carriere, si svolgeranno in due giornate, domenica e lunedì. Dietro questa scelta ci sarebbe l’esigenza di contrastare in tutti i modi possibili l’astensionismo che, almeno in teoria, potrebbe mettere a rischio la vittoria del Sì. Nulla invece è stato deciso sulla data della consultazione. L’incognita è legata all’iniziativa presa venerdì scorso da 15 cittadini che si sono recati in Cassazione per chiedere di raccogliere 500mila firme sullo stesso tema, ma con un quesito formulato in modo più ampio. Proprio oggi è partita, sull’apposita piattaforma nazionale “Referendum e iniziative popolari”, la raccolta delle sottoscrizioni. Una iniziativa che, secondo alcune interpretazioni (come quella della costituzionalista Giovanna De Minico, intervistata dal Dubbio), metterebbe il governo dinanzi a un bivio: ignorare l’iniziativa dei giorni scorsi e fissare ugualmente, quanto prima, la data del referendum, oppure attendere il 30 gennaio, termine ultimo per la raccolta delle firme. In questo secondo caso, spiegano fonti della Cassazione, non ci si troverebbe (data la delibera con cui, lo scorso 18 novembre, piazza Cavour aveva ammesso il referendum su richiesta dei parlamentari di maggioranza e opposizione) dinanzi a un conflitto tra poteri, considerati i precedenti. Comunque, se è vero che da una parte - secondo quanto previsto dall’articolo 15 della legge 352 del 1970 ( “il referendum è indetto con decreto del Presidente della Repubblica, su deliberazione del Consiglio dei Ministri, entro sessanta giorni dalla comunicazione dell’ordinanza che lo abbia ammesso. La data del referendum è fissata in una domenica compresa tra il 50° e il 70° giorno successivo all’emanazione del decreto di indizione”) - il governo sarebbe legittimato a stabilire la data in questi giorni, dall’altra parte però, secondo chi scommette su una diversa lettura delle norme, lo stesso Esecutivo rischierebbe così di ignorare l’ulteriore richiesta referendaria, proveniente dalla società civile. Fonti di via Arenula fanno sapere che l’Esecutivo è intenzionato ad andare avanti sulla propria originaria strada, a meno che non ci siano problemi di natura tecnica. Quindi, al momento, la data dovrebbe essere comunicata nel Consiglio dei ministri del 29 dicembre. Tuttavia, oltre a un ipotetico problema tecnico ci sarebbe anche la questione politica, come traspare dalle dichiarazioni rese dal capogruppo del Partito democratico in commissione Giustizia alla Camera, Federico Gianassi: “Suscitano allarme le voci secondo cui il governo potrebbe anticipare la data del referendum, incidendo direttamente sul diritto dei cittadini a informarsi e a formarsi un’opinione consapevole. Va ricordato che la riforma sulla separazione delle carriere è stata approvata dal Parlamento a maggioranza nella stessa versione predisposta dall’Esecutivo, senza margini di modifica o approfondimento: una procedura che rende particolarmente delicata ogni ulteriore compressione dei tempi democratici. Il Consiglio dei ministri non può diventare il luogo per blindare decisioni già prese che riducono il confronto a una semplice formalità”. Sempre i fautori dell’interpretazione che vincolerebbe l’Esecutivo a lasciare a dei cittadini il tempo di raccogliere le firme, si chiedono inoltre come un’accelerazione del governo potrebbe essere valutata dal presidente della Repubblica, che pure deve indire il referendum con un proprio decreto. E ancora: quale dovrebbe essere, a questo punto, il testo del quesito da sottoporre agli elettori? Insomma, le incognite sul tavolo sembrerebbero ancora numerose. La partecipazione alla lotta referendaria e il danno alla credibilità della giustizia di Claudio Cerasa Il Foglio, 23 dicembre 2025 Le opposizioni hanno considerato inopportuna la scelta delle consigliere laiche Eccher e Bertolini di scendere in campo come fondatrici del comitato “Sì riforma”. La critica è legittima e più che fondata: si tratta di una sgrammaticatura istituzionale. E’ opportuno che dei membri del Consiglio superiore della magistratura si mettano a fare campagna elettorale referendaria? La critica viene mossa alle consigliere laiche Claudia Eccher, di area Lega, e Isabella Bertolini, di area FdI, che sono scese in campo come fondatrici del comitato “Sì riforma”, favorevole alla legge Nordio sulla separazione delle carriere dei magistrati. Per le opposizioni, si tratta di una scelta inopportuna per chi fa parte di un’istituzione di garanzia, com’è appunto il Csm, che rischia di non apparire più come un organo imparziale. La critica è legittima e più che fondata: la partecipazione attiva a una campagna elettorale così importante ad alta intensità di scontro politico è una sgrammaticatura istituzionale. Le dirette interessate si difendono dicendo che la libertà di opinione e di partecipazione politica sono un diritto costituzionale, che vale anche per i membri del Csm. Ricorda qualcosa? E’ lo stesso argomento usato dai magistrati per schierarsi attivamente sul fronte opposto, quello contro la riforma. L’Anm, il sindacato unitario dei magistrati, ha addirittura fondato un comitato decidendo come organizzazione, anche andando contro il proprio statuto, di trasformarsi in un “soggetto politico”. L’Anm, così come i singoli membri del Csm, avrebbero potuto esprimere liberamente le proprie opinioni ma tenendosi lontani dalla contesa politica e lasciando fare la campagna elettorale ai partiti. Hanno invece deciso di scendere in campo, di fare la propaganda e organizzare il consenso senza curarsi delle conseguenze di questa scelta sulla reputazione e percezione dell’istituzione nell’opinione pubblica. Vale per la magistratura e anche per il Csm. Qualunque sarà il risultato del voto, dopo la lotta nel fango della campagna referendaria, tra i cittadini aumenterà - a ragione - la sensazione che in Italia la giustizia sia politicizzata. La giustizia, oltre le tifoserie. Una riforma per dare attuazione alla Costituzione di Guido Camera huffingtonpost.it, 23 dicembre 2025 C’è qualcosa di curioso, e ormai abituale, nel dibattito sulla riforma della giustizia: si discute come se si trattasse di una partita di calcio. Da una parte i favorevoli, dall’altra i contrari. In mezzo, poco spazio per le sfumature, per il ragionamento, per l’idea - decisamente meno eccitante - che le riforme istituzionali non servano a “vincere”, ma a far funzionare meglio il sistema. È forse anche per questo che la riforma viene spesso raccontata in modo caricaturale: come un attacco alla magistratura, come un cedimento alla politica, come una rivincita punitiva. Narrazioni semplici, rassicuranti per chi le usa, ma poco aderenti alla realtà. Se si prova ad abbandonare la logica delle tifoserie, emerge invece un dato più sobrio ma più interessante: questa riforma non riscrive la Costituzione, prova piuttosto a darle finalmente attuazione. Il punto di partenza è la separazione delle carriere. Non perché giudici e pubblici ministeri siano “nemici”, ma perché svolgono funzioni diverse, costituzionalmente diverse. La terzietà del giudice non è solo una qualità morale, è una condizione strutturale. Rafforzarla significa collocare il giudice in un assetto ordinamentale che renda quella terzietà visibile, percepibile, credibile. Parallelamente, riconoscere al pubblico ministero una carriera autonoma significa valorizzarne la funzione senza ambiguità. Un PM pienamente identificato con il ruolo dell’accusa è chiamato a misurarsi fino in fondo con la qualità dell’indagine, con la tenuta della prova, con la responsabilità delle scelte investigative. È una funzione che, proprio perché distinta da quella del giudicare, può e deve restare più vicina alla realtà concreta: ai fatti, ai contesti, alle difficoltà dell’investigazione. In questo senso, la diversità dei ruoli non allontana la magistratura dalla società, ma può contribuire a ricucire quel rapporto con il “paese reale” che Piero Calamandrei, nei lavori della Costituente, indicava come essenziale per la credibilità della magistratura. In questo quadro si inserisce anche la riforma dell’autogoverno e il tema, molto discusso, del sorteggio. Qui conviene evitare sia le demonizzazioni sia gli entusiasmi. Il sorteggio non è una scorciatoia salvifica, ma è un segnale importante: indica la volontà di spezzare dinamiche che, nel tempo, hanno trasformato il correntismo da luogo di confronto culturale a meccanismo di gestione del potere, spesso sganciato da reali differenze ideali. Un correntismo sempre più post-ideologico e, proprio per questo, più opaco. Se le correnti non svolgono più prevalentemente una funzione culturale, ma sono animate in larga misura da logiche di potere, allora diventa difficile sostenere che debbano godere di una rappresentanza garantita all’interno del Consiglio superiore della magistratura, che è precisamente il luogo in cui quel potere viene esercitato. Il sorteggio va letto anche in questa chiave: come strumento per ridurre il peso delle appartenenze organizzate in un organo che decide carriere, incarichi e assetti di governo della giurisdizione. Il sorteggio, inoltre, non elimina il merito, perché non interviene sulla selezione dei magistrati né sulle modalità di accesso alla carriera. Opera su una platea già definita a monte dal concorso pubblico e dall’esperienza professionale, limitandosi a incidere sulle modalità di accesso all’organo di autogoverno. Del resto, il nostro ordinamento conosce già meccanismi di sorteggio che coinvolgono magistrati chiamati a svolgere funzioni di altissimo rilievo istituzionale, come avviene, ad esempio, per la composizione dei collegi della Corte costituzionale. In questa prospettiva, il merito non solo non è precluso, ma viene anzi valorizzato: le condizioni di accesso restano identiche per tutti, mentre la riduzione del peso delle correnti mira proprio a far emergere competenze, professionalità e percorsi individuali, sottraendoli a logiche di cooptazione. Sarà poi la fase di attuazione a consentire una messa a terra coerente di questi principi, lasciando spazio - come è fisiologico - a eventuali correttivi sulla base dell’esperienza applicativa, attraverso gli strumenti ordinari della democrazia costituzionale: il Parlamento e, se necessario, la Corte costituzionale. È un processo politicamente impegnativo, ma costituzionalmente normale. Lo stesso vale per l’Alta Corte disciplinare. Anche qui il racconto polemico degli avversari della riforma parla di “controllo politico” o di “intimidazione”. In realtà, si tratta di rafforzare un principio elementare dello Stato di diritto: autonomia e responsabilità non sono alternative, ma complementari. Un sistema disciplinare distinto dall’autogoverno ordinario non indebolisce la magistratura; ne rafforza l’autorevolezza, perché rende più credibile l’idea che l’indipendenza sia esercitata nell’interesse dei cittadini, non come privilegio autoreferenziale. Molti argomenti del “no” alla riforma poggiano su falsi miti: che la separazione delle carriere distrugga l’unità della magistratura, che sottoponga il PM all’esecutivo, che il sorteggio azzeri il merito, che l’Alta Corte apra la strada a pressioni esterne. Sono timori che, a uno sguardo attento, si rivelano in alcuni casi espressamente contraddetti dal testo della riforma - come nel caso del PM assoggettato all’esecutivo, ipotesi che la riforma esclude in modo esplicito, prevedendo che il pubblico ministero resti soggetto soltanto alla legge - e in molti altri più evocativi che fondati. L’unità della magistratura non nasce dalla confusione dei ruoli, ma dalla condivisione dei valori costituzionali e dal rispetto della legge. In definitiva, questa riforma deve essere letta come un tentativo serio di riallineare l’ordinamento giudiziario al disegno costituzionale. Non contro la magistratura, ma per la magistratura. Non per ridurne l’indipendenza, ma per restituirle un’autonomia piena e credibile, fondata sulla distinzione dei ruoli e sulla chiarezza delle funzioni. Se si parte da qui, forse si può uscire dalla logica delle tifoserie e tornare a discutere di ciò che davvero conta: come rendere la giustizia più autorevole, più comprensibile, più coerente con la Costituzione. Senza slogan. E senza paura delle riforme. La riforma rancorosa del Governo rischia di distruggere la cultura della giurisdizione di Giorgio Costantino Il Domani, 23 dicembre 2025 La proposta di riforma costituzionale esprime il rancore di chi è riuscito soccombente di fronte ad iniziative del pm e tenta di giustificare la sconfitta con l’appartenenza di questo al medesimo ordine del giudicante. Quanto ai due Csm, nessuna persona ragionevole affiderebbe a soggetti scelti per sorteggio la decisione di qualunque questione. Nella Gazzetta Ufficiale n. 253 del 30 ottobre 2025 è stato pubblicato il testo della legge costituzionale approvato dal Parlamento in seconda votazione a maggioranza assoluta, ma inferiore ai due terzi. Perché quel testo diventi legge occorre che sia approvato anche dalla maggioranza dei votanti al referendum costituzionale. L’art. 138 della Costituzione prevede, appunto, questo procedimento particolarmente complesso per modificare la Carta fondamentale della Repubblica: non basta che il testo sia approvato dalla maggioranza dei parlamentari; occorre che la modifica sia approvata anche dalla maggioranza dei cittadini, chiamati ad esprimersi con un referendum. Ai cittadini si chiede se si vuole cambiare la Costituzione più bella del mondo, se si vogliono modificare le garanzie che hanno retto l’ordinamento repubblicano per quasi ottanta anni. Il testo approvato dal Parlamento propone di modificare gli articoli 87, 102, 104, 105, 106, 107 e 110 della Costituzione; di separare i giudici dai pubblici ministeri, di istituire due distinti consigli superiori della magistratura, uno per quella giudicante ed uno per quella requirente; che i magistrati componenti l’uno e l’altro consiglio siano designati per sorteggio e non per elezione; che sia creata un’”Alta corte disciplinare”. Il dibattito dei costituenti - Una proposta di modificare la Legge fondamentale della Repubblica presuppone che questa sia sbagliata, sia invecchiata, che non abbia risposto o che non risponda più alle esigenze ed ai bisogni dei cittadini; che non sia possibile predisporre gli strumenti per attuare i principii, i valori e le garanzie da essa previste, ma che occorre proprio incidere su di essi ed affermarne altri e diversi. Il testo approvato dal Parlamento e sottoposto a referendum ignora e prescinde dal dibattito che, nel 1947, ha portato alla formulazione della Carta fondamentale della Repubblica ed ignora anche il dibattito che si sviluppò nella Commissione bicamerale del 1998. Nell’una e nell’altra occasione si discusse a lungo ed approfonditamente del ruolo del pubblico ministero e della disciplina dei magistrati. Non fu prospettata, tuttavia, la possibilità che i componenti del Consiglio Superiore della Magistratura fossero sorteggiati e non eletti. La maggioranza parlamentare chiede oggi che siano nettamente separati i giudici dai pubblici ministeri, che siano istituiti distinti organi per garantirne l’autonomia e l’indipendenza, che sia creata un’”Alta corte disciplinare”, che i componenti dell’uno e dell’altro organo siano designati mediante sorteggio. L’obiettivo dichiarato della proposta di riforma costituzionale non riguarda l’efficienza del sistema giudiziario. Essa tende ad istituire nuove e diverse garanzie, sul presupposto che quelle previste dalla Carta fondamentale della Repubblica siano insufficienti. In particolare, che l’appartenenza dei giudici e dei pubblici ministeri al medesimo ordine induca i primi a favorire i secondi, che le correnti della magistratura condizionino illecitamente le decisioni dell’organo elettivo di autogoverno, che il procedimento disciplinare gestito da quest’ultimo non offra garanzie di severità. le funzioni sono già separate - Per quanto riguarda la separazione delle carriere, occorre ricordare che, attualmente, sono già nettamente separate le funzioni: il passaggio dalle funzioni giudicanti a quelle requirenti e viceversa è subordinato a precise e restrittive condizioni e sono pochissimi i casi in cui esso è richiesto. È, inoltre, elevata la percentuale delle assoluzioni e, in generale, dei casi nei quali le richieste dei pubblici ministeri non sono accolte. La condivisione della carriera non incide affatto sugli esiti dei processi; non favorisce i pubblici ministeri. Questi vincono o perdono come qualunque parte del processo. I giudici possono essere condizionati dal prestigio o dalla autorevolezza dell’accusatore o del difensore, nonché dai rapporti personali con l’uno o con l’altro, indipendentemente dalla comunanza o dalla distinzione delle carriere. La proposta di riforma costituzionale ignora l’esigenza di rinforzare una comune cultura della giurisdizione e, quindi, di eliminare o di limitare, con legge ordinaria, le precise e restrittive condizioni alle quali è attualmente subordinato il passaggio dalle funzioni giudicanti a quelle requirenti e viceversa. Un’esperienza giudicante consente di apprezzare e di valutare con maggiore consapevolezza le richieste del pubblico ministero. Un rafforzamento ed una diffusione della prima potrebbero indurre chi assume le funzioni di pubblico ministero ad assumere iniziative assistite di maggiore fondamento. Al cospetto di una notizia di reato, infatti, è necessaria una valutazione sull’utile esercizio dell’azione penale, sottraendosi alla tentazione di scaricare sul giudicante la responsabilità di negarla o di rigettarla oppure quella di avviare un’indagine che crea clamore mediatico. Al contrario, la proposta di riforma costituzionale, in funzione della realizzazione di maggiori garanzie, non dell’efficienza del sistema giudiziario, tende ad eliminare anche quel poco che è rimasto di una comune cultura della giurisdizione tra magistrati giudicanti e requirenti. Non considera il ruolo e le funzioni dei Vice-Procuratori Onorari. L’esperienza indica che la realizzazione di maggiori garanzie non è necessaria, perché le richieste dei pubblici ministeri non sono accolte e non sono rigettate in base alla qualità dei richiedenti. L’elevata percentuale dei casi nei quali le richieste dei pubblici ministeri non trovano accoglimento avrebbe suggerito, piuttosto, di rafforzare una comune cultura della giurisdizione, al fine di allontanare le tentazioni di avviare indagini prive di oggettivo fondamento per pigrizia o per ragioni di mera immagine. La proposta di riforma costituzionale non considera il ruolo e la funzione della Procura Generale presso la Corte di cassazione, per l’accesso alla quale non operano i limiti sul passaggio dalle funzioni giudicanti a quelle requirenti e viceversa. La Procura Generale presso la Corte di cassazione svolge compiti fondamentali nell’esercizio dell’attività della Corte diretta ad assicurare “l’esatta osservanza e l’uniforme interpretazione della legge, l’unità del diritto oggettivo nazionale, il rispetto dei limiti delle diverse giurisdizioni”, come prevede la legge. Innanzi alla Corte il ruolo e la funzione del pubblico ministero non sono limitati a sostenere l’accusa nei processi penali. La proposta di riforma costituzionale, inoltre, ignora il ruolo del pubblico ministero nel processo civile, dove pure maggiore e più sentita è l’esigenza di una comune cultura della giurisdizione. La tutela dei minori è prevalentemente affidata al pubblico ministero. Innanzi al tribunale per i minorenni, quasi tutti i procedimenti sono introdotti dal pubblico ministero. Nella prospettiva della istituzione del tribunale delle persone, dei minori e delle famiglie, allo stato ancora rinviata, sono diffuse le preoccupazioni sull’accorpamento della procura minorile con la procura ordinaria. È stato manifestato il timore di perdere quella comune cultura della giurisdizione che caratterizza i pubblici ministeri addetti al tribunale per i minorenni. Anche in materia economica e, in particolare, nei procedimenti per la regolazione della crisi d’impresa è particolarmente avvertita l’esigenza di una comune cultura della giurisdizione tra magistrati requirenti e magistrati giudicanti. In questi settori, sono esigue le percentuali delle iniziative assunte dai pubblici ministeri rispetto alle richieste da questi ricevute. La selezione si manifesta responsabile e severa. Nonostante ciò, le richieste dei pubblici ministeri non sono accolte in base alla qualità dei richiedenti. La cultura della giurisdizione - Una comune cultura della giurisdizione tra magistrati giudicanti e magistrati requirenti contribuisce a garantire maggiore responsabilità ed autorevolezza alle iniziative dei pubblici ministeri, comunque destinate ad essere valutate in base a ragioni oggettive. La proposta di riforma costituzionale, invece, vorrebbe separare non soltanto le funzioni, ma anche le carriere dei giudici e dei pubblici ministeri, con la conseguenza di affidare soltanto alla sensibilità di questi ultimi, non ad una comune cultura della giurisdizione, la valutazione del fondamento delle iniziative da assumere. La proposta di riforma costituzionale ignora anche la magistratura contabile. Nell’ambito di questa, le carriere e le funzioni dei magistrati giudicanti e requirenti restano comuni. Occorre ricordare che il pubblico ministero contabile può agire, ma non può indagare. Per assumere l’iniziativa per il risarcimento dei danni provocati alla pubblica amministrazione deve ricevere una “specifica e concreta notizia di danno”. Indipendentemente dalle intenzioni non dichiarate della proposta, che possono essere negate e contestate, essa, per questa prima parte, non merita accoglimento e merita, invece, di essere vigorosamente respinta. Non occorre cambiare la Costituzione più bella del mondo per introdurre nuove e diverse presunte garanzie. La Carta fondamentale della Repubblica, come interpretata ed applicata dalla Corte costituzionale, fornisce già strumenti per la realizzazione dello Stato di diritto. I principii, i valori e le regole da essa espressi richiedono, piuttosto, di essere rinforzati. Amarezza e rancore - Per questa prima parte, la proposta di riforma costituzionale esprime il rancore di chi è riuscito soccombente di fronte ad iniziative del pubblico ministero e tenta di giustificare la sconfitta con l’appartenenza di questo al medesimo ordine del giudicante. Non può escludersi che ciò talvolta sia avvenuto, ma questa è la sorte di ogni processo, penale, civile, amministrativo, contabile. I processi esistono per suscitare il confronto dialettico in base a regole predeterminate. Possono concludersi con la vittoria o con la sconfitta. L’amarezza di chi si è visto perdente non può essere un argomento per cambiare le regole fondanti lo Stato di diritto. Analoga risposta merita la seconda parte della proposta di riforma costituzionale, relativa alla creazione di due distinti consigli superiori della magistratura, uno per la magistratura giudicante ed uno per la magistratura requirente, entrambi composti da magistrati scelti per sorteggio e da membri laici, pure sorteggiati, ma in una rosa di nomi selezionati dal Parlamento. Prescindendo dai costi che implica lo sdoppiamento dell’organo di autogoverno della magistratura, la designazione per sorteggio dei componenti si manifesta aberrante. Nessuna persona ragionevole affiderebbe a soggetti scelti per sorteggio la decisione di qualunque questione. La proposta di riforma costituzionale è stata presentata quale reazione agli abusi delle correnti della magistratura. Ma, in un qualunque sistema democratico, l’espressione delle opinioni e la gestione delle istituzioni è affidata a forme di associazione. Il clamore mediatico suscitato dalle vicende che hanno coinvolto Luca Palamara non significa che tutti i dirigenti degli uffici giudiziari, dal primo presidente della Corte di cassazione al presidente o al procuratore della Repubblica del più piccolo dei tribunali siano stati designati mediante fenomeni di corruzione. Non tutti i dirigenti degli uffici giudiziari appartengono alla medesima corrente o sono iscritti a correnti. Essi sono stati designati in base a procedimenti nei quali le correnti hanno avuto indubbiamente peso, ma non è credibile che la nomina di ciascuno di essi sia stata determinata soltanto dalla appartenenza all’una o all’altra corrente. A Giovanni Falcone, ad esempio, fu preferito un candidato scelto per anzianità. La trasparenza - La Corte costituzionale ha indicato nella trasparenza il valore fondante i procedimenti per la designazione dei dirigenti degli uffici giudiziari. Gli esiti possono essere condivisi o possono essere contestati. Ma ciò appare assolutamente fisiologico in un sistema democratico. E si manifestano anche fisiologiche le discussioni che precedono le nomine, quali che siano gli argomenti spesi. Ciò che è essenziale, come affermato dal Giudice delle leggi, è che i procedimenti di nomina siano trasparenti, affinché, appunto, l’applicazione dei criteri possa essere condivisa o contestata. A ben vedere, anche questa seconda parte della proposta di riforma costituzionale esprime il rancore per esiti non condivisi. Non può escludersi l’ingiustizia di questi ultimi. A tal fine è aperta la strada della impugnazione dei provvedimenti di nomina innanzi al giudice amministrativo. Ma il dissenso rispetto ad alcune decisioni sulla designazione dei dirigenti degli uffici giudiziari non può essere un argomento per cambiare le regole fondanti lo Stato di diritto ed affidare quelle decisioni a membri scelti per sorteggio. La terza parte della proposta di riforma costituzionale riguarda la istituzione di un’”Alta corte disciplinare”, i membri della quale dovrebbero pure essere designati mediante sorteggio. Occorre, innanzi tutto, ribadire che il metodo di designazione dei componenti si manifesta aberrante, al pari di quello proposto, in generale, per l’organo di autogoverno. La proposta è stata fondata sull’esigenza di rafforzare il procedimento disciplinare. Attualmente la violazione delle regole disciplinari, minuziosamente indicate, può essere denunciata dal procuratore generale della Cassazione e dal Ministro della Giustizia. Se il potere esecutivo, in persona del Ministro della Giustizia, si fosse doluto del funzionamento del procedimento disciplinare, avrebbe potuto rinforzare i poteri di iniziativa dei quali già dispone. Ha proposto, invece, di creare un nuovo organo. In ogni caso, la valutazione del rispetto delle regole deontologiche nell’esercizio della professione è affidata agli esercenti la medesima, come avviene per tutte le professioni. La proposta prevede anche che le decisioni dell’”Alta corte” siano impugnabili innanzi alla medesima in diversa composizione. Essa non considera che, in base alla Costituzione della Repubblica italiana, tutti i provvedimenti possono essere impugnati per cassazione, quale che sia la forma e quale che sia l’organo giurisdizionale che li ha emessi. Poiché non può dubitarsi che l’”Alta corte” sia un organo giurisdizionale, la proposta si presta ad essere intesa nel senso di istituire un doppio grado di giurisdizione per il procedimento disciplinare. La prima decisione potrebbe essere impugnata innanzi alla stessa corte e la decisione resa in secondo grado sarebbe comunque sindacabile dalla Corte di cassazione. Sfuggono le ragioni per le quali dovrebbe essere modificata, per questa parte, la Carta fondamentale della Repubblica. I contenuti politici - La proposta di riforma costituzionale è stata vestita di contenuti politici, per l’adesione o per l’opposizione alla maggioranza parlamentare che l’ha formulata e che esprime l’attuale Governo. Il referendum è una trappola mediatica per la magistratura, ripetutamente indicata come avversaria del potere esecutivo, insofferente all’applicazione di ogni regola. La proposta di riforma costituzionale, tuttavia, merita di essere valutata in base al suo contenuto. I servi esprimono opinioni soltanto per compiacere un padrone. Ma, proprio per reagire alla regressione ad un sistema feudale, nel quale non esistono regole, ma soltanto l’asservimento a un padrone, appare doveroso esprimere un fermo NO al tentativo di sovvertire le regole fondanti lo Stato di diritto, ricordando le parole di Carlo Emilio Gadda (Quel pasticciaccio brutto de via Merulana, 2° ed. 1957, rist. Garzanti, 1983, p. 93 s): “L’effetto che la resurrezione in parola cavò di sue viscere, infoiata di poter finalmente disporre di tutte le disponibilità resele a disposizione dal potere, fu quello che si verifica ogni volta: intendo dire ad ogni assunzione del medesimo: conglomerare le tre balìe - da Carlo Luigi de Secondat de Montesquieu con sì chiaroveggente capa sceverate, (...) - conglomerarle, tutte tre, in unica e trina impenetrabile camorra”. Il Governo rispetti chi sta raccogliendo le firme e non forzi sulla data del referendum di Massimo Siclari* Il Domani, 23 dicembre 2025 Una scelta anticipata rispetto allo scadere dei novanta giorni dalla pubblicazione del testo su cui si andrà a votare nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica (curiosamente avvenuta il giorno stesso dell’approvazione parlamentare) sarebbe inopportuna ed inevitabilmente destinata a turbare il clima in cui dovrebbe svolgersi la campagna referendaria. Stando alle dichiarazioni del ministro Carlo Nordio e del viceministro Francesco Paolo Sisto, il referendum costituzionale in tema di giustizia potrebbe tenersi nel mese di marzo, se non entro la metà del mese, secondo quest’ultimo. Più di recente, è apparsa notizia per cui in ambienti governativi sarebbe emersa la volontà di chiamare i cittadini al voto il 1 marzo, la prima domenica del mese. Dichiarazioni dettate dal desiderio di chiudere al più presto la partita, nella migliore delle ipotesi sulla base della convinzione di contribuire a ribadire la credibilità del governo e della maggioranza che lo sostiene. Ad una lettura maliziosa, si potrebbe pensare ad una volontà di far svolgere nei tempi più ristretti la campagna referendaria, così limitando la possibilità di informare adeguatamente gli elettori sulla portata e le conseguenze delle modifiche approvate dalle Camere. Non solo il voto - E già: perché, al contrario di quel che viene fin troppo spesso frainteso, sulla base di una diffusa ma riduttiva ed erronea concezione della democrazia, questa non si risolve nell’esercizio del voto, ma esso deve essere libero (oltre che segreto, uguale e personale, come la Costituzione prevede all’art. 48) e, soprattutto, informato e consapevole. La genuinità del voto referendario è garantita dalla comprensibilità del quesito posto all’elettore che solo sulla base di una corretta e, nei limiti del possibile, capillare campagna referendaria, potrà esprimere il voto consapevolmente. E ciò è tanto più necessario quando sia posto all’elettore un quesito complesso, qual è quello se approvare o respingere la riforma costituzionale in questione. Ma vediamo di capire quali sono i tempi previsti dalla normativa vigente, che, fino ad ora, il ministro Nordio, correttamente, ha soggiunto di volere rispettare. La concreta fissazione della data spetta al Consiglio dei ministri ed in base a tale delibera viene indetto il referendum con decreto del Presidente della Repubblica, entro sessanta giorni dalla comunicazione dell’ordinanza dell’Ufficio centrale del referendum che lo abbia ammesso. La data di svolgimento delle operazioni di voto sarà una domenica compresa tra il cinquantesimo ed il settantesimo giorno successivo alla emanazione del decreto presidenziale (artt. 15, l. 352/1970). Ora, nelle precedenti occasioni in cui si sono svolti i referendum su riforme costituzionali, le operazioni ora ricordate si sono avviate dopo il trascorrere dei novanta giorni previsti dall’art. 138 Cost. per la presentazione della richiesta del referendum, che, va ricordato, può essere presentata da un quinto degli appartenenti ad una delle due Camere, da cinque consigli regionali nonché da cinquecentomila elettori. Da rilevare che solo in un caso venne presentata una richiesta da parte di (oltre) cinquecentomila elettori (oltre che dagli altri titolari dell’iniziativa): fu nel 2006, quando si votò sull’ampia riforma voluta dalla maggioranza guidata da Silvio Berlusconi, mentre nel 2016 non si raggiunsero le firme, ma fu sufficiente la richiesta presentata dai parlamentari, perché si potesse svolgere la consultazione popolare. Per quanto riguarda la riforma approvata quest’anno dal Parlamento, sono state presentate ben quattro richieste di referendum da parte sia di esponenti della maggioranza, sia da esponenti dell’opposizione. E la Corte di cassazione ha già deciso che le richieste stesse sono legittime e che, dunque il referendum si farà. È stata una decisione assai tempestiva (forse fin troppo…), contraddicendo la precedente prassi, in base alla quale tutte le richieste presentate (di qualsiasi provenienza) furono valutate solo allo scadere dei tre mesi previsti dall’art. 138 Cost. E, sulla base di una interpretazione letterale (ma, come detto, mai seguita in precedenza) dell’art. 15 della legge sul referendum (in base al quale, come detto, il decreto d’indizione dovrebbe essere emanato entro sessanta giorni dalla comunicazione dell’ordinanza della Cassazione) il Governo potrebbe decidere di scegliere una data molto prima che scadano i novanta giorni previsti dalla Costituzione per la presentazione della richiesta del referendum. Tuttavia, il 19 dicembre, è stata depositata da un comitato promotore composto da elettori un’ulteriore richiesta di referendum sul testo approvato dalle Camere. Una richiesta che potrebbe essere considerata tardiva, ma che non è del tutto intempestiva, atteso che la raccolta di almeno cinquecentomila firme - oltre che con i tradizionali metodi - può da qualche tempo essere effettuata in via telematica. Pur se rivestita dalla legalità formale sorretta dall’interpretazione letterale del citato art. 15 (un tipo di interpretazione definito dalla Corte costituzionale “primitivo”, in quanto scevra dell’indispensabile considerazione sistematica delle previsioni costituzionali e delle disposizioni di leggi ordinarie che ad esse danno svolgimento, oltre che, in questo caso, distanti dall’esperienza maturata nel senso di una costante applicazione di una previsione normativa), una scelta anticipata rispetto allo scadere dei novanta giorni dalla pubblicazione del testo su cui si andrà a votare nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica (curiosamente avvenuta il giorno stesso dell’approvazione parlamentare) sarebbe, quanto meno estremamente inopportuna ed inevitabilmente destinata a turbare il clima in cui dovrebbe svolgersi la campagna referendaria. *Professore ordinario di Diritto costituzionale, Università degli Studi Roma Tre Le toghe contabili: “Così il Governo limita i controlli” di Mario Di Vito Il Manifesto, 23 dicembre 2025 Per una riforma della giustizia che dovrà affrontare un referendum, ce n’è un’altra che sabato facilmente diventerà legge con un voto del Senato. Si tratta del ridisegno delle funzioni e dell’organizzazione della Corte dei conti, organo che ultimamente ha dato un paio di dispiaceri grossi al governo sul progetto per il ponte sullo Stretto di Messina, bollato come illegittimo per una lunga serie di motivi, dalla violazione delle direttive europee all’incertezza sui costi, dai problemi sui contratti alla mancanza del parere dell’Autorità di regolazione dei trasporti. Questioni che in futuro potrebbero non porsi. Con la riforma, la Corte dei conti avrà trenta giorni per effettuare i suoi controlli preventivi di legittimità. Scaduto questo termine, s’intenderà valido il principio del silenzio assenso. E ancora: via i procuratori generali regionali per concentrare tutto il lavoro nelle mani di un solo presidente di sezione per regione, che dovrà deciderà in completa autonomia quali atti controllare e quali consegnare invece al silenzio assenso. Il potere di controllo si appiattisce così su quello di giurisdizione, in un percorso del tutto opposto rispetto a quello della separazione delle carriere dei magistrati ordinari. Non basta: il tetto ai risarcimenti viene fissato al 30% del danno, con responsabilità limitata degli amministratori e dei funzionari pubblici. Un buffetto o poco più. È così che, nella moltiplicazione degli articoli del codice penale che questo governo porta avanti sin dal suo insediamento, continua pure l’alleggerimento delle possibili contestazioni ai colletti bianchi. La Corte dei conti, infatti, per lo più si occupa di materie da manager: appalti, fondi europei, il Pnrr, le grandi opere. Lavorare su questi temi diventerà sempre più difficile. Forse si guadagnerà qualcosa in termini temporali, ma di sicuro, a voler essere gentili, si perderà molto per quanto riguarda la trasparenza. Secondo l’Associazione dei magistrati della Corte dei conti, siamo davanti a “una riforma frettolosa e priva di una visione sistemica, che rischia di ridimensionare in modo significativo il ruolo della magistratura contabile e di alterare gli equilibri costituzionali posti a tutela della legalità, della finanza pubblica e del corretto utilizzo delle risorse pubbliche, incluse quelle del Pnrr”. È così che, “di fatto, il controllo perde la sua funzione costituzionale di verifica della legittimità dell’azione amministrativa e si trasforma in uno strumento per scudare i responsabili dello spreco di denaro pubblico, a detrimento dei cittadini e della capacità, a livello statale e locale, di garantire i servizi essenziali cui questi hanno diritto”. Per il presidente dell’Amcc Donato Centrone, “questa riforma non rafforza l’efficienza della pubblica amministrazione, ma rischia di indebolire i presidi di legalità”. Dalla richiesta - probabilmente vana - al parlamento di concedere “un ulteriore spazio di riflessione serio e approfondito, nel rispetto del ruolo costituzionale della magistratura contabile e dell’interesse generale”. L’auspicio, dunque, è di un “ripensamento last minute” (parole sempre di Centrone) da parte della maggioranza, anche se i margini di manovra appaiono strettissimi, perché il 31 dicembre scade lo scudo erariale che limita le responsabilità amministrative per i possibili danni nella spesa del Pnrr e il governo vorrebbe in tutti i modi evitare di lasciare la questione in sospeso: da qui la necessità di chiudere la partita sabato. poi c’è un’intenzione politica chiara tanto quanto lo è quella che sta dietro la riforma costituzionale sulle carriere dei magistrati e sul Csm. Così il leader dei Verdi Angelo Bonelli: “È una vendetta della maggioranza contro la Corte dei conti, colpevole di aver dichiarato illegittima la procedura sul Ponte sullo Stretto. Altro che semplificazione: il governo Meloni smantella il principale presidio di legalità dello Stato per garantirsi impunità”. Sardegna. Detenuti al 41 bis, il provveditore regionale: “Non siamo stati avvisati” di Marco Noce L’Unione Sarda, 23 dicembre 2025 Parla Domenico Arena: “Siamo preoccupati. Il sistema isolano? Già in sofferenza”. I detenuti al 41 bis da trasferire in Sardegna? Quanti? E dove? A Uta? A Nuoro? Mistero: l’amministrazione penitenziaria regionale non sa cosa intenda fare quella nazionale. “Non siamo stati consultati né interpellati né informati”, alza le mani il provveditore per la Sardegna, Domenico Arena. Siciliano di nascita, poco meno di un anno fa è stato trasferito da Roma a Cagliari con l’incarico di sovrintendere al sistema carcerario isolano: un ritorno nell’isola, per Arena, che ha vissuto a Sassari gli anni dell’università. “Siamo preoccupati”, confessa: non solo per i rischi di infiltrazioni da parte della criminalità organizzata ma anche per l’impatto che la novità potrebbe avere su un sistema carcerario in affanno e che sta provando, a fatica, ad “aprirsi” al territorio. Davvero non sa cosa succederà? “Non abbiamo avuto nessuna comunicazione ufficiale. La competenza è esclusivamente del Ministero: il Dipartimento regionale è chiamato ad attuare decisioni già assunte o ancora da assumere. So solo che la questione è stata affrontata giovedì scorso in una conferenza Stato-Regione”. Curioso che il livello attuativo non abbia informazioni... “Molto curioso, sì. Rilevo, però, che non è obbligatorio informarci”. Non sa nemmeno se questi detenuti al 41bis verrebbero destinati a Nuoro oppure a Uta? “Ripeto, non ho ricevuto comunicazioni. Personalmente credo che l’ipotesi più fondata sia Uta, dato che in quel carcere è in corso da dieci anni un progetto per la realizzazione di un reparto di massima sicurezza. Un progetto che - non è un mistero - è a buon punto”. Sardegna. Detenuti 41 bis, dopo il no ora si cercano le colpe politiche di Marzia Piga cagliaritoday.it, 23 dicembre 2025 Il senatore dem Marco Meloni: “Norma del 2009 con il centrodestra”. Ticca (Riformatori): “Scelte fatte nel 2020 dall’esecutivo Conte”. Comandini: “Dal Governo ci attendiamo e pretendiamo lealtà e correttezza istituzionale”. Il dibattito sul possibile rafforzamento della presenza di detenuti in regime di 41 bis in Sardegna (ne abbiamo scritto qui) non è destinato a placarsi e ora si sposta sulle responsabilità politiche della scelta di inviare i detenuti speciali nelle zone insulari. A intervenire è il senatore sardo del Partito Democratico Marco Meloni, che in una nota chiama direttamente in causa Fratelli d’Italia e il deputato Salvatore Deidda, chiedendo un fronte comune per evitare che l’isola diventi la destinazione privilegiata dei detenuti di massima sicurezza. “Leggo con stupore - afferma Meloni - che mentre la società e la politica sarda si mobilitano contro il rischio di un trasferimento di massa dei criminali più pericolosi d’Italia, Deidda rassicura tutti, come se fosse in possesso di informazioni che il ministero nega da mesi agli altri parlamentari”. Il riferimento è alle dichiarazioni del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove alla Conferenza unificata del 18 dicembre, quando è stata confermata l’intenzione di concentrare i detenuti in sette istituti “esclusivamente dedicati”, tre dei quali in Sardegna: Sassari, Nuoro e Cagliari-Uta. Secondo Meloni, non si tratta di una semplice separazione dei detenuti più pericolosi dal resto della popolazione carceraria, ma di una scelta politica precisa, finora poco trasparente. Al centro della polemica c’è l’articolo 41 bis, comma 2-quater, che prevede la collocazione dei detenuti “preferibilmente in aree insulari”. “Quella norma - ricorda il senatore - nasce con la Legge 94 del 2009, il cosiddetto pacchetto sicurezza, votato dal centrodestra e contrastato dal centrosinistra”. “Noi vorremmo che tutti, a prescindere dagli errori commessi o da scelte di cui non si era compresa fino in fondo la portata, fossimo uniti in questa battaglia - aggiunge -. Serve un fronte comune - conclude Meloni - per abrogare una disposizione che rischia di condannare la Sardegna a diventare la destinazione prioritaria dei detenuti di massima sicurezza. Invito Deidda e Fratelli d’Italia a unirsi alla battaglia di tutti i sardi per il futuro dell’isola”. Sempre per i Dem interviene anche il presidente del Consiglio regionale, Piero Comandini che bacchetta il governo Meloni: “Dal Governo ci attendiamo e pretendiamo lealtà e correttezza istituzionale. Non è accettabile che decisioni che possono turbare e modificare il tessuto sociale di interi territori e stravolgere l’organizzazione penitenziaria regionale, come è appunto quella di trasferire in Sardegna i detenuti in regime di 41 bis, siano calate dall’alto senza che ci sia stato preventivamente un adeguato coinvolgimento delle istituzioni regionali, delle comunità e delle popolazioni locali”. Comandini ricorda che le carceri sarde ospitano un numero già elevato di detenuti di massima sicurezza: “Decidere che debbano essere destinate esclusivamente per i condannati al 41bis è una scelta politica irresponsabile e prepotente, che la Sardegna non subirà senza far sentire con forza la sua voce, a cominciare dal Consiglio regionale”. “La questione del 41-bis e dei trasferimenti in Sardegna non nasce oggi - ricorda Umberto Ticca, capogruppo dei Riformatori in Consiglio regionale -. Già nel 2020, sotto il Governo Conte II sostenuto dal centrosinistra, furono assunte scelte che hanno inciso sull’utilizzo dei nostri istituti penitenziari: un esecutivo del quale faceva parte anche l’attuale presidente della Regione”. “Noi su questo tema siamo coerenti da sempre - sottolinea Ticca -: ieri come oggi, a prescindere dal colore del Governo, diciamo che la Sardegna non può essere trattata come una soluzione logistica per problemi decisi altrove. È giusto opporsi oggi, ma è altrettanto giusto ricordare che in passato non ci si è opposti. Ora però la priorità è una sola: evitare in ogni modo che la Sardegna paghi scelte decise altrove”. Gela (Cl). Si toglie la vita nel carcere di Balate a 37 anni, emergenza suicidi vrsicilia.it, 23 dicembre 2025 Un corpo senza vita in una cella. La corsa contro il tempo degli agenti della polizia penitenziaria, i tentativi di rianimazione, poi la constatazione del decesso. È quanto accaduto nel carcere di Balate, a Gela, dove un detenuto di 37 anni si è tolto la vita impiccandosi. L’allarme è scattato durante un controllo di routine. I funerali si sono svolti ieri. L’uomo era detenuto per reati legati alla droga ed era rientrato da poco in istituto dopo la revoca degli arresti domiciliari. Un rientro improvviso che riporta l’attenzione sulle condizioni psicologiche dei detenuti nelle fasi più delicate della detenzione e sui percorsi di supporto disponibili all’interno delle strutture penitenziarie. Tragedie del genere sono purtroppo dietro l’angolo, anche in strutture come Balate, dove le condizioni carcerarie dei detenuti, sono state più volte indicate come ben sopra la media rispetto a quelle delle carceri italiane. La tragedia si consuma nel periodo delle festività natalizie, indicato da operatori e sindacati come uno dei momenti più critici in carcere. Le ricorrenze accentuano isolamento e fragilità, soprattutto in contesti già segnati da carenze di personale e di assistenza psicologica. Il caso di Gela si aggiunge a una lunga serie di suicidi registrati nel 2025. A Verona Montorio si contano tre episodi nello stesso istituto. Ad Ariano Irpino un detenuto di 29 anni con fragilità psichiche. A Modena il quinto suicidio dall’inizio dell’anno. A Cremona uno dei primi casi del 2025. Secondo dati ufficiali e stime di associazioni indipendenti, nel corso dell’anno il numero dei suicidi nelle carceri italiane ha raggiunto livelli allarmanti. Le analisi indicano come fattori ricorrenti il sovraffollamento, con tassi medi oltre il 130 per cento della capienza, la carenza di educatori e psicologi e condizioni materiali spesso inadeguate. Il suicidio avvenuto a Gela riporta al centro il tema delle politiche penitenziarie e della prevenzione del disagio psichico. Le associazioni per i diritti dei detenuti e i sindacati della polizia penitenziaria continuano a chiedere interventi strutturali, dall’aumento dei servizi di sostegno alla riduzione del sovraffollamento, per affrontare un’emergenza che nel 2025 continua a segnare il sistema carcerario italiano. Cassino (Fr). Muore in carcere a 47 anni, i familiari chiedono chiarezza sul decesso di Angela Nicoletti frosinonetoday.it, 23 dicembre 2025 Il detenuto era assistito dagli avvocati Persichini e Bartolomucci. La Procura ha disposto l’esame autoptico per accertare le cause della morte. Sono ore di dolore e interrogativi per la famiglia di Francesco Morra, il detenuto di 47 anni deceduto nel carcere di Cassino nella notte tra sabato e domenica. L’uomo è stato trovato privo di vita all’interno della cella dopo un improvviso malore, segnalato dai compagni di detenzione. L’allarme ha fatto scattare l’intervento degli agenti della polizia penitenziaria e dei sanitari del 118, ma all’arrivo dei soccorsi la situazione appariva già compromessa. Morra era seguito dagli avvocati Claudio Persichini e Daniele Bartolomucci e, secondo quanto emerso, era prossimo a un trasferimento in una struttura riabilitativa, dove avrebbe dovuto proseguire il percorso legato al residuo di pena. I familiari, assistiti dai legali, hanno deciso di presentare una denuncia per chiarire ogni aspetto della vicenda. La Procura ha quindi disposto l’esame autoptico, che sarà determinante per accertare le cause della morte e verificare eventuali responsabilità. Le parole del garante Anastasia - “Un uomo di 47 anni è morto ieri nel carcere di Cassino. Aveva molti problemi di salute e a marzo sarebbe stato scarcerato, ma intanto, per sicurezza, era sottochiave. A proposito della ‘resa dello Stato’, di cui straparla il Ministro Nordio”. Così il Garante delle persone detenute della Regione Lazio, Stefano Anastasìa, alla notizia della morte di un detenuto a Cassino. Con un tasso di affollamento del 185 per cento, la Casa circondariale di Cassino è l’istituto più sovraffollato del Lazio, seguito da Latina e Rieti. Con una capienza regolamentare di 200 posti, i posti effettivamente disponibili sono 90. Al 30 novembre di quest’anno erano presenti 170 detenuti, di cui 60 stranieri. Carinola (Ce). Detenuto 38enne trovato cadavere in cella, indaga la Procura paesenews.it, 23 dicembre 2025 È stato trovato cadavere all’interno della sua cella Salustri Marco, di 38 anni, originario di Roma, sposato a Napoli, e da qualche tempo detenuto nella struttura carceraria di Carinola dove stava scontando una pena definitiva per reati minori. Avrebbe terminato la sua pena fra circa un anno. Il decesso è avvenuto ieri, le circostanze restano ancora tutte da chiarire, come restano da chiarire le cause. Per fare luce sulla vicenda, la Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere ha ordinato il sequestro della salma e il suo trasferimento presso l’Istituto di medicina legale di Caserta, dove saranno svolti gli esami necessari a stabilire le cause del decesso. Salustri era, fino a pochi giorni fa, un detenuto normale come tanti, ogni settimana riceveva le visite dei familiari. Pochi giorni fa la situazione sarebbe crollata, tanto che l’uomo avrebbe rifiutato il colloquio previsto con la moglie. La donna, insospettita per l’inusuale decisione dell’uomo, avrebbe contattato l’avvocato di fiducia - Danilo Riccio - che avrebbe allertato il garante dei detenuti. Ieri mattina la tragica comunicazione con cui il personale del carcere informava la famiglia della morte del 38enne. Civitavecchia (Rm). È Corrado Lancia il primo Garante cittadino delle persone detenute garantedetenutilazio.it, 23 dicembre 2025 “Ringrazio il Sindaco Marco Piendibene e l’Amministrazione comunale di Civitavecchia per la decisione di istituire e nominare il Garante comunale dei detenuti, peraltro nella persona di Corrado Lancia, che viene da un importante percorso di impegno civile e istituzionale a fianco delle persone detenute”. Così il Garante delle persone detenute della Regione Lazio, Stefano Anastasìa, alla notizia della nomina di Corrado Lancia a garante comunale. “È importante - ha proseguito Anastasìa - che gli enti locali, i comuni o le province in forma aggregata, si dotino di autonome figure di garanzia delle persone private della libertà, che possano assicurare loro il pieno accesso ai servizi sociali e anagrafici e sensibilizzare le comunità locali sulle necessità degli istituti penitenziari, delle Rems e degli altri luoghi di privazione della libertà”. Con la ratifica in Consiglio Comunale dello scorso 18 novembre, Civitavecchia istituisce dunque ufficialmente la figura del Garante comunale delle persone private della libertà personale. L’incarico, conferito dal Sindaco a seguito di un avviso pubblico, è stato affidato a Corrado Lancia, volontario storico della Comunità di Sant’Egidio e da circa un anno e mezzo Delegato comunale per gli istituti penitenziari cittadini. Lancia non è solo il primo Garante nella storia della città, ma rappresenta anche il centesimo componente della Conferenza nazionale dei Garanti territoriali che adesso conta 19 Garanti regionali, 8 provinciali e 73 comunali. Il neo-garante inizia il suo mandato in un contesto complesso. Il territorio di Civitavecchia infatti ospita due realtà opposte: la Casa circondariale “G. Stefanini” e la Casa di reclusione “G. Passerini”. Con 626 persone detenute di cui 39 donne, 279 stranieri, a fronte dei 347 posti effettivamente disponibili, la Casa circondariale di Civitavecchia è tra gli istituti con il maggior tasso di affollamento nel Lazio: 180 per cento (dati al 30 novembre). Decisamente diversa invece la situazione della Casa di reclusione che, a fronte di 92 posti disponibili, ospita 80 detenuti, con un tasso di affollamento pari all’87 per cento. Il profilo e l’impegno - Corrado Lancia porta con sé l’esperienza di sette anni di servizio in carcere, durante i quali ha costruito una fitta rete di relazioni con direzioni, educatori, associazioni di volontariato, Polizia penitenziaria e Cappellania. Tra le sue iniziative già avviate figurano laboratori formativi, percorsi di inserimento lavorativo e incontri di sensibilizzazione, come quello recente sulla giustizia riparativa con Gherardo Colombo. “Il carcere è una priorità - sostiene. Mi riprometto di collaborare con avvocati e magistrati di sorveglianza. Sarò la voce anche degli educatori e degli agenti di Polizia penitenziaria, oggi costretti a lavorare in condizioni tali da sentirsi, spesso, reclusi nel proprio stesso luogo di lavoro”. Lancia ha poi concluso sottolineando il valore umano del suo incarico: “Dopo sette anni di colloqui come volontario, continuerò a lavorare senza dimenticare l’importanza dell’ascolto: ascoltare, senza giudicare”. Padova. “Il Panettone della Carità e della Speranza”, il dono per Gaza della Cooperativa Giotto vaticannews.va, 23 dicembre 2025 I dipendenti del noto organismo sociale di Padova rinunciano in questo Natale ai doni per inviare un importante contributo alla comunità della Sacra Famiglia e anche all’Opera della Provvidenza di S. Antonio di Sarmeola di Rubano, che da più di 60 anni accoglie persone di ogni età con gravi patologie e fragilità. Dalla cooperativa anche l’idea di un panettone che rilancia un messaggio di solidarietà e pace. In questo Natale i 650 dipendenti della Giotto, cooperativa sociale attiva da circa quarant’anni per i più fragili a Padova, non riceveranno un dono ma saranno loro a farlo. Quasi “una necessità interiore”, si legge in una nota dell’associazione, fare qualcosa di concreto per aiutare la popolazione in guerra a Gaza, ma anche donare qualcosa all’Opera della Provvidenza di Sant’Antonio di Sarmeola di Rubano, che da più di sessant’anni accoglie persone di ogni età con gravi disabilità, patologie e fragilità, prendendosi amorevolmente cura di loro. L’equivalente della spesa per i doni di Natale della Cooperativa, quasi 70 mila euro, sarà quindi donato a favore della Parrocchia della Sacra Famiglia di Gaza e dell’OPSA. Interrogarsi davanti a ciò che oggi accade - “Il clima in cui stiamo vivendo ci ha molto interrogato”, scrive la Giotto in un comunicato. “Il dilagare dei conflitti, dai più vicini a noi come la guerra tra Russia e Ucraina o tra Israele e la Palestina, ai più lontani come, ad esempio, in alcuni Paesi dell’Africa dove si stanno consumando tragedie violentissime di cui neanche abbiamo idea, non potevano lasciarci indifferenti fino ad arrivare piano piano a farci l’abitudine. Del resto, già in tema di immigrazione se questa notte nel Mediterraneo si annegano 50 persone il naufragio non fa più notizia, come pure le violenze inaudite che si consumano sulle coste libiche e non solo. Del tema della disumanità con cui si trattano le persone in carcere se ne fa solo un uso propagandistico e l’attenzione nei confronti delle persone in disagio sociale (persone con disabilità, con leggere depressioni, con patologie psichiatriche o più semplicemente sole) si esaurisce con semplici slogan. In Italia, anche se le devastazioni non sono materiali (anche se in realtà non è proprio così) e perciò apparentemente non si vedono, stanno lasciando un segno profondo nella nostra società ed in ciascuno di noi”. L’incoraggiamento di Papa Leone - Ad incoraggiare l’attività della cooperativa, anche le parole di Papa Leone XIV nel Giubileo per i poveri, al quale la Giotto ha partecipato con una trentina di persone. “Quante povertà opprimono il nostro mondo! Sono anzitutto povertà materiali, ma vi sono anche tante situazioni morali e spirituali, che spesso riguardano soprattutto i più giovani. E il dramma che in modo trasversale le attraversa tutte è la solitudine. Essa ci sfida a guardare alla povertà in modo integrale, perché certamente occorre a volte rispondere ai bisogni urgenti, ma più in generale è una cultura dell’attenzione quella che dobbiamo sviluppare, proprio per rompere il muro della solitudine. Perciò vogliamo essere attenti all’altro, a ciascuno, lì dove siamo, lì dove viviamo, trasmettendo questo atteggiamento già in famiglia, per viverlo concretamente nei luoghi di lavoro e di studio, nelle diverse comunità, nel mondo digitale, dovunque, spingendoci fino ai margini e diventando testimoni della tenerezza di Dio”, diceva il Pontefice. E agli operatori della carità, ai tanti volontari, a quanti si occupano di alleviare le condizioni dei più poveri esprimeva “la mia gratitudine, e allo stesso tempo il mio incoraggiamento ad essere sempre più coscienza critica nella società”. Tenere accese le domande del cuore - “Come cooperativa Giotto abbiamo sentito tutta la responsabilità e il desiderio di cercare di non diventare cinici, di vivere un senso di totale impotenza o ancor peggio di schierarsi pro o contro qualcuno. Abbiamo sentito la necessità di interrogarci e di sollecitare tutti i nostri dipendenti a tenere accese le domande vere che escono dal cuore di ciascuno”, si legge nella nota dell’associazione. I cui membri hanno fatto proprio anche l’invito del patriarca latino di Gerusalemme, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, che dialogando con alcuni studenti che chiedevano “se veramente è possibile costruire la pace”, ha risposto: “Se l’obiettivo è la pace nel mondo saremo sempre un po’ frustrati. Non voglio sembrare pessimista, ma è così. Io voglio costruire la Pace non perché voglio ottenere un obiettivo, ma perché è un dono che ho ricevuto e che voglio condividere. La pace nasce da un desiderio personale, interiore, da un’esperienza che ho fatto e che diventa contagiosa… C’è un’altra cosa importante: io non voglio permettere al corso degli eventi qui di cambiare me”. Il “pacco di Natale” - Con questo desiderio il 7 ottobre, ricorrenza dell’attentato di Hamas a Israele, la Cooperativa Giotto ha proposto ai suoi dipendenti di ascoltare la testimonianza di due mamme, una israeliana e una palestinese, che avevano entrambe perso un figlio. Due mamme come tante altre che hanno avuto il coraggio di guardarsi in faccia e abbracciarsi, iniziando un vero e profondo percorso di riconciliazione per i loro figli e per loro stesse. Da qui è nata l’idea del “Panettone della Carità e della Speranza”, una iniziativa nata dalle discussioni in consiglio di amministrazione e tra i vari responsabili sui regali di Natale. A prevalere, tra le diverse idee, “il desiderio di non dimenticare, di tenere deste le domande sul senso di tutto quello che sta accadendo, lontano ma anche vicino”. Ci si è dunque interrogati su cosa fare del consueto “Pacco di Natale” e tutti hanno deciso di rinunciarvi per donarlo alla parrocchia della Sacra Famiglia della Striscia di Gaza, “come gesto di attenzione e di speranza perché quelle persone sentano che c’è qualcuno che vuol bene loro”, e all’Opera della Provvidenza di Sant’Antonio (lo storico Cottolengo della diocesi di Padova), opera straordinaria di carità. Un dono ai dipendenti - Qualcuno ha poi suggerito che comunque sarebbe stato bello fare avere a tutti i dipendenti un dono nel giorno dei consueti auguri di Natale e che non poteva esserci dono migliore del panettone. Ma come fare a non togliere i soldi da donare? I dipendenti della Giotto hanno spiegato la loro scelta al noto maestro pasticcere Luigi Biasetto e alla moglie Sandra che si sono resi subito disponibili ad aiutare. Assieme all’imprenditore Andrea Muzzi dell’omonima Antica Pasticceria Muzzi si è data vita al “Panettone della Carità e della Speranza”. Un altro imprenditore, Francesco Bernardi della Nuova Grafotecnica, ha aiutato a dare una nuova veste al panettone che contiene ora un messaggio di speranza. E così, ad un costo contenutissimo, anche tutti i dipendenti hanno potuto ricevere il loro dono di Natale. “Con un impatto virtuoso inatteso: molti ospiti e amici hanno iniziato a dare anche il loro contributo. Le cose buone e sincere non finiscono mai e alla fine inaspettatamente è più quello che si riceve di quello che si dona”. Ragusa. Così i genitori detenuti e i figli giocano insieme per un giorno di Alessia Cataudella La Sicilia, 23 dicembre 2025 Anche nella casa circondariale di Ragusa il Natale ha acceso un’atmosfera diversa, trasformando per un giorno il carcere in uno spazio di incontro e condivisione tra genitori detenuti e figli. L’iniziativa si è svolta grazie al progetto Labirinti, che ha permesso a bambini e bambine di giocare nel cortile dell’istituto insieme ai propri genitori. Un’occasione significativa per rafforzare legami familiari fragili, creando contesti educativi protetti e a misura di bambino. Per qualche ora, il gioco e la fantasia hanno attenuato le barriere imposte dalla detenzione. Le attività rientrano nel progetto Labirinti, guidato dall’ente capofila Aps Officina SocialMeccanica e selezionato da Con i Bambini, e a Ragusa sono state realizzate grazie alla sinergia tra i Clown Dottori di “Ci Ridiamo Sù aps”, “Crisci Ranni aps” e “Facciamo Scuola asd”. Letture animate, giochi in cortile e laboratori teatrali, animati da elfi e personaggi natalizi (nella foto), hanno favorito emozioni condivise e momenti di ascolto. “Abbiamo deciso di costruire questo momento di festa e di gioco - hanno spiegato i portavoce delle associazioni coinvolte nell’iniziativa - È stata offerta anche una merenda grazie alla sensibilità di Ard Discount del gruppo Ergon Spa”. “La riconciliazione può iniziare quando si vede il dolore dell’altro” di Giorgio Paolucci Avvenire, 23 dicembre 2025 Adolfo Ceretti è uno dei pionieri della giustizia riparativa. “Negli incontri tra il reo e la vittima aiutiamo a entrare nelle profondità dell’umano, attraversando la carne della vita”. “In questa società sempre più incattivita c’è bisogno di un nuovo paradigma della giustizia. Di fronte alla delinquenza e al crimine si deve reagire opponendosi al male, ma senza compiere altro male, come argomentava profeticamente il cardinale Martini nei tempi bui del terrorismo. I sistemi penali in fondo razionalizzano la crudeltà, ma nessuna sentenza riesce a saziare la sete di giustizia presente nelle vittime, che non sono “risarcite” dalla punizione perché dalla punizione non ricevono la riparazione della loro dignità infranta. È necessaria un’altra logica, è necessaria una vera rivoluzione culturale, di cui la giustizia riparativa è un utile strumento”. Adolfo Ceretti, ordinario di criminologia all’università di Milano Bicocca e docente di mediazione reo-vittima, è uno dei pionieri di questo paradigma che sta lentamente prendendo spazio nel sistema giudiziario italiano, e ha coordinato la commissione di esperti che lo ha introdotto in maniera sistematica nell’ordinamento legislativo con la riforma Cartabia del 2022. Un principio ispirato a una giustizia che cura, una giustizia “mite” e non vendicativa, che ha come fondamento la logica dell’incontro tra le vittime e le persone indicate come autori di reato, aiutate dalla presenza di un mediatore che aiuta ciascuno a confrontarsi con il passato e a mettersi in relazione con l’altro. Il passato non viene rimosso ma piuttosto rivisitato attraverso dialoghi riparativi nei quali ognuno è invitato a entrare in una logica di ricomposizione, per provare a curare una relazione che si è ammalata proprio perché al suo interno è avvenuto un gesto che si configura come un reato. “Nei colloqui si cerca di gettare un ponte tra la soggettività di chi parla e quella di chi ascolta, nella convinzione che non può iniziare un processo di riconciliazione finché non si riesce a vedere il dolore dell’altro, finché non lo si riconosce. E questo vale non solo per l’autore del reato, per la vittima e per i suoi familiari, ma anche per la comunità civile che è rimasta a sua volta ferita dal reato e che può trarre beneficio dal tentativo di ricomposizione. È una logica che nel mondo ha permesso la pacificazione di conflitti sociali come l’apartheid in Sudafrica o la guerra civile in Colombia, e nel nostro Paese ha contribuito a fare incontrare i responsabili della lotta armata degli anni 70-80 con le loro vittime. Ma al di là di questi esempi eclatanti, la giustizia riparativa è un metodo che prova a sanare le ferite inferte dal reato e che può essere avviato in ogni fase del processo e anche dopo la sentenza. Direi che è una cultura, prima ancora che una forma giuridica. Percorre una strada diversa dal procedimento penale, ma - questo deve essere ben chiaro - non lo sostituisce. È complementare a esso. Per usare due metafore efficaci, potremmo dire che è un filo che ricuce, un balsamo che ristora”. L’Italia è il primo Paese che ha varato una disciplina organica su questa materia, l’applicazione non è ancora a regime ma molti passi avanti sono stati compiuti: in ogni distretto di corte d’appello è stato istituito almeno un centro per la giustizia riparativa e sono stati stanziati i fondi per il suo funzionamento, in molte zone sono partiti i corsi di formazione dei mediatori ai quali può accedere chi ha conseguito una laurea triennale e che hanno una durata di 700 ore spalmata su due anni. Tra i magistrati e gli avvocati aumenta la sensibilità sull’argomento, anche se qualcuno sospetta che la giustizia riparativa possa diventare una scorciatoia per ottenere sconti di pena. “Niente di più sbagliato - obietta Ceretti -. Anzitutto va chiarito che non è di per sé uno strumento di clemenza: il giudice ne può tenere conto ma non è obbligato a farlo. E comunque non si deve dimenticare che l’adesione a un programma di giustizia riparativa da parte della persona indicata come autore dell’offesa implica una forte assunzione di responsabilità, significa interpretare un ruolo attivo all’interno di una relazione difficile, quella con la vittima, in cui la persona indicata come autore di reato è chiamata a riconoscere il disvalore del gesto compiuto, ad alzare lo sguardo e a incontrare il volto dell’altro: di fronte a questa sfida vertiginosa gli atteggiamenti strumentali evaporano”. Don Oreste Benzi amava ripetere che “l’uomo non è il suo errore”, Paul Ricoeur metteva in evidenza che ognuno di noi è migliore della cosa peggiore che ha compiuto. La giustizia riparativa è uno strumento adeguato per indagare se c’è lo spazio per un nuovo inizio? “Non possiamo essere inchiodati da un fotogramma ricavato dalla nostra vita. Ricordo la fotografia che ritrae un giovane mentre a Milano in via De Amicis spara alla polizia durante una manifestazione nel 1977. Due persone che quel giorno erano presenti al fatto hanno partecipato ai nostri incontri di giustizia riparativa durante i quali hanno avuto la possibilità di una riflessione e di una narrazione dialogica su quella vicenda e hanno raccontato il percorso che nel tempo li ha portati su posizioni molto lontane da ciò che rappresentava quella fotografia, divenuta una tragica icona degli anni di piombo. Un gesto non può congelare un’esistenza. Ogni vita deve essere guardata come un percorso, non come un’istantanea. In questo senso, l’ergastolo mi sembra uno strumento sbagliato perché ipostatizza una persona, fissandola irrevocabilmente su un gesto che ha compiuto”. Ceretti ha depositato nei suoi libri l’itinerario di tante persone incontrate durante i percorsi di giustizia riparativa: così è accaduto con Il libro dell’incontro che raccoglie i dialoghi tra vittime, familiari delle vittime e responsabili del terrorismo e della lotta armata, con Io volevo ucciderla che esplora il vissuto di una donna che ha bruciato la sorella, con Il diavolo mi accarezza i capelli che offre uno sguardo dietro le quinte di casi eclatanti di cronaca nera. Cosa ha comportato questo confronto vertiginoso con il lato oscuro dell’umanità e nel contempo con una luce che si può accendere avviando una dinamica di cambiamento? Che impronta ha lasciato nella sua persona? “Facendo questo lavoro e immergendomi nelle esistenze di uomini segnati dal dolore ho capito che gli aspetti più importanti della mia vita sono quelli in cui riesco a entrare in relazione con l’altro. Misurarmi con le ferite che si aprono nei cuori delle persone, con l’umiliazione patita o inferta, con le cadute e i tentativi di ripartire, diventa un’occasione che induce a mettermi in discussione, a farmi domande sulla natura dell’uomo, sul bene e sul male, fino a riscoprire la ineludibile dimensione della trascendenza. Nei nostri incontri aiutiamo i partecipanti ad entrare nelle profondità dell’umano, a indagare su pensieri difficili, e lo facciamo attraversando la carne della vita, che diventa anche la nostra carne. Sono momenti che aprono a una comunione con l’alterità ferita e che mi permettono di guardare allo specchio la mia esistenza. In fondo, è un’esperienza di ascesi personale dalla quale anche la mia vita è uscita cambiata”. La strage invisibile dei senza dimora: quest’anno ne sono morti 400 di Marco Birolini Avvenire, 23 dicembre 2025 L’ultimo caso ad Avezzano, in una cascina usata come riparo notturno. Dal 2020 si sono contati oltre 1.200 decessi tra i clochard. Nel 2026 l’Istat quantificherà (finalmente) il fenomeno. Sono storie tanto minime quanto tragiche, confinate ai margini della cronaca. Le morti dei senza dimora non fanno notizia, ma continuano senza sosta. L’hanno chiamata “la strage invisibile”, perché in strada si muore di freddo ma non solo, d’inverno ma anche d’estate, eppure nessuno sembra accorgersene. I clochard vivono sotto un portico, dormono in un letto fatto di stracci e cartoni, ma in pochi si curano di loro. Esposti a intemperie e pericoli, la loro sorte sfocia spesso in dramma. Sono 399 le vittime del 2025 (secondo i dati della Fio.Psd, la federazione degli enti che assistono queste persone), e dicembre purtroppo non è ancora finito. Cifre che avvicinano tristemente all’anno nero 2024, quando si contarono 434 decessi tra i senzatetto. Nel 2023 furono 415, l’anno prima 399. Più di mille e duecento morti in quattro anni. L’ultimo caduto in questa guerra contro la miseria si è registrato ad Avezzano, vicino all’Aquila. In una cascina abbandonata, usata abitualmente come riparo notturno da chi non ha una casa, è stato trovato un corpo carbonizzato. Una macabra scoperta, su cui indagano i carabinieri nel tentativo di ricostruire l’accaduto e nella speranza di dare almeno un nome alla vittima. Perché oltre a essere morti ignorate, queste sono troppo spesso morti anonime. Come capitato due giorni fa in un’isola ecologica a Gravere, comune della Val di Susa a quasi 900 metri di altitudine, nella provincia di Torino. Un uomo è stato trovato in stato di ipotermia intorno alle 9 del mattino: soccorso dal 118, è stato trasportato in ambulanza all’ospedale di Susa, dove però è stato dichiarato il decesso. Il senza dimora era senza documenti, anche in questo caso si sta cercando di attribuirgli pietosamente un’identità. Il freddo resta uno dei nemici principali di chi trascorre la notte all’addiaccio: i dormitori funzionano a pieno regime in tutte le città, ma non tutti accettano di andarci, per motivi personali e a volte banali, come quello di non poterci portare il proprio cane, unico compagno di vita. A Modena si è scoperto che alcuni clochard si sono rifugiati negli spazi e persino in alcuni loculi vuoti del cimitero di San Cataldo, tra lo stupore e l’imbarazzo di chi la mattina si recava a trovare i defunti. Forse non è un caso. Un’inchiesta del Sunia e della Cgil, presentata pochi giorni fa, ha rilevato come proprio Modena sia la città con la più alta crescita dei canoni medi delle stanze in affitto in un anno, passati da 385 a 506 euro, con un incremento del 31%. Per avere un quadro più preciso del fenomeno, il 26, 28 e 29 gennaio 2026 l’Istat, in collaborazione con Fio.Psd, promuoverà “Tutti contano”, una rilevazione quali-quantitativa sulle persone che vivono in strada e nelle strutture di accoglienza di 14 città metropolitane. Nel corso delle tre serate, centinaia di volontari e volontarie, divisi in squadre assegnate a zone diverse, percorreranno le strade, gli spazi pubblici delle città e varcheranno le porte delle strutture di accoglienza, non solo per contare i senza dimora, ma anche per intervistarli e cercare di comprenderne più a fondo fatiche e bisogni. La questione è dolorosa, complessa e diffusa: non riguarda solo l’Italia. A Parigi il numero delle persone senza dimora ha raggiunto il livello più alto degli ultimi sei anni: lo ha annunciato l’associazione France Terre d’asile secondo cui, a fine novembre, 663 tende di fortuna sono state recensite nei principali accampamenti della capitale, francese equivalente ad una “forchetta” compresa tra le 985 e le 1723 persone. Secondo Le Monde, l’aumento delle persone in strada sarebbe legato al calo degli alloggi solidali e la stretta sui permessi di soggiorno. Migranti. Il Colle grazia Alaa, calciatore libico condannato a 30 anni di Giansandro Merli Il Manifesto, 23 dicembre 2025 Una clemenza parziale che cancella oltre metà della pena residua. L’uomo, in prigione dal 2015 come “scafista”, si professa innocente. La sua avvocata, Cinzia Pecoraro, afferma: “Chiederemo comunque un’altra revisione del processo. Il nostro obiettivo è ottenere giustizia attraverso l’assoluzione da tutte le accuse”. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha firmato una grazia parziale per Abdelkarim Alla F. Hamad: ha cancellato undici anni e quattro mesi dai venti che gli restano ancora da scontare in carcere. Il cittadino libico, conosciuto come Alaa Faraji, si trova all’Ucciardone di Palermo con una condanna definitiva per concorso in omicidio plurimo e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. È in prigione dal 2015, quando ad appena 19 anni sbarcò in Italia. La notte di ferragosto era stato soccorso dalla marina militare a bordo di un barcone nella cui stiva c’erano i corpi di 49 migranti morti per asfissia. Studente di ingegneria e promessa del calcio, circostanza che ha fatto ribattezzare l’intera vicenda come quella dei “calciatori di Benghazi”, aveva lasciato la Libia orientale per sfuggire dal conflitto armato esploso diversi mesi prima e cercare rifugio in Europa come profugo di guerra. All’arrivo in porto, invece, è finito dietro le sbarre con l’accusa di essere uno degli scafisti che avevano guidato quel barcone maledetto. Accusa sempre respinta e basata su testimonianze ambigue, incomplete, a volte perfino ritrattate, sicuramente rilasciate da persone ancora in stato di shock. La sentenza della Cassazione, che riguarda anche altri sette migranti con posizioni differenziate in base al rito applicato, è arrivata al termine di una discussa epopea giudiziaria, un processo pieno di lacune di cui gli avvocati della difesa hanno poi chiesto la revisione. Istanza respinta dalla Corte d’appello di Messina a giugno di quest’anno. A quel punto, racconta Cinzia Pecoraro legale di Faraji, “abbiamo lavorato su più fronti. Intanto su un’altra istanza di revisione, attraverso indagini difensive che hanno raccolto nuove testimonianze che presto presenteremo e dimostrano l’innocenza di Alaa. Era un passeggero come gli altri, ma è stato coinvolto in uno dei casi di ingiustizia più palesi ed eclatanti d’Italia”. Parallelamente è partita la richiesta di clemenza al vertice della Repubblica, peraltro suggerita dalla stessa sentenza della corte siciliana. “Nel concedere la grazia parziale che ha estinto una parte della pena detentiva ancora da espiare - si legge nel comunicato del Quirinale - il Capo dello Stato ha tenuto conto del parere favorevole del Ministro della Giustizia, della giovane età del condannato al momento del fatto, della circostanza che nel lungo periodo di detenzione di oltre dieci anni sinora espiata dall’agosto del 2015, lo stesso ha dato ampia prova di un proficuo percorso di recupero avviato in carcere, come riconosciuto dal magistrato di sorveglianza, nonché del contesto particolarmente complesso e drammatico in cui si è verificato il reato”. Insieme a Faraji, Mattarella ha graziato altri quattro uomini. Zeneli Bardhyl aveva ricevuto un anno e mezzo per evasione dai domiciliari. Franco Cioni era stato condannato a oltre sei anni per l’omicidio della moglie affetta da malattia mentale in stato terminale. Alessandro Ciappei aveva preso dieci mesi per truffa. Su Gabriele Spezzuti, che ha scontato la pena detentiva per delitti in materia di droga, pesavano ancora 80mila euro della sentenza che lo ha riconosciuto colpevole. In tutti questi casi il provvedimento del Quirinale ha estinto l’intera pena residua. Per Faraji, invece, la cancellazione di parte degli anni di carcere che ha ancora davanti potrebbe rendere possibile accedere alle misure alternative e allontanare il rischio di trasferimento in Libia in virtù del recente trattato sullo scambio dei condannati definitivi. Un trasferimento che, tra le altre cose, sarebbe potuto avvenire solo nella Tripolitania governata da Dbaiba, ovvero il governo di Tripoli riconosciuto a livello internazionale e firmatario dell’accordo, e non nella Cirenaica di Haftar, di cui l’uomo è originario (ha raccontato la sua storia nel libro Perché ero ragazzo, attraverso le lettere dal carcere raccolte da Alessandra Sciurba). Non sappiamo se Faraji abbia appreso la notizia dalla televisione già ieri sera o se sarà l’avvocata Pecoraro a comunicargliela questa mattina. Quel che è certo è che la battaglia legale - sostenuta dalla mobilitazione di personalità come il presidente di Libera don Luigi Ciotti e l’arcivescovo Carmelo Lorefice - andrà avanti. Perché, ribadisce Pecoraro, “il nostro principale obiettivo è ottenere giustizia attraverso l’assoluzione da tutte le accuse”. Politiche migratorie e diritto penale. Note dopo l’assoluzione di quattro presunti scafisti di Gea Scolavino Vella napolimonitor.it, 23 dicembre 2025 Dopo diciassette mesi di detenzione il Tribunale di Napoli ha assolto quattro giovani migranti dall’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Le storie di S., A., K. e I. si intrecciano nel luglio 2024, quando la nave dell’Ong Ocean Viking recupera due imbarcazioni partite dalle coste libiche, in area Sar (ricerca e soccorso) e le conduce al porto di Napoli. Appena sbarcato il gruppo, prende avvio la consueta ricerca dello “scafista”. Bastano poche ore e qualche testimonianza raccolta in modo raffazzonato per individuare i nomi di quattro ragazzi. Così, in una giornata qualsiasi di luglio, le porte del carcere di Poggioreale si aprono per S., A., K. e I., giovani vulnerabili, con un passato migratorio estremamente difficile. Si trovano in carcere in un paese sconosciuto, di cui non parlano la lingua, dove nessuno spiega cosa stia accadendo, perché sono è lì e per quanto tempo ci dovranno restare. Fin dal primo momento i quattro ragazzi vengono senza alcuna prova associati a un’immaginaria organizzazione dedita al traffico di esseri umani: passeggero che prende il timone equivale a comandante, che equivale a scafista, che equivale a membro di una rete criminale internazionale che trasporta i migranti dalla Libia all’Italia. Nel corso del processo, durato un anno e mezzo, si sono avvicendati numerosi testimoni dell’accusa e della difesa, nel tentativo di ricostruire l’intero iter del viaggio dalla Libia all’Italia. Si è parlato dei lunghi periodi di detenzione in Libia, delle torture nelle carceri finanziate dall’Europa, delle minacce della cosiddetta guardia costiera libica. Lo stesso comandante della Ocean Viking, che aveva soccorso le due imbarcazioni di fortuna su cui viaggiavano i ragazzi, ha spiegato in aula come gli interventi della guardia libica metta solo a rischio la vita dei migranti. Un quadro sempre più nitido ha cominciato a delinearsi, riportando i fatti alla loro ordinarietà. I quattro ragazzi accusati di aver guidato la barca, che durante il tragitto si erano scattati selfie ed erano stati ripresi in video e foto - materiale utilizzato dalla Procura come prova della loro colpevolezza (del resto chi non si fotograferebbe mentre commette un reato di tale portata…!) - non erano affatto pericolosi criminali. Erano passeggeri costretti a prendere il controllo di un barchino alla deriva per tentare di salvare la propria vita e quella degli altri. Passeggeri che avevano agito in stato di necessità, poiché in quel momento non potevano fare altro. Il 5 dicembre, nell’ultima udienza, questa verità tanto evidente quanto difficile da affermare per le implicazioni politiche che comporta è stata fatta propria dal pubblico ministero che, accogliendo la ricostruzione della difesa, ha chiesto l’assoluzione dei quattro imputati poiché il fatto non costituiva reato. I giudici, riconoscendo la stessa realtà, hanno assolto i ragazzi. È bene sottolineare che il riconoscimento già in primo grado dello stato di necessità, che esclude la punibilità del fatto in concreto, rappresenta una decisione quasi unica. Per quanto sembri ovvio che quattro ventenni spaventati, reduci da una detenzione in Libia, non appartengano a reti criminali dedite al traffico di esseri umani, risulta estremamente difficile che quest’evidenza venga affermata con chiarezza in un’aula di giustizia. La stessa Giorgia Meloni, d’altronde, all’indomani della strage di Cutro, aveva affermato in conferenza stampa che si sarebbe impegnata per cercare e perseguire gli scafisti “su tutto il globo terraqueo”. Una figura, quella dello “scafista”, evocata come soggetto onnipotente, capace di attraversare confini e regole, responsabile diretto delle migrazioni verso l’Europa. Una rappresentazione che, riprodotta nelle aule di giustizia e nel discorso politico, svolge una funzione precisa: offrire un colpevole individuale a fronte di un fenomeno strutturale. Lo scafista diventa il capro espiatorio di un sistema che criminalizza la mobilità anziché interrogarsi sulle sue responsabilità. A partire dagli anni Novanta, con l’Accordo di Schengen e il Trattato di Maastricht, l’Unione Europea ha infatti progressivamente rafforzato le frontiere esterne, trasformandosi nella cosiddetta “fortezza Europa”. Alla libera circolazione interna dei cittadini ha fatto da contraltare un inasprimento delle politiche di controllo nei confronti dei cittadini extracomunitari, accompagnato da un ricorso crescente a misure restrittive della libertà personale. In questo contesto, la distinzione tra vittima e responsabile tende a dissolversi. Non sorprende, allora, che in aula risulti così difficile affermare l’inesistenza dello “scafista” come figura criminale autonoma. Le pronunce divergenti ne sono una conseguenza diretta. A causa di una decisione dello stesso Tribunale di Napoli, un altro giovane, J., per esempio, imputato per il medesimo reato dei quattro ragazzi di cui si parla, è tuttora detenuto nel carcere di Poggioreale (qui abbiamo raccontato la storia sua e quella di altri due suoi compagni). Per J. il pm ha richiesto una condanna a otto anni di reclusione. Storie simili, esiti opposti. Un dato certo è che nel giudizio sui migranti, anche in tribunale, pesa spesso più la disposizione di chi ascolta che la consistenza dei fatti che emergono, o che restano invisibili, nel corso del processo. Il procedimento penale, anziché costituire uno spazio di accertamento della realtà, si trasforma in un luogo di conferma di premesse già date, dove alcune narrazioni risultano immediatamente credibili e altre strutturalmente inattendibili. Eppure appare paradossale una presunzione di colpevolezza tanto automatica quanto selettiva: chi ha guidato, anche per pochi istanti, una barca, diventa immediatamente uno trafficante di uomini; chi ha attraversato la Libia, è stato detenuto arbitrariamente, torturato o sottoposto a trattamenti inumani, non viene automaticamente riconosciuto come vittima delle violenze delle frontiere (a dispetto dell’abbondanza di rapporti di organizzazioni internazionali, pronunce di corti sovranazionali e innumerevoli testimonianze di migranti, operatori umanitari e attivisti). La sofferenza, quando è strutturale e sistemica, sembra perdere valore probatorio. Questa asimmetria non è casuale, ma riflette una frattura più ampia che attraversa il mondo reale e il discorso pubblico: una frattura che privilegia la logica del controllo e della punizione rispetto a quella della protezione e della responsabilità. In tale cornice, la repressione diventa la risposta primaria a fenomeni complessi, mentre le cause strutturali delle migrazioni forzate vengono rimosse o esternalizzate. Da un lato, si finanziano centri di detenzione in Libia e si normalizzano rapporti con attori responsabili di gravi violazioni dei diritti umani come il generale Almasri, rimpatriato nonostante un mandato di cattura della Corte Penale Internazionale; dall’altro, si avverte come indispensabile l’individuazione di un colpevole immediatamente disponibile, tra un gruppo di persone che approdano a fatica sulle coste europee. L’accanimento giudiziario contro l’anello più debole della catena non è un errore, ma un elemento strutturale. Per mantenere intatta l’architettura delle politiche migratorie si sacrifica persino la coerenza del diritto penale. Ma se il processo diventa il luogo in cui si punisce ciò che è politicamente utile punire, e non ciò che è giuridicamente rilevante, allora non sono soltanto i migranti a perdere tutela, ma è l’intero sistema di giustizia a rivelare le proprie crepe più profonde. In questo senso, le assoluzioni non rappresentano solo la fine di una vicenda individuale, ma un momento di rara frizione in un meccanismo che, il più delle volte, funziona senza mai interrogarsi davvero sui propri presupposti. I diritti umani nel 2025 di Annalisa Camilli Internazionale, 23 dicembre 2025 Ricorderemo il 2025 per il suo impatto sulla libertà e sui diritti umani nel mondo, in primo luogo perché l’arrivo al potere di Donald Trump negli Stati Uniti ha avuto delle immediate conseguenze sul diritto di asilo e sul diritto internazionale umanitario. Infatti tra le prime decisioni prese da Trump il giorno del suo insediamento, il 20 gennaio 2025, c’è stata la firma dei decreti esecutivi che prevedevano quelle che poi sono diventate delle vere e proprie deportazioni di massa dagli Stati Uniti ad altri paesi come il Salvador o Cuba, cioè dei trasferimenti forzati di cittadini stranieri in paesi terzi che non sono il loro paese di origine, sulla base di valutazioni sommarie del loro status legale. Trump lo aveva promesso durante la campagna elettorale ed è stata la prima cosa di cui si è occupato, una volta arrivato alla Casa Bianca. Secondo la Reuters, da gennaio 622mila persone sono state deportate nel 2025 e il progetto non si fermerà nel 2026, anche se sta già producendo degli effetti negativi per la stessa amministrazione. Il presidente degli Stati Uniti ha già annunciato che investirà nuovi fondi sul rafforzamento della polizia di frontiera e sulle deportazioni, nonostante le proteste che ci sono state in molte città degli Stati Uniti contro questo tipo di operazioni. L’agenzia federale responsabile dell’immigrazione e la polizia di frontiera otterranno 170 miliardi di dollari in fondi aggiuntivi entro il mese di settembre del 2029, un enorme investimento rispetto ai bilanci attuali di circa 19 miliardi di dollari annuali. L’amministrazione ha annunciato di volere assumere migliaia di agenti in più, aprire nuovi centri di detenzione, prelevare più immigrati nelle carceri locali e collaborare con aziende esterne per rintracciare le persone che non hanno un visto regolare. Dal punto di vista politico non sembra che questa strategia stia pagando, perché in molte città ci sono state proteste di massa e alle elezioni locali si sono imposti dei candidati democratici. Nel 2026 le elezioni di metà mandato saranno un banco di prova importante. I sondaggi suggeriscono che proprio queste politiche crudeli e incurati dei diritti fondamentali stiano preoccupando i cittadini statunitensi. Diverse inchieste giornalistiche intanto hanno mostrato che la maggior parte delle persone deportate in questi mesi erano negli Stati Uniti da molto tempo e non avevano alcun precedente penale. Secondo Al Jazeera, il 73 per cento delle persone che erano nei centri di detenzione degli Stati Uniti nel novembre del 2025 (un totale di 65mila persone) non avevano alcun precedente penale. Un’altra decisione presa da Trump all’inizio del suo mandato è stata quella di tagliare gli aiuti alla cooperazione internazionale che passavano attraverso l’Usaid. Questo ha avuto ricadute importanti nelle politiche di cooperazione e sui flussi migratori. Ne abbiamo parlato in un approfondimento ad aprile. Internazionale ci ha dedicato la copertina del numero 1643, traducendo un articolo dello storico Adam Tooze, intitolato “Un mondo senza solidarietà”. Il presidente degli Stati Uniti ha detto diverse volte di volere uscire dalle convenzioni internazionali, che obbligano al rispetto dei diritti umani fondamentali come la convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati. Il 6 febbraio 2025 il presidente ha inoltre firmato un ordine esecutivo che impone sanzioni alla Corte penale internazionale (Cpi), accusata di “intraprendere azioni illegali contro gli Stati Uniti e il nostro stretto alleato Israele”. Un orientamento simile si sta facendo strada anche in Europa. Nel 2026 nei 27 paesi dell’Unione europea entrerà in vigore il Patto europeo sulla migrazione e sull’asilo, e l’8 dicembre i ministri degli esteri dei paesi membri hanno trovato una accordo su diversi punti chiave che stravolgeranno il diritto di asilo in Europa e rischiano di svuotarlo, contravvenendo proprio alla convenzione di Ginevra, secondo alcuni esperti. Le nuove norme rivedono la definizione di “paese di origine sicuro”, che finora ha bloccato per esempio i trasferimenti forzati di richiedenti asilo nei centri di detenzione costruiti dall’Italia in Albania. Il nuovo regolamento sui rimpatri accelera le procedure di espulsione, inasprisce i controlli e prevede divieti d’ingresso per persone considerate “pericolose”. Consente inoltre di stipulare accordi con paesi terzi extraeuropei per trasferire i migranti irregolari e costruire centri di detenzione in paesi non europei, ma gestiti e finanziati dall’Europa, sul modello di quanto realizzato da Trump negli Stati Uniti. Inoltre, gli stati potranno affidare a paesi non europei l’esame delle domande d’asilo, come ha provato a fare l’Italia con l’Albania, senza riuscirci. Nell’estate 2025 la corte di giustizia europea si è espressa sui ricorsi presentati dai tribunali italiani contro il trasferimento dei richiedenti asilo in Albania e ha chiarito che quei trasferimenti erano contrari al diritto europeo. Ma dal 2026 (con l’entrata in vigore delle nuove norme) questo potrebbe cambiare. Ne abbiamo parlato qui. “Al momento una proposta del genere, se approvata dal parlamento, potrebbe essere portata davanti alla corte di giustizia dell’Unione europea, perché in contrasto con i diritti fondamentali e con la convenzione di Ginevra”, ha spiegato Gianfranco Schiavone dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi). “Non si possono cedere le persone come se fossero merci”, ha concluso. In Europa il 2025 è stato anche l’anno della teoria del complotto della cosiddetta remigrazione usata contro migranti e richiedenti asilo. Nel successo di quest’idea, usata dall’estrema destra nel mondo, c’è lo zampino di Donald Trump, che l’ha usata durante la campagna elettorale. Il termine, che letteralmente significa “migrazione all’indietro”, è usato dai gruppi di estrema destra per alimentare una teoria del complotto e mascherare la deportazione con un eufemismo. A Londra il 13 settembre 2025 la parola “remigrazione” è stata tra le più usate durante la manifestazione contro i migranti che ha portato in piazza 110mila persone. Probabilmente è stata la più grande manifestazione di questo tipo nel Regno Unito degli ultimi anni. L’ha convocata Tommy Robinson, leader del gruppo di estrema destra English defence league, dopo mesi di attacchi contro i centri e gli hotel che ospitano rifugiati e richiedenti asilo in diverse città del paese e dopo un accordo con la Francia, firmato dal leader laburista Keir Starmer, per fermare l’arrivo di piccole imbarcazioni di fortuna dal canale della Manica. L’accordo viola i diritti umani e non ferma gli arrivi. In Italia il 2025 è stato l’anno del fallimento dei centri di detenzione per richiedenti asilo in Albania, ma anche quello in cui è stato approvato il cosiddetto decreto sicurezza (entrato in vigore il 12 aprile), che l’associazione Antigone ha definito come il più grave attacco alla libertà di protesta e di espressione della storia repubblicana. Il decreto prevede diverse misure che colpiscono stranieri, richiedenti asilo e migranti irregolari. Mentre, sempre in Italia, è fallito il referendum di riforma della cittadinanza, che prevedeva una piccola modifica alla legge vigente, approvata nel 1992. Il governo Meloni ha anzi riformato la legge sulla cittadinanza in senso restrittivo, introducendo modifiche alle parti che riguardano l’acquisizione della cittadinanza per i discendenti di italiani che vivono all’estero. L’esecutivo pianifica inoltre ulteriori restrizioni. Su questo rimandiamo ai rapporti annuali di Amnesty international per una visione internazionale e dell’associazione italiana A buon diritto per la situazione nazionale. Tuttavia, come ricorda Amnesty international, ci sono state anche buone notizie sul fronte dei diritti nel 2025. Per esempio il 29 ottobre 2025, dopo il voto favorevole dell’assemblea nazionale, il senato francese ha definitivamente approvato un testo di legge che introduce nel codice penale una definizione di stupro basata sul consenso. La Francia è diventata il sedicesimo paese dell’Unione europea ad avere una legge in materia di stupro conforme alla convenzione del Consiglio d’Europa per la prevenzione e il contrasto alla violenza contro le donne e alla violenza domestica. Inoltre, il 5 novembre 2025 l’ex capo della polizia giudiziaria libica, Osama Almasri, ricercato dalla Corte penale internazionale (Cpi), è stato arrestato in Libia con l’accusa di avere torturato una decina di persone e averne uccisa almeno una in uno dei centri di cui era responsabile. Accuse molto simili a quelle che avevano motivato il mandato di arresto internazionale emesso dalla Cpi per crimini di guerra e contro l’umanità, ignorato dall’Italia, che ha aiutato Almasri a tornare in Libia dopo il suo arresto a Torino il 19 gennaio 2025. Mesi dopo essere stato accolto tra i festeggiamenti dei suoi sostenitori al suo ritorno a Tripoli con un aereo di stato italiano, Almasri è stato invece arrestato nel suo stesso paese. “Ha torturato e ucciso”, ha dichiarato la procura di Tripoli dopo averlo interrogato e avere raccolto delle prove contro di lui. Il generale è in attesa di giudizio. Resta da chiarire perché l’Italial’abbia rimandato in Libia. Venezuela. L’ambasciatore Onu in carcere, ora ci sono più speranze per Trentini Corriere del Veneto, 23 dicembre 2025 La nuova speranza per Alberto Trentini si chiama Alberto Rafael López Moreno. Venezuelano di origine e trapiantato a Vienna, di professione ambasciatore presso l’Onu, López da qualche giorno ha raggiunto il Paese sudamericano con l’obiettivo di spalancare le porte del carcere El Rodeo in cui si trova il cooperante del Lido da 403 giorni. La missione, promossa con il sostegno dell’Onu, dell’Organizzazione per lo sviluppo delle relazioni diplomatiche, dell’Organizzazione internazionale per i diritti umani e della Santa Sede, è facilitata dalla rete di relazioni dello stesso López nel Paese d’origine. Innanzitutto l’arrivo a Caracas, effettuato aggirando il blocco dello spazio aereo imposto da Trump e spostandosi via terra, dopo aver fatto tappa in Colombia e a Panama; poi gli incontri con diverse personalità e rappresentanti del Venezuela e, infine, la visita di persona al El Rodeo: López, nonostante abbia 29 anni, sembra muoversi con agilità e aggirare non solo la diffidenza del governo Maduro verso gli occidentali ma anche i posti di blocco sparpagliati lungo le strade. L’ambasciatore non ha incontrato direttamente Trentini, detenuto senza un’accusa formale da più di un anno, ma riferisce di aver avuto un colloquio “cordiale” con il direttore del carcere. Se tutto va secondo i piani López dovrebbe incontrare anche il presidente Nicolás Maduro e consegnargli una lettera firmata dalla madre di Alberto, Armanda Colusso, arrivata tramite l’avvocata Alessandra Ballerini. “Sono qui per restituire un sereno Natale alla famiglia Trentini e riportare Alberto a casa - ha detto il mediatore al quotidiano. Il mio operato non prevede formule magiche: punto alla pace, a rispetto e alla diplomazia, capace di costruire ponti tra mondi distanti”. Una mediazione importante con la tensione alle stelle fra il Venezuela e gli Stati Uniti, con il presidente Donald Trump che ha intrapreso una “lotta senza quartiere” ai narcotrafficanti. Uno scenario che complica il rilascio di Alberto Trentini.