Il Natale, il carcere e noi di Giovanni Federico ildomaniditalia.eu, 22 dicembre 2025 La dignità della pena nel tempo del Natale: il Giubileo dei detenuti richiama la responsabilità civile, costituzionale e umana di non voltarsi dall’altra parte. A volte, anche in un tempo di festa, si deve parlare di ciò che è scomodo e che scatena reazioni opposte, impulsi di consenso o di rigetto in chi si confronta con il tema della condizione carceraria nel nostro Paese. Anche Leone XIV con il Giubileo dei detenuti ha voluto ricordare agli uomini liberi che non si può restare indifferenti a quanti stanno pagando una pena dietro le sbarre a cui non va mai sottratta la dignità della persona e la speranza di un positivo futuro. Le morti “nere” - Qualcosa evidentemente nel nostro Paese non gira per il verso giusto. Il sovraffollamento crea, senza scampo, una condizione di violenza e di angoscia. Se durante il tempo estivo, in virtù di uno spazio compresso, si litiga persino a bordo di lussuosi yacht, tanto più accade nelle essenziali celle di una prigione. Quest’anno, all’interno di quelle mura, si contano 223 morti tra cui 76 suicidi a cui non è lecito fare indifferentemente spallucce. La questione non può essere risolta, si fa per dire soltanto e semmai grossolanamente, costruendo nuove carceri e ristrutturando le circa 190 prigioni tra case circondariali e istituti di reclusione. Le prime per chi in attesa di giudizio e sconta una pena inferiore ai 5 anni, le seconde per chi debba scontare una condanna definitiva superiore al quinquennio. Non è solo e soltanto una questione di spazi. Ci sono due altri profili che meriterebbero di essere perlomeno considerati. Il primo attiene al recupero di una umanità che non può essere condannata per sempre nel dimenticatoio come se la sua esistenza debba inevitabilmente esaurirsi nel male che ha commesso, senza possibilità di riscatto e di riaccredito con il prossimo. La nostra Carta costituzionale racconta di una funzione rieducativa della pena alla quale, cadendo nell’irruenza e faciloneria dei giudizi, non dovremmo sottrarci. Il lavoro oltre le sbarre - Perché questo avvenga è necessario offrire una prospettiva a chi, scontata la condanna, torna nella società libera. L’ipotesi di un reinserimento richiede necessariamente la possibilità di ingresso nel mercato del lavoro. Per metterla giù con i numeri sembra che ci sia una recidiva solo del 2% di coloro che in carcere abbiano avuto l’opportunità di frequentare un corso di formazione professionale apprendendo un mestiere in cui spendersi nel mondo senza recinzioni. Al riguardo non sfugga come gli imprenditori possano guardare a queste risorse umane con significative agevolazioni fiscali ed incentivi vari. Diversamente sembra che la recidiva dei detenuti senza un lavoro da proporre sia superiore al 70%. Il grave punto di inciampo è che sembra come solo in una ventina di istituti di pena sia possibile apprendere quanto può servire alle imprese spesso in crisi, mancando la manodopera per ciò che serve. Il vantaggio per il borsellino dello Stato - Se non bastassero i numeri a maturare un convincimento su come sia bene muovere un ragionamento di altra prospettiva verso una umanità caduta in errore, può tornare almeno conveniente un dato di moneta e di tasca. Una popolazione costante di detenuti rappresenta un costo che uno Stato dovrebbe tentare di ridurre. Pare, se vero, che ogni detenuto costi tra i 130 e i 150 euro al giorno ivi compreso la spesa del personale di sorveglianza e il mantenimento. Non si tratta proprio di spiccioli. Discutiamo di miliardi l’anno. Se pure questo non persuadesse ad invertire la rotta attuale, dovremmo pensare all’impegno delle economie e dei sistemi di produzione moderni per recuperare e riciclare ogni materiale, compreso quello di scarto. Stessa attenzione e medesimo sguardo potrebbe aversi anche per gli uomini e donne che hanno sbagliato ma che hanno ancora qualcosa da dare o, più cinicamente, per cui possono essere utilizzati. Uno sguardo oltre il recinto - Il carcere era in origine il recinto o, meglio ancora, indicava le sbarre del circo in cui muovevano bighe e cavalli nelle corse dell’antichità. Non sarebbe male se uomini e donne potessero tornare a fare la corsa della propria vita senza un perimetro che li costringa obbligatoriamente sempre allo stesso giro. L’etimologia della parola prigione viene dal latino prehendere, afferrare o catturare qualcuno o qualcosa. Forse dovremmo farci catturare dall’idea di uno sguardo diverso sulla condizione carceraria, oltre un primo istinto, afferrando l’idea di una concezione nuova di approccio al tema di una anticipata resurrezione prima della morte. Carceri tra suicidi, omicidi ed evasioni: numeri, volti e omissioni dell’anno nero dietro le sbarre La Sicilia, 22 dicembre 2025 Dal 2022 al 2025 almeno 319 detenuti si sono tolti la vita. In quell’elenco ci sono corde improvvisate con le lenzuola, lacci di scarpe trasformati in cappi, gas inalati dai fornelletti: dettagli che raccontano un punto di rottura, personale e collettivo. È l’apertura che firma Fanpage.it, ma dietro quelle parole c’è un dossier più ampio: una crisi che intreccia sovraffollamento, suicidi ai massimi storici, omicidi tra compagni di cella, evasioni in serie e il rimpallo di responsabilità tra Governo, Ministero della Giustizia e sindacati della Polizia penitenziaria. Un numero che inchioda: il 2024, l’anno con più suicidi di sempre - Nel 2024 i suicidi in carcere sono stati almeno 91, il dato più alto mai registrato dai monitoraggi indipendenti: lo certificano Antigone e il dossier “Morire di carcere” di Ristretti Orizzonti. Una cifra che supera il precedente picco del 2022 (84) e che fa del 2024 “l’anno nero” per le morti volontarie dietro le sbarre. Il conteggio istituzionale del Garante nazionale si attesta a volte su numeri lievemente diversi (ad esempio 83), ma il trend resta inequivocabile e la divergenza è ricondotta ai diversi criteri di rilevazione. In parallelo, Sky TG24 riassume: tra il 2024 e i primi mesi del 2025, il totale dei suicidi ha già superato quota 120. Dal 2022 al 2025 il conto complessivo supera la soglia delle tre centinaia. Sulla base dei dati consolidati per 2022 (84), 2023 (68) e 2024 (91), e degli aggiornamenti di fine anno sul 2025 che indicano almeno 73-74 casi al 6-30 novembre, si arriva a “almeno 319” suicidi nel quadriennio. È un numero in evoluzione fino al 31 dicembre, ma sufficiente a delineare un’emergenza strutturale. Dietro i numeri, alcune costanti: l’età media attorno ai 40-42 anni; un’incidenza elevata tra persone straniere (fino al 45% dei casi rilevati da Antigone tra 2024 e primavera 2025); concentrazione degli episodi negli istituti più sovraffollati - come Napoli Poggioreale e Verona Montorio - dove spesso lo spazio minimo pro capite scende sotto i 3 m², soglia-chiave richiamata dalla Corte EDU. Tre omicidi in cella, un pestaggio che diventa morte: quando la violenza esplode dentro - Il 2024 è stato segnato anche da omicidi tra detenuti. A Salerno, il 19 luglio 2024, un giovane ha ucciso il compagno di cella: per il sindacato SPP si trattava del “terzo omicidio in carcere dall’inizio dell’anno” dopo Napoli-Poggioreale (4 gennaio) e Milano-Opera (20 aprile). Episodi che hanno alimentato la denuncia di un sistema “alla deriva”, dove la presa dello Stato vacilla. A Roma, nel carcere di Rebibbia, il caso di Francesco Valeriano ha assunto i tratti di una vicenda-simbolo: pestato in estate dentro la sezione, era finito in coma con gravi lesioni cerebrali; il 12 dicembre 2025 è morto dopo mesi di agonia. La notizia ha riacceso i riflettori sia sui livelli di violenza “intra moenia”, sia sulla capacità di prevenire e intervenire tempestivamente. Non sono casi isolati. Le inchieste per tortura a carico di agenti della Polizia penitenziaria - si veda il video del pestaggio nel carcere di Reggio Emilia del 3 aprile 2024, con dieci indagati - hanno mostrato quanto fragile possa essere il confine tra uso legittimo della forza e abuso. Un confine che, se oltrepassato, brucia non solo la dignità delle vittime, ma anche la fiducia nell’istituzione-carcere. Evasioni: dal “buco nel muro” alle fughe lampo, la toppa non regge più - L’estate 2025 ha fotografato un altro fronte aperto: le evasioni. A Napoli Poggioreale, tra il 18 e il 19 agosto, due detenuti sono scappati “con il classico sistema del buco nel muro” per poi calarsi con una corda; entrambi sono stati ripresi in tempi relativamente brevi, ma l’episodio ha fatto il giro del Paese. Pochi giorni dopo, a Palmi, un recluso in circuito di Alta Sicurezza - legato al clan Strisciuglio - è evaso scavalcando un muro di quattro metri, venendo poi rintracciato dalla Polizia penitenziaria. La Uil-Pa ha parlato di “cinque evasioni in cinque giorni”. Il sindacato SPP denuncia da tempo un’impennata di evasioni e tentativi: “+700% nei primi nove mesi del 2024”, con organici ridotti e turni estenuanti. Numeri che vanno maneggiati con prudenza - anche per la difficoltà di comparare le serie storiche - ma che restituiscono il senso di una tenuta operativa sempre più precaria. Sovraffollamento cronico: il termometro che non scende mai - Se c’è un indicatore che attraversa ogni capitolo di questa crisi è l’affollamento. Al 30 aprile 2025, secondo Antigone, le persone detenute erano 62.445 a fronte di una capienza regolamentare di circa 51.280 posti, che si riducono a poco più di 46.700 se si escludono i posti inagibili: l’indice reale sale così oltre il 133-134%. Solo 36 istituti non risultano sovraffollati, mentre 58 superano il 150%, con punte oltre il 200% in luoghi come Milano San Vittore. Il Ministero della Giustizia ha replicato più volte che “nessuno ha fatto quanto questo governo” su assunzioni e investimenti, rivendicando “oltre 10.000 unità finanziate in due anni e mezzo” e leggendo i 46 suicidi al 31 luglio 2025 (dato DAP, rilevato dal Garante) come segnale di “trend in calo” rispetto al 2024. Anche qui, però, gli aggiornamenti autunnali riportano la cifra a quota 70+ a fine anno, confermando che il fenomeno non si può dichiarare rientrato. La fotografia di Antigone e di altri osservatori indipendenti resta dunque quella di un sistema in iperventilazione. Sindacati al contrattacco, politica in trincea: il caso Delmastro - Nel mezzo, lo scontro politico-sindacale. Il SPP di Aldo Di Giacomo parla di carceri diventate “terra di nessuno” e chiede le dimissioni del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro: un pressing rilanciato anche in queste settimane da più testate, dopo una raffica di evasioni, aggressioni e omicidi. La Stampa sintetizza l’accusa: “dalle carceri italiane si fugge come in un gioco di ragazzi” e “qualcuno deve rispondere”. Il nodo politico è aggravato dal profilo pubblico del sottosegretario. A febbraio 2025, Delmastro è stato condannato in primo grado a otto mesi per rivelazione di segreto d’ufficio (vicenda “Cospito”), annunciando l’appello e rifiutando le dimissioni. A fine 2024 avevano fatto rumore anche certe sue frasi di tono marcatamente punitivo pronunciate in un evento della Polizia penitenziaria, con reazioni indignate delle opposizioni. Il governo, però, lo ha confermato al suo posto. Cosa rispondono le istituzioni - Il Garante nazionale ha precisato ad agosto 2025 che, al 31 luglio, i suicidi risultavano inferiori allo stesso periodo del 2024 (46 contro 58), invitando a evitare allarmismi “statistici” fuori contesto. Il punto, però, non è solo l’oscillazione di un trimestre: gli indicatori di medio periodo restano gravi, al pari della percezione dentro gli istituti. La linea dura rivendicata dal sottosegretario Delmastro (“no agli svuota-carceri”) appare in tensione con l’urgenza di un piano di deflazione della popolazione detenuta e di potenziamento psichiatrico-sanitario. In Aula e nelle interviste, il Governo rivendica assunzioni e risorse straordinarie; per i sindacati, invece, la coperta è sempre troppo corta e i numeri delle aggressioni agli agenti restano ingestibili. Il punto d’equilibrio che manca - “Non lasciamo respirare chi è dietro il vetro: per me è una gioia”, disse nel 2024 - scatenando la bufera - il sottosegretario Delmastro parlando dei mezzi del GOM. Una frase che molti lessero come la fotografia di un clima: quello di un sistema penitenziario dove il principio rieducativo fa fatica a farsi spazio tra emergenze e securitarismo. A fine 2025, con suicidi ancora numerosi, omicidi tra detenuti e evasioni che si ripetono, la cornice non è cambiata abbastanza. Di certo, però, non bastano gli applausi o gli strali: servono scelte misurabili - in posti, persone, metri quadri, turni e protocolli - e un’assunzione di responsabilità politica coerente con i fatti, non con gli slogan. In controluce, restano i nomi. Quelli in fondo ai registri e alle statistiche. Quelli come Francesco Valeriano, arrivato a Rebibbia la scorsa primavera e uscito, mesi dopo, su una barella. È su quei nomi - non sui comunicati - che si misura lo stato di salute di una democrazia. Europa: informazione, i giornali realizzati nelle carceri. Da Italia a Paesi Ue Il Sole 24 Ore, 22 dicembre 2025 Giornali e riviste in carcere realizzate dai detenuti. È l’altra faccia delle carceri dove riabilitazione, libertà di stampa e informazione si incontrano. A raccontare questo scenario in diversi Paesi dell’Ue è un servizio pubblicato da Obct (Osservatorio Balcani Caucaso e Transeuropa) nell’ambito del progetto internazionale Pulse. “A differenza di quanto accade altrove, in Italia esistono da decenni decine di esperienze di questo tipo, tra cui probabilmente la più solida e più nota è quella di Ristretti Orizzonti, il bimestrale del carcere di Padova - si legge. Ma il primo esempio di rivista carceraria in Italia risale a ben un secolo fa, con la fondazione della Domenica del Carcerato nel 1925 nel carcere di Regina Coeli a Roma”. Nel servizio, come esempio per l’Italia, viene ricordato quello di Ristretti Orizzonti nel carcere di Padova, nato quasi per caso e oggi punto di riferimento non solo per il mondo dei detenuti. Gela (Ct). Un detenuto di 37 anni si è tolto la vita nel carcere La Sicilia, 22 dicembre 2025 Un detenuto di 37 anni si è tolto la vita nel carcere di Balate a Gela, dove era ristretto dopo essere stato coinvolto in una recente indagine antidroga. L’uomo è stato trovato impiccato all’interno della sua cella e, nonostante i soccorsi, è deceduto. I funerali si sono svolti oggi alla presenza di familiari e conoscenti, lasciando sgomenta la comunità locale e riaccendendo i riflettori sul crescente fenomeno dei suicidi nelle carceri italiane. Secondo i dati ufficiali e le stime di associazioni indipendenti, il numero di suicidi nelle carceri italiane nel 2025 è risultato allarmante su scala nazionale: ad agosto, erano stati segnalati 46 suicidi tra i detenuti dall’inizio dell’anno in tutte le carceri italiane. In varie manifestazioni e flash mob, come quello davanti a Montecitorio, è stata documentata la presenza di 72 sagome bianche, simbolo del numero di persone che si sono tolte la vita all’interno delle carceri italiane nel corso del 2025 (dato manifestativo secondo fonti giornalistiche). Dati preliminari riferiti ad associazioni come Antigone e altri osservatori suggerivano già oltre 20 suicidi nelle prime fasi dell’anno, con un aumento costante legato al sovraffollamento e alla mancanza di misure preventive strutturate. Il contesto generale - Il fenomeno dei suicidi in carcere non è isolato. I dati mostrano come le carceri italiane soffrano di un sovraffollamento cronico con tassi medi attorno al 130-135 %, ben oltre la capienza regolamentare, un fattore che secondo esperti accentua lo stress, l’isolamento e la fragilità psicologica nei detenuti. Associazioni per i diritti dei detenuti, sindacati della polizia penitenziaria e garanti regionali hanno più volte denunciato che le condizioni materiali all’interno delle carceri - spazi angusti, personale insufficiente, scarsi servizi sanitari e psichiatrici - contribuiscono all’escalation di suicidi e altri eventi critici. Una tragedia che chiede risposte urgenti - Il suicidio del detenuto gelese si aggiunge a una lunga lista di tragedie che segnano il sistema penitenziario italiano nel 2025. Dietro ogni numero ci sono storie umane spezzate, fragilità psicologiche non trattate e un contesto di detenzione che mette in evidenza limiti strutturali e organizzativi profondi. Il dibattito pubblico torna a chiedere interventi immediati - dall’incremento dei servizi di sostegno psicologico alla riduzione delle condizioni di sovraffollamento, fino a politiche penitenziarie orientate alla prevenzione e alla dignità delle persone ristrette - per evitare che altri drammi simili possano ripetersi. Ascoli Piceno. Detenuto ucciso in carcere durante una lite, familiari risarciti con mezzo milione Corriere Adriatico, 22 dicembre 2025 La corte d’appello di Ancona ha riconosciuto un risarcimento complessivo di quasi mezzo milione di euro ai familiari di Achille Mestichelli, ascolano morto il 18 febbraio 2015 in seguito alle gravissime lesioni riportate durante una violenta lite avvenuta cinque giorni prima, il 13 febbraio, all’interno di una cella della casa circondariale di Marino del Tronto. Una decisione che ribalta l’esito del primo grado civile e che individua la responsabilità dell’amministrazione penitenziaria per omessa vigilanza. Per la morte di Mestichelli è già stata emessa una sentenza penale definitiva: Mohamed Ben Alì, tunisino oggi trentenne, è stato condannato a dieci anni di reclusione per omicidio preterintenzionale. In primo grado la pena era stata di 16 anni, poi ridotta dalla corte d’appello di Ancona con l’esclusione dell’aggravante dei futili motivi, decisione confermata dalla Cassazione nel 2019. Parallelamente, la moglie e il figlio della vittima, assistiti dall’avvocato Felice Franchi, avevano avviato un’azione civile chiedendo un risarcimento di un milione di euro al Ministero della giustizia, a tre agenti di polizia penitenziaria in servizio quel giorno e al direttore del carcere dell’epoca. Il Tribunale di Ancona, nel dicembre 2023, aveva però rigettato la domanda, escludendo profili di responsabilità a carico dell’amministrazione. I giudici di secondo grado hanno invece accolto l’appello, ricostruendo la vicenda nell’alveo della responsabilità da “contatto sociale”. Secondo la Corte, a fronte di una precedente segnalazione relativa all’uso e al possibile traffico di sostanze stupefacenti nella cella numero 9, l’amministrazione avrebbe dovuto intensificare i controlli. Circostanza aggravata dal sovraffollamento e dal fatto che la porta blindata della cella fosse stata chiusa con largo anticipo, impedendo la vista e l’ascolto di quanto avveniva all’interno. Una vigilanza più attenta, secondo i giudici, avrebbe potuto evitare l’aggressione o quantomeno limitarne le conseguenze. La responsabilità dell’autore materiale del delitto, già condannato in sede penale, non esclude quella concorrente dell’amministrazione per l’omessa adozione delle misure di sicurezza dovute. I risarcimenti - Escluso il danno patrimoniale per mancanza di prove, la Corte ha riconosciuto il danno non patrimoniale, liquidato ai valori minimi tabellari: 207mila euro alla moglie e 226mila euro al figlio, ai quali vanno aggiunti gli interessi maturati. Respinte invece le domande di risarcimento nei confronti dei singoli agenti e dell’ex direttore, con condanna del Ministero della giustizia anche al pagamento delle spese di entrambi i gradi di giudizio. Ancona. Un pensiero per Marco di Marcello Maria Pesarini vocididentro.it, 22 dicembre 2025 Vivo a meno di un chilometro da un mio amico che non conosco, ho visto solo in collegamento per piattaforma web. La piattaforma è un nome che mi ricorda l’adolescenza a Pesaro, perché la piattaforma era una tavola di plastica bianca e rossa ancorata al fondo del mare quand’esso era profondità, penso, di 2 metri, dalla quale i più fighi e coraggiosi di noi adolescenti andavano a fare i tuffi in acqua salata. Quel ragazzo dallo sguardo ironico e triste, con quell’aria disincantata che hanno gli emiliani, disse un giorno in riunione che aveva capito perché quando nel carcere dove era alloggiato lui si sentiva che sarebbe arrivata in visita Ilaria Cucchi, anzi che era venuta perché lei fa le sorprese, i blitz, per evitare che i direttori nascondessero la polvere sotto il tappeto, si creava sempre un grande trambusto. Era a Parma allora, ma forse era stato anche a Verona o la conosceva. Io ho aderito alla Rete “Morire di carcere” su proposta di Vito Totire, che mi aveva contattato per il G7 della sanità in Ancona. Lui aveva capito soprattutto che io ero rimasto sbalestrato dal suicidio di Matteo Concetti, dalla sofferenza della madre, ma soprattutto dall’indifferenza e della supponenza di tanti addetti ai lavori. A me manca la famiglia, mi è sempre mancata, e qui ne ho trovata un po’, con le baruffe e i disaccordi come si deve. Ma a quest’età devi ammettere che se sei finito in questa famiglia allora vuol dire che è il posto tuo. Marco ha sempre raccontato le sue sofferenze con quell’ironia di cui sopra. Basterebbe parlare della gastroplastica verticale per obesità patologica, del successivo by pass gastrico per sviluppo di Dumping Syndrome e disfagia. L’aspetto è quello di molti detenuti, che o dimagriscono moltissimo, oppure sviluppano obesità senza trattenere nitrati, vitamine, grassi. Per cui sono deboli, hanno pressione bassissima o altissima. Ne so qualcosa di medicina per via di mio padre e mia madre, morti per cumulo di disfunzioni, e mio fratello andatosene il 5 gennaio per diabete giovanile dopo avere perso quasi 20 chilogrammi e la lucidità a intermittenza fino alla fine. In galera ti fanno stare male non solo perché le cure arrivano tardi e male, ma perché sono ritenute spesso una concessione. Gli agenti possono scegliere se condividere la vita sospesa o dare spazio alla guerra fra poveri, diseredati. Vorrei che queste parole arrivassero al più presto a Marco, a sua sorella, a sua madre. Ora che ho letto che ha 48 anni mi sono meravigliato perché non li dimostra. Quando ho saputo in piattaforma che era stato trasferito in Ancona e che era costretto ad aspettare 12 ore per farsi cambiare il catetere, perché sia in carcere che in ospedale lo ritenevano delicato da maneggiare, ho cominciato a spazientirmi. Poi mi sono permesso, col beneplacito di Vito, medico, di informarmi con i dipendenti sindacalizzati dell’ospedale sulla fattibilità di una concessione di arresti domiciliari. Anche qui si è parlato di “hard to handle”. Dietro questa difesa si riparano spesso medici, dirigenti, magistrati di sorveglianza. Mi dicono, mi dite, che c’è una relazione medica dal carcere di Montacuto che sarebbe oro che riluce per farlo uscire. Intanto, col mio fiuto da segugio, conosco una giovane giornalista del Corriere Adriatico che si dice disponibile a scrivere di Marco. Vito viene in Ancona, non ha tempo di vedermi ma incontra e consola Marco e la avvocata. Torna a Bologna e lavora come un matto per scrivere un ulteriore documento. Mentre si va di parere negativo in parere negativo, trovo il coraggio, pur conoscendo i miei problemi psicologici e i disturbi che disturbano mia moglie, come se ce ne fosse bisogno, e chiedo a Katia se potrei andare a trovare Marco. Mi dicono di sì che mi ha trovato anche simpatico. “Ma dove, dico io, che sono spesso polemico e insoddisfatto anche con me?”. Domanda di Marco per me come volontario amico, domanda di Katia sempre per me. Mi sono dimenticato di dire che, senza la bravissima avvocata e senza un volontario della Caritas che visita frequentemente Marco saremmo ancora più tristi. Poi, durante le infinite peregrinazioni all’Ospedale di Torrette con Nicoletta, mia moglie, un giorno andiamo ad urologia e, terminata la visita, provo a chiedere se il reparto è sotto organico. La risposta è naturalmente positiva. “Coraggio, chiedilo”. Lo faccio: “Allora voi siete far quei dottori che devono recarsi tutti i giorni a Montacuto a cambiare il catetere a un detenuto. Io lo conosco. Sono in una rete di auto aiuto per familiari di detenuti. I due medici confermano, e affermano che sperano si risolva. Non sono tutti così freddi. Ma il tempo passa. Non è un trasferimento vicino casa come quand’ero soldato, eppure mi avrebbe fatto comodo davvero. È più importante, molto davvero. Come si fa ad esercitare il potere in questo modo? È pericoloso un uomo in queste condizioni? Due giorni fa dovevo parlare con la mia psicologa, spesso fuori sede, perché piove sul bagnato e i guai li combino anch’io. Parto da casa e vado in campagna, su un colle che dista meno di un chilometro da me, mi fermo davanti a quel casermone che è la casa circondariale e faccio la seduta da lì, vicino a Marco. Più di così per ora non ho potuto. Acireale (Ct). Avviato progetto lavorativo per i giovani ospiti dell’Ipm La Sicilia, 22 dicembre 2025 Dalla sinergia tra l’Istituto penale minorile acese e l’associazione “Seconda chance” è nata un’iniziativa, già collaudata in altri contesti simili, che mira al reinserimento concreto dei giovani incappati in provvedimenti giudiziari e che, comunque, manifestano la seria intenzione di percorrere la “retta via”. Il meccanismo proposto dall’associazione “Seconda chance”, il cui responsabile siciliano è il giornalista Maurizio Nicita, consiste nell’individuazione di un’impresa disposta ad accogliere un giovane ospite dell’Ipm di via Guido Gozzano, diretto da Girolamo Monaco. In questo caso, l’imprenditore Antonio Pinzone, titolare della Cospin, ha inserito un ragazzo, il 20enne S., nel cantiere di via Marchese di Sangiuliano, attivato per riqualificare l’ex liceo classico “Gulli e Pennisi”, destinato a diventare un polo di cultura di rilevante importanza. “Ho sempre pensato che bisogna dare una possibilità a chi sbaglia - ha osservato Antonio Pinzone - e già nella mia azienda avevo accolto persone con problematiche diverse. L’incontro con l’associazione “Seconda chance” mi ha condotto all’interno dell’Ipm a contatto con un nuovo mondo e credo che presto prenderemo qualche altro ragazzo, perché negli occhi di molti tra loro ho colto la voglia di riscatto, di rialzarsi”. Maurizio Nicita ha spiegato che S. ha tanta voglia di riprendersi la propria vita. Ogni mattina alle 7 lascia l’Istituto e in poco più di 5 minuti arriva al cantiere. Alla fine della giornata, seppur stanco, il ragazzo ci tiene ad andare in palestra per tenere in forma i propri muscoli e allenarsi anche al lavoro. Dopo le festività dovrebbe toccare a qualche altro ospite dell’Istituto che parteciperà, come ha già fatto S., a tutti i corsi per la sicurezza nei cantieri e dopo le visite mediche verrà avviato al lavoro. Il dirigente Monaco, dal canto proprio, ha sempre manifestato una forse propensione verso l’esterno al fine di un progressivo reinserimento dei giovani ospiti dell’Ipm nel mondo lavorativo. San Gimignano (Si). Il saluto del Papa arriva ai detenuti di Romano Francardelli La Nazione, 22 dicembre 2025 Le parole di Papa Leone XIV sono tornate ancora una volta a salutare San Gimignano, che ben ha conosciuto da priore generale degli agostiniani. Questa volta il saluto del papa agostiniano è stato inviato in occasione del Giubileo dei detenuti e ha passato anche la cinta del carcere di Ranza. L’arcivescovo di Siena-Colle di Val d’Elsa-Montalcino, cardinale Augusto Paolo Lojudice, è stato il messaggero di questa voce con il saluto del Papa ai detenuti, passato da una cella all’altra, nella tradizionale e familiare visita natalizia dell’arcivescovo “don Paolo”, come lo chiamano ancora i suoi parrocchiani della borgata romana. È stata la particolare voce di saluto e di speranza, il messaggio del Papa agostiniano, portata dall’arcivescovo Lojudice nei padiglioni alta sicurezza dove sono presenti circa trecento anime. Il popolo di Ranza ha risposto: “Grazie santità pregheremo per lei”. Un messaggio buttato giù a più mani dalle celle e consegnato all’arcivescovo Lojudice, con la richiesta di portare quelle poche ma sentite righe al Santo Padre. Proprio da Ranza, in occasione delle festività natalizie, da quelle celle di alta sicurezza usciranno oltre quaranta detenuti, che potranno passare le feste in famiglia con speciali permessi presentati dalla direzione di Ranza e ottenuti dal magistrato per passare le feste di Natale con le loro famiglie. È stata insomma una visita diversa quella del cardinale a Ranza accolto, dal personale della direzione (assente per impegni il direttore Giuseppe Renna, tornato a svolgere l’importante incarico a San Gimignano dopo tre anni a Livorno e alla Gorgona), dal comandante degli agenti uomini della Polizia penitenziaria Giuseppe Bonfitto e dal cappellano spirituale del carcere di Ranza don Luca. Spoleto (Pg). Natale in carcere, l’Arcivescovo porta un messaggio di speranza ai detenuti di Morena Zingales spoletooggi.it, 22 dicembre 2025 Boccardo: “Sognare è possibile anche dentro questa casa”. Un messaggio di speranza, responsabilità e rinascita ha attraversato le mura della Casa di Reclusione di Spoleto in occasione della Messa di Natale presieduta dall’arcivescovo di Spoleto-Norcia, mons. Renato Boccardo, nel pomeriggio di sabato 20 dicembre. La celebrazione ha segnato anche la conclusione del Giubileo della Speranza nel penitenziario, iniziato il 4 gennaio 2025 con una precedente liturgia presieduta dallo stesso presule. Nel suo intervento, mons. Boccardo ha scelto un forte parallelismo con il terremoto del 2016 che ha colpito duramente il territorio della Valnerina, distruggendo edifici, luoghi di culto e relazioni. “Le macerie non hanno avuto l’ultima parola - ha ricordato - ma sono diventate il punto di partenza per la ricostruzione, come è avvenuto per la Basilica di San Benedetto e per la chiesa abbaziale di Sant’Eutizio”. Un’immagine che l’Arcivescovo ha esteso alla vita dei detenuti: “Anche la vostra esistenza è colma di macerie. Non vanno buttate o cancellate, ma devono diventare il fondamento da cui ripartire per ricostruire”. Alla celebrazione hanno concelebrato il cappellano del carcere, padre Marco Antonio Maria Uras, ofm, e il direttore della Caritas diocesana, don Edoardo Rossi. Presenti, tra gli altri, il direttore della Casa di Reclusione Bernardina Di Mario, il comandante della Polizia Penitenziaria Pierpaolo Milanese, il consigliere regionale Donatella Tesei e numerosi volontari. La liturgia è stata animata da alcuni elementi della corale diocesana, diretta dal maestro Mauro Presazzi. Commentando la Liturgia della Parola, mons. Boccardo si è soffermato sul Salmo 24 e sul Vangelo del sogno di Giuseppe, invitando i detenuti a non rinunciare alla capacità di sognare. “Nessuno ha mani innocenti e cuore puro - ha detto - nemmeno chi non è in carcere. Tutti portiamo ferite”. Da qui l’invito a non identificarsi con gli errori commessi: “La storia di una persona non coincide con ciò che ha fatto. La vostra identità è ferita e sanguina, ma questo peso può diventare uno slancio in avanti. Sognare è possibile anche dentro questa casa”. Nel solco del cammino giubilare, al termine della Messa alcuni detenuti hanno letto e interpretato brani tratti da “Bariona o il figlio del tuono” di Jean-Paul Sartre, accompagnati musicalmente da un altro detenuto alla fisarmonica, sotto la guida di Giorgio Flamini. È stato inoltre letto un passaggio del discorso pronunciato il 30 maggio 2025 da papa Leone XIV, dedicato al valore della fraternità e della costruzione di un “noi” fondato sulla responsabilità condivisa. Il testo di Sartre, scritto durante la prigionia dell’autore, sarà al centro di un futuro spettacolo teatrale che la compagnia #SIneNOmine porterà in scena nel Natale 2026. In chiusura, il direttore Bernardina Di Mario ha ringraziato l’Arcivescovo per la sua costante vicinanza, sottolineando l’importanza del dialogo e della collaborazione per affrontare le difficoltà quotidiane della vita carceraria. Prima di lasciare il penitenziario, mons. Boccardo ha infine fatto visita ai detenuti sottoposti al regime di 41 bis, portando anche a loro gli auguri di Natale. Ivrea (To). La mensa del carcere diventa ristorante per un pranzo d’amore di Rosemarie Mannuzza torinocronaca.it, 22 dicembre 2025 Natale con 1.300 volontari, 70 chef e 9.000 detenuti, per dignità e reinserimento. Giovedì 18 dicembre, le mura della Casa Circondariale di Ivrea hanno aperto le porte alla solidarietà per l’iniziativa “L’altra Cucina, per un Pranzo d’Amore”. L’evento, promosso da Prison Fellowship Italia in collaborazione con il Ministero della Giustizia, ha trasformato la mensa del carcere in un ristorante d’alta classe, coinvolgendo detenuti, agenti e volontari in un momento di rara umanità. A Ivrea, il “dream team” della cucina è stato guidato da nomi d’eccellenza come Mauro Demartini e Giulio Rocci, affiancati dallo staff di Italian Food Style Education e dagli allievi della Scuola Alberghiera dei Salesiani. Il menù, profondamente legato al territorio, ha proposto piatti dai nomi simbolici come la lasagna “Liberamente al forno” e la pollastra “Le Ali della Libertà”, concludendosi con un carrello di gelati artigianali. L’iniziativa non è stata un caso isolato: si è svolta in contemporanea in 56 istituti penitenziari italiani, servendo oltre 30.000 piatti a circa 9.000 detenuti. Come sottolineato dalla presidente Marcella Reni, l’obiettivo è “illuminare gli angoli più bui del Paese”, ricordando che la dignità della persona deve restare centrale anche durante l’esecuzione della pena. Foggia. Il carcere diventa teatro con “Il coraggio di sognare”: voci, emozioni e futuro possibile immediato.net, 22 dicembre 2025 Successo per lo spettacolo scritto e diretto da Daniela d’Elia, con la collaborazione di Annalisa Graziano e con la partecipazione del Cpia1 “David Maria Sassoli”. Protagoniste, le persone detenute. Lo scorso 19 dicembre, la sala teatro della Casa Circondariale di Foggia si è trasformata in un palcoscenico di emozioni, voci e storie condivise. Lo spettacolo teatrale “Il coraggio di sognare - Le palle di Natale”, una performance realizzata con la partecipazione attiva delle persone detenute, è stata capace di coinvolgere i presenti in un’altalena di emozioni: leggerezza e commozione, risate e riflessione profonda. Lo spettacolo, scritto e diretto da Daniela d’Elia, con la collaborazione di Annalisa Graziano e con la partecipazione del Cpia1 “David Maria Sassoli”, diretto da Antonia Cavallone, è nato da un’idea semplice e insieme coraggiosa: interrogarsi sul significato del Natale in un luogo di restrizione, soprattutto per chi vive la lontananza dagli affetti, il peso dell’assenza, la sospensione del tempo. Da questa consapevolezza ha preso forma un progetto teatrale che ha utilizzato il linguaggio dell’arte per accendere una luce, creare legami, restituire dignità e voce. “Quando portiamo attività culturali in carcere non lo facciamo per riempire il tempo, né per offrire intrattenimento: lo facciamo per dare senso al tempo”, ha spiegato Daniela d’Elia. In sole tre settimane di lavoro, il carcere si è trasformato in un vero e proprio cantiere creativo: scrittura della sceneggiatura, prove, costruzione della scenografia, confronto continuo tra differenze, tempi e difficoltà. Un percorso intenso, fatto di mediazioni, imprevisti e collaborazione, che ha portato a un risultato condiviso e partecipato. Un’esperienza in cui, passo dopo passo, è emersa una comunità capace di riconoscersi e sostenersi, anche quando la famiglia è lontana. “Progetti come questo non sono eventi isolati, ma percorsi culturali, educativi e umani che chiedono continuità e ascolto”, ha aggiunto con commozione la regista. La performance, dal forte impatto emotivo, ha coinvolto il pubblico - presenti anche la sindaca Maria Aida Episcopo, l’assessore comunale alla legalità Giulio De Santis, l’europarlamentare Mario Furore, la consigliera regionale Rosa Barone, Elvira Prencipe del Rotary club Foggia, Silvana Carrozzino dell’Inner Wheel e Sergio Venturino - in un viaggio tra storie, versi e immagini, restituendo uno sguardo autentico sulla condizione di chi vive il periodo natalizio in carcere. Un Natale fatto anche di silenzi, di sedie vuote, di abbracci sospesi, ma attraversato dalla possibilità della rinascita, del sorriso, della speranza. Rivolgendosi direttamente ai detenuti, Daniela d’Elia ha voluto lanciare un messaggio chiaro e profondo: “Auguro a ciascuno di voi di non smettere di riconoscersi come persona e di custodire ciò che avete scoperto di voi, anche una piccola scintilla. Di non rinunciare al sogno di una vita possibile, degna, vostra”. “Il coraggio di sognare - Le palle di Natale” è una produzione del “Teatro dell’Evasione” e rappresenta un esempio concreto di come il teatro possa diventare strumento di inclusione, relazione e crescita, anche in contesti complessi. L’iniziativa è stata resa possibile grazie al sostegno della Fondazione dei Monti Uniti, dell’Ordine degli Avvocati di Foggia e della Camera Penale di Capitanata, dei Rotary Club Foggia, Foggia Umberto Giordano e Foggia Capitanata, dell’Inner Wheel, dell’Associazione Genoveffa de Troia con le sue volontarie e il volontario in servizio civile, del Cpia1 Foggia e del CSV Foggia. Un ringraziamento particolare va alla direzione della Casa Circondariale di Foggia, al direttore dott. Michele De Nichilo, all’area educativa coordinata da Giovanna Valentini, a tutte le educatrici, al comandante Claudio Ronci, alle agenti e agli agenti di polizia penitenziaria e a tutto il personale, per il supporto e la collaborazione dimostrati. Grazie anche a Jean Patrick Sablot per foto e riprese. Insieme, istituzioni, operatori, volontari, artisti e persone detenute hanno costruito un’esperienza che ha saputo farsi comunità, dimostrando che anche in carcere il teatro può generare incontro e ascolto. “Un piccolo, grande miracolo di Natale”. Lecce. Sport e rinascita nel carcere: a Borgo San Nicola una partita che unisce di Giuseppe Granieri quotidianodipuglia.it, 22 dicembre 2025 Nei giorni scorsi, presso la casa circondariale di Lecce “Borgo San Nicola”, si è svolta una partitella tra una rappresentativa del Corpo di Polizia Penitenziaria e una mista tra studenti dell’Istituto Bachelet di Copertino e beneficiari dei progetti Carmiano Solidale e Ordinari in capo a Cooperativa Rinascita. “È stata un’esperienza significativa quella che abbiamo vissuto e condiviso. Lo è stato per tutti noi, ma soprattutto per chi ha partecipato alla partita e per i ragazzi: sui loro volti, e nelle loro parole, c’era tutto l’entusiasmo di chi era contento di esserci stato”, afferma il presidente di Rinascita Società Cooperativa Sociale, Antonio Palma. Quest’attività va ad inserirsi all’interno del progetto “One Step Outside”, il programma dedicato ai detenuti e alle detenute e che vuole promuovere lo sport come strumento ed opportunità di rieducazione, attraverso il potenziamento dell’attività fisica. “La Direttrice Maria Teresa Susca si è dimostrata aperta e interessata ad ulteriori sviluppi del progetto, arricchendolo di ulteriori spunti e contenuti, mentre gli agenti sono stati entusiasti e ci hanno invitato a ripetere questa esperienza, e a tornare presto”, continua Palma. Il progetto, inaugurato lo scorso settembre, andrà avanti per tutto il 2026 con attività sportive di vario tipo, laboratori per realizzare il blasone del Gruppo Sportivo “Borgo San Nicola” e per creare cori e slogan di tifo sportivo, un corso per diventare Giudice provinciale di Atletica Leggera, partite di calcio, incontri su corretti stili di vita e nutrizione sportiva, un servizio di mediazione linguistica e culturale. “In questi tre mesi abbiamo vissuto tanti momenti significati”, riporta Vincenzo Nobile, referente di progetto: “Mi piace ricordare il gesto di un ex detenuto che ha ritardato di qualche ora la sua scarcerazione per prendere parte ad una nostra seduta sportiva”. Trento. “Sapori di libertà”: cena solidale a Dro per sostenere la biblioteca del carcere labusa.info, 22 dicembre 2025 Una cena per stare insieme, ma soprattutto per sostenere un progetto che unisce cultura, diritti e reinserimento sociale. Si intitola “Sapori di libertà” l’iniziativa promossa dal Partito Democratico del Trentino - circolo Dro-Drena, in collaborazione con Arci del Trentino, APAS e l’associazione Le Formiche, in programma sabato 3 gennaio 2026 alla Sala dell’Oratorio di Dro, con inizio alle ore 19. L’evento è pensato come una cena “galeotta”, accompagnata da storie e racconti dal carcere, a sostegno del progetto “I libri liberano”. Il ricavato della serata sarà infatti destinato all’acquisto di libri per la biblioteca del carcere di Trento, con l’obiettivo di rafforzare uno spazio di lettura e crescita personale all’interno della casa circondariale. Il menù proposto richiama la tradizione: antipasto con orzotto, salumi e formaggi nostrani, arrosto di lonza di maiale con patate, torta di pere e cioccolato, accompagnati da vino rosso e bianco, acqua e caffè. È prevista la possibilità di segnalare eventuali esigenze alimentari al momento della prenotazione. La partecipazione prevede un contributo minimo di 20 euro. La prenotazione è necessaria entro il 28 dicembre, contattando i seguenti numeri: Susi 335 6852706 oppure Michela 338 659 7864. “Sapori di libertà” si inserisce in un filone di iniziative che utilizzano la convivialità come strumento per parlare di carcere, diritti e inclusione, portando l’attenzione su progetti concreti capaci di incidere sulla vita quotidiana delle persone detenute. Una serata che unisce cibo, cultura e impegno civile, nel segno di una solidarietà che passa anche - e soprattutto - dai libri. San Severo (Fg). Alla Galleria dei Celestini storie e parole che rompono gli stereotipi immediato.net, 22 dicembre 2025 Presentati a San Severo il progetto “Biblioteca Vivente” e il libro “Al di là delle sbarre”. Un confronto pubblico per raccontare il carcere oltre i pregiudizi e costruire percorsi concreti di reinserimento. Il recupero dei detenuti non è solo un principio costituzionale, ma una possibilità reale. Se ne è discusso nella sala Ettore Basso della Galleria dei Celestini, nel cuore del Municipio di San Severo, in occasione di una doppia iniziativa dal forte impatto sociale: il lancio del progetto “Biblioteca Vivente” e la presentazione del libro “Al di là delle sbarre” di Luigi Talienti. L’incontro ha riunito associazioni, mondo della scuola e cittadini attorno a un tema spesso raccontato solo attraverso stereotipi, offrendo invece uno sguardo diretto, umano e partecipato sulla realtà carceraria. Il progetto “Biblioteca Vivente” - Promosso dall’Associazione Gentilezza è Cultura in collaborazione con la Casa circondariale di San Severo, il progetto “Biblioteca Vivente” nasce con l’obiettivo di raccogliere e valorizzare le storie personali dei detenuti, trasformandole in strumenti di dialogo e consapevolezza. Il percorso si sviluppa nell’arco di 11 mesi e prevede diverse fasi: preparazione, raccolta delle testimonianze, editing dei racconti e attività di sensibilizzazione. Il lavoro confluirà in un libro collettivo, che sarà diffuso nelle scuole del territorio e accompagnato da iniziative contro i pregiudizi, per favorire l’ascolto reciproco e il reinserimento sociale. “Al di là delle sbarre”, il racconto di chi il carcere lo vive - Durante l’incontro è stato presentato anche il volume “Al di là delle sbarre” di Talienti, che racconta esperienze maturate all’interno del carcere come educatore, volontario e legale. Un libro che restituisce dignità alle persone detenute e propone una narrazione lontana dalla retorica, capace di mostrare fragilità, percorsi di crescita e possibilità di cambiamento. Il testo si inserisce in modo naturale nel solco tracciato dalla “Biblioteca Vivente”, rafforzando il messaggio che la rieducazione passa dalla conoscenza e dall’incontro. Voci e confronto alla Galleria dei Celestini - All’evento hanno preso parte Arcangela De Vivo, referente del progetto, che ha sottolineato come la gentilezza e l’ascolto siano strumenti fondamentali di rieducazione, lo stesso Talienti, Giuseppe Modica per la Consulta delle Associazioni e Antonio Stornelli, esponente del mondo cooperativo. Il dibattito, animato anche da rappresentanti della scuola, della formazione e dell’associazionismo, ha messo al centro i temi della giustizia, dell’inclusione e della responsabilità collettiva, evidenziando la necessità di costruire un ponte stabile tra il carcere e la comunità esterna. Un progetto aperto al territorio - Il progetto “Biblioteca Vivente” prevede la distribuzione del libro finale nelle scuole e nelle librerie del territorio, oltre a un monitoraggio dell’impatto sociale dell’iniziativa. Non si esclude, inoltre, la possibilità di future repliche, con l’obiettivo di ampliare la rete e consolidare un modello di intervento culturale e sociale. Un’esperienza che a San Severo ha dimostrato come raccontare le storie, ascoltarle e condividerle possa diventare il primo passo per abbattere barriere e restituire senso alla parola reinserimento. Reggio Calabria. Iniziative nelle carceri per alleviare la restrizione e la lontananza dalla famiglia Il Reggino, 22 dicembre 2025 Il direttore Tortorella: “Il nostro impegno è quello di aprire alla speranza”. “La dimensione spirituale e religiosa di queste festività abbraccerà anche gli istituti penitenziari Giuseppe Panzera di Reggio Calabria, plesso San Pietro e Arghillà. Ci sono già in programma delle iniziative affinché in questo momento dell’anno, in particolare, ci si possa aprire alla speranza. Attendiamo l’arcivescovo Morrone, molto attento al mondo penitenziario e che verrà in entrambi i plessi per incontrare i detenuti. Una visita molto attesa”. È quanto ha dichiarato il direttore Rosario Tortorella nella recente occasione della partita per la Libertà nel campo di calcio del carcere di Arghillà. Iniziativa che, lo scorso 15 dicembre, ha dato il via alle iniziative legate al periodo di festività nel plesso di Arghillà. Con la supervisione della direzione e il coordinamento dell’area pedagogica, di cui referente è Domenico Speranza, il programma sarà scandito da una serie di appuntamenti che si avvarranno della collaborazione di volontari e operatori attivi all’interno del plesso. Il fine è quello di alleviare, in questo particolare momento dell’anno la restrizione e la lontananza dai familiari. Nei giorni scorsi un momento conviviale di auguri a seguito della proiezione del dibattito nell’ambito del progetto Cinema promosso dal circolo Charlie Chaplin con la partecipazione dei magistrati del tribunale di Sorveglianza che commentano e riflettono sul film con le persone detenute. Il teatro - Oggi, lunedì 22 dicembre, in programma un’attività teatrale curata dal Centro per l’Istruzione degli Adulti di Reggio Calabria con i detenuti che frequentano i corsi scolastici di base, quindi alfabetizzazione, primo periodo didattico primo livello (ex scuola media), primo periodo didattico secondo livello (propedeutico alle superiori). Si tratta di una performance allestita anche con la collaborazione di due operatori esterni che vedrà protagonisti detenuti della media sicurezza che si esibiranno per gli altri detenuti. È prevista anche la partecipazione dei circa 40 detenuti della sezione dei Protetti. Le tombolate - Martedì 23 dicembre, mentre fuori dalle mura del plesso di San Pietro avrà luogo la consueta veglia promossa dalla Cvx, all’interno del plesso di Arghillà, l’assistente spirituale, padre Carlo Cuccomarino Protopapa, insieme a un’equipe della Fraternità, composta da frati e suore dell’istituto di vita consacrata “Piccoli fratelli e sorelle dell’Immacolata” di Bagnara, e a un gruppo Caritas dell’arcidiocesi Reggio Calabria - Bova promuoverà una tombolata con una serie di premi con il coinvolgimento dei detenuti di media sicurezza che afferiscono alle attività religiose di catechesi e Musicanto. Martedì 30 dicembre la tombolata, organizzata dalla Caritas, per alleviare l’isolamento e la restrizione più dura ai quali sono sottoposti i detenuti sex offenders. Sempre padre Carlo Cuccomarino Protopapa officerà nella cappella messa nel giorno del Santo Natale. Il 29 dicembre nel plesso di Arghillà e il 31 dicembre nel plesso di San Pietro, l’atteso incontro tra l’arcivescovo di Reggio Calabria - Bova, monsignor Fortunato Morrone, e tutti i detenuti. Il nuovo anno - Nel 2026 nel plesso di Arghillà ci saranno in programma anche un concerto di musica popolare che sarà programmato prima della Befana. Dopo il 12 gennaio la piantumazione su impulso dell’archeo club di Vibo Valentia dell’ulivo bianco, l’”olivo della Madonna”, antica varietà calabrese dalle olive bianche, considerato sacro e collegato alla Vergine Maria (da cui “Olivo della Madonna”), simbolo di pace, purezza, speranza e resilienza. Una programmazione è stata stilata anche il plesso di San Pietro dove l’arcivescovo Morrone si recherà l’ultimo giorno dell’anno portando con sé, trasportata dal Masci, la Luce di Betlemme. Trieste. Jazz in carcere, simbolo di speranza e rinascita di Luisa Pozzar diocesi.trieste.it, 22 dicembre 2025 In occasione del Giubileo dei detenuti, giovani musicisti del Tartini hanno suonato dal vivo e regalato emozioni alle persone recluse al Coroneo. Mercoledì 16 dicembre la musica - e che musica - è entrata in carcere. Grazie, infatti, alla collaborazione tra il Conservatorio di Musica “Giuseppe Tartini” di Trieste e la Caritas diocesana, in occasione del Giubileo dei detenuti, due gruppi di musicisti hanno fatto ingresso nei locali della Casa Circondariale “Ernesto Mari” per esibirsi in concerto - “Ritmi di Speranza: Jazz per il Giubileo” il titolo dell’appuntamento - a favore di un pubblico per loro davvero inconsueto: quello composto dalle detenute e dei detenuti. La scelta del jazz non è stata casuale. Questo genere musicale, infatti - come si leggeva nella presentazione della rassegna - “è un invito ad abbracciare la complessità della vita con coraggio e apertura, per trasformare le difficoltà in opportunità di crescita e dialogo. La sua natura creativa diventa così un simbolo potente di speranza e rinascita: proprio come il jazz nasce dall’incontro e dalla capacità di trasformare l’imprevisto in armonia, anche le persone detenute possono trovare nuovi modi per riscoprire sé stesse e immaginare un futuro diverso”. Abbiamo ascoltato, a concerti conclusi - tre nella sezione maschile e uno nella sezione femminile - le impressioni e le emozioni di due degli otto componenti dei gruppi musicali che hanno portato brani standard - termine con il quale si indicano brani del repertorio jazz storici e molto conosciuti - e composizioni originali. Sofia Bondel, studentessa della triennale, al secondo anno di contrabbasso jazz, era presente con il quartetto composto da Francesca Acero alla voce, Alberto Rizzarelli al piano, Francesco Sentieri alla batteria. Luca Mattiuzzo, laureato triennale e studente al biennio magistrale di basso elettrico, faceva parte, invece, del secondo gruppo composto anche dal sassofonista Sebastiano Prade, dal pianista Samuele Gandin (compositore dei brani inediti eseguiti per l’occasione) e dal batterista Fabricio Bertrami. “È stato uno dei nostri professori a coinvolgerci in questa esperienza” ci dicono quasi all’unisono Bondel e Mattiuzzo “Mirko Rubegni, insegnante di tromba, sapendo che avevamo questi nostri gruppi, ci ha chiesto se volevamo partecipare e, senza pensarci un attimo, abbiamo subito detto di sì”. Un’esperienza insolita, ma soprattutto inattesa per entrambi: “Di solito le esperienze che si fanno con il Conservatorio sono in teatro o nelle sale da concerto” spiega Bondel “in carcere proprio non me l’aspettavo e questa cosa mi ha un po’ spiazzata”. Mattiuzzo, da parte sua, dice di essere stato “super curioso, non sapevo cosa aspettarmi e quindi mi sono detto, io che tendo a buttarmi nelle cose, che mi sarei buttato anche questa volta e ne sono stato molto felice”. L’impatto con un ambiente carcerario non è semplice. Si entra in una sorta di “altro mondo”, con regole, restrizioni e meccanismi che scuotono chi li incontra per la prima volta. E la prima impressione, anche per questi due giovani musicisti, è stata di sorpresa: “L’ambiente nel quale abbiamo incontrato i detenuti era abbastanza simile a una scuola, perché era molto colorato. Credo ci trovassimo in una delle aule in cui loro fanno lezione: un ambiente decisamente diverso da quello che uno si immagina quando pensa al carcere. Un primo impatto abbastanza sorprendente” Mattiuzzo invece non sapeva bene cosa aspettarsi e racconta che: “Al primo contatto con loro, senza parlarci, solo guardandoli mi sentivo un po’ sulle spine… ma ho capito che questo mio stato d’animo non aveva ragione d’essere perché alla fine è andato tutto bene. Diciamo che mi sono fatto abbastanza guidare da quello che succedeva”. La capacità di mettersi in ascolto, quindi: e chi meglio dei musicisti sa cosa significhi? “Siamo tutti condizionati dai pregiudizi, ma ho deciso di tenermi aperto”, chiosa Mattiuzzo, mentre per Bondel “alla fine è stata un’esperienza anche di dialogo che di solito non capita in un luogo del genere. Insomma, non è come andare a prendersi un caffè al bar”. Le emozioni suscitate dalla musica dal vivo - una fruizione ben diversa rispetto a quella tramite dispositivi - hanno smosso anche domande da parte dei detenuti e, in qualche breve scambio di parole, ecco che le barriere sono cadute. “Alla fine, parlandoci, ho capito che erano ragazzi come noi, con una storia leggermente diversa dalla nostra. La musica è stata un pretesto per portarci là e permetterci di vivere questa esperienza” dice ancora Mattiuzzo. “Abbiamo cercato di portare a loro una parte delle nostre emozioni” aggiunge Bondel “e penso che, considerato il momento che stanno vivendo e il posto nel quale si trovano, per loro siano molto importanti”. “Portare la musica in carcere è fondamentale per permettere anche a queste persone di emozionarsi e avere la possibilità di ascoltare musica - cosa essenziale per molti di noi - perché altrimenti rischiamo di trattarli come animali da allevamento. E direi soprattutto musica dal vivo che ha tutto un altro valore. Una differenza stravolgente perché un brano che magari non ti ascolteresti su disco, dal vivo può anche cambiarti la vita”. Un’esperienza forte, quindi, quella vissuta in musica all’interno delle mura carcerarie. Cosa si portano a casa questi giovani e talentuosi musicisti? “Direi che per me è stata una bella scoperta, nel senso che è proprio stato come togliere un velo a una cosa che era nascosta ai miei occhi. Ho dato un volto a delle persone e a una realtà che non conoscevo. E porto con me la parola necessità, perché credo sia un’esperienza necessaria da fare, e la parola umanità perché dobbiamo ricordarci anche di queste persone e tenerle in considerazione quando parliamo di società. Perché loro ci sono e sono persone vere” incalza Mattiuzzo. “È stata una magnifica esperienza” conclude Bondel “io mi porto a casa le persone che ho conosciuto là, che, alla fine, sono persone come noi. Se dovessi scegliere una parola direi inclusività perché ci hanno veramente portato in quel loro mondo. Ci hanno fatto vedere cosa fanno: anche noi in Conservatorio abbiamo le nostre classi, i nostri compiti da fare e anche loro hanno delle attività. Ci hanno portato a vedere il laboratorio di serigrafia e ci hanno fatto vedere le magliette che hanno realizzato: è stato davvero bellissimo”. Torino. Don Ciotti: “Askatasuna è stato anche ossigeno, non tutto va criminalizzato” di Caterina Stamin La Stampa, 22 dicembre 2025 Il fondatore di Libera: “Prendiamo le distanze dalla violenza, il progetto del Comune è coraggioso”. È sommersa di appunti la scrivania di don Luigi Ciotti, fondatore del gruppo Abele e presidente di Libera. Righe nere su fogli bianchi, corrette con inchiostri verdi o rossi. “Il tema è delicato, ho scritto appunti per non sbagliare”, ripete. Pesa ogni parola. E gesticola. Punta il dito sul tavolo in legno quando parla del patto per trasformare Askatasuna - centro sociale occupato e sgomberato - in bene comune: “È un progetto coraggioso da portare avanti: dobbiamo tutelare le positività condannando la violenza”. E mima un abbraccio quando parla dei “ragazzi arrabbiati”: “Invece che preoccuparsi dei giovani, la società deve occuparsene veramente”. Come? “Creando progetti insieme a loro che hanno bisogno di concretezza e opportunità. Non dimenticandoci che le persone si incontrano e i problemi si affrontano, non viceversa”. Don Ciotti, come definirebbe Askatasuna per chi non la conosce? “Ossigeno per tante persone”. Cos’è successo l’altro giorno, al corteo di protesta per lo sgombero? “Quello che era già successo. Ed è un peccato: non può essere un gruppo di persone a distruggere il valore di quello che è stato fatto. Bisogna tutelare le positività”. Quali valori? “Askatasuna era diventato un luogo di aggregazione, dove si svolgevano attività per bambini, progetti di cultura e di servizio alle persone. Aveva una funzione sociale che non dobbiamo dimenticare”. Il patto di collaborazione per trasformare l’immobile occupato in un bene comune è stato revocato. Si doveva salvare? “Dobbiamo assolutamente fare in modo che possa andare avanti, era un progetto coraggioso”. Perché? “La città si arricchisce grazie al contributo di tutti nel costruire un orizzonte. E questo tiene conto anche dei centri sociali che sono laboratori di libertà e creatività, luoghi di protezione delle fragilità e delle vulnerabilità che ci attraversano”. Sbagliato sgomberare Aska? “Non ho gli elementi per dirlo. C’erano sei persone a dormire in un posto dichiarato inagibile? E c’era anche dell’altro? Ce lo dirà la magistratura. Ma è sbagliato criminalizzare un’esperienza, un progetto di grande valore”. Ha quindi ragione Cacciari: è sbagliato non regolarizzare le occupazioni? Gli sgomberi creano frustrazioni? “Sono d’accordo con lui. Quel progetto che si era creato per Askatasuna non deve morire ma andare avanti, perché vuol dire creare opportunità e riferimenti nel territorio”. Secondo gli investigatori i militanti di Aska sono stati l’anima dietro ai disordini scoppiati in città negli ultimi mesi... “La violenza non è accettabile: dà l’illusione di arrivare subito all’obiettivo perché toglie di mezzo l’ostacolo. Invece la storia ci insegna che tutti i metodi violenti non hanno cambiato mai nulla, anzi hanno inasprito le situazioni. La non violenza è un limite invalicabile: chi ha commesso dei reati deve risponderne, ma non facciamo di tutta l’erba un fascio”. Perché, al di là dell’oggetto della protesta, le manifestazioni finiscono troppo spesso con violenza? “C’è tanta rabbia, che dobbiamo cogliere tutti insieme”. Dove nasce? “Scoppia dentro quando mancano le opportunità. Contesti sociali impoveriti tendono a creare gabbie materiali e mentali, imprigionano le esistenze e sviliscono i rapporti”. Ci sono tanti minori tra chi prende parte alle violenze, dalle Ogr all’assalto alla redazione de La Stampa. Questo cosa ci dice? “Mancano dei riferimenti. E mi chiedo: perché?”. Che risposta si dà? “Viviamo in una società che si preoccupa dei giovani ma che poi non se ne occupa come dovrebbe. Questa è una generazione che sperimenta in molti contesti processi di negazione ed esclusione: il loro ascolto potrebbe consentirci di stare al passo con l’evoluzione delle loro sensibilità”. Questi ragazzi arrabbiati vanno capiti? “Certo, però devono essere anche aiutati ad assumersi le loro responsabilità: non con proclami ma offrendo loro spazi e riferimenti”. Come si fa a trovare un dialogo con chi non vuol sentire? “Trovando il modo di offrire loro incontri e progetti. Negli anni 70 è successa la stessa cosa”. Qual è la differenza con oggi? “I ragazzi non hanno riferimenti o sono insufficienti. Allora tocca a noi costruire insieme, aiutandoli a essere parte di un percorso. Desiderano nutrirsi non di parole, ma di concretezza e opportunità. Un mondo migliore si costruisce anche grazie ai giovani e alla loro esperienza. So che è una grande scommessa, ma la storia insegna che è possibile”. Come? “Noi adulti dobbiamo diventare capaci di fare un salto di qualità per leggere le fragilità e non trincerarsi dicendo “ai miei tempi si faceva così, era diverso”. C’è bisogno di confronto e di ascolto reciproco. E Torino è una città che stava facendo tutto questo”. È abbastanza? “No, ma è questa la strada. I nostri giovani sono una priorità”. Gli antagonisti si sono dati appuntamento a Capodanno e rischia di trasformarsi in una nuova guerriglia urbana... “Speriamo di no. Sono giovani che hanno lottato per la Palestina e per l’imam ed erano obiettivi giusti, che qualcuno poi ha trasformato nel modo sbagliato. Abbiamo la responsabilità di chiederci come aiutarli a capire che non si possono prendere queste scorciatoie”.