La Costituzione chiusa in cella di Massimo Lensi Left, 21 dicembre 2025 Cinquant’anni dopo la legge 354 del 1975 - il cuore civile dell’esecuzione penale - il bilancio non può che essere negativo. Non perché quella riforma non avesse una propria forza innovatrice, ma perché la sua promessa è rimasta schiacciata sotto il peso di una macchina penitenziaria che ha continuato a operare secondo logiche estranee alla Costituzione. L’Ordinamento del 1975 nasceva per tradurre l’articolo 27 in prassi quotidiana: umanizzazione del trattamento (principio di personalizzazione della pena), centralità della persona detenuta, finalità rieducativa, controllo giurisdizionale sull’esecuzione. Un progetto ambizioso che i regolamenti successivi - da quello del 2000 al più recente tentativo di riscrittura - hanno tecnicizzato senza riuscire a farne realmente un dispositivo di garanzia, e che nel tempo è stato progressivamente svuotato da una legislazione penale speciale sempre più orientata all’eccezione, alla sicurezza e alla neutralizzazione. La frattura fondamentale riguarda la pena come istituto giuridico. La teoria prevede un modello polivalente, capace di tenere insieme prevenzione, rieducazione e, in ultima istanza, difesa sociale. In pratica, ciò che si è imposto è una pena univoca: pura punizione, spesso in forme deteriori. Il carcere continua a operare come un dispositivo disciplinare nel senso foucaultiano, orientato al controllo dei corpi più che alla responsabilizzazione delle persone. L’esecuzione penale è diventata un segmento opaco dell’apparato punitivo, dove il diritto si indebolisce fino a dissolversi nella prassi amministrativa e dove la discrezionalità dell’amministrazione finisce per sostituire la legalità costituzionale. Sul piano tecnico-giuridico, i nodi sono evidenti: il sovraffollamento strutturale che rende inattuabile qualunque trattamento individualizzato; la cronica insufficienza dei servizi sanitari e psichiatrici; l’uso espansivo degli istituti differenziati, dal 41-bis alla sorveglianza particolare; la residualità delle misure alternative, spesso concesse non sulla base di un reale percorso trattamentale, ma per l’impossibilità materiale di tenere le persone dentro gli istituti. Anche il magistrato di sorveglianza, che avrebbe dovuto essere l’architrave delle garanzie, è rimasto intrappolato in una funzione amministrativa di gestione dell’emergenza più che in un vero controllo di legalità, mentre l’amministrazione penitenziaria ha consolidato un potere di fatto che spesso precede - e condiziona - la norma stessa. l risultato è un sistema incapace di rieducare perché incapace prima di tutto di garantire diritti. Se la rieducazione è relazione, progetto, riconoscimento della soggettività, allora un carcere che produce isolamento, regressione e sofferenza inutile è costituzionalmente incompatibile. In cinquant’anni, l’Ordinamento penitenziario non è stato smentito dalle sue premesse, ma dalla realtà materiale degli istituti: strutture fatiscenti, personale insufficiente, trattamenti diseguali, accesso precario alla cultura, al lavoro, alla formazione. Tutto ciò che dovrebbe costituire il percorso rieducativo è diventato l’eccezione. Il vero punto, oggi, è che la funzione della pena non corrisponde più alla sua rappresentazione giuridica. La Costituzione immagina un sistema finalizzato al reinserimento; la prassi perpetua un apparato di esclusione. L’Ordinamento penitenziario non è fallito perché troppo avanzato: è fallito perché non è mai stato pienamente applicato. Cinquant’anni dopo, resta una grande promessa disattesa, la prova tangibile che, in Italia, il diritto dell’esecuzione penale continua a vivere in uno spazio strettissimo tra la norma e la sua negazione quotidiana. Una distanza che non può più essere ignorata e che potrebbe, con buona volontà, aprire i terreni del diritto penale minimo, del superamento del modello classico della carcerazione, di una nuova relazione tra carcere e città, dove - tra lo spazio della pena e lo spazio della cittadinanza - si misura la maturità istituzionale di una comunità. Ma so già che queste parole cadranno nel silenzio: il carcere, da noi, resta la parte del diritto che nessuno vuole guardare. Nordio: “Presto una riforma del processo penale, no a sconti di pena” di Eleonora Martini Il Manifesto, 21 dicembre 2025 Il Guardasigilli al IX congresso di Nessuno tocchi Caino: “Diminuire i detenuti in attesa di giudizio”. “Quando avremo chiuso la parentesi del referendum, metteremo subito mano al processo penale”. Lo ha annunciato il ministro di Giustizia Nordio che ha voluto - malgrado la recente perdita di suo fratello Roberto - intervenire alla giornata conclusiva del IX congresso di Nessuno tocchi Caino svoltosi nel teatro interno all’Istituto penale per minorenni Beccaria di Milano. “Stiamo lavorando per un nuovo codice di procedura penale che enfatizzi i momenti del garantismo”, ha assicurato il Guardasigilli agli amici radicali prefigurando un ritorno “ai primordi ispirati a Vassalli, una medaglia d’argento della Resistenza”. Tre dunque i “principi” cardine che Nordio spera “troveranno attuazione in questa legislatura”: “La presunzione di innocenza, la certezza di una pena che però deve essere umana e non contraria al senso dell’umanità e la rieducazione del condannato”. Il Ministro cerca subito la sintonia con la platea ripetendo la ricetta (peraltro smentita da molti giuristi) secondo cui, per sfoltire le carceri cominciando da quegli “oltre 15mila persone in detenzione che non scontano una condanna definitiva” e “in ossequio alla presunzione di innocenza”, l’intenzione è di “limitare il più possibile la carcerazione preventiva”. Un principio che cozza fortemente contro la mole di leggi carcerocentriche varate dall’inizio della legislatura, ma che trova applicazione, secondo Nordio, nell’introduzione dell’”interrogatorio preventivo” e della “composizione collegiale dell’organo che deve emettere l’ordinanza di custodia cautelare”. Norma che, precisa il ministro, “è già legge” ma “entrerà in vigore fra qualche mese”. Questa, dunque, oltre al Piano di edilizia penitenziaria, è la ricetta del governo per risolvere il problema del sovraffollamento e dell’illegalità delle carceri italiane. Di più non si può. Nordio lo esplicita tornando sul concetto già formulato a proposito di amnistia e indulto: “La liberazione anticipata (come quella proposta dal deputato Giachetti di Iv, o quella più sfumata riformulata dal presidente del Senato La Russa, ndr) significherebbe più che una dimostrazione di indulgenza, una resa da parte dello Stato”. Un “pannicello caldo” che “favorisce la recidiva”, arriva a dire. A conferma, il ministro ricorda che la popolazione carceraria tornò a crescere un anno dopo l’ultimo indulto, quello del governo Prodi. Dimenticando però di spiegare che, sì, l’indulto senza amnistia lo fa. Nordio: “Il garantismo si fonda su presunzione di innocenza, pena certa e rieducazione” di Maurizio Piccinino La Discussione, 21 dicembre 2025 Il garantismo come architrave del sistema penale, articolato in tre passaggi distinti ma connessi: presunzione di innocenza, certezza della pena, rieducazione del condannato. È il filo seguito dal Ministro della Giustizia Carlo Nordio nel video intervento al congresso di Nessuno tocchi Caino, ospitato al Teatro Punto zero dell’istituto penale per minorenni Cesare Beccaria di Milano. Nordio ha definito il garantismo una responsabilità dello Stato, non una concessione. Il primo snodo è la presunzione di innocenza, che resta, a suo giudizio, un punto critico dell’attuale sistema. Il ministro ha ricordato che oltre 15mila persone sono detenute senza una condanna definitiva e che una parte consistente viene poi scarcerata perché la detenzione risulta ingiustificata. Un dato che, secondo il Guardasigilli, impone un intervento mirato. Il Governo, ha spiegato, intende ridurre il ricorso alla carcerazione preventiva, proprio per rendere effettivo il principio costituzionale secondo cui si è innocenti fino a sentenza definitiva. Il secondo passaggio riguarda la certezza della pena. Nordio ha ribadito che la pena deve essere eseguita, perché in caso contrario lo Stato perderebbe autorevolezza. In questo quadro ha confermato la propria contrarietà a misure generalizzate di liberazione anticipata pensate esclusivamente per ridurre la popolazione carceraria. Una scelta che, ha detto, equivarrebbe non a un atto di indulgenza, ma a una resa. A sostegno della sua posizione ha ricordato l’esperienza dell’indulto varato durante il governo Prodi: dopo un anno, nonostante l’ampiezza delle scarcerazioni, il numero dei detenuti era tornato ad aumentare. Rieducazione - Il terzo pilastro del garantismo, secondo il Ministro, è la rieducazione. Nordio ha chiarito che molte persone detenute non sono solo autori di reati, ma soggetti fragili. Ha citato in particolare i tossicodipendenti che delinquono per procurarsi sostanze, per i quali la risposta carceraria tradizionale non è sufficiente. In questi casi, ha spiegato, occorrono forme alternative che mantengano il controllo sociale e la serietà della sanzione, ma consentano anche un percorso di cura. In questa direzione si collocano gli accordi che il Governo sta concludendo con comunità certificate, chiamate a farsi carico della custodia e del trattamento dei detenuti tossicodipendenti. Ampio spazio è stato dedicato al tema del lavoro, indicato come strumento centrale di reinserimento. Nordio ha ricordato l’aumento dei laboratori all’interno delle carceri, sottolineando che oggi le attività non si limitano più a esperienze isolate. Accanto alla produzione alimentare, sono attivi laboratori di liuteria, con violini realizzati utilizzando il legno delle barche dei migranti, e percorsi professionali in ambiti come odontoiatria e falegnameria, anche in sezioni di alta sicurezza. Il Ministro ha evidenziato che l’obiettivo non è solo portare il lavoro in carcere, ma facilitare l’accesso a un’occupazione all’esterno al momento della liberazione, attraverso programmi come ‘Recidiva zero’, che prevedono anche soluzioni abitative per un inserimento immediato. In chiusura, Nordio ha richiamato il cantiere delle riforme. Dopo il passaggio referendario sulla separazione delle carriere, ha annunciato l’intenzione di intervenire sul processo penale. L’obiettivo dichiarato è un nuovo codice di procedura penale ispirato all’impostazione garantista di Giuliano Vassalli, per riportare il processo ai suoi principi originari. Una prospettiva che, nelle parole del ministro, mira a rafforzare l’equilibrio tra diritti dell’imputato, certezza della pena e funzione rieducativa della sanzione. Nordio: “Limitare il più possibile la carcerazione preventiva” di Fiorenza E. Aini gnewsonline.it, 21 dicembre 2025 “Il garantismo, di cui siamo tutti fedeli osservanti, si coniuga in tre momenti, quello della enfatizzazione della presunzione di innocenza, quello della certezza della pena e quello della rieducazione del condannato del detenuto”. Così il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, durante il video intervento al congresso di ‘Nessuno tocchi Caino’ i cui lavori si sono tenuti nel Teatro Puntozero dell’istituto per i minorenni Cesare Beccaria di Milano. Nell’approfondire il primo dei tre momenti cardine del garantismo, la presunzione di innocenza, Nordio ha ricordato che “vi sono più di 15mila persone in detenzione che non scontano una condanna definitiva e una buona parte di queste viene poi scarcerata, perché la loro detenzione si è manifestata ingiustificata”. Il Governo- ha proseguito - “ha intenzione di intervenire per limitare il più possibile la carcerazione preventiva, proprio in ossequio alla presunzione di innocenza”. Con riferimento alla certezza della pena, precisando che deve essere eseguita perché altrimenti “lo Stato perderebbe di autorevolezza”, il Ministro ha riconfermato la sua contrarietà “a una liberazione anticipata senza valutare caso per caso, per deflazionare la popolazione carceraria”, innanzitutto perché “significherebbe più che una manifestazione di indulgenza, una resa da parte dello Stato”. In secondo luogo, Nordio ha ricordato che, dopo l’indulto fatto ai tempi del governo Prodi “la popolazione carceraria, dopo un anno, era addirittura aumentata, nonostante la liberazione estremamente cospicua”. “Non criminali da punire ma malati da curare” ha ribadito Nordio, pensando innanzitutto ai tossicodipendenti “che spacciano per procurarsi delle sostanze” ma nei cui confronti “la carcerazione deve trovare delle forme alternative che coniughino il controllo sociale, la serietà dello Stato, intesa come sanzione, ma anche la rieducazione”. Il Ministro ha ricordato che - molto più che nel passato - questo Governo “sta concludendo accordi con molte comunità, che devono essere certificate sotto tutti i profili, compreso quello del controllo, per devolvere a loro la custodia e quindi anche la cura dei detenuti tossicodipendenti”. Da ultimo ma non ultimo, il ‘lavoro’. Il Guardasigilli ha fatto riferimento all’aumento dei laboratori in carcere, “non più solo i panettoni prodotti a Padova”, ma ora “abbiamo visto violini costruiti con il legno delle barche dei migranti; laboratori di odontoiatria, falegnameria, dove lavorano persone anche in condizioni di alta sicurezza”. Con orgoglio ha però sottolineato che non solo il lavoro entra in carcere ma “si sta facendo in modo che sia possibile trovare il lavoro all’esterno del carcere per chi viene liberato”, grazie a programmi come Recidiva Zero che cercano di garantire anche sistemazioni abitative per un inserimento immediato. Il congresso si è articolato su tre giorni e su tre temi principali: ‘Morte per pena: non solo privazione della libertà”, ‘I luoghi della pena: visitare i carcerati’ e ‘La fine della pena: non giudicare’. Infine, il Ministro Nordio ha fatto riferimento agli impegni post referendum sulla riforma costituzionale della separazione delle carriere: “Quando avremo chiuso questa parentesi, che mi auguro confermativa, metteremo subito mano al processo penale, che vogliamo riportare ai suoi primordi, ispirati da una medaglia d’argento della Resistenza, il professor Giuliano Vassalli. Stiamo lavorando per un nuovo codice di procedura penale che enfatizzi i momenti del garantismo”. Referendum, arriva il decreto: urne aperte per due giorni di Valentina Pigliautile Il Messaggero, 21 dicembre 2025 Domani in Cdm il provvedimento che permetterà di votare anche di lunedì sulla separazione delle carriere di giudici e pm. I timori di Palazzo Chigi per l’astensione. La data precisa ancora manca, ma quel che è certo è che non sarà unica. Pronto ad approdare in Consiglio dei ministri, già domani, c’è il decreto che permetterà al governo di svolgere in due giorni il referendum sulla separazione delle carriere. Un copione che si ripete, in analogia con i pregressi appuntamenti elettorali, per cercare di “tamponare” l’astensionismo dilagante e mobilitare quante più persone possibili: l’unica strategia vincente quando - come nei referendum confermativi - non esiste quorum e basta un solo voto in più per vincere. Intanto il Guardasigilli pensa al prossimo passo: la riforma del processo penale. Dalle parti di Palazzo Chigi lo definiscono un passaggio “tecnico”, comunque indispensabile visto che la legge attuale prevede che le consultazioni elettorali e referendarie si svolgano solo la domenica dalle 7 alle 23. Come altri decreti Elezioni varati in precedenza, anche quello che approderà in Cdm domani permetterà di prolungare le operazioni di voto al lunedì. Non varrà solo per il voto sul referendum ma anche per tutte le altre elezioni che si terranno nel 2026 - suppletive incluse - destinando risorse in più per gli scrutatori. Ad anticipare questa mossa era stato il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani, dopo la scelta di ritirare un emendamento analogo alla manovra (presentato da Maurizio Gasparri e riformulato dal governo) che, secondo le opposizioni, avrebbe consentito “di far svolgere il referendum in tempi diversi da quelli che la legge prevede” (cit. Francesco Boccia). “Non c’era nessun disegno nascosto per andare a votare al referendum prima”, le replica fuori dalla commissione Bilancio del ministro meloniano che, giovedì, aveva preannunciato l’intenzione del governo di far approdare in Cdm un provvedimento ad hoc. Da qui lo sprint di Palazzo Chigi, e i contatti con le forze del centrodestra da cui è arrivato il placet all’estensione delle procedure di voto al lunedì. Anche perché il vero nemico da battere, per tutti, ha un solo nome: “astensionismo”. Un antipasto c’è stato già nelle ultime regionali, dove a votare è andata meno della metà dei cittadini. Il timore nella maggioranza è che questa percentuale possa scendere ancora, data la natura tecnica della materia e la scelta di non politicizzare eccessivamente la battaglia referendaria per evitare una debacle simile a quella di Matteo Renzi nel 2016 (quando l’allora premier legò la vittoria del sì alla riforma costituzionale alla sua permanenza a Palazzo Chigi). Per giunta, in base a una serie di sondaggi “informali” che sarebbero sottomano dell’esecutivo, l’idea che si sta facendo strada è che una consultazione spalmata su due giorni potrebbe favorire il sì: “È normale che a mobilitarsi prima sia chi è più contrario”, riflette four di microfono un maggiorente meloniano. Certo, da sciogliere resta sempre l’altro nodo: quello della data in cui si andrà a votare. Ad Atreju, una settimana fa, il sottosegretario Alfredo Mantovano aveva assicurato l’intenzione di indire il referendum sulla Giustizia entro la fine dell’anno. Se non domani, quindi, la deliberazione del Cdm dovrebbe arrivare il 29 dicembre, l’ultimo Consiglio dei ministri in programma per il 2025. Difficile, anche in questo caso, fare previsioni certe: servirà poi un decreto del presidente della Repubblica per indire formalmente il referendum fissandone la data. Il ritorno alle urne, per legge, è fissato tra il 50° e il 70°giorno successivo al decreto di Mattarella. Quindi, secondo quanto ipotizzano fonti vicine al dossier, la”data x” potrebbe essere tra metà e fine marzo. A meno che la nuova richiesta di referendum, depositata venerdì alla cancelleria della Corte di cassazione da parte di 15 cittadini, non prolunghi i tempi (quest’ultima richiesta presenta infatti un quesito in parte diverso da quello già approvato su richiesta dei parlamentari). Nel frattempo, a via Arenula si studiano già le prossime mosse: “Dopo il referendum sulla riforma costituzionale della separazione delle carriere, il governo interverrà sulla riforma del processo penale”, ha assicurato il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, durante il video-intervento al congresso di “Nessuno tocchi Caino”. Preannunciando un “nuovo codice di procedura penale” che “enfatizzi i momenti del garantismo” limitando il più possibile la carcerazione preventiva, “proprio in ossequio alla presunzione di innocenza”. Colpo di scena: 15 cittadini potrebbero far slittare la data del referendum di Valentina Stella Il Dubbio, 21 dicembre 2025 Venerdì 19 dicembre quindici cittadini si sono presentati in Cassazione per voler promuovere la raccolta di almeno 500mila firme per richiedere il referendum sulla separazione delle carriere. Potranno quindici cittadini mandare all’aria i piani del Governo sulla data della separazione delle carriere? Come vi abbiamo raccontato oggi, Palazzo Chigi sarebbe intenzionato a convocare entro la fine dell’anno un Consiglio dei Ministri per indire la data del referendum sulla riforma costituzionale targata Carlo Nordio con l’obiettivo di portare quanto prima, addirittura il 1° marzo, i cittadini alle urne. Ma adesso un’iniziativa di un gruppo di elettori potrebbe cambiare le carte in tavola. Infatti, venerdì 19 dicembre quindici cittadini si sono presentati in Cassazione per voler promuovere la raccolta di almeno 500mila firme per richiedere il referendum sulla separazione delle carriere con il seguente testo pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 20 dicembre: “Approvate il testo della legge costituzionale concernente “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare” approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 253 del 30 ottobre 2025, con la quale vengono modificati gli artt. 87 comma 10, 102 comma 1, 104, 105, 106 comma 3, 107 comma 1 e 110 comma 1 della Costituzione?”. Il quesito invece approvato il 18 novembre dalla Cassazione, dopo l’ammissione della richiesta referendaria dei partiti di maggioranza e minoranza, è il seguente: “Approvate il testo della legge costituzionale concernente “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare” approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 253 del 30 ottobre 2025?”. La differenza quindi tra il quesito proposto dai cittadini e quello dei partiti risiede nel fatto che i primi hanno elencato tutti gli articoli della Costituzione che verrebbero modificati. Se è vero che da una parte, secondo quanto previsto dall’articolo 15 della Legge 25 maggio 1970, n. 352 (“Il referendum è indetto con decreto del Presidente della Repubblica, su deliberazione del Consiglio dei Ministri, entro sessanta giorni dalla comunicazione dell’ordinanza che lo abbia ammesso. La data del referendum è fissata in una domenica compresa tra il 50° e il 70° giorno successivo all’emanazione del decreto di indizione”), il Governo sarebbe legittimato a decidere la data del referendum in questi giorni natalizi, dall’altra parte però farebbe comunque la scelta di indirlo nonostante sul tavolo ci sia un’altra richiesta referendaria da parte della società civile? Il rischio che si assumerebbe è quello di essere accusato da parte delle opposizioni di voler forzare la mano, dopo pure tutte le polemiche nate in seno al Parlamento dopo che il Governo ha blindato il testo senza possibilità di emendamenti. Inoltre come leggerebbe il Quirinale, che pure deve indire ufficialmente il referendum con un decreto firmato dal Presidente della Repubblica, la decisione del Governo di ignorare la richiesta di quei quindici cittadini? E quale dovrebbe essere a questo punto il testo del quesito da sottoporre agli elettori? Insomma le incognite non sono poche. A questo punto Meloni, Nordio e Mantovano potrebbero essere costretti a decelelare sulla data ed attendere il 30 gennaio, termine ultimo per quei 15 cittadini di raccogliere le 500 mila firme. Qualora il Governo tirasse il freno a mano e qualora si raggiungessero le 500 mila firme la data del referendum come minimo sarebbe da schedulare dal 15 aprile. E questo offrirebbe ai sostenitori del No il tempo necessario per tentare di recuperare nei sondaggi che li vedono in svantaggio. Giustizia, via al comitato del No. E spunta la raccolta delle firme di Michele Gambirasi Il Manifesto, 21 dicembre 2025 Presentata la formazione guidata da Giovanni Bachelet, con Cgil, Arci, Anpi e Libera. Il 10 gennaio la prima assemblea. “Se votano gli stessi di giugno si può vincere”. Si allungano i tempi per il governo: impossibile andare alle urne già a inizio marzo. È ufficialmente nato il comitato della società civile per il No al referendum costituzionale sulla giustizia, il secondo dopo quello dell’Associazione nazionale magistrati. Presentato ieri, la formazione è presieduta da Giovanni Bachelet ed è composto da Cgil, Arci, Anpi, Acli, Libera e decine di altre associazioni. L’idea è che, accanto alla campagna dei magistrati che hanno promesso di non voler politicizzare la questione (come anche il governo del resto), in seno al nuovo comitato si promuova l’idea che la riforma sia dannosa in primo luogo per i cittadini. “Vota No per difendere Giustizia, Costituzione, Democrazia” è lo slogan scelto. La linea dell’esecutivo d’altronde è chiara: andate a votare contro i giudici. “Sono i cittadini ad avere il maggiore interesse a essere garantiti da una magistratura autonoma e indipendente da tutti, a partire dal governo pro tempore”, ha detto Bachelet, “oltretutto, la legge Nordio non migliora in nulla la qualità del servizio della giustizia: non aumenta gli organici, non riduce i tempi del processo, non stabilizza le migliaia di lavoratrici e lavoratori precari del settore, non aumenta, anzi riduce, le garanzie per le persone”. “Le riforme hanno un solo obiettivo: concentrare, accentrare e verticalizzare il potere nelle mani dell’esecutivo. Fermare la legge Nordio, fermare questo disegno” ha aggiunto il segretario confederale della Cgil Christian Ferrari. La prima forzatura è stata l’iter parlamentare della legge, varata dal governo e passata per quattro letture senza che una virgola venisse cambiata. La seconda starebbe nei tempi della consultazione, che il governo intenderebbe accelerare. Il blitz del governo, però, è destinato a fallire. L’intenzione era quella di emanare un decreto entro la fine dell’anno, il 22 o il 29 dicembre. Poi l’indizione spetta al presidente della Repubblica. Obiettivo: andare alle urne il prima possibile, nella prima metà di marzo, per bruciare sul tempo la campagna per il No e approfittare del margine offerto dai sondaggi, che al momento danno il Sì una decina di punti in vantaggio. Nordio e Meloni, però, dovranno attendere: è stato pubblicato ieri in Gazzetta ufficiale l’annuncio che quindici cittadini, muniti di certificato elettorale, venerdì si sono recati in Cassazione manifestando la volontà di raccogliere 500mila firme per promuovere il referendum. Ciò comporta che andrà lasciato loro il tempo stabilito per legge: sono novanta giorni dall’approvazione in Parlamento, datata 30 ottobre. Per cui fino al 30 gennaio si dovrà aspettare, permettendo ai quindici volenterosi di cercare di riempire i moduli. Dopodiché, devono trascorrere tra i 50 e i 70 giorni, e si è arrivati a fine marzo, anche aprile. Certo, il governo potrebbe cercare in ogni caso la forzatura e decidere da qui a dieci giorni: a quel punto però i quindici potrebbero sollevare il conflitto di attribuzione davanti alla Consulta. Non il massimo per un avvio di campagna referendaria. L’iniziativa non è stata promossa dal neonato Comitato, in ragione del fatto che, hanno spiegato ieri, la scelta è stata quella di concentrarsi in primo luogo sulla creazione della formazione per entrare nel vivo della campagna. Ma lo slancio è comunque buona cosa: “Che nascano cento fiori” ha risposto Bachelet sollecitato sulla possibilità che qualcuno si recasse in tribunale. L’aria che si respira è ottimista: di rimonte, si è ricordato, già ce ne sono state (da ultimo il referendum del 2016 promosso dal governo Renzi, contro cui si oppose anche la Cgil), e anche pallottoliere alla mano l’impresa non è impossibile. “Se tornano a votare tutti quelli del referendum di giugno, possiamo vincere” il ragionamento, in forza della mancanza del quorum. Il fronte del no inizierà ufficialmente la propria campagna il 10 gennaio, data in cui è prevista la prima assemblea. Sul versante del Sì, invece, ogni momento è buono per ribadire le proprie ragioni, sempre squisitamente “di merito”, come sarebbe l’ordine di scuderia impartito dalla maggioranza. Ieri la vicesindaca forzista di Casal di Principe, Martina Natale, ha colto l’occasione nel giorno del suo matrimonio: al Sì “finché morte non vi separi”, ha voluto aggiungere all’altare anche un “Sì alla riforma della giustizia, a una giustizia davvero giusta e uguale per tutti”. All’uscita dalla chiesa è stata accolta dai ragazzi della giovanile con cartelli di slogan. “Voto No perché questo nuovo equilibrio favorisce solo la politica” di Valentina Stella Il Dubbio, 21 dicembre 2025 Dottor Edmondo Bruti Liberati, già presidente dell’Anm, giovedì è nato il Comitato nazionale “Sì Riforma”, molto vicino al centrodestra. Che ne pensa di tutto questo? Apprezzo il titolo perché, a differenza del Comitato “Sìsepara”, chiarisce che non solo di separazione si tratta. È Sì sul complesso della riforma, nonostante diversi promotori si siano espressi, di volta in volta, contro il sorteggio o contro la separazione delle carriere. La sgangherata Alta Corte disciplinare ha raccolto l’unanimità delle critiche dei costituzionalisti che se ne sono occupati. Il presidente professor Zanon afferma che ciò che unisce i promotori sono “le storie personali” e un “orientamento culturale e politico”. In ogni caso è la condivisione del progetto di fondo: la riduzione alla quasi irrilevanza del Csm. Cosa pensa quando sente il Governo dire che questa riforma serve a “ricondurre” la magistratura e che oggi è utile alla destra, domani lo sarà alla sinistra? È proprio così: un “riequilibrio tra i poteri”. Mantenere all’articolo 104 della Costituzione la proclamazione dell’indipendenza della magistratura a nulla vale quando viene reso pressoché irrilevante proprio quell’organo che il Costituente ha voluto per garantirne l’effettività. Una fragile indipendenza mette a rischio l’eguaglianza di tutti davanti alla legge. Nel 2022, oltre 1700 magistrati si espressero a favore del sorteggio. Questo dato non porta a dire che forse non è così scandaloso come strumento? Quel sondaggio, poco partecipato (votò il 54,31%), era espressione emotiva di una giusta reazione per lo scandalo dell’Hotel Champagne. Alle elezioni del Comitato direttivo dell’Anm di questo gennaio il gruppo sostenitore del sorteggio, costituitosi nella corrente “Art.101”, ha raccolto 304 voti in una elezione cui ha partecipato l’81,57%. Una partecipazione così elevata in tempi di astensionismo indica quanto l’Anm sia rappresentativa di tutta magistratura. Non le sembra che qualcosa stoni anche solo esteticamente nel vedere che chi accusa e chi giudica non solo è nello stesso sindacato ma anche nello stesso organo di amministrazione? L’articolo 111 della Costituzione detta il principio del contraddittorio tra accusa e difesa nella assunzione delle prove davanti al giudice. È, come in altri casi, una norma processuale inserita in Costituzione, ma nulla dice sulla posizione istituzionale del pm. La formula “parità delle armi” indica la posizione di fronte al giudice, ma i ruoli rispettivi di accusa e difesa rimangono, anche in un processo di tipo accusatorio, radicalmente diversi. Il pm che all’esito del dibattimento veda non sostenibile la tesi di accusa ha il “dovere” di chiedere l’assoluzione e comunque aveva il “dovere” di non nascondere al giudice elementi a favore della difesa di cui fosse stato a conoscenza. La parte privata ha sempre il “dovere” di sostenere la difesa, anche di fronte a prove che possono apparire schiaccianti, scegliendo tra richiesta di assoluzione o di attenuanti, in una libera scelta di strategia difensiva. Inutile dire che il difensore che rendesse noti al giudice elementi contrari al suo assistito commetterebbe un reato. Il Presidente Mattarella nel 2020 parlò di “modestia etica” in riferimento allo scandalo dell’Hotel Champagne. Secondo lei il Csm ha superato tutto? L’associazionismo giudiziario ha luci ed ombre; quella grave caduta ha visto reazioni. Il rischio di chiusure corporative è sempre immanente, ma lo si contrasta con il confronto aperto delle posizioni, con il pluralismo nel Csm e non con il tiro dei dadi. Del clima attuale ha dato atto il vicepresidente Pinelli: l’80% delle nomine avviene all’unanimità. Che poi in alcuni casi laici e togati nel Csm abbiano idee diverse è fisiologia del confronto pluralistico. “Vorresti giudici che dipendono dalla politica? No”: questo lo slogan lanciato qualche giorno fa dal Comitato del No dell’Anm. Ma dove è scritto che sarà così? Non è scritto nella riforma, ma i fatti parlano. Non passa giorno che esponenti della politica, ai massimi livelli, non intervengano a censurare con veemenza decisioni sgradite di giudici, qualunque sia la materia, se non si accordano “alla politica del governo”. Quanto poi al pm vi è il rischio che, separato, sia attratto nella logica di polizia, sia più sensibile alle pressioni delle campagne “legge e ordine” oggi di attualità. Il nuovo pm “forte contro il crimine”, che si autogestisce con il suo Csm può diventare “forte a tutto campo” e dunque anche nel promuovere indagini nei confronti di esponenti dell’economia, della finanza e della politica. La forza di questo nuovo pm sarebbe anche la sua debolezza, poiché la politica, alla lunga non resisterebbe alla tentazione di metterlo sotto tutela. Il debole Csm dei sorteggiati non avrebbe l’autorevolezza per reagire. In molte democrazie il pm è separato dai giudici, ma in tutte il governo tramite il ministro della Giustizia, esercita una qualche influenza sul pm. Lo fa con prudenza, con molto self restraint. Dove ciò non avviene (Ungheria e Stati Uniti di Trump) è in crisi la democrazia e lo Stato di diritto. Comunque ci sarà un giudice più forte con il suo Csm e il pm resta indipendente... I giudici non avranno un Csm “forte e autorevole” che li possa tutelare da censure, incursioni, delegittimazione da parte della maggioranza politica del momento. L’indipendenza del pm viene mantenuta come proclamazione e, si aggiunge, per mettere il pm alle dipendenze del governo occorrerebbe una nuova riforma costituzionale che nessuno vuole. Ma basterebbero interventi con legge ordinaria, modificando qualche norma della procedura penale come gli articoli 330 e 335: eliminare la possibilità per il pm di acquisire di propria iniziativa notizie di reato; articoli 331 e 347: eliminare l’obbligo per la pg di riferire al pm le notizie di reato “senza ritardo”; articoli da 56 a 59: eliminare o ridimensionare le sezioni di polizia giudiziaria presso le procure. Ancora, reintrodurre una rigida gerarchia nella struttura del pm, per esempio ripristinando l’avocazione senza limiti da parte del procuratore generale. Potrei continuare, ma non voglio passare per cattivo maestro. “Voto Sì perché un giudice senza padroni è la prima difesa dei cittadini” di Valentina Stella Il Dubbio, 21 dicembre 2025 Rinaldo Romanelli, segretario dell’Ucpi, come spiegare a un cittadino perché votare Sì? Separare l’organizzazione del giudice da quella del pm rafforza il giudice e lo libera da ogni condizionamento: questa è una garanzia per i cittadini. Introdurre il sorteggio al Csm è una medicina rispetto alla malattia del correntismo che nessuno è stato in grado di curare o ha voluto curare, avendo la magistratura pensato di potersi redimere scaricando tutto su Palamara e altri cinque o sei magistrati. Quanto all’Alta Corte è la fisiologica evoluzione di quello che è il disciplinare nel Csm, ossia attività giurisdizionale. Ciò allontana anche l’obiezione sul sorteggio: nessuno si sceglie il proprio giudice. Il giudice è naturale e precostituito per legge. Inoltre i magistrati saranno più garantiti non dovendo temere di trovare al disciplinare un collega di una corrente avversa. Le ha parlato di condizionamento: dov’è nel processo, se c’è? La ragione del condizionamento reciproco tra giudice e pm è che sono avvinti da una cultura comune per cui, come ripete il presidente dell’Anm Parodi, entrambi “cercano la verità”. Ma in realtà non dovrebbero fare lo stesso lavoro. Questa idea del giudice e del pm come unico strumento dello Stato è un’idea tipica di uno Stato autoritario. In uno democratico invece il giudice controlla il pm, rappresenta il limite del potere enorme del pm, a tutela dei cittadini. Quindi avremo un giudice più garantista e propenso ad assolvere? Avremo soprattutto - e questo è il punto fondamentale - un giudice in grado di controllare l’operato del pm, sia in fase di indagini che nel processo. Il giudice deve essere realmente l’unica garanzia che un cittadino debole ha dinanzi alla pretesa punitiva dello Stato. Ma nella fase delle indagini il gip ha solo il punto di vista del pm e molti fascicoli da dover smaltire... È chiaro che per il gip è difficile decidere anche per ragioni di quantità di atti che gli vengono sottoposti. Tuttavia laddove non riuscisse a verificare fino in fondo la fondatezza delle richieste del pm dovrebbe fermarsi e non autorizzare nulla. Altro che copia e incolla! Nel 2015 il legislatore è dovuto intervenire dicendo che rispetto alla richiesta di misura cautelare deve effettuare un’autonoma valutazione che deve risultare dalla motivazione, altrimenti il provvedimento è nullo. Il problema è che le ordinanze erano - e in parte sono rimaste tuttora - un “copia e incolla”, molto spesso, dell’informativa finale della polizia giudiziaria, copiata e incollata dal pm e recepita acriticamente dal giudice che “si fida del pm”. Il punto è proprio qui. In uno Stato liberale non si attua una condivisione tra pm e giudice, ma una giurisdizione di “conflitto” nella quale il giudice esercita la “sfiducia” nei confronti dell’operato dell’accusa, verificandone ogni passo per garantire che i diritti del cittadino siano rispettati. Secondo lei ci saranno meno ingiuste detenzioni? Quando questa riforma avrà i suoi effetti sul piano anche culturale, sicuramente ce ne saranno molte meno. L’idea di ricorrere alla misura cautelare, anche al di fuori dei requisiti richiesti, è quella di assecondare le indagini del pm. Invece empiricamente da cosa si evince il condizionamento del giudice all’interno del Csm? Il Csm è formato tutto dalle correnti. Dal 2000 ad oggi, ci sono stati 14 presidenti dell’Anm, 11 sono stati pm. Quattordici segretari, undici sono stati pm. Oggi il presidente che guida la campagna è pm, il segretario che guida la campagna è pm, il frontman della campagna, che è Gratteri, è pm, addirittura il frontman della campagna per il Sì è Di Pietro che era pm. Ma come condizionano le carriere dei giudici? Governano loro l’elettorato al Csm. Tu non vai al Csm se non hai il controllo del sistema correntizio, e chi ce l’ha questo controllo? I pm. Ma non teme l’investitura costituzionale del pm con il suo Csm? Intanto non si deve immaginare che il Csm dei pm sia una duplicazione di quello dei giudici, anche per ragioni di numeri e proporzioni. Poi non ci sarà più un governo delle correnti grazie al sorteggio. Il problema non è se fai parte di una corrente, ma se sei stato eletto grazie alla corrente, a cui dovrai rispondere. Invece col sorteggio non dovrai ringraziare nessuno. Soprattutto non saranno possibili coordinamenti per condizionare l’attività del potere giudiziario. Questo non è compatibile con un sistema democratico. Però la proposta dell’Ucpi non prevedeva il sorteggio ma un numero pari di laici e togati. E in più nel 2019 avete licenziato un comunicato contro il sorteggio proposto da Bonafede... Il sorteggio è l’aspetto che più mi piace della riforma. Se ci fosse ancora l’elezione dei membri del Csm, pur con organi separati, i pm continuerebbero ancora ad avere potere sui giudici nel momento dell’elezione. Cosa pensa della campagna referendaria che sta portando avanti l’Anm? Innanzitutto che bisogna abbassare i toni e parlare degli aspetti tecnici della riforma. Invece i magistrati recitano costantemente la parte delle vittime, prefigurano pericoli immaginari e inesistenti senza fare riferimenti di alcun genere alla riforma. Continuano a ripetere che il potere giudiziario verrà schiacciato. Ma è proprio il correntismo ad indebolire il potere giudiziario che non è il potere dei magistrati che governano il Csm attraverso le correnti. Il potere giudiziario è il potere del giudice che pronuncia una sentenza. Quella sentenza deve in democrazia essere una sentenza che ha una autorità, che il popolo accetta perché è autorevole, perché quella sentenza lì serve per risolvere i più gravi conflitti sociali. I magistrati però si sono dedicati a fare politica, alle consorterie, a esondare nel loro potere attraverso il Csm, con i colleghi fuori ruolo, con la pretesa di condizionare la politica andando in televisione. Poi accade che quando un giudice che fa giustamente e correttamente il suo mestiere, rigettando, ad esempio, un provvedimento di espulsione di un migrante, il cittadino poi è portato a dire “maledetto magistrato di sinistra”. Conosco molti magistrati che quotidianamente svolgono il loro mestiere in scienza e coscienza, ma le loro decisioni vengono poi messe in discussione perché parte della magistratura fa politica, offuscando così l’immagine di imparzialità di tutti. La giravolta dell’ex pg della Cassazione: bocciava la riforma Nordio, ora è nel comitato per il Sì di Paolo Frosina Il Fatto Quotidiano, 21 dicembre 2025 Luigi Salvato definiva il sorteggio del Csm “contrario ai principi democratici”: dopo la pensione si è convertito alle posizioni del governo. “Ho studiato e mi sono chiarito le idee”. Il sorteggio dei membri del Consiglio superiore della magistratura è “contrario ai principi essenziali della democrazia”. La riforma Nordio “rafforzerà la figura del pubblico ministero, a scapito delle garanzie offerte attualmente al cittadino”. Più in generale, “le principali criticità addotte per giustificare la separazione delle carriere non verranno affatto risolte dalla sua introduzione. Anzi, si rischia di aggravarle”. Pare assurdo, ma a parlare così, meno di un anno fa, era uno dei soci fondatori del neonato comitato per il Sì al referendum promosso dalla maggioranza di governo. Anzi, forse il socio più prestigioso di tutti: Luigi Salvato, magistrato in pensione e fino allo scorso marzo procuratore generale della Corte di Cassazione, cioè il pubblico ministero più alto in grado del Paese. Giovedì l’ex pg è stato avvistato a sorpresa nello studio del notaio Lorenzo Cavalaglio, in via Cola di Rienzo a Roma, dove il comitato “Sì Riforma” si è costituito ufficialmente; il suo nome è stato inserito in cima all’elenco dei soci diffuso ai giornalisti, ed esaltato sulla stampa di destra come punta di diamante della magistratura schierata a favore della riforma. L’entusiasmo di Salvato per la separazione delle carriere, però, a quanto pare è recentissimo, sviluppato tutto dopo il pensionamento: in poche ore dall’annuncio, infatti, nelle chat di giudici e pm ha iniziato a girare una sua intervista concessa al Corriere della sera il 26 gennaio 2025, all’indomani dell’inaugurazione dell’anno giudiziario in Cassazione, l’ultimo da procuratore generale in carica. Nel colloquio, l’allora vertice dei pm italiani non risparmiava giudizi estremamente critici sulla riforma, al tempo approvata solo in prima lettura: un’incoerenza simile a quella del costituzionalista Nicolò Zanon, diventato presidente del comitato della destra dopo aver criticato in lungo e in largo il disegno di legge nei suoi scritti accademici. Nell’intervista al Corriere, la posizione di Salvato era chiara fin dalla prima risposta: “Non esistono ragioni valide per andare oltre la totale separazione delle funzioni tra giudici e pm che già esiste”, assicurava al giornalista Giovanni Bianconi. L’alto numero di assoluzioni, argomentava, è “la prova che non c’è alcun atteggiamento di acquiescenza del giudice nei confronti del pm”, come invece sostengono i fautori della riforma: anzi, “se questo divario” tra processi e condanne “esiste già, quando l’accusatore apparterrà a un corpo separato tenderà ad allargarsi”. Infatti, sosteneva l’allora pg, “ci troveremo di fronte a un pm che conserva struttura e status del giudice, ma separato, e quindi più forte”. E a perderci, spiegava, saranno gli accusati: “Oggi il pm ha comunque il dovere di essere imparziale e di cercare prove anche a favore dell’indagato, ma domani si vedrà premiato solo sulla base delle condanne ottenute, e questo comporterà maggiori difficoltà per la difesa”. Liquidata in poche parole anche l’idea che la riforma aiuti ad avere un giudice equidistante dalle parti: “L’equidistanza non si ottiene con la separazione delle carriere, ma realizzando pienamente il principio che la prova si forma in dibattimento”. E persino la “gogna mediatica”, con un pm pià potente, “può aggravarsi anziché risolversi”. Insomma, “i mali che affliggono la giustizia penale sono tanti, ma a nessuno di questi la separazione delle carriere pone rimedio”. Per non parlare del sorteggio, definito senza giri di parole antidemocratico: “Perché allora non sorteggiare anche i consiglieri comunali?”. Ma anche nel suo discorso all’inaugurazione dell’anno giudiziario Salvato sembrava criticare la riforma in discussione, invitando il governo ad astenersi da “indirette rivalse che sgretolino l’indipendenza della giurisdizione”. Una giravolta talmente smaccata, insomma, che non poteva passare inosservata. E infatti il segretario generale dell’Associazione nazionale magistrati Rocco Maruotti, postando l’intervista sui social, ironizza citando Fiorella Mannoia: “Come si cambia per non morire…”. Ma l’“evoluzione” del pensiero di Salvato ha creato parecchi malumori anche tra i suoi ex colleghi della Procura generale della Cassazione, dove alcuni pm stanno ragionando su una presa di posizione pubblica. Uno di loro, Ferdinando Lignola, chiarisce al Fatto: “Salvato parla a titolo personale e non dell’ufficio che ha diretto, poiché ci sono persone, come me, che la pensano in maniera diametralmente opposta. Farebbe bene quindi a precisarlo e a non impegnare in alcun modo l’istituzione giudiziaria sulle sue nuove posizioni politiche”. L’ex procuratore, invece, raggiunto al telefono spiega di aver maturato il suo nuovo pensiero con l’approfondimento giuridico: “Grazie alla pensione ho potuto studiare, ho preso carte e libri e mi sono chiarito definitivamente le idee. Poi ho confrontato il testo della Costituzione con quello modificato dalla riforma, e non c’è un punto dove si intacca l’autonomia e l’indipendenza della magistratura”. E il sorteggio “antidemocratico”? “In realtà non lo è, perché il Csm, a differenza di un Consiglio comunale, non è un organo rappresentativo, come ha chiarito in più sentenze la Corte costituzionale”. E il pm iper-potente a scapito delle garanzie? “Mi fido dei miei ex colleghi, non immagino orde di pm che si svegliano e vanno in giro a cercare cose che non stanno né in cielo né in terra”. Ma Salvato afferma anche di non essere stato del tutto sincero nell’intervista di un anno fa a causa del suo ruolo di rappresentanza: “Quando si occupa una carica istituzionale non si può dire tutto ciò che si pensa, ma bisogna mediare con gli “umori” dell’istituzione che si rappresenta. Ed è indubbio che la magistratura sia orientata in gran parte per il no”. Nei diritti dell’imam di Torino troviamo i diritti di tutti di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 21 dicembre 2025 Shahin è libero perché un giudice ha chiesto le prove e le prove non c’erano. Una garanzia che vale per tutti, anche per la politica. Mohamed Shahin è uscito dal Cpr di Caltanissetta domenica scorsa, ed è divampata una polemica che non fa i conti con i dati reali. È stato liberato l’imam della moschea di Torino, quello finito al centro della bufera per le frasi sulla manifestazione pro-Palestina, quello che il ministro Piantedosi aveva deciso di espellere. Eppure, leggendo l’ordinanza del giudice Ludovico Morello della Corte d’Appello di Torino, viene da pensare che il sistema abbia funzionato esattamente come dovrebbe. Il problema è che questo non piace al governo. “Come facciamo a difendere la sicurezza degli italiani se ogni iniziativa che va in questo senso viene sistematicamente annullata da alcuni giudici?”, ha tuonato la premier Meloni. La risposta è semplice, anche se scomoda: la sicurezza degli italiani si difende rispettando le regole. Tutte. Cosa dice davvero l’ordinanza. Il 28 novembre la stessa Corte d’Appello di Torino aveva convalidato il trattenimento di Shahin. Ma il 15 dicembre, dopo un riesame richiesto dai suoi avvocati, lo stesso giudice Morello ha cambiato idea. Non per simpatia, non per ideologia. Per fatti nuovi. La direttiva europea 2013/33 è chiara: il trattenimento può essere riesaminato “qualora si verifichino circostanze o emergano nuove informazioni che possano mettere in discussione la legittimità del trattenimento”. E qui le informazioni nuove sono arrivate eccome. Prima questione: i procedimenti penali. Il governo aveva basato il decreto di espulsione sulla “pericolosità sociale” di Shahin. Le prove? Due procedimenti penali. Il primo riguardava le frasi pronunciate alla manifestazione del 9 ottobre 2025. Quelle frasi aberranti sul 7 ottobre, quelle che nessuno può difendere. Ma c’è un dettaglio che cambia tutto: la procura di Torino aveva archiviato il caso già il 16 ottobre. Sette giorni dopo i fatti. L’autorità giudiziaria aveva stabilito che quelle parole, per quanto ripugnanti, erano “espressione di pensiero che non integra gli estremi di reato”, quindi pienamente coperte dagli articoli 21 della Costituzione e 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Il giudice Morello lo scrive nero su bianco: “Altro aspetto è la condivisibilità o meno di tali affermazioni e/o la loro censurabilità etica e morale, ma tale giudizio non compete in alcun modo a questa Corte e non può incidere di per sé solo sul giudizio di pericolosità in uno Stato di diritto”. Tradotto: le idee schifose non sono reati. E qui sta la differenza tra uno Stato di diritto e uno Stato di polizia. Nel primo caso, anche le opinioni più ripugnanti restano nel perimetro della libertà di espressione finché non sconfinano nel reato. Nel secondo, basta che qualcosa non piaccia (oggi al governo attuale, domani a quello del “campo largo”) per diventare motivo di espulsione. Il secondo procedimento riguardava un blocco stradale del 17 maggio 2025. Anche qui, l’ordinanza è secca: “Condotta del trattenuto non connotata da alcuna violenza”, Shahin era “meramente presente sulla tangenziale assieme ad altre numerose persone”. Nessun comportamento violento, nessun elemento specifico che lo distinguesse dagli altri manifestanti. C’è poi un passaggio dell’ordinanza che merita attenzione. Il giudice scrive che “gli atti relativi a tali procedimenti non risultano essere stati secretati”. Cosa significa? Che al momento della prima convalida, il 28 novembre, si pensava che quegli atti fossero coperti da segreto. Questo aveva portato la Corte a valorizzare la pericolosità di Shahin. Ma era un abbaglio. Gli atti non erano mai stati secretati. La difesa lo ha dimostrato. E se non c’è segreto, non c’è nemmeno quell’alone di gravità che il segreto inevitabilmente crea. Chi è veramente l’imam - L’ordinanza non si ferma ai procedimenti penali. La difesa ha prodotto documentazione che mostra “un concreto e attivo impegno del trattenuto in ordine alla salvaguardia della Costituzione italiana”. In particolare, Shahin ha lavorato alla divulgazione della Costituzione tradotta in arabo presso la comunità islamica. Un elemento che “si pone in netto contrasto con il giudizio di pericolosità”. Non è un dettaglio folkloristico. È la prova che l’immagine del “sovversivo pericoloso” non regge. Come può essere un pericolo per la sicurezza nazionale uno che diffonde la Costituzione italiana nella sua comunità? Poi ci sono i contatti con persone indagate o condannate per apologia di terrorismo. La Questura li aveva usati come prova. L’ordinanza li smonta: “Isolati e decisamente datati”. Si parla di una identificazione del 2012 e di una conversazione del 2018, peraltro “intercorsa tra soggetti terzi”. Shahin li ha spiegati durante l’udienza. Non sono stati ritenuti significativi. Infine, il dato personale: Shahin vive in Italia da oltre vent’anni, è “perfettamente integrato”, è “completamente incensurato”. Ha una famiglia, due figli che accompagnava a scuola quando è stato fermato. Non è un fantasma arrivato ieri. È un uomo con una vita, con radici profonde in questo Paese. Perché ci riguarda tutti - Giorgia Meloni parla di “iniziative sistematicamente annullate da alcuni giudici”. Ma qui non c’è stata nessuna iniziativa annullata per ideologia. C’è stata una decisione che ha preso atto di fatti nuovi e ha applicato la legge. Il giudice Morello cita la Cassazione: il riesame del trattenimento è un diritto garantito dalle direttive europee, direttamente applicabile anche senza una specifica norma italiana. Non è un capriccio giudiziario. È un obbligo. E la Cassazione, con la sentenza n. 22932 del 2017, aveva già stabilito che queste norme europee sono “self-executing”, cioè si applicano automaticamente. Non servono leggi italiane che le recepiscano. E c’è un altro passaggio fondamentale: “In uno Stato di diritto solo in relazione agli stessi [concreti elementi di fatto] è possibile muovere specifiche contestazioni, articolare difese effettive e, da ultimo, svolgere un reale vaglio giurisdizionale che non sia svuotato dei suoi contenuti essenziali”. Tradotto: senza prove concrete, il giudizio di pericolosità è aria fritta. E le prove concrete, in questo caso, non c’erano. Qui sta il punto che sfugge alla polemica politica. Lo Stato di diritto non è un ostacolo alla sicurezza. È la condizione della sicurezza. Perché senza regole chiare, senza diritto di difesa, senza controllo giudiziario, chiunque può finire nella rete. Oggi Shahin, domani chiunque dica qualcosa che non piace al potere di turno. La premier dice che questo sistema “non funziona”. Ma funziona eccome. Ha imposto al potere esecutivo di rispettare la legge. Ha garantito a un uomo il diritto di difendersi con prove concrete, non con sospetti. Certo, Shahin ha detto cose orribili che, chi scrive, ripugna. E infatti la procura ha valutato se fossero reati. Ha concluso di no. Il paradosso del potere - C’è un paradosso in questa storia. Il governo attacca i giudici che “ostacolano” la sicurezza. Ma così facendo, mina proprio quello Stato di diritto che dovrebbe difendere. Perché se oggi accettiamo che un imam possa essere espulso senza prove concrete di reato, domani accetteremo che chiunque possa essere trattenuto per “pericolosità sociale” determinata da un decreto ministeriale. Senza processo, senza contraddittorio, senza garanzie. E se domani al governo ci sarà qualcun altro, e quel qualcun altro userà gli stessi strumenti contro chi oggi governa? I governi cambiano, le regole dello Stato di diritto restano. Mohamed Shahin è tornato a Torino. I suoi avvocati hanno vinto il ricorso perché hanno dimostrato che le accuse non stavano in piedi. Il giudice Morello ha fatto il suo lavoro: ha applicato la legge, ha valutato le prove, ha deciso di conseguenza. Questo è esattamente quello che dovrebbe fare un giudice in uno Stato di diritto. Non compiacere, non seguire l’onda emotiva. Applicare semplicemente la legge. Come è accaduto con il ministro Salvini con la giusta assoluzione definitiva. Detenuto per 413 giorni, poi assolto. Ora chiede 100mila euro di danni di Dafne Roat Corriere del Trentino, 21 dicembre 2025 Sentenza depositata dopo 4 anni. La Corte d’appello nega il risarcimento, ma la Cassazione gli dà ragione. Associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti. Hashish e cocaina perlopiù. C’era anche lui al casello autostradale di San Michele - aveva sostenuto l’accusa - quando era arrivato il carico di 10 chili di hashish e un etto di cocaina. “Era su un’altra auto, aveva il ruolo di bonifica”. Accuse pesanti. Era il 22 giugno 2016. “Non c’entro”, si era difeso lui. Ma non è bastato. Nessun arresto, ma quasi un anno dopo era arrivata la doccia gelata: un ordine di custodia cautelare per aver “agevolato” il corriere della droga. Si erano così aperte le porte del carcere, 28 giorni in cella, altri 385 agli arresti domiciliari, poi l’udienza davanti al gup e infine l’assoluzione. Non ci sarebbe stata alcuna prova della sua presenza al casello autostradale. È iniziata così la lunga battaglia legale di un trentasettenne di origini marocchine per ottenere giustizia. L’arresto, i lunghi e interminabili giorni dietro alle sbarre e poi chiuso in casa, avevano segnato profondamente la sua famiglia. La compagna, a causa del forte stress, aveva perso il bimbo che stava aspettando. Un dolore profondo. Forse è stato anche questo a spingere l’uomo a combattere per ottenere giustizia. Attraverso il suo avvocato Filippo Fedrizzi ha deciso di chiedere i danni per l’ingiusta detenzione. Un conto salato per lo Stato. Per ogni giorno trascorso ingiustamente in carcere è previsto un indennizzo economico di circa 235 euro, mentre per gli arresti domiciliari l’ordinamento prevede un risarcimento di poco più di 117 euro al giorno. I conti sono presto fatti, ma a questo si aggiungono anche i danni morali che la difesa ha chiesto per la perdita del figlio del trentenne. Si parla di una cifra complessiva attorno ai 100mila euro. Ma la Corte d’appello con un’ordinanza depositata il 16 giugno 2025, ha rigettato la richiesta di risarcimento del trentasettenne. Lui non si è arreso ed è arrivato fino in Cassazione che gli ha dato ragione e ha rinviato gli atti alla Corte d’appello che dovrà pronunciarsi di nuovo. “Un errore giudiziario”, insiste la difesa. Nel ricorso i legali ripercorrono il dramma vissuto dallo straniero, l’incubo della detenzione, e sottolinea la sofferenza dei familiari per un’accusa che ha sempre ritenuto ingiusta. Non solo: non ci sarebbe stata alcuna prova della presenza dell’uomo al casello autostradale quando le forze dell’ordine avevano intercettato il carico di droga, ma, come evidenzia il giudice nella sentenza di assoluzione, a carico dello straniero ci sarebbero sono “generiche conversazioni intercettate”. Alcune telefonate con il corriere della droga sarebbero bastate a mettere nei guai il trentenne che lavorava alla reception di un B&B, pare frequentato proprio dal presunto trafficante. L’uomo ha dovuto attendere quattro anni per leggere le motivazioni della sentenza, diventata irrevocabile solo a settembre del 2023. Il 31 maggio 2024 si era aperta l’udienza davanti ai giudici d’appello per il procedimento di ingiunta detenzione e quasi un anno dopo era arrivato il diniego della Corte. I giudici hanno evidentemente valutato in modo diverso il ruolo dell’uomo nel presunto traffico di droga. Per la Cassazione, invece, i contatti telefonici tra i due sono “un elemento assolutamente neutro”. Non si conosce infatti il contenuto delle conversazioni rispetto ai quali “la difesa - sottolinea la Corte in sentenza - fornisce una spiegazione lecita”. I due si conoscevano perché il trentasettenne lavorava alla reception della struttura dove il corriere soggiornava periodicamente, durante i suoi viaggi in Trentino. Diverso - osservano i giudici - sarebbe stato se il trentasettenne fosse stato controllato al casello. Ma “la criptica sentenza di assoluzione sembra sottointendere - scrive il collegio presieduto dal giudice Andrea Montagni - che questo accertamento non sia stato fatto”. La Corte d’appello dovrà quindi rivalutare il caso. Ferrara. I Radicali visitano il carcere: “Un sovraffollamento da paura” di Daniele Oppo La Nuova Ferrara, 21 dicembre 2025 Presenti 415 detenuti su 244 di capienza e l’organico è ridotto del 30%. “Una delle situazioni più gravi degli ultimi periodi”. Dopo la visita di ieri mattina nella casa circondariale di Ferrara, non usa molto giri di parole Maura Benvenuti, capo delegazione già membro del Consiglio generale del Partito radicale e punto di riferimento nella città estense. La situazione del carcere ferrarese è problematica. “C’è un sovraffollamento da far paura - spiega Benvenuti - su una capienza di 244 persone, abbiamo 415 detenuti. La situazione è drastica, anche per la mancanza di personale, siamo a -30% rispetto alla pianta organica, mancano comandanti, c’è solo la direttrice che è da sola con la Polizia penitenziaria: un problema che si protrae da mesi, con tanti trasferimenti temporanei”. Nella delegazione che è stata autorizzata a visitare il carcere c’erano anche Vito Laruccia, membro del Consiglio generale del Partito radicale e Nicoletta Toscani, psicoterapeuta, che del carcere di Ferrara è stata direttrice. “La maggior parte dei detenuti sono definitivi - spiega proprio Toscani - e sono molto aumentati, sono 348, tantissimi. Molti di loro non hanno i requisiti per poter permanere in Italia, il 50% quasi sono extracomunitari, questo rendere difficili anche i percorsi di reinserimento. Con i provvedimenti della Cartabia gli imputati in attesa di giudizio sono molto diminuiti”. C’è anche un altro tipo di problemi: “Ci sono stati 250 ingressi dal 1º gennaio a oggi per trasferimento da altro carcere, di questi, circa l’80% è arrivato per problemi di ordine e sicurezza, e sono detenuti difficilissimi da gestire, anche perché molti eventi critici (spaccare tutto nelle celle, autolesionismo, violenze sugli operatori) sono dovuti spesso a uso di sostanze come fentanyl o crack che provocano alterazioni neurologiche. Le strutture penitenziarie non sono il luogo dove possono essere gestite queste patologie, il carcere un luogo dove basta una persona per mettere in crisi tutto. E una situazione che non riguarda solo Ferrara e sulla quale bisogna riflettere a livello centrale - dice infine Toscani, quasi in uno sfogo di delusione mista a frustrazione - perché il sistema carcerario raccoglie oggi i disastrati, frutto di una società non più sensibile”. Ferrara. Mons. Perego: “Speriamo non siano annullati i tentativi per favorire le pene alternative” agensir.it, 21 dicembre 2025 “L’ultimo pensiero giubilare è per gli ultimi, tra cui sono i carcerati: ultimi per gli uomini, ma primi davanti a Dio”. Lo ha detto questa mattina l’arcivescovo di Ferrara-Comacchio, mons. Gian Carlo Perego, nella cattedrale in occasione del Giubileo dei detenuti, ultimo appuntamento giubilare prima della conclusione prevista, a livello diocesano, il 28 dicembre. Oggi assistiamo “al ritorno di un clima di vendetta per chi commette un reato, di rifiuto di ogni aiuto e percorso alternativo nei confronti dei detenuti. È facile - ha detto il presule - sentire espressioni che non possono essere accettate o alimentate dai cristiani, che rimandano a: ‘occhio per occhio’ o del genere ‘più carceri’ o ‘in carcere e buttiamo la chiave’ o ‘rimettiamo la pena di morte’, per non dire altro. Sembra che il percorso sociale, fortemente animato da uno spirito cristiano, della Legge Gozzini (1986), che sottolineava l’importanza - costituzionale - della pena come rieducazione e quindi dell’importanza di pene alternative, si stia indebolendo ed emergano il sovraffollamento, le restrizioni maggiori, l’annullamento di ogni percorso culturale e sociale con i rapidi trasferimenti”. Il presule evidenzia che come cristiani non possiamo non ritornare e all’importanza dell’alternativa di pena per molti reati, che offre “speranza ai detenuti e più sicurezza ai cittadini, come dimostrano i numeri della recidiva”. Anche “la visita ai carcerati”, seguendo il regolamento carcerario e in collaborazione con il cappellano delle carceri, unitamente a richieste per un’esperienza di volontariato, possono - ha detto mons. Perego - nascere da questo Giubileo e rendere attuale la risposta all’invito di Gesù: ‘Ero in carcere e siete venuti a visitarmi’“. Il presule ferrarese cita, tra le iniziative in diocesi, l’apertura di una nuova struttura della Caritas diocesana, realizzata negli antichi ambienti della scuola materna della parrocchia dell’Arginone, destinata a progetti di alternativa di pena e per le visite dei familiari ai detenuti. “Speriamo che - ha sottolineato - non siano annullati i tentativi in essere per favorire l’alternativa di pena, lo studio in carcere (anche la frequenza ai corsi universitari), il lavoro dentro e fuori le mura dell’Arginone”. Per dare un segno forte, la Chiesa della Casa Circondariale è stata una delle chiese giubilari, dove detenuti, agenti, volontari, hanno potuto “ricevere l’indulgenza plenaria. Un’ indulgenza che si ripete anche oggi in questa Cattedrale, come invito alla pace, al perdono, al condono come segni di libertà che aprono a una nuova responsabilità per chi ha commesso un reato, che aprono a una vita nuova nella città e nella Chiesa, a una storia nuova. Non affossiamo questa possibilità di rinascita”, è stato l’invito ma “rendiamola insieme un segno di speranza per costruire futuro”. Roma. Grazie alla Onlus “Semi di libertà” gli ex detenuti diventano barman di Francesca Conidi leggo.it, 21 dicembre 2025 Sbarre, manette e frasi presenti sulle mura del locale evocano a gran voce il mondo della prigione. Il pub Vale la pena, all’Alberone, ci tiene a ricordarlo quel mondo, come tiene a sottolineare che è possibile una seconda vita per chi si lascia alle spalle il carcere e gli errori che lo hanno condotto fin lì. In questo posto infatti, grazie ad un progetto promosso dalla Onlus Semi di libertà, riescono a trovare lavoro gli ex detenuti che vogliono percorrere una strada nuova, lontana dalla delinquenza. “Abbiamo la mission di contrastare la recidiva delle persone in esecuzione penale, ovvero evitare che facciano altri reati una volta usciti dalla prigione”, spiega Paolo Strano, Presidente della Onlus che ha avviato il progetto. “Purtroppo in Italia è quasi la normalità, visto che le statistiche evidenziano che il 70% dei pregiudicati non riesce a correggere i propri comportamenti illegali. Il problema è enorme perché sono tanti i costi che il detenuto deve affrontare una volta tornato in libertà, sia dal punto di vista sociale sia da quello economico, e non sempre trova alternative al crimine”. Grazie all’associazione, che ha promosso la nascita di una rete di Economia Carceraria, nel 2014 è stato aperto un birrificio frequentato da detenuti provenienti dal penitenziario romano di Rebibbia. A promuovere l’iniziativa ci pensa Oscar La Rosa, Amministratore della piattaforma che ha contribuito alla nascita di Vale la Pena. “È un mondo, a volte troppo nascosto, che però è reale. In questo caso le imprese investono sui detenuti con un contratto di lavoro regolare, come avviene nel mondo libero, dandogli la possibilità di mantenere famiglie e saldare le spese per il mantenimento del condannato di cui non si parla mai”. “Qui al momento - prosegue Oscar - lavorano tre persone, due detenuti e un volontario. Per noi è fondamentale questa coesione per comunicare all’esterno di non ghettizzare mai nessuno. Fare un progetto di soli carcerati sarebbe stato sbagliato visto che l’obiettivo principale è l’integrazione. Sui nostri taglieri i prodotti dell’economia carceraria e quelli del mondo libero si trovano insieme e si esaltano a vicenda”. Brescia. In carcere uno spazio di immaginazione. I detenuti realizzano il libro “La stanza” di Federica Pacella Il Giorno, 21 dicembre 2025 Anche in carcere esiste uno spazio di immaginazione, di sogno, di rinascita. Lo hanno dimostrato i detenuti ed ex detenuti che hanno partecipato alla realizzazione di “La stanza”, libro illustrato realizzato all’interno del progetto Evasione Creativa, promosso dall’associazione Carcere e Territorio. Il libro è stato al centro del banchetto, organizzato ieri pomeriggio da Carcere e Territorio e associazione Casello 11, per raccogliere fondi per il centro diurno “A levar l’ancora”, che accoglie e lavora per curare le ferite e valorizzare le risorse personali delle persone in esecuzione penale interna ed esterna. Non solo una raccolta fondi, ma un modo per “portar fuori” il lavoro che le persone in stato di detenzione hanno realizzato nei mesi scorsi partendo dal presupposto che ogni attività svolta in carcere può essere configurata come trasformazione della pena da mera reclusione ad un percorso maggiormente costruttivo. Tra questi, c’è, appunto, La stanza, narrazione corale delle storie di detenuti ed ex detenuti, pensato per ragazze e ragazzi dell’ultimo anno della scuola primaria, e per studenti e studentesse della secondaria, non per parlare di condanne e colpe, ma per dar voce al lato umano di chi, pur avendo sbagliato, ha affrontato un percorso di riflessione e cambiamento. Torino. “Ai carcerati rimanga la dignità dei cittadini” di Marina Lomunno La Voce e il Tempo, 21 dicembre 2025 “I carcerati non hanno più la libertà perché hanno commesso un reato, ma non sono stati privati di tutti gli altri diritti: rimangono cittadini e nostri fratelli”. Così il francescano Beppe Giunti dopo il Giubileo con il Papa e con l’Arcivescovo. Forte il messaggio in un tempo che rischia di dimenticare le garanzie fondamentali di uno Stato di diritto. L’ultimo grande appuntamento del Giubileo della Speranza che papa Leone XIV ha voluto dedicare ai detenuti, domenica 14 dicembre terza d’Avvento, è forse - per ora - il gesto che più esprime la continuità con il magistero del suo predecessore. Era il 26 dicembre 2024, quando papa Francesco si recò nel carcere romano di Rebibbia ad aprire la seconda Porta Santa dopo quella della Basilica di San Pietro. Francesco è stato il primo Pontefice della storia a “spalancare” una Porta Santa non in una Basilica, ma in un penitenziario. Leone XIV ha iniziato l’omelia spiegando che “questa, nell’Anno liturgico, è la domenica ‘della gioia’, che ci ricorda la dimensione luminosa dell’attesa: la fiducia che qualcosa di bello, di gioioso accadrà”. Sono in 6 mila tra carcerati, famiglie, cappellani, volontari e personale che lavora nel sistema penitenziario che, dopo il pellegrinaggio alla Porta Santa della Basilica, hanno partecipato alla Messa: ai numerosi detenuti italiani e stranieri è stato riservato il settore più vicino all’altare. Anche il Vangelo è in tema: narra di Giovanni Battista in carcere prima di morire, quando comprende che Gesù viene a salvare chi era perduto. Ed è questo il messaggio di speranza dell’omelia che Leone XVI “dona” alle persone ristrette che lo ascoltano commosse: “Che nessuno vada perduto! Che tutti siano salvati! Questo vuole il nostro Dio, questo è il suo Regno, a questo mira il suo agire nel mondo” anche dietro le sbarre. E poi, ancora in continuità con Francesco, cita la bolla di indizione del Giubileo della Speranza dove papa Bergoglio auspicava che nell’Anno Santo si potessero concedere “forme di amnistia o di condono della pena” per aiutare le persone a recuperare fiducia in sé stesse, nella società e ad offrire reali opportunità di reinserimento. Papa Leone si rivolge allora a chi ha la responsabilità di sciogliere i nodi che opprimono il sistema carcerario: “Confido che in molti Paesi si dia seguito al suo desiderio. Il Giubileo nella sua origine biblica era proprio un anno di grazia in cui ad ognuno, in molti modi, si offriva la possibilità di ricominciare”. Anche i ristretti nelle carceri torinesi - il “Lorusso e Cutugno” per gli adulti e l’Ipm (Istituto penale minorile) “Ferrante Aporti” (in questa pagina la testimonianza del cappellano don Silvano Oni) - pur non avendo potuto partecipare fisicamente al Giubileo dei detenuti, erano in sintonia con la celebrazione in San Pietro. Nella mattinata di domenica 14, un gruppo di terziari francescani accompagnati da fra Beppe Giunti, francescano conventuale della parrocchia Madonna della Guardia e volontario nella sezione dei collaboratori di giustizia, ha avuto il permesso di pregare con alcuni detenuti del “Lorusso e Cutugno”. Fra Beppe ha letto e commentato il brano delle “Fonti” in cui san Francesco definisce i ladri che depredavano la gente “fratelli briganti”. “Ho spiegato che Francesco 800 anni prima della promulgazione della nostra Costituzione” racconta fra Giunti “ci dice che anche i ladri sono nostri fratelli perché figli dello stesso Padre. Certamente sono briganti ed è per questo che sono in galera come i nostri fratelli e sorelle reclusi nel carcere delle Vallette. Non hanno più la libertà perché hanno commesso un reato ma non sono stati privati di tutti gli altri diritti: rimangono cittadini e nostri fratelli e - come raccomanda l’art. 27 della Costituzione e come ha richiamato papa Leone - hanno diritto ad essere recuperati perché ‘il tempo della pena deve essere rieducativo”. E l’Arcivescovo Roberto Repole, nella mattinata di lunedì 15, non a caso all’indomani del Giubileo, si è recato al “Lorusso e Cutugno” per celebrare la Messa in preparazione al Natale con i reclusi e le recluse nella cappella dell’istituto. Presenti, tra gli altri, il direttore del carcere Elena Lombardi Vallauri e il procuratore generale di Piemonte e Valle D’Aosta Lucia Musti con il cappellano fratel Silvio Grosso e fra Giunti. Il cardinale, accolto affettuosamente dai ristretti, ha richiamato nell’omelia le parole del Papa augurando a tutti “anche se in un luogo come il carcere è più faticoso” di cercare di gustare la grazia del Natale “la consolazione e l’amore che scaturisce dal presepe. Un amore donato a tutti. Ma occorre essere in ricerca di questo amore che salva perché se non si è in ricerca di Dio non può esserci Natale”. Torino. In San Pietro per i miei ragazzi di don Silvano Oni* La Voce e il Tempo, 21 dicembre 2025 Sono in treno durante il viaggio di ritorno da Roma, dove ho vissuto la celebrazione del Giubileo dei detenuti. Ho il cuore pieno di emozioni e fatico a contenerle e mi sorprendo a commuovermi (sarà la vecchiaia?). Ho già partecipato ad altri momenti del Giubileo della Speranza ma questo l’ho sentito in modo del tutto particolare: è la prima volta che l’ho vissuto “da protagonista”. Era il Giubileo del mondo del carcere: sia degli agenti della polizia penitenziaria (con alcuni di loro siamo stati in pellegrinaggio a Lourdes) sia dei ragazzi ospiti dell’Istituto, quei ragazzi che incontro tutti i giorni al “Ferrante”. In carcere con loro se n’è parlato spesso. I ragazzi del laboratorio di ceramica, ad esempio, hanno “costruito” una lampada benedetta da don Ciotti durante la sua visita lo scorso Natale: la sua fiamma significa che la speranza, anche debole fiammella, non deve mai morire nel loro cuore. Alcuni ragazzi mi hanno anche consegnato delle lettere da far pervenire direttamente al Papa, scritte più con il cuore che con la grammatica! Le ho lette e tutte hanno come elemento conduttore la speranza, il filo rosso di questo Giubileo! Proprio perché era il Giubileo dei carcerati mi sono sentito coinvolto completamente. Tutto l’apparato “esteriore” è stato coinvolgente: dal ritrovarsi tra cappellani delle diverse carceri d’Italia, all’incontro con alcuni ragazzi detenuti che ormai riconosco subito anche se non sono del “Ferrante”. Li ho visti piacevolmente “nervosi”, perché stavano vivendo un momento per loro inimmaginabile, si sentivano i protagonisti, anche per il posto di rilievo che era stato loro giustamente riservato! E poi la santa Messa in San Pietro presieduta da papa Leone: non ho fatto fatica a seguire l’omelia perché le sue parole davano voce ai miei pensieri. Alcune si sono scolpite nel mio cuore, perché le ho sentite “vere”, perché è ciò che cerco di vivere tutti i giorni: “Nessun essere umano coincide con ciò che ha fatto”; “Non bisogna stancarsi, scoraggiarsi o tirarsi indietro, ma andare avanti con coraggio e tenacia”. Ma insieme a tutte queste emozioni cresceva dentro di me un velo di tristezza. Avevo sognato, da quando era stata fissata la data del 14 dicembre per il Giubileo dei detenuti, di poter far vivere questo momento così unico a qualche ragazzo del “Ferrante”. Purtroppo non è stato possibile. Peccato! Perso nei miei pensieri, il tempo del viaggio di ritorno, altre volte interminabile, è volato e quando il treno è arrivato a Porta Susa mi sono chiesto: “cosa ti porterai per sempre da questo Giubileo?”. La risposta è sgorgata spontanea, ricordando le parole con cui il Papa ha concluso l’omelia, perché le ho sentite dette per me: “Anche di fronte alle sfide più grandi non sei solo! Gesù cammina con te e con Lui al tuo fianco qualcosa di bello e gioioso accadrà!”. La voce del controllore al microfono mi ha “svegliato”: “Siamo arrivati a Torino Porta Nuova. Fine corsa”. Non vedo l’ora di rivedere i miei ragazzi del “Ferrante”, perché la vita riprende e qualcosa di bello e gioioso accadrà! Io ci credo! *Cappellano Ipm Ferrante Aporti Napoli. “Libri Liberi”: l’ultimo appuntamento con Franchini e Fontana all’Ipm di Nisida cepell.it, 21 dicembre 2025 Lunedì 22 dicembre alle ore 14, nel Carcere minorile di Nisida, lo scrittore Antonio Franchini e l’attrice Marianna Fontana incontrano i giovani detenuti per l’ultimo appuntamento di Libri Liberi, iniziativa promossa dalla Fondazione De Sanctis con il patrocinio del Ministero della Giustizia - Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e Dipartimento per la giustizia minorile e di comunità - e in collaborazione con il Centro per il libro e la lettura del Ministero della Cultura. Antonio Franchini e Marianna Fontana si confrontano con un classico del romanzo di formazione per l’adolescenza, L’amico ritrovato di Fred Ulhman, apparso nel 1971 negli Stati Uniti e poi pubblicato in tutto il mondo, racconto di un’amicizia del cuore, un’intesa perfetta e magica spezzata dal gorgo della Storia, sullo sfondo della Germania nazista del 1933. Antonio Franchini è nato a Napoli nel 1958 e vive a Milano dove lavora nell’editoria. Tra le opere che ha pubblicato: Quando vi ucciderete, maestro? (1996), Acqua, sudore, ghiaccio (1998), L’abusivo (2001), Cronaca della fine (2003), Signore delle lacrime (2010), Il vecchio lottatore (2020), Il fuoco che ti porti dentro (2024). Marianna Fontana è nata a Caserta e si è formata presso il Conservatorio di Musica e la scuola di recitazione La Ribalta di Napoli. È nota per il legame professionale iniziale con la sorella gemella Angela Fontana, con la quale ha debuttato nel 2016 nel pluripremiato film Indivisibili di Edoardo De Angelis. Per questo ruolo ha ricevuto la sua prima candidatura ai David di Donatello e ha vinto un Nastro d’argento per la migliore canzone originale. Tra i suoi progetti più rilevanti si annoverano: Capri-Revolution (2018) di Mario Martone, interpretazione che le è valsa il Ciak d’Oro come migliore attrice protagonista e una seconda candidatura ai David di Donatello; Luce (2024), film per il quale nel 2025 è stata candidata ai Nastri d’argento come migliore attrice protagonista; La seconda vita (2024), ruolo che le ha permesso di vincere il Fabrique du Cinéma Award come miglior attrice. L’obiettivo di Libri liberi è stato offrire ai detenuti la possibilità di immergersi in mondi letterari alternativi e di esplorare le profondità della condizione umana attraverso la lettura. Con il prezioso contributo di attori e scrittori di fama, gli incontri diventano esperienze uniche e irripetibili, in cui le storie prendono vita attraverso letture avvincenti e discussioni appassionate. Sarà incoraggiato il dialogo e il confronto aperto per rendere i detenuti non solo spettatori ma anche protagonisti di questi straordinari incontri. La rassegna si inserisce così in un più ampio contesto di promozione della cultura come strumento di riscatto e rinascita, offrendo una preziosa occasione di riscoperta del sé e del proprio valore all’interno della comunità. Firenze. Natale alla Casa circondariale Gozzini: una festa per i figli dei detenuti di Valentina Tisi La Repubblica, 21 dicembre 2025 L’ha organizzata l’associazione “Bambini senza sbarre” per donare un momento di “normalità”. L’albero di Natale, lo scambio di regali, il coro in sottofondo, pandoro e panettone sul tavolo. Immagini tipiche del Natale, così come i sorrisi e il calore degli abbracci, ad essere insolito è il luogo, la casa circondariale Gozzini. A portare dietro le porte del carcere l’atmosfera natalizia, facendo incontrare i detenuti con le loro famiglie è l’associazione “Bambini senza sbarre”, che sabato 20 dicembre ha organizzato un momento pensato proprio per i più piccoli, donando un po’ di “normalità” a quei bambini che si trovano a passare le feste lontano dai padri. Sono quasi le 10 quando i bambini arrivano nella stanza del carcere attrezzata con tanti tavolini e sedie, mentre l’associazione Cori ensemble dell’Isolotto sul palco alterna canzoni della Disney e canti di Natale. Sono ormai 25 anni che Bambini senza sbarre lavora per dare sostegno psicopedagogico ai genitori detenuti e ai figli e da circa dieci è attiva nella realtà fiorentina del Gozzini. “Vengono fatti progetti sulla genitorialità - spiega Raffaello Riggio, responsabile dell’area rieducativa - Sono circa una decina i detenuti con i quali stiamo lavorando e ogni mese organizziamo un evento in più rispetto ai normali colloqui per far stare i papà con i bambini”. Molti dei detenuti si avviano alla conclusione della pena e momenti di condivisione come la festa di Natale sono un modo per riaffacciarsi alla vita familiare. “Riavvicinarsi alla famiglia fuori non è semplice - sottolinea Floriana Battivi, vicepresidente di Bambini senza sbarre - Questo è un modo per farlo gradualmente prima dell’uscita e alcuni ci tengono a prepararsi per essere pronti a rivedere i figli. Noi partiamo sempre dal diritto del bambino”. Piccoli gesti come appendere insieme le palline sull’albero, condividere il cibo, scartare i regali, fanno quasi dimenticare che ci si trova tra le mura della casa circondariale. E poi l’arrivo di Babbo Natale, con i doni per i bambini acquistati anche grazie al contributo dell’associazione Pantagruel, che tira fuori dal sacco anche un dono speciale per i padri, calendari da appendere alla parete, personalizzati per ognuno con le foto dei figli. “Per loro questo momento è aria pulita - dice don Alessandro Marsili, il cappellano del carcere - è un momento di normalità, rivedere la famiglia è una delle cose più belle”. Genitori e figli chiacchierano mentre seduti vicini realizzano piccole lanterne colorate di carta velina, momenti di vera intimità, diversi da quelli dei colloqui dove il tempo si consuma tra il riepilogo dell’ultimo incontro con l’avvocato o le difficoltà economiche. “Molti detenuti sono qui per scontare l’ultimo periodo di pena - ricorda il commissario capo Paolo Iozzino - è una fase complessa che precede il reinserimento nella società”. Una fase che viene accompagnata cercando di costruire un futuro, una volta usciti dalla struttura, da un punto di vista familiare ma anche lavorativo: “Iniziative come quella di oggi servono per diminuire la distanza con l’esterno - evidenzia il direttore del carcere Vincenzo Tedeschi - Qui abbiamo anche diversi laboratori, a breve inizierà quello per pizzaioli, abbiamo quello di pelletteria, un progetto con don Santoro sul recupero degli elettrodomestici. Sono tutti tasselli per far sì che non si spenga la speranza”. “Ammazzare stanca”, la mafia patriarcale alla prova del Nord di Gianluca Iovine Il Dubbio, 21 dicembre 2025 All’apparenza parecchio diverso da altri titoli di Daniele Vicari, “Ammazzare stanca - Autobiografia di un assassino”, rivela in conclusione i temi sociali che più stanno a cuore al regista. Dunque, anche se assistiamo al racconto dell’espansione delle cosche di ‘ndrangheta in Nord Italia tra gli anni Settanta e Ottanta del Novecento, e al primo caso storico di pentimento, emergono, dal libro-confessione di Antonio Zagari che ha ispirato il film, il tema dell’immigrazione interna e quello della contrapposizione tra Settentrione industriale e Meridione rurale con il fattore delle dinamiche familiari a rilevare anche quando l’impresa consisteva nel business degli omicidi, dei sequestri e del dominio territoriale. Il film racconta bene lo straniamento e la faticosa integrazione delle cosche di seconda generazione, mostrando la tendenza allora embrionale, per quelle operanti in Brianza, a modernizzarsi e contaminare le proprie modalità operative con quelle di altri gruppi criminali. Affiora così il passaggio fondamentale del conflitto tra vecchi padrini, ostili al mercato della droga, e nuove leve dei clan, in un corollario di scissioni, alleanze ed eliminazioni, che spesso fa implodere dall’interno le famiglie dominanti. Vicari, che è anche docente, non trascura l’aspetto pedagogico del cinema, rappresentando gli aspetti di invisibilità e feroce familismo che hanno reso nel tempo la ‘ndrangheta forza criminale superiore a ogni altra, indirizzando nel tempo le cosche operanti al Nord verso una vocazione più spiccatamente internazionale, rispetto ad alcuni nuclei primari rimasti per scelta a dominare in Italia o su parte dei territori del Cosentino, delle Piane di Lamezia, Rosarno e Gioia Tauro, o a Reggio Calabria, sulla Jonica e della Locride reggina. La ricostruzione degli ambienti e dell’epoca è accurata, e aiuta a vivere la dissonanza tra volontario isolamento e tessuto economico circostante relativamente progredito. Il dogma criminale è arcaico, segreto, espresso da famiglie patriarcali, unite da giuramenti di sangue, fede, terra. Lo Stato in parte sottovaluta il fenomeno anche per colpevoli devianze. Nel tempo, il potenziale criminale e notevoli complicità istituzionali, permettono espansione e suddivisione dei territori con mala lombarda, camorra campana e cosche siciliane. L’epoca nella quale agisce l’assassino interpretato da Gabriele Montesi segna la riorganizzazione e il passaggio verso nuovi e più lucrosi affari criminali, e lo spezzarsi del legame primario tra fratelli. Le diverse anime del crimine calabrese sono interpretate con grande attenzione al linguaggio familista e al gergo di sangue: Rocco Papaleo è un padrino della vecchia guardia, istrione e spietato. Vinicio Marchioni, l’insensibile patriarca Giacomo, non esiterebbe a uccidere i suoi stessi figli per la contiguità ai disvalori criminali moderni. Ne deriva una grande tragedia familiare, negativo di una più ampia tragedia collettiva che il diario di un uomo forse pentitosi per fobia del sangue o per amore racconta in modo efficace. Al pubblico restano in mente le figure del secondogenito e di Angela, l’intensa Selene Caramazza, per la quale Antonio abiura sé stesso. La loro complessa umanità getta sul pubblico il dubbio infinito tra bene e male. Le sequenze d’azione e i luoghi scelti immergono in una metaforica selva senza uscita, dove etica comune e criminale sono ugualmente tradite, per smania individuale e mito della vita veloce. Gli interpreti tengono al meglio la scena, mentre il volto accattivante di Montesi anticipa ulteriori, future potenzialità. Dal diario di Zagari manca la coscienza precisa dei sedici omicidi commessi e questo è un limite importante che annacqua il beat emotivo finale. Ma è questo un film complesso, forte e coraggioso, anche nel suo linguaggio visivo. Don Mazzi: “Sono un prete matto, a 96 anni voglio ancora cambiare il mondo” di Antonio Sanfrancesco 21.12.2025 illibraio.it, 21 dicembre 2025 “Non ho mai portato la tonaca. Sono allergico a tutte quelle liturgie. Sono sempre stato un prete un po’ matto. Senza la follia non sarei riuscito a entrare in sintonia con i miei ragazzi e diventare per loro un educatore, e un padre”. Don Antonio Mazzi, che ha da poco compiuto 96 anni (“Ho chiesto al Padreterno una proroga perché ho ancora molto da fare”), ha festeggiato i quarant’anni della prima Carovana di Exodus, un’intuizione nata negli nel 1985 per spingere più in là la notte dei ragazzi tossicodipendenti portandoli in giro per un cammino educativo, di consapevolezza e rinascita. In quest’intervista si racconta a tutto campo, parlando della sua infanzia in collegio, del suo percorso, delle sue battaglie, del suo metodo (“All’inizio non sapevo niente di droga, ma piano piano ho imparato e ho creato un metodo basato sulla comunicazione”), del suo rapporto con la fede e con la Chiesa (“Il Vangelo dobbiamo ancora scoprirlo davvero. Soprattutto noi preti…”) e dei più giovani: “I figli sono come aquiloni, a un certo punto li devi mollare. Se non hai il coraggio di lasciarli andare, li rovini. Un figlio, per diventare davvero sé stesso, deve prendere il vento, inciampare, anche cadere” Ogni giorno nel suo ufficio in mezzo al verde del Parco Lambro scrive lettere a mano e legge i giornali. Tra le foto ce n’è una incorniciata con il tronco di un albero e decine di siringhe conficcate. C’è scritto: “Parco Lambro 1984”. Un monito per ricordare quando e dove tutto è cominciato: la palude sociale dell’eroina che inghiottiva le vite di tanti giovani in questo polmone verde tra l’ospedale San Raffaele, la tangenziale e il quartiere residenziale di Milano 2. Il 2025 è un anno di anniversari importanti per don Antonio Mazzi che il 30 novembre ha tagliato il traguardo dei 96 anni (“ho chiesto al Padreterno una proroga perché ho ancora molto da fare”, dice prima di tagliare la torta preparata per il suo compleanno) e festeggiato i quarant’anni della prima Carovana di Exodus, un’intuizione nata nel 1985 per spingere più in là la notte dei ragazzi tossicodipendenti portandoli in giro per un cammino educativo, di consapevolezza e rinascita. Maglione e pantaloni scuri, sneaker, capelli un po’ scarmigliati. Sulla scrivania, in mezzo a una distesa di carte, alcune copie del libro Voglio ancora cambiare il mondo (San Paolo) e di Saggezza e follia (Piemme), appena uscito in libreria, in cui il “prete dei tossicodipendenti e degli assassini”, come l’hanno definito, racconta la sua vita, più avventurosa di un romanzo, e la sua vocazione a farsi padre di chi l’ha perso. Don Mazzi, il suo primo ricordo da bambino? “Nel collegio fondato da don Calabria a Verona piangevo come un disperato. Mi mancava papà, morto di broncopolmonite quando avevo tredici mesi. Mia mamma viveva di ricamo, soldi non ce n’erano. Mi mandò nell’istituto, dove sono cresciuto. Don Calabria diceva che ero intelligente, ma matto. In terza media fui anche bocciato per cattiva condotta. Ero ribelle e arrabbiato”. Perché? “Andavo in chiesa perché mi costringeva mia mamma, ma non mi convinceva quel Dio che, dicevano tutti, aveva preso papà. Ero orfano anche di madre, in un certo senso, perché mamma era innamorata del marito e non riusciva a elaborare il lutto. La sentivo distante, quasi estranea. E poi non sopportavo i preti. Tutti con la fissa dell’obbedienza e della preghiera”. Allora come è diventato prete? “Dopo il liceo, Don Calabria mi mandò a lavorare nella ‘Città dei ragazzi’, dove il vescovo di Ferrara aveva raccolto giovani e adolescenti in situazioni di disagio, tuttora attiva. Nel 1951 arrivò l’alluvione del Polesine. Ci portavano i disperati a centinaia. Io, che avevo sempre sofferto la mancanza di papà, mi trovai con frotte di orfani che mi cambiarono il cuore e lo sguardo sulla vita. Se questi avevano perso tutto in una notte, chi ero io per soffrire? Andai dal vescovo e gli dissi: ‘Pianto tutto e rimango con loro’“. E il vescovo? “Non ci credeva. Mi disse: ‘Tu? Balordo come sei?’. Gli dissi che quei bambini mi chiamavano papà. Lì il vescovo cambiò tono: ‘Prima ti devi convertire’ e mi spiegò, un po’ perplesso, come funzionava”. Che ricordo ha dell’ordinazione il 26 marzo 1955? “Dissi che non avevo soldi per comprare la veste e me la prestò il vescovo e aveva tre taglie in più. Non ho mai portato la tonaca. Sono allergico a tutte quelle liturgie. Sono sempre stato un prete un po’ matto. Senza la follia non sarei riuscito a entrare in sintonia con i miei ragazzi e diventare per loro un educatore, e un padre”. La prima esperienza con i giovani? “Negli anni Sessanta, dal ‘62 al ‘69, sono stato responsabile del centro giovanile della parrocchia di San Filippo Neri, nella borgata Primavalle a Roma. Ho salvato dallo sbando decine di ragazzi con calcio, pallavolo e pallacanestro. Mi sono spaccato tre volte le gambe”. Quando arriva a Milano? “Nel 1979 mi chiedono di venire a dirigere l’Opera don Calabria di via Pusiano, a ridosso del Parco Lambro, famoso come il più grande mercato europeo dello spaccio. Mi ero preparato per occuparmi di disabili. Di droga non sapevo nulla. Ma qui negli anni Settanta l’emergenza non era tanto la disabilità quanto la droga. Ricordo i tronchi degli alberi trafitti di siringhe come puntaspilli”. Aveva paura? “Nel frattempo Carlo Maria Martini era diventato vescovo di Milano. Insieme decidemmo che questo sarebbe diventato il presidio estremo dell’attenzione per gli ultimi. Ho rischiato la pelle, sui muri scrivevano scritte minacciose contro di me. Nel settembre 1988 organizzai la pulizia del Parco e il Comune mi assegnò la Cascina Molino Torrette, che diventò il mio campo base”. Oggi Exodus ha alle spalle quarantuno anni di attività e una trentina di centri sparsi in tutta Italia. Qual è il suo segreto? “Non ho inventato nulla. Don Bosco, il fondatore dei Salesiani, educava i ragazzi con il gioco e l’oratorio. Io invece ho pensato alle carovane”. Cosa sono? “A San Patrignano li tenevano dentro la comunità. Io ho fatto una scelta diversa: ai disperati del Parco Lambro proposi di venire con me a fare un’avventura perché se ai ragazzi dai un’avventura, cambia tutto. E nel 1985 partimmo con la prima carovana, quattordici ragazzi e sei educatori nove mesi in giro per l’Italia con le bici e il camper. Arrivammo a Milano la notte di Natale. Non ho segreti, credo negli spazi aperti, nelle alternative alle carceri. All’inizio non sapevo niente di droga, ma piano piano ho imparato e ho creato un metodo basato sulla comunicazione, sulla parola. Parlare è una cosa, comunicare è un’altra”. L’hanno definita in tanti modi: “prete vip”, “ribelle” “teleparroco”, “lingua lunga”, “prezzemolino”. Lei come si definirebbe? “Non mi piacciono le definizioni. Neanche quella di prete. Mi piace di più la parola padre, perché non l’ho mai avuto e perché quello che cerco di dire ai cosiddetti specialisti, quelli che hanno sempre la formula pronta per tutto, che il padre non è colui che genera ma colui che fa crescere il figlio, che è l’avventura più complicata e straordinaria da compiere. Tra fare il padre ed essere padre passa il mondo”. Lei dice spesso che gli adulti e gli educatori devono riscoprire la disobbedienza come virtù civile. “Noi abbiamo sempre legato l’obbedienza alle regole. Ma nel Vangelo non è così. Nel Vangelo c’è una disobbedienza che non nasce dal rifiuto, ma dall’amore. E il più grande disobbediente è proprio Cristo. Una disobbedienza positiva, che scandalizza, che dà fastidio, soprattutto in certi ambienti. Io credo questo: dentro di noi non c’è bisogno prima di tutto delle regole. Il padre non è quello che fa rispettare le regole”. E chi è? “Il padre è quello che vive relazioni così vere che accanto a lui nasce un figlio. Non perché gli ha dato un ordine, ma perché la sua vita è generativa. Il padre non è un controllore: è uno che genera continuamente. Anche Gesù Cristo ha fatto fatica a capire il Padre. Lo si vede sulla croce, quando gli fa quella domanda drammatica: ‘Perché mi hai abbandonato?’. Anche per lui la paternità è stata una lotta, un cammino. E gli apostoli non hanno mai capito fino in fondo questo Cristo disobbediente: l’hanno capito come profeta, come maestro, ma non nella sua disobbedienza radicale. Il Vangelo dobbiamo ancora scoprirlo davvero. Soprattutto noi preti”. Ha anche detto che per educare bene serve applicare la “regola dell’aquilone”. Cos’è? “Il figlio è come un aquilone, a un certo punto lo devi mollare. Tieni pure un filo minimo, ma lo devi mollare. All’inizio i figli sono i nostri bambolotti, ti fanno tenerezza solo a guardarli. Ma se non hai il coraggio di lasciarli andare, li rovini. Perché un figlio, per diventare davvero sé stesso, deve prendere il vento, inciampare, anche cadere”. Vale anche per i ragazzi di Exodus? “Sì. Secondo alcuni la regola per recuperare i ragazzi è: pur di non lasciarti libero, con il rischio che combini chissà cosa, ti incateno. La mia invece è: pur di non incatenarti, ti lascio libero di andare via”. E se poi non torna più? “Una persona quando deve scegliere tra la vita e la morte sceglie sempre la vita. Ma bisogna che qualcuno glielo dica. E io ai miei ragazzi gliel’ho sempre detto”. Quanto è cambiato il mondo della droga oggi? “Tantissimo. Prima, con l’eroina e la cocaina, le persone si potevano disintossicare e imparavano un mestiere, ora le droghe chimiche e sintetiche bruciano il cervello e il cattivo esempio degli adulti fa il resto”. Nella sua comunità ha ospitato, tra gli altri, l’ex terrorista Marco Donat-Cattin, figlio del ministro Dc, Pietro Maso, Erika De Nardo e Milena Giambattista, che con altre ragazze nel 2000 uccise suor Maria Laura Mainetti a Chiavenna... “Marco soffriva tanto, il rapporto con il padre era difficilissimo. Una sera ebbe una crisi fortissima: ‘Se mio padre fosse stato il don, forse non sarei così’. La notte di Natale me lo trovai alla Messa, gli diedi la comunione”. Che ricordo ha di Erika De Nardo? “L’ha salvata il papà, che l’ha sempre seguita e le è rimasto accanto nonostante tutto. Aveva un carattere forte, era una leader anche in carcere. Si è rifatta una vita, non la sento più da tempo”. Cos’è la fede? “Una domanda. Davanti a Dio siamo tutti dei poveretti, anche il Papa, anche i cardinali, perché tutti siamo lì a domandare”. Come ha festeggiato il compleanno? “Pensando ai prossimi quarant’anni di Exodus. Cascina Mulino Torrette, la nostra storica prima casa, è a rischio allagamento a causa delle esondazioni del fiume Lambro e non può più ospitare una comunità residenziale. I 24 giovani che ci sono adesso traslocano a Garlasco mentre a Milano nascerà un Centro diurno educativo specialistico per ragazzi fino ai vent’anni che vivono situazioni di crescente disagio. L’obiettivo è seguirne 150 all’anno. I primi ad arrivare saranno i minori dal penale, in accordo con il Centro di giustizia minorile. Poi i ragazzi che i reparti di neuropsichiatria non riescono a intercettare in tempo”. Ha intitolato uno dei suoi ultimi libri Voglio ancora cambiare il mondo. Come si cambia il mondo? “Non lo so, ma credo che se ogni mattina mi alzo è perché il Padreterno vuole che io cambi qualcosa. Se non fosse così, non mi farebbe neanche alzare”. Ha paura di morire? “No, ma ho chiesto al Padreterno una proroga perché ho ancora un po’ di cose da fare”. La paura e la rabbia: dilemma sicurezza di Luca Ricolfi I Messaggero, 21 dicembre 2025 Una vena di schizofrenia, da qualche tempo, affligge il dibattitto politico sulla sicurezza. La destra è in difficoltà perché diversi reati (a partire dalle violenze sessuali) sono in aumento, e la sinistra dà la colpa al governo. Le opposizioni, a loro volta, sono in imbarazzo perché si sentono costrette ad occuparsi di un tema che non è loro congeniale e che hanno sempre snobbato. Quello cui assistiamo è così uno spettacolo inedito: la destra costretta a minimizzare il problema della sicurezza, la sinistra a drammatizzarlo. Quello su cui un po’ tutti sembrano concordare è che la gente è preoccupata, ha paura di uscire di casa la notte, e chiede più pattuglie di polizia nelle strade. Ma è davvero la paura lo stato d’animo che si è impossessato dell’opinione pubblica? ? davvero l’aumento del numero di poliziotti la via maestra per ridurre le ansie dei cittadini? Ne dubito fortemente. Le numerose indagini degli ultimi anni non segnalano un aumento massiccio dei sentimenti di paura e insicurezza. Quanto al numero di poliziotti, l’Italia è fra i paesi che ne hanno di più in relazione al numero di abitanti. Aumentarli ancora può essere utile, ma non va certo alla radice del problema. E allora? Qual è il problema? Il problema, il vero problema è la rabbia. ? questo il sentimento dominante. Un sentimento che non nasce dalla inadeguatezza delle forze dell’ordine (polizia, carabinieri, guardia di finanza, vigili del fuoco), che anzi suscitano per lo più l’ammirazione e la gratitudine dei cittadini, ma dal malfunzionamento del sistema giudiziario e penale. Un sistema che, di fatto, ha reso strutturale l’impunità. Ebbene tutto questo non è principalmente paura. È semmai rabbia, collera, indignazione, senso di frustrazione, sentimento di impotenza. E non è qualcosa di momentaneo, che potrebbe rapidamente appassire se ci fossero un po’ più di poliziotti per le strade. Anzi, potrebbe persino accentuarsi, ove più poliziotti e più arresti venissero vanificati dal combinato disposto delle leggi e dell’indulgenza dei giudici. Perché siamo arrivati a questo? Alcune ragioni sono contingenti, e strettamente politiche. Le leggi varate dal Parlamento non puniscono a sufficienza la recidività, e rinunciano in grandissima parte allo strumento dell’incapacitazione (rendere inoffensivi con la reclusione). E vi rinunciano anche per un ottimo motivo: i posti in carcere scarseggiano, e lo stato degli istituti di pena non è degno di un paese civile. Ma la ragione vera, quella che sta alla base del nostro sentimento di rabbia, è di natura culturale, e si riassume in una parola: civilizzazione. Un processo che, secondo il grande sociologo Norbert Elias, ha preso il via nell’alto Medioevo, ma secondo altri - ad esempio la filosofa americana Martha Nussbaum - era ampiamente avviato già nel V secolo avanti Cristo, quando Eschilo, nell’Orestea, esaltava il passaggio dalla cultura del genos (stirpe) basato sulla vendetta, a quella della dike (giustizia), con cui Athena per così dire riforma e riplasma le vendicatrici, orribili e crudelissime Erinni, trasformandole nelle più gentili, razionali e giuste Eumenidi. In concreto, questo millenario processo ha condotto a una progressiva mitigazione delle istituzioni giuridiche e del sistema penale. Una mitigazione che, fortunatamente, ha comportato la messa al bando della giustizia fai da te, la soppressione della pena di morte, l’abbandono della giustizia retributiva, l’introduzione di principi garantisti e di istituti come la rieducazione del reo e le pene alternative al carcere. Insomma la Giustizia è diventata più umana e comprensiva verso le ragioni di chi delinque. Benissimo, ma cosa non ha funzionato? Quel che non ha funzionato è che la civilissima rinuncia allo strumento della vendetta, la giusta preoccupazione di rieducare e reinserire il reo, si è accompagnata - quanto inevitabilmente? - al progressivo smantellamento della punizione o “castigo” (per usare un’espressione cara a Simone Weil), necessaria premessa a ogni percorso rieducativo. Il disagio dell’opinione pubblica non nasce da una regressione, da un ritorno irrazionale alla cultura della vendetta, frutto della nostra incapacità di accettare la civilizzazione della macchina della Giustizia, ma dal fatto che l’impunità dilagante offende gravemente il senso di giustizia, innato in ogni essere umano. È da decenni che film come quelli di Charles Bronson mettono in scena un eroe - un “giustiziere della notte” - alle prese con l’impotenza e l’inettitudine della Giustizia. È da decenni che il pubblico mostra di apprezzarli, e accoglie con sollievo il gesto che punisce l’autore del male: chiediamoci perché. Askatasuna, se la città inascoltata paga il prezzo più alto di Giuseppe Salvaggiulo La Stampa, 21 dicembre 2025 La manifestazione per difendere Askatasuna, il Centro sociale torinese sgomberato dopo 29 anni di occupazione, ha seguito il copione peggiore, nonché più prevedibile. All’inizio migliaia di persone pacifiche, con mamme e bambini, in un quartiere in buona parte solidale. In mezzo duecento professionisti della guerriglia che prendono la testa del corteo, sfidando lacrimogeni e idranti della polizia, e mettono a ferro e fuoco un pezzo di città. Alla fine i cinquecento antagonisti rimasti che proiettano sui palazzi di piazza Vittorio la scritta “grazie per le luci di Natale, sindaco Lo Russo servo infame”. I video degli scontri, che rimbalzano da ieri pomeriggio su tv e web, non possono restituire il clima che ieri si respirava a Torino. I commercianti serravano le saracinesche. I bar rimuovevano i dehors. Le famiglie rinunciavano allo struscio in centro per lo shopping natalizio. Una città democratica, aperta e tollerante, refrattaria ai riflessi d’ordine, è stata costretta una volta ancora “a vivere nella paura della violenza”, come ha detto nei giorni scorsi l’arcivescovo Roberto Repole. Un paio di mesi fa, nel pieno delle manifestazioni Pro Gaza, il quotidiano britannico The Guardian aveva pubblicato un’inchiesta intitolata “Come un movimento globale sta incontrando repressione e resistenza”. L’articolo spiegava che nei Paesi occidentali si sta “spostando il confine della libertà di manifestazione”: dai tagli di Trump ai finanziamenti alle università pro-Pal alle migliaia di arresti nel Regno Unito a manifestanti accusati di violare le leggi anti terrorismo. In Italia, con buona pace di chi evoca il Cile di Pinochet, non accade nulla di tutto questo. La libertà di manifestazione è garantita, perfino quando - come ieri, e non è la prima volta - i cortei non vengono comunicati preventivamente (orari, tragitto, modalità) come prescrive la legge. Piuttosto c’è da chiedersi come mai, indipendentemente dall’oggetto della protesta, il rituale si compia sistematicamente con le sfumature più cupe. Ieri la polizia, che fino all’assalto alla redazione de La Stampa aveva puntato sul contenimento passivo evitando per quanto possibile il contatto, ha ribaltato la strategia agendo preventivamente. L’uso di idranti e lacrimogeni è stato particolarmente tempestivo e intenso, tanto più in un contesto urbano. Evidentemente la linea di confine tra libertà di manifestazione e sicurezza, non scolpita nella pietra ma praticata in decenni di gestione per lo più intelligente di ordine pubblico, è definitivamente saltata. Questa è una pessima notizia, per tutti: per i manifestanti, perché consegna l’egemonia delle piazze alle frange violente. Per la stessa polizia, perché la costringe in un assetto muscolare. Ma soprattutto per la cittadinanza inerme, prigioniera di una situazione inaccettabile. L’epicentro di questa crisi che colpisce al cuore la democrazia politica è, non casualmente, Torino. La città che partorisce conflittualità sociali capaci di adattarsi alle mutate stagioni, anche della comunicazione: dai Quaderni Rossi del marxismo critico all’alba degli Anni 60 agli slogan proiettati ieri con i laser sulla piazza aulica, mentre dagli altoparlanti rimbomba Massimo Ranieri: “Se bruciasse la città...”. L’avvio del ciclo elettorale - nazionale e cittadino - peggiora il quadro. La destra cavalca il caso Askatasuna, approfittando della difficoltà di un sindaco rimasto impigliato nelle ambiguità di un progetto velleitario. La sinistra radicale si posiziona come paladina dei movimenti. La città, inerme e inascoltata, paga il prezzo più alto. CasaPound e altri 125 spazi occupati: cosa c’è oltre Askatasuna di Diego Motta Avvenire, 21 dicembre 2025 Non c’è solo Askatasuna nella mappa dei centri sociali occupati. Nel mirino del Viminale, ci sarebbero diverse situazioni di illegalità da Nord a Sud, alcune delle quali riconducibili a gruppi di estrema destra. Nel giorno in cui Askatasuna ha convocato una manifestazione, con 500 agenti schierati a Torino, dopo lo sgombero di due giorni fa, i riflettori si accendono sempre di più sull’area antagonista, spesso molto presente soprattutto nelle grandi città. Realtà sempre al confine tra legalità e illegalità, che paiono essere state messe sotto la lente da parte degli uffici del ministero dell’Interno. Dopo lo sgombero di Askatasuna resta infatti ancora ampia la galassia delle occupazioni abusive di immobili, sia privati che pubblici, di area anarco-antagonista, all’interno dei quali sono attivi collettivi che organizzano iniziative di vario genere: se ne contano almeno 126 in tutta Italia. Le occupazioni riconducibili all’estrema destra italiana sono sostanzialmente due: CasaPound a Roma nella sede di via Napoleone III e Spazio Libero Cervantes a Catania. È soprattutto la vicenda del palazzo occupato a Roma dalla formazione di estrema destra ad essere finita al centro delle cronache. L’occupazione di uno stabile nel rione Esquilino infatti dura da ormai quasi 22 anni. L’edificio, un ex-palazzo governativo al n. 8 di via Napoleone III, è diventato in seguito la sede nazionale del movimento, che recentemente ha riconosciuto come l’occupazione sia “formalmente illegale”, pur sottolineando “lo stato di necessità in cui vivono molti degli abitanti, condizione che può escludere la punibilità”. A quanto risulta dalla mappatura delle occupazioni, dei 126 casi di area anarco-antagonista, il numero maggiore si trova nel Lazio e in particolare a Roma, dove sono 48 gli immobili occupati, 25 si trovano in Lombardia, 15 in Campania e in particolare a Napoli, 6 in Piemonte e 7in Sicilia. Liguria, Veneto e Puglia contano 3 occupazioni a regione. In Emilia Romagna le occupazioni di questo tipo sono 2 mentre in Sardegna, Calabria e Abruzzo ce n’è una a regione. Nella totalità dei casi si tratta di occupazioni risalenti nel tempo. Infatti, tutti i nuovi tentativi degli ultimi anni sono stati sventati dall’intervento delle forze dell’ordine in base alle indicazioni contenute in un’apposita direttiva del ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, che prevede lo sgombero immediato di ogni nuova occupazione. Lo stesso Piantedosi, chiamato in causa proprio sulla vicenda di CasaPound, ha ribadito che “faremo quanto prima anche lo sgombero di quell’immobile”. D’accordo con lui si è espresso anche il ministro della Pubblica amministrazione, Paolo Zangrillo. “Io su CasaPound la penso come su Askatasuna: quel palazzo va sgomberato” ha sottolineato. Filippo Grandi (Unhcr): “La retorica dei populisti ha aggravato la crisi migratoria” di Paolo Valentino Corriere della Sera, 21 dicembre 2025 L’Alto commissario dell’Onu per i rifugiati: “Il Sudan è la prima emergenza, ma l’Europa è assente nonostante subirà le conseguenze maggiori di questa crisi”. “Viviamo in un mondo incapace di far la pace”, dice Filippo Grandi nella sua ultima intervista da Alto commissario dell’Onu per i Rifugiati. Il diplomatico italiano lascia l’incarico dopo dieci anni vissuti nella tormenta, scanditi da crisi umanitarie senza precedenti per dimensione e virulenza. Dal 2015, l’anno del suo insediamento, a oggi, il numero dei rifugiati nel mondo è raddoppiato fino a salire a 117 milioni. Ha scelto di fare il suo ultimo viaggio da Alto commissario in Sudan, dove aveva svolto il suo primo incarico per le Nazioni Unite all’inizio della sua carriera. Un cerchio che si chiude ma anche un modo per rifocalizzare l’attenzione su una guerra dimenticata? “Quella in Sudan è la più grande crisi umanitaria in corso oggi nel mondo, come estensione geografica e come numero di persone che ne soffrono. È una crisi molto pericolosa, in un Paese enorme spaccato a metà dal conflitto sanguinoso tra esercito governativo e milizie, posto in una zona strategica tra il Corno d’Africa e il Nord Africa. C’è un rischio crescente di contagio, con un potenziale impatto devastante su Paesi vicini molto fragili come Ciad, Etiopia, Repubblica Centroafricana, Sud Sudan e non ultima la Libia che ci interessa più da vicino. Da quasi tre anni si combatte furiosamente senza che la comunità internazionale riesca a fare qualcosa. Eppure, è un conflitto che non è impossibile risolvere e che nel suo oblio pone domande importanti soprattutto all’Europa”. Perché soprattutto all’Europa? “Perché è vicino ai suoi confini e nonostante questo è la più assente rispetto ad altri attori, come i Paesi del Golfo, gli Stati Uniti, l’Unione Africana. Parliamo di 4,3 milioni di rifugiati nei Paesi limitrofi e oltre 7 milioni di sfollati. Nessuno sa con esattezza quanti profughi dal Sudan siano già in Libia, ma noi stimiamo almeno 400 mila. Qualche mese fa sono stato in Ciad e ho visitato l’area dove operano i trafficanti. Anche a causa dei tagli agli aiuti che ci hanno costretto a ridurre l’assistenza, c’è una grande massa di persone pronta a muoversi oltre non appena ha una possibilità. Voglio dire che l’Europa, oltre a essere assente, è anche quella che rischia di subire il massimo impatto di questi spostamenti e nonostante questo riduce gli aiuti. Dopo dieci anni, rifletto su questo paradosso”. Qual è la situazione in Ucraina sul piano dei rifugiati... “È una situazione che dura. Ci sono quelli che sono andati in altri Paesi europei e in gran parte ci rimangono. Poi c’è questo continuo pendolo di sfollamento interno, la gente che va da una città all’altra per evitare i feroci bombardamenti russi. In questi quattro anni di visite continue, ho visto un popolo straordinario dal punto di vista della resistenza, fisica e politica. Ma fino a quando? La devastazione è continua e nell’ultimo anno è stata la peggiore. Noi siamo presenti sul campo con 320 persone”. Lascia l’Unhcr dopo un decennio che ha visto l’Unione europea quasi trasfigurata, nei comportamenti politici e nelle percezioni collettive, dalla cosiddetta “crisi dei rifugiati”. Qual è l’eredità di questo periodo? “La trasformazione c’è stata, ma è quasi autoinflitta. Aver voluto a ogni costo proiettare un’immagine di questi movimenti di popolazione come una crisi irrisolvibile e una minaccia, che è la retorica dei populisti, non solo non li ha fermati, ma ha reso molto più difficili le soluzioni. Certo, nel 2015 l’Europa non era pronta e la cattiva gestione dell’accoglienza ha fornito munizioni a questa narrazione negativa. Uno dei momenti più tristi di questi dieci anni è stato lo spettacolo dei capi di governo che si chiamavano al telefono la notte e litigavano per sapere chi prendeva meno rifugiati arrivati per mare in Italia, in Grecia o in Spagna”. Il Patto europeo sull’asilo e la migrazione è una soluzione? “E’ un compromesso, ma contiene soluzioni praticabili. Tuttavia, l’atmosfera politica è tale per cui ci sono governi, vedi l’Ungheria, che non ne vogliono sentir parlare. E quelli come la Germania che hanno paura di esporsi troppo sul piano dell’accoglienza perché questo viene sfruttato a fini elettorali dall’opposizione. Siamo in una paralisi creata dalla stessa Europa, queste crisi non sono ingestibili. L’accoglienza è costosa, è complessa, ma è possibile semplificarla, renderla più collettiva ed efficiente. Il Patto europeo è una scatola dove c’è anche molta sostanza, mancano però sei mesi alla sua attuazione e spero che non venga bloccato, anche se alcuni Paesi dovessero defilarsi”. Ma i cosiddetti hub di rimpatrio, modello Albania, possono funzionare? “Ci sono varie formule, alcune praticabili. Noi abbiamo elaborato e pubblicato una serie di regole per valutare se rispettano il diritto internazionale o meno. Noi non diciamo agli Stati non fate hub di rimpatrio o liste di Paesi terzi sicuri. Chiediamo solo loro di consultarci per evitare di esporre le persone a rischi di persecuzione, violenza o peggio. Ci sono modi per farlo. Classificare i Paesi come sicuri o no è una soluzione utile ma non sufficiente, ci sono persone che possono tornare in un determinato Paese e altre che nello stesso Paese sono a rischio. Ci sono procedure anche rapide per valutare i rischi ed evitare errori”. Ma perché l’asilo è diventato un tema politico così centrale e divisivo in Europa? “Primo perché le domande sono cresciute molto in questi ultimi dieci/quindici anni e il sistema d’asilo in Europa era stato disegnato per flussi più ridotti. Secondo perché l’Europa fa fatica a dotarsi di una politica migratoria comune. Se l’immigrazione legale, che è vitale per l’Europa, non viene regolarizzata con quote adeguate e un coordinamento tra i Paesi, il sistema d’asilo, che è cosa diversa, sarà sempre oberato da quelli che non riescono a entrare dal canale migratorio. Il terzo fattore è che è stato manipolato bassamente dai populisti che hanno stigmatizzato il rifugiato, il migrante, lo straniero che ti minaccia, ti ruba il lavoro, usa violenza, non ha i nostri stessi valori e quant’altro”. Ma le paure reali delle persone non hanno comunque bisogno di risposte? “Certo. Io non sottovaluto neanche per un attimo il fatto che l’aumento degli arrivi generano molta ansietà sociale. Ma questa va affrontata migliorando l’efficacia dell’accoglienza e dell’integrazione. Invece in molti Paesi i fondi destinati all’integrazione vengono diminuiti”. A proposito di manipolazione, l’Amministrazione Trump ha messo in causa il principio stesso dell’asilo. Cosa ne pensa? “L’Amministrazione americana ha detto che bisogna ridiscutere i fondamenti del diritto d’asilo e la Convenzione di Ginevra del 1951 che ne è il documento fondamentale, perché sostiene che questo apparto giuridico di diritti non è più adatto alla situazione contemporanea. Noi diciamo che quel corpo di principi non solo è adatto ma è anche molto attuale: c’è sempre più gente che fugge da soprusi, persecuzioni, guerre e violenze. Ciò che vanno riformati sono i meccanismi e gli strumenti, ma lo abbiamo sempre fatto. L’HCR è nato nel 1950, era un piccolo gruppo di giuristi che si occupavano di casi individuali di persone fuggite dal blocco sovietico. Poi ci fu il ‘56 in Ungheria, con 250 mila rifugiati, poi ci furono le guerre in Africa. Abbiamo sempre reinventato i modi di applicare i diritti. E bisogna farlo anche adesso, per esempio oggi valutiamo l’impatto del clima sul fenomeno migratorio. I principi restano gli strumenti si adeguano”. Trump è sotto accusa per le espulsioni, che però sono già iniziate da tempo e avevano raggiunto il record dei 30 anni precedenti sotto Obama. Dov’è la novità allarmante? “È vero, le espulsioni sono sempre accadute, molte volte contro il diritto internazionale, anche con le amministrazioni democratiche. Nuova è la brutalità di alcune di esse, poi la modalità disordinata: noi abbiamo dovuto aiutare Paesi dell’America centrale che ricevevano persone che avevano lo status di rifugiati e dovevano essere assistite. C’è poi un problema d linguaggio, una retorica che esalta e si vanta delle espulsioni. Questo sta danneggiando il principio dell’asilo, molti Paesi in Africa ci chiedono perché devono accogliere i profughi dalle crisi vicine se anche gli Stati Uniti, il Paese più ricco li caccia”. Come impatta sul vostro lavoro il forte disimpegno finanziario degli Usa dall’aiuto umanitario? “E’ abbastanza catastrofico. L’Unhcr ha gli stessi fondi del 2015, ma il numero dei rifugiati nel mondo da allora è raddoppiato salendo a 117 milioni. Il taglio è stato brutale e rapido, non solo a noi ma a tutto il sistema degli aiuti. Noi abbiamo dovuto ridurre il volume dell’organizzazione di un terzo. Il che riduce le nostre possibilità. Nell’ultimo anno, gli Stati Uniti hanno abbassato il loro contributo da più di 2 miliardi di dollari nel 2024 a circa 800 milioni nel 2025 e posso dire senza esitazioni che questo ha già causato sofferenze e perdite di vite umane. Ma non sono solo gli USA. La Germania ha tagliato il suo contributo all’HCR da 312 milioni a 149 milioni di euro, la Francia da 120 milioni a 50 milioni di euro. Mi piace ricordare che l’Italia non lo ha fatto, ha portato il suo contributo all’HCR da 61 a 70 milioni di euro e di questo sono grato al governo italiano. Certo c’è una differenza, perché i tagli americani sono frutto di una decisione politica per forzare in una certa direzione, mentre quelli europei sono dovuti a problemi di bilancio”. Donald Trump rivendica di aver concluso la pace in otto conflitti, a cominciare da Gaza. Che pensa di questi sforzi? “L’amministrazione Trump sta investendo in diversi processi di pace, non solo quelli più conosciuti. Penso che siano sforzi positivi e occorre incoraggiarli. Poi però queste tregue, questi embrioni di pacificazioni sono complessi, bisogna renderle sostenibili, non basta annunciarli. È un lavoro estenuante, che necessita pazienza e alleanze, per farlo occorre un apparato diplomatico che invece negli Stati Uniti è stato parzialmente smantellato”. Che mondo si lascia dietro dopo dieci anni nei quali, come lei ha detto, il numero dei rifugiati nel mondo è raddoppiato? “Ho detto spesso che viviamo in un mondo incapace di far la pace. Ma aggiungo che dove il conflitto si riduce, dove le armi tacciono qualcosa succede. La Siria non è perfetta, ma dopo la caduta del regime di Assad tre milioni di persone sono tornate in un solo anno. I rifugiati sono un termometro, tornano dove c’è anche solo una parvenza di pace, l’ho visto in Afghanistan, ora in Siria. Sono segnali piccoli ma significativi”.