Uscire dall’emergenza di Sabrina Viviani Il Riformista, 20 dicembre 2025 Il carcere indecente: 64.000 detenuti per 46.000 posti disponibili. Dal Presidente della Repubblica al Papa fino al Presidente del Senato, l’appello a risolvere subito questa vergogna. “Le carceri siano luoghi di rinascita”, così il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella il 10 dicembre in visita al carcere di Rebibbia è tornato a dare voce alle detenute e ai detenuti nel giorno in cui si celebra in tutto il mondo l’anniversario della Dichiarazione Universale dei diritti umani. Ancora di recente Papa Leone ha richiamato i potenti alla misericordia e rinnovato l’appello del suo predecessore per “forme di amnistia e condono della pena…” volte a favorire processi di reinserimento sociale. Non è accettabile che il carcere sia luogo nel quale la dignità delle condizioni di vita non è garantita e nel quale le persone detenute non trovano opportunità ma solo barriere. Strutture fatiscenti, sovraffollamento, esseri umani considerati come scarti sociali e quotidiana mortificazione del valore rieducativo della pena, questa la fotografi a dello stato delle nostre carceri. Intanto la conta delle morti in carcere non si arresta ma non fa neppure più notizia, sono 76 le persone che si sono tolte la vita dall’inizio dell’anno. E se tutti, in modo trasversale, concordano con la necessità di interventi sul carcere, le soluzioni fin qui individuate sono solo in chiave securitaria e meramente afflittiva e contrarie al senso di umanità e si accompagnano ad una visione sempre carcerocentrica della pena. L’accorato appello rivolto anche in queste ultime settimane da “diverse voci istituzionali” per l’approvazione di un provvedimento di clemenza è caduto desolatamente nel vuoto. Eppure, nelle condizioni in cui siamo, l’indulto rappresenta l’unica risposta immediata alla situazione di illegalità in cui versano le nostre carceri, altro che “cedimento dello Stato” come troppo spesso viene paventato nella narrativa populista. A cinquant’anni dalla legge di Ordinamento penitenziario ispirata a princìpi di umanità ma anche di civiltà giuridica, Governo e Parlamento interpretano una deriva contraria a quello spirito riformatore. Una soluzione razionale alle drammatiche condizioni non può certo essere quella del c.d. “piano carceri” approvato dal Governo, che ha il suo punto principale nell’aumento dei posti attraverso l’utilizzo di moduli prefabbricati. La spinta securitaria anima anche le circolari del DAP, che tendono a restringere e a mortificare le iniziative motore del principio di rieducazione della pena - permessi, diritto allo studio, lavoro esterno - privilegiando un regime carcerario chiuso che non offre alcuna speranza. Il “nuovo corso” della dirigenza del DAP dà priorità alla sicurezza, senza la quale non ci può essere legalità e quindi trattamento, da non confondere, si è detto, con “l’intrattenimento”. E se questa è una deriva che travolge il significato del dettato costituzionale, a farne le spese sono ancor di più le persone recluse nelle sezioni di Alta Sicurezza come plasticamente rappresentato dalle indicazioni date con la circolare 27.02.2025 denominata “modalità custodiali circuito Alta Sicurezza”. E siccome poi non c’è mai fine al peggio, che dire della legge 112/2024 che disciplina il nuovo procedimento per la liberazione anticipata? Come scrive la dott.ssa Fortuna, Magistrato di Sorveglianza di Padova, le nuove norme non solo non daranno alcun contributo per ridurre il sovraffollamento carcerario, né per rendere “più umana” la pena, come con inguaribile ottimismo auspicava il Ministro Nordio all’indomani dell’entrata in vigore delle nuove norme, ma allo stato hanno soltanto “generato dubbi interpretativi e rilevanti difficoltà operative […] tanto che sono state già sollevate più questioni di legittimità costituzionale attualmente al vaglio della Corte”. PQM questa settimana si occupa di soluzioni di prospettiva e risposte immediate per alleviare la sofferenza di chi nel carcere oggi vive quotidianamente sulla propria pelle quel “deserto affettivo”, ancor più accentuato nelle festività natalizie. Carceri, dove si distruggono vite invece di ricostruirle di Ornella Favero* Il Riformista, 20 dicembre 2025 C’è qualcosa di sadico nel modo in cui gran parte della politica oggi rifiuta di trovare rimedi rapidi ed efficaci al sovraffollamento: sadico perché si finge di credere e far credere che una misura come la liberazione anticipata speciale, qualche manciata di giorni di libertà in più, costituirebbe un cedimento dello Stato. Ma qualcuno si chiede se lo Stato non stia invece cedendo là dove non garantisce condizioni di detenzione decenti? Là dove tiene le persone accatastate in letti a castello e nel frattempo calcola se ci sono i pochi metri sufficienti per non pagare multe? Là dove parla di rieducazione e poi lascia un sacco di gente ad “ammazzare il tempo” dalla mattina alla sera distruggendo ulteriormente la propria vita invece di ricostruirla? Dice Lucia Castellano, provveditrice alle carceri della Campania: “Mi piacerebbe che il carcere fosse quello che Durkheim chiama ‘la pena precisa’, cioè una pena che consiste nella mancanza di libertà e basta, non anche in una afflittività, in una prepotenza, in una burocrazia così invalidante”. E invece quella burocrazia così “invalidante” continua nella sua opera distruttiva. Possibile allora che le Istituzioni non possano almeno fare un provvedimento a costo zero come la liberalizzazione delle telefonate e l’ampliamento delle videochiamate? Possibile che, a fronte di questa disumanità delle galere, non si possa fare tutto il possibile per garantire da subito più affetti per tutti? Quelle che seguono sono due testimonianze di persone detenute, che sottolineano il deserto affettivo prodotto dal carcere e ulteriormente accentuato dalle festività. Penso a mio figlio che vedo in videochiamata, di Salvatore F. Chiudo gli occhi e penso alle feste e subito immagino la neve, le bancarelle con le luci, penso al calore di casa, la famiglia, l’atmosfera che scalda i cuori, e poi smetto di sognare e penso a mio figlio che va matto per il Natale e in videochiamata già mi ha fatto vedere dove posizionerà l’albero e i regali. Lui mi ha parlato del Natale a scuola dove preparano letterine e palline colorate e c’è tutto, manco solo io, questo sarà un altro Natale senza il suo papà. Per lui è “normale”; io non ho fatto in tempo a passare una festa con lui, ero già in galera, ma mi fa troppo male non esserci, il suo papà non c’è, non c’è mai stato e per anni ancora non ci sarà alle feste. Per noi padri detenuti, il Natale è particolarmente freddo e nessun addobbo, nessun camino scalderà le nostre celle che sono davvero gelide e buie. Questa triste realtà ci accompagnerà per tutto il periodo natalizio, senza un po’ di calore che riscalderebbe il mio cuore. Ma io sono padre, adulto e responsabile, allora sento che devo fare qualcosa per mio figlio e mi ritrovo a scrivere una lettera dove esprimo i miei desideri facendo finta di credere che il Natale sia veramente magico, come fanno i bambini che con la loro innocenza credono nella magia del Natale. Oggi torno bambino e voglio sognare che la mia lettera arrivi a Babbo Natale, che esaudirà il mio desiderio e come per magia questo Natale lo passeremo insieme, io e mio figlio. In carcere si vive della speranza che qualcosa cambi, anche piccole cose come un aumento della liberazione anticipata, ci hanno illusi nel farci credere che si sarebbe fatta, piccolezze che avrebbero però portato un po’ di fiducia e migliorato il Natale da galera. In carcere un piccolo gesto per non far perdere la speranza è tutto. Io nella vita, dopo lunghe riflessioni sui disastri che ho fatto, ho capito che bisogna iniziare dai piccoli gesti: sono un detenuto con una lunga pena, finito in carcere per aver creduto di poter avere tutto e subito; oggi mi costruisco il mio futuro un po’ alla volta, ma avrei bisogno di sperare, di poter almeno ricevere un piccolo dono che renderebbe diverso il solito Natale sfiduciato; basterebbe poco, una riduzione di pochi mesi sulla condanna, che comunque porterebbe fiducia e forse qualche suicidio in meno per fine anno. Feste ristrette, solitudine allargata, di Francesco G. Le persone detenute non riescono proprio ad esprimere un po’ della gioia e dell’empatia delle feste perché prevale sempre la chiusura pressoché totale con l’esterno e la deprimente rigorosità nell’applicazione delle restrizioni, che non si attenuano neppure nelle festività. La rigidità del sistema pesa in modo oppressivo su noi detenuti per tutta la durata dell’anno e diventa esagerata nel periodo festivo; servirebbe un cambio di rotta che manifestasse la volontà dell’Amministrazione di preoccuparsi delle condizioni psicologiche e affettive del detenuto. Una amministrazione che dovrebbe dedicare particolare importanza al periodo delle feste, dando la possibilità al detenuto di avere colloqui familiari più ampi, di esprimere l’umanità che è sempre presente in ognuno e di mettere le basi per una più civile convivenza tra di noi. Vorremmo che almeno durante le feste si comprendesse l’importanza di concedere qualche “allargamento” delle regole interne per darci la possibilità di dimostrare realmente il vero significato che ognuno di noi attribuisce agli affetti e alle relazioni. Attualmente la persona detenuta resta isolata materialmente e psicologicamente dal resto del mondo, ossia non ha il senso di comunità e condivisione che dovrebbe essere al centro di una riabilitazione profonda. Ma ha invece un pesante senso di isolamento, una chiusura totale vissuta nel grigiore del cemento e delle sbarre che limitano la visione dell’orizzonte. La solitudine è una specie di malattia che si trasforma in soppressione delle proprie emozioni e si riflette nella inesorabile quotidianità priva di qualsiasi idea di futuro. La persona ristretta è spesso costretta a recidere molti rapporti familiari, sino ad autoisolarsi persino rispetto ai compagni di cella e di sezione. Quello che chiediamo con forza almeno in questi giorni particolari è di porre in atto delle migliorie sostanziali che ci offrano la possibilità di riunirci e fraternizzare tra di noi e, ove possibile, ampliare le forme di comunicazione con i nostri familiari, perché anche loro vivono il carcere come una barriera fisica ed emotiva. Vogliamo venire considerati esseri umani al di là del reato commesso, avere la possibilità di iniziare una vera riabilitazione e valorizzare le nostre personalità e fragilità proprio in questa particolare occasione che è il Natale. *Direttrice di Ristretti Orizzonti Indulto: una soluzione non più rinunciabile di Gianpaolo Catanzariti* Il Riformista, 20 dicembre 2025 Una misura per garantire rispetto della dignità e più sicurezza sociale. La parola indulto, legata al termine comprensione, ritorna insistentemente nel dibattito pubblico. D’altro canto, se intendiamo davvero comprendere quanto accade nelle carceri, siamo costretti a ricorrere a quell’istituto. Dinanzi alle vergognose condizioni in cui 64.000 detenuti circa si trovano abbandonati dentro celle malsane che a malapena dovrebbero contenerne solo 46.000, dobbiamo avventurarci alla ricerca di una onorevole via d’uscita per lo Stato italiano. Nelle ultime settimane, diverse voci istituzionali hanno rivolto un accorato appello per un provvedimento di clemenza, quale esso sia. Una doverosa boccata d’ossigeno per il sistema penitenziario. Sia chiaro, clemenza per la Repubblica italiana, responsabile della disumanità e del degrado, scaricati sui ristretti nelle carceri. Dopo il Presidente della Repubblica, indignato per le condizioni inaccettabili di quei luoghi in cui viene sistematicamente cancellato il senso - ammesso che ne abbia ancora uno - della pena detentiva, anche il Presidente del Senato è tornato a invocare una misura, pur minimale, in grado di fare uscire dal carcere gli oltre 15.000 in espiazione pena inferiore ai due anni, per reati di non particolare allarme sociale. Il c.d. mini-indulto. Persino Papa Leone, durante l’omelia per lo straordinario Giubileo dei detenuti, ha rivolto un accorato appello perché “nessuno vada perduto”. Quando, però, si leva forte il grido sull’urgenza di un intervento straordinario e immediato, si registra una reazione contraria, basata su falsi presupposti. Così, alle parole del Presidente La Russa, si contrappone il sottosegretario Mantovano, nel propinarci la solita minestra riscaldata, del tutto inefficace, dell’edilizia penitenziaria. All’appello del Garante dei detenuti, nel rilanciare, per la prima volta, l’approvazione di un indulto, il viceministro Sisto risponde sulla inopportunità di misure clemenziali, ritenute, a torto, controproducenti in termini di recidiva, pari - ma è un clamoroso abbaglio - all’87%. I dati del passato e i numeri di oggi, però, smentiscono, sia la soluzione dell’edilizia penitenziaria, sia lo sbandierato aumento della recidiva. Numerosi sono gli studi sull’efficacia delle misure adottate, in passato, per affrontare la criticità del sovraffollamento, oggi in paurosa crescita. La più deludente e la più costosa è stata il piano-carceri. A fronte di 21.700 nuovi posti, previsti negli anni 2010-2014, ne sono stati realizzati solo 4.415. E ancora oggi, si parla di 10.000 posti in più entro la fine del 2027, omettendo, però di considerare che la popolazione detentiva crescerà, nello stesso periodo, quantomeno di ulteriori 3.000 unità, portando, così, il numero dei ristretti in eccesso ad oltre 20.000, sempre che si rispettino i programmi di già irrealizzabili. Quanto alla recidiva, i dati ufficiali dicono che, nei primi tre anni dell’ultimo indulto risalente oramai al 2006, sugli oltre 28.000 detenuti in uscita, circa 8.000, nello stesso periodo, ne sono rientrati, con un tasso di recidiva pari al 31%. Di gran lunga inferiore rispetto all’attuale ricaduta nel reato superiore al 70%. L’indulto, piaccia o no, rappresenta davvero la misura di impatto immediato, in grado di garantire, da subito, oltre che il rispetto della dignità dei detenuti, una maggiore sicurezza sociale. Nessuna forza politica, però, riesce, senza strumentalizzare questa vergogna collettiva, a imporre all’ordine del giorno del dibattito l’assunzione di straordinarie e immediate misure in grado di alleggerire il carico umanitario delle carceri. Nemmeno le notizie che giungono, giorno dopo giorno, dai penitenziari italiani e che descrivono un sistema pronto a collassare con conseguenze imprevedibili. Noi, comunque, abbiamo il dovere di alimentare il dibattito, perché l’indulto resta la principale risposta che deve accompagnare un piano di riforma organico della esecuzione penale. Mutuando le parole del Presidente Napolitano, nel suo eccezionale messaggio alle Camere nel 2013, siamo “di fronte a precisi obblighi di natura costituzionale e all’imperativo - morale e giuridico - di assicurare un civile stato di governo della realtà carceraria”. Diversamente, finiremo presto, ancora una volta, ad essere condannati dalla Cedu, travolgendo così ogni pur minimo livello di civiltà e dignità collettiva, già compromesso nel nome di una ignobile e ingiustificabile concezione distorta della pena e della giustizia. *Avvocato penalista, Responsabile Osservatorio carcere Ucpi Liberazione anticipata: cosa non funziona di Lara Fortuna* Il Riformista, 20 dicembre 2025 La riforma, dopo quasi 18 mesi, ha aumentato la complessità procedurale e ha attribuito alla magistratura di sorveglianza compiti non sostenibili. Il 4 luglio 2024 è stato pubblicato il decreto-legge n. 92, successivamente convertito nella legge n. 112/2024. Secondo il Ministro della Giustizia, le innovazioni introdotte avrebbero contribuito a ridurre il sovraffollamento carcerario e a favorire l’”umanizzazione della pena” attraverso un intervento “vasto e strutturale”, senza cedere a “indulgenze gratuite” idonee a compromettere l’autorevolezza dello Stato, come affermato nella conferenza stampa del 3 luglio 2024. Particolari criticità sono emerse dalle modifiche, previste dal DL, alla disciplina della liberazione anticipata, beneficio consistente nella riduzione di quarantacinque giorni di pena per ogni semestre espiato riconosciuto ai detenuti o ai soggetti in misura alternativa che abbiano mantenuto una condotta regolare e dimostrato impegno nel percorso rieducativo. Nella disciplina previgente, il magistrato di sorveglianza procedeva semestralmente, su istanza dell’interessato, alla valutazione sul suo comportamento, decidendo se concedere o meno la riduzione di pena. Pur comportando un elevato numero di procedimenti, questa procedura consentiva un controllo periodico sulla condotta del condannato che aveva funzione di stimolo e accompagnamento nel percorso rieducativo. La riforma, lasciando invariata l’entità della riduzione di pena, non ha prodotto alcuna diminuzione della popolazione detenuta e ha invece generato dubbi interpretativi e rilevanti difficoltà operative (di cui gli Uffici di sorveglianza non avevano certamente bisogno, visti gli enormi carichi di lavoro) tanto che sono state già sollevate più questioni di legittimità costituzionale attualmente al vaglio della Corte. Con il decreto-legge n. 92/2024 è stato infatti introdotto un sistema fondato su verifiche molto diradate nel tempo (giustificate solo da ragioni specifiche, ad esempio in vista di istanze di accesso a benefici penitenziari), con la conseguenza che all’aumentare della durata della pena diminuiscono in modo significativo le occasioni di valutazione sulla condotta del detenuto. Ne deriva che numerose istanze di liberazione anticipata sono oggi dichiarate inammissibili non per carenza di meritevolezza, ma perché presentate in un momento non consentito. In chiusura, si è stabilito che il magistrato di sorveglianza provveda d’ufficio, in prossimità del fine pena, a valutare il comportamento del condannato in tutti i periodi precedenti non vagliati. Il funzionamento complessivo della nuova disciplina veniva subordinato (art. 5 co. 4 del DL 92/2024) all’adozione, entro sei mesi dall’entrata in vigore del decreto-legge, di norme regolamentari che specificassero le modalità di comunicazione al magistrato di sorveglianza delle informazioni sulla condotta e, soprattutto, dell’approssimarsi del cosiddetto “fine pena virtuale” che il pubblico ministero dovrebbe calcolare (accanto al fine pena effettivo) all’inizio dell’esecuzione penale e nel suo corso, detraendo tutta riduzione di pena teoricamente conseguibile, così offrendo al condannato una sorta di incentivo psicologico alla buona condotta. Era infatti evidente che, in mancanza del cd. fascicolo elettronico del detenuto, fosse necessario stabilire dettagliatamente come e chi dovesse inviare le tempestive comunicazioni agli Uffici di sorveglianza, privi di scadenziari dei fine pena informatizzati. Il regolamento attuativo (DPR n. 176/2025) entrato in vigore il 10.12.2025 sorprendentemente non ha previsto modalità idonee a garantire il monitoraggio automatico dei fine pena (sia effettivi sia “virtuali”) onerando di fatto gli Uffici di sorveglianza (in cui operano poco più di 200 magistrati) della gestione non informatizzata di scadenziari per circa 49.000 persone in misura alternativa e per quasi 48.000 detenuti definitivi (su un totale di oltre 63.000 detenuti presenti negli istituti penitenziari) - dati del Ministero della Giustizia al 30 novembre 2025. Con estrema preoccupazione si deve dunque constatare che la riforma sulla disciplina della liberazione anticipata, dopo quasi 18 mesi, non ha ridotto il sovraffollamento, ha aumentato la complessità procedurale, ha attribuito alla magistratura di sorveglianza compiti non sostenibili in assenza di adeguati strumenti informatici gravandone ulteriormente il lavoro, e ha introdotto una disciplina che a molti giuristi pare in contrasto con il principio affermato dalla Corte costituzionale sin dal 1990, secondo il quale la valutazione periodica sulla condotta del detenuto svolta dal magistrato di sorveglianza assumeva un rilevante valore pedagogico nel percorso rieducativo del condannato. *Magistrato di sorveglianza di Padova Il ruolo del Garante nazionale dei detenuti di Mauro Palma* Il Riformista, 20 dicembre 2025 Deve esercitare una funzione di analisi, di visita e di vigilanza, avendo accesso a qualsiasi luogo, documento e colloquio riservato. È stato pubblicato pochi giorni fa un libro dal titolo accattivante “Caro Parlamento”. Riporta sostanzialmente le sette allocuzioni rivolte al Parlamento dal Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, lungo i quasi otto anni del primo Collegio. L’occasione di questi messaggi, letti in Parlamento alla presenza delle più alte autorità del Paese - in due occasioni alla presenza del Presidente della Repubblica - è stata la presentazione della Relazione annuale sui problemi della privazione della libertà, nelle sue diverse forme e strutture, e sulle proposte legislative ritenute necessarie e talvolta urgenti per evitare condizioni e trattamenti contrari al senso di umanità e alla dignità delle persone ristrette. Ho fatto riferimento a diverse forme e strutture perché il compito del Garante nazionale non è ristretto al carcere o comunque all’esecuzione penale. Riguarda, infatti, tutte le diverse situazioni in cui una persona possa essere privata della libertà personale sulla base di uno specifico provvedimento o anche per una serie di concomitanti circostanze che finiscono di fatto nel toglierle la possibilità di libero movimento e di autonoma decisione sul proprio vivere e sulla propria giornata. Questa estensione si basa sulla constatazione che la privazione della libertà comporta sempre, qualunque ne sia la causa, una maggiore vulnerabilità in termini di diritti soggettivi della persona così ristretta. Una vulnerabilità che rende “simili” situazioni diverse nell’origine e nella motivazione. Accanto a determinate situazioni di privazione della libertà personale che si basano su un provvedimento ricorribile e che sono previste dall’articolo 5 della Convenzione europea per i diritti umani, si verificano poi altre situazioni di privazione “di fatto” della libertà su cui occorre esercitare il mandato di vigilanza e controllo. Su tutto questo complesso di situazioni, il Garante nazionale deve esercitare una funzione di analisi, di visita e di vigilanza, avendo accesso, sulla base della legge istitutiva, a qualsiasi luogo, a qualsiasi documento e a colloqui riservati con ogni persona che sia privata della libertà, incluse le persone detenute in regime speciale ex articolo 41-bis dell’ordinamento penitenziario: unica autorità dello Stato ad avere potere di accesso riservato e in qualsiasi momento a tali persone. Da questo profilo ampio conseguono tre aspetti che vanno considerati per capire la funzione del Garante nazionale. Il primo è che la sua fisionomia è diversa e più ampia di quella dei tradizionali Garanti delle persone detenute, già esistenti prima dell’introduzione del Garante nazionale - figure quest’ultime che auspicabilmente dovrebbero muoversi nella direzione di una visione più ampia del concetto stesso di privazione della libertà. Il secondo aspetto è che la funzione del Garante nazionale è di prevenzione: non si tratta di rispondere, reattivamente, alle segnalazioni ricevute, cercando di individuare soluzioni al problema posto da una persona ristretta o, più in generale, da un istituto detentivo; si tratta invece di individuare, con sguardo preparato, intrusivo e attento, quei nodi di comportamento interno, di regole, di clima che possono evolvere negativamente e formulare raccomandazioni stringenti affinché si rimuovano tali cause prima che la difficoltà possa esplodere. Il singolo caso non è soltanto importante in sé, perché è importante come indicatore di una situazione di disfunzione su cui occorre intervenire. In questa prospettiva, il Garante nazionale è parte del complessivo sistema di tutela che in ambito internazionale è stato da tempo adottato: da un lato la funzione giurisdizionale affidata, appunto, alla magistratura che è di tipo reattivo, quando una violazione sembra essersi già verificata, dall’altro un organismo non giurisdizionale che visita, vigila e che esercita una funzione preventiva. Per questo, il Garante nazionale è istituito, nell’ambito delle Nazioni Unite e della relativa Convenzione contro la tortura, come “Meccanismo nazionale di prevenzione” (Npm) della tortura e degli altri trattamenti o pene inumani o degradanti. Il terzo aspetto è che la comunicazione, pur con la dovuta attenzione alla tutela delle singole persone e delle situazioni, costituisce un elemento fondamentale, per il ruolo di indirizzo che il Garante nazionale deve esercitare. Da qui, la Relazione al Parlamento, prevista dalla legge istitutiva del Garante nazionale e che rappresenta il momento di trasparenza e chiarezza per la comunità esterna e di indirizzo per chi ha il potere legislativo e di amministrazione. Purtroppo, l’ultima Relazione al Parlamento è stata tenuta il 15 giugno 2023 come atto finale del precedente Collegio. Da allora, per ora, il silenzio del nuovo Collegio: leggendo sul sito istituzionale si ha notizia di molte visite che, dati numero e tempi, sembrerebbero essere un po’ frettolose, quasi di cortesia, con anche la photo opportunity e l’indicazione dei chilometri percorsi (sic!), ma molto scarne le conseguenti indicazioni e raccomandazioni. *Presidente “European Penological Center”, Università Roma tre Che fine ha fatto il decentramento amministrativo? di Carmelo Cantone* Il Riformista, 20 dicembre 2025 Perché si continua a svuotare il ruolo di indirizzo e coordinamento territoriale dei provveditorati? Qual è oggi il quadro critico che ci troviamo davanti con la lettura combinata delle due note amministrative (che sono state impropriamente definite circolari) del 21 ottobre e del 1° dicembre, emanate dal direttore della Direzione generale dei Detenuti e del Trattamento del Dap? Nella seconda nota, il Dap ha voluto precisare di ritenersi titolare di un potere di nulla osta, distinto dal potere di autorizzazione (“secundum legem”, si è affermato nella nota del 1° dicembre) del magistrato di sorveglianza, competente ad autorizzare l’accesso della comunità esterna negli istituti penitenziari. Non è un dettaglio che questa competenza del magistrato di sorveglianza sia ritagliata dalla legge (art. 17 dell’ordinamento penitenziario) mentre il c.d. “nulla osta” dipartimentale non emerge da alcuna norma. Il Dap afferma anche che questo nulla osta “mira ad assicurare le esigenze di sicurezza penitenziaria e risponde ad interessi collettivi ed apparato amministrativo, dovendo conoscere e valutare le scelte e i modelli organizzativi da adottare, anche per verificare la compatibilità dell’organizzazione dell’evento con le disponibilità materiali e logistiche dell’istituto penitenziario”. Non si può concordare con uno schema così centralizzato dove quasi la metà degli Istituti per qualsiasi evento a carattere trattamentale deve presentare la proposta al DAP entro sette giorni dalla data fissata per l’iniziativa. Dov’è finito il principio del decentramento amministrativo? Perché si continua a svuotare il ruolo di indirizzo e coordinamento territoriale dei provveditorati? E, in particolare, quante volte può accadere che non sia sufficiente il direttore e la sua équipe per valutare “la compatibilità dell’evento con le disponibilità materiali e logistiche dell’istituto”? Nel dibattito in corso, è sfuggito tra l’altro a molti che il nulla osta è necessario anche quando l’attività proposta non comporta l’accesso della comunità esterna, come un torneo di calcio, un corso di lettura creativa, un gruppo di auto-aiuto organizzati e seguiti esclusivamente dall’équipe interna, con tanti saluti alle competenze dirigenziali dei territori. Con il quadro disegnato dal DAP, ci si chiede cosa accade se viene negato il nulla osta all’evento con la comunità esterna: si chiude a questo punto il procedimento o il direttore dovrà trasmettere un parere sfavorevole al magistrato di sorveglianza? In questa sede non è in discussione il potere-dovere del DAP di mantenere la massima attenzione sui profili della sicurezza; infatti, non è mai stato oggetto di particolari critiche l’intervento su iniziative che coinvolgono detenuti del circuito Alta Sicurezza. Ma se questo viene tradotto con l’acquisizione (come richiesto) di data, spazi utilizzati, durata dell’iniziativa, numero complessivo dei detenuti, di quale sofisticata analisi che richieda l’intervento dell’amministrazione centrale stiamo parlando? Gli operatori penitenziari oggi si chiedono, ad esempio, se una semplice visita di appartenenti alle istituzioni locali debba essere equiparata ad un evento; se è normale che una buona proposta presentata ad una direzione a meno di sette giorni dalla data dell’evento debba essere automaticamente cassata. Probabilmente con la prima nota, priva delle motivazioni contenute nella seconda, si è manifestata una volontà di controllo e una serpeggiante diffidenza sull’operato dei provveditorati e delle direzioni, per non parlare della negazione sostanziale dei valori della co-progettazione e del confronto con le realtà del terzo settore. Ma allora sarebbe stato più confacente, per quanto distruttivo, un atto emanato con circolare del capo del DAP, che in queste due note viene informato solo per conoscenza, e forse sarebbe il momento in cui il Ministro della Giustizia e il DAP chiariscano come interpretano il principio di gerarchia e il principio di direzione nei rapporti con i territori penitenziari alla luce delle riforme degli ultimi decenni sulla dirigenza generale e sul ruolo di dirigenti dei direttori degli istituti penitenziari, perché ciò che si manifesta è una sempre più accresciuta e dannosa burocratizzazione anziché una semplificazione dei processi. Non è ciò che ci si attende davanti alla crisi cronica del sistema penitenziario in Italia. *Già Vice Capo Dipartimento Amministrazione Penitenziaria L’isolamento non può rieducare di Maria Brucale* Il Riformista, 20 dicembre 2025 Ad un convegno recente dal titolo “Amministrazione penitenziaria: un’emergenza sociale?”, il Direttore generale dei detenuti e del trattamento, Ernesto Napolillo, si interroga sulla tenuta dell’Ordinamento Penitenziario e ripropone il proprio punto di vista ad un incontro di poco successivo sui 50 anni dalla sua introduzione. Nell’intenzione del legislatore del 1975, dice, il carcere nasce come luogo di segregazione, di separazione tra la società civile e il condannato. Un non-luogo ma anche un non-tempo. Una duplice funzione, quella della pena, preventiva e rieducativa, imposta, quest’ultima, dal dettato costituzionale, dice il dott. Napolillo. Qualunque detenuto prima vedeva il carcere come un luogo da evitare. Oggi, invece, è, secondo il Dirigente Dap, un moltiplicatore di redditizi affari, non da evitare ma da conquistare perché le organizzazioni criminali inviano i soggetti in carcere per gestire lucrosi commerci. Vanno allora rimodulati i rapporti tra sicurezza e trattamento. “Trattamento - specifica - non intrattenimento o passerella per soggetti terzi”. In carcere non si può parlare di libertà di autodeterminazione perché non ci sono spazi liberi, spazi vuoti. Lasciare uno spazio vuoto significa o che lo Stato è assente o che quello spazio verrà occupato dalla criminalità. Prioritaria è la sicurezza: se non c’è legalità non ci può essere sicurezza e conseguentemente non ci può essere trattamento. Non si possono obliterare le differenze tra circuiti, ad esempio, consentendo ai detenuti AS di stare 8 ore fuori dalle celle senza accedere ad attività riabilitative. Occorre trattare diversamente soggetti diversi. Aree a trattamento avanzato solo per chi lo merita! Da qui, evoluzione leggibile del pensiero del Dirigente Dap, le circolari volte a regolamentare la vita in carcere e in particolare nei circuiti di Alta Sicurezza in un ossimoro struggente, in una irrisolvibile contraddizione in termini attraverso un piano dal sapore antico e amaro di segregazione trattamentale. La circolare del 27.02.2025 - solo una di una serie nella medesima e chiarissima direzione - denominata “Modalità custodiali circuito Alta Sicurezza” persegue la differenziazione di regime tra ristretti autori di reati di particolare gravità ordinando che “l’apertura delle celle detentive nei circuiti AS assumerà sempre e comunque la connotazione di mezzo e non di fine, con la logica conseguenza che tutti gli operatori penitenziari dovranno porre ogni sforzo esigibile per evitare che le celle rimangano aperte”. La possibilità di uscire dalle celle è prevista esclusivamente per il tempo impegnato nella partecipazione ad attività utili e produttive in difetto delle quali ogni spazio libero è percepito come rischio per la sicurezza. Così, negli scopi annunciati dalla circolare, si tutela la tensione della pena alla riabilitazione differenziando le restrizioni a seconda del reato senza, almeno a parole, incidere sull’offerta formativa. Radicale il fraintendimento della funzione dell’Ordinamento Penitenziario che, nel sostituire il “regolamento fascista per gli Istituti di prevenzione e pena del 1931”, disegna una rete di norme volte al riconoscimento della dignità della persona come connotato universale e della pena come progetto individualizzato di recupero. Al centro non lo Stato ma l’uomo nella sua straordinaria unicità, mai cattivo per sempre né reo imprigionato in un tipo di autore che trasfigura la persona nel suo errore. È noto. Chi espia una pena in carcere per reati comuni, ove non acceda alle misure alternative, tende a restare nel crimine, spesso in ragione di una patologia di vita che innesta la propria continuità nella assenza di opportunità lecite di sostentamento. Le persone condannate a lunghe pene recluse nelle sezioni AS, invece, spesso in questi luoghi si rapportano a esperienze altre, all’accesso a laboratori di scrittura, teatrali, di arte, di pittura, di cucina, alla parola, alla musica, all’incontro. Così, quella che non a torto è definita subcultura delle mafie può essere dissipata solo ponendo in conflitto i falsi ideali che la connotano con abiti nuovi e più gratificanti da indossare. Unica declinazione sensata di quella parola paternalistica e desueta: “rieducazione”, è relazione intesa come rapporto di cura. Non esiste cura senza l’altro. Così si coglie appieno la fallacia e la demagogia populista racchiusa nella volontà segregante quale presidio di legalità e sicurezza. Ma quale legalità è possibile se il tasso di sovraffollamento supera il 137%? Che cosa resta della rieducazione se anche gli spazi trattamentali, le aree didattiche e formative, quelle ricreative (ché trattamento è anche intrattenimento!) sono usate per stipare corpi? E allora occorre uno sguardo finalmente nuovo che non discrimina ma accoglie, che non esclude ma recupera, che non relega nessuno fuori dalla comunità. *Avvocata penalista Cominciamo a dare dignità a chi muore in carcere, per cambiare le logiche e le strutture di Girolamo Monaco* Avvenire, 20 dicembre 2025 “A chi serve il Giubileo dei detenuti?”, mi chiedo dopo aver visto in televisione le celebrazioni del 14 dicembre scorso. Non ho potuto recarmi a Roma quel giorno; non ero quindi in Piazza San Pietro ad accompagnare qualche detenuto, insieme al cappellano, un responsabile degli agenti di Polizia penitenziaria e un educatore. Ho vissuto tuttavia l’esperienza del Giubileo da cattolico e da operatore sociale, e l’ho vissuta nel modo e nel luogo dove era giusto viverla: all’interno della struttura carceraria che dirigo, con i miei uomini e i miei utenti, nello spirito della Porta santa aperta da papa Francesco a Rebibbia, che ha reso ogni carcere una “Porta santa”. Il carcere è uno dei tanti luoghi che questa nostra umanità abita, come l’ospedale dei malati, l’esercito dei soldati, i porti dei migranti, i mercati degli scambi, i tribunali delle condanne. E allora mi ritorna questa domanda: a chi serve il Giubileo dei detenuti? Pongo questa domanda come cittadino e operatore penitenziario, e, in modo più personale: a cosa mi serve questo Giubileo? Serve al cambiamento. Cambiare le logiche e le condizioni, cambiare le persone e le strutture. E mi chiedo: quanti dei tanti cappellani, che sono il segno della Chiesa dentro le carceri italiane e hanno partecipato alla bella Messa con papa Leone, hanno celebrato i funerali dei detenuti che si sono suicidati nelle nostre carceri? Io da qui, da tutte queste morti per suicidio, voglio cominciare a parlare per il cambiamento. La morte di un detenuto suicida ci interessa e ce ne dobbiamo far carico, in modo cristiano, umanamente degno. Quel corpo - segno di una vita maledetta e mai guardata - a chi appartiene? Chi ne deve avere cura? La cura che non abbiamo saputo dare alla persona viva, potremo (forse) darla al corpo morto, con il coraggio di chi conosce i propri limiti e ha paura di attraversare le contraddizioni, le ingiustizie e le perversioni, ma poi le affronta e lotta per superarle. In carcere non riusciamo oggi a dare dignità alla vita fisica, che è umiliata da condizioni indecenti di sovraffollamento; cominciamo (io chiedo) con il dare dignità a chi è morto. Manca tutto, mai la dignità. Non ho altre parole per dare giustizia a chi ha portato su di sé, fino a rimanerne schiacciato, fino ad uccidersi, i mali e le mancanze della struttura nella quale io lavoro (e ci lavoro come uomo che vive i suoi valori, non come burocrate servile e banale). Non ho altre parole per dare dignità al mio sforzo di cambiamento, che è comune a quello di tanti colleghi, servitori puliti e coerenti dello Stato, cittadini attivi e parte viva di questa società in evoluzione. Voglio che tutti questi morti non restino notizia inutile, ma siano pietra d’inciampo. Le nostre preghiere non bastano più. *Direttore Istituto Penale per i Minorenni di Acireale (Ct) Lo specchio di Andrea di Cesare Battisti L’Unità, 20 dicembre 2025 Gli è stato requisito ed è scoppiata la bagarre. Per evitare le botte si è tagliato con la Gillette. Se fosse successo un giorno qualsiasi, chissà, avrebbe reagito con più tatto. Ma era giorno di colloquio, di barba fatta a contropelo e spruzzate di profumo. Certe volte, quando di notte non scalcio i muri e mi sveglio apposta per pensare, il ronfo del mostro che mi accompagna piano piano, mi faccio passare per la testa cose astruse. Pensieri di rassegnazione, dei quali dovrei vergognarmi, già che un prigioniero che si rispetti dovrebbe odiare le catene per dovere, invece di inventarsi iperboli da scrittore, nel volersi convincere che il male basta accettarlo per ricavarne il bene. Come se il carcere, invece di essere castigo, ci potesse liberare dal peso del superfluo, dal sovraccarico dei preconcetti, dalle idee prefabbricate e dai pregiudizi. Ma, talvolta, nel notturno vacillare della mente, lo stare dentro diventa quasi una liberazione dall’insicurezza generale: qui siamo al sicuro! E anche dalla paura della rinuncia e del successo. In carcere l’anima è così stanca da non essere più in grado di nuocere. Siamo a posto. Non sempre, siamo troppi e ci stiamo stretti, la tensione sale e gli incidenti sono inevitabili. Può succedere di tutto perfino a causa di un innocuo specchietto. È stato requisito ad Andrea, lui è andato a reclamarlo ed è scoppiata la bagarre. Per evitare le botte e poi l’isolamento, Andrea si è tagliato con la Gillette. Il lavorante ha dato poi una ripulita al corridoio e sulle scale, ma l’odore del sangue impregnava l’aria. E tutto per il sequestro di uno specchietto durante una perquisizione di routine. Forse un eccesso di zelo, o per noia, un capoposto se l’è portato via. Un innocuo pezzo di plastica, una bagatella, ma che per il povero Andrea rappresentava un problema serio. In ogni cella abbiamo un piccolo rettangolo di specchio incollato al muro. Serve a deformarci la faccia quel tanto da non vederci le tracce di galera e anche a farsi la barba prima del colloquio. È fissato a un’altezza media di persona adulta, solo che Andrea non supera il metro e mezzo e se sale sullo sgabello sarebbe troppo alto. Data la statura, gli era stato accordato l’acquisto di uno specchietto mobile, fatto di materiale inoffensivo che lui custodiva con amore. Se fosse successo un giorno qualsiasi, chissà, Andrea avrebbe reagito con più tatto, magari chiedendo di parlare all’ispettore. Ma era giorno di colloquio, di barba fatta a contropelo, con spruzzate di profumo e tute ginniche firmate. E con la barba ancora da rasare! Troppo per il povero Andrea. La sua famiglia avrà versato qualche lacrima, prima di capire e tornare a casa con la borsa piena. Non è la prima volta che succede, quando non è il loro Andrea è un altro carcerato a gettare lo scompiglio nella sala colloqui. Di famiglie piangere ne hanno viste tante, hanno imparato a sopportare, si ritrovano così a scontare la stessa pena dei loro cari che stanno dietro le sbarre. A chi non è mai stato chiuso in una cella, cose simili sembreranno una bestialità, una follia criminale; un altro argomento per benpensanti a piede libero sono la bocca e dicono che cosa aspetta lo stato a buttar via le chiavi. E si capisce, c’è chi sbraita alla TV di “hotel a 5 stelle dietro le sbarre”. Brave persone, ignorano che il colloquio con i familiari in carcere è ossigeno, il solo momento di affettività monitorata, la cerimonia per la quale il detenuto si prepara come farebbe lo sposo atteso in chiesa. Qui, ogni mercoledì mattina di buonora. Al detenuto è solo dato parlare di malanni, socializzarli amplificandone il contenuto e l’influenza; socializzare futuro, speranza, fare critica costruttiva è ritenuta attività sospetta. Qui è tutto così pigiato, perfino i pensieri e gli umori sono difficili da districare. Si passa dall’euforia all’abbattimento da mi minuto all’altro e così diventa difficile gestire il rapporto con l’altro. Traggo da un romanzo di antropologia: “Dove le società sono fortemente concentrate, sono in uno stato critico d’effervescenza e di super attività. Perché gli individui sono più strettamente ravvicinati gli uni agli altri, azioni e le reazioni sociali sono più numerose, più continue; le idee si scambiano, i sentimenti si rinforzano e si riaccendono mutualmente, il groppo, sempre in azione, sempre presenti agli occhi di tutti, rafforza il sentimento di se stesso e ha anche un maggiore spazio nella coscienza degli individui”. Dopo aver letto queste righe, mi sono rannicchiato sulla branda in posizione fetale resistendo alla voce della coscienza che, da anni contenuta tra quattro mura, rischia di esplodere in un urlo che mi lacera la gola. E ora mi chiedo perché sto qui a raccontare queste cose tristi, quando potrei citare episodi meno truculenti, talvolta tanto anche spassosi. Ma non mi viene, mi sembra di tradire un ordine di idee. Mi sembra di tradire Andrea che, l’hanno detto alla tv, si è impiccato ieri. Più umanità nelle carceri di Ennio Chiodi ilpopolotortona.it, 20 dicembre 2025 76 detenuti si sono finora suicidati nelle carceri italiane nel corso dell’anno che sta per finire. Di almeno altri 130 non conosciamo le vere cause della morte dietro le sbarre. Non servono sofisticate analisi sociologiche per comprendere le ragioni di questo dramma umano e sociale. Leone XIV ce lo ha spiegato con poche e semplici parole nel chiudere il Giubileo dei detenuti domenica scorsa in San Pietro. Il Papa pensa soprattutto a problemi come il sovraffollamento, l’impegno ancora molto insufficiente nel garantire programmi educativi stabili di recupero e opportunità di lavoro, che possano offrire speranza e futuro a chi ha sbagliato, se ne sia reso conto, e speri in una qualche forma di vita, “là fuori”. Per capire ancora meglio come si viva “là dentro” in buona parte delle prigioni di un Paese civile e democratico, ci affidiamo ai cappellani delle carceri che quel dramma lo vivono quotidianamente. Padre Lucio Boldrin, cappellano del carcere romano di Rebibbia, è uno dei più impegnati. Ci ricorda situazioni che cancellano la dignità umana, condizioni igieniche precarie, la contiguità in ambienti malsani che ospitano il 130% in più dei detenuti previsti, il gelo d’inverno, il caldo insopportabile d’estate, il bugliolo per i bisogni personali accanto al for- nello per scaldare qualche pietanza e… chi più ne ha più ne metta. Una realtà che rende sempre più flebile il richiamo di Papa Francesco prima e di Papa Leone in queste ore: “Il Signore continua a ripeterci che una sola è la cosa importante: che nessuno vada perduto”. L’Osservatorio di Antigone, autorizzato dal Ministero della Giustizia a compiere periodiche indagini nelle carceri italiane, rileva che una pena solo “custodiale” (ti sbatto dentro e ti lascio lì) aumenta del 60/70% la probabilità di recidiva, di commettere, cioè, nuovi reati per chi esce senza lavoro e senza opportunità, men-tre la recidiva crolla sotto il 20% per chi ha avuto lavoro e continuità dopo la scarcerazione. Molti dei suicidi avvengono tra persone prossime al fine pena, assaliti dall’angoscia del che cosa fare e come vivere un “dopo” che magari segue decenni di detenzione: affetti affievoliti o scomparsi, difficoltà di trovare fonti di sostentamento, alloggi come miraggi. I cappellani non sottovalutano promesse di Governo e Istituzioni ma denunciano gli ostacoli posti da una parte della politica più ideologica e miope, nonostante le denunce del presidente Mattarella e gli appelli del presidente del Senato La Russa. Servono certezza della pena e repressione dei reati, non inutili crudeltà. Trattando con umanità chi è anche giustamente privato della libertà personale scommettiamo su un Paese più sicuro, non più permissivo e rassegnato. Salute delle donne detenute: i fatti oltre la retorica della prevenzione di Miriam Perini rossetorri.it, 20 dicembre 2025 La salute non è una prestazione da “portare dentro”, è una condizione che dipende prima di tutto da come si vive. La prevenzione che ignora le condizioni di vita non è prevenzione: è compensazione simbolica. Ai primi di novembre Paola Severino, già ministra della Giustizia e oggi presidente della Fondazione che porta il suo nome, ha firmato con l’attuale ministro della Giustizia Carlo Nordio, con il ministro della Salute Orazio Schillaci e con Alba Di Leone, chirurga senologa del Policlinico Gemelli e rappresentante dell’associazione Think Pink Italy, la Convenzione per la Promozione della Prevenzione e della Tutela della Salute della Donna detenuta. L’accordo prevede un programma pluriennale di prevenzione oncologica negli istituti penitenziari. “La salute è un diritto che deve arrivare ovunque”, ha commentato Severino. Sembra esserci un paradosso che attraversa il dibattito pubblico sulla salute in carcere, e che nel caso delle donne detenute diventa ancora più evidente: il corpo diventa improvvisamente visibile - oggetto di campagne, protocolli, dichiarazioni solenni - mentre i diritti restano se non invisibili alquanto opachi. È il corpo che si può misurare, esaminare, raccontare, non la condizione di vita. Il recente accordo tra Ministero della Giustizia, Ministero della Salute e soggetti privati per promuovere la prevenzione oncologica negli istituti penitenziari femminili viene così presentato come un atto di civiltà: la salute come diritto che deve “arrivare ovunque”. Un’affermazione che richiama direttamente l’articolo 32 della Costituzione e che difficilmente può essere contestata. Ma il punto non è il principio. È il modo in cui lo si traduce. Perché quando la prevenzione viene isolata dal contesto, rischia di trasformarsi in una scorciatoia simbolica: qualcosa che si vede, si fotografa, si comunica, mentre tutto il resto resta immobile. Le donne rappresentano poco più del 4 per cento della popolazione detenuta, ma concentrano una quantità sproporzionata di vulnerabilità: povertà, migrazione, violenza di genere, dipendenze, disturbi psichici, percorsi sanitari discontinui. Molte sono madri. Alcune vivono la gravidanza o i primi mesi di vita dei figli in carcere, nonostante sia noto - e ampiamente documentato - che i primi mille giorni siano decisivi per la salute futura. In questo quadro, la salute non può essere ridotta a una mammografia o a un’ecografia eseguita da un’unità mobile. Non perché quegli esami non servano, ma perché non bastano. I determinanti reali della salute delle donne detenute sono altri: sovraffollamento, isolamento affettivo, trasferimenti frequenti, discontinuità terapeutica, difficoltà di accesso ai servizi territoriali. Il sovraffollamento, in particolare, è un dato strutturale. A fronte di circa 45.600 posti regolamentari, le persone detenute in Italia superano stabilmente le 63.000. Non è una cifra astratta: è una condizione che incide sulla salute fisica, su quella mentale, sul rischio di autolesionismo e suicidio. Ed è una condizione più volte censurata dalle corti nazionali ed europee. Lo stesso vale per l’affettività. Con la sentenza n. 10 del 2024, la Corte costituzionale ha affermato che il diritto alle relazioni affettive delle persone detenute non può essere sacrificato in modo assoluto. Non è solo una questione di umanità: è una questione di salute. Eppure, nella pratica quotidiana, la separazione dai figli e dai legami familiari continua a rappresentare una delle principali fonti di sofferenza per le donne detenute. È in questo contesto che la prevenzione oncologica rischia di diventare un paradosso. Perché mentre si investe su esami diagnostici ad alta tecnologia, restano intatte le condizioni che producono malattia. Si interviene sul corpo, ma non sull’ambiente che lo consuma. C’è poi un elemento che rende l’operazione ancora più problematica: le persone detenute non sono escluse dal Servizio sanitario nazionale. Dal 2008, con il trasferimento della sanità penitenziaria al SSN sancito dal Dpcm 1° aprile 2008, lo Stato ha riconosciuto il principio di equivalenza delle cure. Questo significa che le donne detenute hanno già diritto agli screening oncologici pubblici, basati su evidenze scientifiche, con criteri definiti, raccolta dati, follow-up e presa in carico. Scavalcare questo sistema con interventi “speciali” e privati non rafforza il diritto alla salute: lo frammenta. Nel linguaggio della sanità pubblica questo approccio ha un nome preciso: prevenzione opportunistica. È una prevenzione episodica, non programmata, che intercetta chi è disponibile in quel momento, senza garantire continuità e senza produrre dati utili. In carcere, dove la libertà di scelta è già limitata, il rischio è evidente: diagnosticare una patologia senza essere certi di poterla curare. Il corpo delle donne detenute diventa così visibile, medicalizzato, raccontabile. Ma i loro diritti restano sullo sfondo. La salute viene presentata come qualcosa da “portare” in carcere, anziché come un diritto da garantire stabilmente, in coerenza con l’articolo 27 della Costituzione, che impone pene non contrarie al senso di umanità. Occuparsi seriamente della salute delle donne detenute significa partire da ciò che non fa notizia: ridurre il ricorso alla detenzione, soprattutto per le madri; applicare davvero le misure alternative; garantire continuità terapeutica dentro e fuori dal carcere; rafforzare la sanità pubblica penitenziaria; riconoscere l’affettività come determinante di salute. La prevenzione oncologica è una cosa seria. Proprio per questo non può diventare un gesto compensativo, né una risposta simbolica a diritti che restano sospesi. La salute non nasce da un esame né da un’unità mobile che attraversa un cancello: nasce da condizioni di vita che non ammalano, da cure che non si interrompono, da relazioni che non vengono recise. In carcere, più che altrove, prevenire significa prima di tutto rendere vivibili il tempo, lo spazio e le relazioni dell’esistenza quotidiana. Solo dentro questo quadro la prevenzione ha senso, perché solo così la salute smette di essere un evento occasionale e torna ad essere un diritto. Il Consiglio d’Europa fissa i principi dell’assistenza sanitaria in carcere ansa.it, 20 dicembre 2025 Il Comitato europeo per la prevenzione della tortura (Cpt) del Consiglio d’Europa ha pubblicato il documento “I 10 principi essenziali che un’assistenza sanitaria penitenziaria adeguata deve garantire”, ricordando che “le persone private della libertà hanno il diritto fondamentale di vivere in condizioni di sicurezza, dignità e salute”. Tra i principi enunciati - frutto di 35 anni di lavoro del Comitato - figura quello dell’equivalenza delle cure e della gratuità delle prestazioni sanitarie: i detenuti devono poter beneficiare di standard di assistenza almeno pari a quelli garantiti al resto della popolazione. Un altro punto centrale è la visita medica all’ingresso in carcere, che deve avvenire il prima possibile e, salvo circostanze eccezionali, entro 24 ore dall’arrivo del detenuto. Il Cpt sottolinea inoltre l’importanza dell’individuazione e della registrazione sistematica delle lesioni e, quando necessario, della trasmissione delle informazioni alle autorità competenti, un passaggio cruciale per prevenire e contrastare maltrattamenti e violenze tra detenuti. Tra le raccomandazioni figura anche la necessità di garantire che le visite mediche avvengano senza ritardi indebiti e di strutturare i servizi sanitari penitenziari in modo da offrire misure efficaci di prevenzione dell’autolesionismo e del suicidio, nonché più ampie strategie di riduzione del rischio. Da Strasburgo si richiama infine l’importanza di interventi di sanità pubblica - come vaccinazioni, distribuzione di disinfettanti e prevenzione delle infezioni sessualmente trasmissibili - e di un sostegno personalizzato per le persone con esigenze specifiche, incluse quelle affette da malattie croniche, disabilità, dipendenze o disturbi di salute mentale. Quando il Natale entra in carcere: 56 istituti, migliaia di persone, un solo gesto di umanità di Francesco Di Turo prisonfellowshipitalia.it, 20 dicembre 2025 Per un giorno, le sbarre hanno smesso di essere confine. Le mense si sono trasformate in tavole imbandite, i corridoi in luoghi di incontro, i silenzi in dialogo. È accaduto giovedì 18 dicembre, quando 56 istituti penitenziari italiani, dal Nord al Sud del Paese, hanno vissuto un Natale diverso grazie a “L’Altra Cucina… per un Pranzo d’Amore”, il più grande evento natalizio mai realizzato nel sistema carcerario italiano. Con “L’Altra Cucina… per un pranzo d’amore”, Prison Fellowship Italia ha portato il Natale insieme a Rinnovamento nello Spirito Santo - movimento ecclesiale che conta in Italia oltre 1.600 gruppi e comunità - e a Fondazione Alleanza del RnS, in collaborazione con il Ministero della Giustizia e con il patrocinio del CONI - Comitato Regionale Lazio. Una sinergia che da oltre dieci anni rende possibile ciò che, fino a poco tempo fa, sembrava impensabile: entrare in carcere non solo con un servizio, ma con una presenza vera. In quelle stesse ore, mentre fuori si correva verso le festività, oltre 9.000 persone detenute si sono sedute a tavola insieme a volontari, artisti, agenti penitenziari, educatori e, in alcuni casi, anche ai propri familiari. Sono stati serviti più di 30.000 piatti, preparati con cura da oltre 70 chef dell’alta cucina italiana, affiancati da brigate e volontari provenienti da tutta Italia. Ma, come ha sottolineato Giuseppe Contaldo, presidente del Rinnovamento nello Spirito Santo, “non è stato solo servito un pranzo: sono state fatte carezze. Le persone detenute si sono sentite accolte, guardate, riconosciute”. Una frase che restituisce il senso profondo di una giornata che ha avuto poco a che fare con l’assistenzialismo e molto con la dignità. Volti noti, gesti semplici, presenze che restano - Nelle carceri di Roma e Milano, così come in molti altri istituti coinvolti, il pranzo è stato accompagnato da presenze che hanno scelto di mettersi al servizio, senza palcoscenico. A Rebibbia, Filippo La Mantia - presenza storica dell’iniziativa - ha cucinato ancora una volta per il carcere maschile, affiancato dallo chef Massimiliano Orsini, trasformando la cucina in un luogo di riscatto possibile. Accanto a loro, artisti, giornalisti, sportivi e volti della cultura hanno servito ai tavoli, condividendo tempo e ascolto. Nel carcere minorile di Nisida, a Napoli, il pranzo è diventato anche racconto e arte: Massimiliano Gallo, insieme al cast del film La Salita, ha portato ai ragazzi detenuti una testimonianza forte, legata proprio a quel luogo, dove l’arte può diventare strumento di rinascita. A Vicenza, la presenza di Francesca Michielin ha trasformato la giornata in un incontro fatto di musica, parole e sguardi capaci di superare le distanze. In altri istituti, come Gorizia, Sassari, Cagliari-Uta, Torino, Milano Opera, Velletri, Fermo, Ivrea, Spoleto e Palermo, il pranzo ha assunto forme diverse, ma sempre con lo stesso cuore: tavole curate, centrotavola realizzati dai detenuti stessi, volontari che servivano con un sorriso e ascoltavano storie spesso taciute per anni. Una macchina di solidarietà che funziona - Dietro questa giornata, c’è stato un lavoro imponente e silenzioso. Oltre 1.300 volontari, coordinati in gran parte grazie al Rinnovamento nello Spirito Santo e alle realtà territoriali, hanno reso possibile ogni dettaglio. Accanto a loro, circa 700 agenti penitenziari hanno garantito sicurezza e supporto, dimostrando che la collaborazione istituzionale può generare bellezza anche nei contesti più complessi. Fondamentale il sostegno dei partner che hanno creduto nel progetto non solo economicamente, ma condividendone la visione: Tempi di Recupero, che ha messo in rete chef e professionisti della ristorazione; Cassa di Risparmio di Pesaro, Manalive e P.R. Editoria di Lisa Di Giovanni, che hanno accompagnato questa edizione con un supporto concreto e continuativo. A loro si aggiungono sponsor e donatori che, spesso lontani dai riflettori, hanno reso possibile ogni singolo piatto servito. Le parole che restano - “Facciamo parte di un movimento che sta illuminando gli angoli più bui del nostro Paese”, ha dichiarato Marcella Reni, presidente di Prison Fellowship Italia. “Non portiamo solo un pranzo, ma una possibilità di incontro che parla di futuro. In carcere nascono punti di svolta veri, quando qualcuno decide di non voltarsi dall’altra parte”. Un pensiero che trova eco anche nelle parole di Papa Leone XIV, più volte richiamate durante l’iniziativa: “Il Signore ci ripete che nessuno vada perduto”. Ed è proprio questo il filo rosso che ha attraversato le 56 carceri italiane coinvolte: la convinzione che nessuna storia sia definitiva, che ogni persona possa essere guardata oltre l’errore commesso. Un Natale che lascia traccia - Quando le tavole sono state sparecchiate e le cucine hanno ripreso il loro ritmo quotidiano, qualcosa è rimasto. Non solo nelle fotografie o nei racconti, ma negli sguardi di chi, per qualche ora, si è sentito parte di una comunità. L’Altra Cucina… per un Pranzo d’Amore si è conclusa, ma il suo messaggio continua a camminare: dentro le carceri, nelle città, nelle storie di chi ha scelto di esserci. Perché, come dimostra questa giornata, la speranza non è un’idea astratta, ma un gesto concreto condiviso attorno a una tavola. A conclusione di questa edizione, la presidente di Prison Fellowship Italia, Marcella Reni, ha voluto già guardare avanti, con la consapevolezza che la speranza non è mai improvvisazione ma cammino condiviso. “Quello che abbiamo vissuto oggi - ha dichiarato - è stato come servire pranzi su un’unica grande tavola imbandita, apparecchiata contemporaneamente in 56 luoghi diversi del Paese. Un segno potente di comunione, di responsabilità e di futuro”. È in questa visione che Marcella Reni ha annunciato che i prossimi Pranzi di Natale de “L’ALTrA Cucina… per un Pranzo d’Amore” si terranno il 18 dicembre 2026. Un impegno già preso, un lavoro che è già iniziato, perché la speranza - come la giustizia e la dignità - si costruisce insieme, giorno dopo giorno. Battaglia sulla data del referendum: la mossa di Chigi per anticipare il voto di Valentina Stella Il Dubbio, 20 dicembre 2025 “Probabile” un consiglio dei ministri a dicembre per andare alle urne il primo marzo. “È più che probabile”, fanno sapere fonti di via Arenula, che entro la fine dell’anno ci sarà un Consiglio dei ministri per fissare la data del referendum sulla riforma costituzionale della separazione delle carriere. La riunione a Palazzo Chigi potrebbe tenersi il 22 o il 29 dicembre. Dunque, in base anche a quanto previsto dall’articolo 15 della legge 25 maggio 1970, n. 352 (“il referendum è indetto con decreto del Presidente della Repubblica, su deliberazione del Consiglio dei Ministri, entro sessanta giorni dalla comunicazione dell’ordinanza che lo abbia ammesso”, e “la data del referendum è fissata in una domenica compresa tra il 50° e il 70° giorno successivo all’emanazione del decreto di indizione”), la data di convocazione dei cittadini alle urne potrebbe essere quella del 1° marzo, come ipotizzato qualche giorno fa pure dal vicepremier Matteo Salvini. Giorgia Meloni ha comunque tempo fino al 18 gennaio per decidere, essendo l’ordinanza della Cassazione - quella con cui sono state ammesse le richieste di referendum presentate da maggioranza e opposizione - datata 18 novembre. E se si arrivasse all’ultimo, a quel punto la data del voto slitterebbe a fine marzo. Intanto, è stata archiviata la querelle sull’emendamento presentato da Forza Italia alla legge di Bilancio che avrebbe voluto estendere anche al lunedì tutte le consultazioni elettorali del 2026. Considerato dalle opposizioni un blitz per anticipare la data del referendum, è stato poi ritirato. “Per evitare qualsiasi interpretazione” diversa “il governo farà un decreto che andrà in uno dei prossimi Cdm”, ha spiegato il ministro per i Rapporti con il parlamento Luca Ciriani. Come ci ha detto in modo lapidario il presidente dei senatori di Forza Italia, Maurizio Gasparri, “ne è stata data una interpretazione falsa da parte del senatore dem Boccia”. Nel frattempo, domani alle 12 a Roma presso l’Istituto Luigi Sturzo si terrà la conferenza stampa di presentazione del Comitato promosso dalla società civile a sostegno del NO e che coinvolge Cgil, Acli, Anpi, Arci, Libera. Da quanto appreso, sia da Cgil che Anpi non verranno raccolte le firme per il referendum. Una mossa che avrebbe lo scopo di costringere il Governo ad attendere il 30 gennaio per indire la data della consultazione, ossia i tre mesi da quando la legge è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale (art. 138 comma 2 della Costituzione). Questo secondo l’interpretazione riportata anche in un recente articolo di Nello Rossi su Questione Giustizia, la rivista di Magistratura Democratica, dove veniva ripresa il pensiero di Leopoldo Elia, ex presidente della Corte Costituzionale: “La discrezionalità del governo per l’indizione del referendum è limitata alla scelta della data di consultazione popolare tra il 50° ed il 70° giorno a partire dalla delibera di indizione, una volta trascorso il tempo disponibile per le richieste da parte dei promotori”. Più aperturista sul da farsi Gianluca Schiavon, Responsabile nazionale Giustizia e Istituzioni di Rifondazione comunista: “Abbiamo reagito a un tentativo di colpo di mano del Governo rivolto a ridurre i tempi della campagna referendaria perché riteniamo fondamentale un confronto di merito più ampio possibile. I temi possono sembrare iper tecnici e, dunque, meritano il massimo approfondimento che non si verificherebbe in tempi ristrettissimi per la consultazione. Abbiamo dato la nostra disponibilità alla presentazione del quesito ovviamente non per dividere il fronte del NO, ma per favorire il confronto democratico. Resta fondamentale l’unità di questo nostro campo e attendiamo nelle prossime ore indicazioni di altri soggetti della società civile organizzata”. Sì alla riforma della giustizia, anche se il sorteggio non convince di Giampaolo Di Marco* Il Domani, 20 dicembre 2025 L’Associazione Nazionale Forense, dopo una lunga e appassionata discussione nel corso del Consiglio Nazionale, svoltosi a Padova il 29 e 30 novembre, ha confermato la propria posizione relativamente al tema della separazione delle carriere già da tempo assunta. In particolare, l’Associazione ha ritenuto condivisibile la necessità di separare le carriere dei magistrati in linea con quanto previsto dall’insieme di norme costituzionali in tema di giusto processo e difesa. Si sottolinea come la separazione costituisca il necessario corollario alla adozione nel nostro ordinamento del processo di tipo accusatorio, con il Codice di Procedura Penale del 1988, che esige una distinzione netta tra accusa e difesa da una parte e il giudicante terzo rispetto alle parti dall’altra. Tale distinzione, per quanto attiene alla magistratura, non può che tradursi in una separazione delle carriere che da sempre rappresenta un obiettivo di tutta l’avvocatura che rivendica una pari dignità all’interno del processo, non solo penale naturalmente, chiedendo proprio per questo di arrivare alla separazione come elemento di garanzia per il cittadino, oltre che di perequazione rispetto al ruolo della difesa. L’Associazione Nazionale Forense evidenzia altresì che appare, invece, poco condivisibile la scelta relativa al metodo di individuazione dei componenti del Consiglio Superiore della Magistratura attraverso il sorteggio, ancorché lo stesso dovrebbe avvenire tra magistrati, e dunque esperti di diritto. Non convince tale ipotesi sia con riferimento al sistema adottato che appare troppo aleatorio e dal risultato imprevedibile, sia rispetto al ruolo del Presidente della Repubblica che si troverebbe nella difficoltà di presiedere entrambi i rami del Consiglio Superiore tra loro potenzialmente in conflitto. Questa posizione delicata del Presidente della Repubblica deve invitare alla riflessione per evitare di creare situazioni non previste ne auspicate dalla Costituzione e che sono, al contrario, da evitare per una carica che rappresenta l’unità del Paese e la sua massima garanzia. Tali criticità da tempo evidenziate dalla associazione anche nel corso delle audizioni parlamentari sul tema, non inficiano il favore per la separazione delle carriere ma vogliono essere di stimolo e aiuto per una riflessione intorno al modo nel quale occorrerà regolamentare le funzioni del Consiglio Superiore che verosimilmente dovranno essere successivamente regolamentate. La scelta della Associazione di promuovere un confronto dalla prospettiva del sì, vuole essere un momento di ulteriore riflessione e, nei limiti di quanto possibile, di rasserenamento rispetto ai toni troppo accesi della discussione che vedono troppo spesso una contrapposizione tra avvocatura e magistratura su questo tema che non è utile a nessuno. Vero è invece che la questione della separazione deve essere affrontata per ciò che è: il completamento di una riforma costituzionale attesa da tempo e non deve essere rivestita di valenze politiche o di contrapposizioni che, lungi dall’essere d’aiuto, rendono il clima intorno al referendum poco incline ad un dialogo costruttivo come l’Associazione auspica. *Presidente di Anf Permesso di soggiorno temporaneo al genitore per tutelare integrità psico-fisica dei figli piccoli di Paola Rossi Il Sole 24 Ore, 20 dicembre 2025 La disposizione che tiene conto del diritto del minore a permanere in Italia non è de plano inapplicabile solo in ragione della tenera età ritenendo assente qualsiasi forma di radicamento o di tutela per sola tale circostanza. L’autorizzazione dei genitori stranieri a permanere sul territorio nazionale può essere concessa anche in nome dell’interesse del figlio ancora in tenera età. Così la Corte di cassazione che - con la sentenza n. 33146/2025 - ha annullato per difetto di motivazione la sentenza di merito che al contrario - ma in maniera apodittica - aveva affermato che pur a fronte di una relazione del Servizio sociale senz’altro positiva in ordine alla complessiva situazione del nucleo familiare dell’assenza di precedenti, pendenze penali o segnali di polizia a carico dei genitori, non sussisteva un effettivo radicamento del minore sul territorio in ragione del fatto che avesse solo due anni di età con la conseguenza che non era ravvisabile un concreto e grave pregiudizio derivante dall’allontanamento dal territorio italiano del minore con i suoi genitori. Di fatto ai ricorrenti veniva negato il rilascio del permesso temporaneo della norma che in materia di immigrazione tutela specificatamente i diritti dei minori stranieri (comma 3 dell’articolo 31 del Dlgs 286/1998). La Suprema Corte ha accolto il ricorso contro il diniego per l’illegittima affermazione della decisione impugnata perché fondata sul solo generico riferimento alla recente nascita del bambino tale da escludere che lo stesso possa ritenersi già integrato nel contesto nazionale e quindi di poter subire in caso di rimpatrio un concreto pregiudizio al suo sviluppo psicofisico. Il giudice non ha di fatto posto al centro della domanda di permesso temporaneo l’interesse del minore, ma ha ritenuto non operante il divieto di espulsione in quanto non era a rischio l’unità familiare. Invece, come chiarisce la Cassazione, il richiedente un permesso temporaneo a tutela di un figlio minore comporta che la richiesta soddisfi l’onere di allegazione della specifica situazione di grave pregiudizio che potrebbe derivare al minore dall’allontanamento della figura genitoriale. Non essendo infatti pertinente la mera indicazione del pericolo di disgregazione familiare. Sulla necessità per il minore di entrambe le figure genitoriali o del possibile disagio in caso di rimpatrio insieme ai genitori il giudice del merito deve valutare le circostanze del caso concreto con particolare attenzione. Sardegna. La Regione si ribella a Nordio: vuol mandare quasi 100 mafiosi di Luca De Carolis Il Fatto Quotidiano, 20 dicembre 2025 Questa volta Carlo Nordio ha fatto arrabbiare anche i suoi alleati. È insorta anche Forza Italia, contro il trasferimento in Sardegna di 92 detenuti al regime del 41-bis - il carcere duro per mafiosi e terroristi - e la trasformazione di tre carceri sarde (Cagliari Uta, Sassari e Nuoro) in strutture dedicate solo a questa tipologia di reclusi. Progetto non ancora ufficiale, ma descritto come ormai certo dalla maggioranza che sostiene la presidente 5Stelle Alessandra Todde e da varie fonti. Di certo sospetta più di qualcosa anche il forzista Pietro Pittalis, durissimo: “L’ipotesi mi sembra impensabile. Ma allora perché non ipotizzare questo piano a Venezia o Cuneo, le città del ministro della Giustizia Nordio e del suo sottosegretario, Andrea Delmastro?”. E siamo all’insurrezione, anche del Pittalis che ha annunciato un’interrogazione sul caso proprio al Guardasigilli, ma che solo l’11 dicembre scorso - fanno notare da sinistra - accusava Todde di “allarmismo e mistificazione”, giurando che “non esiste alcun trasferimento imminente di detenuti al 41-bis in Sardegna”. Ma il quadro è cambiato. Anche perché nelle scorse ore ha protestato anche il vescovo di Nuoro, Antonello Mura: “Trasformare il nostro carcere in struttura solo per detenuti di massima sicurezza sarebbe un colpo per un intero territorio”. E si può immaginare l’eco nella città del capogruppo di FI in Antimafia, ma anche di Todde, e che ha un sindaco, anche lui del M5S, Emiliano Fenu. Della vicenda si parla da settimane. Ma ora dalla Regione raccontano che due giorni fa, nella Conferenza Stato-Regioni, Delmastro ha certificato che il progetto andrà avanti come stabilito. E fonti di governo al Fatto confermano. In una nota, i parlamentari sardi di Fratelli d’Italia controbattono ai 5Stelle: “Gli esponenti della giunta Todde scaricano sui cittadini paure infondate, la legge prevede da sempre che questi detenuti siano collocati in istituti o sezioni speciali dedicate, preferibilmente nelle isole”. Ma il coordinatore del Movimento locale, Ettore Licheri, rilancia: “La destra al potere vuole riportarci agli anni delle supercarceri e delle servitù, al grido ‘ti sbatto in Sardegna”. Mentre per la sua collega e omonima Sabrina Licheri “la nostra isola non può diventare Alcatraz”. In serata, Todde parla con il Fatto: “Quella del governo è una scelta gravissima, presa senza alcun confronto con la Regione. Il 3 dicembre ho scritto a Giorgia Meloni per contestare il trasferimento in Sardegna di un numero elevato di detenuti al 41-bis, senza ottenere risposta. Prima ancora avevo chiesto al ministro Nordio l’apertura di un confronto formale, che era stato garantito e poi disatteso. Non solo non mi sono state fornite risposte o rassicurazioni, ma sono stata accusata di allarmismo”. Sardegna. I parlamentari FdI: “Nessun pericolo dai detenuti al 41bis, la giunta Todde fa allarmismo” di Nadia Cossu La Nuova Sardegna, 20 dicembre 2025 I boss mafiosi nelle carceri sarde, i parlamentari FdI confermano: “Nessun pericolo, la giunta Todde fa allarmismo”. “È stupefacente la leggerezza con cui gli esponenti della Giunta Todde facciano trapelare pubblicamente personali interpretazioni riguardo a riunioni operative su materie delicate come la gestione delle carceri e la detenzione dei soggetti sottoposti al regime di 41-bis”. Lo dichiarano in una nota Salvatore Deidda, Francesco Mura, Barbara Polo, Gianni Lampis, Giovanni Satta deputati e senatori di Fratelli d’Italia. Secondo gli esponenti di FdI, l’atteggiamento della Regione rischia di generare un clima di tensione sociale ingiustificato: “Chi riveste ruoli istituzionali dovrebbe esprimere le proprie posizioni con senso di responsabilità, senza scaricare paure infondate sui cittadini. Quanto sta accadendo dimostra solo una profonda inadeguatezza nel gestire dossier complessi”. I parlamentari di Fdi ricordano come il quadro normativo sia chiaro e consolidato, “i 41 bis ci sono sempre stati in Sardegna” ma sottolineano il cambio di passo impresso dal governo Meloni: “La legge (art. 41-bis, comma 2-quater) prevede da sempre che questi detenuti siano collocati in istituti o sezioni speciali dedicate, preferibilmente nelle isole, sotto la sorveglianza di reparti specializzati. È avvenuto sotto ogni colore politico, inclusi i governi a guida 5 Stelle e Pd”, dicono i parlamentari di Fratelli d’Italia Tuttavia, “il Governo Meloni ha introdotto chiarimenti e migliorie fondamentali per la sicurezza del territorio”. Nello specifico, sottolineano quattro punti chiave: - Strutture dedicate: I detenuti saranno ospitati esclusivamente in strutture o sezioni apposite e appositamente ristrutturate. - Fine della promiscuità: Non ci sarà più alcuna commistione tra i detenuti al 41-bis e quelli appartenenti ad altri circuiti penitenziari. - Personale specializzato: La sorveglianza sarà affidata esclusivamente al Gom (Gruppo Operativo Mobile), personale altamente formato in grado di garantire i massimi standard di sicurezza. - Nessun rischio infiltrazioni: Non esiste alcuna evidenza di spostamenti di massa dei familiari dei detenuti verso i territori di detenzione - dicono gli esponenti di Fratelli d’Italia - I clan restano nei territori di loro competenza o scelgono altre zone per scopi puramente economici; il luogo di detenzione dei parenti è un fattore assolutamente indifferente per le dinamiche criminali. “Invece di alimentare polemiche sterili, la Giunta regionale dovrebbe collaborare per garantire il rispetto delle leggi e la lotta alla malavita organizzata e alla sicurezza del personale penitenziario e di tutti i cittadini”. Nuoro. La città si schiera con il vescovo Mura: no al carcere riservato ai boss di Marco Birolini Avvenire, 20 dicembre 2025 È stato il presule a denunciare l’arrivo in massa dei detenuti al 41 bis: “Un duro colpo per la città”. Dopo le sue parole è partita la levata di scudi delle istituzioni. “Alla Messa di Natale potrei trovarmi davanti solo 20 detenuti”. Due giorni fa il vescovo di Nuoro Antonello Mura aveva lanciato l’allarme: l’istituto penale cittadino si sta svuotando “per farne un carcere che ospiti solo detenuti sottoposti al 41bis”. È la conferma di quanto anticipato da Avvenire nel settembre scorso: dopo la sezione già pronta a Cagliari per i boss mafiosi (arriveranno nel 2026), anche a Badu e Carros nei mesi scorsi c’erano stati sopralluoghi per riceverne altri. Adesso l’improvvisa accelerazione denunciata da Mura. “Ma mi sorprende che tutti vengano a sapere le cose da un vescovo… mi hanno chiamato tutti, mi hanno citato persino in Parlamento - spiega ad Avvenire. Eppure i preparativi sono in corso già da un pezzo. Un’intera sezione è già stata svuotata, tanti altri si stanno preparando a partire per altre destinazioni”. Il vescovo nel suo editoriale aveva parlato di “via vai di pullman che si spostano da Nuoro. Due più due, continua a fare quattro. Dico a voce alta che sarebbe un colpo alla città e a tutto il territorio. Spero di sbagliarmi, mi auguro di essere smentito”. Finora però non è accaduto. Anzi, secondo quanto risulta ad Avvenire si tratta di “una prospettiva molto concreta”, destinata ad andare in porto in tempi brevi. Difficile invece che accada altrettanto per Cagliari e Sassari, dove comunque arriveranno altri boss (92 nel capoluogo regionale). Nelle altre sezioni resteranno però anche i detenuti comuni. Secondo Mura, il rischio adesso è di “trovarsi una fortezza inaccessibile nel cuore della città. Con il risultato di veder vanificato tutto il percorso di inclusione avviato dalle associazioni del territorio e dai tanti volontari”. Con i detenuti sottoposti al regime di massima restrizione, nulla di tutto questo sarebbe più possibile. “Nuoro non merita di diventare una ‘grande enclave’, etichettata come 41bis - ha sottolineato Mura. Inaugurando, tra le case, un futuro che non vede più il carcere come luogo per riabilitarsi, ma solo per esistere come sepolti vivi. In discussione, giusto ribadirlo, non è la possibilità che uno Stato metta in atto ‘restrizioni necessarie per il soddisfacimento’ delle esigenze di sicurezza di tutti i cittadini - a Nuoro esiste già un’ala del carcere denominato 41bis (con 6 detenuti) - ma che un intero carcere venga destinato a questo scopo, mettendo in atto un trattamento che sa più di annientamento della persona che di rieducazione. Se in una città si avesse un carcere così, esso non aiuterebbe e non educherebbe nessuno. Legittimerebbe una società spietata e senza futuro”. La levata di scudi, dopo le parole di Mura, è stata unanime. Il sindaco di Nuoro Emiliano Fenu parla di “forte preoccupazione: un’ipotesi del genere richiama un’idea di relegazione e marginalità che si pensava definitivamente superata e non può essere affrontata come una mera riorganizzazione amministrativa. Deve essere chiaro che la città, impegnata in un percorso di rilancio chiaro e riconoscibile, non può apparire come una colonia penale”. Anche Alessandra Todde, governatrice sarda, ha usato toni fermi. “Raccolgo la preoccupazione del vescovo di Nuoro, monsignor Antonello Mura, in relazione al carcere di Badu e Carros. L’ipotesi che il carcere venga svuotato e ristrutturato per ottenere una struttura destinata esclusivamente ai detenuti sottoposti al regime del 41-bis è concreta ed imminente. Se confermata, sarebbe una scelta gravissima per Nuoro e per l’intero territorio. Non un intervento temporaneo, ma una decisione strutturale, assunta senza alcun confronto con la Regione. Una punizione per una città, per un territorio e per un’isola che faticosamente stanno rialzando la testa”. La presidente Todde ha poi ripercorso i tentativi di confronto avviati con il governo nazionale sul tema dei 41 bis, che rischiano di trascinarsi dietro i familiari e in generale una rete “logistica” destinata ad aumentare il peso della presenza dei clan sull’Isola. “Il 3 dicembre ho scritto alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni per contestare il trasferimento in Sardegna di un numero elevato di detenuti al 41-bis, senza ottenere alcuna risposta. Prima ancora avevo chiesto al Ministro della Giustizia l’apertura di un confronto formale, che era stato garantito e poi disatteso. Non solo non mi sono state fornite risposte o rassicurazioni ma sono stata accusata di allarmismo. È inaccettabile che un intero carcere venga ristrutturato e destinato esclusivamente a questo regime, concentrando in Sardegna costi, rischi e carichi che ricadono sulle comunità locali. Sull’isola intera, un’isola che sogna un riscatto con l’Einstein Telescope e che invece viene condannata senza appello alle infiltrazioni mafiose”. Critica anche Confindustria Sardegna Centrale. Il presidente Pierpaolo Milia esprime “il totale disappunto e la massima preoccupazione per il piano che si sta delineando sul carcere di Badu ‘e Carros. Non possiamo accettare che Nuoro e il suo territorio vengano considerati dal Governo centrale soltanto quando si tratta di adottare scelte penalizzanti e mai quando servono decisioni di sviluppo, investimento e sostegno concreto. È paradossale che lo Stato mostri attenzione verso questo territorio solo per scelte che lo penalizzano, anziché valorizzarlo come merita. Da decenni la Sardegna centrale, il Nuorese e le sue aree interne attendono risposte concrete dal Governo centrale su infrastrutture, mobilità, opportunità per le imprese e per i giovani. Invece, l’unica risposta che arriva è quella di un ulteriore isolamento sociale e territoriale”. Trento. Stanza dell’affetto in carcere, parla la promotrice Lucia Fronza Crepaz di Giacomo Polli iltquotidiano.it, 20 dicembre 2025 “Un segno di civiltà: i detenuti hanno sbagliato, ma restano persone”. “L’apertura della stanza degli affetti è uno degli esempi di come si risponde alla crisi della democrazia”. Così Lucia Fronza Crepaz, presidente della Conferenza regionale volontariato giustizia ed ex parlamentare del Pd (precedentemente Margherita), ha commentato l’apertura del nuovo spazio tra le mura del carcere dedicato ai colloqui intimi tra i detenuti e i loro partner, sottolineando come rappresenti un vero e proprio esempio di partecipazione in un’epoca in cui cittadini, associazioni e politica sono sempre più distanti. Fronza Crepaz, su queste pagine il vescovo Tisi ha espresso particolare preoccupazione per la crisi della democrazia e la poca partecipazione dei cittadini alla vita pubblica... “Non possiamo più delegare a nessuno la risoluzione dei problemi: dobbiamo riprendere in mano la nostra vocazione politica a tutti i livelli. Quello della stanza degli affetti è un esempio piccolo ma concreto di come rispondere alla crisi della democrazia”. In che modo? “La stanza degli affetti è un segno di civiltà: le persone hanno sbagliato, ma restano persone. La Corte costituzionale, inoltre, ha ricordato che il carcere può produrre una desertificazione dei sentimenti. Dicevano che non era fattibile aprirla per motivi logistici, eppure abbiamo collaborato con diverse realtà e siamo riusciti a superare ciò che veniva considerato impossibile. È un esempio di come si può partecipare ed essere protagonisti”. Il concetto, quindi, è quello di ragionare sui bisogni delle persone? “Quando si parla di partecipazione bisogna essere chiari: ai cittadini va dato un potere reale. Non basta consultarli. Oggi ci sono cittadini che hanno problemi complessi e che pensano che la politica non offra le soluzioni. Altri, invece, avrebbero voglia di partecipare ma non vengono coinvolti. Il vero motivo, però, credo che sia dato dalle regole: sono rimaste invariate dal dopo guerra”. Cosa intende? “La società è cambiata, le regole invece no. La democrazia non va inventata, va attualizzata. È un processo e va trattato come tale. Nel dopo guerra tutti i cittadini avevano gli stessi bisogni: dal lavoro alla sanità, ora invece la situazione è diversa e le richieste sono cambiate. Va offerta la possibilità di incidere sulle scelte, altrimenti la partecipazione resta una parola vuota”. Crede che i cittadini siano ancora interessati a partecipare? “Se vengono fornite domande specifiche su argomenti vicini alle persone, chiedendo ad esempio come spendere determinati soldi o quali regole dare a certi ambienti, le persone partecipano e offrono il loro contributo. Non possiamo pensare che decidano di partecipare esclusivamente perché invitati a farlo. Serve che siano coinvolti a pieno attraverso argomenti di interesse. Lo stesso discorso vale per il mondo del volontariato. Ognuno deve fare la propria parte, le istituzioni devono andare sui territori e va creato un tavolo con tutte le parti sociali per avere un confronto chiaro e trovare le soluzioni”. Che ruolo possono avere i giovani in questo processo? “Un ruolo centrale. Se messi nelle condizioni giuste, i giovani rispondono. Hanno una capacità di futuro straordinaria. Lo stesso vale per i nuovi cittadini, quelli stranieri arrivati in Italia, che spesso hanno un progetto di vita chiaro, orientato al futuro, e una forte motivazione a partecipare. Bisogna puntare su queste due categorie”. Rispetto a quando lei era parlamentare, come è cambiato il mondo della politica? “Oggi mancano i corpi intermedi: quei luoghi tra società e istituzioni in cui si faceva politica, si formava una classe dirigente e si cresceva come cittadini. Allo stesso tempo, però, i cittadini di oggi hanno un sapere diffuso maggiore rispetto al passato. Oggi l’assetto deve essere quello delle donne di Matisse: ognuno deve a vere il proprio ruolo e la propria responsabilità, ma le risposte vanno trovate con un confronto tra le parti”. È cambiato anche il modo di raccontare la politica? “Spesso il lavoro serio e approfondito viene oscurato da una comunicazione ridotta a battute e contrapposizioni. Oggi spesso il dibattito è limitato ai politici che si stuzzicano l’uno con l’altro. Questo contribuisce alla distanza tra cittadini e istituzioni. Serve più trasparenza e una maggiore capacità di raccontare ciò che davvero accade nei luoghi decisionali”. Bolzano. In arrivo il nuovo carcere di Elena Mancini salto.bz, 20 dicembre 2025 Una riformulazione della Legge di bilancio dà potere al Commissario straordinario di avviare il progetto della nuova casa circondariale di Bolzano. Kompatscher: “Così si accelerano i tempi”. Sbloccata la situazione del nuovo carcere di Bolzano. Oggi (19 dicembre) il Governo ha infatti presentato una riformulazione alla legge di bilancio che prevede come “il commissario straordinario compie, altresì, d’intesa con la Provincia autonoma di Bolzano e nel limite delle risorse previste dal Programma anche attraverso la modifica degli interventi dello stesso, gli atti necessari per la realizzazione della nuova casa circondariale di Bolzano, in ragione delle rinnovate esigenze del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria”. Si tratta, in sostanza, della base giuridica grazie alla quale si potrà realizzare la nuova casa circondariale di Bolzano, in sostituzione all’attuale edificio di via Dante costruito nel 1900. Il testo è stato votato in Commissione bilancio al Senato e confluirà nel maxi-emendamento del 23 dicembre. “Sarà poi votato alla Camera tra il 29 e 30 dicembre per diventare legge”, spiega il senatore della SVP Meinhard Durnwalder. La decisione, non prioritaria per il Governo di Roma, si sarebbe sbloccata grazie ai colloqui di questi anni tra il Presidente della Provincia Arno Kompatscher ed il Ministro della Giustizia Carlo Nordio: “Siamo riusciti a trovare questa soluzione di dare l’incarico al Commissario straordinario che, avendo poteri speciali, può accorciare i tempi di realizzazione, ora tocca a Roma”, dichiara Kompatscher. La competenza sulla realizzazione del carcere è statale, sarà quindi il Commissario straordinario Marco Doglio a decidere come procedere. Le opzioni sul tavolo sono svariate: il Commissario potrebbe utilizzare il progetto vinto nel 2011 dalla cordata romana guidata da Condotte da 200 posti, modificarlo, oppure farne uno nuovo avviando una nuova procedura. Secondo Kompatscher è ancora presto per sbilanciarsi sui tempi di realizzazione: “In condizioni ordinarie servirebbero 10-12 anni, ma, considerando che il terreno è già disponibile e che sono presenti i requisiti di allacciamento, l’opera potrebbe essere completata prima, magari già in 5 anni”. Per quanto riguarda i costi, il senatore Durnwalder chiarisce che l’intervento deve avvenire nei limiti delle risorse del Piano nazionale edilizia carceraria: “Tuttavia, essendoci l’accordo, la Provincia potrà contribuire al finanziamento, con eventuali somme che verrebbero poi scomputate dal contributo statale”. La realizzazione del nuovo istituto non era stata inserita nel nuovo programma dettagliato degli interventi di edilizia carceraria per il triennio 2025-2027 varato a luglio dal Governo, portando molti a pensare che il progetto fosse nuovamente naufragato. “Non poteva essere inserito perché esiste già un progetto definitivo del 2011 ed un terreno acquistato”, spiega il Landeshauptmann. La questione del CPR resta invece separata da quella della nuova struttura carceraria. “Il Ministero ha volutamente deciso di mantenerle distinte, proprio per non sovrapporre i due ambiti ed accelerare i tempi”, spiega Kompatscher, che ipotizza come possibile, ad esempio, che il progetto del carcere venga ridimensionato e che - se non fosse utilizzato l’intero terreno disponibile - lo Stato possa decidere di destinare la parte eccedente ad altre finalità. “Al momento, tuttavia, non è stato assunto alcun impegno in tal senso”, conclude il Landeshauptmann. Il 17 settembre 2024 il governo Meloni aveva infatti nominato, tramite decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, come Commissario straordinario del Governo per l’edilizia penitenziaria Marco Doglio per far fronte alla grave situazione di sovraffollamento degli istituti penitenziari italiani. La nomina fa parte di un piano del Governo per risolvere il problema del sovraffollamento carcerario, che insiste su tre aspetti: la creazione di nuovi posti tramite nuovi strutture carcerarie e l’ampliamento di quelle già esistenti, l’introduzione di procedure più rapide per concedere la liberazione anticipata a chi ne ha diritto e la possibilità per le persone tossicodipendenti di utilizzare strutture alternative per scontare la pena. Al momento infatti nelle carceri italiane ci sono circa 62 mila persone detenute su una capienza regolamentare di 51 mila posti. In queste settimane anche all’interno della casa circondariale di via Dante sono state diverse le uscite dei detenuti, ora il numero di persone recluse è di 100 sugli 88 posti regolamentati. Pistoia. “Sos carcere”. La fiaccolata di solidarietà La Nazione, 20 dicembre 2025 Una fiaccolata davanti al carcere di Santa Caterina in Brana. È la manifestazione che hanno organizzato per lunedì 22 alle ore 18, il Circolo di Legambiente di Pistoia, la Cgil Prato-Pistoia, la Società della Ragione, Il Delfino, Libera Pistoia, Arci Pistoia, Anpi Pistoia, Mediterranea Pistoia e L’Altro Diritto. “Abbiamo deciso di trovarci per gridare che non si può morire di carcere”. “Il 6 dicembre 2025, un uomo di 54 anni si è tolto la vita nella Casa circondariale di Pistoia: è stata la 74esima persona detenuta che si è tolta la vita in carcere nel 2025 - si legge nel comunicato degli organizzatori -. A questi numeri si aggiungono anche quattro operatori penitenziari che si sono tolti la vita quest’anno in Italia. Dal 6 dicembre ad oggi, la drammatica contabilità delle persone detenute che si sono uccise in carcere è già salita a 76, si tratta di numeri allarmanti, 20 volte superiori a quelli dei suicidi tra la popolazione libera. Le condizioni di vita nelle strutture detentive sono sempre più inaccettabili: sovraffollamento, strutture fatiscenti, carenza di percorsi di istruzione. Non è più possibile restare a guardare, o peggio ancora, impegnarsi per non vedere. Mosse e mossi, non solo dal bisogno di esprimere sostegno alle persone detenute e a chi in carcere lavora quotidianamente, ma anche dalla necessità di pretendere e reclamare immediatamente l’adozione di provvedimenti urgenti di clemenza, politiche per rendere effettivi i diritti delle persone recluse, le associazioni promotrici hanno deciso di manifestare pacificamente, passeggiando con torce accese, per due volte intorno alla Casa circondariale”. La fiaccolata è aperta a tutte e tutti, è possibile inviare l’adesione a: legambientept@yahoo.it. Rovigo. Il carcere minorile s’inaugura l’8 gennaio lavoce-nuova.it, 20 dicembre 2025 “La struttura è pronta per l’inaugurazione. Grazie al lavoro del Dipartimento di Giustizia Minorile e a quello del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. L’inaugurazione del nuovo Ipm è fissata per l’8 gennaio. Lo annuncia Andrea Ostellari (Lega), Sottosegretario di Stato alla Giustizia, parlando del nuovo carcere minorile di Rovigo. Rovigo si inserisce nel piano di potenziamento del sistema penitenziario minorile, già avviato con le recenti inaugurazioni degli Ipm di L’Aquila e Lecce. Disporrà di 31 posti detentivi e sarà dotata di spazi per attività scolastiche e percorsi di formazione professionale, essenziali per un’azione rieducativa efficace e strutturata. “Il sistema penale minorile - prosegue Ostellari - deve essere fondato su certezza delle regole, strutture idonee e presenza dello Stato. Solo così è possibile restituire responsabilità, legalità e prospettive concrete ai giovani coinvolti”. Rimini. Nel carcere inaugurato uno spazio in ricordo delle vittime di violenza riminitoday.it, 20 dicembre 2025 L’opera, come sottolineato dal comandante della Polizia Penitenziaria, vuole sottolineare l’impegno degli agenti nel promuovere una cultura del rispetto e della promozione del valore di ogni essere umano attraverso la profonda riflessione sui propri gesti e l’autocontrollo. Si è svolta nella mattinata di giovedì, nell’area verde esterna al muro di cinta della Casa circondariale di Rimini, l’inaugurazione di uno spazio in ricordo delle vittime di violenza. La cerimonia alla presenza del Vescovo di Rimini, Monsignor Nicolò Anselmi e dell’assessore Kristian Gianfreda in rappresentanza del sindaco Sadegholvaad che sono stati accolti dalla direttrice del carcere, Palma Mercurio, dal comandante Aurelia Panzeca e da una rappresentanza del personale. L’installazione si compone di una panchina rossa, un manufatto che espone un paio di scarpette rosse e una poesia sul valore della donna scritta dalla poetessa Ada Merini, il tutto realizzato dal personale della Polizia Penitenziaria. Appoggiato, sopra la panchina, un ceppo di legno con la scritta “No woman, no cry” realizzato da alcuni detenuti. L’opera, come sottolineato dal comandante della Polizia Penitenziaria, vuole sottolineare l’impegno degli agenti nel promuovere una cultura del rispetto e della promozione del valore di ogni essere umano attraverso la profonda riflessione sui propri gesti e l’autocontrollo, condotti in modo corale dagli operatori dell’amministrazione penitenziaria, dagli psicologi e dai numerosi volontari che ogni giorno accedono in carcere. In particolare si è voluto sottolineare l’impegno quotidiano del personale della Penitenziaria nell’essere esempio degli alti valori di legalità e rispetto umano nei confronti delle persone che, nel rispetto del dettato costituzionale, devono essere reinserite nella società per esserne parte attiva e non più malata. Trento. La Biblioteca vivente nella Casa circondariale di Spini vitatrentina.it, 20 dicembre 2025 “Una storia travolgente, raccontata con le parole ma anche con gli occhi, capaci di far trasparire sincerità e un vissuto faticoso”, così una delle studentesse del secondo anno di Servizio sociale dell’Università di Trento ha descritto i “Libri umani” della prima Biblioteca vivente organizzata nella Casa circondariale di Trento. L’iniziativa si è svolta nel teatro interno al carcere, con la partecipazione delle studentesse accompagnate dalla docente Antonia Menghini. L’evento, promosso dalla rete Liberi da dentro - di cui fanno parte APAS, SPS, Dalla viva voce e la Fondazione Franco Demarchi (soci fondatori) - e sostenuto dalla Fondazione Caritro, si è tenuto martedì 9 dicembre e replicato lunedì 15 dicembre. Per la prima volta in Trentino, e tra le primissime esperienze in Italia in ambito penitenziario, la Biblioteca vivente ha portato nove detenuti a “farsi libro”: raccontare in prima persona frammenti della propria storia, mettendosi a disposizione dei lettori in un dialogo diretto. L’iniziativa è stata resa possibile dalla disponibilità della direzione - in particolare della direttrice Anna Rita Nuzzaci - dal lavoro delle funzionarie giuridico pedagogiche del carcere e dall’impegno dei volontari della rete Liberi da dentro, oltre che dalla scelta dei detenuti di mettersi in gioco e condividere il proprio percorso. Continua intanto la Raccolta fondi per la Biblioteca della casa circondariale di Spini, sul sito www.ideaginger.it/progetti/i-libri-liberano.html oltre 250 persone hanno dato il loro contributo arrivando a quasi 17.000 euro, fondi necessari per acquistare libri, audiolibri e per promuovere cultura all’interno delle mura carcerarie. “C’è tempo fino al 7 gennaio per dare un contributo concreto di cultura ai nostri concittadini reclusi” ha dichiarato Maria Coviello presidente di APAS, capofila della rete Liberi da dentro. Napoli. “Libri Liberi” all’Ipm di Nisida lunedì 22 dicembre Gazzetta di Napoli, 20 dicembre 2025 La Fondazione De Sanctis presenta l’ultimo appuntamento della rassegna “Libri Liberi”, promossa con il patrocinio del Ministero della Giustizia - Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e del Dipartimento per la giustizia minorile e di comunità, in collaborazione con il Centro per il libro e la lettura del Ministero della Cultura. L’iniziativa, dedicata alla diffusione della grande letteratura all’interno degli istituti penitenziari, approda lunedì 22 dicembre alle ore 14:00 presso l’Istituto Penale per i Minorenni di Nisida (Napoli) con un incontro speciale dedicato a L’amico ritrovato di Fred Uhlman, con la partecipazione dello scrittore ed editor Antonio Franchini, figura di riferimento della narrativa contemporanea e direttore editoriale di importanti collane letterarie e dell’attrice Marianna Fontana - protagonista di Indivisibili e tra le più sensibili interpreti del panorama cinematografico italiano. Saranno presenti Gianluca Guida, direttore del Carcere minorile di Nisida e Francesco De Sanctis, presidente della Fondazione De Sanctis. “L’amico ritrovato” racconta, con limpida intensità, l’amicizia tra due adolescenti nella Germania pre-nazista. Un legame puro si incrina sotto il peso della storia, rivelando fragilità, identità e responsabilità individuali.” Marianna Fontana e Antonio Franchini dedicheranno la lettura e l’incontro ai giovani detenuti, trasformando le pagine del romanzo in un’occasione di ascolto reciproco, vicinanza e riflessione condivisa. Antonio Franchini, vincitore del Premio Napoli 2024 con il romanzo “Il fuoco che ti porti dentro” (2024), è nato a Napoli nel 1958 e vive a Milano dove lavora nell’editoria. Tra le opere che ha pubblicato: “Quando vi ucciderete, maestro?” (1996), “Acqua, sudore, ghiaccio” (1998), “L’abusivo” (2001), “Cronaca della fine” (2003), “Signore delle lacrime” (2010), “Il vecchio lottatore” (2020). La rassegna “Libri Liberi” nasce con l’obiettivo di abbattere le barriere dell’isolamento e di portare la forza universale dei classici nelle carceri italiane, trasformandole in luoghi di confronto, crescita e speranza. Attraverso la voce di attori, scrittori e intellettuali, i capolavori della letteratura prendono vita diventando strumenti di riflessione, consapevolezza ed empowerment per i detenuti. Ogni incontro valorizza la partecipazione attiva degli ospiti, favorendo un dialogo aperto e un’esperienza di condivisione che contribuisce a ripensare il proprio percorso e il proprio ruolo nella comunità. Con questa ultima tappa, “Libri Liberi” rinnova il suo impegno nel promuovere la cultura come strumento di riscatto e rinascita, offrendo ai giovani detenuti un’occasione preziosa per riscoprire sé stessi e il valore della letteratura come ponte verso la libertà interiore. L’incontro di Nisida conclude un viaggio che nel 2025 ha attraversato Roma, Napoli, Milano, Firenze, Venezia, Bari, Palermo e San Marino portando la grande letteratura al centro della vita culturale delle carceri italiane Venezia. L’appello per Trentini dal carcere femminile: “Non dimentichiamolo” di Maria Ducoli La Nuova Venezia, 20 dicembre 2025 L’attrice Ottavia Piccolo e il patriarca Moraglia hanno ricordato il cooperante del Lido, detenuto da oltre un anno a Caracas. Dal cuore del carcere femminile della Giudecca, l’attrice Ottavia Piccolo ha lanciato un appello per la scarcerazione di Alberto Trentini, il cooperante del Lido detenuto da oltre un anno a Caracas. “Mi sto battendo”, ha spiegato, “affinché il nome di Trentini non venga dimenticato”. Le sbarre della casa di reclusione femminile, inevitabilmente, fanno correre il pensiero alle stesse che blindano le finestre di El Rodeo I, il maxi-carcere venezuelano dove il lidense è rinchiuso dal novembre del 2024, senza motivo. Lo scorso novembre, il suo vicino di cella, il francese Camilo Castro, è riuscito a ritrovare la propria libertà e, una volta fuori, ha denunciato le condizioni detentive della struttura. Spazi fatiscenti, trattamenti disumani, tra botte, torture e psicofarmaci per calmare le persone ristrette. Ecco, allora, un motivo in più per continuare, incessantemente, a chiedere la scarcerazione di Alberto. “Chiedo al Patriarca Moraglia”, prosegue Piccolo, “se può dire una parola. Il governo ci dice che sta lavorando alla sua scarcerazione, ma non basta. Non vorremmo che un italiano fosse dimenticato e che la sua situazione passasse sotto silenzio”. L’attrice, originaria di Bolzano, con l’associazione Articolo 21 da un anno si sta battendo per la liberazione del cooperante, sostenendo la famiglia Trentini. Moraglia, durante la messa in vista del Natale alla casa di reclusione femminile, ha colto così l’occasione per ricordare il veneziano durante le preghiere, “Affinché il Signore possa facilitare il suo ritorno a casa”, ha detto nella cappella del carcere, per poi concludere la sua omelia con un augurio di pace. “Non c’è un bel clima, nel mondo. Pensiamo sempre a Gaza ma ricordiamoci anche dell’Ucraina e degli altri 56 conflitti in corso in tutto il pianeta”. Cagliari. “Liberi dentro per crescere fuori”: al carcere di Uta per Natale arrivano le Lucido Sottile cagliaritoday.it, 20 dicembre 2025 Il progetto mira a sostenere i figli dei detenuti, a combattere lo stigma sociale e a favorire l’integrazione dei minori, rafforzando al contempo la relazione affettiva con il genitore recluso. Coinvolge in totale circa 90 destinatari diretti tra padri, madri e figli minorenni. La Casa circondariale Ettore Scalas di Uta si prepara ad accogliere un momento di profonda valenza sociale e affettiva: la Festa di Natale in carcere. Si tratta di una delle attività fondamentali del progetto quadriennale Liberi dentro per crescere fuori, selezionato da Con i Bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Con il coordinamento della cooperativa sociale Exmé & Affini, il pomeriggio di lunedì 22 dicembre, sarà interamente dedicato a far sentire più vicine le persone detenute e i loro familiari, ponendo un accento speciale sul legame genitori-figli, particolarmente vulnerabile in contesti di detenzione. L’iniziativa della durata di un paio d’ore a partire dalle 14, prevede la partecipazione della compagnia Lucido Sottile con Tanya&Mara Christmas edition! Ma Babbo Natale esiste?, un concentrato di risate, battute e spirito natalizio in cui Tanya e Mara si interrogano, con la loro ironia inconfondibile, sul mistero di Babbo Natale. Un mini show frizzante per allietare grandi e piccini. Le direttrici artistiche Tiziana Troja e Michela Sale Musio si distinguono da oltre vent’anni per la capacità di affrontare temi sociali scottanti con ironia e rigore etico, portando la bellezza e l’arte anche in luoghi marginali e non convenzionali. A completare l’atmosfera festiva, ci saranno le selezioni musicali di Dj Gufo, che animerà il pomeriggio con la musica, trasformando lo spazio detentivo in un luogo di semi-normalità e gioia condivisa. Il progetto, che mira a sostenere i figli dei detenuti, a combattere lo stigma sociale e a favorire l’integrazione dei minori, rafforzando al contempo la relazione affettiva con il genitore recluso, coinvolge in totale circa 90 destinatari diretti tra padri, madri e figli minorenni, supportati anche attraverso l’attivazione di percorsi individuali, tirocini di inclusione lavorativa e Patti Educativi Partecipati con le famiglie. Oltre ad Exmé & Affini, che coordina questa iniziativa, il progetto nel suo insieme è curato dalla più ampia rete di partenariato composta dalla cooperativa sociale Elan (capofila), Panta Rei Sardegna, Solidarietà Consorzio, Casa delle Stelle, la Casa circondariale di Uta, l’Ufficio Interdistrettuale di Esecuzione Penale Esterna per la Sardegna (Uiepe), il Servizio Politiche Sociali Abitative e per La Salute del Comune di Cagliari, l’associazione Prohairesis e Aragorn S.r.l. Varese. Solidarietà in carcere, donati kit di igiene e vestiario ai detenuti di Andrea Camurani varesenews.it, 20 dicembre 2025 Alla cerimonia presente anche monsignor Franco Gallivanone. Obiettivo: far emergere la condizione di difficoltà in cui vivono molti detenuti, ricordando che dietro le mura del carcere ci sono persone. Un gesto di attenzione e vicinanza verso chi vive una condizione di particolare fragilità. Venerdì 19, presso la Casa circondariale di Varese, l’Ordine degli Avvocati ha donato a tutti i detenuti un kit di igiene personale, nel corso di un’iniziativa legata alla benedizione natalizia officiata da monsignor Franco Gallivanone. A darne notizia è Carlo Battipede, presidente dell’Ordine degli Avvocati di Varese, che ha sottolineato il valore umano dell’evento, nato da un confronto diretto con la direzione dell’istituto penitenziario. Durante il dialogo è emersa con chiarezza la situazione di difficoltà in cui versano numerosi detenuti, spesso privi di sostentamento personale e di familiari all’esterno, e quindi impossibilitati a far fronte anche alle esigenze più basilari della quotidianità. La consegna dei prodotti per l’igiene personale e del vestiario rappresenta un segnale concreto di attenzione verso una realtà che, pur grazie all’impegno costante degli operatori penitenziari, resta segnata da carenze materiali e sociali. “Il nostro desiderio - ha spiegato Battipede - è far emergere la condizione di difficoltà in cui vivono molti detenuti, ricordando che dietro le mura del carcere ci sono persone che necessitano non solo di regole, ma anche di dignità e rispetto”. Un’iniziativa che, nel periodo natalizio, assume un significato ancora più profondo, richiamando i valori della solidarietà e della responsabilità collettiva. Una settimana fa un’iniziativa analoga da parte della Camera penale di Varese con la consegna di generi di conforto ai detenuti, sempre ai Miogni. Vicenza. Michielin canta per i detenuti: “Sentivo di volerlo fare, mi sento vicina a loro” di Francesco Brun Corriere del Veneto, 20 dicembre 2025 Il concerto è avvenuto a margine della messa di Natale presieduta dal vescovo di Vicenza, Giuliano Brugnotto. Alla celebrazione hanno partecipato una trentina di detenuti provenienti dal circuito di alta sicurezza. Un concerto decisamente speciale quello andato in scena ieri mattina nel carcere di San Pio X, il Del Papa. Ad esibirsi davanti alla platea di detenuti è stata la cantante bassanese Francesca Michielin. Un’esibizione apprezzatissima dai presenti, che hanno applaudito e accompagnato le note della cantante, la quale ha deciso di proporre alcune delle sue hit, tra cui “L’amore esiste” e “Io non abito al mare”. Al termine del concerto, è stata lei stessa a ringraziare i detenuti, augurando loro un buon Natale, per quanto possibile. Riguardo le motivazioni che l’hanno portata ad esibirsi in carcere, la cantante è stata esaustiva. “Non c’è una motivazione particolare - spiega Michielin -: l’ho fatto perché sentivo di volerlo fare, e perché per me era importante manifestare vicinanza ai detenuti, rispettandone e celebrandone la dignità. Non siamo i nostri errori, non siamo solo questo. Siamo molto di più e, soprattutto, nessuna causa è persa”. Il concerto è avvenuto a margine della messa di Natale presieduta dal vescovo di Vicenza, Giuliano Brugnotto. Alla celebrazione hanno partecipato una trentina di detenuti provenienti dal circuito di alta sicurezza, personale sanitario, educativo, docenti dei diversi corsi di studio, il coro di San Pio X e numerosi volontari delle tante associazioni che abitualmente prestano servizio in carcere. Tra le autorità presenti, anche la direttrice dell’istituto, Luciana Traetta. “Qui, in carcere, sapete cosa significa desiderare un futuro diverso - ha detto monsignor Brugnotto nell’omelia - quando i giorni si assomigliano e certe etichette sembrano incollate addosso. Ma Dio oggi dice: io non vi definisco con il vostro passato; io preparo un futuro. Il Signore non nega la verità della responsabilità, ma rifiuta la disperazione. La giustizia che promette non è soltanto una bilancia: è anche una ricostruzione, un rimettere in piedi, un ridare possibilità”. Tutto ciò è stato possibile grazie alla collaborazione con l’associazione Prison Fellowship Italia. Oltre al concerto con l’artista bassanese, per il secondo anno nel carcere vicentino è stato possibile organizzare anche il “pranzo d’Amore”, cioè un pranzo natalizio preparato dalla chef Silvana Rossi di Sarcedo. Hanno partecipato circa trenta detenuti di media sicurezza che hanno pranzato insieme al vescovo, alla direttrice, agli educatori e ai volontari. Nuoro. Perché la prefettura non autorizza la consegna dei beni per i detenuti del Cpr di Macomer? manifestosardo.org, 20 dicembre 2025 Dopo oltre due mesi dalla richiesta presentata dall’Associazione Sandalia, dalla Prefettura di Nuoro ancora non arriva l’autorizzazione per la consegna dei beni raccolti in favore dei migranti detenuti nel CPR di Macomer, pubblichiamo la nota di Associazione Sandalia ODV e Assemblea NO CPR Macomer. Sono passati ormai più di due mesi, era esattamente il 07 ottobre quando l’Associazione Sandalia ha inviato alla Prefettura di Nuoro e, per conoscenza agli altri organi preposti, la richiesta di poter consegnare dei beni ai cittadini stranieri detenuti nel CPR di Macomer. La richiesta era arrivata dall’interno del CPR all’Assemblea NO CPR Macomer che si è rivolta alla nostra Associazione chiedendo collaborazione. I beni di cui i migranti avevano urgente bisogno erano, in particolare, abbigliamento pesante e coperte per far fronte al periodo freddo che stava arrivando. Oltre a queste priorità è stata fatta una richiesta di alcuni beni alimentari e di giochi da tavolo e libri che potessero aiutarli a far passare più velocemente le infinite giornate vuote all’interno della struttura. Ricevuta la richiesta ci siamo mossi immediatamente chiedendo, a nostra volta, la collaborazione di un’altra associazione del nostro paese, L’Arca di Noè, che si è messa subito a disposizione trovando, fra le altre cose, la sala in cui convogliare le donazioni. In concomitanza, l’Assemblea NO CPR Macomer ha organizzato una raccolta a Nuoro. La risposta della comunità di Borore e di quella di Nuoro sono state impressionanti: la sala si è riempita in una giornata di coperte, maglioni pesanti, giubbotti, abbigliamento intimo nuovo, generi alimentari. Tutto è stato controllato e preparato secondo le indicazioni ricevute, togliendo i lacci per esempio e tutto ciò che i migranti avrebbero potuto utilizzare per porre in essere atti di autolesionismo dovuti alle condizioni di privazione della libertà per un periodo lunghissimo (che può arrivare ai 18 mesi), a causa della mancanza di un permesso di soggiorno. Dalla Prefettura è arrivata, 20 giorni circa dopo la ricezione della nostra PEC, la richiesta di una lista dettagliata di tutto ciò che avremmo consegnato alla struttura. I volontari hanno lavorato per giorni per fare l’inventario da comunicare e per preparare una scatola per ogni migrante contenente 2 maglioni, 2 paia di pantaloni, abbigliamento intimo, due maglie, un giubbotto pesante e una coperta. La lista completa è stata inviata via PEC il 12 novembre. Il 26 novembre abbiamo inviato un’altra PEC chiedendo urgentemente che ci venisse indicata una data di consegna poiché avevamo urgenza di liberare la sala che ci era stata concessa, perché molti generi alimentari erano vicini alla scadenza e, soprattutto, perché eravamo molto preoccupati per le condizioni dei migranti, dato che le temperature erano scese drasticamente. A oggi, 13 dicembre, nessuna risposta ci è stata data e neppure ci è stato spiegato il motivo per cui sia necessario tutto questo tempo. Troviamo grave questo atteggiamento di chiusura da parte delle autorità e chiediamo, a questo punto pubblicamente, che la Prefettura acceleri le procedure e ci venga concesso di consegnare le scatole (tutte aperte e ispezionabili ovviamente) al più presto anche per rispetto delle tantissime persone che hanno a cuore le condizioni di queste persone. Ci auguriamo, inoltre, che si chiarisca come mai la Cooperativa che ha in gestione la struttura, e che per questo viene finanziata con soldi pubblici, non abbia fornito ai migranti sin dai primi mesi dell’autunno quantomeno le coperte (pulite e in buone condizioni) per far fronte al freddo. Agrigento. I detenuti producono olio d’oliva che verrà donato in beneficenza La Sicilia, 20 dicembre 2025 Conclusa con un corso di panificazione l’edizione 2025 di “Viaggiare su un filo d’olio”, promosso dalla Casa circondariale “Pasquale Di Lorenzo”, dal Parco archeologico della Valle dei Templi e dal frantoio Val Paradiso di Naro. Il progetto, dedicato alle persone recluse nella struttura di contrada Petrusa, ha permesso ad alcuni di loro di effettuare delle attività di formazione e lavoro, acquisendo competenze sull’intera filiera olivicola. Sono seguite le operazioni di raccolta delle olive, la successiva molitura e un corso dedicato alla realizzazione del pane a Casa Diodoros. A chiudere le attività è stata una degustazione del prodotto del lavoro dei reclusi. L’olio prodotto sarà donato alla Caritas di Agrigento, alla comunità missionaria Porta aperta e all’Arcidiocesi per farne olio santo. Il direttore del Parco della Valle dei Templi, Roberto Sciarratta, dice: “Con il progetto Diodoros ci occupiamo di inclusione sociale, per questo abbiamo subito accolto la proposta di sostenere questa iniziativa, che offre ai detenuti di guardare al proprio percorso di reintegro attraverso il lavoro e il recupero del paesaggio”. “Un progetto che colpisce al cuore - aggiunge Anna Puci, direttore della casa circondariale - Si dà la possibilità a chi è recluso di godere anche della bellezza della natura, del riuscire ad andare fuori e quindi poter guardare il tramonto, poter guardare la Valle, riuscire a sentire gli odori, riuscire a toccare la terra”. “Essere braccio operativo di questo progetto - conclude Massimo Carlino, della società Val Paradiso - è stato per noi anche un grande arricchimento umano. Il viaggio su un filo d’olio era pensato per i detenuti, ma in realtà lo abbiamo fatto tutti insieme”. Venezia. “Le farfalle della Giudecca”. Volti e storie delle detenute di Vera Mantengoli Corriere del Veneto, 20 dicembre 2025 “Ho voluto conoscere ogni detenuta e ho instaurato con ognuna un bel rapporto. A volte mi sento mamma, a volte sorella, ma l’importante è che chi è qui sappia che il dolore può essere condiviso”. Maurizia Campobasso, è direttrice da settembre del carcere femminile, presente ieri alla proiezione del documentario “Le farfalle della Giudecca” di Rosa Galantino e Luigi Ceccarelli con voce narrante di Ottavia Piccolo. Una occasione per stare insieme e per partecipare alla messa del patriarca Francesco Moraglia che, insieme a Piccolo, ha ricordato Alberto Trentin detenuto in Venezuela da oltre un anno. “Ho trovato una struttura accogliente e ringrazio il ministero e il provveditorato alla Giustizia che ci permettono di avviare iniziative come quella di oggi - precisa. Tra le sfide del 2026 va mantenuto il livello che ho trovato perché quasi tutte le donne sono impegnate in attività e va fatto un nuovo progetto di digitalizzazione di archivi di aziende che abbiamo già avviato con diverse detenute e che può essere utile anche per loro una volta uscite”. Il lavoro è anche il filo conduttore del documentario che dà la parola alle storie delle detenute mostrando quanto sia terapeutico per affrontare la quotidianità in carcere e quanto sia utile per affrontare la vita fuori. Ci sono donne che lavorano in lavanderia, che realizzano vestiti con i tessuti di Rubelli, che si occupano di manutenzione e che curano l’Orto delle Meraviglie e anche donne che lavorano per aziende esterne, come Relight Venice che produce candele di cera che raffigurano dettagli architettonici della città. Perfino il matrimonio di Bezos è entrato in carcere, commissionando 800 di queste candele. Tra le testimonianze, inclusa quella dell’ex direttrice Mariagrazia Bregoli, anche la storia dell’arrivo di Papa Francesco e del Padiglione Vaticano nel carcere, la cui installazione è stata l’occasione per molte donne di imparare a fare le guide, come hanno dimostrato anche ieri spiegando la mostra “I volti della povertà in carcere” nella Cappella Maddalena.