Ecco perché lo Stato ha il dovere di garantire il diritto alla speranza anche dietro le sbarre di Mario Serio* Il Dubbio, 19 dicembre 2025 A chi dubitasse della possibilità di ricondurre la speranza - intesa come aspirazione individuale alla verificazione di circostanze materiali e psicologiche capaci di determinare un miglioramento delle proprie condizioni di vita - alla ampia e generale categoria dei diritti soggettivi potrebbe utilmente venire in soccorso l’esperienza dei diritti dell’antichità. Ed infatti, sin dal diritto romano, la spes costituiva apprezzabile oggetto di diritti, sia in termini di semplice attesa di un evento aleatoriamente (emptio spei) preso in considerazione, sia in termini di concretizzazione di una ragionevole speranza (emptio rei speratae): distinzione sostanzialmente trapassata nell’odierno codice civile, che distingue tra vendita di cosa sperata e vendita di cosa futura. Questa reviviscenza di istituti millenari serve qui lo scopo di munire di un solido fondamento positivo lo stato psicologico di chi nutre, appunto, una speranza. Non si tratta di vuota ed astratta aspirazione: essa partecipa dei fenomeni rilevanti per l’ordinamento giuridico, ovviamente nei limiti della meritevolezza dell’oggetto della speranza, ossia della sua compatibilità con i principi e le regole dell’ordinamento. L’ulteriore implicazione è che, se la speranza, in quanto collegata ad una situazione giuridica tutelata, rientra nell’alveo del diritto, la sua illegittima delusione, ad esempio causata dall’altrui condotta inadempiente o elusiva, trova riconoscimento da parte del diritto attraverso gli strumenti adeguati ad assicurare la piena realizzazione della stessa e ad eliminare gli ostacoli ingiustamente frapposti. A questa stregua, anche la condizione giuridica della persona privata della libertà, ed in particolare di quella che si trovi in stato detentivo sulla base di un legittimo provvedimento dell’autorità, nel connotarsi dell’auspicio al suo miglioramento o, addirittura, alla sua eliminazione, non soltanto non è priva di rilievo agli occhi del diritto ma sollecita risposte da parte dell’istituzione che governa tale stato. Nell’attuale momento di straordinaria crisi che investe i luoghi di detenzione carceraria e, ancor prima, le persone che ne soffrono, va fissato il concetto che queste ultime non sono soltanto titolari di una generica speranza a vivere dignitosamente tale loro doloroso spazio di vita ma vantano una pretesa diretta ed esigibile nei confronti dello stato-apparato a vederla realizzata. Al contempo, e specularmente, si radica a carico di quest’ultimo uno specifico dovere di porre in essere ogni misura atta a scongiurare l’impossibilità della traduzione in realtà della speranza stessa. Questo vale per la rimozione dei disagi derivanti dal sovraffollamento, dall’insufficienza di presidi medici, dalla carenza di operatori professionali, dalla mancanza di requisiti minimi di una vita decorosa (esemplificativamente con riguardo ai profili termici), dall’impedita, per qualsiasi causa, fruizione delle camere dell’affettività, dall’incongruità degli strumenti rivolti alla prevenzione di atti di autolesionismo o di suicidi. A queste privazioni, totali o parziali, non può che sinallagmaticamente corrispondere una responsabilità statale da accertare e far valere nell’appropriato circuito giurisdizionale, collegato a quella autentica fucina di rinnovata civiltà giuridica costituita dal semisecolare, ed ancora vitalissimo, ordinamento penitenziario. Frustrare o rendere irrilevanti queste grandi speranze (per mutuare dal capolavoro Dickensiano “Great expectations”) significa introdurre un potente germe disgregatore del nostro ordinamento e turbare la pace sociale: tardare o immorare comporta l’assunzione di un tremendo peso. Ricusare, perfino, di riflettere sulla possibilità di introdurre disposizioni immediate volte a non ostacolare le legittime aspirazioni dei detenuti rispetto ai quali la legge non ponga preclusioni predeterminate trascina un lungo corteo di disarmonie giuridiche e di ferite umane. Un carico ormai non più tollerabile, come è persuasivamente emerso nel corso del convegno su “Il diritto alla speranza” tenutosi nel corso del giubileo dei detenuti: a questo messaggio occorre che le autorità responsabili in materia replichino senza remore hic et inde, e non con interventi tanto lontani nel tempo da apparire illusori e dilatori, ma con quelle misure, saggiamente e razionalmente calibrate, che la Costituzione riconosce e le circostanze storiche rendono impellenti. Perché, come si legge nella concurring opinion della Giudice irlandese Power-Forde, facente parte della Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo nel caso Vinter ed altri c Regno Unito, deciso nel 2013, “la speranza è un aspetto importante e costitutivo della persona umana. Anche coloro che hanno commesso crimini abominevoli ed inflitto ad altri sofferenze indicibili, conservano, tuttavia, la loro fondamentale umanità e portano con sé la capacità di cambiare”. Idee, queste, pienamente risuonate, con gli accenti propri dei rispettivi magisteri, nei moniti del Presidente della Repubblica e del Papa. *Professore emerito dell’Università di Palermo, componente Garante nazionale dei detenuti Le sentenze sgradite sono “politiche”? Il vizio del potere di Renato Balduzzi Avvenire, 19 dicembre 2025 Un pessimo tic della scena pubblica italiana è l’attacco alla magistratura quando un suo verdetto viene ritenuto come prodotto “contro” qualche attore della politica. Una lettura che deforma la stessa democrazia. Mi perdoneranno gli abituali lettori, ma la rubrica quindicinale di oggi risente di un crescente disagio: ogni decisione di una qualunque magistratura sgradita a chi sta al potere diventa il pretesto non per (legittime) critiche nel merito ma per attacchi scomposti e smodati alla magistratura nel suo insieme, o ai giudici, siano essi ordinari o amministrativi (ma il problema, ci era stato detto e ripetuto, non erano i pubblici ministeri?). Questi atteggiamenti e comportamenti del mondo politico o di suoi segmenti non sono compatibili con la nostra Costituzione. Il lapidario articolo 104 della Costituzione, secondo il quale la “magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere” (che la proposta delle Camere penali voleva incongruamente e pericolosamente modificare, sopprimendo l’aggettivo “altro”), chiarisce che sta alla politica rispettare tale autonomia e indipendenza. Ogni giorno le magistrature adottano decisioni gradite ai poteri a ogni livello (sovranazionale, nazionale, regionale e locale), ma non per questo sono criticate come asservite a essi. Reciprocamente, quando tali decisioni risultano sgradite, possono essere discusse dal punto di vista giuridico, ma non equiparate a una decisione politica: farlo, significa la fine dello Stato di diritto, con la conseguente resa alla pura forza dei numeri e dell’arroganza. Il disagio cresce ancora quando si assiste - e anche qui la cronaca purtroppo non è avara - alla mancata distinzione, in capo ai soggetti che rivestono cariche pubbliche, del profilo personale con quello professionale, politico-partitico e istituzionale. Sono distinzioni basilari per la vita democratica. Come sempre, la Costituzione ci è di aiuto, quando all’articolo 54 prescrive che “i cittadini ai quali sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina e onore”: quali che siano la portata e il significato dei due sostantivi, disciplina e onore, non v’è dubbio che essi abbiano a che fare con quelle distinzioni basilari. Se faccio parte di un organo costituzionale, come il Consiglio superiore della magistratura, chiamato a garantire l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, ho anch’io il dovere di essere e di venire percepito come autonomo e indipendente: non a caso la legge Cartabia del 2022 ha modificato l’articolo 1 della legge del 1958 (sulla costituzione e sul funzionamento del Csm) precisando che “all’interno del Consiglio i componenti svolgono le loro funzioni in piena indipendenza e imparzialità”. Poco più di tre mesi ci separano dal referendum costituzionale di primavera. Mesi nei quali l’alfabetizzazione istituzionale degli italiani potrebbe utilmente crescere: quali sono i compiti del Csm, che cosa distingue la magistratura giudicante da quella requirente, che cos’è la responsabilità disciplinare di un magistrato, sono tutte domande la cui risposta è preliminare per esprimere un sì o un no consapevoli. La polarizzazione urlata delle tifoserie è il contrario della consapevolezza e preannuncia un inverno caldo, troppo caldo, del dibattito pubblico. È troppo sperare che cessi l’attacco quotidiano e ossessivo verso le magistrature? O, almeno, che i cittadini elettori sappiano fare la differenza tra la bontà degli argomenti e la propaganda faziosa che strumentalizza la funzione, quotidiana e difficile, dello ius dicere, cioè della giurisdizione, che è attività di protezione dello Stato di diritto, dunque dei cittadini stessi? Al via la campagna per il referendum sulla giustizia, ma c’è una grande assente: la riforma di Angela Stella L’Unità, 19 dicembre 2025 Ha preso il via ufficialmente due giorni fa la campagna di comunicazione per il no al referendum sulla riforma della giustizia, promossa dal Comitato “Giusto Dire No”, quello dell’Anm. La campagna ha esordito sui canali social del Comitato con un contenuto visivo che pone al centro una domanda: “Vorresti giudici che dipendono dalla politica?” A rispondere alla domanda, una cittadina, che esibisce un grande fumetto con la scritta “No” a caratteri cubitali. Messaggio sicuramente performante quello adottato. Tuttavia nel ddl costituzionale su cui saremo chiamati ad esprimerci la prossima primavera non c’è scritto da nessuna parte che i giudici saranno asserviti al Governo di turno. Si tratta di una deduzione da parte dei contrari alla riforma che potremmo annoverare nella categoria della fallacia del pendio scivoloso. Tuttavia, anche dall’altra parte, ossia da quella dei riformatori si stanno scegliendo argomenti a favore che nulla hanno a che vedere con il focus della riforma, ossia quello di un riequilibrio tra le parti all’interno di un’Aula di giustizia. Lo ha fatto il Ministro Carlo Nordio quando ha sostenuto che il nuovo assetto dell’ordinamento giudiziario “gioverebbe anche” ai rappresentanti dell’opposizione, “nel momento in cui andassero al governo”. Lo ha fatto il sottosegretario Alfredo Mantovano quando ha detto che la riforma serve a contrastare “una invasione di campo” della magistratura “che va ricondotta”. Lo ha ribadito la premier Giorgia Meloni qualche giorno fa dal palco di Atreju nel momento in cui ha voluto ribadire con fermezza che “non ci sarà più una vergogna come il caso Garlasco” con la vittoria dei Sì. Eppure l’iter processuale del delitto di Chiara Poggi dimostra senza ombra di dubbio che non esiste alcun appiattimento del giudice sul pm, essendo stato Alberto Stasi assolto per ben due volte. A ciò va addirittura aggiunto il fatto che nel secondo giudizio di legittimità la Procura Generale chiese l’annullamento della sentenza di condanna. Casomai la vergogna è che non si riesce a mettere mano alla riforma dell’inappellabilità delle sentenze di assoluzione. Altrettanto debole appare l’uso del caso di Enzo Tortora: condannato ingiustamente in primo grado venne poi assolto in secondo. Semmai di quella storia deve essere ricordato l’isolamento che subì poi il giudice Michele Morello, mentre gli accusatori fecero carriera. Negli ultimi giorni poi la decisione della Corte di appello di Torino di accogliere il ricorso presentato dalla difesa di Mohamed Shahin ha portato il Ministro Matteo Salvini a parlare di “ennesima invasione di campo di una certa magistratura politicizzata che si vorrebbe sostituire alla politica”. Sicuramente questi messaggi servono alla maggioranza per fomentare i loro elettori e invogliarli ad andare alle urne a marzo a votare Sì. Contemporaneamente però quegli stessi messaggi rischiano di aumentare i No o di non portare al voto coloro che, pur convinti della bontà della riforma, vi rintracciano ragioni distorte e autoritarie. Dunque da entrambi gli schieramenti si sta perdendo chiaramente di vista il contenuto della norma costituzionale che parla di altro e dovrebbe ambire ad altro. Come disse qualche tempo fa l’ex presidente dell’Unione Camere Penali Valerio Spigarelli “io non voglio la separazione delle carriere o la riforma del Titolo IV per tagliare le unghie alla magistratura. Ci sono talmente tanti argomenti per dimostrare che il sistema giustizia non funziona e che la soluzione risiede anche e soprattutto nella separazione delle carriere e nella riforma del Csm che non occorre usare altri argomenti”. La riforma rafforza i pm e non risolve la commistione tra politica e giustizia di Quirino Camerlengo Il Domani, 19 dicembre 2025 Avremo un Csm che diventerà lo spazio in cui i pm saranno ancora di più corporazione, avendo come interlocutori solo i membri laici. Quanto alle derive correntizie e partitocratiche, non cambierà nulla, neanche con il sorteggio, sia per i togati che per i laici. Se fossi un elettore davvero interessato alla separazione delle carriere, mi sentirei molto deluso da questa riforma. Parliamoci chiaro. Tutto nasce dalla volontà di arginare lo strapotere dei pubblici ministeri. Inchieste ad orologeria, fuga di notizie dalle procure, iniziative avventate che sistematicamente coinvolgono esponenti di uno schieramento politico di centrodestra. E, poi, casi giudiziari che mettono in evidenza errori e incompetenze: dal caso Tortora sino a Garlasco. E cosa fa questa maggioranza per contenere lo straripamento dei pm? Approva una riforma che non solo è inutile, ma potrebbe persino aumentare il loro potere. Si sostiene la necessità di separare le carriere per evitare confusione di ruoli o pericolose connivenze tra chi giudica e chi sostiene l’accusa nei giudizi penali. In fondo, tanti anni fa il Parlamento ha introdotto il principio del giusto processo che, tra le altre implicazioni, comporta una parità di armi tra accusa e difesa ed una equidistanza tangibile delle parti rispetto all’organo terzo e imparziale che deve giudicare l’imputato. In altri ordinamenti, la separazione tra magistrati giudicanti e pm è stata realizzata avvicinando questi ultimi al potere politico. Il pm francese sottoposto al potere di direttiva del Ministro della giustizia. O, ancora di più, il procuratore distrettuale negli Stati Uniti che ha una investitura politica: altro che appartenenza all’ordine giudiziario! La tanto sbandierata separazione avrebbe richiesto una revisione radicale della figura del pm, così da renderlo una sorta di avvocato del popolo o di un procuratore dello Stato collocato su di un piano di effettiva parità con l’avvocato difensore dell’imputato. Collocare il pm nella sfera di influenza del potere politico avrebbe un effetto positivo: lo si renderebbe responsabile di fronte all’opinione pubblica, al popolo sovrano, direttamente in caso di malagiustizia. E con lui i diretti referenti politici, a cominciare dal ministro della giustizia. Tutto ciò, tra l’altro, abbandonando l’obbligatorietà dell’azione penale, che tanti ritardi e problemi provoca nell’amministrazione della giustizia, per lasciare posto alla discrezionalità, così da poter decidere quali priorità dare ai reati commessi. E, invece, cos’ha fatto questa stessa maggioranza che da anni reclama un’autentica rivoluzione giudiziaria? Ha creato un apposito consiglio superiore della magistratura dei pm, accanto a quello dei giudici giudicanti. Ha lasciato l’obbligatorietà dell’azione penale. Ha ribadito che il pm appartiene all’ordine giudiziario in posizione di autonomia e indipendenza. Altro che separazione! E questa soluzione finirà col rafforzare i pm. Oggi, nell’unico Csm i rappresentanti dei magistrati delle procure debbono fare i conti, oltre che con i membri laici di elezione parlamentare, con i rappresentanti dei magistrati giudicanti. Questo confronto tra sensibilità diverse, tra differenti punti di vista, impedisce decisioni sbilanciate a favore di una maggiore ponderazione, di un equilibrio necessario per amministrare al meglio la giustizia. Invece, avremo, se passa la riforma, un Csm che diventerà lo spazio in cui i pm saranno ancora di più corporazione, avendo come interlocutori solo i membri laici, questi ultimi in posizione di minoranza. Pensiamo a quando questo Csm dovrà decidere i vertici delle procure, dovrà deliberare sulle assegnazioni di sede, sui trasferimenti, sulle verifiche di professionalità. Se fossi un elettore davvero interessato alla separazione delle carriere, mi sentirei molto deluso anche in relazione ad un altro aspetto, che suona da sempre come un mantra: la netta separazione tra politica e giustizia. Per arginare la degenerazione del correntismo giudiziario, il Parlamento ha introdotto il sorteggio, ossia un metodo democratico di scelta dei rappresentanti che sin dall’antica Grecia veniva considerata una possibile e desiderabile opzione. Ebbene, i membri togati saranno sorteggiati “tra i magistrati giudicanti e i magistrati requirenti”. Cosa vuole dire? Che ognuno/a dei circa novemila magistrati ordinari diventerà sorteggiabile? E se venisse sorteggiato un magistrato che non ha nessuna voglia di andare al Csm? Immagino che la legge a cui rinvia il nuovo articolo 104, per evitare questo problema, stabilirà quanto meno delle “dichiarazione di disponibilità” per costruire l’elenco dei sorteggiabili. E chi le farà queste dichiarazioni se non i magistrati attivi all’interno delle correnti? Queste ultime inviteranno i loro iscritti a rendersi disponibili e, così, il numero dei sorteggiabili di derivazione correntizia sarà nettamente superiore ai magistrati non inquadrati. E si ritorna così allo strapotere delle correnti, se la statistica non inganna. Il discorso non cambia per i membri laici. Qui c’è una differenza. Il nuovo articolo 104 stabilisce che i professori e gli avvocati verranno sorteggiati da un elenco compilato, tramite elezione, all’insediamento delle Camere. E chi entrerà in questo elenco se non professori e avvocati “noti” alle forze politiche? A me piacerebbe molto vivere questa esperienza al servizio delle istituzioni dopo tanti anni di insegnamento universitario e di ricerca. Pur avendo i requisiti stabiliti dalla Costituzione (sono un professore ordinario in materie giuridiche), temo che, non essendomi mai “sbilanciato” politicamente una mia eventuale messa a disposizione verrebbe drasticamente ignorata. Dunque, assisteremmo a quanto è accaduto sino ad oggi, ossia ad una spartizione dei membri laici secondo logiche rigorosamente politiche, sia a destra che a sinistra. Altro che separazione tra politica e giustizia. Non cambierebbe nulla, neanche con il sorteggio, sia per i togati che per i laici. E, allora, visto che questa maggioranza non ha avuto il coraggio di tagliare radicalmente con il passato, rendendo i nostri p.m. più simili a quelli di tantissimi altri Stati anche vicini a noi, e che anzi il Csm dei pm finirà col renderli ancora di più autoreferenziali, e visto che il sorteggio non terrà lontano il fattore politico da questi organi, vale veramente la pena votare “sì”? Sardegna. Le carceri di Sassari, Nuoro e Uta saranno destinate solo ai detenuti al 41-bis di Luciano Onnis La Nuova Sardegna, 19 dicembre 2025 Dopo la decisione del Governo scoppia la polemica, l’assessora Laconi: “Stanno trasformando la Sardegna in un’isola-carcere”. La riorganizzazione nazionale del regime di 41-bis accende la polemica in Sardegna, con l’isola che assumerà “un ruolo sproporzionato” nella gestione del cosiddetto carcere duro. Il tema è emerso con forza nella seduta straordinaria della Conferenza Unificata del 18 dicembre, durante la quale il Governo ha illustrato il piano di razionalizzazione degli spazi detentivi destinati ai detenuti sottoposti al regime speciale. Secondo l’informativa resa dal sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove, il numero complessivo dei detenuti al 41-bis - attualmente oltre 750 - non aumenterà. L’obiettivo dichiarato è quello di riallineare la situazione al dettato normativo, che prevede la collocazione dei detenuti in istituti esclusivamente dedicati e custoditi da reparti specializzati. Oggi, invece, gran parte delle sezioni operano in regime di promiscuità con altri circuiti detentivi. Il piano prevede quindi la chiusura delle sezioni miste e la concentrazione dei detenuti in sette istituti dedicati sull’intero territorio nazionale, riducendo le regioni coinvolte da otto a cinque. In questo quadro, la Sardegna resta uno dei nodi più delicati. Attualmente i detenuti in 41-bis sono distribuiti tra Sassari, Nuoro e Cagliari Uta e il progetto del Ministero prevede che proprio questi istituti diventino strutture interamente dedicate al regime speciale. Una scelta che, se attuata, comporterebbe una concentrazione significativa nell’isola, già oggi tra le regioni con il più alto numero di detenuti al 41-bis in rapporto alla popolazione residente. A nome della Regione è intervenuta in Conferenza l’assessora Rosanna Laconi, in rappresentanza della presidente Alessandra Todde, esprimendo una contrarietà netta e motivata. Il primo punto sollevato riguarda il mancato coinvolgimento istituzionale: la Regione, è stato sottolineato, non è stata consultata nonostante la rilevanza delle ricadute territoriali, e le richieste di confronto avanzate dalla presidente non avrebbero avuto risposta. Al centro delle preoccupazioni c’è soprattutto il destino del carcere di Badu e Carros, a Nuoro. La sua eventuale trasformazione in istituto esclusivamente dedicato al 41-bis comporterebbe, secondo la Regione, la concentrazione di una popolazione carceraria estremamente pericolosa in un’area considerata fragile dal punto di vista sociale ed economico. Un’ipotesi che rischia di segnare il territorio, alimentando l’idea di una Sardegna ridotta a “isola-carcere”, una logica che l’assessora ha respinto richiamando anche il passato dell’Asinara e il percorso di sviluppo che l’isola sta cercando di portare avanti. Un altro nodo cruciale riguarda la sanità. Rosanna Laconi, parlando anche da medico, ha evidenziato l’inadeguatezza strutturale del sistema sanitario regionale a reggere un’ulteriore pressione. L’accesso di un detenuto al 41-bis a un pronto soccorso o a una struttura ospedaliera comporta procedure di sicurezza tali da “bloccare” interi reparti, in un contesto in cui la sanità sarda è già in sofferenza sia per la popolazione generale sia per la gestione della detenzione ordinaria. Sul piano sociale, è stato inoltre sollevato il rischio di infiltrazioni criminali indirette. La Regione teme che il trasferimento dei detenuti più pericolosi possa innescare, nel tempo, lo spostamento di familiari ed entourage, con la possibilità di riattivare dinamiche delinquenziali che la Sardegna ha già conosciuto e che oggi fatica a contrastare. Alle obiezioni sarde, il Governo ha replicato rivendicando le ragioni di sicurezza nazionale che avrebbero imposto riservatezza nella fase iniziale del progetto, assicurando però l’avvio di un confronto con la Regione a partire dalle prossime settimane. Delmastro ha inoltre contestato l’ipotesi di un trasferimento delle famiglie dei detenuti al 41-bis, sostenendo che, secondo i dati del Ministero, questo fenomeno non si verifica per il regime speciale, poiché i legami criminali vengono mantenuti nei territori di origine. Anzi, la concentrazione in istituti dedicati, presidiati esclusivamente dai reparti specializzati del Gom, secondo il Governo aumenterebbe il livello di sicurezza complessivo. “Una scelta gravissima per il territorio - ha detto la presidente Alessandra Todde -. Una punizione per una città, per un territorio e per un’isola che faticosamente stanno rialzando la testa”. Il 3 dicembre - ricorda la governatrice “ho scritto alla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni per contestare il trasferimento in Sardegna di un numero elevato di detenuti al 41-bis, senza ottenere alcuna risposta e prima ancora avevo chiesto al ministro della Giustizia l’apertura di un confronto formale, che era stato garantito e poi disatteso. Non solo non mi sono state fornite risposte o rassicurazioni ma sono stata accusata di allarmismo. È una scelta inaccettabile” conclude Todde. Sardegna. Caso 41-bis, l’isola come braccio duro dello Stato: la storia si ripete di Gianni Bazzoni La Nuova Sardegna, 19 dicembre 2025 Nel 1992 arrivarono all’Asinara 154 detenuti per reati di mafia, poi anche Totò Riina. È una storia che si ripete. Dall’Asinara fino a oggi. Dal 1992 quando il regime penitenziario 41bis è stato introdotto come misura straordinaria per contrastare la criminalità organizzata. In particolare l’isola che ricade nel territorio comunale di Porto Torres che aveva in quel periodo dismesso le strutture di Fornelli - temutissime dai capi della criminalità organizzata - venne rimessa al centro della lotta alla mafia. Dopo le stragi di Capaci e di via D’Amelio in cui persero la vita i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, il supercarcere venne riaperto a pieno regime per accogliere appunto i 41bis. Fu il primo passo per sperimentare l’efficacia degli strumenti ritenuti necessari per interrompere i collegamenti tra i detenuti mafiosi e le organizzazioni esterne. “Se non ci fosse stata l’uccisione di Paolo Borsellino e della sua scorta non so se il Parlamento avrebbe mai approvato la conversione in legge del 41bis. La strage di Capaci non era bastata”. Claudio Martelli, esponente socialista, era ministro della Giustizia quando all’indomani delle stragi del ‘92 fu istituito il 41bis per i mafiosi. “Non si tratta di una misura punitiva, ulteriormente afflittiva rispetto alla pena da scontare, che sarebbe incostituzionale, ma di una misura preventiva il cui scopo è recidere i rapporti tra i mafiosi detenuti nelle carceri e la loro organizzazione fuori dal carcere. È per questo che la proposi. Erano gli anni in cui i boss comandavano dalla galera”, disse il ministro. Martelli firmò i primi provvedimenti del 41bis (per 37 detenuti) il giorno dopo la strage di via D’Amelio nella quale persero la vita anche gli agenti della scorta di Paolo Borsellino, tra cui Emanuela Loi. Introdotto come misura temporanea, il 41bis venne trasformato in misura permanente dieci anni più tardi e nel 2009 subentrarono ulteriori restrizioni compresa quella della limitazione dei colloqui con i familiari. Il carcere dell’Asinara ha rappresentato sicuramente il luogo dove il 41bis ha trovato l’applicazione più decisa, complice il doppio isolamento e le difficoltà nei trasporti e nelle comunicazioni. La riapertura di Fornelli fu caratterizzata da ritmi caotici: in pochi giorni arrivarono con voli speciali dedicati 154 boss. Il trasferimento avvenne a gruppi di 50, con gli elicotteri. L’Asinara si risvegliò improvvisamente come braccio duro dello Stato, perché fino al 1991 era rimasta come colonia penale agricola con detenuti cosiddetti “comuni”. L’Asinara - nell’interesse dello Stato, come il libro inchiesta di Vittorio Gazale che proprio in questi giorni ha vinto il premio Piersanti Mattarella - venne scelto come luogo esemplare per fare pagare i conti ai boss. E infatti tra quelli che sbarcarono nell’isola-carcere ci fu anche il capo dei capi Totò Riina. Per lui venne disposto un isolamento (anche diurno) ancora più severo rispetto a quello riservato agli altri detenuti del 41bis. Appena sceso dall’elicottero, realizzato il luogo dove era stato inviato, il boss si mise le mani sulla faccia. Diversi i detenuti che all’Asinara scelsero la strada della collaborazione, tra i primi Santino Di Matteo. L’Asinara ha chiuso il carcere nel 1998, è diventato Parco nazionale. Ma in più riprese ci sono stati tentativi da parte del ministero e del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria di riattivare il carcere. Progetti falliti grazie alla progressione del Parco nazionale che non ha più lasciato spazio a ripensamenti. Emilia Romagna. Formazione digitale in carcere: creare una seconda opportunità per i reclusi parmatoday.it, 19 dicembre 2025 Dodici edizioni in serre diverse sedi sperse sul territorio dell’Emilia-Romagna; 128 persone coinvolte, 27 donne e 101 uomini, delle quali ben 75 hanno portato a termine il percorso formativo con successo. Sono i numeri che riassumono l’attività di Pro.Digi, il progetto di formazione digitale rivolto alle persone in esecuzione penale, o sottoposte a misure di comunità, selezionato e sostenuto dal Fondo per la Repubblica Digitale - Impresa sociale, e promosso da Aeca (capofila), Cefal Emilia-Romagna e Ciofs Fp Emilia-Romagna Ets. Il progetto, che punta a creare una seconda opportunità per persone in situazione di fragilità, accompagnandole a maturare competenze digitali per la cittadinanza e l’inclusione, oltre che finalizzate al reinserimento lavorativo, ha preso il via nel maggio del 2024 presso la sezione di Alta Sicurezza degli Istituti Penitenziari di Parma, ed è poi stato replicato altre due volte nel carcere parmense, per tre edizioni a Fidenza, nella struttura terapeutica Casa di Lodesana; alla Sezione femminile della Casa Circondariale di Bologna “Rocco D’Amato”, alla Casa Circondariale Costantino Satta di Ferrara, per due volte al carcere di Reggio Emilia, al carcere di Castelfranco Emilia (MO) e presso la struttura residenziale di via della Beverara 129, a Bologna. In tutte le strutture sono stati realizzati, grazie ai fondi del Fondo per la Repubblica Digitale - Impresa sociale, laboratori informatici dotati di pc e stazioni di ricarica che hanno permesso ai corsisti di godere gratuitamente delle tre fasi del progetto formativo: La prima di riallineamento delle competenze dei partecipanti con corsi di lingua italiana o di pre-alfabetizzazione digitale; la seconda con moduli di formazione digitale, oltre che con cicli di accompagnamento orientativo; la terza fase con il supporto ai corsisti nel loro percorso di inserimento lavorativo, in collaborazione con gli enti partner. Ad oggi risulta che 15 delle persone coinvolte nel progetto abbiano visto realizzato il proprio progetto di inserimento lavorativo, grazie anche alle competenze apprese frequentando Pro.Digi. Sono tante le soddisfazioni che docenti e corsisti si sono portati a casa da questa esperienza A Casa di Lodesana uno dei corsisti era incredulo dopo aver ricevuto la telefonata di una carrozzeria che gli offriva un posto di lavoro esattamente 37 minuti dopo aver inviato il suo Curriculum appena finito di redigere con l’aiuto dei formatori. Al carcere di Ferrara, un formatore racconta di come durante la simulazione di un colloquio di lavoro, un detenuto molto timido sia riuscito a presentarsi con sicurezza, suscitando un’esplosione di entusiasmo e ricevendo l’incoraggiamento e da parte dei compagni di corso. È emblematica la storia di A.M. una giovane donna che ha iniziato a frequentare le lezioni di Pro.Digi presso il carcere femminile di Bologna. Tornata in libertà, A.M. ha interrotto la frequenza, ma la sua passione per la tecnologia, e la sua voglia di tornare a mettersi in gioco iscrivendosi all’università, l’hanno convinta a chiedere di poter concludere il percorso, e di poter così approfondire ulteriormente e scoprire nuove applicazioni dell’informatica, che le saranno utili nella vita di tutti i giorni. Così A.M. ha continuato il suo percorso in via della Beverara e ora è felicemente iscritta all’Università di Bologna nella facoltà di Scienze della formazione e sta lavorando in un doposcuola cittadino. Gli esiti del progetto Pro.Digi sono stati diffusi ieri, nel corso dell’evento conclusivo del progetto, intitolato “Formazione digitale in carcere: un’opportunità di riscatto sociale”, e svoltosi presso gli spazi dell’Associazione Baumhaus, a Bologna. Hanno partecipato come relatori, oltre ai rappresentanti di AECA, CEFAL Emilia-Romagna e CIOFS FP Emilia-Romagna ETS, anche Luigi Vitellio, Direttore Operativo dell’ITS Academy Adriano Olivetti; Francesca Romana Valenzi, Dirigente Ufficio III Detenuti e Trattamento del Prap Emilia-Romagna e Marche; Antonella Cortese, Responsabile di Liberi Dentro Eduradio & TV e Francesca Ragazzini - Resp. Area Interventi formativi e per l’occupazione Reg. Emilia-Romagna. Ha tirato le somme Francesco Urban - Responsabile di progetto e Referente per il monitoraggio dei progetti Fondo per la Repubblica Digitale - Impresa Sociale. “In Italia oltre il 54% della popolazione tra i 16 e i 74 anni non possiede competenze digitali di base, un dato superiore alla media Ue - sottolinea Martina Lascialfari, Direttrice Generale del Fondo per la Repubblica Digitale Impresa sociale -. La rapida diffusione di nuove tecnologie, come l’Intelligenza Artificiale, ha inoltre accentuato il divario tra le competenze acquisite e quelle richieste dal mercato del lavoro, contribuendo alle difficoltà occupazionali dei target più fragili della popolazione. Per contribuire a contrastare questi effetti negativi e coglierne tutte le opportunità è nato il Fondo per la Repubblica Digitale, una partnership tra pubblico e privato sociale (Governo e Associazione di Fondazioni e di Casse di risparmio - Acri), alimentato da versamenti delle Fondazioni di origine bancaria, alle quali viene riconosciuto un credito di imposta. In particolare il bando Prospettive, nell’ambito del quale è stato selezionato e sostenuto il progetto Pro.Digi, ha accompagnato lo sviluppo delle competenze digitali di donne e uomini disoccupati e inattivi tra i?34 e i 50 anni per offrire loro migliori opportunità e condizioni di inserimento e permanenza nel mondo del lavoro. Il sostegno a Pro.Digi, rivolto principalmente a persone in esecuzione penale o sottoposte a misure di comunità, si inserisce quindi in un più ampio impegno volto a fare del digitale una reale opportunità e leva di inclusione per il Paese, senza lasciare indietro nessuno”. “Il generale apprezzamento che abbiamo riscontrato, nelle carceri e fuori da esse, per Pro.Digi - racconta Giacomo Sarti di Cefal, Coordinatore dell’equipe multiprofessionale del progetto - ci fa capire come vi sia un gran bisogno di fornire alle persone che vivono in una situazione di fragilità e di emarginazione più o meno prolungata, i necessari strumenti per affrontare con maggiore sicurezza le sfide del lavoro e, più in generale, della vita. Pro.Digi ha svolto un ruolo sociale importantissimo, e ci auspichiamo che possa diventare un modello formativo da imitare e da replicare in tutte le carceri italiane, e anche al di fuori di esse.” Il Fondo per la Repubblica Digitale è una partnership tra pubblico e privato sociale (Governo e Associazione di Fondazioni e di Casse di risparmio - Acri), che si muove nell’ambito degli obiettivi di digitalizzazione previsti dal PNRR e dal PNC ed è alimentato da versamenti delle Fondazioni di origine bancaria, alle quali viene riconosciuto un credito di imposta. Il Fondo seleziona e sostiene progetti di formazione e inclusione digitale per diversi target della popolazione come NEET, donne, disoccupati e inattivi, lavoratori a rischio disoccupazione a causa dell’automazione, studenti e studentesse delle scuole secondarie di primo e secondo grado, operatori dell’economia sociale, persone detenute e in condizioni di vulnerabilità. L’obiettivo è sperimentare progetti di formazione e inclusione digitale e replicare su scala più vasta quelli ritenuti più efficaci in modo tale da offrire le migliori pratiche al Governo affinché possa utilizzarle nella definizione di future politiche nazionali. Per maggiori informazioni fondorepubblicadigitale.it Reggio Emilia. Suicida nella Rems a 24 anni. Il Garante: “Questo evento ci faccia riflettere” di Stella Bonfrisco Il Resto del Carlino, 19 dicembre 2025 Il giovane indiano con problemi psichiatrici era stato arrestato per un furto di bicicletta a Piacenza. Il monito del Garante regionale dei detenuti: “La struttura di Reggio è un’eccellenza, interroghiamoci tutti”. Si è tolto la vita a 24 anni, alle 17 dello scorso martedì, nella Rems - residenza esecuzione misure di sicurezza, che fa capo all’Ausl - di via Montessori. Il giovane, di origine indiana, si chiamava Shekhawat Manvendra Sing. Si tratta del primo caso che accade in regione a un paziente costretto in misura di sicurezza giudiziaria, nell’unica Rems presente in Emilia-Romagna. “È un evento drammatico che deve scuotere l’animo di tutti - commenta Roberto Cavalieri, garante regionale per i detenuti - e farci interrogare perché la struttura di Reggio rappresenta il massimo valore sanitario e sociale che una regione può dare a persone con problematiche psichiatriche e che hanno inconsapevolmente compiuto reati. Un fatto come questo deve portare a chiederci perché questi esseri umani sono storie di sofferenza che durano da ben prima della loro carcerazione o del loro ingresso in Rems. Tra l’altro, gli operatori sanitari si sono immediatamente operati per sostenete gli altri pazienti della struttura”. Cavalieri, qual è la storia che ha portato Shekhawat Manvendra Sing a questo tragico epilogo? “Va detto prima di tutto che Shekhawat Manvendra Sing aveva da sempre dimostrato un comportamento anticonservativo e per questo all’interno della struttura c’era una fortissima attenzione nei suoi confronti. È bastato che si sia sottratto un attimo al controllo per andare in bagno, dove è riuscito a togliersi la vita”. Perché era ricoverato qui? “Si trovava in Italia, in Lombardia, per motivi di studio. La famiglia non è qui e l’unico parente in Italia è uno zio che vive nel cuneese. Aveva commesso un piccolo reato in provincia di Piacenza, un furto di una bicicletta. Aveva però opposto resistenza alle forze dell’ordine. Era stato poi portato in carcere a Piacenza, dove era subito emerso un disturbo psichiatrico piuttosto grave, tant’è che era stata richiesta una perizia che lo aveva dichiarato incapace di intendere e volere. Da qui il ricovero alla Rems di Reggio, proprio perché era emerso che si trattava di una persona con necessità di tipo sanitario e con una pericolosità soprattutto personale”. Sarà disposta un’autopsia per accertare le cause della morte? “No, perché la dinamica è molto chiara”. Più in generale, qual è la situazione dei suicidi nelle carceri? “In generale il dato dei suicidi in carcere è in flessione, a livello nazionale. Da 96 dello scorso anno a 76 di questo che ormai è al termine. Ma questi numeri non devono rassicurare affatto, perché il suicidio rimane sempre il termometro del disagio e del dolore in carcere”. Milano. Cosa sta succedendo al carcere di Bollate e perché il suo modello è a rischio di Giulia Ghirardi fanpage.it, 19 dicembre 2025 Il trasferimento “temporaneo” di circa 140 detenuti al carcere di Bollate potrebbe compromettere il suo modello rieducativo. Ecco cosa sta succedendo. Negli ultimi vent’anni il carcere di Bollate si è affermato come l’eccezione che conferma la regola: un istituto capace di mettere al centro la rieducazione della persona, il lavoro e la responsabilizzazione dei detenuti. Un vero e proprio modello virtuoso capace di puntare alla funzione rieducativa che dovrebbe essere sottesa alla detenzione, evitando di concepire la pena come puro contenimento. Oggi, però, questo modello potrebbe essere a rischio. Qualche giorno fa, infatti, è stato segnalato a Fanpage.it il trasferimento a Bollate di circa 140 detenuti provenienti da San Vittore. Uno spostamento che, sulla carta, risulta essere “temporaneo”, ma che ha già costretto l’istituto a riorganizzare spazi, celle e regole interne. Un intervento tampone dettato dall’urgenza che, però, rischia di avere conseguenze ben più profonde sul carcere che per anni è stato considerato un modello virtuoso a livello nazionale. Cosa sta succedendo a Bollate - Tutto nasce da un’emergenza contingente. Qualche giorno fa a San Vittore, uno dei principali carceri milanesi, alcuni agenti hanno avvertito calore anomalo e individuato delle fiamme in un’intercapedine. Così è stato scoperto un grave problema all’impianto elettrico che ha reso inagibile un intero reparto del carcere. La diretta conseguenza è stata lo spostamento immediato di circa 140 detenuti, trasferiti “temporaneamente” a Bollate. Una soluzione logistica, dettata dalla “vicinanza geografica e dal fatto che Bollate risultava meno sovraffollato rispetto ad altri istituti”, ha spiegato a Fanpage.it Luigi Pagano, Garante dei detenuti di Milano. Il termine “temporaneo”, però, in carcere è spesso elastico. E, infatti, oggi nessuno è in grado di dire con certezza quanto si prolungherà questa situazione. I danni strutturali a San Vittore sono seri: serviranno perizie, appalti, fondi e lavori. “Tempi lunghi”, ha commentato il Garante a Fanpage.it, sottolineando che non si tratterà di un intervento rapido. Il modello Bollate è a rischio? - Nel frattempo, Bollate ha dovuto assorbire l’urto dell’emergenza. Oggi il carcere conta circa 1640 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 1400. Un sovraffollamento che, se paragonato ad altre realtà italiane, potrebbe sembrare fisiologico, ma che per Bollate rappresenta una novità potenzialmente pericolosa. Chi conosce Bollate sa, infatti, che il sovraffollamento non è mai stato parte del suo Dna. Celle pensate per una o due persone oggi ne ospitano quattro, cinque, in alcuni casi perfino otto. Un cambiamento che pesa non solo sugli spazi, ma anche sugli equilibri perché l’arrivo di nuovi detenuti, alcuni con fragilità psichiatriche o problemi di tossicodipendenza, ha creato alcune tensioni. Così, per evitare che la situazione degeneri e che venga messo in discussione l’impianto stesso del modello Bollate, l’amministrazione ha scelto una linea di contenimento: meno libertà di movimento tra i piani, più controllo, e l’invito a una convivenza pacifica. Una sorta di “piccolo SOS Bollate”, come lo hanno definito dall’interno. Il punto della questione, infatti, non è solo gestire l’emergenza. Il punto è capire se ci si trovi davvero di fronte a una parentesi o all’inizio di una trasformazione strutturale. Perché Bollate funziona proprio grazie a un equilibrio delicato: numeri sostenibili, risorse adeguate, un clima interno basato sulla fiducia e la responsabilità. Aumentare i detenuti significa ridurre, inevitabilmente, le risorse pro capite. E questo, secondo Pagano, “pone il rischio concreto di compromettere il virtuosismo dell’istituto”. “Non è una situazione che può essere estesa all’infinito, anche per limiti strutturali: spazi, servizi, personale sono tarati per un certo numero di persone”, ha aggiunto a Fanpage.it. Il continuo ricorrere a soluzioni tampone fa temere che Bollate venga utilizzato come valvola di sfogo del sistema, l’istituto “che regge tutto” perché funziona. Ma fino a quando? Il rischio, secondo chi vive e osserva da vicino questa realtà, è che l’eccezione venga normalizzata, che Bollate venga progressivamente assimilato a “uno dei tanti carceri”, cancellando così i tanti risultati costruiti negli ultimi anni. “L’esperimento Bollate non è in discussione”, ha però rassicurato il direttore del carcere, Giorgio Leggieri. “È vero che i numeri sono tanti, ma non è una condizione sufficiente a mettere in discussione il modello organizzativo dell’Istituto”. La speranza, dunque, è che Leggieri abbia ragione e che la situazione sia effettivamente “temporanea” e “sotto controllo”. Il pericolo, altrimenti, è che Bollate smetta di essere un laboratorio di rieducazione per trasformarsi nell’ennesima risposta emergenziale a un sistema penitenziario ormai in affanno. Palermo. Housing sociale per detenuti a rischio chiusura: appello per la proroga ilmediterraneo24.it, 19 dicembre 2025 Il progetto “Ortis 2.0” si conclude il 31 dicembre. L’associazione Un Nuovo Giorno chiede una proroga al Dipartimento Famiglia della Regione Sicilia per evitare il rientro in carcere degli ospiti e garantire la continuità di un percorso di reinserimento sociale. Novanta persone detenute, in quasi quattro anni, hanno avuto la possibilità di abitare insieme ad altri, fare attività di volontariato e tirocini lavorativi per il reinserimento sociale a fine pena. Tutto questo è stato possibile grazie, alla nascita dell’Housing Sociale per le persone detenute in esecuzione di pena esterna, realizzato con il progetto “Ortis 2.0” in continuità con il progetto “Ortis L’orto della spazzina” che, adesso il 31 dicembre si conclude. Il progetto, portato avanti dall’associazione Un Nuovo Giorno, è stato cofinanziato da Cassa delle Ammende e dalla Regione Sicilia Dipartimento della Famiglia e delle Politiche Sociali. Se non avviene una sua proroga, in attesa dell’uscita del bando, il rischio forte è di vanificare tutto il lavoro, fino a questo momento, portato avanti, facendo tornare in carcere le persone attualmente ospiti dell’housing. Questa mattina, un appello alle istituzioni competenti, è stato rivolto, nel corso di un sit-in avvenuto dentro l’Housing sociale a cui hanno partecipato gli operatori dell’associazione e 14 persone detenute. Fra gli altri, era presente il cappellano del carcere Pagliarelli fra’ Loris D’Alessandro. L’associazione, in questi giorni, ha ricevuto numerose lettere da parte degli ospiti dell’Housing, nelle quali viene espressa la richiesta che la struttura non venga chiusa. “Ho fatto più di 15 anni di carcere in vari penitenziari - dice Antonio Simone di 44 anni -. Adesso, mi rimane da scontare solo l’ultimo mese. In carcere, ho visto parecchie cose brutte e ho vissuto molte sofferenze lontano dalla famiglia e da un figlio che non ho potuto crescere. Non credevo più a niente ma, da quando sono andato in Housing, la mia vita è cambiata completamente. In questo posto, grazie agli operatori, ho riacquistato la mia speranza per una vita migliore rispetto al passato”. “Dallo scorso novembre mi trovo in Housing - continua Ferdinando Lo Jacono, padre 5 figli, di 54 anni che ha una messa in prova - dove mi trovo, finora, molto bene con tutti gli altri compagni accolti nella struttura. Non avendo una residenza adeguata perché ho una occupazione abusiva, in alternativa, sarei dovuto entrare in carcere”. “Rispetto al carcere, è davvero un altro mondo che ti permette di essere seguito bene dagli operatori - aggiunge Marco Firemi di 28 anni. Ho avuto la possibilità di dedicarmi a tante attività di volontariato. Fra 5 giorni sarò un uomo libero. Grazie al tirocinio lavorativo presto lavorerò dentro un panificio”. “Chiudere questa struttura sarebbe un vero e proprio dramma - sottolinea fra’ Loris D’Alessandro, cappellano del carcere Pagliarelli - perché ci sono persone che hanno iniziato un percorso nuovo che è una vera e propria rinascita per una vita più dignitosa. Resta una alternativa molto valida rispetto al carcere che, purtroppo, per il sovraffollamento ha diverse criticità”. “Abbiamo chiesto al Dipartimento della Famiglia e Politiche Sociali della Regione Sicilia, prendendo le economie di progetto - afferma Antonella Macaluso referente dell’associazione Un Nuovo Giorno - di avere una proroga fino al 31 marzo per almeno 12 persone e non 25 come da progetto. Tutto questo, in attesa che esca il terzo bando a cui parteciperemo per dare continuità alla vita del Housing ed a tutte le attività connesse a questo. Vorremmo continuare ad accompagnare in autonomia queste persone che, di fatto, rischiano di rientrare nuovamente in carcere. L’Housing Sociale resta, per la Sicilia, una importante alternativa al carcere che fa bene alla persona. In tanti, infatti, sono coloro che oggi hanno una vita diversa”. Bergamo. “InConTra”, la giustizia della mediazione di Michela Offredi L’Eco di Bergamo, 19 dicembre 2025 Vent’anni di giustizia riparativa, tra riconoscimenti e prospettive: il 2025 è stato un anno speciale per InConTra ets - Centro di giustizia riparativa e mediazione umanistica studi ricerche e pratiche, conclusosi con il “Premio Bergamo Terra del Volontariato” nella categoria Associazioni socie Csv e assegnato in occasione dell’evento finale degli Stati generali del volontariato bergamasco 2025 di Csv Bergamo. La storia di InConTra inizia “quando l’intuizione del cappellano del carcere di allora don Virgilio Balducchi porta alla creazione, in seno alla Caritas bergamasca e con un gruppo di 12 volontari, di un Centro di giustizia riparativa di Bergamo per gli adulti”, ricorda il vicepresidente Filippo Vanoncini. Nasce così uno spazio capace di affrontare i conflitti mettendo al centro le persone, non solo le procedure. L’obiettivo era dare il via a un modo nuovo di guardare alla giustizia attraverso un orizzonte capace di intravedere non solo la spada e la bilancia ma l’incontro e il dialogo fra chi ha fatto del male e chi l’ha subìto, come possibilità per attivare responsabilità e aprire al futuro. Nel tempo il progetto è cresciuto: “Dopo una decina di anni abbiamo organizzato una Summer School per creare uno spazio multidiscipliare di riflessione in cui docenti italiani e stranieri potessero aprire degli squarci”, afferma. Anche formando altri Centri nel Nord Italia, da Reggio Emilia a Padova, contribuendo a creare una rete stabile di competenze e pratiche condivise. Parallelamente InConTra ha aperto uno e mille spiragli culturali: nelle scuole di tutta la provincia, nelle parrocchie, nelle comunità locali e persino in collaborazione con istituzioni artistiche come Gamec e Fondazione Bernareggi. Nel 2021 ha preso forma il Manifesto per “una città riparativa”, rinnovato e rilanciato nel ventennale con un convegno a fine novembre. “È uno strumento di ingaggio - sottolinea - che invita istituzioni e cittadini a diventare “sentinelle del territorio”, capaci di riconoscere i conflitti, costruire legami e promuovere cultura del dialogo”. Non un testo simbolico dunque ma un impegno concreto. Nel 2023 il Centro si è costituito in Ets e nel 2025 è arrivato il riconoscimento ministeriale di InConTra come Centro di giustizia riparativa. L’associazione ha poi avviato una collaborazione con Chernivtsi, città sul confine tra Ucraina e Romania ricca di commistioni e identità culturali, impegnata anch’essa nello sviluppo di percorsi riparativi in un contesto segnato dalla guerra. “A volte ci sentiamo un po’ controcorrente rispetto al sentire comune - conclude Vanoncini. Ma, vedere come il tema della giustizia riparativa sia entrato nel linguaggio e nella sensibilità della città e della popolazione, è sorprendente”. E ben racconta come il lavoro di questi vent’anni ha messo radici. Perugia. Il “modello riparativo” che unisce città e carcere di Riccardo Liguori lavoce.it, 19 dicembre 2025 Una delegazione della Caritas diocesana di Perugia-Città della Pieve si è recata, dal 2 al 4 dicembre, in Sardegna, a Tempio Pausania (Ss), per studiare da vicino una delle esperienze più significative di Giustizia riparativa (Gr) in Italia. Una tappa importante del progetto “Semi di Carità” della Caritas perugina inerente all’ambito della Gr, finanziato dalla Cei fondo 8xmille, dopo le precedenti visite compiute a Trento, Bolzano e Lecco tra ottobre e novembre 2025. A Tempio Pausania, Sveva Stancati, delegata del Comune di Perugia alla Consulta nazionale per la Gr, Fabiana Cruciani, dirigente scolastica dell’Istituto Tecnico Tecnologico Statale Itts “A. Volta” di Perugia, don Marco Briziarelli, direttore della Caritas diocesana, con i suoi collaboratori Alfonso Dragone Silvia Bagnarelli e Sara Capponi, hanno colto tre sguardi diversi - istituzionale, educativo e pastorale - per osservare un territorio che negli ultimi anni ha costruito un modello di dialogo riconosciuto a livello nazionale. Una frattura diventa ponte - La storia di Tempio Pausania come “città riparativa” affonda le radici in un momento di tensione: la nascita della nuova Casa circondariale di Nuchis, la struttura di massima sicurezza, inaugurata ufficialmente nel 2012, che aveva inizialmente provocato timori e resistenze nella popolazione. Il rischio era una frattura profonda tra comunità esterna e carcere. Da quell’inizio difficile è nato invece un percorso inedito. L’Amministrazione comunale, guidata oggi dal sindaco Giovanni Antonio Giuseppe Addis, insieme alla direzione del carcere, ha scelto la strada del dialogo. Sono nati così gli incontri di comunità, tavoli aperti a cittadini, persone detenute, studenti, volontari e professionisti. Un processo che ha gradualmente trasformato diffidenze e stereotipi in conoscenza reciproca. “Rispetto, libertà e speranza sono le parole chiave della nostra città - ha spiegato la vice sindaca Anna Paola Aisoni. Superare il pregiudizio è ancora la sfida più complessa, ma anche la più necessaria”. I momenti della visita - Nel corso dei tre giorni la delegazione perugina ha incontrato alcuni protagonisti del percorso riparativo tempiese. La professoressa Patrizia Patrizi, psicologa giuridica della Facoltà di Scienze umane e sociali dell’Università di Sassari, tra le massime esperte italiane del settore, ha illustrato l’evoluzione storica del progetto: dagli incontri iniziali all’ingresso progressivo dei cittadini, fino al coinvolgimento delle scuole superiori e dell’Università. “La storia di Tempio Pausania come città riparativa nasce dall’aver accolto e preso atto di qualcosa che stava avvenendo - ha raccontato Patrizi - . Abbiamo coinvolto le persone sia dentro che fuori dal carcere. Ne è derivata una conoscenza reciproca, perché un problema può essere affrontato meglio insieme piuttosto che gli uni contro gli altri. Successivamente hanno partecipato anche gli studenti universitari e delle superiori. Insieme abbiamo cercato di sviluppare i valori del rispetto per la dignità umana, della responsabilità e della solidarietà. Dialogare significa trovare spazi dove le persone possano parlare. Non per fare conferenze, ma per raccontare la loro esperienza”. La dottoressa Maria Luisa Scarpa, psicologa dell’Università di Sassari, ha offerto una lettura culturale del fenomeno, definendo Tempio Pausania “un laboratorio di trasformazione sociale, dove la giustizia non è più solo punizione ma costruzione di legami. La Gr è un percorso di comunità, un modo concreto per costruire relazioni più forti, responsabilità condivise e nuove possibilità per tutti”. Particolarmente stimolanti gli incontri con i “circles” degli studenti al “GM Dettori” di Tempio. Luigi Mara, facilitatore di Gr nelle scuole, ha raccontato il lavoro svolto nelle classi con incontri mensili legati alle attività realizzate nel carcere di Nuchis. “Una delle fragilità più evidenti della scuola italiana è la distanza tra studenti e docenti - ha spiegato. Con i circles proviamo a ridurre quella distanza attraverso il dialogo e l’ascolto reciproco”. La delegazione perugina - Per i rappresentanti perugini, il viaggio in Sardegna è stato un’occasione di confronto con un’esperienza consolidata, utile a definire nuovi percorsi sul proprio territorio. “La Caritas è chiamata a camminare nelle periferie, e la giustizia riparativa è una delle strade più concrete per farlo”, ha dichiarato don Marco Briziarelli, sottolineando come l’incontro con la realtà di Tempio Pausania confermi la necessità di una collaborazione stabile tra istituzioni, scuola, carcere e associazioni. Un laboratorio che fa scuola - La tappa di Tempio Pausania si inserisce in un percorso di studio che ha portato la Caritas di Perugia a visitare alcune delle realtà più avanzate nella diffusione della Gr. La città gallurese ha dimostrato che anche un territorio periferico può diventare un laboratorio di innovazione sociale quando riesce a unire comunità e istituzioni intorno ad un unico obiettivo. La visita si è conclusa con l’idea, condivisa da tutti, che la Giustizia riparativa non è un progetto da realizzare, ma un modo di vivere la comunità: un lavoro quotidiano fatto di dialogo, responsabilità e ascolto. Tempio Pausania, in questo, ha mostrato che la strada è possibile. Con il progetto “Semi di Carità”, promosso dalla Caritas diocesana di Perugia-Città della Pieve, e sostenuto dall’8xmille alla CEI, sta incoraggiando e favorendo la diffusione della cultura dei valori, dei principi e delle pratiche di Giustizia Riparativa. L’obiettivo è sviluppare modelli replicabili a Perugia e in Umbria per rafforzare la coesione sociale, prevenire i conflitti e favorire il reinserimento. Dopo Trento, Bolzano e Lecco, la visita a Tempio Pausania ha permesso di conoscere da vicino uno dei più significativi modelli italiani, fondato sul dialogo tra città, scuola e carcere. Incontri con istituzioni, scuole e operatori - Delegati istituzionali, dirigenti scolastici e operatori Caritas partecipano a momenti di confronto con esperti, amministrazioni, docenti, facilitatori e direzioni carcerarie per comprendere come costruire comunità “riparative”. Studio dei “circles” - Particolare attenzione è riservata ai percorsi educativi nelle scuole e nei quartieri della città con cerchi di parola, spazi di ascolto e laboratori che favoriscono responsabilità condivisa e gestione non violenta dei conflitti Analisi di collaborazioni territorio-carcere. Il progetto osserva modelli in cui cittadini, detenuti e operatori lavorano insieme per superare pregiudizi, creare dialogo e ricostruire legami sociali. Costruzione di una rete umbra - Le esperienze vissute alimentano un percorso volto a sviluppare anche a Perugia e in Umbria politiche, pratiche e alleanze che rendano la Giustizia Riparativa una prospettiva stabile e comunitaria. Bologna. Una nuova palestra per i giovani detenuti Zuppi: gesto che aiuta di Ludovica Brognoli Corriere di Bologna, 19 dicembre 2025 “Il territorio deve aiutare il carcere: per il bene e la sicurezza di tutti. Qualche volta prevale un’illusoria, ignorante e pericolosa idea: quella per cui invece bisogna alzare i muri e chiudere a tripla mandata. Il carcere deve essere aiutato a fare quello che deve fare, rieducare, guardare al futuro”. Sono le parole con cui il presidente della Cei, Matteo Zuppi, è intervenuto in occasione dell’inaugurazione di una nuova palestra all’interno del carcere minorile del Pratello: un luogo dedicato allo sport, completo di attrezzi, per circuiti funzionali, training individuali e preparazione atletica, che sarà dedicato ai giovani adulti detenuti e ai minori. Il finanziamento della palestra è stato sostenuto interamente dalla Caritas di Bologna, e infatti alla cerimonia di apertura ieri hanno partecipato il presidente della Caritas di Bologna, Matteo Prosperini, don Domenico Cambareri, cappellano dell’istituto minorile Piero Siciliani, oltre allo stesso Zuppi. L’inaugurazione della palestra, a pochi giorni da Natale, sembra quasi un regalo ai ragazzi detenuti, un gesto che, per Zuppi, fa parte di quelle cose “piccole ma importanti che servono ad aiutare a ricostruire quello che il male ha rovinato”. Costruire uno spazio di questo tipo, “non è un gesto contro la chiarezza e la certezza della pena: perché l’attenzione non è buonismo, è buon senso, è guardare al futuro, significa ricostruzione, questo deve fare il carcere proprio nell’essenza”. Proprio per questo motivo, la “speranza” del cardinale è che “queste collaborazioni crescano e che ci possa essere una duttilità per cui il carcere possa recepire queste presenze del territorio che aiutano il carcere stesso”. L’occasione, infine, è servita a Zuppi per commentare anche le trattative per la pace in Ucraina, ritornando sullo stesso concetto della speranza: “la speranza che si riesca a costruire un’architettura di pace, che si crei una pace giusta, che abbia delle sicurezze e delle garanzie che sono impossibili senza la comunità internazionale”. “L’auspicio sulla guerra in Ucraina - conclude - è che le trattative, anche se arrivano sempre tardi, portino a buon fine e che l’Europa che nasce dalla tragedia della guerra, e sa l’importanza del dialogo, svolga pienamente il suo ruolo”. Fermo. Il pranzo di Natale nel carcere è stellato: “Una festa unica” di Angelica Malvatani Il Resto del Carlino, 19 dicembre 2025 È una iniziativa nazionale che si tiene in 56 istituti di pena d’Italia e si rinnova da 12 anni, a Fermo è stato un appuntamento indimenticabile grazie alla partecipazione di chef e attori. Il pranzo di Natale è il momento dell’accoglienza per eccellenza, uno spazio di condivisione, un’esperienza di sentimenti e di emozioni. Tra le mura di un carcere lo è ancora di più, ieri alla casa di reclusione di Fermo c’era il pranzo delle grandi occasioni, firmato dagli chef stellati de Il tiglio, Enrico Mazzaroni e Sabrina Tuzi, in cucina fianco a fianco con i detenuti. Nel salone, in genere la palestra allestita per un’accoglienza in grande stile, le autorità del territorio, il prefetto D’Alascio, il presidente della Provincia Michele Ortenzi, l’assessore comunale Alessandro Ciarrocchi, il professor Glauco Giostra e poi i volontari, la Caritas, l’associazione Prison guidata da Chiara Casturani che ha curato tutto il progetto con i collaboratori, gli psicologi, le educatrici, gli agenti di polizia penitenziaria, tutti coloro che hanno a cuore la dignità delle persone, di tutte le persone. Su tutti Monsignor Armando Trasarti, l’unico vescovo emerito d’Italia a fare il cappellano in carcere, vero padre spirituale delle persone quando stanno in difficoltà. La direttrice, Serena Stoico, ha parlato di una giornata straordinaria, di un tempo in cui idealmente le mura di un carcere si aprono al mondo fuori e si condivide, nella diversità di ognuno, quello che c’è da mangiare. Il progetto del pranzo stellato è una iniziativa nazionale che si tiene in 56 carcere d’Italia, ‘L’altro pranzo’ è il titolo, per un momento di eccellenza grande che si rinnova da 12 anni. Mazzaroni è arrivato in mattinata, col suo consueto sorriso, si è mosso in cucina con l’aiuto di Sabrina Tuzi, emozionati gli aspiranti cuochi temporaneamente carcerati nell’osservare le mani sapienti degli chef, generosi gestori di un ristorante, il Tiglio di Montemonaco, che fa parlare di sé ben oltre i confini regionali. Nel menu, una polenta allestita come fossero vincisgrassi, l’agnello alle erbe della tradizione, il dolce lo ha curato il maestro pasticcere Roberto Cantalacqua, una trentina i detenuti che hanno partecipato e che hanno condiviso il pasto col resto del mondo che di solito non passa di qui. Una giornata del tutto speciale che si è accesa ancora di più all’arrivo di Cesare Bocci e Vittoria Belvedere, attori protagonisti dello spettacolo ‘Indovina chi viene a cena”, di scena al teatro dell’Aquila da questa sera e fino al 21 dicembre. Una grande emozione, una festa vera per chi non è abituato più da tempo ad essere al centro del mondo e per una giornata ha avuto sapori unici, sorrisi incredibili, incontri speciali e ricordi di cui fare tesoro. Milano. Porte della Speranza, il Vaticano a San Vittore per ripartire dopo l’incendio di Elisabetta Soglio Corriere della Sera, 19 dicembre 2025 A meno di una settimana dall’incendio che ha fatto chiudere un intero raggio di San Vittore, con 250 detenuti trasferiti in una notte, sarà il cardinale Josè Tolentino de Mendonça in rappresentanza della Santa Sede a inaugurare il 19 dicembre proprio davanti al carcere milanese la prima “Porta della Speranza” tra le dieci analoghe che saranno aperte davanti ad altrettanti istituti in Italia e in Portogallo. Doveva essere già in sé un simbolo di positività e volontà di ripartenza, ma ora lo sarà cento volte di più: a meno di una settimana dall’incendio che ha fatto chiudere un intero raggio di San Vittore, con 250 detenuti trasferiti in una sola notte e miracolosamente neanche un intossicato né un ferito, è proprio a San Vittore che una delegazione della Santa Sede arriva alle 16 di venerdì 19 dicembre per inaugurare la prima “Porta della Speranza” tra le dieci analoghe che saranno aperte davanti ad altrettante carceri in Italia e in Portogallo. Con questa opera progettata da Michele De Lucchi prende così ufficialmente avvio il progetto internazionale dedicato al dialogo tra arte, comunità carcerarie e società civile. “Porte della Speranza” è un progetto promosso dalla Fondazione pontificia Gravissimum Educationis del Dicastero per la cultura e l’educazione della Santa Sede in collaborazione con il Dap - Dipartimento amministrazione penitenziaria - e realizzata dal Comitato giubileo cultura educazione con Rampello & Partners grazie anche al contributo di Fondazione Cariplo. L’iniziativa inaugura così - alla presenza tra gli altri del cardinale Josè Tolentino de Mendonça, prefetto del Dicastero per la cultura, e del capo dipartimento Stefano Carmine De Michele per l’Amministrazione penitenziaria - un percorso artistico, educativo e sociale che si svilupperà in dieci carceri tra la fine del 2025 e il 2026. Il progetto - in connessione profonda con il magistero di papa Francesco che all’inizio del Giubileo aprì una Porta Santa nel carcere romano di Rebibbia - invita grandi interpreti della cultura contemporanea a creare una serie di “porte artistiche” in relazione diretta con gli istituti penitenziari. Le opere, installate davanti alle carceri coinvolte, diventeranno segni di passaggio e rigenerazione, rivolti ai detenuti e insieme all’intera comunità. Non a caso Leone XIV, presiedendo il 14 dicembre la Celebrazione eucaristica nel Giubileo dei detenuti, ha ricordato che “il carcere è un ambiente difficile e anche i migliori propositi possono incontrare tanti ostacoli, ma proprio per questo non bisogna stancarsi, scoraggiarsi o tirarsi indietro, bensì andare avanti con tenacia, coraggio e spirito di collaborazione. E ha sottolineato: “Sono molti a non comprendere ancora che da ogni caduta ci si deve poter rialzare, che nessun essere umano coincide con ciò che ha fatto e che la giustizia è sempre un processo di riparazione e di riconciliazione”. “Aprire una porta anche quando non esiste un muro - afferma il cardinale José Tolentino de Mendonça, prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione - significa riconoscere che nessuna vita è priva di futuro: con questo progetto desideriamo affermare che la speranza non è un ornamento ma una responsabilità condivisa, una possibilità che si rinnova proprio nei luoghi dove sembra più fragile”. La prima Porta della Speranza, firmata da Michele De Lucchi per il carcere di San Vittore, interroga il significato stesso della soglia come spazio di cambiamento. “Le porte mi hanno sempre affascinato: non sono un semplice elemento architettonico, ma una forma che racconta. Racchiudono l’idea del passaggio, dell’attesa, dell’inizio di un altrove”, spiega De Lucchi. E prosegue: “La Porta della Speranza è pura e solida presenza, senza muro. Non separa, non conduce, semplicemente è. Segna un luogo sospeso, aperto al possibile. Dichiarare che la trasformazione è accessibile significa riconoscere che ogni passaggio può aprire uno spazio di consapevolezza, attesa e rinascita”. L’opera si compone di due alti battenti semichiusi, privi di telaio, che evocano un varco aperto all’ignoto. Non una barriera ma fondamento di un passaggio, porta che non distingue un dentro e un fuori: è un’architettura senza muro, un invito a considerare la trasformazione come un cammino condiviso e non come un gesto isolato. Affinché la speranza non rimanga un concetto astratto, il progetto si articola su due direttrici complementari, interna ed esterna al carcere. All’interno degli Istituti di pena questa iniziativa darà vita a itinerari educativi, laboratoriali e pastorali capaci di accompagnare le persone detenute in un percorso di crescita personale con il coinvolgimento di tutte le realtà (educatori, cappellani, associazioni di volontariato e così via) che già operano a loro sostegno. Importante sarà anche l’azione per sviluppare le loro capacità tecniche, attraverso corsi di formazione realizzati in collaborazione con istituzioni di eccellenza come l’Accademia di Belle Arti di Brera e Alma - la Scuola internazionale di cucina italiana. Questi interventi permetteranno di offrire ai detenuti competenze importanti per il loro reinserimento a pieno titolo nella società. Le Porte della Speranza intendono esercitare un impatto anche all’esterno delle carceri. Vogliono essere la possibilità offerta all’opinione pubblica per entrare simbolicamente nella realtà del carcere superando i pregiudizi sui detenuti, comprendendo la necessaria funzione educativa, riabilitativa, umana degli Istituti di pena, così che siano sempre meno luoghi dimenticati, volutamente invisibili, periferie esistenziali, ma sempre più “visti” e centrali nelle preoccupazioni della politica, della società civile, nel volontariato, nell’educazione, nell’attivazione di risorse economiche ed educative, nella preghiera di chi vive la fede. “La speranza è un sentimento profondissimo, è il sentimento ultimo. Senza speranza - osserva il curatore artistico Davide Rampello - l’uomo non ha possibilità di progettare, di vedere la vita. Costruire, ideare, progettare dei monumenti - porte, soglie che bisogna oltrepassare - dedicati proprio alla speranza, vuol dire confortare, dare un senso profondo a questo sentire. Un invito a conservare e proteggere questo sentimento così prezioso, così vitale”. Dopo San Vittore, il progetto Porte della Speranza proseguirà coinvolgendo una significativa rosa di autori, chiamati a dialogare con altrettanti istituti: la sezione femminile di Borgo San Nicola di Lecce con Fabio Novembre; Regina Coeli a Roma con Gianni Dessì; Santa Maria Maggiore alla Giudecca, Venezia, con Mario Martone; Pagliarelli di Palermo con Massimo Bottura; Canton Mombello di Brescia con Stefano Boeri; Secondigliano a Napoli con Mimmo Paladino; la sezione femminile del Giuseppe Panzera di Reggio Calabria con Ersilia Vaudo Scarpetta. Ogni interprete, in accordo con le direzioni dei penitenziari, costruirà il proprio progetto a partire dall’ascolto dei detenuti e della comunità carceraria. Il progetto ha anche una dimensione internazionale. In Portogallo sono già state realizzate due residenze d’artista presso l’Istituto penitenziario scolastico di Leiria (che ospita una popolazione carceraria giovanile) a opera dell’artista Ilídio Candja e presso l’Istituto penitenziario di Tires, (riservato alle madri detenute con i propri figli), curato dall’artista Fernanda Fragateiro. L’intero percorso - dagli incontri nei penitenziari alla realizzazione delle opere - sarà raccontato in un film diretto da Giuseppe Carrieri e in una pubblicazione collettiva che raccoglierà testimonianze artistiche, contributi degli autori, interventi dei detenuti e riflessioni sul tema della speranza. Roma. “Benu”, fenici luminose nel carcere di Rebibbia di Ilaria Giaccone Il Manifesto, 19 dicembre 2025 L’installazione permanente di Eugenio Tibaldi nella Casa circondariale femminile. Un’iniziativa promossa, in occasione del Giubileo, dalla Fondazione Severino e la Fondazione Pastificio Cerere, con il patrocinio del Dicastero per la cultura e l’educazione della santa Sede e del ministero della Giustizia. In occasione del Giubileo, la Fondazione Severino e la Fondazione Pastificio Cerere, che dal 2022 collaborano per far entrare l’arte contemporanea negli istituti penitenziari italiani, hanno deciso di varcare la soglia anche della Casa Circondariale Femminile di Rebibbia “Germana Stefanini” di Roma con un importante e complesso progetto artistico patrocinato dal Dicastero per la cultura e l’educazione della santa Sede e dal ministero della Giustizia. Marcello Smarrelli, direttore artistico della Fondazione Pastificio Cerere e curatore ha voluto questa volta Eugenio Tibaldi, artista da sempre interessato agli spazi incerti e ai confini che opera in contesti di marginalità dai quali fa poi emergere nuove estetiche alternative dove nascono opere che, pur partendo proprio da ciò che la società considera difetti o anomalie, oltre ad essere condivise con la comunità di riferimento, restituiscono una visione di futuro e di speranza. Per oltre un anno e mezzo Tibaldi è entrato, osservando le strutture e incontrando le donne alle quali ha raccontato quale fosse il progetto: trovare un’immagine, antica e al tempo stesso nuova, che potesse rappresentare oltre che la speranza anche le loro storie, dense di emozioni e sentimenti. Invitate a disegnare/raccontare anche i loro pregi e difetti attraverso laboratori di lettura e disegno, si sono trasformate in protagoniste di un autoritratto “collettivo”, frutto del sapiente e bellissimo lavoro di assemblaggio di Eugenio Tibaldi. È nata così Benu, opera d’arte site-specific e ormai parte permanente del patrimonio di Rebibbia: due fenici riprodotte in altrettante sculture luminose su aste di oltre otto metri all’interno del perimetro carcerario, collocate in modo strategico (visibili dalle finestre delle stanze di pernottamento delle detenute, dagli uffici del personale dell’istituto e dall’esterno del carcere). “Abbiamo valutato tutti i coni visivi - spiega Tibaldi - sia dalle stanze di reclusione che all’esterno, volevamo che fossero veri “ponti visivi” fra il dentro e il fuori, un fuori, quest’ultimo, fatto di muri grigi e lunghissimi, normalmente e quotidianamente guardati (e rimossi) con distrazione, da chi passa. Dall’esigenza di attrezzi ginnici all’interno dell’Istituto, emersa durante i sopralluoghi, nasce l’idea di porre, negli spazi comuni, un certo numero di cyclettes che, messe a disposizione delle detenute, attraverso il movimento, potessero produrre l’energia necessaria a far accendere di notte le due sculture. È pedalando che le donne di Rebibbia decidono di parlare al mondo esterno dicendo “noi siamo qui, ci proviamo, abbiamo speranza e ce la faremo”. Quando vogliono darsi visibilità vanno a produrre l’energia che servirà - dopo il tramonto del sole, quando si torna in cella e la convivialità è finita, quando arriva l’”ora buia” - a illuminare lassù in alto, nel cielo sopra al carcere, due grandi fenici coloratissime e luminescenti. Autoritratto collettivo ed opera partecipata che attinge alle singole narrazioni che poi, tradotte ed assemblate da Eugenio Tibaldi, formano un’immagine iconografica nuova, fatta di lame (“le mie ali sono state spezzate, mi fidavo e sono caduta, tutto ciò che avevo creato è stato distrutto. Per questo le ali me le sono ricostruite di lame, per difendermi…”), di lacrime (“questa fenice rappresenta me stessa, il lato positivo nonostante i problemi catastrofici della mia vita e le lacrime che scorrono sono la mia forza”) ma anche di colori, di bocche e fiori misti a spine e artigli. La libera informazione è assediata: una minaccia la forza dei social di Nicoletta Verna La Stampa, 19 dicembre 2025 Il pluralismo è limitato nel digitale perché le piattaforme sono gestite da pochi grandi gruppi privati. Parlare di libertà di espressione, e di libertà tout court, ci pone di fronte a un nodo sostanziale. La libertà è un diritto, ovviamente, ma è anche un dovere. È una responsabilità, una scelta etica, un compito. Ce lo ricorda, fra i molti, Kant, che nella sua filosofia morale ripone la libertà nelle nostre motivazioni ad agire, ovvero nella decisione non forzata di obbedire alla legge di cui noi stessi siamo autori. Essere liberi significa in un certo senso dover essere liberi, cioè agire secondo il dovere morale o quello che Hans Jonas definirà principio di responsabilità: ogni gesto dell’uomo deve prendere in considerazione le conseguenze future delle sue scelte e dei suoi atti, in vista del bene comune. Questo riguarda la libertà in qualunque sua forma, e dunque anche la libertà di espressione, che è sì un diritto, ma anche un valore collettivo (dunque di ognuno) da tutelare e da difendere. Il fatto che la libertà di espressione sia sempre più a rischio, che quest’anno sia diminuita in 44 Paesi, che nel mondo ci siano 500 giornalisti in carcere e 46 siano stati uccisi, che in Italia nel primo semestre del 2005 il numero dei giornalisti minacciati sia aumentato del 78%, segna un momento cruciale della nostra storia: secondo il Democracy Index dell’Economist, su 167 Paesi solo 24 vivono in democrazie complete (non l’Italia, classificata come democrazia imperfetta). Fra i vari aspetti di questo tema gigantesco e complesso c’è, necessariamente, la responsabilità dei cittadini, intesa anche come l’attitudine di pensiero verso gli organi di informazione. Abbiamo chiaro il valore del pluralismo, dell’accesso all’informazione, della comunicazione libera? Siamo coinvolti nella difesa dei nostri diritti di base, e quanto? Se partiamo dall’assunto che informarsi sia anche un dovere civico, bisogna mettere in luce il forte vuoto di responsabilità, o più esattamente di fiducia, che permea la vita di molte persone. Su questo tema la fonte più autorevole è il Reuters Institute for the Study of Journalism dell’Università di Oxford, che pubblica annualmente il Digital News Report. La ricerca dice con chiarezza che in tutto il mondo, sia pure con le dovute distinzioni, gran parte del pubblico non si fida della maggior parte delle notizie. Per restare al nostro Paese, la percentuale di italiani che si dichiarano molto interessati alle notizie è crollata dal 74% nel 2016 a circa il 40% del 2024. Ingente (il 33%) anche la percentuale di soggetti che, semplicemente, rinunciano a informarsi, il cosiddetto news avoidance. Ed evitare le notizie significa essere sostanzialmente indifferenti anche al tema della libertà di stampa: se le news non sono rilevanti, non lo sarà nemmeno il come vengono diffuse. Questo è ancora più grave nel momento in cui la news avoidance e la deresponsabilizzazione vengono alimentate da interessi precisi. Sergio Mattarella alla Conferenza delle Ambasciatrici e degli Ambasciatori d’Italia ha denunciato che sono in atto attività di disinformazione e manipolazione volte, ad esempio, ad accreditare una presunta vulnerabilità delle opinioni pubbliche dei Paesi democratici. Si tratta di inediti ma opachi centri di potere con un’influenza sempre più ingente sui cittadini, specie quelli meno attivi e consapevoli, e dunque sulle scelte politiche del singolo Stato e internazionali. C’è un ultimo punto dell’atteggiamento del pubblico verso la libertà di espressione che merita un cenno, ed è quello, più sottile, messo in luce Umberto Eco in una “Bustina di Minerva” del 1995. Eco esaminava gli esiti del referendum sulla legge Mammì, quello che intendeva ridurre a una sola le reti tv nazionali che potevano essere possedute da un singolo soggetto. Si parlava ovviamente della Fininvest di Berlusconi, e lo scopo era evitare concentrazioni di mercato e di potere e aumentare il pluralismo. Vinse, come sappiamo, il “no”. “Quella sera”, scrive Eco, “riflettevo che se a un cittadino italiano medio fosse stata posta la domanda: preferisci che le televisioni private appartengano a uno solo o che esse esprimano il punto di vista di diversi proprietari?, la risposta sarebbe stata ovvia. Invece è accaduto il contrario”. E, nell’interrogarsi sulle cause, si risponde che chi ha votato no, così come gli astenuti, probabilmente non percepisce la televisione come soggetto politico, ma come puro elettrodomestico per l’intrattenimento. La propaganda per il no, infatti, era stata efficace perché non si basava su argomenti politici (tipo, appunto, la libertà di espressione) ma sulla promessa di continuare a offrire ai cittadini sempre più spettacoli, con testimonial come Mike Bongiorno e Vianello. Il problema della concentrazione, dice Eco, viene sottovalutato poiché non si riconosce alla TV il potere di orientare opinioni, emozioni e consenso. E, dunque, non pare rilevante un fatto che invece lo è: la proprietà dei media incide direttamente sulla libertà di espressione, perché limita il pluralismo ed è sempre, e necessariamente, legata alla politica. Oggi questo fatto è ancora più evidente: al posto della televisione agiscono piattaforme digitali, social e algoritmi, spesso controllati da pochi grandi gruppi privati. I social spingono ancora più della TV a trattare ogni notizia come intrattenimento perché tutto è misurato in engagement, le notizie competono con meme, video, pubblicità e vita privata, gli algoritmi premiano ciò che emoziona, non ciò che informa meglio. Il risultato è che la notizia non vale per la sua rilevanza pubblica, ma per la sua capacità di distrarre, radicalizzando ciò che Eco vedeva nella TV. E anche in questo caso il potere si manifesta non come censura esplicita, ma come selezione della visibilità, amplificazione di certi temi e marginalizzazione di altri. Un pezzo della crisi della libertà di espressione, allora, consiste forse anche in questo. In un potere comunicativo che si presenta come sempre più neutro, leggero, trasparente, accessibile, innocuo, mentre modella in profondità il dibattito democratico. E lo indebolisce. Il gioco d’azzardo è cattivo solo se sei all’opposizione di Gian Antonio Stella Corriere della Sera, 19 dicembre 2025 L’esecutivo ha varato nella manovra un “gioco” nuovo di zecca. Stavolta per finanziare Olimpiadi e Coni. “Io ho il vizio della coerenza!”, ha tuonato mercoledì in Senato la premier Giorgia Meloni. Immaginatevi quanto sarà indispettita contro la Giorgia Meloni leader di Fratelli d’Italia (un’omonima?) che quand’era all’opposizione urlava contro Renzi reo di “continuare a far cassa col gioco d’azzardo” il che “significa guadagnare oggi dei soldi facili, ma pagare domani dei costi sociali altissimi”. E sferzava: “Possiamo trattare il gioco d’azzardo come le sigarette? Possiamo vietare la pubblicità del gioco d’azzardo? Possiamo scrivere come facciamo sui pacchetti di sigarette che il fumo provoca il cancro e che le slot machine e il gioco d’azzardo producono miseria, povertà, droga, suicidio?”. Detto fatto il suo esecutivo, con il quale la “raccolta” dovrebbe salire nel 2025 a 170 miliardi “buttati” nell’azzardo (copyright Giorgia 2015), ha varato ora nella manovra un “gioco” nuovo di zecca. Stavolta per finanziare Olimpiadi e Coni. Scelta stangata da don Luigi Ciotti (“Vergogna! Questa è complicità nel sistema che rovina milioni di persone fragili”), dalla Consulta Nazionale Antiusura (“È inaccettabile che di fronte a un’emergenza sociale conclamata le istituzioni continuino a considerare l’azzardo come una leva fiscale, ignorando deliberatamente le conseguenze devastanti”) e dalla Caritas: “Finanziare lo sport ampliando l’azzardo è una scelta che preoccupa. Così si alimentano fragilità e sovraindebitamento. Nei nostri Centri di Ascolto incontriamo ogni giorno persone schiacciate dal sovraindebitamento”. Non bastasse tanta “coerenza” è confermata dalla scelta parallela del nome del nuovo “gioco”: “Win For Italia Team”. Perfetto, per una destra che voleva “il rilancio dell’italiano”, si era inventata il ministero del Made in Italy e voleva con Fabio Rampelli una legge che punisse fino a centomila euro “enti, grandi aziende, multinazionali” per l’uso dell’inglese in luogo dell’”amata lingua”. Wow! Il ddl Delrio sull’antisemitismo sposterà il focus dal contrasto dell’odio al controllo del dissenso di Luca Grandicelli Il Fatto Quotidiano, 19 dicembre 2025 Nel dibattito italiano delle ultime settimane è spesso sembrato che la proposta di legge del Senatore Graziano Delrio sia piovuta dal cielo in un cortile ben recintato da un folto gruppo di riformisti del Partito Democratico. Molti infatti hanno sostenuto la tesi per la quale tale ddl sia mezzo propedeutico a predisporre un piano di convergenza concettuale tra antisemitismo e antisionismo, sebbene il punto non sia assolutamente accademico, quanto piuttosto politico: nessuno sembra infatti voler constatare il rischio concreto che la nostra democrazia si doti di uno strumento capace di comprimere le libertà fondamentali nel nome della lotta all’antisemitismo. Un rischio, peraltro, già verificatosi altrove, documentato e misurabile, che oggi torna a bussare alla porta del Parlamento forte della necessità, agitata da molti settori politici e mediatici, di porre un rimedio al sempre più crescente sentimento anti-israeliano che sta attraversando l’Italia. In questo quadro, l’idea alla base del ddl è semplice quanto pericolosa: recepire integralmente nel sistema normativo italiano la definizione di antisemitismo dell’Ihra, delegando il governo a varare uno o più decreti legislativi per conferire alle autorità, in particolare all’Agcom, poteri straordinari di censura preventiva, rimuovendo i contenuti online incriminati entro 48 ore, istituendo forme di monitoraggio nelle scuole e nelle università e introducendo meccanismi di controllo che incidono direttamente sul diritto di espressione. Una definizione presentata come tecnica e condivisa, ma in realtà ampiamente contestata da giuristi, studiosi, organizzazioni per i diritti umani e istituzioni internazionali. A dimostrarlo è il lavoro del Centro Europeo di Sostegno Legale (Elsc), che già il 6 giugno 2023 pubblicò un rapporto basato su 53 casi documentati, tra il 2017 e il 2022, in Germania, Austria e Regno Unito, in cui individui e organizzazioni vennero accusati di antisemitismo per aver sostenuto i diritti dei palestinesi, criticato l’occupazione israeliana o il sionismo come ideologia politica. Pur essendo formalmente non vincolante, la definizione Ihra venne già allora utilizzata come base para-legislativa, costringendo gli accusati a lunghe difese legali poi concluse, nella maggior parte dei casi, con l’archiviazione delle accuse. I timori espressi nel rapporto trovano ancora oggi fondamento nella fallace stabilità interpretativa del concetto di antisemitismo, che delinea un perimetro incerto entro il quale rischiano di finire tutte le critiche rivolte allo Stato di Israele. E le conseguenze sociali di questo approccio sono già state ampiamente osservate: molti tra gli accusati hanno di fatto affrontato la perdita del lavoro o subito gravi danni reputazionali. Per non parlare delle limitazioni alla libertà accademica fino alla repressione delle manifestazioni pubbliche. Emblematico il caso di Berlino, dove nel maggio 2022 furono vietate le commemorazioni della Nakba e della giornalista Shireen Abu Akleh, ritenute suscettibili di creare un “clima anti-Israele e antisemita”. Un passaggio che mostrò come si possa scivolare rapidamente dalla lotta all’odio alla criminalizzazione della memoria e del dissenso politico. In questo quadro, il ddl Delrio non appare come un incidente isolato, ma come l’innesto di un dispositivo già sperimentato altrove, che sposta progressivamente il baricentro dal contrasto dell’odio al controllo del dissenso, definendo il perimetro del dicibile su Israele e Palestina. Ed è significativo come questa proposta provenga dall’opposizione, allineandosi di fatto all’impostazione repressiva già adottata dal governo sul tema, come dimostra il caso dell’imam di Torino Mohamed Shahin. Se l’Italia sceglierà la scorciatoia della definizione Ihra elevata a legge, dovrà assumersi la responsabilità di un futuro in cui manifestare per Gaza o criticare il sionismo potrà essere considerato un atto sospetto, financo una minaccia all’ordine pubblico. Migranti. Anche il Cnel chiede di aprire i canali d’ingresso di Luciana Cimino Il Manifesto, 19 dicembre 2025 Nella Giornata internazionale dei lavoratori migranti e delle loro famiglie, anche il Cnel presieduto da Renato Brunetta avvisa il governo: gli immigrati sono irrinunciabili. Il rapporto sulle migrazioni 2025 del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, “Conoscere per includere” ha evidenziato la funzione di “ammortizzatore” del progressivo calo della popolazione autoctona delle migrazioni. Spiega l’indagine statistico-demografica realizzata con l’Organismo nazionale di coordinamento per le politiche di integrazione (Onc) che i cittadini di origine straniera, oltre a fungere da “leva demografica”, hanno un ruolo anche nella tenuta economica del paese, grazie alla presenza di una forte componente giovane e in età attiva. Le crisi internazionali degli ultimi anni hanno provocato, si legge nel documento, un aumento significativo delle richieste di asilo: il 15,7% in più nel 2024 rispetto all’anno precedente. Di questi l’8,1% sono minori. Il rapporto contribuisce anche a chiarire che il 65,4% degli alunni di origine straniera è nato in Italia. Di questi quasi un milione non ha ancora la cittadinanza italiana. Rimane il fatto che l’incidenza di povertà assoluta tra le famiglie con almeno uno straniero è pari al 30,4%. Dato che sale al 35,2% per le famiglie composte esclusivamente da persone straniere, mentre scende al 6,2% per le famiglie formate da cittadini italiani. Per il Cnel la causa di questo divario risiede “nella difficile collocazione delle persone migranti nel mercato del lavoro e nel loro rapporto con/entro le istituzioni e le reti sociali”. A dimostrazione di questo, a pochi chilometri dalla sede di presentazione del rapporto, a Roma, si teneva un presidio degli “esodati” dal permesso di lavoro. A piazza Montecitorio con gli organizzatori (tra cui A Buon Diritto, Acli, ActionAid, Arci, Asgi, Cgil, Emergency, Ero Straniero, Oxfam Recosol) anche una folta rappresentanza di lavoratori provenienti dal Bangladesh, tra le principali vittime (assieme alle persone che provengono da India, Sri Lanka e Pakistan) delle storture del decreto flussi. Sono arrivati regolarmente in Italia con un contratto di lavoro, salvo scoprire che era una truffa, o che l’azienda era fallita o che il datore era irreperibile. Ma per legge non possono trovare nel frattempo un altro lavoro regolare. “Così si creano situazioni di disagio sociale - ha spiegato Papia Aktar, responsabile immigrazione Arci Roma - anche perché sono chi si trova in questa situazione viene abbandonato, senza informazioni, senza un ufficio a cui rivolgersi per sapere come devono destreggiarsi e quali diritti hanno, come l’assistenza sanitaria e rimangono in balia di consulenti truffaldini”. Molti di loro sono costretti a fare poi domanda d’asilo. “Continuiamo - ha affermato l’avvocata Federica Ramiddi di Asgi - a chiedere al governo una circolare che permetta un permesso in attesa occupazione e che venga superato il meccanismo del decreto flussi che negli anni ha prodotto irregolarità e violazioni sistematiche dei diritti, esponendo i lavoratori a ricatti e truffe, sfruttamento e caporalato”. Anche il rapporto Onc-Cnel ha sottolineato la necessità di ampliare i canali di ingresso e di inclusione lavorativa “con un duplice obiettivo: offrire ai lavoratori non comunitari reali percorsi di integrazione e, al tempo stesso, rispondere alle esigenze di sviluppo del Paese”. Migranti. La stretta Ue a tempo di record fa il gioco di Meloni di Giansandro Merli Il Manifesto, 19 dicembre 2025 Alle istituzioni europee basta una sola riunione per trovare l’accordo sui “Paesi sicuri”. In Italia le partite su centri in Albania e referendum sulla riforma della magistratura si possono incrociare a inizio 2026. A Strasburgo si fanno le ore piccole oppure ci si sveglia presto pur di accelerare la corsa allo smantellamento del diritto d’asilo. Tra mercoledì e giovedì, intorno all’una di notte, i negoziatori di Parlamento, Commissione e Consiglio hanno concluso l’accordo per introdurre nei nuovi regolamenti il concetto di “paese terzo sicuro”: ci è voluta una sola riunione, praticamente un record. Ieri mattina l’intesa è arrivata con analoga rapidità sui “paesi di origine sicuri”, sia sulla lista comune che sulle modifiche legislative per ampliarne la definizione. Non era passato neanche un giorno dal via libera al mandato negoziale votato dall’Europarlamento. A cui le forze politiche di centro e di sinistra hanno provato a opporsi senza successo: il Partito popolare europeo ha votato con tutto l’arco delle destre più estreme, fino ai tedeschi di Alternative für Deutschland. Il trilogo è stato convocato subito dopo. L’accordo dovrà ora ripassare da Parlamento e Consiglio. Le previsioni più accreditate dicono che succederà a gennaio prossimo. “Avevano una fretta incredibile di chiudere la partita. Siamo ormai a una vera e propria guerra contro l’immigrazione, fatta solo per motivi di propaganda: non c’è alcun reale pericolo legato ai flussi di persone”, afferma l’eurodeputata Ilaria Salis, che da relatrice ombra su uno dei due provvedimenti ha partecipato alla negoziazione notturne. La fretta è tanta, eppure gli arrivi verso l’Europa sono in calo e alcune delle misure varate entreranno comunque in vigore dal 12 giugno 2026, insieme al Patto Ue migrazione e asilo che riforma l’architettura comunitaria della materia. Per esempio quelle sui “paesi terzi sicuri” e la lista comune sui “paesi di origine sicuri”. Il primo dà la possibilità agli Stati membri di trasferire per sempre i richiedenti asilo fuori dai confini Ue, anche in posti in cui le persone non sono mai state e con cui non hanno legami. Una sorta di “remigrazione” estesa a paesi diversi da quello di nascita, ma presentata in salsa democratica. Basterà un accordo bilaterale tra governi per rompere per sempre la territorialità del diritto d’asilo, finora principio cardine del sistema di protezione europeo. La lista, invece, definisce per la prima volta a livello comunitario le nazionalità a cui possono essere applicate le procedure accelerate di frontiera, quelle che prevedono la detenzione e per cui sono stati costruiti i centri italiani in Albania. Al momento ne fanno parte gli Stati che hanno in piedi il processo di adesione all’Ue più: Bangladesh, Colombia, Egitto, India, Kosovo, Marocco e Tunisia. A differenza di quanto sostiene il governo Meloni, anche queste designazioni saranno vagliate dalla magistratura. Nello stesso identico modo in cui è avvenuto con quelle stabilite a livello statale: confrontando la scelta politica - venga essa da un esecutivo nazionale o da organi europei - con il diritto Ue. Lo impone la sentenza pronunciata ad agosto dalla Corte di giustizia di Lussemburgo. Per l’Italia e il suo protocollo con Tirana, comunque, la partita vera riguarda altre due misure: la possibilità di prevedere eccezioni per categorie di persone o parti di territorio nei “paesi di origine sicuri” e quella di applicare le procedure di frontiera alle nazionalità con un tasso di accoglimento dell’asilo inferiore al 20%. Queste novità erano già previste dal Patto, ma l’accordo tra Parlamento e Consiglio ne anticipa l’entrata in vigore a subito dopo l’ultimo giro di votazioni. E forse è proprio qui che bisogna cercare le ragioni della fretta. Facendo due conti il governo Meloni potrebbe trovarsi tra le mani la possibilità di riavviare i centri albanesi già a febbraio. In una situazione win-win. Se funzionassero rappresenterebbero la realizzazione di quanto l’esecutivo ha sempre promesso e ripetuto, una vittoria da rivendicare contro opposizioni e toghe. Se andassero a sbattere contro nuove bocciature dei tribunali sarebbero comunque l’occasione per riaprire l’offensiva contro i giudici: da una posizione di forza grazie alle novità Ue e su un tema che porta consenso come l’immigrazione. Soprattutto, tutto ciò avverrebbe durante la volata per il referendum sulla riforma costituzionale della magistratura. Il tempismo europeo sembra perfetto per Giorgia Meloni. Chissà che la premier non debba restituire il favore in qualche altro tavolo. Droghe. Bruxelles mette l’elmetto e scorda i diritti di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 19 dicembre 2025 C’è uno spettro che si aggira per i corridoi di Bruxelles, ed è quello della vecchia, cara “guerra alla droga”. Lo si capisce leggendo i documenti presentati lo scorso 4 dicembre dalla Commissione europea. Sulla carta si chiama nuova “Strategia antidroga dell’Ue”, ma a guardarla bene sembra più un bollettino di guerra che un documento di politica sociale e sanitaria. Un cambio di passo netto rispetto al passato che sta facendo discutere. L’International drug policy consortium (Idcp), insieme a 83 organizzazioni della società civile, tra cui diverse italiane come Forum droghe, Lila e l’Associazione Luca Coscioni, hanno scritto la settimana scorsa al Consiglio dell’Unione europea chiedendo modifiche sostanziali prima dell’adozione finale. Il problema è chiaro: la nuova strategia sposta l’asse dalla salute alla sicurezza, relegando in secondo piano quegli interventi di riduzione del danno che negli ultimi anni hanno salvato migliaia di vite in tutta Europa. La riduzione del danno nel posto sbagliato - Basta leggere le prime righe del documento per capire la direzione. “L’Europa si trova ad affrontare notevoli sfide in termini di sicurezza, salute e società legate al traffico e all’uso di droghe illecite”, si legge nell’introduzione. Il termine “minaccia” ricorre 35 volte nel testo, mentre il messaggio principale ruota attorno all’urgenza di “combattere” la criminalità organizzata e il traffico di stupefacenti. Un cambio di tono evidente rispetto alla strategia 2021-2025, che aveva fatto della riduzione del danno un pilastro autonomo della politica europea sulle droghe. La nuova proposta ridisegna completamente l’architettura, introducendo sei pilastri: preparazione, salute, sicurezza, danno, cooperazione internazionale e coordinamento. Ma la vera novità sta altrove: la Commissione ha accompagnato la strategia con un piano d’azione focalizzato esclusivamente sulla lotta al traffico. Diciannove azioni concrete, tutte concentrate su controllo delle frontiere, interruzione delle rotte, uso dell’intelligenza artificiale, potenziamento dei mezzi di polizia e dogana. Zero azioni dedicate alla salute pubblica, ai servizi di prevenzione o alla riduzione del danno. Per capire quanto sia profondo il cambiamento basta guardare dove è finita la riduzione del danno nel nuovo schema. Non più nel capitolo “Salute” insieme a prevenzione, trattamento e recupero, ma in quello del “Danno”. Potrebbe sembrare una questione di lana caprina, ma non lo è. In quel contenitore hanno messo di tutto: la guida in stato di ebbrezza, il reclutamento dei minori da parte dei narcos, persino i danni ambientali delle piantagioni. Mettere le siringhe sterili e il naloxone che salva le vite nello stesso calderone dei crimini ambientali e dello sfruttamento minorile è un grave errore concettuale. Significa stigmatizzare, confondere le acque. Significa dire che aiutare un tossicodipendente a non morire di overdose è una gestione di un “danno” inteso come problema di ordine pubblico, non una questione di diritto alla salute. E le conseguenze, avvertono le associazioni, si vedranno sui finanziamenti e sui programmi reali. La rottura più evidente con il passato sta nel piano d’azione. Storicamente l’Unione europea ha sempre garantito che strategia e piano operativo coprissero tutti gli aspetti della politica sulle droghe. Questa volta no: le 19 azioni concrete riguardano solo il contrasto al traffico. Il documento di 20 pagine entra nei dettagli tecnici: uso dei dati di viaggio per mappare le rotte, espansione delle operazioni del centro marittimo antidroga Maoc-N, impiego di satelliti e droni per monitorare le coltivazioni illegali, partnership civili-militari per intercettare i carichi in mare. Azioni che possono avere un senso in una strategia equilibrata, ma che qui rappresentano l’unica risposta operativa. “Invece di dare pari visibilità a ciascuno dei pilastri strategici, la Commissione ha scelto di integrare la strategia con un piano d’azione incentrato esclusivamente sulla lotta al traffico di droga”, nota l’analisi critica dell’Idpc. “Si tratta di un netto distacco dalla tradizione”. Il problema è che questo approccio punitivo si è già dimostrato inefficace. Una ricerca commissionata dalla stessa Commissione europea ha mostrato che gli sforzi per interrompere il traffico di cocaina nei porti di Belgio e Paesi Bassi hanno portato a un aumento del traffico e della violenza in altre parti dell’Ue. I mercati illegali si spostano, non scompaiono. I diritti umani citati ma non applicati - La strategia 2021-2025 aveva fatto passi importanti nel mettere i diritti umani al centro, citando esplicitamente le linee guida internazionali. La nuova proposta li cancella. Pur sottolineando genericamente l’importanza del diritto internazionale in materia di diritti umani, non menziona più nessuno di questi documenti fondamentali. Ancora più grave: il pilastro “Sicurezza” non cita i diritti umani nemmeno una volta, nonostante le prove degli effetti devastanti di molte strategie di riduzione dell’offerta. Le alternative alle sanzioni penali e la garanzia di cure equivalenti per chi usa droghe in carcere vengono declassate o eliminate del tutto. “Il pilastro Sicurezza della strategia omette qualsiasi menzione dei diritti umani, anche se le prove abbondano sugli impatti devastanti sui diritti umani di molte strategie di riduzione dell’offerta”, scrivono le 83 organizzazioni al Consiglio. Le richieste delle organizzazioni sono precise. Prima di tutto, spostare la riduzione del danno nel pilastro “Salute”, dove concettualmente appartiene. Secondo, rifiutare il piano d’azione monodimensionale e adottarne uno nuovo che copra tutti gli aspetti della politica sulle droghe, con indicatori chiari basati su diritti umani, salute e sicurezza sociale. Terzo: reintegrare i riferimenti alle linee guida internazionali sui diritti umani e assicurarsi che tutti i pilastri, compreso quello sulla sicurezza, includano garanzie chiare sui diritti fondamentali. Infine, garantire che la strategia promuova approcci innovativi, permettendo agli Stati membri di sperimentare alternative alla criminalizzazione invece di replicare politiche che non hanno funzionato per decenni. “L’Unione europea ha a lungo promosso un approccio equilibrato, integrato e orientato ai diritti alle politiche sulle droghe”, scrive Ann Fordham, direttrice esecutiva dell’Idpc. “Esortiamo gli Stati membri a garantire che l’Unione continui a sostenere questo approccio equilibrato per gli anni a venire”. La strategia stessa riporta 7.500 morti per overdose nel 2023 in Europa. Un numero devastante che dovrebbe portare a rafforzare, non indebolire, gli interventi sanitari. Eppure la direzione presa sembra andare altrove. Il paradosso è evidente: mentre i dati mostrano un mercato illegale in crescita nonostante decenni di repressione, la risposta proposta è più repressione. Mentre le morti per overdose restano altissime, la riduzione del danno viene declassata. Mentre la violenza legata al narcotraffico diventa un problema di sicurezza pubblica in diverse città europee, non si riflette sul fatto che proprio la proibizione alimenta quel mercato violento. Scandaloso riarmarsi per preparare la pace di Giacomo Gambassi Avvenire, 19 dicembre 2025 La gente chiede pace e i governanti aumentano le spese militari. “Mentre al male si grida “basta”, alla pace si sussurra “per sempre”. Ed è un grido contro il clima bellicistico e le derive “guerrafondaie” che contaminano le nazioni quello che si alza da Leone XIV. Ma è anche un invito al coraggio della fiducia che vince la paura. Perché “la pace esiste, vuole abitarci”, assicura il Papa. Anche in “un tempo di destabilizzazione e di conflitti”. Un tempo, ammonisce il Pontefice, che non considera “scandaloso” che “si faccia la guerra per raggiungere la pace”. Un tempo che ritiene “una colpa il fatto che non ci si prepari abbastanza alla guerra, a reagire agli attacchi, a rispondere alle violenze”. Un tempo in cui si giustifica la folle corsa al riarmo con la scusa del nemico, in cui a scuola e sui media si lanciano “campagne di comunicazione e programmi educativi” che “trasmettono una nozione meramente armata di difesa e di sicurezza”, in cui si assiste a un “processo di deresponsabilizzazione dei leader politici e militari, a motivo del crescente “delegare” alle macchine decisioni riguardanti la vita e la morte di persone umane”. Un tempo in cui, con “forme di blasfemia che oscurano il Nome Santo di Dio” si vuole “trascinare le parole della fede nel combattimento politico, benedire il nazionalismo e giustificare religiosamente la violenza e la lotta armata”. La denuncia di Leone XIV è netta. E le sue parole inequivocabili. Il mondo è immerso in “una spirale distruttiva, senza precedenti, dell’umanesimo giuridico e filosofico su cui poggia e da cui è custodita qualsiasi civiltà”, scrive il Papa nel messaggio per la Giornata mondiale della pace che si celebra il 1° gennaio. Primo messaggio del Pontefice americano per l’appuntamento istituito da Paolo VI. E messaggio che in modo significativo viene diffuso anche in russo e in ucraino dalla Sala Stampa vaticana. Come tema, vengono riprese alcune delle espressioni usate da Leone XIV nel suo saluto dalla loggia centrale della Basilica di San Pietro il giorno della sua elezione: “La pace sia con tutti voi: Verso una pace “disarmata e disarmante”. C’è un desiderio di fraternità che sale dal basso, fa sapere il Papa. Non sono “poche, oggi, le persone col cuore pronto alla pace” anche se “un grande senso di impotenza le pervade di fronte al corso degli avvenimenti, sempre più incerto”. Ma chi ha in mano le sorti dei popoli imbocca un’altra direzione. Come dimostra la “logica contrappositiva” sul piano politico che sta andando “molto al di là del principio di legittima difesa” e che “è il dato più attuale in una destabilizzazione planetaria che va assumendo ogni giorno maggiore drammaticità e imprevedibilità”. Tutto ciò si traduce in “ripetuti appelli a incrementare le spese militari e le scelte che ne conseguono sono presentate da molti governanti con la giustificazione della pericolosità altrui”. Inoltre “la forza dissuasiva della potenza, e, in particolare, la deterrenza nucleare incarnano l’irrazionalità di un rapporto tra popoli basato non sul diritto, sulla giustizia e sulla fiducia, ma sulla paura e sul dominio della forza”. Leone XIV non cita “casi” particolari: ma, ad esempio, il suo monito può essere letto anche come un j’accuse alla politica di riarmo varata dall’Unione Europea e dai Paesi del continente. Il Pontefice riporta anche i numeri: “Nel corso del 2024 le spese militari a livello mondiale sono aumentate del 9,4% rispetto all’anno precedente, confermando la tendenza ininterrotta da dieci anni e raggiungendo la cifra di 2.718 miliardi di dollari, ovvero il 2,5% del Pil mondiale”. Questo si porta dietro persino “un riallineamento delle politiche educative: invece di una cultura della memoria, che custodisca le consapevolezze maturate nel Novecento e non ne dimentichi i milioni di vittime”, si promuovono iniziative che “diffondono la percezione di minacce” in perfetto stile interventistico. Inoltre, avverte il Papa, “constatiamo come l’ulteriore avanzamento tecnologico e l’applicazione in ambito militare delle intelligenze artificiali abbiano radicalizzato la tragicità dei conflitti armati”. Da qui il richiamo: “Occorre denunciare le enormi concentrazioni di interessi economici e finanziari privati che vanno sospingendo gli Stati in questa direzione”. Poi il Papa attacca le politiche anti-negoziali: perché le trattative vengono smentite “purtroppo da sempre più frequenti violazioni di accordi faticosamente raggiunti, in un contesto che richiederebbe non la delegittimazione, ma piuttosto il rafforzamento delle istituzioni sovranazionali”. Accade da Gaza al sud del Libano, Paese che Leone XIV ha visitato nel suo primo viaggio apostolico. E da Leone XIV giunge anzitutto una strenua difesa dell’Onu. Corte di Giustizia europea: “Frontex fu coinvolta nell’espulsione illegale di un siriano” di Roberta Zunini Il Fatto Quotidiano, 19 dicembre 2025 Secondo i giudici, l’agenzia di sorveglianza delle frontiere assistette al respingimento da parte delle autorità greche di un gruppo di persone sbarcate a Samos, alle quali fu impedito di presentare domanda d’asilo. La Corte di giustizia dell’Ue ha stabilito che Frontex, l’agenzia di sorveglianza delle frontiere, è stata coinvolta nell’espulsione illegale di un profugo siriano. Questa sentenza segna una svolta nella responsabilità dell’istituzione. Nella Giornata internazionale dei migranti, la Corte di giustizia dell’Unione europea ha emesso la sua prima storica sentenza in un caso di espulsione marittima intentato contro Frontex, l’agenzia della stessa Ue deputata al controllo delle frontiere terrestri e marittime. Frontex, oltre ad avere questo compito, ha l’obbligo di denunciare e cessare la propria attività quando constata che la guardia costiera o terrestre di un Paese membro dell’Unione impedisce l’applicazione del diritto di richiesta di asilo da parte dei migranti entrati nei confini - terrestri o marittimi - europei. La sentenza è stata pronunciata nell’aula di Lussemburgo e la sua lettura sarà trasmessa in diretta sul sito web della Corte. La mattina del 28 aprile 2020, il giovane profugo siriano Alaa Hamoudi è sbarcato sull’isola greca di Samos con altri 21 rifugiati. Il gruppo chiese alla popolazione locale di chiamare la polizia, con l’intenzione di presentare domanda di asilo. Invece, furono radunati da “uomini vestiti di nero”, che confiscarono i loro telefoni, li costrinsero a salire su una zattera, li trainarono per ore fino alle acque turche e li lasciarono alla deriva per tutta la notte. La zattera stava già affondando quando furono finalmente tratti in salvo dalla guardia costiera turca la mattina del 29 aprile 2020. Poco dopo la sua espulsione collettiva dalla Grecia alla Turchia, Alaa fu una delle due vittime intervistate dal sito investigativo Bellingcat, la cui ricostruzione dello “sbarco fantasma” e del respingimento si basava, tra le altre fonti, sul racconto degli eventi di Hamoudi. Pochi mesi dopo, Der Spiegel trovò prove della presenza di un aereo di sorveglianza Frontex durante la lunga operazione di respingimento. L’indagine di Bellingcat sul respingimento fu successivamente analizzata dall’Ufficio per la lotta antifrode della Ue (OLAF), che confermò la “credibilità delle accuse”. Secondo OLAF, due entità di Frontex - RAU e VAU - hanno indagato sul rapporto di Bellingcat ritenendolo attendibile. Il rapporto di OLAF ha inoltre rivelato l’esistenza di una pratica sistematica di respingimenti nell’Egeo, nonché la facilitazione e l’insabbiamento di tali respingimenti sistematici da parte di Frontex attraverso la mancata segnalazione intenzionale dei respingimenti e il trasferimento della sorveglianza aerea per evitare di assistervi. Hamoudi ha incontrato per la prima volta il suo team legale in Turchia nell’ottobre 2021. Nel marzo 2022, ha intentato un’azione legale per danni dinanzi al Tribunale dell’Unione Europea presentando prove credibili del respingimento, insieme a eccezionali prove fotografiche che lo ritraevano poco dopo lo sbarco a Samos la mattina del 28 aprile 2020 e poco prima di essere respinto in Turchia. Ha inoltre presentato prove della pratica sistematica di respingimenti dalla Grecia alla Turchia. Nonostante ciò, i giudici di primo grado hanno respinto il suo caso, ritenendo che le prove fossero “manifestamente insufficienti” a sostegno delle sue accuse. Nel 2024, Hamoudi ha presentato ricorso contro l’ordinanza del Tribunale dinanzi alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea. In una mossa senza precedenti nel contenzioso strategico pluriennale della Ong olandese Front-LEX contro Frontex, il presidente della Corte ha deciso di assegnare il caso alla Grande Camera, presieduta da lui stesso e composta da 15 giudici. Il 4 febbraio 2025, la CGUE ha tenuto un’udienza sul caso. Durante l’udienza, il giudice relatore Smulders ha chiesto agli avvocati di Frontex come l’Agenzia potesse negare che il respingimento di Hamoudi fosse effettivamente avvenuto nonostante le conclusioni dell’OLAF e di due organi interni di Frontex - RAU e VAU - che avevano confermato la credibilità delle accuse riportate da Bellingcat. In risposta, l’avvocato di Frontex ha pubblicamente riconosciuto per la prima volta che il respingimento del 28-29 aprile 2020 ha effettivamente avuto luogo. Ha continuato a rifiutarsi però di confermare o negare la presenza di un aereo di sorveglianza di Frontex sulla scena nonostante le prove fornite da Hamoudi lo dimostrassero chiaramente. Il 10 aprile 2025, l’avvocato generale della Corte di giustizia dell’Unione europea, Rimvydas Norkus, ha presentato la sua opinione sul caso, la prima opinione mai emessa in un’azione legale intentata contro Frontex negli oltre vent’anni di attività dell’agenzia. L’avvocato generale Norkus ha criticato il Tribunale, affermando che “non ha esaminato in alcun modo il coinvolgimento di Frontex” e che, dato il limitato esame del caso in primo grado, “la natura e la portata del coinvolgimento di Frontex e la sua responsabilità in merito agli eventi sono del tutto poco chiare”. L’avvocato generale ha inoltre osservato che “il ‘livello di prova’ era stato fissato troppo in alto in primo luogo” quando il Tribunale ha esaminato le prove presentate da Hamoudi per dimostrare che era presente e coinvolto nell’incidente del 28-29 aprile 2020. È importante notare che l’avvocato generale ha accolto le argomentazioni giuridiche di Hamoudi secondo cui, d’ora in poi, dovrebbero applicarsi norme speciali e distinte in materia di prova. Queste norme specifiche contribuiranno a garantire l’equità nei procedimenti giudiziari contro Frontex, in cui le vittime di respingimenti eseguiti congiuntamente da Frontex e dagli Stati membri dell’UE sono significativamente svantaggiate nel fornire prove. Le conclusioni dell’Avvocato Generale sono state oggi accolte dalla Corte. Questa inedita sentenza ripristinerà lo Stato di diritto alle frontiere esterne dell’Ue e garantirà che le vittime delle attività di Frontex possano finalmente esercitare il proprio diritto a un ricorso giurisdizionale effettivo. L’avvocato Iftach Cohen, responsabile del contenzioso presso front-LEX, ha affermato: “Per chi non riesce ad accettare il fatto che, nell’Unione europea, un’agenzia di controllo coercitivo delle frontiere riesca a eludere sistematicamente il controllo giurisdizionale e le sue vittime non possano esercitare il proprio diritto a un ricorso legale, la sentenza di oggi della Grande Camera segna un momento storico in grado di porre fine all’impunità di fatto di cui Frontex ha goduto per 20 anni”. Stati Uniti. Donald, il fentanyl e la guerra dell’oppio di Massimo Gaggi Corriere della Sera, 19 dicembre 2025 Il richiamo alla sicurezza nazionale è fondato: anche se non nei numeri citati dal presidente, la strage di americani è reale. Tre giorni fa Donald Trump ha dichiarato il fentanyl arma di distruzione di massa in un ordine esecutivo che definisce il potente anestetico e antidolorifico usato in medicina ma sfruttato da oltre dieci anni dai narcotrafficanti come droga potente e micidiale che ha ucciso centinaia di migliaia di americani, “più vicino a un’arma chimica che a un narcotico”. Nell’intervento del presidente troviamo vari connotati critici del suo stile di governo. Intanto il ricorso continuo e in tutti i campi a ordini presidenziali, spesso scavalcando il Congresso: in 10 mesi ne ha già emessi 222, più dei 220 da lui firmati nei quattro anni del primo mandato e molto più di tutti i suoi predecessori. C’è, poi, la sua tendenza a esagerare: ha detto che il fentanyl uccide 2-300 mila americani l’anno, mentre in quello peggiore, il 2022, i morti per droga furono 110 mila, 75 mila dei quali per oppioidi sintetici. Mentre l’anno scorso il fentanyl è stato responsabile di 48 mila degli 81 mila morti per overdose. Infine la denuncia di “minacce alla sicurezza nazionale” per neutralizzare vincoli e contestazioni. Trump le ha invocate per giustificare i dazi su alluminio e acciaio o quando ha detto di volersi prendere la Groenlandia. Le sta usando perfino contro chi cerca di bloccare la costruzione della gigantesca sala da ballo che dovrebbe sorgere al posto della East Wing della Casa Bianca. Ma nel caso del fentanyl il richiamo alla sicurezza nazionale è fondato: anche se non nei numeri citati dal presidente, la strage di americani è reale. Un anno fa Paolo Zampolli, amico da trent’anni di Trump e ora uno dei suoi collaboratori, disse al Corriere che stava cercando di convincerlo a dichiarare il fentanyl, contro il quale si batte da anni, arma di distruzione di massa. Espressione forte ma condivisa anche da molti democratici: raffinato dai narcotrafficanti messicani, il fentanyl arriva negli Usa via terra (non c’entrano i battelli venezuelani della cocaina distrutti dai droni Usa), ma la materia prima viene dalla Cina. Un traffico (che Trump ha cercato di convincere Xi Jinping a combattere) a lungo tollerato da Pechino: per alcuni una specie di vendetta silenziosa del Paese vittima della “guerra dell’oppio” anglo-cinese dell’Ottocento. Il fentanyl, poco noto in Italia, negli Usa ha fatto strage di giovani: prima causa di morte degli americani tra i 18 e i 50 anni. Stati Uniti. L’istruzione in carcere nello stato con più detenuti di Silvia Giagnoni Il Manifesto, 19 dicembre 2025 Keri Watson è una donna con una visione. Prima di entrare nel mondo accademico, e soprattutto prima di tornare nella sua nativa Florida, ha lavorato come chef personale di Francis Ford Coppola. “Soup lady” la chiamava il regista italoamericano, e così è accreditata nel cast di The Rainmaker (1997). Poi la decisione di dedicarsi allo studio e alla famiglia, cambiare vita. DAL 2014, Watson insegna storia dell’arte guidato presso la University of Central Florida, tra le più frequentate università pubbliche negli Stati uniti. Qualche mese dopo, la professoressa si trova ad Atlanta per una conferenza, sta seguendo un panel sulla prison education, quando viene mostrato un autoritratto fatto proprio da uno degli studenti che aveva avuto mentre insegnava nelle carceri con l’Alabama Prison Arts + Education Project. “Ho pensato che l’universo stesse cercando di dirmi qualcosa”, ci racconta. Nell’area intorno a Orlando però manca un’organizzazione analoga. Watson si mette al lavoro e partecipa al “Community Challenge” dell’università. Il suo progetto viene selezionato. E così nel 2017 fonda il Florida Prison Education Project, programma che tuttora dirige e che offre opportunità formative alle persone detenute ed ex detenute attraverso l’insegnamento di corsi universitari e sostenendo la ricerca sull’istruzione in prigione, la recidività e l’incarcerazione di massa. Per meglio sostenere il programma, viene creata anche la Florida Coalition for Higher Education in Prison, con il supporto della Laughing Gull Foundation e della Mellon Foundation. Della Fchep fanno parte altre non-profit con scopi analoghi quali Exchange for Change, Florida Cares, Project 180, ma anche lo stesso Florida Department of Corrections, che vanta di essere il terzo sistema carcerario del Paese, con 89 mila detenuti e 144mila persone in libertà vigilata, senza contare coloro che sono detenuti nelle sette prigioni private e in quelle federali. Secondo quanto riporta la Prison Policy Initiative, infatti, il tasso di incarcerazione nello stato è tra i più alti al mondo con 795 su 100mila (contro i 614, dato degli Stati uniti, che ha quello più elevato tra le nazioni democratiche). Anche le donne in Florida hanno più probabilità di finire in galera che altrove al mondo (134 ogni 100 mila abitanti) con l’eccezione di El Salvador. Senza dimenticare che le percentuali di afroamericani in prigione sono assai più elevate rispetto ai residenti dello stesso gruppo (48% in carcere e 41% in prigione a fronte del 15% della popolazione). A oggi, il Fpep ha raggiunto oltre mille studenti in sei prigioni della Florida, con ben 65 corsi offerti tra cui scrittura creativa, storia dell’arte, inglese per stranieri, introduzione alla sociologia e finanza personale; oltre 100mila libri sono stati donati da Fpep nelle varie carceri dello Stato. “È ruolo e responsabilità delle università pubbliche dello stato fornire un’istruzione a chi la voglia, il che include coloro che sono in prigione”, dichiara Watson che in questo momento preferisce non esprimersi sulle questioni strettamente politiche. “Sappiamo che avere un’istruzione riduce la possibilità di commettere nuovamente crimini e rende le nostre comunità più sicure”. Gli insegnanti sono tutti volontari. “Molti professori sono attratti dalla possibilità di avere un gruppo di 10-20 persone, cosa che avviene di rado nella nostra università” (La Ucf conta quasi 70mila studenti). Per Watson, ciò che è più gratificante è la prospettiva delle persone che hanno esperienze di vita radicalmente diverse dalla sua e portano nella lettura delle opere d’arte il proprio vissuto. “Credo nel potere della scuola di cambiare la vita delle persone, che uno sia incarcerato o meno”, continua Watson. Come Walter Dunn. Ex studente detenuto, ingiustamente condannato e poi liberato grazie al ribaltamento del verdetto, Dunn è diventato un portavoce della riforma del sistema penale. Parla pubblicamente di condanne ingiuste, false confessioni di colpevolezza, statistiche sui minori e necessità di procedimenti legali equi e imparziali. “Stiamo cercando di assumerlo alla Coalition, ma per legge dobbiamo aspettare che siano trascorsi almeno due anni da quando era in libertà condizionale”.