Senza respiro. Celle strapiene in 72 istituti di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 18 dicembre 2025 Non sono solo numeri, sono corpi. Corpi ammassati, uno sopra l’altro, in spazi pensati per una persona e abitati da tre. Se c’è una cifra che dovete tenere a mente, non è quella fredda dei comunicati stampa ministeriali, ma quella che emerge dalla realtà nuda e cruda dei bracci: 137,86%. È questo il tasso reale di affollamento nelle carceri italiane di metà dicembre. Una percentuale che non racconta solo un “disagio”, ma certifica una tortura di Stato silenziosa, quotidiana, burocratizzata. Siamo andati a guardare dentro i dati, quelli veri, quelli che il sito sovraffollamentocarcerario.it aggiorna con la costanza di un bollettino di guerra. Parliamo di un progetto curato da Marco Dalla Stella, giornalista specializzato in dati. E la guerra, lì dentro, è contro lo spazio fisico. I posti regolamentari sarebbero 51.276, ma quelli davvero disponibili - perché i muri cadono a pezzi, perché le sezioni chiudono, perché la manutenzione è un miraggio - sono scesi a 46.198. E dentro? Dentro ci sono 63.689 persone. Ci sono oltre 17.000 detenuti di troppo. Diciassettemila uomini e donne che lo Stato ha deciso di chiudere a chiave, ma per i quali non ha preparato un letto. Basta scorrere la dashboard dei dati per capire che l’Italia non è tutta uguale, ma l’emergenza è democratica: colpisce ovunque, senza distinzioni. C’è una mappa che si colora di un rosso sempre più scuro, fino a diventare quasi nero. È lì che la pena smette di essere rieducazione e diventa pura sopravvivenza. Prendiamo Lucca. Il tasso di affollamento ha toccato il 244%. A Vigevano, casa di reclusione, il tasso è del 243%. Lì, su 236 posti regolamentari, ben 222 risultano “non disponibili”. È un carcere fantasma, una struttura che sulla carta esiste ma nella realtà è inagibile, e quei pochi metri quadri rimasti agibili sono stipati all’inverosimile. E poi c’è il Sud, con Foggia che esplode al 216%, o il Nord produttivo di Brescia Canton Mombello (214%), dove il sovraffollamento è una cronaca stanca che si ripete da decenni, immutabile. Non si tratta di “disagi temporanei”. In ben 72 istituti penitenziari il tasso di affollamento è superiore al 150%. Significa che tre persone vivono nello spazio di due, costantemente, 24 ore su 24. A questo quadro già asfissiante si aggiunge un altro dato che spesso sfugge ai radar della politica mainstream ma che chi vive il carcere conosce bene: la carenza di personale. I dati incrociati mostrano istituti con un sovraffollamento oltre il 120% e una carenza di agenti superiore al 20%. Meno occhi per controllare, meno mani per aprire i cancelli delle attività, meno educatori per costruire un futuro. Il risultato è l’abbandono. Il detenuto è solo, l’agente è solo. E in questa solitudine fermentano la disperazione, l’autolesionismo, il suicidio. Di fronte a questa fotografia nitida, indiscutibile, cosa ha fatto la politica? Cosa ha fatto il governo Meloni in questo lungo anno e mezzo di allarmi gridati dai garanti, dagli avvocati, dalle associazioni? La risposta è scritta nei fatti, o meglio, nell’assenza di fatti. Non è stato preso nessun provvedimento deflattivo. La parola “indulto” è stata cancellata dal vocabolario di Palazzo Chigi. L’amnistia è un tabù impronunciabile. La strategia del Guardasigilli Carlo Nordio si è rivelata un gioco di specchi. Prima il “Decreto Carceri” dell’estate 2024, presentato come la panacea, si è rivelato una scatola vuota: qualche telefonata in più (spesso rimasta sulla carta per mancanza di apparecchi), una semplificazione burocratica per la liberazione anticipata che non ha liberato nessuno, e tante promesse di “edilizia penitenziaria”. Poi il “Piano Carceri” del 2025: la vecchia e fallimentare idea del cemento, ancora padiglioni da costruire. È la logica del “chiudia moli e buttiamo la chiave”, ma vestita con l’abito formale della “certezza della pena”. La verità è che mentre il governo vara piani straordinari, la popolazione detenuta continua a crescere e i posti diminuiscono. Non c’è stata nessuna misura per mandare a casa chi ha pene residue brevi, chi è dentro per reati minori, chi potrebbe scontare la condanna in comunità. Nulla. Con il rischio che la pressione nella pentola aumenti. E il coperchio, in molti istituti, sta saltando. Non sempre con le rivolte, ma con la degradazione silenziosa della dignità umana. Quando mancano le docce, quando l’acqua calda è un lusso, quando le visite mediche specialistiche sono un miraggio perché “man cano le scorte” o non c’è la scorta per l’accompagna mento, lo Stato sta abdicando al suo ruolo. È in questo contesto di desolazione istituzionale che si inserisce il grido d’allarme lanciato lunedì scorso da Riccardo Magi. Il segretario di + Europa non si è limitato a leggere le tabelle excel dal suo ufficio alla Camera; è entrato a Rebibbia. E quello che ha raccontato, uscendo da quel cancello grigio, è la cronaca di un disastro annunciato. “Qui muore la Costituzione”, ha detto Magi. Non è retorica. È la constatazione fisica di una violazione sistematica dell’articolo 27. A Rebibbia, ha spiegato il deputato dopo la sua visita ispettiva, ci sono quasi 1.700 persone. La capienza regolamentare ne prevedrebbe 1.100. Seicento persone in più. Ma cosa significa, nel concreto? Magi lo ha descritto con la precisione di chi ha visto con i propri occhi: “Gli spazi destinati alla socialità sono stati trasformati in dormitori”. Quelle salette dove si dovrebbe giocare a carte, parlare, fare un corso, o semplicemente non stare in cella, ora sono piene di brande. “Sono diventate posti in cui dormono dieci persone”. Dieci persone in una stanza non pensata per dormirci. E poi i dettagli, quelli che fanno male allo stomaco. “Il bagno attaccato al lavandino in cui si sciacquano gli alimenti”. Proviamo a visualizzarlo. L’igiene minima, la separazione tra le funzioni corporali e il cibo, azzerata dalla necessità di incastrare corpi ovunque. Magi ha denunciato anche il collasso della sanità interna: “Si aspetta moltissimo per delle semplici visite specialistiche che spesso non si riescono nemmeno a fare”. Un detenuto malato è un detenuto due volte prigioniero: del carcere e del proprio male non curato. L’appello di Magi è diretto, senza filtri. Si rivolge direttamente a Giorgia Meloni. “Venga a visitare Rebibbia o qualsiasi altro carcere in Italia, magari insieme al presidente del Senato La Russa”. È una sfida politica, ma prima ancora umana. Venite a vedere. Venite a respirare quest’aria viziata. Venite a vedere l’impossibilità fisica di quel “reinserimento sociale” che la Costituzione impone e che la realtà nega. La richiesta di +Europa, portata avanti insieme a una delegazione che ha incontrato anche Gianni Alemanno (segno che il tema scuote coscienze trasversali), è chiara: serve un atto di clemenza. “Chiamatelo indulto o indultino”, dice Magi, ma serve subito. Serve svuotare per poter riformare. Perché non puoi ristrutturare una casa mentre è piena di gente fino al soffitto. Le proposte sono sul tavolo: case di reinserimento sociale per chi ha meno di un anno di pena residua, numero chiuso per gli ingressi (se non c’è posto, non entri, come avviene in sistemi civili). “Se Meloni non vuole ascoltare le nostre proposte”, ha rincarato Rosario Mariniello, vicesegretario di + Europa, “ascolti almeno il Papa e il Garante nazionale”. Ma il governo, finora, ha scelto il silenzio operoso delle betoniere fantasma. Ha scelto di ignorare che a Lucca si vive al 244% della capienza. Mentre la politica prende tempo, nelle carceri il tempo non passa mai. E lo spazio, quello vitale, è finito da un pezzo. I dati sono lì, impietosi, aggiornati a ieri. Ogni giorno che passa senza una misura deflattiva, è un giorno in cui lo Stato sceglie consapevolmente di violare le sue stesse leggi. Carceri italiane: il paradosso della rieducazione di Daniela Loffredo labottegadellefilosofie.it, 18 dicembre 2025 Il sovraffollamento delle carceri e la condizione dei detenuti in Italia sono temi che non portano voti, l’argomento non è toccato molto dal panorama politico, per una serie di motivi. Innanzitutto è una realtà che sembra lontana, poi non è tema caro alla “pancia” del popolo e, inoltre, probabilmente stonerebbe come slogan, non funzionerebbe. Tutti, però, sono a conoscenza della gravità della situazione, sono a conoscenza delle condizioni atroci in cui vivono i detenuti, molto lontane dal concetto di umanità, dal concetto di dignità. Il rilievo costituzionale della dignità della persona umana impedisce, però, di considerare il carcere come luogo in cui vige un regime di extraterritorialità rispetto alle garanzie fondamentali assicurate dallo Stato, e la stessa legge prevede una serie di garanzie per il detenuto. Ad esempio, in coerenza con gli articoli 29 e 31 della Costituzione, l’ordinamento penitenziario tutela il mantenimento delle relazioni familiari e affettive anche in quanto validi punti di riferimento per la persona detenuta, collocandole tra i principali elementi del trattamento: “particolare cura è dedicata a mantenere, migliorare o ristabilire le relazione dei detenuti e degli internati con le famiglie”; l’istruzione viene definita e trattata dall’ordinamento penitenziario e dal regolamento di esecuzione come “elemento del trattamento”, in quanto opportunità di rieducazione e risocializzazione della persona detenuta o internata. E, ancora, si valorizza il ruolo del servizio sanitario nazionale all’interno degli istituti, potenziando l’assistenza all’interno delle carceri e garantendo ai detenuti prestazioni tempestive, visita medica del detenuto all’ingresso in istituto e continuità dei trattamenti sanitari in corso. Si parla “diritto alla salute”, intesa come “equilibrio psico-fisico dinamico con il contesto sociale in cui la persona vive” secondo la definizione dell’OMS, diritto inalienabile di ogni persona indipendentemente dalla condizione di libertà o detenzione, sancito dalla Costituzione all’art. 32. La realtà, però, è ben diversa. Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, organizzazione non profit che si occupa dei diritti e delle garanzie nel sistema penale e penitenziario, denuncia il fallimento del sistema penitenziario italiano, sostenendo che è “fuori controllo”, un fallimento che “viola i diritti fondamentali” e “tradisce ogni finalità costituzionale della pena”. Nelle carceri aumentano i detenuti, peggiorano le condizioni di vita e si moltiplicano i fenomeni critici come proteste, suicidi e segnalazioni di trattamenti inumani. Questa situazione mette a dura prova la vita delle persone detenute e degli operatori penitenziari. L’emergenza è confermata dai numeri, per cui il tasso di affollamento nazionale si attesta al 134,3%. Su 100 posti disponibili, ce ne sono, in media, 134 occupati. Il sistema carcerario italiano si trova in uno stato di emergenza umanitaria senza precedenti, come certificato dal report di metà anno dell’associazione Antigone. Il 2024 è stato l’anno più drammatico della storia su questo fronte: in un solo anno, 246 persone hanno perso la vita in detenzione. Di queste, ben 91 si sono tolte la vita, un triste record che, con i 33 suicidi già registrati tra gennaio e maggio del 2025, continua ad allungare una lista nera. Questi numeri sono doppi rispetto alle medie continentali, testimoniando un fallimento nella tutela della salute mentale: quasi la metà dei suicidi riguarda persone straniere, e circa il 50% di questi tragici gesti avviene nei primi sei mesi di detenzione, a riprova della fragilità psicologica e della disumanità dell’impatto carcerario iniziale. A peggiorare il quadro contribuisce il degrado strutturale, spesso non risolto dai fondi stanziati: il rapporto Antigone ha rilevato gravi carenze in decine di istituti visitati, da mancanza di riscaldamento o acqua calda, fino a situazioni in cui il WC è posizionato in ambiente non separato. Infine, l’emergenza si riflette anche nelle statistiche demografiche e minorili. Si registra un progressivo invecchiamento della popolazione detenuta e, in controtendenza, un allarmante record negativo nelle carceri minorili: al 30 aprile 2025, erano 611 i giovani detenuti, contro i 381 di fine 2022. Questo incremento vertiginoso si traduce in un grave sovraffollamento in 9 istituti minorili su 17, sintomo di una crisi che coinvolge ogni fascia d’età e ogni tipologia di struttura. In conclusione, vi è un vero e proprio paradosso di quella che dovrebbe essere una pena tesa alla rieducazione nell’urgenza di un sistema che è al collasso. La gravità della situazione carceraria italiana è ormai innegabile, ed evidenzia un fallimento di Stato che chiede un ripensamento radicale della pena, della sua dignità e del suo fondamento costituzionale. L’on. Sisto non sa niente di indulto e recidiva di Luigi Manconi L’Unità, 18 dicembre 2025 In un articolo della bravissima Angela Stella sull’Unità del 16 u.s. leggo la seguente citazione delle parole pronunciate dal viceministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto: “Provvedimenti come amnistia e condono delle pene generano percentuali altissime di recidiva che arrivano fino all’87%”. Trasecolo. I dati di realtà, accertati su base scientifica, sono di tutt’altra natura. Gli effetti sulla recidiva dell’ultimo provvedimento di clemenza, approvato dal Parlamento italiano (l’indulto del 2006) vanno in una direzione ben diversa. Secondo la ricerca commissionata dal Ministero della giustizia all’Università di Torino, curata dal professor Giovanni Torrente, degli oltre 27 mila detenuti scarcerati nei mesi successivi all’approvazione dell’indulto, solo il 33,92% era rientrato in carcere cinque anni dopo, a fronte di un dato generale che vede intorno al 68,7% la percentuale di recidiva ordinaria: quella registrata tra quanti scontano interamente la propria pena in cella. Secondo l’indagine di F. Drago, R. Galbiati e P. Vertova (The Deterrent Effects of Prison: Evidence from a Natural Experiment, in Journal of Political Economy, n. 2/2009) il tasso di recidiva tra i beneficiari dell’indulto del 2006 è diminuito del 25%. E si tenga conto che gli effetti positivi del provvedimento furono limitati dalla mancata approvazione di un contemporaneo provvedimento di amnistia. Ciò nonostante i risultati generali furono assai positivi: non solo si è decongestionata la popolazione carceraria, ma sono state realizzate per i detenuti - se pure solo per un certo periodo - condizioni accettabili di vita e di lavoro. L’errore capitale è stato successivo: ovvero quello di non intervenire con riforme profonde e strutturali sul sistema penitenziario, che avrebbero reso più stabili le conseguenze delle misure di clemenza. Ora, non mi illudo che la ruvida realtà dei fatti e l’aspra materialità dei numeri e delle statistiche possa convincere chi, per le più diverse ragioni e, in genere, per valutazione politica, è contrario ai provvedimenti di clemenza: ma, per lo meno, si parta dai dati veri e non dalle nostre paranoie. Cordiali saluti e buone feste. Un carcere così non può rieducare di Adriano Sansa* Famiglia Cristiana, 18 dicembre 2025 Anche se fosse uno solo, sarebbe una vergogna per il nostro Paese. Ma il carcere di Sollicciano, con la muffa, le cimici, l’acqua che allaga il pavimento, il personale stremato è uno dei tanti. Così come i suicidi portati a compimento o tentati riguardano diversi stabilimenti. Tuttavia, pare che la cosa ci lasci per lo più indifferenti, come dimostra la durata di questa gravissima situazione: quasi ci fossero alcuni mali per noi invincibili, sempre i medesimi, l’evasione fiscale, gli infortuni sul lavoro, la corruzione. Il presidente della Repubblica ha appena visitato il carcere di Rebibbia, lodando certe iniziative culturali e ricreative che vi si svolgono e insieme ricordando come altre situazioni non conoscano attività simili e siano inaccettabili. In pochi giorni, anzi in poche ore, l’eco delle sue parole è sembrata spegnersi; eppure Sergio Mattarella è apprezzato e amato. A chi parla quando rivolge i suoi appelli? Ai cittadini e al Governo, certo: gli ha risposto il vuoto, tra le luminarie natalizie e l’affanno degli acquisti. Eppure il presidente è stato chiaro e accorato, preciso nell’indicare i rimedi necessari e tutt’altro che impossibili; ha messo il lavoro in evidenza, come uno dei modi più importanti ed efficaci nel consentire “prospettive, ripresa e rinascita”. Mentre giriamo nei negozi, in quella parte della nazione che è sicuramente il carcere lo Stato tormenta invece di rieducare. Qualcuno, proprio ora, disperato, sta meditando di uccidersi. Buon Natale. *Ex magistrato Zampa (Pd): “Dobbiamo occuparci delle carceri minorili, punire non è la strada” 9colonne.it, 18 dicembre 2025 Quello dell’adolescenza è “un tema di cui la politica farebbe molto bene ad occuparsi. Ormai ci occupiamo di questo tema solo quando succedono fatti tragici, che magari attirano l’attenzione, l’opinione pubblica, ci si scandalizza, ma non ci si interroga mai su che cosa bisogna fare, come coinvolgere, come stare vicino a questi ragazzi che vivono in un mondo oggettivamente e incredibilmente complicato e difficile”. Così Sandra Zampa, senatrice Pd, che ha promosso a Palazzo Madama la presentazione del libro “Anatroccoli brutti e cattivi? Esperienze e riflessioni sulle adolescenze difficili”, di Gerolamo Spreafico e Franca Taverna. “Il libro - spiega Zampa - presenta l’esperienza messa a punto da Don Mazzi di ‘Carovane’, un progetto scritto per i giovani dei penitenziari minorili, un’altra realtà purtroppo molto peggiorata a causa dei provvedimenti di questo ministro della Giustizia, perché ora le carceri minorili sono sovraffollate, quindi lo spazio e la possibilità di fare progetti educativi, che già prima era poco, scarso negli effetti e nei risultati, oggi è praticamente inesistente”. Secondo la parlamentare dem, invece, “noi dovremmo fare in modo di occuparci seriamente di questi giovani e di restituirli alla libertà e alla pienezza della vita, ritemprati e in un certo senso rinati. Ci sono ragazzi a cui è negata ogni possibilità, che ho incontrato nelle carceri minorili, con storie drammatiche e l’idea che punire è la strada che serve non è una buona idea, non lo è per niente, mentre noi dobbiamo insieme a loro costruire progetti che li riportino a una vita piena e in libertà”. “Però - sottolinea la senatrice - questo libro affronta più in generale il tema dell’adolescenza oggi, che è appunto un tema difficilissimo. Sono molto pochi gli interventi davvero intelligenti a favore dei nostri ragazzi, questo governo non ha messo a punto un piano, la garante nazionale dell’infanzia non si sa dove è finita e quindi oggettivamente per la politica ci sarebbe molto da lavorare e per la società anche, perché siamo tutti chiamati a farci carico di quella che ormai è una retorica, quella di dire che ‘loro sono il nostro futuro’. Noi non gli stiamo neanche garantendo un presente”. Rinnovata l’intesa tra CSVnet e Cnvg per valorizzare il ruolo del volontariato in carcere csvlombardia.it, 18 dicembre 2025 È stato rinnovato a Roma il protocollo d’intesa tra CSVnet - l’associazione nazionale dei 49 Centri di servizio per il volontariato (Csv) - e la Conferenza nazionale volontariato giustizia (Cnvg), che riunisce le realtà impegnate quotidianamente nel sostegno alle persone detenute, in misura di comunità, in messa alla prova o in percorsi di giustizia riparativa. Il rinnovo dell’accordo, firmato dalle presidenti Chiara Tommasini (CSVnet) e Ornella Favero (Cnvg), dà continuità alla collaborazione avviata nel 2023 e rafforza il lavoro comune per la promozione di cittadinanza attiva, la costruzione di reti territoriali e la valorizzazione del ruolo del volontariato nel reinserimento sociale delle persone che hanno avuto esperienze di detenzione. L’intesa, di durata biennale fino al 2027, nasce in un contesto in cui il tema della giustizia e del carcere resta cruciale: secondo i dati del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, al 30 novembre 2025 le persone detenute in Italia erano oltre 63.800, con un tasso medio di sovraffollamento del 130% e punte superiori al 150% in alcune regioni. In questo scenario, il contributo del volontariato e del terzo settore si conferma essenziale per restituire dignità, relazioni e opportunità di riscatto alle persone private della libertà. Infatti, sempre secondo il Dipartimento sono quasi 17mila i soggetti - tra privati, istituzioni o associazioni pubbliche /private - che realizzano interventi di sostegno, attività ricreative e culturali, attività formative e di reinserimento lavorativo (dati aggiornati al 31 dicembre 2024). In tal senso l’accordo conferma l’intento di proseguire il lavoro congiunto per analizzare i bisogni e sviluppare progettazioni comuni, promuovere la cultura della giustizia riparativa e incentivare la collaborazione tra i Csv e le associazioni aderenti alla Cnvg nei territori. Le attività potranno riguardare formazione, sensibilizzazione, sostegno alla progettazione, promozione di reti europee e valorizzazione delle buone pratiche già in atto. “Con questo rinnovo - dichiara Chiara Tommasini - vogliamo proseguire un percorso condiviso che mette al centro le persone e le comunità. Il volontariato che opera nell’ambito della giustizia rappresenta un presidio di umanità e di speranza per il futuro: costruisce connessioni dove spesso ci sono barriere e restituisce significato alla parola “riabilitazione”. “La Conferenza nazionale volontariato giustizia - sostiene Ornella Favero - ritiene che la collaborazione che si è instaurata con CSVnet sia di vitale importanza perché rafforza il difficile ruolo del volontariato nelle carceri e in area penale esterna e il lavoro fondamentale di sensibilizzazione della società sui temi complessi della giustizia, che non deve in alcun modo assomigliare alla vendetta”. Con le numerose associazioni coinvolte nella rete della Cnvg e 49 Centri di servizio per il volontariato con oltre 300 sportelli attivi su tutto il territorio nazionale, l’accordo rappresenta un passo ulteriore verso un modello di giustizia più partecipata, capace di mettere in relazione istituzioni, società civile e persone. Giubileo delle persone detenute, impegno rinnovato per i volontari di Maria Chiara Niccolai* Avvenire, 18 dicembre 2025 Il 14 dicembre il Seac - Coordinamento enti e associazioni di volontariato penitenziario - ha partecipato al Giubileo delle persone detenute, portando in san Pietro l’abbraccio, le domande, le attese dei volontari e degli uomini e delle donne private della libertà personale che incontriamo ogni giorno negli istituti di pena. Immagini, gesti, sguardi hanno lasciato in noi un segno profondo e continuano ad interpellarci. Come pure ci chiamano a una profonda riflessione le parole di papa Leone, e il suo invito a una attesa fiduciosa: “qualcosa di bello e di gioioso accadrà”. Perché Natale è proprio credere che qualcosa di bello accadrà. E del resto, anche il Giubileo è promessa di ripartenza, di nuovo inizio, di rinnovata speranza. Ma arriverà qualcosa di nuovo e di bello per chi è stipato in istituti che stanno letteralmente scoppiando? Per chi vive una condizione talmente insopportabile da preferire la morte, come hanno già fatto in tanti anche in questo 2025? Arriverà qualcosa di bello per i bambini che stanno accanto a madri detenute, in spazi che non possono essere casa? Le parole che abbiamo ascoltato ci interrogano, ci inquietano, ci consegnano una responsabilità. Forse il “qualcosa di bello” può cominciare proprio da una comunità che non si volta dall’altra parte, da mani tese verso chi ha sbagliato. Oggi la realtà penitenziaria è in profonda sofferenza: sovraffollamento, carenza di personale, strutture inadeguate, crescente disagio psichico. A questo si aggiunge il rischio di una deriva che riduce la pena a mera punizione, dimenticando la finalità rieducativa indicata dalla Costituzione. In questo scenario il volontariato penitenziario rappresenta una presenza che affianca le istituzioni, portando dentro le carceri relazioni, ascolto, legami con il territorio: il carcere non è un mondo separato, ma una parte della società che riguarda tutti. Il Giubileo delle persone detenute ha riportato al centro dell’attenzione la necessità di un impegno per politiche penali più attente, che investano in percorsi di reinserimento, lavoro, formazione, cura delle fragilità. Perché un carcere che umilia e schiaccia non rende più sicura la società, mentre se accompagna e responsabilizza, può generare futuro. Torniamo dal Giubileo confermati nell’impegno a non distogliere lo sguardo e a lavorare per una pena capace di restituire ogni persona alla sua piena umanità. *Presidente Seac Odv “Controcorrente”, un calendario galeotto L’Unità, 18 dicembre 2025 Un calendario pensato per il mondo del carcere, per i detenuti, per chi lavora in una istituzione totale, per il volontariato che cerca di dare senso ai principi della Costituzione. A idearlo e realizzarlo la Società della Ragione con il Garante dei diritti delle persone private della libertà personale, la Fondazione Michelucci e l’Archivio Margara, che ieri l’hanno presentato ai detenuti di Sollicciano a Firenze. In copertina il titolo Controcorrente. Tra le pagine i dodici articoli della Costituzione -uno per ogni mese- significativi per le garanzie dei diritti e delle libertà: a cominciare ovviamente dall’articolo 27, platealmente e quotidianamente calpestato nelle nostre prigioni. Gli articoli sono riportati anche in inglese e in arabo per renderli più facilmente comprensibili ai tantissimi reclusi stranieri. Sfogliando il calendario si trovano poi riprodotte le copertine di libri dedicati ai temi della giustizia e della pena, e le immagini di alcuni quadri realizzati proprio le mura di una prigione. Infine dodici frasi di autrici e autori, scelte da Franco Corleone, che “aprono squarci di pensieri controcorrente”. “Può apparire una contraddizione presentare l’immagine dei mesi e dei giorni per chi vive in un luogo senza tempo”, si legge nella presentazione del calendario. “Il carcere vuoto, senza speranza chiede una attenzione piena di iniziative perché il reinserimento sociale indicato come bussola dall’articolo 27 della Costituzione non sia una parola retorica. La Società della Ragione con il Garante dei diritti delle persone private della libertà personale e con la Fondazione Michelucci e l’Archivio Margara propongono pensieri controcorrente e immagini di opere d’arte. La cultura e la bellezza possono aprire un orizzonte che non si arrende alla quotidianità fatta di violenza e mancanza di dignità. Liberarsi dalla necessità del carcere rappresenta un obiettivo di inclusione e di affermazione di valori come l’autonomia e la responsabilità. Nessuno può essere considerato perduto per sempre: questo è il senso della democrazia. Viviamo tempi torbidi e la riduzione degli spazi del dissenso e la limitazione dello scambio tra dentro e fuori rischia di rendere il carcere chiuso e di impedire la trasparenza”, spiegano i promotori. “Grazia Zuffa commentò il decreto sicurezza con questa frase: “Sgomenta la grande spregiudicatezza nell’inventare norme. Un’inventiva che sconfina nell’illegalità”. Non ci arrendiamo e ci piace ricordare che duecentoquaranta anni fa, nel 1786, la Toscana abolì la pena di morte e la tortura. Il sovraffollamento, i troppi suicidi, l’autolesionismo denunciano una condizione intollerabile dei corpi reclusi. La salute e l’affettività rappresentano diritti fonda-mentali e inalienabili. Dopo cinquant’anni occorre una nuova riforma del carcere. Con intransigenza e nonviolenza”. Giustizia, il Governo accelera: ipotesi referendum il primo marzo di Giuliano Foschini La Repubblica, 18 dicembre 2025 Il referendum costituzionale sulla riforma della giustizia voluta dal governo Meloni potrebbe tenersi domenica 1 marzo. È la data che l’esecutivo sta valutando come la più probabile, anche se formalmente il perimetro resta quello che va dal primo al 15 marzo. Un’ipotesi che da settimane gira a Chigi ed è stata esplicitamente evocata dal leader della Lega Matteo Salvini nel corso della cena natalizia con i gruppi parlamentari del Carroccio. “Dipende dalle procedure della Cassazione ma il primo è la data più probabile”, ha detto. Il governo vuole accelerare, anche se il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha spiegato che dovranno essere rispettati tempi tecnici che il comitato del No ritiene però siano altri: i costituzionalisti sostengono che non sia possibile arrivare alle urne prima della fine di marzo, con un voto che slitterebbe quasi inevitabilmente ad aprile. La data non è un dettaglio: il governo vuole fare in fretta perché, dicono dai comitati del No, nei sondaggi il Sì, pur rimanendo in testa, sta perdendo continuamente terreno. “Se facessero la legge elettorale e andare subito a votare sarebbe un colpo di mano, così come se accelerassero sulla riforma della giustizia. Accelerare i tempi del referendum è un tentativo osceno a cui ci opporremo in ogni modo”, attacca l’ex premier Giuseppe Conte. “Il Governo ha una enorme paura di perdere il referendum. È l’unica spiegazione che si può dare davanti alle gravi forzature che sta compiendo per votare il prima possibile, impedendo un tempo serio per una campagna elettorale di merito”, attacca Walter Verini del Pd. “Tanto loro la campagna elettorale la fanno con Garlasco, la casa nel bosco, con casi giudiziari che c’entrano niente con il tema del referendum, ma la cui ossessiva amplificazione serve solo a gettare discredito sulla magistratura e la sua indipendenza”. Proprio per prepararsi al referendum il centrodestra sta organizzando i comitati del sì. Oggi dovrebbe nascere ufficialmente il “comitato politico”. A presiederlo sarà l’ex giudice costituzionale Nicolò Zanon, mentre il ruolo di portavoce sarà affidato al giornalista Alessandro Sallusti. Ci dovrebbero essere anche le due componenti del Csm Isabella Bertolini e Claudia Eccher, contro cui si sono scagliati i colleghi di Consiglio di Area, segnalando l’inopportunità. “Vogliono la censura ma non l’avranno”, risponde però Eccher”. “Sono un avvocato, sono di sinistra e dico: giusto votare la riforma sulle carriere separate” di Valentina Stella Il Dubbio, 18 dicembre 2025 Intervista a Mimmo Passione, secondo il quale “non c’è alcuna contraddizione tra l’essere di sinistra e la riforma che ora è al vaglio referendario, la cui genesi non appartiene alla destra ma è, invece, il naturale compimento costituzionale dell’art. 111.” Mimmo Passione, lei è un avvocato di sinistra. Ma vota Sì ad una riforma della destra? Non c’è alcuna contraddizione tra l’essere di sinistra e la riforma che ora è al vaglio referendario, la cui genesi non appartiene alla destra ma è, invece, il naturale compimento costituzionale dell’art.111. Ho sempre pensato che costituisca un corretto metodo interpretativo misurarsi con il testo più che con l’intenzione del legislatore, che ognuno può euristicamente (e strumentalmente) valutare come vuole, trascurando la lettera della legge. Così è stato in materia di giustizia riparativa, così è oggi con la riforma costituzionale. Cosa pensa quando sente Meloni, Nordio, Mantovano dire che questa riforma serve a “ricondurre” la magistratura e che oggi è utile alla destra, domani lo sarà alla sinistra? Tutto il male possibile; leggere anche i commenti alla liberazione dell’Imam di Torino restituisce l’idea della separazione dei poteri che alcuni giornali filo governativi hanno, di tipo cileno (“il Governo arresta, il giudice libera”). La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere, e con la modifica dell’art. 104 si specifica che ciò varrà anche per quella requirente. Non vi è alcuna utilità per la politica, ma per le persone, che potranno contare sulla garanzia di una rafforzata terzietà del giudice e del processo quale luogo costituzionalmente preordinato a valutare eventuali responsabilità penali. Secondo lei grazie alla riforma ci saranno meno ingiuste detenzioni e più assoluzioni? Non prevedo il futuro, e certamente i cambiamenti non avverranno dall’oggi al domani; la riforma tende a garantire che le parti processuali si confrontino dinanzi ad un giudice terzo e a favorire una cultura della prova, e “non la mancata dispersione dei mezzi di prova”, e questo vale per l’esito processuale e prima ancora per la limitazione della libertà personale. Certo, mi pare che il punto di frizione maggiore oggi si avverta nella fase delle indagini preliminari, laddove il vaglio del giudice alle richieste del pm spesso si esercita (non solo per ragioni di urgenza) in maniera poco sorvegliata Dalla sua lunga esperienza di avvocato d’aula, da cosa ha evinto che il giudice è succube del pm? Non ho mai pensato che il giudice sia succube del pm, altrimenti farei un altro mestiere, ma che in quanto partecipe della stessa tensione e preoccupazione (la “ricerca della verità”) finisca spesso, a volte senza neanche accorgersene, col piegare il processo e il suo ruolo a funzioni che gli sono estranei. Viene a mente il pensiero di Jacques Derrida, le sue riflessioni sulla relazione complessa tra diritto e giustizia, alla quale il primo, legato alla forza e all’autorità (Gewalt), guarda come ideale, un’esigenza infinita, senza raggiungerla. Del resto, lo stesso Piero Calamandrei affermava che “c’è una parte della nostra Costituzione che è una polemica contro il presente”, non solo contro il passato regime, e così potremmo dire oggi rispetto all’art.111. Più prosaicamente, io penso che vi sia giustizia dove le regole si osservano, certo interpretandole, e non dove si va in cerca del giusto a dispetto dei santi, per chi ci crede. Secondo il professor Gialuz “con meno presidi a tutela dell’indipendenza finirà per affievolirsi anche la terzietà del singolo giudice”, compreso quello civile... Non sono d’accordo col mio amico Mitja Gialuz, e lui lo sa, perché non rinvengo nella riforma alcun attacco all’indipendenza dei magistrati, anzi. Quanto ai giudici civili, il cui ruolo essenziale nel riconoscimento dei diritti in società complesse è ovvio, non mi pare che abbiano storicamente trovato grande riconoscimento istituzionale da parte dei loro stessi colleghi, soprattutto all’interno del CSM. Non teme anche lei la nascita della cosiddetta Prokuratura? Di nuovo non capisco; da un lato si lamenta il rischio di un controllo della politica sui pm, malgrado il testo del riformato art.104 Cost, e dall’altro si agita lo spettro di una Prokuratura. Le due cose mi paiono in aperta contraddizione. Ho trovato molto allarmante quanto ho ascoltato in questo periodo di campagna referendaria da parte di diversi autorevoli magistrati, che hanno lamentato (secondo me spesso strumentalmente) questo rischio, come se il pm (lo stesso che spesso assecondano per ogni richiesta) fosse un pericolo per la democrazia. Lei è un iscritto all’Ucpi. È tra quelli da sempre favorevoli al sorteggio o anche lei ha cambiato idea ultimamente? L’idea del sorteggio non mi è mai piaciuta, e non era la proposta UCPI, ma il CSM è organo di rilievo costituzionale, non di rappresentanza politica. Ho sentito dire che farne parte è diverso dall’essere un ottimo magistrato, e penso sia così; dunque non sono d’accordo con chi sostiene che se presiedi, ad esempio, un Collegio in Assise puoi tranquillamente essere un consigliere del CSM, ma per contro non riesco a comprendere come il voto, invece del sorteggio, possa orientare meglio la scelta. Il mestiere è diverso. Altro è ovviamente il prezioso contributo di elaborazione culturale che hanno svolto le correnti, che ha favorito la crescita della magistratura e della società, ma questo non ha nulla a che fare con la logica spartitoria alla quale si è assistito e ancora si assiste, che nuoce in primo luogo alla stessa autorevolezza di chi la giustizia amministra. Sarebbe d’accordo a sorteggiare i membri dei Coa e della Camere Penali? Certamente non quelli delle Camere Penali, il cui ruolo di rappresentanza politica dell’avvocatura penalista è noto e riconosciuto da sempre. La soluzione ai mali della giustizia non poteva ricercarsi ad esempio dando meno armi ai pm, quindi attraverso una seria politica di depenalizzazione o abolizione dei reati? Non comprendo la relazione tra depenalizzazione o abolitio criminis (che non mi pare proprio in cima all’agenda dell’attuale decisore politico - non solo governativo) e il dare “meno armi ai PM”. I pm non sono armati, e non devono incutere timore a nessuno, solo che devono fare un lavoro diverso dal Giudice, perché diverso è il loro ruolo costituzionale. Nella Costituzione più bella del mondo, come a tanti piace dire oltraggiandola, c’è anche l’art.111, che anche la sinistra ha votato, ma che continua ad essere figlio di un Dio minore. Giustizia e Pnrr: i funzionari tecnici vanno stabilizzati di Fabrizio Federici L’Opinione, 18 dicembre 2025 Nel dibattito sulla stabilizzazione del personale assunto coi fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza, un dato rischia di passare inosservato, pur essendo decisivo: il Ministero della Giustizia prevede l’assunzione di circa 6.000 lavoratori precari, di cui ben 5.200 collocati nell’Area III, quella dei funzionari. Numeri che, da soli, basterebbero a chiudere ogni polemica sulla possibilità o meno di assorbire integralmente una platea molto più ridotta: i funzionari tecnici di amministrazione, che oggi sono solo 800 circa su tutto il territorio nazionale. Si tratta di una categoria selezionata tramite concorso pubblico, inserita stabilmente negli uffici giudiziari e chiamata a svolgere funzioni amministrative qualificate, analoghe a quelle dei funzionari di ruolo. Eppure, mentre per altri profili tecnici - informatici, contabili, statistici, edilizia - si va verso una stabilizzazione automatica, per i funzionari tecnici di amministrazione si prospetta una procedura selettiva aggiuntiva, in parte assimilata a profili diversi per mansioni e percorso concorsuale. Il nodo centrale è semplice e, diremmo, difficilmente confutabile: se il piano di stabilizzazione riguarda 6.000 unità complessive e 5.200 posti sono già destinati all’Area III, l’assorbimento di circa 800 funzionari tecnici di amministrazione non solo è sostenibile, ma appare del tutto coerente con l’impianto complessivo della riforma. Ancor più se si considera che questi funzionari sono già in servizio, già formati e pienamente operativi negli uffici giudiziari. Non si tratta, quindi, di “allargare” le maglie della stabilizzazione, bensì di applicare lo stesso criterio di razionalità amministrativa già adottato per gli altri profili tecnici: valorizzare competenze esistenti ed evitare la dispersione di professionalità costruite con investimenti pubblici. Da dove provengono i funzionari tecnici di amministrazione? Dal concorso Ripam 2022, una delle più ampie e selettive procedure di reclutamento degli ultimi anni. Le prove non erano identiche a quelle di altri profili, così come non lo sono le mansioni di questi funzionari: supporto amministrativo avanzato, istruttorie, predisposizione di atti, raccordo tra uffici, attività che, in sostanza, li rendono pienamente integrati nella struttura ordinaria della giustizia. È la stessa classificazione ministeriale delle famiglie professionali a collocarli nei “Servizi amministrativi, contabili e di organizzazione”, ben distinti da figure di supporto alla giurisdizione come gli addetti all’Ufficio per il processo. Assimilarli oggi ad altri profili solo nella fase della stabilizzazione rischia di apparire una forzatura, più che una scelta fondata su criteri oggettivi. La richiesta avanzata dai funzionari tecnici di amministrazione - anche attraverso una formale interlocuzione con le istituzioni - non ha il sapore di una mera rivendicazione corporativa. È piuttosto, diremmo, una domanda di coerenza delle politiche pubbliche: se lo Stato riconosce la necessità di stabilizzare migliaia di funzionari per garantire continuità agli uffici giudiziari, non vi è alcuna ragione logica per escludere o sottoporre a un trattamento deteriore una platea che è numericamente limitata e, soprattutto, già pienamente funzionale al sistema. Il Pnrr, com’è noto, nasce anche per rafforzare la capacità amministrativa dello Stato. La stabilizzazione dei funzionari tecnici di amministrazione rappresenterebbe, allora, una scelta di buon senso, prima ancora che di equità: poche centinaia di lavoratori, già selezionati e già indispensabili, che possono essere assorbiti senza traumi in un piano che prevede migliaia di assunzioni. In definitiva, la domanda non è se sia possibile farlo, perché già i numeri dimostrano che lo è. La vera questione è se si voglia davvero applicare fino in fondo il principio di razionalità (weberiana, diremmo!) che dovrebbe guidare ogni riforma della Pubblica Amministrazione. Una legge nazionale contro le cause temerarie di Andrea Oleandri* L’Unità, 18 dicembre 2025 Nella legge di delegazione europea approvata dalla Camera il governo ha recepito la direttiva Ue che tutela le Slapp transfrontaliere, ma non ha sfruttato l’occasione per intervenire anche sulle azioni legali interne, che sono la maggior parte e con il maggiore impatto negativo sulla libertà di espressione. Senza una legge nazionale organica si rischia di legittimare di fatto le cause temerarie, lasciando intatto il loro potere intimidatorio. Il 3 dicembre 2025 la Camera dei Deputati ha approvato la legge di delegazione europea per recepire, tra le altre cose, la Direttiva UE sulle Slapp (Strategic Lawsuits Against Public Participation), per cui sull’Italia pendeva un impegno che sarebbe scaduto il 7 maggio 2026. Formalmente il Governo italiano ha ripreso il perimetro previsto dalla Direttiva (UE) 2024/1069, che tutela solo cause civili con implicazioni transfrontaliere, lasciando fuori quasi tutte le azioni legali temerarie interne, che sono la maggior parte di quelle intentate e, spesso, quelle con un impatto maggiormente negativo sulla libertà di espressione. Ha formalmente ragione il ministro per gli Affari europei Tommaso Foti, quando sostiene come il “perimetro” non sia un’invenzione del Governo ma sia così imposto dalla stessa Direttiva europea. Ma nonostante questo non si può non accertare come ancora una volta ci si sia limitati al “compitino”, senza approfittare dell’occasione per varare una legge organica che andasse a regolamentare in profondità questo tema. Il rischio attuale è che invece ora si vada in qualche modo a consolidare, piuttosto che mitigare, il fenomeno delle SLAPP nel nostro sistema giudiziario, a danno del sistema democratico. Infatti in Italia l’acronimo SLAPP non ha una traduzione specifica. Spesso si parla di azioni legali temerarie, che possono essere di vario tipo (querele, richieste di risarcimenti, o anche solo minacce di azioni legali), ma che hanno tutte un comune denominatore: limitare la partecipazione pubblica andando a colpire direttamente giornalisti, attivisti, cittadini. Provocando quello che viene definito chilling effect: chi viene denunciato si trova costretto a interrompere l’azione, spesso per mancanza di risorse o per paura di cause lunghe e costose. Si tratta di episodi di auto-censura che scoraggiano la pubblicazione di inchieste, denunce sociali o attività civiche di monitoraggio. Nei giorni precedenti al voto del Parlamento, CILD aveva pubblicato il policy brief “SLAPP in Italia: impatto, lacune normative e proposte”. Quello che si evidenzia, citando dati di CASE Europe (un network di organizzazioni che in tutta Europa sono impegnate nel promuovere riforme che limitino l’utilizzo delle SLAPP) è come l’Italia sia tra i paesi europei con il maggior numero di cause temerarie, con effetti reali e preoccupanti sulla libertà di espressione e partecipazione pubblica. Circa il 23% dei casi europei censiti coinvolge soggetti italiani, con una prevalenza di querele per diffamazione e richieste civili di risarcimento danni superiori ai 100.000 euro. Le SLAPP in Italia non rappresentano casi isolati, ma una tendenza consolidata, favorita da un sistema mediatico fragile (che spesso offre poche garanzie ai giornalisti o ha poche possibilità di affrontare cause lunghe, con richieste di risarcimento potenzialmente onerose), l’uso politico-giudiziario della diffamazione e la mancanza di strumenti efficaci di tutela preventiva. La Direttiva Anti-Slapp prevedeva una serie di interventi: la possibilità per il giudice di rigettare in via prioritaria le azioni prive di fondamento; sanzioni dissuasive per il querelante, come nel caso di pagamento delle spese e a un risarcimento aggiuntivo per la parte lesa in caso di azioni legali evidentemente infondate; assistenza alle vittime tramite la creazione di centri di supporto nazionali e fondi per coprire i costi legali. Anche il Consiglio d’Europa è intervenuto sul tema nel 2024 con alcune raccomandazioni non vincolanti ma che costituiscono uno standard internazionale consolidato, che suggerisce misure più ampie e sistematiche rispetto a quelle previste dalla sola Direttiva UE. Tra queste: la depenalizzazione della diffamazione, privilegiando rimedi civili proporzionati (l’Italia è uno dei paesi dove la diffamazione è ancora punita con il carcere); l’introduzione di meccanismi di archiviazione accelerata per azioni temerarie; l’assistenza legale e finanziaria alle vittime; la formazione di magistrati e avvocati sul riconoscimento delle SLAPP. Nel suo policy brief CILD, tenendo conto di questi documenti internazionali e del lavoro di diverse organizzazioni non governative che si occupano da tempo di questo tema, aveva proposto delle sue raccomandazioni, di cui il Parlamento non ha finora tenuto conto. Il recepimento italiano della Direttiva UE, pur doveroso, resta quindi parziale e insufficiente rispetto alle esigenze reali di tutela dei diritti fondamentali. Senza una legge nazionale organica, coerente si rischia di consegnare alle SLAPP una legittimazione di fatto, lasciando intatto il loro potere intimidatorio. Se non si affronta il problema nel suo complesso, definendo, prevenendo e sanzionando efficacemente tutte le azioni legali abusive, la libertà di espressione e di partecipazione rimarranno vulnerabili. Quel che serve è coraggio politico e legislativo, non un “compitino” da archiviare. *Co-Direttore Esecutivo CILD Negligenza informativa dell’imputato, non prova la volontà di sottrarsi alla conoscenza del processo di Paola Rossi Il Sole 24 Ore, 18 dicembre 2025 Il presupposto per procedere in assenza dell’imputato ritenendo che si sia sottratto volontariamente alla conoscenza della pendenza del processo non è integrato automaticamente dall’assenza di contatti col difensore che ha nominato. La Corte di cassazione penale - con la sentenza n. 40489/2025 - ha accolto il ricorso dell’imputato che chiedeva la rescissione del giudicato in quanto la notifica dell’atto di citazione in giudizio era stata effettuata presso il difensore di fiducia nominato durante le indagini preliminari e indicato come domiciliatario, ma che precedentemente alla prima udienza aveva rinunciato al mandato sottolineando di non aver avuto mai più contatti con la persona assistita e di non conoscerne la dimora. Veniva nella stessa udienza nominato dal giudice procedente un difensore d’ufficio che ha rappresentato l’imputato nell’ulteriore corso del processo, sino alla pronuncia della sentenza di condanna divenuta irrevocabile. La Cassazione boccia il ragionamento del giudice di merito che investito dell’istanza di rescissione del giudicato ha invece sostenuto che l’imputato si fosse volontariamente sottratto alla conoscenza del processo in quanto aveva mancato di informarsi presso il difensore e quindi di conoscere la pendenza del processo. Il vulnus della decisione ora annullata sta proprio nel sillogismo tra colpevole inattività nell’informarsi sul procedimento e volontaria sottrazione alla conoscenza della pendenza del processo poiché quest’ultima costituisce proprio uno dei presupposti previsti dall’articolo 420 bis del Codice di procedura penale per procedere in assenza dell’imputato. L’altro presupposto alternativo, al fine di dichiarare legittimamente l’assenza dell’imputato, è l’effettiva conoscenza della pendenza del processo e che l’assenza all’udienza sia dipesa da scelta volontaria e consapevole. Il giudice è tenuto ad accertare uno o l’altro presupposto in base alle concrete modalità della notificazione, degli atti compiuti dall’imputato prima dell’udienza, della nomina di un difensore di fiducia e di ogni altra circostanza rilevante. Ebbene la circostanza che l’imputato abbia nominato un difensore di fiducia nel corso delle indagini preliminari e abbia eletto domicilio presso il suo studio non costituisce indice dell’effettiva conoscenza della pendenza del processo e della vocatio in iudicium notificata presso il domiciliatario, quando, come nella specie, il difensore abbia rinunciato al mandato a seguito della definitiva perdita di contatti con l’imputato. Ma nel caso concreto dove lo stesso difensore rinunciatario aveva dichiarato di non aver mai più avuto contatti dopo la fase delle indagini preliminari in cui l’imputato lo aveva fiduciariamente incaricato non appare compiutamente dimostrato che questi avesse avuto conoscenza della vocatio in iudicium. Il giudice però nell’affermare che si versasse in un’ipotesi di “volontaria sottrazione” alla conoscenza del processo si era ancorato al rilievo della mancanza di diligenza informativa a fronte della nomina di un difensore di fiducia e della elezione di domicilio presso di questi. Ma mancando ulteriore accertamento di fatto da parte del giudice sulla volontarietà dell’assenza risulta violato il principio per cui: “la manifesta mancanza di diligenza informativa da parte dell’imputato può costituire circostanza valutabile nel caso concreto, ma non può essere di per sé determinante per potere affermare, in modo automatico, la ricorrenza della volontaria sottrazione”. Conclude perciò la sentenza precisando che: “se si esaspera il concetto di “mancata diligenza” sino a trasformarla automaticamente in una conclamata volontà di evitare la conoscenza degli atti, ritenendola sufficiente per fare a meno della prova della consapevolezza della vocatio in ius per procedere in assenza, si farebbe una mera operazione di cambio nome e si tornerebbe alle vecchie presunzioni, il che ovviamente è un’operazione non consentita”. Così la Cassazione sceglie di dare continuità all’orientamento maggioritario secondo cui la negligenza informativa dell’imputato - che non abbia mantenuto i contatti con il proprio difensore e si sia reso di fatto irreperibile - non costituisce di per sé prova della volontaria sottrazione alla conoscenza della pendenza del processo, valorizzabile ex articolo 420-bis, comma 3, del Codice di procedura penale. Reggio Emilia. Detenuto suicida nella Rems: aveva rubato una bicicletta piacenzasera.it, 18 dicembre 2025 Un detenuto di 24 anni, di origine indiana, si è suicidato nel pomeriggio del 16 dicembre nella Rems di Reggio Emilia. È il primo caso di questo genere in Emilia-Romagna. Il giovane era stato arrestato e incarcerato a Piacenza per furto di una bicicletta e resistenza a pubblico ufficiale. A riferire l’accaduto è il Garante regionale per i detenuti, Roberto Cavalieri. Gli operatori sanitari si sono tutti adoperati per sostenere gli altri pazienti della struttura. “L’evento - dice Cavalieri - deve scuotere l’animo di tutti perché la struttura di Reggio Emilia rappresenta il massimo valore sanitario e sociale che una regione può dare a persone con problematiche psichiatriche e che hanno inconsapevolmente compiuto reati. Un fatto come questo deve interrogare perché questi esseri umani sono storie di sofferenza che durano da ben prima della loro carcerazione o del loro ingresso in Rems”. Cosa sono le Rems - Le Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza sono previste dalla l. 81/2014 per accogliere le persone affette da disturbi mentali, autrici di reati, a cui viene applicata dalla magistratura la misura di sicurezza detentiva del ricovero in ospedale psichiatrico giudiziario o l’assegnazione a casa di cura e custodia. Le Rems hanno sostituito gli Ospedali psichiatrici giudiziari (Opg) aboliti nel 2013 e chiusi definitivamente il 31 marzo 2015, anche se l’internamento nelle nuove strutture ha carattere transitorio ed eccezionale in quanto applicabile “solo nei casi in cui sono acquisiti elementi dai quali risulti che è la sola misura idonea ad assicurare cure adeguate ed a fare fronte alla pericolosità sociale dell’infermo o seminfermo di mente”. Nuoro. A Badu e Carros solo detenuti al 41bis? Todde: “Per la Sardegna una condanna senza appello” di Enrico Fresu L’Unione Sarda, 18 dicembre 2025 La presidente della Regione contro l’ipotesi di trasformazione in carcere di massima sicurezza: “Inaccettabile”. “L’ipotesi che il carcere venga svuotato e ristrutturato per ottenere una struttura destinata esclusivamente ai detenuti sottoposti al regime del 41-bis è concreta ed imminente. Se confermata, sarebbe una scelta gravissima per Nuoro e per l’intero territorio”. La presidente della Regione, Alessandra Todde, si mette nella scia della preoccupazione del vescovo di Nuoro, monsignor Antonello Mura, in relazione al carcere di Badu e Carros: stando a quanto trapelato il penitenziario barbaricino potrebbe essere svuotato per “accogliere” solo detenuti in regime di massima sicurezza. Mafiosi e terroristi, quindi, come i 92 destinati al braccio di imminente inaugurazione nel carcere di Uta. A Nuoro “non sarebbe un intervento temporaneo, ma una decisione strutturale, assunta senza alcun confronto con la Regione. Una punizione per una città, per un territorio e per un’isola che faticosamente stanno rialzando la testa”. Il 3 dicembre Todde ha scritto alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni per contestare il trasferimento in Sardegna di un numero elevato di detenuti al 41-bis, senza ottenere alcuna risposta. “Prima ancora avevo chiesto al ministro della Giustizia l’apertura di un confronto formale, che era stato garantito e poi disatteso. Non solo non mi sono state fornite risposte o rassicurazioni ma sono stata accusata di allarmismo”. La governatrice bolla come “inaccettabile che un intero carcere venga ristrutturato e destinato esclusivamente a questo regime, concentrando in Sardegna costi, rischi e carichi che ricadono sulle comunità locali. Sull’isola intera”. Un’isola “che sogna un riscatto con l’Einstein Telescope e che invece viene condannata senza appello alle infiltrazioni mafiose. La Sardegna ospita già il numero più alto di detenuti al 41-bis in rapporto alla popolazione, tutti non sardi. I sardi che sostengono questo Governo vogliono essere complici di questo abominio o alzare la loro voce per dire che è ora di finirla? L’insularità non può essere usata come la nostra condanna”, conclude. Trieste. Le nostre prigioni di Francesco Viviani triesteallnews.it, 18 dicembre 2025 C’è qualcosa di profondamente ottocentesco, e non nel senso buono, nel fatto che a Trieste il carcere stia appiccicato al tribunale come una sacrestia all’altare. È una concezione austroungarica, figlia di un’epoca in cui giustizia, pena e redenzione dovevano condividere lo stesso corridoio, possibilmente sotto lo stesso sguardo morale. Una visione che oggi sopravvive più per inerzia che per ragione, e che continua a produrre effetti paradossali: logistici, simbolici, talvolta grotteschi. E, come si è visto, anche pericolosi. Il complesso del Coroneo, nel cuore della città, racconta questa storia meglio di qualsiasi trattato di architettura penitenziaria. Il tribunale a pochi metri, il carcere addossato, la città intorno che preme. Una giustizia che non si limita ad amministrare, ma occupa spazio urbano, lo colonizza, lo sovraccarica. È un’idea di Stato che non ha mai davvero aggiornato la propria mappa mentale: punire, giudicare, custodire tutto insieme, come se il semplice contatto fisico potesse garantire ordine. I numeri, intanto, dicono altro. Le carceri italiane viaggiano stabilmente oltre la capienza regolamentare: decine di migliaia di detenuti in più rispetto ai posti disponibili, con istituti che superano il 120-130% di affollamento. Il personale di polizia penitenziaria è sotto organico di migliaia di unità. I cantieri - necessari, sacrosanti - diventano falle strutturali. I ponteggi si trasformano in scale di fuga. Non per genio criminale, ma per somma di incuria e abitudine all’emergenza. Qui torna utile rileggere Le mie prigioni di Silvio Pellico. Non per nostalgia, ma per capire quanto poco sia cambiato il riflesso culturale che accompagna la detenzione. Pellico descrive il carcere come un luogo dove l’uomo viene ridotto a numero, dove la sofferenza non è strumento di giustizia ma conseguenza collaterale dell’ordine. Scrive della sorveglianza ossessiva e insieme distratta, dell’autorità che controlla tutto e non vede l’essenziale. Cambiano i secoli, restano i meccanismi. E quando la realtà supera la letteratura, finisce per assomigliarle. L’evasione dal Coroneo ha qualcosa del Conte di Montecristo di Alexandre Dumas, ma in versione dimessa, senza genio né vendetta. Non il tunnel scavato per anni, ma un’impalcatura lasciata lì. Non l’astuzia sublime di Edmond Dantès, ma l’occasione colta in un sistema stanco. È il romanzo d’appendice di uno Stato che si affida alla fortuna più che alla programmazione. Il punto, però, non è l’uomo che scappa. È il contesto che glielo permette. Un carcere incastonato nella città, schiacciato tra funzioni incompatibili, concepito quando l’Impero pensava che l’ordine si imponesse per prossimità fisica e non per efficienza organizzativa. Oggi sappiamo che non è così. Eppure continuiamo a costruire, ristrutturare, rattoppare seguendo lo stesso schema mentale. Le nostre prigioni non hanno bisogno di essere più dure, ma più pensate. Più distanti dal tribunale, non solo in senso geografico ma concettuale. Perché la giustizia non si rafforza tenendo tutto insieme: si indebolisce. E ogni evasione, piccola o grande che sia, non è mai solo una fuga. È una nota a margine, scritta male, di un sistema che insiste a leggere il presente con gli occhiali del passato. Trieste. La Garante dei detenuti: “Riflessione seria e non per slogan sulle carceri” ansa.it, 18 dicembre 2025 Burla, “la tanto proclamata sicurezza ha le sue falle”. “Inasprire le pene, creare nuovi reati, inserire sempre più stringenti ostatività alle misure alternative di esecuzione delle condanne e alle pene sostitutive, hanno avuto il solo risultato di incrementare il numero di persone ristrette in carcere anche per reati che certamente non destano particolare allarme sociale, mantenendo però la stessa pianta organica degli appartenenti alla polizia penitenziaria e alle altre aree”. Lo scrive in una nota il Garante dei diritti dei detenuti del Comune di Trieste Elisabetta Burla che invita a “una riflessione seria e non per slogan”. Ricordando l’evasione dalla casa circondariale di Trieste una delle tre verificatesi nell’ultima settimana in Italia, Burla sottolinea che “la tanto proclamata sicurezza, evidentemente, ha le sue falle”. Ed evidenzia la situazione nel carcere di Trieste dove, “a fronte di una capienza effettiva di 117 posti (dai 150 bisogna infatti sottrarre i luoghi non disponibili per ristrutturazioni o inagibilità), le persone detenute sono, da quasi un anno, 240” e “dove la pianta organica della polizia penitenziaria è carente di una ventina di unità”. Per Burla, “la costruzione di nuovi istituti di pena, lontani dal contesto cittadino, ha il solo fine di spostare l’attenzione dalla crisi del sistema carcerario” mentre “l’esecuzione delle condanne in misure alternative o con pene sostitutive offre maggiori garanzie di risocializzazione e sicurezza laddove il carcere - così com’è attualmente - annienta la speranza”. Infine, il Garante ricorda che sono 76 le persone detenute che quest’anno si sono tolte la vita, cui si aggiungono altre 4 che operavano a diverso titolo all’interno del carcere. Trento. Al carcere di Spini di Gardolo ha aperto la stanza dell’affettività iltquotidiano.it, 18 dicembre 2025 Qui i detenuti potranno incontrare i propri compagni e le proprie compagne. Alla Casa circondariale di Trento apre la stanza dell’affettività. Uno spazio dedicato ai colloqui intimi tra le persone detenute e i loro partner, realizzato dall’amministrazione penitenziaria con il sostegno della Conferenza e sostenuto dalla Conferenza regionale volontariato giustizia Trentino Alto Adige Sudtirol. Il progetto è stato promosso e accompagnato dalla direzione dell’istituto, guidata da Annarita Nuzzaci, che ha seguito l’intero percorso fino alla sua concretizzazione: rendendo possibile la traduzione operativa di un importante principio di diritto. Un progetto che nasce in risposta alla sentenza n. 10/2024 della Corte Costituzionale, che riconosce il diritto all’affettività come parte fondamentale della dignità delle persone detenute, compatibilmente con le esigenze di sicurezza e ordine. Il contributo - La stanza, ora completa e agibile, è destinata agli incontri con il coniuge, il convivente o il partner dell’unione civile. La stanza, ora completa e agibile, è destinata agli incontri con il coniuge, il convivente more uxorio o il partner dell’unione civile, nel rispetto delle esigenze di sicurezza e ordine dell’istituto. La Conferenza regionale volontariato giustizia Trentino Alto Adige Südtirol ha contribuito in modo concreto all’allestimento, fornendo il letto matrimoniale con materassi e cuscini nuovi grazie al sostegno dell’azienda Patiflex. Gli altri arredi sono stati messi a disposizione dall’amministrazione penitenziaria. Al centro, la famiglia - Accanto allo spazio per le coppie, l’associazione ha destinato materiale anche ai bambini, che verrà collocato nello spazio bimbi dell’area verde del carcere, utilizzato nei mesi estivi per i colloqui tra genitori detenuti e figli piccoli. Un ampliamento dell’intervento che rafforza l’attenzione alle relazioni familiari, non solo di coppia ma anche genitoriali. “Oggi sono davvero felice: la stanza degli affetti è completa”, afferma la presidente Lucia Fronza Crepaz. “Solo pochi mesi fa qualcuno ci prendeva in giro quando ne parlavamo- continua- La direttrice ha saputo cogliere lo spirito della sentenza e metterlo in pratica. Insieme ce l’abbiamo fatta”. Un progetto ambizioso nato da una forte convinzione comune. L’iniziativa rafforza la collaborazione tra amministrazione penitenziaria e volontariato e si inserisce nel percorso di umanizzazione del carcere, nel solco della funzione rieducativa della pena prevista dalla Costituzione. La raccolta fondi - Prosegue intanto la campagna di raccolta fondi per la biblioteca del carcere. Infatti, fino al 7 gennaio sarà possibile donare sul sito Ideaginger.it e contribuire all’acquisto di 500 testi e dvd. L’iniziativa è promossa nell’ambito del progetto Liberi da dentro e finanziata anche grazie al bando “Cultura e sport per il sociale 2025” della Fondazione Caritro con il sostegno di Sparkasse per il Crowdfunding, hanno aderito più di sessanta biblioteche su tutto il territorio provinciale e venti librerie. Lecce. Un carcere modello, ora degenerato di Ilaria Donati La Ragione, 18 dicembre 2025 Parla Maria Mancarella, Garante dei diritti dei detenuti. A Lecce, quello che per anni era stato definito un carcere modello è oggi un istituto in sofferenza profonda. Per Maria Mancarella, garante dei Diritti dei detenuti nel capoluogo salentino, si tratta di “una situazione seria, complicata e di difficile soluzione”. I numeri parlano da soli: 780 posti regolamentari, spesso ridotti dai lavori di manutenzione, e quasi 1.400 persone recluse. Un sovraffollamento che si somma a un altro elemento decisivo: “La tipologia di detenuti è cambiata. Arrivano moltissime persone con dipendenze e gravi problemi di salute mentale”. Lecce ha visto evaporare negli anni medici, psicologi e infermieri: “Quando ho iniziato c’erano tre psichiatri, quattro psicologhe, terapisti. Oggi ci sono un solo psichiatra e una sola psicologa. L’assistenza H24 è ormai soltanto sulla carta: di notte c’è un unico medico per 1.400 detenuti”. Anche la polizia penitenziaria è allo stremo. I pensionamenti svuotano gli organici più rapidamente delle nuove assunzioni: “Ne arrivano 20 o 30, ma intanto ne vanno via 70 e così non si recupera più il divario creato da decenni senza concorsi periodici”. Ma la crisi è nazionale: “Sono pochissime in Italia le carceri non sovraffollate” ricorda Mancarella. Negli ultimi anni ha inciso un aumento “indiscriminato e ingiustificato” delle fattispecie penali, che ha trasformato in reati comportamenti prima considerati meri segnali di devianza sociale. A questo si aggiungono “la scarsa attenzione alle pene alternative” e l’impossibilità di concederle a persone prive di casa, lavoro o reti di supporto: “1 giudici non sanno dove metterli. Restano dentro per una fragilità sociale prima che penale”. Sul quadro nazionale pesa anche la lettera che i detenuti Fabio Falbo e Gianni Alemanno hanno indirizzato al papa denunciando sovraffollamento, suicidi e violazioni dei diritti fondamentali: “È assolutamente rappresentativa della realtà nazionale” dice ancora Mancarella, osservando che “nemmeno la voce di Alemanno, uomo della stessa area politica del governo, viene ascoltata”. Lo stesso vale per le recenti dichiarazioni del sottosegretario Mantovano, secondo cui il sovraffollamento sarà affrontato “da qui a due anni”: “Un orizzonte assunto. Se non si fa niente adesso, per allora la situazione sarà esplosiva” replica la garante. Che ha parole dure anche verso il ministro della Giustizia Carlo Nordio: “Le promesse sono rimaste parole vuote. Sappiamo quali sono le cause e quali gli strumenti, ma non si interviene”. E non è una percezione isolata: “Nel corso del mio mandato ho visto peggiorare il sistema penitenziario in tutta Italia”. Un peggioramento che è il prodotto di anni di riforme annunciate e mai realizzate. La salute mentale è il nodo più drammatico: “Le carceri non sono in grado di gestire queste persone, che finiscono per peggiorare. Così come chi non aveva un disturbo finisce per svilupparlo”. Il racconto è crudo: “Ho visto individui entrati sette anni fa sani e atletici che oggi sono obesi, senza denti, depressi. La qualità della vita in carcere logora, distrugge”. Parole che rendono quasi beffardo il richiamo all’articolo 27 della Costituzione sulla funzione rieducativa della pena. Conclude Mancarella: “Nell’immediato l’unica soluzione è un indulto calibrato. Non c’è altra via”. Nel lungo periodo serve invece “una revisione totale dell’idea di carcerazione”, con investimenti in strutture per tossicodipendenti, persone con disagio mentale e detenuti giovani privi di reti sociali. Finché fuori non esisterà una rete capace di accoglierli e reinserirli, “resteranno dentro. E non per il reato, ma perché non saprebbero dove andare”. Roma. La solidarietà? Le donne di Rebibbia l’hanno spiegata a me di Ilaria Dioguardi vita.it, 18 dicembre 2025 Ho tenuto una lezione nel carcere romano a un gruppo di donne ristrette, intorno al tema della solidarietà. Più che una lezione è stato un incontro: di sguardi, di pensieri, di lacrime e di sorrisi. Tante le emozioni e le riflessioni. Io quei 30 occhi non me li dimenticherò mai. La rassegnazione, la rabbia, la fame di sapere: esprimono tutto con un’intensità così forte che ti si appiccica addosso e non se ne va più. È questo il mio pensiero appena il portone blindato si chiude dietro di me e torno fuori, sotto la pioggia. Sulla palazzina alla mia sinistra, dove si vede qualche panno steso tra le sbarre delle finestre, c’è un gabbiano: forse è lo stesso che ho visto al mio ingresso, si gode il panorama e il silenzio da lassù. Gli sembrerà la sua “oasi felice” questo posto, rispetto al caos di Roma, ancor più frenetico in questi giorni prenatalizi. E invece questo luogo non è né un’oasi né è felice: è la casa circondariale femminile di Rebibbia “Germana Stefanini”. Io, invece, oggi sono felice. Sono venuta a parlare a quei 30 occhi e a dialogare con loro. Qualche settimana fa, l’associazione Antigone mi ha telefonato per chiedermi se, in quanto giornalista che per Vita mi occupo molto di carcere, avessi voglia di tenere una lezione in carcere, organizzata nell’ambito di “Nessuno escluso”, programma nazionale volto a sensibilizzare la comunità penitenziaria intorno alla cultura giuridica e costituzionale, a cura del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria - Dap, della casa editrice Giuffrè Francis Lefebvre e dell’associazione Antigone. Non ci ho messo più di qualche secondo ad accettare l’invito. Sono entrata nell’istituto insieme ad Antonio Delfino, direttore Relazioni esterne e istituzionali di Lefebvre Giuffrè, Irene Simoncini, pubblic affairs di Lefebvre Giuffrè e Silvia Caravita, volontaria di Antigone. Ad accompagnarci, Sabrina Maschietto, responsabile Area educativa casa circondariale femminile di Rebibbia. Attraverso un lungo corridoio. Incontriamo alcune detenute che stanno eseguendo lavori di manutenzione ordinaria e, dopo aver passato cinque porte blindate, arriviamo nella piccola biblioteca dove si svolge il nostro incontro. Qualcosa di diverso - Per il programma “Nessuno escluso”, la casa editrice mette a disposizione le proprie risorse culturali, autoriali e editoriali all’interno degli istituti penitenziari italiani per favorire l’interazione sociale, lo sviluppo culturale e umano. Alcune delle ragazze e donne sono già arrivate, altre entrano ed iniziamo a salutarci. La più giovane non ha più di 25 anni, la più anziana supera i 70 anni. Questo è l’ultimo di cinque appuntamenti in programma a Rebibbia, alcune hanno già partecipato ad altri incontri, per altre è la prima volta. Prendono posto sulle sedie sistemate a ferro di cavallo, davanti a me. Sono in assoluto silenzio, sono impazienti di iniziare, ci scambiamo sorrisi. Una di loro mi dice: “Oggi facciamo qualcosa di diverso e di interessante”. “Ognuna deve pensare a se stessa” - L’argomento che ho il compito di presentare ed approfondire è la solidarietà. “Non è una lezione, ma un dialogo, una chiacchierata”, dico subito loro. Mi emoziono appena prendo la parola, io che scrivo di comunicazione sociale da tanti anni e che seguo il tema carcere per Vita da un bel po’, considero un onore che qualcuno abbia pensato a me per quest’occasione e un privilegio poter dialogare con queste donne. È bello vederle così affamate di sapere davanti a me. Anche chi all’inizio ha un’aria svogliata e un po’ prevenuta, poi si apre e dice la sua. Mentre parlo di comunità, volontariato, Terzo settore, Costituzione qualcuna prende appunti, alcune annuiscono, altre fanno di no con la testa. E sono questi no che più mi incuriosiscono, ovviamente. L’avevo messo in conto che parlare di solidarietà in carcere non sarebbe stato semplice. “Qui in carcere non c’è comunità. Ognuna deve pensare a se stessa”, dice per esempio Debora (questo, come tutti gli altri, è un nome di fantasia). Ha capelli biondi lunghi, tanti tatuaggi che spuntano dalla maglia bianca e un’espressione sul viso che sembra perennemente arrabbiata con la vita ma che, durante l’ora e mezza passata insieme, un paio di volte si ammorbidisce in un sorriso. La solidarietà in carcere: è possibile o no? - “Non è vero, con qualche compagna si riesce a essere solidali. Ma le persone di cui ci si può fidare, qui dentro, si contano sulle dita di una mano”, ribatte timidamente Teresa, donna di mezza età, capelli lunghi, neri come i suoi occhiali. Sofia si muove in continuazione nella sua felpa di pile fucsia, è la più loquace. Racconta che è stata ricoverata in ospedale e operata lo scorso febbraio, dopo un incidente avvenuto in carcere: “Al mio ritorno in istituto ho sentito la solidarietà delle mie compagne, che piangevano per la contentezza di rivedermi, mi chiedevano tutte come stavo e se avessi bisogno di qualcosa. È stato emozionante”. E aggiunge: “Tra noi donne è più difficile essere solidali rispetto agli uomini. Io ho il mio fidanzato al carcere maschile di Rebibbia, loro sono più uniti, forse perché noi donne siamo più str…”. “In carcere la solidarietà viene scambiata per cogl…”, dice Rita, la più anziana del gruppo. Lei non si è persa neanche uno dei cinque incontri del progetto ed è molto contenta di apprendere cose nuove e di confrontarsi. “Io me ne frego se la solidarietà viene scambiata per altro, se voglio essere solidale con qualche mia compagna lo sono”, dice Tania. Prende la parola Sharon, trentenne con una coda di cavallo bionda, gonna lunga e maglia nera, due grandi orecchini a cerchio, che tra le lacrime racconta: “Nel tempo del Covid ho sentito la solidarietà di tutte le persone in carcere, dagli operatori agli agenti alle altre donne. Ci siamo aiutati tanto a vicenda, è stato un periodo bruttissimo ma nello stesso tempo eravamo uniti come non lo siamo mai stati”. Qualcuna deve uscire per un colloquio, una telefonata o per andare a lavorare. “Ho tre pantaloni da cucire”, dice Tania. “Devo andare a lavare e stendere le lenzuola, sono la bella lavanderina di Rebibbia”, dice Sofia. La “polverina magica” delle fiabe - “Io sto qui da poco, è la prima volta che entro in carcere. Fuori ho fatto volontariato, qui ho studiato per fare accoglienza alle donne che entrano. Ora faccio questo, penso che si debba essere solidali per poterlo fare”, dice Anita. “Il senso di comunità e di solidarietà è difficile portarli in carcere. La loro base è la Costituzione, ma se noi siamo qui è perché abbiamo fatto qualcosa di illegale. Chi viene da fuori non può capire davvero cosa significhi vivere insieme qui dentro, in un posto costretto. Più che di volontariato parlerei di volontà: ci vuole la volontà di dare una mano, nella vita di tutti i giorni”, dice Rula, un fiume di parole dalla carnagione olivastra, una fascia a fiori in testa. E continua: “Le storie che voi giornali raccontate, le storie di chi ce l’ha fatta una volta uscito dal carcere… sono favole, non sono la realtà”. Le spiego che su Vita non scriviamo favole ma storie vere, e che sono una piccola percentuale le interviste sulle storie di chi ce l’ha fatta dopo la detenzione rispetto agli articoli che scriviamo sui problemi e le difficoltà del carcere. Ma le spiego anche che comprendo il suo punto di vista, spesso leggo anch’io storie (troppo) romanzate che riguardano chi è uscito dal carcere, che alimentano quello che arriva loro: una comunicazione che distorce la realtà e le mette sopra la “polverina magica” delle fiabe. “Ogni storia è a sé, se una persona è stata in carcere senza mai lavorare l’ha vissuto tanto, se ha sempre lavorato tante ore al giorno l’ha vissuto molto meno e in un altro modo. Ognuna di noi vive il carcere in maniera diversa”. Le parole usate fuori hanno un altro significato dentro - L’ultima a prendere la parola è Silvia, volontaria di Antigone, che un paio di volte al mese viene a fare sportello di ascolto. “Il nostro compito è anche rendere più vivibile l’ambiente carcerario. Le parole usate fuori hanno un altro significato dentro. Per poter essere veramente solidali bisogna sentirsi liberi dentro”. Con Silvia ho fatto un tragitto insieme a piedi, sotto la pioggia, dopo essere uscite. Da tanti anni viene in carcere: “Queste persone hanno più di tutto bisogno di essere ascoltate. Il sentimento più forte che si prova quando si parla con loro è l’impotenza”. “Qua dentro l’ascolto è la cosa più importante” - Alla fine dell’incontro, dopo lacrime e sorrisi, ci stringiamo le mani, mi ringraziano e io ringrazio loro, ci auguriamo buon Natale. E quei 30 occhi mi esprimono gratitudine perché “qua dentro l’ascolto è la cosa più importante”, mi dice Rita, mentre mi chiede se possono avere un mio indirizzo mail. Vorrebbero rimanere (per come è possibile) in contatto con me. E io ne sarei felice. Caltanissetta e San Cataldo: “La luce nel buio”: la musica accende speranza nelle carceri tfnweb.it, 18 dicembre 2025 La musica come ponte tra il buio e la luce, tra la solitudine e la speranza. È questo il messaggio che anima “La luce nel buio”, lo spettacolo portato dal maestro Capizzi nelle carceri di Caltanissetta e San Cataldo, un’iniziativa che trasforma il periodo natalizio in un momento di riflessione, rinascita e umanità per chi vive la difficile realtà della detenzione. Non si tratta solo di un concerto. Attraverso le note e le armonie, il maestro Capizzi offre ai detenuti la possibilità di credere ancora nella vita e in un futuro basato sul bene. La musica diventa così strumento di riscatto interiore, capace di parlare direttamente all’anima, abbattere muri invisibili e accendere una luce laddove spesso domina lo sconforto. Protagoniste dello spettacolo sono la Corale Chinnici di San Cataldo e il Joy’s Chorus di Caltanissetta, due realtà corali che hanno messo talento e cuore al servizio di un progetto carico di significato. Le loro voci, intrecciandosi in un repertorio intenso e suggestivo, hanno creato un’atmosfera di profonda emozione, regalando ai presenti un’esperienza che va ben oltre la semplice esecuzione musicale. “La luce nel buio” non è soltanto un evento artistico, ma un gesto di vicinanza e solidarietà. In un luogo dove il tempo sembra fermarsi, la musica ha ricordato che il cambiamento è possibile e che la speranza può rinascere anche nelle situazioni più difficili. Un sentito ringraziamento va alle direzioni della casa circondariale di Caltanissetta e di San Cataldo, ai comandanti delle due strutture e alla Polizia di Stato, il cui prezioso supporto organizzativo e umano ha reso possibile la realizzazione dell’iniziativa. Grazie alla loro disponibilità e sensibilità, la musica ha potuto varcare le porte del carcere, portando con sé un messaggio autentico di Natale, speranza e fiducia nella vita. Cremona. Filosofi dentro al carcere con Terzo Tempo percorsiconibambini.it, 18 dicembre 2025 “Alla prossima”. Si è chiuso così il terzo e ultimo incontro dei ragazzi e delle ragazze della classe quinta classico del Liceo Vida di Cremona con le persone detenute. Un percorso che si inserisce nell’azione “Filosofi dentro” del progetto Terzo Tempo, finanziato da Impresa Sociale Con I Bambini all’interno del bando “Liberi di crescere”, che ha come capofila la coop. Bessimo di Brescia e di cui come Consorzio Sol.Co siamo partner. L’iniziativa pone al centro il tema della genitorialità e mira a creare spazi di dialogo capaci di superare le barriere fisiche e sociali. Accompagnati dai professori di filosofia, i ragazzi hanno partecipato a tre incontri, della durata di circa due ore, all’interno della Casa Circondariale di Cremona. Gli incontri, moderati dagli insegnanti, si sono sviluppati attorno a tre tematiche cruciali, passando dal macro al micro: Stato, Amicizia e Famiglia. Tredici studenti hanno dialogato con circa quindici persone detenute. Noi abbiamo raccolto le impressioni di Sara e Ludovico che raccontano un’esperienza di reciproca e inattesa relazione umana. “Il primo impatto è stato spiazzante, anche frutto dell’immaginario comune. C’era chi ai suoni della Casa Circondariale al passaggio delle guardie si spaventava”, racconta Sara. “I detenuti non sono figure astratte, sono persone. Abbiamo visto il lato umano e relazionale di un posto come il carcere”, aggiunge Ludovico. Il lato umano e la possibilità di scambio hanno lasciato il segno. Sara ha ricevuto consigli di lettura proprio da uno dei detenuti che si occupa della biblioteca come lavoro quotidiano all’interno del carcere. Ludovico, invece, ha descritto quel saluto “alla prossima” come un gesto di genuina relazione, scambiato come se fosse naturale rivedersi, pur lasciando un velo di malinconia o “false speranze” per un contatto umano destinato a interrompersi. “La presenza degli insegnanti è stata cruciale. Hanno gestito il ‘cerchio di parola’ e dialogato con le persone detenute in anticipo per prepararle al nostro arrivo”, aggiungono. Un altro elemento di profonda riflessione emerso dagli incontri riguarda i pregiudizi. Questi non sono solo dall’esterno verso l’interno del carcere, ma anche tra ‘ale’ differenti. “I pregiudizi delle persone detenute verso l’ala vecchia erano gli stessi che la ‘società esterna’ tende ad avere nei confronti di tutti i detenuti stessi”, raccontano i ragazzi. L’esperienza in carcere, quindi, è diventata una potente lezione di filosofia e confronto sociale, capace di creare ponti e stimolare responsabilità ed empatia nei confronti di chi vive in condizioni di fragilità e isolamento. Padova. Il panettone della carità e della speranza Ristretti Orizzonti, 18 dicembre 2025 Assieme a Gesù bambino a Natale 2025 nasce in “Casa Giotto” una nuova iniziativa che coniuga gusto e solidarietà in un grande gesto di bontà. Quest’anno alla cooperativa Giotto i doni funzionano al contrario, non saranno i 650 dipendenti a ricevere un dono ma saranno loro a farlo. Il clima in cui stiamo vivendo ci ha molto interrogato. Il dilagare dei conflitti, dai più vicini a noi come la guerra tra Russia e Ucraina o tra Israele e la Palestina, ai più lontani come, ad esempio, in alcuni Paesi dell’Africa dove si stanno consumando tragedie violentissime di cui neanche abbiamo idea, non potevano lasciarci indifferenti fino ad arrivare piano piano a farci l’abitudine. Del resto, già in tema di immigrazione se questa notte nel Mediterraneo si annegano 50 persone il naufragio non fa più notizia, come pure le violenze inaudite che si consumano sulle coste libiche e non solo. Del tema della disumanità con cui si trattano le persone in carcere se ne fa solo un uso propagandistico e l’attenzione nei confronti delle persone in disagio sociale (persone con disabilità, con leggere depressioni, con patologie psichiatriche o più semplicemente sole) si esaurisce con semplici slogan. In Italia, anche se le devastazioni non sono materiali (anche se in realtà non è proprio così) e perciò apparentemente non si vedono, stanno lasciando un segno profondo nella nostra società ed in ciascuno di noi. A questo proposito al recente Giubileo dei Poveri dove abbiamo partecipato con una trentina di persone della Giotto Papa Leone sottolineava: “Quante povertà opprimono il nostro mondo! Sono anzitutto povertà materiali, ma vi sono anche tante situazioni morali e spirituali, che spesso riguardano soprattutto i più giovani. E il dramma che in modo trasversale le attraversa tutte è la solitudine. Essa ci sfida a guardare alla povertà in modo integrale, perché certamente occorre a volte rispondere ai bisogni urgenti, ma più in generale è una cultura dell’attenzione quella che dobbiamo sviluppare, proprio per rompere il muro della solitudine. Perciò vogliamo essere attenti all’altro, a ciascuno, lì dove siamo, lì dove viviamo, trasmettendo questo atteggiamento già in famiglia, per viverlo concretamente nei luoghi di lavoro e di studio, nelle diverse comunità, nel mondo digitale, dovunque, spingendoci fino ai margini e diventando testimoni della tenerezza di Dio.” “Agli operatori della carità, ai tanti volontari, a quanti si occupano di alleviare le condizioni dei più poveri esprimo la mia gratitudine, e allo stesso tempo il mio incoraggiamento ad essere sempre più coscienza critica nella società…”. Come cooperativa Giotto abbiamo sentito tutta la responsabilità e il desiderio di cercare di non diventare cinici, di vivere un senso di totale impotenza o ancor peggio di schierarsi pro o contro qualcuno. Abbiamo sentito la necessità di interrogarci e di sollecitare tutti i nostri dipendenti a tenere accese le domande vere che escono dal cuore di ciascuno. Abbiamo fatto proprio l’invito del Patriarca Latino di Gerusalemme Pierbattista Card. Pizzaballa che dialogando con alcuni studenti che chiedevano “se veramente è possibile costruire la pace”, ha risposto così: “Se l’obiettivo è la pace nel mondo saremo sempre un po’ frustrati. Non voglio sembrare pessimista, ma è così. Io voglio costruire la Pace non perché voglio ottenere un obiettivo, ma perché è un dono che ho ricevuto e che voglio condividere. La Pace nasce da un desiderio personale, interiore, da un’esperienza che ho fatto e che diventa contagiosa. … C’è un’altra cosa importante: io non voglio permettere al corso degli eventi qui di cambiare me”. Con questo desiderio il 7 ottobre, ricorrenza del folle e macabro attentato di Hamas, abbiamo proposto ai nostri dipendenti di ascoltare la testimonianza di due mamme, una israeliana e una palestinese, che avevano entrambe perso un figlio. Due mamme come tante altre che hanno avuto il coraggio di guardarsi in faccia e abbracciarsi, iniziando un vero e profondo percorso di riconciliazione per i loro figli e per loro stesse. Anche da qui è nata l’idea del “Panettone della Carità e della Speranza”. In consiglio di amministrazione e tra i vari responsabili abbiamo iniziato a parlare dei regali di Natale con il desiderio di non dimenticare, di tenere deste le domande sul senso di tutto quello che sta accadendo, lontano ma anche vicino. Ci siamo interrogati su cosa fare del consueto “Pacco di Natale” e abbiamo deciso di rinunciarci per donarlo a due situazioni particolari. Da una parte alla parrocchia della Sacra Famiglia della Striscia di Gaza, come gesto di attenzione e di speranza perché quelle persone sentano che c’è qualcuno che vuol bene loro. Dall’altra all’Opera della Provvidenza di S. Antonio (lo storico Cottolengo della diocesi di Padova), un’opera straordinaria di carità a noi più prossima. Carità e Speranza di cui la nostra società e ogni persona ne ha estremamente bisogno per poter vivere e non sopravvivere. Ma non finisce qua. Sempre in CdA qualcuno ha suggerito che comunque sarebbe stato bello fare avere a tutti i dipendenti un dono nel giorno dei nostri consueti auguri di Natale. È quindi non poteva esserci dono migliore del panettone. Ma come fare a non togliere i soldi da donare? Quando il desiderio è buono la Provvidenza aiuta. La facciamo breve, abbiamo spiegato la nostra scelta al famosissimo maestro pasticcere Luigi Biasetto e a sua moglie Sandra che si sono resi subito disponibili ad aiutarci e assieme all’imprenditore Andrea Muzzi dell’omonima Antica Pasticceria Muzzi abbiamo dato vita al “Panettone della Carità e della Speranza”. Bisognava però dare un vestito al panettone con un messaggio che ci aiutasse a comunicare la nostra scelta, ma una semplice telefonata ad un altro imprenditore ha risolto la questione: Francesco Bernardi della Nuova Grafotecnica ha risposto di sì senza esitazione. E così ad un costo contenutissimo abbiamo potuto donare a tutti i nostri dipendenti per Natale il Panettone. Quest’anno possiamo proprio dire che il momento di auguri in Giotto è stato proprio speciale, profondo e bello. Risultato? Tutti assieme doneremo 70.000 euro, metà alla Parrocchia di Gaza e metà all’OPSA. Con un impatto virtuoso inatteso: molti ospiti e amici hanno iniziato a dare anche il loro contributo. Le cose buone e sincere non finiscono mai e alla fine inaspettatamente è più quello che si riceve di quello che si dona. Torino. Opera Barolo per i ragazzi detenuti al Ferrante Aporti operabarolo.it, 18 dicembre 2025 Nell’anno del Giubileo della speranza e nel contesto carcerario, seguendo l’esempio della sua fondatrice la Marchesa Giulia, l’Opera Barolo ha realizzato un progetto, “Artisti all’Opera per il Ferrante Aporti”, che la scorsa estate ha coinvolto i giovani detenuti. “L’iniziativa - spiega Enrico Zanellati, curatore artistico di Palazzo Barolo - ha impegnato tre giovani artisti, insieme alle educatrici dell’istituto di pena per minori, in una serie di workshop. Degli stessi artisti - Stefano Merlo, Lorenzo Gnata e Bahar Heidarzade - tre creazioni sono state donate dall’Opera Barolo all’Istituto di pena per minori, che rappresentano una presenza significativa negli spazi interni del Ferrante Aporti”. Al progetto, attraverso le voci di coloro che lo hanno ideato e poi realizzato, è stato riservato uno spazio nel corso del tradizionale appuntamento dedicato agli auguri natalizi dell’Opera Barolo. Più tecnologia negli incontri con il ventottenne biellese Lorenzo Gnata, con l’uso della penna 3D per tradurre i disegni in elementi tridimensionali. “Affascinati dalla tecnologia - Ha raccontato Gnata -, i ragazzi si sono fatti guidare dalla curiosità nei confronti di uno strumento strano, creando cose di getto, dando forma alle loro idee, ai loro pensieri”. Con l’arte, i giovani reclusi hanno scoperto un canale attraverso cui esprimere emozioni, sensazioni, speranza. Per i suoi incontri Bahar Heidarzade ha scelto la pittura astratta, “lasciandoli liberi di esprimere il loro mondo e cosa vogliono comunicare tramite la pittura”. Stefano Merlo ha invece optato per l’acquerello, “che - ha spiegato il ventottenne artista torinese - ai più potrebbe sembrare un qualcosa di semplice, ma in realtà richiede tecnica e pazienza ed è un mezzo che consente di fissare velocemente le sensazioni sulla Carta”. Più tecnologia negli incontri con il ventottenne biellese Lorenzo Gnata, con l’uso della penna 3D per tradurre i disegni in elementi tridimensionali. “Affascinati dalla tecnologia - Ha raccontato Gnata - i ragazzi si sono fatti guidare dalla curiosità nei confronti di uno strumento strano, creando cose di getto, dando forma alle loro idee, ai loro pensieri”. “Tre opere d’arte nate da questa esperienza - ha ricordato Enrico Zanellati - sono ora all’interno dell’Istituto Ferrante Aporti, compagne di viaggio di chi vive in prima persona quegli ambienti e guida di nuovi progetti di workshop artistici che, ci auguriamo, ci vedranno attivi nel prossimo futuro. È bello così, anche attraverso un progetto artistico, cercare di incarnare il motto che era dei Falletti e ora dell’Opera Barolo, “In spe, nella speranza”. Insegnare in prigione, investire sul futuro di tutti di Veronica Rossi vita.it, 18 dicembre 2025 “Riguarda tutti noi” è un documentario di Giovanni Panozzo nato da un’idea dell’associazione Docenti per l’istruzione in carcere - Doc. La telecamera entra nella Casa circondariale di Trieste per raccontare come l’istruzione possa diventare uno strumento concreto di riscatto, riduzione della recidiva e reinserimento sociale. Un racconto corale che chiama in causa la responsabilità delle istituzioni e della società tutta. “Io credo che oggi abbiamo bisogno - tanto - di considerare che in carcere ci sono persone che devono ritrovare la loro umanità. E la scuola in carcere ha questo ruolo fondamentale, cruciale, non solo per loro, ma per tutta la società”. È con queste parole di Patrizio Bianchi, già rettore dell’università di Ferrara e Ministro dell’istruzione sotto il governo Draghi, che si conclude il documentario “Riguarda tutti noi” di Giovanni Panozzo. Il regista entra nella Casa circondariale “Ernesto Mari” di Trieste per raccontare il valore dell’istruzione in carcere, i percorsi di formazione attivati e le opportunità che è possibile - e doveroso - costruire per le persone che hanno commesso un errore e stanno scontando una pena. Il film è stato realizzato dall’associazione Docenti per l’istruzione in carcere- Doc, con il contributo della Regione Friuli Venezia Giulia. Nei quaranta minuti della pellicola emergono storie di vita, di dignità e di riscatto: racconti di persone che, vissute a lungo ai margini, non hanno avuto nemmeno la possibilità di una prima occasione per esprimere sé stesse. “Offrire delle opportunità alle persone detenute significa diminuire il rischio di recidiva”, dice Emilia Colella, presidente di Doc e ideatrice del documentario insieme alla vicepresidente Laura Pacini. “Permette loro di reinserirsi nel tessuto economico e lavorativo acquisendo quella sicurezza sociale da tutti agognata”. Affinché il carcere sia davvero uno strumento di riabilitazione, è necessario che il tempo trascorso al suo interno diventi un’occasione di riflessione, apprendimento e riscatto, e non un tempo vuoto che acuisce il malessere, il senso di frustrazione e l’incapacità di progettare il futuro. La casa circondariale di Trieste non è esente dalle criticità e problematicità di cui soffrono i contesti detentivi: Chiara Miccoli, capoarea del comparto giuridico pedagogico della struttura, evidenzia la piaga del sovraffollamento. A fronte di una capienza regolamentare di circa 139 persone ad oggi i detenuti presenti sono quasi il doppio, dai 240 ai 260. Tuttavia, tutti gli attori preposti al reinserimento, nonostante la drammaticità della situazione, si impegnano quotidianamente per proporre progettualità che possano rafforzare le competenze già acquisite o svilupparne di nuove e collegando le stesse a un futuro reinserimento lavorativo attuando quel ponte imprescindibile tra il dentro e il fuori. Partecipare ai percorsi d’istruzione e formazione in carcere è fondamentale ma c’è bisogno, da parte delle Istituzioni competenti, di investire in risorse umane e economiche, di rivedere l’impianto metodologico e ripensare a un’istruzione carceraria slegata da una concezione vetusta della classe e dell’insegnante, soprattutto in un contesto in cui non è possibile nemmeno connettersi a internet. Chi va a lezione, nei penitenziari, sono uomini e donne adulti, che hanno voglia di accedere a competenze pratiche che permettano loro di costruirsi un futuro diverso rispetto a quello segnato dal proprio sbaglio. Ai docenti che entrano nelle carceri, che scelgono di portare la propria professionalità e credono nelle potenzialità del loro lavoro, serve che venga dato ascolto, credito, spazio d’azione. “Tra gli obiettivi che ci siamo prefissati con la creazione di questo docufilm c’è quello di sensibilizzare non solo la società civile con un occhio di riguardo agli studenti, gli uomini e le donne di domani, ma anche le Istituzioni competenti affinché si possa costruire un vero asse dell’istruzione carceraria”, afferma Colella, “in grado di riconoscere una specificità professionale al docente che lavora in carcere, per rendere il suo ruolo più autonomo, competente e connesso con il territorio”. Corso di scrittura creativa con le detenute della casa circondariale di Trieste Le persone detenute non possono uscire; è il mondo esterno che deve entrare, mostrare le alternative possibili alla delinquenza. E chi, se non un insegnante, che impara giorno per giorno a conoscere i suoi studenti, può fare al meglio questo lavoro di raccordo? “Il docente carcerario non può più essere considerato un semplice ospite nel sistema penitenziario, concezione arcaica e obsoleta per i tempi complessi che viviamo”, conclude la presidente di Doc, “ma deve diventare un ponte stabile tra il carcere e il mondo esterno, capace di integrare istruzione, formazione, progettazione, orientamento e reinserimento. “Riguarda tutti noi” racconta anche le difficoltà che incontriamo, le barriere che esistono tanto quanto la possibilità di aprirle. Il messaggio è che se l’istruzione fallisce o non arriva in quei luoghi chiusi e totalizzanti a pagare non è solo chi sta dentro. A pagare siamo tutti noi”. La grande ingiustizia è quando le vite non si incontrano più di Vittorio Pelligra Avvenire, 18 dicembre 2025 Da Harlem all’Italia: la disuguaglianza non è povertà, ma un sistema che separa destini, erode la fiducia e svuota la democrazia. Ecco perché condividere è tutto. “Un uomo di colore nato e cresciuto in alcune zone di Harlem a New York, ha meno possibilità di raggiungere i 65 anni rispetto a un bambino nato e cresciuto nelle zone rurali del Bangladesh”. Il dato può sembrare sorprendente ma è reale ed uno dei punti di partenza della riflessione che il filosofo britannico Brian Barry elabora nel suo ultimo libro intorno al tema della giustizia sociale, “Why Social Justice Matters”. L’idea di base di Barry è che il principale problema delle nostre società non è tanto quello della povertà quanto quello della disuguaglianza. Perché la disuguaglianza associa ai danni della povertà anche quelli della disgregazione sociale: l’erosione della fiducia tra i cittadini, l’umiliazione degli ultimi e la compromissione della logica democratica. Ciò avviene attraverso quella che Barry chiama the machinery of social injustice, il “dispositivo” dell’ingiustizia sociale”: un sistema che produce e riproduce ingiustizia in modo strutturale, impersonale e continuo, quasi automatico. La distribuzione ineguale dei vantaggi e delle opportunità ha origine naturale e sociale (la lotteria dei geni e quella della famiglia), ma questa ineguaglianza viene rafforzata, invece che mitigata, dalla capacità dei più ricchi di manipolare le istituzioni a proprio vantaggio. Infine, il “dispositivo” si muove sul piano dello story-telling, creando una narrazione nella quale le differenze strutturali vengono trasformate in giudizi morali, così che chi perde neanche si ribella più. Semplicemente si sente in colpa. E così il potere economico diventa potere politico, che diventa istituzionale e, infine, simbolico. La lettura del libro di Barry non può non farci riflettere sulle dinamiche economiche, sociali e politiche che anche le nostre società stanno ormai da tempo sperimentando. L’Italia, da questo punto di vista non è certo un’eccezione anzi. La disuguaglianza qui non è un fenomeno laterale, è strutturale, è “incorporata” nelle istituzioni e nei percorsi di vita. Gli ultimi dati ISTAT e numerosi altri rapporti mostrano che la speranza di vita alla nascita varia sensibilmente fra regioni, città e perfino da quartiere a quartiere. Tra la provincia di Bolzano e quella di Caserta la differenza supera i 3 anni. A Napoli la differenza di aspettativa di vita tra quartieri diversi può superare i 7 anni. Il tasso di morti evitabili attraverso trattamenti tempestivi e attività di prevenzione va da 14,2 (ogni 10.000 residenti) della provincia autonoma di Trento, ai 22,4 della Campania. La mortalità infantile passa da 3,6 (ogni 1.000 nativi vivi) della Calabria, all’1,4 della Toscana. La situazione non è molto diversa da quella dell’esempio di Harlem e del Bangladesh di Barry. E come lì, anche qui la macchina dell’ingiustizia lavora trasformando le differenze di contesto in differenze percepite di responsabilità personale. La retorica della meritocrazia si insinua e opera. Se vivi di meno, se ti ammali di più, se studi peggio, se non trovi un lavoro la colpa è solo tua. Ma anche qua i dati dicono altro. In Italia, la scuola opera spesso come un amplificatore delle disuguaglianze familiari. Nelle regioni del Sud, la quota di studenti diplomati che non raggiungono la soglia minima in italiano o matematica supera il 40%, a fronte di valori intorno al 10-15% in molte regioni del Nord. In questo modo la scuola non porta tutti verso l’alto, ma ordina e seleziona per origine sociale. A Milano, la differenza media nei risultati Invalsi tra scuole situate in quartieri benestanti e quelle in quartieri popolari arriva a punteggi equivalenti a più di un anno di apprendimento. Il tasso di iscrizione ai licei, nelle province più ricche, supera il 55-60% mentre in molte aree meridionali è inferiore al 35%. È così che, come scrive Barry, il “dispositivo” dell’ingiustizia trasforma differenze di partenza in esiti “meritati”, come se il talento fosse naturalmente distribuito per aree geografiche. Le disuguaglianze erodono la trama profonda delle democrazie. Il problema nasce dal fatto che una società ingiusta è una società dove “le vite non si incontrano più” e dove viene a mancare la relazione, la fiducia scarseggia e la coesione sociale traballa. Questo vale per molte città italiane, dove la segregazione residenziale sta crescendo in silenzio. Nel 2023 il prezzo medio al metro quadro in centro a Milano ha superato i 10.000 euro, mentre in periferie come Giambellino, Corvetto o Quarto Oggiaro oscilla tra 2.000 e 3.000. Significa che le classi sociali non vivono più nello stesso ecosistema urbano. Le scuole, i parchi, i servizi pubblici diventano compartimenti stagni, riflettendo la logica barryana delle “vite parallele”. A Roma la distanza di mobilità reale fra chi ha accesso a trasporti e servizi efficienti e chi vive in aree periferiche è enorme. Per gli abitanti di Tor Bella Monaca o San Basilio, raggiungere i luoghi delle opportunità - università, lavoro qualificato, cultura - può richiedere il doppio del tempo rispetto ai residenti dei quartieri centrali. La segregazione spaziale produce segregazione temporale: per alcuni il tempo è risorsa, per altri diventa un costo. Ma la vera essenza dell’ingiustizia sociale strutturale emerge quando le condizioni collettive vengono trasformate in colpe individuali. Ci ricordiamo tutti la retorica del “Non trovano lavoro perché preferiscono stare sul divano” che ha consentito di smontare il reddito di cittadinanza - che pure di difetti ne aveva - in quattro e quattr’otto. Peccato che in molte regioni italiane la disoccupazione giovanile superi il 30%, e in alcune zone il 40%. Crotone e Trento mostrano tassi di occupazione femminile distanti 30 punti percentuali. Non è un difetto morale la difficoltà a trovare lavoro, è una “struttura” economica. Che dire poi del refrain “Il Sud spreca, il Nord produce”. Una semplificazione che cancella decenni di differenziali di investimento pubblico, infrastrutture, trasporti, asili, università. E riproduce la narrazione che Barry direbbe anti-strutturale: “Non è la società a essere ingiusta, è la gente a essere inadeguata”. Infine, il “Se vuoi, puoi” della scuola del merito. La versione italiana del mito meritocratico che Barry smonta, mostrando che il successo individuale è spesso il nome elegante di un vantaggio ereditato. Anche in Italia, dunque, il problema non è solo la povertà, che pure avanza veloce, ma la distanza. Perché, nella logica barryana, mentre la povertà isola, la disuguaglianza divide. In Italia questa divisione assume forme territoriali, educative, sanitarie, urbane. Gli italiani vivono sempre più in mondi paralleli, separati, segregati. La lezione di Brian Barry, letta oggi, è semplice e scomoda: una società non diventa ingiusta perché alcuni hanno poco, ma perché molti non condividono più nulla. La democrazia non crolla quando diminuisce il reddito medio, ma quando si spezza il filo sottile che tiene insieme destini diversi. Quando non ci si incontra più nelle stesse scuole, negli stessi autobus, negli stessi ospedali. Quando gli uni diventano invisibili agli altri. La giustizia sociale non è un lusso progressista, né un capitolo marginale della politica economica. È l’infrastruttura morale che permette a una comunità di riconoscersi come tale. Senza giustizia non c’è fiducia, senza fiducia non c’è cooperazione, senza cooperazione non c’è democrazia. Il punto, direbbe Barry, e noi con lui, non è quanto siamo disposti a spendere, dunque, ma quanto siamo disposti a condividere. Quanta paura di protestare (manco fosse un reato) di Sara Zambotti Avvenire, 18 dicembre 2025 Preferiamo spesso cambiare noi stessi per non soffrire troppo nell’interazione con il mondo fuori. Invece di provare a cambiare le regole che ci fanno soffrire. Questa settimana ho sentito più volte parlare di proteste e ho pensato che forse protestare fa paura. È più accettata la lamentela perché resta a un livello individuale, un dire borbottante. Protestare, invece, è diventato socialmente riprovevole. È un pensiero che si è fatto strada durante tutta la settimana. È apparso il 10 dicembre a un incontro per le scuole nella Giornata dei Diritti Umani, nata per celebrare l’adozione nel dicembre del 1948 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. L’Art. 19 (Libertà di opinione ed espressione) cita: “Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere”. Anche l’articolo 20 (Libertà di riunione pacifica) afferma il diritto di associarsi e riunirsi pacificamente, essenziale per le manifestazioni collettive. Gli organizzatori della giornata avevano invitato due donne iraniane scappate dalla violenza repressiva del regime (Safad Baghbani e Parisa Nazari), la loro testimonianza ha commosso e provocato indignazione unanime. Dopo di loro è intervenuto il portavoce di Amnesty International Italia, Riccardo Noury, che ha ricordato come lo stato di salute di una democrazia si riconosca da quanto sa dialogare, ascoltare e gestire anche il dissenso, oltre al consenso. Dopo questi interventi così condivisi senza se e senza ma, è intervenuto Simone Ficicchia, attivista per la giustizia climatica, italiano, giovane e sotto processo per le sue azioni di disobbedienza civile non violenta. Davanti a più di 30mila studentesse e studenti collegati da tutta Italia, Simone ha spiegato l’urgenza di protestare per la giustizia climatica. Perché ho avuto la percezione che la sua storia fosse più divisiva delle precedenti eppure così preziosa? Ho continuato a pensare. Succede che poi, qualche giorno dopo, un gruppo di studenti dell’Unione Universitaria ha raggiunto la ministra dell’Università alla festa di Atreju per protestare contro il semestre filtro per l’accesso alla Facoltà di Medicina. “I soliti poveri comunisti”, è stata la risposta. Passano altri giorni, sono a pranzo con amici e una di loro solleva una riflessione molto interessante sulla proliferazione di metodi per l’auto trasformazione: mindfullness, training autogeno, attività sportiva finalizzata a scaricare energie, psicoterapie, a fronte di tutto questo, però è crollata la partecipazione politica. Cambiare sé stessi (a pagamento) per non soffrire troppo nell’interazione con il mondo fuori. Invece di protestare per cambiare le regole che ci fanno soffrire investiamo per adattarci e sopravvivere. Perché? Forse la protesta oggi non gode più di buona stampa, non è più considerata parte della vita democratica perché, più spesso, è descritta come un impedimento, un remare contro. Ho continuato a pensarci. Alla fine della settimana sono stata a teatro a vedere lo spettacolo di Rita Pelusio e Rossana Mola che hanno portato in scena Lo Sciopero delle bambine, la narrazione dello sciopero delle centinaia di bambine impiegate come sartine che nei primissimi anni del Novecento scioperarono a Milano in centinaia per chiedere più diritti: un’ora di pausa pranzo, il festivo pagato, turni di lavoro meno massacranti. L’hanno ottenuto scioperando. Protestare è un diritto. È un motore di cambiamento, è un esempio per le nuove generazioni. Non bisogna aver paura di protestare. La metà dei bambini migranti morti è annegata nel Mediterraneo di Antonella Napoli L’Espresso, 18 dicembre 2025 Il dato è di Save The Children che colloca quella via mare a Sud dell’Ue in cima alla lista delle rotte più pericolose. Il rapporto Traversing Danger pubblicato per la giornata internazionale del migrante. Il Mediterraneo è una gigantesca tomba dei bambini migranti. L’analisi “Traversing Danger” di Save the Children rivela che la metà dei minori che ha perso la vita lungo le rotte migratorie nel 2025 è morta annegata. E l’anno che sta per finire segna anche un record di decessi, delle quasi novemila vittime, 278 sono minori. Centotrentasei quelli morti in mare. Si tratta di dati inevitabilmente sottostimati, perché, spiega Save The Children, si contano soltanto coloro che sono stati trovati e identificati. I dispersi sfuggono a qualsiasi conteggio. Alla vigilia della Giornata internazionale del migrante del 18 dicembre, l’Organizzazione sottolinea l’urgenza di garantire percorsi sicuri e regolari per i minori in fuga, di scongiurarne la detenzione, di vincolare i finanziamenti per la gestione del fenomeno migratorio al rispetto di standard di tutela dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, di investire in servizi di salute mentale e protezione lungo tutte le rotte migratorie. Il dato sul Mediterraneo si colloca in cima all’elenco delle rotte più pericolose ininterrottamente dal 2016. Segno che la stretta sostenuta dall’Unione Europea e le politiche di deterrenza intraprese con la collaborazione dei Paesi del Nord Africa non produce altro che alternative ai flussi, incrementando i rischi. Rotte migratorie sempre più invisibili e pericolose, espongono i minori all’estremo e a trattamenti inumani, a partire dalla reclusione come si trattasse di adulti. Nel rapporto Traversing Danger sono contenuti i racconti dei minori sopravvissuti che hanno riferito di estorsioni, violenze e abusi, incluso lo sfruttamento sessuale, in ogni fase del viaggio, proseguiti anche dopo il respingimento e con impatti devastanti sulla salute mentale. Alcuni di loro sono stati costretti ad assumere il ruolo di timonieri delle imbarcazioni, con il risultato dell’arresto come scafisti al loro arrivo, indipendentemente dall’età e dalla loro versione dei fatti. Un quadro allarmante a cui fa da specchio il taglio ai programmi di protezione che compromettono la possibilità di intervento e assistenza alla frontiera dei minori vulnerabili. Lungo il Mediterraneo i flussi seguono diverse destinazioni. La rotta migratoria dalla Libia alla Grecia rappresenta il 42% degli arrivi via mare verso Creta che segna un aumento del 350% rispetto al 2024. I principali Paesi di provenienza sono Egitto (47%), Sudan (27%), Bangladesh (19%), ma anche Eritrea, Sud Sudan e Yemen. I minori rappresentano più di un quinto degli arrivi e il 30% di loro ha intrapreso il viaggio da solo o è stato separato dalla famiglia. Dall’inizio del conflitto in Sudan (aprile 2023) sono arrivate in Egitto 1,5 milioni di persone. Di questi, fino a settembre 2025, il 73,6% erano donne e bambini. Dall’Egitto, i minori hanno proseguito per la Libia o si sono imbarcati direttamente per la Grecia. La rotta balcanica è un altro snodo centrale per la migrazione verso l’Ue. I minori costituiscono il 15% del totale degli arrivi in Serbia e Bosnia Erzegovina, il 9,5% di loro è costituito da minori non accompagnati o separati. Save the Children punta l’indice sul Regolamento Rimpatri. Per l’Organizzazione l’approccio indebolisce le garanzie, consentendo trasferimenti in “hub di rimpatrio” e riducendo tutele essenziali come assistenza legale e informazione. In vista dell’attuazione del Patto europeo su Migrazione e Asilo, Save the Children chiede di vietare la detenzione dei minori, soli o con le famiglie, e di assicurare un sistema di accoglienza dignitoso e adeguato. Migranti. Caso Open Arms, assoluzione definitiva per Salvini di Valentina Stella Il Dubbio, 18 dicembre 2025 La Cassazione conferma la sentenza del Tribunale di Palermo dopo il ricorso per “saltum” della procura. Il leader leghista: “Difendere i confini non è reato”. La Cassazione ha confermato l’assoluzione per Matteo Salvini dall’accusa di sequestro di persona e rifiuto di atti di ufficio per avere impedito, da ex ministro dell’Interno, lo sbarco a Lampedusa dalla Open Arms di 147 migranti soccorsi nel Mediterraneo durante tre operazioni di salvataggio. Con il rigetto da parte della V sezione della Suprema Corte del ricorso della procura di Palermo si chiude così questa vicenda giudiziaria iniziata nel 2019. Il 20 dicembre 2024 era arrivata l’assoluzione da parte del Tribunale di Palermo contro la quale aveva ricorso per “saltum” la Procura direttamente in Cassazione contestando l’interpretazione giuridica della sentenza di primo grado. Ora il capitolo conclusivo. Lapidario dal social X il commento del leader della Lega: “Cinque anni di processo: difendere i confini non è reato”. Stavolta Salvini non attacca i giudici per una presunta politicizzazione perché la sentenza gli è gradita. A farlo invece è Oscar Camps, Fondatore Open Arms: “Non è una decisione tecnica, è una decisione politica. Neanche oggi si è fatta giustizia, ma si è costruita una impunità. Quello che è successo oggi è preoccupante per lo stato di diritto. Questo precedente non solo cancella il passato, ma autorizza anche il futuro. Autorizza altri governi a chiudere i porti, a trattenere le persone sulle navi. Noi continueremo in mare, loro continueranno nei palazzi: la Storia giudicherà chi sta dal lato giusto”. Immediato anche il commento della premier Meloni: “La soluzione definitiva di Matteo Salvini nel caso Open Arms è una buona notizia e conferma un principio semplice e fondamentale: un Ministro che difende i confini dell’Italia non commette un reato, ma svolge il proprio dovere. Forza Matteo”. I pg di Cassazione avevano chiesto il rigetto del ricorso per “saltum” dei pm di Palermo e la conferma quindi dell’assoluzione perché il fatto non sussiste. La Procura generale, nel corso della requisitoria, si era anche riportata alla memoria depositata nelle scorse settimane in cui si affermava che il ricorso dei pm palermitani “non dimostra, nella prospettiva di censura della sentenza impugnata, la sussistenza di tutti gli elementi dei reati contestati, al fine di poterne dimostrare la tenuta della posizione accusatoria”. Sulla stessa scia il difensore di Salvini, Giulia Bongiorno, secondo la quale “il ricorso della Procura di Palermo è inammissibile. Siamo di fronte alla totale infondatezza di un ricorso generico che contesta a raffica qualsiasi violazione di legge. Un ricorso che chiede di fare un processo completamente diverso: non è affatto un ricorso per ‘saltum’”. Dalle parti civili, invece, era giunta la richiesta dell’accoglimento del ricorso dei pm di Palermo, e, dunque, di annullare la sentenza impugnata poiché “la prova dell’esistenza del dolo c’è nei fatti e nelle testimonianze. A 140 naufraghi che si trovavano di fronte alle coste italiane non è stato permesso di sbarcare per giorni violando le norme internazionali e costituzionali e la loro dignità”, avevano sottolineato i legali. Oscar Camps: “La sentenza apre a un futuro di porti chiusi e trattenimenti in mare” di Giansandro Merli Il Manifesto, 18 dicembre 2025 Parla il fondatore di Open Arms: “Non riprenderei le stesse decisioni. Non perché fossero sbagliate, ma perché oggi il messaggio è chiaro: chi si assume responsabilità umanitarie viene lasciato solo”. Oscar Camps, fondatore di Open Arms, ha lo sguardo amaro all’uscita dalla Cassazione. Anni di battaglie politiche e legali sono andati a sbattere contro la pronuncia definitiva degli ermellini. Lui, però, ha ancora in testa il ricordo di quei giorni, di quei 147 esseri umani bloccati per giorni sulla nave della sua ong senza vedere una luce in fondo al tunnel. Tanto che a un certo punto avevano preso a lanciarsi in mare, sperando di raggiungere le coste. Questa decisione è una sorpresa? No. È coerente con l’impunità. Non mi sorprende. In Italia come altrove, quando il potere politico usa l’immigrazione come arma, la giustizia finisce per chiudere un occhio. Davvero sorprendente sarebbe stato affermare chiaramente che trattenere le persone in mare è illegale. Perché ha dichiarato che è una sentenza politica? Perché avrà conseguenze politiche. Non cancella un passato sbagliato, ma può legittimare un futuro peggiore, autorizzando a chiudere i porti e trattenere persone. Il messaggio è chiaro: un ministro può usare le vite umane per ottenere voti, senza essere ritenuto responsabile. Significa legittimare l’uso della sofferenza umana come strumento politico. In questa lunga vicenda legale cosa l’ha colpita di più? Che l’inaccettabile sia diventato normale. Per giorni le persone sono state private della loro libertà in mare e il sistema ha trattato la questione come fosse soltanto di natura amministrativa. Il problema più grave è che il diritto marittimo e i diritti umani sono stati subordinati all’opportunità politica. Tornando all’agosto 2019, prenderebbe la stessa decisione di non andare in Spagna per lo sbarco come voleva il Viminale? No. Non lo farei. Non perché sia stato un errore allora, ma perché dopo cinque anni il messaggio è chiaro: chi si assume responsabilità umanitarie viene lasciato solo, senza giustizia, senza diritti. Nel 2019 ci si aspettava ancora che legge e giustizia limitassero l’abuso di potere. Oggi sappiamo che non è così. Non andare in Spagna via mare è stata una decisione presa per proteggere le persone vulnerabili quando gli Stati hanno fallito. Dopo quello che è successo, è chiaro che il sistema non protegge chi agisce in conformità con il diritto marittimo, ma piuttosto chi lo ostacola. Prendere la stessa decisione oggi significherebbe accettare un quadro in cui salvare vite umane ha un costo e violare i diritti non ha conseguenze. Questo è il vero fallimento degli ultimi cinque anni. La decisione della Cassazione impatterà sul soccorso civile in mare? Non sono un giurista, ma dopo questi anni di processo forse non è necessario esserlo per capire il messaggio che passa. Se un ministro può impedire uno sbarco, trattenere persone soccorse in mare e uscire indenne, l’effetto è evidente. Questa decisione non chiarisce il diritto: lo indebolisce. Non dice cosa è giusto fare in mare, dice cosa il potere può permettersi di fare. Per chi soccorre è un segnale dissuasivo. Per chi governa è un precedente pericoloso. Il rischio è che il Mediterraneo diventi uno spazio dove il diritto vale meno quando è scomodo. E in mare quando il diritto arretra le conseguenze non sono teoriche: sono vite umane. Le Nazioni Unite e l’ingenuità sui migranti di Paolo Fallai Corriere della Sera, 18 dicembre 2025 Oggi 18 dicembre è la giornata dedicata a loro. Ma l’Onu fa un po’ di confusione tra rifugiati e chi va alla ricerca di una vita migliore. Le Nazioni Unite dovrebbero prendere in considerazione l’ipotesi di creare una giornata mondiale dell’ingenuità. Guarderemmo con maggiore indulgenza la maggior parte delle 160 giornate mondiali che l’ONU ha dedicato per sensibilizzare l’opinione pubblica su temi serissimi, dai diritti umani alla memoria dell’Olocausto, dall’ambiente ai rifugiati. Il 18 dicembre questa giornata è dedicata ai migranti. È stata proclamata il 4 dicembre del 2000. Ma l’espressione, di per sé, è un monumento all’ingenuità. Non solo perché l’Onu stima che ci siano oltre 300 milioni di migranti internazionali nel mondo, quasi il doppio rispetto a 35 anni fa e che tra questi a fine 2024 si calcolava che fossero oltre 123 milioni i rifugiati costretti a scappare da guerre, violenze, calamità naturali. I migranti sono semplicemente, letteralmente, quelli che si spostano. La specie umana si è potuta evolvere a partire dall’Homo Sapiens, grazie alle migrazioni. Dalla metà dell’Ottocento decine di milioni di italiani hanno lasciato la Penisola per cercare migliori condizioni di vita in tutto il mondo. Gli Stati Uniti devono l’enorme fortuna di quel Paese al lavoro di milioni di immigrati da tutto il mondo, tra i quali i nonni dell’attuale presidente che non perde occasione per insultare le sue stesse origini. In Italia i migranti sono un gigantesco equivoco. I residenti sono più di 5 milioni e tra non molto saranno un decimo della popolazione. I flussi irregolari, specialmente quelli via mare, rappresentano poche decine di migliaia di persone. Di quelli che non annegano, pochi si fermano in Italia, la maggioranza prosegue verso il Nord Europa. E sui migranti si sentono proclami e insulti ad alta voce sulla presunta invasione e trattative sussurrate, per cercare di assicurarsi forza lavoro a basso costo che non basta mai. L’Onu difende le sue giornate mondiali sperando che servano a sensibilizzare contro l’indifferenza. Dalle nostre parti avrebbe più successo quella sull’ingenuità. Francia. Fa più clamore un’evasione che i 140 suicidi nelle carceri di Dominique Simonnot* Il Dubbio, 18 dicembre 2025 Dal mese di ottobre 2024, in Francia cinque detenuti sono stati uccisi da un compagno di cella, in circostanze atroci. Tra loro, un giovane uomo incarcerato alle Baumettes, a Marsiglia, terrorizzato dal suo compagno di cella che egli stesso definiva “folle”. Ha parlato, urlato, scritto, chiamato al citofono. Invano. In un’interrogazione al governo, la senatrice Valérie Boyer (Les Républicains, Bouches-du-Rhône) ha ricostruito la scena: “Il suo carnefice si è servito di una scodella rotta per ucciderlo, arrivando quasi a decapitarlo”. Il ministro della giustizia le ha risposto: “Entrambe le procedure, giudiziaria e amministrativa, sono tuttora in corso. Pertanto, come lei ben sa, non posso esprimermi sul caso. Quando le conclusioni saranno rese note, adotteremo le misure necessarie affinché un simile dramma non si ripeta”. Eppure, da allora, “un simile dramma” si è ripetuto altre quattro volte. A Poitiers-Vivonne, a Bois-d’Arcy), ad Aix-Luynes (e a Rennes-Vezin), dove un uomo affetto da incontinenza è morto sotto i colpi del suo compagno di cella, che “non sopportava il suo odore”. La ripetizione di questi “drammi” non ha suscitato nel governo né dichiarazioni né condoglianze pubbliche. No: nel corso dell’anno, l’indignazione del ministro della giustizia si è concentrata su altro: presunti trattamenti estetici offerti ai detenuti a Toulouse-Seysses - notizia falsa -, un lettino da massaggio nella prigione di Nîmes, che lo ha spinto a fare dietrofront alla vigilia di una visita, per poi vietare le “attività ludiche”, peraltro previste dalla legge; divieti fortunatamente smentiti dal Consiglio di Stato. Quanto all’evasione di un detenuto - rapidamente catturato - durante un permesso di uscita collettivo a Rennes-Vezin essa ha provocato l’immediata destituzione del direttore del carcere. E, subito dopo, a Digione, due ulteriori evasioni “alla vecchia maniera” - una sega per le sbarre, lenzuola per arrampicarsi sul tetto - dovrebbero indurre a riflettere sul tempo contato degli agenti, sull’allarmante sovraffollamento delle celle e sulla cronica carenza di personale. Mancano tra i 4.000 e i 5.000 agenti di custodia e 1.000 consiglieri per l’inserimento e la probation. Tutto ciò trasforma in un inferno la vita nelle celle e nei corridoi. Eppure il ministro ha annunciato perquisizioni “XXL”, affinché non restino più telefoni né un grammo di cannabis nelle prigioni. Questo ha costretto gli agenti a trascurare le loro funzioni ordinarie a favore di perquisizioni e sequestri, ma gli “stock” si ricostituiranno altrettanto rapidamente. Altra conseguenza: la soppressione dei permessi di uscita cosiddetti “collettivi”, salvo che siano rigidamente sorvegliati da numerosi agenti. Impossibile, data la carenza di personale. Tutti vengono dunque annullati, azzerando gli sforzi di chi li aveva organizzati per preparare i detenuti al ritorno nella società, verso una via di reinserimento che, è bene ricordarlo, è sancita dalla legge ma così raramente rispettata. È sconfortante constatare che tre evasioni appaiano molto più gravi di cinque morti in un solo anno. Più gravi dei suicidi, in costante aumento - 141 nel 2024 - con il crescere della sovrappopolazione carceraria. Esiste una gerarchia dell’indignazione. Le famiglie di queste vittime, uccise nell’indifferenza, si sono rivolte contro lo Stato denunciando gravi disfunzioni. Questi crimini hanno infatti un denominatore comune: una sovrappopolazione carceraria spaventosa negli istituti interessati, con tassi di occupazione del 150%, del 200%, fino al 270%. Il guardasigilli riconosce, con lucidità, condizioni di detenzione “indegne”. Sa che la violenza cresce in modo esponenziale con l’aumento della sovrappopolazione. Ma il ministro ha spiegato che non ci sono i fondi per ristrutturarle. Non ci sono fondi per porre fine all’umiliazione delle celle fatiscenti, all’ammassamento e ai maltrattamenti. Eppure, come per miracolo, sono stati appena trovati 29 milioni di euro per disturbatori di telefoni cellulari che, come i precedenti - costati altri milioni - rischiano di diventare presto obsoleti. Così si riassume la politica penitenziaria attuale: priva di visione, scandita da dichiarazioni roboanti. E tuttavia, la speranza rimane. perché in carcere accadono anche cose belle, grazie alla dedizione, all’intelligenza e all’energia di coloro che vi operano al servizio dei nostri concittadini detenuti. Anche se, in questi tempi, ne sono spesso e assurdamente impediti. Bisogna crederci, e agire, affinché cessino finalmente lo scandalo e le morti. *Garante francese dei detenuti Russia. Caso Navalny, la Cedu condanna Mosca: “Ha fatto di tutto per eliminarlo” di Gennaro Grimolizzi Il Dubbio, 18 dicembre 2025 Violazioni su violazioni che hanno riguardato il diritto alla libertà di associazione, quello di candidarsi alle elezioni, il diritto di proprietà e il diritto al rispetto della vita privata di Aleksei Navalny, dei suoi collaboratori, dei loro familiari e di tre organizzazioni riconducibili al dissidente politico. È quanto ha constatato la Corte europea dei diritti dell’uomo che ha condannato la Russia. Nella sentenza di 115 pagine emerge che nei confronti del principale oppositore di Putin, morto nella colonia penale “Po lar wolf” il 16 febbraio 2024, e della Fondazione anticorruzione le autorità di Mosca hanno attuato una vera e propria persecuzione. Come? Con misure che “facevano parte di uno sforzo concertato, di portata senza precedenti, volto a eliminare l’opposizione democratica organizzata incentrata su Aleksei Navalny”. I giudici di Strasburgo hanno preso in considerazione 140 ricorsi riguardanti una serie di provvedimenti adottati da Mosca dal 2019. Le prime azioni delle autorità russe hanno prima preso di mira la Fondazione anticorruzione, fondata da Navalny per indagare e rendere pubblici presunti casi di corruzione dell’establi shment moscovita, e dopo la “Fondazione per la protezione dei diritti civili”. Quest’ultima organizzazione è stata creata per sostenere la rete nazionale ed estera facente capo a Navalny. La macchina della repressione è stata attivata all’inizio per realizzare perquisizioni, anche nelle abitazioni private, dei collaboratori di Navalny. Successivamente, è stato disposto il congelamento dei conti bancari delle ong e di alcune persone ad esse collegate per poi procedere alla definizione delle organizzazioni come “estremiste” con l’intervento dei tribunali nazionali. I provvedimenti che si sono susseguiti hanno portato all’incriminazione di Aleksei Navalny e dei suoi collaboratori, impedendo loro la partecipazione alle competizioni elettorali. La Cedu ha stabilito che Mosca dovrà versare a ciascuno dei ricorrenti un indennizzo compreso tra 2mila e 30mila euro. Le argomentazioni della Corte europea dei diritti dell’uomo hanno messo in luce un vero e proprio accanimento nei confronti di Navalny. Per le autorità russe non contava rilevare le eventuali violazioni di legge a carico del dissidente morto quasi due anni fa: occorreva dare un esempio, punire chi si ostinava a criticare e a rilevare le condotte illecite dei massimi esponenti del potere russo, a partire dal boss del Cremlino Vladimir Putin. I raid e i sequestri che hanno avuto come obiettivo Navalny e le sue ong erano, secondo la Cedu, privi di una solida base giuridica. La Cedu ha infatti respinto le obiezioni della Russia, come le affermazioni in base alle quali le misure miravano a combattere il riciclaggio di denaro o l’estremismo. La difesa di Mosca, hanno affermato i giudici, non ha presentato nessuna prova. Iran. L’Europa alzi la voce contro il record di esecuzioni di Ghazal Afshar Il Riformista, 18 dicembre 2025 In occasione della Giornata internazionale dei diritti umani, il Parlamento europeo è stato teatro di una forte denuncia contro la drammatica escalation delle violazioni dei diritti umani in Iran. Due conferenze di alto profilo hanno lanciato un appello urgente all’Unione europea affinché adotti una linea più decisa contro il regime di Teheran, denunciando l’aumento senza precedenti delle esecuzioni e la repressione sistematica del dissenso. Nel 2025 l’Iran ha consolidato il suo primato mondiale per numero di esecuzioni. Secondo organizzazioni internazionali, tra cui Amnesty International, nei primi undici mesi dell’anno sono state giustiziate almeno 1.791 persone. La pena di morte continua a essere utilizzata come strumento politico e intimidatorio, colpendo in modo sproporzionato minoranze, oppositori e detenuti politici. Le donne figurano tra le principali vittime: almeno 57 sono state giustiziate nel 2025, mentre 23 detenute sono morte in carcere per negligenza medica e mancanza di cure. Ancora più grave il destino dei prigionieri politici. Behrouz Ehsani, Mehdi Hassani e Mehran Bahramian sono stati impiccati con accuse vaghe come moharebeh o baghi. Altri 17 detenuti politici restano nel braccio della morte, molti accusati di legami con l’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano (Pmoi). Le autorità iraniane mantengono una segretezza quasi totale sulle esecuzioni: meno del 5% viene annunciato dai media statali. Le famiglie spesso vengono informate solo al momento della restituzione del corpo. Le impiccagioni avvengono all’alba, senza preavviso, senza accesso agli avvocati e senza l’ultimo saluto ai familiari, trasformando la pena capitale in uno strumento di terrore di Stato. La tortura resta una pratica diffusa nelle carceri iraniane: percosse, scosse elettriche, sospensioni, minacce sessuali, privazione del sonno e diniego di cure mediche. Le confessioni estorte vengono frequentemente trasmesse dalla televisione di Stato per giustificare condanne severe. La condanna internazionale si fa sempre più netta. L’Alto commissario Onu per i Diritti umani, Volker Türk, ha definito le esecuzioni “uno strumento di terrore di Stato”. La relatrice speciale Onu, Mai Sato, ha denunciato processi a porte chiuse e l’assenza di garanzie di un giusto processo. Tra novembre e dicembre, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato una delle risoluzioni più dure degli ultimi anni contro l’Iran. A Bruxelles, Maryam Rajavi, presidente eletta del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (Cnri), ha dichiarato che il regime degli ayatollah “non è mai stato così vicino al collasso”. Ha chiesto all’Ue di condizionare le relazioni diplomatiche alla fine delle esecuzioni, di inserire Irgc e Ministero dell’Intelligence nelle liste terroristiche e di sostenere un’alternativa democratica fondata sul Piano in dieci punti del Cnri. Il 2025 si conferma così uno degli anni più bui per i diritti umani in Iran. Come ribadito al Parlamento europeo, il silenzio equivale alla complicità: l’Europa non può più restare a guardare.