Il carcere, una condanna a morte? di Antonella Di Pietro leggilanotizia.it, 17 dicembre 2025 Se la tendenza è quella di nascondere e chiudere i problemi dietro le sbarre, il malessere dilaga e si riverbera drammaticamente in tutto il contesto, esasperando detenuti e operatori. Il 2024 ha registrato 91 suicidi tra i detenuti e 7 nella Polizia penitenziaria. Anche il 2025 è stato un anno contrassegnato da tensioni, disordini e episodi di suicidio che hanno portato a 76 il numero dei “morti di pena”. Lo scorso novembre, alla Casa circondariale di Cremona si è tolto la vita un educatore, aggiungendo la sua morte ad altri 3 suicidi di operatori, due della penitenziaria e un altro delle funzioni centrali. Vicende che hanno riacceso i riflettori sulle difficoltà di questo lavoro che comporta uno stress emotivo elevatissimo un forte rischio di burnout. Le cause per chi vive il carcere, per chi lo frequenta e per una parte di soggetti che amministrano, sono ben chiare. Il sovraffollamento, la mancanza di risorse e di servizi, le strutture inadeguate che si sommano a politiche nazionali prive di una strategia lungimirante, capace di affrontare la questione con la responsabilità che andrebbe adottata, aggravano la situazione. È vero, la questione penitenziaria non è mai stata affrontata con risolutezza, ma quanto sta avvenendo con il Governo Meloni è senza precedenti. La linea nazionale ha completamente stravolto i principi costituzionali dell’art. 27. I decreti sicurezza e Caivano hanno portato a un aumento dei reati e all’inasprimento delle pene, minando il sistema penale e penitenziario italiano. Gli istituti penali minorili, un tempo considerati un esempio europeo, sono stati svuotati nella loro funzione originaria. I campanelli d’allarme continuano a suonare e nelle stesse iniziative recentemente organizzate per la ricorrenza del cinquantesimo anniversario dell’ordinamento penitenziario è stato sottolineato a più voci che la riforma nel 1975, nata per spostare l’attenzione dalla detenzione alla persona e alle misure alternative, con l’intento di garantire la rieducazione e la socializzazione al fine di dare impulso e applicabilità ai diritti umani e alla necessità di volgere l’attenzione al recupero, oggi è stata completamente tradita da un impostazione pericolosa che vede nell’approccio severamente carcero-centrico e punitivo la risposta a tutto. In uno scenario nazionale già complicato che evoca i tempi della sentenza Torreggiani, quando nel 2013 la Corte europea dei diritti umani condannò l’Italia per le condizioni di detenzione inumane e degradanti, Il DAP (Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria) di recente ha addirittura emanato una circolare per il blocco di attività trattamentali che è poi stata ritirata in seguito alle sollevazioni di istituzioni e associazioni contrarie a una disposizione che è in netto contrasto con l’ordinamento penitenziario. Anche a Bologna dai banchi del consiglio comunale si è levata una voce chiara che si è unita all’appello delle diverse realtà. Il risultato ci dice chiaramente che seguire i processi e fare pressione quando escono norme e procedure che peggiorano la condizione detentiva non solo è importante ma è utile in termini di risultati e un ringraziamento va a coloro che in questa direzione si sono adoperati. Restano comunque molti problemi da affrontare e abbiamo bisogno di uno sforzo maggiore da parte di tutti i livelli della politica per risolvere situazioni di tensione e malessere che persistono e aumentano. Le soluzioni per affrontare il dramma delle carceri ci sarebbero, se solo si avesse la volontà di affrontarle. Sul sovraffollamento si potrebbe intervenire adottando misure deflattive come la liberazione anticipata speciale per meritevoli. In questo momento aiuterebbe ad alleggerire una situazione esplosiva. La questione va affrontata nella sua profondità ed è necessario investire in misure e strutture alternative. Vanno esaminati anche gli aspetti di competenza regionale per individuare insieme nuove strade. Le tossicodipendenze e le persone con problemi di salute mentale ad esempio non dovrebbero stare in carcere ma in altri contesti di recupero. Ci sono storture che necessitano dell’impegno di tutti per essere corrette. Non è semplice e ogni aspetto va affrontato nella sua complessità, ma è nostro dovere agire per migliorare e cambiare un sistema nazionale degradato e fallimentare e il lavoro che svolgono operatori e volontari va sostenuto e accompagnato con scelte azioni, investimenti necessari. Anche il raccordo tra enti locali, Regioni e Stato è fondamentale e su questi aspetti dobbiamo continuare a insistere. Segnali di speranza non mancano e derivano da operatori, da un volontariato indispensabile per creare opportunità e da istituzioni locali sensibili. Derivano anche da iniziative, eventi e lavori di rete che continuano a fiorire grazie soprattutto a chi sceglie di dedicarsi a questo tema per garantire i diritti dei detenuti e delle regole civili. È un ambito, quello del volontariato, in cui si iniziano a intravedere anche molte persone più giovani ed è sicuramente un valore aggiunto perché per quanto si faccia o se ne discuta, la questione carceraria non è ancora compresa dai più e il lavoro culturale da rivolgere alla collettività non è secondario perché lo stato di salute delle carceri è un termometro della democrazia da preservare. Alemanno parla di celle al collasso e viene “ripreso” di Fabio Falbo Il Dubbio, 17 dicembre 2025 Il 5 dicembre 2025, tra le mura del Carcere di Rebibbia Nuovo Complesso a Roma, si è consumato un momento di cruda verità che ha riacceso i riflettori su un universo spesso dimenticato: quello penitenziario. Promosso dalla Camera Penale di Roma e dalla Commissione Carcere, il convegno “Cinquant’anni di Ordinamento Penitenziario. Una riforma dietro le sbarre” doveva essere un momento di riflessione istituzionale, ma si è trasformato in un’occasione di denuncia corale. Dopo l’intervento di tutti i relatori, anche Gianni Alemanno ha contribuito a squarciare il velo dell’indifferenza, raccontando la realtà delle condizioni carcerarie, riferite al caldo soffocante d’estate, freddo gelido d’inverno a causa di infrastrutture fatiscenti, e una sensazione opprimente di abbandono da parte delle istituzioni. Denunce che, a quanto pare, hanno suscitato il malcontento della direzione carceraria, alimentando tensioni che fanno temere il rischio inaspettato di possibili ritorsioni disciplinari. Infatti si è verificato un episodio che appare incomprensibile. Tutti gli interventi dei relatori si sono svolti sul palco e quando il presidente dell’Assemblea, Avv. Domenico Naccari ha invitato a parlare le persone detenute, primo tra gli altri Gianni Alemanno, è apparso naturale andare al podio da cui tutti erano intervenuti. Penitenziaria è intervenuta per indicare esattamente il posto e il microfono per gli interventi. Questo episodio solleva questioni fondamentali, come può la verità, quando scomoda, essere soggetta a sanzione? L’idea stessa di un provvedimento disciplinare per aver denunciato condizioni oggettive e disumane è un abuso che mina la libertà di espressione all’interno delle carceri. Perché la voce di una persona detenuta deve essere limitata quando tocca la realtà delle violazioni dei diritti umani? La reazione a queste denunce, piuttosto che avviare un’immediata verifica o soluzione dei problemi (caldo, sovraffollamento), sembra concentrarsi sul messaggero piuttosto che sul messaggio. Le giustificazioni istituzionali, pur riconoscendo “parziali” problemi strutturali, tendono a minimizzare l’entità del disagio, creando un divario incolmabile tra l’esperienza vissuta e la narrazione ufficiale. Questo muro di gomma non fa che acuire il senso di ingiustizia e l’opacità di un sistema che, per dettato costituzionale, dovrebbe tendere alla rieducazione e non alla mera afflizione. Si è sempre detto che l’articolo 27 della Costituzione italiana ci ricorda che “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”, un principio che stride violentemente con le condizioni descritte. La differente percezione delle denunce, che sembrano concentrarsi unicamente sulla figura mediatica di Gianni Alemanno nonostante la mia partecipazione avvenuta sul podio, rivela come un interesse legittimo viene violato con queste forme di potere che di certo non danno visibilità al diritto, anzi lo offendono. La sottolineazione richiesta, il voler far intervenire le persone detenute da “sotto il palco”, sono gesti simbolici che rivelano una mentalità di controllo e gerarchia che mal si concilia con i principi di dignità della persona. In poche parole ci dicono che i detenuti non sono persone, devono essere sottomessi all’istituzione totale. Cosa faranno ora organi di vigilanza? La Camera Penale di Roma ha il dovere morale e professionale di incalzare le istituzioni. Il Presidente del Tribunale di Sorveglianza, garante ultimo del rispetto dei diritti negli istituti di pena, che era presente all’evento e che ha visto quello che accadeva, deve vigilare affinché questi abusi non abbiano luogo e che la dignità umana sia preservata, come sancito dalla Costituzione. La dignità umana, diritto inalienabile e universale, non si ferma dinanzi al cancello di un penitenziario. È lì, anzi, che dovrebbe brillare con maggiore intensità, come monito costante che la società civile non abbandona i suoi figli, neanche nel momento della loro espiazione. Zittire la voce di chi soffre non è solo un atto di amministrazione, è un atto che impoverisce l’anima collettiva, rinunciando a quell’etica della responsabilità che definisce la nostra stessa umanità. Un Natale “stellato”, chef in 56 carceri italiane di Angela Calvini Avvenire, 17 dicembre 2025 Presentata in Senato l’iniziativa “L’ALTrA Cucina… per un Pranzo d’Amore” che si svolgerà il 18 dicembre. Per un giorno le sbarre diventano soglia, i corridoi si riempiono di voci, le mense si trasformano in luoghi di incontro. Anche quest’anno il Natale entra nelle carceri italiane con “L’ALTrA Cucina… per un Pranzo d’Amore”, l’iniziativa promossa da Prison Fellowship Italia, insieme al Rinnovamento nello Spirito Santo e alla Fondazione Alleanza del RNS, in collaborazione con il Ministero della Giustizia e con il patrocinio del CONI Comitato Regionale Lazio. Un evento che si conferma come il più grande appuntamento natalizio del sistema penitenziario italiano e che, per qualche ora, “contamina” di festa e di vita gli spazi asettici della detenzione. Giovedì 18 dicembre, il pranzo di Natale si svolgerà in contemporanea in oltre 56 istituti penitenziari. Molti di questi apriranno le porte per la prima volta a un’iniziativa che non è soltanto un gesto solidale, ma una dichiarazione di fiducia: fiducia nella possibilità di incontro, nella forza del volontariato, nella dignità che non viene meno neppure dietro le mura più alte. Il progetto è stato presentato oggi nella sala Caduti di Nassirya del Senato della Repubblica. A introdurlo la senatrice Giusy Versace, vicepresidente della Commissione Cultura, insieme al senatore Andrea Ostellari, sottosegretario al Ministero della Giustizia, a Giuseppe Contaldo, presidente del Rinnovamento nello Spirito Santo, all’attore e regista Massimiliano Gallo, testimonial dell’iniziativa, al produttore discografico Gianni Testa, a don Raffaele Grimaldi, ispettore dei cappellani delle carceri militari, Maria Alessandra Ruberto, Direttore generale per la Giustizia minorile e riparativa e tanti altri. Una pluralità di voci che racconta come il carcere non sia un mondo separato, ma uno spazio che interpella tutta la società. “Saranno serviti non solo piatti raffinati ed eleganti - spiega Giuseppe Contaldo - ma entreremo nelle carceri per portare soprattutto un abbraccio, un sorriso, per ascoltare il dolore, interrompere l’isolamento e vestirlo di nuova speranza”. Un’immagine che restituisce il senso profondo dell’iniziativa: non un evento “per”, ma un’esperienza “con” le persone detenute. “Cinquantasei luoghi di detenzione - aggiunge - si trasformeranno in una grande grotta di Betlemme. Fare il Natale in carcere è come farlo nella grotta più nascosta. Senza amore e senza speranza si muore. E ai detenuti dobbiamo portare quella speranza che non delude”. Le parole di papa Leone - “Il Signore ci ripete che nessuno vada perduto” - diventano così carne, gesto, presenza. Un’attenzione particolare è rivolta ai giovani detenuti del carcere minorile di Nisida, dove il pranzo avrà un carattere “stellato” non solo per i piatti, ma per i volti che hanno scelto di esserci. A Napoli, infatti, la giornata sarà preceduta da un incontro nel cortile del carcere: sul palco si alterneranno saluti e performance del duo Gigi e Ross, dell’attore e regista Massimiliano Gallo e di parte del cast del film La salita, girato proprio a Nisida, fra cui gli attori Shalana Santana, Alfredo Cossu, Lucianna De Falco, Angela De Matteo, Diego D’Elia, Luisa Esposito. Con l’attrice Cristina Donadio, il duo musicale Mr Hyde, don Vitale Luongo - sacerdote molto seguito sui social per la sua capacità di parlare ai giovani - e il giornalista Claudio Ciotola. A guidare la brigata in cucina sarà lo chef incaricato, mentre il coordinamento dell’organizzazione è affidato a Luisa Priore, referente di Prison Fellowship Italia. “Come Fiamme Azzurre ho spesso partecipato a iniziative in carcere - ha affermato la senatrice Giusy Versace - e credo che, a pochi giorni dal Giubileo dei detenuti celebrato da Papa Leone, fosse giusto promuovere un gesto di misericordia come questo. Aprire le porte del carcere a un pranzo natalizio solidale significa ricordare che la dignità umana non conosce sbarre e che la speranza può rinascere anche dietro le mura”. Per Marcella Reni, presidente di Prison Fellowship Italia, è già iniziato “il conto alla rovescia per i pranzi di Natale stellati”. “Facciamo parte di un movimento che sta illuminando gli angoli più bui del Paese - spiega -. Crediamo nel potere trasformativo del cambiamento, che nasce dentro una prigione e si diffonde nelle comunità. Questi sono i “punti di svolta” che, grazie alla generosità di tanti, stiamo vedendo accadere”. A Nisida, questa speranza passa anche attraverso l’arte. “Ho trascorso mesi intensi della mia vita girando proprio qui - racconta Massimiliano Gallo -. La mia opera prima La salita, che ho voluto proiettare in anteprima nazionale ai ragazzi detenuti, è stata un’esperienza fortissima. Sono convinto che l’arte abbia un valore salvifico nei percorsi di riscatto e rinascita: offre strumenti per immaginare e costruire un domani possibile”. Il film, in uscita a marzo, racconta un episodio poco noto ma decisivo: quando nel 1982 Eduardo De Filippo, da senatore, fece costruire il primo teatro in un carcere italiano, proprio a Nisida. Un Gallo commovente legge in aula un estratto del discorso al Senato che tenne appunto Eduardo a tale proposito. “La sua testimonianza era rivoluzionaria - conclude Gallo -: se non ci prendiamo cura di quei ragazzi, non riusciremo mai a curare davvero la nostra società”. Così, tra una tavola imbandita e una parola ascoltata, il Natale torna ad essere ciò che è: un inizio possibile, anche dove tutto sembra fermo. Il “garantismo” della maggioranza è morto, travolto dallo spirito da sbirro dei suoi esponenti di Piero Sansonetti L’Unità, 17 dicembre 2025 Il titolo di prima pagina, a tutta pagina, del più filogovernativo dei giornali della destra (“Libero”), francamente mi ha lasciato senza respiro. Lo trascrivo: “Il governo arresta, il giudice libera”. È una rivendicazione. Di tipo cileno. Il titolo del “Giornale” è simile e appena un po’ meno sfacciato: “I giudici di Allah”. Il “Secolo” è un po’ più attento: “Toghe libera tutti”. Poi c’è la dichiarazione di Giorgia Meloni: “Così sicurezza impossibile”. Stiamo parlando della decisione della Corte di appello di Torino di disporre la liberazione dell’Imam Mohamed Shahin dal Cpr di Caltanissetta dove era detenuto per ordine del prefetto, cioè del ministro dell’Interno. La Corte ha deciso la liberazione dell’Imam avendo accertato che non aveva commesso nessun reato e dunque che non esiste nessun motivo per revocargli il permesso di soggiorno, né tantomeno per rinchiuderlo in un Cpr lontano mille chilometri da dove vivono sua moglie e i suoi bambini. Questo atto assolutamente ineccepibile della Corte è stato considerato dal governo e dai suoi giornali un atto eversivo. La destra sostiene che per garantire la sicurezza il governo deve avere la possibilità di arrestare le persone a suo piacimento e discrezione. La cattura e l’imprigionamento dell’Imam era in modo evidente a tutti un atto di persecuzione. Ma quello che colpisce in questa vicenda è la “teoria politica”, ben illustrata dai giornali della destra e anche dalla Meloni, su come debba essere amministrato il diritto. A giudizio del quotidiano “Libero” il compito di arrestare le persone spetta al governo mentre - sembra di capire anche dalla dichiarazione di Giorgia Meloni - la magistratura non dovrebbe disporre del potere di scarcerare le persone che non hanno commesso reati. Tremano le vene dei polsi pensando che questa destra è la destra erede di Silvio Berlusconi, di Niccolò Ghedini, di Filippo Mancuso, cioè di un gruppo dirigente che aveva fatto del garantismo una delle sue bandiere più importanti. Pretendere di assegnare al governo il compito di arrestare le persone è una cosa sideralmente lontana da qualsiasi forma di democrazia e di stato di diritto Del resto, la vocazione giustizialista di questa maggioranza l’avevamo già vista molte volte, coi decreti sicurezza, i decreti anti ong, il voto contro Ilaria Salis (per consentire la sua riconsegna ai carcerieri ungheresi) i voti al Parlamento Europeo contro Eva Kaili, e ieri, a conferma, il voto per togliere l’immunità parlamentare ad Alessandra Moretti. L’assalto ad Alessandra Moretti è un’autentica indecenza. Un atto vile, come fu quello che permise l’ingiusto arresto di Eva Kaili. I 5 Stelle, schierati coi fascisti, hanno confermato di avere un pezzo della loro anima fortemente reazionario. Anche di fronte ai palesi errori della magistratura e alla evidentissima innocenza di Alessandra Moretti. Faccio gli auguri all’onorevole Moretti ed evito di dire quel che penso di chi le ha votato contro. Una sola cosa vorrei chiedere al centrodestra: di non rivendicare mai più - mai più - il proprio garantismo. Il garantismo di questa maggioranza non esiste, travolto dallo spirito da sbirro dei suoi esponenti. E tra l’idea liberale e questa alleanza di centrodestra passa un oceano. Va bene, non dobbiamo dire che sono fascisti? Ok, però non si azzardino più a dichiararsi liberali. La giustizia è cieca. Se il referendum è solo una cosa da maschi di Giulia Merlo Il Domani, 17 dicembre 2025 Se è vero che le idee non hanno genere, è altrettanto vero che i volti che le rappresentano hanno un significato. E se il dibattito sempre più polarizzato e asfittico sul referendum per la riforma della magistratura sta dimostrando qualcosa è che la giustizia è ancora cosa da uomini. Per scelta dei media, ma soprattutto degli stessi comitati per il Sì e per il No alla riforma, che ormai quotidianamente si danno battaglia. Un paradosso, se si pensa al forte attivismo messo in campo dall’avvocatura, dalla magistratura e dall’accademia e al fatto che le prime due categorie sono composte rispettivamente per il 47 per cento e il 57 per cento di donne (per la terza non esistono numeri esatti ma una stima di professoresse in materie giuridiche è del 35 per cento). Eppure, nella scelta di figure rappresentative da mettere a capo dei vari comitati, la presenza femminile è ridotta men che al lumicino. A oggi se ne possono citare appena due, entrambe per il No: la professoressa di diritto costituzionale Giovanna De Minico a Roma, la magistrata Alessandra Galli a Genova Voce autorevole che si è fatta sentire per il No è stata quella della prima presidente emerita della Cassazione, Margherita Cassano, mentre sul fronte politico ha iniziato a spendersi l’ex ministra Rosy Bindi. Può essere che i tempi siano ancora prematuri, nella confusione prenatalizia della presentazione dei comitati, e che inizieremo il 2026 con almeno un riequilibro. Se la tendenza è quella attuale, tuttavia, ci si può sentire autorizzati a dubitarne. Senza irrigidirsi sulla medaglia di presidente di comitato, è comunque sufficiente accendere la televisione o sfogliare un giornale i volti dei duellanti sono quello del ministro della Giustizia Carlo Nordio, del viceministro Francesco Paolo Sisto, del presidente delle Camere penali Francesco Pendii e dell’ex presidente Giandomenico Caiazza, contrapposti a quelli del presidente dell’Anni Cesare Parodi, del segretario Rocco Maruotti, il procuratore capo di Napoli Nicola Gratteri e del presidente del comitato per il No dell’Anni Enrico Grosso. Anche la sfida televisiva - a oggi rimandata per mancanza di accordo tra avversari - sarebbe stata tra Nordio e Parodi o Grosso. Lo slogan indignato del “tutti uomini” a poco serve, si può solo prendere atto. Tuttavia sorge spontanea una domanda da porgere indifferentemente ai sostenitori del Sì e del No: possibile che non ci fosse nemmeno una collega degna di rappresentare a livello nazionale le rispettive posizioni? Possibile che a nessuno sia venuto in mente, fosse anche solo per espediente comunicativo, che individuare una donna avrebbe rotto questa noiosa monocromia maschile? Possibile che, plasticamente, l’unica immagine femminile della giustizia sia ancora quella della dea bendata con bilancia e spada da incollare sulle locandine dei convegni? L’interrogativo è rivolto soprattutto ai comitati per il No che, secondo i sondaggi rincorrono (e potrebbero raggiungere) gli avversari del Sì. La magistratura da tempo ha almeno parzialmente perso il favore dei media, e l’ombra del caso Palamara grava ancora sulla categoria: qualsiasi comunicatore, allora. consiglierebbe di tentare di cambiare registro anche -o almeno - sul piano dell’immagine. Quanto sarebbe più interessante, mediaticamente, contrapporre a Nordio, nel tanto cercato confronto televisivo, non l’ennesimo rappresentante istituzionale, ma una magistrata donna, magari non centenaria Una donna, forse, smetterebbe di far apparire la magistratura, agli occhi del pubblico che poco o nulla sa di giustizia, come una schiera di uomini potenti e incravattati, forti delle loro nomine e sempre in bilico sul crinale dell’indignazione per lesa maestà. In questa fase così delicata per la sua storia, la magistratura potrebbe provare ad apparire per ciò che è realmente: dietro la schiera dei vertici istituzionali, dei capi delle procure e dei tribunali ancora in maggioranza in mano agli uomini, c’è una generazione di giovani magistrati, in maggioranza donne, che tutti i giorni vivono le difficoltà professionali, condivise con gli avvocati, di una macchina giudiziaria ingolfata e sempre in debito di risorse strutturali e di personale, con l’obiettivo di rendere, insieme, giustizia ai cittadini. Al netto del merito sulla separazione delle carriere e sullo spregio istituzionale del sorteggio, questa campagna referendaria come tutte le disfide politiche - si vincerà anche sulle parole d’ordine e sulla credibilità di chi le rappresenta. E fino a ora, una maggioranza silenziosa è mancata di certo. Il vero obiettivo non è separare le carriere, ma indebolire il Csm di Antonello Cosentino* Il Dubbio, 17 dicembre 2025 Il nucleo della riforma costituzionale non è la separazione delle carriere (realizzabile con legge ordinaria) bensì il depotenziamento del Csm, che verrà sdoppiato e privato della potestà disciplinare e risulterà composto da magistrati non più eletti ma sorteggiati. Il sorteggio è il vulnus più grave: non solo perché affida al caso la selezione delle persone investite di una funzione di rilevanza costituzionale e priva il governo autonomo della magistratura dell’apporto della riflessione collettiva che emerge dal pluralismo degli orientamenti associativi dei magistrati; ma, soprattutto, perché, trasforma la componente togata del/ dei Csm in una casuale adunata di singoli, spogliati della forza derivante dal mandato elettorale. Con il sorteggio gli istituendi Csm saranno ridotti ad organi di natura tecnico- amministrativa, meri uffici del personale, privi della capacità di (e della legittimazione ad) esprimere orientamenti valoriali che rappresentino sintesi democratica di diverse sensibilità e visioni della giurisdizione. L’assunto che il sorteggio sarebbe necessario per guarire la magistratura dai mali del correntismo è una mistificazione. Il correntismo ha prodotto gravi degenerazioni di tipo clientelare e spartitorio. Ma ciò, contrariamente a quanto spesso viene ripetuto, non è stato causato dalla forza delle correnti, bensì, al contrario, dalla loro debolezza, cioè dal progressivo impoverimento della loro capacità di elaborazione culturale e di formazione e selezione degli aderenti. Le correnti della magistratura si sono evolute, nell’ultimo ventennio, verso modelli in cui al collante valoriale - o, se si preferisce, ideologico - ha teso a sostituirsi il collante della protezione corporativa. Donde l’emergere di logiche di scambio e, quindi, l’affermarsi in forme e intensità diverse nelle varie correnti - di modelli di leadership che su tali logiche hanno fondato il loro potere. Ma le degenerazioni delle correnti non si combattono sorteggiando i componenti del Csm (sarebbe come combattere le degenerazioni dei partiti sorteggiando i parlamentari) ma, da un lato, agendo sulla legge elettorale del Csm (per ridurre il potere dei gruppi dirigenti delle correnti nella selezione degli eletti) e, d’altro lato, agendo sulle regole delle procedure consiliari (per migliorarne la trasparenza). Il sorteggio, invece, indebolisce il sistema di governo autonomo senza in alcun modo garantire che consiglieri sorteggiati, liberi da qualunque dovere di ac countability, siano immuni (o restino a lungo immuni) dal rischio di patologiche torsioni delle loro funzioni al servizio di interessi privati, individuali o collettivi, più opachi e più pervasivi di quelli delle correnti. La riforma, d’altra parte, non migliorerà, per ammissione dei suoi stessi autori, tempi e prevedibilità delle decisioni. Né si vede perché gli episodi di sciatteria, neghittosità, arroganza che si riscontrano nella magistratura, come in qualunque altra categoria professionale, dovrebbero diminuire in un ordine giudiziario diviso in due settori separati, in ciascuno dei quali le spinte alla protezione corporativa non potranno che aumentare, non foss’altro che perché nei suoi organi di governo - ciascuno riferito al proprio settore ed entrambi deprivati della funzione di rappresentare il pluralismo associativo - l’unico collante ideologico resterà inevitabilmente lo “spirito di corpo”. Il punto è che questa riforma non riguarda la giustizia come servizio, ma la giustizia come potere, cioè i rapporti tra la magistratura e gli altri poteri dello Stato. La domanda che dobbiamo porci allora è: a cosa serve questo radicale ridimensionamento del peso della magistratura nel sistema della governance complessiva della società italiana? Per rispondere a questa domanda dobbiamo guardare alla storia della Repubblica. Fino al 1948 la magistratura italiana era totalmente immersa nell’ambiente culturale dello Stato liberale, prima, e totalitario, poi. I magistrati provenivano dalla ristretta élite che dirigeva il Paese, di cui condividevano valori e prospettive. Nell’Italia repubblicana, proprio per effetto dei mutamenti generati dalla Costituzione, la magistratura cambia: vi accedono le donne e vi accedono - grazie all’ascen sore sociale dell’istruzione di massa, anche universitaria - fasce sociali fino ad allora rimaste escluse. La magistratura, dopo il ventennio fascista, riscopre l’associazioni smo, non come strumento di tutela di interessi sindacali ma come sede di costruzione della propria identità culturale, centrata sulla Costituzione. Proprio dal dibattito culturale fra le correnti dell’Anm discende la capacità della magistratura di farsi agente attivo della “costituzionalizzazione” dell’ordinamento giuridico nazionale, grazie alle questioni di legittimità costituzionale e all’interpretazione conforme a Costituzione. All’inizio degli anni 80 i rapporti tra la magistratura e la politica entrano in una fase di tensione che si protrae fino ad oggi. Le inchieste che si susseguono, con esiti alterni, a carico dei “colletti bianchi” se, da un lato, danno corpo ai principi costituzionali di eguaglianza e di obbligatorietà dell’azione penale, dall’altro espongono i pubblici ministeri ad accuse di protagonismo e di politicizzazione. Dopo la fine della “prima Repubblica” la magistratura viene spesso gravata di funzioni di supplenza della politica (si pensi al caso Englaro o alla vicenda dell’Ilva di Taranto) e il pubblico ministero, in particolare, finisce con l’essere percepito, quando la sua azione va a toccare interessi politici o economici significativi, come un player politico che gioca in proprio, o di sponda con altri players. Nella concretezza storica della vicenda italiana la magistratura ha dunque assunto un ruolo di controllo molto (forse troppo?) penetrante rispetto alla legalità dell’azione dei poteri politici ed economici. Ciò è stato possibile perché magistrati di diverse estrazioni sociali e tendenze culturali hanno potuto operare in condizioni di assoluta indipendenza non soltanto esterna (della magistratura rispetto alla politica) ma anche interna (dei singoli magistrati rispetto ai loro dirigenti). Lo scudo di questa duplice indipendenza è stato un Csm unitario e rappresentativo. Depotenziare il Csm serve a riportare la magistratura verso il modello pre-costituzionale di ceto funzionariale, coordinato e sintonico con i titolari del potere politico. Il modello dei leoni sotto al trono. *Magistrato, componente del Csm I paletti della Cassazione: il sequestro digitale non può trasformarsi in una pesca a strascico di Tiziana Roselli Il Dubbio, 17 dicembre 2025 C’è un filo rosso che, negli ultimi anni, attraversa molte decisioni della Cassazione in materia di indagini tecnologiche: la crescente consapevolezza che sequestrare uno smartphone o un computer non equivale a mettere le mani su un semplice oggetto, ma su un frammento di vita privata. La sentenza n. 38331 della Sesta sezione ribadisce questo punto con particolare chiarezza, richiamando il principio di proporzionalità come cardine della legittimità di ogni ingerenza nei diritti fondamentali. In un’epoca in cui le investigazioni digitali sono sempre più estese e automatiche, la Corte fissa un limite: l’attività di ricerca della prova non può oltrepassare ciò che è davvero necessario. È un richiamo che riguarda non solo le procure, ma anche il legislatore, spesso incline a introdurre strumenti sempre più penetranti senza misurarne l’impatto sulle garanzie individuali. Secondo la Cassazione, il sequestro di un dispositivo elettronico è una misura ad alta intensità intrusiva perché permette di accedere a un patrimonio di informazioni che va ben oltre il fatto- reato, toccando aspetti della vita dell’indagato e, a volte, anche di persone del tutto estranee che nulla hanno a che fare con l’indagine. Per questo, nella motivazione del decreto di sequestro il pubblico ministero deve chiarire perché ritenga indispensabile acquisire l’intero contenuto del dispositivo oppure quali dati stia cercando con precisione. Deve anche indicare i criteri di selezione del materiale informatico e giustificare eventuali ampliamenti del periodo temporale oggetto d’interesse. Inoltre è tenuto a definire tempi certi entro cui effettuare la selezione e restituire ciò che non è rilevante. Non sono aspetti burocratici: sono presidi a tutela del perimetro dell’indagine e dei diritti di chi la subisce. Nel caso esaminato, il provvedimento era stato motivato con riferimenti generici all’impossibilità di utilizzare chiavi di ricerca e alla “peculiarità” dell’indagine. Per la Corte si tratta di formule vuote, che potrebbero sostenere qualsiasi sequestro e che quindi non bastano a superare il vaglio di legittimità. La Cassazione chiede invece motivazioni puntuali, verificabili, non mere dichiarazioni di principio. La sentenza arriva in un contesto in cui gli strumenti investigativi si stanno trasformando rapidamente: l’uso di algoritmi, sistemi di ricostruzione dei movimenti e analisi automatizzate sta diventando la regola più che l’eccezione. È proprio in questo scenario che il rischio di una profilazione giudiziaria estesa, non limitata allo stretto necessario, si fa concreto. E la Sesta sezione, con un monito che vale oltre il caso specifico, ricorda che l’indagine digitale è legittima solo se rimane circoscritta al suo scopo. Quando diventa una perlustrazione generalizzata della vita privata, la giustizia oltrepassa il limite che la Costituzione le impone. Lombardia. Fontana: “Nuovi istituti e lavoro al centro per ridurre recidiva e sovraffollamento” wikimilano.it, 17 dicembre 2025 Il tema delle carceri torna al centro del confronto politico lombardo. Dopo le dichiarazioni del sindaco di Milano Giuseppe Sala sulle condizioni critiche del carcere di San Vittore, arriva la posizione del presidente di Regione Lombardia Attilio Fontana, che invoca una riforma strutturale dell’intero sistema penitenziario. A margine della seduta del Consiglio regionale a Palazzo Pirelli, Fontana ha chiarito che il problema non riguarda solo la collocazione di singoli istituti. Secondo il governatore, è necessario ripensare complessivamente il modello delle carceri italiane, puntando alla realizzazione di nuove strutture con un’impostazione radicalmente diversa rispetto al passato. Il lavoro come pilastro del carcere del futuro - Al centro della proposta sostenuta dalla Regione Lombardia c’è il lavoro come elemento fondante della detenzione. Fontana ha sottolineato l’importanza di garantire a tutti i detenuti la possibilità di lavorare e di acquisire competenze professionali durante il periodo di reclusione. Un percorso che, nelle intenzioni, dovrebbe favorire lo sviluppo personale e preparare concretamente al reinserimento nella società. Ridurre la recidiva e favorire il reinserimento sociale - Secondo il presidente lombardo, investire su formazione e occupazione in carcere è la chiave per ridurre il rischio di recidiva. Offrire competenze spendibili anche dopo la detenzione consentirebbe alle persone di proseguire un’attività lavorativa una volta tornate in libertà, allontanandole dal circuito dell’illegalità. Un approccio che Fontana definisce coerente con i principi della Costituzione. Sovraffollamento, una criticità nazionale - Accanto alla necessità di nuove strutture e di un cambio di paradigma, Fontana evidenzia un problema ormai cronico: il sovraffollamento carcerario. La maggior parte degli istituti italiani, osserva, necessita di interventi urgenti proprio per ridurre il numero degli occupanti e migliorare condizioni di vita e sicurezza. Per il governatore lombardo, dunque, la discussione non può limitarsi al destino del carcere di San Vittore. Serve una visione più ampia, capace di affrontare in modo sistemico le fragilità del sistema penitenziario italiano e di costruire un modello orientato alla dignità, al lavoro e al reinserimento sociale. Cuneo. Torture in carcere a Cerialdo, quattro richieste di condanna di Camilla Pallavicino laguida.it, 17 dicembre 2025 Questi quattro hanno scelto il rito abbreviato. A gennaio inizierà il processo per gli altri dieci imputati. Si aprirà il 28 gennaio al tribunale di Cuneo il processo sulle presunte torture avvenute nel carcere di Cuneo, ma intanto quattro dei quattordici imputati hanno scelto il rito abbreviato davanti al giudice dell’udienza preliminare Edmondo Pio; si tratta dell’ispettore di polizia penitenziaria G. V., del medico A. M. e degli agenti M. D. e M.C. Al termine di una requisitoria di due ore il pubblico ministero Mario Pesucci ha chiesto la condanna a tre anni e due mesi per l’ispettore, accusato del pestaggio avvenuto nella notte fra il 20 e il 21 giugno 2023, all’interno della cella 417 del “padiglione Gesso” di cui era responsabile. Insieme ad altri agenti fuori servizio, l’ispettore sarebbe entrato nella cella dove erano rinchiusi quattro detenuti pakistani, che qualche ora prima avevano messo in atto una protesta battendo con le pentole contro le sbarre della cella, per protestare contro il mancato ricovero di un detenuto della cella accanto che per ore aveva lamentato un forte dolore alla gamba. I quattro sarebbero stati picchiati nella cella e poi trascinati fuori e picchiati ancora per poi essere rinchiusi nelle celle d’isolamento. Un anno e sei mesi di reclusione è invece la richiesta di condanna per il medico accusato di falso, omissione di referto e favoreggiamento; un anno è stato chiesto per i due agenti imputati di falso in atto pubblico. Dopo le richieste del pubblico ministero, il 12 gennaio concluderanno le difese degli imputati e verrà emessa la sentenza. Oltre ai fatti della notte del 20 giugno, nell’indagine sono finite anche le presunte violenze avvenute a ottobre 2021 e ancora ad aprile 2022 ad altri detenuti, fatti per i quali sono stati rinviati a giudizio sei agenti di Polizia penitenziaria con l’accusa di tortura e altre quattro persone, operatori sanitari e personale del carcere imputati di lesioni, favoreggiamento e falso. Oltre ai detenuti, nel processo si è costituito come parte civile anche il garante regionale per i diritti dei detenuti che ha chiesto un risarcimento simbolico di 5.000 euro per i casi di tortura e di 2.500 euro per gli altri fatti contestati, da devolvere al carcere. Monza. Il riscatto tra cultura e lavoro. Dal teatro alla falegnameria di Alessandro Salemi Il Giorno, 17 dicembre 2025 C’è un carcere che lavora, studia, produce cultura e prova a ricucire legami. Accanto alle difficoltà della detenzione, aggravate dal grave sovraffollamento e dalle condizioni ambientali spesso critiche e logoranti, alla casa circondariale di Monza si muove ogni giorno un laboratorio silenzioso di dignità e reinserimento, fatto di persone e progetti civici encomiabili. Oltre a iniziative ricreativo-artistiche come Free for Music, l’istituto brianzolo ospita un ventaglio articolato di attività virtuose. Dai percorsi di giustizia riparativa ai corsi di teatro, fino alla nascita recente di una vera e propria rivista: “Oltre i confini”. Dieci detenuti si sono messi alla prova con la scrittura e il lavoro giornalistico, dando vita a un magazine che racconta il carcere da dentro. A coordinarli, la direttrice, giornalista e poetessa Antonetta Carrabs. Piccoli ma decisivi passi verso la normalità sono anche quelli amministrativi: uno sportello anagrafe interno consente il rilascio delle carte d’identità elettroniche, accorciando distanze e tempi per l’accesso ai diritti. Il lavoro resta il cuore pulsante del sistema. Oggi circa la metà dei detenuti - circa 350 persone - è coinvolta in attività lavorative, formative o di studio. Un dato significativo anche se non ancora soddisfacente. Dagli ambienti di lavoro escono prodotti di qualità: borse in pelle, valigette, articoli di cancelleria. Cooperativa Pandora, Mivan di Seregno, 1 Out, Zerografica e la sartoria Alice offrono occupazione interna, mentre una trentina di detenuti lavora all’esterno. Oltre 200 sono poi impiegati direttamente dall’istituto in cucina, pulizie e giardinaggio; una cinquantina segue corsi professionali, dalla ristorazione al barbering, fino alla falegnameria. Proprio la falegnameria, che vanta macchine professionali, racconta una delle storie più simboliche della casa circondariale. Qui oltre al lavoro svolto per i corsi dell’Istituto Meroni di Lissone, i detenuti producono oggetti religiosi, quali rosari, con il legno che deriva dalle barche dei migranti del Mediterraneo che non ce l’hanno fatta ad arrivare a Lampedusa: un’iniziativa pensata e coordinata dalla Fondazione Casa dello Spirito e delle Arti, come grande atto di umanità. L’idea di un carcere aperto e connesso alla città prende forma anche nei collegamenti. Da novembre è attiva la linea urbana z213 “Circolare”, che unisce il centro di Monza all’istituto. E si rafforza nel teatro (con Le Crisalidi e Geniattori), portato dentro e fuori dalle mura, fino ai palcoscenici di Binario 7 e Manzoni. I Geniattori, con lo spettacolo Senza parole, hanno conquistato, con 13 detenuti, il Premio Nazionale Maurizio Costanzo, come migliore pièce teatrale prodotta nelle carceri. Un unicum nazionale è la biblioteca carceraria, integrata nel sistema Brianza Biblioteche: 7.700 volumi prenotabili online. Come accade nel Festival delle Storie, dove Calvino e altri autori sono entrati in cella attraverso il teatro. Sul fronte del reinserimento, il Progetto Sintesi 5.0 mette in campo 350mila euro in tre anni, puntando su lavoro, famiglia, abitazione e giustizia riparativa, in sinergia con Afol. L’iniziativa del Comune “Mind the gap”, sta accompagnando 20 detenuti verso un’occupazione. Accanto alle istituzioni, esiste un tessuto vivo di volontariato: dal cappellano don Tiziano Vimercati all’associazione Carcere Aperto, premiata con la Corona Ferrea per 31 anni di presenza costante. E poi lo sport, con un campo calcio per le occasioni di svago, ma anche per la squadra della casa circondariale, che partecipa al campionato organizzato dal Csi. Pordenone. Il carcere torna al centro del dibattito: il Pd chiede l’istituzione del Garante di Monia Settimi Gazzetta di Pordenone, 17 dicembre 2025 Il carcere di Pordenone non è solo una struttura di detenzione, ma un tema che riapre una questione politica irrisolta. In consiglio comunale il Partito Democratico accende i riflettori su un’assenza che, secondo l’opposizione, pesa da anni: la mancanza di un Garante comunale per le persone detenute. A portare il tema sul tavolo istituzionale è la consigliera Irene Pirotta, con un’interrogazione che chiede all’amministrazione di colmare rapidamente questo vuoto. All’interno del Castello cittadino ha sede una delle principali strutture penitenziarie del Friuli Venezia Giulia. Eppure, nonostante la presenza del carcere e il quadro normativo favorevole, Pordenone resta priva di una figura dedicata alla tutela dei diritti dei detenuti, a differenza di altre città della regione che hanno già scelto questa strada. Una distanza che, per il Pd, non è più giustificabile, soprattutto dopo l’accordo nazionale del 2022 tra ANCI e il Garante nazionale, nato proprio per incentivare i garanti territoriali. Secondo Pirotta, il garante non va letto come un ruolo formale o simbolico, ma come un presidio concreto di legalità e prevenzione. Monitorare le condizioni di detenzione, facilitare il dialogo tra istituzioni e carcere, accompagnare percorsi di reinserimento sociale significa ridurre le tensioni e abbassare il rischio di recidiva, con effetti diretti sulla sicurezza della città. Il Partito Democratico sottolinea come parlare di sicurezza urbana senza includere il tema del carcere sia una contraddizione. La tutela dei diritti fondamentali delle persone private della libertà e l’investimento su politiche rieducative vengono indicati come elementi essenziali per costruire una città più sicura e più coesa, in linea - osservano i dem - anche con gli obiettivi dichiarati dall’amministrazione. L’opposizione richiama inoltre le esperienze già avviate in numerosi Comuni italiani, dove il Garante opera con assetti snelli, risorse limitate e costi sostenibili, senza impatti rilevanti sui conti pubblici. Da qui la richiesta non solo di istituire la figura anche a Pordenone, ma di chiarire quali siano i tempi e le modalità per dotarsi del regolamento necessario. Per Irene Pirotta la questione è soprattutto politica e culturale: trasformare i principi in scelte concrete. “I diritti non si fermano davanti alle mura del carcere - ribadisce -. Occuparsene significa rendere Pordenone una città più sicura, più giusta e più responsabile”. Un messaggio che punta a riaprire il confronto e a spingere l’amministrazione a una decisione chiara. Venezia. In carcere una sede distaccata del CUP, al call-center lavorano nove detenuti gnewsonline.it, 17 dicembre 2025 Nella Casa Circondariale Santa Maria Maggiore, a Venezia, alcuni detenuti sono stati selezionati come operatori del centro unico di prenotazione dell’Azienda Sanitaria Locale del Veneto. Rispondono ai cittadini, controllano le agende degli appuntamenti delle strutture del territorio, fissano visite ed accertamenti clinici. Lo fanno dal carcere, in un locale individuato dalla direzione dell’istituto penitenziario, attrezzato dall’ente sanitario e dal consorzio che gestisce il servizio prenotazioni. L’iniziativa è partita nella primavera di quest’anno, con sei detenuti, divenuti nove, provvisti di competenze utili a svolgere il compito. Dopo un periodo di affiancamento con un operatore esperto della Ulss 3 Serenissima, i nuovi impiegati vengono inquadrati come lavoratori a tempo indeterminato; uno di loro è stato autorizzato a svolgere la mansione all’esterno del carcere, lavorando presso la sede principale del CUP dell’azienda, quella dell’Ospedale dell’Angelo, a Mestre. “Il servizio sanitario ha la funzione di curare, ma curare significa prendere per mano la persona. Salute è stato di benessere fisico, psichico, e anche sociale”, spiega il direttore generale dell’azienda, Edgardo Contato. “Questo lavoro ci ricollega alla società, e la gratificazione che abbiamo dagli utenti stessi ci esorta non solo a fare sempre meglio il nostro lavoro, ma anche a vivere meglio il carcere”, racconta uno dei nuovi operatori del call center. È un’attività che permette di dare un nuovo significato alla detenzione. “Ci sembra di essere fuori dal carcere, di avere una possibilità di riscatto che non possiamo perdere”, dichiara un altro operatore del servizio. Non si tratta di semplice solidarietà a chi vive uno stato di detenzione, ma di un progetto di integrazione del mondo penitenziario nella società. L’iniziativa del CUP in carcere è “il segno e la promessa della possibile riappacificazione con la comunità”, continua Contato. La sede decentrata del centro prenotazioni della azienda sanitaria locale è un punto di forza del sistema, un vero e proprio servizio alla cittadinanza, che elabora circa 5.500 telefonate al mese, 300 chiamate al giorno, distribuite in due turni di quattro ore ciascuno. “È una sperimentazione che funziona sia in termini economici che sociali”, conclude il direttore della ASL. Milano. Da domani il congresso di Nessuno tocchi Caino L’Unità, 17 dicembre 2025 Si svolgerà a Milano, dal 18 al 20 dicembre, presso il Teatro Puntozero del Carcere Minorile Cesare Beccaria, l’XI Congresso di Nessuno tocchi Caino. “La scelta del luogo ha per noi un alto valore simbolico,” hanno dichiarato Rita Bernardini, Sergio D’Elia ed Elisabetta Zamparutti, Presidente, Segretario e Tesoriera dell’Associazione radicale fondata 32 anni fa da Marco Pannella e Mariateresa Di Lascia. All’apertura dei lavori, prevista per le ore 13 di domani dicembre, interverrà Antonio Sangermano, Capo del Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità. Seguiranno le relazioni degli organi dirigenti dell’Associazione. Venerdì è previsto l’intervento di Massimo Parisi, Vice Capo del Dap e di Francesco Petrelli, Presidente dell’Ucpi. Sabato 20 dicembre alle 10 il saluto del Ministro della Giustizia Carlo Nordio. Tre i temi principali dei lavori: “Morte per pena: Non solo privazione della libertà”; “I luoghi della pena: Visitare i carcerati”; “La fine della pena: Non giudicare!”. Verona. Scuole e carcere insieme per un nuovo percorso riabilitativo giornalepantheon.it, 17 dicembre 2025 Le porte diventano un ponte di dialogo attraverso un restyling che le trasformerà in un simbolo positivo per i giovani e la città. È quanto è stato realizzato grazie all’iniziativa “A Noi In-Porta”, sostenuto dall’Assessorato alle Politiche educative e Scolastiche del Comune, presentato questa mattina alla scuola secondaria di 1° grado Duca d’Aosta, in via Trezza 13, a Veronetta. Uno speciale laboratorio artistico che integra il percorso riabilitativo delle persone detenute, volto a fornire loro uno strumento di espressione per superare le difficoltà emotive e relazionali e per facilitare il dialogo e la crescita personale. Il progetto, attivo da aprile 2024 nella Casa Circondariale di Montorio, sezione maschile, si inserisce nell’ambito dei percorsi educativi, di alfabetizzazione e di supporto ai corsi promossi dal C.P.I.A. (Centro Provinciale per l’Istruzione degli Adulti) a favore delle persone detenute. Fino ad oggi sono state realizzate cinque porte: due che riguardano la scuola secondaria di 1° grado Duca d’Aosta e tre la sede C.P.I.A. nel plesso Dante Alighieri - Centro Provinciale per l’Istruzione degli Adulti. Per il 2026 ne sono in programmazione altre, circa una decina, con l’obiettivo di ampliare il più possibile l’iniziativa. “Il progetto consente di aprire davvero una porta di dialogo fra la Casa Circondariale e la scuola - sottolinea l’assessora Elisa La Paglia -. Grazie all’impegno del C.P.I.A., infatti, è stato possibile il coinvolgimento dei detenuti, che si sono impegnati nella ristrutturazione e nella realizzazione delle porte, che una volta restaurate, sono diventate vere opere d’arte ricche di significato all’interno della scuola. È la più bella manutenzione che potevamo mettere in campo, ricca di senso, per gli studenti e i detenuti”. Presenti, oltre all’assessora alle Politiche educative e Scolastiche Elisa La Paglia, la consigliera comunale Chiara Stella, che ha sostenuto il progetto con un proprio contributo, il dirigente del Centro Provinciale per l’Istruzione degli adulti C.P.I.A. di Verona Luca Saggioro, promotore del progetto, e gli altri rappresentanti degli altri istituti interessati all’iniziativa. Ferrara. La cultura oltre ogni barriera: Unife porta il sapere in carcere di Corrado Magnoni La Nuova Ferrara, 17 dicembre 2025 Sono 25 gli studenti detenuti iscritti nell’anno accademico 2025/2026, 10 nuove immatricolazioni, 16 borse Er.Go erogate e oltre 900 ore di tutorato. Si è tenuta ieri la conferenza stampa di presentazione del rinnovo della convenzione tra l’Ateneo estense e la Casa Circondariale di Ferrara per la gestione del Polo universitario penitenziario (Pup). Un accordo che garantisce continuità a un percorso avviato da oltre dieci anni e che oggi mostra risultati concreti e in costante crescita. Alla conferenza sono intervenuti la rettrice Laura Ramaciotti, Stefania Carnevale (delegata al Polo universitario penitenziario e ai rapporti con l’Amministrazione penitenziaria), la direttrice della Casa circondariale Maria Martone, il presidente della Conferenza nazionale dei delegati dei rettori per i Poli universitari penitenziari (Cnupp) Giancarlo Monina, insieme a Monica Lodi e Patrizia Pasini di Er.Go, l’azienda regionale per il diritto agli studi superiori. Il rinnovo della convenzione si inserisce in un contesto di forte sviluppo del Polo: i detenuti iscritti sono passati da 15 a 25 in un solo anno, distribuiti su 13 corsi di laurea, tra triennali, magistrali e a ciclo unico. “Questo rinnovo rappresenta molto più di un atto formale - ha sottolineato la rettrice Ramaciotti -. È la conferma di una visione che l’Ateneo porta avanti da anni: l’università come motore di crescita personale e sociale, uno spazio di conoscenza che deve essere accessibile a tutte e a tutti”. Negli ultimi anni il Polo universitario penitenziario si è arricchito di nuovi strumenti: una biblioteca universitaria interna al carcere con i testi necessari per la preparazione degli esami, materiali didattici e informatici compatibili con le condizioni detentive, oltre alla riorganizzazione degli spazi con la creazione di tre sale studio arredate dall’Ateneo. Per la direttrice della Casa circondariale Martone, il progetto rappresenta “un elemento essenziale del trattamento rieducativo dei detenuti”. Soddisfazione anche da Carnevale, che ha evidenziato come “si sia favorito il diritto allo studio universitario a un numero crescente di persone, migliorando servizi e spazi”. Fondamentale il sostegno di Er.Go, che quest’anno ha assicurato borse di studio ai nuovi iscritti e agli studenti meritevoli. “È un progetto di grande valore - ha dichiarato il direttore di Er.Go Francesco Scaringella - che rafforza il diritto allo studio e promuove l’inclusione degli studenti più fragili, anche attraverso interventi di supporto nella fase di fine pena”. L’esperienza ferrarese si inserisce nella rete nazionale della Cnupp, che coinvolge quasi 50 Atenei. “L’università in carcere - ha aggiunto Monina - è un concreto strumento di recupero e reinserimento sociale”. Milano. “Parole di speranza”, il progetto per donare libri ai detenuti di Simone Bianchin La Repubblica, 17 dicembre 2025 Alla libreria San Paolo in via Pattari 6, dietro al Duomo, sino alla fine di gennaio è possibile acquistare un libro per donarlo ai detenuti. Una volta acquistato, il libro o il volume scelto tra le collane di narrativa per ragazzi, spiritualità e di grammatica (in linea con le richieste dei cappellani delle carceri, anche per rispondere alle esigenze di molti detenuti stranieri che hanno necessità di imparare la lingua italiana) al termine della raccolta sarà tra quelli che verranno consegnati alle case circondariali di San Vittore, Opera e Bollate e al minorile Beccaria in collaborazione con l’associazione “Bambini senza sbarre” che da oltre vent’anni difende i diritti dei figli di persone detenute. È anche possibile effettuare una donazione solidale per regalare ai detenuti o ai loro famigliari abbonamenti a “Famiglia Cristiana” e a “Il Giornalino”. Ideato e promosso dal gruppo editoriale San Paolo per il Giubileo dei detenuti del 14 dicembre scorso, il progetto è di sensibilizzazione e invita a riflettere sulle condizioni di vita di chi vive la realtà del carcere. Considera punto di partenza del percorso il libro “La rivoluzione normale”, scritto da Luigi Pagano già direttore del carcere milanese di San Vittore, fondatore del penitenziario di Bollate e Garante dei detenuti di Milano, che racconta quanto sarebbe necessaria la “rivoluzione” del “far applicare fino in fondo le leggi che già esistono e che regolano il sistema penitenziario”. “Il carcere oggi anziché diminuire la criminalità la aumenta, è uno strumento da superare. Bisogna guardare all’integrità della persona, risolvendo anzitutto il sovraffollamento degli istituti”, dice Luigi Pagano presentando il progetto “Parole di speranza”: un’iniziativa che punta a mantenere alta l’attenzione sulle condizioni di vita nelle carceri italiane e sul diritto alla cultura negli istituti penitenziari troppo affollati. Per Luigi Pagano il sovraffollamento “è la madre di tutti i problemi, perché offende la dignità umana. E la maggior parte dei detenuti non esce dal carcere perché non avendo casa nè lavoro non ha alternative”. Il cappellano del carcere minorile Beccaria, don Claudio Burgio, fondatore della comunità Kayros racconta che “oggi nei giovanissimi prevale lo stile violento, e la violenza c’è quando mancano le parole che generano pensiero. Da quest’anno abbiamo conosciuto il sovraffollamento anche nelle carceri minorili e con la società in profonda trasformazione anche nei giovani sta prevalendo lo stile del giustizialismo. A questo è necessario rispondere anche con la giustizia riparativa e donare un libro anche ai ragazzi del Beccaria è una delle risposte. Il libro diventa l’unico modo per rapportarsi alla realtà e alla vita, perché i libri trasformano: riescono a leggere anche coloro che hanno sempre fatto fatica a farlo”. Il progetto punta anche a migliorare il legame spesso fragile dei detenuti con le loro famiglie: “Operiamo in nove regioni italiane e venti paesi europei con équipe multidisciplinari a sostegno delle relazioni familiari dentro e fuori gli istituti penitenziari”, spiega Lia Sacerdote, fondatrice e presidente di “Bambini senza sbarre”: “L’Italia è Paese pilota nella tutela dei bambini nella relazione con gli istituti di pena e i genitori detenuti. Speriamo il nuovo ministro abbia attenzione e cura su questo importante aspetto”. Per il 2026 è stato annunciato anche un reading dedicato alle detenute del carcere San Vittore a cura di Daria Bignardi. Modena. Teatro Carcere torna con la terza edizione di “Dei delitti e delle scene” radiocittafujiko.it, 17 dicembre 2025 Mercoledì 17 dicembre il Festival Trasparenze di Teatro Carcere al Ridotto del Teatro Storchi di Modena presenta la terza edizione della giornata di studi “Dei delitti e delle scene. Prospettive regionali ed esperienze europee”. L’evento trasforma Modena per un giorno in un osservatorio privilegiato sul teatro in carcere e oltre il carcere, mettendo a confronto il coordinamento di Teatro Carcere con gli enti regionali e le amministrazioni penitenziarie aprendo un dialogo importante tra carcere e cultura. “L’iniziativa - precisano i curatori - mette al centro i paradossi e le tensioni che emergono nell’incontro tra pratica artistica e struttura penitenziaria; il bisogno di tempo, ascolto e ricerca e la realtà di orari, permessi, vincoli per raccontare esperienze ma anche interrogando i nodi cruciali di un lavoro che attraversa le carceri italiane ed europee”. Gli appuntamenti sono numerosi e saranno lungo tutta la giornata di mercoledì 17: dalle ore 9.30 i lavori si aprono con un parterre istituzionale a testimonianza della rilevanza del progetto con ospiti di alto profilo come Silvio Di Gregorio, Provveditore PRAP, Maria Letizia Venturini, Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Bologna, Gianni Cottafavi, Responsabile del Settore Attività Culturali e Giuseppe Amara dell’Associazione Nazionale Magistrati. Dalle ore 11 vi sarà un dibattito dedicato al tema “Il teatro Carcere fuori dal Carcere, oltre il Teatro Carcere” articolato in due parti: La prima con un focus regionale che vede il dialogo tra Francesca Romana Valenzi; Direttrice Uff.III PRAP, Maria Martone, Direttrice della Casa Circondariale DI Ferrara e Elena di Gioia, Direttrice artistica ERT. La seconda invece avrà un’accezione internazionale con gli interventi di Holger Syrbe, Stathis Grapsas e Anna Herrmann per allargare lo sguardo su tutta l’europa in dialogo con i registi del Coordinamento del Teatro Carcere. La giornata prosegue alle 16.00 al Teatro dei Segni con la prova aperta di Macbeth, realizzata con attori e attrici detenuti degli istituti di Modena e Castelfranco Emilia che incarna concretamente le domande e le contraddizioni discusse durante l’incontro. L’ingresso e libero ma è consigliata la prenotazione e per ulteriori informazioni scrivere a teatrodelpratello@gmail.com. Benevento. “L’ora d’aria colorata” di Luca Pugliese al carcere minorile di Airola cronachedelsannio.it, 17 dicembre 2025 Era il lontano novembre 2013 quando le note del “musicantautore” irpino Luca Pugliese risuonarono per la prima volta tra le mura di un carcere, precisamente nella Casa Circondariale di Secondigliano, uno degli istituti penitenziari più grandi d’Italia. Poco dopo, sull’onda adrenalinica di quella esibizione, che risuonò nella platea come un caldo e inatteso messaggio di solidarietà e speranza, nasceva il tour “Un’ora d’aria colorata”, iniziativa solidale a favore dei diritti dei detenuti che mette in luce il ruolo sociale dell’arte e dell’essere artisti. Oggi sono più di quaranta i concerti che l’artista irpino ha tenuto in diverse carceri italiane: Rebibbia, Regina Coeli, Opera, San Vittore, Secondigliano, Poggioreale, Sant’Angelo dei Lombardi (Av), Benevento, Ariano Irpino (Av), Foggia. A ospitare la sua musica il 18 dicembre sarà per la seconda volta l’istituto penitenziario minorile di Airola. L’incontro (concerto intimo) è stato fortemente voluto dalla direttrice del penitenziario Giulia Magliulo, dal comandante del corpo di polizia penitenziaria Antonio Sgambati, dal funzionario pedagogico Rosa Vieni e da tutti i funzionari del settore pedagogico del carcere. Talento onnivoro e raffinato, Pugliese si esibirà, come ormai di consueto nella sua tournée carceraria, in veste di one man band (cassa al piede destro, charleston al piede sinistro, chitarra, voce), portando in scena il suo background musicale, da sempre aperto alla contaminazione e costantemente alla ricerca di nuove suggestioni. In scaletta, oltre alle sue canzoni (“Corri corri”, “Non fa più male”), ci saranno tarantelle e canti popolari, classici della canzone partenopea e, soprattutto, alcune “perle” dell’amatissimo Franco Battiato, cui Pugliese, è bene ricordarlo, è stato il primo in Italia a rendere omaggio a pochissimi mesi dalla sua scomparsa con lo spettacolo “E ti vengo a ricercare”, in duo con Dario Salvatori. Como. Cucinare al fresco: il calendario con un anno di ricette dei detenuti di Paola Pioppi Il Giorno, 17 dicembre 2025 Il progetto, che da anni prosegue all’interno della casa circondariale di Como, è stato reso possibile dal sostegno dell’Ordine degli Avvocati di Como e della Camera Penale di Como e Lecco. Un calendario che custodisce dodici mesi di ricette realizzate dai detenuti del carcere Bassone di Como, facendo i conti con le difficoltà di trovare e utilizzare ingredienti a piacimento e cercando di ottimizzare ciò che producono gli orti interni, da loro stessi coltivati. Cucinare al fresco, progetto che da anni prosegue all’interno della casa circondariale di Como, anche quest’anno è sfociato in un calendario da tavolo, realizzato con il sostegno dell’Ordine degli Avvocati di Como e della Camera Penale di Como e Lecco. Racchiude dodici ricette, realizzate dai detenuti che hanno partecipato alla redazione delle ricette, provandole e trovando la proporzione tra gli ingredienti: Vincenzo, Luca, Max, Livio, Franco, Christian, Cristian, Ardit. Si va dalla vellutata di carote alla sogliola in insalata, le mini parmigiane di carciofi o le pennette alla greca, un rotolo di prosciutto e pollo o il risotto aromatico, per arrivare ai dolci, come le crostatine di mele e limone. “Sono ricette che realizziamo con gli strumenti e gli ingredienti che abbiamo a disposizione - dice Max - di cui siamo molto contenti, sia per il lavoro che ci abbiamo messo, che per il risultato”. Il commento del Presidente della Camera Penale di Como e Lecco Edoardo Pacia: “Progetti come Cucinare al Fresco rappresentano una speranza in un contesto difficile come quello carcerario. Siamo felici di contribuire a questa iniziativa che, attraverso il cibo, riesce a parlare ai bisogni primari e profondi dell’uomo. Non è solo un calendario, ma un esempio tangibile di come la pena possa tendere alla rieducazione, come prescritto dall’articolo 27 della Costituzione. Il mondo carcerario è afflitto da problematiche enormi: sovraffollamento, insufficienze d’organico, carenze nelle figure di supporto istituzionale. Eppure, è un mondo che richiede attenzione e interventi sistematici. Iniziative come questa dimostrano che è possibile promuovere il reinserimento sociale attraverso il lavoro e la creatività, contrastando l’idea, disumana e miope, del ‘buttare via la chiave’. Cucinare al Fresco è un esempio che dovrebbe essere ampliato, rafforzato e replicato. La nostra speranza - conclude Pacia - è che questo progetto possa ispirare un cambiamento profondo, coinvolgendo sempre più istituzioni, associazioni, volontari e cittadini”. Venezia. Il patriarca ai detenuti: “Voi non siete il vostro errore” Corriere del Veneto, 17 dicembre 2025 “Io non sono il mio errore, non sono il mio crimine”. Così come la Costituzione sancisce che la pena deve tendere alla rieducazione e al reinserimento del condannato, così ieri il patriarca di Venezia Francesco Moraglia, nel celebrare la messa prenatalizia nel carcere di Santa Maria Maggiore, ha insistito sull’aspetto spirituale dell’animo umano. “Il cammino del Sacramento della Riconciliazione inizia da un atto di verità - ha detto Moraglia nell’omelia -. Chiedendo il perdono di Dio ci mettiamo in gioco, compiamo un atto di verità sapendo che Dio sa tutto. Il nostro primo impegno deve essere fare verità e riscoprire la stima in noi stessi”. La celebrazione si è contraddistinta per l’arrivo della Luce di Betlemme, portata da alcuni scout veneziani e deposta ai piedi del presepe. “La Messa di Natale o è una fiaba, ma allora il 26 di dicembre saremmo uguali a prima, o è l’incontro con una gioia che ci cambia la vita - ha spiegato commentando il Vangelo - È così se il Signore entra nella nostra vita. Molte volte noi non crediamo a sufficienza in questo gesto semplice che fa Gesù: lui bussa alla nostra porta e a ciascuno dice: “Se vuoi”. Così anche Maria nell’Annunciazione è libera. Riscopriamo la libertà. Anche se siamo ristretti possiamo vivere da persone libere se Gesù entra nella nostra vita”. Libertà, insomma, anche dietro le sbarre portando la speranza nel cuore. “Il Natale è questo: un popolo che camminava nelle tenebre vide una luce”. Moraglia ha quindi ricordato un momento fondamentale dell’Anno giubilare, il pellegrinaggio di questa estate di alcuni detenuti a Roma, culminato nell’udienza con Papa Leone. Con Moraglia, a celebrare c’era don Massimo Cadamuro con i volontari impegnati in carcere. I detenuti hanno quindi offerto dei doni al patriarca e la Caritas diocesana nei prossimi giorni ricambierà, portando nelle carceri maschile e femminile panettoni e prodotti per l’igiene personale. Oggi Moraglia sarà a Petrolchimico e venerdì tra le detenute della Giudecca. Volterra (Pi). “EcoFarms4Prisons”, convegno sul tema dell’agricoltura biologica in carcere gnewsonline.it, 17 dicembre 2025 Il 17 e 18 dicembre, il carcere di Volterra si trasforma in un think tank internazionale di pratiche di agricoltura sociale, sostenibile e biologica. Un incontro tra delegazioni da vari Paesi per condividere i risultati di EcoFarms4Prisons. Il progetto, nell’ambito dell’Erasmus+, ha l’obiettivo di migliorare le attività agricole negli istituti tramite corsi di formazione professionali per educatori, psicologi e personale penitenziario. Non è un caso che la due giorni del progetto si tenga nella casa di reclusione di Volterra. I 25 detenuti che frequentano la sezione penitenziaria dell’istituto tecnico Niccolini curano un ampio vivaio e coltivano funghi; il raccolto viene venduto tramite il “Galeorto”, mercatino scolastico il cui ricavato è usato per comprare tutto ciò che serve per la didattica e le attività curricolari. I reclusi sono da anni impegnati anche nell’orto urbano della Fortezza medicea, progetto di recupero di un’area del carcere aperto alle visite della comunità esterna. In cantiere c’è poi, in collaborazione con l’Università di Pisa, l’allevamento di coccinelle, insetti provvidenziali per mantenere le piante in salute. Un metodo sostenibile, per evitare l’utilizzo di pesticidi aggressivi. Per l’incontro di EcoFarms4Prisons, 30 detenuti-studenti del corso alberghiero dell’istituto Ferruccio Niccolini di Volterra, capofila del progetto, prepareranno e serviranno il buffet alle delegazioni. La dimensione internazionale è uno dei pilastri del progetto, e ogni anno i partner si incontrano per visitare le realtà carcerarie dei Paesi coinvolti e per discutere su quali azioni di promozione possano essere attuate. Ad oggi, gli incontri sono stati organizzati in Germania, presso il carcere di Rosdorf (2024), in Portogallo, presso gli istituti di Tires e Leiria (2024), e in Turchia, presso i penitenziari di Elmal? e Dö?emealt? (2025). Ogni visita ha messo in luce modelli originali di agricoltura sociale favorendo la circolazione di idee e l’adattamento di strategie condivise. Il confronto tra partner ha consentito di costruire in maniera congiunta un corso online su piattaforma MOOC (Massive Open Online Course) relativo all’agricoltura sociale e sostenibile. Tra giugno e agosto 2025 è stato lanciato il corso in versione “pilota”, rivolto principalmente a educatori e formatori che operano nelle carceri. Alcuni partecipanti sono stati successivamente coinvolti in una formazione pratica in Portogallo, attraverso esercitazioni, laboratori e lezioni sul campo. Nei prossimi mesi, i partecipanti si occuperanno di trasferire le conoscenze e le abilità apprese direttamente a dei gruppi volontari di detenuti. Giubileo dei detenuti, “Hyperlocal Rebibbia” racconta il carcere oltre gli stereotipi di Nicoletta Labarile Il Sole 24 Ore, 17 dicembre 2025 “La cultura è il terreno migliore, più alto, per costruire futuro, recupero e rinascita”. Così il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in visita al carcere di Rebibbia a Roma, ha inaugurato il Giubileo dei detenuti: l’ultimo evento tematico dell’anno santo cattolico che, dal 12 al 14 dicembre, ha acceso i riflettori sulla “condizione totalmente inaccettabile” delle nostre carceri, come l’ha definita il presidente Mattarella. L’ultimo rapporto di Antigone fotografa una situazione al collasso: a fine giugno 2025, le carceri italiane ospitavano 62.728 persone, a fronte di una capienza regolamentare di 51.276 posti. Questo dato, già allarmante, peggiora se si considera che oltre 4.500 posti risultano di fatto inagibili: il tasso di affollamento medio nazionale schizza al 134,3%, ma con picchi che superano il 150% in 62 istituti e toccano vette del 190% in carceri come San Vittore a Milano e Regina Coeli a Roma. Nei numeri, ci sono le storie: quelle di chi il carcere lo vive ogni giorno. Ma che stentano a trovare voce. A restituirne il valore è la piattaforma editoriale Hyperlocal - che dal 2020 racconta le comunità, i luoghi simbolici e le scene, culturali e artistiche, dei quartieri di diverse città del mondo - con il progetto “Un mondo alla rovescia”: una mostra a cielo aperto, allestita nello spazio antistante la fermata metro di Rebibbia a Roma, composta da oltre 120 manifesti che raccolgono storie personali e collettive, volti, esperienze e attività legate al carcere di Rebibbia, con particolare attenzione al tema della rappresentazione dentro e fuori le sue mura. La mostra a cielo aperto nasce dalle storie raccolte in “Hyperlocal Rebibbia”, numero speciale del magazine curato dalla piattaforma editoriale e dedicato al polo penitenziario più grande d’Italia. Il risultato è il frutto soprattutto di un lavoro portato avanti all’interno del Nuovo Complesso, uno dei quattro istituti che compongono il polo di Rebibbia, insieme a un gruppo di diciassette detenuti che in due mesi di attività sono diventati parte integrante della redazione: Mohamed racconta di essere un calciatore fuori e dentro, che non desidera altro che giocare, eppure il campo e la partita in carcere sono tutt’altra cosa. Stefano conosce gli spiriti, “quelli fuori e quelli dentro”, ma gli spiriti delle celle sono ancora diversi: a Rebibbia ha imparato a preferire quelli che una volta aveva intravisto tra i fiori. Alessandro scrive di sociologia delle carceri dall’interno, da detenuto, rendendolo l’unica persona a cui i detenuti dicono la verità. Ezio scrive che “Non è il carcere che fa i detenuti, sono i detenuti che fanno il carcere”. Mentre Massimiliano ricorda che “Se non riesci a superare le cose, non puoi dire di aver vissuto”. Per Stefano, come racconta, superare significa andare anche oltre i sogni: “Se ti sogni la libertà, finisce che prima o poi apri gli occhi e vedi le sbarre”. Il magazine sarà affisso eccezionalmente sia nel Nuovo Complesso che nei pressi della metro Rebibbia con 120 poster esposti su 20 tabelle metalliche. “Scegliamo di mettere il magazine in affissione nel quartiere che raccontiamo affinché le persone che ci donano la loro storia possano rivedersi” spiega Nicola Gerundino di Hyperlocal. I contenuti del magazine potranno così essere fruiti dall’intera comunità che popola il carcere di Rebibbia e da coloro che ne hanno contribuito alla realizzazione attraverso le attività progettuali attivate da Hyperlocal all’interno del penitenziario stesso. A valorizzare la profondità visiva e narrativa del progetto, una vasta redazione di fotografi, scrittrici e scrittori che hanno lavorato fianco a fianco con i detenuti, insieme a materiali d’archivio che ricostruiscono un ampio immaginario: gli scatti di Tano D’Amico e Angelo Turetta, le immagini dai set dei film “Fuori” di Mario Martone e “Cesare deve morire” dei fratelli Taviani, i progetti architettonici di Sergio Lenci, le testimonianze delle compagnie teatrali attive in carcere come “Le Donne del Muro Alto”, fino alla corrispondenza della detenuta transgender Fernanda Farias De Albuquerque, da cui ha preso le mosse il romanzo “Princesa”. Attraverso testi, fotografie, interviste e contributi d’autore, il progetto invita a riflettere sul confine tra interno ed esterno, carcere e città, libertà e appartenenza alla comunità: “Passare la soglia di un penitenziario e spendere qualche ora al suo interno è un’esperienza importante, preziosa, fondamentale, che ogni persona dovrebbe fare - scrive Gerundino nell’articolo che apre “Hyperlocal Rebibbia” - Non tanto per toccare con mano le conseguenze che derivano dal commettere un reato, per essere atterriti o spaventati; ma perché, fin dalla notte dei tempi, ciò che non c’è è ciò che innesca la scintilla del pensiero. Il carcere è un luogo dove ogni forma di senso e rappresentazione che fa parte della quotidianità, della routine, si interrompe. Qui ogni gesto è una fonte di domande”. Nelle storie, vive e sfaccettate, raccolte da Hyperlocal convive il paradosso: il carcere “gode” di una visibilità a intermittenza. A grandi momenti di attenzione se ne alternano altri di lungo silenzio. E, in questo, il carcere di Rebibbia somiglia al quartiere che lo ospita. Nelle pagine del magazine vengono ricordate le parole del comitato Mammut, dei quartieri Ponte Mammolo-Rebibbia, che sottolineano una forte somiglianza tra lo spazio “esterno” dei quartieri e quello “interno” dell’istituto penitenziario: “Due gemelli che abitano lo stesso grembo - scrive Gerundino, ricordando una conversazione con i membri del comitato - Simili per tanti aspetti, ma anche agli antipodi per altri: perché se da una parte l’invisibilità è vissuta da donne e uomini liberi, dall’altra la indossano uomini e donne che si trovano all’interno di un “mondo alla rovescia”, dove esistono convenzioni, abitudini e regole simili all’estero - ci si sveglia, si mangia, ci si lava, si legge, si fa sport, si lavora anche - ma rigide al tal punto da trasformarsi in qualcosa di totalmente diverso”. Lo ricordano anche la scrittrice e regista Francesca D’Aloja, autrice de “Il sogno cattivo” e del docufilm “Piccoli ergastoli”, e Edoardo Albinati, scrittore Premio Strega che per trent’anni ha insegnato a Rebibbia, durante il talk “Prison as Narrative Subject” che ha presentato il progetto: “La quotidianità del carcere la puoi raccontare se ci sei dentro - sottolinea D’Aloja - Ho passato tanto tempo con tanti detenuti: nel ‘97, con un piccolo registratore, li lasciavo parlare e da lì captavo le storie: i detenuti erano disponibili a essere raccontati. Si crea un equilibrio nei rapporti che comprendi strada facendo”. Anche la scuola, in carcere, s’impara facendo perché, spiega Albinati, “La popolazione carceraria non è definibile in quanto tale: è composta da persone con storie e background diversi. Se la scuola funziona a Rebibbia, può funzionare ovunque. Se qualcosa rimane, allora vuol dire che si può fare”. Insieme a “Un mondo alla rovescia”, un altro progetto restituisce voce e umanità a chi vive in carcere: “Le cose che non possiamo dimenticare”, dal 12 al 14 dicembre, trasforma l’ingresso della metro Rebibbia in un punto di contatto tra città e carcere, attraverso incontri, reading musicali, mostre e installazioni audiovisive. Cuore dell’iniziativa è l’opera audiovisiva monumentale di arte sociale di Angelo Bonello, tra i pionieri internazionali della Light Art Urbana: una grande croce LED alta sei metri che si accende all’ingresso della metro come un’apparizione inattesa. Non un simbolo religioso, ma una presenza viva nello spazio pubblico, capace di mettere in relazione il carcere e la città. “Questa croce non è un monumento alla fede, ma un varco aperto nello spazio urbano che mette in comunicazione il dentro e il fuori del carcere di Rebibbia - spiega l’artista e direttore artistico Angelo Bonello - Sulle sue superfici scorrono volti e parole che non chiedono indulgenza, ma solo ascolto, un taglio stretto nell’oscurità, attraverso cui i detenuti osservano il mondo e attraverso cui il mondo osserva loro”. L’opera, infatti nasce da un lavoro corale: l’artista e il team hanno scelto di immergersi con empatia nella realtà di Rebibbia, lasciandosi attraversare dalle storie dei detenuti e di ex detenute. Le loro voci diventano immagini e parole che abitano la superficie della croce: volti, frammenti di memoria, mancanze e speranze restituiti alla comunità. Ogni testimonianza si fa domanda aperta per chi passa: “Che cosa non potremo mai dimenticare della nostra vita? E che cosa non dovremmo mai dimenticare, come società?”. Interrogativi aperti che mettono in dialogo il “dentro” e il “fuori”, in uno spazio di confronto intimo che attraversa le mura e restituisce valore e dignità alle storie umane. Migranti. L’offensiva fallita contro la Corte di Strasburgo di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 17 dicembre 2025 Era il 22 maggio 2025 quando Giorgia Meloni e Mette Frederiksen, la premier danese, decidevano di mettere nero su bianco un pensiero che da tempo circolava nei corridoi di alcuni governi conservatori europei. Una lettera aperta, firmata da nove leader - Italia, Danimarca, Austria, Belgio, Repubblica Ceca, Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia che suonava come una dichiarazione di guerra alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Il documento parte con tutte le cautele del caso. Si parla di valori europei, Stato di diritto, dignità dell’individuo. Ma poi arriva il punto: “Quello che una volta era giusto potrebbe non essere la risposta di domani”. È questa la frase chiave, quella che tradisce l’intenzione vera. Perché dietro le parole educate, dietro i richiami alla democrazia, c’è un messaggio piuttosto chiaro: la Corte di Strasburgo ci sta mettendo i bastoni tra le ruote. I nove leader sostengono che il mondo è cambiato dai tempi in cui la Convenzione europea dei diritti dell’uomo fu concepita “dalle ceneri delle grandi guerre”. La migrazione irregolare degli ultimi decenni avrebbe portato in Europa persone che non si integrano, che vivono in società parallele, che commettono crimini. E qui arriva l’accusa diretta: la Corte europea avrebbe interpretato la Convenzione in modo troppo estensivo rispetto alle intenzioni originali, limitando la capacità dei governi di prendere decisioni politiche nelle loro democrazie. Gli esempi che fanno sono emblematici. Parlano di casi riguardanti l’espulsione di stranieri criminali dove, secondo loro, l’interpretazione della Convenzione ha finito per “proteggere le persone sbagliate” e ha posto troppe limitazioni alla capacità degli Stati di decidere chi espellere dai loro territori. La sicurezza delle vittime e della maggioranza dei cittadini rispettosi della legge, scrivono, “dovrebbe avere la precedenza su altre considerazioni”. Non si tratta solo di espulsioni. I firmatari chiedono più libertà nel decidere come le autorità possano tenere traccia degli stranieri criminali che non possono essere deportati. E vogliono poter adottare misure efficaci contro gli Stati ostili che “strumentalizzano i migranti ai nostri confini”. Ma c’è un problema di fondo in questa narrazione. La Corte europea dei diritti dell’uomo non è un organismo politico che decide a piacimento. È un tribunale che interpreta una Convenzione ratificata da tutti gli Stati membri del Consiglio d’Europa. Quando i giudici di Strasburgo stabiliscono che un’espulsione viola l’articolo 3 della Convenzione - quello che vieta la tortura e i trattamenti inumani o degradanti - o l’articolo 8 sul diritto alla vita privata e familiare, non lo fanno per capriccio. Lo fanno applicando standard giuridici che quegli stessi Stati si sono impegnati a rispettare. La questione vera è un’altra: alcuni governi vorrebbero avere mano libera nell’espellere chi considerano indesiderabili, senza che un tribunale internazionale possa metterci il naso. È quello che potremmo chiamare sovranismo giudiziario: l’idea che la sovranità nazionale (e quindi anche giudiziaria) debba prevalere sugli obblighi internazionali in materia di diritti umani. Il problema è che questo approccio mina alle fondamenta il sistema di protezione dei diritti umani costruito dopo la Seconda guerra mondiale. Se ogni Stato può decidere quando applicare la Convenzione e quando no, sulla base delle proprie emergenze nazionali, a cosa serve avere una Convenzione? La risposta di Strasburgo - La risposta del Consiglio d’Europa non si è fatta attendere. Il 10 dicembre scorso, a Strasburgo, si è tenuta una conferenza ministeriale informale. E qui è arrivata la doccia fredda per i promotori della lettera. Le conclusioni della conferenza sono un capolavoro di diplomazia, ma il messaggio politico è inequivocabile. I ministri partecipanti hanno riaffermato “il loro profondo e duraturo impegno” verso la Convenzione europea dei diritti dell’uomo e la Corte europea, come già fatto nella Dichiarazione di Reykjavík del 2023. Hanno sottolineato “la necessità di preservare l’integrità del sistema della Convenzione come pilastro della protezione dei diritti umani in Europa” e il ruolo centrale della Convenzione “nel mantenimento e nella promozione della sicurezza democratica e della pace in tutto il continente”. E poi arriva il passaggio che più brucia per i firmatari della lettera: la riaffermazione “del forte impegno a rispettare e mantenere lo Stato di diritto a livello nazionale e internazionale, anche attraverso il rispetto dell’indi pendenza, dell’imparzialità e dell’autorità della Corte”, e “l’obbligo incondizionato degli Stati di rispettare le sentenze definitive della Corte in qualsiasi caso in cui siano parti”. Certo, il documento finale prende atto delle preoccupazioni sulla migrazione irregolare. Riconosce le sfide poste dalla strumentalizzazione della migrazione, dal traffico di migranti, dalla tratta di esseri umani. Ricorda la responsabilità fondamentale dei governi di garantire la sicurezza nazionale e l’ordine pubblico, e il loro diritto sovrano di proteggere i confini. Ma tutto questo viene inquadrato nel rispetto senza discriminazioni “dei valori fondamentali dei diritti umani, della democrazia e dello Stato di diritto”. Non c’è spazio per interpretare la carta della Convenzione. Le decisioni concrete prese dai ministri della Giustizia dei 46 Stati membri vanno in una direzione chiara. Hanno invitato il Comitato dei Ministri a preparare un progetto di dichiarazione politica che ribadisca l’obbligo di garantire l’effettivo godimento dei diritti e delle libertà previsti dalla Convenzione a tutti coloro che si trovano sotto la giurisdizione degli Stati membri. Hanno anche sostenuto l’elaborazione di una nuova raccomandazione per scoraggiare e combattere il traffico di migranti, “nel pieno rispetto dei loro diritti umani”. In sostanza, il Consiglio d’Europa ha detto: parliamone, affrontiamo le questioni concrete, cerchiamo soluzioni. Ma sempre all’in terno del quadro della Convenzione e del rispetto della Corte. Nessuno spazio per il “sovranismo giudiziario”. Il risultato di questa partita è significativo. L’iniziativa italiana e danese, che voleva aprire un dibattito sulla necessità di limitare il potere della Corte di Strasburgo, si è trasformata in una riaffermazione solenne dei principi della Convenzione. La questione è stata portata all’inter no del dialogo politico tra gli Stati membri, come volevano i promotori della lettera, ma preservando l’indipen denza della Corte da pressioni indebite. La Corte continuerà a essere l’unica custode della Convenzione. C’è una lezione in tutto questo. I diritti umani non sono optional che si possono attivare o disattivare a seconda delle convenienze politiche del momento. Sono standard minimi che le democrazie si impegnano a rispettare, anche quando è scomodo. Forse soprattutto quando è scomodo. Il governo Meloni ha il diritto di pensare che alcune sentenze della Corte europea siano sbagliate o eccessive. Ha il diritto di criticarle pubblicamente e di cercare alleati per promuovere un dibattito. Ma non ha il diritto di mettere in discussione l’autorità della Corte o di suggerire che gli Stati possano scegliere quali sentenze rispettare e quali no. Perché se questo principio passasse, non saremmo più in una comunità di Stati sottoposti allo Stato di diritto. Saremmo in una giungla dove ognuno fa quello che vuole, nascondendosi dietro la bandiera della sovranità nazionale. E sappiamo bene dove porta quella strada. Migranti. La novità è il picco di minori stranieri soli arrivati in Italia di Diego Motta Avvenire, 17 dicembre 2025 I dati del Viminale confermano la crescita già annunciata dai sindaci delle città: +36% di arrivi in un anno. Il dato complessivo degli approdi è stabile. L’Ismu in vista della Giornata internazionale dei Migranti: oltre 5 milioni gli stranieri nel nostro Paese, gran parte stabili e regolari. Un balzo del 36% nell’arrivo dei minori stranieri non accompagnati, destinato ulteriormente a crescere da qui alla fine dell’anno. È il dato che più colpisce, a pochi giorni dalla fine del 2025, nella fotografia dei flussi migratori dell’anno in corso. Nel giorno in cui Ismu, in vista della Giornata Internazionale dei Migranti, evidenzia che sono ormai oltre 5 milioni i cittadini stranieri residenti in Italia, pari al 9% della popolazione, il dato maggiormente rilevante è documentato dal cruscotto giornaliero del Viminale: se il numero degli sbarchi tra il 2024 e il 2025 appare sostanzialmente stabile (65.310 sono stati gli approdi complessivi nel 2025 nel nostro Paese, contro i 64.909 del 2024) si conferma invece la tendenza in forte crescita degli “under 18” stranieri che arrivano soli sulla penisola: sono stati 11.920 gli arrivi dei minorenni stranieri a metà dicembre, contro gli 8.752 registrati al 31 dicembre 2024. Una tendenza già anticipata dai sindaci delle grandi città, che per tempo hanno chiesto all’esecutivo finanziamenti e progetti a favore dei ragazzi immigrati. Sul fronte degli sbarchi, sono stati i cittadini provenienti dal Bangladesh (19.905) davanti a quelli dell’Egitto (8.958) i migranti più numerosi giunti nel nostro Paese. Quanto al monitoraggio dell’Ismu, rilascia l’immagine di un Paese che fa i conti con una popolazione immigrata ormai stabilizzata in Italia, “un universo estremamente diversificato per provenienze, percorsi migratori e caratteristiche socio-demografiche - sottolineano i ricercatori dell’istituto -. Il panorama delle presenze straniere regolari nel nostro Paese evidenzia un contesto di stabilità e radicamento: il gruppo più numeroso è costituito dai cittadini rumeni, dunque cittadini dell’Unione europea, con oltre 1 milione e 73mila residenti”. Da oltre 14 anni la componente regolare stabile è maggioritaria: dal 2012 i cittadini non comunitari con permesso a tempo indeterminato sono aumentati costantemente e il picco è stato raggiunto nel 2021, quando i lungo-soggiornanti costituivano i due terzi dei presenti. Dal 2022 l’incidenza sul totale dei presenti è diminuita, soprattutto a causa delle numerose acquisizioni di cittadinanza italiana - poco meno di 200mila all’anno - e dell’aumento dei permessi rilasciati per motivi di protezione internazionale, in particolare nel 2022 a cittadini ucraini in fuga dalla guerra. Le tipologie di soggiorno riflettono i percorsi migratori delle diverse collettività. In particolare, tra i filippini - comunità di antica presenza - prevale nettamente la presenza stabile: il 72% ha un permesso di lungo soggiorno, così come i cinesi (65%) e i marocchini (62%). Gli ucraini risiedono in Italia in larga misura con permessi per motivi di protezione (43%). Anche per i cittadini di Bangladesh e Pakistan i permessi per richiesta di asilo o protezione sono rilevanti, rappresentando circa un quinto dei casi per entrambe le collettività. Droghe. Psichedelici e salute mentale di Marco Perduca Il Manifesto, 17 dicembre 2025 A novembre, Advanced research projects agency for health (Arpa-h) ha stanziato 100 milioni di dollari per un’iniziativa dedicata a sviluppare risposte terapeutiche relative a necessità di salute mentale e comportamentale negli Usa. L’Evidence-based validation & innovation for rapid therapeutics in behavioral health (Evident) è il più ambizioso tra i progetti su salute mentale mai promosso dall’Arpa-h. Obiettivo dell’iniziativa è promuovere “una nuova era nella salute comportamentale generando e convalidando endpoint clinici oggettivi, pronti per la Food and drug administration (Fda), per terapie emergenti, consentendo miglioramenti rapidi, personalizzati e duraturi nella salute mentale e comportamentale”. Il progetto potrebbe consentire un miglioramento di offerte terapeutiche per questioni di salute mentale grazie a misure predittive degli effetti degli interventi, migliorando la capacità di identificare quando una determinata terapia sarà più efficace e per chi, nonché di monitorare gli effetti rapidi dei trattamenti quando si verificano. L’iniziativa vuole anche definire nuovi standard per lo sviluppo di farmaci e l’assistenza clinica. Sebbene Evident non sia un progetto interamente psichedelico, la struttura dell’iniziativa e la sua presentazione suggeriscono che i “neuroplastogeni” (farmaci di nuova generazione capaci di “riaccendere” la plasticità del cervello, cioè la sua capacità di modificarsi, adattarsi e rigenerarsi), dovrebbero avere un ruolo di primo piano insieme alla neuromodulazione e alla terapia digitale. L’annuncio segue la richiesta avanzata dall’alleanza Parea, presentata in anteprima il 6 novembre scorso alla Contro-conferenza sulle droghe della società civile, che invita la Commissione europea a finanziare un progetto simile per la salute mentale implementando i 6,5 milioni di euro già stanziati per il consorzio PsyPal per un progetto di cinque anni. L’Agenzia Arpa-h è stata creata nel 2022 e finanzia aree di ricerca e sviluppo ad alto rischio, e alto rendimento, volte a innovazioni trasformative per la salute note come moonshot. Il nuovo moonshot Evident è uno dei progetti più ampi finora ideati dall’Agenzia. Il bando specifica che i neuroplastogeni possono includere ketamina, ibogaina, psilocibina, Lsd e Dmt e si concentra sulla “produzione di dati più solidi sugli esiti clinici individuali e sulla comprensione della risposta unica di ciascun paziente a nuovi approcci terapeutici”. Uno degli obiettivi prioritari è convalidare endpoint oggettivi pronti per l’Fda per interventi di salute comportamentale ad azione rapida. Il programma, potenzialmente rivoluzionario, si rivolge ai principali bisogni insoddisfatti in ambito di ansia, depressione, disturbi da uso di sostanze psicoattive e disturbi da stress post-traumatico, e investirà nella “raccolta dati longitudinale e multimodale in studi clinici registrati per consentire uno sviluppo di trattamenti più rapido e preciso”. In Europa si stanno definendo ammontare e priorità per il prossimo quadro - Horizon Europe (95,5 miliardi di euro) che scade nel ‘27 e non prevedeva esplicitamente le “terapie psichedeliche”. L’iniziativa di Arpa-h conferma che fuori dall’Ue si considera l’innovazione nella salute mentale una priorità strategica. In attesa che la Commissione risponda all’appello di Parea per un progetto ambizioso in materia di salute mentale, il 19 dicembre alle ore 10.30 l’Associazione Luca Coscioni consegnerà al ministero della salute le oltre 15mila firme sull’appello “L’Italia apra alle terapie psichedeliche”, fatto proprio dalla Contro-conferenza, che chiede gli psichedelici tra le terapie prescrivibili nell’ambito delle cure palliative, la loro prescrivibilità come cure compassionevoli e un progetto pilota per affrontare i disordini da stress post-traumatico del personale militare impiegato nelle missioni internazionali. Cambiare i social media invece di vietarli ai minori di Juan Carlos De Martin Il Manifesto, 17 dicembre 2025 Dopo l’entrata in vigore della legge australiana che vieta l’uso dei social media ai minori di 16 anni il dibattito, che riguarda l’uso stesso dello smartphone in giovane età, è sempre più acceso. Semplificando un po’, da una parte c’è chi contesta i divieti con una eterogeneità di argomentazioni, tra cui le principali sono l’insufficiente evidenza scientifica in merito ai possibili danni e la scarsa efficacia pratica dei divieti. Dall’altra parte c’è chi è convinto che i rischi per i giovani siano tali da ritenere necessario vietare senza aspettare di avere evidenze scientifiche incontrovertibili. Normalmente il primo campo accusa il secondo di essere contro il “progresso”, se non addirittura di “luddismo”, mentre il secondo imputa al primo l’acritica, aprioristica accettazione di qualsivoglia innovazione tecnologica. Questo dibattito, che ormai dura da vari anni, continua però a essere caratterizzato da un’enorme limite strutturale: si continua, infatti, a discutere adottando più o meno consapevolmente l’assunto che i social media debbano per forza essere come sono adesso e non altrimenti. In altre parole, si pensa che i social media o sono così come li conosciamo - ovvero raccolta dati a strascico, algoritmi che creano dipendenza, profitto come unico obiettivo, ecc. - o non sono affatto. E che quindi l’unica scelta possibile sia tra il consentirne o il proibirne l’uso. On/off, pro/contro, 1/0, come i bit dei computer. Peccato che le cose, dal punto di vista tecnico, non stiano in questi termini. Potremmo, e dovremmo, infatti, parlare non tanto e non solo del “se” usare i social media, ma anche e soprattutto di quali social media vorremmo, ovvero del “come” metterli in campo. I social media, infatti, sono prodotti software, e quindi sono infinitamente più plastici, per esempio, delle sigarette o degli alcolici, per citare due prodotti che sono stati fortemente regolamentati in relazione ai minori. Dovremmo, quindi, ampliare il dibattito ponendoci come obiettivo quello di progettare social media in grado di contribuire allo sviluppo intellettuale, sociale e emotivo di bambini e ragazzi. Naturalmente dovremmo anche porci la questione più ampia della funzione che vorremmo che i social media avessero nella società contemporanea, ma per il momento limitiamoci alla specifica categoria degli utenti in giovane età. Premesso che un progetto di social media specificamente pensati per bambini e ragazzi dovrebbe coinvolgere varie figure professionali, in particolare psicologi e insegnanti, mi sembra che sia possibile indicare sei caratteristiche di fondo a partire dalla quali iniziare a discutere. Innanzitutto, azzerare la raccolta dati. Sui minori non si raccolgono dati, di nessun tipo, senza eccezioni. In secondo luogo, zero pubblicità. Anche escludendo i minori, gli utenti dei social sono comunque miliardi, è quindi più che legittimo chiedere alle imprese di sovvenzionare il servizio ai minori con gli ingenti introiti prodotti da tutti gli altri utenti. Lo stesso vale per il divieto di raccogliere dati. Terzo, limitare in maniera rigida il tempo di utilizzo giornaliero. Quarto, impedire la pubblicazione di foto di persone da parte dei minori, in modo da ostacolare sia il bullismo, sia l’esibizione di corpi che rischiano di favorire disturbi dell’alimentazione e altri comportamenti problematici. Quinto, progettare l’algoritmo che genera i “feed” in modo che tenga conto anche dei programmi scolastici, magari coinvolgendo le scuole. Infine, introdurre regole su quali profili possono seguire i minori, a seconda dell’età di questi ultimi. Si tratta di punti di partenza per una discussione che dovrebbe avere come obiettivo quello di formulare un primo insieme di richieste da rivolgere - e, se necessario, imporre - alle imprese di social media. Adottate le regole, gli effetti dovrebbero poi essere monitorati con piena disponibilità a cambiare le stesse regole sulla base dei risultati. Insomma, smettiamo di considerare la tecnologia quasi come un dato di natura: vogliono farcelo credere, ma non lo è affatto. E se c’è un ambito nel quale è doveroso e urgente rendersi conto che un’altra tecnologia è possibile - sempre - è proprio quello che riguarda le future generazioni. Difendere il giudice Aitala per difendere il diritto internazionale di Vittorio Possenti Avvenire, 17 dicembre 2025 Il caso del magistrato italiano condannato a 15 anni da un tribunale russo merita una difesa a tutto campo, capace di opporsi all’opera di crescente delegittimazione della Cpi. Aitala è un giudice della Corte Penale Internazionale (Cpi), nata nel 1995 e situata all’Aja, che ha emesso nel 2023 e 2024 due sentenze di importanza capitale. Nella prima, nell’ambito delle indagini sulla situazione in Ucraina, chiese due mandati di arresto nei confronti V. Putin e Maria Lvova-Belova. Gli illeciti contestati erano il crimine di guerra di deportazione illegale di popolazione (bambini) e di trasferimento illegale di popolazione (bambini) dalle aree occupate dell’Ucraina alla Federazione Russa. La seconda riguarda gli eventi del 7 ottobre e successivi nello scontro totale a Gaza tra Hamas e Israele. Pochi giorni fa un tribunale ordinario moscovita, presieduto dal giudice Andrey Suvorow, che a suo tempo spedì Alexey Navalny nella prigione in cui trovò la morte, ha emesso una sentenza di condanna al carcere per 15 anni contro R. Aitala (e altre minori per altri otto magistrati), in quanto membro della Cpi e primo firmatario del mandato di cattura contro Putin. Un passaggio del discorso del Presidente Mattarella agli ambasciatori d’Italia, e la dichiarazione dell’esecutivo di Magistratura democratica sono stati chiari nel giudizio negativo, ma le reazioni dovrebbero proseguire. Il caso Aitala merita una difesa a tutto campo, capace di proteggere il magistrato e di opporsi all’opera di crescente delegittimazione della Cpi. Il Governo italiano, già incappato nel caso Almasri, dovrebbe mostrarsi consapevole che Russia (e Stati Uniti) procedono nell’opera di delegittimazione della Corte, proprio quando la giustizia e il rispetto del diritto penale internazionale risultano più necessari. La Cpi emise nel novembre 2024 un ordine di cattura verso i leader di Hamas, responsabili dei massacri del 7 ottobre 2023, e verso il premier israeliano B. Netanyahu (e l’ex ministro della difesa Y. Gallant) con l’accusa di crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi durante il conflitto a Gaza per gli attacchi intenzionali contro la sua popolazione civile. I leader di Hamas sono stati poi eliminati dagli israeliani, mentre il premier israeliano ha osannato l’ordine esecutivo di Trump di qualche mese dopo. In effetti il 6 febbraio 2025 il Presidente ha firmato un ordine esecutivo che impone sanzioni alla Cpi, accusata di “minacciare la sicurezza nazionale e di intraprendere azioni illegali contro gli Stati Uniti e il nostro stretto alleato Israele”. Il testo vieta l’ingresso negli Stati Uniti ad alti funzionari e impiegati coinvolti nel lavoro investigativo della Cpi, oltre che ai loro familiari più stretti. Prevede anche il congelamento dei beni da loro detenuti negli Stati Uniti. Il ministro degli esteri israeliano ha manifestato grande soddisfazione per l’intervento di Trump, dichiarando illegittime e immorali le decisioni della Cpi. I Paesi europei hanno perlopiù espresso inquietudine per l’atteggiamento Usa, ma quasi con malinconica rassegnazione. Il significato degli eventi non può sfuggire a coloro che vedono negli attacchi al diritto internazionale sia l’intento di spazzare via ogni istituzione multilaterale di garanzia, sia di proteggere i propri alleati a prescindere da ogni altra considerazione. Gli Usa dichiarano di proteggere Israele in quanto alleato, non in quanto privo di colpe. Le politiche autoritarie a vocazione imperiale minacciano spietatamente il diritto internazionale, momento primario di un sistema multilaterale in cui non possa dominare il sovrano assoluto. È amaro riconoscere che dinanzi ai crimini di cui sopra la reazione dell’opinione pubblica europea sia stata in genere modesta. Certo il massacro a Gaza ha mobilitato tanti, ma le decisioni legali, le uniche in grado di portare sul banco degli accusati i presunti colpevoli per un giudizio ponderato, sembrano lasciare indifferenti i cuori. Una rassegnazione malata, poiché senza una sentenza il male commesso non verrà sanzionato e i massacri dimenticati. In tanta stanchezza morale e disattenzione gli ultimi Papi hanno ricordato l’importanza del diritto internazionale. La prima sua violazione avvenne nel 2003 nella guerra preventiva di Bush e di Blair all’Iraq, basata su menzogne. Giovanni Paolo II si impegnò allo spasimo ma senza esito per evitare l’attacco, che si rivelò catastrofico per il popolo iracheno, che ancor oggi ne paga il prezzo.