Giubileo dei detenuti. La Basilica si illumina, le celle bruciano di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 16 dicembre 2025 C’è la veste rosa della domenica della gioia, la terza d’Avvento, quella che nella liturgia si chiama Gaudete. E c’è Papa Leone XIV che domenica scorsa ha celebrato la Messa del Giubileo dei Detenuti nella Basilica di San Pietro, davanti a cinquemila persone. Detenuti usciti con permesso speciale, volontari che hanno lasciato le famiglie e il riposo domenicale, operatori di tutte le aree del sistema penitenziario. Facce che per una volta escono dall’asfittico quotidiano delle mura. Pellegrini di speranza, come dice il tema del Giubileo. Ma la speranza, in queste ore, deve fare i conti con la realtà. E la realtà è quella di un sistema che continua a crollare, letteralmente. Perché mentre in Vaticano risuonano le parole del Pontefice - “Nessuno vada perduto”, “la giustizia è sempre un processo di riparazione e di riconciliazione” - a Milano il carcere di San Vittore brucia. Non è una metafora. È cronaca nera. Sabato, verso mezzogiorno, un cortocircuito in un quadro elettrico sprigiona un principio d’incendio e una nube di fumo nero. I vigili del fuoco domano il primo focolaio alle 15.30. Ma la notte porta un secondo incendio, nel sottotetto adiacente alla cupola della rotonda. Di nuovo le fiamme, di nuovo l’intervento. Stavolta nessun ferito, ma un intero reparto senza corrente elettrica. Duecentocinquanta detenuti evacuati d’urgenza, trasferiti a Bollate e in altre carceri della Lombardia, alcuni persino fuori regione. È su questo sfondo di emergenza continua che le parole di Leone XIV assumono un peso specifico diverso, quasi politico. Il Papa non ha usato mezzi termini. Ha guardato negli occhi le migliaia di pellegrini venuti da ogni carcere d’Italia e d’Europa - detenuti in permesso, semiliberi, ex detenuti - e ha detto: “Il carcere è un ambiente difficile, e anche i migliori propositi vi possono incontrare tanti ostacoli. Proprio per questo, però, non bisogna stancarsi, scoraggiarsi o tirarsi indietro, ma andare avanti con tenacia, coraggio e spirito di collaborazione”. C’è un realismo disarmante in questo pontificato. Leone XIV sa che la tenacia richiesta a chi vive dentro è sovrumana. Sa che il sovraffollamento non è solo un numero statistico da sventolare nei convegni, ma è la carne viva delle persone che non hanno spazio per muoversi, per respirare, per pensare. “Sono molti, infatti, a non comprendere ancora che da ogni caduta ci si deve poter rialzare”, ha insistito il Papa, “che nessun essere umano coincide con ciò che ha fatto e che la giustizia è sempre un processo di riparazione e di riconciliazione”. Eccola, la sfida. Scindere l’uomo dal reato. Un concetto che la nostra politica attuale sembra aver dimenticato, persa com’è nella rincorsa al “buttare la chiave” e nella creazione di nuove fattispecie di reato che servono solo a riempire istituti già al collasso. Mentre il Papa invoca clemenza, il governo risponde con l’inerzia o, peggio, con la solita edilizia penitenziaria che non scalfisce la roccia del problema. I dati sono impietosi e non ammettono repliche. Siamo ben oltre la soglia di tolleranza. Il tasso di affollamento reale in istituti come San Vittore, Regina Coeli o Canton Mombello viaggia su percentuali che in un Paese civile farebbero saltare le poltrone dei ministri. Invece qui si discute, si fa melina. E intanto le celle bruciano. Il cortocircuito di Milano non è solo elettrico, è istituzionale. È il cortocircuito di uno Stato che prende in custodia delle persone e poi non è in grado di garantire la loro incolumità fisica, figuriamoci il loro reinserimento sociale. Amnistia e indulto Leone XIV lo sa. E nella sua omelia non gira intorno al problema. Parla del carcere come ambiente difficile, dove anche i migliori propositi possono incontrare tanti ostacoli. Ma proprio per questo, dice, non bisogna stancarsi, scoraggiarsi o tirarsi indietro. Il Papa ricorda il predecessore Francesco, che il 26 dicembre 2024 aveva aperto la Porta Santa nel carcere romano di Rebibbia. E rilancia quell’appello: “Due cose vi dico. Primo: la corda in mano, con l’ancora della speranza. Secondo: spalancate le porte del cuore”. Ma c’è di più. Leone XIV fa sua la richiesta contenuta nella Bolla di indizione del Giubileo, quella che Papa Francesco aveva scritto nero su bianco: “Propongo ai governi che nell’anno del Giubileo si assumano iniziative che restituiscano speranza; forme di amnistia o di condono della pena”. Il Pontefice guarda oltre l’Atlantico, pensa al Nicaragua, alla Colombia, al Venezuela. Ma pensa anche e soprattutto all’Italia. “Confido che in molti Paesi si dia seguito al suo desiderio”, dice. È un appello diretto alle istituzioni. Un appello che cade, finora, nel vuoto. Perché la risposta del governo italiano è stata chiara, netta, quasi seccata. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio l’ha ribadito più volte: “Amnistia e indulto sono manifestazioni di debolezza”. Non se ne parla. Il sottosegretario Andrea Del Mastro delle Vedove e il sottosegretario Alfredo Mantovano hanno fatto muro. Anche il giorno del Giubileo dei Detenuti, nessuna apertura. Solo silenzio, o peggio, contrarietà esplicita. Due giorni prima della celebrazione vaticana, il Senato aveva ospitato un convegno dal titolo eloquente: “Dignità e diritti in carcere. Verso il Giubileo dei detenuti, le proposte dei Garanti”. Novantanove garanti territoriali delle persone private della libertà, autorità indipendenti elette dalla politica ma indipendenti dalla politica, come ha tenuto a precisare il portavoce della Conferenza nazionale. “Il baluardo del nostro agire è la Costituzione”, ha detto. E dalla Costituzione parte la loro denuncia. I numeri sono impietosi: 63.500 detenuti stipati in 46.500 posti disponibili. Sovraffollamento medio del 133 per cento, ma in alcuni istituti si sfiora il 200 per cento. Regina Coeli a Roma? 191,3 per cento. San Vittore? 229 per cento, come abbiamo visto. “Ma di che ci dobbiamo occupare?”, si è chiesto retoricamente il portavoce dei garanti. “Noi non ci occupiamo di esecuzione penale. Noi ci occupiamo di sociale”. Ventimila stranieri, diciassettemila tossicodipendenti, 4.200 malati di mente. Tredicimila in custodia cautelare, quindi ancora senza una condanna definitiva. La voce dei volontari - Eppure, nella giornata di domenica, c’è anche altro. Ci sono gli sguardi di tanti detenuti, quelli che per una volta sono potuti uscire dalle loro celle e andare a Roma. Ci sono i volontari, quella preziosa energia del mondo penitenziario di cui ha parlato il Papa. Persone che hanno lasciato famiglie e riposo per accompagnare i loro amici detenuti fino in Vaticano. C’è l’allegria, per una volta. C’è la possibilità di vedersi fuori dal quotidiano delle mura. E ci sono le ostie e il crocifisso prodotti dai detenuti stessi, usati durante la celebrazione. Piccoli segni di un’umanità che resiste, che non si arrende, che continua a credere nella possibilità del riscatto. Come ha detto Leone XIV citando Sant’Agostino, alla fine dell’incontro tra Gesù e l’adultera rimasero “la misera e la misericordia”. È questa la cifra del Giubileo: la misericordia verso chi è caduto, la speranza che nessuno sia definitivamente perduto. Ma la speranza non basta. Servono i fatti. E i fatti, per ora, raccontano un’altra storia. Quella di un sistema al collasso, di strutture che bruciano, di persone che si tolgono la vita. Leone XIV ha indicato la strada: “Sono molti a non comprendere ancora che da ogni caduta ci si deve poter rialzare, che nessun essere umano coincide con ciò che ha fatto”. È un richiamo alla politica, alle istituzioni, alla società tutta. Carcere, il Papa denuncia il dramma di Alberto Bobbio laprovinciaunicatv.it, 16 dicembre 2025 Quello delle carceri non è un problema, ma un dramma. E domenica Papa Leone XIV ha rilanciato l’appello di Francesco perché si decida finalmente su forme di amnistia o di condono della pena, come l’indulto. Sono morti in quattro durante il loro Giubileo. Due detenuti si sono tolti la vita a Viterbo e a Lecce, una donna è stata stroncata da un’overdose nel carcere femminile di Rebibbia a Roma e un uomo è morto dopo mesi di coma per un pestaggio subito sempre a Rebibbia. Quello delle carceri non è un problema, ma un dramma. E domenica Papa Leone XIV ha rilanciato l’appello di Francesco perché si decida finalmente su forme di amnistia o di condono della pena, come l’indulto. È l’ultimo grande evento del Giubileo. Era cominciato con un’attenzione particolare ai detenuti e finisce nello stesso modo. Bergoglio aveva voluto a tutti i costi aprire una Porta Santa a Rebibbia. L’attenzione della Chiesa ai detenuti è un esempio e un segnale alle istituzioni, fin da quella prima e memorabile visita di un Pontefice in carcere, Giovanni XXIII a Regina Caeli, il vecchio carcere di Roma a due passi dal Vaticano, nel 1958 appena dopo l’elezione. Visitare i detenuti è una delle opere di misericordia. Paolo VI nel 1964 disse ai detenuti: “Per voi ho illimitata simpatia”. Bergoglio ha varcato la porta di un carcere in diversi Paesi del mondo e ha denunciato sovraffollamento, morti e soprattutto la poca fiducia nella riabilitazione. Ieri Leone lo ha ribadito sottolineando che la giustizia è sempre un processo di riparazione e riconciliazione. La Costituzione italiana in due articoli, 13 e 27, lo spiega con limpida chiarezza. Eppure nell’opinione corrente si è consolidata l’idea della punizione esemplare, qualcosa che assomiglia ad una sorta di vendetta pubblica. Insomma si è rotta nello Stato un’alleanza e la pena è diventata sinonimo di sofferenza, patimento, dolore, espiazione tragica e senza dignità. Rinascita e futuro, prospettiva di un’altra vita buona sono concetti stravolti da una condizione di vita nelle carceri che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella pochi giorni fa a Rebibbia ha definito “totalmente inaccettabile”. Dall’inizio dell’anno si sono suicidati 76 detenuti. L’anno scorso a 5.837 persone è stato riconosciuto dai Tribunali di sorveglianza di essere stati sottoposti a trattamenti “inumani e degradanti”. Nel 2013 l’Italia era stata condannata dalla Corte europea per i diritti dell’uomo per gli stessi motivi e da allora le cose non sono migliorate. A Rebibbia nella sezione femminile ci sono 370 detenute su 249 posti disponibili e oggi con 63mila detenuti in costante crescita, l’Italia ha superato il limite che non era stato più raggiunto dai tempi della condanna del 2013. L’associazione Antigone, che ogni anno pubblica un Rapporto sul sistema della pena e monitora la dignità dei detenuti, ha accusato che il carcere italiano è fuori dalla legalità costituzionale. Il Papa è sulla stessa linea: “Sono molti a non comprendere ancora che da ogni caduta ci si deve poter rialzare”. Ma è un argomento che non porta consenso. Quando il presidente del Senato Ignazio La Russa ha sussurrato di un mini indulto, la mannaia del governo tramite il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano lo ha stroncato. L’indultino non serve a granché ma a La Russa va il merito di aver lanciato un segnale circa il dramma e non il problema delle carceri e la dignità di chi vi è detenuto. Il governo sta zitto, il Parlamento volta la faccia da un’altra parte, il tema non è mai all’ordine del giorno e tutto viene sempre rimandato ai nuovi progetti di edilizia carceraria. Ma la dignità non si misura solo in metri quadrati. La catastrofe penitenziaria è anche una questione di diritti negati, di morti contati e di speranza che oggi a 63mila detenuti addirittura, ha detto domenica il Cardinale Matteo Zuppi, “viene sconsigliata”. Indulto, il Garante batte un colpo ma anche Forza Italia dice no di Angela Stella L’Unità, 16 dicembre 2025 Turrini Vita auspica “provvedimenti clemenziali”. No di Sisto: “Generano recidiva”. Magi: “Seduta straordinaria delle Camere sulle carceri prima di Natale”. Anche l’Anm chiede “Risposte efficaci”. Ieri mattina una delegazione di +Europa, guidata dal segretario Riccardo Magi, e con il vicesegretario Rosario Mariniello, ha effettuato una visita al carcere romano di Rebibbia, nell’ambito della mobilitazione di +Europa “Meno carceri, più giustizia”, che vedrà attivisti e dirigenti impegnati a visitare le carceri in tutta Italia durante il periodo delle festività natalizie. Al termine Magi ha diffuso una nota: “Voglio rivolgere un appello alla presidente del Consiglio Meloni: venga a visitare Rebibbia o qualsiasi altro carcere in Italia, magari insieme al presidente del Senato La Russa, perché la situazione qui dentro è quella della morte della Costituzione italiana, della impossibilità di rispettare il senso della pena e il reinserimento sociale”. Ha aggiunto il parlamentare: “Non si tratta solo di sovraffollamento: qui ci sono quasi 1700 persone e ce ne potrebbero stare 1100 e c’è difficoltà a fare qualsiasi tipo di percorso che indirizzi i detenuti verso l’inserimento sociale come attività lavorative e attività di istruzione. Gli spazi destinati alla socialità sono stati trasformati in dormitori, le salette dove si poteva fare altre attività sono diventate posti in cui dormono dieci persone, con il bagno attaccato al lavandino in cui si sciacquano gli alimenti. La situazione della sanità anche al collasso perché si aspetta moltissimo per delle semplici visite specialistiche che spesso non si riescono nemmeno a fare perché mancano le scorte. Allora serve intervenire subito con un atto di clemenza, chiamatelo indulto o indultino, e poi cominciando a riformare il carcere”. Inoltre “alla luce di questi ultimi quattro decessi e della lunga scia di morti tra i detenuti di questo 2025, chiedo ai presidenti di Camera e Senato, Fontana e La Russa - ha annunciato sempre Magi - di convocare una seduta straordinaria delle rispettive Camere sul tema carceri prima di Natale. Lo dobbiamo a persone morte per mano delle istituzioni e sarebbe l’occasione per ribadire ancora una volta alla premier Meloni, al Ministro Nordio, al resto del governo e a tutta la maggioranza, le proposte che come opposizioni abbiamo avanzato per alleviare la drammatica situazione negli istituti di pena. Il limite della disumanità nelle carceri italiane - ha concluso - è stato superato da troppo tempo e non possiamo attendere oltre”. Ad accogliere ieri l’appello di Magi il vicecapogruppo di Azione alla Camera, Fabrizio Benzoni: “Da troppo tempo chiediamo un’informativa urgente al ministro Nordio di fronte ad una realtà insostenibile e in netto peggioramento con un alto numero di suicidi, di rivolte e con un sovraffollamento estremamente preoccupante”. A richiederla la scorsa settimana anche il Partito democratico. Ad auspicare, dalle pagine del manifesto, provvedimenti clemenziali anche il presidente del Collegio del garante dei diritti delle persone private della libertà personale, Riccardo Turrini Vita. Però a bloccare qualsiasi iniziativa forte per deflazionare la popolazione carceraria ci ha pensato persino il forzista e vice ministro della giustizia Francesco Paolo Sisto: “Provvedimenti come amnistia e condono delle pene generano percentuali altissime di recidiva, che arrivano fino all’87%. Questo non può che scoraggiare l’utilizzo di questi strumenti”. Sulla questione è intervenuto sabato anche il presidente dell’Anm, Cesare Parodi, durante il comitato direttivo centrale che, su iniziativa del presidente della commissione ordinamento penitenziario, il pm Andrea Vacca, ha osservato un minuto di silenzio per i detenuti morti. “Noi - ha detto Parodi - d’accordo in questo caso anche con le Camere Penali e il mondo accademico, abbiamo già fatto lettere, articoli, proposte che non sono riusciti a sbloccare la situazione. Il problema rimane, è drammatico. Io confido che davvero si riesca a trovare una risposta di qualsiasi natura”. Il vertice del sindacato delle toghe ha così concluso: “Ci sono politici importanti in questo Paese che hanno fatto delle proposte piuttosto dirompenti, altri che hanno promesso degli interventi, magari anche sul quadro normativo -oltre che sulla costruzione delle carceri che probabilmente non è la risposta più idonea. Ma l’importante è che si faccia qualcosa di efficace”. Le ragioni dell’indulto e come andò l’ultima volta, nel 2006 di Alessandro Trocino Corriere della Sera, 16 dicembre 2025 Sono passati 50 anni dal varo del nuovo Ordinamento penitenziario che, insieme alla legge Gozzini del 1986, inaugurò la stagione del “carcere della speranza”, come lo definiva Nicolò Amato. Sono passati 19 anni dall’ultimo indulto approvato dal Parlamento, con una maggioranza bipartisan. È passato un anno da quando, nel 2024, i Tribunali di sorveglianza accoglievano 5.800 istanze per condizioni di detenzione disumana e degradante. Sono passati dodici mesi da quando papa Francesco apriva una Porta Santa a Rebibbia, definendola “una basilica”. Pochi giorni dopo, nel discorso di fine anno, il capo dello Stato Sergio Mattarella definiva “inaccettabili” le condizioni dei carcerati. Sono passati tre giorni dall’ultimo dei 76 suicidi del 2025: un uomo di 32 anni, tossicodipendente, con problemi psichiatrici e precedenti tentativi di togliersi la vita, si è impiccato in infermeria, a Viterbo. È passato un giorno dalla fine del Giubileo dei detenuti, che al suo debutto, venerdì, ha visto 4 morti in 24 ore. Papa Leone ha ribadito la richiesta di amnistia e indulto fatta da papa Francesco. Ma l’Italia è un Paese cattolico solo sulla carta, quando si tratta di rivendicare le presunte radici cristiane dell’Europa. “Eppure - ha scritto Patrizio Gonnella, di Antigone - nei più alti ranghi delle istituzioni c’è chi evoca continuamente Dio, Cristo, lo Spirito santo e la Madonna”. E dunque? Dunque, se nel 1991 il numero dei reclusi era pari a 29 mila, quest’anno sono più del doppio, quasi 64 mila, e crescono al ritmo di 12 al giorno. Che fare? Il governo e le prime crepe - Le voci che chiedono di intervenire aumentano, ma trovano il muro del governo, che affida ogni soluzione all’edilizia penitenziaria, sintesi piranesiana di una ferrea postura vendicativa, che annuncia piani carceri senza soluzione di continuità e immagina un universo concentrazionario in perenne espansione. Manca tutto, i soldi, gli agenti, le strutture, ma il governo risponde: lasciateci lavorare. I detenuti vivono in condizioni degradanti e si impiccano, ma il sottosegretario Alfredo Mantovano spiega: “Entro due anni risolveremo il problema del sovraffollamento”. Tenete duro, solo due anni (ma i posti promessi non bastano neanche a colmare i nuovi arrivi previsti nei prossimi due anni, figuriamoci risolvere il problema). Il ministro della Giustizia Carlo Nordio, intanto, si eclissa, dopo aver annunciato ogni sei mesi qualche provvedimento “rivoluzionario” e “risolutivo”, come i prefabbricati da piazzare nei cortili e nei residui spazi vuoti delle carceri. Restano il Papa e il capo dello Stato, a parlare al vento, vox clamantis nel deserto della politica. Gli ultimi dati dicono che siamo al 138 per cento di sovraffollamento. A Lucca c’è l’istituto peggiore con il 244 per cento, seguono Vigevano (243) e San Vittore (231). Le docce sono poche e se cambi piano per raggiungere quella funzionante, rischi un provvedimento disciplinare. Ad Altamura il problema è risolto: c’è una sola doccia per 81 persone. Basta fare la domandina e prima o poi ci si lava, dopo gli altri 80. I detenuti in esubero nei 190 istituti italiani sono 17 mila. In esubero nel senso che non avrebbero il loro posto, a norma di legge: ma alla fine, spingendo ben bene, ce li facciamo stare tutti. Qualche voce aperturista si fa sentire flebilmente anche a destra: Pietrangelo Buttafuoco, Vittorio Feltri e Ignazio La Russa, se non altro per vicinanza morale al vecchio camerata Gianni Alemanno, ministro e sindaco finito in disgrazia, a Rebibbia. Roberto Giachetti, indefesso pannelliano e sostenitore dei diritti dei detenuti, ha ripetuto allo sfinimento che basterebbe una liberazione anticipata speciale per alleggerire la situazione. Aumentare, cioè, gli sconti di pena a fine reclusione, per chi ha una buona condotta. Ma nessuno l’ascolta. L’indulto legalitario - Da più parti, oltre che dal Vaticano, si torna a parlare di amnistia e di indulto. Il primo cancella pena e reato, il secondo solo la pena. Il governo, che promuove volentieri condoni fiscali ed edilizi, non ne vuol sentire parlare. Eppure, perfino il presidente del Collegio nazionale dei garanti dei detenuti, Riccardo Turrini Vita, finora assente e accusato di eccessiva vicinanza al governo, intervistato dal manifesto si è espresso a favore di un’amnistia o di un indulto. Non sarebbe, però, un atto di “clemenza”. Non si tratta infatti di fare “un regalo di Natale” ai detenuti, come ha detto sciaguratamente La Russa, perché “si sa che a Natale siamo tutti più buoni”. Non si tratta di bontà, di generosità, di misericordia cristiana, di pietismo edificante. Non è il “black friday” dei detenuti, come ha ironizzato amaramente Giachetti, giustamente infuriato con La Russa perché quando si fanno promesse ai detenuti e non si mantengono, aumentano rabbia, esasperazione e rivolte. Si tratta, invece, di giustizia. Lo ha detto lo stesso Turrini, spiegando che se non si va in quella direzione, “l’ordinamento va in violazione dei suoi stessi principi, delle leggi penitenziarie e degli accordi internazionali”. Questa è la situazione, più volte denunciata da uomini dello Stato e non da pericolosi sovversivi: le carceri italiane, che dovrebbero essere il presidio dello Stato di diritto, sono tecnicamente illegali. Violano la legge. Come si può pensare che un detenuto esca migliore di come è entrato? Lo ha spiegato bene l’arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini: “Le condizioni di degrado non facilitano il riconoscimento del male compiuto: piuttosto suscitano rabbia, risentimento, umiliazioni”. Entri e invece di riconoscerti colpevole, di elaborare lo sbaglio, di costruirti un percorso di riabilitazione, ti senti vittima dello Stato e sviluppi una forma di odio e di rivincita. E dunque un indulto ora sarebbe un indulto “legalitario”, non solo una forma di clemenza. Le ragioni contro - Contro l’indulto e l’amnistia ci sono buone ragioni. Si tratta di provvedimenti estemporanei, non strutturali, che non risolvono il problema. Dal punto di vista delle regole sono sbagliati, perché scoraggiano chi - come le forze dell’ordine, la magistratura - lavora per individuare e punire i responsabili di reato e indeboliscono la fiducia nella legalità. Sono anche eticamente ingiusti, perché liberano qualcuno e non altri, entrati nel momento sbagliato. Eppure ci sono ottime ragioni per farli, superiori a quelle citate. Non cancellano il reato (nel caso dell’indulto) e neanche tutta la pena, ma solo una parte. Riducono drasticamente il sovraffollamento: il che significa liberare spazi di vita, ma anche di attività culturali, ricreative, lavorative, sportive. Riducono i costi a carico dello Stato. Alleggeriscono il carico di lavoro della magistratura ordinaria e di sorveglianza. Consentono la ristrutturazione e l’ammodernamento degli istituti. Creano le condizioni perché si ragioni su una deflazione strutturale della popolazione penitenziaria. Se non si fa nulla, naturalmente, se si persevera nel panpenalismo penale (creando nuove fattispecie di reato e aumentando le pene), se si continua a considerare il carcere l’architrave del sistema penale, poco cambierà. I 34 provvedimenti della Prima repubblica - Ma perché l’ultimo indulto è stato nel 2006 e cosa è successo dopo allora? La prima cosa da dire è che nella storia della Repubblica, fino al 1990, ci sono stati ben 34 tra indulti e amnistie. Poi dal ‘90 al 2006, solo due. Dal 2006 a oggi, quasi 20 anni, nessuno. Perché? Perché è cambiato il clima. Nel dopoguerra e fino agli anni ‘70, si guardava quasi con simpatia ai detenuti che uscivano, come dimostrano i tanti film e commedie all’italiana. A partire dalle violenze degli anni 70 e 80, l’aumento della criminalità e un imbarbarimento del clima sociale hanno influenzato l’opinione pubblica, che è diventata sempre più ostile. La politica, molto sensibile ai consensi elettorali, ha seguito e alimentato la paura e il clima d’odio. E così i provvedimenti di “clemenza” si sono diradati, fino a sparire. Conseguenza anche di una modifica che ha reso necessaria per l’approvazione di amnistia e indulto una maggioranza di due terzi non solo nella votazione finale, ma anche in ogni singolo articolo. Procedimento rafforzato, persino più restrittivo rispetto alla revisione costituzionale, varato nel ‘92, in piena epoca giustizialista. Risultato: a oggi è quasi impossibile raggiungere quella maggioranza. L’indulto bipartisan del 2006 - Nel 2006 una giovanissima Giorgia Meloni, 26 anni, fa ingresso in Parlamento, la deputata più giovane della Camera. Alemanno è ministro dell’Agricoltura e a breve sarà candidato a Roma: sconfitto da Walter Veltroni, ci riproverà due anni dopo e da sindaco di Roma avrà un chiodo fisso, la sicurezza. Al governo, per la seconda volta c’è Romano Prodi; ministro della Giustizia è Clemente Mastella. La legge, un indulto fino a 3 anni, arriva dopo un appello di Giovanni Paolo II e passa in un clima bipartisan, che mette d’accordo Massimo D’Alema e Silvio Berlusconi. Votano a favore Forza Italia, Ulivo, Rifondazione, Verdi, Udc, Udeur, Autonomie. Contro Lega, Italia dei Valori, An (tranne tre senatori) e tre senatori dell’Ulivo. Particolarmente feroce l’opposizione di Antonio Di Pietro, allora ministro. Alemanno si esprime a favore dell’indulto, sorprendendo il gruppo di An, ma poi si astiene, perché vuole l’esclusione di reati finanziari. Nel precedente indulto del 1990 erano stati liberati 13 mila detenuti. Ma dal 1991 al 2006 il numero dei detenuti cresce esponenzialmente, da 31 mila a 60 mila. Al 31 luglio, la popolazione carceraria registra 60.710 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 43.213 unità. Un esubero, quindi, di 17mila persone: esattamente come oggi. Perché? A causa di due leggi, essenzialmente: la Fini-Giovanardi, che punisce i consumatori di droghe e la Bossi-Fini che prevede l’arresto degli extracomunitari espulsi. Gli effetti sulla recidiva - Con l’indulto del 2006 complessivamente escono dalle carceri italiane 25 mila detenuti. Cosa ne è stato di loro? La giovane Meloni rilasciava interviste spiegando che erano rientrati in cella e dunque l’indulto era stato una follia. I dati dicono un’altra cosa. Dei 25.694 scarcerati, sei mesi dopo ne erano rientrati in cella solo 2.855, cioè l’11,11%. Se si aggiungono i quasi 6 mila che ne usufruirono mentre erano sottoposti a misure alternative, la percentuale di recidiva si abbassa al 10,16 per cento, contro una recidiva abituale del 68 per cento. La Voce.info, tre anni dopo il varo della legge, faceva il punto, smentendo una precedente analisi di Giovanni Mastrobuoni e Alessandro Barbarino. La conclusione della nuova indagine spiegava che la recidiva era stata inferiore del 25 per cento a quella abituale. Grazie anche al fatto che, in caso di rientro in carcere per un nuovo reato, la legge prevedeva che i beneficiari scontassero anche la pena residua, in aggiunta alla nuova. Il che vuol dire questo, spiegavano Francesco Drago, Roberto Galbiati e Pietro Vertova, “L’indulto ha ridotto il volume reale dei reati che, seppur diluiti nel tempo, questa frazione della popolazione avrebbe commesso uscendo dal carcere secondo la naturale scadenza della sentenza originaria. Si è quindi trattato di una misura efficace contro il crimine”. E oggi? Dipende tutto dalla premier - Oggi il Parlamento sembra lontano anni luce da questa prospettiva. Chi potrebbe votare a favore? La sinistra, Pd compreso, è su posizioni di apertura, anche se potrebbero esserci defezioni individuali. +Europa ha appena lanciato la campagna “Meno carceri, più giustizia” (Riccardo Magi ieri era a Rebibbia). Giuseppe Conte si è ben guardato dal prendere una linea, ma i suoi potrebbero avere ereditato l’ardore giustizialista grillino e dipietrista e dunque è difficile che si schierino per il sì. Si dichiarano, non a caso, progressisti e non di sinistra, e su questi temi sono legge e ordine. Nella maggioranza, Lega e Fdi sono compattamente per il no. Da Forza Italia, che nel 2006 disse di sì, potrebbe arrivare qualche spiraglio, vista anche la disponibilità di Enrico Costa. Comunque sia, difficilmente si raggiungerebbero i 2/3. A meno di una presa di posizione della presidente del Consiglio. Se Meloni facesse un passo, magari giustificando l’intervento come temporaneo e propedeutico alla realizzazione del fantomatico piano carceri, magari anche solo aprendo alla liberazione anticipata, allora, e solo allora, la situazione si sbloccherebbe. Quanto tempo ci vorrà per mettere la parola fine allo scempio del carcere? di Francesco Petrelli* Il Dubbio, 16 dicembre 2025 È allo spirare del cinquantenario del nostro ordinamento penitenziario del 1975, e nella ricorrenza del “giubileo dei detenuti”, che l’universo carcerario del nostro Paese mostra il suo volto peggiore. Non solo per il degrado delle strutture, clamorosamente manifestato dal crollo del tetto di Regina Coeli e dagli incendi di San Vittore, ma per la sufficienza con la quale il Governo continua a trattare l’emergenza drammatica di questa crisi. Nonostante gli interventi del Presidente del Senato, del Vicepresidente del CSM e quello del Garante nazionale dei detenuti, nessuno spazio si è aperto. Sono rimasti d’altronde inascoltati anche gli appelli del Presidente Mattarella, di Papa Francesco - che proprio a Rebibbia aveva aperto una Porta Santa - e di Papa Leone - in visita al carcere di Rebibbia femminile - perché si intervenisse con atti di clemenza. Nessun segnale di apertura si è visto, nonostante il numero impressionante dei 166 suicidi degli ultimi due anni, per non dire dei tentati suicidi, degli atti di autolesionismo, delle centinaia di decessi per altri motivi, delle aggressioni e dei numerosi suicidi anche fra i rappresentanti della polizia penitenziaria. Sintomi di una condizione di generalizzato degrado, vergognosa ed inaccettabile per un paese civile ed uno stato di diritto che in tal modo tradisce i valori costituzionali posti a tutela dei valori della vita, della dignità e dell’umanità. L’avvocatura penale, assieme a tutte le associazioni e le istituzioni che da sempre si occupano delle condizioni dei detenuti, Nessuno Tocchi Caino, Antigone, i Garanti, si è impegnata con tutti gli strumenti che la politica consente perché si ponesse mano ad interventi di riduzione del sovraffollamento, dall’amnistia e l’indulto fino all’ipotesi del “numero chiuso”. Si sono susseguite in questi anni astensioni e manifestazioni nelle piazze di tutte le città, fiaccolate e maratone oratorie, convegni ed eventi di ogni tipo volti a sensibilizzare la politica e il Pese, interloquendo a tal fine con tutte le forze parlamentari. L’Unione delle Camere Penali ha unito la sua voce a quella dell’Accademia e ha poi congiuntamente con l’Accademia e con la Magistratura più volte sollecitato, formalmente e pubblicamente, il Governo ad intervenire. Abbiamo rilanciato la proposta Bernardini-Giachetti per una liberazione anticipata speciale ed ogni altra ipotesi di intervento emergenziale, mentre il tasso di sovraffollamento saliva ininterrottamente e le condizioni detentive peggioravano progressivamente. Sono rimasti inascoltati tutti i nostri appelli perché si provvedesse a riportare i livelli del sovraffollamento a livelli compatibili con la tenuta delle risorse relative alla sicurezza, all’assistenza sanitaria e psichiatrica e al trattamento. Abbiamo sottolineato come ogni rimedio in tal senso non avrebbe significato una abdicazione bensì un minimo risarcimento nei confronti di coloro che erano stati costretti ad espiare la loro pena in condizioni inumani e degradanti. Abbiamo ripetuto in tutti i modi che sottoporre un condannato a simili trattamenti non è affatto in linea con la proclamata volontà di tutelare e di promuovere la sicurezza dei cittadini, perché coloro che riacquistano la libertà dopo aver vissuto anni in quelle condizioni di prostrazione e di alienazione, sottratti ad ogni attività trattamentale, non sono affatto esseri umani migliori, ma individui abbandonati alla recidiva. Se quella grande riforma, di cui si festeggiava l’anniversario, abbracciava il principio costituzionale della finalità rieducativa delle pene, il Giubileo ci ha ricordato egualmente che pena, carcere e detenzione non possono essere mai sinonimo di disperazione e di sofferenza e non possono essere disgiunte dalla speranza di un futuro migliore. Ma di tutto questo sembra essersi persa nel tempo ogni consistenza morale e materiale, così che l’istituzione carceraria è precipitata nell’incuria sia sotto il profilo dello sviluppo delle idee, che sotto il profilo delle strutture. Si è spenta la motivazione e la carica politica che aveva animato quella riforma ed aveva fatto immaginare un possibile superamento della forma carcere, sotto il profilo ideologico ed organizzativo e, ovviamente, sotto il profilo architettonico. Ne è derivato un abbandono progressivo della spinta ideale e la riproduzione di moduli concettuali che avremmo dovuto lasciare al passato, e di slogan securitari tanto insensati quanto ingannevoli. Anziché fermarsi a ripensare il modello si sono imposte nuovamente l’idea di sicurezza e trattamento come paradigmi contrapposti e si è consolidata la prospettiva di una forma- carcere come dato strutturalmente insuperabile: in una sorta di coazione a ripetere il carcere si riproduce in altrettanti “moduli detentivi” emergenziali, mentre le vecchie strutture degradano progressivamente, così che il vecchio si rigenera in un “nuovo vecchio” senza alcuna speranza di riscatto. Un “nuovo vecchio” che lavora contro lo stesso progresso sociale e contro la sicurezza dei cittadini. Ma proprio per svelare l’ipocrita contraddizione di questa cultura, continueremo, oltre il cinquantenario e il Giubileo dei detenuti, a denunciare, a manifestare e a fare sentire la nostra voce, anche perché oggi, diversamente dagli anni passati, le parole spese in questo costante impegno si sono finalmente aperte un varco nell’opinione pubblica e l’emergenza carcere è divenuto un tema anche per l’informazione. Il Paese ha compreso come il carcere non è un luogo estraneo alla nostra convivenza civile, ma un pezzo importante della società, per cui c’è davvero solo da chiedersi, di fronte al collasso, quanto tempo ancora si potrà rimanere indifferenti davanti a un dramma che riguarda la vita di tutti i cittadini. *Presidente dell’Ucpi Suicidi in carcere e segreti d’ufficio di Valter Vecellio L’Opinione, 16 dicembre 2025 La notizia è di quelle che nelle redazioni viene considerata “minore”, se va bene conquista un trafiletto nelle pagine della cronaca. Tuttavia, rivela più di quel che dice. Un anno fa, esattamente il 14 giugno 2024, un sacerdote, don Roberto Mozzi, cappellano nel carcere milanese di San Vittore, porta la sua testimonianza durante una Maratona Oratoria sull’emergenza carcere organizzata dagli avvocati. Il Dipartimento per l’Amministrazione Penitenziaria non gradisce, e denuncia don Roberto, il reato di cui si sarebbe reso colpevole è “rivelazione e utilizzazione di segreti d’ufficio”. Un intervento sui suicidi in cella dei detenuti, poi pubblicato su “Avvenire”, il quotidiano della Conferenza Episcopale Italiana. Che cosa avrà mai rivelato don Roberto che non si doveva sapere? Quel testo l’ho recuperato in archivio. Don Roberto dice che negli ultimi 24 mesi, a San Vittore si sono tolte la vita 12 persone: “In pochi saprebbero dire i loro nomi e ricordare i loro volti. La parola d’ordine è ‘dimenticare’. Con rapidità ed efficienza tutto deve tornare alla normalità in poche ore, come se nulla fosse avvenuto. La morte va rimossa in fretta, perché parla. La morte scandisce parole di dolore e incuria. Da dieci anni lavoro qui come cappellano e la morte è sempre stata affrontata così: ‘custodiamo corpi vivi, dei morti non sappiamo cosa farcene: non ce ne parlate neanche”. Don Roberto invece ha scelto di ricordare: Giacomo; Ahmed; Davide, e tutti gli altri: detenuti che avevano manifestato più volte disturbi mentali, avevano già tentato il suicidio, avrebbero dovuto essere in altri luoghi che la cella dove erano rinchiusi, bisognosi di cura e assistenza; e invece abbandonati ai loro tormenti e disperazioni, e infine si sono uccisi. “Eppure, dopo ogni morte in carcere viene aperta un’indagine giudiziaria. Possibile che, di fronte a violazioni così palesi dei regolamenti penitenziari e dei protocolli di prevenzione, nessuno abbia nulla da eccepire?... Come è possibile che nessuno si sia accorto di nulla?”, si chiede don Roberto. Si sono però accorti del suo intervento, e l’hanno denunciato per rivelazione di segreto d’ufficio. L’articolo che punisce la rivelazione di segreti d’ufficio è il 326 del Codice Penale. Nella denuncia alla Procura “veniva denunciato che l’indagato” (cioè don Roberto) per aver “elencato i suicidi di 12 detenuti in due anni, indicandone i nomi, le modalità e le probabili cause, sulla base della conoscenza di dati ed informazioni acquisiti in ragione del suo ufficio presso il carcere…” con quelle che vengono definite “significative imprecisioni forse riconducibili ad una visione parziale”. La procura e il Giudice per le Indagini Preliminari, quando si sono trovati davanti il fascicolo hanno disposto, giustamente, l’archiviazione. Ma intanto dal Dap qualcuno ha pensato di promuovere quest’azione penale. Qualcuno per dovere d’ufficio, l’ha raccolta e trasmessa; dei magistrati hanno dovuto perdere qualche giorno o qualche ora per studiare l’incartamento e, finalmente, dopo un anno e mezzo, tutto è finito al macero. Noi si resta con il dubbio: per il Dap parlare dei suicidi in carcere, equivale a divulgare “segreti d’ufficio”? Eduardo De Filippo e i minori detenuti: una lezione attuale di Franco Insardà Il Dubbio, 16 dicembre 2025 Dal discorso al Senato del 1982 all’oggi: la lezione di Eduardo sui minori detenuti stride con l’attuale deriva securitaria. “Onorevole Presidente, onorevole Ministro, onorevoli colleghi… con tutto il da fare che ho avuto non ho trascurato di occuparmi dell’istituto Gaetano Filangieri di Napoli e dei ragazzi che spesso, a causa di carenze sociali, hanno dovuto deviare dalla retta via; e nei prossimi mesi intendo dedicare a loro più tempo di prima. E su questo vorrei soffermarmi. Si tratta di migliaia di giovani e del loro futuro, ed è essenziale che un’Assemblea come il Senato prenda a cuore la riparazione delle carenze dannose, posso dire catastrofiche, che da secoli coinvolgono quasi l’intero territorio dal Sud al Nord dell’Italia… Sono convinto che se si opera con energia, amore e fiducia in questi ragazzi, molto si può ottenere da loro. Ne ho pensate, di cose, nei mesi scorsi, e c’è da fare, si può fare, ne sono certo”. Sono le parole di Eduardo De Filippo, nominato senatore a vita da Sandro Pertini, pronunciate a Palazzo Madama il 23 marzo 1982, che stridono con l’attuale ondata securitaria. Quei ragazzi ristretti nei 17 “Ipm” italiani avrebbero bisogno di sentire voci come quelle di Eduardo, piuttosto che subire violenze. Di Istituti penali per i minorenni, come di carcere, si parla solo quando “fanno notizia” con torture, pestaggi, suicidi. I reclusi, però, vivono quotidianamente una vita fatta di soprusi, celle sovraffollate ed emarginazione. Dietro ogni ragazzino che finisce in un Istituto c’è un disagio derivante da un vuoto culturale, da un sottosviluppo economico, da diritti negati e da politiche sociali inesistenti. “Chi è disposto a dare fiducia e lavoro ad un avanzo di galera?”, si chiedeva ancora Eduardo nel suo discorso in Senato. “Questa non è una domanda che mi sono posto io, che non conoscevo il Filangieri. È una domanda angosciosa che si pongono gli stessi ragazzi dell’istituto, che mi dissero: ‘Non usciamo da qui con il cuore sereno, in pace e pieno di gioia, perché se quando siamo fuori non troviamo lavoro né un minimo di fiducia, per forza dobbiamo finire di nuovo in mezzo alla strada! La solita vita sbandata, gli stessi mezzi illeciti, illegali per mantenere la famiglia: scippi, furti, la rivoltella, la ribellione alla forza pubblica. Insomma siamo sempre punto e daccapo’”. L’impegno di Eduardo per i minori a rischio continuò: venne promulgata una legge regionale, la “Legge Eduardo”, utilizzata per pochissimi progetti tra Nisida e Benevento. Garantì fondi al Filangieri, e nella Napoli di Maurizio Valenzi l’istituto divenne un esempio di socializzazione, nel quale i ragazzi potevano andare a scuola e frequentare laboratori, sperimentando un vero modello di rieducazione. Un’idea a cui ha lavorato da sempre don Gino Rigoldi, storico cappellano del “Beccaria”, fondatore della Comunità Nuova e della Fondazione, che porta il suo nome, con la quale aiuta i giovani in difficoltà a trovare lavoro, e che ospita donne sole con figli. Per don Gino, è “illusorio pensare di risolvere tutto aumentando le pene per i ragazzi difficili”. Parliamo di giovani detenuti negli “Ipm”, gli Istituti penali per i minorenni, nei quali la popolazione straniera ormai è in maggioranza, con molti minori stranieri non accompagnati. Al punto che lo stesso don Gino Rigoldi ci confidò come sia lui che don Claudio Burgio, il sacerdote che lo ha sostituito, da un mese, al Beccaria, sono quasi ‘disoccupati’, mentre ci sarebbe bisogno di un imam. Situazione simile al “Ferrante Aporti” di Torino, raccontata con il documentario “I Cinque Punti”. Il viaggio di una madre verso il primo colloquio con il figlio detenuto all’interno di un Ipm, con il commento in lingua araba. Al Sud, invece, come ha più volte spiegato il Garante della Campania, Samuele Ciambriello, la popolazione minorile detenuta è formata da chi evade l’obbligo scolastico, da altri che vivono un disagio, poi ci sono i bulli e infine quelli che appartengono in qualche modo alla criminalità organizzata e mitizzano i boss. Per tutti il carcere dovrebbe essere l’extrema ratio e non la prima misura da adottare. Sono ragazzi ai quali bisognerebbe “dare la speranza e la fiducia di una vita nuova che restituisca loro quella dignità a cui hanno diritto, e che giustamente reclamano”. Parole di Eduardo, morto quarant’anni fa, che conservano una incredibile attualità. Un Giubileo che è passato “oltre le grate” di Diego Andreatta vinonuovo.it, 16 dicembre 2025 L’inedita celebrazione ieri in San Pietro e le voci del musical con i testi di suor Scandura. Fra le celebrazioni giubilari quella di ieri dedicata al mondo carcerario è risultata per tanti aspetti inedita. A stare dentro la basilica di San Pietro si percepiva - fin dal silenzio d’attesa per l’ingresso del Papa - una presenza forte anche se in gran parte invisibile: quella dei primi protagonisti, i detenuti e le detenute. Oltre a delegazioni dalle carceri italiane ed estere, gli assenti in quanto i reclusi erano comunque presenti nella comunione ecclesiale ma soprattutto nel raccoglimento dei loro familiari venuti da lontano, nell’amicizia dei volontari riuniti attorno al loro cappellano, nell’espressione “liberata” dell’ex detenuto che si è dato appuntamento con quanti ha conosciuto “dentro”. E poi i volti di operatori pastorali provenienti da Paesi in cui la reclusione non rispetta diritti elementari, con tante storie che rigavano di sofferenza pure la domenica d’Avvento ispirata alla gioia e alla figura del “carcerato” Giovanni Battista. Leone XIV, nell’esprimere fiducia e incoraggiamento, ha voluto anche elencare con realismo i tanti problemi di questo “ambiente difficile” dai “tanti ostacoli”, riconoscendo che “molto resta ancora da fare”, come hanno confermato anche alcuni tragici fatti di cronaca in questi ultimi giorni. Ponendosi dalla parte dei detenuti ha ricordato “l’ancora della speranza” lanciata loro a Rebibbia un anno fa da papa Francesco in apertura del Giubileo e ha rinnovato ai governi l’urgenza di “forme di amnistia e di condono” al termine di questo Anno di grazia. In alcune case circondariali dove i detenuti hanno potuto seguire in TV il messaggio del Papa quest’appello è stato applaudito così come le tre affermazioni scandite al centro dell’omelia: “Da ogni caduta ci si deve poter rialzare, nessun essere umano coincide con ciò che ha fatto e la giustizia è sempre un processo di riparazione e di riconciliazione”. Nel programma giubilare è seguita sempre ieri a Roma nel primo pomeriggio - a poche centinaia di metri, sul palco dell’auditorium di via della Conciliazione - una proposta artistica di forte impatto che ha dato indirettamente voce ai detenuti che avevano vissuto il Giubileo “Oltre le grate”. Proprio così si intitola lo spettacolo allestito da una quarantina di giovani della compagnia d’ispirazione salesiana CGS Life di Biancavilla (Catania) - che ha condensato in intensi dialoghi e vivaci brani musicali i migliori spunti della corrispondenza epistolare fra carcerati italiani e suor Cristiana Scandura. La clarissa di Biancavilla, nota per il suo impegno anche come firma di Vinonuovo, ha collaborato a questo progetto di sensibilizzazione artistica fornendo con i testi delle lettere non solo i vissuti di ansia, frustrazione e rassegnazione di tanti detenuti, ma anche quei “gesti, progetti e incontri unici nella loro umanità” maturati dentro le mura del carcere, come aveva detto Leone nell’omelia. Con i ritmi e alcuni cliché del genere musical - compresa l’iniziale citazione di “Sister Act” e alcune caricature un po’ stereotipate - questo lavoro collettivo a trazione giovanile è riuscito a far girare la ruota dell’attenzione anche oltre le grate - quelle del convento e quelle del carcere - nel tentativo di diradare la coltre dell’indifferenza. Per questo lo spettacolo merita ulteriori repliche, anche negli ambienti carcerari e soprattutto nelle comunità che non sono ancora stimolate a capire cosa si soffre e si sogna oltre le grate. Carceri: speriamo in un sussulto di umanità di Aurora Nicosia cittanuova.it, 16 dicembre 2025 Si è svolto a Roma il Giubileo dei detenuti. Un’ulteriore occasione per riflettere sulle criticità con un invito forte di papa Leone a non rimanere indifferenti. Il monito di Mattarella durante la visita a Rebibbia nei giorni precedenti. Se c’è un posto dove la speranza è messa a dura prova, questo è il carcere. Non c’è speranza nel presente, nel futuro, nella possibilità di una vita migliore rispetto al passato segnato da vicende sicuramente travagliate. E dunque non poteva mancare, nell’anno del Giubileo della speranza, un appuntamento dedicato proprio a loro: a tutte le persone private della libertà. Già in apertura, lo scorso anno, papa Francesco aveva dato un segnale forte di attenzione recandosi personalmente ad aprire a Rebibbia una delle porte sante del Giubileo. Nella bolla di indizione dell’anno santo, “Spes non confundit”, parlando di segni di speranza aveva scritto: “Nell’Anno giubilare saremo chiamati ad essere segni tangibili di speranza per tanti fratelli e sorelle che vivono in condizioni di disagio. Penso ai detenuti che, privi della libertà, sperimentano ogni giorno, oltre alla durezza della reclusione, il vuoto affettivo, le restrizioni imposte e, in non pochi casi, la mancanza di rispetto”. E aveva avanzato proposte concrete: “Propongo ai Governi che nell’anno del Giubileo si assumano iniziative che restituiscano speranza; forme di amnistia o di condono della pena volte ad aiutare le persone a recuperare fiducia in sé stesse e nella società; percorsi di reinserimento nella comunità a cui corrisponda un concreto impegno nell’osservanza delle leggi”. Ahimè, un anno dopo, tocca a papa Leone avanzare le medesime proposte, che non hanno ancora trovato ascolto presso le autorità competenti. E il rischio che si tratti di appelli che continuano a cadere nel vuoto è, purtroppo, molto forte, come accade da anni. Prevost, ripercorrendo nella sua omelia gli appelli del suo predecessore, ricorda, tra il resto: “I problemi da affrontare sono tanti. Pensiamo al sovraffollamento, all’impegno ancora insufficiente di garantire programmi educativi stabili di recupero e opportunità di lavoro. E non dimentichiamo, a livello più personale, il peso del passato, le ferite da medicare nel corpo e nel cuore, le delusioni, la pazienza infinita che ci vuole, con sé stessi e con gli altri, quando si intraprendono cammini di conversione, e la tentazione di arrendersi o di non perdonare più”. Anche il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, non aveva mancato di fare un forte richiamo in tal senso. Recandosi a Rebibbia qualche giorno prima del Giubileo dei detenuti, aveva elogiato esempi virtuosi in atto nel carcere romano come in altri istituti penitenziari che consentono ai loro ospiti di non rimanere “isolati dal mondo esterno”, perché, “come è doveroso”, facciano “parte del mondo esterno, del mondo della nostra Repubblica”. Mattarella ha ricordato che “questo è l’anno, cinquantesimo, dell’Ordinamento penitenziario italiano, che è stato una svolta nella vita degli istituti penitenziari con il rifiuto e il divieto di trattamenti contrari al senso di umanità, con la riaffermazione, ben costruita e ben disposta e raffigurata, obbligatoria, del fine rieducativo della pena. E anche del progetto e della missione degli istituti di costituire, prevedendole, opportunità di socializzazione”. E se in tal senso bisogna ringraziare volontariato, associazioni e istituzioni che si adoperano perché questo avvenga, non si può ignorare, ricorda il presidente, “che non dovunque è così, che vi sono istituti che hanno una condizione totalmente inaccettabile, in cui non vi sono attività simili”. Hanno avuto, quindi, un importante significato gli eventi che hanno visto convergere a Roma circa 6 mila pellegrini (detenuti, con le loro famiglie, polizia e amministrazione penitenziaria, operatori delle carceri, volontari). E non solo dall’Italia, ma da 90 Paesi tra cui Madagascar, Polonia, Spagna, Portogallo, Guinea Bissau, Regno Unito, Filippine, Germania, Taiwan, Indonesia, Australia, Messico, Colombia, Brasile, Stati Uniti. Tre giorni di appuntamenti aperti da un convegno dal titolo “Il diritto alla speranza nel cinquantennale dell’Ordinamento Penitenziario, nell’anno del Giubileo della Speranza e nel triduo del Giubileo dei Detenuti”, che si è tenuto presso l’Università LUMSA di Roma. A seguire, presso la Fraterna Domus di Sacrofano, due giornate di studio, preghiera e confronto a cura dell’Ispettorato Generale dei Cappellani delle Carceri Italiane. Infine la messa nella Basilica di San Pietro con papa Leone e, nel pomeriggio di domenica, la commedia musicale Oltre le grate, a cura di CGS Life presso l’Auditorium Conciliazione. Il Giubileo dei detenuti non finisce qui. Numerose associazioni attive nel mondo delle carceri (Acli, Antigone, Arci, Cgil, Confcooperative Federsolidarietà, Conferenza dei Garanti territoriali delle persone private della libertà, Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia-CNVG, Coordinamento Nazionale Comunità Accoglienti-CNCA, Forum Droghe, Gruppo Abele, L’altro diritto, La Società della Ragione, Legacoopsociali, Movimento di Volontariato Italiano-MOVI, ?Movimento No Prison, Nessuno tocchi Caino, Ristretti Orizzonti) hanno lanciato un appello intitolato “Giubileo dei detenuti: chiediamo clemenza e umanità nelle carceri italiane”, attraverso il quale chiedono un provvedimento di clemenza che punti a ridurre il numero dei detenuti nelle carceri italiane. “Di fronte a una realtà carceraria ormai fuori dalla legalità costituzionale - dichiara Caterina Pozzi, presidente del Coordinamento nazionale comunità accoglienti - il CNCA, assieme ad altre reti nazionali, con questo appello chiede un atto di clemenza che restituisca dignità e speranza alle persone detenute. Le parole di papa Francesco non devono restare inascoltate: serve una risposta concreta da parte delle Istituzioni. È il momento di assumersi la responsabilità di cambiare davvero. Umanizzare la pena significa aprire il carcere alla comunità e investire in percorsi di reinserimento. Il Cnca con la sua esperienza di tanti anni a fianco di persone detenute è pronto a fare la sua parte attraverso percorsi di reinserimento sociale e lavorativo, progetti di housing territoriale, comunità di accoglienza e percorsi di giustizia riparativa”. E dà appuntamento a Roma, il 6 febbraio 2026, all’assemblea pubblica: l’invito è per tutti coloro che vogliono dare il proprio contributo a cambiare, una volta per tutte, questa drammatica situazione. Il Giubileo si chiude, ma l’impegno continua. Il grido dal carcere. Dalla stagione di Manipulite alla strage dei suicidi oggi di Lucio Motta filodiritto.com, 16 dicembre 2025 In queste settimane ricorre il 33° anniversario di “Mani Pulite” e tra le tante riflessioni apparsi ad oltre trent’anni di distanza, in un ideale collegamento con quella stagione, la Lettera di Gabriele Cagliari ai suoi familiari, nella quale denunciando l’assurda condizione carceraria e lo stigma sociale che il carcere aveva impresso nella sua anima, denunciando come il carcere fosse usato dai magistrati come strumento di tortura: “La convinzione che mi sono fatto è che i magistrati considerano il carcere nient’altro che uno strumento di lavoro, di tortura, psicologica, dove le pratiche possono venire a maturazione o ammuffire, indifferentemente, anche se si tratta della pelle della gente. Il carcere non è altro che un serraglio per animali senza testa né anima. Qui dentro ciascuno è abbandonato a se stesso, nell’ignoranza coltivata e imposta dei propri diritti, custodito nell’inattività e nell’ignavia; la gente impigrisce, istupidisce, si degrada e si dispera diventando inevitabilmente un ulteriore moltiplicatore di malavita”. Eppure in quella “Milano da bere” … la Milano delle terrazze e degli aperitivi, non era rimasto inosservato il monito forte levatosi dai gesti e dalla pastorale del Cardinal Carlo Maria Martini. Il cardinale aveva espresso un forte monito contro il dramma del carcere, sottolineando l’importanza di una giustizia che non solo recidesse ma anche riuscisse a ricucire i rapporti tra le persone. Non si stancò mai di sottolineare l’importanza di promuovere i valori della convivenza civile e di portare in sé il segno di ciò che è altro rispetto al male commesso, distinguendo il peccato dal peccatore non stancandosi mai di ribadire come la dignità della persona debba essere prima di ogni cosa. Trent’anni fa l’inchiesta Mani Pulite scosse nelle fondamenta la società italiana e i suoi equilibri di potere. Nulla fu più come prima e molti suoi effetti sono ancora tra noi. Le conseguenze che l’esercizio del potere punitivo statuale provocò agli inizi degli anni Novanta e provoca ancora adesso nei destini degli individui che lo subiscono, è un elemento che tradisce alla radice il senso Costituzionale della pena. Una contraddizione non più conciliabile e mediabile tra il vecchio Codice penale (Codice a sbarre) ed i principi di risocializzazione voluti e affermati dalla Costituzione e dall’Ordinamento Penitenziario ma che mai sono stati organicamente normati dal nostro legislatore che ancora oggi si preoccupa di assecondare la piazza forcaiola omettendo di educare ad una effettiva legalità. Le parole che Gabriele Cagliari riserva ai suo familiari per spiegare il gesto estremo, sono la testimonianza lucida della condizione estrema in cui versa un individuo che, trovandosi esposto a gravi accuse penali, sente che il suo destino è già segnato irrimediabilmente, che ciò che ha da dire non interessa ad alcuno, che qualunque sua difesa sarebbe ignorata. Sente il peso dello “stigma” costituito dall’essere entrato in quel luogo estremo che è il carcere. Le parole di Cagliari esprimono il dramma di chi pensa di essere sottoposto ad un potere sciolto da ogni regola e capace di annientare chiunque desideri e si convince che l’unica resistenza possibile sia togliersi la vita per sottrarla all’arbitrio di chi può e vuole disporne a suo piacimento. Oggi difronte al persistere del dramma carcere, l’Arcivescovo di Milano, mons. Mario Delfini, in occasione della Festività di S. Ambrogio, nel Discorso alla città 2025 intitolato “Ma essa non cadde - La casa comune, responsabilità condivisa”, leva alto e dirompente un monito forte, quasi disperato, verso l’estrema condizione carceraria che vede il 73° suicidio del 2025 (un cinquantaquattrenne in attesa di giudizio nel carcere di Pistoia). Dopo aver denunciato l’intollerabile condizione delle carceri, segno di crollo della civiltà, quale “casa comune”, l’Arcivescovo invita a non essere complici e a “farsi avanti” assumendosi “la responsabilità di applicare la Costituzione della Repubblica e i regolamenti del carcere nella loro intenzione di recupero e reinserimento”. L’invito dell’Arcivescovo di Milano precede il Giubileo dei detenuti, che si celebra, dal 12 al 14 dicembre. Papa Francesco nella Bolla di indizione del Giubileo così si esprimeva il 9 maggio del 2024: “Propongo ai governi che si assumano iniziative che restituiscano speranza; forme di amnistia o di condono della pena volte ad aiutare le persone a recuperare fiducia in sé stesse e nella società”. In questi 18 mesi dalla promulgazione della Bolla pontificia, nulla è stato concretamente fatto dai governati, anzi: solo promesse vacue, proclami su soluzioni future capaci solo di allontanare le responsabilità ed appagare le coscienze. In carcere il sovraffollamento è ormai giunto a livelli insostenibili, addirittura più gravi di quello verificatosi nel 2010/2012 quando la CEDU condanno l’Italia nella nota Sentenza Torreggiani. Il degrado umano è tale da togliere la speranza non solo di chi sta in espiazione ma anche a quanti, agenti penitenziari ed educatori in primis, che il carcere lo vivono per dovere e lavoro, ma che sono costretti oggi a registrare e denunciare il fallimento di un sistema e di una politica incapace di attuare il dettato costituzionale , angosciata di inseguire il consenso con l’irreprensibile attuazione di un codice a sbarre illudendo ce la sicurezza si ottenga con la persecuzione ed il degrado della dignità di quanti hanno sbagliato, girando nel contempo lo sguardo altrove difronte ad errori ed inefficienza della giustizia cremata ad applicare regole e norme sempre più repressive a riprova di un potere incapace di governare i processi per questo rifugiato nell’effimero monito della certezza della pena. Intanto le carceri si sono trasformate in dormitori senza anima, riempiti all’inverosimile oltre ogni capacità, mostrando tutta la vetustà dell’incuria dove mancano servizi, dove le brande in ferro arrugginito ospitano acheri e cimici che si mangiano i malcapitati, le finestre portano infissi a brandelli, i servizi igienici vetusti mal odorano e le docce erogano acqua fredda, i termosifoni non funzionano e il freddo intirizzisce i detenuti nell’inverno freddo e umido. La Costituzione della Repubblica italiana è tradita nelle reali condizioni dei carcerati, nella formazione e trattamento del personale della Polizia penitenziaria. La Costituzione è smentita dall’accanimento progressivamente repressivo delle indicazioni normative. Sono impraticabili percorsi accessibili a tutti per il reinserimento dei colpevoli di reati nella convivenza sociale. Le condizioni di squallore, di degrado e di violenza non facilitano il riconoscimento del male compiuto. Piuttosto suscitano rabbia, risentimento, umiliazioni. Si può prevedere che persone così maltrattate in carcere saranno persone più pericolose fuori dal carcere: hanno imparato a odiare le istituzioni piuttosto che ad assumere la responsabilità di essere cittadini onesti. Il rimedio al sovraffollamento non potrà essere l’incremento della spesa di denaro pubblico per costruire altre prigioni. Una società che funziona in modo che la detenzione sia il modo più ovvio, condiviso e sbrigativo per sanzionare reati si rivela incapace di prevenire i reati, di esigere la riparazione dei danni e di porre le condizioni per recuperare persone alla legalità. Carceri colabrodo tra evasioni e sovraffollamento. Il Sindacato attacca: “Delmastro si dimetta” di Irene Famà La Stampa, 16 dicembre 2025 Negli ultimi 3 anni sono stati almeno 60 i detenuti fuggiti dalle carceri. Khan Nasir, pakistano di trentuno anni, avrebbe dovuto comparire ieri in tribunale per reati legati allo spaccio di droga. Dicono che sia “uno pericoloso” e il direttore del carcere di Trieste avrebbe chiesto di disporre “rigorosissime misure di sicurezza per impedirgli di evadere”. Eppure lui, l’altro giorno nel tardo pomeriggio, approfittando dell’ora d’aria, si è nascosto sotto un telone. Poi, atteso il momento giusto, ha scavalcato il muro di cinta del penitenziario, ha raggiunto un cantiere lì vicino ed è fuggito in strada. Le ricerche sono in corso, ma la storia di Nasir accende un faro sulla situazione delle carceri italiane. Con un sovraffollamento che si aggira intorno al 140% (con picchi anche del 400%) e con un personale sempre più ridotto. Problemi che hanno sfilacciato anche i rapporti tra molti sindacati della polizia penitenziaria e il ministero. E Aldo Di Giacomo, segretario generale del Spp, lo dice chiaro: “Dalle carceri italiane si fugge come se fosse un gioco di ragazzi, passiamo dalla drammaticità al ridicolo”. Chiede le dimissioni del sottosegretario al ministro della Giustizia Andrea Delmastro: “È lui il “deus ex machina” del sistema penitenziario eppure continua a far finta di nulla. Continua ad agire come se le evasioni, i suicidi, le aggressioni, le rivolte, non accadano”. Dal sindacato accendono un faro sulle evasioni, dicono che l’Italia “ha la media più alta in Europa” e snocciolano numeri. Undici le evasioni tra il 2021 e il 2022, sessanta circa tra il 2023 e il 2024. E ancora. Sessantasei i suicidi in cella, ad ottobre 2025. L’ultimo a Verona Montorio, dove un detenuto sulla cinquantina si è impiccato con le lenzuola. Accusato di maltrattamenti in figlia, tre giorni prima il Tribunale del Riesame aveva rigettato la sua richiesta di rilascio. Detenuti che si tolgono la vita perché non vedono speranza fuori dal carcere. E dietro le sbarre, racconta chi nei penitenziari ci lavora, comandano sempre di più gli esponenti della criminalità organizzata che riescono a gestire faccende di droga e non solo. Solo ieri, a Poggio Reale, è stato sequestrato dagli investigatori un chilo di stupefacente. “I penitenziari italiani stanno diventando terra di nessuno”, denunciano dai sindacati. E ricordano i tre omicidi avvenuti quest’anno nelle carceri. “Omicidi, capisce? Parliamo di omicidi”. L’ultimo è quello di Francesco Valeriano, quarantacinque anni, finito in coma dopo essere stato aggredito da altri detenuti a Rebibbia. Quattromila, invece, poliziotti finiti in ospedale per essere stati aggrediti durante delle rivolte. Il piano assunzioni del Ministero? “Non basta. Non compensa i pensionamenti. Per stroncare traffici di droga e telefonini e così sia servono almeno settemila agenti”. Di Giacomo insiste: “Delmastro si deve dimettere. Così non si negherà più la gravità della situazione e si potrà ridare dignità al nostro sistema penitenziario che è già considerato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, il peggiore d’Europa”. Dopo l’incendio a San Vittore, porte “aperte” in 10 carceri: gli architetti della Speranza di Pierluigi Panza Corriere della Sera, 16 dicembre 2025 Il progetto internazionale, ispirato all’anno giubilare, coinvolge otto istituti italiani e due portoghesi. Il debutto a San Vittore a Milano con l’architetto Michele De Lucchi: per ripartire dopo il cortocircuito che ha causato l’evacuazione di un intero reparto e il trasferimento di 250 persone detenute. Dieci porte da aprire in dieci carceri, otto in Italia e due in Portogallo. Progettate e realizzate da grandi architetti, artisti e designer, in dialogo con le persone detenute. E la prima porta, affidata all’architetto Michele De Lucchi, sarà “aperta” il 19 dicembre a Milano proprio davanti a San Vittore: nonostante il cortocircuito che sabato 13 ha provocato la chiusura di un intero reparto del carcere - quattro piani ora vuoti - e il trasferimento di 250 persone in una sola notte verso altre strutture del capoluogo e non solo. Un evento programmato ovviamente da tempo, quello dell’inaugurazione, e che appunto in seguito all’incendio di San Vittore si era temuto di dover rinviare: i rilievi dei Vigili del Fuoco erano in corso, non era facile valutare l’impatto del danno in poche ore. Ma alla fine, soprattutto dopo aver preso atto che le persone coinvolte erano rimaste tutte illese grazie alla tempestività della Polizia penitenziaria e di tutti gli operatori intervenuti, è prevalsa la linea del guardare avanti e ripartire. Più che mai dopo il Giubileo dei Detenuti celebrato domenica 14 da Leone XIV in Piazza San Pietro e in chiusura di questo anno giubilare inaugurato dal suo predecessore Francesco proprio aprendo una Porta santa dentro un carcere - prima volta nella storia - che allora fu quello di Rebibbia. Queste dieci si chiameranno Porte della Speranza, parola che ha guidato l’intero Giubileo e ora dà titolo al progetto internazionale che le unisce, promosso dalla Fondazione Pontificia del Dicastero per la Cultura e realizzato dal Comitato Giubileo con Rampello & Partners. Anche De Lucchi ha discusso il suo progetto per San Vittore con i detenuti in carcere: due quinte a formare una simbolica porta che si apre lasciando intravvedere la luce al di là. La superficie è in forma di bugnato sfaccettato ispirato a quello di Palazzo dei Diamanti di Ferrara (città natale dell’architetto). La Porta non distingue un dentro e un fuori, è un’architettura senza muro: “Le porte mi hanno sempre affascinato, non sono un semplice elemento architettonico - spiega De Lucchi - ma forma che racconta. Racchiudono l’idea del passaggio, dell’attesa, dell’inizio di un altrove. La Porta della Speranza non separa, non conduce, semplicemente è. Segna un luogo sospeso, aperto al possibile. Dichiarare che la trasformazione è accessibile significa riconoscere che ogni passaggio può aprire uno spazio di consapevolezza, attesa e rinascita”. Gli altri progettisti sono Gianni Dessì per Regina Coeli a Roma e Mimmo Paladino per Secondigliano a Napoli. La sezione femminile di Borgo San Nicola, a Lecce, avrà una porta disegnata da Fabio Novembre, e poi Stefano Boeri a Canton Mombello (Brescia), Mario Martone a Santa Maria Maggiore (Venezia), Massimo Bottura a Palermo, Ersilia Vaudo Scarpetta a Reggio Calabria. Tutti in dialogo con i detenuti e la comunità del carcere per lasciarsi ispirare. Le opere dovranno essere realizzate con materiali - metallo, pietra e legno - che evocano sacrificio, simboli della fede e possibilità di rigenerazione. “La Chiesa avverte come propria missione - spiega il cardinale José Tolentino de Mendonça, presidente della Fondazione e prefetto del Dicastero per la Cultura della Santa Sede - la responsabilità di andare incontro alle persone in situazioni di detenzione per annunciare loro il Vangelo della speranza. Non possiamo dimenticare né la popolazione carceraria né la realtà istituzionale che il carcere rappresenta. Anzi, vogliamo contribuire per svegliare la coscienza della nostra comune responsabilità di custodi della speranza”. Corsa ai testimonial del referendum sulla Giustizia: scrittori, religiosi e premi Nobel di Tommaso Labate Corriere della Sera, 16 dicembre 2025 Giustizia, i volti noti in campo: da Sallusti a Di Pietro per il Sì, da Ardone a Parisi per il No. Fosse una sfida a colpi di best seller, di qua ci sarebbe la saggistica e di là la narrativa. Di qua Alessandro Sallusti, autore con Luca Palamara di quel libro (Il sistema) che a quasi cinque anni dall’uscita rappresenta ancora un tomo fondamentale per chi si esercita sulla deriva correntizia delle toghe; di là Maurizio De Giovanni e Viola Ardone, che scalano le classifiche dei libri a ogni uscita dei loro romanzi. Qua e là sono rispettivamente i comitati per il Sì e per il No nella campagna del referendum sulla riforma della giustizia del governo di Giorgia Meloni, la madre di tutte le battaglie politiche di quel che rimane della legislatura. Comunque andrà a finire, il dopo non sarà più lo stesso. Ecco perché, in omaggio all’antica regola di Marco Pannella, che per i referendum faceva incetta di testimonial sapendo che in una sfida tra “sì” e “no” mostrano quell’efficacia che per esempio alle elezioni politiche non hanno, i comitati dei favorevoli e dei contrari alla riforma del ministro Nordio fanno incetta di frontwoman e frontman che macinino consensi nelle presenze televisive, sui giornali e facciano il pieno di like e interazioni sui social network. E così, se un garantista come Sallusti si troverà ad avere come compagno di strada un antico “nemico” (le virgolette ovviamente sono d’obbligo) come Antonio Di Pietro, ascritto suo malgrado a nume tutelare dei giustizialisti dall’epoca di Mani Pulite, gli oppositori alla riforma pescano nel mondo dell’accademia che si trova storicamente meglio sintonizzata col mondo della sinistra. Al comitato per il No che ha scelto per la presidenza il fisico Giovanni Bachelet (figlio del giurista Vittorio, assassinato dalle Brigate Rosse), lo stesso che schiera Rosy Bindi, si preparano ad accogliere tra i testimonial il premio Nobel per la fisica Giorgio Parisi. Del pacchetto di mischia dei volti noti - alla composizione dei comitati a cui stanno lavorando, su tutto il territorio nazionale, anche l’Anpi, le Acli e la Cgil - faranno parte padre Alex Zanotelli, Benedetta Tobagi, forse don Ciotti, di sicuro l’attore Massimiliano Gallo, da anni grande nome del cinema italiano che il pubblico generalista ha conosciuto grazie alla fiction dei Bastardi di Pizzofalcone (tratta dai libri di De Giovanni) e al ruolo da protagonista nella serie Vincenzo Malinconico, avvocato d’insuccesso. Si vocifera di un coinvolgimento nel medio periodo (la campagna è lunga) di personalità del mondo della musica che raramente si sono tirate indietro quando in gioco c’era un referendum, come Fiorella Mannoia. In campo, con un ruolo da prim’attore, anche Mitja Gialuz, ordinario di procedura penale a Genova nonché compagno di Debora Serracchiani, figura di primo piano del Pd ed ex vicepresidente del partito. Alla guida del comitato per il Sì promosso dai partiti della maggioranza ci sarà l’ex giudice costituzionale Nicolò Zanon, che l’altro giorno è stato ospite di Atreju. Tra i partecipanti alla kermesse di Fratelli d’Italia, anche un’altra testimonial del Sì: l’ex deputata del Partito democratico Anna Paola Concia, che per un periodo è stata assessore a Firenze nella giunta dell’allora sindaco Dario Nardella. Molti dei testimonial del Sì finora sono stati messi assieme dalla Fondazione Einaudi, la prima organizzazione a uscire dai blocchi nel fronte che sostiene la riforma della giustizia di Nordio. Tra questi, Raffaele Della Valle, già primo capogruppo alla Camera di Forza Italia e prima ancora difensore di Enzo Tortora; i politologi Ernesto Galli della Loggia e Sofia Ventura; i giornalisti Pierluigi Battista, Alessandro Barbano, Andrea Cangini, Flavia Fratello e Tiziana Maiolo, più Claudio Velardi, il direttore del Riformista con un passato molto remoto da braccio destro di Massimo D’Alema. Ma questa è la foto ai nastri di partenza di una gara lunghissima. Nel fronte del No sostengono che i grossi calibri, soprattutto dal mondo del cinema e della musica, si mostreranno solo strada facendo. E la strada è ancora lunghissima. Referendum, il fronte del No tentenna mentre la destra corre di Mario Di Vito Il Manifesto, 16 dicembre 2025 Bisogna sapersi coordinare. Cioè, bisogna mettersi d’accordo. Perché anche le buone intenzioni possono sortire effetti indesiderati. La questione del mini comitato “di sbarramento” per contrastare la volontà del governo di fissare la data del referendum sulla riforma della giustizia all’inizio di marzo resta aperta. I dieci volenterosi cittadini che, muniti di certificato elettorale, si recano in Cassazione per annunciare di voler raccogliere le firme per indire il referendum ci sarebbero - e questo costringerebbe il governo ad aspettare fino al 30 gennaio per fissare la data, che a quel punto slitterebbe ad aprile -, ma per muoversi sostengono di aver bisogno della concordia di tutti. E se molti sono d’accordo, il maggiore ostacolo al momento è quello rappresentato dalla Cgil, cioè il maggior soggetto sociale della Via Maestra, la costellazione di sigle e associazioni che soltanto il 10 gennaio lancerà la sua campagna per il No al referendum. E che fino ad allora preferirebbe non si muovesse nemmeno una foglia. Da qui la prudenza dei volenterosi cittadini di cui sopra. E anche di Rifondazione Comunista, l’unica forza politica sin qui che si è messa a disposizione per presentare in Cassazione un suo quesito referendario e contribuire così a rallentare la corsa del governo verso le urne, nella convinzione - diffusissima a destra - che il Sì abbia solo da perdere in una campagna di lunga durata. Le coordinate dell’assalto del resto sono molto semplici. La premier Giorgia Meloni, durante il suo comizio di chiusura ad Atreju, non le ha nascoste: “Votate per voi stessi e per il futuro della nazione. Votate perché non ci possa più essere una vergogna come quella di Garlasco”. In che modo la riforma possa contribuire a risolvere pasticci mediatico-giudiziari come il cold case dell’omicidio di Chiara Poggi non è dato sapere, ma il senso politico dell’uscita è evidente: votate contro i magistrati. Come slogan funziona, a patto che non ci sia il tempo di fare ragionamenti un filo più complessi. Da qui la volontà di votare il prima possibile. Alla faccia del tanto decantato “merito” del provvedimento, citatissimo per titoli ma mai approfondito davvero dai sostenitori della revisione costituzionale. E però, dall’altra parte, continua a registrarsi una certa inerzia. Sin qui, a parte qualche sporadica dichiarazione, soltanto l’Anm e il suo comitato si stanno effettivamente muovendo sul fronte del No. E, come detto e ridetto, parliamo di un soggetto che vuole rimanere solo e soltanto sul punto tecnico della riforma, evitando il più possibile di scendere sul piano della politica. Ancora sul piano dei professionisti del diritto, comunque, è di ieri la notizia della fondazione di un comitato di “Avvocati per il No”. Una pedina fondamentale per contrastare lo strapotere - solo mediatico - delle Camere penali e di altre più piccole associazioni forensi che fanno campagna per il Sì. “Non tutta l’avvocatura è favorevole alla riforma - scrive in una nota il presidente Franco Moretti - esistono avvocati che non sono disposti ad apporre la propria firma su una modifica della Costituzione che, sfruttando l’illusione di una giustizia più giusta, determinerà un’alterazione dell’equilibrio fra i poteri dello stato a vantaggio della politica e in danno delle persone”. Qualcosa di nuovo si muove anche dalle parti del Sì. Giovedì verrà fondato il comitato delle forze politiche di destra. Per la presidenza girano due nomi: l’ex giudice costituzionale Nicolò Zanon e l’avvocato Andrea Di Porto, consulente della Fininvest. Tra gli altri, parteciperanno all’impresa anche le consigliere laiche del Csm Isabella Bertolini e Claudia Eccher, l’ex presidente delle Camere penali di Roma Cesare Placanica e l’ex direttore del Giornale Alessandro Sallusti. Firenze. Sollicciano, diario dal carcere della vergogna di Andrea Vivaldi La Repubblica, 16 dicembre 2025 Tanti detenuti, pochi agenti, e tutto cade a pezzi. Si discute da anni del futuro del penitenziario fiorentino, senza decidere. La crisi più buia del sistema carcerario è dietro le sbarre di Firenze: il penitenziario di Sollicciano. Lì, tra celle fradice dove l’acqua piove sui diritti dei detenuti. Dove chi dorme nella brandina più alta spesso non può mettersi in ginocchio perché il soffitto è a un palmo dal naso, e le cimici infestano pareti e materassi. E mordono chi sconta la pena. Mentre il presidente del Senato Ignazio La Russa (grande amico dell’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno in cella a Rebibbia) avanza l’idea un improbabile decreto svuota-carceri gettando lo scompiglio nel campo della destra, che sulla proposta si divide, gli avvocati entrano ed escono dai varchi di Sollicciano con rassegnazione, citando ogni volta la Costituzione: “Le pene dovrebbero rieducare”. Difficile, quasi impossibile, per un complesso che fa i conti con problemi strutturali, sovraffollamento, carenze di personale. I numeri sono spietati: a metà 2024 gli atti di autolesionismo nel penitenziario erano passati, rispetto all’anno precedente, da 44 a 386 (+777 per cento). Ad essi si aggiungono 75 tentativi di suicidio. Un dramma che è proseguito nell’ultimo anno con suicidi, aggressioni, decessi sospetti. “La sofferenza qui va oltre la pena” ha detto Sergio Affronte, sostituto procuratore generale a Firenze. “È un carcere del quarto mondo”. In questo quadro non mancano le difficoltà per chi è chiamato ad essere la guida, visto anche il valzer di diversi direttori in pochi mesi, con le redini ora affidate a Valeria Vitrani. 3 gennaio 2025 Si impicca a 25 anni, aveva già provato a morire L’anno si apre con l’impiccagione di un detenuto egiziano di 25 anni. È da solo quando si toglie la vita, benché ci avesse già provato. Un gesto estremo pochi giorni dopo il suicidio di un ragazzo somalo di 28 anni, forse morto per un mix di farmaci e alcol, che sarebbe uscito di lì a pochi mesi. Per le condizioni del penitenziario, aveva fatto ricorso chiedendo di essere spostato. Ma non ha fatto in tempo a ricevere la risposta. 15 febbraio Un’altra vittima e il Comune protesta All’alba, un uomo di 39 anni, cittadino rumeno, s’impicca con un laccio rudimentale in un bagno. Era appena arrivato, trasferito da Siena, e attendeva il giudizio sulla sua pena. Il terzo suicidio in neppure due mesi. L’assessore comunale al welfare, Nicola Paulesu, parla di un penitenziario “in condizioni disumane e prive di dignità per i detenuti e chi vi lavora. Inaccettabile”. 29 marzo Insetti e mura fradice. I magistrati: chiudiamolo - Anche le toghe si schierano Magistratura democratica, componente dell’Anm, dopo un sopralluogo nel penitenziario, chiede “la chiusura degli spazi detentivi fino alla loro completa ristrutturazione (che dipende dal ministero, ndr). Non sono in condizione di rimanere aperti”. Il segretario della sezione toscana, Filippo Focardi, tratteggia una “situazione drammatica e in drastico peggioramento negli ultimi due anni. Molti detenuti, terminata la pena, saranno reimmessi senza interventi di rieducazione: qui sono impossibili”. All’appello si unisce l’associazione Antigone. Quello che hanno visto nell’istituto lascia senza parole: ai detenuti vengono dati spazzoloni nel disperato tentativo di levare un po’ della muffa che riempie le pareti delle celle. Alcuni corridoi sono pieni di acqua e i carcerati provano a toglierla a secchiate. Materassi pieni di cimici, uomini e donne pieni di morsi. Gas dei fornellini usato per uccidere gli insetti. I magistrati mandano una lettera a Regione, Comune e ministero. “Nessuno” scrivono “può consentire che una simile situazione si protragga ulteriormente”. Chi è entrato nel carcere dice che “risulta difficile esprimere l’orrore provato nel vedere le condizioni in cui lo Stato fa vivere persone che ricadono completamente sotto la sua responsabilità”. Aprile In poco tempo duecento cause - In un anno, da marzo 2024, circa duecento detenuti hanno presentato ricorsi, supportati dall’associazione Altro Diritto, lamentando trattamenti degradanti e inumani. Alcuni chiedono risarcimenti. Nelle settimane precedenti, il giudice Simone Silvestri (Magistratura democratica) aveva detto: “Una situazione come quella di Sollicciano non l’abbiamo trovata in altre carceri d’Italia. C’è un rischio esplosione in ogni momento”. 8 giugno Aggressioni e incendi dolosi - Due detenuti appiccano un incendio nella sezione accoglienza, forse dopo una lite degenerata per la mancanza di tabacco da fumare. Un agente finisce in ospedale per problemi respiratori, altri sono visitati per tosse e bruciori. Appena pochi giorni prima, l’ennesima aggressione a un poliziotto nel reparto maschile. 30 giugno Lancio di oggetti dalle finestre - Alcuni reclusi incendiano tessuti e oggetti, che poi lanciano dalle finestre. Prende fuoco un pergolato. Dalla struttura si alza una colonna di fumo nero. 4 luglio Perdere la vita nella cella-forno - La struttura ribolle. Un uomo di 57 anni, con problemi psichiatrici, detenuto in una delle stanze del carcere senza neppure un ventilatore, viene trovato morto per un malore. Già due anni prima erano esplose le proteste per il caldo (il termometro segnava oltre 40 gradi, ma non c’era ventilazione). Difficile anche dormire la notte nei letti a castello che quasi sfiorano il soffitto. 18 luglio L’acqua alle caviglie, all’opera con i secchi - Si allaga completamente il reparto Articolazione tutela salute mentale (Atsm), e come se non bastasse, non funzionano le docce. Secchi nelle celle, nei corridoi e nelle stanze sanitarie in entrambi i piani del reparto, sia in quello superiore dove ci sono le celle, sia in quello inferiore dove si svolgono le attività riabilitative. Per giorni i detenuti restano chiusi in cella, senza niente da fare e senza momenti di socialità. Agosto Manca il personale: pranzo e cena al mattino - Nella sezione femminile, a causa della scarsità di agenti accentuata dalle vacanze estive, le vaschette con la cena sono lasciate nelle celle già la mattina. E restano lì tutto il giorno, senza frigoriferi né forni: non c’è nessuno che possa consegnarle all’ora giusta. 7 settembre “Elena vi saluta”: è il terzo suicidio - All’alba si toglie la vita una ragazza di 26 anni, condannata in primo grado a quattro anni e otto mesi. Sul muro della cella la scritta “Elena vi saluta”. Il suo avvocato, Luca Maggiora, stava per presentare l’istanza per farla trasferire ai domiciliari. “Le persone in carcere muoiono inascoltate e abbandonate” dice Maggiora. “È il fallimento di una società che non sa riconoscere i valori della giustizia, che predica solidarietà ma emargina gli ultimi”. Solo il giorno prima alcune recluse avevano appiccato un incendio: intossicati in otto. 30 ottobre Troppa gente, impossibile lavorare - Il sovraffollamento è cronico. Il 30 ottobre, con 502 posti disponibili, ci sono 558 detenuti, di cui 360 stranieri: la percentuale più alta d’Italia. Il ministero ha da tempo avviato alcuni interventi di ristrutturazione: sono stati rifatti, ad esempio, gli impianti elettrici, e sono stati bonificati i locali interrati. Ma le complicazioni non mancano: i lavori per la videosorveglianza, emerge a ottobre da una risposta del ministero al presidente della commissione controllo di Palazzo Vecchio, si sono interrotti a luglio per “l’impossibilità di sfollare anche solo parzialmente i reparti detentivi”. Insomma, i detenuti sono così numerosi, che è impossibile montare le telecamere. Ottobre Un solo uomo in più: la beffa dei rinforzi - I sindacati di polizia invocano nuovi arrivi. Dal ministero annunciano 76 agenti in più. Ma per la Uilpa Toscana è una beffa: 61 dei dipendenti già presenti sono destinati a spostarsi a breve e altri 14 andranno in pensione entro marzo. Di fatto, spiega il sindacato, sarà assunto solo un giovane in più. Sperando che non dia le dimissioni, viste le condizioni in cui si lavora. È capitato anche che un agente si sia dimesso il suo primo giorno di servizio. I poliziotti, denuncia il segretario generale della Uil Pa Toscana, Eleuterio Grieco, hanno ormai accumulato migliaia di ore di straordinari e giorni di ferie da smaltire. 25 novembre Salta l’acqua calda e scende il gelo - Martedì 25, circa settanta detenuti si rifiutano di entrare nelle celle a causa della mancanza di acqua calda. I reclusi hanno chiesto la presenza del comandante e della direttrice della struttura perché si rendano conto della situazione. Dicembre Ancora pioggia, ancora secchi - Le piogge autunnali bagnano di nuovo chi vive a Sollicciano. “Piove sui detenuti provati dalla sofferenza. Piove sugli agenti di polizia penitenziaria che si organizzano con i secchi per raccogliere l’acqua piovana” denuncia Stefano Cecconi, vicepresidente dell’associazione di volontari Pantagruel. “Intanto fuori si discute di progetti e di promesse”. Brescia. A Canton Mombello 214% di sovraffollamento (e neppure un bidet) di Mario Pari Brescia Oggi, 16 dicembre 2025 La Casa circondariale cittadina è quarta nella graduatoria nazionale: 389 detenuti ospitati a fronte di 182 posti. Anche a Verziano la quota è molto elevata. Non c’è un solo bidet. I 389 detenuti del Nerio Fischione, storicamente noto come Canton Mombello, a fronte dei 389 detenuti che ospita non può contare su un bidet. Dettagli? Allora perché a Bollate considerato uno degli istituti di pena più moderni d’Italia i bidet di cui si può disporre sono 707 per 1604 detenuti? Sono risultati a cui perviene lo studio di “Ristretti Orizzonti” sulla base dei dati del Ministero della Giustizia al 13 dicembre scorso. Il tema fondamentale dello studio è quello del sovraffollamento carcerario toccando però come si è visto anche la questione dei servizi e, in aggiunta quegli degli organici. Il tasso di affollamento nazionale è del 137, 56 % con un totale di 63.545 detenuti, 51.276 posti regolamentari e 46.195 posti disponibili. Quelli non disponibili sono quindi 5.081. Ma quando si arriva a Brescia, ormai storicamente nella triste lista delle carceri più affollate d’Italia, la situazione si fa ancora più pesante. La casa circondariale cittadina è al quarto posto nazionale per sovraffollamento, dietro Lucca, Vigevano e Foggia, con una percentuale, nel caso del Nerio Fischione del 214 % di detenuti presenti rispetto a quanto stabilito dalla capienza. In sostanza, l’istituto di pena potrebbe ospitare 182 detenuti, ma sono in tutto 389, più del doppio. Sempre per quanto riguarda Canton Mombello è di 0.54 il numero di poliziotti penitenziari per persona e di 4.27 di persone per doccia (in totale 91) di 3.89 persone per servizio igienico con porta e altrettante con “luce autonoma”. Oltre ai bidet non c’è alcun servizio per portatori di handicap. Sempre sulla base dello studio sono quattro le sale colloqui, tutte conformi alle norme, mentre non c’è uno spazio verde. Una, la ludoteca. I detenuti possono avvalersi di una biblioteca, un’officina, una palestra, un laboratorio e un teatro, oltre a cinque aule e un locale di culto. Diversi i corsi di formazione lavoro svolti fino al 2024. In 25 hanno partecipato al corso teatrale e altrettanti allo spettacolo “terza branda” organizzati dal garante dei detenuti. Grande successo del torneo di calcetto Uisp in cui hanno giocato 64 partecipanti. Ma piacciano anche il gruppo lettura dei volontari del carcere, il gruppo “Trasgressione” e “Mindfulnes” del Sert di Brescia. Non mancano le attività religiose: 10 i partecipanti al catechismo, proposto dal cappellano, mentre sono 70 quanti seguono l’imam del centro culturale islamico di Brescia nella preghiera in programma al venerdì. Diversa la situazione di Verziano, l’altro istituto di pena ma anche il sovraffollamento è presente in percentuale del 177%. I posti disponibili sono 71 e il totale dei detenuti 126. Gli effettivi della polizia penitenziaria previsti sono 95, quelli attualmente presenti 75. Nelle 71 stanze di detenzione sono presenti altrettante docce, servizi igienici con porta e prese elettriche. C’è com’è altrettanto noto un’area verde, oltre a una ludoteca, un campo sportivo, un laboratorio, una palestra, un’officina, una biblioteca, cinque aule un locale di culto. Per la “formazione lavoro” si è tenuto un corso per la preparazione al mestiere di calzolaio, da parte di “Vincenzo Foppa scs onlus”, mentre i percorsi di istruzione di secondo livello hanno riguardato e riguardano la moda e i geometri. Le attività lavorative riguardano il settore delle pulizie e quello della pasticceria. In 23 hanno partecipato all’attività teatrale “fragili legami” e un successo significativo hanno raccolto anche le iniziative di carattere sportivo, culturali e religiose. Asti. Convegno: “Oltre le mura”, il carcere a misura d’uomo e di futuro di Domenico Coviello lavocediasti.it, 16 dicembre 2025 Convegno con vescovo, assessore, garante dei detenuti e direttrice del penitenziario. In occasione della giornata odierna, in cui cade il Giubileo dei detenuti, riceviamo e volentieri pubblichiamo un articolo a firma di un volontario dell’associazione Effatà, che opera quotidianamente presso la casa di reclusione di Asti. “Come si fa a diventare genitore? Come posso gestire una relazione di fiducia con mio figlio se sono in carcere? In che modo smettere di dirgli ‘bugie bianche’, cioè che papà, o mamma, reclusi, non sono mai a casa perché ‘lavorano all’estero’?”. Le domande portate da un ex detenuto e la condizione di vita dei bambini e ragazzi che vivono la detenzione del padre o della madre sono i temi su cui si è focalizzato il convegno “Oltre le mura 2025. Carcere, genitorialità e attività trattamentali: progetti e prospettive”, svoltosi al CPIA di Asti, giovedì 11 dicembre. Un appuntamento affollato da tante persone, giunto alla sua seconda edizione annuale, che è servito a mantenere vivo il dialogo fra carcere e comunità locale. E così ad alimentare la speranza nell’anno del Giubileo voluto da papa Francesco, portando ‘oltre le mura’ il racconto dell’impegno trattamentale nella Casa di Reclusione di Asti a Quarto Inferiore. “Ricordiamoci che siamo qui e operiamo nel carcere e sul territorio per contribuire all’attuazione dell’articolo 27 della Costituzione e parlare di dignità e umanità della pena vuol dire parlare di questo” ha sottolineato il Garante dei Diritti delle persone private della libertà personale del comune di Asti, Domenico Massano, organizzatore dell’evento e moderatore del dibattito, al quale hanno partecipato anche i Garanti Pietro Oddo di Vercelli, Silvia Coscia di Alessandria, Emilio de Vitto di Alba e la Garante regionale Monica Formaiano. Al suo terzo comma, infatti, l’articolo 27 recita: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Un imperativo declinato nella legge sull’ordinamento penitenziario (L. 354 del 1975) di cui quest’anno ricorre il cinquantenario. Un imperativo quanto mai urgente oggi, a fine 2025, un anno in cui, ha ricordato Massano, sono già 74 i morti per suicidio dietro le sbarre in Italia (numero tragicamente aumentato di altre 3 persone nelle ultime 24 ore), a cui si aggiungono 3 agenti della penitenziaria e 2 funzionari fra cui un educatore. Per non parlare del fatto che nel nostro Paese, stando ai dati dell’Istituto Superiore di Sanità, si verificano mediamente 0,59 casi di suicidio ogni 10mila cittadini, mentre all’interno delle carceri se ne verificano 14,80 ogni 10mila detenuti. Il convegno è stato allestito dal gruppo di lavoro sulle tematiche carcerarie coordinato dal Garante, con la partecipazione di Effatà OdV, CPIA 1 Asti, Consorzio COALA, La Strada scs, Agar Teatro, ACLI Asti, CSVAA, Pastorale sociale e del lavoro, Fondazione Casa di Carità Arti e Mestieri, Biblioteca Astense Giorgio Faletti, IIS Penna, Fuoriluogo. Associazioni, cooperative, enti e istituzioni il cui lavoro in rete assume un particolare valore come è stato sottolineato dal dirigente del CPIA, Davide Bosso, che per il secondo anno ha dato ospitalità al convegno, e dall’Assessore ai Servizi Sociali del Comune, Eleonora Zollo, che hanno portato la propria voce all’incontro dell’11 dicembre. “I detenuti sono la prima categoria di persone che papa Francesco ha citato nella bolla di indizione del Giubileo della Speranza - ha sottolineato il Vescovo di Asti Marco Prastaro - misericordia e giustizia devono andare insieme: non esiste l’una senza l’altra”. Quello che si fa all’interno delle mura del carcere di Asti, ha quindi spiegato la Direttrice della Casa di Reclusione, Giuseppina Piscioneri, “è un lavoro silenzioso, che c’è ogni giorno nell’istituto, e di cui occorre il riconoscimento. Per il lavoro che faccio serve equilibrio. Al fine di contemperare le esigenze di tutela della cittadinanza e di recupero dei detenuti. La sicurezza sta, infatti, anche nella speranza di un futuro reinserimento sociale del detenuto”. Da parte sua la vicecomandante della polizia penitenziaria di Asti, il Commissario Sefora Maria Marzano, ricordando che oggi sono 230 i detenuti nell’istituto di Quarto, e come il lavoro della Polizia Penitenziaria sia particolarmente complesso nella necessità di tenere insieme impegno trattamentale ed istanze di sicurezza anche in relazione ad un recente ulteriore irrigidimento delle direttive. Un impegno in cui le varie attività trattamentali, soprattutto il lavoro, rivestono particolare importanza ed in cui è di gran valore la collaborazione con le diverse realtà che operano nel carcere. E non è un caso, allora, come Marzano abbia voluto sottolineare in particolare che “i volontari ci danno una grandissima mano” anche col semplice gesto di “procurare un paio di scarpe a detenuti che ne hanno bisogno”. Del resto “Despondere spem munus nostrum” (garantire la speranza è il nostro compito) è il motto stesso, ha ricordato Domenico Massano, della polizia penitenziaria. In collaborazione con la quale lavorano i volontari dell’Associazione Effatà, che da anni gestiscono, tra le tante cose, il progetto editoriale interno al carcere, Gazzetta Dentro, e gli appartamenti esterni in cui i detenuti e le loro famiglie hanno possibilità di essere accolti, tutelando anche i legami famigliari. Le attività sono portate avanti soprattutto in collaborazione con la capo area Monica Olivero e le educatrici dell’Area Trattamentale della Casa di Reclusione, ha sottolineato Daniela Borsa, una delle ‘colonne’ dell’Associazione fondata ad Asti da Tecla Fornaca trent’anni fa. “I detenuti hanno bisogno di un percorso sulla genitorialità - ha affermato Borsa - Spesso pensano a fare regali ai figli ma invece occorre portare riflessione e dialogo, per favorire un cambiamento di vita” nel padre detenuto con figli minori. Il tema della genitorialità dei carcerati, dibattuto nel corso del convegno al CPIA, ha portato a riflettere sulla necessità di “credere nei detenuti, perché è così che potranno cambiare”, ha spiegato Beppe Passarino, veterano di Effatà, nel raccontare il progetto ‘Anche cose belle’ che in questi anni ha valorizzato all’esterno del carcere le produzioni artigianali e artistiche di diversi reclusi. Un nutrire fiducia in sé stessi nasce anche dai percorsi di formazione che in molti frequentano con successo, come hanno sottolineato le docenti del CPIA Paola Piglia e Michela Concetti, ed il direttore dell’IIS Penna Giorgio Marino, e che ha portato non pochi di loro a frequentare i corsi di Operatore del verde, Tecniche di produzione alimentare e Tecniche di produzione del miele che la Casa di Carità Arti e Mestieri di Asti ha proposto all’interno delle mura carcerarie, come ha ricordato la presidente Claudia Boetti. E che si alimenta soprattutto con opportunità lavorative che dovrebbero essere implementate e che, come ha raccontato Davide Gioda della Cooperativa La Strada che dà lavoro a diverse persone detenute, negli ultimi mesi hanno proiettato l’aglio del tenimento agricolo del carcere di Quarto al Bagna Cauda Day 2025, mentre il pomodoro cerrato è sbarcato direttamente nei supermercati di Londra. Ma c’è di più perché, ha sottolineato Luca Di Giandomenico del Consorzio COALA (che gestisce lo Sportello Lavoro in Carcere), ha avuto successo anche un corso particolare: quello di Peer Supporter, ossia un ciclo di lezioni su come un detenuto possa aiutare e sostenere uno o più compagni in difficoltà in cella o in sezione divenendone un punto di riferimento. E mentre la direttrice della Biblioteca Astense Giorgio Faletti, Alessia Conti, ha lodato la biblioteca della Casa di Reclusione (4mila volumi), al cui riordino e catalogazione lavorano i detenuti, perché oggi dobbiamo coltivare “il tempo delle parole che curano”, il direttore del Centro Servizi Volontariato Asti Alessandria, Francesco Marzo e Carlo Picchio, hanno illustrato con Roberta Portoghese della Cooperativa Il Margine di Torino il progetto ‘Liberi Legami’ tornando a far convergere l’attenzione sul tema della genitorialità in carcere. Da due anni ‘Liberi Legami’ mette in rete 11 delle 13 carceri piemontesi e 15 fra associazioni e partner istituzionali. Gli obiettivi? Cura del tema genitorialità; sostegno alle famiglie con allestimento di luoghi adatti ai bambini dei detenuti in visita ai genitori; sostegno alle mamme recluse con figli, le quali scontano la pena alternativa in case protette; sensibilizzazione nelle scuole superiori affinché si parli del tema dei genitori carcerati degli studenti; Gruppi di Parola per genitori detenuti; lo Spazio Giallo: il momento in cui gli educatori si affiancano ai bambini in visita al carcere per prepararli a vedere il papà o la mamma reclusi. Il tutto senza dimenticare, ha sottolineato Giovanni Mercurio, vicepresidente di Istituto Cooperazione Sviluppo (ICS) di Alessandria, che “ci sono anche i figli degli agenti di polizia penitenziaria: anche per loro non è facile perché il papà o la mamma vanno a ‘chiudersi’ oltre quelle mura, sia pure per lavoro”. Di certo per favorire una genitorialità responsabile dietro le sbarre di un carcere serve “aprire varchi, favorire relazioni nuove non giudicanti, più gentili e consapevoli, attraverso parole che curano: una comunicazione non violenta”, è la convinzione di Laura Cornarino, psicoterapeuta e socia della Cooperativa la Strada di Asti. Così come occorre supportare il Servizio Affidi del Comune, che supporta le famiglie affidatarie, le quali svolgono un lavoro importante e difficile. Perché “quando i genitori stanno bene, è così anche per i figli”. Ed è proprio ascoltando la drammatica storia del figlio 14enne di un detenuto suicida che al carcere di Saluzzo è nato da anni il Progetto Genitorialità, come ha spiegato Grazia Isoardi dell’Associazione di formazione e produzione teatrale Voci Erranti che ha presentato il libro illustrato “Il Bosco Buonanotte”, scritto e realizzato insieme ai padri detenuti della Casa di Reclusione di Saluzzo. Isoardi ha introdotto la testimonianza in diretta video, al convegno, di Tom Sing, richiamata all’inizio di questo articolo, secondo il quale “diventare carcerato mi ha costretto a tirare fuori talenti che non sapevo di avere”. Talenti a volte anche di scrittura, teatrali, attoriali e autoriali, come quelli che ha sviluppato negli anni il detenuto Michele ad Asti. Questo può accadere perché, ha chiosato Mario Li Santi di Agar Teatro, “noi in carcere facciamo un teatro che non è finzione ma luogo di verità”. Una verità dentro di sé e verso l’esterno. Oltre le mura. Per rinascere dopo aver sbagliato, anche da dietro le sbarre. Ferrara. Diritto allo studio. Si rinnova il patto con Unife: “Sempre più detenuti-universitari” di Emily Mirelli Il Resto del Carlino, 16 dicembre 2025 Sono venticinque, iscritti a tredici diversi corsi di laurea. La rettrice: “La conoscenza offre opportunità”. Crescono i servizi e l’offerta formativa: biblioteca, computer e finanziamenti per i più meritevoli. Le firme della rettrice di Unife Laura Ramaciotti e di Maria Martone, direttrice del carcere dell’Arginone, rinnovano e confermano il grande impegno per garantire il diritto allo studio ai detenuti. Questa convenzione, esistente dal 2015, ha visto un aumento significativo (quasi il 70%) degli studenti detenuti che hanno deciso di intraprendere un percorso formativo. Si è passati da 15 a 25 unità, distribuiti in ben tredici diversi corsi di laurea. “Il rinnovo di questa convenzione - ha dichiarato a margine della firma la rettrice Ramaciotti - è la conferma di quello in cui il nostro ateneo crede da sempre, ovvero che il diritto allo studio non conosca barriere e che la formazione sia uno strumento che porta alla realizzazione personale, oltre ad offrire opportunità concrete”. Infatti, negli ultimi anni il polo universitario penitenziario ha continuato a crescere e a migliorarsi in tutti i suoi servizi, quindi arricchendo l’offerta formativa, offrendo agli studenti detenuti libri, computer e cinque eReader, spazi per lo studio individuale e anche borse di studio per i più meritevoli. A ciò si aggiunte il gruppo di tutor che accompagna i ragazzi durante il loro percorso accademico, che nel biennio 2024/2025, hanno totalizzato 920 ore di tutorato. Inoltre, è stata istituita anche una biblioteca universitaria all’interno del carcere, che offre gli strumenti necessari per la preparazione degli esami. Oltre alla biblioteca, sono state create tre sale per lo studio, anche attraverso la donazione di mobili da parte dell’università. “Noi, garantiamo il massimo impegno per la continuità del progetto - aggiunge la direttrice Martone -. È importante fare in modo che il carcere non sia solamente considerato come una punizione, ma anche come una seconda possibilità nella vita. Credo infatti che i pregiudizi nei confronti dei detenuti non debbano scoraggiarli nell’intraprendere la strada per ottenere una laurea”. “La firma di questa convenzione garantisce il rispetto del diritto allo studio anche per i detenuti - afferma Giancarlo Monina, presidente della Conferenza nazionale dei delegati dei rettori per i poli universitari penitenziari -. Infatti, i poli universitari penitenziari sono importanti anche per educare all’autonomia di pensiero e d’azione, necessari per un reinserimento sociale a fine della pena”. In seguito, Stefania Carnevale, delegata al polo universitario penitenziario e ai rapporti istituzionali con l’amministrazione penitenziaria si sofferma su alcuni aspetti. “Siamo entusiasti dei progressi fatti finora - chiarisce -. Pensiamo che sia stato cruciale anche il sostegno di Ergo , che quest’anno ha distribuito sedici borse di studio agli studenti più meritevoli”. Monica Lodi, dirigente del servizio accessibilità ai benefici di Er.go e Patrizia Pasini, funzionaria del servizio di accessibilità ai benefici Er.go concludono con una riflessione: “Siamo orgogliosi della collaborazione con Unife. Ergo interverrà con un contributo economico, aiutando i detenuti anche nella ricerca di lavoro e alloggio alla fine della loro pena”. Lodi. Messaggi dei parenti trasmessi alla radio per far sentire meno soli i detenuti a Natale di Alex Corlazzoli Il Fatto Quotidiano, 16 dicembre 2025 L’iniziativa di Radio Popolare torna come ogni anno per il 25 dicembre. Ma per permettere di far sentire gli auguri a chi si trova in carcere, si cercano almeno trenta radio. “Cercansi radioline a pile portatili per far sentire meno soli i detenuti nel giorno di Natale”. A lanciare l’appello sono i volontari della Casa circondariale di Lodi che anche quest’anno con “Radio Popolare” hanno organizzato - grazie alla collaborazione della direttrice Anna Laura Confuorto, degli educatori dell’area trattamentale e degli agenti di polizia penitenziaria - uno scambio di auguri in diretta tra i parenti, gli amici e chi si trova dietro le sbarre. Il 25 dicembre dalle 9 alle 10,30 su Radio Popolare (canale Fm 107.6) verranno trasmessi i messaggi di auguri di alcune persone detenute nel carcere di Lodi, ma anche Rebibbia e Bollate: così amici e familiari potranno fare gli auguri ai propri cari intervenendo in diretta telefonica. Un’idea che può essere attuata solo con il contributo di chi vorrà rendere concreto questo progetto aiutando i volontari a trovare (entro il 22 dicembre) le radioline necessarie ai detenuti per ascoltare le frequenze di “Radio Popolare”. “In carcere attualmente ci sono un’ottantina di persone e una trentina di celle. Abbiamo bisogno - spiegano i volontari - di donare loro almeno trenta radio che devono essere senza Usb e cavo ma solo con pile. Uno di questi oggetti costa meno di una pizza ma può rendere felice chi quel giorno non potrà stare con i propri cari”. Chi è di Lodi può portare i doni all’Arci Ghezzi in via Maddalena 39, 26900 Lodi entro il 22 dicembre. E si può contribuire da qualsiasi parte d’Italia inviando (sempre all’Arci Ghezzi) - con un clik qui o su altre piattaforme di vendita online - il dono. In questi giorni i volontari stanno registrando i messaggi di auguri dei detenuti in diverse carceri italiane che verranno trasmessi proprio giovedì 25 a “Radio Popolare” nella mattinata con l’aiuto di Claudio Agostoni: chi è a casa, chi desidera essere vicino alle persone che si trovano in carcere potrà intervenire in diretta chiamando allo 0233001001 oppure scrivendo una mail a diretta@popolarenetwork.it o un sms al 331.6214013. In questi giorni proprio a Lodi, intanto, il mondo del volontariato si è mosso per far vivere le festività anche a chi si trova nella casa circondariale: l’azienda “L’Erbolario” donerà ai carcerati e agli agenti di polizia penitenziaria dei prodotti mentre dall’Auser di Pianengo (Cremona) arriveranno oltre ottanta libri che i volontari hanno raccolto per poter fare il loro augurio a ciascun detenuto. “A seguito di un incontro sul tema carcere - spiega la presidente Iside Iride - il nostro centro “Al Mirabel” non è rimasto con le mani in mano, ma ha voluto dare un segnale concreto della vicinanza della società civile a chi si trova in carcere proprio nel rispetto dell’articolo 27 della Costituzione che mira alla rieducazione. Anche un libro può aiutare”. Napoli. Detenute e detenuti tra i 10 mila atleti della Half Marathon di Donato Martucci Corriere del Mezzogiorno, 16 dicembre 2025 La corsa dei record e dell’inclusione. La Coelmo Napoli City Half Marathon, ormai punto di riferimento dei podisti di tutto il mondo, apre le sue porte ai detenuti del Centro Penitenziario Pasquale Mandato di Secondigliano a Napoli. La gara, dove sono attesi 10.000 partecipanti con 3.000 atleti stranieri in rappresentanza al momento di 101 nazioni, sarà l’occasione per un percorso concreto di reinserimento sociale. Il progetto è stato presentato ieri presso l’istituto di pena a Nord di Napoli e si chiama “We Run Again”, ovvero letteralmente “Noi corriamo ancora”, oppure in questo caso è “Riproviamoci”. Con una nuova occasione. Napoli Running, la società che organizza la mezza maratona partenopea, infatti, ha messo a disposizione risorse tecniche per creare e condividere i programmi di allenamento con l’obiettivo di far partecipare diversi detenuti alla prossima edizione che si disputerà domenica 22 febbraio. Un lavoro di concerto con le forze dell’Istituto Penitenziario e i Funzionari Giuridico-Pedagogici, gli educatori, che hanno individuato i candidati a partecipare al progetto in alcuni i detenuti che attualmente godono di una condizione di semilibertà e, durante il giorno, sono impiegati in normali attività lavorative all’esterno della casa circondariale e vi fanno rientro per pernottare. I piani di allenamento saranno preparati dai tecnici dell’ASD Napoli Running in base alla scelta dei detenuti in quale manifestazione si cimenteranno, al livello personale di preparazione atletica e alla volontà di correre in squadra o da singoli. L’obiettivo è quello di far partecipare almeno dieci detenuti a cinque staffette ed altrettanti alla gara principale, la mezza maratona Fidal. Un’attenzione ulteriore è stata riservata alle detenute madri per le quali il progetto prevede la partecipazione alla Family Run&Friends di sabato 21 febbraio, in compagnia della propria famiglia: un messaggio potente e che riserverà emozioni. Gianfranco Marcello, nuovo direttore della casa Circondariale di Secondigliano insediatosi da meno da un mese, ha spiegato: “Credo che lo sport abbia un potere terapeutico, la nostra istituzione è chiusa e dobbiamo trovare il modo di aprirci alla città e al territorio per adempiere ai nostri compiti di reintegro. Questa iniziativa è importante per la sua natura di grande inclusione, da questa esperienza i detenuti imparano che c’è posto per tutti, che non è necessario vincere ma la vera vittoria è nella partecipazione, nella condivisione, nella crescita e raggiungimento di un obiettivo, in un clima in cui non sussiste pressione per il risultato”. Carlo Capalbo, presidente di Napoli Running, ha aggiunto: “La gara detiene i primati italiani maschile e femminile di mezza maratona. Centrare questo obiettivo ha qualificato l’evento per la sua velocità e la capacità di attrarre grandi campioni. Vogliamo dare ai detenuti della Casa Circondariale di Secondigliano la possibilità di inserire un obiettivo, di pianificare un traguardo sportivo con la volontà di trasformarlo in un’occasione di luce, speranza, disciplina e cambiamento”. E ancora: “Ci sarà anche un seminario motivazionale, ringrazio le figure tecniche e professionali che hanno permesso di promuovere questo progetto”. Infine Francesca Merenda, coordinatrice Regione Campania di Sport e Salute ha sottolineato che “è un’iniziativa che incarna pienamente i valori dello sport come strumento di inclusione, rigenerazione e nuova opportunità. Il coinvolgimento dei detenuti del carcere di Secondigliano rappresenta un segnale concreto di quanto lo sport possa restituire dignità, fiducia e un nuovo senso di appartenenza”. Foggia. Musica e cultura nella sezione femminile del carcere foggiacittaaperta.it, 16 dicembre 2025 Una intensa performance di arte e musica che ha coinvolto le donne detenute in un percorso emotivo e culturale di profondo valore umano. È quella che si è svolta nel pomeriggio di ieri, 15 dicembre, nella sezione femminile della Casa circondariale di Foggia. L’incontro, introdotto da una intensa presentazione a cura di Denise Sabino, ha visto l’esibizione della violinista Milena de Magistris e la performance canora di Patrizia de Magistris, dando vita a un momento di autentica condivisione, in cui la musica si è fatta linguaggio di ascolto, relazione e benessere interiore. Ad aprire l’iniziativa sono stati i saluti del direttore della Casa circondariale di Foggia, Michele De Nichilo, che ha sottolineato come l’ascolto del suono di un violino non rappresenti un’esperienza ordinaria nella quotidianità, tanto più in quella carceraria. Il direttore ha evidenziato “il valore della musica non solo come occasione di svago, ma come strumento capace di accompagnare, accogliere e dare voce alle emozioni”. Nel corso della performance sono stati proposti brani noti e fortemente coinvolgenti: dalle danze ungheresi a “Parlami d’amore Mariù” e “What a Wonderful World”, che hanno favorito una partecipazione corale delle donne detenute. Il programma ha incluso anche opere dell’Ottocento, brani di tango e celebri colonne sonore cinematografiche, creando un viaggio musicale ricco di suggestioni. Il pomeriggio si è concluso con la lettura del testo “Un cuore di vetro fino”, scritto da Patrizia de Magistris, seguita da una intensa esecuzione dell’”Ave Maria” di Schubert, che ha regalato alle presenti un momento di profonda emozione e raccoglimento. L’iniziativa è stata organizzata dal CSV Foggia - Centro di Servizio per il Volontariato e ha visto la partecipazione della responsabile della promozione del volontariato penitenziario Annalisa Graziano, delle operatrici Vania Caso e Marilena Lombardi e dello storico volontario del carcere di Foggia Luigi Talienti. “Un sentito ringraziamento - sottolineano gli organizzatori - va al direttore della Casa circondariale, all’Area Educativa, al comandante Claudio Ronci e alla polizia penitenziaria per la disponibilità dimostrata e per l’attenzione riservata alle proposte di arricchimento culturale. Un abbraccio speciale va alle sorelle de Magistris e a Denise Sabino per aver accompagnato le donne detenute in un autentico viaggio di emozioni, proseguendo il percorso dell’amato papà e nonno, il maestro Giovanni de Magistris. Un pomeriggio di volontariato che difficilmente potrà essere dimenticato”. Le donne detenute hanno accolto l’iniziativa con grande entusiasmo, ringraziando calorosamente per il dono di questa performance, vissuta come un prezioso regalo natalizio, capace di lasciare un segno profondo. Monza. Fedez ed Emis Killa a confronto con i detenuti: scelte, rap e responsabilità di Margherita Abis La Repubblica, 16 dicembre 2025 I due artisti hanno ascoltato i brani inediti realizzati dai detenuti, dando riscontri e suggerimenti tecnici. Fedez ed Emis Killa entrano nel carcere di Monza per parlare di scelte, responsabilità e percorsi personali che a un certo punto prendono una direzione difficile da raddrizzare. A fare da filo conduttore è la musica, usata non come spettacolo ma come strumento di confronto, all’interno di Free For Music, il progetto promosso da Orangle Records e seguito sul piano socio-educativo da Paolo Piffer, educatore e consigliere comunale. Venerdì, nella Casa circondariale Sanquirico, l’incontro si è svolto lontano da qualsiasi formula da evento. Solo un dialogo lungo, durato oltre un’ora e mezza, con circa ottanta detenuti, che hanno incalzato i due rapper su temi che in carcere assumono un peso concreto: il tempo che si dilata, le scelte fatte in pochi istanti e le responsabilità che restano anche quando la libertà viene meno. Era la seconda tappa di un progetto iniziato il mese scorso con Lazza ed Emis Killa. In questo secondo incontro a tornare in carcere è stato Emis Killa, questa volta insieme a Fedez. Il discorso è tornato più volte proprio su cosa significhi essere liberi. Emis Killa ha parlato della distanza tra l’idea astratta di libertà e la possibilità reale di costruirsi un equilibrio, mentre Fedez ha spostato l’attenzione sulle gabbie interiori, quelle che continuano a esistere anche fuori dal carcere. Più che le frasi fatte, hanno contato le domande dei detenuti, che hanno riportato il confronto su esperienze personali, legami familiari fragili e sulla paura del rientro nella società. Ampio spazio è stato dedicato anche alla musica e al rap, spesso chiamati in causa come modelli negativi. Fedez ed Emis Killa hanno evitato semplificazioni, riconoscendo una responsabilità condivisa in un contesto dominato dai social e da un’esposizione continua dei più giovani, ribadendo però che il rap nasce come linguaggio di racconto e riscatto, non come competizione. La parte più concreta dell’incontro è arrivata nel secondo momento della giornata, con un gruppo più ristretto di detenuti coinvolti nel laboratorio musicale interno. Qui i protagonisti sono diventati loro: brani inediti scritti e prodotti in carcere dai detenuti, fatti ascoltare direttamente agli artisti, che hanno dato riscontri e suggerimenti tecnici. Un passaggio che ha spostato l’attenzione dal racconto alla pratica, mostrando come la musica possa diventare anche una competenza spendibile. In questo clima è stato ascoltato anche Musica Triste, l’ultimo album di Emis Killa, condiviso in una dimensione lontana dalle logiche promozionali. Sullo sfondo è rimasto il tema del reinserimento, con l’impegno dichiarato a sostenere il laboratorio anche sul piano concreto, dagli strumenti alle risorse. A chiudere la giornata, la donazione di libri e cd alla biblioteca del carcere. Free For Music proseguirà nei prossimi mesi a Monza e, nelle intenzioni degli organizzatori, anche in altri istituti Riparare il mondo con i romanzi? di Paolo Di Stefano Corriere della Sera, 16 dicembre 2025 Gianluigi Simonetti ha scritto su “Tuttolibri” che gli scrittori sono diventati buoni e la loro bontà morale, civile, psicologica li aiuta a vendere. A volte i buoni sentimenti riguardano il prossimo, a volte si riflettono a specchio sull’io narrante. La letteratura italiana di questi anni, secondo i critici, è stretta tra due tentazioni altrettanto nefaste: da una parte la voglia di riparare il mondo; dall’altra l’irresistibile desiderio di guardarsi l’ombelico, vecchio vizio che tante volte le viene rimproverato. Le due accuse le sono state rivolte nell’ultima settimana da Gianluigi Simonetti e da Marco Archetti. Il primo ha scritto su “Tuttolibri” che gli scrittori sono diventati buoni e la loro bontà morale, civile, psicologica li aiuta a vendere. A volte i buoni sentimenti riguardano il prossimo, a volte si riflettono a specchio sull’io narrante. È Archetti sul “Foglio” a denunciare l’autobiografismo ombelicale. Naturalmente si potrebbe obiettare che non mancano i capolavori autobiografici che vogliono raccontare il dolore, la ferita, la tragedia del vivere. Eppure, nonostante ciò, rimangono capolavori: anche Manzoni con il suo romanzo voleva riparare il mondo, così come Dante con il suo poema non nascondeva la pretesa di salvare l’umanità. E La cognizione del dolore è il massimo dell’”ombelichismo” appena dissimulato, ma non per questo Gadda ci suona come una lagna. Il che conferma che al di là degli obiettivi, dei temi e dei punti di vista, come diceva il grande Giorgio Orelli a proposito della poesia, la letteratura è buona quando è buona. Tautologia che inviterebbe i critici a leggere i libri e a giudicarli senza preclusioni di sorta. Se a Raffaello Palumbo Mosca non piace l’ultimo libro di Viola Ardone, sarà - come ha scritto - anche perché è “un concentrato di disgrazie cucite insieme per straziare il lettore”. Ma soprattutto non gli piace perché, secondo lui, quelle disgrazie sono cucite male, la comicità fa ridere solo quando è involontaria, l’intenzione dolorista è sfacciata, non sostenuta dall’espressione e dallo stile (stile, chissà perché, è parola tabù). Ho riletto di recente Sebastiano Vassalli, nel decennale della morte: nessuno è stato più lontano di lui dalla pretesa di riparare il mondo scrivendo. Vassalli ha raccontato l’odio, la disillusione, la sconfitta in tante variazioni di tempi e di luoghi, senza mai un lieto fine. L’oro del mondo, in cui narra anche la sua sfortunata adolescenza, resta il libro migliore. Altri suoi romanzi, terribili storie senza ombelico, non raggiungono quella vetta. Nonostante le pessime intenzioni. Dalle guerre al fine vita, il teatro dà spazio alla complessità di Valentina Petrini La Stampa, 16 dicembre 2025 Il fine vita? A teatro. La guerra? A teatro. La disobbedienza civile? Sempre a teatro. Gli errori giudiziari? Ancora a teatro. Il surriscaldamento globale? Solo a teatro. Sta succedendo questo in Italia: autrici e autori, giornaliste e giornalisti, cresciuti in televisione con i loro reportage immersivi, stanno cambiando casa. I temi complessi che indaghiamo, esploriamo, non sono più adatti alle prime serate tv, o forse è la tv a non essere più la destinazione finale giusta per la complessità dei temi che narriamo perché dominano la nostra contemporaneità. Pablo Trincia, Francesca Mannocchi, Fabio Tonacci, Stefano Liberti, chi scrive (il pezzo mi è stato affidato, non è che me la canto e me la suono) e tanti altri sono figlie e figli di una generazione nata quando le prime serate di approfondimento giornalistico contavano, quando ancora partire, vedere, raccontare, tornare, non da freelance, ma da inviati era importante, faceva la differenza nel giornalismo reportagistico. Per non parlare di quando il giovedì sera andava in onda Michele Santoro e Annozero raggiungeva spesso 7-8 milioni di telespettatori con picchi anche di quasi 9 milioni. Oggi chi stravince (due, tre programmi) comunque resta sotto la soglia dei 2 milioni, tutti gli altri sotto la soglia del milione. Non è però soltanto e soprattutto una questione di ascolti ma di spazi pensati per ospitare la complessità, al di fuori del format “talk show”. Lesa maestà? Lungi da me improvvisarmi critica televisiva, e tanto meno questo non è un giudizio sugli altri, ma un faro su una generazione che sta riaccendendo il palcoscenico del teatro civile, lo spazio più adatto alla complessità, alle sfumature, luogo nemico degli schieramenti opposti, delle polarizzazioni. Ciascuno di noi continua anche a sedersi nei salotti tv, a battersi per le cose e le verità in cui crede, a occupare quei pochi spazi concessi, ma poi quando si tratta di condurre lo spettatore dentro un racconto doloroso, difficile, con fonti, storie, denunce, carte, esperti, sta scegliendo il teatro, luogo non solo adatto alla complessità, ma spazio libero di espressione. Diciamo anche un’altra verità: forse è stata anche una scelta costretta, non per forza coraggiosa, almeno nel mio caso. Non ho rinunciato ad un posto in palinsesto per parlare di fine vita, disobbedienza civile, povertà estrema, Pasolini, semplicemente non avevo uno spazio mio, mi è stato tolto e ho guardato altrove. “Per noi, nati tra gli anni 70 e 80, il teatro oggi è una fuga, una via necessaria, perché prima, appunto, c’era la tv, adesso noi in televisione non possiamo fare niente, quindi dobbiamo scappare da lì e tornare anche all’antico. Perché è quello che sappiamo fare meglio ma anche perché c’è un grandissimo bisogno delle persone di sentire storie raccontate bene. Il teatro è un’alternativa reale e necessaria, altrimenti il nostro racconto muore”. Pablo Trincia ha esordito da poco con L’Uomo Sbagliato - un’inchiesta dal vivo. Il suo, quello di Francesca Mannocchi (Crescere, la guerra con Rodrigo d’Erasmo già andato in scena ad Assisi e all’Auditorium Parco della Musica e presto in giro per l’Italia), quello di Fabio Tonacci (Gaza: cronache di guerra - Nel nome di Hind Rajab monologo realizzato in collaborazione con Emergency e con il patrocinio di Roma Capitale), i miei due testi di teatro civile (La valigia della libertà. Storia di una disobbedienza civile, decima replica il 3 dicembre scorso al Teatro Massimo di Cagliari, e Corpo a corpo. Popoli divisi dal mare che ha esordito l’8 dicembre scorso all’Auditorium La Nuvola, in entrambi i casi accompagnata dal compositore Pasquale Filastò) sono esperienze immersive e potenti, che fondono parole e immagini, verità e indignazione, documenti e narrazione. Testi accompagnati dalla musica scritta e suonata dal vivo, da altri autori a loro volta, desiderosi di raccontare in note il nostro presente. Perché portare in tournée, nelle piazze, nei festival, fine vita, guerra, errori giudiziari, inquinamento? Pensate a quei giornalisti che per stare alle regole della tv avessero dovuto mediare il racconto su Gaza con “opinionisti” che Gaza non l’hanno mai vista. O se Liberti per parlare del suo Tropico Mediterraneo, sul nostro mare, lo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali, l’inquinamento e il collasso degli ecosistemi, avesse dovuto accettare la coesistenza con il negazionista dell’origine antropica del cambiamento climatico. Non oso immaginare cosa mi avrebbe risposto in un talk, al tavolo del confronto (dove gli ospiti di solito occupano caselle politiche opposte, anche noi giornalisti), se avessi pronunciato questa frase, contenuta in Corpo a corpo: “Un povero, un infelice sono sempre, di per sé, eroici: sia che si rassegnino, sia che si ribellino - e sia anche che compiano azioni delittuose - che sono sempre senza alternativa reale”. Lo so. Una cosa tipo: “Ah lei quindi giustifica la violenza?”. No, cito e leggo Pier Paolo Pasolini. Tornare a parlare coi ragazzi? “Noi ci riusciamo col rap” di Laura Badaracchi Avvenire, 16 dicembre 2025 Lontani e spesso privi di argomenti comuni, genitori e figli sperimentano una solitudine che questi ultimi hanno imparato a “gridare” attraverso la musica. Sono sempre più vasti i territori della vita quotidiana in cui il dialogo tra generazioni si è inceppato, come se la lingua si fosse improvvisamente fatta straniera. I genitori e più in generale gli adulti lo misurano costantemente con le tecnologie, nonostante vi siano immersi proprio come i ragazzi: non capiamo davvero (e di questo da loro veniamo spesso accusati) l’uso che ne fanno, che cosa significhi per loro. Lo stesso vale per la musica, nella forma del rap e del trap: così disturbante e volgare, per i grandi, così decisiva nel loro percorso identitario di crescita. Il giovedì pomeriggio, dalle 16.30 alle 18.30, il professor Giuseppe Passalacqua incontra allo Spazio Nòva di Novara ragazzi e ragazze dagli 11 ai 30 anni per laboratori di scrittura con il rap, coadiuvato da animatori socioculturali, musicisti, pedagogisti ed educatori. “Dal 2020, da ottobre a giugno, ogni anno ne seguiamo una cinquantina: c’è chi ha problemi di dispersione scolastica o altre vulnerabilità, chi sta facendo un cammino di messa alla prova dopo aver compiuto reati, alcuni sono minori stranieri non accompagnati e richiedenti asilo, altri già rappano per professione. Anzitutto cominciamo a conoscerci per creare un gruppo non virtuale ma reale, con i corpi in carne e ossa la presenza fisica, uscendo da nicchie e camerette per incontrare gli altri nella vita concreta”. Nei brani i ragazzi “scrivono di sé, di come vivono esperienze affettive, conflitti, emozioni represse; si fermano per pensare e trovare le parole di quello che non riescono a dire. Un itinerario formativo che serve come supporto alla loro crescita: il rap è uno strumento formidabile per la rilettura emotiva delle proprie storie. E spesso ansia, paure e angoscia si affievoliscono”, racconta Passalacqua, di mattina docente di scienze umane e filosofia presso un liceo novarese, oltre che psicologo, psicoterapeuta e appassionato di rap. In una ex caserma, che grazie a diverse associazioni è diventata polo di aggregazione giovanile e produzione culturale, il progetto che ha ideato e coordina si chiama “Rap up! Laboratori didattici sul rap”. “Avevo la necessità educativa, oltre che didattica, di trovare un linguaggio, un codice, per entrare in relazione con i ragazzi. E il rap costituisce uno strumento potentissimo per intercettare il loro immaginario, i desideri, l’orientamento nella vita”, spiega il professore. Un percorso anche intergenerazionale che diventa ponte con le famiglie: “I genitori mi interpellano per cercare di capire i gusti musicali dei figli, che a volte li spaventano perché non li conoscono”. Infatti, esplorando con attenzione il cuore dei testi, il rap affronta e soprattutto fa emergere tematiche complesse e dolorose, come le difficoltà in ambito relazionale: a volte i rapporti familiari risultano problematici e nelle barre composte dai ragazzi “la volatilità e assenza della figura paterna, così come la centralità del legame madre-figlio si ripetono con costanza sbalorditiva. Il ruolo della madre è fondamentale: figura dominante, protettiva o crudele, dolce o soffocante”. D’altra parte “il rap e la trap fanno il loro mestiere di dividere. In passato Vasco Rossi e Fabrizio De André sono stati di rottura: la musica ha anche la funzione di inquietare”. Nelle rime del rap anche chi si percepisce emarginato o escluso in ambito sociale riesce a mettere in fila parole per raccontare la sua esperienza interiore. “In questa possibilità di verbalizzazione, di trasformazione del vissuto in narrazione condivisa, si può intravedere un valore quasi terapeutico del rap sia per chi lo crea, sia per chi lo ascolta”, puntualizza Passalacqua. Non solo: “La scrittura del rap ha molte cose in comune con la poesia, come rime, metafore, allitterazioni, figure retoriche e allegoriche. Così passiamo da Carducci a Guè, da Pascoli a Rancore, da ?echov a Kid Yugi, da Dante a Tedua”. Ma nel laboratorio, dopo i mesi di teoria e scrittura, si passa alla parte pratica: “Da febbraio ad aprile proviamo e registriamo i brani, con l’idea di costruire un album; finora ne sono usciti due, “Supernova” ed “Eccoci”. Poi ci prepariamo per il concerto finale di giugno, invitando un rapper famoso. Proviamo a spiegare che dietro la scena musicale c’è un mondo e tanto lavoro di vari professionisti e che per realizzare un prodotto di qualità ci vogliono tante competenze e capacità”. E fra una lezione e l’altra, una registrazione e una prova, c’è sempre una pausa di una ventina di minuti in cortile per fare freestyle, l’arte di improvvisare rime e versi a tempo di musica (un beat) senza testi preparati, dimostrando abilità lirica e creatività sul momento: “I ragazzi battagliano con regole precise - evitando parolacce - per trovare le rime, magari insieme a quello antipatico, e alla fine si danno la mano”. La sfida? “Dopo la rottura, ricostruire il patto generazionale: possono farlo anche gli adulti”, ma con un atteggiamento “di apprendimento reciproco”, osserva il professore, perché “non si può insegnare se non si è segnati: il rap ci ha dato la possibilità di costruire relazioni e darci fiducia, ad ascoltarci”, evidenzia. Lo ha sperimentato grazie a tanti adolescenti e giovani passati in questi anni nelle stanze del laboratorio. Come David, di origini tunisine: lottava con la balbuzie e a scuola veniva bullizzato; i genitori, “alle prese con problemi di lavoro e un fratello in carcere, non riuscivano a offrirgli stabilità. Il ragazzo si trova coinvolto in piccoli atti di vandalismo o di spaccio e sembra non avere alcun interesse per il futuro. Nei suoi testi inizia a parlare della sua vita, delle difficoltà familiari, della balbuzie che lo aveva emarginato. Il rap per lui non è più una forma di espressione, ma una vera e propria forma di rinascita. Durante un talent show a Nòva, David sale sul palco: quando inizia a rappare la sua voce diventa potente e sicura. Il rap gli ha restituito quella fiducia verso la parola che prima teneva trattenuta”. Invece Ariel ha trovato le parole per raccontare la lotta con il linfoma e ora “vuole studiare musicoterapia, portare il rap nei reparti dove la speranza sembra scomparsa”. Invece Roby, 17enne “con una disabilità cognitiva grave che lo fa sentire “fuori dal mondo”, ha incontrato Mary al laboratorio, cominciando a scrivere seguendo dei metodi non tradizionali. “I due iniziano con brevi rime, scambiandosi le sillabe come fossero percussioni. Lentamente qualcosa dentro Roby si sblocca e dopo mesi di lavoro scrive il suo primo testo. Davanti ai suoi genitori legge: “Io sono Rob, le mie parole hanno un suono, ogni lettera un passo, ogni rima un dono”. Studiare alcuni testi dei rapper per usarli in classe, durante le lezioni, “quando i brani sono funzionali nel percorso didattico”. Lo fa da anni il professor Lorenzo Galliani, docente di religione in una scuola media a Bologna e in un’altra a Monte San Pietro. E insegna a farlo ad altri colleghi: ha appena concluso a Bologna un laboratorio per gli studenti in scienze religiose presso la Facoltà teologica dell’Emilia Romagna: 12 incontri da 2 ore ciascuno su “Generi musicali e canzoni contemporanee nella didattica Irc”. “Abbiamo condiviso percorsi di insegnamento, citando ad esempio canzoni di Caparezza e Sfera Ebbasta per i loro contenuti che richiamano alcuni temi importanti, inseriti nel ciclo di lezioni che si possono preparare”, spiega Galliani, che è anche giornalista e autore del volume “Canzoni in classe. Dal rap all’indie, alla ricerca di un senso”, uscito due anni fa per i tipi di Ancora. “Abbiamo approfondito i testi di brani per cogliere domande di senso, riferimenti religiosi ed esistenziali presenti nella cultura giovanile, per poter valorizzare la musica come canale di dialogo educativo”, aggiunge. E in diversi pezzi di rapper emergono argomenti come le relazioni affettive, la famiglia, il suicidio, il body shaming: in “Ci sarò” di Alfa, ad esempio, “un ragazzo vincendo l’imbarazzo pronuncia un “per sempre” che vale soprattutto nei momenti difficili. “Chi ci sarà assieme a te sotto la neve?/ Chi ci sarà quando le cose non van bene?/ Chi ci sarà che col dito ti toglierà una lacrima sul viso?/ Ci sarò, io sì, ci sarò”. Siamo così circondati dall’amore mordi e fuggi che un adolescente capace di guardare oltre l’istante è quasi commovente: fa pensare che in amore o ci si mette tutto di se stessi, o non vale la pena. Quando ci si rende conto che “i giorni passano/ ma tu non passi mai più”, non si può fare finta di niente”. Invece il rapper Ernia affronta in “Buonanotte” l’aborto vissuto da un padre, raccontando com’è cambiato il suo mondo, “la sofferenza e l’inquietudine vissuta da lui e dalla madre”, rivolgendosi al figlio mai nato: “Perdonami davvero/ ma se abbiamo preso questa (scelta)/ è stato anche per non doverci ritrovare ostaggi della stessa”. Il testo “è molto delicato, come il video, che vede per tutto il tempo due mani strette con sullo sfondo un’ecografia. Ogni parola è pesata, più recitata che rappata, con frasi commoventi ma che non puzzano per nulla di falsa retorica”, commenta Galliani. Ancora, la canzone “Piccole cose” di J-Ax e Fedez ft. Alessandra Amoroso “è stata presentata come un inno alle piccole cose, spesso dimenticate eppure capaci di dare sapore alla vita. Nel video ci troviamo più volte davanti a una realtà ribaltata: J-Ax cammina sul soffitto, la Amoroso è su un terrazzo e alle sue spalle ci sono grattacieli a testa in giù. Al contrario - quindi alla rovescia - di quello che si potrebbe pensare, sono le piccole cose quelle più importanti della nostra vita e ognuno ci metta quello che vuole: il sorriso di un figlio, una serata con gli amici, un messaggio inaspettato”. I migranti? Regole, non odio di Goffredo Buccini Corriere della Sera, 16 dicembre 2025 Siamo a un bivio per le democrazie. La gestione dei migranti può decidere il futuro del Vecchio Continente. Le nostre democrazie liberali sono a un bivio. E Donald Trump, pur tra le molte ombre della sua controversa Strategia di sicurezza nazionale, lo ha illuminato per noi: l’opzione, in parole semplici fino alla brutalità, è tra migrazioni ed Europa. Intendiamoci. Quando il presidente americano ci ammonisce sulle nostre politiche migratorie “che stanno trasformando il continente e creando conflitti” va, certo, preso con le molle. Per almeno due motivi. Il primo motivo è che, da populista classico, il tycoon enfatizza un problema di cui è ben lungi dall’avere una soluzione razionale a casa propria: lo dimostrano le ricadute dei suoi piani di deportazione di massa, che stanno spaccando l’America, impoverendone di forza lavoro l’economia e spingendo sulla graticola del Congresso la poco presentabile zarina della Homeland Security, Kristi Noem, per le ripetute violazioni dei diritti non solo dei migranti irregolari ma anche di cittadini americani trattati da pericolosi clandestini e per l’inosservanza di ordinanze emanate dalle corti federali in loro tutela; insomma, se cerchiamo una ricetta, il trumpismo non appare la migliore. Il secondo motivo, almeno per quanto riguarda l’Europa, sarebbe di ordine statistico: Frontex segnala che, nei primi undici mesi del 2025, sono crollati del 25% gli ingressi irregolari nella Ue (e possiamo presumere qualcosa di analogo nel Regno Unito, che vive una migrazione mediata dal continente). Centocinquanta o duecentomila arrivi l’anno in una comunità allargata di mezzo miliardo di persone non dovrebbero costituire una preoccupazione (semmai una risorsa). Proprio qui, tuttavia, il condizionale è d’obbligo. Perché il problema non sta nei numeri ma nella loro gestione e nella loro percezione. Sta nel tasso di violenza urbana e marginalità sempre più legato, in Europa come negli Stati Uniti, alla qualità dei flussi di migranti. Di colpo Trump, che ha vinto le elezioni anche (o soprattutto) sull’immigrazione, ci sembra meno stonato. Si tratta, evidentemente, di cercare una soluzione più equilibrata della sua a un problema strutturale che rischia di consegnare l’Europa al radicalismo antieuropeista in un cortocircuito senza fine. Lasciamo pure lo scontro di civiltà ai suprematisti. Ma la guerriglia sociale tra ultimi e penultimi nelle nostre periferie umane ed economiche non è tema eludibile per progressisti, riformisti, liberaldemocratici, insomma per quell’ampio spettro d’opinione dentro cui dovremmo immaginare una sinistra moderna e con vocazione di governo. In America il clima è tale da aver rilanciato di recente nei salotti Maga di Washington un romanzo “maledetto” dei primi anni Settanta del Novecento, ora testo sacro per falchi come Stephen Miller e Steve Bannon: il distopico “Campo dei Santi” in cui il francese Jean Raspail descriveva la distruzione della civiltà europea ad opera di orde barbariche di migranti arrivate in barca dall’India e a causa dell’incapacità di reazione degli europei, paralizzati da umanitarismo e sensi di colpa postcoloniali. Il libro illumina molto la visione “dei conservatori nazionalisti che sono in ascesa in America, Francia e molte altre democrazie”, annota Idrees Kahloon su “The Atlantic”: “Il problema è ciò che quella luce mostra: la profonda paura che la civiltà euro-americana, che in questa visione è inseparabile dalla bianchezza, affronti una minaccia esistenziale della migrazione e che misure straordinarie possano essere giustificate in risposta”. In Europa spira ormai lo stesso vento. Un mistificatore seriale del calibro di Nigel Farage vola nei sondaggi del Regno Unito col suo Reform UK. Così come in Francia i lepenisti di Rassemblement e in Germania i criptonazisti di Alternative für Deutschland. Tutti cavalcando la paura dei migranti. Ed eccoci, dunque, al bivio: è assai probabile che, se nel futuro ormai prossimo, questi soggetti politici salissero al potere, la Gran Bretagna romperebbe ogni ponte di difesa comune con la Ue, Francia e Germania imboccherebbero la strada di un solipsismo venato di russofilia e qualsiasi dimensione comunitaria dell’Europa smetterebbe di esistere. Saremmo terra di conquista (non per “orde di migranti” ma per le grandi potenze del pianeta). Si spiega così l’asse fra due laburisti quali l’inglese Keir Starmer e la danese Mette Frederiksen sul mantra “proteggere i confini per difendere le democrazie”. L’asilo per chi fugge da reali persecuzioni “resta il segno distintivo di un Paese dignitoso e compassionevole”, dice Starmer, “ma controllare chi arriva qui è un compito essenziale del governo ed è ciò che i cittadini chiedono”. La stretta nella socialdemocratica Danimarca ha portato al tasso di asilo più basso degli ultimi quarant’anni. Con la mobilità di massa, le risposte di ieri non funzionano. La Convenzione europea dei diritti dell’uomo verrà riformata per rendere più agevoli i rimpatri. L’idea di piazzare hub fuori dall’Unione dove in Paesi terzi si giochi lo status dei migranti è ormai prevalente e fa dire al governo italiano di aver precorso i tempi (anche se, non piccola differenza, i centri in Albania sono in capo a noi e non ai “terzi” albanesi). Dal “wir schaffen das”, possiamo farcela, di Angela Merkel nell’accoglienza di un milione di profughi siriani a oggi, pietà l’è morta. Pandemia, recessioni e guerre ci hanno spaventato e indurito. In tempi di ferro i migranti diventano vasi di coccio. Del resto, la migrazione fuori controllo non è solidarietà: è caos. Girare pagina può essere dilaniante ma inevitabile per un’Europa che vuole sopravvivere. Purché da tutelare non ci sia la “bianchezza” ma solo la fedeltà, anche dei nuovi arrivati, alle nostre Costituzioni. Ai valori che, a fatica, abbiamo costruito dopo secoli di dolori e guerre. Quei valori che xenofobi e autocrati vorrebbero sopprimere usando, in un perfetto paradosso, i migranti come arma. Migranti. L’imam di Torino torna libero. Smentita la pericolosità di Giansandro Merli Il Manifesto, 16 dicembre 2025 Creare il mostro e sbatterlo in prima pagina a volte non paga. Ieri la Corte d’appello di Torino ha liberato Mohamed Shahin, l’imam della città. Per il giudice incaricato del riesame sul trattenimento, le nuove prove presentate dalla difesa fanno escludere “la sussistenza di una concreta e attuale pericolosità” per la sicurezza nazionale. È SU QUESTA IPOTESI, contenuta in un decreto di espulsione siglato Viminale, che il 24 novembre scorso gli agenti avevano prelevato Shahin dalla sua abitazione. Da vent’anni residente in Italia, incensurato, molto conosciuto a Torino, l’uomo si era visto revocare la carta di soggiorno e rischiava il rimpatrio immediato in Egitto. Dove la sua vita sarebbe stata in pericolo visto che, ha sostenuto in udienza, è un oppositore del regime di Al Sisi. Per questo ha fatto richiesta di asilo. Così invece di finire su un aereo per il Cairo è stato rinchiuso in un Cpr. Non quello torinese, ma il più lontano da casa: Caltanissetta, a quasi mille chilometri. In prima battuta i giudici hanno confermato il trattenimento. Tra le ragioni “due procedimenti penali per condotte” relative a manifestazioni pro Pal, la “riservatezza” delle informazioni sulla sua espulsione, l’incontro nel 2012 con una persona poi radicalizzatasi e un’intercettazione del 2018 in cui un uomo condannato per apologia di terrorismo faceva il suo nome. Nel Riesame tutti questi punti sono stati smontati. Intanto le dichiarazioni sul 7 ottobre rilasciate dall’imam durante la protesta pro Pal non hanno portato ad alcuna incriminazione. Al contrario la sua posizione è stata archiviata perché quelle parole sono risultate “espressione di libero pensiero che non integra gli estremi di reato”. Quindi “pienamente lecite” al di là della loro “censurabilità etica e morale”, scrive il giudice di Torino. C’è da dire che se per il Viminale alcune espressioni celebravano l’eccidio di israeliani dell’autunno 2023, per l’imam servivano solo a contestualizzarlo nella storia di guerre e occupazione della Palestina. Tanto che nello stesso discorso l’uomo condannava la violenza e diceva di non aver manifestato nell’anniversario della strage per rispettare il divieto della questura. La seconda accusa è relativa a una protesta contro il genocidio dello scorso maggio, un blocco stradale. “Dagli atti emerge una condotta del trattenuto non connotata da alcuna violenza” e “il medesimo era meramente presente sulla tangenziale assieme ad altre numerose persone”, si legge nel provvedimento di ieri. Per non parlare degli atti classificati: lo erano solo in conseguenza delle indagini in corso e sono stati forniti dai pm su richiesta. Infine i contatti con soggetti attigui al terrorismo islamico si sono rivelati fortuiti, datati e senza risvolti successivi. La difesa ha poi documentato una serie di attività realizzate negli anni da Shahin che denotano, scrive il giudice, “un concreto e attivo impegno in ordine alla salvaguardia dei valori su cui si fonda l’ordinamento dello Stato italiano”. Tra questi la prima traduzione in arabo della Costituzione, a cui è seguita la distribuzione gratuita nella comunità islamica. Comportamento quantomeno singolare per un presunto sostenitore del terrorismo. Ma i fatti per la destra non contano più nulla. L’occasione di strumentalizzare un caso che ha come protagonista il nemico perfetto - migrante, islamico e persino imam - è troppo ghiotta, soprattutto nella corsa al referendum sulla riforma della magistratura. “Qualcuno mi può spiegare come facciamo a difendere la sicurezza degli italiani se ogni iniziativa viene annullata da alcuni giudici?”, chiede Meloni. Per Salvini si tratta “dell’ennesima invasione di campo di certa magistratura ideologizzata e politicizzata che si vorrebbe sostituire alla politica”. “La liberazione è frutto della normale dialettica processuale di un qualunque paese democratico - risponde Gianluca Vitale, avvocato di Shahin - Il giudice ha semplicemente ritenuto che non ci fossero gli elementi sufficienti per privare una persona della libertà personale”. Intanto resta in piedi la procedura per l’espulsione. “Abbiamo presentato ricorso, affronteremo le prossime udienze con serenità”, dice Vitale. A fare appello sarà anche il Viminale, ma contro la liberazione. Migranti. Caso Shahin, Meloni contro i giudici: “Così come si garantisce la sicurezza?” di Alberto Giulini Corriere della Sera, 16 dicembre 2025 I giudici: “Le frasi dell’imam non bastano per giudicarlo pericoloso”. Il ministro Piantedosi aveva spiegato il trattenimento con “motivi di sicurezza nazionale”. Immediate le reazioni politiche, FdI: “Sconcertante”. Mohamed Shahin è libero. L’imam di Torino ha lasciato il Cpr di Caltanissetta in applicazione della decisione della Corte di Appello di Torino che si è pronunciata per la cessazione del suo trattenimento dalla struttura. All’imam è stato consegnato un permesso di soggiorno provvisorio emesso dalla Questura di Caltanissetta. La decisione e il ricorso - Dopo giorni di proteste a Torino i giudici hanno accolto uno dei ricorsi presentati dagli avvocati dell’uomo, i quali hanno sostenuto che anche alla luce di nuova documentazione, non sussistono elementi che possono far parlare di sicurezza per lo Stato o per l’ordine pubblico. Il provvedimento della Corte, in particolare, è di “cessazione del trattenimento nel Cpr” disposto dal questore di Torino, in una delle fasi del procedimento, lo scorso 24 novembre. I giudici, dopo avere esaminato i “nuovi elementi emersi”, hanno escluso “la sussistenza di una concreta e attuale pericolosità”. Inoltre hanno sottolineato che Shahin è da vent’anni in Italia ed è “completamente incensurato”. Non è stata gradita al Viminale la pronuncia del Corte d’appello che ha “liberato” l’imam. Ed ora, a quanto si apprende, gli uffici del ministero starebbero valutando di presentare ricorso contro la decisione dei giudici. “La Corte d’Appello di Torino ha disposto la cessazione del trattenimento dell’imam Mohamed Shahin, destinatario di un decreto di espulsione firmato dal Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Parliamo di una persona che ha definito l’attacco del 7 ottobre un atto di “resistenza”, negandone la violenza. Che, dalle mie parti, significa giustificare, se non istigare, il terrorismo. Qualcuno mi può spiegare come facciamo a difendere la sicurezza degli italiani se ogni iniziativa che va in questo senso viene sistematicamente annullata da alcuni giudici?”. Lo scrive sui social la premier Giorgia Meloni. L’imam era stato colpito da un provvedimento di espulsione firmato dal ministro Matteo Piantedosi che sul caso si era pronunciato anche negli ultimi giorni: “Non c’entra niente l’Islam o il fatto che sia un imam, ma alcune frequentazioni e alcuni tipi di comportamento che per motivi di sicurezza nazionale hanno indotto l’autorità nazionale ad assoggettarlo a quel provvedimento”. Le frasi dell’imam Mohamed Shahin non bastano, di per sé, a formulare “un giudizio di pericolosità in uno Stato di diritto”, tanto più che già la procura di Torino le aveva valutate come semplice “espressione di pensiero che non integra estremi di reato”. È quanto scrivono i giudici della Corte d’appello del capoluogo piemontese motivando lo stop al trattenimento dell’uomo nel Cpr di Caltanissetta. Secondo i giudici le parole “sono da ritenersi pienamente lecite in quanto rientranti nell’alveo degli articoli 21 della Costituzione e 10 della Cedu”. “Altro aspetto - prosegue l’ordinanza - è la condivisibilità o meno di tali affermazioni e/o la loro censurabilità etica e morale, ma tale giudizio non compete in alcun modo a questa Corte e non può incidere di per sé solo sul giudizio di pericolosità in uno Stato di diritto, risultando quindi del tutto inconferente, ai fini che interessano in questa sede, contrariamente a quanto sostenuto dalla Questura, una ritrattazione o meno delle predette dichiarazioni nell’udienza di convalida del trattenimento”. I magistrati hanno anche preso atto che nel corso di quell’udienza “Shahin ha espressamente e fermamente affermato di essere contrario a ogni forma di violenza”. “Non sostengo Hamas e rispetto le leggi. In Egitto verrei arrestato, torturato e ucciso”, aveva dichiarato invece l’imam in videocollegamento dal Cpr. Il caso era esploso dopo le parole pronunciate dall’ imam della moschea di via Saluzzo durante un presidio in piazza Castello: “Quello che è successo il 7 ottobre 2023 non è una violazione, non è una violenza”. Proprio fra i “nuovi elementi” presentati dagli avvocati dell’imam figuravano l’archiviazione immediata, da parte della procura di Torino, di una denuncia per le frasi che l’uomo aveva pronunciato durante la manifestazione Pro Pal. Per effetto della decisione del tribunale di Caltanissetta, intanto, l’espulsione dell’imam Mohamed Shahin non è più esecutiva. È quanto spiegano all’ANSA fonti a conoscenza del procedimento. I giudici sicilian avrebbero infatti sospeso il rigetto della richiesta di protezione internazionale che era stata presentata dai legali dell’imam alla Commissione territoriale competente, quella di Siracusa. In sostanza Shahin non può essere accompagnato alla frontiera e può soggiornare in Italia in attesa che si concluda l’iter sulla sua domanda di asilo politico. Le reazioni: “Schiaffo allo stato” - Immediate le reazioni politiche, dal presidente dei senatori di Forza Italia, Maurizio Gasparri che parla di “decisione assurda che va contro le decisioni dell’autorità dello Stato e manda un messaggio pericoloso” a Augusta Montaruli, vice capogruppo FdI alla Camera, che denuncia la “resa della giustizia ai danni dei cittadini senza alcun elemento di diritto apprezzabile”. Sara Kelany, deputato di Fratelli d’Italia e responsabile Immigrazione del partito, annuncia “un’interrogazione parlamentare per chiedere che il ministro della Giustizia possa valutare la questione”, mentre per il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera dei deputati, Galeazzo Bignami è “l’ennesimo schiaffo allo Stato e a chi ogni giorno lavora per proteggerlo. Una decisione grave e incomprensibile riguardo una persona che ha giustificato l’attacco terroristico del 7 ottobre, e l’ennesima conferma del livello di politicizzazione di una parte della nostra magistratura”. E, ancora, a cascata, Anna Maria Cisint, europarlamentare della Lega - “inaccettabile si possa tornare a predicare nelle moschee, ormai sono diventate veri strumenti di indottrinamento: una bomba ad orologeria”. Di segno opposto la nota degli eurodeputati di The Left / Sinistra Italiana Ilaria Salis e Domenico Lucano. “Shahin rischiava la deportazione dopo una vita passata in Italia. È una vittoria per lo stato di diritto, una sconfitta per la destra di Lega e Fratelli d’Italia, e per il governo e il ministro Piantedosi che avevano giustificato in tutti i modi la persecuzione dell’uomo”. Difendersi dall’odio anti-Lgbtqi+: progetto “Enact”: ricerca, formazione e aiuto alle vittime di Adriana Raimondi Il Dubbio, 16 dicembre 2025 Rafforzare la capacità della società civile di sostenere le vittime di crimini d’odio contro le persone Lgbtqi+: è questo l’obiettivo del progetto europeo Enact - Enhancing the capacity of civil society organisations to support victims of anti- Lgbtqi hate crimes, cofinanziato dall’Unione europea e coordinato in Italia da Rete Lenford - Avvocatura per i diritti Lgbti+. L’orientamento sessuale e l’identità di genere rappresentano una delle principali cause di crimini d’odio in Europa. Eppure, circa l’80% delle persone Lgbtqi+ nell’Unione Europea non denuncia gli episodi subiti, spesso per la mancanza di fiducia nelle autorità o per il timore di essere vittimizzate nuovamente in sede giudiziaria. Enact affronta questa sfida promuovendo meccanismi di cooperazione virtuosa tra le organizzazioni della società civile e le autorità pubbliche, al fine di garantire alle vittime un sostegno concreto, contrastando altresì i fenomeni di vittimizzazione secondaria. Il progetto adotta un approccio intersezionale, riconoscendo le molteplici dimensioni della discriminazione e ponendo al centro le persone più esposte: migranti, rifugiati, persone transgender e non binarie, giovani e individui in condizioni di vulnerabilità socioeconomica. L’obiettivo è migliorare la consapevolezza dei diritti delle vittime e rendere più efficiente il sistema di supporto a loro disposizione. Per farlo, Enact prevede alcune attività chiave: la mappatura dei servizi esistenti per le vittime di crimini d’odio anti- Lgbtqi+ nei Paesi partner, l’analisi delle esperienze delle vittime e delle prospettive dei professionisti del settore, la promozione della cooperazione tra enti pubblici e società civile attraverso workshop nazionali e lo sviluppo di un modulo di formazione online rivolto alle forze dell’ordine e agli operatori della giustizia. In Italia, l’avv. ta Stefania Santilli e la prof. ssa Alice Sophie Sarcinelli, associate di Rete Lenford, hanno condotto una serie di interviste qualitative con sopravvissuti a crimini d’odio e con professionisti del settore legale, sociale e psicologico. Dall’analisi di queste testimonianze è nato il Rapporto nazionale italiano Enact 2025, disponibile on- line in open access, con cui viene offerto un quadro esaustivo della gravità del fenomeno nel nostro Paese. La ricerca evidenzia un drammatico fenomeno di under- reporting che coinvolge le vittime di crimi d’odio. Molte persone non conoscono i propri diritti, temono ripercussioni, o non si sentono abbastanza tutelate. I professionisti intervistati confermano l’esistenza di gravi barriere strutturali: mancano coordinamento tra i servizi, formazione adeguata e procedure standardizzate per l’accoglienza delle vittime Lgbtqi+. Il progetto Enact assume, quindi, un’importanza particolare in Italia, dove manca una legislazione specifica sui crimini d’odio basati su orientamento sessuale o identità di genere, e dove i dati mostrano un preoccupante aumento di tali episodi in ragione anche del clima politico. La protezione delle vittime, per essere effettiva, deve necessariamente passare dalla costruzione di un sistema che sia innanzitutto in grado di riconoscere e rispondere ai loro bisogni specifici. Il progetto Enact si impegna in questo senso, proponendosi di formare operatori più consapevoli, sensibilizzare sul tema dei crimini di odio e supportare le vittime. La conferenza internazionale conclusiva del progetto, “How to improve the Support System for Survivors of Anti-Lgbtqi+ Hate Crimes”, si è tenuta a Girona il 13 novembre scorso e ha rappresentato l’occasione per tirate le somme dell’attività svolta e tracciare le direttrici per il lavoro futuro. Cannabis e sequestri, la campagna bufala del Governo di Leonardo Fiorentini L’Unità, 16 dicembre 2025 Sequestri nei cannabis-shop e denunce dopo la morte di Erhan, il 23enne che si è gettato dal balcone a seguito dell’assunzione di cannabis adulterata con una sostanza sintetica. Ma l’infiorescenza non c’entra nulla. Sono le nuove sostanze psicoattive, create in laboratori clandestini per aggirare il divieto di quelle naturali. Dopo la morte a Milano di Erhan, il ragazzo ventitreenne gettatosi dal balcone a seguito dell’assunzione di cannabis adulterata con quello che in un primo tempo è stato individuato come un catinone sintetico, sono partiti in tutta Italia controlli ai cannabis-shop, con sequestri e denunce da parte delle forze dell’ordine. A queste retate in piena regola ha poi fatto seguito domenica scorsa la pubblicazione dell’allerta sui prodotti venduti come cannabis light e contenenti Mdmb-Pinaca, con un velato riferimento al caso milanese. In attesa della conclusione dell’inchiesta, sembra però chiaro che la cannabis in quanto tale non c’entri molto. Siamo invece sul piano della sofisticazione e della responsabilità individuale di chi avrebbe messo sul mercato una infiorescenza additivata con sostanze pericolose. Il negoziante, che ha dichiarato di non essere a conoscenza dell’adulterazione del lotto acquistato ad una fiera a Praga, è ora sotto indagine a Firenze. I cannabinoidi sintetici sono molecole che riproducono gli effetti della cannabis, così come i catinoni lo sono di sostanze stimolanti come khat (da cui prendono il nome) e cocaina. Sono le famose NPS, le Nuove Sostanze Psicoattive. Esistono solo perché quelle derivate da piante sono vietate, e sono sempre più pericolose perché ogni volta che ne viene individuata e tabellata una, un chimico in qualche laboratorio clandestino ne inventa un’altra. A differenza di quelle naturali, delle quali si conoscono bene effetti e controindicazioni, hanno conseguenze imprevedibili proprio per la loro struttura chimica sempre nuova e diversa, costruita a tavolino per sfuggire alle tabelle. Queste vengono testate direttamente sul mercato, mettendo a rischio la salute dei consumatori. Ne vengono individuati a decine ogni anno, sono centinaia quelle inseriti nelle tabelle delle sostanze vietate. È uno dei paradossi del proibizionismo capace di produrre più danni alla salute di quelli che vorrebbe evitare. Come un cane che si morde la coda, è esso stesso responsabile della propria inefficacia. Come si legge in un’allerta di oltre 5 mesi fa pubblicata da Neutravel, il benemerito servizio di drug checking piemontese, Mdmb-Pinaca è un cannabinoide sintetico a base di indazolo. È piuttosto diffuso, il secondo per sequestri in Europa. Gli effetti e i rischi però, proprio per la particolare formulazione chimica non sono in alcun modo paragonabili a quelli della cannabis. Possono essere fino a 100 volte più potenti, sono più lunghi e rendono quindi il dosaggio più complesso. Nel suo post instagram Neutravel spiegava che provoca fra le altre cose “allucinazioni associate ad euforia”. Al suo uso sono associati anche i rischi di elevata tossicità, problemi respiratori, ipertensione, convulsioni, disturbi renali cardiaci e gastrointestinali. Fino alla possibilità di “slatentizzare psicosi in soggetti già predisposti”. È significativo che sul sito del Dipartimento Antidroga si riesca trovare un solo altro allarme del Sistema Nazionale di Allerta Precoce (Snap). Quello, di aprile 2024, riferito ad un campione di eroina tagliata con fentanyl. Due soli comunicati, a fronte di 427 segnalazioni nel 2024 e altre centinaia quest’anno, che noi non conosciamo nel dettaglio perché vige un contro-intuitivo vincolo di non diffusione. Resi pubblici forse solo perché utili agli interessi del governo: costruire ieri l’allarme fentanyl e giustificare oggi la repressione della cannabis light. Da mesi i tribunali di tutta Italia ordinano la restituzione di infiorescenze sequestrate, rilevando l’assenza di effetto drogante e la piena legalità delle aziende colpite. Il Consiglio di Stato ha chiesto alla Corte di giustizia dell’Unione europea di verificare se le norme italiane non violino il diritto europeo sulla libera circolazione delle merci e sulla canapa a basso THC. Fino all’ordinanza del gip di Brindisi, che ha sospeso un procedimento su un carico di canapa industriale rimettendo alla Corte costituzionale l’articolo 18 del decreto Sicurezza: è davvero conforme alla Costituzione e alle norme sovranazionali un divieto totale del fiore, “a prescindere dall’effetto drogante”? Evidente il tentativo del Governo di strumentalizzare, anche in ottica giurisdizionale, la tragica vicenda di Erhan. È invece solo un caso che sia morto proprio il giorno dopo il balletto sull’emendamento Gelmetti alla finanziaria, quello che per qualche ora aveva riaperto alla vendita della cannabis light fino allo 0,5% di THC, con una maxi-tassa del 40%. Una replica dell’emendamento di un paio d’anni fa, allora addirittura proposto dallo stesso Governo con l’obbiettivo di riservare il settore ai tabaccai. Una volta evidente che avrebbe ri-legalizzato ciò che il decreto Sicurezza voleva mettere al bando, FdI ha annunciato il ritiro del testo. La motivazione? Quasi un insulto all’intelligenza: l’obiettivo non era “una volontà occulta di legalizzazione”, ma tassare per soffocare il mercato. È la fotografia di una destra prigioniera della propria propaganda, stretta fra i tribunali che smontano da mesi il decreto Sicurezza sulla canapa e il timore che la Corte costituzionale ne certifichi l’irragionevolezza. È difficile non intravedere dietro questa retromarcia la lunga mano del sottosegretario Alfredo Mantovano, reduce dalla sua autoreferenziale conferenza sulle droghe. Proprio il plenipotenziario di Meloni, a luglio scorso, spiegava che nessuno ce l’ha con la filiera della canapa, ma con la cannabis cosiddetta light sì: perché è comunque cannabis, con effetto drogante e dipendenza. Il risultato è paradossale: mentre gli operatori del settore e i giudici italiani chiedono razionalità, proporzionalità e rispetto dell’evidenza scientifica, il governo preferisce restare intrappolato nella retorica del panico morale. Magari usando l’allarme legato a tragedie come quella di Milano, oppure asserendo, come ha fatto Mantovano quest’estate, che nei negozi si vende cannabis all’1,5% di THC, o che la media di principio attivo nei sequestri è al 29%. Eppure nei cannabis shop non si vende canapa sopra lo 0,5%, e la media dei sequestri riportata dalla relazione firmata dallo stesso Mantovano è al 14%. Il fiore di canapa a basso contenuto di THC non è la porta d’ingresso all’inferno, ma un mercato che può e deve essere regolato, proprio per evitare casi come quello di Ehran. Le iperboli e gli allarmi strumentali, come la giravolta sull’emendamento, mostrano solo che la destra conosce benissimo la realtà, ma è schiava dalle proprie stesse mistificazioni. Disinformazione e attacco all’Europa, gli altolà di Mattarella di Massimo Chiari Avvenire, 16 dicembre 2025 “Inammissibile pensare di ridefinire con la forza i confini dell’Europa”. E sul caso Aitala: assurdo chiedere punizioni contro giudici delle Corti internazionali. Parole nette. Dure. Un altolà alla Russia. Il monito di Sergio Mattarella è in poche parole: “...Permane l’aggressione russa ai danni dell’Ucraina, con vittime e immani distruzioni, e con l’aberrante intendimento, malgrado gli sforzi negoziali in atto, di infrangere il principio del rifiuto di ridefinire con la forza gli equilibri e i confini in Europa. Azione ritenuta irresponsabile e inammissibile già oltre cinquanta anni addietro nella Conferenza di Helsinki sulla cooperazione e sicurezza nel continente”. Il capo dello Stato, intervenendo all’inaugurazione della diciottesima Conferenza delle ambasciatrici e degli ambasciatori, scandisce i suoi no. No a chi pensa di ridefinire con la forza i confini e gli equilibri dell’Europa. E no a chi prova ad aggredire la Ue. “...Appare, a dir poco, singolare che, mentre si affacciano, in ambito internazionale, esperienze dirette a unire Stati e a coordinarne le aspirazioni e le attività, si assista a una disordinata e ingiustificata aggressione nei confronti della Unione Europea, alterando la verità e presentandola anziché come una delle esperienze storiche di successo per la democrazia e i diritti dei popoli, sviluppatasi anche con la condivisione e l’apprezzamento dell’intero Occidente, come una organizzazione oppressiva se non addirittura nemica della libertà”. Mattarella punta poi l’indice sui “flussi informativi manipolativi che, nell’ambito di conflitti ibridi condotti con vari strumenti ostili, congiungono fronte interno e fronte esterno...”. Mattarella insiste. “...Pericolose attività di disinformazione tendono ad accreditare una presunta vulnerabilità delle opinioni pubbliche dei Paesi democratici”, va avanti il capo dello Stato sottolineando il tentativo di affermazione di “inediti ma opachi centri di potere, di fatto sottratti alla capacità giurisdizionale degli Stati sovrani e degli organismi sovranazionali... Centri di potere dotati di vaste capacità di influenza sui cittadini e sulle scelte politiche, tanto sul piano interno ai singoli Stati quanto su quello internazionale”. L’ultimo passaggio si collega alla vicenda del giudice italiano della Corte Penale Internazionale, Salvatore Aitala, che aveva spiccato dall’Aja il mandato di cattura per il presidente russo Vladimir Putin ed era stato condannato in contumacia assieme ad altri suoi colleghi dal tribunale di Mosca a 15 anni di carcere, per aver “perseguito persone innocenti” e per “tentata violenza contro persone che godono di protezione internazionale”. Da Mattarella ancora un no: “Assistiamo oggi alla pretesa di imporre punizioni contro giudici delle Corti internazionali per le loro funzioni di istruire denunce contro crimini di guerra, a difesa dei diritti umani, in definitiva a difesa dei popoli del mondo: sono pretese di un mondo volto pericolosamente indietro, al peggiore passato. Un mondo che si presenta rovesciato e contraddittorio con condanne alla carcerazione di componenti le Corti internazionali ad opera di un Paese promotore, e con suoi giudici protagonisti, del processo di Norimberga”. Mosca, Washington, Londra: l’attacco concentrico alla Cpi di Daniele Zaccaria Il Dubbio, 16 dicembre 2025 Dalla condanna russa al Procuratore Khan (15 anni di carcere) per il mandato di arresto contro Putin), alle feroci sanzioni degli Usa di Trump, fino alle minacce britanniche di togliere i fondi (per il mandato d’arresto contro Netanyahu). Il procuratore Karim Khan condannato a 15 anni da un tribunale russo per il mandato di arresto a Vladimir Putin, decine di magistrati della sua squadra sottoposti a sanzioni dell’amministrazione Trump per un analogo mandato nei confronti di Benjamin Netanyahu (per l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant), Londra che da tempo minaccia di tagliare i fondi e uscire dallo Statuto di Roma sempre in difesa del premier israeliano: il quadro è flagrante. La Corte penale internazionale è sotto attacco da potenze che spesso si fronteggiano, ma che trovano una convergenza paradossale quando la giustizia internazionale tocca i propri interessi strategici e quelli dei rispettivi alleati. In tal senso l’azione degli Stati Uniti si sta rivelando particolarmente brutale, gli effetti concreti delle sanzioni pesantissimi: conti bancari bloccati, carte di credito sospese, servizi digitali interrotti, viaggi delle famiglie impossibilitati. Magistrati e funzionari accusati di aver indagato sui crimini dell’IDF nella Striscia di Gaza (ma anche su quelli degli agenti Cia in Afghanistan) si ritrovano nella lista nera dei nemici dell’America, alla stregua dei terroristi di al Qaeda, raggiunti dalle stesse restrizioni. Il senatore repubblicano Lindsey Graham ha minacciato direttamente Kahn di “conseguenze durissime” se torcerà un capello all’amico Bibi. Intanto Microsoft, guidata dal “progressista” Bill Gates, cancella l’account email di Khan, Amazon sospende servizi digitali ai magistrati sanzionati, e perfino acquisti apparentemente banali come un e- book diventano impossibili. Il diritto penale internazionale, in questo contesto, non esercita più alcun potere reale: diventa un orpello, una lista di suggerimenti se non addirittura un avversario da abbattere. Quando la Corte processò i responsabili del genocidio in Ruanda o dei massacri in Sudan, la comunità internazionale applaudiva convinta e ne celebrava il ruolo, senza riserve. Ma quei crimini atroci avvenivano in paesi, laterali, periferici e schierarsi con la giustizia non costava nulla. Quando si tratta di Stati o leader potenti, quel consenso scompare. La Russia coerente con il suo stile ha scelto la via diretta: la condanna simbolica di Khan a trent’anni di prigione non mira alla pena in sé, ma a inviare un messaggio politico. Chi osa muovere accuse contro la leadership di Putin e l’invasione dell’Ucraina è considerato nemico dello Stato. Non è un processo giudiziario convenzionale, ma un’esibizione di potere. Anche Londra ha agito con decisione per tutelare i suoi rapporti con Tel Aviv seppur in modo più istituzionale, contestando esplicitamente il mandato di cattura contro Netanyahu e minacciando di ritirare i fondi e di uscire dallo Statuto di Roma. Il Guardian cita una conversazione avvenuta del 23 aprile 2024 tra Kahn e un alto funzionario del ministero degli Esteri alla vigilia dei mandati, una misura “sproporzionata” per Downing Street che avrebbe avuto “effetti concreti” sul sostegno del Regno Unito. Kahn racconta che non si trattava di raccomandazioni ma di vere e proprie minacce. Tre governi diversi reagiscono dunque allo stesso modo: neutralizzare la Corte penale internazionale quando mette le mani nei dossier “che contano” e che disturbano. La Cpi d’altra parte che può fare? Non ha forze proprie, dipende dalla volontà degli Stati per eseguire i suoi mandati e sopravvive grazie alle loro risorse. Ogni volta che prova a esercitare potere effettivo su leader influenti rischia di subire ritorsioni. La sua autonomia definita dallo Statuto nei fatti è fragile se non inesistente: resiste solo finché gli Stati, o meglio i governi, la tollerano. Nonostante questo scenario complesso, i magistrati dell’Aja continuano a portare avanti i procedimenti, ma con grande fatica e poteri azzerati. In Etiopia, la Corte ha emesso mandati contro membri delle forze filo- governative responsabili di violenze contro civili, la loro esecuzione resta complicata a causa della mancata cooperazione delle autorità locali. In Myanmar, le indagini sul trattamento della minoranza Rohingya avanzano tra lentezze e resistenze diplomatiche da parte di governi alleati su tutti la Cina, dimostrando anche in quel quadrante come il principio di universalità del diritto penale internazionale si scontri con gli effettivi rapporti di forza. Persino in contesti regionali dove la Corte ha storicamente agito con grande efficacia, come la Repubblica Centrafricana, l’applicazione dei mandati incontra ostacoli legati a conflitti locali, milizie armate e interessi economici internazionali. Khan e i suoi colleghi rifiutano interferenze politiche, provano a tutelare l’indipendenza delle decisioni e, in alcuni casi, cercano vie alternative per garantire che le vittime possano ottenere giustizia, come la cooperazione con tribunali locali o organismi Onu. È questa capacità di adattamento che malgrado tutto permette alla Corte di esercitare una funzione reale. Ma è un sistema fragile, esposto alle rappresaglie di una politica internazionale che ha dimenticato la diplomazia e il diritto per accodarsi alla logica del più forte. Perché la condanna di Jimmy Lai a Hong Kong è un messaggio contro la democrazia di Luca Miele Avvenire, 16 dicembre 2025 Il magnate dei media asiatico, storico oppositore di Pechino, è stato giudicato colpevole di collusione e di sedizione. Ora rischia l’ergastolo. La sentenza potrebbe essere una pietra tombale sull’intero movimento libertario. “Sono nato ribelle”, ha detto di sé in un’intervista rilasciata alla Bbc, poco prima che iniziasse il suo calvario giudiziario. E sulla testa del “ribelle” Jimmy Lai si è abbattuta la scure della “giustizia” di Hong Kong. Colpevole, hanno sentenziato i giudici Alex Lee, Esther Toh e Susana D’Almada Remedios del tribunale di West Kowloon. Colpevole di collusione e di sedizione. Per il 78enne magnate dei media pro-democrazia, che ha già trascorso più di 1.800 giorni in un carcere di massima sicurezza gran parte dei quali in isolamento, la condanna in arrivo col nuovo anno potrebbe tradursi in una sentenza di ergastolo. In pratica, come hanno denunciato i suoi figli, una condanna a morte per l’attivista le cui condizioni di salute sarebbero precarie. Con il pugno di ferro si inabissa non solo l’esperienza umana e politica del magnate. Ma con lui, sprofonda l’intero movimento pro-democrazia, spezzato e spazzato via dalla Legge sulla sicurezza imposta alla città semi-autonoma nel 2020, dopo mesi di affollate (e talvolta violente) proteste. Non a caso, i membri del Partito Democratico, di fatto il principale partito di opposizione di Hong Kong sin dalla sua fondazione, hanno votato domenica per sciogliere il partito e avviarne la liquidazione. “Aver viaggiato per questi tre decenni, fianco a fianco con il popolo di Hong Kong, è stato il nostro più grande onore. In tutti questi anni, abbiamo sempre considerato il benessere di Hong Kong e della sua gente come il nostro obiettivo principale”, ha dichiarato il presidente Lo Kin-hei. Una pietra tombale sull’attivismo democratico, una vittoria per la Cina. “Siamo convinti che Lai sia stato la mente delle cospirazioni”, hanno scritto i giudici di Hong Kong. Le prove sarebbero inoppugnabili, il piano di Lai trasparente: “il suo intento era quello di cercare la caduta del Partito comunista cinese”. “Non c’è dubbio che Lai abbia nutrito risentimento e odio nei confronti della Repubblica popolare cinese per gran parte della sua età adulta, e questo è evidente nei suoi articoli - ha dichiarato alla corte la giudice Esther Toh -. È anche chiaro per noi che il primo imputato, fin dall’inizio, molto prima della legge sulla Sicurezza nazionale, ha riflettuto su quale leva gli Stati Uniti avrebbero potuto usare contro la Cina”. L’Ufficio per gli Affari di Hong Kong e Macao ha fatto sapere di “sostenere fermamente” il governo cittadino nell’adempimento della sua “responsabilità di salvaguardare la sicurezza nazionale, nonché nella condanna legale dei “caporioni” di attività anti-cinesi volte a destabilizzare Hong Kong e a mettere in pericolo la sicurezza nazionale”. Come riporta la Cnn, a finire nel mirino dei giudici sono state “le attività di lobbying di Lai sui politici statunitensi durante il primo mandato di Trump - in gran parte prima dell’entrata in vigore della legge sulla sicurezza - come prova di sedizione e collusione con forze straniere, inclusi i suoi incontri con l’allora vicepresidente Mike Pence, l’allora Segretario di Stato Mike Pompeo e i tentativi di incontrare lo stesso Trump”. Il suo invito ai funzionari statunitensi a intraprendere azioni contro la Cina in nome dell’aiuto alla popolazione di Hong Kong “sarebbe analogo alla situazione in cui un cittadino americano chiede aiuto alla Russia per far cadere il governo degli Stati Uniti con il pretesto di aiutare lo Stato della California”, hanno scritto ancora i giudici nella loro sentenza. Non si può dire che nella biografia del “ribelle” Lai manchino elementi rocamboleschi. E romanzeschi. Un cammino tortuoso che lo ha portato dalla condizione di operaio a quello di miliardario. Nato a Guangzhou, nella Cina meridionale, in una famiglia benestante. L’ascesa al potere dei comunisti nel 1949 significò per la famiglia un crollo. A 12 anni la fuga su un peschereccio. Direzione Hong Kong. Fu l’inizio di un’incredibile ascesa: da sarto a fondatore di un impero multimilionario, che includeva il marchio di abbigliamento internazionale Giordano. Nel 1995 creò il quotidiano Apple Daily, due anni prima che Hong Kong fosse ceduta alla Cina, posizionandosi in prima linea nel movimento pro-democrazia. Fervente sostenitore di Trump, Lai si recò a Washington al culmine delle proteste del 2019. “Signor Presidente, lei è l’unico che può salvarci”, ha dichiarato Lai in un’intervista alla CNN nel 2020, poche settimane prima del suo arresto, rivolgendosi a Trump. “Se ci salva, può fermare le aggressioni della Cina. Può anche salvare il mondo”. Per Lai fu l’inizio della fine.