Il Papa: “Nessuno sia perduto. Per il Giubileo il dono dell’amnistia” di Giovanni Gambassi Avvenire, 15 dicembre 2025 Da Leone XIV la denuncia del sovraffollamento delle carceri e di insufficienti progetti di recupero. “Dal terreno duro del peccato, sbocciano fiori meravigliosi. Il Giubileo offra la possibilità di ricominciare”. “Che nessuno vada perduto! Che tutti siano salvati! Questo vuole il nostro Dio”. Leone XIV lo ripete con forza nell’ultimo appuntamento giubilare dell’Anno Santo 2025. Nella terza domenica d’Avvento, quella del “Gaudete”, si celebra il Giubileo dei detenuti. Messa presieduta dal Papa nella Basilica di San Pietro dove siedono i reclusi usciti con permessi speciali dal carcere per partecipare all’iniziativa dedicata a loro, gli agenti della polizia penitenziaria e i volontari che si fanno Samaritani dietro le sbarre. A tutti loro, “detenuti e responsabili del mondo carcerario”, guarda il Pontefice quando rinnova l’appello di papa Francesco che auspicava “si potessero concedere, per l’Anno santo, anche “forme di amnistia o di condono della pena volte ad aiutare le persone a recuperare fiducia in sé stesse e nella società” e ad offrire a tutti reali opportunità di reinserimento”, dice citando il predecessore e la bolla di indizione del Giubileo. Parole per il momento non ascoltate da chi ha in mano le sorti delle nazioni. Da qui il richiamo di Leone XIV: “Confido che in molti Paesi si dia seguito al suo desiderio. Il Giubileo, come sappiamo, nella sua origine biblica era proprio un anno di grazia in cui ad ognuno, in molti modi, si offriva la possibilità di ricominciare”. Basilica affollata. E il Papa che indossa la casula rosa quella della “domenica “della gioia” che ci ricorda la dimensione luminosa dell’attesa: la fiducia che qualcosa di bello, di gioioso accadrà”, afferma nell’omelia. E denuncia: “Dobbiamo riconoscere che, nonostante l’impegno di molti, anche nel mondo carcerario c’è ancora tanto da fare”. Poi avverte che sono “tanti” i “problemi da affrontare”. “Pensiamo al sovraffollamento, all’impegno ancora insufficiente di garantire programmi educativi stabili di recupero e opportunità di lavoro”, fa sapere. Ma ci sono anche le questioni “a livello più personale”: il “peso del passato”, le “ferite da medicare” ma anche “la tentazione di arrendersi o di non perdonare più”. Il Papa è consapevole che “il carcere è un ambiente difficile e anche i migliori propositi vi possono incontrare tanti ostacoli”. Il rischio è che si voglia gettare la chiave delle celle, senza possibilità di riabilitazione. “Sono molti - osserva il Papa - a non comprendere ancora che da ogni caduta ci si deve poter rialzare, che nessun essere umano coincide con ciò che ha fatto e che la giustizia è sempre un processo di riparazione e di riconciliazione”. Del resto, incoraggia Leone XIV, anche “dal terreno duro della sofferenza e del peccato, sbocciano fiori meravigliosi e anche tra le mura delle prigioni maturano gesti, progetti e incontri unici nella loro umanità. Si tratta di un lavoro sui propri sentimenti e pensieri necessario alle persone private della libertà, ma prima ancora a chi ha il grande onere di rappresentare presso di loro e per loro la giustizia”. Il Pontefice chiama in causa chi è chiamato a governare gli Stati. Perché “il Giubileo è una chiamata alla conversione e proprio così è motivo di speranza e di gioia”. E ricorda che i “miracoli avvengono”, sia con gli “interventi straordinari di Dio”, ma “più spesso essi sono affidati a noi, alla nostra compassione, all’attenzione, alla saggezza e alla responsabilità delle nostre comunità e delle nostre istituzioni”. Leone XIV evoca Paolo VI per invitare alla “profezia”: quella che deve tradursi in “impegno a promuovere in ogni ambiente - e oggi sottolineiamo particolarmente nelle carceri - una civiltà fondata su nuovi criteri, e ultimamente sulla carità”. È “la civiltà dell’amore”, afferma il Papa. E richiama il Natale che si avvicina: “Anche di fronte alle sfide più grandi non siamo soli: il Signore è vicino, cammina con noi e, con Lui al nostro fianco, sempre qualcosa di bello e gioioso accadrà”. All’Angelus, di fronte all’albero di Natale ancora in via di ultimazione in una piazza San Pietro affollata, il Papa ricorda che Cristo “dà parola agli oppressi, ai quali violenza e odio hanno tolto la voce; Egli vince l’ideologia, che rende sordi alla verità; Egli guarisce dalle apparenze che deformano il corpo”. E sottolinea che “in questo tempo d’Avvento siamo chiamati a unire l’attesa del Salvatore all’attenzione per quello che Dio fa nel mondo”. Da qui l’invito: “Gioiamo, dunque, perché Gesù è la nostra speranza soprattutto nell’ora della prova, quando la vita sembra perdere senso e tutto ci appare più buio, le parole ci mancano e fatichiamo ad ascoltare il prossimo”. Carceri, celle strapiene: il richiamo del Papa per il male endemico di 64 mila persone detenute di Carlo Ciavoni La Repubblica, 15 dicembre 2025 Che oggi sia o no il Giubileo dei detenuti, poco importa, al di là dell’alto richiamo e il forte significato politico che Leone XIV ha voluto dare a questa giornata. Resta il fatto che il nostro Paese può vantare anche il primato del tasso di affollamento negli istituti di pena tra i più alti d’Europa: il 137%, con picchi assurdi come nel carcere di Lucca dove c’è un tasso del 244%. Sono numeri che si spiegano così: il totale delle persone detenute oggi è di 63.545; i posti regolamentari sarebbero 51.276; quelli che invece sono realmente disponibili sono 41.114. Quindi nelle celle delle carceri italiane ci sono 22.431 persone in più. Il confronto con altri Paesi: ce la battiamo con Cipro e la Romania. L’Italia è tra i Paesi dell’UE che soffre cronicamente di sovraffollamento carcerario, con veri e propri record - raggiunti tra il 2024 e il 2025 - che la collocano tra i primi Paesi per densità, superando la media europea e “battendosela” con nazioni come Cipro, Romania e Francia, anche queste con un sistema carcerario quasi al collasso. I Paesi invece con un numero di detenuti per abitante più basso sono Finlandia, Olanda e Slovenia. Il forte richiamo di Leone XIV. Il Papa suggerisce “forme di amnistia o di condono della pena” invitando così il mondo politico a provvedere urgentemente alla soluzione di questo problema, che impone a migliaia di persone detenute, condizioni di vita degradanti e umilianti. Il Papa ha fatto riferimento anche a problemi legati all’impegno “ancora insufficiente” per realizzare programmi educativi stabili, di recupero sociale e per creare opportunità di lavoro: tutte questioni irrisolte, ma davvero drammatiche, nelle carceri del nostro Paese. Le parole del Garante nazionale per i detenuti. Va nella stessa direzione anche l’invito del Garante nazionale dei detenuti, Riccardo Turrini Vita, il quale ha chiesto apertamente “misure immediate di alleggerimento della pressione detentiva”, come l’amnistia e l’indulto, indicando soluzioni alternative nel caso manchi la maggioranza parlamentare necessaria. Il punto centrale, per il garante, è il ripristino della legalità: “altrimenti l’ordinamento va in violazione dei suoi stessi principi, delle leggi penitenziarie e degli accordi internazionali”. Le organizzazioni promotrici dell’appello per il Giubileo dei detenuti. I promotori dell’appello “Giubileo dei detenuti: chiediamo clemenza e umanità nelle carceri italiane” sono A buon diritto, Acli, Antigone, Arci, Cgil, Confcooperative Federsolidarietà, Conferenza dei Garanti territoriali delle persone private della libertà, Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia-CNVG, Coordinamento Nazionale Comunità Accoglienti-CNCA, Forum Droghe, Gruppo Abele, L’altro diritto, La Società della Ragione, Legacoopsociali, Movimento di Volontariato Italiano-MOVI, ?Movimento No Prison, Nessuno tocchi Caino, Ristretti Orizzonti. Leone XIV rilancia l’appello per l’amnistia ai detenuti: “Offrire a tutti possibilità di ricominciare” di Riccardo Benotti agensir.it, 15 dicembre 2025 Il Papa ha auspicato amnistie e condoni durante la messa per il Giubileo dei detenuti, rilanciando l’appello di Francesco. Ha invitato a offrire a ogni persona la possibilità di ricominciare, denunciando le difficoltà del sistema carcerario e promuovendo una giustizia riparativa e inclusiva. “Confido che in molti Paesi si dia seguito” all’auspicio di amnistie e condoni. Papa Leone XIV rilancia con forza, nella messa per il Giubileo dei detenuti celebrata questa mattina in San Pietro, il desiderio espresso da Papa Francesco nella Bolla Spes non confundit di concedere “forme di amnistia o di condono della pena volte ad aiutare le persone a recuperare fiducia in sé stesse e nella società e ad offrire a tutti reali opportunità di reinserimento”. Il Pontefice ha ricordato che il Giubileo biblico era “un anno di grazia in cui ad ognuno, in molti modi, si offriva la possibilità di ricominciare”. “Mentre si avvicina la chiusura dell’Anno giubilare, dobbiamo riconoscere che nel mondo carcerario c’è ancora tanto da fare”, ha affermato Leone XIV, sottolineando che “sono molti a non comprendere ancora che da ogni caduta ci si deve poter rialzare, che nessun essere umano coincide con ciò che ha fatto e che la giustizia è sempre un processo di riparazione e di riconciliazione”. La celebrazione è avvenuta nella terza domenica di Avvento, detta “Gaudete”, la domenica della gioia, che ricorda “la dimensione luminosa dell’attesa: la fiducia che qualcosa di bello, di gioioso accadrà”. Il richiamo a Francesco e i problemi del carcere - Il Papa ha ricordato le parole di Papa Francesco che un anno fa, il 26 dicembre 2024, aprendo la Porta Santa a Rebibbia, aveva esortato: “La corda in mano, con l’àncora della speranza. Spalancate le porte del cuore”. Facendo riferimento all’immagine di un’ancora lanciata verso l’eternità, Francesco invitava a mantenere viva la fede e a credere sempre nella possibilità di un futuro migliore, ma anche a essere “operatori di giustizia e di carità negli ambienti in cui viviamo”. Leone XIV non ha mancato di richiamare i problemi strutturali del mondo carcerario: “Pensiamo al sovraffollamento, all’impegno ancora insufficiente di garantire programmi educativi stabili di recupero e opportunità di lavoro”. E ha aggiunto: “Non dimentichiamo, a livello più personale, il peso del passato, le ferite da medicare nel corpo e nel cuore, le delusioni, la pazienza infinita che ci vuole, con sé stessi e con gli altri, quando si intraprendono cammini di conversione, e la tentazione di arrendersi o di non perdonare più”. Il carcere, ha osservato, “è un ambiente difficile e anche i migliori propositi vi possono incontrare tanti ostacoli”, ma proprio per questo “non bisogna stancarsi, scoraggiarsi o tirarsi indietro”. Conversione, misericordia e l’appello per il Congo - “Quando si custodiscono, pur in condizioni difficili, la bellezza dei sentimenti, la sensibilità, l’attenzione ai bisogni degli altri, il rispetto, la capacità di misericordia e di perdono, allora dal terreno duro della sofferenza e del peccato sbocciano fiori meravigliosi”, ha affermato Leone XIV. Il Pontefice ha ricordato che anche tra le mura delle prigioni “maturano gesti, progetti e incontri unici nella loro umanità”, frutto di un lavoro sui propri sentimenti e pensieri necessario “alle persone private della libertà, ma prima ancora a chi ha il grande onere di rappresentare presso di loro e per loro la giustizia”. “Il Giubileo è una chiamata alla conversione e proprio così è motivo di speranza e di gioia”, ha aggiunto. Il Papa ha richiamato l’immagine di Giovanni il Battista, “retto, austero, franco fino ad essere imprigionato per il coraggio delle sue parole”, non era “una canna sbattuta dal vento”, eppure “ricco di misericordia e di comprensione verso chi, sinceramente pentito, cercava con fatica di cambiare”. Citando Sant’Agostino, Leone XIV ha ricordato: “Partiti gli accusatori, sono state lasciate la misera e la misericordia”. L’invito è a promuovere “una civiltà fondata sulla carità”, come auspicava San Paolo VI nel 1975: “la civiltà dell’amore”. Il compito affidato a tutti, ha concluso, “non è facile”, ma “il Signore continua a ripeterci che una sola è la cosa importante: che nessuno vada perduto e che tutti siano salvati”. All’Angelus, Leone XIV ha lanciato un appello per la Repubblica Democratica del Congo: “Seguo con viva preoccupazione la ripresa degli scontri nella parte orientale del Paese”. Esprimendo vicinanza alla popolazione, il Pontefice ha esortato le parti in conflitto a “cessare ogni forma di violenza e a ricercare un dialogo costruttivo, nel rispetto dei processi di pace in corso”. Ignorate le parole di Papa Francesco: le carceri ancora sovraffollate e governate dall’ipocrisia di Susanna Marietti* Il Fatto Quotidiano, 15 dicembre 2025 Lo scorso 26 dicembre Papa Francesco aprì la porta Santa a Rebibbia. Oggi - Giubileo dei detenuti - su una capienza di 46.124 posti vivono 63.868 persone. Siamo governati dall’ipocrisia. Tutti si definiscono cristiani ma nessuno ascolta le parole del capo della Chiesa. Lo scorso 26 dicembre Papa Francesco aprì la porta Santa a Rebibbia, dove giovedì è morta una detenuta e dove il giorno prima si è recato il Presidente della Repubblica. Le parole del Pontefice, che al carcere aveva dedicato pensieri e azioni, sono rimaste inascoltate, colpevolmente rimosse da parte di chi dirige il nostro sistema penitenziario. Per questo un ampio numero di associazioni e istituzioni - tra le quali A buon diritto, Acli, Antigone, Arci, Cgil, Conferenza dei Garanti territoriali delle persone private della libertà, Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia CNVG, Coordinamento Nazionale Comunità Accoglienti CNCA, Federsolidarietà, Forum Droghe, Gruppo Abele, L’altro diritto, La Società della Ragione, Legacoop, Movi, Ristretti, No prison e Nessuno Tocchi Caino - hanno promosso un appello per offrire dignità e megafono all’impegno di Papa Francesco. Vanno assicurate umanità e clemenza a un sistema, quello delle prigioni, che vive una drammatica crisi. Il mondo delle carceri italiane sta perdendo ogni legame con la missione costituzionale di cui al terzo comma dell’articolo 27. Un articolo scritto con il sangue, il dolore e la profondità politica di quella parte dei nostri costituenti che aveva vissuto l’esperienza della prigionia durante il fascismo. I numeri descrivono l’attuale crisi in modo impietoso. Al 30 novembre 2025 erano 63.868 le persone detenute nelle nostre carceri. La capienza effettiva era invece pari a 46.124 posti. Ciò significa che si contavano quasi 18.000 posti in meno rispetto alle presenze. È facile capire cosa significhi e quanto le possibilità di risocializzazione, nonostante l’impegno di alcuni operatori, si trasformino in mito. Di fronte a tassi di affollamento così elevati è sbagliato, nonché utopico, pensare di risolvere il problema con fantomatici piani di edilizia penitenziaria. L’affollamento delle carceri può e deve risolversi depenalizzando quel che ha a che fare con questioni sociali e non deve essere gestito con politiche penali, a partire dal tema delle droghe, trattato con le armi inique del proibizionismo che mette sullo stesso piano tossicodipendenti e trafficanti. Le galere sono piene di persone espulse da un sistema di welfare selettivo. Il tasso di affollamento medio nazionale è ormai dunque al 138,5% e in ben 72 delle 189 carceri italiane è pari o finanche superiore al 150%. Non sono meri numeri, perché dietro di essi vivono persone: in alcuni luoghi manca per loro lo spazio vitale. Negli istituti più affollati - come Lucca (247%), Vigevano (243%), Milano San Vittore (231%), Brescia Canton Monbello (216%), Foggia (215%), Lodi (211%), Udine (209%), Trieste (201%), Brindisi (199%), Busto Arsizio (196%), ma anche in molte altre carceri metropolitane - non ci sono quasi più spazi per la socialità, per la scuola. Il carcere diventa così solo un grande, inutile dormitorio. Per la prima volta nella storia, dopo il cosiddetto Decreto Caivano, anche nelle carceri minorili sta accadendo lo stesso. Ma altri numeri sono ancora da segnalare. Ovvero quelli, assai paradigmatici, che ci raccontano in maniera oggettiva l’illegalità in cui versa il sistema. Nel corso del 2024, i tribunali di sorveglianza italiani hanno accolto ben 5.837 ricorsi che riconoscevano ad altrettante persone detenute di aver vissuto in carcere in condizioni inumane o degradanti. Ben 5.837 sono state dunque sottoposte a una pena contraria al senso di umanità, contraria all’art. 27 della Carta costituzionale. In tante carceri in giro per l’Italia si è tornati a vivere in meno di tre metri quadri a persona, come quando l’Italia venne condannata dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. La reazione delle istituzioni, sia per adulti che per minori, si riassume in una sola parola: chiusura. Il carcere è sempre più chiuso. C’è insofferenza istituzionale verso chi nel mondo esterno vuole cooperare per l’esecuzione di una pena più umana. Per tutti questi motivi le associazioni, anche in considerazione del Giubileo dei detenuti in corso, hanno indetto una grande assemblea da tenersi a Roma il prossimo 6 febbraio. Per ricordare a chi governa che il carcere non è proprietà privata dei custodi. *Coordinatrice dell’Associazione Antigone Il Giubileo dei detenuti aiuti a sgonfiare le carceri italiane di Enrico Rossi* pensalibero.it, 15 dicembre 2025 Oggi, nel Giubileo dei detenuti, a Roma si parla di “speranza”, di dignità per le persone che sono in carcere. In Vaticano l’evento dura dal 12 al 14 dicembre e stamattina c’è la Messa in San Pietro: un rito pubblico che obbliga tutti - credenti e non - a domandarsi in quali condizioni versi il nostro sistema carcerario. La fotografia è questa: 63.868 persone detenute a fine novembre, con una capienza regolamentare di 51.275 posti, ma soprattutto con posti effettivamente disponibili scesi a 46.124 perché migliaia di celle e sezioni sono inagibili o chiuse. Più che un “sovraffollamento”, è una compressione quotidiana di corpi e di vita, con un sistema che lavora oltre la soglia minima di sicurezza. I numeri della disperazione li ricorda Antigone: nel 2024 i suicidi sono stati 91 (un record) e nel 2025 l’emergenza non si è fermata e ha raggiunto parlano i 74 suicidi (più altri decessi e casi da accertare). Il sovraffollamento non nasce dal nulla. Nasce da scelte politiche precise e da inerzie. Nasce dall’uso del carcere, tanto caro alla destra estrema e neofascista, come risposta standard e facile a fragilità sociali, dipendenze, marginalità ed è frutto del riflesso di mettere dentro quello che fuori non sappiamo gestire, del giustizialismo populista che promette la gogna in cambio di voti. Ci sono inoltre anche la lentezza con cui si applicano (quando si applicano) misure alternative e “uscite” previste già dall’ordinamento: se fuori mancano soluzioni adeguate il carcere resta il contenitore di default. Per questo suona stonata, perfino cinica, la discussione politica di questi giorni. Mentre il sistema è al collasso, dalla seconda carica dello Stato, Benito La Russa, ci viene proposta la scorciatoia del “mini-mini-indultino” o del “fine pena a casa” “entro Natale”: una misura eccezionale, temporanea, selettiva, raccontata quasi come un gesto di buon senso stagionale nell’atmosfera buonista del Natale. Il problema non è discutere le singole misure. Il problema è la pochezza della cornice. Gli interventi che “sgonfiano” le carceri sono tutti da promuovere. Ma il punto è un altro: cambiare i flussi in ingresso, accelerare davvero i percorsi alternativi, investire subito su salute mentale e personale, riaprire spazi di lavoro e formazione, impedire l’uso automatico della cella come risposta a tutti i problemi sociali. Nel giorno del Giubileo dei detenuti, la situazione drammatica delle carceri pesa il doppio. Oggi, non stiamo parlando di un tema “per specialisti”: stiamo parlando di un punto importante della Costituzione: se una pena non rieduca, non è giustizia: è solo vendetta sui corpi, annullamento della persona e accumulo di rabbia che di scatenerà ancora. Oggi, mentre a Roma si attraversa una Porta Santa, dovremmo aprire anche la porta di una politica penitenziaria che smetta di vivere di emergenze, annunci e pannicelli caldi. Marx non parla solo del solito comodo aforisma sulla “civiltà misurata dalle prigioni”. Ma lancia un’idea critica che fa riflettere sulla società in cui viviamo: la legge non è neutrale, e spesso ciò che chiamiamo “crimine” è anche il modo con cui una società classifica e governa i suoi conflitti. Attorno al crimine e alla punizione nasce un’intera filiera - codici, tribunali, polizie, carceri, carriere - una macchina che si autoalimenta e che finisce per avere interesse a restare in moto a creare emergenze e così attrarre risorse e crescere. Per questo il sovraffollamento non è un incidente: è una scelta. È lo Stato che dice: non so prendermi cura, non so prevenire, non so includere; so solo “sbattere in carcere”, e chiudere la porta. Oggi parleranno Meloni a Atreju e Schlein all’assemblea del partito. Spero che Meloni non parli di questo argomento perché da lei mi aspetto solo veleno verso i detenuti. Confido invece che ne parli la segretaria del PD con spirito di umanità verso chi è in una cella e con un’analisi critica di una società che ha fatto del carcere la discarica sociale. *Presidente della Regione Toscana dal 2010 al 2020, membro del Comitato europeo delle regioni (CoR) Perbenisti part-time: il dramma delle carceri e il Giubileo dei detenuti di Ugo Adamo lacnews24.it, 15 dicembre 2025 Nel 2024 i Tribunali di sorveglianza hanno accolto più di 5.800 ricorsi per trattamenti inumani e degradanti. Finora inutili gli appelli di Papa Francesco che chiese in vista dell’anno giubilare provvedimenti di clemenza per restituire speranza. Il titolo attribuito a questo nostro intervento, che può apparire provocatorio, è stato scelto per richiamare l’attenzione del lettore su una situazione drammatica, quale quella che si vive nelle carceri italiane da ormai troppo tempo. La condizione degli istituti penitenziari ha raggiunto livelli allarmanti: a fronte di 46.500 posti realmente disponibili, essi ospitano circa 63.500 persone, in condizioni di sovraffollamento estremo. Solo nei primi mesi del 2025 si sono registrati 74 suicidi tra i detenuti, ai quali si aggiungono due agenti di polizia penitenziaria e due operatori sociali, oltre a 47 morti ancora in attesa di accertamenti. Nel 2024 i Tribunali di sorveglianza hanno accolto più di 5.800 ricorsi per trattamenti inumani e degradanti, in violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti umani. Questi i dati più aggiornati (Società della Ragione), che descrivono la situazione denunciata: il carcere è ormai isolato dal mondo esterno, e le persone recluse trascorrono quasi tutta la giornata in celle inadatte alla vita, dalle quali troppe volte “si scappa” con il suicidio. Di fronte a tali numeri non si può che sorridere amaramente davanti a chi ha l’ardire di affermare che la prigione ha come obiettivo la riabilitazione dei condannati; in realtà, il carcere serve a confinare le devianze dei poveri e a emarginare chi è già escluso dalla società. A fronte di questa situazione inaccettabile e palesemente incostituzionale, le misure da intraprendere - anzi, da dover essere intraprese; meglio ancora, che avrebbero dovuto essere intraprese da tempo - sono numerosissime; nel frattempo, il Parlamento, in attesa che si desti dallo stato comatoso in cui versa per la sua neghittosità, deve (o dovrebbe) adottare un atto di clemenza che consenta una riduzione immediata della popolazione carceraria. Oggi, 14 dicembre, in Vaticano si conclude il Giubileo dei detenuti. In questi giorni si sta assistendo a una gara di dichiarazioni da parte di coloro che nel titolo sono definiti perbenisti part time: frasi inutili e urticanti, imbellettate per le festività natalizie, sideralmente lontane da azioni concrete. Una distanza che diventa ancor più evidente se si richiama alla mente quanto riportato già da un anno sul sito telematico del Governo (pagina del Commissario di Governo per il Giubileo della Chiesa cattolica 2025 - Presidenza del Consiglio dei Ministri), e quindi le parole di Papa Francesco: “Propongo ai governi che nell’Anno del Giubileo si assumano iniziative che restituiscano speranza; forme di amnistia o di condono della pena volte ad aiutare le persone a recuperare fiducia in sé stesse e nella società; percorsi di reinserimento nella comunità a cui corrisponda un concreto impegno nell’osservanza delle leggi”. Traduciamo in linguaggio laico e costituzionale queste esortazioni. La Costituzione prevede amnistia e indulto come strumenti di politica criminale nella disponibilità del legislatore ordinario; ciò significa che entrambi gli istituti hanno piena cittadinanza costituzionale (Corte costituzionale, sent. n. 171/1963). Se questo è vero, come è possibile che tali strumenti siano stati stigmatizzati fino a diventare desueti, abbandonati, se non anche disprezzati? Le risposte sono due. In primo luogo, l’uso disinvolto che di tali istituti è stato fatto nella storia repubblicana (di un uso “ciclicamente regolare” - discorreva G. Gemma - senza precisi limiti costituzionali - a dire di G. Zagrebelsky -). Dall’entrata in vigore della Costituzione fino al 1992 sono stati concessi ben 23 provvedimenti di clemenza collettiva, al netto di quello del 2006, noto alle cronache come ‘indultino’. Evidentemente troppi, tanto da farli bollare come atti di debolezza dello Stato apparato, non più compatibili con la costruzione di un diritto penale onnipervasivo e populisticamente orientato. In secondo luogo, la riforma dell’art. 79 della Costituzione, che disciplina gli atti di clemenza collettiva. La modifica, approvata nel 1992 - gli anni di Tangentopoli - da un Parlamento stretto nella morsa dell’indignazione popolare, rappresentò plasticamente una resa alle spinte giustizialiste di quel periodo. Da allora ottenere una misura di clemenza è diventato un traguardo quasi irraggiungibile: serve infatti la maggioranza dei due terzi dei membri di entrambe le Camere, su ogni articolo e nella votazione finale (la maggioranza più alta prevista dalla Costituzione). Il risultato è sotto gli occhi di tutti: fatta eccezione per l’indulto del 2006, è da 33 anni che il Parlamento non approva più alcun atto di questo tipo. In breve, la clemenza, un tempo sfruttata fino all’eccesso, oggi è praticamente estinta. Nel tempo del Giubileo, sottolineiamo (insieme a uno dei più autorevoli costituzionalisti italiani A. Pugiotto) che amnistia e indulto non sono sinonimi né di indulgenza plenaria né di perdono. La remissione giuridica della pena può essere parziale e produrre effetti estintivi selettivi, escludendo, per esempio, determinati reati. Non costituiscono perdono, perché non richiedono alcuna predisposizione dell’animo e non sono un dono, potendo, in taluni casi, la loro concessione essere subordinata a un obbligo di dovere. Lo Stato laico può dunque accogliere l’esortazione del Papa. Richiamati i dati che hanno aperto questo nostro intervento, amnistia e indulto rappresentano strumenti costituzionali per salvare i detenuti, stante la condizione che essi vivono che è di pericolo per loro stessi, e non lo sarebbe necessariamente nei confronti delle nostre comunità, visto che non è fondata l’obiezione più ricorrente al mancato impiego dell’amnistia e dell’indulto: l’incremento di reati derivante dalla liberazione anticipata di molti detenuti. Eppure, gli studi sui livelli di recidiva dimostrano che tale timore non trova riscontro: i dati evidenziano che chi ha usufruito dell’indulto non è tornato a delinquere più di quanto avviene nella media. Va inoltre ricordato che nel 2013 - ormai più di un decennio fa - l’Italia è stata condannata per il carattere inumano e degradante del sovraffollamento carcerario. E, proprio come avviene oggi con l’Ungheria di Orbán, numerosi giudici di altri Paesi rifiutano l’estradizione verso il nostro Paese: una situazione che non può che risultare mortificante. Per il bene della Repubblica, le forze parlamentari dovrebbero finalmente esercitare la loro prerogativa: non solo rivendicare il diritto di non usarla - come accade ormai da 33 anni - ma anche dimostrare di saperla assumere con senso di responsabilità. Ne sono consapevole, forse è chiedere molto. Carceri, la strage silenziosa: suicidi, violenze e overdose mentre lo Stato volta lo sguardo di Lino Fresca calabria7.news, 15 dicembre 2025 Suicidi, violenze e sovraffollamento. È il dramma che si vive nelle carceri italiane. Cinque detenuti si sono suicidati negli ultimi giorni negli istituti di pena italiani. Il Giubileo dei detenuti inizia nel peggiore dei modi, con notizie di morte e disperazione. Pochi giorni fa è morta nel carcere di Rebibbia una donna cinquantanovenne, probabilmente per overdose. Precedentemente ci sono stati un caso di suicidio nel carcere di Viterbo e il decesso di un detenuto a lungo in coma e in terapia intensiva per una violenza tra detenuti all’interno di Rebibbia. Una brutta successione di morte che segna queste giornate dedicate ai detenuti. Ancora un altro suicidio è stato segnalato nel carcere di Lecce. La donna morta a Rebibbia aveva importanti problemi di salute, era seguita dai sanitari, ma come si sa, non è il carcere il luogo per dare le cure necessarie. L’hanno trovata nella sua cella nella sezione femminile del carcere romano e una seconda detenuta è stata portata in ospedale, come ha fatto sapere il segretario generale del Sindacato polizia penitenziaria, Aldo Di Giacomo: “Siamo all’ennesimo caso di diffusione di stupefacenti che solo negli ultimi mesi dell’anno registra due morti a San Vittore e tre ricoverati in gravi condizioni a Rebibbia maschile e un decesso, uno a Sassari, uno a Gorizia, uno a Reggio Emilia e uno a Firenze”. Infine, il duro appello: “Da parte dell’amministrazione penitenziaria, del Governo e della politica si preferisce fare come le tre scimmiette: non vedo, non sento, non parlo”. In tutta Italia, secondo il monitoraggio costante di “Ristretti Orizzonti”, i decessi negli istituti di pena italiani nel 2025 e fino ad oggi sono stati 225, dei quali 76 suicidi. Nel 2024, i decessi erano stati 246, dei quali 91 suicidi. Nel Lazio, i detenuti sono attualmente 6.702 su 4.485 posti effettivamente disponibili, per un tasso di affollamento del 149%. A Viterbo i detenuti presenti sono 716 con un tasso di affollamento del 177% e a Rebibbia femminile 370, con tasso di affollamento del 149%. Saltano i Giochi della Speranza: il carcere si ferma per lutto - Per rispetto della donna morta la scorsa notte, sono stati subito rinviati a data da destinarsi i “Giochi della Speranza”, promossi dalla Fondazione Giovanni Paolo II, dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e dalla rete di magistrati Sport e Legalità. Al loro posto, si terrà un momento di raccoglimento all’interno di Rebibbia insieme ai partecipanti già invitati, come Michela Di Biase, parlamentare Pd. I “Giochi della Speranza”, alla seconda edizione, erano anche chiamati la “piccola olimpiade in carcere”, un’iniziativa organizzata per il Giubileo dei detenuti (dal 12 al 14 dicembre). Calabria dimenticata: tre suicidi e istituti al collasso - Disperazione e dolore anche nelle carceri calabresi, dove si muore nella totale indifferenza delle Istituzioni. Tre i suicidi segnalati. Nei 12 istituti penitenziari calabresi, dato aggiornato a novembre, sono presenti 3.039 persone detenute a fronte di una capienza regolamentare di 2.711 posti, molti dei quali non utilizzabili per inagibilità o manutenzioni. Il sovraffollamento sale al 120%, poco più basso della media nazionale (132%). Sono 64 le donne recluse a Castrovillari e al “Panzera” di Reggio Calabria, e 600 gli stranieri presenti negli istituti penitenziari calabresi. Tra i più affollati Locri (148%), Palmi (133%), Laureana di Borrello (130%). Antigone: “Numeri contrari al senso di umanità della Costituzione” - Di sicuro non bisogna abbassare la guardia o assuefarsi. “La situazione delle carceri - afferma Perla Allegri, presidente di Antigone Calabria - riflette le criticità nazionali, con sovraffollamento, condizioni inadeguate e un aumento di eventi critici. Gli istituti calabresi presentano ambienti detentivi e docce in condizioni precarie”. “Nell’anno appena trascorso si sono registrati numerosi episodi di autolesionismo, tentativi di suicidio e aggressioni. Purtroppo vi sono stati tre suicidi, nell’anno in cui l’Italia ha raggiunto il triste primato di 90 morti negli istituti penitenziari. La situazione è contraria al senso di umanità che la Costituzione declama”. Salute mentale negata: isolamento, nudità e mancanza di cure - A questo si aggiungono altri problemi. “La carenza di personale sanitario e psicologico negli istituti calabresi compromette l’assistenza ai detenuti, aggravando il disagio mentale e aumentando il rischio di suicidi. Nelle ultime visite a Cosenza e Rossano abbiamo incontrato persone con disagio psichico in isolamento, in condizioni gravissime: prive di materassi, svestite, già segnalate come incompatibili con la detenzione. C’è un problema serio legato ai disturbi psichiatrici che in carcere si esacerbano. La Regione ha un solo istituto con articolazione di salute mentale e un centro clinico, quello di Catanzaro, che non riesce a rispondere alle esigenze della popolazione reclusa”. “Io cappellano del carcere dove si è suicidato un educatore dico: non si va avanti così” di Alex Corlazzoli Il Fatto Quotidiano, 15 dicembre 2025 “Senza rieducazione, si preparano solo nuovi delinquenti”. Intervista a don Roberto Musa, cappellano della casa circondariale di Cremona: “Chi lavora in carcere è continuamente preoccupato di non svolgere appieno la sua missione”. “Non si può andare avanti a dare la tachipirina ha chi ha il tumore. Entro in carcere dal 2010. Da allora sono passati governi di ogni colore politico ma non so quanto, ci sia in Parlamento, la volontà trasversale di agire su quanto avviene dietro le sbarre. Questa non è un’emergenza ma un problema strutturale: le celle scoppiano, i funzionari sono oppressi dalla burocrazia, non siamo attrezzati ad affrontare le persone detenute a causa delle dipendenze da nuove sostanze, spesso manca un accompagnamento per il post detenzione”. A parlare nelle ore in cui il Vaticano celebra il Giubileo dei detenuti, è don Roberto Musa, il cappellano della casa circondariale di Cremona, finita sotto i riflettori nelle ultime settimane per il suicidio di un educatore giuridico-pedagogico che si è impiccato nel bagno della struttura (il quarto nel 2025 che si aggiunge ai 71 detenuti che si son tolti la vita quest’anno). Don Roberto, parroco a San Daniele e Pieve D’olmi, insegnante di religione al liceo “Anguissola” di Cremona, fondatore della cooperativa “Fratelli tutti” dove operano ex detenuti e disabili, sa che il caso dell’educatore è il pretesto per denunciare ancora una volta quanto sta avvenendo nelle galere. Ha iniziato a frequentare quel luogo da diacono e ora da quindici anni conosce uno ad uno gli uomini condannati ma anche chi lavora dietro le sbarre. E sa che Cremona non è né meglio né peggio di altre strutture. Il tema del sovraffollamento resta centrale. A Ca’ del Ferro, dove ci sarebbero 390-400 posti, si è arrivati a ospitare 600 persone che arrivano da ogni parte della Lombardia. Nulla di nuovo - dirà qualcuno - se non fosse che don Musa lega questa situazione al carico per il personale. “Abbiamo solo cinque educatori, una mediatrice culturale, psicologhe e criminologhe e una direttrice in missione da Bollate. È uno staff giovane, impegnato, altamente professionale che affianca un personale di polizia penitenziaria che è stato anche incrementato con due nuovi funzionari. Ma sa qual è il limite? I detenuti sentono il bisogno di parlare con gli operatori che sono gravati dalla burocrazia; tante ore di scrivania che limitano il colloquio con le persone”. Eccolo uno dei cortocircuiti del carcere. Chi lo frequenta come don Roberto sa che il vero dramma è quello della “domandina” (richiesta per ottenere ogni servizio) che resta inevasa; del desiderio di iniziare a lavorare all’esterno secondo l’articolo 21 dell’Ordinamento penitenziario ma di non poterlo fare perché la pratica resta sulla scrivania. Basti pensare che l’educatore che si è suicidato aveva in carico ben tre sezioni: “Ha sempre lavorato con noi. In una realtà complessa, era riuscito a costruire belle relazioni umane. Non riesco a dare una risposta a quanto è accaduto e non è rispettoso darsela. Posso solo dire che per una persona che può avere delle fragilità non è facile vivere in un contesto in cui si è sempre in contatto con la sofferenza”. Il cappellano ha chiara la diagnosi: “Come tutte le carceri lombarde c’è la continua preoccupazione, siamo consapevoli di non riuscire ad assolvere a pieno alla missione ricevuta perché non ci sono le forze”. Don Musa che è affiancato anche da don Graziano Ghisolfi e suor Maria Grazia della Caritas, solleva un’altra questione: “Abbiamo sempre più detenuti in situazioni di estrema povertà e persone con problemi psichiatrici. Sono aumentati i giovani che finiscono dietro le sbarre a causa delle nuove dipendenze ma non siamo attrezzati per queste persone, il carcere non è il loro posto. Hanno bisogno di percorsi di un altro tipo: è gente che è malata. A questi vanno aggiunti coloro che arrivano da noi con la scabbia: per assurdo hanno bisogno del carcere per superare la rigidità dell’inverno. E poi ci sono gli stranieri non regolari sul territorio, dietro di loro non c’è nulla, le loro famiglie sono lontane o inesistenti e non hanno nemmeno la possibilità di accedere alle misure alternative perché non hanno domicilio”. La fotografia del cappellano conclude prendendo in considerazione anche i sex offender o i collaboratori di giustizia che vivono in sezioni separate: “In questi casi dobbiamo lavorare sul dopo, sull’orizzonte post carcere”. A Cremona come in tante altre realtà, nonostante la diminuzione dei numeri a causa della pandemia, ci sono tanti volontari e molte progettualità legate anche all’alfabetizzazione. Ma non basta. “Dobbiamo farci una domanda seria: crediamo ancora nell’articolo 27 della Costituzione che indica la rieducazione come finalità della pena? Non mi sembra che stiamo vivendo quanto dice la nostra Carta”. Parole pronunciate qualche ore prima su “L’Avvenire” dal Vescovo di Crema, don Daniele Gianotti, delegato della conferenza episcopale lombarda per la pastorale carceraria: “Siamo molto lontani da ciò che prescrive la Costituzione. La beffa è che tutte le statistiche mostrano che quanto peggiori sono le condizioni di carcerazione, tanto più alta è la probabilità di recidiva. Se non si cambia registro, le prigioni italiane, anziché restituire alla società persone che hanno cambiato la vita, prepareranno nuovi delinquenti”. Giubileo dei detenuti: per chi suona la campana di Bruno Giordano* italreport.it, 15 dicembre 2025 Il Giubileo dei detenuti si celebra con numeri inequivoci: dall’inizio dell’anno in carcere sono morti 223 detenuti, di cui 76 suicidi, 4 morti in un solo giorno, a cui bisognerebbe aggiungere tutti i tentativi di suicidio e i gesti autolesionistici. E senza dimenticare chi in carcere ci lavora. Persone, più che numeri, spesso ristrette per pene non di lungo periodo, che dimostrano come il nostro sistema penitenziario sia fuori dalla Costituzione: l’art. 2 tutela i diritti umani in qualsiasi formazione sociale in cui operi, quindi anche in carcere; e l’art. 27 vieta la pena di morte. Eppure, di carcere si muore. Nella Costituzione tutte le pene, non solo quelle detentive, non devono andare contro il senso di umanità, hanno come unico fondamento la rieducazione di chi ha commesso un reato, non la sofferenza. Non fargli mancare l’aria. Se la sofferenza può arrivare fino alla morte, anche per scelta suicidaria, il sistema penitenziario ha fallito. È asfittico perché mancano agenti, assistenti sociali, amministrativi, psicologi, medici, tutto di competenza del Ministro della Giustizia e del potere legislativo, non della magistratura. Non basta pensare a nuovi reati e ad altre futuribili carceri: se ogni società nelle varie epoche ha la sua devianza, il codice penale di Alfredo Rocco del 1930 è anacronistico, ma nessuno ha il coraggio di metterlo in discussione. L’allargamento delle misure alternative alla detenzione e degli arresti domiciliari doveva servire a decongestionare i penitenziari, ma l’alternativa al carcere non è diventata alternativa alla sofferenza. L’aumento del tasso di recidiva degli ex detenuti dimostra che il carcere non è servito né a loro né alla società che, per altro, ha sostenuto un costo per recuperare. Piuttosto, ha reinserito le stesse persone nel circuito criminale. La giustizia riparativa non decolla, e le vittime di qualsiasi reato rimangono sempre più estranee al processo penale che per loro è un ulteriore, insopportabile costo. Per abusare di Sciascia, che parafrasa John Donne, ripreso a sua volta da Hemingway, se la campana della giustizia suona a morto “non mandare mai a chiedere per chi suona la campana: essa suona per te”. *Magistrato di Cassazione Costa (Fi): “Pubblico ministero scarcera un detenuto con 43 giorni di ritardo, il Csm lo assolve” agenparl.eu, 15 dicembre 2025 Enrico Costa (Forza Italia), vicepresidente della Commissione Giustizia: La libertà personale violata per giorni e giorni per il Csm è un fatto di “scarsa rilevanza”. Quali gli altri elementi sui quali è fondata la “scarsa rilevanza”? Che il detenuto non abbia presentato reclamo o richiesta di scarcerazione. “Un Pm si dimentica in carcere un detenuto in custodia cautelare e lo scarcera con 43 giorni di ritardo rispetto alla scadenza dei termini. Il Ministro della Giustizia avvia un’azione disciplinare nei confronti del magistrato. Esito: il CSM lo assolve per “scarsa rilevanza” del fatto. 43 giorni in carcere sono di “scarsa rilevanza” per la sentenza numero 8 del 2025. Incredibili le motivazioni: “in giurisprudenza” - spiega il CSM - “si registrano casi in cui periodi ben più prolungati sono stati ritenuti non ostativi al riconoscimento della scarsa rilevanza, ovvero addirittura all’assoluzione nel merito; ci si riferisce, in particolare, alla già citata sentenza n. 27418/2022 delle Sezioni Unite (130 giorni di ritardo) o alla sentenza di questa sezione n. 124 del 2019 (108 giorni), anch’essa sopra citata, o ancora alla sentenza CSM n. 105/2015, con la quale il magistrato incolpato è stato mandato assolto a causa del ritenuto legittimo affidamento nell’operato di altri magistrati intervenuti in precedenza, pur in presenza di ben 210 giorni di ritardo nella scarcerazione”. La libertà personale violata per giorni e giorni è, per loro, fatto di scarsa rilevanza. Quali gli altri elementi su cui si è fondata la scarsa rilevanza? Lo “scarso clamore mediatico”, o il fatto che il detenuto non abbia presentato reclamo o richiesta di scarcerazione. Questo ragionamento è l’indice di una magistratura forte con i deboli, e debole con i forti. Non si sanziona il magistrato che sbaglia perché non ci sono i riflettori dei media puntati? I riflettori sono normalmente per i detenuti celebri, non per i poveracci. Mi attendo la solita nota di qualche corrente del CSM, o di qualche laico, che mi attacca per le cose che scrivo. Non importa. Continuerò a spulciare i provvedimenti della rigorosissima sezione disciplinare del Csm con ancora maggiore interesse. Magari ne verrà fuori una bella pubblicazione”. Lo scrive su X Enrico Costa, deputato di Forza Italia e vicepresidente della Commissione Giustizia. Riforma della giustizia, pulpiti e tabù di Tino Palestra Corriere della Sera, 15 dicembre 2025 Quello slogan che promette miracoli mentre i temi veri restano nel cassetto. Il dibattito sul referendum costituzionale promosso dal governo Meloni. Mi ero ripromesso di non intervenire sul referendum sulla giustizia (definizione già forzata, trattandosi di questioni riferite semmai all’assetto della magistratura) e da mesi mi lascio stoicamente scorrere sopra la testa le straparlate dei mille opinionisti che, con la riforma Nordio, vendono al pubblico giustizie più giuste, giudici che pagano i loro errori e persino giustizie più efficienti: ma quando, con slogan non molto dissimili, scendono in campo anche i “colleghi” della Camera penale (di molti dei quali ho stima personale e professionale sincera), non riesco a trattenermi. Metto le mani avanti: premesso che è difficile che le due parti contendenti (la collettività lesa nei suoi diritti e la persona direttamente offesa dal reato, da una parte, e accusato/imputato/difensore dall’altra) abbiano la stessa opinione su quale sia la sentenza “giusta” di quel caso specifico, concedo in partenza che vi siano state (e continueranno purtroppo ad esservi) decisioni giudiziali - di condanna, ma soprattutto di assoluzione o archiviazione - frutto di sciatteria e di superficialità del giudicante, di scelta della “via facile” o più sbrigativa; è probabile che la personale “visione del mondo e della vita” del magistrato faccia capolino in alcuni giudizi valoriali che innervano la motivazione; e non invoco la scusante che esiti socialmente non apprezzabili del processo nascono molte volte da norme confuse, velleitarie e inadeguate, o da canoni procedurali che lo riducono a sport dialettico (e vinca il migliore!) invece che farne tentativo di ricerca della verità, unico scopo socialmente utile della giustizia penale; e non piangerò sulla imponente “mancanza di mezzi” che frustra ogni aspettativa di giustizia (ospedali psichiatrici che non ci sono, braccialetti elettronici che li smonta anche un bambino, tempi processuali biblici per la sproporzione tra aspettative e disponibilità delle risorse necessarie, “rieducazione” del condannato scritta sui sacri testi, ma certamente non conseguibile a costo zero: e mi fermo qui, trattandosi di cose arcinote). Su questi problemi, la riforma non toccherà palla, e nemmeno si propone di farlo; persino la mitica “decorrentizzazione” dei magistrati, che le brochure del “Sì” propongono come scalpo da conquistare, riguarda un fenomeno potenzialmente riproponibile anche tra i pm, e in ogni caso non tocca il “dare giustizia”, salvo seria dimostrazione che determinati esiti giudiziari sono/sono stati figli delle relazioni politiche tra pm e giudice (e poi giudice di Appello, e poi giudice della Cassazione). E non starò a richiamare l’ombra negativa di chi è stato devotamente osannato come padre illustre di questa riforma, con fitta schiera di eredi e aventi causa, anche se è vero che in una società che trascura il contenuto, e si concentra sulla sua comunicazione, il tema del pulpito non è così scindibile da quello della predica: e mi spingo più in là, consentendo che in mano a interpreti “perbene” la riforma potrebbe anche scivolare via senza particolari sfracelli sul sistema costituzionale vigente (quello del 1948, e dei suoi capitoli iniziali!). Ma per favore non si neghi l’innegabile, e cioè che - superata da tempo l’epoca delle relazioni interpersonali di chi si scambiava di funzione anche nel medesimo tribunale a “dimensione familiare” - la riforma obbedisce ad un tabù culturale secondo cui il sistema accusatorio - eretto ad unica possibile stella polare della “giustizia giusta” - imporrebbe a qualunque costo la separazione delle carriere (termine concettualmente blasfemo nel disegno costituzionale, anche se dal 2005 politici manovroni e magistrati “signori della guerra”, in gioiosa unità di intenti, hanno creato praterie di discrezionalità per costituire una gerarchia di capi e capetti, illuminati da quel potere su cui non tramonta mai il sole). “Dio lo vuole!”: sembra il grido di Pietro l’Eremita, che risuona come parola d’ordine, irrilevante nei risultati, ma che consente di piantare la mitica bandierina. Ricorda il refrain dell’”oro da restituire al popolo italiano” (“oro alla Patria”? già sentito). Non se ne farà niente, ma lo slogan pubblicitario sprizza scintille (ed è comunque un dito negli occhi di quei burocratoni della Banca d’Italia, che troppe volte - ma come, neppure eletti dal popolo sovrano? - si permettono, come talvolta i giudici, di “remare contro”). Giustizia, parte la sfida dei comitati: in campo toghe, attori e intellettuali di Leandro De Gaudio Il Mattino, 15 dicembre 2025 Ormai non è solo un argomento per addetti ai lavori, non è solo materia per giuristi. La riforma della giustizia, che prevede tra l’altro anche la separazione delle carriere tra pm e giudici, infiamma il dibattito politico e culturale della città. Una questione che ha dato vita a comitati per il sì e per il no, in vista del referendum fissato in primavera che chiama i cittadini italiani ad esprimersi sul progetto di legge voluto dal ministro guardasigilli Nordio. Al di là di magistrati e avvocati, sono pronti a fornire il proprio contributo attori e intellettuali, artisti e uomini di cultura, esponenti di associazioni e imprenditori. Tutti decisi a raccontare (e a motivare) l’opportunità di sostenere o contrastare la separazione tra giudicanti e requirenti. Iniziamo da questo pomeriggio. Alla Domus Ars, in via Santa Chiara 10, a partire dalle 17.30, in campo il comitato distretto di Napoli, per rimarcare un concetto: “È giusto dire di no”. A coordinare i lavori, il magistrato Ettore Ferrara, ex presidente del Tribunale di Napoli; interverranno la docente di Diritto costituzionale Giovanna De Minico, il procuratore regionale della Corte dei Conti Antonio Giuseppone, l’avvocato cassazionista Francesco Barra Caracciolo, la presidente di Medel Mariarosaria Guglielmi, ma anche padre Alex Zanotelli, l’attore Massimiliano Gallo, gli scrittori Maurizio De Giovanni e Viola Ardone, il coordinatore di Libera Mariano de Palma e il giornalista di Repubblica Antonio Corbo. A schierarsi contro la riforma Nordio anche l’Anm napoletana (guidata dal pm Claudio Siragusa), che ha introdotto alcune settimane fa il dibattito sulle ragioni del no. In questi giorni, a schierarsi contro la riforma Nordio, anche un altro comitato per il no: è quello che fa capo all’associazione “Non è mai troppo tardi”, presieduta dall’ex pg Luigi Riello, affiancato dal professore emerito di Ingegneria Raimondo Pasquino, dal docente Francesco Amoretti, e dall’ex procuratore nazionale antimafia Franco Roberti. Tutti in campo per contrastare il progetto di separare le carriere tra pm e giudici, dando vita a un doppio Csm. In sintesi, spiegano quelli del No, questa riforma sarebbe l’anticamera dell’assoggettamento dei pm all’esecutivo. La pensano diversamente gli animatori del Comitato per il Sì. Venerdì prossimo alle 11, nella Sala Galasso della Società Napoletana di Storia Patria (via V. Emanuele III 310), si terrà la prima iniziativa del Comitato “Sì Separa” della Fondazione Einaudi per discutere con i cittadini dei contenuti della riforma Nordio. Partecipano il presidente della Fondazione Einaudi, Giuseppe Benedetto, il presidente del Comitato Sì Separa, Gian Domenico Caiazza, l’ex magistrato Antonio Di Pietro e il segretario generale della Fondazione Einaudi, Andrea Cangini. Modera la giornalista di La7, Gaia Tortora. I lavori saranno introdotti dal professor Vincenzo Maiello, Università degli Studi di Napoli Federico II, dal referente Campania della Fondazione Einaudi, Ugo de Flaviis, dal direttore de L’Europeista, Pier Camillo Falasca, dal presidente dell’Ordine degli avvocati di Napoli, Carmine Foreste, e dal presidente della Camera Penale di Napoli, Marco Muscariello. Quello di Napoli è il primo appuntamento di un tour in giro per l’Italia che vedrà impegnati i membri del Comitato “Sì Separa” fino a marzo, mese nel quale è prevista la data del voto referendario. “L’obiettivo è quello di confrontarsi con i cittadini e spiegare loro le ragioni del Sì alla separazione delle carriere dei magistrati”. Un confronto a distanza destinato ad animare il dibattito politico giudiziario fino alla prossima primavera. Umbria. Il Garante dei detenuti: “Per tossicodipendenti e malati occorrono soluzioni alternative” umbriadomani.it, 15 dicembre 2025 Nelle carceri dell’Umbria c’è “una quantità rilevante di persone con certificazione medica che dichiara inesorabilmente la loro incompatibilità col sistema ma rimangono seppelliti nelle strutture perché non ci sono soluzioni”. A sottolinearlo, con l’Ansa, è Giuseppe Caforio, Garante in Umbria dei detenuti ai quali è stato dedicato il Giubileo. Cominciato il 12 dicembre, il Giubileo dei detenuti è terminato oggi. Fu Papa Francesco a volerlo e che aprì la Porta Santa anche a Rebibbia. “Sono molti a non comprendere ancora che da ogni caduta ci si deve poter rialzare. Il Signore continua a ripeterci che una sola è la cosa importante: che nessuno vada perduto” ha detto Papa Leone XIV nella Basilica di San Pietro. La Chiesa ha sempre avuto grande attenzione per chi è in carcere: visitare i detenuti è una delle opere di misericordia corporale, persino San Pietro conobbe la prigionia nel carcere Mamertino. Il Garante dell’Umbria ha ribadito, come ha fatto in altre circostanze, che “chi è incompatibile medicalmente con il carcere non può rimanere all’interno di esso, perché ciò costituisce da un lato un possibile reato e dall’altro un trattamento inumano”. Caforio sostiene che è necessario “per detenuti che non hanno pericolosità sociale e hanno già scontato una buona parte della pena, come quella di poter godere di un’amnistia”. Stesso discorso per i tanti tossicodipendenti che si trovano nelle carceri ai quali manca un’adeguata assistenza sanitaria e psicologica: “la permanenza in un sistema carcerario che non offre soluzioni e percorsi terapeutici appare in contrasto coi principi fondamentali della Costituzione”. Per loro, afferma Caforio, occorre ipotizzare “soluzioni alternative che vedano coinvolte le comunità terapeutiche che fortunatamente sono in tante che possono organizzare forme di accoglienza per tutte queste persone”. Il Garante ha ricordato i problemi di sovraffollamento e di presenza “abnorme” di detenuti psichiatrici soprattutto nelle carceri di Terni e Spoleto e, in parte, anche Perugia e Orvieto. La programmazione di realizzare nuovi padiglioni, come sta accadendo al carcere di Perugia Capanne, dove sono in fase di realizzazione ulteriori 80 celle, “non è una soluzione pronta né sufficiente a sedare i mille problemi che attanagliano le carceri”. Il malessere che si respira nelle carceri, aggiunge il Garante dei detenuti dell’Umbria, in particolare dove vi sono detenzioni di medio e lungo periodo, come a Terni e Spoleto, “non consentono di continuare a tergiversare”. Toscana. Carceri: un calendario per promuovere diritti, progetto ideato dalla Società della Ragione Ristretti Orizzonti, 15 dicembre 2025 Uno strumento di quotidianità e allo stesso tempo un veicolo di cultura costituzionale e promozione dei diritti. Questo è il progetto ‘Calendari’ presentato oggi, martedì 16 dicembre, in conferenza stampa dal Garante dei detenuti della Toscana Giuseppe Fanfani. Nato da un’idea della Società della Ragione, con il sostegno della Fondazione CR Firenze e Fondazione Michelucci, sarà distribuito mercoledì 17 dicembre nelle carceri di Sollicciano e Gozzini di Firenze e nella Casa circondariale di Arezzo. Dopo l’ottimo riscontro di un analogo progetto che da tre anni la Società della Ragione prosegue con il Comune di Udine, l’iniziativa è stata riproposta sul territorio toscano, coinvolgendo le carceri di Firenze (Sollicciano e Gozzini), Arezzo, e l’Istituto penale per i minorenni di Firenze. Il calendario contiene, accanto alla tradizionale scansione mensile, una selezione di articoli della Costituzione italiana in più? lingue (italiano, inglese e arabo), citazioni sulla giustizia e la nonviolenza, illustrazioni originali e contributi frutto di attività artistiche e culturali condotte dagli stessi detenuti. Il calendario è stato stampato in 1.500 copie e verrà distribuito gratuitamente ai detenuti di Sollicciano, Gozzini e Arezzo (mille copie in tutto), al personale di polizia penitenziaria (440 copie) e ai principali stakeholder del mondo penitenziario, della giustizia e del terzo settore (100 copie). Milano. San Vittore, tra raggi chiusi e affollamento. “Qui non c’è più dignità per i detenuti” di Miriam Romano La Repubblica, 15 dicembre 2025 A novembre le presenze sono arrivate a quasi 1.200. E ciclicamente torna l’ipotesi di un trasloco altrove. Due raggi del carcere di San Vittore sono chiusi da anni, in attesa dei lavori di ristrutturazione. Mentre il sovraffollamento ha raggiunto da tempo picchi oltre il 200 per cento. Secondo il rapporto di Antigone il tasso a novembre 2025 è arrivato addirittura al 231%: la struttura ospita, con quasi 1.200 detenuti, più del doppio delle persone rispetto alla sua capienza. Ciclicamente torna la proposta di spostare il carcere milanese. Solo poche settimane fa il sindaco Beppe Sala era tornato sulla questione proponendo di trasferire la casa circondariale fuori dal centro città. “So che ci sono delle resistenze, ma secondo me San Vittore non è un carcere dignitoso per Milano. Fino a due anni fa - aveva ribadito il sindaco - c’erano camere femminili con le turche”. Ma un progetto per trasferire altrove i detenuti non c’è. E a occuparsene, nel caso, dovrebbe essere il ministero. Il tema del trasloco della casa circondariale spesso ritorna. Nel 2006 era stata ventilata la possibilità di costruire un nuovo carcere a Porto di Mare. Diverse sono le resistenze allo spostamento del carcere: dalla perdita del valore storico e simbolico che riveste San Vittore, a chi sostiene che il trasloco non risolva i problemi strutturali della detenzione. Chi, infine, diffida di una possibile operazione immobiliare sull’area liberata. “San Vittore - spiega Alessandro Giungi, vice presidente della sottocommissione Carceri di Palazzo Marino - è una struttura che ha un valore storico. Il problema è la mancanza di manutenzione straordinaria e ordinaria, una piaga che riguarda tutte le carceri italiane. Tutto sarebbe diverso se venisse rispettata la capienza massima e non ci fosse il sovraffollamento che c’è ora. Altro tema che andrebbe affrontato è la ristrutturazione dei due raggi chiusi da anni: se venissero riaperti, la situazione migliorerebbe. Non vengono investite risorse per le carceri: se non viene fatta manutenzione le conseguenze sono queste con il progressivo deterioramento della struttura”. Giungi denuncia anche che ormai “da ottobre le aule scolastiche sono inagibili dopo essere state danneggiate da un incendio”. E ancora, l’altro problema riguarderebbe “la continua carenza di medici e infermieri, con la conseguenza che, per i detenuti, farsi visitare è sempre molto difficile”. Anche la posizione di San Vittore non è marginale. “Il fatto che il carcere si trovi in centro città - spiega l’avvocato Mirko Mazzali, delegato al tema carcere della Camera Penale di Milano - facilita le visite di avvocati, operatori, volontari. È un particolare non da poco. Di rilievo è anche il reparto la “Nave” della casa circondariale, che riesce a garantire progettualità e momenti di socializzazione rispetto ad altre strutture. San Vittore non è un carcere per “definitivi”, ma è una struttura che accoglie gli arrestati. Per questo c’è un grande turnover”. Anche secondo Mazzali la soluzione non può essere quella di chiudere il carcere e spostarlo fuori Milano. “La soluzione - spiega - non è chiudere San Vittore. Non solo perché è un luogo storico e simbolico. Ma anche perché basterebbe ridurre il numero di detenuti per risolvere molti problemi”. Milano. Emergenza infinita a San Vittore: 250 detenuti evacuati dopo incendi e blackout di Andrea Gianni Il Giorno, 15 dicembre 2025 Reclusi trasferiti a Bollate e in altri penitenziari. “L’episodio porta alla luce problemi che denunciamo da anni”, dicono i sindacati. Vertice in Prefettura. I detenuti del terzo reparto del carcere di San Vittore, inagibili e senza elettricità dopo due incendi provocati da un cortocircuito, sono stati trasferiti in altre carceri, in particolare nel penitenziario di Bollate che già sconta problemi di sovraffollamento. Una delicata operazione che ha coinvolto in tutto circa 250 reclusi, spostati anche fuori regione, mentre si stanno pianificando i lavori per riparare i danni e riaprire il reparto, con tempi ancora imprevedibili. “Un episodio che porta alla luce tutti i problemi legati alla mancata manutenzione e al sovraffollamento - spiega Gennarino De Fazio, segretario generale della Uilpa Polizia penitenziaria - perché le carceri lombarde, con un tasso di affollamento medio del 157%, a livello nazionale sono seconde solo a quelle della Puglia per quanto riguarda le criticità. Non sappiamo ancora le cause del cortocircuito, ma potrebbe aver contribuito anche un eccessivo carico della rete in una struttura che ospita un numero di detenuti eccessivo rispetto alle capacità”. Una situazione fotografata anche dall’ultimo rapporto di Ristretti Orizzonti, rivista dalla casa di reclusione di Padova e dall’istituto penale femminile della Giudecca che ha diffuso un’analisi su dati del ministero della Giustizia aggiornati al 13 dicembre. San Vittore è al settimo posto tra le carceri più sovraffollate d’Italia, in una triste classifica che vede sul podio le carceri di Lucca, Vigevano e Foggia. Peggio di San Vittore altri istituti lombardi come Brescia e Lodi. Nella casa circondariale milanese si contano 973 detenuti, con un tasso di affollamento del 201% e una situazione critica anche per quanto riguarda gli organici della polizia penitenziaria. Per ogni detenuto ci sono 0.64 agenti in servizio, e in media ogni stanza ospita quasi tre persone. Il summit - Per fare il punto sulla situazione dopo gli incendi ieri si è riunito in Prefettura il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, presieduto dal prefetto Claudio Sgaraglia. Hanno partecipato alla riunione, oltre alla direttrice del carcere Maria Pitaniello, i vertici territoriali delle forze dell’ordine e dei vigili del fuoco e il provveditore regionale dell’amministrazione penitenziaria. Sono state esaminate, si legge in una nota, “le misure da adottare per la messa in sicurezza e il pronto ripristino della funzionalità dei luoghi e pianificate le attività per garantire una specifica vigilanza in prossimità dell’istituto penitenziario e in quelli del territorio metropolitano in cui sono stati trasferiti i detenuti per motivi precauzionali”. Gli incendi - Il primo focolaio a San Vittore è stato domato attorno alle 15.30 di sabato, mentre un secondo incendio, che ha interessato il sottotetto adiacente alla cupola della rotonda, si è verificato nella tarda serata di sabato ed è stato anch’esso completamente spento. Per motivi precauzionali, quindi, sono stati sfollati tutti i detenuti del reparto, trasferiti in penitenziari della Lombardia e, in parte, in strutture di altre regioni. “L’istituto è stato messo in completa sicurezza - fa sapere il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria - e le operazioni si sono svolte in modo ordinato e senza criticità, garantendo in ogni momento la tutela delle persone coinvolte. Sono in corso gli accertamenti dei Vigili del fuoco per determinare con precisione le cause dell’incendio”. Enna. Ponte tra “Kore” e detenuti di Caltanissetta: ci sono già 12 iscritti ai corsi dell’Università di Gandolfo Maria Pepe La Sicilia, 15 dicembre 2025 Percorsi di studio per promuovere rieducazione e reinserimento, con il sostegno del Ministero e del personale penitenziario. La Casa Circondariale di Caltanissetta compie un importante passo avanti sul fronte della rieducazione e del reinserimento sociale delle persone detenute con l’avvio ufficiale del Polo Universitario, in collaborazione con l’Università Kore di Enna. Un progetto di alto valore sociale e culturale, che rafforza il ruolo della formazione come strumento centrale del percorso trattamentale. L’iniziativa è stata resa possibile grazie al sostegno del Ministero della Giustizia - Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, e del Provveditorato Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria per la Sicilia, da tempo impegnati a promuovere percorsi educativi capaci di incidere concretamente sulle prospettive future dei detenuti. Lo studio universitario in ambito detentivo rappresenta uno dei mezzi più efficaci di crescita personale: favorisce l’acquisizione di competenze, rafforza l’autostima, amplia gli orizzonti culturali e contribuisce in modo concreto alla costruzione di un futuro alternativo alla recidiva. Un ruolo determinante nel raggiungimento di questo traguardo è stato svolto dalla direttrice della Casa Circondariale, dott.ssa Giulia Gelsomino, e dal comandante di reparto Marcello Matrascia, che hanno creduto fortemente nel valore del diritto allo studio, dando un impulso decisivo all’attivazione del servizio. Fondamentale anche il lavoro dell’Area Trattamentale, guidata dal responsabile dott. Stefano Graffagnino, insieme al suo staff. Un contributo prezioso è arrivato dall’assistente amministrativo Luigi Lopiano e dai funzionari giuridico-pedagogici Michele Alessandro Falsone, Ivana Temporale, Ivana La Rocca e Sonia Lucia Sollami, impegnati nell’accompagnare i percorsi formativi dei detenuti. Fondamentale il lavoro e l’impegno della prof.ssa Nicola Malizia, referente dell’Università Kore di Enna, la cui collaborazione è stata decisiva per l’avvio del Polo Universitario. Riconoscimento anche al personale di Polizia Penitenziaria, il cui supporto è indispensabile per il funzionamento del progetto. In particolare l’impegno degli assistenti Giuseppe Cassisi, Michelangelo Di Forti e Davide Castronovo. Attualmente sono 12 i detenuti iscritti ai corsi universitari: 3 provenienti dal reparto di media sicurezza e 9 da quello di alta sicurezza, un dato che testimonia l’interesse verso percorsi di formazione. Milano. Un corso di medicina penitenziaria, per migliorare le cure in carcere infodent.it, 15 dicembre 2025 La salute dei detenuti continua a rappresentare una delle sfide più complesse e meno visibili del sistema sanitario italiano. Negli istituti penitenziari, le criticità strutturali e la carenza di personale formato ostacolano l’accesso alle cure, creando disuguaglianze significative nella gestione della salute dei detenuti. Per rispondere a queste problematiche, l’Università degli Studi di Milano ha lanciato un Corso di Perfezionamento in Medicina Penitenziaria, pensato per formare professionisti in grado di garantire continuità di cura tra carcere e territorio. Il corso, diretto dalla Professoressa Maria Paola Canevini, è stato creato per colmare le lacune formative presenti nel sistema sanitario penitenziario, dove la carenza di medici specialisti - come infettivologi, psichiatri, cardiologi, e nefrologi - è una delle principali difficoltà. A questa si aggiungono altre problematiche, come la frammentazione dei servizi sanitari e la mancanza di integrazione con il sistema sanitario territoriale. L’obiettivo del corso è formare professionisti in grado di gestire al meglio le problematiche sanitarie nei penitenziari, garantendo che i detenuti ricevano le cure necessarie anche al momento del trasferimento sul territorio. La medicina penitenziaria è un ambito che richiede un approccio complesso e multidisciplinare, che coinvolge diverse figure professionali oltre ai medici. Giuristi, psicologi, sociologi e operatori dell’amministrazione penitenziaria devono lavorare insieme per affrontare le specifiche esigenze di salute dei detenuti. Come sottolinea il professor Mario Cozzolino, coordinatore del progetto, l’obiettivo è formare professionisti che possano garantire una continuità assistenziale tra il carcere e il territorio, superando le difficoltà burocratiche e tecniche che attualmente ostacolano il flusso di informazioni e la presa in carico del paziente detenuto. La formazione, che non si limita solo agli aspetti clinici, è pensata anche per far acquisire competenze specifiche in ambito legale e organizzativo. Un esempio di questa complessità è la gestione delle malattie infettive, la cura dei detenuti con disagio psichico, e la tutela delle persone vulnerabili, come immigrati, minori o soggetti con identità di genere diverse. Uno degli obiettivi principali del corso è quello di ridurre le disuguaglianze nell’accesso alle cure per i detenuti che spesso affrontano ostacoli significativi nel passaggio dal sistema penitenziario a quello territoriale. I problemi legati all’incompatibilità dei sistemi informatici, la mancanza di cartelle cliniche complete e la difficoltà di comunicazione con i medici di base sono solo alcuni dei fattori che complicano questo processo. Il corso di perfezionamento intende fornire strumenti pratici per superare questi ostacoli, promuovendo l’uso di soluzioni digitali, come la telemedicina, che potrebbero migliorare l’assistenza sanitaria anche nelle strutture carcerarie più isolate. In questo modo, si intende migliorare la continuità di cura, riducendo il divario che oggi esiste tra il sistema sanitario penitenziario e quello territoriale. Il valore del corso è testimoniato anche dalle esperienze di chi ha già partecipato. Antonella Grisolia, medico infettivologo, racconta di come la formazione l’abbia preparata ad affrontare le specifiche sfide della medicina penitenziaria, dove le competenze richieste non riguardano solo la cura delle patologie, ma anche l’integrazione di aspetti sociali, culturali e legali. “Curare in carcere significa accompagnare persone nella loro fragilità, restituendo loro dignità attraverso la salute”, afferma Grisolia. Anche Anna Lastico, psichiatra forense, sottolinea come il corso abbia ampliato la sua visione sul sistema penitenziario, permettendole di affrontare in modo più consapevole tematiche complesse come la gestione dei detenuti in transizione di genere, un tema che richiede un’approfondita sensibilità clinica e giuridica. Il corso di perfezionamento in medicina penitenziaria rappresenta un passo importante per colmare le lacune nel sistema sanitario carcerario, offrendo ai professionisti gli strumenti necessari per migliorare la qualità delle cure fornite ai detenuti e ridurre le disuguaglianze sanitarie. La formazione multidisciplinare e l’integrazione tra carcere e territorio sono fondamentali per garantire il diritto alla salute di tutti, anche per chi si trova privato della libertà. Cremona. Dietro le sbarre un Giubileo che parla di riscatto e futuro laprovinciacr.it, 15 dicembre 2025 Celebrazione nella struttura penitenziaria con il vescovo Daniele Gianotti, tra testimonianze, riflessioni spirituali e il richiamo alla speranza come diritto di ogni persona. Anche nella Casa circondariale di Cremona è stato vissuto il Giubileo delle persone detenute. La celebrazione a Ca’ del Ferro è stata presieduta da mons. Daniele Gianotti, vescovo di Crema e delegato della Conferenza episcopale lombarda per la pastorale carceraria, nella mattinata di ieri, sabato 13 dicembre. Una ulteriore occasione per accendere una luce di speranza nel carcere cremonese in prossimità del Natale, quando proprio la mattina del 25 dicembre a celebrare l’Eucaristia insieme ai detenuti sarà il vescovo di Cremona Antonio Napolioni. La celebrazione giubilare è stata vissuta nel teatro della struttura penitenziaria alla presenza delle persone detenute nella struttura di via Palosca insieme anche agli operatori e i volontari che operano in carcere, la polizia penitenziaria e la direttrice reggente Giulia Antonicelli, che il vescovo Gianotti ha ringraziato per aver reso possibile di “essere qui a celebrare con voi il Giubileo”. Quando lo ha indetto - ha ricordato il vescovo - Papa Francesco ha avuto una particolare attenzione alla condizione delle persone detenute e a tutti quelli che lavorano negli istituti penitenziari: ha voluto che la speranza, che ha messo un po’ come parola chiave di questo Giubileo, potesse risuonare in modo particolare in questi luoghi. Per questo oltre alle quattro Basiliche di Roma, Papa Francesco ha voluto che una Porta Santa ci fosse anche nel carcere di Rebibbia. Prima dell’omelia uno dei detenuti ha espresso la riconoscenza per la celebrazione a nome di chi sa “che cosa vuol dire essere in carcere: sofferenza, dolore, perché abbiamo lasciato le famiglie all’esterno. Ma nutriamo anche speranza. Le attese sono alte, perché ognuno di noi ha espresso l’intenzione di tornare in libertà. Anch’io spesso guardo il cielo e vedendo gli uccelli che senza confini solcano gli spazi aperti godendo della bellezza del creato vorrei essere con loro. L’uomo non dovrebbe mai conoscere il carcere, in una società evoluta come la nostra”. E ancora: “Noi detenuti viviamo nella speranza del domani e il sole che splende qui dentro è il volto di Cristo che ci conforta, facendoci pensare che non siamo degli emarginati, ma delle risorse”. Carcere che non può essere considerato soltanto un luogo di espiazione, semmai “un’occasione per ricucire lo strappo con la società”, ha sottolineato poi il vescovo Gianotti facendo riferimento alla detenzione di Giovanni Battista, alla sua umanità dietro le sbarre, ai dubbi che espose a Gesù attraverso un discepolo e alla fragilità. Forse però ciò che Giovanni chiede a Gesù è soprattutto una conferma, un sostegno alla speranza, un aiuto a credere nella potenza di Dio, proprio nel momento in cui sembra che le sue promesse siano smentite: “Io sono qui, sono in prigione, non posso parlare, non posso far niente, Dio mi sembra lontano”. Tutto ciò che il Battista aveva annunciato sembra essere diventato un fallimento”. Se Giovanni è definito il “precursore”, colui che viene prima di Cristo e gli prepara la strada, è anche precursore di tutti noi, “perché cammina davanti a noi per comunicare le fatiche dello scoraggiamento, del dubbio, della speranza che viene meno, della confusione, dell’incertezza che tante volte ci sovrastano”, ha affermato ancora monsignor Gianotti. Dubbi e paure che san Giacomo fuga con l’invito “cercate di avere un animo grande”, capace di non misurare Dio e nemmeno se stessi secondo i propri criteri, come riportato nella seconda lettura. “Un animo capace di far credito a Dio, anche quando il suo modo di comportarsi, non corrisponde a ciò che noi ci aspettiamo, anche quando sembra che Dio contraddica se stesso. Ma serve un animo grande anche nei confronti di noi stessi. Un animo che sappia guardare al di là delle prove, dei limiti, delle fatiche del presente, al di là dei peccati o dei reati che abbiamo compiuto”, ha concluso il vescovo Daniele Gianotti. Che ha aggiunto: “Chiediamo dunque al Signore un animo grande, che ci serve oggi a prepararci a celebrare bene il Natale. Chiediamo di non essere scandalizzati e di riuscire sempre di più a sintonizzare la nostra vita, i nostri desideri, le nostre speranze sul Salvatore che Dio ci ha mandato e al quale possiamo affidarci pienamente”. Dopo la celebrazione - concelebrata dai cappellani don Roberto Musa e don Graziano Ghisolfi - la direttrice Antonicelli ha ringraziato il vescovo spiegando che “la celebrazione giubilare deve essere un momento in cui ci fermiamo a riflettere sulle sugli errori e sulle scelte sbagliate. Questo non nell’ottica di sostenere che la persona corrisponde all’errore fatto e nemmeno per dire che questo è un momento in cui cancelliamo quell’errore, ma questo deve essere la base della ripartenza e della ricostruzione. Il momento - ha concluso - in cui inizia veramente la ricostruzione del futuro. La permanenza qui deve essere vissuta sempre come un’opportunità per ascoltare se stessi e gli altri”. Fermo. La chiesa accanto ai detenuti: “Questo è un giubileo di speranza” di Angelica Malvatani Il Resto del Carlino, 15 dicembre 2025 Una messa che vale come un abbraccio e un incoraggiamento, nel giorno in cui la Chiesa celebra il giubileo dei detenuti. L’arcivescovo Rocco Pennacchio ha voluto essere nella casa di reclusione di Fermo, in luogo in cui provare a parlare di tempo, di perdono, di consapevolezza, nel giorno in cui si celebra l’avvento. Al suo fianco Monsignor Armando Trasarti, arcivescovo emerito e cappellano del carcere, dentro è per tutti don Armando, da 30 mesi ogni settimana incontra i detenuti e mai è accaduto che non si presentassero per un momento di conforto, di confronto, di confessione. Alla cerimonia hanno partecipato i volontari che seguono i detenuti nelle varie attività trattamentali, presenti le educatrici, la direttrice Serena Stoico ha fortemente sostenuto, insieme con la polizia penitenziaria, un momento di preghiera e di riflessione. Il vescovo Pennacchio ha raccomandato a tutti di vivere dando un senso al tempo che dietro le sbarre sembra non passare mai, “un tempo che è un dono di Dio e che dipende da ciò che si spera, tempo utile per costruire”. Un momento di grande emozione lo scambio della pace, per la Caritas, presente anche con la direttrice Barbara Moschettoni e Giorgia Miranda, Mauro Trapè ha sottolineato la gratitudine dei detenuti per l’impegno della Curia, con il vescovo pronto a rispondere ad ogni necessità. E poi c’è don Armando che a tutti ha consegnato un libriccino di preghiere e riflessioni, per ricordare a tutti che la dignità è uno stato d’animo, è un modo di vivere, che il perdono e la rinascita dipendono dal nostro cuore: “Qui c’è bisogno di umanità e di attenzione, gli agenti di polizia penitenziaria sono davvero la colonna del carcere, tutti quelli che ci lavorano e si impegnano sono una speranza di rinascita. Ho pensato ad un libriccino che in copertina ha una finestra aperta, con i fiori oltre le sbarre, per far capire a tutti che l’errore non definisce chi sei, definisce solo da dove parti. La dignità non può essere tolta dall’eterno, è il modo in cui l’uomo si comporta quando nessuno lo vede. Ogni gesto, anche piccolo, può essere un atto di dignità e qui dentro ne trovo tanti”. Chiude la cerimonia, alla quale hanno preso parte anche i coristi, un detenuto che ha sottolineato: “Una volta una persona mi ha detto: ‘tu non sei un criminale o una persona sbagliata, sei solo una persona che è stata poco amata’. Ed è in questa giornata di indulgenza plenaria che Dio ci manifesta la sua misericordia e il suo perdono”. Roma. Oltre le mura del carcere: dignità, diritti e percorsi di reinserimento riforma.it, 15 dicembre 2025 Il convegno nazionale della Diaconia valdese a Roma il prossimo 22 gennaio. Il 2025 ha segnato il cinquantesimo anniversario della riforma dell’ordinamento penitenziario in Italia. Un traguardo che, a distanza di cinque decenni, non coincide però con un reale miglioramento delle condizioni di vita all’interno degli istituti di detenzione. La popolazione carceraria ha continuato ad aumentare, fino a rendere strutturale il sovraffollamento delle carceri, mentre le risorse a disposizione dell’apparato giudiziario e penitenziario restano insufficienti. A dicembre 2025, il numero di persone che si sono tolte la vita in contesti di privazione della libertà personale ha superato le settanta unità, a cui si aggiungono coloro che sono deceduti dopo il ricovero ospedaliero. Cinquant’anni di riforme sembrano non essere riusciti a scardinare del tutto una concezione della pena ancora fortemente legata all’idea di punizione, se non di vendetta. Fatica ad affermarsi una visione che riconosca le alternative alla detenzione come strumenti di riparazione dello “strappo” prodotto dal reato. In questo scenario si inserisce anche l’approvazione del Decreto Sicurezza 2025, che tra le altre disposizioni introduce sanzioni per la resistenza passiva in carcere e abolisce l’obbligo per il giudice di disporre il rinvio dell’esecuzione della pena per le donne incinte e le madri con figli di età inferiore a un anno. In attesa di ratifiche legislative ancora sospese, appare sempre più evidente come non sia sufficiente intervenire con nuove norme: è necessario un dibattito culturale ampio e condiviso. Già nel 2013 la Corte europea dei diritti dell’uomo aveva condannato l’Italia per trattamenti inumani e degradanti in ambito penitenziario. A quella pronuncia fece seguito la sentenza Torregiani e il cosiddetto “Svuotacarceri”, cui si aggiunsero, negli anni successivi, i provvedimenti adottati durante la pandemia, che portarono a una temporanea riduzione della popolazione detenuta. Un calo che non ha avuto continuità: negli anni successivi il numero delle persone recluse è tornato a crescere, nonostante gli strumenti introdotti per favorire l’accesso alle misure alternative. Per chi vive lunghi periodi di detenzione in celle sovraffollate, resta inoltre la sfida del “dopo”: l’uscita dal sistema penale, che rappresenta una nuova messa alla prova sia per la persona che cerca riabilitazione, sia per la società chiamata a renderla possibile. È all’interno di questo contesto che la Diaconia valdese promuove il VII Convegno nazionale “Ero in carcere… e siete venuti - Oltre le mura: dignità nel contesto carcerario”, in programma giovedì 22 gennaio 2026 presso l’Aula Magna della Facoltà valdese di Teologia a Roma. Il convegno intende offrire uno spazio di confronto sulle condizioni della detenzione in Italia, sulle prospettive di riforma, sulle misure alternative e sui percorsi di reinserimento. La giornata vedrà la partecipazione di rappresentanti del mondo accademico, istituzionale, professionale e sociale, tra cui Alessandra Trotta, moderatora della Tavola valdese, il senatore Andrea Giorgis e l’onorevole Raffaele Bruno, insieme ad associazioni e servizi diaconali impegnati nel settore. La partecipazione è gratuita, con registrazione obbligatoria al seguente link: https://forms.gle/cFzhBLNyyQJ9bV9f7 o inquadrando il codice QR. Roma. Il carcere di Rebibbia si racconta con “Il Mondo alla Rovescia” di Mara Miceli e Amedeo Lomonaco vaticannews.va, 15 dicembre 2025 Tra strade morse dal traffico e dalla frenesia quotidiana una mostra a cielo aperto, organizzata in occasione del Giubileo dei detenuti, invita lo sguardo a fermarsi per cogliere, attraverso il linguaggio delle immagini, frammenti di vita di una comunità “invisibile”: quella che vive nel penitenziario romano. Il Giubileo dei detenuti è anche un’occasione di profonda riflessione oltre i ritmi della quotidianità. Anche la mostra “Il Mondo alla Rovescia”, organizzata a Roma in occasione di questo evento giubilare, esorta a fermarsi, a non lasciarsi travolgere dalla frenesia cittadina. In questo tempo, ormai prossimo al Natale, il quartiere attorno al carcere di Rebibbia si tramuta in un paesaggio narrativo, in un’oasi urbana. Il mondo alla rovescia - C’è un punto della Tiburtina in cui la città di Roma corre più che altrove. È un luogo di confine, alienato e alienante, davanti alla Metro B Rebibbia: tra marciapiede e un giardino spoglio, tra sottopassi e cartelloni, in uno spazio dove quasi nessuno indugia. Proprio lì, dove gli sguardi sono sfuggenti e il tempo non si ferma, Hyperlocal - piattaforma editoriale che si focalizza su quartieri e scene culturali - ha allestito una intensa narrazione: la mostra intitolata “Il Mondo alla Rovescia”. Si tratta di un percorso composto da 120 manifesti (un metro per settanta), installati su 20 tabelle metalliche. Una soglia tra dentro e fuori che intercetta la corsa della città e la interrompe, chiedendo tempo, attenzione, umanità. Lo sguardo tra gli invisibili - Su visione, origini e senso profondo del progetto si sofferma Nicola Gerundino, redattore di Zero Roma e parte integrante della squadra di Hyperlocal. Questo progetto, spiega, parte sempre “dall’analisi delle città e dei loro luoghi simbolici: quartieri, comunità e spazi che racchiudono identità e memorie spesso sommerse”. In questa mappa umana, “il carcere è un nodo decisivo”. Il penitenziario - sottolinea Gerundino - è “un luogo pieno di storie che raramente arrivano all’esterno”. L’occasione per lavorare sulla realtà di Rebibbia nasce da un avviso pubblico del Comune di Roma. Sono seguiti poi mesi di attività tra ricerca e incontri con un gruppo di detenuti. Hyperlocal, aggiunge Gerundino, “è un magazine in affissione: le pagine diventano manifesti”. Portare il lavoro direttamente nel quartiere che ospita il penitenziario “è stato un passaggio essenziale”. L’obiettivo è quello di far emergere “comunità, relazioni e persone”. Nel caso di Rebibbia, ciò che appare è una comunità carceraria “spesso invisibile agli occhi del pubblico”. Il valore del luogo - La scelta dello slargo davanti alla Metro B non è affatto casuale. “Il senso del progetto - spiega Gerundino - è quello di permettere alla comunità raccontata di rileggersi e riconoscersi nelle parole. Quel luogo è lo stesso da cui emergono le storie e nel quale queste vite si muovono”. La Tiburtina, con il suo flusso rapido e disattento, è “un punto di passaggio che rivela anche l’assenza di un vero spazio condiviso”. Proprio per questo, “la mostra trova lì la sua ragione: isolare un varco di attenzione in un luogo che non trattiene lo sguardo”. Al percorso espositivo all’esterno del penitenziario si affianca inoltre l’apertura parallela della mostra all’interno del carcere, nell’area dei colloqui familiari: “è fondamentale che le storie siano ritrovate dove sono nate e che le persone che le hanno donate possano riconoscersi”. Restituire identità - Il fattore umano è più forte di qualsiasi stereotipo. “La narrazione - spiega Gerundino - ha un ruolo determinante nel superare l’etichetta di ex detenuto”. Quanti fanno parte di questa comunità di “invisibili” devono “essere raccontati prima di tutto come persone”. Ed è importante “mostrare l’umanità che vive all’interno del penitenziario, una realtà spesso sconosciuta e facilmente ridotta a un’etichetta”. In molti casi, poi, superare le sbarre di una cella non significa tornare ad essere veramente liberi. “La perdita di individualità non si esaurisce tra le mura: spesso accompagna chi esce, segnandone il rientro nella società”. L’obiettivo è dunque quello di mostrare come “l’identità sopravviva - dentro e fuori - e resti irriducibile”. Storie potenzialmente nostre - Parlando dell’esperienza condivisa con i 17 detenuti coinvolti, Gerundino spiega infine che è stata “intensa, formativa e travolgente”. Ci siamo trovati a scoprire “una realtà che colpisce profondamente quando si rivela”. L’aspetto che lo ha colpito maggiormente è stato “la generosità dei detenuti nel condividere le loro storie”. Il clima informale ha favorito, in particolare, “l’emergere di testimonianze autentiche, spesso anche dolorose”. A colpirlo, soprattutto, è l’elemento della casualità: la consapevolezza - come ha ricordato più volte durante il Pontificato anche Papa Francesco - che la vita può “condurre chiunque dentro un penitenziario”. “Molte storie appaiono comuni, vicine, potenzialmente nostre. Questa possibilità - afferma Gerundino - è ciò che mi ha segnato di più”. Shakespeare tra le strade di Rebibbia - Una frase accompagna la mostra: “a me pare che Shakespeare abbia vissuto tra le strade della mia città”. È un monito ed anche una rivelazione: “riconoscere Shakespeare nelle strade di Rebibbia significa comprendere che la tragedia non è distante: è parte del presente, e può irrompere in ogni vita”. La citazione proviene dal film “Cesare deve morire” dei fratelli Taviani, nato dal lavoro teatrale di Fabio Cavalli con i detenuti. L’impatto di quell’opera, premiata al Festival di Berlino, continua ad essere rilevante. “Il dramma quotidiano del detenuto è materia teatrale: la vita stessa può essere messa in scena”. Shakespeare non è una figura lontana ma un “compagno di strada nelle pieghe del destino”. Un mondo capovolto - La mostra “Il Mondo alla Rovescia” sarà visitabile fino al 18 dicembre. Qui, tra le affissioni, le storie tornano visibili e chiedono di essere ascoltate. Basta un attimo per accorgersi che, a volte, anche un mondo capovolto può restituirci l’essenza, la verità di una persona. Asti. Essere papà da dentro il carcere. A Quarto si crea il legame con i figli di Valentina Moro La Stampa, 15 dicembre 2025 Tra laboratori di scrittura, partite di calcio e teatro: così i detenuti si ricostruiscono una vita. “Non sono stato un bravo figlio, come faccio io a essere un buon papà dentro il carcere?”. Se lo chiedeva spesso Tom quando, mentre era recluso, è nata sua figlia, come ha raccontato in videoconferenza durante il convegno “Oltre le mura” quest’anno dedicato alla genitorialità in carcere. “Come si fa a spiegare a un bambino di 2-3 anni perché il papà non torna a casa il weekend o durante le feste?”. Per rispondere a domande come queste ha deciso di partecipare al corso in cui ha imparato nuovi modi di essere famiglia. Il convegno è stato organizzato dal gruppo di lavoro coordinato dal garante delle persone private di libertà Domenico Massano insieme a Effatà, associazione di volontariato da anni attiva nella casa di reclusione, e altre realtà che organizzano attività in carcere. Nell’istituto di alta sicurezza di Quarto d’Asti sono 230 i detenuti, la metà ha figli minori di 18 anni. “La sicurezza sta anche nella speranza di un futuro reinserimento sociale del detenuto”, spiega la direttrice della casa di reclusione Giuseppina Piscioneri. Durante l’evento sono stati presentati i numerosi progetti, con particolare focus su quelli volti a promuovere un rapporto positivo con i figli. Degli esempi? Laboratori di scrittura, teatro, disegno, lingue, ai corsi per imparare un lavoro sono numerose le iniziative. Uno dei progetti più noti è la partita di calcio tra carcerati e i figli. “Abbiamo passeggiato e scherzato. Era come essere fuori”, le parole di Angelo, uno dei padri nella casa di reclusione di Quarto. Lo scopo? Garantire ai bambini il diritto ad avere un genitore anche se questi non è libero. Per i ragazzi avere mamma o papà in carcere è un tabù. Su questo aspetto il progetto regionale Liberi Legami è attivo in 11 istituti piemontesi. Tra gli aspetti essenziali c’è la presenza di spazi neutri in cui i papà possano incontrare i bambini. “A Quarto a breve sarà inaugurato uno spazio colloqui”, spiega Massano. Ma il rapporto con i figli passa anche dalle attività che si fanno insieme. Racconta Michela Concetti, insegnante del Cpia che nella casa di reclusione tiene il laboratorio di disegno: “Per molti disegnare è un modo per stare con i figli”. Poi ci sono i progetti per l’occupazione come quello insieme alla cooperativa La Strada che con la coltivazione di aglio e pomodoro Cerrato ha dato lavoro a sei persone a Quarto. “Alcuni pomodori sono stati venduti a Londra”, racconta Davide Gioda de La Strada. Tutte iniziative che permettono ai detenuti di ripartire. “Non giudicare!”, Nessuno Tocchi Caino a congresso di Padre Guido Bertagna* L’Unità, 15 dicembre 2025 La storia dell’adultera contenuta nel Vangelo di Giovanni, spiega anche il titolo del XI Congresso di Nessuno tocchi Caino, il 18, 19 e 20 dicembre a Milano nel Teatro del Carcere Beccaria: “Non giudicare!”. Dopo “Spes contra spem” e “La fine della Pena” dei precedenti, “Non giudicare!” è il titolo del XI Congresso di Nessuno tocchi Caino, il 18, 19 e 20 dicembre a Milano nel Teatro del Carcere Beccaria. Superare radicalmente il sistema di giudizio: è il passaggio decisivo per cancellare il peccato originario dei sistemi penali e penitenziari. Tutto accade all’alba. Nel tempio di Gerusalemme il clima è raccolto. Gli echi della preghiera del mattino arrivano attutiti in quei grandi spazi. Gesù, seduto in un angolo, parla con la gente, ascolta le loro domande, dialoga, insegna. Questo clima viene bruscamente interrotto da alcune autorità religiose che trascinano una donna “colta in flagrante delitto mentre commetteva adulterio” (Gv 8,3). La mettono là, nel mezzo. Il luogo dell’imputato, dell’accusato. Infatti, dicono, rivolgendosi direttamente a Gesù: “Mosè, nella Torah, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?”. L’evangelista Giovanni, a questo punto, nota con finezza (e un velo di ironia) che è Gesù il vero accusato. La donna - di cui mai si dice il nome, che mai pronuncia una sola parola o un grido, una supplica - è un pretesto: “Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo” (Gv 8,6). Gesù si mette a scrivere, a tracciare segni per terra. Se scrive qualcosa (alcuni studiosi preferiscono un più generico “tracciare segni”, “disegnare”), sono le uniche parole scritte di sua mano in tutti i racconti evangelici. Gesù, per ora, parla solo con questo gesto: gesto che ricorda il dito di Dio quando incide le tavole della Testimonianza consegnate a Mosè (Es 32,15-16). Si è fatto silenzio. Imbarazzante. Interminabile. Rotto dall’insistenza nell’interrogatorio. Insistevano ma questa insistenza rivela anche un terribile vuoto. Manca l’uomo, accanto alla donna. L’adulterio si fa in due e la Torah prevede per entrambi la stessa pena: “Quando un uomo verrà trovato a giacere con una donna maritata, tutti e due dovranno morire: l’uomo che è giaciuto con la donna e la donna. Così estirperai il male da Israele” (Dt 22,22). Nel mezzo, un vuoto. Gesù è il giudicato, il già-condannato, a cui viene quasi estorto un giudizio. Ma lui, in silenzio, continua a fare segni per terra. Studiosi e artisti hanno provato a suggerirci cosa c’era scritto. Prevale l’ipotesi della lista dei peccati: Gesù traccerebbe una lunga storia di infedeltà di Israele nella relazione con Dio e nel popolo. Infedeltà e continue trasgressioni da cui nessuno può chiamarsi fuori. “Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei”, dice a tutti, alzando il capo. Ma non è necessario immaginare che Gesù scriva a terra una lista di peccati e di infedeltà. Che componga, cioè, il suo atto d’accusa. Non ricorda nemmeno, poteva farlo, che per rendere valida un’accusa occorrono dei testimoni, almeno due, e non ci sono. Nemmeno loro. Eppure, la Torah è chiara, al riguardo: “Colui che dovrà morire sarà messo a morte sulla deposizione di due o di tre testimoni. Non potrà essere messo a morte sulla deposizione di un solo testimone. La mano dei testimoni sarà la prima contro di lui per farlo morire. Poi sarà la mano di tutto il popolo. Così estirperai il male in mezzo a te” (Dt 17,6-7). Sarebbe la mano di quei testimoni, quindi, che deve scagliare la pietra, la prima. In questo racconto, a guardare bene, sembra che tutti abbiano paura: la donna, già condannata e umiliata, là nel mezzo. Le autorità religiose, che temono Gesù e cercano un modo sicuro per toglierlo di mezzo o neutralizzarlo coalizzandosi e richiamandosi alla Torah. La gente intorno è smarrita, impaurita, divisa tra le accuse in flagranza di reato e i silenzi (inspiegabili) di Gesù. Gesù stesso deve vincere la paura che viene dalla lucida consapevolezza di essere lui, per primo, l’accusato, il condannato. Infatti, nel suo racconto, Giovanni allude qui a un parallelo tra la situazione della donna e quella di Gesù. Come la donna, infatti, Gesù sarà arrestato poco prima dell’alba, abbandonato da tutti, esposto (solo, nel mezzo!) a vergogna, sarcasmi e violenza. Anche lui sarà trascinato davanti alle autorità religiose per essere giudicato e resterà in silenzio… Ma quel silenzio smaschera il giudizio, scardina la sentenza di condanna. Rinvia ognuno a sé stesso: sta a voi decidere se siete senza colpa. Li coinvolge, li fa uscire dalla comfort zone del cerchio che si stringe (favorito dall’anonimato) attorno alla donna, sola, nel mezzo. Non ci sarà alcuna prima pietra. Infine, Gesù resta solo. Scopriamo ora che è anche lui nel mezzo, dove avrebbe dovuto essere l’uomo complice nell’adulterio. “Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?”. Ed ella rispose: “Nessuno, Signore”. E Gesù disse: “Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più” (Gv 8,10-11). Gesù rinuncia al giudizio. Non ha bisogno di giudicare e condannare per sentire di essere lui nel giusto né vuole la morte dell’altro per affermare sé stesso. Rifugge così ogni etichetta. Guarda tutti con gli occhi del Padre e proprio per questo riesce ad abitare dove nessuno di noi vuole essere: là, nel mezzo. *Consiglio Direttivo di Nessuno tocchi Caino “Le loro prigioni”, un libro che racconta percorsi di speranza e di libertà di Eugenio Murrali vaticannews.va, 15 dicembre 2025 Presentato all’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede il volume del giornalista dei media vaticani Davide Dionisi, che negli anni ha raccolto riflessioni e testimonianze sull’universo carcerario, mettendone in luce anche le opportunità di rinascità e l’umanità che vi ha incontrato. Con il suo lavoro e il suo libro Davide Dionisi si è posto l’obiettivo di contribuire a creare un ponte tra quel mondo del carcere che da giornalista ha saputo conoscere e raccontare e il mondo esterno, spesso distante e inconsapevole. La presentazione del volume Le loro prigioni. Percorsi di libertà dietro le sbarre (Gambini editore) ha dato vita a un incontro ricco di contenuti e di partecipazione in una settimana significativa in cui si tiene il Giubileo dei Detenuti. Un diario coinvolgente - “Un libro molto importante e coinvolgente - ha detto l’arcivescovo Rino Fisichella, pro-prefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione e responsabile dell’organizzazione del Giubileo 2025, intervenuto dopo l’introduzione dell’ambasciatore Francesco Di Nitto -, perché ha una documentazione molto vasta. Direi che può essere qualificato come un diario, dove parlano i detenuti, i volontari, i responsabili. Un testo che pone davanti ai nostri occhi una realtà drammatica che spesso vogliamo dimenticare”. Monsignor Fisichella ha ricordato quanto spazio abbia questa tematica anche nella Bolla di indizione del Giubileo della Speranza aperto da Papa Francesco e portato avanti da Papa Leone XIV, che proprio domenica celebrerà una Messa con persone provenienti da carceri di diversi Paesi. Dare nuove possibilità - “Un’opera coraggiosa”, l’ha definita il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani, che ha scritto anche la prefazione al testo di Dionisi, e ha preso parte all’evento attraverso un videomessaggio. Per Tajani il merito del giornalista è stato quello di riportare al centro dell’attenzione pubblica un tema a volte trascurato: “La Costituzione ci dice che la pena deve tendere alla rieducazione del condannato. Non si tratta soltanto di un principio giuridico: è un dovere morale e questo libro ce lo ricorda con grande forza”. Il sistema raccontato dall’autore, sottolinea il ministro, ha bisogno di riforme profonde e ci pone di fronte a una domanda semplice a scomoda: “Vogliamo una società che crede nella possibilità di riscatto o in una che si limita ad alzare i muri?”. Un binocolo con due lenti - Come giornalista dei media vaticani, Davide Dionisi ha scelto due lenti per poter offrire ad ascoltatori e lettori una narrazione differente del cosmo carcerario. “Questo libro è una raccolta di esperienze sul campo - ha spiegato l’autore - in diversi istituti di pena. Ho potuto conoscere e raccontare il mondo carcerario attraverso un binocolo fatto di due lenti particolari: una ispirata all’articolo 27 della Costituzione italiana, l’altra alla misericordia cristiana”. Nella carta costituzionale si legge infatti che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Dionisi ha ricordato inoltre una delle opere di misericordia: “Visitare i carcerati”. Una redazione in carcere - Una delle iniziative più toccanti è consistita nella creazione di una redazione all’interno di un istituto di pena: “Vedere i detenuti emozionarsi di fronte a un microfono, leggendo il Vangelo del giorno, cosa che non avevano mai fatto prima, è stato un momento formativo che porterò per sempre e che ho cercato di trasferire anche nelle pagine del libro”. Un appuntamento che le persone detenute attendevano con grandissimo entusiasmo, come un vero spazio di libertà, un momento catartico. Nadia Cersosimo, dell’ufficio del Garante nazionale per i diritti delle persone private della libertà personale e per moltissimi anni direttrice di istituti di pena, tra cui quello di Paliano, è intervenuta trasmettendo ai presenti, in un discorso appassionato, la propria esperienza e ha visto nel lavoro che i detenuti hanno fatto con Davide Dionisi un modo diverso di raccontare il carcere. I detenuti hanno infatti avuto la possibilità di sentirsi “percepiti” e ascoltati. Tra i partecipanti in platea anche l’avvocato Irma Conti, componente del collegio del Garante, che ai media vaticani ha detto come il lavoro possa essere un ponte tra il carcere e il mondo esterno, un segno tangibile di speranza. Il libro di Francesca Ghezzani che racconta il silenzio dentro dei detenuti. Intervista all’autrice di Mariano Sabatin globalist.it, 15 dicembre 2025 Per chi la conosce, solo Francesca Ghezzani, giornalista e conduttrice televisiva (autrice e volto di Ipso facto sulla piattaforma Canale Europa Tv) avrebbe potuto scrivere un libro difficile, coraggioso e per tanti versi divisivo come “Il silenzio dentro” (Swanbook Editore), in cui si occupa della miriade di problematiche che i detenuti italiani devono affrontare. Ghezzani è campionessa di cortesia, rispetto, ferrea deontologia e nel suo libro si ravvisano questi e altri valori. Vi si possono leggere le parole del professore Ruben Razzante, esperto di diritto dell’informazione: “Presentando dati, ricerche e studi comparativi con altri paesi, i giornalisti possono spingere le istituzioni a riflettere su modelli alternativi e riforme legislative che favoriscano il recupero e la rieducazione dei detenuti piuttosto che una mera logica punitiva”. E non si può che concordare. Colpisce l’amalgama di voci - detenuti, carcerati ed ex reclusi, magistrati, criminologi, cronisti, assistenti sociali, preti - una sorta di ritratto collettivo. Se si è immersi in quella realtà alla fine è come se si vivessero le stesse esperienze da angolature diverse? All’inizio l’idea era quella di raccogliere solo le voci di condannati ed ex-condannati, ma di libri così ce ne sono già tanti. Il taglio è venuto man mano, mettendomi in ascolto, da sé. Alla fine, devo dire che i vari tasselli del mosaico si sono composti e il messaggio di tutti si è trovato spontaneamente unanime e riassumibile in tre parole chiave: reinserimento lavorativo, formazione, sport. Il carcere ha lo scopo di rieducare il condannato perché sia capace di reintegrarsi in società senza tornare a fare del male, questo prevede la nostra Costituzione. Pensi che accada per una percentuale accettabile in Italia? I tassi di recidiva mi costringono a rispondere di no. È doveroso aggiungere tuttavia, senza falsa retorica, che insieme a un sistema che deve funzionare occorre una ferrea e sincera volontà a riprendersi la vita in mano e ricucirne gli strappi da parte dei detenuti e detenute, e non tutti o tutte lo vogliono davvero. Come viene accolto un libro del genere - sostenuto dalla tua sensibilità - dai parenti delle vittime, da chi soffre per i crimini commessi dai reclusi? Questo libro parla anche di loro, della sofferenza a cui sono costretti e dello stigma che spesso li tocca. Una mancata rieducazione e un reinserimento privo di successo post condanna è un problema collettivo: di chi sta scontando la pena e torna a essere un pericolo per sé una volta in libertà, dei suoi familiari, dei parenti delle vittime e per la sicurezza dell’intera società. Per questo è stato accolto fin qui di buon grado. Cos’è il giornalismo costruttivo di cui ti occupi da anni? È un giornalismo che si mette in ascolto, non polarizza l’informazione e cerca di offrire anche delle soluzioni alle questioni esaminate. Ti è stato facile trovare un editore per questo tuo volume? Considerando la “giungla” in cui versa il panorama editoriale e i tempi di risposta di questo settore tutt’altro che celeri, rispondo di sì. La paura dei migranti spinta da politica e media di Ilvo Diamanti La Repubblica, 15 dicembre 2025 Continua la relazione tra flussi e allarme sicurezza nonostante il numero degli arrivi sia costante. Il fenomeno dell’immigrazione ha un peso e un ruolo significativo, in Italia, costituisce, infatti, quasi il 10% della popolazione: oltre 5 milioni di persone. E ha un peso rilevante, sul piano demografico ed economico. In molti settori ha un ruolo importante, talora determinante, nell’occupazione. Al di là delle polemiche che continua a sollevare. Peraltro, ha una geografia composita. Infatti, anche se l’attenzione (spesso polemica) si concentra sulla componente che proviene dall’Africa, una parte rilevante ha origine da Paesi europei: Romania, Albania, Ucraina. E dalla Cina. La presenza degli stranieri, in Italia, comunque, ha un peso importante, per l’occupazione e la produzione. Ma continua a suscitare attenzione e polemica, come mostrano i dati rilevati dall’Associazione Carta di Roma e dall’Osservatorio di Pavia. Peraltro, c’è un’evidente relazione fra il numero delle notizie presentate sui media e il grado di intensità del dibattito pubblico. In particolare, negli ultimi 10 anni. Da quando l’argomento è divenuto centrale nel confronto politico. Sollevato, in particolare (ma non solo), dalla Lega di Salvini. In tempi segnati da un cambiamento significativo del rapporto fra i cittadini e partiti. Sempre più “personalizzato” e condizionato dalle “paure”, più che dalle appartenenze. Così, come mostrano in modo chiaro i sondaggi condotti da LaPolis-Università di Urbino (con Demos e Avviso Pubblico) non è un caso che i picchi di audience più elevati si osservino in coincidenza con i periodi di campagna elettorale. In particolare, fra il 2017 e 2019, quando gli immigrati divengono un tema utilizzato (con successo) dalla Lega, in occasione delle elezioni politiche ed europee. Come 5 anni dopo, fra il 2022 e il 2023. Quando il centrodestra si afferma nuovamente. Anche i dati più recenti (rilevati da Carta di Roma) sottolineano come nell’agenda dei tg nazionali la questione continui a contare. Così la relazione tra i flussi migratori e l’emergenza in merito al sentimento di insicurezza, connesso alla criminalità, si riproduce. Nonostante il numero degli immigrati sia costante. È interessante, al proposito, osservare come un picco rilevante dell’attenzione fra i cittadini sull’argomento si manifesti, in precedenza, nel 2007. Anche in questo caso, in “clima” elettorale. All’indomani delle elezioni politiche del 2006, mentre si svolgevano le elezioni amministrative. In questo caso, però, la questione non ottiene particolare attenzione sui media. Al contrario. E ciò costituisce un aspetto interessante. Perché marca un passaggio nel percorso politico e mediatico italiano. Alle elezioni del 2006, infatti, Silvio Berlusconi e Romano Prodi si sfidarono alla vigilia del voto. Nel quale il centrosinistra, guidato da Prodi, prevalse di misura. Sottolineando l’utilità e l’importanza dei media. In particolare, della tv. In tempi di equilibrio e di incertezza. Che spingono le campagne elettorali. Fino all’ultimo. Perché, come sottolineò in un testo scritto negli anni 80 Sidney Blumenthal, noto consulente politico (consigliere, fra l’altro, di Bill Clinton), siamo in tempi di “campagna elettorale permanente”. E le elezioni non finiscono mai. Tuttavia, oggi il tema dell’immigrazione, sui media, funziona ancora. Ma meno di qualche anno fa. Non perché gli immigrati non suscitino più paura e sospetto. Non è così, come mostrano i dati rilevati da Demos e LaPolis-Università di Urbino. e da Carta di Roma - Osservatorio di Pavia. Tuttavia, negli ultimi anni, sono subentrati altri motivi di insicurezza e di “paura”, che condizionano il sentimento delle persone. Gli atteggiamenti dei cittadini. Basta guardare indietro. Non tanto tempo fa, tra il 2019 e il 2022, quando in Italia e in altri Paesi (non solo europei) esplose l’emergenza generata dal Coronavirus. Il Covid. Infatti, in quegli anni la paura degli immigrati fa meno paura. Ridimensionata da altre paure. E, anche per questo, fa meno notizia. Come mostrano i dati dei sondaggi proposti in questa pagina. In attesa di altre emergenze e di altri eventi. Che, naturalmente, non ci auguriamo. Ma che, ad ogni modo, vanno considerati e controllati. Anche perché, come dimostrano queste ricerche, fra paura e informazione c’è reciprocità. E le paure, talora, vengono alimentate anche perché… fanno audience”. La vergogna dei richiedenti asilo a Trieste di Gianfranco Schiavone L’Unità, 15 dicembre 2025 Dalla spettacolare operazione con cui nel 2023 è stato sgomberato il cosiddetto Silos, nulla è cambiato. Lo scandalo concentrato in un’unica megastruttura con centinaia di migranti in stato di abbandono si è trasformato in uno scandalo diffuso. Era il 21 giugno 2023 quando, con una spettacolare operazione di sgombero e trasferimento di circa 200 richiedenti asilo, veniva chiuso il cosiddetto Silos, un’enorme struttura adiacente alla stazione ferroviaria di Trieste centrale che fu, insieme a decine di altri edifici vicini in stato di abbandono, uno dei magazzini del porto (oggi detto vecchio) dell’impero asburgico. Nel Silos da circa due anni centinaia di persone che avevano chiesto asilo (o meglio, migliaia tenuto conto della loro rotazione) affondavano nel fango mostrando, in concreto, cosa fosse il sistema di accoglienza del Belpaese. Di quello scandalo parlarono i giornali di mezz’Europa e diventò necessario chiudere un luogo diventato troppo imbarazzante (ci sarebbe stata anche la visita di Papa Francesco a Trieste e bisognava fare in fretta nell’estate del 2023). Molti dissero che, toccato il fondo, sarebbe finalmente giunto il momento del cambiamento. Molti, ma non chi scrive che era consapevole che non ci sarebbe stato nessun cambiamento di prospettiva. Purtroppo così fu. Da allora, salvo un leggero miglioramento del sistema di trasferimenti dei richiedenti asilo da Trieste verso il resto del territorio nazionale rimasto comunque insufficiente, nessun reale cambiamento è intervenuto a modificare una situazione che è proseguita nel segno del totale disprezzo della vita umana. Sbarrato il Silos (con un costosissimo intervento) i richiedenti asilo dall’estate 23 ad oggi hanno trovato riparo negli altri magazzini abbandonati del porto vecchio (un’area vasta chilometri). Dal Silos come struttura unica di ammassamento che “ospitò” fino a 500 persone, si è semplicemente passati ad un Silos diffuso. Sono state continue, dal 2023, le operazioni di maxi trasferimento, realizzate solo quando il numero dei migranti sale periodicamente oltre misura e le persone restano all’addiaccio per mesi. Ogni operazione tuttavia altro non fa che riportare a una relativa normalità la situazione per qualche giorno, fino a nuovo riempimento. Ultime in tal senso le operazioni del 1 ottobre 2025 con 157 richiedenti asilo trasferiti e quella del 3 dicembre 2025 che ne ha trasferito un numero analogo, ma, per la prima volta rispetto alle altre ha lasciato in strada un altro centinaio di richiedenti asilo che, alla vista della polizia, si erano precipitati a mettersi in fila confidando che fosse arrivato anche per loro il momento dell’accesso all’accoglienza cui avevano diritto. Ma a loro lo Stato ha detto di tornare pure nei magazzini abbandonati. Si vedrà, forse, più avanti. Poichè l’obiettivo dell’ultima penosa operazione predisposta dalla Prefettura di Trieste non era il censimento e la collocazione delle persone abbandonate, e la stragrande parte dei magazzini non sono stati neppure ispezionati. Non stupisce che quello stesso pomeriggio sia stato scoperto, dopo l’allarme dato dai suoi compagni, il corpo di un giovane algerino morto probabilmente di stenti proprio quel giorno. Si trovava in un piccolo magazzino adiacente all’area delle operazioni di polizia (non più di venti metri) dove lo spiegamento delle forze dell’ordine non si era spinto. Quella sera (ne fui testimone oculare) persino mentre erano in corso le operazioni di recupero del cadavere, decine di migranti attraversavano l’area delle operazioni per tornare “a casa” nei magazzini appena dietro quello del ritrovamento del corpo. Pochi giorni prima un altro richiedente asilo, che aveva tentato inutilmente di presentare la sua domanda di asilo a Trieste, si era spostato in un’altra città del Friuli, Pordenone, dove ugualmente era stato abbandonato ed era morto per intossicazione da monossido di carbonio in una casa abbandonata. Per non morire di freddo, era morto intossicato. Uguale dinamica a Udine una settimana prima per altri due giovani; quattro morti di freddo e di stenti in un mese in una delle regioni più ricche d’Italia. Non morti accidentali attribuiti subito con facile ipocrisia a tragica fatalità, bensì omicidi silenziosi causati da colpevole inerzia delle istituzioni che delle persone abbandonate dovrebbero occuparsi. Facendo uno sforzo per allontanare il senso di disagio, riprendo le parole usate dal presidente della regione FVG, Fedriga che sulle pagine del quotidiano Il Piccolo il 5 dicembre scorso si è così espresso: “Ci sono problemi di sicurezza, problemi nel garantire la legalità e su questo dobbiamo avere una posizione ferma perché la legalità non è un’opinione”. Ci sono indubbiamente, e da anni, enormi problemi di rispetto della legalità nella gestione dell’accoglienza dei richiedenti asilo a Trieste e in FVG in generale, ma sono tutti, a parere di chi scrive, riconducibili alle condotte dei diversi organi della pubblica amministrazione coinvolti nel produrre l’abbandono dei richiedenti asilo in strada. Nelle parole di Fedriga di ciò non c’è traccia, mentre si opera un totale ribaltamento della realtà fattuale e della logica giuridica: ignorando l’evidente stato di necessità (art. 54 codice penale) in cui si trovano coloro che occupano i magazzini, Fedriga riversa la colpa sulle persone abbandonate dallo Stato. Esse sono, a ben guardare, colpevoli del fatto stesso di esistere. Perchè Trieste e il FVG sprofondano in un tale gorgo di violenza rivolto (per ora) verso i migranti? Sarebbe un errore ritenere che si tratti solo di un contesto locale particolarmente duro dominato (come in effetti è) da una politica locale per la quasi totalità estremista. I territori del nostro confine orientale sono terre difficili e contraddittorie, ben lontane dal facile stereotipo della Mitteleuropa felice e sono spesso state nel ‘900 laboratorio di violenze politiche; ma sono state, in parallelo, anche luoghi di straordinaria innovazione - si pensi ad esempio alla rivoluzione basagliana. Dietro gli incredibili fatti di Trieste ci sono innanzitutto scelte politiche fatte a livello nazionale e segnate dalla decisione di non intervenire come finalità politica. Gli arrivi dei rifugiati dalla rotta balcanica non sono un fenomeno difficilmente gestibile per dimensioni e modalità degli ingressi; al contrario essi sono un fenomeno di entità assai modesta e del tutto gestibile con strumenti ordinari. Con poche oscillazioni (e una contenuta contrazione nel corso dell’ultima annualità) gli ingressi a Trieste si sono attestati negli ultimi 4 anni tra le 13 e le 20mila persone all’anno, con una larga maggioranza di persone in transito verso altri paesi UE non essendo l’Italia un paese attrattivo per quasi nessun migrante. I dati più recenti relativi al 2025 ci dicono di una maggior propensione a rimanere in Italia da parte di alcuni gruppi nazionali e addirittura di situazioni di ritorno da altri Paesi UE a causa di politiche restrittive sempre più dure. Tali dati vanno però soppesati con cura, il tempo ci dirà se si tratta di segni di un cambiamento strutturale o solo di oscillazioni temporane. Ciò che è certo è che intanto l’accesso alla procedura di asilo è scelto da poche migliaia di persone all’anno, cioè poche decine di persone al giorno. Nulla di più lontano da un’emergenza dunque. Qualche struttura di prima accoglienza in più nell’ordine di non più di 100 posti, qualche minima velocizzazione dei trasferimenti verso il resto del territorio nazionale unita al rispetto della norma sull’accesso alla domanda di asilo, senza porre barriere e requisiti illegittimi, sarebbero elementi più che sufficienti ad assorbire tutte le persone abbandonate in strada da anni. Perché dunque non accade? Quando l’incapacità pubblica ad agire giunge a livelli di assoluta irrazionalità come in questo caso non va fatto l’errore di considerare quanto avviene solo come manifestazione di incapacità dei pubblici poteri. Si tratta invece in primo luogo dell’espressione di una volontà politica che rincorre due obiettivi: il primo è la deterrenza; ostacolare l’accesso al diritto d’asilo e non dare accoglienza dovrebbe portare, secondo tale strategia, a scoraggiare gli arrivi o addirittura a prevenire le partenze, come se chi scappa dall’Afghanistan dei talebani o dall’Iran fondamentalista, o “semplicemente” dalla caduta in povertà causata dai disastri ambientali del Pakistan o del Bangladesh leggesse le notizie sul porto vecchio di Trieste comodamente seduto in una Casa del The di Teheran o altrove, valutando se, alla luce delle notizie, valga la pena di partire o meno. Solo lo straordinario livello di cecità che attraversa il nostro presente può far ritenere che creare disfunzioni nei nostri sistemi amministrativi e di accoglienza possa agire da deterrenza nelle scelte estreme sulla propria vita che molti migranti sono costretti a fare. Il secondo obiettivo politico è violare intenzionalmente le norme comuni sull’asilo in Europa spingendo i rifugiati ad andare altrove, non importa dove, purché non si fermino sull’italico suolo. Qui entra in gioco tanto un’ideologia xenofoba quanto l’ossessione ridicola di essere la destinazione di tutti i diseredatati del mondo, mentre siamo solo una delle destinazioni secondarie nelle scelte migratorie dei più, e il saldo negativo complessivo tra coloro che se ne vanno ogni anno dall’Italia e coloro che vi entrano, alimentato anche dalla fuga di massa dei giovani italiani, è impietoso. Quella di Trieste è dunque un’emergenza artificialmente creata e persegue l’obiettivo del mantenimento di un sistema di gestione pubblica degli arrivi dei migranti segnato da una disfunzionalità sistemica; ogni progetto o programma che si ponga il modesto e agevole obiettivo di trovare una soluzione va evitato come la peste in quanto la soluzione del problema si tramuterebbe nel problema per chi, non avendo nessuna capacità di gestire il cambiamento e nulla da proporre per il futuro del Paese, è solo abile nel vivere politicamente di quella condizione di inerzia e sonnambulismo dell’attuale società italiana ben descritta nel rapporto del Censis 2025. Presepi multireligiosi a Milano: cristiani e musulmani insieme nei quartieri per la pace di Paolo Foschini Corriere della Sera, 15 dicembre 2025 Don Fabrizio Bazzoni e l’imam Suleiman nel quartiere multietnico di San Siro, l’uno accanto all’altro tra i bambini di famiglie cristiane e musulmane, insieme per una preghiera congiunta e nel comune desiderio “che il mondo intero fosse come questa piazza”. E il 18 dicembre una iniziativa analoga, sempre a Milano, in zona Corvetto. “Mi commuovo”, ha detto anche quest’anno Olga del quartiere milanese di San Siro. Don Fabrizio Bazzoni e l’imam Suleiman hanno appena finito la loro “preghiera congiunta”, col racconto della nascita di quello stesso Gesù nella versione rispettivamente dei Vangeli e del Corano. E adesso al centro della scena ci sono i bambini dei palazzoni lì attorno, con i loro genitori un po’ cristiani e un po’ musulmani, a rappresentare i personaggi del presepe vivente allestito in Piazzale Selinunte. Sarebbe già una scena molto bella in sé. Ma a commuovere la signora Olga sono in particolare le parole con cui l’imam ha concluso il suo breve discorso: “Vorrei che il mondo intero fosse come questa piazza oggi, come questi bambini”. È solo uno dei momenti di condivisione multireligiosa che Milano e in particolare le sue periferie regalano in questi giorni all’avvicinarsi del Natale. Questo appena descritto ha avuto luogo domenica 14 dicembre, il prossimo si svolgerà giovedì 18 in un altro quartiere molto multietnico quale è il Corvetto. “Sono nato in Palestina - ha raccontato l’imam Suleiman - a pochi chilometri da Betlemme. E ricordo che quando ero bambino era normale per noi giocare insieme tra figli di famiglie con fedi diverse, bambini musulmani e cristiani, bambini ebrei. Ora guardo questa piazza e il mio ricordo torna là: come questa piazza vorrei che fosse oggi tutto il mondo”. “Le differenze ci vengono spesso raccontate come un problema - ha detto a sua volta don Fabrizio - ma la verità è che sono le differenze a rendere il mondo colorato anziché in bianco e nero”. Il punto è farle incontrare e non scontrare. E “Il villaggio dell’incontro” era in effetti il titolo dato all’evento. Con locandine in italiano e in arabo, momenti di musica, letture, infine una merenda per tutti. Il prossimo appuntamento sarà come si è detto quello in programma il 18 dicembre in zona Corvetto - periferia sud del capoluogo lombardo - con l’iniziativa che da anni coinvolge ogni volta più di tremila persone e 250 figuranti attraverso le vie del quartiere con partenza alle 20:45 da via Rosselli e conclusione nella parrocchia della Medaglia Miracolosa: a partecipare sono bambini e famiglie di ogni estrazione sociale, culturale e religiosa, con migranti musulmani e cristiani provenienti da ogni parte del mondo. Tra i promotori l’Associazione “L’Immagine” che da almeno 50 anni svolge la sua opera di carità insieme con le Suore di Carità dell’Assunzione, a beneficio di tutti. Quella confusione sull’antisemitismo di Guido Corso* La Stampa, 15 dicembre 2025 Sul disegno di legge n. 1722, volto al rafforzamento della strategia di contrasto all’antisemitismo (cosiddetto ddl Delrio), circola molta confusione. La prima critica sostiene che si tratti di una legge superflua, poiché esisterebbe già la legge Mancino (l. n. 205/1993), che punisce con la reclusione chi diffonde idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale. L’equivoco è evidente. Il ddl non introduce nuove fattispecie punitive. Non tocca la stampa, né i libri o i giornali. Non si sovrappone alle leggi già esistenti. Interviene sull’odio antisemita in rete e solo per disciplinare il meccanismo delle piattaforme (rimozione dei contenuti, limitazioni temporali all’utilizzo dei social network e al più sanzioni a carico delle piattaforme). Appare davvero singolare un’indignazione generalizzata nei confronti di misure di contrasto di fenomeni tanto pervasivi, come i discorsi d’odio veicolati dai social network. Un’accusa più grave riguarda la presunta compressione della libertà di espressione. Secondo questa tesi, il rinvio alla definizione di antisemitismo adottata dall’International Holocaust Remembrance Alliance (Ihra), fatta propria dal Parlamento europeo (1° giugno 2017) e dal governo italiano (delibera del 17 gennaio 2020), finirebbe per criminalizzare qualsiasi critica allo Stato o al governo di Israele. Anche questo è falso e sotto due profili distinti. Innanzitutto, la critica allo Stato di Israele analoga a quella rivolta ad altri Stati non può essere considerata antisemita. È quanto chiarisce espressamente la definizione Ihra, che funge da guida per la sua applicazione. In secondo luogo, la definizione operativa dell’Ihra vale solo per l’ambito di applicazione della legge: e cioè piattaforme, scuola e università. Terza critica. Perché distinguere il razzismo antisemita dalle altre forme di razzismo? Anche qui l’equivoco è evidente. L’antisemitismo è un fenomeno distinto dal razzismo, sia per la complessità della sua genesi - religiosa, culturale, economica, politica e anche razziale - sia per le modalità contraddittorie attraverso cui si manifesta, che ne rendono il contrasto particolarmente difficile. Gli ebrei vengono accusati, a seconda dei contesti, di essere rivoluzionari bolscevichi o capitalisti occulti; di volersi chiudere nei ghetti o di predare le società ospitanti; di essere sobillatori o, al contrario, alleati dei poteri più opachi. Si tratta di un fenomeno strettamente connesso al bisogno di un capro espiatorio, che riaffiora in particolari momenti storici e funge spesso da indicatore dell’ascesa di dinamiche altrettanto preoccupanti: fascismi, totalitarismi, maccartismi, guerre. Che oggi l’antisemitismo presenti dimensioni significative appare difficile da negare. E il legislatore non dovrebbe forse occuparsi di fenomeni sociali rilevanti, anche in ragione del numero dei soggetti coinvolti? L’altro ambito considerato è quello dell’istruzione, dove la situazione è parimenti allarmante. La scuola: dove anche ai bambini delle elementari viene insegnato lo slogan “From the River to the Sea”, slogan agli antipodi dell’idea della pacifica convivenza fra popoli. Le università: dove dipartimenti, senati accademici e rettori, incapaci di arginare pressioni di pochi, hanno interrotto rapporti con università israeliane o impedito che nuovi accordi venissero avviati. Tutto ciò in spregio della libertà della scienza e della libertà accademica, che è anzitutto un diritto dei singoli studiosi, prima ancora che delle istituzioni. Da questo punto di vista, il ddl fa esattamente l’opposto di quanto gli viene imputato: non limita la libertà accademica, ma semmai mira a ripristinarla. E qui va anche sgomberato il campo ad un ulteriore equivoco relativo alla questione del monitoraggio. Il ddl non istituisce un organismo di vigilanza, perché tale organismo esiste (anzi nelle università ne esistono tanti: comitati etici, comitati unici di garanzia, ombudsman, collegi di disciplina, ecc. ecc.) ma prevede che sia individuato un soggetto deputato alla verifica e al monitoraggio delle azioni per contrastare i fenomeni di antisemitismo, in linea con il codice etico della stessa università e in conformità con quanto previsto dalla Strategia nazionale per la lotta all’antisemitismo. Si tratta di un soggetto assimilabile ai referenti già esistenti per le pari opportunità o per il contrasto ad episodi di molestie e violenza; che si raccordi con il Coordinatore nazionale e che peraltro operi nel rispetto dei regolamenti e della normativa esistente. Resta infine l’obiezione più sottile, spesso ammantata di filoebraismo: il ddl Delrio, rendendo l’antisemitismo oggetto privilegiato di attenzione, rischierebbe di incentivarlo anziché contrastarlo. Ma un rilievo di questo tipo sembra offrire, paradossalmente, una ragione ulteriore per sostenere la proposta. Se si ritiene che l’antisemitismo possa espandersi solo perché lo si combatte, significa che il fenomeno ha già raggiunto proporzioni allarmanti. *Professore Emerito di Diritto amministrativo Università RomaTre “Cannabis light con componente letale”: l’allarme del governo. Magi: “Disinformazione” di Flavia Amabile La Stampa, 15 dicembre 2025 Il dipartimento antidroga: “In Italia un suicidio collegato all’uso della sostanza”. Il segretario di +Europa: “Difficile confondere quel prodotto con un cannabinoide leggero”. Da palazzo Chigi è stato diffuso un allarme su un prodotto cannabinoide che può provocare anche la morte. Secondo il sistema nazionale di allerta rapida per le droghe del dipartimento Antidroga di palazzo Chigi si è verificato “un grave episodio, avvenuto nei giorni scorsi, legato al consumo di prodotti contenenti cannabis a basso contenuto di Thc (c.d. cannabis ‘light’) e un pericoloso cannabinoide sintetico denominato Mdmb-pinaca”. L’allarme è pubblicato sul sito del governo. “L’Mdmb-pinaca, la cui potenza è molto superiore a quella del Thc, causa effetti imprevedibili, pericolosi, gravi e letali tra cui confusione, allucinazioni, vomito, perdita di coscienza e sedazione profonda. In Europa sono già stati segnalati casi di intossicazione grave e letale e, di recente, un decesso per suicidio avvenuto in Italia - afferma il dipartimento - è stato collegato al consumo di prodotti contenenti questa sostanza. L’Mdmb-pinaca può essere presente in infiorescenze, resine o prodotti venduti come cannabis “light” e non è possibile riconoscerne la presenza a vista - sottolinea. Il Sistema nazionale di allerta rapida per le droghe monitora la situazione al fine di scongiurare ulteriori eventi pericolosi e in caso di sospetta intossicazione ed effetti avversi è operativo h 24 il centro antiveleni di Pavia”. L’allarme riguarda il cannabinoide, un prodotto sintetico che non va confuso con la cannabis-light, avvertono i produttori del prodotto a basso contenuto di Thc e gli addetti al settore. Riccardo Magi, segretario di +Europa: “Il cannabinoide su cui è stato diffuso l’allarme è un prodotto potente che può esser acquistato online ma difficilmente può essere confuso con la cannabis light perché costa di più e ha un effetto drogante che l’altro prodotto non ha”. Magi accusa il governo di fare volutamente “disinformazione per giustificare la persecuzione in atto nei confronti di produttori e rivenditori di cannabis light”. Una confusione facile da generare - conclude Magi - “proprio per la mancanza di qualsiasi regolamentazione che rende il mercato completamente fuori controllo”.