Zuppi: “Carceri disumane, così fallisce la giustizia” di Giacomo Galeazzi La Stampa, 14 dicembre 2025 Il cardinale: “Sovraffollamento insostenibile, i suicidi in cella sono 18 volte più che in libertà. Serve una giustizia dal volto umano, come diceva Platone la punizione è utile solo se rieduca”. “C’è troppa sofferenza nelle carceri. Si tratta di fare giustizia alla vittima non di giustiziare l’aggressore - dice il cardinale Matteo Zuppi (fin dal 1981 incontrava a Rebibbia i carcerati, compresi i “dissociati” del terrorismo). Due terzi delle persone che escono dal carcere e che hanno seguito percorsi solo dentro al carcere sono recidivi. Al contrario coloro che sono stati ammessi a fruire delle misure alternative al carcere hanno una bassissima recidiva”. Per la funzione educativa della pena a che punto siamo? “Il tasso di affollamento del 120% rischia di farci tornare presto alla situazione per cui Strasburgo ha condannato l’Italia. Il presidente Sergio Mattarella le ha definite inaccettabili. Queste condizioni diventano insostenibili per i più fragili, come le persone segnate da malattie psichiatriche, che senza cure adeguate diventano presenze pericolose per gli altri e per se stesse. C’è poi la tragedia dei suicidi, con un tasso di 11,4 episodi ogni 10 mila detenuti. In carcere ci si uccide 18 volte di più che in libertà. Come possiamo pensare di aiutare la speranza e la rieducazione quando gli spazi di lavoro e gli investimenti per aiutare il reinserimento dei detenuti restano insufficienti?”. Sovraffollamento record, suicidi e carenze strutturali... “La giustizia deve sempre garantire un volto umano. Guai a pensare che questo significhi meno sicurezza o che il volto e il linguaggio da duri, disumano (ma si può sentire parlare di “deportazioni”?), come se la comprensione fosse ingenuità, significhi più sicurezza. È il contrario. La sicurezza è nel riparare quello che il male ha provocato con tanta sofferenza. È l’intelligenza giuridica plurisecolare del nostro Paese che non possiamo mettere in discussione con semplificazioni pericolose e ignoranti. Platone diceva che la punizione serve solo se educa”. Alternative alla detenzione? “Molti studi hanno dimostrato che la carcerazione da sola non è la misura più efficace per ridurre la recidiva. Anzi. La Costituzione parla di pene, al plurale, non a caso. Tutte pene, attenzione. Non si tratta di sconti o indulgenze pericolose, ma di riparare e rieducare, riparando il passato segnato dal male. Solo così si prepara un futuro diverso. La recidiva si abbatte solo con il lavoro, l’educazione, possibilità quando si esce e verificare che siano alternative e si sia capaci di percorrerle. E, vorrei aggiungere, non dimentichiamo la richiesta di Francesco per il Giubileo di iniziative che restituiscano speranza. Quel minimo indulto richiesto autorevolmente in occasione del Natale e la necessità di ampliare gli spazi per i domiciliari meritati non sono esercizi di buonismo ma solo di buon senso. E sono due cose molto diverse”. È un problema di leggi o di come vengono applicate? “Ogni giudice è tenuto a giudicare facendo un necessario discernimento, per non far mancare al detenuto un accompagnamento che gli permetta di guardare al futuro, evitando che si arrivi a una condanna solo ripiegata sul passato. La giustizia retributiva, che ha come norma solo il castigo, si realizza comminando, in modo quasi automatico, a ogni reato, la punizione corrispondente. Ma la giustizia non è mai un semplice automatismo, tanto che, nella tradizione giuridica, c’è sempre stata, giustamente, anche una moderazione e personalizzazione della pena, derivante dall’esame dei tanti fattori che portano alla definizione di una punizione e che tengono presenti anche gli aspetti legati alla storia personale e sociale di ogni singola persona”. Dilemma rigore-umanità? “Non è il carcere in sé a rendere migliore il detenuto. È molto difficile, infatti, che un detenuto cambi in meglio, se non vengono avviati dei processi veri di reinserimento sociale. La pena non deve mai essere contraria al senso di umanità. Per questo la giustizia deve bilanciare le differenti esigenze della casa comune, della quale fa parte anche il carcere. Ossia sicurezza sociale, bisogno di giustizia delle vittime e di recupero del colpevole, che significa lasciare sempre uno spiraglio di speranza, la possibilità di ricominciare. Il rispetto della legge significa osservare le prescrizioni, sempre consapevoli però che la legge da sola non basta, che la sua applicazione dev’essere in vista del bene effettivo delle persone interessate, siano essi i responsabili dei reati o siano coloro che sono stati offesi”. Cosa serve per la giustizia? “È fondamentale uno spazio del discernimento nella definizione di una pena. Naturalmente è la prima cosa che viene messa in discussione appena capita qualche inconveniente con i detenuti. Del resto è più facile propagandare un ideale di giustizia incentrata sull’idea del castigo e della paura, piuttosto che parlare di futuro e di speranza per i detenuti. In questo modo, però, non si costruisce una giustizia vera e diminuisce la sicurezza. Perciò dobbiamo tutti vigilare e garantire la salute in carcere, diritto fondamentale riconosciuto dalla Costituzione: ammalarsi in carcere è una disgrazia. Io credo fermamente che l’uomo possa cambiare e a tutti deve essere garantita la possibilità. Presunzione di innocenza prima della condanna e presunzione di cambiamento dopo”. Manca la rieducazione? “Purtroppo facciamo fatica a riconoscere il prossimo e a riconoscerci in esso. Il vero rischio è che vinca l’individualismo, con le sue paure e patologie, che fa crescere la logica della condanna. Questa non ha bisogno di ragionare e di porsi domande. Invece i percorsi di giustizia riparativa partono dal presupposto che l’altro è esattamente uguale a noi, non ha un marchio di fabbrica che lo rende diverso”. Un ostacolo insormontabile? “No ma stentiamo a riconoscere la “banalità” del male. Il male è talmente “banale” che può essere compiuto da chiunque, anche dalle persone più insospettabili o esteriormente “normali”. Siamo tutti potenzialmente malvagi - siamo lupi o sbaglio? - ma non siamo mai solo il male compiuto. Dobbiamo ricordarci che tutti siamo uguali e che tutti possiamo sbagliare: tutti siamo uomini e tutti siamo, per certi versi, soggetti al male, sia compiuto sia subito. Tutti abbiamo bisogno di speranza. L’idea che i detenuti non abbiano nulla a che fare con chi sta fuori dal carcere, porta solamente a un aumento delle distanze tra chi si crede giusto e chi, ormai, è irrecuperabile. L’aumento della distanza porta all’aumento del disprezzo”. Il grado di civiltà di una società si misura dalla condizione nelle carceri. Come stiamo? “C’è bisogno di un’alleanza sociale e di garantire la presenza di volontari nelle carceri, avvicinare il territorio e viceversa. Ricordiamo che sono ammessi a frequentare gli istituti penitenziari con l’autorizzazione proprio coloro che avendo concreto interesse per l’opera di risocializzazione dei detenuti dimostrino di potere utilmente promuovere lo sviluppo dei contatti tra la comunità carceraria e la società libera. La prossimità territoriale dei provveditorati ha consentito fluidità di relazione e collaborazione per le numerose iniziative inerenti i detenuti”. “Nelle carceri ho visto tanta sofferenza. Ma dal Giubileo un segnale di speranza” di Vincenzo R. Spagnolo Avvenire, 14 dicembre 2025 Irma Conti, componente del Garante dei detenuti: il sovraffollamento accresce il disagio, con 77 suicidi e 1.700 tentativi Una soluzione? Accelerare sulle misure alternative e sul lavoro esterno. “Il Giubileo dei detenuti è l’ultimo dell’anno giubilare. Mi piace pensarlo così, perché è quello degli ultimi che spero poi rinascano e riescano ad essere primi. Personalmente, lo sto vivendo in questa chiave, con la speranza che ci si possa incamminare su un percorso concreto di recupero e riabilitazione di chi oggi sta scontando una pena”. Inizia così il colloquio di Avvenire con Irma Conti, componente del collegio a tre (insieme al presidente, Riccardo Turrini Vita, e al professor Mario Serio) che guida l’Autorità Garante per i detenuti e le persone private di libertà. Un compito non semplice, in anni in cui gli istituti di pena restano attanagliati da problemi di cui il sovraffollamento, con 63mila detenuti a fronte di 47mila posti, è insieme l’aspetto più grave e quello più evidente. Dal 2024 lei è del collegio del Garante. Durante le visite nei penitenziari, cosa l’ha fatta davvero disperare? Il fatto che il sistema penitenziario italiano si trovi in una condizione di emergenza cronica strutturale. Negli istituti, ho visto situazioni fatiscenti che sono lì da anni. Quali situazioni? Posso citarne alcune: il tetto di Regina Coeli, a Roma, caduto; la mancanza di docce nelle celle, coi detenuti costretti a improvvisare con bottiglie di plastica delle geniali opere di “ingegneria idraulica” pur di potersi lavare con acqua calda. Sono situazioni croniche in edifici vetusti. Ma adesso si sta intervenendo. Questo la fa sperare? Sì. Mi fa sperare l’impegno economico, i 780 milioni di euro stanziati dal Governo per rinnovare le strutture, con bandi in fase di pubblicazione. Mi fanno sperare gli strumenti normativi che sono stati introdotti: la legge 199, l’estensione della possibilità di applicare le misure provvisorie alternative per l’esecuzione della pena all’esterno degli istituti penitenziari. Mi fa sperare la task force del ministero della Giustizia per le misure alternative a chi ha pene residue sotto i due anni. Mi fa sperare il bando, anch’esso in fase di pubblicazione, per le strutture residenziali e il lavoro. Un domicilio all’esterno e un impiego. Due condizioni che potrebbero cambiare davvero la vita di molti detenuti in uscita. A me piace basare il mio lavoro sui dati. Dal 1° gennaio al 12 dicembre, sono entrate negli istituti penitenziari 41.586 persone, ne sono uscite in libertà 29.917 e in misura alternativa 19.087. Sono numeri che necessariamente debbono aumentare, con un’accelerazione sull’esecuzione della pena all’esterno. Ma a normativa vigente, affinché un giudice la disponga, occorrono casa e lavoro, di cui molti reclusi non dispongono. Insomma, trovare chi assume non basta, senza abitazioni da assegnare. Cosa si fa per questo? C’è un regolamento pubblicato in Gazzetta ufficiale il 15 settembre, con 7 milioni di euro per realizzare strutture residenziali esterne, collegate però al lavoro. Un modo per reinserire persone che non hanno avuto altre opportunità o non le hanno sapute cogliere. Ciò non giustifica i reati compiuti. Ma dare a queste persone una chance concreta di cambiare vita alimenta speranza. E può abbattere, secondo le statistiche, la recidiva. Per la Costituzione, la pena deve avere una funzione rieducativa. E con la proroga della legge Smuraglia, per i 18 mesi successivi alla riconquistata libertà del recluso, l’impresa che l’ha assunto potrà continuare a fruire di sgravi fiscali. E ci sono progetti come “Folson freedom”, avviati dai ministeri di Istruzione e Giustizia, insieme alle Ferrovie dello Stato, per ora in tre carceri - Taranto, Civitavecchia - per fornire nuove competenze ai detenuti grazie a visori e all’uso della realtà virtuale. Reale è, intanto, la sofferenza dietro le sbarre. Quanta ne ha vista e ne vede ancora? Forse la maggior sofferenza, per un essere umano recluso, è il non poter fare niente per tutto il giorno: un’amarezza per la persona e un danno per la società. Molti detenuti chiedono un impegno lavorativo che li renda utili e vivi. E necessari sono pure il Terzo settore e le attività culturali all’interno degli istituti: dal teatro all’alfabetizzazione. La circolare di ottobre del Dap non ha penalizzato quelle attività? Dal monitoraggio effettuato col Dap, si è passati dal 95% delle richieste evase al 100%. La circolare ha sì disposto un accentramento del vaglio, che tuttavia consente risposte tempestive alle richieste. Come Garante, non abbiamo riscontrato un pregiudizio. Da inizio anno si contano 77 suicidi fra i detenuti. Una spirale di dolore che non si riesce a interrompere. Perché? Quei numeri sono la spia più evidente del disagio in carcere. Va registrato comunque un calo rispetto allo scorso anno, quando furono 92. Ogni giorno verifichiamo 500 eventi critici: dal disagio del detenuto straniero in attesa di essere rimpatriato; alle rivolte che scoppiano. E ci sono stati 1.700 tentativi di suicidio, sventati dagli agenti penitenziari, anche loro sottoposti a forti tensioni. Io sto incontrando molti sopravvissuti, cioè chi non è riuscito a suicidarsi e chi è stato interrotto nel percorso. Ciò bisogna fare è prosciugare le sacche di disagio, ridurle. E confido che i numeri dei decessi si abbasseranno ancora. Le tensioni logorano chiunque operi in carcere. E la magistratura ha scoperto casi di violenze sui detenuti, compiute da agenti. Cosa ne pensa? Penso che la Polizia penitenziaria, che è un corpo sano, abbia anticorpi per individuare chi li compie. Nell’indire il Giubileo, papa Francesco aveva chiesto, come altri pontefici, un gesto di clemenza per i detenuti. Lei sarebbe favorevole? Come Garante, preferisco non commentare scelte che competono al Parlamento. Constato, comunque, che il Guardasigilli Nordio lavora su diverse misure per far calare il sovraffollamento. Nell’attesa, per citare il capo dello Stato Sergio Mattarella, le condizioni in alcune carceri restano “inaccettabili”. Le valutazioni del capo dello Stato sono preziose. Molti problemi nascono dal sovraffollamento. In carcere ci sono 20mila persone con pene residue sotto i 3 anni. Accelerare la concessione delle misure alternative, a chi ne ha i requisiti. Gli strumenti ci sono, applichiamoli. Ma i giudici di sorveglianza sono solo 250 a fronte di 63mila detenuti… Vero, ma forse si può dare una consiglia preferenziale a chi ha pene inferiori, nel solco di ciò che sta facendo il Ministero con la Task Force. Nel frattempo, su un altro aspetto, c’è un concreto passo in avanti. Quale? La giustizia riparativa, che favorisce l’incontro costruttivo fra autori di crimini e vittime, benché introdotta con la legge Cartabia, finora era inattuata per mancanza di strutture. Ora i “centri riparativi” si faranno. E si potrà provare a suturare le ferite sociali e personali inferte dai reati. Un modo, anche questo, per generare speranza. Quante volte c’è scritto “speranza” nei Vangeli? Chiedetelo ai detenuti di David Maria Riboldi* Avvenire, 14 dicembre 2025 Ogni volta che inizio una predica con una domanda è molto elettrizzante. L’uditorio intuisce che la risposta non è scontata. Gli occhietti brillano, sembra di vedere i pensieri muoversi nelle menti di chi ho davanti. Dietro le palpebre di occhi che si chiudono per pensare; sotto la calvizie che sa di lunga esperienza. Qualcuno sussurra qualcosa nell’orecchio al vicino: magari sa la risposta o pensa di saperla. E poi c’è chi gioca d’azzardo dentro di sé e, come ogni giocatore, vuole vincere. Sembra di leggere libri aperti e sognanti. Qualcosa di ludico, che fai guardando i bambini sulle prime panche, ma dove sono soprattutto i grandi a giocarsela. La risposta sarà 3: il numero della Trinità. No, sarà 7, come i doni dello Spirito. E perché no: 40, come gli anni di Mosè nel deserto. La risposta è zero. E lo scrivo con la parola, perché il numero dà poca soddisfazione grafica. Sento già l’obiezione di chi è andato a frugare nel telefono. Nella traduzione italiana compare due volte, in realtà, nel Vangelo di Giovanni. Ma una in greco è il verbo sperare, messo a sostantivo nella traduzione. L’altra non c’entra proprio niente, ma vuole rendere un passaggio non facile da mettere in italiano. La parola vera propria, nel testo greco, non c’è. La ‘speranza’ è latitante nei quattro Vangeli. O potremmo dirla provocatoriamente così: il Vangelo è un libro ‘senza speranza’. Senza la parola ‘speranza’. Eppure, sapete, quando si studiava esegesi, in seminario - quella materia che viviseziona i testi biblici come un chirurgo sviscera un corpo - ci dicevano che l’abbondanza di ricorrenza di un lemma è un dato significativo della sua oggettiva rilevanza. Idem il contrario, ovviamente. E poi, insomma: è mai possibile che a tutti e quattro gli evangelisti, così diversi tra loro, per età, provenienza, sensibilità e platea (ossia il ‘per chi’ scrivevano)… è mai possibile che a nessuno di loro sia venuta alle labbra la parola ‘speranza’? “Elpìs”, traslitterata dal greco. L’amico Stefano Nazzi ci farebbe due ore di podcast su un mistero così intrigante. Non solo. Sono sicuro che tu che leggi non ci credi. E starai andando su internet a cercare “Bibbia” (quella della Cei del 2008, mi raccomando) e starai provando con le tue mani. “Mannaggia, ha proprio ragione!”. Me lo dico da me, ma è sempre una gran soddisfazione! Ora viene il bello. Perché non possiamo non chiederci: come mai? Come mai la parola ‘speranza’ è latitante nei quattro Vangeli? Come mai ci sono 133 ricorrenze del vocabolo in tutto il corpus biblico, ma ‘0’ nei racconti della vita di Gesù? Ma il bello più bello è che… “una” risposta non c’è. Una. Una elitaria, certa, granitica. Quindi possiamo addentrarci in questo buio con la luce della “fantasia spirituale”. Non tutto è lecito, ma nulla è adamantino. E come cantava Niccolò Agliardi: “Il buio è diverso dal vuoto”. Cerchiamo significati. La prima risposta che la gente sulle panche accende nella sua mente fa brillare gli occhi, ma subito ci si rende conto che potrebbe sapere di ovvio: la Speranza è Gesù. Ha il suo volto, il suo nome. Ha il sapore delle sue parole e dei suoi gesti. La sentiamo nell’aria quando le reti strabordano di pesci e quando tira fuori Lazzaro dal sepolcro. Ne avvertiamo il profumo, dolce e intenso, quando vediamo il paralitico alzarsi, dopo che gli ha perdonato i peccati, e quando apre i pugni già carichi - d’odio e sassi - dicendo: “Chi è senza peccato scagli...”. Ne vediamo la magia all’opera quando riesce a riconsegnare verità dure delle persone che incontra, con una tenerezza che rende possibile un domani: “Nessuno ti ha condannata? Neanch’io ti condanno. Ora va e non peccare più”. E ancora: “Hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito”. Chi di noi si prenderebbe la briga di sbrigliare catene così profonde della vita di una persona? Chi chiamerebbe le cose col loro nome, con tanta audacia, come ha fatto Gesù? Sì, qui la respiriamo a pieni polmoni. La latitante non è poi così lontana. Forse però questa risposta, per quanto potente nella sua suggestione, non ci basta. Forse intuiamo che nelle parole di Gesù ai suoi discepoli… forse era lì sul labiale, pronta a uscire. Forse i ricordi si sono un po’ annebbiati e quando si è deciso di inchiostrarli è rimasta nell’anticamera della memoria. Eppure vien da difficile non coniugarla, quando il Maestro dice: “Voi siete il sale della terra, voi siete la luce del mondo”. Di cos’altro avrà da sapere questo mondo? Quale argine alla notte che non sia il rilucere della speranza? Certo la fantasia spirituale ci fa smagliare un po’ dal canone, ma non così tanto. Quando Gesù li guarda in faccia e gli dice: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”. Non lo sentite che era lì sul labiale? Cos’è che hanno ricevuto e hanno da dare, se non lei, la nostra latitante? Pescatori che ‘sbarcavano’ il lunario, incallendosi le mani, moriranno a testa giù in una città dove mai e poi mai avrebbero pensato d’arrivare: Roma. Ha qualcosa di epico la narrazione della speranza nella vita degli apostoli di Gesù. Ma poi l’invito al perdono così pressante: fino a settanta volte sette, fino a considerare sciolto in cielo quel che qui, per mano degli apostoli, sarà sciolto… non sa forse di futuro? Quel futuro che ha i lineamenti della nostra latitante? Cos’altro può far ripartire la vita di un uomo dopo l’errore, se non il perdono? Cos’altro può accendervi dentro vita nuova se non… la speranza? Ora qui si potrebbe andare per le lunghe assai. Questa nostra chiacchierata d’inchiostro è piacevole, ma bisogna andare a chiudere. La meraviglia è che una conclusione vera non c’è. Ho evidenziato un fatto, ho battuto una pista. Non son certo d’averla trovata, la latitante. Ma sono persuaso che oggi, nella Basilica di San Pietro, si farà vedere. Insieme a papa Leone XIV, al Giubileo dei detenuti, dove accompagno 11 tra galeotti ed ex del carcere di Busto Arsizio, insieme ai volontari dell’associazione “La Valle di Ezechiele”. E tra le colonne del Bernini e la volta di Michelangelo sono certo la vedremo. O forse no, come Gesù dice del Regno dei cieli: nessuno potrà dire ‘eccola qui o eccola là. Sguscerà sempre da ogni tentativo d’afferrarla, come nei quattro Vangeli. Essa è viva, è la vita stessa. Non si può marmorizzarla, ingabbiarla, incatenarla. Dum spiro, spero: finché c’è vita, c’è speranza, diceva Cicerone. Sarà per questo che è assente dal testo dei Vangeli? Sarà per questo che Papa Francesco volle come ultimo Giubileo quello dei detenuti? Per dire che la Speranza né si inchiostra, né si ammanetta? *Cappellano Casa Circondariale Busto Arsizio e fondatore de “La Valle di Ezechiele” Il Giubileo che restituisce dignità ai detenuti di Giorgio Pieri* interris.it, 14 dicembre 2025 Il Giubileo del 2025, incentrato sulla Speranza, è per sua natura un tema in profonda continuità con il Giubileo Straordinario della Misericordia voluto da Papa Francesco nel 2015. Misericordia e speranza sono inseparabili: non può esistere speranza senza misericordia, né misericordia che non generi speranza. Quel Giubileo ci ha insegnato che la misericordia è più di un gesto; è un modo di essere che guarisce le relazioni umane e accoglie ogni esperienza. Misericordia, etimologicamente, deriva da miser (misero) e accordis (cuore): significa mettere nel mio cuore la miseria dell’altro e portarla insieme. È la capacità di farsi carico del peso degli altri. Questo atteggiamento apre alla speranza, perché nel momento in cui accolgo, offro all’altro la possibilità di ricominciare. La speranza è dunque radicata nella misericordia. Papa Francesco, aprendo il Giubileo non solo con la Porta Santa di San Pietro ma anche con quella di un carcere - un gesto mai accaduto prima - ha compiuto una vera e propria rivoluzione interiore. Certamente, per chi vive nel mondo penale, parlare di speranza può apparire una beffa. I numeri sono impietosi: quasi 11 milioni di detenuti nel mondo, equivalenti alla popolazione di una nazione come il Portogallo. In Italia, 85 suicidi in carcere nel 2024, a cui se ne aggiungono 7 nella Polizia Penitenziaria. Eppure, nelle comunità educanti, la speranza rinasce ogni volta che incontro un “recuperando” che desidera sinceramente un cambiamento. Si tratta di saper guardare la realtà oltre i numeri, riconoscendo il bisogno di felicità e di bene che è insito in ogni persona. Cosa c’è di così misterioso dentro un carcere da poter dare speranza al mondo intero? Il mistero della salvezza dentro la sofferenza della detenzione. “Ero detenuto e siete venuti a visitarmi”: Dio è presente nella carne del sofferente, e questa presenza salva. Quando sento le parole del celebrante - “Ecco l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo” - penso che l’Agnello, Cristo, è lo stesso che era in carcere. Allora, in un certo senso, possiamo dire: ecco questi detenuti che tolgono il peccato del mondo. Sono persone che hanno sbagliato e devono pagare la loro responsabilità, questo è indiscutibile. Ma al tempo stesso, la loro colpa è anche un peccato e una colpa di tutta la società. Loro espiano un male che non è solo il loro, bruciano il male di questo mondo espiando la pena. C’è un mistero della salvezza che passa anche attraverso il sacrificio e la sofferenza. Le membra meno onorate sono in realtà quelle che ci portano verso la salvezza. Questo non è un concetto razionale, ma si vive nella fede. Nelle realtà di accoglienza, l’uomo non è il suo errore. L’errore, derivante da errare, non è altro che una deviazione nella ricerca della felicità. Il male, che resta un mistero, cresce nelle ferite del cuore, spesso originate in ambito familiare. Abbiamo scoperto che le fragilità, se riconosciute e accettate, possono diventare risorse. Ho chiesto ad Antonio, un “recuperando”, quale fosse la cosa più bella colta in comunità, e lui mi ha risposto: “Le mie fragilità”. Antonio ha scoperto che le nostre fragilità contengono un’energia di bene che dobbiamo mettere a disposizione dell’umanità. Ai “fratelli delinquenti” dico: imparate a guardarvi dentro e a scoprire, oltre all’errore, la risorsa che è in voi. Come diceva Don Oreste, “un detenuto è un bene che manca alla società intera”. La comunità (da cum munus: dono e obbligo) è il luogo dove si tira fuori questo bene. È il luogo dove si sperimenta la trasformazione dall’egocentrismo all’alterocentrismo, la via della felicità che si trova nel donare se stessi agli altri, non nell’accumulare per sé. Parafrasando Papa Francesco, la comunità è un “ospedale di campo”. La sala operatoria è la cappellina; il medico, il chirurgo, è Gesù. Noi siamo infermieri e facilitatori del bene, ma chi guarisce è Lui, che non è venuto per i giusti ma per i peccatori. Questa speranza si concretizza anche in incontri di vita, come quelli avvenuti durante il Giubileo (dalle camminate ai ritiri, all’incontro con le Clarisse recluse per amore). Essa si è tradotta in un atto di giustizia: dopo 21 anni, siamo riusciti a ottenere una legge che riconosce l’albo di comunità e la possibilità di accogliere detenuti comuni tramite una retta. Questo restituisce dignità sia alle comunità sia alle persone che hanno bisogno di essere accompagnate. Il cammino giubilare, come il miracolo del paralitico, inizia con l’assoluzione: “Ti sono perdonati i tuoi peccati”, per poi concludersi nella libertà e nell’autonomia: “Prendi il tuo lettuccio e va’ a casa tua”. La speranza è in quest’incontro. *Responsabile del progetto Cec (Comunità educanti con i carcerati) della Comunità Papa Giovanni XXIII Don Grimaldi: “Attraversare la Porta santa è un atto di libertà” di Lorenzo Cipolla interris.it, 14 dicembre 2025 L’ispettore generale dei cappellani delle carceri don Raffaele Grimaldi riflette sul significato dell’evento giubilare dedicato alle persone detenute. Chi ha sentito chiudere dietro di sé la porta di una cella, soglia prima della quale resta la propria libertà personale, oggi attraverserà la Porta santa nella Basilica di San Pietro e la luce della speranza potrà entrare nelle carceri per illuminare il buio che le affligge. Il Giubileo dei detenuti è l’evento conclusivo dell’anno giubilare, singolare coincidenza visto che all’inizio del Giubileo papa Francesco aveva dischiuso per la prima volta una porta santa in un penitenziario, a Rebibbia. Una celebrazione che è occasione per togliere il carcere dalla marginalità e riportarlo al centro del discorso e per ricordare che, secondo quanto prescrive l’articolo 27 della Costituzione italiana, non deve essere luogo di oppressione bensì di riscatto. L’uomo che ha perso la via e lungo il tragitto ha ferito ed è stato ferito può cambiare in meglio, anche accogliendo la Parola di Dio, che dona libertà interiore. Qual è il significato del Giubileo dei detenuti? “La notizia è stata una luce che ha illuminato il loro futuro. Vuol dire portare la società civile a riflettere sui problemi del carcere, che non deve essere un luogo emarginato bensì inserito nella città - e quest’ultima deve essere consapevole di questa presenza”. Lei conosce i penitenziari da più di trent’anni. Che luogo è il carcere? “Molti lo intendono come il posto dove le persone devono scontare la pena, l’oppressione. Per gli operatori, i cappellani, i volontari, deve essere un luogo di riscatto, dove chi è dentro può fare autocritica e riprendere in mano la propria vita per cambiarla. Le persone non devono essere né schiacciate né annullate e le attività che si fanno devono aiutare i detenuti a ricostruirsi il proprio futuro”. La Costituzione stabilisce che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato. Il carcere ci sta riuscendo? “La sua vocazione principale è riabilitare le persone, chi sbaglia viene affidato allo Stato che deve utilizzare tutti i mezzi possibili per riuscirci. Purtroppo negli ultimi anni non è così a causa del sovraffollamento e della mancanza di personale. Spesso si fa fatica a incontrare i detenuti e ad aiutarli, per loro restare rinchiusi nelle celle a non far niente può essere deprimente”. Come si riesce a incontrarli e aiutarli? “Il detenuto non va emarginato o abbandonato, se prende in mano il proprio futuro seriamente può cambiare molto ed essere reinserito in società, anche se i pregiudizi nei confronti di chi è stato in carcere rappresentano un ostacolo. Nei lunghi anni di servizio come cappellano a Secondigliano ho incontrato tante persone e conosciuto tante storie. C’è chi entra, chi esce, chi si ammala, chi si toglie la vita, chi si lascia guidare e attraverso l’amicizia vive un’esperienza nuova. Ho accompagnato per diversi anni un detenuto che grazie allo studio è rinato e si è confrontato con la società. Aveva commesso gravi reati ma seguendo un percorso culturale ha compreso come vivere per il proprio futuro”. Per la legge, chi commette un errore paga il suo debito con giustizia. La nostra società sa perdonare lo sbaglio? “Viviamo in un mondo dove il perdono non attraversa facilmente i cuori delle persone, ma si può imparare a perdonare. Noi cristiani abbiamo l’immagine emblematica di Gesù che dice ‘Padre perdona loro, perché non sanno quello che fanno’. Il perdono nasce dalla consapevolezza e spesso chi commette dei reati non è consapevole, gli stessi detenuti molte volte non riescono a perdonarsi. Ma se il loro cuore li condanna, Dio è più grande del loro cuore e il perdono divino può aiutare a rialzarsi”. Come si porta la Parola di Dio in carcere? “Noi cappellani entriamo senza puntare il dito, per incontrare la persona ferita, persa, per fargli conoscere la misericordia di Dio. Il detenuto toccata dalla Grazia accoglie il dono. La giustizia deve sempre credere nel cambiamento dell’uomo”. Per chi ha sentito chiudersi dietro di sé la porta di una cella, qual è il senso di attraversare la Porta santa? “È un atto di grande libertà, non solo perché si esce dal carcere ma perché accogliere il Vangelo, accettare la Parola di Dio, dà la libertà interiore”. Caldart: “Ogni persona ha diritto alla speranza e al rispetto” di Gigliola Alfaro agensir.it, 14 dicembre 2025 Il Premio Castelli è una delle tante attività messe in campo dalla San Vincenzo De Paoli a favore dei detenuti e della legalità. Ne parliamo con Antonella Caldart, responsabile del Settore Carcere e Devianza della Federazione nazionale italiana Società di San Vincenzo De Paoli Odv, in occasione del Giubileo dei detenuti. Sono molteplici le attività della Federazione nazionale italiana Società San Vincenzo de’ Paoli a favore di chi vive ristretto, ma anche per formare volontari e sensibilizzare i giovani alla cultura della legalità. “Specchio insopportabile e maledetto. Volgevo lo sguardo altrove pur di non vedere quella faccia riflessa che ogni mattina mostravi, ma tu, impietoso, mi affliggevi, esibendo il volto di un detenuto”. Sono le parole dell’”Amico riflesso”, uno dei tre testi vincitori della diciottesima e ultima edizione del Premio Carlo Castelli, il principale concorso letterario per le persone ristrette nelle carceri del territorio nazionale, promosso dalla Federazione nazionale italiana Società San Vincenzo de’ Paoli. L’edizione di quest’anno del premio ha avuto come tema, infatti, “Mi specchio e (non) mi riconosco: non sono e non sarò il mio reato”. “Un attimo e mi sono ritrovato nel buco più buio del mondo a scontare un errore grosso. … Mi sentivo perso, senza speranza. Il mio unico compagno era il tormento”. È un percorso di trasformazione quello raccontato da “Liberato”, della categoria minori, che ha guadagnato il primo premio con il testo “Lib(e)ro dentro” Ma il percorso di emancipazione comincia a farsi strada, grazie al dialogo con gli operatori penitenziari e con i volontari. “Ho commesso un crimine che mi vergogno di aver commesso, ma che so di aver fatto, e che mi ha legato a una versione di me stesso che oggi, guardandomi allo specchio, non riconosco. Quando l’ho fatto, la testa era piena di disperazione, gelosia e rabbia”, scrive Liberato, concludendo: “Voglio essere semplicemente ‘Liberato’, un ragazzo che ha sbagliato, ma che non si arrende alla sua storia e vuole scriverne un’altra. Una storia di riscatto, cambiamento, speranza e perdono. Ogni giorno, guardandomi allo specchio, vedo una persona diversa, anche se il dolore non può mai completamente svanire”. Come state vivendo, come San Vincenzo De Paoli, questo tempo del Giubileo? Come Settore Carcere e Devianza, abbiamo impostato il lavoro degli ultimi due anni, quello del pre-Giubileo e del Giubileo, promuovendo un progetto chiamato “Informazione”, che punta su azione, formazione, informazione. Partiamo dall’azione. Noi agiamo innanzitutto con le attività in carcere, dove con le nostre Conferenze in tutta l’Italia siamo presenti, attraverso colloqui e attività culturali, formative, lavoro. Inoltre, lavoriamo con le famiglie dei ristretti, molto spesso sono famiglie che vengono da posti lontani, non sanno dove dormire, non sanno come raggiungere il carcere, quindi abbiamo anche, ad esempio in Sicilia, l’accompagnamento al carcere che è fuori città, in Friuli ci sono gli appartamenti per dare ospitalità ai familiari dei detenuti. Per quanto riguarda la formazione, ne facciamo di due tipi: un percorso di formazione dedicato a chi desidera avvicinarsi al volontariato in carcere, non solo vincenziani, che finirà a gennaio, in presenza nelle Marche e con collegamenti a distanza da tutta Italia, abbiamo circa 115 iscritti. Tra i temi affrontati, i minori, le donne, le pene alternative. Gli interventi durante gli incontri sono visibili sul canale YouTube della San Vincenzo. L’altra formazione la facciamo invece nelle scuole superiori, con il progetto “ScegliAmo Bene”. L’iniziativa nasce per promuovere la cultura della responsabilità individuale e collettiva, intesa non solo come rispetto delle leggi ma, per noi che siamo di matrice cristiana, come scelta morale consapevole, capace di costruire una comunità più giusta, solidale e inclusiva. Attraverso laboratori, incontri con esperti e attività pratiche, i giovani vengono coinvolti in esperienze concrete di cittadinanza attiva, imparando a riconoscere il valore delle proprie scelte e l’importanza del ruolo di ciascuno nella società. Poi c’è la terza gamba che è l’informazione. Cosa fate a riguardo? Promuoviamo la mostra “I volti della povertà in carcere”, le foto sono di Matteo Pernaselci e sono state raccolte in un volume edito dalla Edb, con la prefazione del card. Matteo Zuppi e i testi di una nostra vincenziana di Roma, Rossana Ruggiero. Le 40 foto raccontano le storie di persone rinchiuse, si tratta di un modo per entrare in carcere, aprendo uno squarcio sulla vita dei ristretti, dei cappellani, degli agenti di Polizia penitenziari. È uno spaccato sulla vita del carcere che ci serve per informare la popolazione che nelle città ci sono anche le carceri, elemento che si tende un po’ a voler dimenticare. Laddove c’è la mostra e dove ci sono i laboratori per i ragazzi, organizziamo serate con il pubblico. Recentemente abbiamo avuto don Marco Pozza, cappellano del carcere Due Palazzi di Padova. L’evento è stato mandato in streaming ed è stato molto seguito e ancora sono tanti gli accessi per poter rivedere l’incontro on line. La nostra prospettiva in futuro è quella di cominciare a lavorare, in rete, alla diffusione di una nuova cultura della giustizia. Il carcere e le persone che ci vivono fanno parte della nostra realtà e se noi riusciamo come società civile a capire che è solo affiancando queste persone, riconoscendo in loro la persona al di là del proprio reato, aiutandole anche a formarsi, ad avere un domani, quando escono la loro pena veramente finisce e possono avere una seconda opportunità o una terza di essere reinseriti nella nostra società. Motivo per cui in prospettiva lavoreremo molto sulle forme alternative alla detenzione, infatti abbiamo firmato da poco un protocollo con il Ministero della Giustizia con il quale accogliamo nelle nostre Conferenze persone messe alla prova. Anch’io in San Pietro con i detenuti, in cerca di misericordia di Giorgio Paolucci Avvenire, 14 dicembre 2025 L’esperienza del Giubileo a Roma con chi ha commesso delitti anche gravi e ha preso coscienza di essere amato da Dio malgrado tutto ci porta a sentirli vicini e a cercare lo stesso sguardo su di noi. Assassini, rapinatori, ladri, stupratori. Cosa ci fanno oggi nella basilica di San Pietro? Sono arrivati per incontrare Papa Leone XIV e assaggiare il sapore di un frutto che la Chiesa offre anche a chi ha vestito i panni di Caino, a chi ha tradito il patto con la società, a chi pensa di non meritarlo, quel frutto. Si chiama misericordia, parola che esprime un amore senza confini, racconta il chinarsi del cuore di Dio sulle miserie dell’uomo, di ogni uomo, e dona speranza attraverso il perdono, incarnando una giustizia che ha una misura più alta di quella umana. I detenuti che oggi in occasione del Giubileo varcano la Porta Santa di San Pietro portano nel cuore tutto il peso del male compiuto. Ma quel male non li definisce, non è l’ultima parola sulla loro esistenza perché viene abbracciato dal sacrificio di Cristo sulla croce e consegnato a una misericordia che penetra oltre le sbarre di una cella, raggiunge l’uomo in qualsiasi condizione si trovi. Le conosciamo bene, le condizioni in cui molti, troppi detenuti sono costretti a vivere, e tante volte le abbiamo raccontate e denunciate. Le conoscono soprattutto loro, che spesso campano in condizioni degradanti e fanno i conti con il sovraffollamento, la carenza di luoghi e occasioni per studiare, lavorare, costruire un futuro che li possa rilanciare a fine pena, e sono costretti a misurarsi con lo stigma che accompagna chi esce dal carcere. A tutto ciò si aggiunge la delusione per la mancanza di un gesto di clemenza da parte dello Stato, auspicato nella Bolla di indizione del Giubileo e da più parti invocato. Per tutti questi motivi non mancano dunque le ragioni che possono generare sconforto, rabbia e proteste. Ma niente e nessuno può impedire che il volto della Misericordia si renda comunque presente anche in simili condizioni. E questo, non va dimenticato, accade. Accade ogni giorno: negli affetti dei familiari e degli amici, nel rapporto con gli educatori, nell’incontro con i cappellani e le suore che condividono sofferenze e gioie, nell’amicizia con i volontari che offrono tempo ed energie e tessono una grande trama di relazioni umane. Sono loro ad accendere una luce nel buio di un’esistenza che rimane comunque preziosa agli occhi di Dio. E basta che una luce si accenda perché il buio non abbia l’ultima parola, perché anche il tempo della detenzione sia vissuto con un significato. Non come una parentesi nella quale la vita si ferma, ma come un’occasione perché possa ripartire. Una luce si è accesa in questi anni per i detenuti che hanno camminato lungo i percorsi della giustizia riparativa, un’esperienza da tempo presente ma che ha assunto dignità istituzionale con la riforma Cartabia e che mette in dialogo autori di reato e vittime con l’aiuto di un mediatore. È un modo per provare a ricucire le ferite, per promuovere la riconciliazione, per avviare una rivoluzione culturale che metta in primo piano la relazione rispetto alla contrapposizione. Nella convinzione che, come dice il criminologo australiano John Braithwaite, se il reato fa male la giustizia dovrebbe provare a guarire. Visitando le carceri e frequentando i detenuti, chi scrive ha potuto fare un’indimenticabile esperienza educativa, è andato a scuola di vita: ha imparato a non giudicare, a non identificare le persone con il reato che hanno commesso, a scoprire il desiderio di bene che abita nel cuore di ogni persona, a capire la verità delle parole più volte pronunciate da papa Francesco quanto entrava nei penitenziari: “Perché voi e non io?”. Oggi sarò presente anche io insieme a loro, in San Pietro: non insieme ad assassini, rapinatori, ladri, stupratori, ma insieme a persone. Persone che hanno bisogno, come me, di uno sguardo di misericordia sulla loro vita. “C’è bisogno di più fiducia”. Voci da Sacrofano, in preparazione alla Messa in San Pietro di Giuseppe Muolo Avvenire, 14 dicembre 2025 Di prima mattina, un’intensa foschia ha ricoperto tutta la zona. Poi è arrivato il sole. E piano piano si è preso la scena, facendosi spazio tra le nuvole. Lo hanno interpretato quasi come un segno, i detenuti, i cappellani e i volontari di diverse carceri italiane che ieri e venerdì si sono riuniti a Sacrofano, a pochi chilometri da Roma. Tutti insieme per pregare e prepararsi alla Messa di stamattina con papa Leone XIV, cuore del Giubileo dei detenuti, l’ultimo grande evento giubilare. C’era Luca (nome di fantasia), che sta scontando la sua pena dal 2018. Nella valigia ha lasciato un posto speciale al diario di Santa Faustina Kowalska. Lo ha scoperto per caso qualche anno fa e non se ne è mai più separato. Lo legge insieme al cappellano del suo istituto penitenziario. Giovanni invece da poco tempo è in semilibertà. Avrebbe voluto partecipare al Giubileo della Misericordia nel 2016, ma non gli concessero il permesso. Quest’anno è riuscito finalmente ad arrivare a Roma. E oggi consegnerà al Papa un’icona della Sacra Famiglia che ha realizzato con le sue mani. “Non ho parole per descrivere la mia gioia - racconta. Non avrei mai immaginato che potesse accadere veramente. Il merito è soprattutto del mio cappellano. Ha creduto in me. Di questo abbiamo bisogno”. La sua voce è la voce di molti. Di quanti hanno trovato in un sacerdote o in un religioso un’ancora di salvezza nei momenti più bui (che in molti casi sfociano nel suicidio, come dimostrano i casi degli ultimi giorni). E sono riusciti a orientarsi nella nebbia della sofferenza, ritrovando il calore della fede. Ne è testimone fra Paolo Crivelli, cappellano della casa circondariale di Verona. “È una realtà impegnativa con 620 detenuti - racconta -. Chi ha avuto la possibilità di venire a Roma sta vivendo questi giorni molto intensamente. Tutti ci tengono a essere presenti soprattutto nei momenti di preghiera. È la dimostrazione che l’incontro con Gesù può alleviare la loro sofferenza e aprire nuove prospettive di vita riconciliata con sé stessi e con il resto della società”. Un segno di speranza che fa il paio con la testimonianza di don Paolo Ferrini, cappellano del carcere di Volterra, in Toscana. “Dopo aver scontato trent’anni di carcere, un detenuto ha deciso di iniziare a fare volontariato nella chiesa dove ero parroco - racconta. Ha legato con tutta la comunità. Il Giubileo ci esorta a promuovere la speranza, credendo nella possibilità del recupero della persona”. Una missione, secondo Ferrini, che proprio a Volterra si cerca di perseguire con molta convinzione. Come dimostra lo storico progetto teatrale della “Compagnia della Fortezza”, curato dal regista Armando Punzo. “È un carcere tra i più virtuosi in Italia, che si distingue nella promozione di attività formative - sottolinea ancora il cappellano -. Anche per questo motivo non si verificano eventi critici da molto tempo. Ci sono tre scuole superiori e c’è anche la possibilità di laurearsi”. Pure nella casa di reclusione di Augusta, in Sicilia, sono diverse le attività che vengono portate avanti. “Semi di speranza giubilare”, spiega don Andrea Zappulla, il cappellano. Tra questi, il progetto Geppetto, “grazie al quale i detenuti imparano a realizzare oggetti in legno, bomboniere, icone”. E il Progetto Zaccheo, che permette ai detenuti in permesso premio di passare del tempo insieme alla propria famiglia. Dalla Sicilia è arrivato anche don Josef Ellul, cappellano della casa circondariale di Barcellona Pozzo di Gotto. “La cosa più importante che possiamo fare per molti di loro è esserci”. Gli fa eco don Paolo Zuttion, cappellano della casa circondariale di Gorizia. “Ogni giorno vedo concretamente come la Parola di Dio aiuti le persone a ritrovare la speranza e a vivere i grandi momenti di sofferenza. Un esempio lampante è Durim Sina (Avvenire ha raccontato la sua storia l’altro ieri, ndr), che venerdì ha ricevuto il battesimo”. Il “segno di una persona che ha ritrovato la fede attraverso la carità”, nelle parole dell’arcivescovo di Gorizia Carlo Roberto Maria Redaelli. Cuore della giornata di ieri, che ha visto la presenza del sottosegretario di Stato al Ministero della Giustizia Andrea Ostellari, del capo del Dap Stefano Carmine Di Michele, e di Irma Conti, componente del Collegio del Garante Nazionale dei Detenuti, anche la preghiera per la pace guidata da monsignor Marco Gnavi, parroco di santa Maria in Trastevere. “Abbiamo passato due giorni all’insegna della fraternità”, sottolinea don Raffaele Grimaldi, ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane. “In una lettera al Ministro abbiamo chiesto maggiore attenzione e un gesto di clemenza. Un segno di speranza per i detenuti che vivono molte volte momenti di disperazione”. Lettere dal carcere: i sogni e le speranza dietro le sbarre a cura di Giorgio Paolucci Avvenire, 14 dicembre 2025 In occasione del Giubileo dei detenuti riceviamo e pubblichiamo i messaggi di chi potrà andare a Roma e di chi invece potrà partecipare solo da lontano. In vista del Giubileo dei detenuti che verrà celebrato oggi, domenica 14 dicembre, che porterà a Roma seimila pellegrini e che avrà il suo culmine nella Messa presieduta alle 10 da Leone XIV nella Basilica di San Pietro, molti messaggi sono arrivati alla redazione di Avvenire. Vengono sia da parte di chi potrà recarsi nell’Urbe, sia da quanti, pur dovendo restare in carcere, hanno voluto testimoniare come stanno vivendo questo “tempo forte”. Alcuni nomi delle testimonianze che seguono sono di fantasia. Ho imparato ad affidarmi Quando sono entrato in carcere ero molto chiuso, convinto da ideali sbagliati, arrabbiato col mondo, egoista e poco tollerante, senza speranza e senza rendermi conto del male seminato attorno a me. In poco tempo, la consapevolezza, la solitudine e il dolore quotidiano, la tristezza per tutte le storie di chi come me ha sbagliato… la condivisione e l’altruismo che si trova nei posti di sofferenza è grande... e grande è il suo potere... Ho intrapreso il mio percorso, oggi sono un’altra persona. Ho imparato a fidarmi e affidarmi, ho riacquistato fiducia in me e ho recuperato i rapporti affettivi regalandomi speranza e futuro. Tante persone si spendono quotidianamente per aiutarmi e aiutare chi come me ha attraversato momenti bui. Loro mi accompagnano nel Giubileo, mi aiutano a resistere nei giorni pesanti, ad immaginare una possibilità diversa, a rialzarmi quando cado ma soprattutto a sentirmi ancora parte della comunità. Andrea Un’occasione per rimettermi in gioco Il carcere è un’esperienza devastante, una vita che consiste in una realtà di obblighi e privazioni, la pena che si vive tutti i giorni porta le relazioni stesse ad essere imprigionate in questa situazione. La fede è stata per me un aiuto fondamentale, ho compreso che dietro a ogni porta chiusa c’è sempre una vita che aspetta e in questo sono stato supportato, incoraggiato dai volontari che come angeli custodi vengono a trovarci, mi hanno aiutato a comprendere ancora di più i valori della pietà, della carità, del dono e dell’incontro. A Roma andrò con spirito recettivo all’incontro, vedo questa opportunità come un atto liberatorio e riparatorio, un gesto che vuole permettere il confronto e la riconciliazione. Sarà un momento prezioso che desidero cogliere per ritrovare la relazione con me stesso e con gli altri. Anticamente il Giubileo era un momento di riconciliazione tra gli uomini, la terra e Dio e avere una simile opportunità da detenuto è per me un’emozione indescrivibile. Ho trascorso due terzi della vita dietro le sbarre, dove posso dire quasi di essere nato dato che in carcere ho fatto finanche l’allattamento, questo momento è qualcosa di inestimabile, desidero soprattutto vedere tutto ciò come un ulteriore modo per rimettermi in gioco. Raffaele Stolder, Casa di reclusione di Opera (Milano) Un viaggio materiale e spirituale Il viaggio verso Roma rispecchia il mio viaggio interiore, materiale e spirituale. E’ come se fossi in cammino verso Santiago di Compostela, un luogo che ho visto tante volte in televisione durante la mia lunga detenzione e dove sogno di andare un giorno. La mia vita è un cammino verso la meta, voglio farmi pellegrino anche io. Il cammino dell’amore conduce alla trasparenza dell’anima e alla riconciliazione interiore. Salvatore Calafato, Casa di reclusione di Opera (Milano) In cosa posso sperare? La speranza non tradisce. Frase forte, ottimo titolo per il Giubileo, ma... C’è sempre un “ma”. Quando il dolore bussa, quando si è coinvolti nella sofferenza, vale ancora? In carcere da molti anni, con una prospettiva ancora più lunga, in cosa posso sperare? Sì, ho percepito l’amore di chi mi è stato vicino, ho sentito la solidarietà delle presenze discrete. Ma ero e sono impotente di fronte all’ineluttabile. E se questo valesse anche per la Parola per eccellenza, quella di Dio? So bene che in quella Parola c’è una luce di speranza, e mi sono spesso ripetuto che con le sue Parole Dio ha assicurato la Sua presenza e garantito un cammino di consolazione, Dio parlando è vicino, è fedele. Ma riconoscere tutto ciò nella quotidianità è un combattimento contro la più grande tentazione, quella di lasciar perdere, di rinunciare. Invece, un anno così spinge a dire che no, dovremmo - tutti - renderci testimoni di quella Speranza certa, che non tradisce… e dunque anche io, qua dentro dove vivo. Alessandro Cozzi, Casa di reclusione di Bollate (Milano) Chiamato a un percorso di rinascita Considero la partecipazione al Giubileo un grande passo verso la speranza e la misericordia, valori che rappresentano la strada più autentica per giungere alla redenzione e a un futuro migliore. Mi sento chiamato a un percorso di rinascita, il mio cammino non si è mai limitato a una semplice permanenza dietro le sbarre, ma è un cammino interiore volto a riaffermare la mia dignità. Ho sempre difeso ciò che non potrà mai essermi tolto: la mia innocenza. Mi è stata concessa la possibilità di vedere il Santo Padre anche solo da lontano, e questo ha rafforzato in me il senso di comunità e appartenenza. Nicola P., Casa di reclusione di Augusta Una opportunità di riconciliazione L’apertura dell’anno giubilare nel nostro istituto penitenziario è stata officiata il 6 febbraio da monsignor Michele Fusco, vescovo della diocesi di Sulmona-Valva che consegnandoci la “lampada della speranza” ha invitato noi detenuti ad aprire i cuori al Signore e ad avere fede in Lui accogliendolo nelle nostre vite. Tanti gli incontri e le occasioni di approfondimento organizzati dal cappellano padre Lorenzo Marcucci per vivere questa importante opportunità di conversione e di riconciliazione. È stato un tempo di riflessione dedicato a riguardare la propria esistenza, per discernere il bene dal male fatto, per comprendere limiti e debolezze, così da ricominciare a vivere in pienezza mettendo al centro i valori e gli insegnamenti di Gesù. Riavvicinarmi a Dio, credere nella sua misericordia ha arricchito la mia vita e mi ha ridato serenità, ha alimentato la speranza di poter essere perdonato per il male fatto, e di poter essere riaccolto da Lui. Lorenzo, Casa di reclusione di Sulmona Il mio cuore è nuovo Ho deciso di partecipare al Giubileo perché desidero con tutto il cuore il perdono cristiano per le mie colpe. Fin da piccoli abbiamo fame di cibo, come io da molto tempo ho fame di riscatto sociale perché il mio cuore è nuovo rispetto al terribile passato. Il Giubileo rappresenta speranza che vuol dire salvare l’essenziale, salvare ciò che permette alla vita di risorgere dopo ogni morte e distruzione di quello che c’era attorno a noi, dopo che tutto sembrava sprofondare. La speranza è alito di vita, compagnia, luce dopo le tenebre, ma più di ogni cosa rappresenta tiepido scirocco, profumo di primavera e sentiero di pace. Dario, Casa di reclusione di Sulmona Con gli occhi spalancati Il Giubileo è una festa, la festa è motivo di gioia ed è proprio così che sto vivendo questo tempo da detenuto. Sono incarcerato da giugno ma nonostante ciò mi sento libero, ricco di speranza anche se colpevole. Il mio presente è pieno di doni: le persone che mi sono vicine, il cappellano, le lettere che ricevo e l’amore che vivo mi rendono ricco nonostante la prigionia che però non riesce a contenere la mia felicità. Ogni cosa mi meraviglia e vivo come se fossi un bambino, con gli occhi spalancati di fronte a una giornata di sole, alle vette innevate, alla lettura di monologhi tratti da film letti da compagni che con fatica leggono, all’autorizzazione di una telefonata straordinaria, alle carezze di una mamma, al bacio di una moglie e allo sguardo innamorato di una figlia. Quanto prima scorreva via, oggi è un dono che assapori senza trattenerlo, non tuo, ma regalato senza averlo meritato, tanta è la gioia che vuoi essere disponibile per divenire strumento della stessa gioia che hai ricevuto. Pietro, Casa di reclusione di Sulmona Ho perso la speranza Ciao Papa Leone, come stai? Mi chiamo Omar sono di Cagliari ho 37 anni e di professione faccio il cuoco. Sono detenuto da un anno e 3 mesi, la mia pena è di 4 anni e 4 mesi, è la prima volta in carcere, sicuramente anche l’ultima. Nella mia vita ho avuto pochi alti ma tanti bassi e quest’ultimo mi sta mettendo a dura prova soprattutto per il fatto che non vedo la luce in fondo a questo tunnel. Qui in carcere sto impegnando le giornate tra lavoro e scuola, sono responsabile della biblioteca e sto frequentando la quarta superiore alberghiera, canto nel coro della chiesa e frequento il corso sinodale dove trattiamo tanti argomenti della vita carceraria e non. Purtroppo da tanti anni ho perso la speranza di credere in qualcosa, visto che in questi ultimi anni mi sono visto portare via la mamma morta a gennaio del 2024 e poi sono stato catapultato in questa realtà che non mi appartiene. Sto cercando di pregare tutti i giorni sperando che qualcosa cambi, ma alla fine la realtà dei fatti è tutta un’altra cosa. Omar, Casa di reclusione di Uta (Cagliari) Siamo anche noi figli di Dio? Caro Papa Leone, la ringrazio per l’interesse che spesso ci dimostra parlando di noi. Nel profondo pozzo buio in cui ci troviamo, dimenticati e denigrati da tutti, le sue parole nei nostri confronti sono una luce di speranza. Qui dentro la fede vacilla spesso, a volte si pensa di farla finita perché da quel pozzo mai nessuno ti aiuterà ad uscire. Poi però qualcosa cambia la prospettiva. Frequentando la cappella del carcere e il Sinodo ti accorgi dell’umanità e della fratellanza sia tra i detenuti sia di quella espressa da rappresentanti della Chiesa e dai volontari che ogni settimana con la loro presenza ci dimostrano che gli “ultimi” non sono dimenticati proprio da tutti. Ci sono troppe persone ammassate in poco spazio, un avvilimento per l’uomo contro cui ogni giorno dobbiamo combattere, le carceri sono piene ma non tutti sono colpevoli della condanna che gli è stata inflitta. Quello che chiediamo non è di uscire, a questo ci pensano gli avvocati, ma vorremmo vivere una carcerazione più umana e non così degradante, non siamo anche noi figli di Dio? Se chi ci giudica vivesse anche solo per sei mesi quello che viviamo noi ogni giorno, ci penserebbe due volte prima di riempire le carceri in maniera indiscriminata. Stanno mancando quei valori cristiani che ho imparato nella mia parrocchia e che da piccolo pensavo che tutti servissero come stile di vita. Manca l’umanità, la carità, l’amore e la giustizia lei. Papa Leone, lei è l’unico nostro riferimento, venga a trovarci per dare un messaggio forte, e forse per il suo arrivo l’amministrazione vorrà fare bella figura e noi carcerati avremo acqua calda nelle docce, riscaldamenti accesi, un pasto che sia degno di questo nome, e una sanità che si prenda davvero cura delle persone ammalate e non le lasci soffrire per anni, come accade adesso qui. Massimo Coviello, Casa di reclusione di Uta (Cagliari) Giustizia, l’Anm attacca: il referendum sarà contro le toghe, clima avvelenato di Giovanni Negri Il Sole 24 Ore, 14 dicembre 2025 Ieri il comitato direttivo “Ragioni tecniche evaporate, solo un sì o un no ai giudici”. Oramai il referendum alle porte sarà sulla magistratura, sulla stima e credibilità di cui gode o potrà godere, e non più sulle questioni tecniche oggetto della legge di riforma costituzionale. Alza il tono il presidente dell’Anm Cesare Parodi al comitato centrale di ieri in un intervento che lui stesso sottolinea come irrituale anche nella lunghezza. “Ho maturato una sensazione molto forte: sarà un referendum contro la magistratura - sottolinea Parodi. Sono parole forti perché la mia osservazione sulla realtà di tutti i giorni, negli uffici, sulla stampa, sulle televisioni, fra le persone mi porta purtroppo a questa conclusione, che è esattamente il contrario di quello che io auspicavo”. Parodi affastella episodi su episodi di cronaca recente (dall’aggressione a magistrati a Napoli alle polemiche sulla vicenda dei “bambini del bosco”) per avvalorare una certezza, quella di un clima del tutto ostile alla magistratura. “Nei prossimi tre mesi - ha proseguito, tra il serio e il faceto, il presidente Anm - mi aspetto di tutto, mi stupisco che non sia ancora arrivato un attacco personale, ma non ho il minimo dubbio che arriverà: mi accuseranno di traffico di organi, di vendita di reliquie sacre, di avere brigato per ottenere il posto di procuratore generale della Cassazione. Non lo farà la politica, perché il lavoro sporco lo fa fare ad altri. Dobbiamo essere pronti a tutto”. Qualche elemento più ottimistico invece Parodi lo ricorda sul fronte dell’efficacia delle argomentazioni della magistratura anche in mondi apparentemente distanti, come quello degli avvocati, soprattutto degli avvocati civilisti. E il segretario Anm Rocco Maruotti rilancia: “Un ultimo sondaggio registra 6 punti di differenza e secondo noi è molto significativo perché, a distanza di poco più di un mese dall’approvazione della riforma, il divario si è quasi dimezzato. Questo evidentemente ha innescato la decisione del Consiglio dei ministri di arrivare ad una individuazione della data nei prossimi giorni per anticipare la votazione tra fine febbraio e i primi di marzo”. E allora “quello che ci preoccupa è che all’assenza di dibattito in Parlamento, adesso seguirà, se così sarà, anche un’assenza di discussione nel Paese - ha continuato Maruotti - Se i cittadini non saranno adeguatamente informati su un tema così tecnico e complicato, il rischio è che non vadano a votare e quindi la Costituzione verrebbe modificata da una minoranza dei cittadini”. “Bisognerebbe ascoltare l’invito del presidente della Repubblica quando il 25 aprile ha ricordato l’importanza della partecipazione democratica al voto”, ha ricordato Maruotti, convinto che quando si parla di referendum costituzionale “a maggior ragione bisogna essere molto attenti a consentire una partecipazione informata dei cittadini”. E dalla riunione dell’Associazione magistrati sale poi con forza la richiesta di una presa di posizione del Governo sulla condanna in contumacia pronunciata in Russia nei confronti del giudice italiano della Corte penale internazionale Rosario Aitala: “Auspichiamo che il governo italiano chieda immediatamente spiegazioni al governo russo sulle circostanze che hanno portato un nostro connazionale, il giudice Rosario Salvatore Aitala, a essere condannato in contumacia dal tribunale di Mosca. Aitala lavora per la Corte penale internazionale, un organismo che è nato in Italia, a Roma, e che rappresenta un baluardo del diritto a livello mondiale. Ci auguriamo che l’appartenenza di Aitala a questo organismo non sia divenuta un pretesto per esercitare un’odiosa forma di ritorsione della Russia nei confronti suoi e del nostro Paese”. Infine si rafforza la preoccupazione, se ne è fatto interprete lo stesso Parodi, per la prossima entrata in vigore quasi indiscriminata (tranne i provvedimenti del tribunale delle libertà e le intercettazioni) del processo penale telematico, con l’infrastruttura tecnologica del ministero della Giustizia tuttora in condizioni di forte criticità. Un referendum senza impertinenze di Edmondo Bruti Liberati Corriere della Sera, 14 dicembre 2025 Quello del prossimo anno sulla magistratura sia comunicato in maniera corretta. Ricordi d’infanzia all’avvicinarsi delle Feste. Nelle prime classi delle elementari scrivevamo la “Letterina di Natale”. Propositi di buon comportamento in casa e a scuola, discreti suggerimenti per i regali e infine desideri per un Mondo migliore. Oggi l’auspicio è la pace e il rispetto dei diritti delle persone. Più terra terra avanzo tre pensierini, desideri (wishes allora non si usava) su che cosa voteremo al prossimo Referendum sulla riforma della magistratura. Primo desiderio. Confrontiamoci sulla separazione delle carriere con argomenti pertinenti per il Sì o per il No, evitando quelli im-pertinenti. Spiccano gli azzardati paragoni con altri Paesi e l’evocazione di opinioni espresse in altri momenti e contesti. Le soluzioni delle democrazie liberali sulla struttura e la posizione del pubblico ministero sono molto diverse. Non vi è solo la divisione tra Paesi anglosassoni ed Europa continentale, ma anche all’interno dell’Europa non meno che nel mondo anglosassone la figura della pubblica accusa è fortemente differenziata. Sulla controversa posizione del Pm ci si interroga da almeno due secoli nel mondo occidentale (uso ancora questa espressione che con Trump forse si dovrà abbandonare). L’attuale assetto del Pm italiano è unico al mondo, si dice, ma non è così per il semplice insuperabile motivo che non vi è un modello, tanto differenziate sono le soluzioni. Non ha senso evocare la proposta di Licio Gelli per la separazione perché inserita in un progetto eversivo, come non lo avrebbe evocare la Prokuratura, separata e potentissima, del modello autoritario sovietico. Non meno scorretto portare a sostegno di “questo” progetto di separazione l’opinione espressa da Giuliano Vassalli nel 1997 in una intervista a un giornale inglese. Quattro righe a fronte di migliaia e migliaia di pagine di libri, articoli su riviste giuridiche e su quotidiani e interventi parlamentari ove l’illustre studioso ed eminente uomo politico non si è mai pronunciato sul tema. Secondo desiderio. Sull’Alta Corte Disciplinare evitare un argomento im-pertinente. Il lassismo dell’attuale sistema disciplinare del Csm è smentito dai dati ufficiali sulle condanne pronunciate e dal comportamento dello stesso ministro Nordio. L’azione disciplinare può essere iniziata dal Ministro della Giustizia e dal Procuratore generale presso la Corte di Cassazione. Ebbene il Ministro, che pure dispone di una struttura importante come “l’Ispettorato”, ha proceduto solo per il 33% dei casi e per di più non ha quasi mai impugnato le sentenze di assoluzione o quelle che avrebbero inflitto pene troppo lievi. Nell’anno 2024, contrariamente a quanto imprudentemente dichiarato dal Ministro, la sanzione più applicata non è stata la censura, ma lo sono state quelle più gravi fino alla radiazione. Terzo desiderio. Suggerire che il prossimo Referendum sarà sulla separazione delle carriere tra giudici e Pm è usare un argomento im-pertinente. Infatti, al Referendum non si potrà spacchettare il quesito: Sì o No, tutto o niente. La “separazione delle carriere” tra giudici e pubblici ministeri era stata al centro di proposte di legge presentate all’avvio di questa legislatura. Il 13 giugno 2024 sopraggiunge il Disegno di legge governativo Meloni/Nordio e le precedenti proposte vengono di fatto “cestinate”. Ora l’obbiettivo non è più la sola separazione delle carriere, ma una riscrittura radicale del sistema costituzionale della magistratura: cioè, delle norme che non solo affermano la indipendenza della magistratura, ma predispongono le istituzioni per renderla non mera proclamazione, ma garanzia effettiva. Il Consiglio superiore della magistratura è ridotto alla quasi irrilevanza, spezzettato in due, composto per sorteggio, con il tiro dei dadi e privato della competenza disciplinare. Su ciascuna di queste modifiche vi sono state opinioni critiche, severamente critiche, anche da parte di esponenti della maggioranza di governo e anche da parte di sostenitori del principio della separazione. Vi è chi, pur di avere la separazione, ormai ridotta a piatto di contorno, è disposto ad ingoiare tutto l’indigesto piatto forte, pur non apprezzandolo. Posizione lecita, ma sarebbe corretto esplicitarla chiaramente e non insistere a presentare la riforma come “separazione delle carriere”. Uno dei Comitati per il Sì ha adottato la denominazione con il gioco di parole “SIsepara”, non proprio un modello di comunicazione corretta e completa. Anche le parole d’ordine siano pertinenti e non im-pertinenti. Tre desideri, tre wishes che propongo nell’incrollabile fiducia nella ragione, nella correttezza del confronto di opinioni e, forse anche, nel clima di bontà che dovrebbe animare le Feste. Referendum, ecco il mini comitato delle firme di Mario Di Vito Il Manifesto, 14 dicembre 2025 C’è un gruppo pronto ad andare in Cassazione e fermare così il blitz del governo. L’Anm: “Serve un dibattito informato nel paese”. La mossa già nei prossimi giorni. Prc: “Disponibili a presentare un quesito”. Nei primissimi giorni della settimana, un gruppo di cittadini si recherà alla cancelleria dell’Ufficio centrale per il referendum della Corte di Cassazione e farà richiesta di raccogliere le firme per il referendum sulla riforma della giustizia. Non è stato complicato comporre questo mini comitato informale, anche se le varie associazioni che compongono la Via Maestra (e i partiti) hanno evitato di prendere una posizione precisa sul punto, un po’ per calcolo, un po’ per opportunità e un po’, forse, per generale sottovalutazione della questione. Ad ogni modo, di volenterosi possessori di tessera elettorale ne bastano appena dieci, e probabilmente saranno molti di più quelli che si ritroveranno al Palazzaccio. La mossa, oltre che simbolica, avrà una certa utilità pratica: dal momento della loro richiesta, per fissare la data del voto sarà necessario aspettare tutti i tre mesi dall’approvazione definitiva della riforma: era il 30 ottobre quando il Senato pronunciò a maggioranza l’ultimo Sì, dunque si arriverà alla fine di gennaio. A quel punto ogni data sarà buona per l’indizione del referendum, con la data che dovrà essere individuata da lì a settanta giorni al massimo. Parliamo della seconda metà di marzo, almeno, o forse addirittura di aprile. L’unica forza politica che sin qui ha preso atto della volontà del governo di accelerare per stroncare sul nascere la rimonta del No - come annunciato nei giorni scorsi dal sottosegretario Alfredo Mantovano che vorrebbe chiudere la partita in consiglio dei ministri entro la fine dell’anno - è Rifondazione Comunista. “Va sventato il tentativo di imporre una campagna lampo per evitare che l’opinione pubblica comprenda la reale portata e le conseguenze dello stravolgimento della Costituzione - dicono il segretario Maurizio Acerbo e il responsabile della giustizia Gianluca Schiavon -. Siamo a disposizione per lavorare con le forze interessate alla presentazione del quesito e alla raccolta firme che consentirebbero di avere il tempo per una campagna capillare”. Della “guerra lampo” referendaria del governo si è parlato anche ieri mattina al comitato direttivo centrale dell’Associazione nazionale magistrati. “Se ci saranno cittadini che vorranno raccogliere le firme, non possiamo che ringraziarli”, ha detto il segretario Rocco Maruotti nella sua relazione d’apertura. Poi, davanti ai cronisti, ha proseguito: “Quello che ci preoccupa è che all’assenza di dibattito in parlamento adesso seguirà anche un’assenza di discussione nel paese. Se i cittadini non saranno adeguatamente informati su un tema così tecnico e complicato, il rischio è che non vadano a votare e quindi la Costituzione verrebbe modificata da una minoranza”. L’Anm, perché vuole evitare in ogni modo di entrare nella contesa politica vera e propria, comunque non si muoverà per le firme. Lo ha confermato il presidente Cesare Parodi, aggiungendo però che l’associazione “guarderà con interesse a chi vorrà farlo”. Non farà nulla nemmeno il comitato Giusto dire no guidato dal costituzionalista Enrico Grosso e dal giudice Antonio Diella, sempre per lo stesso motivo: si tratta, almeno nelle intenzioni, di un organo che vuole spiegare tecnicamente perché la riforma Nordio è sbagliata e non vuole correre il rischio di politicizzare se stesso oltre il dovuto. Diversa la situazione all’interno della Via Maestra: la Cgil - capofila del raggruppamento - continua ad essere fermamente contraria alla raccolta delle firme, a causa del timore di andare incontro a un altro fallimento dopo il disastro dei referendum di giugno. Anche Anpi e Arci hanno mostrato perplessità per motivi simili, e il resto della truppa non vorrebbe rompere l’unità su questo tema. La via d’uscita però è stata trovata in maniera piuttosto agevole: non serve che le organizzazioni si mobilitino, infatti, bastano dieci cittadini qualunque che vanno in Cassazione tutti insieme. Quando lo faranno - a strettissimo giro di posta - la questione comunque sarà sul tavolo: la soglia del mezzo milione necessario a circostanziare la propria richiesta all’Ufficio centrale per il referendum è sì alta, ma non impossibile da raggiungere. La storia degli ultimi tentativi, in fondo, è una storia di successo, anche in virtù della piattaforma che consente di raccogliere sottoscrizioni online. Dal fine vita alla cannabis, dalla cittadinanza al lavoro: l’obiettivo da qualche anno a questa parte è sempre stato raggiunto nello spazio di pochi giorni. Farcela un’altra volta sarebbe peraltro un segnale forte in vista del confronto nelle urne. Molto più dei sondaggi che continuano a girare, dove la domanda non riguarda mai il referendum in sé ma una generica adesione di principio alla “separazione delle carriere”. Tema che, malgrado i tanti annunci governativi e le tonnellate di propaganda interessata, non è nemmeno l’epicentro di questa riforma della giustizia. La riforma della giustizia non risolve problemi, aggrava i guai di Fulvio Gianaria e Alberto Mittone* La Stampa, 14 dicembre 2025 Non sappiamo se ai cittadini che andranno alle urne per esprimere la loro opinione nel referendum sulla separazione delle carriere dei pm e dei giudici interessa conoscere l’opinione di chi ha frequentato per cinquant’anni le aule giudiziarie, perché non sappiamo se nel tempo che viviamo l’esperienza sia ancora un valore. Ci sembra comunque utile trasmettervi un’opinione pensata e pacata. Innanzitutto una premessa che deve essere chiara a tutti e che ci pare non possa essere smentita. Se si pensa che i problemi della giustizia italiana siano quelli di essere lenta e farraginosa, si sappia che la riforma di cui si discute non influirà per nulla su questi difetti, così come non servirà a ridurre gli errori che nessun sistema processuale riesce ad eliminare del tutto. Anche se ci affidiamo al contraddittorio tra le parti e a tanti gradi di giudizio per ridurre al minimo le decisioni sbagliate, dobbiamo rassegnarci. La complessità del reale e le difficoltà del giudicare produrranno sempre sentenze discutibili e anche chi pensa che gli algoritmi potranno risolvere tutti i problemi dovrà un giorno ricredersi. Se così è, qual è allora lo scopo della riforma? Chi la propone sostiene che separando le carriere di PM e Giudici si rafforza l’indipendenza dei secondi, che è un principio sacrosanto che tutela tutti. Può anche essere vero, ma la terapia normativa proposta ci sembra scorretta nel senso che se allenta la contiguità tra PM e Giudice, va a rafforzare la contiguità tra magistrati e potere politico. Chi esamina il testo senza pregiudizi deve ammettere che il peso dei membri “laici” degli organi di autogoverno e dell’Alta Corte disciplinare aumenterà a scapito dei membri togati sorteggiati a caso, senza nessuna attenzione alle competenze. Questo vuol dire che l’influenza delle maggioranze politiche sull’esercizio dell’attività giurisdizionale crescerà. Noi cittadini pretendiamo di essere giudicati da magistrati autonomi non influenzati dai loro rapporti interni, ma non siamo affatto tranquillizzati da un sistema in cui saranno le segreterie dei partiti ad esercitare la loro influenza su chi deve valutare i nostri comportamenti. Nella vita giudiziaria ci siamo accorti che le garanzie effettive nascono dalla formazione separata tra chi accusa e chi giudica, dalla separazione delle funzioni che già esiste, dalle sanzioni processuali che possono essere rafforzate, ma soprattutto dall’onestà intellettuale che dovrebbe accompagnare il lavoro di ciascuno operatore. E del resto già oggi verifichiamo che i giudici agiscono in piena autonomia come dimostrano le rilevanti percentuali di assoluzione rispetto alle richieste di condanna. Noi avvocati seguiamo una scuola formativa comune a tutti e ci autogoverniamo dal punto di vista disciplinare, eppure ci contrapponiamo nelle aule a colleghi amici che difendono posizioni contrapposte. Non è mai venuto in mente a nessuno che la colleganza minacci la nostra indipendenza. E non è mai venuto in mente a nessuno che per rafforzare la nostra correttezza sia utile una qualche forma di controllo esterno. Con queste osservazioni non vogliamo dire che la nostra giustizia è perfetta e dunque intoccabile, anzi. Temiamo però che il rimedio proposto dalla riforma costituzionale proposta aggravi le malattie di cui soffre. Ci ritroveremmo ad esempio con una struttura del Pubblico Ministero indubbiamente più forte perché più autonoma e più sorvegliata da membri laici mandati e sostenuti dalle forze politiche. E tutto ciò in un momento in cui le Procure della Repubblica esercitano le loro iniziative senza particolari controlli. Sappiamo che l’azione penale è obbligatoria e cioè che i PM dovrebbero perseguire tutti reati. Ma sappiamo anche che i fascicoli sono così numerosi che i PM sono portati ad attivarsi secondo criteri spesso personali e senza alcuna valutazione sul costo/benefici delle loro inchieste. La legge Cartabia del 2022 aveva sancito che questi criteri dovessero essere pubblici e condivisi, ma dopo tre anni non è accaduto nulla. Il rischio di un pm autoreferenziale. Se vincesse il Sì, ci ritroveremo con Procure che usciranno dall’unità della giurisdizione voluta dai nostri padri costituenti e che eserciteranno la loro potenza di fuoco secondo le loro scelte autoreferenziali o, e non si sa se è meglio o peggio, secondo le scelte dei governi. Noi cittadini siamo più protetti dalla separazione di poteri che si devono controllare a vicenda; noi cittadini siamo più tutelati se magistratura e potere politico sono separati e distanti, ed ogni riforma che li avvicina potrebbe essere una minaccia. È ovvio che tale separazione può portare a scontri e contrasti, ma un loro avvicinamento potrebbe essere ancora più pericoloso. È ovvio che i Governi preferiscano che la Magistratura e gli altri Organi di controllo siano docili, ma in un modello di Stato liberal-democratico la reciproca non interferenza dei poteri è un bene prezioso e irrinunciabile. *Avvocati Incinta, malata di cancro ma andrà in carcere col figlio di un anno di Manuela D’Alessandro agi.it, 14 dicembre 2025 La Cassazione respinge il ricorso a una donna non potrà scontare la pena ai domiciliari perché non ha una casa adeguata. Non ha una casa adatta e c’è un “elevatissimo rischio” che commetta gli stessi reati per cui è stata condannata. Per questo la Cassazione ha respinto nei giorni scorsi il ricorso di una donna incinta e malata di tumore al seno contro la decisione del Tribunale di Sorveglianza di Milano che le aveva negato la possibilità di scontare la pena a 30 anni di carcere per numerosissimi furti ai domiciliari lasciando l’Icam (Istituto a Custodia Attenuata per detenute Madri) nel quale si trova. Dopo che è stato presentato il ricorso, il figlio della donna è nato prematuro. La sentenza della Suprema Corte non è motivata dal decreto Sicurezza che ha reso discrezionale, e non più obbligatorio come in precedenza, il differimento della pena per la madre di un bambino inferiore di un anno. Il decreto, spiegano i giudici, non era ancora entrato in vigore nel 2023 quando è stata condannata ed è una modifica ‘in malam partem’, che peggiora cioè la sua situazione rispetto alla norma precedente. Nel provvedimento gli ‘ermellini’ evidenziano le due ragioni a sostegno del loro orientamento. Il primo è che la donna ha chiesto i domiciliari in “un immobile di costruzione abusiva, già oggetto di ordine di demolizione”, ritenuto non idoneo, e il secondo è “l’accertata estrema pericolosità della condannata” che fa pensare alla possibile reiterazione del reato “considerato il numero ininterrotto di reati commessi anche in gravidanza e pur essendo madre di altri figli minori, dunque commessi in spregio alla tutela necessaria da assicurare ai nascituri e ai figli nati”. Quanto alla malattia, i giudici obiettano che “le cure chemioterapiche necessarie possono essere gestite per tre mesi”, portandola in ospedale “per il tempo necessario alla somministrazione della terapia”, e “l’eventuale assistenza successiva può essere garantita adeguatamente dalla struttura sanitaria interna”. Livorno. Trovato morto in cella a 31 anni: “Nelle carceri regna il degrado” di Claudia Guarino Il Tirreno, 14 dicembre 2025 A dare l’allarme il compagno di stanza: la pm ha disposto l’autopsia. Il messaggio del Garante dei detenuti. Ad accorgersi che qualcosa non andava è stato uno dei due compagni di cella, che ha dato l’allarme. Ma quando operatori sanitari e agenti penitenziari sono intervenuti, per lui non c’era più niente da fare. Il livornese Kevin Cecchi è morto lì, a 31 anni, nel reparto di Media Sicurezza del carcere delle Sughere, a Livorno. È successo ieri, 13 dicembre, intorno alle 9,30. Il compagno di cella ha notato che Cecchi non si svegliava. Perciò ha avvisato i poliziotti della penitenziaria, che sono immediatamente intervenuti e, nel frattempo, è stato avvisato pure il presidio sanitario della casa circondariale, il cui personale medico e infermieristico ha raggiunto la cella indicata. Seguiti, poco dopo, dai volontari della Misericordia di via Verdi inviati con l’ambulanza dalla centrale operativa del 118 di Pisa e Livorno. La rianimazione - Numerosi sono stati i tentativi di rianimazione effettuati, che si sono protratti per diverso tempo, ma per il 31enne livornese non c’è stato niente da fare. Non si è più ripreso. E uno dei medici presenti ha potuto solamente constatare il decesso. A quel punto si è reso necessario effettuare degli accertamenti e nel carcere livornese delle Sughere, oltre agli agenti della polizia penitenziaria, sono intervenuti gli agenti della polizia Scientifica della questura di Livorno e il medico legale. Le indagini - Poi, una volta completati gli accertamenti, la salma è stata trasportata all’obitorio del cimitero comunale dei Lupi da un mezzo del servizio di onoranze funebri della Svs di Livorno ed è stata messa a disposizione del pubblico ministero di turno in Procura, Antonella Tenerani, che tra le altre cose potrebbe decidere di disporre l’autopsia, così da capire che cosa abbia causato la morte del 31enne. La causa della morte - Escluso il gesto volontario e l’atto violento, la morte dell’uomo parrebbe ascrivibile a un arresto cardiaco avvenuto ieri mattina durante il sonno le cui esatte cause, d’altra parte, sono ancora da accertare. Nel febbraio scorso un altro detenuto era stato trovato morto nel carcere di Livorno. Anche in quel caso l’uomo (un quarantunenne) era stato ucciso nel sonno da un malore. “Serve più dignità” - “La morte è un elemento di grande dolore e quando avviene all’interno di un carcere aggiunge una quota di tristezza e solitudine. Esprimo condoglianze alla famiglia del ragazzo - dice il garante dei detenuti di Livorno Marco Solimano -. Nelle carceri, d’altra parte, si vive in condizioni che di certo non aiutano le persone. C’è per esempio un sovraffollamento asfissiante che rende critica un’emergenza in grado di togliere dignità alle persone. Queste situazioni di fatiscenza e degrado devono essere superate”. Milano. Emergenza a San Vittore: trasferiti nella notte 250 detenuti di Elisabetta Andreis e Pierpaolo Lio Corriere della Sera, 14 dicembre 2025 Dopo cortocircuito elettrico un secondo incendio. “Esclusi atti dolosi”. La giornata in allerta nel carcere sovraffollato: un blocco elettrico ha lasciato senza corrente l’intero III raggio, che ospita detenuti comuni e “la Nave” con i carcerati tossicodipendenti. Secondo incendio nella notte, senza feriti. La maggioranza spostata a Bollate, altri fuori regione. Per quasi tutta la giornata s’è lavorato a evitare in ogni modo il “piano b”. E cioè quello che però è poi avvenuto: essere costretti a trasferire quasi un quarto degli “ospiti”. Gli autobus della polizia penitenziaria sono arrivati in serata davanti al carcere di San Vittore. E una volta fatto il carico di detenuti - 250, in pratica tutto il “III Raggio” - sono ripartiti con destinazione Bollate e altri penitenziari fuori regione. L’emergenza è iniziata ieri attorno a mezzogiorno, quando nei sotterranei s’è sviluppato un principio d’incendio che è stato subito spento, prima ancora dell’arrivo delle squadre dei vigili del fuoco, che hanno fatto diradare il fumo, e hanno controllato l’agibilità della struttura. Le fiamme non hanno causato feriti, ma hanno compromesso un quadro elettrico. E il danno all’impianto ha scatenato un blackout totale in tutti e quattro i piani del terzo reparto della casa circondariale. Per ore i tecnici hanno provato a riportare l’elettricità, ma senza risultati. Nella notte un secondo incendio, nella stessa area, senza feriti. “È stato escluso l’atto doloso, e nessuno si è fatto male né è rimasto intossicato. Ma il danno è ingente”, spiega la direttrice Maria Pitaniello, che da ottobre ha preso il testimone da Giacinto Siciliano: “L’incendio ha però compromesso un quadro elettrico e i tecnici in serata hanno fatto sapere che non è possibile il ripristino dell’energia elettrica, per cui stiamo procedendo al trasferimento di una buona parte dei detenuti e il Provveditorato regionale sta pianificando l’operazione”. Dei quasi 1.200 detenuti nel sovraffollato San Vittore, il reparto rimasto al buio ne accoglie 300. Sono quasi tutti “comuni”. Mentre all’ultimo piano c’è la “Nave”, la sezione dedicata ai tossicodipendenti. Per questi ultimi si sarebbe trovata una soluzione “interna”. Per gli altri 250 è stato invece pianificato il trasferimento (temporaneo) d’urgenza. Oltre la metà, per il tempo necessario a riparare il guasto, sono stati spostati a Bollate, struttura anch’essa già strapiena (sono in 1.500, mentre la capienza è di 1.300 posti). Gli altri sono finiti invece in vari istituti fuori Lombardia. Lecce. Carcere, sovraffollamento e suicidi: “Operatori e detenuti abbandonati dal Ministero” lecceprima.it, 14 dicembre 2025 Dopo i due decessi in pochi giorni, visita del deputato dem Claudio Stefanazzi a Borgo San Nicola. La stoccata al governo: “Strategie punitive, nessuna volontà di agire”. Fuori, presidio di volontari. L’idea per la formazione: detenuti Oss con titolo spendibile una volta usciti. I volontari in presidio. Due suicidi in pochi giorni. È questo il drammatico bilancio che ha riacceso i riflettori sul penitenziario di Borgo San Nicola. Un’emergenza denunciata dal Sappe, sindacato della polizia penitenziaria, e che ha spinto il deputato leccese del Partito democratico Claudio Stefanazzi a effettuare una visita ispettiva d’urgenza nella struttura. Accompagnato da Alberto Fedele, direttore del Dipartimento di prevenzione dell’Asl di Lecce, e da Davide Piccirillo dell’associazione Antigone, Stefanazzi ha attraversato i corridoi di un carcere dove la tensione è palpabile, mentre all’esterno un presidio di volontari che operano nella struttura manifestava solidarietà e preoccupazione. “Di carcere non si può morire”, recitava uno striscione, accompagnato da decine di cartelli stretti nelle mani dei singoli volontari, incentrati sui diritti e sulle condizioni in cui versano i detenuti. Le parole del deputato dem, all’uscita dalla visita, restituiscono la fotografia di un sistema al collasso. Non si tratta solo delle note carenze strutturali, ma di un cedimento emotivo e professionale che coinvolge tutti. “Ogni volta che vengo qui, il livello di scoramento aumenta perché le situazioni si incancreniscono”, ha dichiarato Stefanazzi. “Nonostante il lavoro straordinario dell’amministrazione penitenziaria e degli operatori, c’è un problema cronico di mancanza di personale e un sovraffollamento ormai endemico”. Il dato più allarmante rilevato durante questa ispezione, rispetto al passato, riguarda proprio il morale del personale: “Questa volta ho notato scoramento anche negli operatori. Mentre le volte scorse avevo riscontrato la voglia di reagire, ora la difficoltà di avere rapporti con il Dap e con il ministero sta diventando un problema. I problemi sono tanti, ma le risposte non arrivano”. Il focus della visita si è spostato inevitabilmente sull’emergenza sanitaria e psichiatrica, un fronte caldo dove “gli operatori sono pochi e disperati perché fanno un lavoro oggettivamente immane”. Tuttavia, dal confronto con la direzione e l’Asl è emersa una proposta concreta. “La direttrice (Maria Teresa Susca, ndr) mi ha sottolineato che utilizzano già dei detenuti per fare attività di assistenza e caregiving agli altri reclusi”, spiega Stefanazzi. “Abbiamo preso l’impegno di organizzare un corso per operatori socio sanitari destinato proprio a loro. Cerchiamo di unire le due cose: coprire una necessità interna e consentire a queste persone, una volta fuori, di avere un titolo spendibile”. L’accusa politica: “Una strategia punitiva” - Sul fronte delle soluzioni legislative al sovraffollamento, l’analisi del deputato è impietosa verso l’attuale governo. Secondo Stefanazzi, l’immobilismo delle istituzioni romane non sarebbe casuale. “In questo momento è chiaro che non c’è alcuna volontà di fare nulla”, attacca il parlamentare. “È evidente che è una strategia, non può essere semplicemente sciatteria. C’è una strategia precisa: quella di avere un atteggiamento punitivo che serva come esempio”. Una linea dura che, secondo Stefanazzi, finisce per colpire paradossalmente anche gli agenti: “La condizione carceraria mette nella stessa posizione agenti e detenuti. Il personale è in una sofferenza estrema e ho riscontrato una rassegnazione rispetto all’impossibilità di ricevere risposte. Il ministero non capisce che il tema non riguarda solo la disperazione dei detenuti, che sfocia in atti di autolesionismo, ma la tenuta stessa del sistema”. Bologna. Le parole della libertà: “Io e quei detenuti che mi hanno cambiato” di Diana Ligorio Il Domani, 14 dicembre 2025 Federica Lombardia ha una malattia genetica che si chiama acondroplasia. La sua passione è la scrittura, che ha portato tra le mura del penitenziario: “Qui mi sento me stessa”, dice. Da Castel Maggiore alla Dozza, in bici sono ventitré minuti e sei chilometri di case basse, pianura e poi campagna. Non è provincia, non è periferia della città. Nessuna identità nel paesaggio. Nessuna architettura verticale. Solo un muro di cinta mostra nella sua altezza la sostanza di una separazione. “Alla Dozza ci devi proprio voler andare”, dice Federica Lombardi mentre lega il manubrio a un palo e tira fuori il documento per accedere alla casa circondariale Dozza di Bologna. Federica, alla Dozza, ci vuole proprio andare: “Se salto un martedì, mi mancano i ragazzi, mi manca quello spazio”. Ogni martedì, per due ore, Federica incontra un gruppo di detenuti per un laboratorio di giornalismo all’interno della redazione “Ne Vale La Pena”, un progetto dell’associazione Il Poggeschi per il Carcere: si condivide una rassegna stampa per avere uno sguardo sul mondo fuori ma soprattutto si dà la possibilità alle persone detenute di scrivere articoli che vengono poi pubblicati sul portale di informazione sociale “Bandiera Gialla” e su carta stampata. “In questo modo la persona ristretta - spiega Federica - si trasforma in autore capace di produrre contenuti di valore che vengono letti fuori”. I detenuti che partecipano al progetto sono venti, hanno dai 30 ai 75 anni. “Nei loro pezzi scrivono di vita quotidiana, affettività, salute, giustizia riparativa. Tramite questi articoli noi intercettiamo il loro mondo interiore”. L’esperienza della scrittura in carcere diventa uno strumento per dare forma al proprio sentire: “Raccontano soprattutto rabbia e frustrazione, ma anche voglia di riscatto. Io esco da lì con una stanchezza emotiva ma connessa a una restituzione autentica”. Quando entra in carcere, a Federica succede una cosa strana: “Mi sento libera. È uno dei pochi posti in cui sono me stessa, in cui mi sento accettata perché sia io che loro portiamo addosso un’etichetta”. La disabilità come lotta - Federica ha una acondroplasia, una malattia genetica che causa uno sviluppo anomalo dello scheletro. Nel linguaggio comune viene chiamato nanismo. “Ho fatto fatica a guadagnare quello che ho ottenuto. L’altezza viene considerata un misuratore di valore. Quindi ho dovuto dimostrare di non avere un ritardo mentale. Io poi sono anche molto timida, mi piace ascoltare e osservare. La timidezza associata al mio corpo equivaleva a pensare: lei non vale nulla”. Fino all’età di 13 anni, un paio di volte l’anno, Federica veniva ricoverata in ospedale per alcune settimane. “Un ambiente freddo con orari, routine e restrizioni. Al tempo, le visite erano limitate, non avevo il cellulare. Quando sei ricoverata il tempo si ferma e il mondo fuori va avanti senza di te. Quando esci, vedi un mondo a te sconosciuto e corri per metterti in pari”. Anche i rapporti si interrompono: “Non tutti hanno voglia di stare con una persona che in quel momento non ha la capacità di sorridere”. Federica è stata anche in ospedali lontani da Bologna. La separazione e la reclusione hanno formato il suo modo di stare al mondo. “Ho sempre visto il carcere come l’ospedale. Per questo nel 2017 sono entrata alla Dozza. Sentivo di poter capire quelle esperienze e che loro avrebbero capito la mia”. Federica e i detenuti si trovano di fronte barriere non solo architettoniche. “Sono barriere culturali, psicologiche. Barriere dello sguardo. Detenzione e disabilità sono un marchio che segna la nostra diversità in termini di pari opportunità”. Federica lotta contro il pregiudizio fin da quando è piccola. “Ma la mia disabilità mi ha portato anche ad essere empatica e a capire come possiamo comunicare agli altri la nostra condizione per un cambiamento sociale”. In carcere fin dal primo momento Federica ha sentito di non essere oggetto di curiosità. Fuori invece i riflettori sono sempre puntati sul suo corpo. Sulla sua statura bassa, gli arti corti, la testa sproporzionata: “In carcere ogni martedì io respiro, mi sento libera di essere quella che sono. Per due ore io e i detenuti possiamo essere noi stessi. Io non sono la mia disabilità, loro non sono il loro reato”. Durante un martedì, Federica ha conosciuto Igli Meta, un ragazzo di origine albanese che scrive racconti sulla propria condizione. Ad esempio, sul rapporto con il tempo che, secondo lui, in carcere non è perso e può essere oro. “Mi ha colpito perché io ho sprecato tanto tempo nella mia vita. Stavo in un angolo ad aspettare, ho sofferto anche di problemi alimentari. Mi sentivo un fallimento. Non riuscivo a fare gli esami all’università. Sono stata prigioniera di me stessa”. Federica sente di non poter recuperare quel tempo proprio come accade ai detenuti. Sempre durante un martedì, si è trovata tra le mani il racconto “Campioni mondiali dell’attesa” di un altro ragazzo detenuto, Alex Frongia, che parla della paura di essere dimenticati dal mondo e dai propri affetti: “La stessa paura che avevo da bambina quando ero in ospedale. Questa, secondo me, è la vera condanna: l’oblio emotivo di chi si allontana da noi”. La disabilità per Federica non è pietismo ma lotta: “Ogni giorno combatto per far capire che il mio valore non si misura in centimetri. Se mi vedono in silenzio, mi chiedono se capisco quello che mi stanno dicendo. Se mi deridono, non rispondo per paura di una reazione violenta”. Anche Federica come i detenuti ha fatto suo il gesto della scrittura: “La scrittura significa evasione, il luogo dove posso essere me stessa senza temere giudizio. Il foglio bianco è l’unico testimone muto e totalmente neutrale”. Scrivere l’aiuta a capire le sue sensazioni e nominarle. “I ragazzi detenuti nella scrittura si sentono liberi, l’unica evasione etica che la legge permette loro. Attraverso le parole sia io che loro possiamo andare per il mondo senza chiedere il permesso a nessuno”. Trento. Oltre mille persone contro i Cpr: “Questi sono luoghi di morte” di Tiziano Grottolo Corriere del Trentino, 14 dicembre 2025 Oltre mille persone hanno attraversato la città in segno di protesta per dire no ai Cpr: “Migranti criminalizzati”. “Più di 1.500 persone sono qui per dire no al sistema dei centri di permanenza per i rimpatri, non vogliamo i Cpr né a Trento né in Albania”. È il messaggio lanciato dagli attivisti che ieri hanno preso parte alla manifestazione promossa da un coordinamento di oltre 60 sigle. Si tratta di movimenti, collettivi antirazzisti, scuole di italiano, associazioni, sindacati e partiti di sinistra e centrosinistra. “Ci opponiamo ai lager di Stato - hanno spiegato gli organizzatori - i Cpr sono luoghi di morte che servono solo a escludere e rendere invisibili le persone migranti”. Durante il corteo sono state attaccate immagini che testimoniano le pessime condizioni di vita all’interno di queste strutture, nelle quali si sono registrati oltre 40 decessi. Gli attivisti hanno portato in strada una critica radicale al sistema di detenzione amministrativa e a quelle che sono state definite “le politiche razziste di un governo che sta imprimendo al Paese una svolta securitaria”. Inoltre, hanno osservato gli organizzatori, persone senza diritti sono più ricattabili e assoggettabili a un sistema economico capitalista che trae beneficio dalla loro mancata regolarizzazione. In mezzo al corteo erano presenti anche alcune bandiere della Palestina e non è mancatala solidarietà a Mohamed Shahin, l’imam di Torino detenuto nel Cpr di Caltanissetta. Sull’imam grava infatti un decreto di espulsione perché le autorità lo hanno accusato di aver espresso posizioni troppo radicali contro Israele. “L’accordo siglato dal governatore Fugatti e dal ministro Piantedosi baratta la costruzione di un Cpr con la promessa di un ulteriore taglio agli obblighi di accoglienza della Provincia di Trento”. Gli attivisti chiedono che i soldi vengano investiti per potenziare il sistema dell’accoglienza. Tra i manifestanti spiccava Luigi Panizza, 88 anni, ex presidente onorario del Patt, che ha rotto con il partito autonomista dopo la svolta a destra delle Stelle Alpine. “Per oltre vent’anni ho seguito progetti di volontariato in Africa, ho visitato città e villaggi, ma soprattutto ho visto con i miei occhi la miseria. Molti giovani non hanno possibilità di lavorare e i più coraggiosi partono i n cerca di un’opportunità. Tuttavia, dopo un viaggio pieno di pericoli, arrivano in un’Europa che fa troppo poco per accoglierli”. Nel 2022, Panizza ha lasciato il Patt per approdare in Casa Autonomia - il movimento fondato dai dissidenti autonomisti Paola Demagri e Michele Dallapiccola - sollevando molte critiche in merito all’alleanza tra Stelle Alpine e Lega, il partito che ha smantellato il sistema d’accoglienza trentino. “Davvero crediamo che i Cpr servano ad aiutare qualcuno? Con queste politiche stiamo bastonando i bisognosi. Al Trentino non costerebbe mol to accogliere queste persone. Chi è sceso in piazza oggi lo ha fatto per manifestare in favore di chi non ha nulla - conclude Panizza - questa è la vera essenza della solidarietà trentina”. Alla fine del percorso, i manifestanti hanno lasciato una grande scritta “No Cpr” davanti al palazzo della Provincia in piazza Dante. Nel frattempo, nonostante le ripetute mobilitazioni, il governatore Maurizio Fugatti ha fatto sapere che non intende rivedere la politica provinciale di accoglienza. La scadenza, dunque, rimane quella della seconda metà del 2026: periodo entro il quale è prevista la costruzione di un Cpr da 25 posti, che sorgerà nella zona di Maso Visintainer, a sud di Piedicastello. Reggio Emilia. Emozioni in carcere. Gli attori sono i detenuti di Stella Bonfrisco Il Resto del Carlino, 14 dicembre 2025 “Una vita caduta per terra” il titolo dello spettacolo andato in scena alla ‘Pulce’. È il risultato di un laboratorio teatrale organizzato da MaMiMò. “Perché l’anagramma di carcere è ‘cercare’ e forse il senso della vita è proprio cercare, andare avanti”: una battuta in un copione carico di emozioni e voglia di spiegare la condizione di chi è privato della libertà, ma chiede comunque di aprirsi all’intera comunità. “Una vite è caduta per terra” è il titolo dello spettacolo che venerdì sera è andato in scena nella palestra - fresca di ristrutturazione - del carcere reggiano. Protagonisti i detenuti della sezione maschile: Ahmed, Anass, Angelo, Bruno, Davide, Gaetano, Khalil, Marco e Mattia, che hanno inoltre lavorato alla scrittura del testo, con la regia di Gian Marco Pellecchia e la drammaturgia di Paolo Bruini. Allo spettacolo - risultato di un laboratorio teatrale di cui da diversi anni l’associazione MaMiMò si occupa - era presente un pubblico nutrito, che ha risposto a un invito pubblico a partecipare. In platea anche la presidente del Tribunale, Cristina Beretti, l’assessore alla cultura, Marco Mietto e il presidente del consiglio comunale Matteo Iori. Il lavoro è ambientato su una nave nel bel mezzo dell’oceano, dove un gruppo di operai si interroga sul senso della vita. Un gruppo di uomini che vive e lavora in condizioni estenuanti, isolato dal mondo e che per non soccombere all’alienazione e alla ripetizione meccanica, alza lo sguardo verso le nuvole, che diventano la traccia dei loro desideri, la possibilità di immaginare un senso al sacrificio quotidiano. Ma c’è un capo, immensamente ricco, che non conosce più alcun desiderio. Le nuvole, per lui, sono scomparse. In preda a una crisi esistenziale, cerca di costringere gli operai a consegnargli i loro motivi di vita, privandoli dell’unica libertà che resta: la ricerca di un senso alla propria esistenza. Eppure le nuvole non sono mai uguali a sé stesse, proprio come i desideri: appena realizzati, presto svaniscono. Allora diventa importante, vitale, la possibilità di lanciare ponti verso altri mondi. “Questo progetto teatrale ha un grande significato e una forte valenza per i detenuti - ha detto la direttrice del carcere, Lucia Monastero - ed è importante per l’istituto penitenziario aprirsi reciprocamente a nuovi sguardi, costruire ponti, anche attraverso queste iniziative culturali, verso una città di cui si fa parte”. Allo spettacolo hanno partecipato anche gli attori Danae Bilotti, Jeane Santos Dias, Sofia Gandolfi, Giulia Pirelli, Nyx Rota, Stefano Viani. Orvieto (Pg). “Spezzacatene. Una storia di brigantaggio”, spettacolo realizzato dai detenuti orvietonews.it, 14 dicembre 2025 La Casa di Reclusione di Orvieto, in collaborazione con la Caritas Diocesana di Orvieto-Todi e con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Orvieto presenta “Spezzacatene. Una storia di brigantaggio”, un fotoromanzo ideato, scritto e fotografato dai detenuti all’interno di un percorso educativo e artistico guidato da Manuela Cannone e Ludovica Andò, da un’idea del capo area educativa della Casa di Reclusione di Orvieto Paolo Maddonni. La presentazione, come annunciato, si terrà lunedì 15 dicembre alle 11 all’Auditorium “Gioacchino Messina” di Palazzo Coelli, sede della Fondazione Cassa di Risparmio di Orvieto. “Spezzacatene” nasce come laboratorio di riflessione personale e sociale all’interno dell’istituto penitenziario. Attraverso strumenti narrativi, teatrali e fotografici, i partecipanti hanno potuto interrogarsi su temi quali responsabilità, scelte, libertà e possibilità di cambiamento. Il fotoromanzo prende spunto dal fenomeno storico del brigantaggio italiano, ancora oggi oggetto di studio e dibattito. I detenuti hanno sviluppato personaggi, dialoghi e scene, immedesimandosi in figure sospese tra ribellione, necessità, conflitto morale e desiderio di riscatto. Attraverso la creazione dei loro “briganti”, hanno potuto ripercorrere dinamiche umane che superano il tempo, rispecchiando fragilità, contraddizioni e potenzialità di ciascuno. Il percorso ha unito drammaturgia, improvvisazione e fotografia, permettendo ai partecipanti di costruire uno sguardo nuovo su se stessi e sulle proprie scelte. Le fotografie, tutte realizzate dai detenuti, sono il risultato di un lavoro accurato sulla luce, sulle pose e sulle atmosfere, svolto anche grazie alla collaborazione della Polizia Penitenziaria, che ha messo a disposizione spazi interni dell’istituto, compreso un suggestivo locale sotterraneo recentemente recuperato. “Spezzacatene” rappresenta non solo un prodotto artistico, ma un esercizio di consapevolezza, un laboratorio di fiducia reciproca e un’occasione di crescita. Attraverso l’arte, i detenuti hanno potuto riscoprirsi capaci di creare, immaginare e dare voce a storie che, pur lontane nel tempo, parlano anche del presente. Come sottolineano le curatrici, l’arte in carcere assume il valore di una possibilità: permette di cambiare punto di vista, far emergere la parte luminosa, riconoscere nuovi spazi di ripartenza. Il progetto è stato realizzato con il patrocinio e il sostegno della Caritas Diocesana di Orvieto-Todi, da sempre impegnata in percorsi di accompagnamento e responsabilizzazione all’interno della Casa di Reclusione. Fondamentale il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Orvieto, che ha sostenuto la pubblicazione del fotoromanzo. La Direzione dell’Istituto Penitenziario, guidata dalla dottoressa Annunziata Passannante, insieme ai comandanti di reparto, Enrico Gregori e Luigi Bove, ha sostenuto con convinzione l’iniziativa, resa possibile grazie all’autorizzazione del Provveditorato Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria Toscana-Umbria e dell’Ufficio Stampa del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria. La pubblicazione è edita dalla Casa Editrice Sette Città, con progetto grafico di Stefano Frateiacci. Sciascia, il suo allarme sulla giustizia in pericolo di Roberto Barzanti Il Manifesto, 14 dicembre 2025 Temi, memorie, recensioni, opere Due fascicoli della rivista internazionale “Todomodo” (Olschki editore) e il XVI “Leonardo Sciascia colloquium”: la drammatica attualità delle accuse dello scrittore siciliano. Se uno scrittore contemporaneo sollecita un gruppo di amici a produrre una serie di iniziative che non solo ne mantengano viva la memoria, ma ne approfondiscano le predilette tematiche e raccolgano testimonianze, recensioni, opere grafiche consone alla sua alacre creatività, questa è la migliore verifica della permanenza del suo mondo, delle domande che ha formulato, delle accuse che ha gridato. Come se le sue pagine fossero restate aperte e sollecitassero a proseguire il lavoro avviato con furore. È quanto è accaduto e accade a Leonardo Sciascia (Racalmuto, 8 settembre 1921- Palermo, 20 novembre 1989). Nel ‘93 Francesco Izzo si adoperò per far nascere il sodalizio Amici di Leonardo Sciascia e in seguito, tra variegate forme di omaggio, riuscì a dare alle stampe dal 2011, in accordo con l’Università Ca’ Foscari di Venezia, una rivista annuale e internazionale edita da Olschki (Firenze) ricca di saggi, riletture, incisioni, proposte relative a un autore amatissimo. Non uno strumento di culto, ma una sede di incontri in cui filologia e storiografia, critica e inchiesta si fondono in una sapiente architettura. Ed ecco in due tomi il più recente numero: Todomodo “Rivista internazionale di studi sciasciani”, Anno XV-2025 (Tomo I, pp. XIV-282; Tomo II, pp. VI-198, € 83,00). Sciascia rifiutò la definizione di “intellettuale impegnato”. Sapeva di Sartre, di partito preso, e proiettava un’azione o una dichiarazione su uno sfondo ideologico che finiva per sacrificare la schietta verità e la libertà di esprimersi. In un’intervista rilasciata a Parigi nel 1979 Sciascia si autodefinì con nettezza: “sono uno scrittore politico, il mio impegno è innanzi tutto politico, di dire sempre quello che ritengo sia la verità, di dirla senza badare ai pericoli, alle ostilità, alle inimicizie”. L’ossessione che lo inquietava era la giustizia, inseguita e mai raggiunta. Un sottinteso sillogismo agitava la sua ricerca civile: la giustizia per essere giusta deve fondarsi sulla verità, l’intera verità fattuale non è raggiungibile, ergo la giustizia avrà falle o si appoggerà su errori, falsità, vuoti, calunnie. Il giudice assumerà vesti inquisitorie, perché il fine verso cui a ogni costo sente di dover vittoriosamente approdare è il risultato, da ostentare come un trofeo conquistato. Il primato del risultato ignorerà contraddizioni da accettare in nome dell’espletamento di un dovere che non si è piegato a considerazioni umane dei singoli casi, sovrastato com’era da una norma astratta e universale. Una delle sezioni della rivista è appunto “Contraddisse e si contraddisse”, motto non soltanto autobiografico. Dapprima si rende noto e si postilla (da Lucia Risicato) il carteggio tra il docente Francesco de Franchis (1930-2009) e lo scrittore, che prende le mosse dalla vicenda di Enzo Tortora, arrestato nel 1983 sulla base di un’imputazione cancellata in appello dopo un triennio di debilitanti diatribe. Il commento di Sciascia allarga il discorso ai modi dell’amministrazione della giustizia in Italia. La demagogia prevale sull’accertamento dei fatti: “E non parliamo del processo di Napoli. Non si capisce - se non da pochissimi - che nella misura in cui la giustizia si fa crimine la criminalità si fa inestirpabile”. In un articolo sul Corriere della Sera del 7 agosto 1983 Sciascia esplose affermativo: “Non mi chiedo: ‘se Tortora fosse innocente?’: sono certo che lo è”. La protesta non ammetteva ipotesi o subordinate. Viene riaperto (da Andrea Maori e Alessandro Tessari e da mirate testimonianze) il dossier sull’assassinio di Moro. In un testo buttato giù nel ritiro di Racalmuto subito dopo il ritrovamento del corpo dello statista (L’affaire Moro, Sellerio 1978) Sciascia si era soffermato a lungo sulle condizioni e sulle sorti del prigioniero, sulla “grandiosa messa in scena” nobilmente recitata dal 16 marzo al 9 maggio 1978. Durante la quale vittime della crudele operazione “sembravano essere - osserva Sciascia - coloro che non nutrivano grande amore per lo Stato o per lo Stato italiano così com’era; ma la vera vittima ne era Aldo Moro”: un protagonista che era stato solo un “grande politicante”, paragonabile al Kutusof di Tolstoi. Per Sciascia è inaccettabile il discredito che i detentori del potere gettano sulla figura di Moro, quasi che il nucleo del memoriale allusivo e angosciato che distillò - e ora ne disponiamo in un’edizione critica curata da Miguel Gotor (De Luca editori, 2019) - fosse elaborato da un uomo fuori di testa e quindi non credibile. Maori affronta un dettaglio su cui si è sorvolato: nel corso di un’audizione della commissione insediata per indagare il caso Moro era riaffiorato il sospetto, riferito da Sciascia, che potessero esserci di mezzo servizi all’ordine di Stati stranieri, in particolare della Cecoslovacchia. L’ipotesi fu resa pubblica nonostante il segreto da salvaguardare. Sciascia aveva rievocato, testimone Renato Guttuso, una riunione del ‘77 nella quale Enrico Berlinguer non aveva negato che nell’alimentare le strategie del terrorismo ci fosse un soggetto straniero e “si era parlato della possibilità che tale presenza fosse la Cecoslovacchia”; e aveva aggiunto che “il governo italiano si preparava a chiedere l’espulsione di due diplomatici cechi”. Le ombre di quella conversazione, ormai pubblicizzata, vennero attualizzate e collegate alla tragedia che si stava affrontando. Giulio Andreotti dichiarò che non era affatto al corrente della fantasticheria. Sciascia in un articolo su “Panorama” (9 giugno 1980) espresse stupore per la smemoratezza. Ne scaturì una polemica che indusse Berlinguer a sporgere querela contro Sciascia (28 maggio ‘80): che si era opposto a espungere dalla relazione finale (22 giugno ‘82) una citazione sulla spinosa notizia. Tessari dubita che Berlinguer in persona abbia voluto sporgere querela. Se la cosa sfumò processualmente in un’assoluzione dei contendenti, la piccata replica di Sciascia segnò la rottura con Guttuso e il deciso allontanamento dal Pci. L’atteggiamento del segretario del Pci attestava forse una diplomatica prudenza nel gestire i rapporti con le “democrazie” dell’Est. Altri saggi sono emblematici dell’approccio che “Todomodo” ha fatto proprio: reperire tutte le tessere di un mosaico che restava opaco, valorizzare la ricerca della verità mai raggiunta, del resto ben argomentata nella puntigliosa relazione di minoranza sulla strage di via Fani che il deputato radicale di Racalmuto volle acclusa nell’ultima edizione (1983) del pamphlet all’origine del pungente vespaio. Se per Sciascia il principio di cui far tesoro era stata la locuzione “amicus Plato, sed magis amica veritas”, per il prestigioso pittore l’obbedienza al partito aveva prevalso su tutto (Franco Corleone-Andrea Pugliotto). È da trascrivere l’ammonimento (‘96) di Carlo Bo: “Il tempo di Sciascia sembra purtroppo concluso mentre tutti sentono la mancanza della sua voce rigorosa e priva di ogni forma di compiacimento”. Il fascicolo gemello (II) tramanda le relazioni del “XV Leonardo Sciascia Colloquium” dall’ammiccante titolo (copyright Mino Maccari) “Todo modo Sciascia lodo”, a cura di Davide Lacagnina, organizzato nel centenario sciasciano dall’Università di Siena e dall’apposito comitato nazionale (8-9 novembre 2024). Il sottotitolo “Potere, corpi, delitti, imposture” faceva intendere che avrebbe avuto a fulcro la vivisezione di uno dei romanzi più compatti e allegorizzanti fra i 43 usciti dalla movimentata officina del Simenon siciliano: Todo modo (Einaudi 1974). Il titolo è ritagliato dal celebre manuale di Sant’Ignazio di Loyola, gli Ejercicios espirituales para buscar y hallar la voluntad de Dios (1548): “Ogni mezzo per cercare e trovare la volontà di Dio”. Vi sono elencate una catena di pratiche, in testa la meditazione sulle Sacre Scritture, da compiere per purificarsi ed emendarsi dalle peccaminose tentazioni mondane. In prima persona un adepto pittore che incarna lo stesso Sciascia chiede di entrare in un ambiente, l’Eremo di Zafer, partorito dalla propensione per un cupo surrealismo. Altro che l’abusata categoria del Palazzo pasoliniano, strutturato per ospitare esponenti di un raffinato potere cittadino! L’architettura di Sciascia toglie il respiro. Il fatto stesso che un vetusto eremo fosse stato trasformato in un isolato albergo, un casermone pluriuso, per dare alloggio a caporioni e mestatori, ministri e deputati della classe dirigente democristiana, simboleggia un nefasto e altezzoso decadimento morale. In quell’infernale voragine si erano inabissati i valori della Chiesa e la razionalità della cultura. Voltaire e Pascal, l’impertinente laico e il mistico scienziato, erano stati rimossi. Non restava che decifrare le stazioni che ritmavano un penoso andare. Gli arredi simboleggiano una “rovinosa deriva”. Varrà, tra tutti, rammentare il quadro che condensa il senso dell’itinerario dantesco: don Gaetano, padrone assoluto di quello stranito luogo, si ferma e spiega al visitatore un quadro bizzarro, rozza copia dell’originale di Rutilio Manetti (1571-1639), custodito nella senese chiesa di Sant’Agostino. Sant’Antonio abate sta ricurvo su un librone aperto ed è controllato da un vigile diavolo cornuto. Ciò che più meravigliava era il fatto che il diavolo avesse gli occhiali, e occhialoni moderni, identici a quelli che inforcava don Gaetano. Ciò che il pittore secentesco aveva voluto dire era banale per i suoi tempi. E oggi? Don Gaetano ha la risposta pronta: “Come allora: ogni strumento che aiuta a veder bene, non può essere che opera e offerta del diavolo. Dico per voi, per la Chiesa”. Il dialogo prosegue e l’onnisciente direttore spirituale è turbato da una sorta di premonizione. I delitti vi si perpetrano senza poter risalire agli esecutori, il malaffare regna, si annodano congiure a catena. Si insinua nel romanzo l’eco dell’esclamazione di Ivan Karamazov, rovesciata però: “Dio esiste, dunque tutto ci è permesso”. Ma chi giudicherà le colpe? In soccorso don Gaetano cita le parole di Cristo: “Smettete di giudicare, per non essere giudicati! Con lo stesso giudizio con cui giudicherete sarete giudicati, e con la stessa misura con cui misurate sarà misurato anche a voi” (Matteo, 7, 2). Potranno, dunque, giudicare anche “i peggiori”, dopo essersi confessati liberandosi dalle loro colpe? “Certamente - osserva Nicola Labanca a proposito di Todo modo (tomo II, p. 15) - il testo noir di Sciascia parte da un’esperienza dell’Italia di quegli anni. Non solo l’Italia della metà degli anni Settanta, ma almeno tutta l’Italia appena uscita dai trent’anni gloriosi di crescita (1945-1973)…”. E Lacagnina vi colse la cronaca di “un Paese fortemente diviso e sull’orlo del collasso”. Poche settimane fa (14-15 novembre) si è svolto a Roma il “XVI Leonardo Sciascia Colloquium”, dal titolo in linea con uno scettico pirronismo: “La giustizia siede su un perenne stato di pericolo”. Si è puntato a rilanciare l’allarme di Sciascia, premendo perché si vada verso un’armonizzazione europea di norme che non hanno più una dimensione nazionale. In controtendenza piena con quanto sta avvenendo ogni giorno. Tanti gli spunti ricavati da letterati e giuristi nell’attingere alla biblioteca di un autore che gli anni non hanno emarginato. Natalino Irti nella prolusione ha marcato la febbrile pervicacia di un deluso e dolente illuminismo. Da locale la mafia si è fatta globale. Un illuminismo, quello professato da Sciascia, non privo di una storicità, oggi da inscrivere in un atlante tanto più largo, globale. In una silloge di saggi di giuristi curata da Luigi Cavallaro e Roberto Giovanni Conti (Diritto verità giustizia, Cacucci editore 2021) Nicola Lipari nel silenzio che chiude Todo modo ritiene di intravedere la convinzione che il diritto non debba più esser considerato “un puro riflesso del potere” ma l’esortazione a rispondere agli eventi con un sincero impegno personale. Adriano Prosperi, ragionando sulla passione di Sciascia per la manzoniana Storia della colonna infame (“Todomodo” anno XIV, 2024), si rifà a un perentorio suo invito: “il passato, il suo errore, il suo male non è mai passato: e dobbiamo continuamente viverlo e giudicarlo nel presente, se vogliamo essere davvero storicisti”. Quando Sciascia accettò di candidarsi nelle liste del Pci (1975), Italo Calvino affermò: “Sciascia è forse l’ultimo rappresentante di un tipo di scrittore fortemente locale, fortemente radicato, che ha una portata universale proprio in quanto radicato (…). Diciamo che la sua concezione ideologica è quella di un giacobino, di un vero liberale. Cioè di un personaggio quanto mai utopico in Italia, di questi tempi”. Markaris: “Nessuno difende la stampa libera” di Letizia Tortello La Stampa, 14 dicembre 2025 Lo scrittore greco: “La manipolazione dei media è un grande rischio per la democrazia”. “La resistenza non ha età”. Lo scrittore greco Petros Markaris condensa in un titolo - quello del suo prossimo libro del commissario Charitos - lo slogan più adatto per sopravvivere ai tempi durissimi che stiamo vivendo. “Tempi di retromarcia”, in costante sfida della democrazia e dei diritti acquisiti. In cui la libertà di espressione, di critica e di dissenso cedono sotto i colpi feroci del potere che bolla sommariamente come “fake news” le notizie più scomode e pericolose. C’è un sondaggio di V-Dem che più di tutti fotografa il mondo in rapido cambiamento del 2025: nel pianeta, restano solo 29 democrazie. Tre persone su quattro (72%) vivono sotto una qualche forma di regime o governo autocratico. In 44 Paesi, la libertà di espressione sta peggiorando (un anno fa, gli Stati in declino erano 35). Che cosa sta accadendo? “I regimi autocratici non sono qualcosa di nuovo. Hanno una lunga storia accanto ai governi democratici. Il declino della democrazia in molti Paesi democratici è il risultato del neoliberismo. La mia generazione e molte altre dopo sono cresciute in società fondate su un certo sistema di valori. Oggi, l’unico valore che sopravvive è il denaro. La mia domanda è: dov’è la sinistra? L’Italia aveva un partito di sinistra con un forte impatto sulla società. Che cosa ne resta? Lo stesso vale per la Grecia, la Francia, la Spagna. I partiti di sinistra combattevano contro il sistema. Ora sono diventati parte del sistema. Questo è stato l’inizio del loro declino. Negli Anni 50 e 60, persino i partiti di centro lottavano per stabilire regole forti per la democrazia. Oggi lottano solo per gli investimenti”. C’è un altro sondaggio, italiano (Censis), secondo cui il 30% degli italiani ritiene che i regimi autocratici siano più adatti a governare. Qual è oggi il fascino dell’autocrazia? “Il denaro come unico valore ha creato una frattura nelle società tra vincitori e perdenti. Molti cittadini credono che l’estrema destra e i regimi autocratici li porteranno dalla parte dei vincitori. Non votano estremista perché sono fascisti, ma per disperazione”. Come si difende la libertà d’informazione? Chi deve farlo? “Il declino democratico esiste. Dopo che la sinistra si è suicidata, la libertà di informazione è rimasta l’unico strumento che aiuta le persone a formarsi un’opinione su società, politica ed economia. Finora, non vedo alcuno sforzo concreto per proteggerla. I ricchi in Europa stanno comprando giornali e media per manipolarli e promuovere i propri interessi. Tocca prima di tutto alla gente difendere il pluralismo: comprando e leggendo i giornali, è semplice. Boicottando i giornali non indipendenti, non votando i governi che reprimono, che ingeriscono nella libertà dei giornali. Ma anche ai governi democratici conviene difendere la libertà di espressione: la censura gli si ritorcerà presto contro”. Dalla Casa Bianca al Pentagono: l’amministrazione Trump ha imposto restrizioni ai media tradizionali e aperto le porte, invece, a influencer Maga. Il presidente insulta i giornalisti, ha persino lanciato una rubrica, “hall of shame”, sui peggiori reporter della settimana. Come ci si difende da tutto questo? “Trump non è un politico. È un uomo d’affari eletto due volte presidente degli Stati Uniti. Esercita la politica con la mentalità e le priorità di un imprenditore. Questo rappresenta un colpo durissimo ai valori democratici. Ma la difesa della libertà di informazione non si fa in solitaria. La manipolazione dei media è il rischio più grande per la democrazia”. La Stampa e Gedi, il gruppo editoriale a cui appartiene, sono in vendita all’armatore greco Theodore Kiriakou. Lo conosce? Chi è? “Non lo conosco personalmente. Appartiene a una vecchia famiglia di imprenditori marittimi. In Grecia, due armatori (Aristide Alafouzos ed Evangelos Marinakis, ndr) possiedono già i maggiori quotidiani delle Paese (EKathimerini e To Vima, ndr) e le principali reti televisive (Skai e Mega Channel, ndr)”. Che cosa spinge un armatore greco ad acquisire un grande gruppo editoriale italiano? “Non credo che stia comprando i giornali per entrare nel circuito della stampa italiana. Penso che lo faccia per rivenderla a un prezzo più alto in Italia, o per fare da intermediario per conto di altri”. Come stanno i giornali e le tv greche? “Molti sono di proprietà di armatori, come ho detto, come le squadre di calcio. Dal calcio traggono profitto, i giornali li usano per esercitare pressioni sui governi in carica”. Quanto è forte in Grecia l’intreccio tra potere politico e controllo dei media? “È meno forte nei giornali, perché ci sono assai meno lettori che telespettatori. Quindi i giornalisti riescono a mantenere un minimo di autonomia. Molto forte in tv”. Kyriakos Pierrakakis è il nuovo presidente dell’Eurogruppo. È il “momento greco”? “Devo ammettere che l’attuale governo greco è riuscito a ripagare gran parte del debito creato durante la crisi economica del 2010. Mitsotakis è molto considerato nell’Ue. Questa è la ragione per cui Pierrakakis è stato scelto, in un tempo in cui molti Paesi europei, come Francia e Germania, sono in profonda crisi finanziaria”. Il commissario Charitos è grande lettore di giornali. Perché sempre meno under 50 leggono la stampa tradizionale? I social hanno cambiato tutto? “Sì. La ragione principale è il crescente interesse e la dipendenza delle generazioni più giovani della mia dai social media. I social rappresentano un colpo disastroso non solo per i giornali, anche per la libertà di informazione”. Lei è spesso definito un testimone della modernità greca. Com’è cambiato il rapporto tra potere e media dalla dittatura dei colonnelli a oggi? “Dopo la dittatura dei colonnelli, i media erano in gran parte imparziali dal punto di vista ideologico e politico. Criticavano persino i partiti che condividevano la loro ideologia. La maggior parte dei giornali apparteneva a famiglie storiche dell’editoria. Oggi, vi ho detto degli armatori, e degli uomini d’affari. La priorità dei giornali sono gli interessi dei proprietari. Non è un’eccezione greca: è accaduto in molti altri Paesi europei”. La Bielorussia libera 123 detenuti, anche un Premio Nobel per la pace ansa.it, 14 dicembre 2025 La Bielorussia ha liberato 123 detenuti tra cui l’attivista anti-regime Maria Kolesnikova, in carcere dal 2020. Lo hanno reso noto i media di Stato. All’operazione hanno partecipato anche i servizi segreti ucraini, ha rivelato il presidente Volodymyr Zelensky. “Grazie al ruolo attivo degli Stati Uniti e alla collaborazione dei nostri servizi di intelligence, circa un centinaio di persone, tra cui cinque ucraini, stanno tornando in libertà”, ha spiegato su Telegram. Kolesnikova era stata condannata a 11 anni di carcere nel 2021 a seguito delle proteste seguite alle elezioni presidenziali bielorusse del 2020. La donna ha già parlato con sua sorella, Tatyana Khomich, ha affermato Igor Kravtsov, rappresentante della squadra del leader dell’opposizione bielorussa Viktor Babariko. Secondo Kravtsov, Kolesnikova si trova già fuori dalla Bielorussia. Anche il premio Nobel per la pace 2022 Ales Bialiatski è stato rilasciato. L’attivista per i diritti umani ha trascorso 4 anni e mezzo dietro le sbarre. Tra i 123 prigionieri graziati c’erano persone in carcere per spionaggio, terrorismo e attività estremiste, compresi cittadini di altri Paesi. L’elenco esatto dell’identità delle persone rilasciate non è ancora noto. Lukashenko ha graziato i condannati su richiesta del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, riportano i media bielorussi, in cambio della revoca delle sanzioni contro l’industria bielorussa del potassio “e in relazione alla transizione verso una fase pratica del processo di revoca di altre sanzioni illegali” contro il Paese. Alberto Trentini, la mamma: “Cosa penserà del suo Paese che pare averlo abbandonato?” di Anna Maselli Corriere della Sera, 14 dicembre 2025 Il cooperante veneziano detenuto da oltre un anno a Caracas. Appello dell’attrice Ottavia Piccolo alle istituzioni: “Ricordatevi di lui”. Il tempo al Lido di Venezia trascorre lento, scandito dalla congiunzione “e”. Un anno e un giorno, un anno e dieci giorni, un anno e un mese. Ogni scatto in avanti delle lancette è un istante in più che Alberto Trentini trascorre dietro le sbarre del carcere di El Rodeo, poco distante da Caracas in Venezuela. E venerdì la mamma Armanda Colusso è tornata a lanciare un nuovo appello dai microfoni della trasmissione radio “Tutta la città ne parla”: “Sono ormai tredici mesi che Alberto è in prigione e noi non sappiamo darci pace. Mi chiedo ogni mattina, cosa penserà del suo Paese che sembra averlo abbandonato?”. “Ogni giorno di detenzione ci è insopportabile” - Qualche piccolo passo in avanti dal 15 novembre 2024 è stato fatto dalla Farnesina - tre telefonate a casa e due visite consolari - ma nulla in confronto alle violazioni subite dall’operatore umanitario: non si conoscono le accuse a suo carico, non ha mai potuto vedere un avvocato né, a quanto si sa, un medico che ne valuti le condizioni di salute. A differenza di altri suoi compagni di detenzione liberati dopo alcuni mesi (l’ultimo in ordine di tempo è stato Camilo Castro, cittadino francese arrestato a giugno mentre si trovava al confine fra Venezuela e Colombia), Alberto Trentini resta in carcere. “Ringrazio tutti coloro che si stanno unendo a noi per chiedere al nostro governo un’azione incisiva per riportare a casa Alberto - ha detto Colusso. Ogni giorno di detenzione in più ci risulta insopportabile”. L’appello di Ottavia Piccolo - Ai microfoni del giornalista Pietro Del Soldà è intervenuto poi Nicola Pellicani (Fondazione Pellicani), fra i promotori dell’incontro di sabato 13 dicembre al centro Candiani di Mestre: “La città si sta mobilitando, cerchiamo di rompere la cortina di silenzio su questa vicenda”. Presenti l’associazione Articolo 21 con Ottavia Piccolo che ha letto una lettera della mamma e gli amici di Alberto. Si sono collegati da remoto il giornalista Carlo Verdelli e l’avvocata Alessandra Ballerini che segue il caso Trentini. In provincia anche il Comune di Vigonovo ha esposto lo striscione per chiedere libertà per Alberto sulla facciata del municipio.