In carcere due suicidi e un’overdose in pochi giorni. “Intervenite” di Pino Ciociola Avvenire, 13 dicembre 2025 Una donna deceduta a Rebibbia, due uomini si sono tolti la vita a Viterbo e a Lecce. L’appello dell’arcivescovo Fisichella: forme di amnistia e liberazione almeno nell’anno del Giubileo. Il Giubileo dei detenuti inizia nel peggiore dei modi, con notizie di morte e disperazione”, ha detto sconsolato il Garante dei detenuti del Lazio, Stefano Anastasia. Perché la scorsa notte è morta nel carcere di Rebibbia una donna cinquantanovenne, probabilmente per overdose. E prima, l’altro ieri - ha continuato Anastasia - “c’è stato un caso di suicidio nel carcere di Viterbo e il decesso di un detenuto a lungo in coma e in terapia intensiva per una violenza tra detenuti all’interno di Rebibbia”: una brutta “successione di morte che segna queste giornate dedicate ai detenuti”. Ed è stata preceduta, giovedì, dal suicidio di un uomo recluso nel carcere di Lecce. La donna morta a Rebibbia “aveva importanti problemi di salute, era seguita dai sanitari”, ma “come si sa, non è il carcere il luogo per dare le cure necessarie”, ha detto ancora il Garante. L’hanno trovata ieri mattina nella sua cella nella sezione femminile del carcere romano e una seconda è stata portata in ospedale, come ha fatto sapere il segretario generale del Sindacato polizia penitenziaria, Aldo Di Giacomo: “Siamo all’ennesimo caso di diffusione di stupefacenti che solo negli ultimi mesi dell’anno registra due morti a San Vittore e tre ricoverati in gravi condizioni a Rebibbia maschile e un decesso, uno a Sassari, uno a Gorizia, uno a Reggio Emilia e uno a Firenze”. Infine, il duro appello: “Da parte dell’amministrazione penitenziaria, del Governo e della politica si preferisce fare come le tre scimmiette: non vedo, non sento, non parlo”. In tutta Italia, secondo il monitoraggio costante di “Ristretti Orizzonti” (sito di cultura e informazione dal carcere, i decessi negli istituti di pena italiani nel 2025 e fino ad oggi sono stati 224, dei quali 76 suicidi. Nel 2024, i decessi erano stati 246, dei quali 91 suicidi. Nel Lazio, i detenuti sono attualmente 6.702 su 4.485 posti effettivamente disponibili, per un tasso di affollamento pari al 149%. A Viterbo i detenuti presenti sono 716 con un tasso di affollamento del 177% e a Rebibbia femminile 370 tasso di affollamento del 149%. Per rispetto della donna morta la scorsa notte, sono stati subito rinviati a data da destinarsi i “Giochi della Speranza”, promossi dalla Fondazione Giovanni Paolo II, dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e dalla rete di magistrati “Sport e Legalità”, al loro posto, si terrà un momento di raccoglimento all’interno di Rebibbia insieme ai partecipanti che erano già stati invitati, come Michela Di Biase, parlamentare Pd. I “Giochi della Speranza” erano sarebbero dovuti essere alla seconda edizione e vengono anche chiamati la “piccola olimpiade in carcere”, un’iniziativa che era stata stata organizzata appunto per il Giubileo dei detenuti (dal 12 al 14 dicembre). E per l’arcivescovo Rino Fisichella, che dell’Anno Santo cura l’organizzazione come pro-prefetto del Dicastero vaticano per l’Evangelizzazione, “la notizia veramente triste” giunta da Rebibbia “ci porta ancora una volta a verificare qual è lo stato di disagio, sofferenza, mancanza di dignità in cui vivono i detenuti”. Da qui l’auspicio di monsignor Fisichella: “Almeno in questo anno giubilare si possano spalancare prospettive che portino a ciò che papa Francesco chiedeva: forme di amnistia e liberazione”. Appena tre giorni fa, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella era stato in visita a proprio a Rebibbia femminile, sottolineando come le carceri dovrebbero essere “luoghi di rinascita”. Ancora morte in cella. Il Vaticano: “Si apra ad alternative” di Giulia Marrazzo ansa.it, 13 dicembre 2025 Quattro vittime in 24 ore, uno deceduto dopo mesi di agonia. Quattro morti in 24 ore, nel pieno del Giubileo dei detenuti, riportano al centro dell’agenda nazionale l’emergenza carceraria. Una donna stroncata da un’overdose al carcere femminile di Rebibbia a Roma e una ricoverata in ospedale. Un uomo suicida a Viterbo, mentre un altro si toglieva la vita nel carcere di Lecce. E un uomo di 45 anni di Formia, deceduto a Tor Vergata dopo mesi di coma e travagliati periodi in riabilitazione per un pestaggio subito mentre era detenuto a Rebibbia. Un quadro impietoso che ha spinto il Vaticano a un appello esplicito: aprire finalmente ad alternative alla detenzione, riprendendo l’invito di papa Francesco a misure di clemenza e amnistia. “Ho appreso della morte di una donna nel carcere di Rebibbia proprio mentre con diversi magistrati avevamo iniziato un convegno sulle carceri, abbiamo osservato un minuto di silenzio anche per una riflessione - ha raccontato monsignor Rino Fisichella - questa è una notizia veramente triste che ci porta però ancora una volta a verificare qual è lo stato di disagio, sofferenza, mancanza di dignità in cui vivono i detenuti”. Da qui l’appello: “Almeno in questo anno giubilare si possano spalancare prospettive che portino a ciò che papa Francesco chiedeva: forme di amnistia e liberazione”. Un invito che ha trovato eco nelle parole del Garante regionale Stefano Anastasìa, che ha denunciato istituti “attraversati da morte e disperazione” e chiamato in causa direttamente il governo: “La responsabilità politica del ministero della Giustizia non può restare silente né rinviare tutto alle calende greche dell’edilizia penitenziaria: intanto la gente muore e non si vedono segni di speranza”. Una richiesta che si inserisce nel più ampio appello a riportare la questione carceraria al cuore del dibattito pubblico, tra misure alternative, interventi strutturali e riduzione del sovraffollamento. Nel Lazio per Anastasia, i tre morti in poche ore sono solo la fotografia dell’emergenza: “secondo Ristretti Orizzonti, nel 2025 i decessi in carcere sono già 223 (76 suicidi), mentre nel Lazio i morti sono 19, con un tasso di affollamento regionale al 149% e punte del 177% a Viterbo”, ha ricordato il garante. Accanto al tema delle condizioni detentive, il sindacato di polizia penitenziaria ha lanciato l’allarme sul traffico di droghe negli istituti. “Siamo all’ennesimo caso di overdose - ha affermato il segretario Aldo Di Giacomo -. Il mercato della droga si è evoluto e il personale non è in grado di contrastarlo con organici così ridotti”. Questa mattina, davanti a Rebibbia, anche i “Giochi della Speranza” sono stati rinviati in segno di lutto. “Un modo per onorare la memoria della detenuta”, ha spiegato Daniele Pasquini della Fondazione Giovanni Paolo II, promettendo che l’iniziativa verrà riprogrammata. Sul fronte politico, la questione carceraria ha acceso il dibattito nelle ultime settimane, con le richieste del presidente del Senato Ignazio La?Russa, che aveva avanzato l’ipotesi di un mini-indulto per il fine pena di certi reati, proposta però frenata dal governo. Poi è arrivato il monito del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, durante la visita al carcere di Rebibbia a Roma: “Va valorizzato il protagonismo degli istituti di pena per garantire prospettive, ripresa e rinascita”. Purtroppo, ha aggiunto, ci sono istituti che presentano “una condizione totalmente inaccettabile”. L’emergenza carceraria resta così una questione aperta, tra appelli di clemenza e ritardi nell’attuazione di misure urgenti. Intanto, la famiglia di Francesco Valeriano - il 45enne massacrato di botte a giugno e morto ieri a Tor Vergata - ha presentato una querela per lesioni contro ignoti, in attesa dell’autopsia. Un’altra ferita aperta per questa scia di morte nelle carceri che non si ferma. Turrini Vita: “Carceri stremate, servono amnistia e indulto” di Eleonora Martini Il Manifesto, 13 dicembre 2025 Anche il Garante nazionale dei detenuti chiede subito misure contro il sovraffollamento. “Se poi in Parlamento non si trova una maggioranza ad hoc per atti di clemenza, ci sono altri strumenti come la conversione ope legis di brevi periodi in libertà vigilata”. Quattro detenuti morti, di cui due suicida, nel giro di 24 ore sono un brutto inizio per il Giubileo dei detenuti, tanto che a Rebibbia una delle cerimonie previste è stata annullata. “È triste e spiacevole”, commenta Riccardo Turrini Vita, attuale presidente del Collegio nazionale dei Garanti dei diritti delle persone private di libertà. L’ex magistrato e dipendente del Dap ha però anche delle proposte, stavolta in sintonia con quel mondo che si occupa di carcere e che più volte lo ha criticato. Questa è la seconda intervista che concede alla stampa da quando, il 31 ottobre 2024, ha preso il posto del defunto Felice D’Ettore. Presidente, quale atto concreto può infondere speranza a un sistema penitenziario ormai affogato nell’illegalità? Come ha detto anche il Capo dello Stato, la situazione è particolarmente penosa. E richiede misure immediate di alleggerimento della pressione detentiva. Non solo per dare sollievo ai detenuti ma anche per mostrare che non va considerata definitiva e perenne l’esclusione di queste persone dalla società. Nella storia democratica della Repubblica sono stati fatti numerosissimi provvedimenti di amnistia e di indulto, anche dopo quella veramente improvvida previsione costituzionale che ha voluto gravare di una maggioranza esorbitante la possibilità di fare una legge di clemenza. Norma tanto più illogica, quanto poi invece basta una legge ordinaria per creare un reato ed aumentare la pena. Se poi non si potesse immaginare una maggioranza ad hoc, ci sono altri strumenti come la conversione ope legis di brevi periodi in libertà vigilata. Ha avuto modo di recapitare al ministro questa sua richiesta? Con il Collegio abbiamo depositato questa istanza in Parlamento, il luogo preposto. D’altronde, io parlo raramente con la stampa: vengo da una vita professionale che ha sempre guardato con una certa preoccupazione questo tipo di colloqui perché ho un pensiero articolato, che richiede spazio. E lo spirito aspro di contestazione mi è sempre stato estraneo. Però il punto è che a fronte di una giusta esigenza di tutela della collettività, e a fronte di una saggia determinazione di aumentare gli spazi detentivi, la Repubblica deve prendere l’unica posizione possibile. Non solo perché è Natale, ma perché assistiamo a limitazioni poco tollerabili. Nell’ultimo mese il numero di detenuti è però cresciuto di 11 unità al giorno. Con questo trend basta il Piano di edilizia? La valutazione del ricorso allo strumento penale, a cui peraltro nessuno Stato mai rinuncia, non spetta al Garante. Però non era mai successo prima che anche gli Istituti penali minorili soffrissero il sovraffollamento, mentre l’Istat registra la diminuzione dei crimini... È vero, abbiamo fortunatamente un minor numero di reati ma si sono aggravati i comportamenti criminali dei minori. Ad ogni modo, il Garante può solo avvertire che, se cambiano le leggi bisogna prendere misure conseguenti, altrimenti l’ordinamento va in violazione dei suoi stessi principi, delle leggi penitenziarie e degli accordi internazionali. In più, va tenuto conto del carico di lavoro che si riversa sulle procure, che devono scegliere le priorità. È questo peraltro l’argomento pratico di chi si oppone all’obbligo dell’azione penale. Come arginare l’epidemia di suicidi, 76 già quest’anno? Difficile trovare una generalizzazione scientifica data l’autonomia della volontà umana, ma di certo occorrono più operatori e agenti, per accompagnare le persone nei cambiamenti che le loro vite subiscono. È vero che il sovraffollamento non ha un rapporto eziologico col suicidio, ma la gran quantità di persone presenti riduce le possibilità di attenzione. C’è poi il grave problema della frammentazione dell’assistenza sanitaria. Non avete ancora presentato nemmeno una relazione al Parlamento; i vostri report mensili sono fermi a luglio e ad ogni ispezione sul vostro sito compaiono foto opportunity, il numero di chilometri percorsi ma nessun rapporto. Cosa risponde a chi vi critica per la scarsa incisività nella difesa dei diritti dei detenuti? La relazione al Parlamento sarà pronta a breve e non tutte le visite si concludono con un rapporto. Non è una novità, è accaduto anche con i precedenti collegi. Anche se, è vero, il modo di operare è cambiato perché oggi c’è una diversa disponibilità del tempo e abbiamo una grave mancanza di personale, anche specializzato. Infatti un avvocato difensore e alcuni esperti si sono dimessi in polemica con il Collegio... Sì, in modo assai poco elegante, ma stiamo provvedendo alle nuove nomine. Per anni si è proceduto con affidamenti diretti e spesso sulla base di rapporti che si riteneva dovessero essere non remunerati. Una cosa inaccettabile. Come Garanti siete presenti in tutti i processi per tortura? In linea generale interveniamo sempre come parte civile nei procedimenti per tortura. Se poi il reato viene derubricato, valutiamo caso per caso. In un’intervista a questo giornale il professor Serio ha criticato la frammentazione del vostro Collegio e il rischio che perda autonomia... Ci sono stati dei disallineamenti, e ci sono anche dei limiti soggettivi. Ma l’unica autorità che può parlare a nome del Garante ai sensi dell’art. 6 del Regolamento interno è il Presidente. Che valutazione dà della rete dei Garanti territoriali? In molti, anche di orientamenti politici diversi, lamentano lo scarso rapporto con il suo Collegio... La cosiddetta Conferenza è una libera associazione, non ha rilievo pubblicistico, non è un organo dello Stato né delle Regioni. Detto questo, ai primi di novembre abbiamo ricevuto il loro comitato direttivo e stiamo aspettando che ci scrivano per formalizzare le loro proposte. Vorremmo invitarli in primavera per uno scambio di opinione. E magari, visto che la legge ci concede il potere di delega, in alcuni casi potremmo stipulare un qualche accordo, anche bilaterale. Il “Canto di Natale” delle carceri italiane di Alessio Briguglio radioromasound.it, 13 dicembre 2025 Le notizie delle ultime ore sono di quelle che non dovrebbero mai diventare routine. Due detenuti morti a Rebibbia, una per overdose, l’altro dopo essere stato massacrato di botte nella sua cella e un terzo che si è tolto la vita nel carcere di Viterbo. Tre vite spezzate in un arco di tempo talmente ristretto da togliere il fiato. Tre storie che entrano nei notiziari come brevi di cronaca, quasi fossero fenomeni atmosferici inevitabili. Tre storie che entrano nei notiziari come brevi di cronaca, quasi fossero fenomeni atmosferici inevitabili. “È successo di nuovo”. Gli istituti penitenziari italiani non sono soltanto sovraffollati, aspetto che anche la più turpe vulgata sembra aver fatto proprio. Sono lo specchio di un’idea di giustizia rimasta ferma a uno stato primitivo, in cui la pena viene percepita ancora come vendetta pubblica, non come strumento di reinserimento sociale. Nonostante l’articolo 27 della Costituzione sia chiarissimo, “le pene devono tendere alla rieducazione del condannato”, la cultura collettiva ne ha introiettato solo la parte precedente secondo cui “la responsabilità penale è personale”. Il resto, salvo sporadici sussulti, è rimasto un po’ lettera morta. Si continua a pensare che il carcere debba punire, e punire duramente. Che debba togliere tutto, libertà, dignità, identità, come se l’umiliazione fosse un metodo e l’annientamento un diritto dello Stato. Casi particolarmente eclatanti a parte, la morte in cella non scuote come dovrebbe perché, in fondo, molti la considerano la naturale estensione della pena. Non viene percepita come un fallimento del sistema, ma come una sua (in)naturale prosecuzione. Gli episodi di queste ore non rappresentano anomalie. Sono pezzi di un mosaico ormai evidente, suicidi che si ripetono con frequenza allarmante, personale penitenziario allo stremo, detenuti senza accesso a cure mediche, psicologiche o percorsi trattamentali, celle che ospitano il doppio o il triplo delle persone per cui erano state progettate. Il ritratto caravaggesco e decadente di un sistema che implode, ma lo fa in silenzio, lontano dai nostri occhi, la conseguenza logica di una struttura che non è più nelle condizioni di rieducare e che, quindi, si riduce a contenere e umiliare. Il punto centrale, però, è semplice e bruciante. La dignità non può e non deve essere un premio, non è concessa solo a chi “se lo merita”. La dignità è il limite che una società si dà per restare civile, è il confine che separa lo Stato di diritto dalla brutalità. Eppure, nell’Italia del 2025, parlare di diritti dei detenuti è ancora un tabù, quasi un’offesa al pudore pubblico. Chi prova a farlo viene spesso zittito con un riflesso pavloviano “e la dignità delle vittime?”. Come se tutelare la dignità del detenuto significasse oltraggiare quella di chi ha subito il crimine. Come se l’umanità fosse una torta e che se ne dai una fetta a qualcuno, non potrai darla ad altri. Il solito asfissiante meccanismo emotivo che sposta il dibattito dal piano razionale a quello viscerale. E così il carcere resta un oggetto politico comodo, il luogo dove rinchiudere tutto ciò che non si vuole affrontare. La verità è che il carcere dice molto più di chi lo abita rispetto a chi lo guarda. Dice che Italia siamo. Che cultura della giustizia abbiamo. Che idea abbiamo del futuro degli altri e del nostro. In un Paese in cui la pena si traduce troppo spesso in abbandono, umiliazione e morte, la domanda da porsi è una sola: quanto è solida una democrazia che accetta la disumanizzazione come metodo? Ancora una donna morta in cella. Quando il carcere “cura” solo con pasticche di Marta Tonti huffingtonpost.it, 13 dicembre 2025 La morte di una donna avvenuta la notte scorsa presso la Casa Circondariale di Rebibbia interroga, ancora una volta, sulle criticità delle carceri italiane. La notte tra l’11 e il 12 dicembre è morta una donna detenuta nella Casa Circondariale di Rebibbia, a Roma. Sulle generalità e sulle dinamiche che hanno portato al decesso è ancora in corso un’indagine della Polizia Penitenziaria. Tra le ipotesi al vaglio c’è quella di un’overdose da psicofarmaci. Una vicenda che torna a supportare la tesi di un carcere che, come nel resoconto della testimonianza di B., ex detenuta a Rebibbia, “placa, addormenta e annienta, mentre lo Stato risparmia su tutto ciò che davvero servirebbe per curare, riabilitare, rieducare”. La notizia ha colpito anche ambienti fuori dal perimetro giudiziario: “Ho appreso della morte di una donna nel carcere di Rebibbia proprio mentre con diversi magistrati avevamo iniziato un convegno sulle carceri, abbiamo osservato un minuto di silenzio anche per una riflessione; questa è una notizia veramente triste che ci porta però ancora una volta a verificare qual è lo stato di disagio, sofferenza, mancanza di dignità in cui vivono i detenuti”, ha commentato il vescovo Domenico Fisichella. Si ripropone ancora una volta il dibattito sulle strutture detentive e sul sistema carcerario tout court che più generalmente seda il disagio piuttosto che ascoltarlo. La morte di questa donna rappresenta non solo una tragedia individuale, ma anche un indicatore sistemico. Come si rieduca una donna in un’istituzione che non è stata strutturata e progettata per lei? Non si può “rieducare” dove non si cura. Non si può reinserire dove non si vive. Finché non si lavorerà in tal senso, o almeno i virtuosismi non si espandano a macchia d’olio, il carcere femminile continuerà a restare prevalentemente un territorio dimenticato, dove il disagio psichico si cronicizza e, ancora, dove la vita resta sospesa: “Le mura sono grigie. Il grigio aumenta la depressione, e la depressione aumenta il consumo di psicofarmaci”, prosegue B., definendo questo sistema un vero e proprio pericoloso “circolo vizioso”. Anche la Garante dei diritti delle persone private della libertà del Comune di Roma, Valentina Calderone ha commentato la vicenda con un post sui social: “Dentro al carcere si sta male, si ha freddo, ci si ammala, si prendono provvedimenti disciplinari per essere andate a fare la doccia a un piano diverso dal tuo perché al tuo manca l’acqua calda. Io le vorrei proprio urlare le cose che vedo e sento dentro” Sulle carceri chiacchiere natalizie a destra di Paolo Barbieri terzogiornale.it, 13 dicembre 2025 Il presidente del Senato, La Russa, ha parlato di un indulto, sia pure limitato, ma i suoi non ci stanno. Intanto, la situazione dei detenuti è sempre più drammatica. Non è molto probabile che Ignazio La Russa voglia passare alla storia come un illuminato “progressista”, ma sul tema del sovraffollamento carcerario ha oggettivamente incrinato il cupo unanimismo forcaiolo della maggioranza di destra-centro (che si trasforma, in genere, nel suo contrario ipergarantista solo quando si parla di “colletti bianchi”). Certo, a voler pensare male secondo l’antica massima andreottiana, il tema potrebbe suggerire l’ambizione di ricalcare le orme degli ultimi presidenti della Repubblica, Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella, con la speranza di ereditarne la dorata residenza. Eppure, vale la pena di registrare che l’attivismo della seconda carica dello Stato ha smosso le acque su una situazione che, in questa legislatura, è tornata ad aggravarsi pesantemente, e ha costretto in più di un’occasione esponenti di governo a rintuzzare pubblicamente le sue esternazioni. I dati ufficiali - Secondo le statistiche aggiornate al 30 novembre scorso dal ministero della Giustizia, i posti regolamentari nel complesso dei 189 istituti carcerari italiani sono 51.275, mentre i detenuti effettivi sono 63.868 (poco meno di un terzo sono stranieri), 375 in più solo nell’ultimo mese. L’occupazione reale è quindi al 124,56%, senza calcolare situazioni di inagibilità provvisoria (come nel caso di lavori in corso) che in qualche caso inaspriscono i dati reali del sovraffollamento. Secondo il più recente rapporto dell’associazione Antigone, la popolazione carceraria “sta crescendo di un nuovo carcere ogni due mesi”. Un dato cui potrebbe non essere estranea la tendenza del governo Meloni a privilegiare la strada della repressione penale contro devianza, marginalità e anche conflitti sociali e politici. Nello stesso rapporto, si legge che al 31 dicembre del 2024 “delle 46.232 persone in carcere con una condanna definitiva, la maggior parte (51,2%), aveva meno di tre anni da scontare, una soglia di pena che, in astratto, consentirebbe per moltissimi di loro l’accesso a una misura alternativa alla detenzione”. Tra gli indicatori della condizione reale delle “patrie galere” c’è, come sempre, anche il dato dei suicidi: 74 nel momento in cui scriviamo, nel corso del 2025. Il 2022 e il 2024 hanno fatto segnare il tasso di suicidi più alto: 15,4 ogni diecimila detenuti, calato a 12 nel 2023, risalito a 14,8 nel 2024, anno che detiene il primato in termini assoluti, con 91 persone che si sono tolte la vita. La rieducazione contrastata - Antigone, in un recente intervento sul “manifesto” del suo presidente, Patrizio Gonnella, denuncia anche, come causa di degrado e di condizioni disumane di vita, “un modello di pena premoderno che nega ai detenuti la socialità, riduce al minimo le relazioni affettive, disincentiva la cooperazione del mondo libero”. Non è un caso, probabilmente, che si sia accesa una polemica su una recente circolare del Dap, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, finalizzata ad accentrare il controllo sulle attività culturali, sportive e ricreative organizzate negli istituti dalle organizzazioni del terzo settore. Indirizzo poi parzialmente corretto da una seconda circolare che cancella il termine “autorizzazione” e assegna al Dap la responsabilità di concedere un “nulla osta” di compatibilità con le esigenze organizzative e di sicurezza. Ancor meno casuale appare il richiamo di Mattarella che, nel corso di una sua recente visita nel carcere romano di Rebibbia, ha chiesto di valorizzare “il dinamico protagonismo dei singoli istituti penitenziari”, in pratica l’opposto della fredda procedura di “autorizzazione” ministeriale centralizzata immaginata nella vecchia circolare del Dap. E ha ricordato il cinquantesimo anniversario del varo dell’ordinamento penitenziario italiano, “una svolta”, ha spiegato, “con il rifiuto e il divieto di trattamenti contrari al senso di umanità; con la riaffermazione, ben costruita e ben disposta e raffigurata, obbligatoria, del fine rieducativo della pena; e anche del progetto e della missione degli istituti di costituire, prevedendole, opportunità di socializzazione”. Per Mattarella è “totalmente inaccettabile” la condizione di quegli istituti che non svolgono attività di questo genere. Il governo resta impermeabile - Senza voler mettere in discussione la presenza di sensibilità spiccate, sul tema della condizione carceraria, anche all’interno di qualche forza di opposizione, non si può fare a meno di notare come il dibattito di queste settimane sia rimasto quasi confinato all’area delle destre, anzi per certi versi interno a Fratelli d’Italia. Sono due gli episodi principali che si possono citare, entrambi nati da dichiarazioni di La Russa, uno dei pochi, fra gli esponenti del suo partito e della coalizione governativa, a non avere bisogno, per la sua storia personale e per la posizione istituzionale ricoperta attualmente, di chiedere il permesso ai vertici di partito e coalizione prima di parlare. In un primo caso ha chiesto un “mini-mini-indultino” di Natale per mandare a casa i detenuti a fine pena, ai quali manchino pochi mesi, ma il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro, ha bocciato l’idea: “Non siamo d’accordo né come governo né personalmente”; mentre quello alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, ha tagliato corto spiegando che il governo sta “lavorando in modo intenso perché - da qui a due anni, ma i primi risultati già ci sono - si affronti la questione del sovraffollamento carcerario”, senza per la verità precisare di quali “primi risultati” si tratti, alla luce dei dati diffusi dallo stesso governo. Entrambi esponenti, va sottolineato, di Fratelli d’Italia. Poi il presidente del Senato, che pure aveva precisato di non voler “sottovalutare” l’impegno del governo per l’aumento dei posti nelle carceri, è ritornato alla carica. “Ogni volta che parlo dei detenuti prendo uno schiaffo in faccia ma non metto la testa sotto la sabbia”, ha rivendicato, rilanciando con due nuove idee: “Allarghiamo le regole per i domiciliari, aumentiamo con i magistrati onorari gli organici dei giudici di sorveglianza, anche con norme temporanee”. Ma il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha chiuso anche questa strada e ha spiegato di preferire “evitare si entri in prigione prima del processo, quando si è presunti innocenti, più che liberarli, sia pure per indulgenza, dopo la condanna quando si è colpevoli conclamati”. Frattura? Scontro? Macché. Del resto, è stato lo stesso La Russa a ribadire (ma parlando di un tema differente, quello delle crepe nella maggioranza sulle forniture di armi all’Ucraina) la ricetta vincente della coalizione Fratelli d’Italia-Forza Italia-Lega: “Anche quando le dichiarazioni pubbliche appaiono non identiche il rapporto personale, nel centrodestra, consente di trovare soluzioni”, quindi le differenze “non costituiscono una difficoltà reale alla unità del centrodestra e alla linea politica di questo governo”. Insomma, la sensazione è che di questa nuova, improvvisa fiammata del dibattito politico su un tema così delicato non se ne farà nulla. “Fede, libertà e futuro: ecco i sogni di noi detenuti” di Giorgio Paolucci Avvenire, 13 dicembre 2025 Domenica il Giubileo dei detenuti, abbiamo raccolto le loro voci. In vista del Giubileo dei detenuti che verrà celebrato domenica 14 dicembre, che porterà a Roma seimila pellegrini e che avrà il suo culmine nella Messa presieduta alle 10 da Leone XIV nella Basilica di San Pietro, molti messaggi sono arrivati alla redazione di Avvenire. Vengono sia da parte di chi potrà recarsi nell’Urbe, sia da quanti, pur dovendo restare in carcere, hanno voluto testimoniare come stanno vivendo questo “tempo forte”. Alcuni nomi delle testimonianze che seguono sono di fantasia. Sul sito www.avvenire.it in questi giorni continueremo la pubblicazione dei loro messaggi, che restituiscono uno spaccato significativo e sorprendente dell’umanità che vibra in quei luoghi. Dietro le sbarre ho scoperto la libertà Intendo sfruttare questa occasione per portare la testimonianza di quanto sia opprimente l’idea di essere carcerato. Ho bisogno di rompere queste catene che mi tengono dentro, di essere salvato, ma mi rendo conto che non è il “fine pena” che può salvarmi e liberarmi, ma la mia conversione, ovvero la diversa visione dell’idea di prigione. Tutto conduce al bene, tutto volge al bene e da questo voglio partire per poter vivere con gli occhi sgranati di un bambino questo grande paradosso: la libertà nello stato di prigioniero. Da questa idea nasce la mia speranza che mi porta a dipendere da Dio. Il legame con Dio è l’unico che non delude mai, perché non avrà una fine. Questa conversione donatami, senza meritarla, trasforma il carcere in casa e il carcerato in uomo libero, perché nessuno mi potrà togliere l’unica cosa da cui voglio dipendere. Io, che non ho neanche la possibilità di recarmi a Roma per partecipare a questo evento, ho scoperto la libertà che da libero non conoscevo. Il Giubileo dei detenuti è per me occasione di donare la mia testimonianza di felicità, non meritata, per la quale io come Maria ho solamente detto “sì”. M., Sulmona Quella carezza di Dio quando volevo farla finita Fino a tre anni fa non credevo, il cambiamento che ho avuto è grazie alla fede. Quando ero nel momento più buio e vedevo come unica soluzione la morte, Dio si è manifestato attraverso dei segni: il primo è stato quando non avevo più nessuno e avevo toccato il fondo, stavo sempre chiuso in cella, e una farfallina si è posata sulla mia gamba, io l’ho presa e l’ho liberata fuori dalla finestra. In quel momento ho sentito che Dio voleva liberarmi dalla sofferenza che avevo dentro e dalla solitudine. Ho cominciato ad incontrare persone che mi volevano bene (la criminologa, l’educatrice, il direttore, le suore di Madre Teresa, il cappellano, i volontari) ed è iniziato un percorso con alti e bassi, fra cui anche un tentativo di suicidio. Dio ha avuto pazienza e mi ha mandato un angelo: ho conosciuto la storia di Eva, una ragazzina malata fin dalla nascita, apparentemente rinchiusa nel suo corpo, ma che spiritualmente aiuta tante persone. Nel momento in cui stavo per perdere la vita con il suicidio ho sentito la carezza di Dio su di me attraverso la mano di Eva. Ho ricominciato a vivere. Oggi vivo appieno la fede, anche se ho tanti problemi sono libero dentro. D., Bologna Il messaggio del Giubileo? Io non sono un “errore” Nelle carceri ci sono suore e don che stanno vicino a ognuno di noi, io le chiamo “anime belle”. Ti aiutano ad affrontare quel percorso senza rischiare di perderti nel nulla, persone che guardano oltre il perché tu sia lì. Questo è per me il significato del Giubileo: poter aggiungere un tassello di speranza che non mi faccia sentire solo un “errore” e provare la gioia nel sentire che c’è chi lascia una porta aperta per te, una seconda possibilità per dimostrare che non si è solo detenuti ma persone, con sentimenti, con vite più o meno belle, ma pur sempre vite. Quando sono uscita per andare in misura alternativa, ho provato la vergogna, pensavo “non esco perché se mi vedono chissà cosa penseranno di me”. Ma con l’aiuto della famiglia, di amici e di una suora che per me è stata un faro - e lo è ancora - ho ritrovato la forza. Ecco cos’è il Giubileo: un faro di persone che vanno oltre i pregiudizi e che hanno la forza di vedere con altri occhi persone che non sono solo uno sbaglio. Il viaggio a Roma può esser l’inizio della speranza. A., Bergamo Ergastolano e pellegrino in cerca di perdono Sono ergastolano, dopo qualche anno di carcere sono pronto a iniziare un nuovo percorso all’esterno del penitenziario con un lavoro e nuove opportunità. Mi piace pensare che ho anche una data di inizio per questo: proprio il 14 dicembre 2025, l’anno zero, quando sarò presente in San Pietro in occasione del Giubileo su invito dei volontari di Incontro e Presenza. Arriva in un periodo segnato da profonda riflessione e dal desiderio di compiere un atto concreto di ricerca interiore e riconciliazione. Sarò un pellegrino in cerca di perdono che ha sete di conoscenza, trasformando il passato in una lezione e il futuro in una promessa. Claudio Lamponi, Opera (Milano) Vogliamo rialzarci, ricordatevi di noi La decisione di partecipare al Giubileo nasce dalla proposta fatta dal cappellano: è per me una gratificazione profonda e la conferma che il percorso che sto compiendo è positivo e viene riconosciuto. Non sono mai stato un cattolico praticante, ma questa esperienza potrà offrirmi un motivo in più per avvicinarmi a Dio e rafforzare il mio rapporto con la fede. Vado a Roma con la speranza che questo incontro possa essere l’inizio di un cammino spirituale più profondo e consapevole. Il Giubileo rappresenta per me una speranza, ma anche un’occasione per ricordare a tutti la nostra condizione, non solo durante eventi come questo. Ci sono molte persone che desiderano rialzarsi, ma spesso mancano gli strumenti necessari per farlo. Il Giubileo è un simbolo di rinascita possibile e un messaggio di apertura verso chi cerca una seconda possibilità. Vincenzo C., Augusta Fra carcere e territorio, ponti per dare futuro Il più grande miracolo è il cambiamento di un cuore che si apre all’amore di Dio. Può avvenire anche all’interno di un carcere addolcendo questo tempo di sofferenza con la gioia e la pace riconciliata con Dio che bussa alla nostra porta e attende con pazienza che noi gli apriamo. Questo è il momento più importante della vita perché dalla tua decisione potrebbe iniziare un nuovo cammino nella luce della speranza. Parlare di verità e libertà soprattutto con coloro che operano nelle carceri - cappellani, volontari e operatori - ha il sapore di una parola che riempie i cuori dei molti ristretti che hanno perso momentaneamente la loro libertà personale. Ma cosa significano le parole libertà e verità? Entrare silenziosamente nel proprio cuore per ripercorrere il vissuto e scoprire limiti e fragilità che hanno rubato dal cuore dell’uomo sia la libertà sia la verità. È difficile immaginare un mondo complicato come quello carcerario che non vedi e quindi non conosci, quindi è essenziale creare dei ponti tra carceri e territorio, unica strada per dare speranza e futuro a coloro che sono stati marchiati. Si deve coinvolgere e sensibilizzare l’opinione pubblica, le nostre comunità, la politica ad essere di aiuto verso coloro che sono privati della libertà personale. Il frutto di questo lavoro vuole essere donato nelle mani degli uomini liberi per insegnare a non puntare mai il dito sull’altro giudicandolo e condannandolo, lasciandoci guidare invece dalla parola di Chi è il nostro “avvocato” e usa per noi misericordia, amore e perdono. Questo avviene anche attraverso l’aiuto di molti credenti che entrando nelle carceri si mettono in ascolto delle sofferenze, stringendo rapporti di amicizia e indicando cammini nuovi. Papa Francesco disse: “Nessuno di voi si chiuda nel passato, la storia passata non potrà essere riscritta, ma quella che inizia oggi e che guarda al futuro è tutta da scrivere con la grazia di Dio e la vostra personale responsabilità”. Con la forza della speranza nel cuore siamo chiamati tutti a non arrenderci, ma a sanare le nostre ferite e a camminare con un cuore nuovo verso un futuro di vera libertà. Livio Demuri, Cagliari Gli agenti penitenziari: noi, testimoni di un’umanità bisognosa di speranza di Vincenzo R. Spagnolo Avvenire, 13 dicembre 2025 Per il Giubileo dei detenuti, parla della loro situazione Giovanni Battista de Blasis, segretario generale aggiunto del Sappe, sindacato degli agenti penitenziari, “Siamo ben consapevoli della vicinanza della Chiesa al mondo delle carceri e, per certi versi, anche alla Polizia Penitenziaria. Non è un caso che, in quasi tutti gli istituti, il cappellano sia un costante e prezioso punto di riferimento anche per noi poliziotti penitenziari”. Classe 1958, da una vita nella Polizia penitenziaria, Giovanni Battista de Blasis è il segretario generale aggiunto del Sappe, il sindacato più rappresentativo degli agenti penitenziari, col 27% degli iscritti su un totale di 37mila agenti e funzionari in servizio. Una componente importante di quel complesso mondo delimitato da sbarre e alti muri di recinzione. Un perimetro all’interno del quale le modalità di espiazione della pena, secondo la Costituzione, dovrebbero tendere alla rieducazione del condannato. Ma quell’obiettivo, additato dai padri costituenti nell’articolo 27 della Carta, nella pratica troppo spesso è reso arduo o perfino impossibile dalle effettive condizioni di detenzione, con spazi ristretti e difficoltà di ogni genere. In alcune carceri, ha ribadito nei giorni scorsi il capo dello Stato Sergio Mattarella, “le condizioni sono del tutto inaccettabili”. Voi agenti penitenziari, segretario de Blasis, come state vivendo questa fase complessa e problematica negli istituti? “Abbiamo ascoltato il nuovo appello del presidente della Repubblica, che ringraziamo sempre per la sua attenzione al nostro mondo. E non abbiamo mai dimenticato quelli, altrettanto accorati, lanciati nel corso degli anni da papa Woytila, papa Ratzinger, papa Francesco. E confidiamo, adesso, nelle preghiere di papa Leone XIV. Questo è, dunque, il momento giusto per polarizzare l’attenzione di tutti sulla triste situazione in cui versano i penitenziari italiani”. Le cifre del sovraffollamento sono ormai a livelli preoccupanti. Lei cosa ne pensa? “Purtroppo, la situazione generale è, come ho detto, triste. Bastano alcuni numeri a sintetizzarla: 63mila detenuti ristretti, nel vero senso della parola, in poco più di 45mila posti effettivi. E poi 37mila poliziotti penitenziari costretti a fare il lavoro dei 42mila che sarebbero previsti in condizioni normali. E, come se questo già non bastasse, bisogna fare i conti con la profonda crisi della sanità penitenziaria, che non è in grado di garantire ai detenuti il diritto costituzionale alla salute. Per non parlare, poi, della scellerata chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari, i cosiddetti Opg, non adeguatamente sostituita dalle residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza, le Rems. Una decisione che ha riversato nelle carceri più di mille persone con disturbi psichiatrici o affette da malattie mentali. Tutto questo ha ridotto le carceri nello stato che tutti conosciamo, con l’aggravante in alcuni casi del degrado e della fatiscenza delle strutture”. Condizioni di sofferenza che alimentano il malessere generale che si respira dietro le sbarre. Quest’anno sono purtroppo già 72 i reclusi che si sono tolti la vita in un momento di disperazione... “Già. E l’anno scorso abbiamo assistito impotenti al suicidio di oltre 90 detenuti, un numero mai raggiunto nella storia. E fa rabbrividire anche il numero dei suicidi di poliziotti penitenziari: più di cento negli ultimi vent’anni. Un dato di gran lunga superiore alla media della società civile e maggiore anche di quelli delle altre forze dell’ordine”. Una situazione, par di capire, che non vi lascia affatto tranquilli... “Le dico questo: in un contesto del genere, abbiamo davvero un disperato bisogno della vicinanza della Chiesa. E il Giubileo, in particolare, è un’occasione straordinaria per ottenere l’attenzione della gente comune sul carcere, laddove vivono essere umani che stanno pagando un debito con la società e che non possono e non devono essere sottoposti a pene aggiuntive rispetto alla condanna subita. Senza dimenticare il fatto che, insieme a loro, ci sono i poliziotti penitenziari, che convivono nelle stesse mura e condividono le stesse sofferenze, senza però aver commesso alcun reato”. Quali riflessioni le suggerisce l’evento giubilare, rispetto all’universo carcerario? “In una lettera di san Paolo agli Ebrei è scritto: “Ricordatevi dei carcerati, come se foste loro compagni di carcere”. Ecco, io ritengo che per la pastorale penitenziaria questo versetto sia importante. Lo è perché non parla solo di fare visita a chi è in carcere, ma di condividere interiormente la condizione dei detenuti. E, perciò, si chiede alla comunità cristiana non solo di non dimenticare il carcere, ma di “ricordarsene”, di tenerlo fisso nella memoria, nella preghiera e in tutto ciò che si può fare per aiutare chi vi è recluso e chi ci lavora”. Il Guardasigilli Carlo Nordio ha in programma interventi per alleggerire il sovraffollamento: dal ricorso alle pene alternative all’assegnazione dei detenuti dipendenti da droghe alle comunità di recupero. Basteranno? “Attendiamo con fiducia, vedremo. In generale, abbiamo bisogno di aiuto per le carceri, per i carcerati e anche per i poliziotti penitenziari e per tutte le altre categorie di operatori che ci lavorano. Il grado di civiltà di un Paese si misura osservando la condizione delle sue carceri, diceva qualcuno. Un ammonimento che non dovremmo mai dimenticare”. Giustizia, ad Atreju è scontro sulla riforma di Irene Famà La Stampa, 13 dicembre 2025 Il presidente Anm Parodi: “Le colpe di Palamara non possono ricadere su tutta la magistratura. Fatemi i nomi e i cognomi di chi sbaglia”. La maggioranza: “Non volete perdere il potere”. Le colpe di Palamara non ricadano sui magistrati. Quelli giovani e quelli di lunga data che hanno sempre tenuto un atteggiamento irreprensibile. Il presidente dell’Associazione nazionale magistrati Cesare Parodi ha pochi dubbi: “Se quello scandalo non ci fosse stato, questa riforma non sarebbe stata proposta. O perlomeno sarebbe stata differente”. Poi sottolinea: “È una riflessione personale”. Ma una cosa è certa: chi è sul palco di Atreju a difendere la riforma costituzionale della Giustizia, tira in ballo in continuazione il caso che ha travolto palazzo Bachelet. Nell’arena di Fratelli d’Italia, Parodi ha un unico alleato, il deputato M5s Alfonso Colucci. Gli altri, pubblico compreso, la riforma la vogliono. Eccome se la vogliono. “Credo di dover difendere l’indipendenza della magistratura. Un principio che non è né di destra né di sinistra, non ha connotazione ideologica”, dice il presidente dell’Anm. La sala rumoreggia. Lui, battagliero come lo si è visto poche volte, prosegue imperterrito: “Serve una riforma che risolva i problemi della giustizia. Di certo la separazione delle carriere non è l’obiettivo di questo provvedimento”. La prima ad incalzarlo è Simonetta Matone, magistrata e deputata della Lega. “Dopo lo scandalo Palamara, si sarebbe dovuto sciogliere il Consiglio superiore della magistratura. Ma non è stato fatto”, dice. “Nessuno vuole sottoporre la magistratura all’esecutivo: trovatemi la norma o non siete credibili”. Poi interviene il giornalista Alessandro Sallusti (autore del libro sullo scandalo del Csm proprio con Palamara) che ribadisce che è vero, “questa è una riforma a metà, ma meglio a metà che nulla”. Lo scandalo Palamara è lì, sullo sfondo. E racconta delle correnti del Csm come fortificazioni di potere che gestiscono nomine e carriere. “Vi siete mai chiesti chi ha subito il maggior danno da quella vicenda?”, chiede Parodi. “Il paese”, replica pronto Sallusti. “Certo, il paese. Ma non solo”, ribatte il presidente dell’Anm. E prosegue: “Lei crede che noi siamo stati contenti di quanto accaduto? Che quel gruppo di persone ci rappresenti?”. Il giornalista è costretto ad ammettere: “La casta rappresenta la casta”. Parodi coglie l’occasione: “E vogliamo eliminare un sistema per una casta che ha sbagliato? I magistrati italiani non se lo meritano”. Si parla del sorteggio dei membri del Csm, una delle questioni chiave della riforma. “Mi dovete spiegare perché va bene per la composizione delle Corti d’Assise, dove si dà l’ergastolo, e non per l’Alta Corte di giustizia”, tuona Matone. Parodi impassibile: “La Corte d’Assise è un organo giurisdizionale chiamato a decidere su singole vicende, il Csm è un organo di amministrazione”. Poi si torna a parlare dei magistrati che sbagliano “senza conseguenze”. Perché, sostiene Galeazzo Binami, capogruppo di FdI alla Camera, “chi sbaglia nella destra paga”. A rincarare la dose Sallusti: “Comandano le correnti. È ancora così”. Parodi, l’ha detto più volte, degli slogan è stufo. E così reagisce: “Mi faccia i nomi e i cognomi. Faremo indagini e li cacceremo dalla magistratura. Non è una provocazione, è nel nostro interesse”. Di nomi e cognomi, almeno per ora, non ne arrivano. La discussione prosegue serrata sugli errori giudiziari e non solo. Poi il tempo è sovrano e si passa al prossimo panel. Applausi per tutti. Parodi ironizza: “Persino per me”. “La riforma della giustizia è nel solco dei costituenti. Anm, Pd e Gratteri smemorati”. Parla Mulè di Ermes Antonucci Il Foglio, 13 dicembre 2025 Intervista al vicepresidente della Camera e responsabile di Forza Italia della campagna per il Sì al referendum: “La subordinazione del pm all’esecutivo esiste soltanto nella mente deviata di chi non ha ragioni, quella del gip al pm è un dato di fatto. Con la separazione delle carriere diminuiranno i casi di ingiusta detenzione”. “La riforma della giustizia non appartiene a una parte politica, ma è una riforma di civiltà che va esattamente nel solco della Costituzione. Alla congregazione degli smemorati, che va dal Pd all’Anm, passando per magistrati di primo piano come Gratteri, suggerirei un ripasso degli atti e dei lavori preparatori dell’Assemblea costituente perché lì c’è il seme di ciò che è previsto nella riforma di oggi: i giudici emettono le sentenze in nome del popolo italiano che - cito la Costituente - è il mandante della magistratura. E la precondizione è che i giudici siano autonomi, indipendenti e imparziali. Da qui l’articolo 104 della Costituzione, che non viene neanche sfiorato dalla riforma. Anzi si dà finalmente piena attuazione al principio di terzietà del giudice”. Lo dice al Foglio Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera e responsabile della campagna referendaria di Forza Italia per il Sì al referendum sulla riforma costituzionale della giustizia. La campagna azzurra comincerà proprio oggi con un evento a Palermo. Prevista la partecipazione, oltre a Mulè, di Tommaso Calderone (deputato FI), Francesco Greco (presidente del Consiglio nazionale forense), Sebastiano Neri (già presidente della Corte d’appello di Messina), Francesca Scopelliti e Bartolomeo Romano (presidente e vicepresidente del comitato “Cittadini per il Sì”). Mulè, vi accusano di voler ridurre l’indipendenza delle toghe. “Neanche il mago Otelma o il mago Do Nascimento sarebbero capaci di tirar fuori questo argomento, che non poggia su alcun dato empirico. L’articolo 104 rimane intonso. I detrattori si affidano alla divinazione per ipotizzare uno scenario che loro pensano possa realizzarsi ma che non è reale, è immaginifico. E’ la mossa disperata di un fronte che non ha ragioni concrete per contestare la riforma”, risponde Mulè. L’altra accusa che vi viene rivolta è di strumentalizzare i casi di errori giudiziari e di ingiuste detenzioni, che - sostengono l’Anm e gli altri oppositori della riforma - non diminuiranno grazie alla riforma. “Invece è proprio così. Con la separazione delle carriere tra pm e giudici vedremo diminuire i casi di ingiusta detenzione”, replica Mulè. “Mentre la subordinazione del pm all’esecutivo esiste soltanto nella mente deviata di chi non ha ragioni, l’assoggettamento del gip al pm è un dato di fatto. Non serve scomodare Di Pietro, che ha detto di sapere bene cosa significa avere un gip assoggettato ai pm, riferendosi alla sua esperienza di magistrato all’epoca di Mani Pulite. Basta guardare i numeri (i gip accolgono il 94 per cento delle richieste dei pm di procedere a intercettazioni telefoniche o ambientali, e il 99 per cento delle richieste di proroga di intercettazioni) per avere evidenza del fatto che durante le indagini preliminari il giudice non si sente libero. C’è un assoggettamento psicologico e reale dovuto al fatto che la progressione di carriera del giudice dipende dalle valutazioni che riceve proprio dai pm al Csm. Soltanto con una separazione netta delle carriere, e delle formazioni, quel giudice potrà finalmente giudicare in maniera libera. E si avranno meno casi di ingiusta detenzione”. Il sorteggio dei due futuri Csm toglie dignità ai magistrati? “Il sistema è degenerato proprio perché il Csm viene erroneamente percepito da molti come un organo di rappresentanza politica dei magistrati. L’unico mezzo possibile per superare questo circolo vizioso è il sorteggio, che spezza il rapporto insano tra magistrati e correnti, e in questo modo anche il mercimonio degli incarichi che avviene all’interno del Csm”, spiega il vicepresidente della Camera. “Ogni giorno i magistrati assumono decisioni delicatissime, come arresti, sequestri, misure di prevenzione, condanne fino all’ergastolo. Perché, se sorteggiati al Csm, non sarebbero competenti per decidere su trasferimenti e promozioni dei loro colleghi? La verità è che le correnti considerano inidonei i togati che non rispondono ai loro input”. Come si svilupperà la vostra campagna referendaria, a partire da Palermo? “Da gennaio faremo in ogni provincia almeno tre eventi dedicati al Sì, allestiremo contemporaneamente oltre 500 gazebo in tutta Italia, stiamo preparando dei vademecum sui contenuti della riforma. Il 24 gennaio, a ridosso della discesa in campo di Silvio Berlusconi nel 1994, celebreremo a Roma una grande giornata legata alla giustizia. Ci impegneremo molto a livello locale e ovviamente su tutte le piattaforme social. Il nostro primo obiettivo è portare quanta più gente possibile a votare, non nel nome di Forza Italia, ma nel nome di una giustizia giusta”, conclude Mulè. Così la “legge omertà sulle serie tv vuole oscurare Gomorra di Roberto Saviano Corriere della Sera, 13 dicembre 2025 C’è una teoria rozza, antica e sempre pronta a riemergere quando la politica smette di comprendere la realtà: raccontare equivale a promuovere il male. È una teoria volgare perché confonde la descrizione con l’adesione, lo sguardo con la complicità, la narrazione con la propaganda. È su questa base che nasce la proposta di legge presentata da Maria Carolina Varchi, deputata di Fratelli d’Italia. La proposta di legge prevede l’estensione dell’articolo 416 bis introducendo il reato di “apologia e istigazione” dei comportamenti mafiosi. La norma punirebbe con 6 mesi/3 anni di carcere e multe fino a 10 mila euro chiunque, anche attraverso opere artistiche, media, musica o social, rappresenti o “esalti” la criminalità organizzata. Le pene sarebbero aggravate se il contenuto fosse diffuso tramite stampa o strumenti digitali. Di fatto, la legge esporrebbe fiction, libri, canzoni, post online al rischio di sanzioni penali e il confine tra racconto, analisi e apologia resterebbe vago e discrezionale. Una proposta che va chiamata con il suo vero nome: legge Omertà, e non perché protegga il silenzio mafioso in modo diretto, ma perché trasforma il racconto del crimine in un sospetto penale senza intaccare il potere criminale, colpendo invece chi lo osserva, chi lo racconta, chi lo rende intelligibile. Inserire nell’articolo 416 bis il reato di “apologia” esteso alla rappresentazione culturale significa produrre un effetto devastante: impedire di parlare del male se non nei linguaggi autorizzati dal potere. Secondo questa logica, della criminalità organizzata possono occuparsi solo i tribunali, solo le sentenze, solo i giudici e magari qualche politico, che scriverà un libro in cui pretende di spiegarci cosa sia, per fare un esempio a caso, la mafia nigeriana. Tutto il resto - arte, letteratura, cinema, musica - diventa una zona grigia, potenzialmente criminale. Non serve particolare acume per capire che si tratta di una forma di gravissima censura mascherata da tutela morale e la storia ci viene in soccorso per mostrarci quanto questo meccanismo sia stato già ampiamente adoperato. Nell’Ottocento, Gustave Flaubert fu processato per Madame Bovary: accusato di diffondere l’immoralità perché aveva osato raccontare l’adulterio senza condannarlo apertamente. Il processo a Madame Bovary nel 1857 è uno snodo fondamentale e la difesa di Flaubert fu netta: rappresentare non significa glorificare. Anzi, l’opera mostra la rovina morale e materiale di Emma Bovary, ma senza sermoni, senza giudizi esterni. Proprio questa assenza di moralismo fu ritenuta scandalosa: il lettore doveva essere guidato, non lasciato libero di comprendere. Lo stesso schema si ripete con il naturalismo e il verismo. Émile Zola fu attaccato per aver reso “affascinante” la miseria, la prostituzione, l’alcolismo. L’Assommoir venne accusato di trasformare il degrado in spettacolo. In realtà, Zola faceva esattamente l’opposto: mostrava come la miseria distrugge i corpi, le famiglie, i destini. Ma lo faceva dall’interno, senza edulcorare, senza filtri morali. Ed è questo che spaventava: non il fascino, ma l’accessibilità. Anche Victor Hugo, con I miserabili, fu accusato di nobilitare criminali e reietti. Jean Valjean, un ex forzato, diventa un uomo giusto: per molti questo era intollerabile perché significava ammettere che il male non è una categoria ontologica, ma una condizione storica, sociale, umana, e che comprenderla significa mettere in discussione l’ordine che la produce. E Oscar Wilde finì in prigione dopo che Il ritratto di Dorian Gray venne bollato come opera corruttrice: non perché spingesse al vizio, ma perché osava mostrarne il fascino, la seduzione, la decomposizione morale. Wilde lo scrisse con chiarezza: “Non esistono libri morali o immorali. Esistono libri scritti bene o scritti male”. Ma il potere non sopporta ciò che non controlla, soprattutto quando illumina le sue ipocrisie. La legge Omertà si iscrive in questa tradizione: usare la morale come clava, fingere di combattere il male mentre si colpisce la sua rappresentazione. Ma c’è un punto che questa proposta finge di non capire, o che sceglie deliberatamente di ignorare: raccontare il male non significa sostenerlo. Aristotele, nella Poetica, spiega che la rappresentazione del tragico serve alla catarsi: comprendere la paura e la pietà, attraversarle per non esserne dominati. Il male narrato non è un modello da imitare, ma un’esperienza da comprendere. Da sempre la letteratura esplora il fascino del male non per celebrarlo, ma per smontarlo, per mostrarne il prezzo, il vuoto, la distruzione che porta con sé. Ma l’omertà porta con sé conseguenze disastrose per la collettività perché, come ha sostenuto James Hillman, il male che non viene compreso non scompare, ma ritorna sotto forma di sintomo. È una tesi che attraversa molti suoi libri, in particolare Cento anni di psicoterapia e il mondo va sempre peggio e Il codice dell’anima: carattere, vocazione, destino: ciò che viene rimosso, moralizzato o ridotto a mostruosità esterna non viene elaborato psichicamente e quindi si ripresenta, deformato e più violento. Per Hillman il punto non è capire “perché esiste il male”, ma che cosa ci dice, che funzione svolge nella psiche individuale e collettiva. Non comprenderlo significa condannarsi a subirlo. Questa linea di pensiero trova una formulazione limpida in Hannah Arendt quando afferma: “Comprendere non significa giustificare” (“Understanding doesn’t mean condoning”). Arendt lo scrive esplicitamente nell’introduzione a Eichmann a Gerusalemme. La banalità del male, e torna sul punto anche in La vita della mente. Capire, per Arendt, è un atto politico e morale necessario: significa fare i conti con la realtà così com’è, senza consolazioni. Non capire, al contrario, è il primo passo verso la ripetizione del male, perché ciò che non si pensa diventa meccanico, amministrativo, banale. Dostoevskij porta questa intuizione dentro la letteratura. Non esiste una frase unica e scolpita in forma di aforisma, ma il senso è chiarissimo nei Quaderni e taccuini 1860-1991, nelle lettere e soprattutto nei grandi romanzi: raccontare il crimine significa esplorare il punto estremo a cui può arrivare l’uomo. In una lettera del 1867 scrive che l’uomo è “un essere capace delle più alte vette e degli abissi più profondi”, e Delitto e castigo non è la celebrazione dell’omicidio, ma l’indagine radicale su ciò che accade quando un’idea astratta prende possesso di una coscienza. Dostoevskij racconta il male non per assolverlo, ma per misurarne il prezzo interiore, la devastazione psichica, la colpa che non può essere cancellata. È esattamente questo che l’Inquisizione non tollerava. Nella cultura inquisitoriale il peccato poteva essere nominato solo se astratto e immediatamente condannato: il male doveva essere concettuale, mai vissuto, mai incarnato in personaggi complessi, mai reso comprensibile. Le opere che descrivevano il peccato senza una condanna esplicita e immediata venivano considerate pericolose, perché permettevano al lettore di entrare nella scena del male, di comprenderne le motivazioni, le seduzioni, le contraddizioni. È il motivo per cui i testi narrativi, teatrali o poetici erano più sospetti dei trattati morali: mostravano, invece di predicare. Del resto, il fascino del male è una costante dell’umano. Fingere che non esista non lo elimina: lo rende più potente, più misterioso, più attraente. È il silenzio che mitizza, non il racconto. È l’assenza di parole che crea leggende. Dire che Gomorra - La serie, Romanzo criminale, Suburra, Mare fuori siano apologia significa non averli capiti, perché queste opere non vendono il crimine: mostrano il suo costo, la sua ferocia, la sua sterilità emotiva. Mostrano che il potere mafioso non è libertà ma prigionia, non è successo ma condanna. La legge Omertà proposta da Fratelli d’Italia, invece, rovescia il problema: non combatte il crimine, combatte chi lo racconta. Trasforma la cultura in una zona sorvegliata, la narrazione in un rischio penale, il pensiero critico in un sospetto. Ma a ben vedere, questo è proprio il sogno di ogni potere autoritario: non eliminare il male, ma impedire che se ne parli liberamente. Ridurlo a materia tecnica, giudiziaria, sterilizzata. Sottrarlo allo sguardo collettivo. Ma c’è ancora dell’altro che sfugge a questi dilettanti dell’antimafia, e cioè che la mafia prospera nel silenzio, non nella narrazione. Prospera dove nessuno racconta, dove nessuno spiega, dove nessuno mostra i meccanismi del dominio. Dove nessuno osa nominare i criminali, i cui nomi non si pronunciano per paura o peggio, per rispetto. E quindi la legge Omertà non difende la legalità, ma il silenzio. E ogni volta che il silenzio viene imposto per legge, il potere criminale non perde forza, anzi, ringrazia. E dunque, quando oggi si parla di “fascinazione del male”, si ripete lo stesso riflesso inquisitoriale perché raccontare il male non significa sedurre al crimine, ma rendere visibile, intelligibile, dicibile. È questo che viene temuto: non il male in sé, ma la possibilità che venga compreso e dunque criticato alle radici. Certe proposte di legge - tra le più gravi e violente della storia repubblicana - che mirano a colpire non l’atto criminale, ma la sua narrazione, passeranno agli annali come leggi inquisitoriali, perché ripropongono l’illusione che, cancellando il racconto, si cancelli la realtà. Ma la storia della letteratura, da Dostoevskij a Flaubert, da Zola a Hugo, dimostra il contrario: ciò che non si racconta ritorna, e ciò che non si comprende si ripete. Raccontare non è giustificare. È l’unico modo per non mentire. Lazio. Morte e disperazione attraversano le carceri del Giubileo garantedetenutilazio.it, 13 dicembre 2025 Una donna muore a Rebibbia, un suicida a Viterbo e un detenuto si spegne al Policlinico di Tor Vergata, dopo mesi in diversi ospedali, a seguito di un’aggressione nella Casa di reclusione di Rebibbia. “Questa notte una donna è morta nel carcere femminile di Rebibbia, mentre un uomo si levava la vita in quello di Viterbo. Ieri al policlinico di Tor Vergata perdeva la vita un uomo a lungo in coma, terapia intensiva e finalmente in riabilitazione, a seguito di un’aggressione violenta da parte di altri detenuti, mentre un altro si toglieva la vita nel carcere di Lecce. Una lunga scia di morti che non risparmia neanche il personale penitenziario”. Così venerdì 12 dicembre in una nota il Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Lazio, Stefano Anastasìa, alla notizia delle morti di tre persone detenute nel Lazio, avvenute tra giovedì 11 e venerdì 12 dicembre. “Confidiamo nelle parole di Papa Leone - ha proseguito Anastasìa-, che sappiano riprendere l’esortazione alla clemenza di Papa Francesco, ma la responsabilità politica del governo e del ministero della Giustizia non possono restare silenti o rinviare alle calende greche di un piano di edilizia penitenziaria che ci sarà quando ci sarà: intanto la gente muore e nelle carceri italiane non si vedono segni di speranza”. “L’inizio del Giubileo dedicato ai detenuti è stato funestato dalla morte di una donna e due uomini nelle case circondariali del Lazio. Condivido l’appello di Stefano Anastasia, circa la necessità di attuare misure efficaci e concrete, che possano assicurare in primo luogo la dignità e l’incolumità delle persone. Non è infatti ammissibile che ad esempio nella sezione femminile di Rebibbia ci siano 370 detenute su 249 posti disponibili: il sovraffollamento e la mancanza di spazi adeguati incidono sulla cura e l’attenzione da garantire ai detenuti e alle detenute”. Così in una nota Marta Bonafoni, consigliera regionale del Lazio e coordinatrice della segreteria nazionale del Partito Democratico con delega al Terzo settore e all’associazionismo. In tutta Italia, secondo il monitoraggio costante e continuativo di Ristretti Orizzonti, i decessi nelle carceri italiane nel 2025 e fino ad oggi sono stati complessivamente 223 e tra questi 76 i suicidi, comprendendo gli ultimi due avvenuti ieri a Lecce e oggi a Viterbo. Nel 2024, i decessi sono stati 246, di cui 91 suicidi. Nel Lazio, secondo le nostre rilevazioni dirette i decessi accertati nel corso del 2025 sono stati 19 e tra questi otto suicidi comprendendo l’ultimo avvenuta a Viterbo del quale abbiamo avuto notizia nella mattina di venerdì 12 dicembre. Nella regione i detenuti presenti sono attualmente 6.702 su 4.485 posti effettivamente disponibili, per un tasso di affollamento pari al 149%. A Viterbo i detenuti presenti sono 716 con un tasso di affollamento del 177%. Campania. Sovraffollamento carceri, il Garante: “Numero chiuso per ridare dignità ai detenuti” di Serena Uvale metropolisweb.it, 13 dicembre 2025 Si torna a parlare di sovraffollamento delle carceri italiane: “La certezza della pena si deve coniugare con la qualità della pena. Questo il principio che dovrebbe guidare l’azione del governo, nell’intraprendere azioni volte a ridurre immediatamente il sovraffollamento nelle carceri, dove le condizioni di detenzione violano i diritti umani fondamentali” queste le parole del Garante della Campania Samuele Ciambriello. Ieri a Roma la Conferenza dei Garanti territoriali delle persone private della libertà ha presentato un documento nel quale si chiede un gesto di clemenza, in questo anno giubilare. Dopo i saluti del senatore Filippo Sensi, vicepresidente della commissione diritti umani del Senato, Ciambriello ha fatto da portavoce, assieme al Garante del Lazio, Stefano Anastasia, per la Conferenza dei Garanti territoriali richiamando l’attenzione dei vertici politici riguardo la questione penitenziaria, con interventi sul codice penale e processuale, sulle misure alternative alla detenzione, sulla disciplina della recidiva e sulla depenalizzazione. Queste le parole di Ciambriello: “Crediamo che ci sia bisogno di una legge ordinaria per superare nell’immediato il sovraffollamento, per mettere in campo risposte concrete per coloro che devono scontare meno di due anni, o, addirittura, meno di un anno, così come è stato fatto dal governo Berlusconi nel 2003 o sempre dal governo Berlusconi nel 2010”. Secondo i Garanti, sono necessarie misure immediate per i detenuti che devono scontare pene brevi e l’avvio di un sistema di ‘numero chiuso’ attraverso il quale sarà possibile garantire standard minimi di dignità e abitabilità per ogni persona detenuta. A tale proposito, Ciambriello ha voluto riportare il sostegno alla linea dei Garanti di Nicola D’Amore, sindacalista della Cisl Polizia penitenziaria favorevole alla liberazione anticipata speciale. Ciambriello ha ricordato infine le parole di Papa Francesco che, in apertura del Giubileo, aveva proposto il condono delle pene durante il Giubileo, per ridare speranza e dignità ai detenuti. Viterbo. Detenuto si toglie la vita nel carcere di Mammagialla Corriere di Viterbo, 13 dicembre 2025 È morto suicida nel carcere di Viterbo uno dei due detenuti che nelle ultime 24 ore si sono tolti la vita negli istituti penitenziari italiani. L’uomo, un 30enne romano, recluso nel penitenziario viterbese, è l’ottava persona a togliersi la vita nelle carceri del Lazio dall’inizio del 2025. Un bilancio tragico che si inserisce nella drammatica scia di decessi che sta attraversando il sistema carcerario italiano. A lanciare l’allarme è Stefano Anastasìa, Garante dei detenuti del Lazio: “Questa notte una donna è morta nel carcere di Rebibbia, mentre un uomo si toglieva la vita a Viterbo. Solo ieri, al policlinico di Tor Vergata, è deceduto un altro detenuto che era in riabilitazione dopo una violenta aggressione in carcere, e un altro suicidio si è verificato a Lecce. La morte ormai non risparmia più nessuno, nemmeno il personale penitenziario”. Secondo il monitoraggio di Ristretti Orizzonti, nel 2025 i decessi in carcere sono già 223, di cui 76 suicidi. Nel Lazio sono 19 i morti, 8 per mano propria. “La responsabilità politica non può restare silente - conclude Anastasìa. La speranza, nelle carceri italiane, sta morendo insieme alle persone che le abitano”. Lecce. Suicidi, l’allarme più drammatico e ignorato della condizione penitenziaria di Gabriele De Giorgi lecceprima.it, 13 dicembre 2025 Dall’inizio dell’anno nella casa circondariale di Borgo San Nicola due detenuti si sono tolti la vita in cella, un terzo è deceduto in ospedale. I volontari impegnati nella struttura hanno convocato un presidio per sabato mattina. Un sit-in è stato convocato per sabato mattina davanti alla casa circondariale di Borgo San Nicola dove ieri è avvenuto il secondo suicidio del 2025, il terzo se si considera anche la morte di un detenuto sopraggiunta in ospedale dopo che aveva provato a togliersi la vita. L’intento dei volontari che tutti i giorni sono impegnati all’interno della struttura penitenziaria è quello di manifestare solidarietà alle persone recluse e di richiamare l’attenzione delle istituzioni e dell’opinione pubblica su una questione che da emergenziale è oramai diventata strutturale, come se fosse “fisiologica”. Non solo in Puglia, dove i suicidi dall’inizio dell’anno sono stati cinque in tutto, ma in tutto il Paese: il dato nazionale è di 75 suicidi, con un trend in linea con il tragico bilancio del 2024 (91). “Se in una città come quella di Lecce si fossero suicidate tre persone in un solo mese e mezzo - commenta Maria Pia Scarciglia, presidente di Antigone Puglia - qualcuno sicuramente si sarebbe fatto qualche domanda sulle possibili cause, o perlomeno, avrebbe acceso una discussione in tal senso. Invece, assistiamo a un silenzio assordante anche da parte delle istituzioni locali che nulla dicono su quanto sta accadendo nel carcere cittadino”. La questione del sovraffollamento è centrale per comprendere le reali dinamiche penitenziarie: di fatto il carcere di Lecce è arrivato a quasi dal doppio della capienza regolamentare, con mille e 400 detenuti su 800 posti. A farne le spese sono anche gli agenti di polizia penitenziaria, chiamati a turni di una lunghezza insostenibile, oltre al personale che opera a vario titolo nella casa circondariale, a partire dal settore amministrativo e trattamentale. “Serve intervenire - prosegue Scarciglia - con provvedimenti che portino a una riduzione della pressione sulle carceri attraverso la concessione di misure alternative; serve liberalizzare le telefonate dotando le celle di telefoni laddove (ed è la maggioranza dei casi) non sussistano problemi di sicurezza rispetto ai contatti con l’esterno; serve assumere personale; serve ridurre il peso dell’isolamento; serve che si modernizzi la pena carceraria; serve che la vita in carcere sia piena di iniziative, senza ostacoli o burocrazie; serve clemenza”. Insieme ai volontari e alle associazioni e ai cittadini che vorranno aderire ci sarà anche la garante comunale dei diritti delle persone private della libertà personale, Maria Mancarella. I promotori denunciano con forza anche la carenza di personale sanitario: pochi i medici di medicina generale per la popolazione carceraria e solo due gli psichiatri in servizio. “Tutto questo - è scritto nella convocazione del presidio - rende inefficace anche i tanti sforzi che tutte le persone che lavorano e operano, anche a titolo volontario, nell’istituto penitenziario fanno quotidianamente per affrontare i tanti problemi e le tante difficoltà che giornalmente caratterizzano la vita carceraria. I suicidi non sono fatalità, ma il segnale di un sistema che non riesce più a tutelare la vita e la dignità delle persone. Saremo lì per esprimere solidarietà alle persone detenute, costrette a vivere la compressione dei diritti fondamentali e una quotidianità che calpesta la dignità umana, e alla Direzione, al personale e alla Polizia Penitenziaria, che lavorano in una situazione difficilissima. Invitiamo le persone di buona volontà a partecipare, a esserci, a non voltarsi dall’altra parte: perché il carcere riguarda l’intera società”. Stefanazzi (Pd): “Ennesimo dramma. Domani in visita” - In seguito ai tragici episodi di suicidio che si sono verificati all’interno della casa circondariale di Lecce, con almeno due detenuti che si sono tolti la vita in cella e un terzo deceduto in ospedale dall’inizio dell’anno, il deputato del Pd, Claudio Stefanazzi, ha comunicato che nella mattinata di domani si recherà nuovamente in visita all’istituto per verificare le condizioni di detenzione e per confrontarsi con le autorità competenti sui problemi strutturali che in questi giorni, in conseguenza dell’ennesimo suicidio, si stanno manifestando in modo drammatico. La visita avverrà domattina alle 9, come già comunicato anche al prefetto della e al direttore della casa circondariale, ai quali il parlamentare ha trasmesso una nota di cortesia al fine di consentire ogni indispensabile disposizione organizzativa. “Durante la visita sarò accompagnato dal dottor Alberto Fedele, direttore del Dipartimento di prevenzione dell’Asl di Lecce, e da Davide Piccirillo, avvocato dell’associazione Antigone, per approfondire anche gli aspetti legati alla salute fisica e mentale delle persone detenute” spiega Stefanazzi, “credo che sia un mio dovere, come rappresentante delle istituzioni, verificare non solo la condizione carceraria, ma anche la tutela della dignità umana, la salute mentale e la sicurezza complessiva delle strutture del nostro sistema penitenziario, perché scontare una pena non può e non deve tradursi in una simile scia di tragedie”. Lecce. Secondo suicidio in carcere in un mese: “Condizioni drammatiche di sovraffollamento” di Samuele Trianni Il Fatto Quotidiano, 13 dicembre 2025 Nel penitenziario i ristretti sono il 175% della capienza. L’avvocato che collabora con Antigone Puglia: “In 1.400, dovrebbero essere 800”. Gli agenti penitenziari: “Momento più critico”. È notte fonda. Mentre il compagno di cella dorme, un detenuto costruisce un cappio rudimentale con un lenzuolo e lo usa per togliersi la vita. Succede a Lecce, una manciata di giorni fa, protagonista un uomo originario del barese che scontava la sua pena nel carcere di Borgo San Nicola. Sabato mattina, alle 10, le volontarie e i volontari del penitenziario hanno organizzato un sit-in davanti ai cancelli dell’istituto. Le condizioni della casa circondariale sono state spesso considerate difficili, ma nell’ultimo periodo la situazione è diventata “drammatica”, come racconta a Ilfattoquotidiano.it Davide Piccirillo, avvocato e attivista che da tempo collabora con Antigone Puglia. Il 2024 è stato già l’annus horribilis delle carceri italiane, con 91 suicidi. Sono scesi a poco più di 70 nel 2025. Nel carcere di Lecce sono stati due solo nell’ultimo mese, qualche settimana fa era toccato a un ragazzo senegalese. Antigone dice che questo mese sarebbe in realtà “il terzo, se contiamo anche quello di una persona che è poi morta in ospedale”. Il penitenziario di Lecce - che è il più grande della Puglia, la regione col tasso di affollamento (160,5%) più alto d’Italia con 4.500 detenuti a fronte di circa 2.900 posti - “dovrebbe e potrebbe ospitare massimo 800 detenuti, 798 per la precisione, ma ce ne sono anche sopra i 1.400. E a inizio dell’anno, nel 2025, erano 1.200?. E col sovraffollamento si generano problemi “qualitativi e quantitativi” come “carenza di spazio, la carenza di trattamenti, la carenza di agenti, la carenza di personale generale, la carenza di personale medico e psichiatrico”, dice Piccirillo. Nelle carceri italiane stanno tornando di moda per via del sovraffollamento anche i letti a castello a tre. Si dorme “alle volte a 20 centimetri, anche a 15 centimetri dal soffitto”. Il problema “è sistemico, è chiaro, ma è un problema anche di sentire comune” cioè - sostiene - di come la gente vuole e chiede venga represso un crimine. E con il decreto Sicurezza e le nuove pene, esiste il rischio che il sovraffollamento peggiori. Nonostante le nuove carceri da costruire previste dal governo, che probabilmente non basteranno perché “ora siamo a circa 64.000 detenuti, ci sono quasi 20.000 detenuti in più di quelli che ci dovrebbero essere, quindi nel 2027 ci saranno 10.000 posti in più, se va bene, e ce ne sarebbero comunque 10.000 in sopra organico”, spiega Piccirillo. Antigone, e associazioni simili, non sono state le uniche a denunciare la situazione. Infatti, secondo la Sappe - il sindacato degli agenti penitenziari - il carcere salentino starebbe vivendo “il momento più drammatico e critico della sua storia” proprio a causa del sovraffollamento. Il suicidio dell’uomo sarebbe avvenuto, dalla ricostruzione sindacale, con un solo poliziotto a controllo della sezione, un reparto precauzionale che ne richiederebbe almeno due. Questo dipenderebbe dalle poche unità del carcere leccese in cui “per 1.400 ristretti risultano amministrate circa 570 unità, da cui depennare le decine e decine di poliziotti a disposizione dell’ospedale militare”, e ciò comporterebbe ritmi di lavoro “impressionanti, per 12 ore ed oltre al giorno”. Il sindacato ha inviato una lettera al prefetto di Lecce, alla sindaca Adriana Poli Bortone e ai parlamentari e senatori eletti nel territorio salentino, ma dice di non aver ricevuto nessuna risposta. Non è chiaro se il sit-in di domani mattina vedrà la partecipazione anche di agenti o rappresentanti della polizia penitenziaria. Ci sarà di sicuro la garante comunale dei diritti delle persone private della libertà personale, Maria Mancarella, e sarà un evento aperto alla cittadinanza e a ogni associazione. Antigone Puglia ha fatto sapere che parteciperà e la sua presidente, Maria Pia Scarciglia, ha dichiarato - come riporta Lecceprima - che “se in una città come quella di Lecce si fossero suicidate tre persone in un solo mese e mezzo, qualcuno sicuramente si sarebbe fatto qualche domanda sulle possibili cause. E invece assistiamo a un silenzio assordante, anche da parte delle istituzioni locali”. Roma. Rebibbia, morta detenuta 59enne: rinviati i “Giochi della Speranza” per le recluse di Rinaldo Frignani Corriere della Sera, 13 dicembre 2025 Per la donna non si esclude l’assunzione di droga. Tragedia nel carcere femminile di Rebibbia. Una detenuta di 59 anni è morta nella notte scorsa e sono in corso accertamenti da parte della polizia penitenziaria per ricostruire la dinamica dei fatti. La procura ha aperto un’inchiesta mentre si cerca di capire se la reclusa sia deceduta per cause naturali o in seguito a un malore. Non si esclude dopo l’assunzione di qualche sostanza, visto che anche un’altra detenuta si è sentita male ed è stata portata in ospedale. Un altro detenuto, in coma da tempo dopo essere stato aggredito sempre all’interno dello stesso complesso carcerario, ma in questo caso maschile, è morto invece nella giornata di giovedì in ospedale senza aver mai ripreso conoscenza. In questo caso potrebbe scattare a breve un’indagine per omicidio. E infine decesso presumibilmente per malore nelle ultime ore anche nel carcere di Viterbo dove un recluso è stato trovato senza vita. Proprio in segno di lutto sono stati rinviati a data da destinarsi i “Giochi della Speranza”, la 2ª edizione della piccola olimpiade che avrebbe dovuto svolgersi oggi all’interno della Casa Circondariale di Rebibbia Femminile. La decisione è stata presa in conseguenza della morte della donna detenuta nell’istituto avvenuto nel corso della notte per cause ancora da accertare. L’evento è stato rimandato in segno di lutto e per rispetto dei familiari della detenuta. “Mi rendo conto di quanto possa essere difficile tenere accesa la speranza in un momento del genere, ma resta la convinzione di voler riproporre questa iniziativa che voleva essere un momento di sollievo, di relazione, rieducazione e crescita personale, per le detenute. Una giornata di normalità. Dopo quello che è successo oggi possiamo renderci conto di quanto ci sia bisogno di un po’ di normalità. Oggi è stato giusto rimandare, questo è un giorno di lutto non di gioia, ma rimanderemo questo evento a un’altra occasione perché “I Giochi della Speranza” devono continuare a esistere. Abbiamo anche deciso di rispettare un minuto di silenzio e di preghiera qui davanti al carcere di Rebibbia per la morte della detenuta. Una sosta per fermarci a riflettere sul quanto è successo senza essere travolti dagli eventi come spesso ci capita”. Così Daniele Pasquini, Presidente della Fondazione Giovanni Paolo II per lo sport. Aldo Di Giacomo, segretario generale del sindacato (F.S.A.-C.N-P.P.-S.PP.), “siamo all’ennesimo caso di diffusione di stupefacenti che solo negli ultimi mesi dell’anno registra due morti a San Vittore-Milano e tre ricoverati in gravi condizioni, sempre a Rebibbia reparto maschile un decesso, uno a Sassari, uno a Gorizia, uno a Reggio Emilia e uno a Firenze”. “Nel corso dell’anno - prosegue il sindacalista - i sequestri effettuati negli istituti penitenziari ammontano a 65 chili di sostanze stupefacenti di ogni tipo. Anche se più recente molto pericoloso è l’ingresso nelle celle di ‘Blu Punisher’ e di altri tipi di pasticche. Il mercato della droga in carcere si è evoluto: tra pastiglie di farmaci tritati o sniffati (l’orudis 200, il contramal, lo stinox, il lentomil - che vengono date per terapia - per citarne alcuni e persino la tachipirina), cerotti alla morfina, francobolli con colla ricavata da stupefacenti, spaccio e consumo hanno subito cambiamenti notevoli che il personale penitenziario non è certo in grado di cogliere e tanto meno contrastare. Intorno al traffico e all’uso di droga è sempre la criminalità organizzata a fare affari, controllando, come dimostrano numerose inchieste, le più grandi piazze di spaccio dentro e con l’uso dei telefonini fuori”. Venezia. Carcere della Giudecca: da Rio Terà dei Pensieri un progetto con il crowdfunding di Carlo Millino Gente Veneta, 13 dicembre 2025 Un nuovo spazio all’interno dell’orto del carcere femminile di Venezia, da vivere e costruire assieme. Lì dove una volta c’era un piccolo laghetto, che poi è stato prosciugato: è questo l’obiettivo del progetto “A cielo aperto”, che la cooperativa Rio Terà dei Pensieri ha ideato e per il quale si sta adoperando nel raccogliere i fondi necessari attraverso un crowdfunding, dopo aver partecipato ad un bando di progettualità di Fondazione di Venezia ed essere stata tra i selezionati. “Vorremmo trasformare questo spazio, realizzando una struttura con del legno riciclato, rigenerandolo, creando un luogo di incontro: che sia di scambio, di pausa, di formazione”, racconta Vania Carlot, presidente di Rio Terà dei Pensieri, che continua: “Un qualcosa di fisico, uno spazio che resti. Ma da fare mediante un percorso di formazione con le detenute”. Una questione, quest’ultima, ritenuta fondamentale, dopo aver rilevato la necessità di trovare soluzioni per “risolvere una problematica che negli ultimi anni percepiamo in crescita: quella della tensione, dello scontro”. Imparare a comporre la diversità facendo, costruendo assieme, in un luogo del carcere in cui essa è ricchezza “nell’orto: le consociazioni delle piante le fortificano e le aiutano a crescere bene”. Il tutto con una consapevolezza, che è nobile, ma anche un allarme: “È vero che noi siamo una cooperativa di inserimento lavorativo. Ma pensiamo che dobbiamo occuparci anche di altro. Dobbiamo creare spazi che vadano al di là del lavoro, che guardino al confronto e al dialogo”. Il progetto ha bisogno di un finanziamento di 16 mila euro, da raggiungere in questo modo: la Fondazione di Venezia si impegnerà a coprine metà solo se l’altra sarà raccolta, attraverso il crowdfunding civico, entro il 31 dicembre di quest’anno (è possibile contribuire con una donazione alla pagina del progetto nel sito “Rete del dono”, https://www.retedeldono.it/progetto/cielo-aperto). Per la prima volta siamo vicini a un mondo senza pena di morte di Mario Marazziti Avvenire, 13 dicembre 2025 Mai così tanti Paesi hanno abolito gli “omicidi di Stato”. Ma molto resta da fare: siamo da anni in mezzo a una “guerra mondiale a pezzi”, serve una cultura della vita. Il 1° agosto 1975 c’era un bel clima tiepido, quando a Helsinki la Conferenza sulla Sicurezza e la cooperazione in Europa segnava l’inizio di una distensione possibile tra Est e Ovest. Tra l’altro, si indicava anche la strada per rinunciare a quello strumento disumano e degradante che è la pena capitale. Allora erano appena 16 - e tra questi l’Italia - i Paesi che avevano abolito nel mondo la pena di morte. L’anno scorso è stata usata da 15 Stati, mentre 184 non l’hanno praticata, anche se le esecuzioni conosciute nel mondo sono diventate 1.518 da 1.523 dell’anno precedente. Sono 145 i Paesi che l’hanno abolita per legge o abbandonata da più di dieci anni. E all’Onu la Risoluzione per una Moratoria universale delle esecuzioni ha raggiunto 130 “sì” dai 103 che furono quando venne approvata per la prima volta al Palazzo di Vetro nel 2007. Ero lì, ci avevamo lavorato a lungo, con la Comunità di Sant’Egidio, sostenendo anche l’azione diplomatica di Italia e Unione Europea. E continuiamo a lavorare per questo. Il 30 novembre più di 2.500 città nel mondo hanno riempito piazze, aule di università, teatri, illuminato monumenti, nel movimento delle Città per la Vita, le Città contro la Pena di Morte, unendosi al Colosseo, diventato il testimonial della vita più famoso del mondo. Erano appena 58 città nel 2000. Siamo a una svolta, dal Codice di Hammurabi in poi, e sta accadendo quello che è successo per la schiavitù e la tortura: cambia, su questo, lo standard etico minimo del mondo. Anche se i Paesi che la usano la praticano però più intensamente, in maniera spudorata: Iran e Arabia Saudita - sono fuori dai calcoli Cina, Vietnam e Corea del Nord per carenza di notizie - hanno ucciso più del 90 per cento di tutti i condannati a morte. Poi vengono Iraq e Yemen. Dagli Usa al Giappone all’Egitto, si continua a non chiamarla per quello che è: un assassinio fatto dallo Stato. Per coprire la realtà si usano altre parole “giustiziare” o “eseguire”. Anche se è la guerra di un intero Stato contro un individuo, detenuto. A Roma si è celebrato in Parlamento un Congresso di ministri della giustizia e giuristi da una ventina di Paesi, abolizionisti e “retenzionisti”. C’è stato un cambiamento di prospettiva. La linea di demarcazione nel mondo è stata un’altra: tra rimanere passivi davanti a una cultura di morte o, invece, resistere e creare alternative per società in cui è possibile ricostruire e riaffermare una cultura della vita. Visionari, perché un mondo senza pena di morte si sta avvicinando per la prima volta nella storia dell’umanità. Ma non ingenui. Perché soffia un vento di morte, di esecuzioni sommarie, di guerre come se fossero il modo normale di risolvere i problemi. E poi perché è in corso un riarmo mondiale, e si abituano le opinioni pubbliche al fatto che sia ineluttabile. In un tempo in cui manca l’immaginazione della pace e si afferma ai massimi livelli, tra gli Stati, la legge del più forte. C’è una relazione stretta della pena capitale con i 292 milioni di esseri umani che fanno uso di sostanze stupefacenti, una persona ogni trenta (e crescono da 28 anni). Questo fallimento del mondo racconta che il fentanyl da solo, negli Stati Uniti, ha mietuto più di centomila vittime ogni dodici mesi anche se nell’ultimo anno sono morte “solo” 87.000 persone: più del 42% di tutte le esecuzioni conosciute nel mondo sono state per crimini legati al traffico di stupefacenti. Ma si vuole comunque la pena di morte per i trafficanti di droga, per i terroristi - che non la temono, anzi vivono e si ingrassano di morte. Anche Israele sta per versare vergogna sui suoi cittadini con la pena di morte per “terrorismo”. Siccome gli Stati non sanno cosa fare, fanno esecuzioni capitali. Non c’è nessun rapporto tra le esecuzioni capitali e i crimini gravi. In Texas avvengono un quarto di tutte le esecuzioni americane. E accade in 2 contee su 3.142 che ne ha gli Stati Uniti. La pena di morte dipende dalla geografia, non dalla sicurezza. In Corea del Sud e in Giappone gli omicidi sono alcune centinaia all’anno, ma i suicidi sono, rispettivamente, 14.500 e più di 20.000. Migliaia di anziani muoiono da soli in casa, ritrovati dopo giorni e settimane. Serve una cultura della vita. Siamo da anni in mezzo a una “guerra mondiale a pezzi”. Occorre disinnescare questa pigra assuefazione a una cultura di morte che contiene rischio nucleare e riarmo mondiale, svuotandone il simbolo: una “pena di morte a pezzi”. A una cultura della morte che si sposa con il vitalismo della forza occorre rispondere con una cultura della vita, capace di riconoscere, di nuovo, i tratti umani dell’altro. Povere, abusate, emarginate: le donne prigioniere nel mondo di Valerio Fioravanti L’Unità, 13 dicembre 2025 Secondo l’Institute for Crime and Justice Policy Research di Londra, sono almeno 733.000 le donne in stato di detenzione in tutto il mondo. Si ritiene che il numero effettivo sia molto più elevato, poiché i dati relativi a cinque paesi (Cuba, Eritrea, Somalia, Uzbekistan, Corea del Nord) non sono disponibili, e quelli relativi alla Cina sono incompleti. Le donne sono sempre una minoranza nella popolazione carceraria: nel 2024 costituivano solo il 6,8% a livello globale. Eppure il numero cresce, e a un ritmo più rapido rispetto a quello degli uomini. Dal 2000, le donne in prigione sono aumentate del quasi 60%, e pare che il motivo principale sia la povertà. I reati commessi dalle donne sono spesso per la sopravvivenza della famiglia. Una ricerca ha rilevato che le leggi criminalizzano gli atti di sopravvivenza, e le donne sono sproporzionatamente colpite perché sono sovrarappresentate tra i settori più poveri della società. La stessa mancanza di proporzione vale per i reati per cui vengono incarcerate, come il furto di cibo per bambini, l’accattonaggio, la “guerra alla droga” e il lavoro nell’economia informale, termine sotto il quale rientra anche la prostituzione “per necessità”. Gli Stati Uniti hanno il maggior numero di detenute: 174.607. Al secondo posto sembra ci sia la Cina, le cui statistiche non sono del tutto affidabili, ma che approssimativamente dovrebbe avere circa 150.000 donne carcerate. Seguono Brasile (50.441), Russia (39.153), Thailandia (33.057), India (23.772), Filippine (17.121), Turchia (16.581), Vietnam (15.152), Messico (13.841) e Indonesia (13.044). In 17 nazioni, le donne costituiscono oltre il 10% della popolazione carceraria. Quelle con la percentuale più alta sono Hong Kong-Cina (19,7%), Qatar (14,7%), Macao-Cina (14,1%), Laos (13,7%), Myanmar (12,3%), Vietnam (12,1%), Brunei Darussalam (11,9%), Emirati Arabi Uniti (11,7%), Thailandia (11,5%) e Guatemala (11,3%). In Italia, le donne costituiscono il 4,3% della popolazione detenuta, che è composta anche da poco meno di 62.000 uomini (31,6% dei quali, stranieri). Sempre in Italia, secondo i dati del Ministero di Giustizia, nel novembre 2025 le donne detenute erano 2.718, con 26 bambini. In Europa, Italia compresa, sono 95.000. Oltre il 75% delle donne è in carcere per reati non violenti. Le donne spesso subiscono un “circolo vizioso” di brevi pene detentive, troppo brevi per poter accedere a opportunità significative di istruzione, formazione o lavoro. Apparentemente le pene brevi sono un vantaggio, ma poiché non comprendono nessun tipo di risocializzazione, hanno, nel sistema carcerario mondiale, un altissimo tasso di recidiva. Secondo l’OMS, fino all’80% delle donne detenute in tutto il mondo soffre di un disturbo mentale identificabile. In molti paesi però, questa non è un’attenuante. Alcune donne stanno anche peggio: sono nel braccio della morte. Si stima che tra le 500 e le 1.000 donne siano nel braccio della morte in almeno 42 paesi. I paesi che giustiziano più donne sono anche quelli che giustiziano più persone in generale, ovvero Cina, Iran, Iraq e Arabia Saudita. Secondo Amnesty International, nel 2024 almeno due in Egitto, 30 in Iran, una in Iraq, nove in Arabia Saudita, due nello Yemen e i numeri della Cina sono imprecisi. Nessuno tocchi Caino conosce bene i dati relativi all’Iran, e può affermare che non sono 30, ma almeno 35 le donne impiccate in Iran nel 2024, e 56 alla data del 30 novembre 2025. Si sa che ricorrono di frequente alle esecuzioni paesi come la Corea del Nord, il Vietnam e il Qatar, ma non si trovano dati affidabili. I due principali reati per cui una donna è condannata a morte sono l’omicidio e il traffico di droga. Gli omicidi, come in Iran, sono quasi sempre “uxoricidi”, commessi da donne che le famiglie hanno dato in sposa da adolescenti, e che a un certo punto della loro vita non sopportano più la prevaricazione sistemica. Metà delle donne condannate a morte in Asia ha commesso il reato di “trasporto di droga”. Spesso condannate perché non confessano il nome di chi ha affidato loro il “pacchetto” da trasportare. Non sono narcotrafficanti, ma quelli che in gergo si chiamano “muli”, il gradino più basso della gerarchia criminale, che nel caso delle donne non è una scelta esistenziale, ma un disperato tentativo di sopravvivenza. Alcune donne detenute hanno figli. Si stima che nel mondo 19.000 vivano in prigione con la madre, e, di contro, poco meno di un milione e mezzo di bambini sono “liberi”, con la madre in carcere. Come se non bastasse la madre-detenuta dopo una pena detentiva, anche breve, non è raro che perda la custodia dei figli. Mosca: 15 anni di carcere per il giudice italiano Aitala. Aveva ordinato l’arresto di Putin di Nello Scavo Avvenire, 13 dicembre 2025 Il giudice Suvorov ha emesso la condanna in contumacia del magistrato della Corte penale internazionale, che aveva chiesto l’arresto del presidente russo. Con lui sono stati ritenuti colpevoli altri otto magistrati. La Cpi aveva spiccato un mandato contro lo zar per la deportazione illegale di bambini ucraini. Nella settimana che viene definita “decisiva” per ottenere una tregua in Ucraina, Mosca lancia un nuovo messaggio nello stile tipico del Cremlino: 15 anni di carcere per il giudice italiano Rosario Aitala, che ha istruito le indagini della procura internazionale contro Vladimir Putin. Il magistrato è colpevole del peggiore degli affronti: primo firmatario del mandato di cattura per il leader del Cremlino, inizialmente per il crimine di deportazione dei bambini ucraini e successivamente per altri crimini di guerra, a cominciare dalla deliberata distruzione di infrastrutture civili. La condanna è stata messa da un tribunale di Mosca, ma ha la firma di Vladimir Putin. A emettere la sentenza non è stato una corte qualsiasi, ma quella preieduta dal giudice Andrey Suvorov, che ha spedito in Siberia non solo i principali oppositori di cui lo zar si è disfatto, ma anche Alexey Navalny, condannato a 19 anni e poi deceduto il 16 febbraio 2024 (con modalità che da subito hanno fatto pensare a un omicidio di stato). Con Aitala, a cui è stata comminata la condanna più pesante, sono stati giudicati colpevoli altri otto magistrati della corte e della procura internazionale, accusati fra l’altro di avere “perseguito persone innocenti e di tentata violenza contro persone che godono di protezione internazionale”. La Corte penale internazionale ha emesso il primo mandato di cattura per Putin e la sua commissaria per i diritti dei bambini, Maria Lvova-Belova, nel marzo 2023, accusandoli di aver deportato illegalmente bambini ucraini. Mosca ha respinto il mandato come “nullo” e aveva avviato un procedimento penale nei confronti dell’allora procuratore Karim Khan e dei giudici della Corte. “La presidenza della CPI - si legge nel verdetto di Mosca - , senza alcun fondamento giuridico, ha ordinato ai giudici della camera di emettere mandati di arresto consapevolmente illegali nei confronti di queste persone”. Oltre all’italiano Aitala, primo vicepresidente della Corte penale internazionale, la commissione investigativa russa ha condannato l’ex presidente della Corte penale internazionale Petr Józef Hofma?ski e il suo successore Tomoko Akane, il secondo vicepresidente Reine Alapini-Gansou, oltre a Sergio Gerardo Ugalde Godínez, Haikel Ben Mahfoud, Carranza Luz del Carmen Ibáñez e Bertram Schmitt. Tutti e nove sono stati inseriti in una lista di ricercati internazionali. Mosca potrebbe chiedere l’emissione di un mandato internazionale attraverso l’Interpol (dui cui la Russia è ancora parte). La Corte penale internazionale ha iscritto sull’elenco degli indagati il generale Sergeij Shoigu, ex ministro della Difesa russo, e il generale Valery Gerasimov, accusati per crimini di guerra contro i civili. Devono rispondere di reati in concorso con altri, tra cui Vladimir Putin, a sua volta accusato per la deportazione di bambini ucraini in Russia. Le indagini contro i giudici della Corte penale internazionale sono state ordinate a Mosca poche ore dopo il primo mandato di cattura. E gli investigatori russi si sono concentrati specialmente sul magistrato di origine catanese. Per le strade della capitale russa e in altre città della Federazione erano apparsi diversi manifesti con il volto di Aitala indicandolo come “ricercato” e inviando chiunque avesse notizie a fornirle. Dall’Aja, dove i giudici anche ieri erano al lavoro, non sono trapelati commenti, in una giornata scandita dalla regolare attività. Certamente al Cremlino l’allarme è salito quando dopo Putin, i mandati di cattura internazionali sono stati destinati all’intera filiera militare. Il generale Shoigu è un amico e alleato di lunga data di Putin e ha avuto un ruolo chiave nelle guerre di Putin. Rimosso un anno fa dalla carica di ministro della Difesa e nominato segretario del potente Consiglio di sicurezza russo, nel più significativo cambiamento che Putin ha apportato al suo comando militare dopo l’invasione, lavora stretto contatto con il generale Gerasimov, noto con l’appellativo di “Macellaio di Aleppo” per la campagna brutale in Siria al fianco del dittatore Assad. La Russia, che non è membro della Corte penale internazionale, ha ripetutamente affermato che l’infrastruttura energetica ucraina è un obiettivo militare legittimo e nega di aver preso di mira civili o infrastrutture civili. E il Consiglio di sicurezza russo continua a sostenere che l’azione del tribunale internazionale fa parte di una guerra ibrida contro Mosca. Retata di attivisti in Iran: tra loro la Nobel Mohammadi di Francesca Luci Il Manifesto, 13 dicembre 2025 Arrestati a un funerale. Narges torna in carcere: deve scontare ancora dieci anni: “L’attacco israeliano ha convinto il sistema di essere infetto da una rete capillare di spie e gli dà la giustificazione per colpire di più gli attivisti, deportare centinaia di migliaia di afghani e restringere il campo anche ai riformisti”. Prendere di mira le donne sembra un esercizio senza fine per il potere della Repubblica islamica, anche ora che il Paese è colpito da una devastante crisi economica che ha portato anche a carenze di elettricità e acqua. Pochi giorni fa, le autorità giudiziarie iraniane avevano arrestato due organizzatori di una maratona tenutasi su un’isola al largo della costa meridionale dell’Iran, a cui avevano partecipato oltre 2mila donne, molte senza il velo islamico. Ieri, invece, è stata presa di mira Narges Mohammadi, una delle attiviste per i diritti umani più note e vincitrice del Premio Nobel per la Pace 2023. l’attivista iraniana è stata nuovamente arrestata dalle forze di sicurezza e di polizia iraniane. L’arresto è avvenuto nella città nord-orientale di Mashhad, durante una cerimonia commemorativa. Secondo alcune testimonianze Mohammadi è stata detenuta con violenza mentre partecipava all’Hafteh (la cerimonia che si tiene a sette giorni dalla morte) di Khosrow Alikordi, un noto avvocato per i diritti umani. Alikordi aveva difeso attivisti e giovani manifestanti incarcerati ed è stato trovato morto nel suo ufficio. Alcuni attivisti dubitano che si sia trattato di un decesso naturale. “Le tv satellitari di lingua persiana e l’opposizione all’estero collegate ai sostenitori di Israele hanno sollevato dubbi sulla morte dell’avvocato Alikordi. Questo può essere ragionevole o pura invenzione: in un Paese che ha perso del tutto la fiducia verso il sistema dominante, trova spazio qualsiasi narrazione contro il sistema”, ci dice Hamid R., sindacalista e attivista (il cognome è oscurato per motivi di sicurezza). “Non abbiamo ancora nessun commento ufficiale riguardo all’arresto di Narges, ma pare che anche la mia collega, la sindacalista Sepideh Qolian, sia tra gli arrestati. Sembra che da tempo alcune anime del potere spingessero per l’arresto di Narges. Da quando era stata liberata, ha partecipato a molte proteste pubbliche ed è stata intervistata da diversi media internazionali, ai quali ha espresso con franchezza la sua avversità al regime”, continua Hamid. La Fondazione Narges Mohammadi a Parigi ha confermato che, oltre alla Premio Nobel, sono stati arrestati anche diversi altri attivisti presenti all’evento: tra loro Sepideh Qolian, Hasti Amiri, Pouran Nazemi e Alieh Motalebzadeh. Mohammadi era fuori prigione in sospensione temporanea della pena detentiva da dicembre 2024, in seguito a un intervento chirurgico e per motivi di salute. Il congedo era stato prolungato affinché potesse riprendersi. Tuttavia, dovrà ancora scontare 10 anni aggiuntivi di reclusione al momento del suo rientro in carcere. In totale, le sue condanne passate ammontano a oltre 13 anni, inflitte con accuse che includono attività di propaganda contro lo Stato e collusione contro la sicurezza dello Stato. In un articolo pubblicato sul Time la settimana scorsa Mohammadi, chiedendo il sostegno della società civile iraniana, ha scritto: “La pace è turbata da sorveglianza, censura, arresti arbitrari, torture e dalla costante minaccia di violenza. È erosa da un’economia sprofondata nella corruzione e nella cattiva gestione, dalla pressione delle sanzioni, dall’ansia quotidiana causata da inflazione, scarsità e disoccupazione, e dall’incessante distruzione dell’ambiente iraniano”. Mohammadi ha ripetutamente accusato le autorità iraniane di aver intensificato la pressione sulla società civile in seguito al cessate il fuoco di giugno con Israele, un periodo che ha visto un giro di vite più ampio contro difensori dei diritti umani e voci dissidenti. “La dinamica dell’attacco israeliano ha convinto il sistema di essere infetto da una rete capillare di spie infiltrate in tutti i livelli del potere - spiega Hamid - Gli ha dato la giustificazione per colpire di più gli attivisti, deportare centinaia di migliaia di afghani e restringere il campo anche ai riformisti che fanno parte del sistema. Narges aveva denunciato una serie di gravi minacce dirette e indirette alla sua incolumità e alla sua vita, da fonti molto probabilmente collegate ai servizi interni”. La conseguenza più probabile è l’immediata revoca del suo congedo medico e il suo ritorno in prigione per scontare i restanti anni della pena. Il timore maggiore, espresso dagli attivisti, è che possa essere trasferita in una prigione fuori Teheran, con condizioni di vita peggiori.