Giubileo dei detenuti: l’appello dei Garanti per la dignità e i diritti di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 12 dicembre 2025 Nell’aula del Senato si è tenuto il convegno “Dignità e diritti in carcere. Verso il Giubileo dei detenuti, le proposte dei Garanti”, nato su iniziativa del senatore Filippo Sensi. Una giornata per rimettere al centro dell’attenzione politica una questione che troppo spesso viene ricordata solo d’estate, quando il caldo rende ancora più insopportabile la vita dietro le sbarre. Il senatore Sensi lo ha detto chiaro: “Se le istituzioni parlamentari si mostrano in qualche modo sensibili, altrettanto non è da parte del Governo”. Ha citato il Presidente del Senato La Russa, che si è detto favorevole a un gesto di clemenza, ma ha sottolineato come dal Governo arrivino segnali opposti. “Il sottosegretario Del Mastro delle Vedove stamattina e il sottosegretario Mantovano nei giorni scorsi sembrano avversare fortemente la possibilità di un’iniziativa per dare respiro alle persone detenute”. Novantanove garanti territoriali delle persone private della libertà personale. Autorità indipendenti, elette dalla politica ma indipendenti dalla politica, come ha spiegato il portavoce della Conferenza nazionale. “Il baluardo del nostro agire è la Costituzione”, ha detto. E hanno voluto riaccendere i riflettori sul carcere proprio ora, non ad agosto come accade di solito, non a Natale per sentirsi “un po’ più buoni”. Il riferimento è forte, diretto: Papa Francesco. Il 31 dicembre 2024, aprendo la Porta Santa del carcere romano di Rebibbia, ha lanciato un appello preciso ai governi: “Propongo che nell’anno del Giubileo si assumano iniziative che restituiscano speranza, forme di amnistia o di condono della pena”. Parole che hanno risuonato in Vaticano davanti a milioni di fedeli, al Presidente del Consiglio, alle autorità. “Ma sulla giustizia è diverso”, ha commentato amaramente il portavoce dei Garanti. I numeri parlano da soli. Sessantatremila detenuti stipati in 46.500 posti disponibili. Ventimila stranieri, diciassettemila tossicodipendenti, 4.200 malati di mente. Tredicimila in custodia cautelare, quindi ancora senza una condanna definitiva. “Ma di che ci dobbiamo occupare?”, si è chiesto retoricamente il portavoce. “Noi non ci occupiamo di esecuzione penale. Noi ci occupiamo di sociale”. L’anno scorso 5.873 detenuti hanno ottenuto giorni di libertà grazie a sentenze di magistrati che hanno riconosciuto trattamenti inumani e degradanti. “In mezza Italia ci sono i letti a castello, il terzo letto da cui rischi di cadere perché stai a cinque centimetri dal soffitto”, ha raccontato. “La dignità non è negoziabile”. E quando alcuni, li ha chiamati “sceriffi populisti”, chiedono la certezza della pena, i Garanti rispondono che questa deve coniugarsi con la qualità della pena. Che passa attraverso il diritto alla salute, alla dignità, al lavoro. Per fortuna, ha aggiunto, tremila detenuti sono studenti universitari per combattere la recidiva, altri tremila e cinquecento hanno rapporti con imprese e possono uscire. “Studiano anche detenuti del cosiddetto circuito dell’alta sicurezza. Non ci dobbiamo scandalizzare”. Il documento presentato dai Garanti territoriali non lascia spazio a dubbi: il sistema carcerario vive una fase di criticità estrema. Non si tratta solo di sovraffollamento. C’è l’aumento drammatico dei suicidi, il disagio crescente della Polizia Penitenziaria, la grave carenza di educatori, psicologi, mediatori culturali, psichiatri e personale sanitario. Un’emergenza che investe l’intero sistema. Particolarmente grave la situazione della giustizia minorile, con un sovraffollamento in forte crescita e organici insufficienti. L’Italia resta tra i Paesi europei con il tasso più alto di sovraffollamento carcerario, ma gli interventi strutturali sono inadeguati. “Non è più possibile attendere i tempi del Piano Carceri”, dicono i Garanti. Servono misure immediate, soprattutto per chi deve scontare pene brevi, e un sistema di “numero chiuso” per garantire standard minimi di dignità. C’è un altro tema: il diritto all’affettività. “La Corte Costituzionale da un anno ha detto che c’è questo diritto”, ha ricordato il portavoce. “Nei 27 paesi europei, compresa la Turchia che ha carceri disumane come le nostre, c’è il diritto all’affettività e alla sessualità”. I Garanti chiedono più misure alternative, più permessi premio. “Il nostro è un appello complessivo”. L’appello non resta confinato nell’aula del Senato. A buon diritto, Acli, Antigone, Arci, Cgil, Confcooperative Federsolidarietà, Cnvg, Cnca, Forum Droghe, Gruppo Abele e molte altre associazioni si sono unite ai Garanti in un documento rivolto al Parlamento, al Presidente della Repubblica, al Ministero della Giustizia e ai magistrati di sorveglianza. I dati del 2025 sono drammatici: già 74 suicidi di persone detenute, oltre a due suicidi di agenti di polizia penitenziaria e due di operatori sociali. E poi 47 decessi le cui cause sono ancora da accertare. Nel 2024 i Tribunali di sorveglianza hanno accolto oltre 5.800 istanze per condizione di detenzione disumana e degradante, contraria all’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti umani. “Il carcere si è chiuso drammaticamente all’esterno”, dice l’appello, “i detenuti trascorrono in celle inabitabili quasi l’intera giornata”. Una situazione che crea frustrazione e burnout anche in chi ci lavora. Le richieste sono precise. Al Parlamento si chiede un provvedimento di clemenza per ridurre immediatamente il numero dei reclusi. Al Presidente della Repubblica di esercitare una consistente concessione di grazie, come hanno fatto alcuni suoi predecessori. Ai magistrati di sorveglianza di concedere per questo Natale tutti i giorni di permesso premio disponibili. Al Ministero della Giustizia di umanizzare e modernizzare l’esecuzione della pena, aprendo il carcere al mondo del volontariato, alle associazioni, alle cooperative, agli enti locali, alle scuole, alle università. “Siamo di fronte a una sequela di provvedimenti frutto di un approccio di panpenalismo securitario”, ha dichiarato Hassan Bassi di Forum Droghe, citando i decreti Rave, Caivano, Sicurezza. “Il carcere non è più soltanto la discarica sociale di una società sempre meno inclusiva, ma anche un grande corpo da torturare psicologicamente, fra annunci e promesse mai mantenute”. Bassi ha notato come le uniche parole sensate e coraggiose sulle condizioni di vita nelle carceri arrivino da uomini di Chiesa, Papa Francesco e l’Arcivescovo di Milano Mario Delpini. “A parte pochi parlamentari, la politica rimane sorda”. Silenzio anche di fronte ai suicidi, l’ultimo tre giorni fa a Pistoia che ha portato il conto a 74. Per questo le associazioni hanno dato appuntamento per il 6 febbraio 2026 a Roma, per un’assemblea pubblica sullo stato delle carceri italiane. Un momento di confronto aperto a tutte le realtà del volontariato, del terzo settore, agli operatori, ai cittadini. Per uscire una volta per tutte da questa situazione e costruire insieme un percorso di interventi duraturi. L’appello si chiude con le parole del portavoce dei Garanti, che sono anche quelle di Papa Francesco: “Penso ai detenuti che, privi della libertà, sperimentano ogni giorno, oltre alla durezza della reclusione, il vuoto affettivo, le restrizioni imposte e, in non pochi casi, la mancanza di dignità e di rispetto”. E poi l’invito finale: “Noi garanti chiediamo speranza e umanità. Ma qui e ora”. La speranza che apre le porte: il Giubileo dei detenuti di Enzo Fortunato Il Sole 24 Ore, 12 dicembre 2025 Ci sono porte che si aprono raramente, e non per mancanza di chiavi, ma di sguardi. Le carceri italiane sono tra queste. Il Giubileo dei detenuti chiede di tornare a vedere chi vive ai margini. Secondo il Rapporto Antigone 2024, i detenuti sono oltre 61.000 a fronte di circa 51.000 posti; in molte regioni il sovraffollamento supera il 130%. Nel 2023 i suicidi sono stati 69, segno di un disagio che interroga la coscienza civile. Dietro i numeri ci sono persone. Ce lo ricordava Papa Francesco, a Rebibbia nel 2015, quando disse: “Nessuno può togliervi la dignità” (Omelia, 2 aprile 2015). Leone XIX prosegue quella visione chiedendo una misericordia che diventi struttura sociale, capace di restituire possibilità reali a chi ha sbagliato. Il quadro nazionale resta critico: oltre il 30% dei detenuti soffre di disturbi psichiatrici certificati; mancano educatori, psicologi, spazi per lavoro, studio e spiritualità. Un carcere privo di opportunità non è sicurezza, ma frattura. Sempre Papa Francesco ricordava con chiarezza: “Una società che imprigiona senza offrire speranza è una società che ha smarrito se stessa” (Santiago, 16 gennaio 2018). Serve allora una proposta politica coraggiosa. Il Parlamento discute da anni riforme mai completate: messa alla prova ampliata, potenziamento delle misure alternative, sostegno al reinserimento lavorativo, investimenti strutturali sulla salute mentale. Le istituzioni dovrebbero fare molto di più. È inaccettabile che il sovraffollamento resti cronico, che la giustizia riparativa sia attiva solo in pochi istituti, che manchi un piano nazionale per la formazione professionale dei detenuti. Il carcere non può essere lo spazio dove finiscono tutte le fragilità che la società non vuole vedere. Il Giubileo ricorda che la sicurezza nasce da percorsi che riducono la recidiva, non dall’abbandono. I progetti formativi attivi in alcune carceri mostrano che quando si offre fiducia, il cambiamento è possibile. Ma perché ciò diventi sistema serve volontà politica, continuità amministrativa e una comunità civile capace di riconoscere che la dignità non è un premio, ma un fondamento. La Preghiera semplice, attribuita a san Francesco, chiede: “Là dove è disperazione, ch’io porti la speranza”. È l’impegno che il Giubileo affida a tutti: aprire porte, non chiuderle; costruire futuro, non solo contare errori; credere che la giustizia più alta è quella che rialza e ricrea. Per questo è urgente un piano nazionale che affronti il nodo strutturale del sistema penitenziario. Non basta evocare la rieducazione: servono fondi certi, personale formato, protocolli di salute mentale, accordi stabili con imprese e terzo settore per garantire lavoro e formazione. La politica deve assumersi la responsabilità di trasformare il carcere in un luogo dove la pena non coincide con la rinuncia al futuro. La Costituzione, all’articolo 27, parla chiaro: la pena deve tendere alla rieducazione. Ogni volta che un istituto crolla, ogni volta che una persona si toglie la vita, quello stesso articolo viene tradito. Le comunità territoriali possono diventare laboratorio di reinserimento: cooperative, parrocchie, enti locali, associazioni culturali. Senza questo legame il carcere resta un mondo chiuso, incapace di generare ponti. Il Giubileo invita a rompere l’inerzia. E la misericordia non è buonismo: è la scelta concreta di investire dove sembra più difficile. Leone XIX richiama proprio questo: una Chiesa che accompagna, una società che non rinuncia a nessuno. Se vogliamo davvero sicurezza, dobbiamo avere il coraggio di costruirla con strumenti nuovi. La speranza non è un lusso: è un compito politico. Ed è nelle mani di ciascuno di noi. È questo il tempo di scegliere se continuare a convivere con un sistema che fallisce o iniziare finalmente a guarirlo. Il Giubileo ci chiede di non distogliere lo sguardo: è nelle carceri del nostro Paese che si mostra lo stato della nostra umanità. La Russa non si arrende: “Rendere subito più facili gli arresti domiciliari” di Mauro Bazzucchi Il Dubbio, 12 dicembre 2025 Il presidente del Senato torna a chiedere alla maggioranza un provvedimento immediato contro l’affollamento delle carceri. Ignazio La Russa non si arrende, e prova nuovamente a sollecitare alla sua maggioranza e al governo un provvedimento che alleggerisca nel breve termine la situazione di insostenibile affollamento nelle nostre carceri. Nel tradizionale scambio di auguri con la stampa parlamentare, il presidente del Senato riparte da lì, dal “no” ricevuto sul mini- indulto che aveva proposto alla premier Meloni. Un diniego che non lo frena, anzi lo spinge a rilanciare: “Visto che mi hanno detto di no, c’è un’altra strada: allarghiamo i criteri per gli arresti domiciliari, subito, prima di Natale”. Il sovraffollamento delle carceri, dice, “è reale” e può essere affrontato intervenendo su ciò che già esiste. E qui entra in scena un altro pezzo del sistema: i giudici di sorveglianza. “Due di loro mi hanno detto che sono sotto numero in modo impressionante, hanno pile di pratiche per benefici e liberazioni anticipate”. Da qui la proposta di aumentare temporaneamente gli organici, anche con magistrati onorari, e di ampliare gli spazi per i domiciliari “quando vengono meritati” La Russa presenta il suo piano come una questione di pragmatismo più che di ideologia. E rivendica la propria ostinazione: “Ogni volta che parlo dei detenuti prendo uno schiaffo in faccia, ma non metto la testa sotto la sabbia”. Il riferimento non è solo al governo, ma all’intero clima politico che circonda il dibattito su carceri e diritti. Anche per questo insiste sulla necessità di usare “le norme che già ci sono” e riconosce al governo l’impegno sul piano di ampliamento degli istituti penitenziari. Dal versante penitenziario a quello più generale del sistema giustizia il passo è breve. Il referendum, un passaggio decisivo dei prossimi mesi, non spaventa il presidente del Senato. Anzi, lo considera un banco di prova senza rischi sistemici: “Avrà conseguenze politiche, ma non drastiche. Non è paragonabile al 2016: Renzi scelse di legare la sua sorte al referendum, il governo Meloni fa l’opposto”. E pone una domanda retorica destinata a pesare nel dibattito: “Se vincono i Sì, i leader dell’opposizione si dimetteranno? Nessuno chiederà a Conte o a Schlein di farlo”. Interpellato sulla legge elettorale, La Russa ribadisce una posizione che negli ultimi mesi ha più volte ripetuto: “Speriamo che sia fatta con il concorso di tutti”. Poi, con la consueta vena polemica, affonda: “A sinistra dicono che Meloni vuole fare le riforme per comandare. Ma dicono anche che vinceranno le prossime elezioni. Delle due, l’una”. Una frase che fotografa perfettamente la dialettica di queste settimane: opposizioni sospettose, maggioranza compatta nel difendere la cornice riformatrice del governo. La Russa ne approfitta anche per rassicurare sulle tensioni, vere o presunte, tra Meloni e Salvini sul dossier esteri. “Tra loro c’è un rapporto umano molto forte. Sono quasi coetanei, trovano facilmente punti di riferimento comuni”. Differenze di linea? “Non costituiscono una difficoltà reale alla tenuta del centrodestra”, garantisce. E si concede una frecciata benevola al campo opposto: “Mi auguro che un rapporto così ci sia presto anche nel centrosinistra”. A chiudere, un passaggio sulla manovra: “Siamo un po’ in ritardo, ma speriamo di approvarla prima del 21, quando abbiamo il concerto di Natale con Claudio Baglioni”. Una battuta per alleggerire il quadro e restituire la cifra del personaggio: poco istituzionale, combattivo, e sempre pronto a spiazzare il dibattito politico. Carceri, La Russa insiste ma sono idee in libertà di Eleonora Martini Il Manifesto, 12 dicembre 2025 “Allarghiamo i criteri degli arresti domiciliari subito prima di Natale e semplifichiamone la concessione; aumentiamo i giudici di sorveglianza con norme temporanee”, affidandone il compito anche “ai magistrati onorari”, “affrontiamo con norme già esistenti il tema del sovraffollamento, che è reale”. E niente, Ignazio La Russa non cede e torna a parlare di carcere, rispondendo indirettamente al suo vecchio amico Gianni Alemanno che proprio ieri, dalla sua cella di Rebibbia dove è recluso, lo ha quasi redarguito. E lo ha spronato a non perdere l’occasione del “Giubileo dei detenuti”, passando dalle parole ai fatti. Eppure, le proposte del presidente del Senato - frutto di “iniziativa personale”, senza “alcuna condivisione con il governo né con la maggioranza”, secondo fonti di Via Arenula - sembrano avere l’unico risultato di mandare in fibrillazione il mondo che sopravvive malamente dietro le sbarre. “Esternazioni ad effetto”, le chiama già qualcuno tra le fila dell’opposizione. Il ministro Nordio infatti neppure raccoglie l’idea e qualche ora dopo, intervenendo ad Atreju, ribadisce semplicemente la sua linea di sempre: “detenzione differenziata dei tossicodipendenti” nelle comunità come “malati da curare; più posti detentivi; “riduzione della custodia cautelare”. “Ogni volta che parlo dei detenuti prendo uno schiaffo in faccia ma non mi sono fermato”, “non nascondo la testa sotto la sabbia”, si inorgoglisce la seconda carica dello Stato rispondendo sul tema ai cronisti dopo la cerimonia dello scaldino a Palazzo Madama. “Il governo nella sua autonomia ha ritenuto di non potere fare un mini-mini-mini indulto, cioè la possibilità di far uscire quelli per cui mancano due o tre mesi e mandarli con i propri parenti”, ricorda La Russa che non trovò alcun sostengo nella sua parte politica quando, prima dell’estate, propose di mandare ai domiciliari i detenuti con residuo di pena inferiore a 18 mesi. Eppure, il presidente del Senato non mette neppure il naso fuori dai ranghi e, dopo aver elencato alcune delle infinite possibilità con cui il governo potrebbe far tornare legali le carceri italiane, dà atto ai suoi: “Mi hanno fatto vedere che non sono chiacchiere, che il piano di ampliamento di 10 mila posti di detenzione è avviato”. D’altronde il niet definitivo sullo cosidetto “svuota carceri” lo aveva già preventivamente apposto il sottosegretario Delmastro in un’intervista di ieri sul Foglio. L’idea di La Russa “di velocizzare le procedure per le misure alternative” non convince appieno nemmeno la sua vice a Palazzo Madama, la dem Anna Rossomando, che pure aveva appoggiato le precedenti proposte: “Ricordo che quando il governo è intervenuto ha reso più farraginosa la liberazione anticipata”. Indulto e amnistia non sono concessioni, ma strumenti previsti in Costituzione, ricorda la Conferenza nazionale dei Garanti territoriali dei detenuti che ieri, dal Senato, ha lanciato “un appello alla politica” affinché si proceda subito con “una legge ordinaria per superare nell’immediato il sovraffollamento”, per dare “risposte concrete a coloro che devono scontare meno di due anni, o, addirittura, meno di un anno, così come è stato fatto dal Governo Berlusconi nel 2003 e nel 2010 (Ministro della Giustizia Angelino Alfano)”. “Bisogna pensare anche al numero chiuso nelle carceri”, incalzano i garanti comunali e regionali. Sarebbe il “segno tangibile di speranza” richiesto per celebrare il Giubileo dei detenuti, ultimo evento dell’Anno santo che si chiude domenica con la messa del Papa davanti a migliaia di pellegrini. Secondo fonti vaticane, però, tra i tanti presenti mancherà proprio il ministro Nordio. Il “mini-mini-indulto” di Ignazio La Russa è puro buonsenso di Annalisa Chirico Il Tempo, 12 dicembre 2025 Ignazio La Russa ci riprova. Intervenendo alla cerimonia dello Scaldino, il tradizionale scambio di auguri con la stampa parlamentare, il presidente del Senato è tornato su un tema che gli sta a cuore: il sovraffollamento carcerario. Non in modo retorico, né lagnoso, ma con una proposta concreta, dopo la chiusura del governo all’idea di un “decreto bipartisan” per consentire a chi abbia quasi interamente scontato la pena di poter usufruire dei domiciliari. “Io ne prendo atto, il governo nella sua autonomia ha ritenuto di non poter fare un mini mini mini” indulto ma ha proseguito La Russa, “ci sono altre vie. Faccio un’altra proposta, così subito mi dicono di no, tra venti minuti, ma non mi sono fermato. Non pretendo di convincere nessuno ma neanche di dovere completamente chinare la testa nella sabbia. Un’altra strada è: facciamo una norma che semplifichi la concessione degli arresti domiciliari o allarghiamo il criterio degli arresti domiciliari subito”. In particolare, il “mini-mini-mini indultino” per Natale riguarderebbe duemiladuecento detenuti la cui pena scadrebbe a febbraio e che avrebbero così la possibilità di trascorrere le Feste in famiglia. Per chi accusa il presidente Ignazio La Russa di appassionarsi troppo alle questioni politiche e di partito fuori dall’aplomb che si confà alla seconda carica dello stato, è una secca smentita. Non solo perché l’inquilino di Palazzo Madama non è, notoriamente, un notaio, soprattutto quando ha il profilo del “totus politicus” come La Russa, ma anche perché il tema carcerario, in un Paese con un tasso di sovraffollamento del 138% e una media di circa 70 suicidi l’anno, non può essere demandato solo a una parte politica. È una gigantesca questione nazionale: per chi ha il diritto costituzionale di scontare la pena in condizioni rispettose della dignità umana e per la polizia penitenziaria su cui grava l’immane compito di gestire una situazione potenzialmente esplosiva. Perciò il richiamo proveniente dalla seconda carica dello Stato conferma una sensibilità istituzionale di primissimo piano rispetto a una questione che ha anche un profilo di legalità costituzionale. La certezza della pena è sacrosanta, anche se in Italia viene spesso sabotata dall’azione di magistrati che lasciano a piede libero criminali colti in flagranza di reato. Il governo porta avanti la linea della fermezza contro il lassismo degli anni passati, mira a costruire nuove carceri per aumentare la disponibilità di posti, e fa bene, non è più tempo di sanatorie e scontifici che minano la certezza della legge e scaricano su vittime e familiari una doppia ingiustizia. L’intervento di cui La Russa è tornato a parlare riguarda una minima parte della popolazione carceraria, quella con una prospettiva di uscita a sessanta giorni, e dunque potrebbe avere un effetto migliorativo in certi istituti penitenziari senza comportare un intervento su larga scala. Un risultato buono con uno sforzo minimo. Da Mattarella una lezione civile al Paese sullo stato delle carceri di Riccardo Renzi Il Riformista, 12 dicembre 2025 La visita del Presidente Sergio Mattarella al carcere femminile di Rebibbia non è stata una semplice tappa istituzionale, né un gesto di cortesia verso un progetto artistico. È stata una lezione civile rivolta al Paese. L’inaugurazione di Benu - l’installazione permanente ideata da Eugenio Tibaldi e realizzata insieme alle donne recluse - è diventata un’occasione per mostrare ciò che dovrebbe essere il carcere secondo la nostra Costituzione: un luogo di rinascita, non di abbandono. La simbologia della Fenice, che risorge dalle proprie ceneri, è stata il filo conduttore del discorso presidenziale. Ma la Fenice, ha lasciato intendere Mattarella, non può risorgere se il nido è marcio. E alcuni istituti italiani oggi lo sono, “in condizioni totalmente inaccettabili”. Il Presidente, con la delicatezza che gli è propria, ha ricordato la promessa costituzionale spesso smentita dai fatti: le pene devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è un corollario del sistema, né un lusso civico per tempi migliori. È un principio cardine che distingue una democrazia liberale da uno Stato punitivo. L’arte, la formazione, il teatro, lo studio: tutto ciò che a Rebibbia esiste da anni e che Benu amplifica sono strumenti reali di reinserimento, non attività ornamentali. Sono, anzi, la manifestazione più concreta di uno Stato che non abdica alla sua responsabilità educativa. Eppure, Mattarella ha ricordato che questo modello virtuoso non è uniforme: ci sono luoghi dove la detenzione si riduce a mera segregazione, senza prospettiva, senza programmi, senza futuro. Se in alcuni istituti si può parlare di rinascita, in altri domina l’involuzione: sovraffollamento, suicidi, violenze, totale assenza di percorsi trattamentali. La rieducazione non è un’utopia da progressisti sentimentali. È un investimento sulla sicurezza, sulla coesione sociale, sulla riduzione della recidiva. Tutti i dati mostrano che dove ci sono cultura, lavoro, formazione, la recidiva crolla. Meno recidiva significa meno reati, meno vittime, meno costi di detenzione. Ma per ottenere questi risultati serve ciò che Mattarella chiede da anni: un impegno organico, non episodico; un’amministrazione penitenziaria dotata di risorse adeguate; un Parlamento che non rincorra la paura ma governi la complessità; una magistratura di sorveglianza messa in condizione di lavorare con continuità. Il punto politico è esattamente questo: Rebibbia non deve essere l’eccezione virtuosa che commuove nelle ricorrenze, ma il modello da estendere a tutte le strutture del Paese. Dovunque dovrebbero essere presenti teatri, scuole, laboratori artistici e professionali, spazi per l’incontro con la comunità esterna. Dovunque dovrebbe essere garantita una condizione umana minima. Dovunque lo Stato dovrebbe mostrarsi all’altezza del proprio ruolo, perché la qualità del carcere è la cartina di tornasole della qualità democratica complessiva. Dichiarazione Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale Ristretti Orizzonti, 12 dicembre 2025 Il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale (Gnpl) esprime la propria gratitudine al Presidente della Repubblica per quanto dichiarato nella sua visita alla Casa circondariale femminile di Rebibbia. Nel suo discorso il Capo dello Stato ha ricordato l’importanza “del fine rieducativo della pena” nonché “del progetto e della missione degli istituti di costituire, prevedendole, opportunità di socializzazione”, per far sì che “gli istituti di pena non siano isolati dal mondo esterno, ma facciano parte - come è doveroso - del mondo esterno, del mondo della nostra Repubblica”. Sono parole che avvalorano quanto proposto pubblicamente dal Garante in questi anni di praticare, quando le condizioni lo consentono, misure alternative rispetto alla detenzione penale e dell’adeguamento, anche dal punto di vista sanitario, degli spazi esistenti, perché l’espiazione della pena non avvenga mai in condizioni degradanti e faccia da preludio ad un pieno reinserimento sociale della persona. Da qui anche l’appello al Parlamento, più volte reiterato dal Gnpl come nell’ultima audizione pubblica dello scorso maggio, perché nell’ambito delle proprie competenze, intervenga con urgenza per mettere in atto provvedimenti legislativi che suppliscano alle carenze segnalate, a partire dalle varie relazioni realizzate, e vadano nella direzione di un miglioramento delle condizioni di vita delle persone detenute, a partire da un rinnovamento delle infrastrutture carcerarie. Questi e altri temi sono oggetto dell’impegno quotidiano del Gnpl e saranno ripresi e rilanciati nei prossimi giorni, anche in occasione della sua partecipazione al Giubileo dei Detenuti, che si svolgerà a Roma a partire da domani 12 dicembre, fino a domenica 14. Quel dramma dei giovani detenuti nei gironi infernali per gli adulti di Bruno Mellano La Stampa, 12 dicembre 2025 Spesso i fenomeni sociali più complessi e ampi sono anticipati dal loro presentarsi in un ambito territoriale o comunitario ristretto, definito, marginale. Analizzare e riflettere, ad esempio, sull’esecuzione penale, e su quella giovanile o minorile in particolare, non è solo un esercizio di cittadinanza attiva, ma può essere anche un’utile azione di governo, non solo in riferimento alla specifica problematica, bensì all’intero contesto della condizione giovanile contemporanea negli Stati evoluti. Per questi motivi appare interessante e feconda la presentazione, a cura della Biblioteca civica e dell’Informagiovani di Savigliano, del libro “18+1” di Monica Cristina Gallo, sui giovani detenuti nelle carceri italiane. Ragazzi che con 18 anni e un giorno sono collocati nei gironi, spesso infernali e sempre sovraffollatati, delle 189 carceri per adulti presenti nel Paese. Una popolazione detenuta “under 25” in forte crescita numerica: erano 3.274 al 30 giugno 2023, ma all’inizio del 2025 era già diventati 5.067. A questi si devono aggiungere quei ristretti che don Bosco chiamava i “discoli pericolanti” che, compiuto un reato da minorenni, sarebbero collocati fino ai 25 anni negli istituti penali per minori, ma che sempre più spesso, a 18 anni compiuti, vengono tradotti negli istituti penitenziari per adulti. A volte su loro stessa richiesta, ma molte volte per difficoltà di trattamento o a causa del sovraffollamento che da alcuni anni morde anche le 17 strutture dedicate ai minori. L’importanza di parlare ai ragazzi - In Italia il numero di ragazzi detenuti negli Ipm dai 14 ai 25 anni è cresciuto dai 318 del dicembre 2021 ai 579 del 15 novembre scorso. Appare dunque molto significativo parlare ai giovani di un aspetto specifico di questa fase storica, non solo italiana, che riguarda direttamente la loro generazione, i loro coetanei. L’esecuzione penale, interna o esterna ad un carcere, le misure alternative o sostitutive, la messa alla prova (anche per i reati da Codice della Strada), gli stili di vita o di consumo illegali, il fenomeno delle baby-gang, il bullismo, il cyberbullismo e i reati da Codice rosso sono dimensioni di devianza che sempre più frequentemente incrociano la vita quotidiana dei ragazzi, negli ambiti sociali - reali o virtuali - che frequentano. Conoscere i fenomeni, analizzando le situazioni e approfondendo le questioni, appare essere una tappa rilevante nel percorso personale di maturazione e di consapevolezza. Il contributo sul campo offerto del libro “18+1” è una testimonianza diretta e preziosa: da non perdere. La presentazione del libro a Savigliano - Monica Cristina Gallo è ospite stasera (giovedì 11 dicembre), alle 21 in sala S. Agostino nella biblioteca di Savigliano, per presentare il suo libro “18+1 Diciotto anni e un giorno”. L’iniziativa di Comune, biblioteca, coop Orso, Informagiovani e Teatro e Società, la vedrà dialogare con Bruno Mellano. Letture di Claudio Montagna. Ingresso libero. Massimo, il papà in carcere e una ripartenza piena di amore di Giancarlo Visitilli Corriere del Mezzogiorno, 12 dicembre 2025 “Quando ha detto: bisognerebbe gettare la chiave e lasciarli marcire, mi sono sentito una cacca. Mi sono sentito io marcire dentro, soprattutto perché l’ha pensato un mio professore”. Sono le parole di Massimo, studente di un istituto tecnico commerciale di Bari, che mi racconta la sua storia, “puoi parlarne e cercare di fare capire che i detenuti, in quel posto, che non è manco come l’Inferno di Dante, si lasciano morire, peggiorano, si abbruttiscono di più”. Massimo frequenta il quarto anno, vuole studiare economia, “per imparare a capirli e a restarmene lontano dai soldi”. Suo padre, sconta vent’anni, per aver ucciso durante una rapina. “Non mi ha mai fatto mancare nulla, dalle scarpe firmate alle tute da migliaia di euro. Cellulari di grido, sigarette, e poi le prime canne, fumo buono, comprato nei posti dove va solo gente che se lo può permettere, non come quello che comprano gli amici, fatto con le pomate di scarpe. Ma ho mandato a c... tutta la mia non vita di prima, da due anni. Mi è bastato vedere la fine di un altro mio amico, anche lui in carcere. Ha tentato due volte il suicidio e non ci riesce ancora”. Massimo è un fiume in piena, meriterebbe un posto in cattedra, per dialogare coi suoi coetanei. Nel corso della sua preadolescenza e fino a due anni fa, “la mia vita era piena di cose. Anzi, più cose mi davano o mi permettevo, e più mi accorgevo che non mi servivano veramente, non mi riempivano. Mi sentivo svuotato, non saprei dirti di cosa, ma ho avvertito che la mia vita si stava perdendo, con papà in galera, mia sorella che a tredici anni si è rifatta già tutto quello che si poteva rifare e mi sono accorto che mi mancava una cosa fondamentale: la vita. Io non vivevo, facevo finta e volevo dimostrare agli amici, anche ai professori, che mi potevo permettere tutto. Sai che è successo a un certo punto? Senza accorgermi o senza mai pensarci, mi sono innamorato. E lì è stato un casino”. Massimo dice di un amore, di cui non vuole accennare nulla. Lo fa solo dopo la mia insistenza. “Non l’avrei mai detto che, con tutte le ragazze che mi potevo permettere, ne ho avuto pure di belle e importanti della mia città, ma non ero felice, lì ho capito che non era quello che io volevo. Allora, un giorno, mi sono fatto coraggio, dopo due anni, che sono stato male, mi sballavo anche con le sostanze chimiche, ma non sono mai arrivato alla cocaina, come i miei amici, e mi son fatto coraggio, e ho cominciato a dire di me in casa. Un casino: per mia madre ero un disonore, a mia sorella le ero indifferente”. Poi, va a un colloquio con il padre, in carcere, “e dopo che sono stato un casino di tempo, senza dirgli nulla, ma solo con gli occhi pieni di lacrime, gli ho detto che dovevo dirgli una cosa di me. Lui mi ha detto che avrei potuto dirgli tutto e che per qualsiasi cosa lui ci sarebbe stato, tranne alla morte non c’è rimedio. E gliel’ho detto, mi sono liberato”. Ha reagito con un abbraccio strettissimo, “che è durato almeno mezz’ora, senza dirmi niente. Mi ha detto che nessuno mi deve dare il permesso per chi devo amare. E che devo insegnare a quelli che stanno fuori e liberi, che le chiavi sono fatte apposta per aprire quei segreti che anche io mi ero tenuto nella mia cella”. La riforma della giustizia e l’esproprio del Parlamento di Gaetano Azzariti MicroMega, 12 dicembre 2025 La riforma consegna un gran potere nelle mani del governo ed espropria il parlamento del potere di revisione costituzionale. Ancor prima del contenuto è già la forma che offende e che denuncia il carattere eversivo della riforma. La legge sull’ordinamento della giustizia è stata infatti approvata violando lo spirito, ma anche la lettera della nostra costituzione. L’articolo 138 prevede infatti una doppia lettura dei due rami del parlamento, una maggioranza qualificata in seconda lettura e un referendum eventuale di natura oppositiva qualora, pur se superata la maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera, non si sia però raggiunto il consenso dei due terzi dei nostri rappresentanti. Al di là di ogni tecnicismo mi sembra del tutto chiara la ragione di fondo che sostiene questo procedimento. Se una legge ordinaria può essere il frutto di una maggioranza contingente, quando si vuole cambiare la Costituzione di tutti è necessario pensarci bene, ricercare il consenso più ampio (le maggioranze qualificate), permettere ai nostri rappresentanti di tornare sui propri passi (la doppia lettura) e non adottare procedure semplificate (lo ribadisce anche l’articolo 72). Un modo di pensare alla legge suprema e alla sua revisione distinto e separato da quello dell’ordinaria attività parlamentare. Quando si discute della Costituzione è necessario favorire il dialogo tra diversi, e comunque non devono operare le ordinarie distinzioni contingenti tra maggioranza e opposizione che sostengono il governo, bensì quelle legate ai principi “eterni” della Costituzione, che attraversano i diversi e “contingenti” indirizzi politici maggioritari. Pietro Calamandrei, com’è noto, enfatizzava questa prospettiva sostenendo che il governo non dovesse metter bocca, anzi uscire dall’aula quando si discute di Costituzione (“i banchi del governo devono rimanere vuoti”). Da tempo in realtà si è andata definendo una prassi e sono state introdotte modifiche regolamentari che hanno prodotto un progressivo slittamento verso il governo del potere di revisione della costituzione. Basta fare alcuni esempi per comprendere l’involuzione intervenuta. In base ad una prassi non scritta, ma solidamente conservata, nessuna riforma costituzionale veniva approvata senza la partecipazione dell’opposizione e il conseguimento della maggioranza dei due terzi. Sino a quando, nel 2001, il centrosinistra impaurito dalla nascita di una forza secessionista (la Lega delle origini) e dall’ascesa della coalizione di una destra con a capo Silvio Berlusconi, pochi giorni prima della fine della legislatura approvò la riforma del Titolo V con una maggioranza assoluta risicata. Voleva dimostrare di essere più autonomista della Lega, approvò la peggiore riforma costituzionale della storia (“un monumento di insipienza giuridica” fu definita da Gianni Ferrara), perse le elezioni vinte dal centrodestra e dalla Lega, creò un precedente che fu seguito pochi anni dopo, nel 2006, dal centrodestra. Un disastro sia nel merito, sia nella forma. Poi Berlusconi e, con ancor maggiore veemenza, Renzi nel 2016 si appropriarono dell’iniziativa legislativa e presentarono le proprie riforme costituzionali intestandosi i reciproci testi. Non ultima delle cause che portarono entrambi alla disfatta referendaria. La stessa norma dei regolamenti parlamentari che stabiliscono un procedimento di approvazione abbreviato e l’immodificabilità in seconda deliberazione (art. 99 Regolamento Camera; 123 Regolamento Senato) sono state interpretate letteralmente, finendo per escludere ogni possibile variazione del testo una volta trovato l’accordo in prima lettura tra le due Camere. C’è da chiedersi se ciò sia compatibile con la lettera dell’articolo 138 della Costituzione che non fa cenno ad una ipotesi di diminutio dei poteri parlamentari ed anzi invita a tornare sul testo, dopo tre mesi, non certo per limitarsi ad una mera conferma del già deciso. Dunque abbiamo assistito ad una progressiva banalizzazione della procedura definita in Costituzione per modificare il testo della Costituzione stessa e una sua progressiva attrazione nell’area della maggioranza di governo. Ora siamo al passaggio conclusivo: il definitivo esproprio del parlamento e l’annessione del potere di revisione della costituzione alla esclusiva volontà del governo in carica, vero e solo dominus della riforma. Per la prima volta nella storia della nostra Repubblica, infatti, il quattro passaggi parlamentari non sono serviti assolutamente a nulla: non hanno permesso alcuna discussione autonoma dei parlamentari, i quali hanno votato per disciplina di partito e vincolo di maggioranza senza poter esercitare il loro libero mandato. Il testo approvato in via definitiva è esattamente lo stesso approvato dal Consiglio dei ministri nel maggio del 2024: nei quattro passaggi in parlamento non ha subito alcuna modifica. L’andamento della discussione (si fa per dire) è stato paradossale. Vista la negazione di ogni possibilità di emendare il testo l’opposizione si è limitata a fare ostruzionismo, iscrivendo tutti i suoi parlamentari a parlare pur consapevole che - visti i numeri parlamentari - a nulla sarebbe servito e che nulla avrebbe potuto far cambiare idea a una maggioranza blindata. D’altronde, la stessa maggioranza non ha ritenuto neppure utile discutere in sede parlamentare il suo testo per dare almeno conto del proprio operato. Persino le poche proposte migliorative - o ritenute tali - che alcuni parlamentari di maggioranza avevano in mente e che avrebbero potuto ben essere accolte senza stravolgere l’impianto originariamente definito non sono state considerate e i proponenti hanno ritirato o comunque non discusso i loro stessi emendamenti. Tant’è che solo alcune dichiarazioni ai giornali ci hanno fatto conoscere le opinioni concorrenti di alcuni senatori o deputati. Tra questi autorevoli componenti che hanno espresso fuori dai denti - ovvero fuori dalla sede parlamentare - la propria opinione. Così apprendiamo che il senatore Pera, pur critico nei confronti di diverse soluzioni adottate, ha votato a favore della riforma “per ammirazione” della presidente del Consiglio. L’ammirazione è certamente un nobile sentimento, ma non rientra tra le ragioni che dovrebbero indurre un parlamentare a recedere rispetto ai suoi obblighi derivanti dalla responsabilità politica. Poi leggiamo che persino il presidente del Senato ritiene che si stia giocando una partita che “non vale la candela”. Anziché fornirla alla buvette, si poteva utilizzare l’aula per dichiarazione così impegnative e perplesse. Insomma, una riforma costituzionale decisiva per il futuro della nostra democrazia approvata a bocche cucite. A ben vedere, ormai per cambiare la Costituzione si utilizzano maniere ancor più spicce e decisioniste che non per l’ordinaria attività legislativa. Almeno i disegni di legge sono discussi in commissione, poi in assemblea, e qualche modifica è permessa. Persino nei casi sempre più frequenti in cui è il governo a proporre il decreto-legge (dunque ponendo il parlamento difronte ad un dato di fatto e limitando il suo potere a quello di conversione), l’emendabilità è assicurata. Tant’è che, eventualmente, ci si lamenta della non omogeneità delle modifiche introdotte. Ora, invece il testo diventa intoccabile. E non c’è neppure bisogno di porre la questione della fiducia tant’è ferrea la disciplina imposta ai parlamentari di maggioranza. Insomma, la Costituzione trattata peggio di un qualunque decreto legge. 2- Ora, ci rimane solo un’ultima possibilità. L’ultima garanzia che la Costituzione ha previsto e che il governo non ha potuto violare, ma di cui sta comunque cercando di stravolgere il senso. Il referendum che nel sistema costituzionale è indicato come lo strumento attraverso il quale una minoranza (un quinto dei membri di una camera o cinquecentomila elettori o cinque consigli regionali) può opporsi alla decisione della maggioranza parlamentare. Anche in questo caso si tenta di ribaltare il senso e lo spirito del referendum previsto dall’art. 138, volendolo costringere entro una innaturale logica plebiscitaria a favore di un governo che tende a sterilizzare ogni possibile messa in discussione. Non più indetto da chi vuole salvaguardare l’assetto costituzionale vigente, ma da chi lo vuole cambiare. La natura oppositiva, si trasforma demagogicamente in una approvativa: la richiesta di un plebiscito, un’ulteriore richiesta di consenso passivo da parte di una moltitudine plaudente. Chi ha avuto la maggioranza in parlamento non ha nessuna ragione di chiedere al popolo se acconsente: dopo tre mesi, in assenza di richiesta di referendum, che è solo “eventuale”, la legge costituzionale approvata - seppure nel modo indecente di cui s’è detto - entra in vigore. Spetta allora a chi si oppone alla riforma non solo attivarsi per far valere le proprie ragioni, ma anche per ristabilire gli equilibri violati della procedura della revisione costituzionale, ricordando che anche la forma è sostanza. È venuto il momento - ora o mai più - di cominciare a discutere seriamente e nel merito di una riforma che opera contro la giustizia, ma anche contro la ratio della Costituzione, mettendo da parte la prosopopea della attuale maggioranza di governo, che ha affermato di ritenere intollerabile il controllo dei giudici e di voler utilizzare la riforma costituzionale della giustizia, ma anche la prossima sulla Corte dei Conti, per impedire che questi, nell’esercizio delle loro funzioni, possano fermare l’azione che si vuole senza freni del governo. È necessario tornare a riflettere criticamente sui dati reali per recuperare l’equilibrio costituzionale tra i poteri. Equilibri che, con questa riforma, tanto nel merito (di cui non si è qui parlato), quanto nella forma (di cui s’è qui discusso), risultano venire decisamente sbilanciati a favore di un solo soggetto: il governo, che si vuole sia libero da qualunque tipo di controllo, non solo quello dei giudici, ma anche quello del parlamento. *Ordinario di diritto costituzionale presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Roma La Sapienza Nordio rilancia la riforma: separare le carriere contro l’inciucio giudici- pm di Valentina Stella Il Dubbio, 12 dicembre 2025 A differenza dell’anno scorso quando la platea del Circo Massimo contestò duramente l’ex presidente dell’Anm Giuseppe Santalucia, quest’anno quello stesso popolo di Atreju, riunito però nei giardini di Castel Sant’Angelo, ha scelto il fair play nei confronti di Silvia Albano. Neanche un accenno di applauso ma neppure un fischio da quando ieri è salita sul palco insieme al Ministro Nordio, ad Alberto Balboni, ad Antonio Di Pietro, a Sabino Cassese, a Debora Serracchiani e a Gaetano Azzariti per discutere della riforma della separazione delle carriere. Ad accogliere gentilmente la presidente di Magistratura Democratica c’era addirittura quel Giovanni Donzelli che solo l’anno scorso, nel periodo di grande scontro tra politica e magistratura per le decisioni sul protocollo Italia Albania, aveva dedicato alla giudice un articolo di “dossieraggio” sul suo blog dal titolo “Silvia Albano: ecco chi è il capo delle toghe rosse che ha deciso sui migranti in Albania”. Ma ieri invece l’atmosfera era diversa, anche grazie al Guardasigilli che chiamato ad aprire le danze dal direttore del Foglio, Claudio Cerasa, ha subito detto “grazie a chi non la pensa come noi: il confronto è il sale della democrazia”. Concetto accolto positivamente dalla Albano che fermata a margine del dibattito ha voluto ribadire che “noi non ci sottraiamo mai al dibattito” . Nelle prime file ad assistere al ping pong Arianna Meloni, Andrea Delmastro, Sara Kelany. Nel merito dei contenuti nulla di nuovo sotto al cielo. Nordio ha assicurato che il referendum sulla riforma costituzionale sarà nel mese di marzo: “La data precisa però non dipende da noi”. Ha poi detto di essere stato “particolarmente sorpreso” da chi “nella magistratura ha sostenuto che ci stiamo adeguando al progetto della P2. È pura miseria argomentativa” Si è poi chiesto ironicamente: “Come può essere giusta una giustizia dove i pm danno i voti ai giudici nel Csm?”. Nel punto stampa ha aggiunto: “Il fatto che un pm appartenga alla famiglia dei giudici e allo stesso Csm dove si danno i voti gli uni agli altri, dove i candidati pm telefonano ai giudici per chiedere il voto per la loro corrente, come ha rivelato lo scandalo Palamara, se si pensa che c’è stato un episodio non smentito dove un magistrato ha detto a un altro “Salvini è innocente ma bisogna attaccarlo” in un Paese normale si sarebbe scatenata una rivoluzione, perché è un sacrilegio che un giudice prostituisca la sua alta carica per attaccare un politico. Invece non è accaduto nulla, lo scandalo Palamara è stato insabbiato e il Csm ha messo la polvere sotto il tappeto”. Per Silvia Albano invece “chiamarla separazione delle carriere non dà il senso della riforma. Il cuore della riforma non è la separazione delle carriere, è lo smembramento del Csm, la mortificazione dei componenti togati del Csm e la possibilità stessa del Csm di garantire l’indipendenza dei giudici”. Albano ha aggiunto di “fidarsi di quello che ha detto chi ha fatto questa proposta di legge”, ricordando che “i rappresentanti del governo hanno spiegato che è per bloccare l’invadenza della magistratura rispetto alla politica”, con continui riferimenti “a provvedimenti che sono stati sgraditi dalla maggioranza del governo”. Considerato che in questa campagna referendaria sta emergendo spesso la storia di Enzo Tortora, Albano ha voluto ricordare il clima di quei giorni: “Quando Tortora fu ammanettato, il presidente e il segretario di Md di allora si recarono a Napoli per una conferenza stampa per criticare quell’arresto, perché noi ci teniamo alla tutela delle garanzie”. L’altro protagonista della kermesse è stato Antonio Di Pietro: “Io c’ero da poliziotto, da magistrato, da avvocato, da imputato, da indagato, da parte lesa e da parte civile. Sono qui perché ho vissuto le mie esperienze da magistrato in simbiosi con i gip. E sono qui perché ho subìto la simbiosi tra pm e giudici. Voterò Sì al referendum, perché a me piace guardare la norma per quel che è, non per chi la presenta o l’ha presentata. Se ogni volta che qualcuno dice bianco l’altro deve dire per forza nero, consiglio al presidente del consiglio Meloni di dire nero quando vuole bianco”. L’ex requirente di Mani pulite ha poi ammesso: “Il pm ha un tale potere che non lo ferma nessuno, soltanto un quintale di tritolo o un altro magistrato. Dopo questa riforma sarà ancora più forte”. Per Sabino Cassese, invece, “tra i motivi per votare Sì c’è il fatto che la separazione occorre per garantire l’equilibrio tripolare tra giudice, pm e difesa”. A Debora Serracchiani ovviamente è stato ricordato la mozione Martina che riteneva “ineludibile” la separazione della carriere: “La riforma l’abbiamo già fatta con la Cartabia. Già oggi le carriere sono separate. Resto convinta che l’obiettivo della riforma sia un altro ossia colpire l’indipendenza e l’autonomia della magistratura”. Mentre il costituzionalista Gaetano Azzariti si è chiesto criticamente in riferimento al sorteggio: “Lasciare la giustizia al caso era davvero l’unico rimedio?” E ancora: “Davvero credete che con la riforma ci saranno meno errori giudiziari?”. Sul sorteggio si è espresso anche Alberto Balboni, presidente della commissione Affari costituzionali del Senato: “Il sorteggio non è la soluzione più ideale ma è la medicina indispensabile per restituire la libertà ai magistrati rispetto al potere delle correnti”. Intanto ieri in Cassazione è stato presentato il comitato territoriale del Lazio “Giusto dire No” dell’Anm. A presiederlo l’ex vertice del sindacato delle toghe Giuseppe Santalucia che ha detto: “I sondaggi fotografano sia una distanza non significativa tra il fronte del Sì e il fronte del No sia il fatto che esiste una fetta di elettorato che ancora non conosce la riforma e le sue implicazioni. Se sapremo comunicare bene che la Costituzione non merita di essere cestinata in nome di alcune suggestioni che vengono portate avanti in una campagna denigratoria nei confronti dell’ordine giudiziario siamo certi di poter ribaltare la situazione”. Contemporaneamente è stato costituito ufficialmente il comitato “Avvocati per il No” su iniziativa dell’avvocato penalista Franco Moretti. Ufficio del processo, botta e risposta Albano-Nordio sui 12mila precari di Errico Novi Il Dubbio, 12 dicembre 2025 La presidente di Magistratura Democratica lancia l’allarme: “Senza stabilizzazioni i tribunali collassano”. Il ministro della Giustizia: “Faremo il possibile nei limiti del Pnrr”. Il futuro dei precari dell’Ufficio del processo irrompe nel dibattito sulla riforma della giustizia e accende il confronto tra magistratura e governo. È accaduto ad Atreju, sul finire dell’incontro dedicato alla separazione delle carriere, quando la presidente di Magistratura Democratica, Silvia Albano, ha rivolto un intervento diretto al ministro della Giustizia Carlo Nordio, chiedendo garanzie sul destino di migliaia di lavoratori. Albano ha parlato di una situazione che desta “fortissima preoccupazione” negli uffici giudiziari. “Dodicimila funzionari dell’Ufficio per il processo scadranno a giugno 2026”, ha ricordato, sottolineando come proprio questi addetti abbiano consentito di ridurre i tempi dei procedimenti. “Se non verranno stabilizzati, i tempi dei processi si raddoppieranno”, ha avvertito, aggiungendo che al momento sarebbero previsti fondi solo per 3mila stabilizzazioni. Il monito è stato netto: “Se queste persone non verranno stabilizzate, la giustizia chiude e i tribunali possono dichiarare bancarotta”. La replica di Nordio è arrivata immediata. Il ministro ha assicurato l’impegno del dicastero, pur richiamando i vincoli del Pnrr e quelli internazionali. “Nei limiti in cui il Pnrr ce lo permette, faremo di tutto per stabilizzare”, ha dichiarato, ricordando che il governo ha già operato rimodulazioni su impegni ereditati da esecutivi precedenti. Nordio ha poi ribadito che la questione rientra tra le priorità dell’azione ministeriale: “Assicuriamo il nostro impegno per rimodulare al meglio gli impegni presi con il Pnrr”, spiegando che l’obiettivo è tenere insieme efficienza e qualità della giustizia. “L’efficienza deve andare di pari passo con una giustizia giusta e imparziale”, ha concluso. Lecce. Detenuto barese si impicca con un lenzuolo Corriere Salentino, 12 dicembre 2025 Un detenuto di origini baresi è morto dopo essersi impiccato con un lenzuolo nel carcere di Lecce. L’episodio è avvenuto mentre il compagno di cella dormiva, durante una delle ore notturne, quando in servizio vi era un solo agente di polizia penitenziaria assegnato all’intera sezione. Una situazione non conforme a quanto previsto dai protocolli di sicurezza per la gestione dei detenuti considerati “particolari”, per i quali dovrebbe essere presente almeno un secondo operatore. L’agente in servizio, accortosi del dramma, ha lanciato immediatamente l’allarme, richiamando un collega in aiuto. I due poliziotti hanno tentato manovre di rianimazione, ma per l’uomo non c’è stato nulla da fare. La situazione nel carcere di Lecce è da tempo critica: emergono gravi carenze di organico, sovraffollamento e mancanza di supporti sanitari e psicologici adeguati. Tutti fattori che, secondo il sindacato, contribuiscono ad alimentare un clima di rischio e disperazione all’interno della struttura. Pilagatti si è appellato nuovamente alle istituzioni locali e nazionali affinché venga predisposto un piano d’azione concreto e immediato. “La situazione di Lecce era e resta drammatica, servono risposte urgenti prima che si verifichino nuove tragedie”. Il suicidio del detenuto riapre il dibattito sulla gestione delle fragilità mentali nelle carceri italiane e mette in luce una problematica ormai strutturale, dove la penuria di risorse e personale rischia di trasformare le strutture penitenziarie in luoghi di abbandono piuttosto che di riabilitazione. Roma. Morta nella notte una detenuta nel carcere di Rebibbia ansa.it, 12 dicembre 2025 Nella sezione femminile del carcere di Rebibbia è morta questa notte una detenuta, in circostanze ancora da chiarire. Rinviati a data da destinarsi i “Giochi della Speranza”, iniziativa promossa dalla Fondazione Giovanni Paolo II per lo sport, dal Dap - Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e dalla rete di magistrati “Sport e Legalità” per la promozione dello sport in carcere. All’interno del penitenziario si terrà un momento di raccoglimento alla presenza dei partecipanti previsti per l’iniziativa. Presente, tra gli altri, la deputata del Partito Democratico, Michela Di Biase. Roma. Morto Francesco Valeriano, il detenuto massacrato di botte a Rebibbia lo scorso giugno di Beatrice Tominic fanpage.it, 12 dicembre 2025 È morto nelle scorse ore Francesco Valeriano, l’uomo di 45 anni massacrato di botte in carcere da ignoti lo scorso giugno. Il quarantacinquenne era detenuto nel carcere di Rebibbia, stava scontando una pena di due anni e mezzo. Originario di Fondi, era arrivato nel penitenziario romano da circa un mese e mezzo dopo un periodo detentivo nell’istituto di Cassino. Dopo il ritrovamento il detenuto, rinvenuto agonizzante in cella, è stato trasferito d’urgenza al policlinico Umberto I, con lesioni cerebrali gravi ed è stato sottoposto a una tracheotomia. Valeriano ha trascorso l’estate in ospedale, ricoverato. A settembre sembrava stare meglio ed è iniziata la ricerca per trovare una clinica che potesse svolgere la riabilitazione di cui necessitava, come aveva raccontato l’avvocato che assiste la famiglia del detenuto, Antony Lavigna. Una clinica in cui, però, non è mai arrivato. Da mesi sarebbe stato trasferito, da ospedale in ospedale, sempre più lontano dalla famiglia. Aveva perso peso, si lamentava spesso dei dolori alla testa e manifestava forte malessere. Dopo un periodo in una struttura privata di Monte Compatri, sabato scorso è stato portato in condizioni gravi al policlinico di Tor Vergata, come appreso da Fanpage.it. Da quel momento la preoccupazione della famiglia del quarantacinquenne è aumentata fino a quando, nella mattinata di ieri, per cause ancora da comprendere con certezza, ha perso la vita. La terribile aggressione risale alla fine dello scorso giugno ed è avvenuta nel carcere di Rebibbia quando Valeriano è stato massacrato di botte da ignoti. Il quarantacinquenne è stato trovato agonizzante in cella. E sono subito scattati i soccorsi. “I fatti si sono verificati in carcere, in una struttura chiusa. Non dovrebbe essere troppo complicato risalire ai soggetti coinvolti”, è quanto auspicato dall’avvocato Lavigna, come ha rivelato a Fanpage.it a settembre. I responsabili del pestaggio sarebbero stati individuati, ma si sta cercando di fare chiarezza su altri eventuali elementi che potrebbero aver concorso ai fatti “che facciano parte delle istituzioni o meno”, aveva sottolineato ancora a suo tempo Lavigna. Le indagini sul caso sono scattate immediatamente per chiarire chi possa aver materialmente aggredito il quarantacinquenne o anche se ci siano state eventuali sviste o omissioni, dei soggetti terzi che possano aver concorso all’evento. Qualora dovesse essere confermato che il decesso di Valeriano è avvenuto come conseguenza del pestaggio di giugno, la situazione potrebbe peggiorare nei confronti dei responsabili. Come è stato possibile che Valeriano sia stato massacrato di botte e ridotto in fin di vita mentre si trovava sotto la custodia dello Stato, in carcere? Per trovare risposte a questa e ad altre domande restano in corso gli accertamenti sul caso. Roma. “Fra degrado e vite abbandonate, vi racconto il mio anno dietro le sbarre a Rebibbia” di Ilaria Dioguardi vita.it, 12 dicembre 2025 L’ex ministro ed ex sindaco di Roma, Gianni Alemanno, è detenuto nel carcere romano dal 31 dicembre 2024. In questo dialogo a tutto tondo racconta la vita in carcere, ma anche il rapporto con la sua famiglia, la recente pubblicazione di un libro e la sua speranza per l’imminente Giubileo dei detenuti. Con un messaggio per la premier e per il ministro Salvini. “Quando ho visto la situazione di degrado in cui si vive dentro le carceri italiane, ho pensato che fosse mio dovere fare qualcosa”, dice Gianni Alemanno, che dal 31 dicembre 2024 è detenuto nel carcere Rebibbia di Roma e scrive, sulla sua pagina Facebook, un “diario di cella”. “Potrei dire che sto meglio di prima dal punto di vista fisico e spirituale, se non sentissi che la detenzione rallenta i riflessi e i ritmi di vita. E, comunque, la libertà manca”. Da poco è in distribuzione con il libro L’emergenza negata. Il collasso delle carceri italiane, scritto insieme a Fabio Falbo e autori vari detenuti nel braccio G8 di Rebibbia. Alemanno, come si vive in carcere? Questa esperienza detentiva di un anno come le ha fatto cambiare idea sulla detenzione? La vita in carcere si svolge tra grandi contraddizioni, a volte comiche, a volte tragiche. C’è un grande sforzo da parte delle università impegnate nei Pup (Poli universitari penitenziari), delle associazioni del Terzo settore e di molte imprese per garantire percorsi di rieducazione e di reinserimento alle persone detenute. Ma questo sforzo non trova un’adeguata attenzione da parte dell’amministrazione penitenziaria, sempre più in affanno per fronteggiare un sovraffollamento carcerario in costante crescita. Per cui solo poche persone detenute riescono a usufruire di questi “percorsi di trattamento”, mentre la maggior parte rimane esclusa e abbandonata a se stessa. Le strutture penitenziarie sprofondano sempre più nel degrado, nonostante la spesa dello Stato per ogni detenuto sia superiore alla media europea. Questa situazione ha un effetto antimeritocratico: le persone detenute che vogliono comportarsi male si trovano a loro agio nel caos del sovraffollamento, mentre quelle che cercano di ricostruirsi una vita trovano difficoltà sempre più insormontabili. Il lato comico della vicenda sono i mille inutili divieti con cui l’amministrazione pensa di garantire “l’ordine e la sicurezza”: tutta una serie di indumenti e di utensili di uso quotidiano non possono essere acquistati e i detenuti si inventano mille trovate per ovviare a queste mancanze. Nel carcere esiste anche una forma di vita comunitaria e di rispetto reciproco tra i detenuti. In realtà, se si facesse veramente leva su questo spirito, con reali opportunità di formazione e di lavoro, si potrebbe abbattere nettamente la recidiva al crimine e garantire meglio la sicurezza del cittadino. Ma tutto questo viene reso impossibile, come ho detto, da un sovraffollamento giunto oltre il 138%, che viene qualificato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo come una forma di tortura nei confronti dei carcerati. Io non ho dovuto attendere questa esperienza per comprendere che il giustizialismo fine a se stesso serve a poco: mi sono sempre interessato delle carceri e, nel 2006, sono stato uno dei tre parlamentari di destra che, in contrasto con le direttive del mio partito, non ha votato contro l’indulto proposto dal Governo Prodi. Certo, non mi aspettavo un degrado così profondo delle strutture. Può raccontarci qualcosa per farci “vedere” degli aspetti del carcere che noi da fuori non conosciamo? Per esempio, le persone detenute sono “costrette” a cucinarsi da sole la gran parte dei cibi che consumano perché gli alimenti distribuiti dall’amministrazione sono di scarsa qualità. Per cui ci si attrezza con fornelli da campeggio a gas, si comprano le materie prime e ci si sbizzarrisce nel preparare ogni tipo di cibo, spesso con ottimi risultati. L’aspetto brutto è che l’ambiente dove si cucina è lo stesso dove sono i wc e i servizi, con commistioni certamente non piacevoli. Si fa un uso smodato delle tv che sono installate in ogni cella: non ho mai visto tanta televisione come in questo periodo. Chi non partecipa ai programmi di rieducazione gioca ossessivamente a carte o a pingpong, mentre all’aria molti praticano ogni forma di allenamento sportivo. Ci sono anche dei laboratori dove i pochi fortunati fanno anche delle belle cose: la falegnameria dove si costruiscono bellissimi presepi tipo San Giovanni Armeno, la pizzeria che non ha nulla da invidiare a quelle del mondo libero, si producono caffè e gelati di ottima qualità. Insomma, il “galeotto” non è refrattario al lavoro e all’impegno, se solo ne ha l’opportunità. Personalmente, lei come si sente, com’è cambiato in quest’anno di detenzione? E com’è cambiato il rapporto con la sua famiglia? Il rapporto con la mia famiglia si è rafforzato. Certo, loro soffrono per la mia detenzione e io mi sento responsabile di questo, anche se continuo a professarmi innocente. Da molto tempo non parlavo con mio figlio, che ha 30 anni, così lungamente e intensamente come ora. Io ho intensificato il mio lavoro intellettuale, mi sono iscritto all’università per una seconda laurea, anche il tempo che dedico alle pratiche spirituali, come a quelle fisiche e sportive, è molto aumentato. Potrei dire che sto meglio di prima dal punto di vista fisico e spirituale, se non sentissi che la detenzione rallenta i riflessi e i ritmi di vita. E, comunque, la libertà manca. Da qualche settimana è uscito il libro L’emergenza negata. Il collasso delle carceri italiane (disponibile online), scritto insieme a Fabio Falbo e autori vari detenuti nel braccio G8 di Rebibbia. Il volume è dedicato “Alle persone detenute che sono venute a mancare e a quelle che si sono tolte la vita nelle carceri italiane”. Perché ha deciso di scriverlo? Quando ho visto la situazione di degrado in cui si vive dentro le carceri italiane, ho pensato che fosse mio dovere fare qualcosa. Per fortuna ho trovato sulla mia strada Fabio Falbo, una persona che è in carcere da quasi 20 anni, nonostante si professi innocente, e che ha trovato una forma di riscatto laureandosi in Giurisprudenza e dedicandosi, come “scrivano di Rebibbia”, all’assistenza sociale e legale degli altri detenuti. Abbiamo messo insieme le nostre esperienze e abbiamo cominciato una lotta per i diritti dei detenuti, che è diventato il nostro principale impegno sociale, anche con l’aiuto di una associazione come Nessuno tocchi Caino. Siccome i problemi carcerari non sono semplici e ci sono molti equivoci e pregiudizi, per provare a smontarli abbiamo sentito la necessità di scrivere un’opera organica, di cui io ho curato la parte politica, Fabio quella giuridica e altre persone detenute quella lavorativa. Pensiamo di aver fatto una cosa utile. Il Giubileo dei detenuti si svolgerà dal 12 al 14 dicembre. Cosa rappresenta per lei e cosa spera che sarà? Vorrei ricordare che papa Francesco ha aperto una Porta Santa qui nel carcere di Rebibbia, proprio per testimoniare la sua vicinanza con la popolazione detenuta. E nella Bolla di indizione del Giubileo ha anche chiesto ai governanti di compiere un atto di clemenza nella forma di un’amnistia o di condoni di pena. Insomma, da cristiano, io credo che la Chiesa cattolica sia una delle poche realtà che hanno veramente a cuore le sorti delle persone detenute e che il Giubileo del 14 dicembre sarà un’occasione per testimoniarlo con la massima forza. Che messaggio manderebbe oggi alla premier Giorgia Meloni e al ministro Matteo Salvini? Chiederei loro, appunto, di ascoltare il messaggio che viene dal Giubileo dei detenuti. Entrambi si dichiarano dei devoti fedeli, perché non ascoltano la richiesta di clemenza lanciata da papa Francesco, che sarà sicuramente ripresa da papa Leone XIV? Se il sovraffollamento non sarà ridotto immediatamente, le carceri italiane andranno al collasso trasformandosi, più di quanto non lo siano già adesso, in un enorme problema per tutta la società italiana. Occuparsi delle persone detenute non è solo un atto di carità cristiana, è anche un atto di buonsenso proprio per difendere i cittadini dalla recidiva al crimine. Mantova. Carcere sovraffollato: appelli inascoltati. “Nella disumanità non c’è rieducazione” di Silvia Ronco Gazzetta di Mantova, 12 dicembre 2025 Una strage di vite e di diritti, quella delle carceri italiane, che necessita di una risposta urgente ed efficace guidata da sentimenti di speranza, ma soprattutto umanità. L’assemblea nazionale dei garanti territoriali dei diritti delle persone private della libertà ha presentato oggi (giovedì 11 dicembre) al Senato un documento per ribadire la necessità di un’azione concreta e responsabile da parte della politica, che incida sul sovraffollamento nelle carceri, una delle problematiche di maggiore rilevanza che affligge il sistema penitenziario italiano. In occasione di questo evento, giovedì 11 dicembre il Comune di Mantova ha indetto una conferenza stampa per approfondire la situazione, alla quale hanno partecipato il vescovo Marco Busca, la Garante dei diritti delle persone private della libertà della città di Mantova Graziella Bonomi, il presidente della Camera penale di Mantova Sebastiano Tosoni, gli assessori al welfare Andrea Caprini e alla legalità e solidarietà internazionale Alessandra Riccadonna, e i presidenti di Hike Giancarlo Sodano e di Libra Ets e Sapori di libertà Angelo Puccia. “Noi, oggi, qui, raccogliamo e facciamo nostro il grido di dolore dei Garanti - ha commentato Caprini - Sono stati diversi gli appelli ripetuti e inascoltati, per questo speriamo che le iniziative dei prossimi giorni nelle città italiane sedi di istituti di pena, in particolare il Giubileo dei detenuti che si terrà il 14 dicembre a Roma, servano davvero a sensibilizzare l’opinione pubblica e a richiamare l’impegno delle forze politiche su un’urgenza che non è più procrastinabile”. Le conseguenze - I dati raccolti nell’ultimo anno rispecchiano “una realtà indegna per un Paese civile” che, come ha spiegato la Garante Bonomi, incide sui principi costituzionali della dignità e nuoce alla funzione rieducativa della pena che i detenuti stanno scontando. “Sovraffollamento, concretamente, significa compressione dello spazio vitale, difficoltà ad accedere all’unico servizio igienico della cella, tensioni, rischio di contagio sanitario e criminale e sovraccarico di lavoro per gli operatori. Il risultato? 74 detenuti e 4 operatori civili e di polizia penale si sono tolti la vita in Italia nel 2025, un tasso preoccupantemente in aumento” ha aggiunto Bonomi. Oggi, le conseguenze di tale disagio non sono più affare soltanto di chi sta dentro a quel mondo lontano che è il carcere, ma raggiungono orizzonti più ampi, che interessano proprio tutti: a risentirne è la collettività, perché se viene compromessa la funzione rieducativa delle prigioni, automaticamente aumenta la recidiva, e la sicurezza dei cittadini diminuisce. “Chiediamo, dunque, che vengano considerate la depenalizzazione e misure alternative alla detenzione, oltre alla liberazione anticipata speciale per chi ha tenuto una buona condotta, così da non appesantire ulteriormente il sistema penitenziario. Un indulto, che è uno strumento con piena legittimità costituzionale: clemenza non significa debolezza o fallimento, ma benevolenza” ha concluso Bonomi. Una giustizia riparativa - Il vescovo Busca ha sottolineato il forte legame tra la drammaticità del tema e la spiritualità. “Circa 35 anni fa sono stato il cappellano del carcere di Rebibbia, e la situazione era già questa - ha commentato - È un’illusione pensare di rispondere al male facendo del male, l’educazione non si coltiva dalla disumanità. Per questo, il modello da seguire è quello della giustizia riparativa, che punti all’inclusione attraverso un dialogo e una mediazione non punitivi. Una sorta di giustizia giustificante”. Alle parole del vescovo si è collegato l’avvocato Tosoni, con una riflessione sull’immagine simbolica della Dea Giustizia, una donna bendata che tiene in mano una spada e una bilancia. “La rappresentazione della giustizia riparativa non porta armi e ha la benda scostata, quindi ci vede bene. Ecco quali sono le differenze” ha detto. L’assessora Riccadonna ha, infine, ricordato l’impegno concreto del Comune sul tema, con una serie di progetti e iniziative a sostegno della casa circondariale promosse dal laboratorio Nexus, dal Festival dei diritti e dal sistema bibliotecario mantovano. Venezia. Dopo il carcere: entro Pasqua 2026 la Caritas metterà a disposizione 30 posti di Serena Spinazzi Lucchesi Gente Veneta, 12 dicembre 2025 Entro Pasqua del 2026 saliranno a 30 i posti offerti dalla diocesi attraverso la Caritas veneziana alle detenute e detenuti a fine pena o con possibilità di pena alternativa. È questa la previsione del direttore della Caritas Franco Sensini che spera di giungere entro i primi mesi del prossimo anno all’apertura di Casa mons. Vianello a Campalto, dove sono previsti 10 posti letto. Ma non è l’unica novità, in questo ambito: “Lunedì abbiamo inaugurato ufficialmente, con l’ingresso del primo ospite, l’appartamento dell’Ater di Marghera, che ha 4 posti per detenuti a fine pena o che possono usufruire di un regime alternativo, sempre di concerto con il Magistrato di sorveglianza”, spiega Sensini. A questo si sommano gli 8 posti a Piazzale Roma, dove fino a giugno erano ospitate le detenute che ora sono alle Muneghette e ora invece sono destinati al carcere maschile. “In questi mesi abbiamo lavorato per riorganizzare questo tipo di offerta e giungeremo così ad avere 30 posti complessivi. È’ un impegno importante - sottolinea Sensini - voluto in prima persona dal Patriarca”. Va ricordato che la Diocesi di Venezia è socia insieme ad altre diocesi della Fondazione Esodo per la gestione delle pene alternative. Ed è in accordo con la Fondazione che si è realizzata la residenza alle Muneghette, operativa a partire da giugno, sotto la gestione della cooperativa Nova: “Qui ci sono 6 posti letto, in stanza singola, con bagno e un piccolo scrittoio. Le ospiti sono a fine pena, alcune hanno un lavoro, e l’obiettivo - spiega il direttore della Caritas - è accompagnarle nel recupero dell’autonomia. Abbiamo poi altri 2 posti per detenute in permesso premio, segnalate dal carcere tramite l’Uepe. In questa porzione delle Muneghetti c’è uno spazio comune per farsi da mangiare e stare assieme. La cosa bella è che si è creato un senso di comunità alle Muneghette con i volontari e gli operatori. Chi vuole ci dà una mano nel servizio mensa per i senza dimora (pulendo o stando in cucina) una o due delle ospiti collaborano con la Giovanni XXIII , dunque con la famiglia Tripodi, nella produzione delle particole. Il clima che si è creato è molto bello, quando c’è qualche evento o quando una di loro esce, si festeggia tutti insieme e così si crea clima comunità”. In questo gruppo con gli operatori e i volontari c’è la cappellania del carcere, con don Massimo Cadamuro e don Paolo Bellio, le religiose e i volontari che vanno in carcere: “In pratica siamo presenti 365 giorni l’anno”. E’ questa la strada con cui detenuti e detenute vengono accompagnati verso la vita “dopo”, quando cioè finisce la pena. “L’obiettivo è proprio accompagnarli al mondo del lavoro, ma più in generale al ritorno nella vita quotidiana, la gestione dei soldi, della spesa. Perché - osserva Sensini - soprattutto le detenute vengono da periodi di detenzione lunghi, essendo il carcere della Giudecca una casa di reclusione. Cerchiamo di accompagnarle, anche spiritualmente in qualche caso, con l’obiettivo di un ritorno alla vita “fuori” che sia lontana dal rischio di recidiva. Cerchiamo di fare in modo che non si sentano sole, una volta uscite”. Roma. Giubileo dei detenuti, attesi oltre seimila pellegrini da circa 90 Paesi vaticannews.va, 12 dicembre 2025 La tre giorni dell’ultimo grande evento dell’Anno Santo avrà inizio venerdì 12 dicembre con un convegno sul “Diritto alla speranza” e culminerà domenica 14 con la Messa presieduta dal Papa. Le ostie per la celebrazione saranno donate dalla Fondazione Casa dello Spirito e delle Arti attraverso il progetto “Il senso del Pane”, che dal 2016 coinvolge più di 300 reclusi ogni anno nella creazione di particole destinate a oltre 15mila tra diocesi italiane e straniere. Da venerdì 12 a domenica 14 dicembre si terrà a Roma l’ultimo grande evento dell’Anno Santo, il Giubileo dei detenuti. L’evento, al quale sono iscritti circa 6.000 pellegrini, è rivolto ai reclusi, con i loro famigliari, agli operatori delle carceri, alla polizia e all’amministrazione penitenziaria. I partecipanti provengono da circa 90 Paesi, tra cui Italia, Spagna, Portogallo, Regno Unito, Polonia, Germania, Indonesia, Messico, Madagascar, Brasile, Colombia, Stati Uniti, Guinea Bissau, Filippine, Taiwan, Australia. I gruppi presenti - Al Giubileo saranno presenti anche rappresentanti dalla Casa Circondariale Rebibbia Nuovo Complesso, dalla Casa Circondariale di Rebibbia femminile e dall’Istituto penale minorile di Casal del Marmo di Roma, da carceri di Brescia, Teramo, Pescara, Rieti, Varese, Forlì, dal carcere minorile San Vittore di Torino. Inoltre, arriveranno a Roma delegazioni di pellegrini organizzate dalla Pastorale penitenziaria del Portogallo, dalle diocesi spagnole di Barcellona, Siviglia, Asidonia-Jerez, Merida-Badajoz, Valencia, Cordoba, da Malta, dal Cile, e un gruppo di 500 pellegrini sarà accompagnato dall’Ispettorato Generale dei Cappellani delle carceri italiane. Saranno anche presenti gruppi di volontari che fanno servizio nei penitenziari, come il Coordinamento enti e associazioni di volontariato penitenziario Odv (Seac) e l’Associazione Giovanni XXIII. In più prenderanno parte all’evento anche alcune autorità italiane del Ministero della Giustizia e del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria italiana. Il programma degli eventi - La tre giorni giubilare avrà inizio venerdì 12 dicembre, con il Convegno dal titolo “Il diritto alla speranza nel cinquantennale dell’Ordinamento Penitenziario, nell’anno del Giubileo della Speranza e nel triduo del Giubileo dei Detenuti”, che si terrà dalle ore 9.00 alle ore 18.00 presso l’Università Lumsa di Roma. Venerdì 12 e sabato 13 dicembre, poi, presso la Fraterna Domus di Sacrofano (via Sacrofanese, 25), si terranno due giornate di studio, preghiera e confronto a cura dell’Ispettorato Generale dei Cappellani delle Carceri Italiane. Domenica 14 dicembre, alle ore 10, Leone XIV celebrerà la Messa nella Basilica di San Pietro. Le ostie per la celebrazione saranno donate dalla Fondazione Casa dello Spirito e delle Arti attraverso il progetto “Il senso del Pane”, che dal 2016 coinvolge più di 300 detenuti ogni anno nella creazione di ostie destinate a oltre 15mila tra diocesi italiane e straniere, congregazioni religiose, parrocchie, monasteri e realtà cristiane. Le ostie che saranno consacrate durante la Messa del Giubileo dei Detenuti provengono dai laboratori eucaristici delle carceri di Opera, San Vittore e Bollate. Gli eventi si concluderanno domenica pomeriggio, alle ore 13.30 presso l’Auditorium Conciliazione, con la Commedia musicale “Oltre le grate”, a cura di CGS Life. L’ingresso è libero fino a esaurimento posti. Torino. A Natale dona libri e “La Voce e Il Tempo” ai detenuti di Marina Lomunno vocetempo.it, 12 dicembre 2025 Due proposte, anche in vista del Natale, per i reclusi nel penitenziario di Torino: “La Parola di Dio in carcere”, l’iniziativa della Libreria “La Rosa Blu” (corso Matteotti 11 - Torino), e “Dona La Voce a un detenuto”. Domenica 14 dicembre, nella Basilica di San Pietro alle 10, papa Leone XIV presiede la Messa in occasione del Giubileo dei detenuti, ultimo dei grandi appuntamenti del Giubileo della Speranza. Non a caso il Papa, in continuità con il suo predecessore Francesco - che aprì la seconda Porta Santa nel carcere romano di Rebibbia - ha stabilito di concludere i raduni giubilari con il mondo carcerario. Quasi a sottolineare che in nessun luogo più delle galere c’è bisogno di speranza che aiuti a guardare oltre le sbarre. Un invito a tutta la comunità dei cristiani a ricordare le parole di Gesù “Ero carcerato e siete venuti a visitarmi” e a considerare le persone detenute “fratelli e le sorelle da accogliere non da giudicare”, come raccomandava san Giuseppe Cafasso, patrono dei detenuti, di cui in questo anno si è ricordato il bicentenario della beatificazione. E perché i gesti di speranza non si concludano con il Giubileo ecco due proposte anche in vista del Natale per i reclusi nel carcere per gli adulti di Torino. La Rosa Blu - Si chiama “La Parola di Dio in carcere” l’iniziativa che anche quest’anno la Libreria “La Rosa Blu”, a Torino in corso Matteotti 11 (tel. 011. 535381) in collaborazione con i cappellani della Casa circondariale torinese “Lorusso e Cutugno”, propone a tutti i clienti che acquisteranno libri per Natale. Si invitano a donare ai ristretti la Sacra Bibbia e alcuni testi per l’avvicinamento e l’approfondimento del testo biblico o testi di spiritualità che si possono scegliere in libreria. In alternativa si può regalare un abbonamento annuale al messalino mensile “Parola e Preghiera”. Regalare un libro, in particolare la Bibbia o un testo che aiuti ad accostarla, è un aiuto ad avvicinarsi alla Parola di Dio, parola di speranza nello sconforto e nella solitudine della vita carceraria. Abbona un detenuto - È stato l’Arcivescovo Cesare Nosiglia che, durante una celebrazione eucaristica nella cappella del “Lorusso e Cutugno”, disse che “dobbiamo considerare le carceri torinesi come parrocchie della diocesi”. E così, se “La Voce e il Tempo” è il settimanale della diocesi perché non può essere letto anche dai parrocchiani che vivono dietro le sbarre? Detto fatto: sono oltre 50 gli “abbonamenti dono” che i nostri lettori hanno sottoscritto ai i detenuti del carcere torinese “Lorusso e Cutugno”. La campagna, iniziata negli anni scorsi grazie alla sensibilità di un nostro lettore che ha colto alla lettera l’invito dell’Arcivescovo Nosiglia, prosegue in sintonia con la Direzione del penitenziario e la responsabile dell’Area trattamentale che ci segnala le sezioni a cui far pervenire gli abbonamenti dono in modo che più reclusi, ma anche quanti lavorano “dietro le sbarre”, possano leggere il nostro giornale che ogni 15 giorni dedica una rubrica al carcere “La voce dentro”. Mentre ringraziamo chi ha voluto aderire all’iniziativa e li invitiamo a rinnovare l’abbonamento, ci appelliamo ad altri lettori a fare lo stesso in sintonia con in Giubileo dei detenuti e in prossimità del Natale: è un gesto significativo che avvicina il giornale della diocesi alla “comunità carceraria”. Il cardinale con i reclusi - E l’Arcivescovo Roberto Repole, non a caso all’indomani del Giubileo dei detenuti, nella mattinata di lunedì 15 dicembre, si recherà come di consueto nel penitenziario torinese per celebrare la Messa in preparazione al Natale con i reclusi e le recluse. Parma. Progetto “Liberamente Teatro”: rassegna di spettacoli per i detenuti parmadaily.it, 12 dicembre 2025 Proseguono all’interno del carcere di Parma le attività teatrali e culturali pensate nell’ambito di “Liberamente Teatro - un’evasione creativa”, il progetto dell’associazione Progetti & Teatro aps realizzato in collaborazione con Istituti Penitenziari di Parma, con il contributo di Comune di Parma, Fondazione Cariparma, il sostegno di Chiesi Farmaceutici, e con il patrocinio del Coordinamento Nazionale Teatro Carcere e di Anct Associazione Nazionale Critici Teatrali, in collaborazione con il Sistema Bibliotecario del Comune di Parma. Il programma delle iniziative, volte a confermare l’importanza dell’arte e del teatro come strumento terapeutico, pedagogico e riabilitativo, andrà ad arricchirsi - dopo l’inaugurazione del nuovo laboratorio teatrale incentrato sulla rappresentazione dell’Edipo Re, condotto da Carlo Ferrari e Franca Tragni, e l’avvio dei workshop intensivi guidati da artisti professionisti - di una vera e propria mini rassegna di teatro. Tre gli spettacoli che verranno ospitati, a partire da questo mese, presso la sala teatrale dell’Istituto Penitenziario e che saranno riservati ai detenuti e al personale interno i quali potranno assistere fruendo anche di interessanti momenti d’incontro e approfondimento proposti da registi e interpreti. Si comincerà mercoledì 17 dicembre con un classico della compagnia parmigiana Teatro Necessario, dal titolo “Clown in libertà”: uno spettacolo che è esempio perfetto di circo contemporaneo, un tripudio di energia, ricreazione e ritualità catartica con protagonisti tre folli acrobati-musicisti (interpretati da Leonardo Adorni, Jacopo Maria Bianchini e Alessandro Mori). Martedì 20 gennaio verrà, invece, presentato un capolavoro assoluto del teatro di narrazione, “Kohlhaas”, lo spettacolo che ha confermato lo straordinario talento interpretativo e poetico di Marco Baliani. Messo in scena per la prima volta nel 1990, questo lavoro, tratto dal racconto “Michele Kohlhaas” di H. von Kleist, è diventato presto un vero e proprio cavallo di battaglia di Baliani che nel corso della sua lunga carriera lo ha rappresentato oltre un migliaio di volte. Una storia avvincente che porterà tra le mura dell’istituto detentivo una riflessione cruciale sul significato di giustizia. L’ultimo appuntamento in calendario è quello previsto giovedì 26 marzo con gli “Attacchi di swing” di Alessandro Mori e Corrado Caruana, un duo irrefrenabile che darà vita a uno spettacolo di puro divertimento, tra virtuosismo musicale, gag esplosive, comicità, ritmo spumeggiante e una sana travolgente follia. Tre grandi occasioni per chi vive la realtà del carcere di apprezzare l’arte teatrale nelle sue forme ed espressioni più diverse. Venezia. Lo spettacolo teatrale “voci di dentro” con le donne detenute della Giudecca Ristretti Orizzonti, 12 dicembre 2025 Lo spettacolo teatrale “Voci di dentro” con le donne detenute della Casa di Reclusione Femminile di Giudecca in occasione del Giubileo dei detenuti. Domenica 14 Dicembre 2025, alle ore 16.00 (ingresso riservato agli autorizzati), presso la Casa di Reclusione Femminile di Giudecca, sarà presentato voci di dentro, spettacolo teatrale con alcune donne recluse, diretto da Michalis Traitsis, con la collaborazione artistica di Patrizia Ninu, video di Marco Valentini, foto di Andrea Casari, consulenza per i costumi di Lorenzo Cutùli, sartoria cooperativa Coges, nell’ambito del progetto teatrale Passi Sospesi di Balamòs Teatro negli Istituti Penitenziari di Venezia, e allestito in occasione del Giubileo dei Detenuti. Il lavoro si è incentrato sulla valorizzazione della ricchezza e della complessità della figura femminile attraverso testi, immagini, musiche, canzoni, danze, al femminile. Le voci delle donne detenute provano a imprimere ai testi un proprio, particolare, moto e respiro. Ci siamo sempre interrogati se una giornata celebrativa abbia un senso per il rischio di mettere a posto coscienze o di solidarizzare solo per un giorno, per la convinzione che ogni giorno dovrebbe essere quello giusto per essere dalla parte dei diritti e contro ogni discriminazione. Pensiamo che non esistono risposte precise, se non il bisogno di valorizzare la ricchezza e la complessità della figura femminile attraverso testi, immagini, musiche, canzoni, danze, al femminile e a ritrovare un senso, ogni giorno. Anche con il nostro provare a pensarci e sperimentarsi realmente insieme, attraverso la pratica teatrale. Perché forse la più grande forza del teatro è quella di trasformare il dolore in poesia. E di restituirci e restituire bellezza. Il teatro non ha la pretesa di trovare risposte ma di contribuire ad attivare un lavoro di riflessione, di introspezione e di cambiamento che, pur con difficoltà e fatica, le persone recluse hanno fatto su loro stesse, sui pregiudizi, sugli stereotipi, sul come ritrovare un nuovo modo di essere, sull’elaborare la gioia e la rabbia senza maschere, e per restituirli attraverso uno sguardo, un testo, un gesto, un movimento, e uno sguardo di solidarietà e di comunanza, di luce e di poesia. C’è una linea che Michalis Traitsis, sociologo, regista, pedagogo teatrale e direttore artistico di Balamòs Teatro (membro fondatore del Coordinamento Nazionale di Teatro in Carcere e del gruppo di progettazione della rassegna nazionale di teatro in carcere Destini Incrociati) e responsabile del progetto “Passi Sospesi” negli Istituti Penitenziari di Venezia insieme a Patrizia Ninu, ha scelto di percorrere, dalla prevenzione alla detenzione, ed è quella di guardare ad una prospettiva culturale, attraverso lo strumento dell’arte teatrale, nell’approccio alle tematiche della reclusione e dell’esclusione. Cultura come testimonianza, come confronto, memoria, rete nei e dei territori, tutela delle fasce più deboli della società. Cultura della diversità e dell’inclusione sociale. Il diritto non è morto. Ma va difeso di Niccolò Nisivoccia Corriere della Sera, 12 dicembre 2025 Non c’è dubbio: gli eventi di questi ultimi anni, dei nostri giorni, potrebbero indurre a visioni pessimistiche. Il diritto è finito, morto, superato: lo si ripete da ogni parte, lo pensano in tanti. È lo spirito del tempo: pensare che non esista legge che tenga, che la forza e la violenza siano una necessità, accusare chi pensa il contrario di essere solo un’anima candida - come a dire: è la realtà, bellezza, è inutile sognare. E quindi concepirlo, il diritto, solo in senso autoritario: come se il diritto non fosse a sua volta altro che forza e violenza, come se questa fosse la sua stessa natura - intimidatoria, se non addirittura persecutoria. Non c’è dubbio: gli eventi di questi ultimi anni, dei nostri giorni, potrebbero indurre a visioni di questo genere. Dalla guerra in Ucraina a Gaza, e non solo: non è forse vero che il diritto ne sta uscendo sempre più svilito, quasi umiliato? La giustizia internazionale, in particolare: non è forse vero che tutto ciò che sta accadendo contribuisce drammaticamente a delegittimarla, a farla sentire “sotto attacco” (per rimandare al sottotitolo di un libro di Marcello Flores ed Emanuela Fronza, “Caos”, in uscita da Laterza)? Ma il diritto non è morto: se lo è, lo è solo nell’immaginazione e forse nei desideri, per quanto magari inconfessati, di chi sostiene che lo sia. Secondo il tipico meccanismo della profezia che si autoavvera: spacciare per realtà, per dato incontestabile, la realtà che viene affermata come tale, e ridurre le norme ai fatti, confondendo le une con gli altri. Il punto allora è trovare dei dispositivi di resistenza contro questa “fallacia cinica”, come l’ha definita in un’occasione Roberta De Monticelli: e perché non pensare ad esempio anche alla poesia? Potrebbero valere, anche in relazione al diritto, quelli che Chiara Giaccardi e Mauro Magatti, nel loro recente “Macchine celibi” (il Mulino), propongono come dispositivi di resistenza più generali, raccogliendo un’indicazione proveniente già da papa Francesco, contro ogni deriva nichilistica: e cioè appunto la poesia e l’agire poetico. Come fonti di uno sguardo nuovo, “capace di andare al di là dei concetti che riconducono l’ignoto al noto, o che afferrano la realtà per dominarla”; come strumenti di costruzione di una realtà diversa rispetto a quella che ci viene fatto credere sia l’unica immaginabile. Perché non pensare, dunque, alla parola poetica come possibile paradigma anche della giustizia? Nella prospettiva di un diritto che, fedele a sé stesso, non rinunci alla propria tensione etica, valoriale, contenutistica e - perché no? - perfino sentimentale. Attenti alla truffa. Il premio elettorale è di minoranza di Franco Corleone L’Espresso, 12 dicembre 2025 Nella proposta di FdI chi ottiene il 40 per cento dei voti conquista il 55 per cento dei seggi. Uno spettro si aggira per l’Italia, che potrebbe assestare il colpo finale alla democrazia già malata: si tratta della proposta di Fratelli d’Italia di approvare una nuova legge elettorale dopo il Porcellum, l’Italicum e quella vigente, il Rosatellum, tutte segnate da incostituzionalità gravi che limitano i diritti dei cittadini di esprimere un voto libero e non condizionato dalle logiche partitocratiche. La ragione di questo ennesimo giro di valzer, espressa con chiarezza dall’onorevole Donzelli, è di riequilibrare i conti tra i partiti della maggioranza e di creare difficoltà alle forze progressiste. Le mosse sono tre: eliminare i collegi uninominali, indicare sulla scheda il nome del candidato premier e soprattutto prevedere un premio alla coalizione vincente. Il diavolo sta nei dettagli si diceva una volta, in questo caso si tratta di un macigno fondato sull’inganno. Infatti si accredita la vulgata di un premio di maggioranza, in realtà siamo di fronte a uno spudorato premio di minoranza e magicamente chi ottenesse il 40 per cento dei voti conquisterebbe il 55 per cento dei seggi. Il mito della governabilità distrugge così le regole basilari della rappresentanza. Lo sforzo di inventarsi regole avventurose conduce alla illegalità. Non per nulla il modello di riferimento è la legge Acerbo del 1924 che per l’appunto stabiliva un premio ancora più elevato a una minoranza. Va sempre ricordato che Giacomo Matteotti fu assassinato per la sua denuncia dei risultati prodotti da un sistema fondato sulla prevaricazione. La legge in vigore fu contestata, come le precedenti dal senatore e avvocato socialista Felice Besostri, ma andrebbe corretta o cambiata rispettando la Costituzione e le indicazioni della Corte Costituzionale. I modelli limpidi e chiari esistono, quello tedesco che combina il voto proporzionale con sbarramento e la presenza di collegi uninominali, quello maggioritario inglese a turno unico e quello francese a doppio turno. Sono diffusi in Europa sistemi proporzionali puri o con correttivi come il metodo storico D’Hondt, che lasciano agli elettori le scelte e ai partiti di individuare le compagini coerenti per costituire il governo e l’esempio più recente è quello delle elezioni in Olanda. Un modello originale che dette buona prova fu la legge che porta il nome del presidente Mattarella e che fu cancellata con una vera porcata. In Italia abbiamo avuto nel 1953 il tentativo da parte di Alcide De Gasperi di prevedere un premio di maggioranza per la lista che avesse superato il 50 per cento dei voti validi. Nonostante si trattasse di un premio alla maggioranza per garantire un numero di seggi di sicurezza, l’opposizione in Parlamento fu caratterizzata da scontri anche fisici, tra ostruzionismo e voti di fiducia. I liberali subirono la scissione di Epicarmo Corbino e i partiti laici videro la nascita di Unità Popolare capeggiata da Ferruccio Parri. La “legge truffa”, questo l’efficace slogan utilizzato nella campagna elettorale, non ottenne il quorum per 57.000 voti e fu cancellata l’anno dopo. Di fronte allo scenario allucinante di premiare una minoranza elettorale per di più con una affluenza al voto sotto il 50 per cento dei cittadini aventi diritto, dovrebbe manifestarsi una indignazione incontenibile. Sarà in gioco il cuore della democrazia e non è immaginabile che qualcuno abbocchi alle sirene di favori o elemosine di tutela del particulare di guicciardiniana memoria. Altro che “maranza” e “baby gang”: le radici profonde del disagio giovanile di Chiara Sgreccia Il Domani, 12 dicembre 2025 A offrire un’analisi delle condizioni che i minori vivono nelle periferie d’Italia, l’ultima indagine condotta da Con i Bambini e Openpolis: un quadro basato sui dati per capire dove e in che modo le disuguaglianze agiscono nel Paese e come costruire politiche pubbliche efficaci nel contrastarle. Per superare le semplificazioni e l’allarmismo. In Italia, più una persona è giovane, più è probabile che si trovi in condizioni di povertà assoluta. E più vive in un’area i cui i servizi sono carenti, più è probabile che rimanga in povertà. Sono dati che, però, non devono generare risposte d’emergenza ma spingere a un’analisi concreta della realtà del nostro Paese, delle ragioni che la determinano, in particolare dalla pandemia in poi, per proporre politiche pubbliche in grado di invertire la tendenza. Con questo obiettivo, l’impresa sociale Con i Bambini insieme a Openpolis ha condotto il report “Giovani e periferie”: un’indagine sulla condizione dei minori per raccontare come vivono gli adolescenti nelle aree periferiche d’Italia e che cosa li differenzia dai coetanei che abitano in città. Un’analisi basata sui dati per orientare anche la narrazione che fanno i media del “disagio giovanile”, per andare oltre i termini come “baby gang” o “maranza” a cui spesso si riduce il discorso sulla violenza. E inquadrare il fenomeno non come un’emergenza a cui rispondere frettolosamente, ma come strutturale, anche conseguenza di condizioni specifiche che si ripetono in determinate aree del Paese, che è diviso non solo tra Nord e Sud ma anche, all’interno di uno stesso Comune, tra centro e periferia, appunto. “Dobbiamo porci il tema di come una società garantisce il benessere dei suoi ragazzi: se la società fallisce, c’è il disagio ed è anche da questo che si genera la violenza”, spiega Vincenzo Smaldore, direttore sviluppo istituzionale di Openpolis durante la presentazione del report l’11 dicembre alla Camera dei deputati: “L’indagine, che si inserisce nel progetto Osservatorio povertà educativa, che va avanti da anni, intreccia una serie di dinamiche prima a livello nazionale e poi con focus in 14 città, da Bari a Venezia, per mostrare come un quadro chiaro di dove e in che modo le disuguaglianze agiscono in maniera preponderante metta in luce il legame tra le dimensioni che pesano soprattutto sulle spalle di chi vive in periferia: disagio socio-economico, dispersione scolastica, mancanza di servizi e spazi di aggregazione, condizione di neet”. Minori possibilità per sempre - Così, dal rapporto “Giovani e Periferie” si capisce che l’ascensore sociale in Italia è rotto. E che per questo la povertà educativa diventa una trappola da cui è difficile uscire soprattutto per chi vive nelle aree periferiche del Paese: “Chi cresce in una famiglia con minori possibilità economiche, generalmente ha anche minore accesso alle opportunità educative, sociali e culturali che potrebbero consentirgli di affrancarsi da una condizione di svantaggio”, si legge nell’analisi che mostra, infatti, come il percorso di istruzione dei minori tende a riflettere le condizioni dei familiari e a influire lungo tutto l’arco di vita della persona. Anche quando si parla di dispersione scolastica esplicita - dato in miglioramento se si guarda la media nazionale ma non altrettanto se si stringe il focus su alcune aree del Paese - e di quella implicita, cioè di chi pur andando a scuola presenta carenze gravi nelle competenze di base. In città come Catania, Napoli e Palermo, ad esempio, la percentuale di famiglie che si trova in potenziale disagio economico è anche 4 o 5 volte superiore a quella che si rileva nel centro-nord. Ma anche all’interno dello stesso Comune i divari hanno dimensioni diverse: a Catania ad esempio, a fronte di una media cittadina del 6.2% si passa dal 3.1% del Terzo municipio al 9.3% del Sesto. A Napoli: si va dal 3% in quartieri come Arenella e Vomero al 9.2% di San Pietro a Patierno. Le semplificazioni sono inutili - Ecco perché “offrire opportunità che rompano questo circolo vizioso è la principale sfida per le politiche pubbliche”, si capisce ancora dall’indagine che invita ad andare oltre i dati nazionali e a calarsi nello specifico dei territori, se si vuole promuovere la crescita del Paese. Ma anche a interpretare i numeri con cautela e senza dimenticare la loro complessità: quando si legge, ad esempio, che il tasso dei minori presunti autori di delitti violenti denunciati o arrestati dalle forze dell’ordine è cresciuto del 54% negli ultimi anni, bisogna tenere presente che i dati prendono in considerazione un periodo troppo breve per essere definiti una tendenza, si deduce dalle parole del presidente di Con I Bambini, Marco Rossi Doria, che non chiede di sottovalutare il fenomeno della violenza giovanile ma neppure di ridurlo al binomio: “Povertà è sinonimo di baby gang”. Per Rossi Doria, quindi, è fondamentale intervenire comprendendo che i minori non apprendono a compartimenti stagni, o solo quando sono dentro gli edifici scolastici: “Ma in ogni ambito della loro vita. E che anche la percezione di insicurezza che ha chi abita in periferia influisce sulla percezione che ha di sé stesso. Per questo è fondamentale andare oltre stereotipi e semplificazioni, nei dibattiti e suoi giornali. Il rapporto fornisce un’ulteriore evidenza di come nelle periferie italiane i giovani continuino a scontare inaccettabili disparità nell’accesso a servizi educativi, culturali e sociali, sui cui è necessario lavorare per far crescere l’Italia. Come è possibile che in un Paese ricco come il nostro, con un basso tasso di natalità, esistano ancora divari così ampi dentro la stessa città? Investire sulle periferie significa garantire un futuro alle nuove generazioni”. Social vietati ai minori: perché la legge australiana è ipocrita e non funzionerà di Elisabetta Ambrosi Il Fatto Quotidiano, 12 dicembre 2025 Il problema è a monte e non a valle. I ragazzi vanno formati perché li usino al meglio, non isolati dalla società. Non voglio in nessun modo, in questo post, fare l’elogio dei super colossi del web e dei social network, che ormai governano le nostre vite, facendo utili infiniti e senza, spesso, neanche pagare il giusto corrispettivo di tasse. Non è dunque questo un elogio di Meta, Tik Tok, You Tube né tantomeno dei loro “padroni”. Mi interessa qui - nel criticare il provvedimento del governo laburista australiano di vietare tutti i social network agli under sedici - fare piuttosto un ragionamento fenomenologico, dall’interno. E cioè dal punto di vista di una madre che vede bene come i social sono usati dai giovanissimi che ho in casa. E non solo quelli: anche il web, anche Google, anche l’IA, anche le decine di app che oggi permettono di fare cose in maniera molto rapida e comoda. Anzitutto, farei una riflessione proprio sulla parola “social”. Se si chiamano così, vuol dire che la loro caratteristica è la socialità. E infatti è esattamente così. Per i giovanissimi, esattamente come per noi, Facebook, ma soprattutto Instagram e TikTok, sono un modo per conoscersi, anche: oggi ad una ragazza incontrata in un locale si chiede il suo Instagram, non il suo telefono; ma sono anche un modo per condividere contenuti, idee, spunti. Su TikTok i giovani si informano, spesso male, certo, ma non che gli adulti facciano poi tanto meglio. Youtube lo usano tantissimo, sempre per informarsi. In generale, i social media sono un mezzo per connettersi, incontrarsi, appunto, far circolare idee e contenuti. Ora, davvero vogliamo interrompere queste connessioni? Soprattutto davvero crediamo che interrompendole avremo risolto il loro problema? La loro tristezza, la loro depressione, la loro fatica, la loro ansia e tutto il resto? E non sarebbero, piuttosto questi sentimenti peggiorati da un divieto assurdo, che tra l’altro sarà prontamente aggirato in altri modi magari meno controllabili? Mi chiedo davvero chi possa aver partorito una simile legge, a cui la stragrande maggioranza dei ragazzi, e pure dei genitori, infatti si oppone. Chi conosca un po’ il mondo dell’adolescenza, ad esempio, sa che il telefonino è ormai un centro in cui convergono mille social e mille app, il telefono serve per spostarsi e prendere i mezzi, serve per informarsi, serve per scambiare una foto o un contenuto, che sia Instagram oppure whatsapp (che pure resterebbe non proibito), serve per sentire musica, scattare foto e video che poi appunto si condividono. Ma soprattutto chi conosce il mondo dell’adolescenza e le sue patologie più gravi sa che, ad esempio, nel caso dei cosiddetti “ritirati sociali”, che non escono più dalla propria stanza, la prima indicazione che viene data ai genitori è soprattutto una: “Non togliete al ragazzo o ragazza il computer o il tablet: è l’unica connessione che gli resta con il mondo”. Il divieto del governo australiano tra l’altro crea una divisione tra i ragazzi stessi, con i quindicenni che non possono accedere a social dove si svolge ad esempio qualcosa di importante (faccio l’esempio di nuovo del collettivo scolastico di mio figlio, che utilizza Instagram per dare informazioni, mettere comunicati, foto etc: ne sarebbe escluso). Ma poi, seguendo quello che dice lo psicoterapeuta Matteo Lancini, perché continuiamo a trattare i ragazzi come dei bambini piccoli? E perché facciamo a loro qualcosa che non faremmo mai a noi, drogati di social ben più di loro? Come al solito, il problema è a monte e non a valle, ma qui si fa un provvedimento a valle che nulla risolve. Si tratta invece di formare i ragazzi, perché li usino al meglio. Anzi, basterebbe non nominarli proprio i social media e agire su una formazione che poi di conseguenze li aiuterà ad usarli meglio: educandoli al rispetto, alla gentilezza, ad un uso corretto del linguaggio, all’affettività. I social media che per loro sono una formidabile autostrada di conoscenza, condivisione, socialità, pur con tutti i limiti e pur con tutti i tentativi delle big tech di renderli strumenti per vendere qualunque cosa, con un marketing spinto e aggressivo (questo sì, mi sembra il problema, ma vale anche per gli adulti). Se proprio dunque dobbiamo porci il problema del digitale, forse sarebbe meglio focalizzarsi sui bambini più piccoli, ragionare su come aiutare le famiglie a gestire tablet zeppi di videogiochi che creano dipendenza. Ma anche qui, cercando di aiutare i genitori a gestirli meglio, più che pensare a divieti, che comunque avrebbero più senso per una fascia di età più piccola. Ma a 14, 15 anni sei alto come un adulto e vivi anche un po’ come un adulto. Il divieto non serve. Ripeto: infantilizzare questi ragazzi, impedendo loro di utilizzare quei social che li mettono in connessione, attutendo quindi anche la loro ansia, tristezza, solitudine è un gesto stupido e inutile. E ipocrita, anche, perché noi continueremo ad utilizzarli selvaggiamente e malamente, magari proprio davanti ai loro occhi. Dando un esempio pessimo, proprio noi che li vorremmo “educare”. Social vietato ai ragazzi. Il mondo è pronto a seguire l’esempio australiano, ma funziona davvero? di Daniele Erler Il Domani, 12 dicembre 2025 Ovunque si discute sulla possibilità di impedire ai minorenni di iscriversi a piattaforme come Instagram e TikTok. In Italia c’è una legge che fisserebbe i 15 anni d’età. Ma il divieto per legge è davvero efficace? C’è chi teme un “effetto boomerang”. Lo scorso 10 dicembre l’Australia ha introdotto, per la prima volta al mondo, il divieto di utilizzo dei social per chi ha meno di 16 anni. In base alla legge federale approvata l’anno precedente, l’Online Safety Amendment, le principali piattaforme (come Facebook, Instagram, TikTok, YouTube, X e Snapchat) dovranno adottare “misure ragionevoli” per impedire ai minori di aprire o mantenere un account. Altrimenti, rischiano multe fino ai 49,5 milioni di dollari australiani (circa 30 milioni di euro). Al di là delle ricadute locali, il caso australiano è guardato con attenzione in tutto il mondo, Italia compresa, anche perché potrebbe essere un precedente da prendere come esempio. Il provvedimento è arrivato dopo intense negoziazioni con i colossi della tecnologia, che avevano sottolineato le difficoltà nel verificare in modo oggettivo l’età degli utenti. Le autorità australiane, a partire dal primo ministro Anthony Albanese (leader del partito laburista), hanno giudicato queste obiezioni come pretestuose, o comunque secondarie rispetto all’obiettivo di salvaguardare la salute mentale dei ragazzi. Non tutti gli studi scientifici sono concordi nell’indicare con precisione quali siano gli effetti negativi dell’uso dei social network e, più in generale, delle tecnologie digitali. Esiste però un ampio consenso su un punto: l’abuso può incidere pesantemente sullo sviluppo cognitivo degli adolescenti, compromettendo la capacità di concentrazione e aumentando i rischi per la salute mentale. Esistono poi altri problemi su cui si dibatte da tempo: come il rischio di cyberbullismo, l’esposizione a contenuti violenti e il rischio di promuovere modelli estetici irrealistici. L’autorità australiana che si occupa di sicurezza online ha dunque emanato linee guida per la verifica dell’età, senza imporre una tecnologia unica. Il dibattito è molto simile a quello che in Italia riguarda la pornografia online: si vorrebbe applicare il divieto, salvaguardando allo stesso tempo la privacy degli utenti. Ma è solo uno dei problemi: più in generale, si dibatte molto sull’efficacia della norma e su quali potrebbero essere invece gli effetti negativi, in alcuni casi paradossali. Mentre alcuni ragazzi potrebbero aggirare facilmente il divieto, per esempio attraverso l’utilizzo di Vpn, altri potrebbero utilizzare altre piattaforme digitali, per esempio forum meno controllati e controllabili. Il provvedimento sembra al momento estremamente popolare in Australia. Secondo un sondaggio YouGov, circa il 77 per cento degli australiani è favorevole alla legge. Le piattaforme si sono adeguate in fretta. Da metà novembre, Meta ha inviato avvisi ai profili Instagram e Facebook degli utenti-minorenni. A inizio dicembre ha disattivato circa 500mila account: i profili sono stati sospesi, non eliminati, in modo che possano essere riattivati una volta compiuti i 16 anni. È ancora presto per capire se il provvedimento sarà davvero efficace: ma, secondo Albanese, è quanto meno un primo passo. Anche la legge che vieta il consumo degli alcolici ai minorenni non è perfetta, e ci sono ovunque minorenni che riescono comunque a bere. “Ma è comunque la cosa giusta da fare”, ha detto. Julie Inman Grant, guida della commissione sulla sicurezza digitale, lo ha definito come una sorta di “esperimento sociale” per capire se davvero si riuscirà a invertire una rotta, che finora è sembrata ineluttabile. Come ha scritto l’Atlantic: è davvero la fine dei bambini sui social? Tutto il mondo si è messo a osservare l’Australia. L’Italia ha già introdotto obblighi molto simili per quanto riguarda la pornografia, ma la discussione riguarda anche i social network. Al momento, l’età minima per iscriversi autonomamente è di 14 anni, fra le più basse in Europa. Per chi ne ha meno, serve il consenso dei genitori (sempre considerando che gran parte dei social network vieta l’iscrizione al di sotto dei 13 anni). In Senato c’è però un disegno di legge sulla “tutela dei minori nella dimensione digitale”, che propone di alzare l’obbligo a 15 anni. La prima firmataria è la senatrice Lavinia Mennuni di Fratelli d’Italia, ma ha già ottenuto consensi bipartisan, con adesioni anche da Pd e Italia Viva. Al momento, la proposta è in discussione nell’ottava commissione, competente per comunicazioni e innovazione tecnologica. In caso di approvazione della norma, sarebbe poi l’Agcom a vigilare sulla sua applicazione. Il dibattuto è simile a quello che avviene per il caso australiano. Secondo Giuseppe Valditara, ministro dell’Istruzione, i limiti ai social avrebbero effetti positivi. In un colloquio con il Foglio, ha detto che la scelta australiana “va nella direzione giusta”. “È certamente pericoloso lasciare minori non ancora strutturati soli di fronte a piattaforme progettate per creare dipendenza”. L’approvazione di una legge, come quella già in discussione, dovrebbe poi accompagnarsi a un lavoro di educazione digitale, a partire dalle scuole. I critici, a partire da alcune associazioni per i diritti digitali, ritengono che ci si debba limitare proprio all’aspetto educativo, perché un divieto imposto per legge limiterebbe la libertà di espressione dei ragazzi, creando “nativi digitali dimezzati”. Senza considerare gli altri rischi tipici del proibizionismo: mentre si vieta quello che è più in mostra, i ragazzi trovano rifugio altrove. L’Italia è intanto uno degli stati europei, insieme a Spagna, Francia, Danimarca e Grecia, che sta studiando un nuovo strumento tecnologico per migliorare la verifica dell’età. Ci sono però anche altri paesi in cui questo dibattito è in uno stato ancora più avanzato, a far intendere che l’Australia non sarà a lungo un’eccezione. Succede nella vicina Nuova Zelanda, dove il primo ministro Christopher Luxon ha già anticipato l’intenzione di promulgare una legge simile a quella australiana. Ma anche in Europa. Il governo danese ha appena annunciato un accordo, sostenuto anche da parte dell’opposizione, per vietare l’accesso ai social ai minori di 15 anni. Per i ragazzi fra i 13 e i 14 anni, i genitori potranno richiedere esenzioni al divieto, assumendosi la responsabilità per la vigilanza. E fuori dall’occidente. A fine novembre, in Malesia il ministro delle Comunicazioni, Fahmi Faszil, ha detto che dal 2026 sarà vietato aprire account social ai minori di 16 anni. Ovunque, i nuovi provvedimenti dovranno scontrarsi con l’obbligo di verificare l’età senza violare la privacy. È un dibattito molto sentito per esempio in Francia, dove una legge che fissa il divieto per i minori di 15 anni già esiste, ma si è scontrata con limiti tecnici. Secondo Emmanuel Macron, servirebbe “una maggioranza digitale” da fissare a livello europeo. Nel Regno Unito si è invece preferita una filosofia diversa. L’Online Safety Act impone invece controlli molto più severi sui contenuti, vietando quelli illegali, e comunque vietando che siano proposti ai ragazzi. Non viene imposto nessun divieto per l’iscrizione, ma si pone un limite ai contenuti che vengono diffusi ai minorenni. Negli Stati Uniti ci sono notevoli differenze fra i vari stati, ma il dibattito è diffuso anche a livello federale. Il senatore democratico Brian Schatz, dello stato delle Hawaii, ha presentato il Kids Online Safety Act e il Kids Off Social Media Act: l’obiettivo è di vietare l’iscrizione ai social sotto i 13 anni a livello nazionale, chiedendo invece il consenso dei genitori fra i 13 e i 17 anni. Il dibattito - Ma vietare i social ai minorenni funziona davvero? La risposta non è semplice e fa parte del dibattito tuttora in corso. Il rischio maggiore è che il provvedimento potrebbe avere un effetto boomerang: le grosse piattaforme hanno difetti enormi, ma quanto meno si possono regolamentare. I minorenni che non potranno iscriversi ai social potrebbero semplicemente frequentare altri spazi digitali, magari persino più oscuri o con minore moderazione. I divieti sarebbero poi facilmente aggirabili, per esempio utilizzando una Vpn. Inoltre, non è detto che i ragazzi useranno il tempo risparmiato dai social per attività più sane. Uno studio del 2023 pubblicato su Computers in Human Behavior ha rilevato che adolescenti privati di piattaforme social semplicemente hanno spostato l’attenzione su televisione e videogiochi, mantenendo invariato (o addirittura aumentando) il tempo totale passato davanti a uno schermo. Bisognerebbe dunque ampliare lo sguardo, per essere davvero efficaci. Inoltre, c’è chi sottolinea un altro aspetto: il punto vero non è vietare o consentire i social media, ma distinguere fra un loro utilizzo sano e uno patologico. In altre parole, c’è chi propone di puntare (anche con appositi finanziamenti) sull’educazione, per insegnare come la tecnologia sia uno strumento, da utilizzare con un approccio sano, contro ogni forma di abuso. In fondo, sarebbe anche un modo per preparare i ragazzi alla loro vita adulta, quando il divieto non esisterà più. Allo stesso tempo, c’è chi affronta la questione semplicemente come un caso urgente di salute pubblica. Ritardare l’ingresso negli ambienti digitali potrebbe prevenire o attenuare problemi che riguardano i ragazzi. Il divieto per età rimarrebbe aggirabile, ma quanto meno sarebbe un deterrente, come già avviene per alcol e tabacco. La sensazione è che la questione sia di una portata enorme, anche perché riguarda ampi settori economici di potere, con tutta la loro attività di lobbying per impedire ogni divieto. Il caso australiano è destinato a diventare solo un archetipo, che riguarderà poi tutto il resto del mondo. Migranti. Dal Cpr di Gjader 60 rimpatri in oltre un anno di Giansandro Merli Il Manifesto, 12 dicembre 2025 Il dato sulla struttura aperta a ottobre 2024 è aggiornato al cinque dicembre scorso ed è ufficiale. I migranti stranieri rimpatriati dal Cpr di Gjader, passando per l’aeroporto di Roma Fiumicino, sono 54 in totale. Tra loro: cinque bengalesi, nove pakistani, undici nigeriani, due moldavi, un georgiano, due senegalesi, undici algerini, quattro indiani, tre turchi, un ivoriano, un kazako, un marocchino, un honduregno, un ghanese e un camurense. Il dato sulla struttura aperta a ottobre 2024 è aggiornato al cinque dicembre scorso ed è ufficiale: lo contiene la risposta del ministero dell’Interno a un accesso civico generalizzato presentato dall’avvocata Giulia Crescini, per il progetto Inlimine dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione. Nel documento il Viminale conferma poi un rimpatrio effettuato direttamente da Tirana. Cinque cittadini egiziani spediti al Cairo il 9 maggio 2025 su un charter organizzato dal Servizio immigrazione e appartenente alla compagnia Malta MedAir. Il caso era stato rivelato da altreconomia e sollevato in aula dalla deputata dem Rachele Scarpa (ma il ministro dell’Interno aveva risposto solo a mezzo stampa). I cinque migranti erano stati trasferiti in Albania appena una settimana prima. L’operazione è servita a testare le strutture d’oltre Adriatico come return hubs extra europeo. Ovvero la principale novità del regolamento rimpatri di cui stanno discutendo le istituzioni dell’Unione. Quando sarà approvato sostituirà l’attuale direttiva, che però vieta le espulsioni da paesi terzi. L’Italia ha dunque violato apertamente il diritto Ue. E anche questo è un test, di grande rilevanza. Intanto ieri il protocollo Roma-Tirana è finito al centro delle domande dei cronisti a margine del dibattito sulla riforma della magistratura ad Atreju, la kermesse di Fratelli d’Italia. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio e la giudice Silvia Albano hanno dato risposte opposte a domande simili. Secondo il guardasigilli le proposte di modifica ai regolamenti e la lista comune sui “paesi di origine sicuri” uscite dal Consiglio dell’Ue di lunedì scorso sbloccherebbero “i centri in Albania in misura rilevante, risolvendo al 99% tutte le incertezze giurisprudenziali”. Per Nordio se la lista viene dall’Unione diventa “vincolante peri nostri giudici, rendendo superflua qualsiasi altra interpretazone”. Una tesi alquanto spericolata, se non esplicitamente contraria a quanto stabilito ad agosto dalla Corte di giustizia di Lussemburgo. “Non posso dare un giudizio perché non ho ancora studiato le norme, ma il nuovo regolamento procedure prevede gli stessi presupposti di prima per definire un paese sicuro: non cambia molto. La lista comune è una proposta della Commissione, non è diritto Ue. Il diritto Ue è il regolamento. I giudici dovranno verificare se quei paesi sono sicuri in base al nuovo regolamento procedure che entra in vigore a giugno”, ha affermato Albano, presidente di Magistratura Democratica. La giudice ha poi chiarito che “in Albania c’è stata un’estensione della giurisdizione italiana, mentre i trasferimenti in paesi terzi sicuri dei richiedenti asilo affidano queste persone a un altro paese. Sono due cose diverse”. Droghe. Per il nostro governo la cannabis light è come la cocaina. E allora disobbedisco di Filippo Blengino* Il Dubbio, 12 dicembre 2025 In un Paese irrigidito, che ha paura persino della propria ombra, può succedere - anzi succede - che chi vende o cede una semplice pianta o i suoi derivati, pur privi di qualsiasi effetto stupefacente, venga trattato alla stregua di Pablo Escobar. Così l’innocuo diventa crimine e criminali diventano cittadini, imprenditori, produttori che quella foglia l’hanno coltivata, venduta e acquistata seguendo le leggi dello stesso Stato che ora li condanna. E, sempre in questo Paese irrigidito, può succedere - anzi succede - che un caso di “spaccio” venga archiviato dal Pubblico Ministero di Roma e accolto dal GIP senza una riga di motivazione (a proposito di separazione delle carriere!) perché qualificato come azione politica “dimostrativa”. Come se la finalità politica bastasse a trasformare un reato in un gioco. A maggio, dopo l’entrata in vigore del Decreto Sicurezza che, con l’art. 18, ha equiparato la cannabis light alla cocaina, ho aperto un CBD shop nella sede di Radicali Italiani a Roma. Due giorni dopo - e solo dopo aver reso pubblica l’azione davanti a Palazzo Chigi e aver sommerso di segnalazioni i Carabinieri - è arrivata la denuncia. L’obiettivo era semplice e trasparente: costringere l’articolo 18 ad essere processato, mostrarne l’inconsistenza giuridica e l’evidente contrasto con i principi costituzionali. “Il ragionato stravolgimento di tutti i sensi.” Quella frase di Rimbaud - che Pannella usava come antidoto all’immobilismo del potere - indica la tecnica con cui si ribalta l’ordine apparente per rivelare ciò che esso nasconde. È uno stravolgimento lucido, non impulsivo: esattamente ciò che fa la disobbedienza civile quando mette a nudo l’assurdo della legge. Ed è per questo che sono tornato a disobbedire. Sono tornato a farlo al mercato di Piazza Foroni, a Torino. Con me avevo un tavolo pieghevole, mezzo chilo di cannabis light in sacchetti trasparenti, un bilancino di precisione, il denaro delle - numerose - vendite. Le persone si fermavano: alcune incredule, altre sostenitrici dell’azione politica, molte semplicemente per acquistare alla luce del sole un prodotto condannato a stare nell’ombra. Intorno, un paio di spacciatori veri che fotografavano la scena: a loro infastidivamo noi, non di certo i proibizionisti che ingrassano mafie e criminalità. Poi l’intervento di quattro Carabinieri, che mi hanno portato via. Cinque ore in caserma tra fotosegnalamenti, perquisizioni, verbali. Infine, la denuncia - spaccio - a piede libero. Cinque ore sottratte alla lotta contro chi mette davvero in pericolo la società, moltiplicate per le decine di casi simili: questa è la misura del fallimento del proibizionismo. Per pura coincidenza, nelle ore successive, il GIP di Brindisi sollevava questione di legittimità costituzionale proprio sull’articolo 18. E forse è proprio grazie alle disobbedienze e a queste prime scintille nei tribunali, che la maggioranza più proibizionista della storia repubblicana ha tentato un’improbabile giravolta: un emendamento - a prima firma del senatore Gelmetti - che avrebbe introdotto una supertassa sul CBD, liberando però il settore dal circuito penale. Un attimo di lucidità, subito soffocato dalla vergogna della retromarcia. Risultato: emendamento ritirato. Ed è per questo che la disobbedienza rimane la via principale. La cannabis light è diventata il simbolo di uno Stato dogmatico che sta imboccando una deriva preoccupante. Non è solo una questione legata all’antiproibizionismo: è la scelta di difendere dei principi costituzionali che sono emblema di uno Stato che si definisce di diritto. E allora sì: quel “ragionato stravolgimento di tutti i sensi” rimane centrale. Ieri serviva a conquistare nuovi diritti, oggi - ahinoi a impedirne lo smantellamento. Domani - temo - sarà l’unico modo per continuare a difendere un’idea semplice: che una libertà, se non fa male a nessuno, non va mai compromessa *Segretario di Radicali italiani. La battaglia contro la pena di morte vuol dire battersi per i diritti umani di Elisabetta Zamparutti L’Unità, 12 dicembre 2025 La giornata mondiale per i diritti umani è stata istituita il 10 dicembre del 1950 per commemorare l’adozione della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani avvenuta due anni prima, il 10 dicembre del 1948, da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Fu una delle prime giornate mondiali a essere istituita. All’epoca ne esistevano solo un paio. Oggi il calendario offre l’occasione di commemorare quasi ogni giorno, insieme ad almeno un santo, anche una ricorrenza mondiale. Sono profondamente convinta che la proliferazione eccessiva, vale per i beni di consumo come anche per le giornate mondiali, rischia di vanificarne il valore e il significato. Eppure, nella ricerca costante che faccio per distinguere ciò che è superfluo da ciò che è necessario, ritengo che quella del 10 dicembre sia una commemorazione necessaria. È necessaria perché la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani è la madre del nostro contemporaneo essere comunità, dove ciascuno è portatore di diritti umani, come diritti naturali storicamente acquisiti, che lo Stato deve rispettare per costruire pace e giustizia, prevenendo i conflitti. È necessaria perché la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani è la madre del nostro contemporaneo essere comunità, dove ciascuno è portatore di diritti umani, come diritti naturali storicamente acquisiti, che lo Stato deve rispettare per costruire pace e giustizia, prevenendo i conflitti. È il baluardo contro i totalitarismi di cui la violazione sistematica dei diritti umani è componente statutaria. In questa giornata, Nessuno tocchi Caino ritiene rilevante dire che in Iran si sono compiute almeno 1.878 esecuzioni da inizio anno. “E non lo potevi dire nella giornata mondiale della pena di morte?” mi diranno in molti. No, l’ho voluto dire nella giornata mondiale dei diritti umani, perché come riconosce la Risoluzione per la moratoria universale delle esecuzioni capitali approvata dall’ONU, storico successo di Nessuno tocchi Caino, “la moratoria sull’uso della pena di morte contribuisce al rispetto della dignità umana e al rafforzamento e al progressivo sviluppo dei diritti umani”. Quello che accade in Iran è l’emblema di come la battaglia contro la pena di morte riguardi in realtà l’affermazione dello Stato di Diritto e dei diritti umani nel loro complesso. Perché 1.878 esecuzioni significa che un regime, in evidente difficoltà, si scaglia contro la sua popolazione con una forza repressiva e oppressiva tale da impiccarne, facendo la media di questi 313 giorni del 2025, 6 al giorno. Qui non stiamo parlando di pena di morte. Stiamo parlando di un regime che si regge sulla violenza, che annienta il nemico infliggendo pene senza limite, punizioni senza senso. Un regime che considera il corpo dei cittadini, non solo dei reclusi, come un terreno di dominio assoluto. Una pratica vergognosa al punto che solo un’esigua minoranza delle esecuzioni, siamo al di sotto del 10%, è resa pubblica dai mezzi di informazione ufficiali. L’Iran, che batte ormai da anni la Cina per esecuzioni in rapporto alla popolazione, è lì, lì per batterla anche in numeri assoluti. Circa il 49% delle esecuzioni riguarda reati legati alla droga. Sono quei reati, per lo più senza vittima e per i quali c’è un consenso internazionale all’interdizione dell’uso della pena di morte. Al pari di quanto convenuto per i minorenni. Ma anche in questo caso, senza però che questo abbia impedito al regime di giustiziarne almeno 7 dall’inizio dell’anno. Ci sono poi le esecuzioni per omicidio che arrivano a circa il 45% del numero totale. Per il resto le impiccagioni avvengono per lo più per motivi politici: 22 quelle compiute per capi d’accusa afferenti a queste attività; 12 invece quelle avvenute in pubblico; 58 le donne giustiziate. In Iran non ci sono solo le esecuzioni capitali ed è la ragione per cui lo scorso 19 novembre il terzo comitato dell’Assemblea Generale dell’ONU ha denunciato detenzioni arbitrarie, discriminazioni contro minoranze etniche e religiose (in particolare menzionando appartenenti a comunità come quella dei Bahá’í) e persecuzioni cieche e bieche nei confronti delle donne. Le donne in un regime misogino come quello dei Mullah sono la materia prediletta per il sacrificio all’altare dell’ideologia. Sono il nemico che può essere spogliato di ogni suo diritto. È anche per questo che le donne, da Masha Amini per arrivare alle 2.000 maratonete senza velo che hanno corso a Kish, riescono anche solo con una chioma di capelli a sfidare la teocrazia sul fluttuante terreno del velo. E riescono a farlo arrivando fino a noi. Le donne iraniane riescono a commuoverci, a farci gioire e a coinvolgerci nella lotta nonviolenta di liberazione. Tale è l’energia positiva che ci trasmettono le donne iraniane capaci di far infuriare i Mullah con i loro ciuffi neri che avvolgono il volto. Donne, corpi e capelli capaci di disinnescare il tetro e totalizzante potere dei Mullah. Perché la nonviolenza offre uno spazio d’azione, forse l’unico, quando il terrore viene usato per controllare, reprimere e prevenire ogni dissenso dolosamente operando per logorare ogni forma di resistenza, ogni anelito di libertà. Ogni martedì conduco uno sciopero della fame a sostegno di quello dei detenuti iraniani che danno corpo alla campagna “martedì contro le esecuzioni”. Ieri è stato il 98° martedì in cui l’azione nonviolenta è stata condotta arrivando, nel tempo, a estendersi a 55 carceri del Paese. Ecco, io voglio dire oggi che di fronte a questa lotta silenziosa e difficile dobbiamo commuoverci, gioire e sostenerla tanto quanto abbiamo fatto pochi giorni fa per le donne iraniane che hanno corso la maratona senza il velo. Perché il silenzio dei mezzi di informazione sulle esecuzioni in Iran non fa che incoraggiare il regime a proseguire nella mattanza. Perché la nostra indifferenza ci rende complici. Perché i Governi, a partire da quelli che hanno relazioni diplomatiche con l’Iran hanno il dovere di denunciare quello che sta accadendo e chiedere di fermare le esecuzioni proprio in memoria della Dichiarazione Universale dei diritti umani che oggi diventa azione. Medio Oriente. “Targeting civilians”, report di Amnesty documenta le atrocità di Hamas di Luca Foschi Avvenire, 12 dicembre 2025 Un dossier di 173 pagine racconta l’orrore cominciato in Israele alle 6.30 del 7 ottobre 2023 e proseguito fino al rilascio degli ostaggi. Omicidio, oltraggio alla dignità personale, tortura, presa di ostaggi, saccheggio, violenza sessuale, distruzione di beni civili, utilizzo di scudi umani, sparizione forzata, attacco indiscriminato alla popolazione civile: il nuovo report di Amnesty International, “Targeting civilians”, “ha trovato elementi sufficienti per concludere che molte fra queste violazioni sono state compiute da membri dei gruppi armati palestinesi, e costituiscono crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Per questi, oggi, nessuno è stato portato davanti alla legge”. Il documento prodotto dall’autorevole Ong internazionale con sede a Londra è stato pubblicato oggi, un anno e sei giorni dopo quello che ha accusato Israele di genocidio a Gaza. Per raccontare l’orrore cominciato alle 6.30 del mattino del 7 ottobre 2023, e continuato nella prigionia della Striscia fino al 13 ottobre di quest’anno, quando tutti gli ostaggi ancora in vita sono stati liberati, il report si distende per 173 pagine, densamente popolate dai dati ottenuti con le interviste a 70 persone, l’attento studio di 354 video, dai riferimenti alle oltre 1.000 note che in calce accompagnano il testo. Durante l’attacco del 7 ottobre almeno 1.200 persone sono state uccise, 800 delle quali civili. Fra loro 36 bambini. Hamas ha sempre negato che i propri uomini siano stati coinvolti in omicidi mirati, attribuendo il massacro dei civili al fuoco israeliano. Targeting civilians dimostra inesorabilmente il contrario. Diverse persone sono state colpite per errore durante i combattimenti, altre intenzionalmente prese di mira in ottemperanza al “Protocollo Annibale”, che in circostanze estreme impone ai soldati israeliani di evitare il rapimento, che si trasformerà in ricatto politico, eliminando i propri connazionali. Ma i miliziani di Hamas, della Jihad Islamica, e in misura minore delle altre fazioni palestinesi, hanno ucciso i civili sistematicamente, spesso con un certo grado di coordinamento fra i gruppi sguinzagliati oltre il muro della prigione di Gaza. La furia omicida di quelle poche, interminabili ore, ricorda Amnesty, “è avvenuta sullo sfondo della prolungata occupazione israeliana dei Territori palestinesi, e delle diffuse violazioni dei diritti umani perpetrate contro i palestinesi, inclusa l’imposizione di un sistema di apartheid e il blocco illegale di Gaza esistente dal 2007”. Sono 15 gli israeliani uccisi dalla pioggia di razzi e colpi di mortaio partiti dall’enclave il 7 ottobre e nei mesi immediatamente successivi. Dopo il fuoco di copertura, il dilagare dei miliziani attraverso le brecce e per i kibbutz e i villaggi cresciuti intorno alla Striscia, Be’eri, Nahal Oz, Ofakim, il festival di musica techno “Nova”, incontrato per caso lungo la strada numero 232. Qui 344 giovani sono stati massacrati. Il report dedica un capitolo a ogni principale luogo dell’eccidio, enumera le fonti, le drammatiche testimonianze, le appartenenze dei colpevoli, le ambiguità irrisolte, le difficoltà incontrate nelle indagini. Dopo la devastante incursione, la ritirata e l’inizio dell’incubo per gli ostaggi, il corpo e la mente torturati nella prigionia per i vivi, il silenzio lacerante dei corpi sequestrati. Le raccomandazioni finali di Amnesty cominciano dalla restituzione incondizionata dell’ultima salma sepolta fra le macerie di Gaza, quella di Ran Gvili. Hamas e gli altri gruppi palestinesi devono “investigare le serie violazioni del diritto umanitario internazionale, riconoscerle, denunciarle e portare i responsabili davanti alla giustizia in procedimenti giudiziari condotti secondo un meccanismo indipendente e imparziale”. Israele è chiamata a cessare le violazioni nei Territori occupati, a continuare le indagini sui crimini del 7 ottobre e a garantire ai colpevoli un processo civile, aperto ed equo che non preveda la pena di morte. Hamas, Israele e l’Autorità palestinese, “devono cooperare e garantire accesso a tutte le istituzioni della giustizia internazionale e ai meccanismi dell’Onu che indagano e monitorano le violazioni della legge internazionale”. Stati Uniti. “Basta violenza sui migranti”. La lotta dei cattolici di Chicago di Agnese Palmucci Avvenire, 12 dicembre 2025 Da settembre è scattata a Chicago l’operazione governativa anti migranti “Midway Blitz”. I cattolici stanno alzando la voce con attività e manifestazioni a difesa dei diritti degli stranieri. A Chicago è diventato normale andare a celebrare Messa la domenica e non vedere più i propri parrocchiani seduti ai banchi della chiesa. Da un giorno all’altro. “Arrivano le famiglie e ci dicono che li hanno arrestati nella notte”, racconta padre David Inczauskis, sacerdote gesuita ordinato da sei mesi, che, insieme ad altri, sta coordinando le attività delle comunità cattoliche della diocesi per il supporto ai migranti detenuti dalla polizia federale perché ritenuti “irregolari” o rischiosi per l’ordine pubblico. “A settembre scorso il presidente Trump ha annunciato l’operazione “Midway Blitz” - spiega il giovane, studente di dottorato alla Loyola University di Chicago - e in poco tempo sono arrivati gli agenti della pattuglia di frontiera, la Border Patrol, che normalmente si trova lungo il confine con il Messico, ed è incrementata l’attività dell’Immigration and Customs Enforcement (Ice), per trattenere e deportare persone senza documenti”. Negli ultimi tre mesi, aggiunge, sono aumentati in modo significativo anche i casi di “profilazione razziale”, per cui “vengono fermate anche persone che non sono prive di documenti”, solo per il colore della pelle. A lui, e alla comunità cattolica impegnata a garantire i diritti dei migranti, erano rivolte le parole di papa Leone XIV lo scorso 4 novembre, quando aveva esortato “le autorità a consentire agli operatori pastorali di occuparsi dei bisogni spirituali delle persone detenute” nei centri come quello di Broadview, sobborgo di Chicago. Per due volte, infatti, il 12 ottobre e l’1 novembre, l’Ice ha vietato a padre David e ad altri sacerdoti di entrare nel “facility centre”, costruito negli anni ‘70, per portare l’Eucarestia ai detenuti. “La prima volta abbiamo organizzato una processione eucaristica e siamo arrivati alla struttura con circa 800 persone, ma non ci hanno fatto entrare perché non avevamo chiesto il permesso - racconta -. Così abbiamo proseguito pregando e condividendo la comunione tra coloro che erano radunati all’esterno”. Per il secondo tentativo, la richiesta è stata presentata all’ufficio dell’Ice dieci giorni prima della solennità di Tutti i Santi, ma quel giorno è stato negato l’accesso persino al vescovo ausiliare della metropoli dell’Illinois, José Maria García Maldonado che ha presieduto la Messa. Il centro di detenzione, che in realtà ha funzionato fino a settembre 2025 come “centro di smistamento” in cui le persone trattenute restavano per massimo dodici ore, sarebbe sovraffollato, con uomini e donne costretti a dormire su pavimenti sporchi, in mancanza di cibo, acqua, docce. A raccontarlo sono stati in queste settimane gli stessi migranti, molti dei quali rilasciati dopo giorni o settimane, come si legge nella sentenza federale di inizio novembre, con la quale il giudice ha ordinato ai funzionari dell’Ice di rendere quanto prima “umane” le condizioni “inutilmente crudeli” della struttura. Tutto questo, e “il fatto che non ci lascino entrare”, denuncia il sacerdote, “dimostra una certa malafede” e “ci fa pensare che le condizioni interne siano terribili”. Nelle ultime settimane, nella diocesi di origine di Prevost, si sono verificate anche vere e proprie “operazioni in stile militare”, sottolinea padre David, con scontri e ferimenti di civili. Come quando, continua, alcuni giorni fa nel cuore della notte, scendendo da un elicottero, alcuni agenti in divisa militare “sono entrati in un complesso residenziale, trascinando fuori bambini, genitori e famiglie intere”. Il governo, poi, “ha pubblicizzato l’intervento come fosse un’azione cinematografica, per giustificare la narrativa dell’amministrazione Trump, secondo cui sarebbe necessario l’intervento della Guardia nazionale nelle strade di Chicago”, specifica. Per lo più, invece, gli arresti stanno avvenendo nelle zone limitrofe alle chiese cattoliche e sui luoghi di lavoro. “La Border Patrol o l’Ice ricevono informazioni su dove potrebbero lavorare persone senza documenti e aspettano che escano di casa per andarli a prendere”. Nella terza città più popolosa degli Stati Uniti, con quasi tre milioni di abitanti, l’aria è diventata irrespirabile. Secondo i dati federali, presentati dal Dipartimento per la sicurezza interna degli Stati Uniti (Dhs) lo scorso 14 novembre, dei 614 immigrati arrestati dall’inizio dell’operazione di espulsione “Midway Blitz” solo sedici avevano precedenti penali significativi. La stragrande maggioranza, invece, non aveva né condanne penali né capi d’imputazione pendenti. “Come cristiani siamo sconvolti, e non possiamo restare fermi davanti a tutto questo - dice ancora con forza -. Stiamo cercando di sostenere e accompagnare in un percorso pastorale le famiglie migranti che hanno subito e continuano a subire abusi da parte delle forze di polizia”. Allo stesso tempo “ci siamo organizzati per proteggere le nostre comunità, con molte attività e iniziative” anche assieme all’associazione di fedeli Coalition for spiritual and political leadership (Cspl). Proprio il Cspl nei giorni scorsi ha intentato una causa legale contro l’amministrazione Trump che starebbe impedendo ai migranti di vedere rispettato il proprio diritto alla libertà religiosa. “Ora vorremmo organizzare un terzo grande momento di preghiera fuori dal centro di Broadview in occasione delle celebrazioni per la Madonna di Guadalupe, a metà dicembre”, chiosa padre David, “ma speriamo che i giudici costringano l’Ice a stabilire con noi orari regolari in cui potremo accedere e offrire assistenza spirituale”. L’appello di Leone XIV, in ogni caso, ha iniziato a smuovere le acque a livello istituzionale, spingendo i vescovi americani a prendere posizione. Lo scorso 14 novembre la Conferenza episcopale Usa ha pubblicato una storica lettera pastorale contro le deportazioni di massa dei migranti, votata quasi all’unanimità. Trump non è mai citato direttamente, ma è evidente il riferimento alle politiche del presidente statunitense, che ha deciso un’ulteriore stretta sui migranti dopo l’aggressione ai due agenti di polizia avvenuta a Washington il 27 novembre scorso. “Negli Usa ci sono cattolici favorevoli alla detenzione e deportazione e cattolici solidali con i migranti - spiega il gesuita -. Ma è importante ricordare che la Chiesa statunitense è composta in larga parte da persone senza documenti”. Per molti cattolici di Chicago “devastati” dalle deportazioni di massa, ha concluso, “è stato un immenso conforto sapere che il Papa non tace, che sta dalla loro parte”.