L’appello di Garanti e associazioni: “Provvedimento di clemenza per svuotare le prigioni” di Alessia Candito La Repubblica, 11 dicembre 2025 Carcere, l’appello di garanti e associazioni: “Provvedimento di clemenza per svuotare le prigioni”. Negli istituti di pena italiani ci sono 63.500 a fronte dei 46.500 posti effettivamente disponibili. Nelle scorse settimane, il presidente La Russa aveva proposto un mini-indulto, ma il governo ha spento le speranze. Un provvedimento di clemenza che riduca in maniera netta e rapida il numero di detenuti negli iperaffollati penitenziari italiani. L’appello arriva da diciannove fra organizzazioni e sindacati, fra cui Cgil, a Buon diritto, Arci e Cgil, che insieme alla conferenza dei Garanti dei diritti delle persone private della libertà personali che chiedono al governo un provvedimento urgente. “La condizione negli istituti penitenziari italiani è drammatica”, affermano. I numeri - A parlare sono i numeri: nelle carceri italiane si contano 63.500 a fronte dei 46.500 posti effettivamente disponibili. Nel 2025 ci sono già stati 74 suicidi di persone detenute (oltre a due suicidi di agenti di polizia penitenziaria e due di operatori sociali) e 47 decessi “dubbi”, mentre sono più di 5.800 le denunce di trattamenti umani e degradanti accolte dai Tribunali di sorveglianza. L’appello - Per questo motivo, spiegano i promotori, sono necessari interventi urgenti. E vengono chiesti a tutti gli attori istituzionali in grado di incidere: al Parlamento, si chiede un provvedimento di clemenza che permetta la riduzione immediata del numero dei reclusi; al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, una consistente concessione di grazie, ai magistrati di sorveglianza, che concedano tutti i giorni di permesso premio disponibili ai detenuti che ne godono in occasione del Natale. “La crisi delle carceri italiane non è un’emergenza interna al sistema penitenziario: è una questione sociale che riguarda tutti. La clemenza è uno strumento concreto per restituire dignità a persone oggi private non solo della libertà, ma spesso anche di condizioni di vita accettabili”, spiega Gianluca Cantisani, presidente MoVI. E se questi sono i provvedimenti immediati che si segnalano come necessari e urgenti, c’è anche una richiesta di lungo periodo per il ministero della Giustizia, invitato a “umanizzare, come sancito dalla Costituzione e dalle convenzioni per i diritti dell’uomo, e modernizzare l’esecuzione della pena, e ad aprire il più possibile il carcere al mondo del volontariato, alle associazioni, alle cooperative, agli enti locali, alle scuole, alle università”. Il mini-indultino - Qualche settimana fa, il presidente del Senato Ignazio La Russa, pur ammettendo “le modeste speranze concrete”, si era detto pubblicamente favorevole a un “mini-indultino” per “far uscire qualche mese prima, a Natale, per esempio chi uscirebbe a febbraio”. A dispetto della portata limitata del provvedimento, parole che hanno acceso le speranze dei detenuti, subito spente dal governo. Il sottosegretario Mantovano ha fatto sapere che la linea è di “affrontare la questione del sovraffollamento carcerario da qui a due anni”, dunque senza provvedimenti ad hoc, mentre il ministero della Giustizia ha fatto filtrare che l’attenzione è al momento focalizzata sull’individuazione dei 10 mila detenuti che sono potenzialmente fruitori di misure alternative alla detenzione in carcere. E anche in questo caso, non si tratta si tratta di misure immediate. Giubileo dei detenuti, clemenza e umanità nelle carceri italiane di Leonardo Fiorentini L’Unità, 11 dicembre 2025 Un provvedimento immediato che riduca la pressione sul sistema penitenziario, riportandolo entro soglie minime di vivibilità. Ricordiamo le parole di Bergoglio. Settantaquattro persone detenute suicide da inizio anno. Altrettanti cartoni senza volto, alcuni anche senza nome, di fronte a Montecitorio. Il 10 dicembre, giornata dei diritti umani, è stata celebrata a Roma con un flash mob organizzato in occasione del Memorial Cucchi a cui hanno partecipato fra gli altri la sorella Ilaria e Fabio Anselmo. Alle morti incatenate si aggiungono i suicidi di agenti di polizia penitenziaria e operatori sociali, oltre a 47 decessi ancora da chiarire. Numeri che parlano di una sofferenza estrema all’interno delle carceri, insopportabile per chiunque la vivi. Il sovraffollamento è arrivato a contare 63.868 persone ristrette a fronte di poco più di 46.500 posti effettivamente disponibili. Un sistema che è palesemente fuori legalità costituzionale e convenzionale. Di fronte a questa emergenza, un ampio fronte civile ha poi lanciato di fronte a Santa Maria Maggiore, che ospita la tomba di Papa Francesco, l’appello “Giubileo dei detenuti: chiediamo clemenza e umanità nelle carceri italiane”. A buon diritto, Acli, Antigone, Arci, Cgil, Confcooperative Federsolidarietà, Conferenza dei Garanti territoriali delle persone private della libertà, Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia, CNCA, Forum Droghe, Gruppo Abele, L’altro diritto, La Società della Ragione, Legacoopsociali, MOVI, Movimento No Prison, Nessuno tocchi Caino, Ristretti Orizzonti chiedono un provvedimento immediato di clemenza che riduca la pressione sul sistema penitenziario, riportandolo entro soglie minime di vivibilità. In vista del Giubileo dei detenuti del 14 dicembre 2025, l’appello richiama infatti le parole di Papa Francesco. Nella Bolla di indizione aveva invitato i governi ad assumere “forme di amnistia o di condono della pena” e a promuovere percorsi di reinserimento che restituiscano speranza e fiducia. Un’esortazione forte, accolta con favore ma senza alcun atto concreto da parte delle istituzioni italiane. È a questo vuoto che la società civile chiede di porre rimedio. Nel solo 2024 i Tribunali di sorveglianza hanno accolto oltre 5.800 istanze per condizioni di detenzione disumane e degradanti, in violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti umani sulla proibizione della tortura. Celle inabitabili, giornate trascorse quasi interamente chiusi in pochi metri quadrati, pochissime opportunità di trattamento, studio, lavoro, relazioni con l’esterno. Non è soltanto in gioco la dignità delle persone detenute: anche chi lavora in carcere - agenti, educatori, operatori sanitari e sociali - vive in uno stato permanente di frustrazione e burn out, impossibilitato a svolgere quella funzione educativa e di reinserimento nella comunità che la Costituzione affida alla pena. Le richieste sono precise: al Parlamento si domanda l’approvazione di un provvedimento di clemenza capace di ridurre subito il sovraffollamento; al presidente della Repubblica si chiede di esercitare in maniera significativa il potere di grazia, come già avvenuto in passato; ai magistrati di sorveglianza si rivolge l’invito a concedere, in occasione di questo Natale, tutti i giorni di permesso premio disponibili a chi già ne usufruisce, come segnale immediato di fiducia e umanizzazione. Al ministero della Giustizia, i promotori chiedono di aprire davvero il carcere alla società, valorizzando il ruolo di volontariato, associazioni, cooperative, enti locali, scuole e università e modernizzando l’esecuzione penale nel solco della Costituzione e delle convenzioni internazionali. L’appello (sottoscrivibile su fuoriluogo.it/giubileodetenuti) punta anche a costruire un fronte largo di mobilitazione. Per questo, le realtà promotrici convocano una assemblea pubblica a Roma il 6 febbraio 2026, aperta a volontari, operatori sociali, sanitari e penitenziari, cooperatori, garanti, associazioni, organizzazioni della società civile e cittadine e cittadini che ritengono intollerabile lo stato attuale delle carceri. Sarà un momento di confronto e costruzione comune di proposte e iniziative, a partire da un assunto semplice ma radicale: da questa situazione drammatica si può e si deve uscire. “Le carceri siano luogo di rinascita”. Che cosa ha detto Mattarella a Rebibbia di Roberta d’Angelo Avvenire, 11 dicembre 2025 Il capo dello Stato ha inaugurato un’istallazione artistica e ricorda il dovere del fine rieducativo della pena: “I detenuti fanno parte della Repubblica”. Nella settimana del Giubileo dei detenuti, Sergio Mattarella torna a dare voce e senso a chi sconta la pena nei penitenziari italiani. Non tutti, rileva, adeguati al ruolo che la Costituzione definisce per la riabilitazione carceraria. Ed è in questa ottica che il capo dello Stato fa un elogio alle realtà, come quella di Rebibbia, che garantiscono a quanti scontano la pena per i reati commessi di non rimanere “isolati dal mondo esterno”, perché, “come è doveroso”, facciano “parte del mondo esterno, del mondo della nostra Repubblica”. Nel braccio femminile del penitenziario romano viene inaugurata l’istallazione permanente “Benu” di Eugenio Tibaldi (artista particolarmente impegnato per le aree ai margini della vita pubblica). Mattarella arriva quasi a sorpresa nel penitenziario, dove torna a lanciare il suo allarme per la situazione insostenibile in gran parte degli istituti del Paese, che non riescono a garantire standard minimi di dignità e umanità. L’occasione romana offre ancora uno spunto al presidente della Repubblica per una denuncia e al contempo Mattarella ringrazia “l’Università di Tor Vergata per l’iniziativa ormai ventennale di questo rapporto con l’attività artistica”, attività e iniziative, spiega, che fanno da ponte con la realtà esterna. “Questo è l’anno, cinquantesimo, dell’Ordinamento penitenziario italiano, che è stato una svolta nella vita degli istituti penitenziari - ricorda il presidente della Repubblica - , con il rifiuto e il divieto di trattamenti contrari al senso di umanità; con la riaffermazione, ben costruita e ben disposta e raffigurata, obbligatoria, del fine rieducativo della pena. E anche del progetto e della missione degli istituti di costituire, prevedendole, opportunità di socializzazione”, incalza il capo dello Stato. Perché si realizzi questo ponte, allora, “è un’indispensabile esigenza quella della collaborazione che viene assicurata dalla Polizia penitenziaria, un ruolo decisivo in questi percorsi, della necessità di coinvolgere, come viene fatto in tante sedi carcerarie, il volontariato, del dinamico protagonismo dei singoli istituti penitenziari, che va valorizzato e va consentito che si esprima, ripeto, con protagonismo” dal momento che “l’istituto è il veicolo principale di collegamento con la realtà esterna della dimensione carceraria. E quindi di garantire prospettive, futuro, ripresa, rinascita”, tipica “della fenice”, continua il capo dello Stato. Proprio l’anniversario dell’Ordinamento, però, deve essere occasione perché il messaggio veda una concretizzazione. “Naturalmente non si può ignorare che non dovunque è così, che vi sono istituti che hanno una condizione totalmente inaccettabile, in cui non vi sono attività simili”, sottolinea Mattarella. Ma proprio l’esempio offerto a Rebibbia, dice, è importante per il nostro Paese. “E quindi complimenti ai due istituti, nell’ambito femminile e nell’ambito maschile, per quanto fanno”. Nella casa circondariale femminile del penitenziario il presidente della Repubblica assiste a una toccante performance teatrale tratta da un brano dell’opera “Le città invisibili” di Italo Calvino. È questo il punto di partenza per la sua riflessione, nella quale non rientra il dibattito, aperto dal presidente del Senato Ignazio La Russa e subito richiuso, sulla proposta di un mini-indulto natalizio. Per il Governo occorrerà attendere il “piano carceri”. Carceri, uno Stato saggio deve contemplare il perdono di Monica Mondo Famiglia Cristiana, 11 dicembre 2025 Bisogna vigilare, perché la sicurezza è un bene necessario; ma sperare in una redenzione, che è il termine cristiano per parlare di recupero. Perché i detenuti restano persone e vanno trattate da persone, senza infierire, senza abbandonarle “gettando la chiave”. C’è stato un movimento politico bipartisan per la legge sul femminicidio, con alcuni distinguo sul consenso che richiedeva approfondimenti. Sarebbe un bel segno un altro accordo tra maggioranza e opposizione per un provvedimento umanitario che consenta ai detenuti a fine pena di trascorrere il tempo rimanente a casa. Non capiterà, temo: troppo forti gli irrigidimenti ideologici o l’uso strumentale della pietà. Una “emergenza della bontà”, come l’ha definita il presidente del Senato Ignazio La Russa, ed è una notizia che la proposta arrivi da un esponente di spicco di un partito che non è mai stato attratto da iniziative “svuota carceri”. In anni passati richieste di sconti per buona condotta erano state fatte e ottenute. E ricordiamo l’appello inascoltato di Giovanni Paolo II a Montecitorio, tanti anni fa. L’occasione questa volta è stata la presentazione del libro di due detenuti, di cui uno è Gianni Alemanno, ex sindaco di Roma e già compagno di gioventù e di partito di La Russa. Un libro che racconta crudamente il collasso delle carceri italiane: sovraffollamento, che impedisce una vita non degradata, vieta il lavoro e una socialità che favoriscano riabilitazione e reinserimento. Dobbiamo sempre ricordare cosa è scritto nella nostra Costituzione, cioè la possibilità che la detenzione faccia comprendere, e cambiare. In tempi ben più bui, all’ingresso degli Istituti di pena campeggiava una scritta: Vigilando redimere. Purtroppo mai considerata e applicata, ma dovrebbe segnare la via maestra per chiunque, forze dell’ordine e magistrati, sia chiamato a giudicare e contenere i rei. Bisogna vigilare, perché la sicurezza è un bene necessario; ma sperare in una redenzione, che è il termine cristiano per parlare di recupero. Perché i detenuti restano persone e vanno trattate da persone, senza infierire, senza abbandonarle “gettando la chiave”. Alemanno è stato arrestato il 31 dicembre dello scorso anno per violazione degli obblighi imposti dai domiciliari. Ma quella data, non trattandosi di un criminale pericoloso, dà comunque pensiero. Da un anno scrive sui social il suo diario dal carcere, documentando con coraggio il caldo infernale dell’estate, le celle piene, la sporcizia, le malattie non curate, i pericoli per i detenuti e per le guardie carcerarie, i tentativi di suicidi. Lo Stato si mette in mostra da come tratta i detenuti e chi lo serve indossando una divisa. Chi ha quasi terminato di scontare la pena, chi è sano di mente e non può nuocere, dovrebbe poter godere di uno sconto di qualche mese. Non solo per dare fiato alle carceri, ma innanzitutto per umanità. Realizzeranno nuovi istituti, ma ci vorranno anni. Invece le festività di Natale sono oggi e il Giubileo sta finendo. Inutile gioire per il successo di tanti eventi o per i numeri del turismo, se poi si perde il valore primario di questa parola antica: esultate, i vostri peccati sono rimessi. La laicità dello Stato può contemplare il perdono, che è sì un termine sacro, ma porta in sé anche intelligenza e profezia: il perdono serve, per il bene della persona e per il bene comune. Delmastro (FdI): “Il Governo è contrario alla proposta svuota carceri” di Massimo Brugnone Il Foglio, 11 dicembre 2025 “Non siamo d’accordo, né come Governo, né personalmente su una proposta svuota carcere”. E’ netto nella sua posizione il sottosegretario alla giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove in merito alla richiesta del presidente del Senato Ignazio La Russa che aveva auspicato un provvedimento entro Natale per ridurre il sovraffollamento carcerario. L’onorevole di Fratelli d’Italia è intervenuto insieme al deputato di Italia Viva Roberto Giachetti alla prima puntata del video-podcast “Divergenze parallele” del Foglio e ha espresso la sua contrarietà a ridurre i tempi delle pene per i detenuti attualmente in carcere. “Ma per un dato empirico di plastica evidenza - spiega Delmastro - io sono nato presso a poco 50 anni fa, c’era il problema del sovraffollamento carcerario, mancavano circa 10.000 posti detentivi. Sono nel ben mezzo del cammin della mia vita, direbbe il poeta, e c’è il sovraffollamento carcerario, mancano 10.000 posti detentivi. Questo fa comprendere che le sinistre ricette messe in campo in passato, da indulti a svuota carcere più o meno mascherati, non hanno funzionato”. Delmastro ammette che l’indulto attuato dal governo di Romano Prodi era “giustificato dal fatto che nel 2006 c’erano 139 detenuti ogni 100 posti detentivi e con lo svuotacarceri si è passati effettivamente a 91 detenuti su 100”. Non lo si può negare, dice il sottosegretario, secondo il quale, però, “dato che la scienza criminologica ci insegna che l’effetto di un indulto si misura sui tre anni, nel 2010 si arriva a uno dei record storici di 147 detenuti per ogni 100 posti detentivi”. E quindi lo svuotacarceri non ha avuto alcun effetto secondo Delmastro. “Nessuno ha chiesto lo svuota carceri”, chiarisce Roberto Giachetti, che ammette come la sentenza della Corte europea sul sovraffollamento carcerario arrivò quando al governo c’era il centro sinistra, ma sottolinea che in ogni caso “è necessario fare in modo che nelle carceri italiane ci siano meno persone. E questo lo si potrebbe fare per esempio intervenendo sulla custodia cautelare, ma questo governo come tutti gli altri non ha fatto assolutamente nulla”. Giachetti propone di spostare i detenuti tossicodipendenti in altri istituti appositi: “Questo governo l’ha promesso per due anni e non ha fatto assolutamente nulla. Potremmo togliere quelli che hanno problemi psichiatrici”. Pinelli (Csm): “In cella solo chi desta allarme sociale” di Angelo Picariello Avvenire, 11 dicembre 2025 Il vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura: “Il tema del sovraffollamento è urgente”. Poi cita il capo dello Stato e ricorda che “le misure alternative hanno dato prova di maggior efficacia rispetto alla detenzione carceraria”. Perciò va ripensato “il ruolo della pena”. “Il tema del sovraffollamento e della condizione carceraria è urgente”. La proposta del presidente del Senato Ignazio La Russa di una modica misura di clemenza, in vista del Natale, per i detenuti a fine pena, è già archiviata, ma per il vicepresidente del Csm, l’avvocato Fabio Pinelli, il problema non è rinviabile. Un’occasione persa? La Russa ha riproposto da seconda carica dello Stato un tema affrontato più volte dal presidente Mattarella, mercoledì a Rebibbia come nel discorso di fine anno scorso, quando richiamò tutti al “rispetto della dignità di ogni persona. Anche per chi si trova detenuto in carcere”. Poi anche la Corte costituzionale, con sentenza del 29 luglio scorso, ha ribadito la necessità di una pena che renda “praticabile il percorso rieducativo”. Ma la situazione non è cambiata... I dati richiamano con imbarazzo la massima attribuita a Voltaire, secondo cui “il grado di civiltà di un Paese si misura osservando la condizione delle sue carceri”. E a novembre 2025 sono già 74 i suicidi tra i detenuti, dopo i 91 del 2024. A 12 anni dalla sentenza Torreggiani della Corte Europea dei diritti dell’uomo, manca ancora un salto di qualità sull’umanizzazione della pena... Non riusciamo a liberarci definitivamente dalla logica che ispirava il Regolamento per gli istituti di prevenzione e di pena del 1931, incentrato su una rigida separazione fra il mondo carcerario e la realtà esterna. L’articolo 27 della Costituzione, facendo riferimento al senso di umanità e alla rieducazione del condannato, ha cambiato prospettiva. Ma a 50 anni dalla legge penitenziaria del 1975 che introdusse benefici premiali e misure alternative, il nostro sistema penale è ancora troppo sbilanciato verso il carcere, e resta in uno stato di drammatica difficoltà. Nordio punta a realizzare 10mila nuovi posti per il 2027 con l’edilizia penitenziaria e l’utilizzo di caserme dismesse... ll ministro e il sottosegretario Mantovano sono intervenuti anche di recente sul sovraffollamento carcerario, segno che il problema, assai complesso, è all’attenzione del Governo. Forse si dovrebbe pensare a un nuovo ruolo della pena: il carcere, come luogo separato e chiuso rispetto alla società, placa la paura del crimine e del criminale, soddisfa il bisogno punitivo/vendicativo che il crimine suscita nella collettività. Ma l’esecuzione della pena non deve blandire chi chiede solo vendetta, sarebbe un drammatico arretramento culturale. Il carcere viene visto ancora come un deterrente per la sicurezza... I dati dicono il contrario: più della metà dei detenuti che scontano la pena in carcere sino all’ultimo torna a delinquere. Le misure alternative hanno, invece, dato prova di maggiore efficacia deterrente, lo conferma l’esigua percentuale di casi in cui la misura viene revocata a causa della commissione di un nuovo reato. Il carcere resta la risposta necessaria nei casi di maggiore allarme sociale, ad esempio quelli legati alla criminalità organizzata o, più in generale, che comportano rischi per l’incolumità pubblica e privata. Ma nei restanti casi, la pena dovrebbe consistere in un trattamento individualizzato che contemperi le esigenze di difesa sociale con quelle di risocializzazione. In questa situazione però sembra un’utopia... Il problema parte dalle difficoltà della giustizia penale. Come non siamo in grado di celebrare dignitosamente un milione e 200mila processi penali l’anno (tanti ne risultavano pendenti al 31 dicembre 2024), così non siamo in grado di seguire il percorso rieducativo delle centinaia di migliaia di persone condannate ogni anno. Per non dire dei cosiddetti “liberi sospesi”, a oggi circa 95mila, che attendono da anni di sapere se a essere aggregati ai detenuti o agli ammessi alle misure alternative. Come intervenire, allora? Vanno aggiornate le riflessioni di diverse Commissioni ministeriali (penso ai progetti Grosso, Nordio, Pisapia) che hanno suggerito nuove tipologie di pena alternativa. Andrebbe ripresa la lezione del giurista tedesco Gustav Radbruch, riproposta da Aldo Moro quando diceva che bisognerebbe pensare non solo a “un diritto penale migliore, ma a qualcosa di meglio del diritto penale”. Occorre investire in nuove figure professionali, di sostegno sia ai detenuti che alla Polizia penitenziaria, garantendo spazi e tempi per coltivare l’affettività, permettendo ai detenuti di lavorare e di studiare: la cultura è il miglior antidoto al crimine. Andando oltre il carcere inteso come clausura, dove persino l’ora d’aria è una concessione. Webinar internazionale sulle alternative all’isolamento carcerario di Andrea Oleandri* antigone.it, 11 dicembre 2025 Sono ancora aperte le iscrizioni per il webinar internazionale di presentazione delle International Guiding Statement on Alternatives to Solitary Confinement (IGS), le nuove linee guida globali dedicate alla riduzione e al superamento dell’isolamento carcerario. Il webinar si terrà L’11 dicembre 2025, dalle 14:30 alle 19:30. L’isolamento carcerario, nonostante sia riconosciuto da numerosi organismi internazionali come pratica potenzialmente lesiva della dignità umana e della salute psicofisica, continua infatti a essere utilizzato in molti sistemi penitenziari come strumento di gestione o sanzione disciplinare. La IGS intende colmare una lacuna cruciale: definire standard condivisi, basati su evidenze e buone pratiche, che permettano ai Paesi di ridurre gradualmente il ricorso all’isolamento fino al suo superamento, promuovendo approcci più rispettosi dei diritti delle persone detenute e più efficaci nel garantire sicurezza e benessere. Il webinar offrirà una panoramica approfondita dei principi, degli obiettivi e delle raccomandazioni contenute nelle linee guida, oltre a un confronto tra esperienze internazionali e prospettive diverse provenienti da contesti istituzionali, accademici e della società civile. Il panel dei relatori riunisce figure di primo piano nel panorama globale della protezione dei diritti umani in ambito detentivo. Tra i relatori e le relatrici confermati: - Uju Agomoh, Presidente del Prisoners’ Rehabilitation and Welfare Action (Nigeria) e membro dell’UN Subcommittee for the Prevention of Torture - Claude Heller, Presidente dello UN Committee Against Torture - Juan Méndez, Professor of Human Rights alla Washington College of Law (American University), membro dell’UN Expert Mechanism to Advance Racial Justice and Equality in Law Enforcement ed ex UN Special Rapporteur on Torture - Alan Mitchell, Presidente dello European Committee for the Prevention of Torture - Mauro Palma, Presidente dello European Penological Center (Università Roma Tre), già Garante nazionale per i diritti delle persone private della libertà personale ed ex Presidente dello European Committee for the Prevention of Torture - Sharon Shalev, Oxford University, fondatrice di SolitaryConfinement.org La partecipazione è gratuita ma è richiesta l’iscrizione tramite modulo Google https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSdhB9J4zzjkIPuu1u8ilHhCxpgzwNCN-BQU9aQNP15yz5x7Tw/viewform Il programma: https://www.antigone.it/upload/Ending_solitary_confinement_Antigone.pdf *Associazione Antigone La riforma della giustizia serve al governo per far saltare l’equilibrio tra poteri di Franco Mirabelli* huffingtonpost.it, 11 dicembre 2025 Sulla riforma della giustizia e il referendum vorrei solo richiamare alcune questioni, soprattutto politiche, che definiscono il contesto in cui è nata questa riforma. Prima di tutto è utile ricordare che la maggioranza di governo che ha proposto questa riforma, in questi anni, ha fatto una serie di interventi legislativi volti a depotenziare la lotta alla corruzione e ai reati dei colletti bianchi. Mentre si è continuato a produrre nuovi reati e alzare le pene, affrontando così ogni questione, dai rave party a Caivano, Nordio ha abolito il reato di abuso di ufficio e dato una stretta all’utilizzo delle intercettazioni per i reati contro la Pubblica Amministrazione. Non si è persa occasione per teorizzare la necessità di proteggere parlamentari, ministri e amministratori. D’altra parte è evidente il fastidio e l’insofferenza di questo governo verso ogni forma di controllo, che si traduce nel tentativo di delegittimare ogni istituzione che eserciti la propria funzione di controllo e garanzia. Gli attacchi alla magistratura per giustificare i fallimenti delle politiche sull’immigrazione, quelli alla autorità contro la corruzione per aver criticato il Codice degli Appalti, o ancora, i recenti scontri con la Corte dei Conti, rea di aver fatto rilievi critici al progetto del Ponte sullo Stretto. Sono solo alcune delle cose che confermano la volontà del governo di rappresentare istituzioni fondamentali per gli equilibri tra i poteri come responsabili delle cose che non funzionano e inutili ostacoli per l’azione del governo stesso. La riforma della giustizia e il referendum mirano soprattutto a questo, a colpire l’autonomia della magistratura e portarla sotto il controllo dell’esecutivo. D’altra parte, come più volte dichiarato dallo stesso Nordio, questa riforma non serve ai cittadini, a migliorare il sistema giudiziario, a ridurre i tempi dei processi. L’obiettivo reale non è neppure la separazione delle carriere. D’altra parte, la separazione delle funzioni tra giudicanti e pm è già nei fatti, grazie anche alla riforma Cartabia. Già oggi, infatti, i passaggi da una funzione all’altra sono di poche unità. La vera ragione è la volontà della destra di colpire la magistratura, creando un sistema, per diverse ragioni, anacronistico. Basti pensare alla decisione di scegliere per sorteggio i componenti dei due nuovi organismi di autogoverno della magistratura. Una scelta, questa, che non esiste in nessuna parte del mondo e che ridimensiona la stessa autorevolezza e rappresentanza degli istituti di autogoverno. Sarà una campagna referendaria difficile, che la destra cercherà di trasformare in un referendum pro o contro i magistrati senza discutere del merito del quesito. Da mesi è in atto una campagna che utilizza fatti di cronaca per screditare la magistratura. Dalla vicenda di Garlasco, fino alla vicenda dei bambini della casa nel bosco. Tutto viene amplificato per raccontare di una magistratura inefficiente e che agisce togliendo pretestuosamente diritti e libertà. In questo contesto, noi dobbiamo evitare di assecondare la narrazione che ci consegna il ruolo di partito dei giudici: dobbiamo invece stare al merito, mettere al centro i cittadini e il funzionamento della giustizia di cui la riforma non si occupa. Soprattutto, dobbiamo dire chiaramente che con questa riforma inizia il tentativo della destra di cambiare la Costituzione radicalmente, cambiando l’equilibrio tra poteri per favorire l’esecutivo. *Senatore Partito Democratico Padovani. “Con il Sì il pm sarà libero. Non avrà più bisogno della tessera del pane” di Valentina Stella Il Dubbio, 11 dicembre 2025 Il giurista spiega perché votare Sì: giudice davvero terzo, pm parte senza privilegi, sorteggio per spezzare il potere correntizio e un Csm ricondotto al suo ruolo originario. “La campagna del No? Pessima e contraddittoria”. Tullio Padovani, avvocato, accademico dei Lincei, presidente onorario del Comitato per il Sì dell’Unione Camere Penali, come spiegherebbe ad un cittadino sprovvisto di nozioni perché è giusto votare sì alla riforma della giustizia? Gli chiederei: saresti felice di sapere che il giudice del tuo caso è in ottimi rapporti con il pm che ti accusa, con cui condivide il reclutamento, intrattiene rapporti di cordialità e spesso di amicizia, mentre guarda al tuo avvocato con qualche diffidenza, se non addirittura con ostilità? Se preferisci che il giudice sia un terzo davvero imparziale, vota sì. A proposito di ricadute sul cittadino, gli oppositori alla riforma sostengono che assoluzioni al 40% dimostrano che il giudice non è appiattito... Quel 40% contiene remissioni di querela e prescrizioni maturate durante le indagini preliminari; le assoluzioni attestano per lo più che il pm non ha evidentemente bene applicato la regola che a giudizio vadano solo i casi con ragionevole prognosi di condanna. Ma questo c’entra poco o punto con la separazione delle carriere; anzi, se mai la suffraga, perché finirà col responsabilizzare l’esercizio del potere di accusa. Luciano Violante sul CorSera ha lanciato l’allarme: si creerà la “casta dei pm”, “1.200 magistrati, che, attraverso il proprio Csm, si autogovernano, privi di qualsiasi vincolo gerarchico”, “arbitri indiscussi della libertà e della reputazione dei cittadini”... Il presidente Violante ha semplicemente descritto quel che accade oggi con questo attuale sistema. La separazione non potrebbe certo peggiorare la situazione, anzi, concorrerà potentemente a eliminarla: il pm non potrà mai contare sulla benevolenza di un collega verso le sue richieste, ma sarà solo una parte di fronte al giudice, tutore della legalità. Però adesso al Csm i giudici sono 13 e i pm sono 5. I secondi come fanno ad avere più potere sulle carriere dei primi? Come lo dimostrate? I numeri non sempre danno potere. Basta un nome: Palamara. Era un pm di fronte al quale i giudici si inchinavano. Il potere d’accusa è mobile, anomico, sostanzialmente discrezionale. Da quello scandalo l’esigenza del legislatore di introdurre il sorteggio. E però il 96% dei magistrati è iscritto all’Anm, quindi i sorteggiati apparteranno quasi sicuramente a una corrente e si aggregheranno... Non so se quel 96% iscritto all’Anm corrisponde a un 100% di iscritti a una corrente. Non mi risulta. In ogni caso, il sorteggio eliminerà la necessità oggi incombente su ogni magistrato di munirsi di una tessera correntizia che lo inquadri, lo qualifichi, lo segnali, lo tuteli, lo difenda, perché di fronte al Csm deve sempre rivolgersi al patrono di tessera. Altrimenti, povero lui. Il sorteggio prima di essere libertà dei magistrati, segnerà la loro liberazione. Cosa pensa della campagna che sta portando avanti l’Anm con il suo Comitato “Giusto dire No”? Tutto il male possibile. Se la magistratura fosse un potere dello Stato si tratterebbe di un atto eversivo: un potere che si schiera contro un altro potere, quello costituente esercitato dal Parlamento. Ma la magistratura è soltanto un ordine: il potere giudiziario appartiene ai singoli che ne sono investiti. A che titolo dunque si dispone delle aule giudiziarie? Però su questo persino Giorgio Spangher ha ricordato che anche, ad esempio, il Coa di Roma ha un suo proprio spazio in Cassazione dove svolge convegni e iniziative... Altro che convegno o iniziative culturali. Qui si tratta della costituzione di un comitato per una battaglia politica contro una legge costituzionale sottoposta a referendum popolare: all’interno di una sede giudiziaria mi pare inconcepibile, perché la sede giudiziaria deve essere destinata sia ai cittadini del sì che ai cittadini del no, indifferenziatamente. Che campagna si aspetta? Pessima, di stampo trumpiano, con balle e contraddizioni a rifasci. Qualche esempio “La separazione non serve perché c’è già” - “Allora perché la combattete?”- “Combattiamo i due Csm”. “Ma due magistrature distinte postulano due Csm, altrimenti non c’è più separazione” - “Ma il sorteggio distrugge la rappresentatività” - “Il Csm non ha e non deve avere funzioni di rappresentanza: è un organo di alta amministrazione dell’ordine giudiziario. Il grande Giuseppe Di Federico lo ha illustrato, sostenuto e dimostrato per tutta la sua lunga vita di studioso”. “In realtà si vuole sottoporre la magistratura al controllo politico” - “Ma nel testo costituzionale è detto esattamente il contrario” - “Il governo quella brutta intenzione ce l’ha senz’altro” - “Bisognerebbe cambiare la Costituzione!”. Tuttavia, Di Federico era contrario al sorteggio. Per lui, come ribadito al Foglio nel 2018, il rimedio al correntismo non era il lancio dei dadi ma un sistema serio di valutazioni di professionalità... Non ho mai discusso con lui del sorteggio, ma sulle valutazioni ha perfettamente ragione. Oggi manca una effettiva valutazione di merito perché ogni corrente si fa avanti per i suoi e alla fine il conto torna pari. Ma per eliminare le correnti l’unico sistema è in realtà il sorteggio: il magistrato non si deve più iscrivere a nessuna corrente, perché non ha più bisogno della “tessera del pane”; è libero dalle correnti che, rapidamente, perderanno ogni ruolo politico. Il Csm come cambierà? Tornerà ad essere quello per cui è nato: un organo di alta amministrazione, senza tramutarsi in un soggetto politico, senza esprimere pareri sulle iniziative politiche, senza schierarsi, senza assumere la funzione di terza Camera parlamentare fuori ordinanza, come troppo spesso è stato. In realtà però il Csm ha il potere di dare pareri al ministro della Giustizia (su richiesta dello stesso) sugli atti normativi all’esame del Parlamento e di formulare proposte di legge a quest’ultimo... Rinvio alla lettura del luminoso saggio di Giuseppe Di Federico “Anomalie e disfunzioni del Csm ignorate da tutti” (in Legislazione penale 31.7.2024), che documenta ampiamente, come il Csm abbia incrementato i suoi poteri mediante “interpretazioni delle norme costituzionali e ordinarie, e con i propri regolamenti, tutt’altro che rispettosi della riserva di legge prevista all’art. 108 in materia di Ordinamento giudiziario. Lo ha fatto creando un articolato, invasivo e costoso sistema di organismi centrali e periferici, alcuni dei quali operano anche a livello sovrannazionale”. C’è da supporre che, dietro lo schermo del No opposto a una riforma ineludibile da almeno quarant’anni, si intenda in realtà difendere proprio questo anomalo assetto di potere. Gialuz: “Il No deve far capire ai cittadini che in ballo c’è la democrazia stessa” di Valentina Stella Il Dubbio, 11 dicembre 2025 L’ordinario di Genova critica la riforma: “Affidare al caso i due Csm è uno strappo democratico. Rischiamo una magistratura meno indipendente e un sistema disciplinare usato per “formare” i magistrati troppo autonomi”. Avvocato Mitja Gialuz, ordinario di Diritto processuale penale nell’Università di Genova, l’articolo 138 Cost. è stato pienamente rispettato. Allora perché parlare di “attacco alla Costituzione” per la previsione della norma sulla separazione carriere e Alta Corte? L’”attacco alla Costituzione” sta nella scelta del sorteggio. Può darsi, come sostengono autorevoli costituzionalisti, che la regola dell’elettività degli organi di governo costituisca un principio supremo dell’ordinamento costituzionale e, quindi, sottratto alla revisione costituzionale (Corte cost. n. 1146/ 1988). Ma certo la scelta di affidare alla cieca sorte la formazione di due organi costituzionali rappresenta uno squarcio profondo in quel tessuto democratico che connota non solo le istituzioni repubblicane ma tutte le organizzazioni comunitarie. Il professor Giovanni Guzzetta ha detto: il sorteggio è legittimo perché il Csm non è un organo di rappresentanza politica. Sbaglia quindi secondo lei? Sbaglia perché il CSM è un organo di governo che ha l’obiettivo di garantire l’indipendenza dei singoli magistrati e l’autonomia del loro complessivo ordine. La proposta di modifica affida la composizione di tale organo costituzionale al caso, senza possibilità di temperamenti postumi con legge ordinaria, e ciò, non solo non ha eguali nei paesi democratici, ma finirà per ridurre significativamente la capacità del CSM di fungere da garante effettivo dell’indipendenza di ciascun magistrato. E con meno presidi a tutela dell’indipendenza - qui sta il paradosso più macroscopico - finirà per affievolirsi anche la terzietà del singolo giudice. Si badi, non solo di quello penale, di cui tanto si parla, ma anche del giudice civile, che ha un ruolo essenziale nel riconoscimento dei diritti dei cittadini e della loro uguaglianza nelle società contemporanee. Sostenere che la riforma non risolve gli altri problemi della giustizia non significa fare del benaltrismo? La realtà è che questa riforma, non solo non risolve i problemi della giustizia penale, ma pone le premesse per aggravarli. Prenda ad esempio il tema della torsione del processo penale, che viene trasformato in strumento di difesa sociale per rispondere alle istanze colpevoliste della pubblica opinione. A me pare che l’incoronazione costituzionale dei PM, ai quali si concede un organo di garanzia tutto loro, non aiuterà affatto a contrastare questo fenomeno degenerativo. In verità, finirà per alimentarlo. Qualcuno, infatti, ipotizza la creazione di una vera e propria Prokuratura in seno al Csm dei soli pm. Anche se fosse avremmo un giudice più indipendente e più autonomo... Se non vi è dubbio che la previsione di un CSM con due terzi di PM finirà per creare un quarto potere autonomo e irresponsabile, destinato a entrare in conflitto con gli altri poteri, faccio fatica a vedere come ciò possa portare a rafforzare il giudice. La sua effettiva terzietà è garantita dalla formazione in contraddittorio degli elementi conoscitivi e non certo dall’appartenenza a una diversa articolazione burocratica. Non a caso, i dati ci dicono che in dibattimento non vi sono problemi di appiattimento del giudice rispetto al PM. Diverso il discorso per le indagini preliminari ove, in una fase caratterizzata dall’inesorabile limitatezza delle conoscenze, è destinata ad avere un ruolo più incisivo la consapevolezza del giudice che il PM agisce nell’interesse della collettività. Ma l’antidoto a questo problema sta nelle regole processuali e non nello scardinamento dell’assetto costituzionale della magistratura. Per i riformisti appunto fare la riforma significa attuare il 111 Cost. secondo il quale il giudice deve essere terzo e imparziale. E si badi bene, dice Valerio Spigarelli, “terzo ed imparziale sono due cose diverse”. L’imparzialità è nel processo, garantita da istituti come l’astensione e la ricusazione. La terzietà, invece, riguarda la posizione ordinamentale del giudice... Certo che sono due cose diverse, ma l’art. 111 Cost. è una disposizione di natura rigorosamente processuale. Sicché dai due aggettivi si ricavano due valori essenziali riferibili al processo. La terzietà si riferisce alla posizione di equidistanza processuale del giudice, mentre l’imparzialità riguarda la funzione (assenza di legami con le parti, mancanza di pregiudizi sulla stessa causa). Trarre da una parola contenuta in una norma processuale un’indicazione sullo status ordinamentale mi pare un’oggettiva forzatura ermeneutica. Si ripete che la riforma condurrà alla perdita di autonomia e indipendenza della magistratura. Eppure il nuovo art. 104 ribadirà questo principio. I sostenitori del No sono caduti nella fallacia del pendio scivoloso? Nell’interpretazione della Costituzione più che le singole parole contano i poteri attribuiti agli organi. Lo sapeva bene l’on. Meuccio Ruini che, in Assemblea costituente, difese strenuamente l’attribuzione al CSM delle competenze relative alle assunzioni, alle assegnazioni e ai trasferimenti, alle promozioni e ai provvedimenti disciplinari. Li definì i quattro chiodi a cui ancorare l’indipendenza esterna della magistratura. Frammentare tali poteri tra due diversi organi e, soprattutto, togliere ai due CSM il “chiodo” della competenza disciplinare significa inesorabilmente indebolire tale indipendenza. L’Alta Corte sarà composta da 9 membri su 15 che sono magistrati in esercizio da almeno vent’anni e che hanno esercitato o esercitano funzioni di legittimità; in pratica una sezione allargata della Corte di Cassazione. Cosa temete? L’idea che traspare dalla stessa relazione al disegno governativo, secondo la quale l’Alta Corte avrebbe il compito di garantire la professionalità dei magistrati. Suona come una dichiarazione di intenti: i magistrati troppo indipendenti andranno “formati” attraverso lo strumento disciplinare. I sondaggi danno sempre in vantaggio il Sì. Dal suo punto di vista c’è margine di miglioramento per il No? Credo che il margine vi sia se si riuscirà ad andare oltre l’etichetta della separazione delle carriere per far comprendere ai cittadini che la riforma ha una portata ben diversa e riguarda la sostanza della nostra democrazia, che rischia di essere impoverita. La tentata aggressione al giudice di Napoli conferma l’idea diffusa della pena come vendetta di Ermes Antonucci Il Foglio, 11 dicembre 2025 La giudice Girardi condanna a pene pesanti gli imputati del processo sull’eplosione della fabbrica abusiva di fuochi d’artificio a Ercolano ma viene aggredita dai famigliari delle vittime. Manes: “Oggi l’idea di pena utile e proporzionata è impopolare”. Costringe tutti a riflettere sulla concezione della “pena” da parte dei cittadini quanto accaduto ieri al tribunale di Napoli, dove i parenti e gli amici delle tre vittime dell’esplosione di un anno fa a Ercolano di una fabbrica abusiva di fuochi di artificio hanno tentato di aggredire il giudice dopo la lettura della sentenza emessa nei confronti dei titolari dell’azienda. L’aggressione è stata evitata solo dall’intervento delle forze dell’ordine. La procura aveva chiesto per i due datori di lavoro la condanna a 20 anni, il massimo della pena considerata la riduzione dovuta al rito abbreviato. Richiesta accolta quasi integralmente: i due sono stati condannati a 17 anni e sei mesi. Troppo poco per i parenti delle vittime. “Anche con i 20 anni di carcere sarebbe successo quello che è successo”, ha detto la legale della famiglia di due delle vittime. Un’ammissione che impone di interrogarsi sull’idea di pena diffusa nella società. La vicenda di Ercolano ha avuto un ampio risalto mediatico. Nell’esplosione della fabbrica persero la vita tre giovani, le gemelle Sara e Aurora Esposito di 26 anni e il 18enne Samuel Tafciu. Non solo, nel corso delle indagini è emerso che i giovani venivano impiegati in nero per il confezionamento dei fuochi d’artificio e sottopagati: il ragazzo riceveva 250 euro alla settimana, le ragazze 150. I due titolari dell’azienda alla fine sono stati imputati per triplice omicidio volontario con dolo eventuale, caporalato, detenzione e fabbricazione di esplosivi, violazione delle norme in materia di salute e sicurezza sul lavoro. Sono stati condannati a 17 anni e sei mesi di reclusione. Un terzo imputato è stato condannato a quattro anni per aver fornito la polvere pirica. Dopo la lettura della sentenza da parte della giudice Federica Girardi, alcuni famigliari e amici delle vittime hanno ribaltato sedie e scrivanie, e hanno provato a raggiungere lo scranno del tribunale. Sono stati fermati dal tempestivo intervento di polizia e carabinieri. La giudice e la pm si sono chiuse per precauzione in camera di consiglio. “Diciassette anni di carcere per tre morti non sono giustizia”, hanno urlato i parenti delle vittime. Una “reazione scomposta ma prevedibile”, l’ha definita l’avvocata Nicoletta Verlezza, che nel processo ha assistito la famiglia delle due gemelle morte nell’esplosione. “Anche con i venti anni di carcere - ha sottolineato - sarebbe successo quello che è successo”. Insomma, anche se fosse stata accolta la richiesta dei pm di condannare i due datori di lavoro alla pena massima, probabilmente si sarebbe assistito allo stesso pandemonio in tribunale, con la tentata aggressione alla giudice. Scene inaccettabili in un paese civile, ma non inedite. Nel 2023 il giudice di Pescara, Gianluca Sarandrea, assolse in primo grado 25 imputati su 30 nel processo sulla strage di Rigopiano. Alcuni famigliari delle vittime tentarono di aggredirlo fisicamente e il giudice venne salvato soltanto dall’intervento dei poliziotti. “Senza entrare nel merito delle vicende, mi sembra ormai sempre più diffusa una concezione della giustizia che deve rispondere soltanto alle aspettative delle vittime. Però le vittime non vogliono giustizia, vogliono condanna. Anche perché, come diceva Hobbes, la condanna assomiglia alla giustizia molto più di un’assoluzione”, dice al Foglio Vittorio Manes, professore ordinario di Diritto penale all’Università di Bologna. “Forse solo il taglione potrebbe avere effetti placativi per la spinta emotiva che gravissime vicende, come queste, generano sulle persone coinvolte. Ma la pena non può essere concepita in una logica di retribuzione secca, perché nessuna pena è in grado di compensare l’incommensurabile dolore prodotto sulle vittime dei reati”, aggiunge Manes. “Per questo motivo nel corso dei secoli ci si è congedati dal concetto della pena ‘giusta’, in favore invece di una pena ‘utile’, cioè che serva a difendere la società, aprendosi alla finalità rieducativa della pena e al principio di proporzionalità. È chiaro che questa idea oggi è fortemente messa in discussione e molto impopolare”. Tutto ciò anche a causa dell’influenza sempre maggiore del processo mediatico: “La dimensione mediatica dà voce alle vittime e ai pubblici ministeri, crea un orizzonte d’attesa rispetto al quale qualsiasi disallineamento da parte del giudice viene visto come una prova di denegata giustizia - riflette il giurista - Questo tipo di trend sottrae la giustizia dalle mani del giudice, che di fronte a un determinato orizzonte d’attesa non è più libero di decidere, ma deve dire da che parte stare: se dalla parte delle vittime, condannando, oppure se dalla parte degli imputati, assolvendoli. Imputati che però la vox populi considera già colpevoli. E infatti ogni volta che il giudice assolve o si allontana dalle richieste del pm viene visto come un giudice corrotto”. “Queste aspettative di condanna non consentono neanche di ricondurre il processo nei binari di razionalità che vorrebbero una pena proporzionata e orientata a una finalità rieducativa. Questo non significa essere buonisti”, evidenzia Manes. “Bisognerebbe spiegare che la rieducazione non è buonismo, ma uno strumento per abbattere i tassi di recidiva, cioè il ritorno al crimine di coloro che vengono condannati. In altri termini, un modo per difendere la società”, conclude. Stragi di mafia del 1992, il “campo largo” del complottismo di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 11 dicembre 2025 La reazione politica all’audizione del procuratore nisseno Salvatore De Luca in commissione antimafia era scontata. Anche se in un Paese normale non dovrebbe esserlo. Tra conflitti di interesse e approccio ideologico sul tema delle stragi di mafia, non si riesce a essere intellettualmente onesti. Si finisce solo per strumentalizzare in modo volgare i giudici Falcone e Borsellino. Ma è un problema antico. Basta ascoltare l’intervista che Corrado Augias fece a Giovanni Falcone all’indomani dell’uscita del suo libro scritto a quattro mani con Marcelle Padovani. Il giudice ammazzato a Capaci disse testualmente: “Spesso condizionati dalle contingenze della lotta politica, siamo portati a vedere questi problemi, in particolare il rapporto tra mafia e politica, con una lettura che in realtà è inadeguata rispetto alla gravità del problema”. E qual è la gravità del problema? Lo spiega sempre Falcone: “È che è la mafia a porre in condizione di autonomia le regole del gioco”. E invece, dal momento in cui il procuratore di Caltanissetta dice che tra tutte le piste in campo quella del dossier mafia- appalti è l’unica, finora, con elementi concreti per spiegare la finalità stragista nei confronti dei due magistrati - esposti anche a causa della procura di Palermo di allora che agli occhi esterni, e quindi dei mafiosi stessi, li ha lasciati soli - subito, a causa degli schemi mentali, si alzano le critiche. Pensare che la mafia sia eterodiretta da altri poteri, addirittura aiutata dai neofascisti, denota una grave ignoranza del fenomeno mafioso. In particolare dei corleonesi che, come Falcone e Borsellino si sono sgolati a dire, erano loro a porre le condizioni e avere la supremazia nei confronti della politica e del potere economico. La dimostrazione sta nei cosiddetti delitti eccellenti e nella subalternità dei colossi imprenditoriali di allora. Tanto che - come nel caso di Ferruzzi Gardini - sono entrati in società con loro e hanno subito le loro regole. Il Dubbio, nei mesi scorsi, ha anche rivelato in esclusiva come Totò Riina, tramite la Calcestruzzi spa della Ferruzzi Gardini, ha corrotto un funzionario greco per l’acquisizione del controllo del colosso cementizio in Grecia. Altro che minimizzare. Ed è paradossale che ancora si provi a parlare di Stefano Delle Chiaie, detto “er caccola”, come protagonista delle stragi mafiose. A tutto c’è un limite. Il comunicato del M5S e i fatti che non tornano Ma vediamo le reazioni politiche. Il Movimento Cinque Stelle, attraverso il capogruppo in antimafia Luigi Nave e il deputato Michele Gubitosa, ha diffuso un comunicato al vetriolo: “Quella andata in scena in commissione Antimafia è stata una requisitoria senza contraddittorio con gli indagati e i loro avvocati, svolta in una sede politico- parlamentare anziché nella fisiologica sede giudiziaria”. Aggiungono che De Luca “non si è limitato a una sommaria esposizione degli elementi” ma ha esposto “senza secretazione una analisi di svariati elementi processuali di dettaglio, alcuni dei quali non sono nemmeno a conoscenza degli avvocati degli indagati”. Il problema è che una commissione parlamentare d’inchiesta ha poteri di indagine e può sentire chi vuole. Se poi gli elementi emersi sono scomodi per qualcuno, questo è un altro discorso. Ma la parte più interessante del comunicato riguarda la questione tecnica dell’archiviazione. I pentastellati sostengono che la procura di Palermo avrebbe fatto una “richiesta di approfondimento con un’ampia delega di indagine del 18 luglio 1991” e che “la risposta del Ros sia arrivata solo il 5 settembre 1992, cioè dopo la strage di via D’Amelio” . Prima di tutto: l’archiviazione del procedimento mafia- appalti non è stata “parziale” come sostiene il M5S e che purtroppo anche il senatore di Forza Italia Gasparri continua a dire. Dopo il rinvio a giudizio di Angelo Siino e altri, l’intero procedimento è stato archiviato. Questo va detto con chiarezza. Secondo: dire che la risposta alle deleghe è arrivata solo il 5 settembre 1992 contiene un inganno. Come hanno dimostrato documentalmente l’avvocato Fabio Trizzino e Lucia Borsellino durante la loro audizione in commissione antimafia, i fatti sono andati diversamente. La nota del Ros che cambia tutto Da una nota del Ros del 30 giugno 1992 - indirizzata all’allora pm Guido Lo Forte- emerge che la procura, in data 28 maggio 1992, aveva espressamente autorizzato l’organo investigativo al riascolto delle conversazioni telefoniche registrate con i decreti del 26 febbraio 1990 e del 15 maggio 1990 dove emersero anche personalità politiche di rilievo. Si trattava del riesame dei registri di ascolto e delle bobine riguardanti le utenze intestate alla SIRAP spa di Palermo, società già oggetto di indagine. In quella nota il capitano De Donno scrive testualmente: “Il servizio svolto ha consentito, sulla base delle nuove risultanze investigative emerse, di valutare meglio alcune conversazioni telefoniche tra i personaggi d’interesse. Tali conversazioni sono state trascritte ed i relativi verbali saranno, salvo diverso avviso della S. V., inviati successivamente e contestualmente alla nota informativa concernente illecite attività nel campo degli appalti pubblici”. Tradotto: il 30 giugno 1992 il capitano De Donno aveva avvertito la procura della conclusione dell’attività supplementare di riascolto, rimettendosi alle valutazioni della procura di Palermo circa il deposito delle risultanze nell’ambito della nota informativa sugli appalti pubblici. Si tratta della famosa informativa SIRAP, che sarà depositata il 5 settembre 1992. Ma non è colpa del Ros se c’è stata l’archiviazione prima. La domanda è inevitabile: perché non sollecitare il deposito quando i Ros avevano avvertito a fine giugno, quindi prima della richiesta di archiviazione redatta il 13 luglio? Sicuramente una risposta ci sarà, ma non è quella contenuta nel comunicato del M5S. Le deleghe incomplete dell’estate 1991 C’è poi un altro fatto che il comunicato grillino non dice. Le deleghe di indagine dell’estate del 1991 - scaturite dopo le polemiche giornalistiche che accusavano la procura di insabbiare il dossier - non comprendono alcun approfondimento sui fratelli Buscemi e sulla Ferruzzi Gardini. Non risulta alcuna delega di indagine nei confronti di altri personaggi importanti come il mafioso Pino Lipari, che ha avuto un ruolo di primaria importanza. Questo è il punto: dopo le polemiche, la procura fa delle deleghe, ma senza entrare nel cuore del problema. Senza andare a scavare in profondità. E questo De Luca lo ha detto con chiarezza: “Dopo due anni non è stata fatta una sola indagine su Buscemi Antonino”. La verità è che quando ci sono conflitti di interesse o approcci ideologici sulla vicenda, si finisce per perdere di vista quello che conta davvero: fare luce sulle stragi. Il resto è solo rumore di fondo. Politico, prevedibile, scontato. E dispiace che il Partito Democratico, che ha una lunga storia politica alle spalle, si faccia condizionare dal movimento cinque stelle, offrendo solo alla maggioranza, in particolare Fratelli d’Italia, l’approccio serio e scientifico dei fatti. Non è mai troppo tardi nel rimediare e magari dare fiducia a chi crede nei valori del progressismo. Ma che si scontra con l’approccio complottista (quindi reazionario) dei fatti. Teramo. Detenuto morto nel carcere, per la Procura non ci sono responsabilità di Diana Pompetti Il Centro, 11 dicembre 2025 C’è la richiesta di archiviazione per il medico e i due infermieri iscritti nel registro degli indagati. Il 46enne di Mosciano fu stroncato da un attacco cardiaco. Il pm: “Garantita l’assistenza prevista”. Tra le tante inchieste in corso sui detenuti morti nel carcere di Castrogno nell’ultimo anno, c’è un fascicolo che si chiude con una richiesta di archiviazione nei confronti di un medico e di due infermieri all’epoca dei fatti in servizio nel penitenziario teramano. L’inchiesta è quella sulla morte di Domenico Di Rocco, il 46enne moscianese di etnia rom trovato morto nella sua cella nel marzo di quest’anno. La Procura (pm titolare del fascicolo Silvia Scamurra) ha chiesto l’archiviazione sostenendo, a conclusione delle indagini, che non sono emerse responsabilità a carico degli indagati e che tutte le procedure previste per garantire l’assistenza sono state rispettate. Da una prima ricostruzione fatta da investigatori e inquirenti il medico, alla presenza dei due infermieri, la sera prima della morte avrebbe visitato il 46enne Domenico Di Rocco dopo che quest’ultimo aveva chiesto aiuto al suo compagno di cella dicendo di non sentirsi bene. Nel corso della visita non sarebbero emerse condizioni particolari e tutti i parametri sarebbero risultati nella norma. Fino a quando, la mattina dopo, lo stesso compagno aveva dato l’allarme dopo aver tentato inutilmente di svegliare Di Rocco. I soccorsi erano stati immediati ma per l’uomo non c’è stato nulla da fare. La successiva autopsia aveva accertato un attacco cardiaco come causa della morte. Di Rocco era in carcere dal mese di dicembre dell’anno scorso da quando un pomeriggio si era allontanato dagli arresti domiciliari per telefonare da un bar i carabinieri e chiedere di tornare in carcere perché, aveva detto all’epoca ai militari, “in casa litigo troppo con mia madre”. L’uomo doveva scontare vent’anni per un cumulo di pena legato ai vari reati commessi contro il patrimonio. Secondo il Coordinamento Codice Rosso, così come riferito all’epoca, il 46enne aveva chiesto di poter scontare la pena in comunità o di tornare agli arresti domiciliari e per questo era in attesa dell’esito di un’udienza in programma per il mese di aprile. Ora sarà il gip a decidere se accogliere o meno la richiesta di archiviazione. Di Rocco è il secondo detenuto morto nel marzo di quest’anno a Castrogno: nei primi giorni del mese il 42enne Michele Venda, arrivato dal penitenziario romano di Rebibbia nel carcere teramano, è deceduto per un malore che lo ha colpito mentre stava cenando in cella. In questo caso l’inchiesta della Procura, che ha stabilito la morte per overdose all’esito dell’autopsia, è ancora in corso. Milano. Medicina penitenziaria, un modello formativo per colmare le disuguaglianze di cura di Silvia Pogliaghi trendsanita.it, 11 dicembre 2025 Negli istituti penitenziari italiani persistono criticità strutturali che ostacolano l’accesso alle cure: carenza di personale formato, servizi frammentati, scarsa integrazione con il territorio. Il Corso di Perfezionamento in Medicina Penitenziaria dell’Università degli Studi di Milano è nato per rispondere a queste esigenze. Negli istituti penitenziari italiani la tutela della salute continua a rappresentare una delle aree più critiche e meno visibili del sistema sanitario. Carenza di personale con competenze specifiche, frammentazione dei servizi, difficoltà di integrazione con le strutture territoriali e un fabbisogno crescente di professionalità specialistiche - dall’infettivologia alla salute mentale - rendono evidente la necessità di un rafforzamento formativo strutturato. Per rispondere a queste esigenze, nell’anno accademico 2024-2025 l’Università degli Studi di Milano ha attivato il Corso di Perfezionamento in Medicina Penitenziaria, diretto da Maria Paola Canevini, Professore Ordinario di Neuropsichiatria Infantile e Direttore del Dipartimento di Salute Mentale e Dipendenze dell’ASST Santi Paolo e Carlo. Il progetto è promosso dal Dipartimento di Scienze della Salute dell’Ateneo, guidato da Mario Cozzolino, Professore Ordinario di Nefrologia e responsabile della struttura complessa di Nefrologia e Dialisi della stessa ASST. “Il nostro obiettivo - spiega Cozzolino - è formare professionisti in grado di garantire continuità di cura tra carcere e territorio, superando gli ostacoli burocratici e tecnici che oggi compromettono l’assistenza ai detenuti”. Professor Cozzolino, come nasce l’esigenza di un corso di perfezionamento dedicato alla medicina penitenziaria e quale obiettivo si propone? “Il corso di perfezionamento nasce dalla nostra lunga esperienza all’ASST Santi Paolo e Carlo, che da sempre è il punto di riferimento per le strutture carcerarie milanesi: Opera, San Vittore, Bollate e Beccaria. Da anni ci occupiamo della cura e della riabilitazione delle persone detenute, attraverso il reparto di Medicina Penitenziaria che fa parte del mio Dipartimento di Area Medica. L’esigenza è maturata proprio osservando le criticità presenti nei servizi sanitari penitenziari: la difficoltà nel reperire personale sanitario qualificato, ovvero medici di medicina generale, infettivologi, psichiatri, ma anche specialisti come nefrologi, cardiologi e radiologi, e la mancanza di una formazione specifica post-laurea in medicina penitenziaria. A questo si aggiunge il disagio psichico, la necessità di competenze infermieristiche specifiche e le carenze nel collegamento con i servizi territoriali. Spesso mancano perfino elementi di base come la documentazione sanitaria completa o l’informatizzazione dei dati clinici. Il corso nasce quindi per colmare questi vuoti formativi: fornire competenze su primo soccorso, gestione delle urgenze, presa in carico del paziente cronico, prevenzione e cura delle malattie infettive, tutela delle persone vulnerabili, come immigrati, minori o soggetti con identità di genere diverse”. In che modo un corso di questo tipo può migliorare la continuità di cura dentro e fuori dal carcere, riducendo il divario di accesso alle cure nella popolazione detenuta? “È fondamentale che medici e operatori sanitari comprendano la complessità del contesto penitenziario. Il corso punta proprio a formare figure capaci di garantire la continuità assistenziale, dal carcere al territorio, attraverso protocolli comuni, procedure condivise e un linguaggio professionale unificato. Oggi, per esempio, anche la semplice transizione di un detenuto dal carcere all’assistenza territoriale è ostacolata da problemi burocratici e tecnici: la mancanza di sistemi informatici compatibili, cartelle cliniche incomplete, difficoltà di comunicazione con i medici di base. Il corso fornirà quindi strumenti pratici per superare questi ostacoli, promuovendo anche l’uso di telemedicina e soluzioni digitali, pur con le limitazioni che le strutture penitenziarie impongono”. Veniamo all’aspetto etico, medico-legale e di valutazione dell’impatto. La medicina penitenziaria si confronta con dilemmi complessi: il diritto alla salute del detenuto, il rapporto tra tutela sanitaria e sicurezza. Come deve essere strutturato un percorso formativo per preparare i professionisti a questi temi? “La medicina penitenziaria è un ambito che richiede un approccio multidisciplinare. Non si tratta solo di formare il medico o l’infermiere, ma anche di coinvolgere giuristi, psicologi, sociologi e operatori dell’amministrazione penitenziaria. Nel nostro caso, vorremmo che il percorso formativo non si limitasse alla facoltà di Medicina, ma coinvolgesse anche Scienze Infermieristiche, Sociologia, Giurisprudenza e Psicologia. La formazione deve essere esperienziale: chi opera in carcere deve conoscere il contesto sul campo, capire cosa significa lavorare in un’équipe multidisciplinare e confrontarsi direttamente con i detenuti. Dal punto di vista etico e legale, i temi centrali sono la garanzia del diritto alla salute per tutti, la riduzione delle disuguaglianze di accesso alle cure, la tutela della libertà e della dignità del paziente detenuto”. Come si può valutare, concretamente, l’efficacia di un corso di questo tipo? Quali indicatori possono essere misurati e in che tempi? “Serve una prospettiva di medio periodo, almeno due o tre anni, per formare realmente operatori competenti. Gli indicatori possono essere sia quantitativi, come la riduzione delle ospedalizzazioni o il miglioramento della gestione delle patologie croniche, sia qualitativi, attraverso interviste e questionari rivolti a detenuti, sanitari, mediatori culturali e agenti penitenziari. È importante anche analizzare i protocolli clinico-assistenziali, verificare l’adozione di buone pratiche e promuovere la creazione di linee guida condivise, che oggi purtroppo non esistono a livello nazionale. Infine, la collaborazione tra ATS, direzioni sanitarie carcerarie e università può trasformare questo corso in un laboratorio permanente di ricerca sul campo, utile non solo alla formazione, ma anche alla costruzione di una vera cultura della medicina penitenziaria”. A confermare il valore del corso di perfezionamento in medicina penitenziaria sono le voci di chi ha già vissuto questa esperienza nell’anno accademico 2024-25. Antonella Grisolia, medico infettivologo, racconta di essersi iscritta al corso per prepararsi al passaggio “da un ambiente ospedaliero altamente specializzato alla sanità penitenziaria, dove le sfide sono molto diverse e richiedono competenze non solo cliniche, ma anche giuridiche e organizzative”. Quello che non si aspettava, spiega, “è la complessità e la multidimensionalità della presa in carico del paziente detenuto: non si tratta solo di curare patologie, ma di integrare aspetti sociali, culturali e legali, garantendo la continuità assistenziale, soprattutto nel momento del ritorno sul territorio”. Per Grisolia, l’esperienza formativa è stata anche un percorso umano: “La sanità penitenziaria richiede un approccio al tempo stesso specialistico e umano. Curare in carcere significa accompagnare persone nella loro fragilità, restituendo loro dignità attraverso la salute”. Su un versante complementare si muove Anna Lastico, psichiatra forense dell’ASST di Pavia, già attiva per anni nella sanità penitenziaria. “Il corso mi ha offerto una visione più ampia dell’universo carcere e mi ha permesso di superare l’isolamento tipico di questo lavoro. Confrontarmi con colleghi di altre realtà è stato prezioso, perché la medicina penitenziaria vive di rete, non di solitudine”, racconta. Lastico oggi coordina la nuova équipe forense pavese, impegnata nel trattamento dei pazienti psichiatrici autori di reato tra carcere, Rems e territorio. Tra le esperienze più significative cita il confronto con i colleghi sui detenuti in percorso di transizione di genere: “È un tema complesso, che richiede sensibilità clinica e conoscenza giuridica. La formazione mi ha aiutata a muovermi con maggiore consapevolezza”. Roma. Severino e la forza della cultura: “Così anche in carcere si può generare la bellezza” di Valeria Arnaldi Il Messaggero, 11 dicembre 2025 La fondazione dell’ex ministra ha promosso l’iniziativa a Rebibbia. “Un simbolo potente di connessione tra il dentro e il fuori, tra chi oggi è recluso e una società che può — e deve — tornare a guardare”. Così, ieri mattina, l’ex ministra della Giustizia Paola Severino, ha definito l’installazione permanente Benu di Eugenio Tibaldi, entrata, proprio grazie alla Fondazione Severino - di cui l’ex ministra è presidente - e alla Fondazione Pastificio Cerere, con Intensa Sanpaolo, nel patrimonio della Casa circondariale femminile di Rebibbia “Germana Stefanini” e visibile, appunto, anche dall’esterno. Un messaggio reso ancora più potente e di impatto dall’inaugurazione dell’opera alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. “La sua presenza ci onora e rappresenta un segnale forte di attenzione verso le persone detenute e verso un’idea di giustizia che non smette di credere nella possibilità di rinascere”, ha rimarcato Severino, ringraziando il presidente. Benu è l’emblema di una precisa visione del carcere. Di più, una chiara filosofia di giustizia. “Qualche anno fa con la Fondazione Severino, siamo entrati in carcere per avviare progetti di formazione professionalizzante, convinti che il lavoro fosse una leva essenziale per il reinserimento. E ne siamo ancora profondamente convinti - ha commentato Severino - Ma frequentando più da vicino la realtà carceraria, abbiamo capito quanto fosse importante creare anche spazi di libertà interiore: luoghi in cui potersi esprimere, riconoscere, immaginare diversi”. Da qui l’idea di fare laboratori creativi, nei quali offrire alle detenute nuove strumenti per ripensarsi, indagarsi, esprimersi. “All’inizio non immaginavamo che l’arte potesse diventare uno degli strumenti più potenti di trasformazione. E invece oggi possiamo dirlo con forza: i laboratori artistici e culturali sono spazi di libertà autentica, in cui si coltivano relazioni, consapevolezza, identità”. Momenti di espressione, di presa di coscienza, di rielaborazione del vissuto e soprattutto di ridefinizione di un percorso. “L’arte, in carcere, non è una distrazione. È una forma di resistenza. Di riscatto. Di rinascita. Benu nasce da tutto questo: dall’ascolto, dal confronto, dalla fiducia costruita tra l’artista e le detenute. Due fenici che portano i segni, le parole, le emozioni di chi le ha immaginate”. Tibaldi ha invitato le detenute a disegnare il loro mondo interiore e dai loro lavori sono nati gli elementi che compongono la fenice. Assemblando più simboli, l’artista ha creato un’immagine condivisa, in cui ogni partecipante può riconoscere il proprio percorso personale, ma che, nello stesso tempo, rappresenta tutte, anche come comunità. E va oltre. “Benu è molto più di un’opera d’arte: è il risultato di un percorso condiviso, umano e simbolico. È la dimostrazione concreta che anche all’interno del carcere si può generare bellezza, dialogo, fiducia”. L’installazione è nata come “ponte”, connessione tra il mondo dentro e quello fuori, all’insegna della speranza. È quello il messaggio che veicolano le sculture luminose, visibili anche da lontano, nel buio della notte, sia dalle stanze delle detenute, sia dai palazzi vicini. “Una luce che non viene calata dall’alto, ma che si accende ogni giorno dall’interno”. E per questo, idealmente, ancora più potente. “Questa iniziativa ci ricorda anche l’urgenza di guardare alla detenzione femminile con uno sguardo specifico, consapevole, attento. Le donne in carcere spesso portano con sé un carico sproporzionato di ferite: violenze, coercizioni, dipendenze, storie di marginalità. Spesso, il reato è solo l’epilogo di una lunga storia di mancanze”, ha rimarcato Severino. “Progetti come questo servono a restituire voce, dignità, fiducia. A dare strumenti per ricominciare”. Le detenute, dunque, con la forza della loro speranza, illumineranno anche il mondo esterno. “Saranno proprio le donne di Rebibbia ad accenderle, ogni sera, con la forza delle loro pedalate”, ha ribadito, a proposito delle fenici. “Un gesto semplice, ma profondamente simbolico che testimonia come la luce possa accendersi nascere anche qui. Anche adesso. Anche da dentro”. Roma. L’intervento dell’artista Eugenio Tibaldi per le detenute è un invito alla rinascita di Livia Montagnoli artribune.com, 11 dicembre 2025 Dopo un percorso partecipato lungo oltre un anno, l’artista piemontese svela l’opera permanente che condensa desideri, speranze e voglia di riscatto delle detenute di Rebibbia. “BENU” si compone di due fenici luminose, visibili anche dall’esterno del carcere. BENU è il nome di una mitologica creatura egizia, antesignana della fenice, simbolo millenario di rinascita. E con le detenute della Casa Circondariale Femminile di Rebibbia, a Roma, Eugenio Tibaldi (Alba, 1977) ha lavorato proprio sulle molteplici prospettive di futuro, riempiendo di tanti significati diversi un simbolo comune: “Durante le giornate trascorse a Rebibbia ho avuto la netta percezione che la divisione fra chi è all’interno e chi non lo è sia davvero labile. La scelta di provare a immaginare insieme a tutte loro delle nuove fenici ha portato a elaborati intensi che ora con un ulteriore lavoro in studio sto cercando di sintetizzare per creare delle immagini finali che siano allo stesso tempo personali e comuni a tutti noi”, spiegava l’artista qualche mese fa, pronto a dare forma al processo creativo partecipato avviato nel carcere romano. A Rebibbia - che in questi giorni accoglie anche l’iniziativa della piattaforma editoriale Hyperlocal e, dal 12 al 14 dicembre, la mostra fotografica di Guido Gazzilli integrata con l’opera audiovisiva monumentale di arte sociale di Angelo Bonello -Tibaldi è entrato nell’ambito del progetto che lega da diversi anni la Fondazione Severino e la Fondazione Pastificio Cerere nel portare l’arte contemporanea all’interno degli istituti penitenziari (dal 2022 a Rebibbia), in collaborazione con Intesa Sanpaolo e con il patrocinio del Dicastero per la Cultura e l’Educazione della Santa Sede e del Ministero della Giustizia. Così, a ridosso del Giubileo dei Detenuti in programma per il 14 dicembre, si svela la duplice installazione site-specific e permanente - a cura di Marcello Smarrelli - che entrerà a far parte del patrimonio della Casa Circondariale Femminile di Rebibbia “Germana Stefanini”, visibile anche dall’esterno a partire dall’11 dicembre. Palermo. Utopia e nuova umanità: detenuto straniero si laurea al Pagliarelli di Fiorenza E. Aini gnewsonline.it, 11 dicembre 2025 Uno studente, di più, un laureando, che si interroga sul senso dell’utopia: il suo destino, i fallimenti cui è andata incontro nei vari periodi storici, la possibilità di una nuova società, capace di superare conflitti, guerre e fratture. Utopia: Wikipedia la descrive come “un ideale irrealizzabile, un progetto inattuabile, il modello immaginario di una società perfetta, dove gli uomini vivano nella piena realizzazione di un ideale politico e morale”. Un ‘progetto inattuabile’ proprio nulla ha a che vedere con quanto realizzato dallo studente che oggi si è laureato, e che nelle sue condizioni aveva tutto il diritto di immaginare difficoltà se non addirittura la sicura impossibilità di raggiungere il traguardo. Lui è H. P., ha 36 anni, non é italiano ed é detenuto nel carcere di Pagliarelli. Almeno due su tre possono essere intesi come impedimenti, dove la lingua é sicuramente quello meno impegnativo. H.P. arriva nel carcere siciliano dal Polo universitario penitenziario di Milano e nell’anno accademico 22/23 si immatricola all’Università di Palermo. Completa il suo percorso triennale in Studi filosofici e storici, con la media del 28, e oggi si laurea con una tesi dal titolo “La nuova società dell’umanità”, ispirata alle riflessioni di Luciano Canfora. “Utopico, ma questo é il compito della filosofia - spiega Marco Carapezza, relatore della tesi di laurea -, intravedere mondi altri, aprire orizzonti di pensiero, alimentare speranza. Un esercizio che, in un contesto di detenzione, può diventare occasione di consapevolezza, rinascita e riabilitazione”. Con questo nuovo traguardo, l’Università di Palermo celebra il terzo laureato in regime detentivo, dopo i precedenti due percorsi che si sono conclusi nell’ottobre 2024, con un laureato in Urbanistica e Scienze della città al Dipartimento di Architettura, e a ottobre 2025, con un dottore in Studi globali, Storia, Politiche, Culture al Dipartimento Culture e Società. “Carattere tenace e una forte volontà” così lo descrive il tutor Alessandro Di Stefano, mentre Luisa Amenta, prorettrice di UniPa, ha sottolineato che “questo importante risultato rappresenta non soltanto un traguardo personale, ma la dimostrazione concreta di come il diritto allo studio possa aprire spazi di riflessione, di crescita e di futuro anche nei contesti più complessi. Il suo percorso ci ricorda come l’istruzione e la cultura siano strumenti potenti di dignità, libertà interiore e trasformazione e che l’Università ha il dovere di rendere accessibili le opportunità di apprendimento a tutte e a tutti. L’impegno e la profondità della sua ricerca sull’utopia testimoniano quanto la conoscenza possa restituire senso, visione e responsabilità”. “Il percorso di studi affrontato da H. P. si configura come un’opera rieducativa fondamentale per un detenuto condannato in via definitiva. Un momento di grande successo per le istituzioni” ha spiegato Nicola Mazzamuto, presidente del Tribunale di sorveglianza, mentre la direttrice della casa circondariale Pagliarelli, Maria Luisa Malato, ha orgogliosamente puntualizzato che lo studio “é entrato a tutti gli effetti quale elemento del trattamento detentivo. Molto c’è ancora da fare - ha però ammesso - ma i primi importanti risultati li stiamo finalmente registrando. E’ un’occasione che questo detenuto ha saputo cogliere e sfruttare per vivere il tempo in carcere in maniera positiva. Speriamo che tanti altri possano fare questa scelta”. “Una speranza per il futuro” ha chiosato Antonino De Lisi, garante regionale dei Diritti delle persone detenute, a proposito della nipotina del laureando che, durante tutta la cerimonia, lo ha guardato con orgoglio. Mentre alla “funzione di risocializzazione della pena” ha fatto riferimento Paola Maggio, delegata del rettore per i Rapporti con gli istituti penitenziari, parlando dei Poli universitari penitenziari che “offrono agli studenti detenuti l’opportunità di costruire un progetto di vita, di reinserimento e di partecipazione attiva alla società”. Roma. Il Garante e le Donne del Muro Alto incontrano le scolaresche garantedetenutilazio.it, 11 dicembre 2025 Matinée riservata alle scuole per “Ramona e Giulietta” al Teatro Spazio Rossellini. “In carcere c’è tanta affettività tra le persone detenute, che litigano fra di loro e in qualche modo si aiutano molto tra di loro. Il problema è quando l’affettività diventa amore, e questa cosa in carcere non si vuole che ci sia tra le persone detenute. Poi ci sono i rapporti con chi sta fuori: i familiari, gli amici, le compagne, i compagni. In carcere si possono fare quei dieci minuti di telefonate alla settimana per poter parlare con il proprio marito, la propria moglie, i propri figli, il proprio fratello, la propria sorella. Dieci minuti alla settimana. La possibilità di incontrarsi, in mezzo ad altre persone, per un’ora: già l’abbraccio non si può fare”. Così il Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Lazio, Stefano Anastasìa, al termine della rappresentazione “Ramona e Giulietta” delle Donne del Muro Alto, nel corso della matinée riservata alle scuole che si è svolta venerdì 5 dicembre al Teatro Spazio Rossellini di Roma. La compagnia, diretta dalla regista Francesca Tricarico e composta da attrici ex detenute e ammesse alle misure alternative, ancora una volta ha portato in scena l’amore, la rabbia e il coraggio di Ramona e Giulietta: due donne recluse che, nonostante cancelli, sbarre e pregiudizi, trovano la forza di amarsi e di gridare il loro sentimento. “È una responsabilità di noi adulti - ha proseguito Anastasìa - che dobbiamo sperare che chi viene dopo di noi, cioè voi ragazzi, sappia cambiare anche questo modo di pensare, e cioè che se qualcuno fa qualcosa di male basta chiuderlo da qualche parte e stiamo tutti più tranquilli. E invece no: produciamo altra sofferenza; se c’è stata sofferenza prima, si genera ancora più sofferenza chiudendo una persona dietro un muro alto. Se qualcuno fa qualcosa di male c’è un altro modo di fargli capire che non lo deve fare, o che c’è qualche altro modo per chiedere scusa a chi ha fatto del male.” La rappresentazione è stata seguita da un incontro-dibattito, interamente dedicato agli studenti e alle studentesse delle scuole secondarie di primo e di secondo grado al quale oltre alle attrici ex detenute della compagnia e ad Anastasia, è intervenuta anche Carla Consuelo Fermariello, presidente della Commissione Scuola del Comune di Roma. Lo spettacolo Ramona e Giulietta, scritto e allestito per la prima volta nel 2019 all’interno della Casa Circondariale femminile di Rebibbia a Roma, è una rivisitazione tragicomica in chiave queer e contemporanea della celebre opera shakespeariana. Una storia di rabbia e di coraggio, tutta al femminile, che porta sulla scena le tensioni, le dinamiche relazionali e i conflitti identitari vissuti da due donne all’interno del carcere, con i suoi tempi, i suoi spazi e le sue privazioni, a cominciare dall’affettività negata. Alcune delle attrici che, da donne libere, interpretano oggi Ramona e Giulietta sono le stesse che diedero vita allo spettacolo in carcere. Il progetto Le Donne del Muro Alto, nato nel 2013 da un’iniziativa dell’associazione Per Ananke come progetto di attività teatrali all’interno delle carceri, dal 2021 si è esteso anche fuori dalle mura dei penitenziari con attrici ex detenute o ammesse alle misure alternative alla detenzione. Conquistando spazi e scene in cui fare esplodere la parola e il gesto teatrale come strumenti di incontro, confronto e verità. Ma anche, come dimostra proprio la storia della compagnia, come opportunità di inclusione sociale e di superamento dello stigma sociale legato alla detenzione. Lo spettacolo, prodotto da Per Ananke ETS con il sostegno di Connecting Spheres, è interpretato da Le Donne del Muro Alto Bruna Arceri, Chiara Ferri, Betty Guevara, Giulia Massimini, Daniela Savu; le musiche sono di Gerardo Casiello e i costumi di Marina Sciarelli. La matinée del 5 dicembre è sostenuta dal Comune di Roma, Regione Lazio e ATCL. Migranti. L’Europa dei muri: stretta sui rimpatri e sanzioni per i Paesi terzi che non collaborano di Francesco Crippa vita.it, 11 dicembre 2025 Bruxelles accelera sulla costruzione della “fortezza Europa”: approvati dal Consiglio dei ministri tre regolamenti di modifica del Patto immigrazione e asilo su Paesi sicuri, Paesi terzi sicuri e hub di rimpatrio esterni. Ora la palla passa al Europarlamento per il via libera definitivo. Settimana scorsa, invece, è stata approvata un’intesa sulla revoca delle agevolazioni sui dazi di accesso al mercato unico per i Paesi terzi che rifiutano di riaccogliere i propri cittadini espulsi. Il commissario agli Affari interni, l’austriaco Magnus Brunner, lo aveva annunciato all’inizio dell’anno, nei primissimi mesi di mandato della Commissione von der Leyen 2.0: “Stiamo lavorando a nuove regole più severe sui rimpatri. Nessuno capisce perché persone che non possono stare qui non vengono rimpatriate”. Non si può dire che non sia stato di parola: nel giro di una settimana, le istituzioni europee hanno approvato in via preliminare due pacchetti di norme che, se dovessero entrare definitivamente in vigore, semplificherebbero di molto le politiche di respingimento già attuate da diversi governi comunitari. Lunedì 8 dicembre, il Consiglio dell’Unione europea ha approvato tre regolamenti per integrare in senso restrittivo il Patto immigrazione e asilo che entrerà in vigore il prossimo giugno. Esattamente una settimana prima, lunedì 1° dicembre, i negoziatori del Parlamento e la presidenza del Consiglio europeo hanno raggiunto l’intesa per il via libera alla revoca dell’agevolazioni all’accesso al mercato unico europeo per quei Paesi terzi che non collaborano nel rimpatrio dei propri migranti. Così, la costruzione della “fortezza Europa” prosegue a passo spedito. Le modifiche al Patto immigrazione e asilo - Le modifiche al Patto immigrazione e asilo erano state annunciate dalla Commissione europea in primavera e ora sono state approvate dal Consiglio dei ministri dell’Interno dell’Ue. Si tratta di tre regolamenti che riguardano, rispettivamente, i “Paesi di origine sicuri”, i “Paesi terzi sicuri” e la costruzione di return hubs dove internare i migranti in attesa di procedimento o espulsione. Un voto che ha dato modo di esultare al governo italiano, che legge nell’ultimo punto il riconoscimento della propria politica di respingimento attuata tramite i cpr in Albania. Anche la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, si è dichiarata soddisfatta dopo la decisione di lunedì: “Ottimo lavoro, queste misure di solidarietà stanno dando il via all’attuazione del Patto immigrazione e asilo. E tutto è stato adottato in tempo record”. In realtà, le modifiche non sono ancora effettive: servirà prima il via libera del Parlamento, che però appare abbastanza scontato. Il primo regolamento approvato dal Consiglio dei ministri dell’Ue prevede l’adozione, per la prima volta a livello comunitario, di una lista di “Paesi di origine sicuri”, cioè quelli in cui non si ravvisano condizioni di violenza e instabilità tali da giustificare una richiesta d’asilo all’estero. Sono sette: Kosovo, Tunisia, Egitto, Marocco, Colombia, Bangladesh e India (più quelli candidati a entrare nell’Ue, a patto che non siano in guerra). Per i richiedenti asilo provenienti da questi Paesi, gli Stati membri potranno ricorrere alla procedura accelerata di frontiera (cioè il meccanismo per cui la richiesta di asilo viene esaminata più velocemente del normale) così da poter respingere la domanda in tempi più brevi. La lista, tra l’altro, è potenzialmente più lungo perché a ciascuno Stato viene garantito il diritto di compilare la propria lista, anche se è lecito aspettarsi che la maggior parte degli Stati membri si attengano a quella di Bruxelles. Secondo Fulvio Vassallo Paleologo, avvocato esperto di diritti dei migranti e dei richiedenti asilo, si tratta di una normativa che non solo va nella “direzione di rendere più veloci le espulsioni”, ma che svuoterebbe anche “la portata effettiva del diritto di asilo”, perché non tiene conto “della situazione di particolare pregiudizio che particolari gruppi sociali, come ad esempio le persone lgbtqi+ possono subire in questi Paesi”. Il secondo regolamento riguarda invece la possibilità, per gli Stati Ue, di dichiarare inammissibile (cioè prima ancora di esaminarne il merito) una domanda di asilo qualora ritenessero che il richiedente avrebbe potuto chiedere e ottenere protezione internazionale in un “Paese terzo sicuro” in cui sono passati, per esempio un cittadino del Sudan che passa dalla Tunisia prima di arrivare in Italia. Tuttavia, il transito del richiedente attraverso un Paese sicuro non è un requisito fondamentale: basta anche che tra lo Stato membro dell’Ue e il Paese sicuro in questione sussista un accordo per garantire l’asilo. In questo caso, il migrante potrebbe essere trasportato nel secondo Paese e “costretto” a presentare la domanda di asilo qui e quindi, nel caso di accettazione, a viverci. “Sembra”, è il commento critico sempre di Paleologo, “che sulla base di accordi bilaterali si possano derogare le garanzie dei diritti fondamentali previste dalle Convenzioni internazionali, e dagli stessi regolamenti europei”. I return hubs e la validità del modello Albania - Infine, il terzo regolamento riguarda i rimpatri e prevede la possibilità per un Paese Ue di trattare con un Paese terzo la costruzione di return hubs, cioè di centri per il rimpatrio all’estero. Per il governo italiano si tratta di un riconoscimento del modello Albania, che però, sostiene Paleologo, rimane privo di base legale e “in contrasto con quanto deciso dalla Corte di giustizia Ue con la sentenza del primo agosto scorso in materia di effettività dei diritti di difesa e sul ruolo della giurisdizione”, che aveva stabilito che uno Stato membro non può designare un “Paese di origine sicuro” senza garantire un controllo giurisdizionale effettivo. Tradotto, significa che uno Stato membro può indicare un Paese come “sicuro”, ma i giudici dello stesso Paese possono contestare la validità di tale designazione. È quanto successo, per esempio, nell’ottobre 2024, quando il Tribunale di Roma ha annullato il trasferimento in Albania di 12 richiedenti asilo perché i loro Paesi di origine, Bangladesh ed Egitto, non sono considerati sicuri dai giudici. In quel caso, il governo italiano aveva protestato contestando la legittimità dell’intervento del Tribunale, ma la Corte Ue ha appunto dato torno a Roma, stabilendo che i giudici devono poter verificare autonomamente se un Paese è sicuro o meno. Ora, però, mentre in Italia ci sono dei giudici che considerano Bangladesh ed Egitto Paesi non sicuri e in Lussemburgo dei giudici che accolgono gli effetti della loro interpretazione, i decisori di Bruxelles hanno compilato una lista in cui i due Paesi sono classificati come sicuri: rischia di venirsi a creare un cortocircuito. La validità del modello Albania, tra l’altro, è attualmente sotto esame da parte della Corte di giustizia Ue, che ha accolto i rinvii partiti dalla Corte di appello di Roma a novembre. I due rinvii, riuniti in un solo caso, sono identici e mettono in dubbio la legittimità stessa dell’accordo tra Roma e Tirana: per i giudici, l’Italia non poteva stipulare un accordo con uno Stato terzo su una materia già ampiamente regolata dall’Ue in maniera tale da rompere l’omogeneità del sistema comune di asilo. Il procedimento seguirà procedura accelerata. L’intesa sui ricollocamenti - Sempre lunedì, i ministri dei 27 hanno raggiunto un’intesa sulle cifre della solidarietà con i Paesi di primo arrivo, cioè Italia, Spagna, Grecia e Cipro. La Commissione aveva proposto che a ciascun Paese fossero garantiti 30 mila ricollocamenti, ma nel testo approvato dal Consiglio dei ministri la cifra è scesa a 21 mila. In realtà, però, potrebbero essere ancora di meno, perché ogni Stato membro potrà decidere di non accettare i ricollocamenti pagando 20mila euro per ogni migrante rifiutato, per un totale di 420 milioni di euro di contributi finanziari per ciascun Paese di primo approdo. Niente sconti commerciali per chi non collabora ai rimpatri - Ma la stretta sui rimpatri non passa solo dalle modifiche varate dal Consiglio dei ministri dell’Ue in attesa di convalida del Parlamento. Lunedì 1° dicembre, infatti, i negoziatori dell’Eurocamera hanno raggiunto con la presidenza del Consiglio europeo un’intesa sulla proposta, avanzata dalla Commissione, di modifica del Sistema di preferenze generalizzate, cioè lo strumento attraverso cui Paesi extra-Ue (attualmente sono 65) possono godere di agevolazioni nell’accesso al mercato unico europeo. Sebbene, come si legge in una nota del Consiglio, “il nuovo quadro [aggiunga] miglioramenti al sistema attuale, tra cui un collegamento più stretto con il rispetto dei diritti umani e dell’ambiente, un migliore monitoraggio e una maggiore trasparenza del sistema”, dall’altro lato viene stabilita la possibilità di revocare le agevolazioni “se un Paese beneficiario non coopera con l’Ue in materia di riammissione dei propri cittadini”. Sarà la Commissione a monitorare “il rispetto degli obblighi in materia” e a intervenire, previa comunicazione a Consiglio e Parlamento. Migranti. Diritto di asilo, l’attacco alla Cedu e l’argine della Costituzione di Matteo Losana Il Manifesto, 11 dicembre 2025 L’adozione di politiche sull’immigrazione sempre più restrittive, lesive dei diritti fondamentali che - nonostante tutto - garantiscono i migranti, procede spedita, anche a livello sovranazionale. Prima, l’8 dicembre, il Consiglio europeo (organo dell’Unione europea) ha trovato l’accordo per allargare la definizione di Paesi sicuri. Consentendo così agli Stati membri di considerare inammissibile la domanda di asilo anche quando il richiedente potrebbe ricevere protezione in un Paese terzo (con il quale non è più necessario abbia alcun legame). Ieri i ministri del Consiglio d’Europa (organizzazione internazionale diversa dall’Unione europea, alla quale aderiscono molti Stati europei) hanno discusso un modello di accordo relativo al rimpatrio dei richiedenti asilo la cui domanda sia stata respinta e, come si può leggere dai comunicati dell’Ansa, “all’esternalizzazione della gestione migratoria”. Si tratti di Unione europea oppure di Consiglio d’Europa poco cambia: l’indirizzo politico sembra tracciato e il destino dei diritti fondamentali dei migranti segnato. Soprattutto dietro il vertice di Strasburgo, c’è l’insofferenza di alcuni esecutivi nazionali per le garanzie offerte ai migranti dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo (Cedu), così come interpretata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo (Corte Edu). L’accusa è semplice: la tutela dei diritti fondamentali dei migranti rischia di intralciare le politiche migratorie sempre più restrittive che taluni governi vorrebbero realizzare. La preoccupazione non è di oggi. Nel maggio di quest’anno, il governo italiano e quello danese diffusero una lettera aperta per “stimolare” un dibattito sull’opportunità di un’interpretazione restrittiva delle convenzioni internazionali (in particolare, proprio della Cedu) per quanto concerne la materia dell’immigrazione. La lettera aveva un destinatario preciso: la Corte Edu, accusata di un’indebita ingerenza nel campo del diritto d’asilo e di orientamenti giurisprudenziali eccessivamente sensibili alle ragioni dei migranti. Preoccupazione ripresa alla vigilia del vertice di Strasburgo dal primo ministro inglese e dalla premier danese - in un articolo pubblicato sul Guardian - che hanno esortato gli omologhi europei a scegliere interpretazioni svalutative del diritto di asilo, adeguate alla realtà odierna che renderebbe quello strumento addirittura obsoleto e superato (pensato per un’altra epoca). Insomma, e al di là delle dichiarazioni di facciata, l’ambizione di predisporre politiche migratorie dentro la cornice di principi sanciti dalle convenzioni internazionali che tutelano i diritti umani e (il diritto di asilo in particolare) sembra definitivamente naufragata. Una prospettiva escludente camuffata spesso da scelta politica obbligata, necessaria per fronteggiare i populismi e gli estremismi che vorrebbero politiche migratorie ancora più escludenti e discriminatorie. Dinnanzi a questo scenario è forse utile ricordare il posto della Cedu nel nostro ordinamento. Con due sentenze, 348 e 349 del 2007, la nostra Corte costituzionale ha chiarito la natura delle norme della Cedu: “Proprio perché si tratta di norme che integrano il parametro costituzionale, ma rimangono pur sempre ad un livello sub-costituzionale, è necessario che esse siano conformi a Costituzione”. Insomma, la Cedu non potrà mai abbassare il livello di protezione dei diritti già garantito dalla nostra Costituzione, anche nei confronti dei migranti. E se questa ipotesi dovesse mai verificarsi - non importa se per una modifica al ribasso del testo della Convenzione, oppure per il consolidarsi di orientamenti della Corte Edu sempre meno favorevoli ai migranti - la Corte costituzionale dovrebbe dichiarare l’incapacità della norma convenzionale a integrare il nostro parametro costituzionale, “provvedendo, nei modi rituali, a espungerla dall’ordinamento giuridico italiano”. Si potrà dunque anche svilire la Cedu, ma rimane pur sempre la Costituzione e la necessità di rispettarla. Migranti. Il Consiglio d’Europa di fronte all’offensiva di Italia e Danimarca di Giansandro Merli Il Manifesto, 11 dicembre 2025 Palazzo Chigi esulta per il sostegno crescente, ma l’organizzazione internazionale fa scudo alla Convenzione europea e alla Corte. L’attacco al cuore dello stato di diritto è arrivato al Consiglio d’Europa. Ieri nell’ambito dell’organismo internazionale - da non confondere con istituzioni comunitarie come il Consiglio Ue o quello europeo - si è tenuta una riunione informale convocata dal segretario generale Alain Berset dopo la lettera promossa lo scorso maggio da Italia e Danimarca. Sette le firme raccolte in quel momento, poi cresciute nei mesi. Obiettivo: fissare dei paletti alla Corte europea dei diritti dell’uomo e aprire una discussione per la modifica della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Entrambe hanno come sigla “Cedu”, altro elemento che crea confusione su un tema serissimo. Fondamentalmente gli Stati nazionali vogliono cambiare alcune norme che tutelano in senso universalistico i diritti fondamentali, in particolare alzando l’asticella di quanto va considerato tortura o trattamento inumano e degradante e riducendo le garanzie al diritto all’unità familiare (articoli 3 e 8 della Carta). Secondo l’Italia governata dalla destra di Giorgia Meloni e la Danimarca della premier socialdemocratica Mett Frederiksen, cui è arrivato il sostegno senza condizioni del laburista Uk Keir Starmer, queste misure limitano la possibilità di realizzare i rimpatri. In particolare dei cittadini stranieri che hanno commesso reati gravi. Sporchi, brutti e cattivi… si parte sempre da qua per andare a colpire i diritti faticosamente conquistati e codificati dalle norme sovraordinate dopo il dramma del nazifascismo e della Seconda guerra mondiale proprio per sottrarre agli Stati nazionali il potere, spesso l’arbitrio, sulla vita delle persone. Gli esiti di un’offensiva che accomuna estrema destra e centro-sinistra, comunque, restano tutti da vedere. Ieri Palazzo Chigi, in scia al ministro della giustizia Carlo Nordio, ha salutato con favore gli esiti della riunione che si è tenuta a Strasburgo. Raccogliamo “il sostegno della maggioranza degli Stati membri per portare il Consiglio d’Europa ad affrontare efficacemente le sfide relative alla migrazione e alla sicurezza”, recita un comunicato della presidenza del Consiglio. In 27 paesi su 46 - maggioranza sì, ma risicata - hanno siglato una dichiarazione congiunta in cui, dopo le premesse di rito sull’importanza dei diritti umani, chiedono di anteporre il concetto di “sicurezza democratica” all’universalità delle garanzie. Prima il controllo delle frontiere, poi la vita delle persone. Espulsioni semplificate degli stranieri condannati per reati gravi, chiarezza su cosa significhi trattamenti inumani e degradanti nei Paesi terzi dove effettuare le deportazioni e soluzioni innovative sulle politiche migratorie sono le richieste principali. Tra le firme mancano quelle eccellenti di Germania, Francia, Spagna e Portogallo. In compenso c’è quella dell’Ucraina. da parte sua Berset ha tenuto un discorso sul filo dell’equilibrismo, senza rinunciare a fissare dei punti chiari. Da un lato sostiene che la Convenzione europea dei diritti dell’uomo sia “uno strumento vivo”, e dunque potenzialmente in grado di essere aggiornato ai tempi che corrono, dall’altro ribadisce che “in quanto strumento costituzionale dell’ordinamento giuridico europeo, costituisce la tutela definitiva dei diritti e delle libertà individuali”. Ed è l’aggettivo “definitiva” quello più importante. Importante anche il fatto che alla riunione informale non abbia partecipato la Corte Edu. La decisione, in accordo con il presidente del tribunale Mattias Guyomar (francese), è stata presa per “tutelare la separazione dei poteri”. Segno che le bordate all’indipendenza dei giudici, guidate da Roma e Copenaghen, non sono andate a segno, almeno per ora. “Alcuni Stati ritengono che l’interpretazione in evoluzione della Corte abbia limitato la loro discrezionalità politica in determinate situazioni. Questa è una loro prerogativa. Allo stesso tempo, c’è qualcuno in questa sala che può onestamente affermare che la Convenzione e la giurisprudenza della Corte non hanno mai aiutato il loro Paese?”, ha chiesto Berset. Alle fine le conclusioni ufficiali del meeting sono un rinvio. Quattro punti per chiedere al Comitato dei ministri degli esteri che si riunirà il prossimo maggio a Chisinau di: preparare una dichiarazione politica che bilanci i diritti garantiti dalla Convenzione alle sfide poste dall’immigrazione irregolare e dalla situazione degli stranieri condannati per reati gravi; ribadire il proprio sostegno a una nuova raccomandazione contro il traffico di migranti; valutare come il Consiglio d’Europa possa affrontare al meglio le urgenti questioni migratorie; incoraggiare il segretario generale a impegnarsi in discussioni a livello internazionale in materia di migrazione. Incoraggiamenti, proposte di dichiarazione, raccomandazioni: l’offensiva anti-migranti di Meloni si sta facendo strada in un’Europa sempre più a destra, ma per le soluzioni concrete bisognerà attendere. Il populismo? L’arma per proteggere i miliardari di Stefano Lepri La Stampa, 11 dicembre 2025 Più si esplorano le disuguaglianze del nostro mondo, più si capisce che è difficile combatterle. Si sente dire spesso che con la globalizzazione sono molto aumentate, ma è vero solo in parte. Il rapido sviluppo di molti Paesi emergenti nel quarto di XXI secolo che è già trascorso ha certo rimescolato molte carte, e mutato i gradini delle graduatorie mondiali; le nuove tecnologie hanno consentito di accumulare ricchezze enormi negli Stati Uniti. Ma in Europa no, la “economia sociale di mercato” che è di fatto il modello del nostro continente, ci ha protetto, con il suo welfare e con le sue imposte progressive. In questo rapporto, per tutti i grandi Paesi europei il divario tra ricchi e poveri è definito “moderato” relativamente ad altre parti del pianeta. Il rischio è che ci azzuffiamo tra noi per ripartire le spoglie di un benessere che non sentiamo più eccezionale nel mondo e che non riusciamo a far crescere abbastanza in fretta. La Francia è un esempio chiaro. Di fronte a una pesante esigenza di risanare il bilancio pubblico, da destra si chiede di trattare peggio gli immigrati, da sinistra di “tassare di più i ricchi”, in un Paese che ha dato molto a tutti, e in cui lo Stato trattiene e redistribuzione oltre metà del reddito prodotto. Però dei sacrifici occorrono, per evitare un collasso della finanza pubblica. Diversissima è la situazione degli Stati Uniti, dove le disuguaglianze sono davvero aumentate negli ultimi anni, tanto che si parla in queste settimane di un andamento dell’economia “a K”, che, come questa lettera dell’alfabeto, ha un braccio che scende e uno che sale. Ovvero va male per i poveri e va bene per i ricchi; ma è stato eletto un presidente che dà la colpa al resto del mondo, con la globalizzazione, e ai troppi immigrati, se negli ultimi decenni i salari per i lavori più umili sono rimasti pressoché fermi mentre i grandi della tecnologia accumulando miliardi. Insomma, di disuguaglianza si parla molto dove ce n’è poca mentre dove è cresciuta si parla d’altro (come del resto il problema dell’immigrazione incide meno sul voto nelle grandi città, dove di immigrati ce ne sono di più). Il rapporto esamina anche i mutamenti delle scelte di voto nei Paesi democratici per capire come mai questo avviene. E forse il fatto evidente che, a differenza del passato, la parte più colta della popolazione tende a votare a sinistra dimostra che nelle nostre società il merito chiede di essere meglio riconosciuto. A controprova, in altri Paesi dove le disuguaglianze sono cresciute vediamo un populismo dall’alto, adottato da poteri in degenerazione autoritaria, che ha esattamente lo scopo di parlar d’altro, ovvero di trovare motivi di compattezza etnica, nazionale o religiosa che consentano di trascurare gli accresciuti divari sociali. Ovunque, i rapidi mutamenti degli ultimi decenni hanno cambiato talmente le vite di tutti da rendere prepotente la nostalgia del passato (quando gli immigrati non c’erano, quando le donne erano sottomesse agli uomini, e così via). Insomma: il populismo passatista si rivela la miglior arma per proteggere gli arricchimenti. La trappola dei social è reale: l’Australia interviene, e l’Italia? di Vittorio Pelligra Avvenire, 11 dicembre 2025 Il divieto ai minori di 16 anni non è una limitazione della libertà ma un meccanismo di coordinamento che aiuta i giovani a fare ciò che già vorrebbero fare ma da soli non riescono. L’Australia ha appena deciso di vietare l’uso dei social media ai minori di sedici anni. Una misura drastica, certo, ma che nasce da una attenta analisi dei dati. Come dimostra Jonathan Haidt in The Anxious Generation, la crescita della diffusione dei social è direttamente collegata all’esplosione dei disturbi ansiosi e depressivi tra gli adolescenti. Dal 2010 in poi - spiega Haidt - con la diffusione degli smartphone, i tassi di depressione e autolesionismo nelle ragazze sono letteralmente raddoppiati in molti Paesi occidentali. Meno sonno, movimento, interazione faccia a faccia e un ambiente che consegna i più giovani a un ambiente di confronto sociale permanente, dominato da standard irrealistici di bellezza, successo e popolarità. Le ricerche di Haidt mostrano che un uso elevato di Instagram aumenta il senso di inadeguatezza, mentre TikTok amplifica la vulnerabilità impulsiva tipica dell’età. La vita online diventa una vetrina ansiogena in cui si è sempre osservati e sempre giudicati. E tuttavia quasi nessuno riesce a tirarsene fuori La ragione per cui è così difficile uscire da questa “trappola del mercato” viene ora spiegata chiaramente da uno studio Leodardo Bursztyn e colleghi pubblicato qualche giorno fa sull’American Economic Review. L’economista di Chicago e i suoi colleghi mostrano chiaramente come molti giovani continuino a usare i social non perché ne traggano un reale beneficio, ma per paura di essere tagliati fuori. Ma se potessero smettere tutti insieme, gran parte di loro lo farebbe. Al tempo stesso, però, temono che se fossero i soli a smettere di usare i social, allora perderebbero relazioni, informazioni, visibilità, visto che questi sono i canali principali. È una condizione indotta da mega-company che ne traggono enormi profitti, incuranti dei danni che producono sulla salute dei nostri figli. È ciò che gli autori dello studio chiamano una social media trap. È qui che la proposta australiana acquista un senso. Una soglia legale non deve essere letta, in questo caso, come un divieto moralistico, ma come un meccanismo di coordinamento. Un segnale che permette a tutti i ragazzi e le ragazze della stessa fascia d’età di uscire contemporaneamente da un ambiente che vivono come tossico, senza dover temere l’esclusione. Il risultato, secondo i dati di Bursztyn e soci, è quello di un incremento del benessere psicologico di tutti i soggetti coinvolti. Spiace per i profitti delle piattaforme. La norma, insomma, corregge quella trappola collettiva che nessun ragazzo o ragazza, potrebbe spezzare individualmente. Così come il codice della strada suggerisce che è meglio guidare a destra dove tutti guidano a destra, la norma australiana suggerisce che conviene non usare i social quando si è troppo giovani, a patto che tutti gli altri ragazzi e le ragazze facciano lo stesso. Non è una limitazione della libertà ma un meccanismo di coordinamento che aiuta i giovani a fare ciò che già vorrebbero fare ma da soli non riescono. Naturalmente nessuna legge è la soluzione finale. Perché appena compiuti i diciassette anni il problema si riproporrà. Per questo serve educazione digitale, responsabilità delle piattaforme, spazi reali di interazione e incontro, un’alleanza tra famiglie, scuole e comunità. Ma ignorare ciò che oggi sappiamo, il danno psicologico documentato, il senso di intrappolamento, il desiderio inconfessato di disconnessione, significa abbandonare una generazione alla pressione di algoritmi potentissimi progettati per creare dipendenza. La vera domanda non è se vietare o meno i social, ma come restituire più vita vera ai nostri figli. Con la libertà di crescere senza la paura costante di essere esclusi, la libertà di imparare a stare nel mondo reale prima che in quello digitale. La legge australiana è un tentativo, forse imperfetto, ma coraggioso, di aprire quello spazio di respiro che i ragazzi non possono crearsi da soli. E da noi al proposito che si dice? Iran. 1.878 esecuzioni dall’inizio dell’anno di Elisabetta Zamparutti L’Unità, 11 dicembre 2025 Lo dimostra quello che accade in Iran: 1878 esecuzioni dall’inizio dell’anno. Non parliamo di pena capitale, ma di un regime che si regge sulla violenza. La giornata mondiale per i diritti umani è stata istituita il 10 dicembre del 1950 per commemorare l’adozione della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani avvenuta due anni prima, il 10 dicembre del 1948, da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Fu una delle prime giornate mondiali a essere istituita. All’epoca ne esistevano solo un paio. Oggi il calendario offre l’occasione di commemorare quasi ogni giorno, insieme ad almeno un santo, anche una ricorrenza mondiale. Sono profondamente convinta che la proliferazione eccessiva, vale per i beni di consumo come anche per le giornate mondiali, rischia di vanificarne il valore e il significato. Eppure, nella ricerca costante che faccio per distinguere ciò che è superfluo da ciò che è necessario, ritengo che quella del 10 dicembre sia una commemorazione necessaria. È necessaria perché la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani è la madre del nostro contemporaneo essere comunità, dove ciascuno è portatore di diritti umani, come diritti naturali storicamente acquisiti, che lo Stato deve rispettare per costruire pace e giustizia, prevenendo i conflitti. È necessaria perché la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani è la madre del nostro contemporaneo essere comunità, dove ciascuno è portatore di diritti umani, come diritti naturali storicamente acquisiti, che lo Stato deve rispettare per costruire pace e giustizia, prevenendo i conflitti. È il baluardo contro i totalitarismi di cui la violazione sistematica dei diritti umani è componente statutaria. In questa giornata, Nessuno tocchi Caino ritiene rilevante dire che in Iran si sono compiute almeno 1.878 esecuzioni da inizio anno. “E non lo potevi dire nella giornata mondiale della pena di morte?” mi diranno in molti. No, l’ho voluto dire nella giornata mondiale dei diritti umani, perché come riconosce la Risoluzione per la moratoria universale delle esecuzioni capitali approvata dall’ONU, storico successo di Nessuno tocchi Caino, “la moratoria sull’uso della pena di morte contribuisce al rispetto della dignità umana e al rafforzamento e al progressivo sviluppo dei diritti umani”. Quello che accade in Iran è l’emblema di come la battaglia contro la pena di morte riguardi in realtà l’affermazione dello Stato di Diritto e dei diritti umani nel loro complesso. Perché 1.878 esecuzioni significa che un regime, in evidente difficoltà, si scaglia contro la sua popolazione con una forza repressiva e oppressiva tale da impiccarne, facendo la media di questi 313 giorni del 2025, 6 al giorno. Qui non stiamo parlando di pena di morte. Stiamo parlando di un regime che si regge sulla violenza, che annienta il nemico infliggendo pene senza limite, punizioni senza senso. Un regime che considera il corpo dei cittadini, non solo dei reclusi, come un terreno di dominio assoluto. Una pratica vergognosa al punto che solo un’esigua minoranza delle esecuzioni, siamo al di sotto del 10%, è resa pubblica dai mezzi di informazione ufficiali. L’Iran, che batte ormai da anni la Cina per esecuzioni in rapporto alla popolazione, è lì, lì per batterla anche in numeri assoluti. Circa il 49% delle esecuzioni riguarda reati legati alla droga. Sono quei reati, per lo più senza vittima e per i quali c’è un consenso internazionale all’interdizione dell’uso della pena di morte. Al pari di quanto convenuto per i minorenni. Ma anche in questo caso, senza però che questo abbia impedito al regime di giustiziarne almeno 7 dall’inizio dell’anno. Ci sono poi le esecuzioni per omicidio che arrivano a circa il 45% del numero totale. Per il resto le impiccagioni avvengono per lo più per motivi politici: 22 quelle compiute per capi d’accusa afferenti a queste attività; 12 invece quelle avvenute in pubblico; 58 le donne giustiziate. In Iran non ci sono solo le esecuzioni capitali ed è la ragione per cui lo scorso 19 novembre il terzo comitato dell’Assemblea Generale dell’ONU ha denunciato detenzioni arbitrarie, discriminazioni contro minoranze etniche e religiose (in particolare menzionando appartenenti a comunità come quella dei Bahá’í) e persecuzioni cieche e bieche nei confronti delle donne. Le donne in un regime misogino come quello dei Mullah sono la materia prediletta per il sacrificio all’altare dell’ideologia. Sono il nemico che può essere spogliato di ogni suo diritto. È anche per questo che le donne, da Masha Amini per arrivare alle 2.000 maratonete senza velo che hanno corso a Kish, riescono anche solo con una chioma di capelli a sfidare la teocrazia sul fluttuante terreno del velo. E riescono a farlo arrivando fino a noi. Le donne iraniane riescono a commuoverci, a farci gioire e a coinvolgerci nella lotta nonviolenta di liberazione. Tale è l’energia positiva che ci trasmettono le donne iraniane capaci di far infuriare i Mullah con i loro ciuffi neri che avvolgono il volto. Donne, corpi e capelli capaci di disinnescare il tetro e totalizzante potere dei Mullah. Perché la nonviolenza offre uno spazio d’azione, forse l’unico, quando il terrore viene usato per controllare, reprimere e prevenire ogni dissenso dolosamente operando per logorare ogni forma di resistenza, ogni anelito di libertà. Ogni martedì conduco uno sciopero della fame a sostegno di quello dei detenuti iraniani che danno corpo alla campagna “martedì contro le esecuzioni”. Ieri è stato il 98° martedì in cui l’azione nonviolenta è stata condotta arrivando, nel tempo, a estendersi a 55 carceri del Paese. Ecco, io voglio dire oggi che di fronte a questa lotta silenziosa e difficile dobbiamo commuoverci, gioire e sostenerla tanto quanto abbiamo fatto pochi giorni fa per le donne iraniane che hanno corso la maratona senza il velo. Perché il silenzio dei mezzi di informazione sulle esecuzioni in Iran non fa che incoraggiare il regime a proseguire nella mattanza. Perché la nostra indifferenza ci rende complici. Perché i Governi, a partire da quelli che hanno relazioni diplomatiche con l’Iran hanno il dovere di denunciare quello che sta accadendo e chiedere di fermare le esecuzioni proprio in memoria della Dichiarazione Universale dei diritti umani che oggi diventa azione. Cuba. Prisoners Defenders: nuovo record di prigionieri politici, 1.192 detenuti di Carletta Di Blasio ancoraonline.it, 11 dicembre 2025 Nel novembre 2025 la lista ufficiale dei Prisoners Defenders, ong internazionale con sede in Spagna che si occupa di difesa dei diritti umani, ha registrato un nuovo record: 1.192 prigionieri politici a Cuba. Sono 19 i nuovi casi inseriti nell’aggiornamento mensile, segno di una repressione che continua ad aumentare e che si conferma come strumento sistemico del regime per soffocare ogni forma di dissenso. Arresti arbitrari, sparizioni forzate, e condanne sproporzionate: è questo lo schema ricorrente che, secondo il rapporto, alimenta un vero e proprio “terrorismo di Stato”. Tra i nuovi detenuti figurano 16 uomini e 3 donne, arrestati tra ottobre e novembre. Non solo attivisti, ma anche cittadini comuni, compresi un noto psichiatra e un paziente con disturbi mentali. La repressione, dunque, non colpisce soltanto i dissidenti politici, ma la popolazione in generale, aggravando le condizioni di vulnerabilità nelle carceri, già segnate da violenza, malattie e situazioni disumane di confinamento. Il documento richiama l’attenzione anche sulla condizione dei minori. Dei 33 adolescenti inseriti nella lista dei prigionieri di coscienza, 10 si trovano ancora in carcere, mentre 23 sono stati scarcerati ma vivono sotto sorveglianza, minacce e restrizioni incompatibili con il diritto internazionale. “Non si tratta di vere liberazioni - si legge nel rapporto - ma di arresti domiciliari mascherati”. Sette dei minori ancora detenuti e 19 di quelli sottoposti a misure extracarcerarie furono arrestati durante l’esplosione sociale pacifica dell’11 luglio 2021 (11J), giornata che rimane simbolo della repressione contro la società civile cubana. La documentazione più recente evidenzia violazioni sistematiche della Convenzione sui diritti dell’infanzia e degli standard internazionali di giustizia minorile. I giovani sono perseguiti esclusivamente per motivi politici, senza prove di atti violenti, e collocati in carceri di massima gravità, come il penitenziario 1580 di San Miguel del Padrón, all’Avana. Molti di loro avevano appena 15, 16 o 17 anni al momento dell’arresto. “Punizioni ideologiche, non misure educative”, denuncia il rapporto, che sottolinea i danni fisici, psicologici e sociali subiti dagli adolescenti. Il quadro complessivo conferma Cuba come il Paese con il più alto numero di persone verificate dal Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulla detenzione arbitraria, almeno dal 2019. La criminalizzazione della protesta, le condanne sproporzionate e la repressione indiscriminata si sono consolidate come strumenti centrali del regime per mantenere il potere. “La repressione non è un episodio isolato - conclude il rapporto - ma una pratica sistematica protratta nel tempo, che colpisce indistintamente attivisti, lavoratori, cittadini comuni e minori”.