Giubileo dei detenuti: chiediamo clemenza e umanità nelle carceri italiane Ristretti Orizzonti, 10 dicembre 2025 A buon diritto, Acli, Antigone, Arci, Cgil, Confcooperative Federsolidarietà, Conferenza dei Garanti territoriali delle persone private della libertà, Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia-CNVG, Coordinamento Nazionale Comunità Accoglienti-CNCA, Forum Droghe, Gruppo Abele, L’altro diritto, La Società della Ragione, Legacoopsociali, Movimento di Volontariato Italiano-MOVI, ?Movimento No Prison, Nessuno tocchi Caino, Ristretti Orizzonti si rivolgono con un appello al Parlamento, al presidente della Repubblica, al ministero della Giustizia e ai magistrati di sorveglianza. Il 6 febbraio 2026, a Roma, assemblea pubblica sullo stato delle carceri italiane. La condizione negli istituti penitenziari italiani è drammatica. Si contano circa 63.500 detenuti stipati nei 46.500 posti effettivamente disponibili. Nel 2025 ci sono già stati 74 suicidi di persone detenute (oltre a due suicidi di agenti di polizia penitenziaria e due di operatori sociali) e 47 decessi le cui cause sono ancora da accertare. Nel 2024 i Tribunali di sorveglianza hanno accolto oltre 5.800 istanze per condizione di detenzione disumana e degradante, contraria all’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti umani sulla proibizione della tortura. Il carcere si è chiuso drammaticamente all’esterno, i detenuti trascorrono in celle inabitabili quasi l’intera giornata e la comunità esterna è disincentivata a collaborare. Una situazione che crea uno stato di frustrazione e burnout anche nelle persone che lavorano all’interno del contesto penitenziario. Per queste ragioni i promotori dell’appello si rivolgono al Parlamento perché approvi un provvedimento di clemenza che permetta la riduzione immediata del numero dei reclusi, al presidente della Repubblica perché eserciti una consistente concessione di grazie come alcuni dei suoi predecessori, ai magistrati di sorveglianza affinché concedano per questo Natale tutti i giorni di permesso premio disponibili ai detenuti che già ne godono. Inoltre, si invita il ministero della Giustizia a umanizzare, come sancito dalla Costituzione e dalle convenzioni per i diritti dell’uomo, e modernizzare l’esecuzione della pena, e ad aprire il più possibile il carcere al mondo del volontariato, alle associazioni, alle cooperative, agli enti locali, alle scuole, alle università. L’iniziativa viene presentata anche in vista del Giubileo dei detenuti che si svolgerà dal 12 al 14 dicembre del 2025 In Vaticano. Le parole usate da papa Francesco nella Bolla di indizione del Giubileo 2025 sono chiare: “Propongo ai Governi che nell’Anno del Giubileo si assumano iniziative che restituiscano speranza; forme di amnistia o di condono della pena volte ad aiutare le persone a recuperare fiducia in sé stesse e nella società; percorsi di reinserimento nella comunità a cui corrisponda un concreto impegno nell’osservanza delle leggi”. Un’esortazione a cui, ad oggi, non è stato dato alcun seguito concreto. I promotori dell’appello danno, poi, appuntamento a tutti coloro - associazioni di volontariato, enti del terzo settore, operatori, volontari, cittadini, organizzazioni della società civile - che ritengono che da questa drammatica situazione si debba uscire una volta per tutte, e che sono disponibili a dare un loro contributo, a partecipare all’assemblea pubblica che si svolgerà il 6 febbraio 2026 a Roma. “Siamo di fronte ad una sequela di provvedimenti normativi frutto di un approccio di panpenalismo securitario, decreti Rave, Caivano, Sicurezza per citarne alcuni, che non potranno che peggiorare sempre di più la condizione delle carceri, già sovraffolate e con enormi carenze strutturali e di personale”. - dichiara Hassan Bassi di Forum Droghe - “Il carcere non è più soltanto la “discarica sociale” di una società sempre meno inclusiva e sempre più socialmente ed economicamente diseguale, ma anche un grande “corpo” da torturare psicologicamente, fra annunci e promesse mai mantenute da parte dei decisori politici. Da troppo tempo le uniche parole sensate e coraggiose sulle condizioni di vita nelle carceri italiane sono pronunciate da uomini di Chiesa, Papa Francesco e solo qualche giorno fa per esempio Arcivescovo di Milano, Mons. Mario Delpini. A parte pochi parlamentari, la politica rimane sorda alle richieste che vengono da tutti coloro che vivono il carcere, dalle organizzazioni di volontariato e del terzo settore fino ai sindacati. Vi è silenzio anche di fronte alla successione drammatica di suicidi, l’ultimo tre giorni fa a Pistoia che porta il tragico conto a 74. Chiediamo un intervento immediato contro il sovraffollamento e l’avvio di un percorso di confronto per interventi duraturi coerenti con il principio costituzionale che le pene devono puntare alla reintegrazione del condannato nella società e non possono essere contrarie al senso di umanità”. Carceri, quella porta da aprire ancora di Patrizio Gonnella Il Manifesto, 10 dicembre 2025 Giubileo dei detenuti. Era il ventisei dicembre dello scorso anno quando papa Francesco, con un gesto forte e contro corrente, in occasione del Giubileo, aprì la Porta Santa nel carcere romano di Rebibbia. Un gesto materiale e simbolico che chiedeva clemenza e rispetto. Clemenza e rispetto per l’umanità ristretta e sofferente nelle galere del mondo. Dopodomani, 12 dicembre, sarà il giorno del Giubileo dei detenuti. In Italia non c’è stata alcuna risposta da parte del parlamento e del governo. Le istituzioni non si sono limitate a rimuovere le parole del papa dalla discussione pubblica, ma hanno fatto qualcosa di peggio. Hanno esplicitamente contraddetto il pontefice con una sequenza di provvedimenti disumani o fortemente peggiorativi delle già compromesse condizioni di detenzione: si pensi da un lato all’introduzione del delitto di rivolta penitenziaria che va a punire i detenuti che disobbediscono in forma civile e nonviolenta a ordini della polizia penitenziaria e dall’altro lato alle chiusure ingiustificate del sistema verso la comunità esterna. Eppure nei più alti ranghi delle istituzioni c’è chi evoca Dio, Cristo, lo Spirito Santo e la Madonna come se fossero calciatori della nazionale. Viceversa non si tiene conto delle parole e delle richieste di chi rappresenta formalmente e sostanzialmente la cristianità nel mondo. C’è chi in parlamento e tra i sindacati autonomi di polizia penitenziaria ha addirittura chiesto di abrogare il delitto di tortura non considerando che fu papa Francesco a introdurlo nel codice penale del Vaticano con motu proprio. Nelle carceri vi sono circa 15mila persone in più rispetto alla disponibilità effettiva di spazio. Manca il respiro, proprio come auspicato da esponenti del governo. Non è però il solo sovraffollamento a produrre degrado e condizioni disumane di vita. Queste sono l’esito di un modello di pena premoderno che nega ai detenuti la socialità, riduce al minimo le relazioni affettive, disincentiva la cooperazione del mondo libero, formalizza l’ozio in celle malandate quale strategia di contenimento di corpi che man mano si vanno ad ammalare. Nella retorica pubblica sempre più il detenuto è etichettato come un nemico e non come una persona temporaneamente privata della libertà di movimento. Dai vertici istituzionali negli ultimi anni sono giunti agli operatori penitenziari messaggi di tipo bellico, come se per un poliziotto andare a lavorare in carcere dovesse significare andare in guerra. Contro chi sarebbe la guerra? L’elenco è presto fatto: tossicodipendenti in astinenza, giovani con doppie diagnosi e un profondo disagio psicologico o psichico, immigrati che le nostre crudeli democrazie hanno espulso dalla vita, autori di reati di strada. Una guerra che vedrà tutti perdenti. Tutti stanchi. Tutti incattiviti. In questo modo il carcere sarà sempre più indistinguibile da quelle pene corporali dalle quali avrebbe dovuto distinguersi. Dunque, dalle pagine di questo giornale lanciamo un doppio appello. Ai giornalisti: chiedete di andare a visitare le galere. Chiedete di visitare il settimo reparto di Regina Coeli, le sezioni più affollate di Poggioreale a Napoli o quelle putride di Sollicciano a Firenze. Chiedete di andare con le telecamere. E non fermatevi alle aree comuni. Bisogna produrre un’indignazione di massa affinché cambi qualcosa. Agli operatori penitenziari: obbedite alla Costituzione, sempre, e non ai poteri informali o agli ordini illegittimi. In carcere non esistono nemici. Un gran numero di associazioni ha lanciato un appello alla clemenza e all’umanità in occasione del Giubileo dei detenuti con proposte immediatamente praticabili. Ci si è dati appuntamento il 6 febbraio a Roma. Non si è cristiani solo se si porta il rosario in borsa. Giubileo dei detenuti, una occasione mancata? di Hassan Bassi Il Manifesto, 10 dicembre 2025 Il sistema carcerario italiano si trova costantemente sul ciglio di una condizione di grave crisi e lo dimostrano i numeri del sovraffollamento, il sottodimensionamento costante dei servizi di custodia e rieducativi, la continua precarietà di ogni attività interna agli istituti, gli spazi di detenzione fatiscenti e le limitate occasioni di lavoro, le scarse risorse per il reinserimento sociale e lavorativo. Che le condizioni di vita e di lavoro negli istituti siano al limite del disumano ne sono segnale forte e chiaro i tanti suicidi ed atti di autolesionismo fra i detenuti. Ma nemmeno nelle condizioni di sovraffollamento che hanno portato alla condanna dell’Italia da parte della Corte europea dei diritti umani con la sentenza Torreggiani (2013), si era percepita una situazione così preoccupante come quella di oggi, ed è una consapevolezza ormai diffusa anche nella popolazione generale. Soprattutto perché mancano completamente segnali per un possibile miglioramento, anzi siamo di fronte ad una Via Crucis di provvedimenti normativi frutto di un approccio di panpenalismo securitario (decreto Rave, Caivano, Sicurezza per citarne alcuni), che non potranno che peggiorare sempre di più la condizione interna. Il carcere non è più solo la “discarica sociale” di una società sempre meno inclusiva e sempre più socialmente ed economicamente diseguale, ma anche un grande “corpo” da torturare psicologicamente, fra annunci e promesse mai mantenute. Uno spazio in cui la propaganda governativa picchia duro, fingendo soluzioni e negandole allo stesso tempo, con provvedimenti deflattivi buoni solo per qualche annuncio sui giornali, dichiarazioni al limite del sadismo di un sottosegretario che vorrebbe asfissiare i mafiosi dentro macchine blindate, e la paranoia securitaria dell’Amministrazione penitenziaria che immagina un carcere ermetico, e propone circolari e poi contro-circolari nel tempo di un ciclo lunare. In questo quadro non stupiscono le lacrime di coccodrillo anche di alcune delle più alte cariche dello Stato, e dei tanti parlamentari che dopo aver giurato e spergiurato di voler aderire all’appello di Papa Francesco per un atto di clemenza, non hanno fatto assolutamente nulla in questo senso. Domenica 14 dicembre 2025 si svolgerà in Vaticano l’ultimo evento tematico dell’anno giubilare: una giornata dedicata ai detenuti, ai loro familiari, al personale e ai volontari che lavorano all’interno del sistema penitenziario, e potrebbe essere un’occasione unica perché chi ha il potere di intervenire faccia qualcosa d’immediato per alleggerire il carico di oltre 63.500 corpi stipati nello spazio destinato a 46.500 persone. Per questo una rete di associazioni di volontariato, del terzo settore, organizzazioni della società civile, ha lanciato un appello al Parlamento perché approvi un provvedimento di clemenza, al Presidente della Repubblica perché eserciti una consistente concessione di grazie, ed ai Magistrati di Sorveglianza per concedere per questo Natale tutti i giorni di permesso premio disponibili ai detenuti che già ne godono. L’appello è disponibile e sottoscrivibile sui siti di alcuni dei numerosi promotori, fra cui Forum Droghe, La Società della Ragione, Cnca, Antigone e non si limita a sollecitare le Istituzioni, ma invita tutti coloro che vogliano dare un contributo per un cambiamento, tanto possibile quanto necessario, a partecipare ad una assemblea aperta il prossimo 6 febbraio a Roma. Perché questa condizione drammatica è un fatto pubblico che riguarda la società nel suo insieme, e le proposte di soluzione non mancano, spesso nate dall’esperienza diretta di chi il carcere lo vive, e lavora a contatto con i condannati, e sono tutte doverosamente conformi con il principio costituzionale che “le pene devono tendere alla rieducazione del condannato e non possono essere contrarie all’umanità”. Aggiornamenti Riportiamo la Costituzione nelle prigioni italiane di Agostino Giovagnoli Avvenire, 10 dicembre 2025 Se vogliamo invertire la rotta che porta alla rovina della città, come ha invitato a fare l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, incominciamo dai carcerati. Un crollo rovinoso minaccia la casa comune, ha detto l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, nel discorso alla città per la festa di Sant’Ambrogio. Uno dei segni del pericolo è l’”intollerabile situazione delle carceri e la repressione come unica soluzione”. Ne sono segni anche lo smarrimento dei giovani, le città che espellono i loro cittadini, il declino del welfare, un capitalismo basato sull’indifferenza. Ma mentre è più facile riconoscere in questi fenomeni manifestazioni di un grave pericolo - ne percepiamo tutti gli effetti - il segno di un modo intollerabile di trattare i carcerati va controcorrente: riguarda, infatti, uomini e donne separati dagli altri e invisibili agli occhi dei cittadini comuni. Parole troppo severe quelle di monsignor Delpini? Il suo è un linguaggio apocalittico? Anche quelle di Giovanni Battista, ha detto Leone XIV, sembrano troppo severe. Sempre più spesso la Chiesa deve gridare nel deserto. Ed è un deserto quello in cui viviamo oggi, perché il primato del business ha generato una cultura del nemico e una legge del più forte che minacciano tutte le forme di convivenza umana. Le guerre che dilagano nel mondo umiliano le organizzazioni internazionali con cui i nostri padri hanno sognato di costruire una casa per l’intera umanità. Per lungo tempo l’Occidente ha rappresentato una casa per milioni e uomini e donne, ma oggi proprio dal suo Paese leader viene l’annuncio che questa casa non esiste più. Ed è seriamente minacciata anche l’unità europea, un’altra casa comune costruita faticosamente dopo secoli di divisioni e violenze, fondandola su pace, dignità della persona, bene comune, libertà di tutti. Parole severe e linguaggio apocalittico squarciano il velo dell’abitudine, delle illusioni e della rassegnazione che impediscono di cogliere la gravità di quanto sta avvenendo. Non è esagerato - come ha fatto Delpini - riconoscere che minacciano di crollare le principali forme di convivenza umana e la civiltà che le ha fondate, così come non è inutile invocare una reazione e chiamare tutti ad impegnarsi per impedirlo. Soprattutto, è importante mantenere salde la fede e la speranza che ciò avvenga. Grandi poteri stanno sconvolgendo il mondo, ma tutti possono fare qualcosa e l’opera anche solo di pochi giusti può salvare la città. Anche la casa comune degli italiani è in pericolo se ne tradiamo il fondamento, la Costituzione, imponendo ai carcerati di vivere in condizioni di “squallore, degrado e violenza”; rendendo loro inaccessibili “percorsi di reinserimento sociale”; facendo prevalere nelle indicazioni normative “l’accanimento repressivo”. All’arcivescovo di Milano hanno fatto eco i vescovi lombardi, firmando tutti insieme un messaggio per il Giubileo delle persone detenute, che non ha niente di eversivo: si sono impegnati “a diffondere una cultura della legalità, dove ognuno sia chiamato a prendersi le proprie responsabilità”. Ma sono tornati anzitutto “a chiedere un gesto di clemenza da parte dello Stato, per sfoltire le carceri […] e permettere di ripartire con nuova attenzione al trattamento e alla qualità delle condizioni umane” nelle prigioni italiane. Amnistia e indulto sono previste dalla Costituzione e il tasso di recidiva di chi ha beneficiato dell’ultimo indulto - nel lontano 2006 - è stato più basso che per quanti non ne hanno beneficiato. Davanti a queste richieste le autorità finora hanno taciuto. Non è stata accolta neppure l’ipotesi, ben diversa, di prevedere un’esecuzione alternativa della pena, come gli arresti domiciliari, per coloro che avessero un residuo di pena limitato. Diminuirebbe il sovraffollamento - nelle carceri italiane c’è il 137% di detenuti rispetto al numero massimo di posti disponibili, in alcuni casi di oltre il 200% - uno dei fattori che più concorre all’altissimo numero di suicidi, alle condizioni di degrado, all’inattività forzata, alle malattie mentali... Le autorità si dicono allarmate perché le carceri sono fuori controllo, ma stiparle all’inverosimile creando nuovi reati, chiudere la porta e buttare la chiave non è la soluzione. Favorisce, tra l’altro, la violenza di chi continua a delinquere anche in detenzione, impedendo ai più deboli di uscire dalla strada del crimine. E certamente non aiutano disposizioni che rendano più difficile far entrare in carcere volontari, educatori, operatori sanitari, uomini e donne di cultura… Cominciamo dai carcerati se vogliamo invertire la rotta che porta alla rovina della città. La situazione nelle carceri non è responsabilità solo degli addetti ai lavori: la Chiesa parla a tutti perché il problema riguarda ogni cittadino. “L’orientamento di una mentalità repressiva che cerca la vendetta piuttosto che il recupero segnala una crepa pericolosa nella casa comune”, ha spiegato Delpini. Costringere i carcerati a vivere in situazioni intollerabili significa rompere il patto su cui si fonda la vita della città intera. Se smettiamo di considerare i carcerati come nemici da annientare contribuiamo ad arginare la legge del più forte che minaccia oggi tutte le forme di convivenza. È interesse di tutti riportare la Costituzione in carcere. E se i vescovi non trattano la Costituzione come una legge simile a tante altre è perché c’è qualcosa di evangelico nei suoi principi ispiratori ed è il Vangelo la roccia su cui l’uomo saggio costruisce una casa che non crolla. La richiesta dei vescovi lombardi: subito un gesto di clemenza per i detenuti di Lorenzo Rosoli Avvenire, 10 dicembre 2025 In un messaggio per il Giubileo dei carcerati, che si celebra domenica, i pastori intervengono nel dibattito su sovraffollamento e condizione di chi è in cella. “La detenzione sia gestita secondo lo spirito della Costituzione”. Al centro c’è l’opera rieducativa a beneficio di chi è recluso. Ma anche di operatori e polizia penitenziaria. “Un gesto di clemenza da parte dello Stato, per sfoltire le carceri dall’eccessivo numero di persone detenute”. E per ripartire “con una nuova attenzione al trattamento e alla qualità delle condizioni umane” negli istituti di pena. Lo chiedono i vescovi della Lombardia nel messaggio diffuso in vista del Giubileo dei detenuti, che la Chiesa celebra domenica 14 dicembre. Nello stesso testo i vescovi rinnovano la disponibilità della Chiesa “a collaborare con la comunità civile perché la detenzione sia gestita secondo lo spirito della Costituzione”. E si impegnano, con la comunità cristiana, a “diffondere una cultura della legalità”. E le condizioni perché il carcere sia “il punto di arrivo estremo di politiche di educazione e di prevenzione”. Una Chiesa in cammino. Questo intervento nasce da un cammino condiviso, ispirato “dalla celebrazione dell’anno giubilare”, che ha visto i pastori lombardi rivolgere “un’attenzione particolare al mondo del carcere e alle persone private della libertà”. Nel novembre 2024 i vescovi hanno incontrato le direttrici e i direttori degli Istituti di pena presenti nella regione. Nel marzo scorso, eccoli visitare insieme le Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza (l’ex ospedale psichiatrico giudiziario) di Castiglione delle Stiviere, in provincia di Mantova. Il 18 ottobre a Bergamo ecco, infine, il convegno “I nomi della giustizia. La questione penale in Lombardia tra memoria e futuro” promosso d’intesa con le Cappellanie delle carceri e le Caritas diocesane. Segni e gesti d’attenzione che ora trovano espressione nel messaggio diffuso martedì 9 dicembre. E nelle celebrazioni eucaristiche che domenica 14, o in date vicine, ciascun vescovo presiederà in un istituto di pena della propria diocesi. L’arcivescovo di Milano Mario Delpini, ad esempio, presiederà la Messa domenica alle 15,30 nel carcere di San Vittore, nel capoluogo lombardo. Inoltre: accompagna il messaggio un sussidio preparato dalle Cappellanie delle carceri lombarde con proposte di preghiere, riflessioni e gesti da utilizzare nelle parrocchie che volessero celebrare e approfondire il significato del Giubileo dei detenuti. La Costituzione e il Giubileo. Sono dunque tre “le cose che le nostre Chiese diocesane ritengono importanti circa l’attuale momento delle carceri italiane”, si legge nel messaggio dei vescovi lombardi. La prima: “Come Chiesa rinnoviamo la nostra disponibilità a collaborare con la comunità civile perché la detenzione sia gestita secondo lo spirito della Costituzione”. Dunque, “come momento di presa di coscienza del male fatto, come momento per investire sul proprio cambiamento personale e come possibilità di un vero reinserimento nel tessuto sociale anche con l’accompagnamento verso un nuovo progetto di vita”. La seconda: “In occasione del Giubileo continuiamo a chiedere un gesto di clemenza da parte dello Stato” per ridurre il sovraffollamento nelle carceri e “permettere di ripartire con nuova attenzione al trattamento e alla qualità delle condizioni umane nelle varie strutture italiane”. Questo gesto, spiegano i vescovi delle dieci diocesi lombarde, “dovrebbe servire per ricominciare a lavorare con più convinzione nell’opera rieducativa: ne usufruirebbero sia le persone detenute, sia la polizia penitenziaria, sia tutti gli operatori coinvolti nel percorso carcerario”. La Chiesa, però, non si limita ad auspicare e chiedere. “Da parte nostra ci impegniamo a fare il possibile, nei limiti delle nostre risorse, per favorire i percorsi di fine pena, per quanto riguarda condizioni abitative, inserimento nel lavoro e ogni altro processo che favorisca il pieno reinserimento sociale di chi esce dalla detenzione”. Carcere, soluzione estrema. Il terzo punto è un’ulteriore assunzione di responsabilità da parte dei vescovi e delle loro diocesi. “Ci impegniamo attraverso i nostri canali e le nostre comunità a diffondere una cultura della legalità, dove ognuno sia chiamato a prendersi le proprie responsabilità e a intraprendere percorsi di riparazione per i propri sbagli e dove il carcere sia soltanto il punto di arrivo estremo di politiche di educazione e di prevenzione”. “Ci pare questo lo spirito profondo del Giubileo - conclude il messaggio -: ripartire tutti insieme per rinnovare la società e dare a tutti una nuova opportunità di crescita umana e spirituale”. “Situazione intollerabile”. Il messaggio dei vescovi lombardi arriva a pochi giorni dal Discorso alla città per la festa di Sant’Ambrogio pronunciato venerdì 5 dicembre dall’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, nel quale parole forti e chiare erano dedicate all’”intollerabile situazione delle carceri” e si denunciava la deriva, politica e culturale, che concepisce “la repressione come unica soluzione”. “La Costituzione della Repubblica italiana - aveva detto il presule - è tradita per le pessime condizioni dei carcerati e per la formazione e il trattamento del personale della Polizia penitenziaria. La Costituzione è tradita per la sempre maggiore recrudescenza delle norme. La Costituzione è tradita per la scarsissima accessibilità dei percorsi di reinserimento sociale dei condannati”. Carceri sempre più sovraffollate, autolesionismo e suicidi in crescita: questa la realtà sempre più drammatica, con la detenzione che diventa scuola di rabbia e di odio, non di riscatto. “L’orientamento di una mentalità repressiva che cerca la vendetta piuttosto che il recupero - aveva concluso Delpini - segnala una crepa pericolosa nella casa comune”. “Evado a lavorare” e Redivivus: progetti per il riscatto dei detenuti di Giacomo Galeazzi interris.it, 10 dicembre 2025 Una seconda opportunità per i detenuti. La plastica che diventa arte e la sostenibilità che incontra il riscatto personale. È lo spirito di Redivivus, il progetto che vede protagonisti i giovani degli istituti penali per minorenni e degli Uffici di servizio sociale per i Minorenni di Palermo, Catania, Acireale e Caltanissetta, autori di 19 opere realizzate con bottiglie in Pet (polietilene tereftalato) riciclate. Promossa da Corepla, con il patrocinio del ministero della Giustizia e a cura di Mani&Mente di Romina Scamardi, l’iniziativa intreccia arte, sostenibilità e inclusione sociale. Offrendo ai ragazzi coinvolti la possibilità di trasformare materiali di scarto in strumenti di espressione e consapevolezza. “L’educazione alla sostenibilità è una parte fondamentale della nostra missione - spiega Giovanni Cassuti, presidente di Corepla-. Crediamo che il riciclo non sia solo un gesto ambientale, ma anche culturale e sociale. Significa riconoscere potenzialità dove altri vedono solo scarto”. Il reinserimento nella società e nel mondo del lavoro di detenuti della provincia di Potenza ai quali sia rimasta da scontare una pena non superiore ai quattro anni è l’obiettivo del progetto quadriennale - finanziato in Basilicata dal bando “Evado a lavorare” - “Stra.d.e.”, sostenuto dalla Fondazione “Con il sud” e che ha come capofila la cooperativa sociale Filef del capoluogo lucano. Saranno previsti tirocini di inclusione sociale e percorsi di orientamento e rafforzamento delle competenze - è stato detto durante la presentazione che si è tenuta stamani a Potenza - attraverso una rete di soggetti pubblici e privati (tra essi anche il comune di Potenza, le case circondariali di Potenza e Melfi, l’Istituto penale per minorenni, il Tribunale di sorveglianza, l’Ufficio sociale per i minorenni e l’Ufficio distrettuale esecuzione penale esterna di Potenza). Il ruolo centrale spetterà alle strutture penitenziarie che, tramite i cosiddetti punti di accesso, segnaleranno i detenuti da coinvolgere che saranno i protagonisti di progetti personalizzati realizzati da un’equipe multidisciplinare che si occuperà di famiglia, salute, housing sociale, assistenza domiciliare in modo da “accompagnare i detenuti a un recupero educativo e lavorativo”, come ha spiegato il responsabile del progetto, Antonio Sanfrancesco. Opportunità per i detenuti - “È un’opportunità per i detenuti -sottolinea il dirigente Ufficio detenuti e trattamento Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria Puglia e Basilicata, Michele Mirgaldi - che possono vivere la loro esperienza detentiva lavorando, riducendo il rischio di recidiva una volta che hanno scontato la pena. Esperienze come queste sono particolarmente diffuse al Nord Italia, ed il fatto che una cooperativa del Sud sia riuscita a presentare un simile progetto sarà sicuramente un punto di forza per l’intera amministrazione penitenziaria”. Intanto la Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Abruzzo, Monia Scalera, ha partecipato all’evento nazionale “Garanti.1997-2025”, promosso da Antigone, che si è svolto a Roma nella Sala Ilaria Alpi. Nel corso del suo intervento, la Garante ha rappresentato ai colleghi presenti le principali problematiche riscontrate negli istituti penitenziari abruzzesi. Offrendo un quadro puntuale delle criticità strutturali, organizzative e sociali che caratterizzano il territorio regionale. Monia Scalera ha, inoltre, avanzato proposte operative e iniziative mirate a migliorare la tutela dei diritti delle persone detenute, con particolare attenzione ai temi della salute, del trattamento, delle attività trattamentali e del reinserimento sociale. Ha ribadito, inoltre, la necessità di un’azione coordinata tra istituzioni, Garanti territoriali e società civile, al fine di promuovere interventi concreti e condivisi. La partecipazione all’incontro ha rappresentato un’importante occasione di confronto e di rafforzamento della rete nazionale dei Garanti, nella prospettiva di un impegno comune volto a garantire condizioni detentive più dignitose e il pieno rispetto dei diritti fondamentali della persona. Intanto nel Lazio è stato pubblicato un avviso di particolare rilievo sociale. Collaborando con gli enti del terzo settore, la Regione intende sviluppare progetti sperimentali per il recupero e il reinserimento sociale di persone detenute o sottoposte a misure di comunità. “Con particolare attenzione all’assistenza sanitaria e psichiatrica, al recupero di tossicodipendenti, all’inclusione sociale e lavorativa e al sostegno all’integrazione per stranieri”, precisa Massimiliano Maselli, assessore all’Inclusione sociale e ai servizi alla persona della Regione Lazio. Il valore del diritto allo studio per le persone private della libertà personale di Andrea Borghini unipi.it, 10 dicembre 2025 Il 4 e 5 dicembre, nella splendida cornice dell’Aula Magna Nuova della Sapienza, si è tenuta una delle due Assemblee annuali della CNUPP, la Conferenza nazionale dei Delegati dei Rettori per i Poli Universitari Penitenziari. Delegate e delegati, tutor e operatori, provenienti dalle Università aderenti alla Conferenza, ormai sono 47 gli Atenei che ne fanno parte, hanno discusso e si sono confrontati su come ampliare ulteriormente la platea di studenti-detenuti iscritti all’Università - ad oggi siamo a quasi 2000 - e come migliorare l’offerta didattica e rafforzare la garanzia del diritto allo studio per le persone ristrette. Un confronto tanto più urgente in un momento storico come quello che stiamo attraversando, di grave emergenza per gli istituti di pena italiani, di sovraffollamento e di evidenti carenze strutturali. Anche i saluti istituzionali, da parte del Rettore, del delegato del PRAP e del Prorettore al Territorio, non sono apparsi come saluti convenzionali e rituali, ma hanno fin da subito evidenziato il dialogo e il contributo che ciascuna delle Istituzioni coinvolte ha inteso dare e intende dare al progetto Polo. L’Assemblea organizzata a Pisa ha poi messo in evidenza un peculiare approccio al mondo della detenzione da parte della nostra Università. Ci riferiamo in particolare a quanto è emerso nella mattinata di venerdì 5 dicembre, che ha visto alternarsi al tavolo della Presidenza una nutrita delegazione di studenti degli istituti penitenziari di Pisa e Livorno, accompagnati dalla Direttrice della Casa Circondariale Don Bosco di Pisa, dalla Responsabile dell’Area educativa e da funzionarie degli istituti di Pisa e Livorno. Le testimonianze degli studenti, prive di quella retorica che spesso caratterizza i convegni sul carcere, hanno raccontato, in modo sentito e partecipe, quanto lo studio abbia cambiato e stia cambiando la percezione che essi hanno di se stessi e li stia aiutando a migliorare anche le loro relazioni all’interno degli Istituti, sia con gli altri ristretti, sia con le Direzioni. Esse si sono perfettamente inserite all’interno di una mattinata nella quale funzionari dell’UDEPE (Ufficio Distrettuale per l’Esecuzione Penale Esterna) hanno anch’essi proposto il loro punto di vista sull’Esecuzione penale, le loro esperienze e i loro progetti. In sintesi, la particolarità di questa Assemblea, che mai era stata organizzata in questi termini negli anni passati, è stata quella di far dialogare l’esecuzione intramuraria con quella extramuraria, in modo da dare l’idea di un continuum istituzionale tra ‘dentro’ e ‘fuori’, in grado di seguire il percorso formativo del detenuto anche oltre le sbarre, garantendogli quell’assistenza e quel supporto che spesso viene a mancare a chi riacquista la libertà e che produce, in diversi casi, un precoce abbandono degli studi. Altro tratto significativo di questa due giorni è stata la presenza degli studenti in Aula Magna, quindi simbolicamente all’Università alla quale sono iscritti, anche nei momenti successivi a quelli in cui era programmato il loro intervento. Anche qui, per la prima volta, essi hanno potuto assistere al prosieguo dei lavori dell’Assemblea, comprendere i modi e le ragioni con le quali delegate e delegati affrontano e parlano dei problemi dello studio in carcere, ascoltando dunque dal vivo quei docenti che incontrano spesso quotidianamente dietro le sbarre. Si è realizzato, così, quanto spesso auspicato in documenti, appelli, convegni, ossia un incontro reale, concreto, tra docenti e studenti, che nei momenti di pausa hanno potuto confrontarsi, individuando insieme soluzioni rispetto al problema di come garantire il diritto allo studio negli istituti di pena. Vedere i volti degli studenti seduti nella maestosa Aula Magna Nuova, alla presenza delle istituzioni universitarie, della direzione degli istituti, dell’Assessora Regionale ai diritti dei detenuti, è stata la testimonianza evidente del cammino fatto in questi anni, a partire dalla costituzione nel 2003 del Polo Universitario Penitenziario di Pisa, e di come si possa praticare realmente l’inclusione, accorciando, se non in alcuni casi, azzerando, quella distanza che spesso c’è tra il mondo della conoscenza e della formazione, quale è quello dell’Università, e il mondo della detenzione, quest’ultimo popolato da quegli invisibili, che a Pisa, il 4 e 5, hanno trovato modo di essere protagonisti, e a cui è stato dato, almeno per un giorno, un volto, un nome e piena dignità. Referendum giustizia, la battaglia dei comitati. Lite sulla data del voto di Giuliano Foschini La Repubblica, 10 dicembre 2025 Il governo vuole anticipare a inizio marzo. Bachelet e Bindi in campo per il No, Sallusti tra i nomi alla guida dei gruppi per il Sì. Due grandi comitati del No, per il momento. Piccole strutture sparse in tutta Italia. E ancora: almeno sei gruppi per promuovere il Sì. La caccia ai testimonial, i numeri dei sondaggi che girano sulle scrivanie dei comitati ma anche su quelle dei partiti che stanno scegliendo se, e soprattutto come, schierarsi. E, infine - ma non per ultima - una battaglia silenziosa sulla data del referendum, con il governo che vorrebbe anticipare il voto ai primi di marzo, in modo da rendere il più veloce possibile la campagna referendaria ed evitare una rimonta che i sondaggi definiscono assolutamente possibile. E i costituzionalisti che invece ritengono che non si possa indire prima della fine del mese: “Cinquanta giorni dopo il primo febbraio”, dice il presidente del primo comitato del No, Enrico Grosso. La battaglia referendaria sta per entrare nel vivo. E, giorno dopo giorno, si definiscono le squadre. Ieri è nato ufficialmente un nuovo comitato del No: il presidente sarà Giovanni Bachelet, fisico, ex parlamentare, figlio di Vittorio, il giurista assassinato dalle Brigate rosse nel 1980. Bachelet è stato indicato dalla rete dell’associazionismo della Via Maestra: un comitato civico che va dai sindacati alle associazioni ambientaliste, dai gruppi per i diritti civili alle realtà cattoliche sociali. Cgil come capofila, e poi Libera, Arci, Acli, Greenpeace, Wwf, Libertà e Giustizia: alcune delle oltre cento sigle che si sono ritrovate attorno alla difesa della Costituzione. Ci saranno anche ex magistrati e politici. Uno dei volti sarà per esempio quello dell’ex ministra Rosy Bindi, a conferma di quel “movimentismo” che mette insieme esperienze sociali e partiti. Che però stanno valutando di formare un altro comitato per spiegare - racconta una fonte del Partito democratico - “quanto quello della giustizia sia soltanto un inganno per nascondere in realtà un progetto politico più ampio: l’assalto alla Costituzione”. Questo nuovo “No sociale” si affianca al No istituzionale, quello dell’Associazione nazionale magistrati, che resta il primo comitato formalmente costituito contro la riforma. Il presidente è il professor Enrico Grosso: un fronte che parla con il linguaggio della Costituzione, che rivendica autonomia e indipendenza, che contesta una riforma giudicata frettolosa e costruita senza reale confronto. Sono loro che stanno lanciando in queste ore, per esempio, la sfida sulla data. Il governo vuole anticipare il voto il prima possibile: si parla della prima settimana di marzo. “Ma la legge - dice Grosso - è stata pubblicata il 30 ottobre. Significa che fino al 30 gennaio un comitato promotore può chiedere l’indizione del referendum. Devono dunque passare cinquanta giorni dal primo febbraio”. Prima di fine marzo - ma sono giorni festivi, quindi si andrebbe ad aprile - secondo il comitato del No non si può andare alle urne. Contemporaneamente si sta muovendo il Sì, con una maggiore caratterizzazione politica. Ci sarà un maxi comitato con i partiti della maggioranza. E poi ci sono i tecnici: il cuore resta quello delle Camere penali. Poi c’è il comitato guidato dall’avvocato Gian Domenico Caiazza (“Sì Separa”). E ancora il comitato Giuliano Vassalli o “Cittadini per il Sì”, presieduto da Francesca Scopelliti, l’ultima compagna di Enzo Tortora. Anche il Sì è alla ricerca di testimonial: c’è Antonio Di Pietro, ma in questi giorni è circolato anche il nome del giornalista Alessandro Sallusti. Riforma giustizia, Oliviero Diliberto: “Ormai il dibattito è tra tifoserie. Non c’è spazio per discussioni ragionevoli” di Eriberto Rosso Il Riformista, 10 dicembre 2025 Oliviero Diliberto è Professore Ordinario di Diritto Romano presso l’Università La Sapienza di Roma, Preside della Zhongnan University of Economics and Law (Wuhan, China), componente di istituzioni accademiche in Francia. Oggi lo abbiamo invitato a questa conversazione non solo per il suo ruolo di studioso ma perché componente della Camera dei Deputati dal 1994 al 2008, dirigente di partiti politici della sinistra e perché è stato Ministro della Giustizia dal 21 ottobre 98 al 26 aprile 2000 in due Governi guidati dall’On. Massimo D’Alema. Dunque uno dei protagonisti del dibattito che ha portato all’approvazione del nuovo art. 111 della Costituzione, introdotto nella Carta con la Legge costituzionale 23 novembre 1999 n. 2. Proviamo a definire le condizioni pregresse. Dopo le sentenze gemelle del ‘92 della Corte costituzionale che hanno duramente compromesso l’impianto del codice accusatorio in nome del principio della non dispersione della prova, novità servente rispetto alla asserita finalità del processo che risiederebbe nella ricerca della “Verità”, la stessa Corte costituzionale, con la pronuncia 361 del ‘98, aveva travolto anche il nuovo art. 513 c.p.p., ribadendo l’orientamento finalizzato alla salvaguardia dell’attività investigativa del Pubblico Ministero. Dunque, uno scontro tra politica e Corte costituzionale? “Può essere utile approfondire il contesto di allora anche sul versante culturale e politico. Certo, erano ben presenti i pronunciamenti della Corte costituzionale che non agevolavano il radicarsi dell’idea del contraddittorio come unica modalità di costruzione della prova nel processo, ma apparteneva, in quel periodo storico, a una larga parte della sinistra l’urgenza e la necessità di affermare i princìpi del giusto processo, non in modo astratto, ma nella chiara definizione di presidi di garanzia per superare definitivamente l’impostazione inquisitoria; la circostanza che Presidente del Consiglio fosse appunto Massimo D’Alema ed io il Guardasigilli, ha certamente favorito la possibilità di un punto d’incontro anche con le opposizioni. Alle spalle vi era il fallimento dei lavori della Commissione bicamerale, e quel progetto si era arenato proprio sulla giustizia, sulle altre riforme istituzionali probabilmente un accordo sarebbe stato possibile, ma sulla giustizia saltò il tavolo. Né si deve dimenticare che proprio in quel periodo erano in corso a Palermo il processo Andreotti e a Milano il processo Previti, anche per questo era alta la fibrillazione nei rapporti politici”. Senza che necessariamente si intenda fare un parallelo con la riforma costituzionale di oggi, bisogna però dire che Senato e Camera procedettero spedite nella doppia lettura, senza modificazioni del testo proposto, nonostante la novità di una norma che contiene la codificazione di princìpi generali espressi in modo chiaro e preciso... “La convergenza fu senza dubbio ampia e la soluzione fu agevolata dal riferimento alle codificazioni sovranazionali”. Una norma riferita in particolare alla Corte costituzionale? “È la stessa struttura dell’art. 111 della Costituzione che ci dice che la norma è riferita in primo luogo al Legislatore. È la legge che è chiamata ad assicurare le garanzie difensive, dalla struttura dell’informazione dei motivi dell’accusa al diritto di interrogare o far interrogare la persona che ti accusa, dal diritto di difendersi provando alle garanzie per l’alloglotta e così via. E ancora, è la legge che assicura la ragionevole durata del processo. È poi chiarito che il processo è quello caratterizzato dal contraddittorio davanti al Giudice terzo e imparziale. Si dimentica spesso che questo insieme di princìpi codificati riguarda tutti i processi, non solo il processo penale, poniamo mente ad esempio alle conseguenze nel rapporto Stato-cittadino che hanno avuto tali garanzie nel processo tributario o nel giudizio dinanzi alla Corte dei Conti”. Allora a chi parla primariamente la norma? “La norma costituzionale parla prima di tutto al Legislatore, è orientata al futuro per dire allo Stato che la giurisdizione dovrà comunque essere caratterizzata dal contraddittorio sulla prova dinanzi al Giudice terzo e imparziale”. Considerazioni importanti, anche per comprendere il dibattito dell’oggi su indipendenza e terzietà del Giudice... “Intendo tenermi lontano dai temi referendari, pure di grande rilevanza sul piano sistematico, ma ahimè il dibattito oramai è tra tifoserie e mi pare non vi sia lo spazio per discussioni ragionevoli sui princìpi”. Possiamo però convenire che il 111 della Costituzione ha inciso sulla definizione dei princìpi a cui si era prima ispirata la Corte costituzionale? “Vero, la norma proprio per la sua collocazione e per la parte prescrittiva si è rivolta anche al Giudice delle leggi stabilendo che tra i princìpi fondanti del sistema vi era, come vi è, il contraddittorio, e rispetto ad esso non vi possono essere, o meglio non vi dovrebbero essere, né deroghe né limitazioni. I princìpi racchiusi nell’art. 111 della Costituzione sono da allora destinati ad essere parametro dei giudizi di legittimità costituzionale. In quel momento storico la norma parlava anche al singolo Giudice, chiarendo che quei princìpi non avrebbero sopportato prassi applicative difformi dal modello costituzionale. Fu assolutamente vivace il dibattito sul diritto intertemporale e la soluzione di compromesso che il Parlamento raggiunse fu sì una mediazione, ma alta e non di messa in discussione dei princìpi”. Una parte dell’Accademia, ma in particolare l’Associazione Nazionale Magistrati, che non aveva amato il nuovo codice accusatorio e che si era resa protagonista, ispirandole, delle tantissime ordinanze di remissione alla Corte costituzionale, sosteneva che non sarebbe stato necessario un intervento nella Carta, che la Costituzione già prevedeva i princìpi generali, anche in ragione del richiamo alle fonti internazionali e in particolare all’art. 6 della Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo e all’art. 14 del Patto internazionale... “È senz’altro vero che alcune garanzie descritte nell’art. 111 della Cost. sono già codificate nelle norme sovranazionali da te richiamate, ma aggiungo che il legislatore costituzionale ritenne giustamente di procedere con una norma prescrittiva che radicasse nell’ordinamento il processo accusatorio, avendo anche a mente le previsioni della Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione europea ed anche la Costituzione degli Stati Uniti d’America, che contiene indicazioni pregnanti per la definizione dell’accusatorietà. Quanto alla Magistratura italiana, nella mia funzione, ho avuto un rapporto di disponibilità al dialogo, in particolare con gli apicali delle più grandi Procure; all’epoca, a dieci anni dal codice Vassalli, ho avuto la sensazione che non fossero loro i nostalgici del ritorno all’inquisitorio”. Protagonista del percorso dell’articolo 111 della Costituzione è stato l’Avvocato Professor Giuseppe Frigo... “Ho apprezzato molto in quegli anni l’opera e l’impegno di Giuseppe Frigo che allora era alla testa degli Avvocati delle Camere Penali. Ricordo il rigore scientifico, ma anche la sua empatia, la sua fermezza e la sua capacità di dialogo. Accanto a lui vi era il giovane segretario delle Camere penali, l’Avvocato Niccolò Ghedini, con il quale ho mantenuto sempre un rapporto di stima e di confronto, nonostante le nostre distanze culturali, fino alla sua drammatica prematura scomparsa”. In conclusione, vogliamo dire che l’insieme delle regole dell’articolo 111 sono state un modo per rendere ancora più democratica la nostra Costituzione? “Vorrei dire che si è trattato di una riforma garantista, io mi ritengo tale e mi fa piacere quando la mia azione politica viene associata a un pensiero garantista, ma sia chiaro che l’essenza delle garanzie ha significato solo se esse sono per tutti, non solo per il politico o per l’industriale, ma anche per chi risiede nei campi Rom o versa nella drammatica condizione dei migranti, diversamente quelle prerogative perdono il loro significato di diritti e si trasformano in odiosi privilegi”. Dalla parte di Ilaria Sula, una vera svolta culturale di Fabrizia Giuliani La Stampa, 10 dicembre 2025 Ci sono notizie che bisogna saper riconoscere per tempo, fatti da mettere a fuoco subito, perché segnano un prima e un dopo. In una fase in cui tutto è convulso, tutto corre veloce, non sempre ci si riesce. Non sempre siamo attrezzati a capire cosa conta e cosa no, cosa è ripetizione e cosa novità, cosa apre la strada e cosa invece la chiude. E quale differenza c’è tra le parole - dichiarazioni, conferenze, editoriali - e i fatti, l’impegno tenace e continuo che produce trasformazioni. Servono entrambi, intendiamoci, per consentire al cambiamento di avverarsi: guai a metterli in opposizione tra loro. Ma sul terreno del contrasto alla violenza contro le donne non ci si può fermare al primo dei due piani, non più. La cultura non cambia se le istituzioni, come diceva un detto latino-americano, non girano il cappello: non cambiano passo, dicendo con chiarezza da che parte stanno in una guerra alle donne che è tutto, purtroppo, fuorché metafora. È una notizia, dunque, la decisione della Terza Corte di Assise del Tribunale di Roma di ammettere Sapienza parte civile per il femminicidio di Ilaria Sula. Le motivazioni che la sostengono, le parole della Rettrice Polimeni, lo chiariscono fino in fondo, ed è bene approfondirle, perché in un tempo nel quale il ruolo della scuola e dell’università - i luoghi dell’educazione - viene visto come laterale nella lotta alla violenza, questi gesti, pacati e al contempo fermissimi, affermano il contrario. La decisione di costituirsi parte civile era stata presa subito. Un gesto inedito, nessun ateneo aveva mai fatto un passo simile. Ma nel nostro tempo i giovani che uccidono le loro coetanee per un rifiuto sono un fatto ricorrente; la violenza tra i ragazzi è una delle voci in crescita - fonte ISTAT - e con i fatti bisogna farci i conti. Ilaria Sula aveva 22 anni, da Terni era venuta a Roma per studiare, con profitto e successo, statistica. Il 25 marzo scorso era scomparsa; la comunità studentesca si era mobilitata: nella zona di S. Lorenzo e intorno al Campus si trovavano piccoli manifesti con la foto per segnalare la sua sparizione. Il suo corpo è stato ritrovato una settimana dopo, chiuso in una valigia gettata in fondo a un dirupo. Mark Antony Simpson, l’ex ragazzo - anche lui studente dello stesso Ateneo - l’ha uccisa la sera stessa della sua sparizione con tre coltellate: erano in camera sua, a casa sua, i genitori di là; la madre ha pulito il sangue. Negli stessi giorni, a Messina, Sara Campanella, 22 anni, studentessa di Tecniche di laboratorio biomedico, veniva uccisa a pochi passi dal Policlinico universitario da un giovane che non accettava di essere respinto. Davanti a questo paesaggio si aprono due strade: la prima continua a considerare queste vicende questioni private, davanti alle quali scuotere, sdegnati e impotenti, la testa. Ma così la natura di questa violenza, spietata e ricorrente, viene negata, riportata nelle case, nelle camerette, dove matura e a volte si consuma. Oppure si sceglie di darle un nome, ossia di mostrarne il carattere pubblico e di assumersene coerentemente la responsabilità. Non potevano essere più chiare le parole di Polimeni nel commento all’ammissione di Sapienza: la scelta, ha ricordato, nasce “dal riconoscimento della missione educativa degli Atenei”, che non sono solo i luoghi della didattica e della ricerca ma “comunità chiamate a formare cittadini responsabili e rispettosi della parità, che rappresenta il vero antidoto contro la violenza”. Nelle motivazioni che hanno sostenuto la scelta del Tribunale, resa nota solo ieri, vengono riconosciute la continuità e l’efficacia delle azioni dispiegate nel tempo dall’Ateneo: dall’apertura del Centro Antiviolenza alla “Cassetta degli Attrezzi”, il corso contro la violenza di genere fruibile da tutta la comunità, fino al varo del Codice antimolestie. Solo una rete capillare può battere la violenza: lo ripetiamo spesso. Ma l’educazione è un anello strategico di questa rete: quando fa la sua parte, la differenza c’è e si vede. Che sia davvero l’inizio. Querele temerarie, l’inganno transfrontaliero di Vincenzo Vita Il Manifesto, 10 dicembre 2025 Si è tenuta alla Camera dei deputati una riuscita iniziativa promossa dall’Ordine dei giornalisti del Lazio sul fragile e contraddittorio recepimento nel nostro ordinamento della direttiva europea 2024/1069, cosiddetta anti Slapp (Strategic Lawsuits Against Public Participation). Si tratta di una importante normativa, nata in seguito all’omicidio della coraggiosa giornalista maltese Daphne Caruana Galizia uccisa perché aveva messo il naso negli sporchi affari che coinvolgevano il governo. La scossa morale indusse -finalmente- il vecchio continente a muoversi. Meglio tardi che mai, come si usa dire. Tuttavia, nel convegno si è affrontato il buco nero della vicenda. Infatti, nel disegno di legge del governo finalizzato al recepimento delle direttive si circoscrive all’articolo 7 - per di più con delega al governo- la materia anti Slapp alle “questioni con implicazioni transfrontaliere”. Sembra il latinorum manzoniano, il linguaggio contorto utile per ingannare le persone comuni. Insomma, ritagliare così il territorio applicativo a tipologie davvero limitatissime. La grande parte delle querele temerarie- di questo si tratta- si svolge in Italia, che al riguardo ha un primato. Tale supremazia spiega perché nel 2025 si sia precipitati nella classifica sulla libertà di informazione al 49° posto, risultando il ventesimo Paese nell’Unione europea. E si collega ai dati del monitoraggio dell’osservatorio Ossigeno per l’informazione, che ha sottolineato quanto sia stato forte l’aumento delle giornaliste e dei giornalisti minacciati nei primi sei mesi di quest’anno rispetto al corrispondente periodo del 2024: +78%. Il solo Sigfrido Ranucci, responsabile della efficace e attaccatissima rubrica Report, ha collezionato oltre duecento querele con tutti gli annessi e connessi, a cominciare dall’infinito tempo perso, di cui ha parlato nel suo seguitissimo contributo. E sappiamo quanto sia nel mirino della criminalità una figura di riferimento per coloro che interpretano il proprio lavoro come una vera missione civile. L’incontro è stato introdotto da una accurata relazione di Anna Laura Bussa sulla serie di testi depositati e rimasti fermi o dimenticati, come ad esempio fu nella diciassettesima legislatura la proposta vergata al Senato da Lucrezia Ricchiuti, fermata subito: naturalmente, visto che quando si toccano i fili elettrici della diffamazione e delle liti temerarie si prende una scossa pericolosa. I parlamentari presenti, da Piero De Luca a Walter Verini, hanno ribadito la volontà delle forze di opposizione di tentare in seconda lettura di modificare l’articolato. Qualche apertura è arrivata dal Vicepresidente della Camera Giorgio Mulè, che ha fornito la notizia niente affatto scontata che si appalesa un accordo sulla riforma dell’Ordine dei giornalisti, di cui si dibatte senza successo da anni. Ma ora l’ambiente disegnato dalle Intelligenze artificiali rende ineludibile il ripensamento di una professione assai diversa da quella degli anni che incubarono la vecchia legge. Di maggiore portata polemica sugli argomenti discussi è apparso il Presidente della Commissione cultura di Montecitorio Federico Mollicone, assai prudente sulle eventuali modifiche da apportare alla legge di delegazione europea e asprigno sul deficit di pluralismo dei talk. Chissà dove corre il suo telecomando. Ad essere messa in causa è la par condicio, una disposizione del 2000 rimasta più o meno intatta malgrado le critiche permanenti. Ha tirato le conclusioni il Presidente dell’Ordine del Lazio Guido D’Ubaldo, che già aveva espresso nelle audizioni parlamentari un parere critico nei riguardi del pasticciato ddl di un governo che ha rigettato emendamenti e persino ordini del giorno, presentati da vari protagonisti del confronto: dal citato De Luca, a Cafiero De Raho, a Elisabetta Piccolotti. Una noterella di colore. Da un governo sovranista era lecito aspettarsi un’attenzione ben maggiore a ciò che avviene in Italia. Si è preferito il comodo inganno transfrontaliero. Una consueta tattica di distrazione di massa. Ma c’è chi dice no. L’Europa è a giorni alterni? Mafia: il procuratore De Luca parla delle accuse ai colleghi di Falcone e Borsellino di Giovanni Bianconi Corriere della Sera, 10 dicembre 2025 Il magistrato ha raccontato il clima che si viveva nella procura di Palermo nel periodo delle stragi del 1992. Tre ore per riassumere tre anni d’indagini, e non sono bastate. Il primo capitolo dell’audizione del procuratore di Caltanissetta Salvatore De Luca davanti alla commissione parlamentare Antimafia, a consuntivo dei diversi filoni d’inchiesta riavviati sulle stragi del 1992, s’è chiuso aprendo nuovi interrogativi e nuovi sospetti sull’isolamento subito da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino alla Procura di Palermo nei mesi che precedettero le bombe di Capaci e via D’Amelio. E dunque sul palazzo dei “veleni” tante volte raccontati negli ultimi trent’anni, e che ora tornano a scorrere nella ricostruzione dei nuovi inquirenti. In sintesi De Luca, che in quel palazzo lavorò da giovane pm proprio nel periodo a cavallo delle stragi, ha spiegato che il famoso “dossier mafia-appalti” (redatto dai carabinieri del Ros e archiviato dalla Procura, che solo in seguito riaprì le indagini sulla base di nuovi elementi) sarebbe una delle concause della morte di Borsellino. Anzi, è quella su cui sono stati raccolti “molteplici e più concreti indizi”, anche per quanto riguarda l’uccisione di Falcone. Ma prima si sono verificate due “precondizioni” delle stragi, all’interno del Palazzo di giustizia di Palermo: l’isolamento dei due magistrati e la loro sovraesposizione. Ad opera di altri colleghi. In primo luogo il procuratore dell’epoca, Pietro Giammanco, morto nel 2018, e al suo fianco altri protagonisti dell’Antimafia di allora e dei decenni successivi. Chiamati in causa a vario titolo da De Luca: Giuseppe Pignatone e Gioacchino Natoli (entrambi indagati per il presunto insabbiamento di una costola di “mafia-appalti”, dunque un ipotetico favoreggiamento commesso 33 anni fa), Guido Lo Forte e Roberto Scarpinato (oggi senatore dei Cinque Stelle e componente della commissione) che indagati non sono ma ebbero un ruolo nella gestione di quel fascicolo. Tutto (o quasi) ciò che la maggioranza di centrodestra voleva sentirsi dire è stato detto, e non è un caso che a fine seduta i commissari di Fratelli d’Italia e Forza Italia esultino per la versione di De Luca, il quale ha pure annunciato che la “pista nera” con cui s’immaginava il coinvolgimento nelle stragi dell’ex leader di Avanguardia nazionale Stefano Delle Chiaie sul piano giudiziario “vale zero spaccato”. Ne resta un’altra, sempre in ambito neofascista, ma non se ne può parlare perché i pm la stanno ancora battendo. Per il resto, è tutto un atto d’accusa contro la Procura guidata da Giammanco, che aveva persino parentele mafiose ed era amico dell’ex presidente della Regione democristiano Mario D’Acquisto, a sua volta vicinissimo a Salvo Lima; quasi logico che con quei legami (in verità già noti quando il Csm lo nominò nel 1990, col voto dei laici e dei togati di destra e della corrente di Falcone, sostenuto da Fernanda Contri che di Falcone era grande amica) non volesse indagare su mafia-appalti. E il fatto che nel 1993 (dopo l’addio di Giammanco all’indomani di via D’Amelio, a seguito della rivolta dei pm capeggiati proprio da Scarpinato) l’indagine riprese vigore “è la dimostrazione che nel 1992 non si fece quello che andava fatto”. A quel fascicolo, accusa De Luca, Pignatone “non si sarebbe dovuto nemmeno avvicinare”, dal momento che alcuni imprenditori coinvolti (Bonura, Buscemi e Piazza) erano i titolari dell’immobiliare che aveva venduto quasi un intero palazzo alla famiglia del magistrato, a prezzi di favore. Il procuratore cita le tesi difensive di Pignatone, ma sottolinea che le ombre restano. E denuncia che Natoli “mentì al Csm” nel ‘92, quando disse di non avere conoscenza “diretta né indiretta” delle frizioni tra Giammanco e Falcone. Inoltre, con i loro comportamenti “inopportuni” Giammanco e Pignatone avrebbero contribuito alla sovraesposizione dei due magistrati uccisi da Cosa Nostra. Come? Il “chiacchiericcio” interno a Cosa Nostra che fossero “malleabili” o avvicinabili sul piano giudiziario era irrilevante, ma li contrapponeva a Falcone e Borsellino che invece erano “inflessibili e incorruttibili”. Dunque - sostiene De Luca - i mafiosi possono avere pensato “eliminiamo questi e con gli altri non avremo problemi”. Dopodiché, il principale indizio che Borsellino non si fidava di Natoli e Lo Forte sta nel fatto che quando il pentito Gaspare Mutolo gli parlò, fuori verbale, delle collusioni con la mafia dell’allora pm Domenico Signorino e del super poliziotto Bruno Contrada, lui non lo riferì a loro che erano co-titolari dell’indagine, bensì ad altri due magistrati. “Questo è il massimo atto di sfiducia che Borsellino potesse fare verso Natoli e la dirigenza della Procura”, scandisce il procuratore. Il resto alla prossima puntata. “Mafia-appalti è la pista più solida e la pista nera una perdita di tempo” di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 10 dicembre 2025 Stragi, il capo della Procura di Caltanissetta in audizione antimafia lancia un duro attacco alla gestione Giammanco del procedimento e alle indagini di Scarpinato. “Non sarò breve”. Salvatore De Luca, procuratore di Caltanissetta, lo ha detto subito, con disarmante sincerità, ai commissari dell’Antimafia. E non lo è stato. Ore di audizione per ricostruire, pezzo dopo pezzo, quello che il suo ufficio ritiene essere il quadro più credibile delle concause della strage di Via D’Amelio. Un lavoro “monumentale”, come ha riconosciuto la presidente della commissione alla fine. Un lavoro che punta il dito su una pista precisa: mafia-appalti. “Abbiamo filoni di indagine aperti su tutte le principali ipotesi riguardanti le cause delle stragi del ‘92”, ha spiegato De Luca. “Ma la concausa su cui abbiamo trovato maggiori elementi e maggiori riscontri è proprio mafia-appalti. Altre concause non ci sentiamo di escluderle, ma allo stato o sono in corso oppure non hanno dato alcun esito”. Una dichiarazione netta, che arriva dopo anni di lavoro condotto insieme ai sostituti Claudia Pasciuti, Davide Spina e Nadia Caruso. Il periodo Giammanco sotto accusa - Per capire davvero cosa sia successo, secondo la Procura di Caltanissetta, bisogna delimitare con precisione l’arco temporale. “L’arco cronologico di rilievo è quello in cui presso l’ufficio di Palermo ha esercitato le funzioni di procuratore il dottor Pietro Giammanco”, ha spiegato De Luca. Il ragionamento del procuratore è chiaro: analizzare l’attività della Procura di Palermo come un continuum tra l’era Giammanco e quella successiva di Caselli e Grasso significa non centrare il bersaglio. Dopo la strage di Borsellino, ha ricordato De Luca, cambia tutto. Cambia l’Italia per le due stragi, c’è la forza propulsiva di Mani Pulite che scompagina il sistema politico, cambia lo stesso gruppo Ferruzzi nel 1993. Quando arriva Gian Carlo Caselli, nei primi giorni del gennaio 1993, la musica cambia. “Il procuratore Caselli dà un nuovo impulso a certe indagini”, ha riconosciuto De Luca. Ma c’è un problema: Caselli difenderà strenuamente anche l’attività antecedente alla sua immissione in possesso, affermando che tutto è stato regolare. La relazione della Procura di Palermo depositata nel 1999 alla Commissione antimafia è, secondo la Procura di Caltanissetta, “profondamente lacunosa”. “In conclusione, il fatto che dopo si siano fatte le cose è per noi un indice ulteriore che prima non si sono fatte”, ha sintetizzato De Luca. La strage: isolamento e sovraesposizione - Secondo la Procura di Caltanissetta, ci sono state due “precondizioni” alle stragi: l’isolamento prima di Giovanni Falcone e poi di Paolo Borsellino all’interno della Procura di Palermo, e la loro sovraesposizione. “Vi sono gravi indizi per ritenere che la gestione del filone mafia-appalti presso la procura di Giammanco sia una delle concause della strage di Via D’Amelio”, ha detto De Luca. Il cuore dell’accusa riguarda la gestione del procedimento mafia-appalti. Il 16 febbraio 1991 il Ros dei Carabinieri deposita presso la Procura di Palermo il dossier che riguarda i legami tra mafia, imprenditoria e politica. È una pista “eccezionale”, secondo De Luca. “È una fotografia della dottrina Falcone: mafia, imprenditoria e politica. E infatti Giovanni Falcone non ha esitato a mostrare il suo interesse o a lodarla in tutte le sedi possibili e immaginabili”. Ma cosa fa la Procura di Palermo? “Dopo due anni non è stata fatta una sola indagine su Buscemi Antonino”, ha denunciato De Luca. “Come è arrivata è stata archiviata, non è stato fatto un solo atto di indagini”. De Luca ha dedicato ampio spazio a ricostruire le “situazioni di inopportunità” in cui si sarebbero trovati sia il procuratore Giammanco che il sostituto Giuseppe Pignatone. Non si tratta di accuse di corruzione - De Luca lo ha ribadito più volte - ma di comportamenti che avrebbero creato un’immagine di debolezza all’esterno. Su Giammanco, il procuratore ha ricordato “un’amicizia esibita, ostentata” con l’onorevole Mario D’Acquisto, considerato vicino a Salvo Lima. L’allora procuratore aveva anche “parentele molto difficili” a Bagheria, zona di influenza di Bernardo Provenzano: un cugino di primo grado era dirigente dell’ufficio tecnico comunale e nel 1985 i carabinieri lo indicavano come “collettore della gestione degli appalti”. Su Pignatone, la questione è ancora più complessa. Il magistrato è cresciuto in una palazzina dove 8 appartamenti su 14 erano abitati dalla famiglia di Vincenzo Piazza, noto costruttore poi condannato per mafia. Negli anni Ottanta, la famiglia Pignatone ha acquistato circa 26 immobili dall’immobiliare Raffaello, società in mano a Salvatore Buscemi, Piazza e Bonura. “Si tratta di un immobiliare dove se si riuniscono i soci è una riunione di Cosa Nostra”, ha commentato De Luca. Il procuratore ha precisato: “Non stiamo parlando di responsabilità penale, stiamo parlando di situazione di inopportunità”. Il punto è che “se io stesso mi sono posto in una posizione assolutamente inopportuna e do l’immagine a Cosa Nostra che c’è una dirigenza debole, io sovraespongo enormemente chi invece viene ritenuto incorruttibile”. Tra i fatti emersi, De Luca ne ha sottolineato uno “gravissimo”. Il 6 agosto 1991, Giammanco invia al ministero della giustizia una relazione di sintesi dell’attività sul filone mafia-appalti, allegando il rapporto con tutti gli allegati. “Questo è presumibilmente reato e anche grave. Violazione del segreto istruttorio”, ha detto il procuratore. Alcuni magistrati della Procura di Palermo, come Natoli, Loforte e Pignatone, erano a conoscenza di questo invio, ma nessuno ne ha parlato durante le audizioni al Csm del luglio 1992. La pista nera e l’affondo su Scarpinato - Sulla cosiddetta pista nera, quella che vedrebbe un coinvolgimento dell’eversione neofascista nelle stragi, De Luca è stato ancora più netto: “Ciò che sinceramente ci appare un po’ strano è che si insista su un certo filone legato alla pista nera, mi riferisco alla pista Delle Chiaie”. Il riferimento è alle indagini basate sulle dichiarazioni di Romeo Maria e del luogotenente Giustini. “Giudiziariamente vale zero tagliato”, ha detto senza giri di parole. De Luca ha riconosciuto che lo stragismo di destra in Italia c’è stato storicamente, ma “prova che ci sia stato, sia collegato alle stragi del ‘92, non ne abbiamo, nessun concreto elemento”. Un passaggio dell’audizione è stato dedicato alle recenti indagini condotte da Roberto Scarpinato, oggi senatore ma all’epoca procuratore generale a Palermo. De Luca ha parlato di un filone “prospettato subito dall’attuale senatore Scarpinato che ha fatto proprio gli ultimi giorni prima di andare in congedo per pensionamento”. L’attacco è frontale: “È stato fatto in violazione dell’articolo 11 del codice di procedura penale senza il minimo coordinamento con la procura di Caltanissetta”. Scarpinato avrebbe dovuto semplicemente chiedere se la Procura di Caltanissetta sapesse qualcosa, invece ha condotto un’indagine sulle stragi senza alcun coordinamento. “Appena abbiamo ricevuto gli atti eseguiti dal dottor Scarpinato è successo tutto l’inverso di mafia-appalti”, ha raccontato De Luca. “Siamo partiti con l’idea: ragazzi qui c’è una pista eccezionale. Poi abbiamo preso le carte e ci siamo resi conto che era zero tagliato”. Parliamo della pista nera che Scarpinato, e mass media annessi, hanno sponsorizzato all’ennesima potenza. Accusando anche Chiara Colosimo di non volersene colposamente occupare. Meno male che non l’ha fatto, altrimenti altri anni e risorse di tempo sprecati. De Luca ha chiuso la sua audizione sottolineando che ci sono ancora “due grossi capitoli” da approfondire, che riguardano altri procedimenti collegati. “Si vede dalle carte che è un lavoro monumentale”, ha riconosciuto la presidente Colosimo. Un lavoro che, nelle intenzioni della Procura di Caltanissetta, dovrebbe finalmente fare chiarezza su una delle pagine più buie della storia italiana. Con una certezza, almeno secondo chi indaga: la pista più solida è quella di mafia-appalti. Segreto assoluto sulle indagini disciplinari a carico dei giudici, dice il Tar. E noi mortali? di Errico Novi Il Dubbio, 10 dicembre 2025 Con una sentenza pubblicata ieri, i magistrati amministrativi del Lazio ribadiscono un principio inviolabile. Peccato sia molto più “violabile” per le inchieste penali sui cittadini comuni. Esiste un principio, nella giustizia, esaltato dalla prassi italiana: la pubblicità del processo. Che una vicenda giudiziaria possa svolgersi, almeno nella fase del contraddittorio, con la massima evidenza pubblica, è garanzia tipica delle democrazie. Dalle nostre parti, va detto, vige una variante parossistica, del principio: lo sputtanamento sfrenato della persona indagata, praticato fin dall’iscrizione a registro. A essere “pubblico” diventa anche ciò che dovrebbe essere segreto. Vale soprattutto per i politici: c’è un interesse generale a “sapere”, dicono. Bene. Eppure, c’è un procedimento che, al contrario, è del tutto inaccessibile, e siamo sempre in Italia: si tratta del procedimento disciplinare a carico di un magistrato. Lì la conoscenza pubblica è preclusa, anche all’eventuale denunciante autore dell’esposto. Lo ricorda una sentenza depositata proprio oggi dal Tar Lazio, la 22110 del 2025. Quando si tratta di valutare se le condotte dei magistrati ordinari hanno violato il loro codice disciplinare, i Tribunali sfoderano un riserbo che nelle Procure se lo sognano. Nello specifico, i magistrati amministrativi hanno respinto il ricorso di un cittadino che aveva subìto una condanna penale all’esito di processi nei quali lo stesso destinatario della condanna riteneva si fosse “configurata una responsabilità dei magistrati”, e ne aveva perciò trasmesso segnalazione alla Presidenza del Consiglio il 13 novembre 2024. Ebbene, è molto chiaro, il Tar Lazio, nel chiudere la porta a qualsivoglia pretesa della persona condannata che voglia sapere se i magistrati che lo hanno ritenuto colpevole saranno “incolpati”, dal ministro della Giustizia o dal pg di Cassazione, dinanzi alla sezione disciplinare del Csm. Intanto, il ricorso è stato respinto perché non sarebbe stata in ogni caso percorribile la via dell’accesso agli atti amministrativi, dal momento che “il procedimento disciplinare a carico dei magistrati (ed anche la fase preistruttoria dello stesso) non sostanzia un procedimento amministrativo” ma “costituisce pacificamente un procedimento giurisdizionale”. E per carità, chi lo nega. Ma a colpire è il bunker entro cui è protetta persino la notizia dell’eventuale archiviazione, dei procedimenti disciplinari sui magistrati. Non solo, scrive infatti il Tar Lazio, “può essere data notizia dell’esercizio dell’azione disciplinare esclusivamente al Ministro della giustizia, al Consiglio Superiore della Magistratura ed all’incolpato, ma non al denunciante” (in virtù del “combinato disposto” fra diversi articoli del codice disciplinare dei magistrati ordinari, vale a dire il decreto legislativo 109 del 2006). Non solo. Perché, sanciscono senza esitazione i magistrati amministrativi, “il provvedimento di archiviazione, con cui può essere definitiva la fase predisciplinare, è comunicato al solo Ministro della giustizia il quale, se dissente, può esercitare l’azione disciplinare”. Insomma: il percorso di un’attività processuale a carico di un giudice o di un pm è protetta da un vero e proprio fuoco di sbarramento normativo. Giustissimo. Sacrosanto: nessuno deve essere sputtanato per un’indagine scaturita dall’esposto di chi, magari, non aveva elementi concreti ma voleva semplicemente danneggiare la reputazione della controparte. Sono concetti così limpidi, incontestabili, che verrebbe voglia di metterseli in cornice. Certo, poi ti viene in mente Leoluca Orlando. Rivedi l’ex sindaco di Palermo al tempo della Rete, quando andava in tv dopo aver bersagliato l’avversario politico di turno con un esposto che causava l’automatica apertura di un’indagine e, davanti alle telecamere, così urlava al “nemico”: “Lei è un indagato!!!”. E grazie: l’aveva fatto indagare lui! Orlando, vista la materia penale, riusciva evidentemente a sapere dell’avviso di garanzia recapitato al destinatario ben prima che si potesse parlare di archiviazione o di rinvio a giudizio. Proprio la perfetta proiezione dell’impenetrabilità opposta dal Tar Lazio... Ma battute a parte, il guaio è che lo sputtanamento indiscriminato, nel penale dei “comuni mortali”, si verifica non solo nei casi conseguenti agli esposti: può avvenire, com’è noto, in tutte le inchieste penali, che vengono ritenute evidentemente assai meno segrete e impenetrabili. Ed è proprio la ben diversa “autotutela” prevista per giudici e pm dal “combinato disposto” (giusto per parafrasare il Tar Lazio) di norme e giurisprudenza, a creare un insopportabile privilegio a beneficio della magistratura. Privilegio che rende altrettanto insopportabile la ribellione dell’Anm a una riforma con cui i procedimenti disciplinari a carico delle toghe verrebbero affidati non a un tribunale del popolo assetato di sangue, ma a un’Alta Corte costituita in prevalenza da magistrati di Cassazione. Ma non azzardatevi a dirlo, la lesa maestà è dietro l’angolo. Non è reato violare le prescrizioni del Daspo del giudice se ci si adegua al Daspo questorile di Paola Rossi Il Sole 24 Ore, 10 dicembre 2025 Il caso si realizza quando vi è condanna per la violazione del Daspo amministrativo e il giudice fissi modalità di astensione e di presentazione in questura ulteriori e diverse ma la cui violazione non è però sanzionata dall’ordinamento. La sentenza n. 39462/2025 della Corte di cassazione penale ha chiarito di fatto quali siano le conseguenze per chi colpito da Daspo del questore lo abbia violato e il giudice nel condannarlo per il relativo reato prescriva ulteriori e diverse prescrizioni dell’obbligo di presentazione durante le competizioni sportive che gli sono interdette mancando però di rispettarle. In effetti, nel caso concreto deciso dalla Cassazione, il ricorrente aveva violato le prescrizioni del Daspo “giudiziario” ma risultava essersi adeguato a quelle dettate inizialmente dal questore con l’emissione del Daspo amministrativo. In sintesi secondo la Suprema Corte in un tal caso prevale la previsione degli obblighi di presentazione stabiliti dal questore - il cui rispetto è presidiato “penalmente” dalla norma dell’articolo 6 della legge 401/1989 - mentre l’ordinamento giuridico non prevede sanzioni penali a carico di chi essendo stato condannato per il suddetto reato non si adegui alle ulteriori regole di presentazione e fasce orarie stabilite dal giudice in occasione della condanna. L’annullamento per l’accoglimento del ricorso si fonda quindi sulla considerazione che la sentenza impugnata aveva erroneamente ricondotto la violazione del cosiddetto Daspo giudiziario alla fattispecie di reato prevista per il cosiddetto Daspo amministrativo. Operando di fatto un’indebita estensione analogica in malam partem della disposizione incriminatrice (articolo 6 della legge 401) in violazione del principio di legalità. Non è quindi configurabile in quanto determinerebbe un’illogica circolarità del reato la fattispecie penale recata dall’articolo 6, comma 6, della legge 13 dicembre 1989 n. 401, quando vengano violati il divieto di accesso o l’obbligo di presentazione disposti dal giudice con sentenza di condanna per tale titolo di reato. Va ovviamente precisato visto il loop determinatosi nel caso affrontato che il primo reato - per evidenti ragioni logiche - deve essere stato commesso con violazione del divieto o dell’obbligo di presentazione ordinati dal questore, a norma dei commi 1 e 2 dell’articolo di legge in questione. Emilia Romagna. “Il sovraffollamento frena la piena applicazione dell’ordinamento penitenziario” assemblea.emr.it, 10 dicembre 2025 L’intervento del Garante dei detenuti. Sono trascorsi cinquant’anni dall’approvazione dell’ordinamento penitenziario, norma che ha introdotto il concetto della riabilitazione del detenuto, mettendo al centro la persona con i suoi diritti. Con il superamento del modello punitivo il carcerato ha la possibilità di costruirsi un percorso personalizzato rivolto, finita la detenzione, al reinserimento sociale. Per questo serve aumentare le attività rivolte al ristretto, a partire da quelle lavorative. Per assicurare al detenuto questo diritto occorre, però, un maggiore coinvolgimento di soggetti esterni. C’è, poi, il tema del sovraffollamento, ostacolo all’attivazione di questi percorsi trattamentali. Questo, in sintesi, i contenuti del convegno dedicato ai cinquant’anni dall’approvazione dell’ordinamento penitenziario che si è tenuto in mattinata a Bologna nella sede dell’Assemblea legislativa. “Quella della rieducazione - spiega il garante regionale dei detenuti Roberto Cavalieri - resta l’unica strada percorribile per arrivare al reinserimento sociale del detenuto”. Il garante rileva, però, come l’aspetto del sovraffollamento carcerario ostacoli la riuscita di questi percorsi trattamentali: “Il tema del sovraffollamento carcerario diventa il fulcro del problema, è sempre più complesso assicurare spazi adeguati a un numero tanto alto di carcerati, ognuno con bisogni specifici, serve potenziare ed efficientare questi percorsi, serve poi aspettare le persone fuori”. Entra, poi, nel merito sugli esuberi: “In Emilia-Romagna sono oltre 700 gli esuberi in carcere, è come se in regione ci fossero due istituti penitenziari in più”. Conclude: “Inoltre, questo aspetto, che inevitabilmente pone il detenuto in una situazione di disagio, allontana anche i soggetti privati dal carcere, fondamentali per portare avanti queste attività”. Sulla stessa linea Silvio Di Gregorio, provveditore dell’amministrazione penitenziaria dell’Emilia-Romagna e delle Marche: “È lo stesso ordinamento penitenziari a dirci che il tema carcere riguarda l’intera società, un problema che tocca tutti, per questo il coinvolgimento di soggetti privati nei percorsi trattamentali per i detenuti diventa fondamentale”. Prosegue: “Per restituire la piena dignità alla vittima serve che il reo sia recuperato socialmente, l’ordinamento ci diche che il detenuto deve avere la possibilità di progettare il proprio futuro, in questo modo si ha la riconciliazione tra la società offesa e chi ha offeso”. Conclude sul tema sovraffollamento: “Indubbiamente la presenza di tanti detenuti in struttura diventa un ostacolo per la riuscita di queste attività”. Anche per Giancarlo Giulianelli, garante regionale dei detenuti delle Marche, “quello della riabilitazione, concetto introdotto dall’ordinamento penitenziario, è tema centrale del percorso carcerario del detenuto”. Prosegue sulle attività trattamentali: “Oltra al carcerato occorre anche educare la comunità esterna, l’imprenditore ha vantaggi evidenti quando assume un detenuto”. Sui contenuti dell’ordinamento penitenziario sono intervenute Francesca Romana Valenzi, direttrice dell’ufficio detenuti e trattamento del Prap di Emilia-Romagna e Marche, ed Eleonora Dei Cas, ricercatrice dell’Unimore. La norma del 1975 sull’ordinamento penitenziario costituisce una delle più significative riforme del sistema carcerario italiano: l’asse portante della riforma è il riconoscimento del detenuto come soggetto titolare di diritti, escludendo pratiche afflittive o degradanti, con l’accesso a istruzione, lavoro, attività culturali e ricreative, nonché alla tutela della salute. Centrale, quindi, è l’idea dell’individualizzazione del trattamento, perseguita attraverso l’osservazione della personalità del detenuto rivolta al reinserimento sociale. In rappresentanza dell’Assemblea legislativa è intervenuta Elena Carletti, presidente della commissione Cultura e parità: “Con l’ordinamento penitenziario si è scelto di rimettere la persona al centro. C’è un grande tema culturale: recuperare persone che hanno sbagliato per creare una società più sicura e giusta”. Prosegue: “Per questo è fondamentale avvicinare, sempre più, l’opinione pubblica a queste tematiche, in quanto le comunità possono diventare elemento centrale per la riuscita delle attività rivolte al detenuto”. Conclude sul tema del sovraffollamento carcerario: “Un aspetto da non trascurare, un elemento di criticità rispetto all’attuazione di questi percorsi trattamentali”. Ezio Romano, del tribunale di sorveglianza a Bologna, ribadisce l’importanza dell’ordinamento penitenziario per l’intero sistema della giustizia: “Una vera e propria rivoluzione copernicana, una legge che guarda alla pena in senso ampio, senza trascurare l’esterno, in quanto l’umanità della persona viene prima”. Specifica poi: “Attraverso il trattamento si arriva alla rieducazione, l’idea è quello di portare fuori quello che di bello ha la persona”. Aldo Scolozzi, direttore Uiepe Emilia-Romagna e Marche, rileva l’importanza delle misure alternative al carcere, introdotte con l’ordinamento penitenziario: “L’obiettivo resta quello di riscattare la persona che ha commesso il reato e per fare questo, come afferma lo stesso ordinamento penitenziario, serve il coinvolgimento dell’intera cittadinanza. In Emilia-Romagna sono tremila gli affidati, 900 nelle Marche”. Nel corso del convegno è stato trasmesso anche un intervento del cardinale di Bologna, Matteo Maria Zuppi, che ha ribadito la necessità di avvicinare il carcere alla comunità: “Serve coinvolgere tutti per dare speranza al detenuto. I territori possono contribuire al risultato e l’obiettivo è quello della riabilitazione di queste persone, della loro redenzione”. Misure alternative alla detenzione - Innovazione introdotta dall’ordinamento penitenziario è quella delle misure alternative, concepite come strumenti privilegiati per la progressiva risocializzazione del condannato. L’introduzione dell’affidamento in prova al servizio sociale, della semilibertà, dei permessi premio e di altri istituti, successivamente potenziati con la legge Gozzini del 1986, contribuisce a trasformare la pena in un percorso dinamico e graduale, non limitato alla detenzione intramuraria. All’incontro, protagonisti di una tavola rotonda sugli aspetti pratici nell’applicazione dell’ordinamento penitenziario, hanno partecipato anche Stefano Di Lena, direttore della casa circondariale di Ravenna, Armando Di Bernardo, comandante della Polizia penitenziaria a Reggio Emilia, Daniela Bevilacqua, capoarea pedagogica della casa circondariale di Ravenna, Paolo Roselli, capoarea contabile nella casa circondariale di Reggio Emilia, Dalia Carosi, funzionaria dei servizio sociale Uiepe a Bologna, Elisabetta Dalmonte, responsabile medico dell’Ausl Romagna, e Marcello Mattè, cappellano della casa circondariale di Bologna, oltre a Giorgio Magnanelli e Carla Chiappini della conferenza regionale per il volontariato di Marche ed Emilia-Romagna. Al termine dell’incontro gli interventi di Adel e Salvatore, due persone che hanno affrontato il carcere, due persone che oggi hanno un lavoro. Situazione sovraffollamento negli istituti penitenziari dell’Emilia-Romagna (dati aggiornati al 30 novembre 2025) - A Bologna sono presenti 850 detenuti (con una capienza di 507 posti): 91 le donne, 482 gli stranieri. A Ferrara sono presenti 413 detenuti (con una capienza di 243 posti), 175 sono gli stranieri. A Forlì sono presenti 144 detenuti (con una capienza di 144 posti): 19 le donne, 64 gli stranieri. A Castelfranco Emilia, nel modenese, sono presenti 84 detenuti (con una capienza di 191 posti), 29 gli stranieri. A Modena sono presenti 596 detenuti (con una capienza di 371 posti): 34 le donne, 356 gli stranieri. A Piacenza sono presenti 582 detenuti (con una capienza di 414 posti): 16 le donne, 395 gli stranieri. A Parma sono presenti 786 detenuti (con una capienza di 655 posti), 294 gli stranieri. A Ravenna sono presenti 90 detenuti (con una capienza di 49 posti), 45 gli stranieri. A Reggio Emilia sono presenti 313 detenuti (con una capienza di 292 posti): 17 le donne, 146 gli stranieri. A Rimini sono presenti 170 detenuti (con una capienza di 118 posti), 81 gli stranieri. Sardegna. Scontro Todde-Nordio sul trasferimento a Cagliari di 91 detenuti al 41-bis di Andrea Sparaciari La Notizia, 10 dicembre 2025 La governatrice: “Noi mai interpellati”. Per la governatrice l’isola non può reggere 91 nuovi detenuti al 41-Bis. Nordio nega, ma implicitamente conferma. Sardegna, terra di spiagge meravigliose e di… detenuti al 41-bis. Almeno nelle intenzioni del governo di Giorgia Meloni, che da Roma ha fatto recapitare alla presidente Alessandra Todde la notizia che sull’isola saranno trasferiti 91 detenuti in regime di massima sicurezza. Tutti diretti al carcere di Uta. Una decisione mai condivisa con la presidente sarda, che è stata semplicemente informata. “Sei giorni fa ho scritto alla presidente del consiglio, Meloni, per difendere la Sardegna da una decisione assunta senza confronto, senza preavviso e senza rispetto istituzionale. A oggi non è arrivata alcuna risposta”, ha attaccato ieri mattina Todde. “Si tratta di una scelta che rompe il principio di leale collaborazione tra Stato e Regione e che ignora completamente le conseguenze sulla sicurezza, sulla sanità e sulla tenuta sociale del nostro territorio”, prosegue la presidente. Todde ricorda inoltre che il 10 settembre scorso il ministro Carlo Nordio aveva assicurato che nessuna decisione sarebbe stata presa senza un confronto con la Regione. “Oggi scopriamo che quegli impegni sono stati totalmente disattesi”. “Il trasferimento dei detenuti è stato disposto dal Direttore generale del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria con una nota inviata direttamente a tribunali, prefettura e forze dell’ordine, senza alcuna comunicazione preventiva alla Regione Sardegna”. Nella lettera, la presidente Todde ha ribadito anche che la Sardegna è considerata dagli organi giudiziari territorio a forte rischio di sviluppo mafioso. “A questo si aggiunge un’altra verità spesso taciuta: ogni detenuto in 41-bis comporta un aggravio enorme per il sistema sanitario regionale in termini di sicurezza, scorte, trasferimenti e assistenza. Un sistema che è già in sofferenza e i cui costi aggiuntivi ricadono interamente sui cittadini sardi”. Nordio risponde, ma non spiega - La risposta di Nordio è arrivata quasi immediata. Per il ministro quello di Todde “sul 41-bis è un ingiustificato allarmismo”. Per il Guardasigilli infatti “nessuno spostamento” sarebbe “in corso, verso la Sardegna”. Tuttavia, aggiunge l’”impatto sul territorio sarà invariato, poiché rimarranno i medesimi istituti e sarà aumentata solo la capienza in attuazione di un preciso disposto normativo”. Quindi il ministro, negando, implicitamente conferma. E a giustificazione aggiunge: “Nostra intenzione è dare piena attuazione a un preciso disposto normativo che la politica di sinistra ha ignorato nel tempo, compromettendo le esigenze di sicurezza tanto lamentate dai procuratori antimafia. L’art. 41-bis, comma 2-quater, O.P. dispone infatti che i detenuti sottoposti al regime speciale di detenzione devono essere ristretti all’interno di istituti a loro esclusivamente dedicati, collocati preferibilmente in aree insulari, ovvero comunque all’interno di sezioni speciali e logisticamente separate dal resto dell’istituto e custoditi da reparti specializzati della Polizia Penitenziaria. Peccato che ciò non sia mai stato attuato”. “Siamo più che rispettosi della leale collaborazione istituzionale”, conclude Nordio, “tanto che abbiamo posto la questione al tavolo Stato/Regioni. Nel merito, ciò che lamenta la Presidente Todde attiene unicamente a valutazioni di politica giudiziaria che questo Governo intende attuare”. Morale: i 91 detenuti a Uta ci andranno. Umbria. Sovraffollamento e violenze nelle carceri: il rapporto del procuratore generale Sottani Il Dubbio, 10 dicembre 2025 Il capo della Procura generale di Perugia segnala più detenuti, aggressioni in aumento e boom di telefoni cellulari nelle strutture penitenziarie. L’incontro tra il procuratore generale di Perugia, Sergio Sottani, e il nuovo provveditore regionale dell’Amministrazione penitenziaria Umbria-Marche, Liberato Gerardo Guerriero, insediatosi alla guida del Provveditorato con sede nella casa circondariale di Capanne, diventa l’occasione per fare il punto sullo stato degli istituti penitenziari umbri. Un quadro che, come emerge dai dati diffusi, restituisce l’immagine di un sistema sotto pressione, segnato da sovraffollamento, violenze e un crescente numero di dispositivi telefonici introdotti illegalmente. Dal 2021 a oggi diminuiscono i detenuti arrestati nella regione, passati da 648 agli attuali 510, ma aumentano i presenti all’interno delle quattro strutture umbre: 1.675 al primo dicembre, a fronte di una capienza regolamentare di 1.339 posti. La percentuale di sovraffollamento si attesta così intorno al 25%, con punte superiori al 35% nelle case circondariali di Perugia e Terni. Anche la casa di reclusione di Spoleto registra criticità nelle sezioni di media sicurezza. Trasferimenti nelle carceri umbre da altre regioni - Sottani spiega che l’aumento non dipende da nuovi ingressi regionali, bensì dai continui trasferimenti da altre regioni per ragioni di ordine e sicurezza, una pratica che inevitabilmente accentua le tensioni interne. Un altro dato significativo riguarda la presenza di detenuti stranieri: 573 su 1.675, pari a oltre il 34%, con una concentrazione ancora più alta a Perugia, dove superano il 50%. Le nazionalità più rappresentate sono Marocco, Tunisia, Albania, Nigeria e Romania, che insieme costituiscono il 61% degli stranieri. I reati nelle carceri - Preoccupano anche i reati commessi all’interno delle strutture. Nel 2025 si contano 84 aggressioni fisiche agli agenti della polizia penitenziaria, un dato analogo agli 82 episodi registrati l’anno precedente. A questi si aggiungono 21 casi di introduzione di stupefacenti, 24 episodi riguardanti armi rudimentali e un fenomeno sempre più difficile da arginare: quello dei cellulari in carcere, saliti da 73 sequestri nel 2024 a 104 nel 2025, con un incremento superiore al 42%. Il monito di Sottani - Il procuratore ricorda che già mesi fa un monitoraggio aveva messo in evidenza un trend in costante aumento, con tecniche di contrabbando sempre più sofisticate e una particolare diffusione tra i detenuti del circuito di alta sicurezza. Dal 2020, l’uso indebito di strumenti di comunicazione da parte dei detenuti costituisce reato e non più una semplice infrazione disciplinare. Per questo le indagini sono state intensificate, con il supporto di esperti e nuove tecnologie. Roma. La strage dei morti e suicidi in carcere: 72 vittime dall’inizio dell’anno ansa.it, 10 dicembre 2025 Installazione simbolica a Piazza Montecitorio per l’undicesimo Memorial Stefano Cucchi. “L’Italia sta assistendo a una strage silenziosa: quella delle morti e dei suicidi nelle carceri. I numeri del 2024 e del 2025 sono drammatici, con un record di decessi che testimonia una crisi umanitaria strutturale e non più emergenziale. Un sistema penitenziario al collasso, caratterizzato da un sovraffollamento cronico (che supera il 135% in molti istituti), carenze sanitarie e mancanza di personale adeguato. Oggi, 10 dicembre 2025 alle ore 11.30, in occasione della Giornata mondiale dei diritti umani in Piazza Montecitorio verrà montata un’installazione simbolica: 72 sagome, una per ogni detenuto e detenuta che si è tolto la vita nelle carceri italiane dall’inizio dell’anno”. Lo rende noto l’ufficio stampa gruppo Misto Alleanza Verdi e Sinistra del Senato. “La manifestazione è organizzata per l’undicesima edizione del Memorial Stefano Cucchi. L’iniziativa, promossa da decine di associazioni, attivisti e operatori del settore, davanti ad uno dei luoghi centrali della vita politica del nostro Paese è un grido rivolto alle Istituzioni per richiedere un intervento immediato e fermare queste morti di Stato. Saranno presenti tra gli altri Ilaria Cucchi e Fabio Anselmo”, conclude la nota. Quest’anno il Memorial Stefano Cucchi, giunto all’undicesima edizione, si svolgerà a pochi passi dalla sede del Parlamento nella Giornata mondiale dei diritti umani, il 10 dicembre, insieme alla rete di organizzazioni, realtà e associazioni che da sempre sostengono la battaglia per la verità e la giustizia di Ilaria Cucchi”. Lo annuncia in una nota il Comitato Promotore Memorial Stefano Cucchi spiegando che l’appuntamento è alle 11.30 in piazza Montecitorio. “Si svolgerà un flash mob a piazza Montecitorio - viene spiegato nella nota - attraverso la realizzazione di un’installazione che rappresenta l’orrore dei suicidi in carcere, che sarà accompagna dagli interventi della senatrice Ilaria Cucchi e dell’avvocato Fabio Anselmo, e delle numerose associazioni e realtà sociali che hanno aderito anche quest’anno al Memorial”. Saranno presenti, tra gli altri, Associazione Stefano Cucchi Onlus, Comitato promotore Memorial Stefano Cucchi, Amnesty International Italia, Cgil Roma e Lazio, Arci Solidarietà, Fiom-Cgil, A Buon Diritto, Antigone, Giuristi Democratici, Uisp Roma, Acad, Emergency Coordinamento Volontari Roma, Casetta Rossa, Cittadinanzattiva, Baobab Experience, Nonna Roma, Rete No Bavaglio, Via Libera, Diversamente Coop, Round Robin casa editrice, AP Antimafia Pop, DaSud, CSA Spartaco, Cinecittà Bene Comune, Quadraro Gym, Comunitaria, Cooperativa Sociale Folias, Pisacane 0-99, Coro Romolo Balzani, Cemea del Mezzogiorno, Le Coeur, Asinitas, CIES Onlus, Matemù, Quadracoro, CdQ Villa Certosa, PID Onlus, Celio Azzurro, Lucha Y Siesta, CNCA, Progetto Diritti, Angelo Mai, Comune-info, Hollywood tutto sul cinema, Articolo21, Terra! Onlus, Cooperativa Progetto Integra, Mediterranea Saving Humans, Liberi Nantes. Empoli. Obiettivo integrazione. Giovani detenuti al lavoro nei giardini della scuola di Giovanni Fiorentino La Nazione, 10 dicembre 2025 Il progetto tra Comune, Istituto penale minorile e Progress va avanti. Olmastroni: “Le misure alternative sono meno costose e più efficaci”. Il ghiaccio era stato rotto la scorsa settimana, quando tre ragazzi dell’Istituto penale minorile di Firenze avevano raggiunto la scuola dell’infanzia di Montagnana per realizzare (sotto la supervisione degli operatori dell’associazione Progress) una serie di opere volte alla cura degli spazi esterni. E ieri, l’esperienza è stata ripetuta, alla presenza del sindaco Alessio Mugnaini e dell’assessora Daniela Di Lorenzo: il progetto che prevede la collaborazione tra il Comune di Montespertoli, l’istituto carcerario e Progress che ha come obiettivo ultimo il reinserimento nella società dei detenuti minorenni sta andando avanti. Due giovani, ieri dalle 9, hanno lavorato nel giardino della scuola, impegnati in piccoli lavori di cura del verde. “Come Aps Progress siamo da anni impegnati nel reinserimento sociale e lavorativo dei giovani del circuito penale minorile. Le misure alternative alla detenzione sono meno costose dell’incarcerazione e più efficaci nel promuovere il reinserimento ed evitare la commissione di nuovi reati da parte di chi sta scontando la propria pena - ha commentato Fabio Olmastroni, presidente dell’associazione Progress - iniziative come quella promossa dal Comune di Montespertoli, prima amministrazione locale ad averci contattato per un intervento di cura del verde pubblico, sono di fondamentale importanza sia per offrire un primo contatto col mondo lavorativo, sia per avviare il delicato processo di reinserimento sociale. Lo stupore negli occhi dei giovani coinvolti nel progetto ci ha mostrato quanto i ragazzi abbiamo bisogno anche di questo: essere riaccompagnati in contesti di normalità”. Per un progetto che proseguirà ulteriormente, dunque. “Ho avuto il piacere di incontrare i ragazzi dell’Istituto penale minorile, all’interno del progetto che stiamo portando avanti insieme all’associazione Progress - ha commentato Mugnaini - è stato molto bello conoscerli di persona e condividere con loro un momento di ascolto e confronto. Questo progetto ci ricorda quanto sia fondamentale continuare a investire in percorsi di crescita, formazione e nuove opportunità”. Ferrara. Storie di donne in carcere. Il libro alla Ubik Il Resto del Carlino, 10 dicembre 2025 Domani alle 18, alla libreria Ubik di via San Romano 43, si terrà, organizzata da Ferrara Cambia, la presentazione del libro di Rossella Magosso ‘Storie di donne. Voci dal carcere’. A dialogare con l’autrice, Elisa Stefanati, psicologa e psicoterapeuta. Introducono Andrea Maggi e Enrico Scarazzati. Il volume di Magosso, frutto della sua esperienza come volontaria all’interno del carcere femminile di Rovigo, nasce dall’ascolto quotidiano di donne spesso dimenticate e dal desiderio di restituire dignità alle loro esistenze. Attraverso pagine profonde e dirette, Magosso offre uno sguardo umano e rispettoso sulle vite delle detenute: storie segnate da dolore, errori, violenza e fragilità, ma anche da forza, resilienza e desiderio di rinascita. ‘Storie di donne. Voci dal carcere’ è un invito a superare stereotipi e pregiudizi, e a riconoscere, dietro ogni reclusione, una persona e una storia che meritano ascolto. Come afferma Andrea Maggi, presidente di Ferrara Cambia, “la nostra associazione conferma il proprio impegno nel promuovere cultura a Ferrara come occasione di confronto e consapevolezza. Dopo eventi dedicati all’arte, alla letteratura, alla medicina, alla formazione civica e sociale, continuiamo ad ampliare il nostro raggio d’azione, scegliendo temi capaci di aprire spazi di riflessione sulla comunità, sulla giustizia, sulla fragilità e sulla possibilità di cambiamento”. “L’incontro con l’autrice - aggiunge Stefanati - sarà un momento prezioso per discutere non solo del libro, ma anche del ruolo che tutti noi e le istituzioni possono avere nel costruire percorsi di reinserimento e nel riconsiderare il significato stesso della parola pena”. Eboli (Sa). “Sconfinamenti”: la voce dei detenuti diventa un libro ilquotidianodisalerno.it, 10 dicembre 2025 Doppia presentazione a Eboli e Battipaglia. Un progetto di La Casa della Poesia e Club Kairòs Giovani Soci Bcc Campania Centro realizzato con il contributo di Banca Campania Centro. Una raccolta di voci che attraversa il muro del carcere e raggiunge l’intera comunità: “Sconfinamenti”, il nuovo libro di Massimo Baraldi, edito da Multimedia Edizioni, nasce dal dialogo avviato tra l’autore e i giovani soci del Club Kairos di Banca Campania Centro con i detenuti della Casa di Reclusione di Eboli, diretta dalla dott.ssa Concetta Felaco, in occasione della presentazione, alcuni mesi fa, di un altro libro di Baraldi, “Tre giorni nella vita”. Un’esperienza che accese la voglia di tutti i presenti di provare a replicarla proprio con gli ospiti dell’istituto penitenziario ebolitano. Il volume raccoglie le parole vive e profonde di 22 persone detenute, che in queste pagine raccontano storie di vita, errori, cadute, ma anche di coraggio, memoria e desiderio di riscatto. Un progetto culturale e sociale reso possibile grazie al contributo di Banca Campania Centro, che conferma il suo ruolo di banca differente, vicina alle persone e alle comunità, e al sostegno e alla collaborazione di La Casa della Poesia, insieme alla Direzione dell’istituto penitenziario. Il progetto si inserisce nel percorso che Banca Campania Centro porta avanti da anni a favore del territorio, con un’attenzione particolare alle fragilità sociali. Come sottolinea il Presidente di Banca Campania Centro, Camillo Catarozzo: “Sostenere “Sconfinamenti” di Massimo Baraldi, significa credere nel potere della parola come strumento di rinascita e di relazione. Ringraziamo la Direttrice Concetta Felaco, gli operatori della Casa di Reclusione di Eboli e La Casa della Poesia per aver reso possibile un progetto che rimette al centro l’umanità, la cultura e la responsabilità collettiva. Una banca di comunità ha il dovere di generare ponti: tra chi vive dentro e chi vive fuori, tra fragilità e opportunità, tra passato e futuro”. Rieti. Il teatro di Shakespeare in carcere con i detenuti-attori di Emanuele Faraone Il Messaggero, 10 dicembre 2025 Teatro in carcere con il “Giulio Cesare”. Al via la rappresentazione nata dall’attività laboratoriale nella sezione precauzionale della casa circondariale di Rieti. Un progetto di valenza etica e riabilitativa del teatro Rigodon con “Circostanze impreviste - una metafora dell’esistenza 2”. La rappresentazione. La messa in scena del “Giulio Cesare”, liberamente ispirato all’omonimo dramma storico di Shakespeare, è stato realizzato con i detenuti della sezione precauzionale, che si sono cimentati con impegno e professionalità nelle attività teatrali. Lo spettacolo è in programma domani nel teatro del carcere. I percorsi formativi del Rigodon hanno visto impegnati i detenuti in moduli di alta formazione: drammaturgia e recitazione, curate della regista Desiree Proietti Lupi e della professoressa Barbara Clementini, mentre il movimento scenico e la danza con la danzatrice e coreografa Claudia Cipitelli Gallotta. L’Iniziativa è stata sostenuta dalla Regione ed è promossa dalla casa circondariale di Rieti, grazie alla direttrice Chiara Pellegrini e dal capo area educativa, Luca Agabiti. “Nel susseguirsi delle annualità, riscontro il carattere necessario di attività come quelle teatrali negli istituti penitenziari - sottolinea Proietti Lupi, direttrice artistica del progetto. - Ogni volta che entriamo nella sala teatro, si sente l’urgenza di lavorare insieme: per alcuni è il luogo dove poter sperimentare attraverso la collaborazione, l’ascolto reciproco il lavoro sulla sincronia dei gesti e delle voci, modalità nuove di interazione, basate sul rispetto dei tempi e delle esigenze altrui, per altri è l’occasione per sperimentare ruoli alternativi. Tutte le attività laboratoriali sono importanti e tenute in grande considerazione dalla popolazione detenuta, in quanto rispondono a bisogni specifici di espressione emotiva, riattivazione relazionale e ridefinizione identitaria: uno strumento rilevante per dare concretezza al principio costituzionale della funzione rieducativa della pena”. Brindisi. Il carcere nel circuito del Polo Biblio Musaele: incontri teatrali-narrativi brindisireport.it, 10 dicembre 2025 Luigi D’Elia porta in scena “Fare un fuoco”, spettacolo liberamente ispirato a Jack London. È la prima nuova iniziativa culturale ospitata dalla biblioteca interna dopo il suo ingresso ufficiale nella rete. In questi giorni, nella biblioteca della casa circondariale di Brindisi, sono in corso tre incontri teatrali-narrativi dedicati a “Fare un fuoco”, lo spettacolo liberamente ispirato a Jack London, con l’attore e autore brindisino Luigi D’Elia. L’iniziativa nasce da Regione Puglia, Polo Biblio Museale di Brindisi e da Santa Teresa spa, in collaborazione con la direzione dell’istituto penitenziario, con l’obiettivo di portare teatro, parole e immaginazione negli spazi di vita quotidiana delle persone detenute, dove la libertà fisica è sospesa ma il pensiero e il tempo continuano a viaggiare. Niente di meglio il tentativo di farlo con gli spazi sconfinati di Jack London. “Ci incontriamo intorno a una storia, senza pretese, senza voler salvare niente e nessuno - afferma Luigi D’Elia - convinti solo che una storia possa emozionarci e aiutarci a capire qualcosa in più di noi stessi e degli altri”. Gli incontri, che si svolgono tra la fine di novembre e dicembre, ospitano 19 partecipanti e rappresentano la prima nuova iniziativa culturale ospitata dalla biblioteca interna dopo il suo ingresso ufficiale nella rete dei servizi bibliotecari della Regione Puglia. Nascono anche dalla volontà di collegare la biblioteca della città, il Mediaporto, con la biblioteca del carcere, creando un ponte culturale con questo luogo da sempre al centro del quartiere della biblioteca più grande della città. “Portare storie e occasioni di confronto in un luogo che vive un limite fisico quotidiano significa contribuire a mantenere vivo il desiderio di futuro”, commenta la direttrice della casa circondariale di Brindisi, Valentina Meo Evoli. “Una biblioteca è uno spazio di possibilità, e questa iniziativa ne è una dimostrazione concreta”, aggiunge Emilia Mannozzi, direttrice del Polo Biblio Museale di Brindisi. “Fare un fuoco” racconta di un uomo che, nel gelo estremo dello Yukon, tenta di raggiungere una vecchia miniera per trovare fortuna. In compagnia del suo cane, attraversa in un solo giorno un paesaggio tanto maestoso quanto ostile. Ogni passo diventa una prova, ogni respiro una conquista. Dal racconto breve di Jack London, D’Elia e Francesco Niccolini hanno tratto una storia teatrale che arriva oggi nel luogo più essenziale della parola: una biblioteca, e quella di un carcere. Questo progetto prende forma in un luogo rinnovato e riconosciuto nel proprio ruolo pubblico: la biblioteca dell’istituto, trasferita il 15 maggio 2023 in uno spazio più ampio e dedicato, nell’Area Corsi, grazie alla collaborazione con la Regione Puglia e all’inserimento nel circuito dei Poli Biblio Museali. Con un patrimonio di circa 5 mila volumi, la biblioteca è diventata un presidio di opportunità, dove leggere, studiare, incontrarsi e coltivare possibilità di crescita personale. La prima ufficialmente inserita nel circuito regionale. Lo spettacolo è una produzione Teatri di Bari e Fondazione Sipario Toscana, il terzo capitolo della “Trilogia del lupo” di D’Elia e Niccolini. In questa stagione viaggerà per tutta Italia, passando anche da questa piccola ma importante biblioteca. Roma. Mattarella oggi a Rebibbia, visita al carcere femminile di Concetto Vecchio La Repubblica, 10 dicembre 2025 Il messaggio del capo dello Stato nella Giornata mondiale dei diritti umani: “Italia ne sostiene il rispetto e ripudia la guerra, non indebolire istituzioni multilaterali”. Sergio Mattarella oggi è a Rebibbia, nella sezione femminile del carcere. Assisterà all’inaugurazione dell’istallazione permanente Benu di Eugenio Tibaldi nel cortile e poi incontrerà, nel teatro del carcere, le detenute per un breve saluto. Previsto un intervento dell’ex ministra Paola Severino, che attraverso la sua fondazione offre assistenza legale gratuita e promuove progetti di reinserimento sociale e lavorativo per i carcerati. Più volte Mattarella ha denunciato il sovraffollamento delle carceri, chiedendo dignità per i detenuti, e auspicando, in numerosi interventi, che la pena sia finalizzata alla rieducazione, così come previsto dalla Costituzione. Ma oggi è anche la Giornata mondiale dei diritti umani sul cui rispetto - sostiene il capo dello Stato si fonda l’ordine internazionale. Ecco le sue parole: “La repubblica Italiana, in questa giornata, rinnova il suo convinto sostegno a un ordine internazionale basato sul rispetto dei diritti umani. È un impegno che discende dalla nostra storia e dai valori scolpiti nella Costituzione: il ripudio della guerra, la promozione della giustizia, l’affermazione della solidarietà, dell’uguaglianza e della libertà”. “Sono gli stessi valori che hanno ispirato la costruzione europea, - continua Mattarella - divenuta nel tempo uno spazio di pace e di diritti senza precedenti. Ricordare la centralità dei diritti umani non significa indulgere nella memoria del dolore, ma assumere quella memoria come guida per l’azione. È a questa responsabilità che siamo chiamati: impedire che la violenza prevalga sulle regole, affermare l’universalità dei principi che tutelano la dignità umana, affinché la Dichiarazione del 1948 non resti solo un enunciato di alti ideali ma sia concreto codice di condotta cui tutti gli Stati scelgano di conformarsi”. E ancora: “Esiste un rapporto inscindibile tra diritti umani e pace: il rispetto dei primi è premessa essenziale della seconda, mentre l’assenza di pace smorza la speranza di proteggere diritti e libertà”. “A tal riguardo, il diritto internazionale e le istituzioni multilaterali rivestono un ruolo decisivo, in quanto strumenti concreti di protezione per gli Stati come per ciascun singolo essere umano. Indebolirli significa esporre ogni individuo, in particolare, i più vulnerabili al rischio che l’esistenza finisca per essere regolata dalla prevaricazione e dall’abuso della forza” Roma. Tornano i “Giochi della speranza” nella sezione femminile di Rebibbia la-notizia.net, 10 dicembre 2025 Venerdì 12 dicembre tornano nel carcere romano di Rebibbia, in occasione del Giubileo dei detenuti (14 dicembre), i “Giochi della speranza”. Questa seconda edizione della “piccola olimpiade in carcere”, promossa dalla Fondazione Giovanni Paolo II per lo sport, dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) e dalla rete Sport & Legalità, con il patrocinio dei Dicasteri per la cultura e l’educazione, e per il servizio dello sviluppo umano integrale, torna dopo il successo dell’esordio di giugno (qui l’intervista con Daniele Pasquini, presidente della Fondazione), questa volta però nella sezione femminile. Obiettivo, ribadire il valore dello sport come strumento di rieducazione, dialogo e inclusione. Non si tratta solo di “una competizione - spiega Pasquini -, ma di un’opportunità per migliorare la qualità della vita dei detenuti, educare alle regole e alla convivenza”. Per Sergio Sottani, procuratore generale a Perugia e presidente della rete Sport & Legalità, lo sport in carcere “diventa strumento di rinascita: insegna rispetto, collaborazione e umanizza la pena”. Di “concreta attuazione della funzione rieducativa della pena” parla il giudice Fabrizio Basei, mentre Ernesto Napolillo (Dap) evidenzia la necessità di linee guida per diffondere attività sportive negli istituti, soprattutto femminili, dove i dati risultano ancora più carenti. Suor Alessandra Smerilli, segretario Dicastero servizio sviluppo umano integrale, sottolinea che lo sport in carcere è “esperienza di libertà possibile, di fiducia restituita e di speranza”. La manifestazione vedrà quattro squadre - detenute, polizia penitenziaria, magistrati ed esponenti della società civile - sfidarsi in calcio a 5, pallavolo, atletica, tennis tavolo e calcio balilla. Trani (Bat). Otto detenuti in viaggio verso Roma per il Giubileo per incontrare Leone XIV di Francesco Alberti buonasera24.it, 10 dicembre 2025 L’iniziativa coinvolgerà uomini e donne delle case di reclusione tranesi, accompagnati da familiari, cappellani e volontari, per una tre giorni di preghiera e testimonianze fino all’incontro in San Pietro. Sarà una giornata di forte valore spirituale quella del 14 dicembre 2025, quando a Roma si terrà il Giubileo dei detenuti, uno degli appuntamenti più significativi all’interno delle celebrazioni giubilari della Chiesa cattolica. L’iniziativa è dedicata alle persone private della libertà e intende offrire loro un’occasione di rinnovamento interiore, ascolto e riflessione. Dalle strutture penitenziarie tranesi prenderanno parte 8 detenuti: 3 uomini provenienti dalla sezione maschile e 5 donne dalla sezione femminile, ciascuno accompagnato da un familiare. Il gruppo sarà guidato dal cappellano don Raffaele Sarno, affiancato da 3 diaconi permanenti e 2 volontari impegnati abitualmente nella pastorale carceraria. Il programma prevede come prima tappa Sacrofano, presso la Fraterna Domus, dove arriveranno delegazioni da tutta Italia tra detenuti, cappellani e volontari. Dal pomeriggio del 12 dicembre fino alla sera del 14, il calendario - predisposto dall’Ispettorato generale dei Cappellani - offrirà momenti di preghiera, testimonianze, incontri di riflessione e attività di animazione, pensati per preparare al meglio i partecipanti all’incontro finale con il Pontefice. La mattina del 14 dicembre è previsto il trasferimento alla Basilica di San Pietro, dove si terrà la celebrazione eucaristica presieduta da Leone XIV, punto culminante del percorso giubilare. “La Pastorale Carceraria della nostra Arcidiocesi - spiega don Raffaele Sarno - desidera innanzitutto ringraziare l’Area educativa e la Direzione degli istituti di pena di Trani per la rapidità con cui hanno ottenuto le autorizzazioni dai magistrati di sorveglianza”. Il sacerdote ha espresso riconoscenza anche all’arcivescovo mons. Leonardo D’Ascenzo, che insieme all’economo diocesano ha deciso di sostenere economicamente l’intera iniziativa, rendendo possibile la partecipazione dei detenuti. Don Sarno ha inoltre ricordato alcuni momenti significativi di questo anno giubilare all’interno delle carceri tranesi. Tra questi, la consegna delle Lampade della Speranza, benedette nella casa di reclusione femminile lo scorso gennaio alla presenza dei cappellani di Puglia e Basilicata, di 3 vescovi, del provveditore regionale e della direzione degli istituti. Un altro gesto di vicinanza e attenzione è stata la distribuzione mensile di un foglio di meditazione, consegnato ai detenuti come strumento di riflessione personale e cammino spirituale. L’iniziativa, spiegano dalla Pastorale Carceraria, rappresenta un ulteriore passo nel percorso di accompagnamento umano e religioso di chi vive la detenzione, in un anno giubilare che ha voluto segnare la presenza della Chiesa anche nei luoghi più fragili. Migranti. Così Meloni ha imposto all’Europa la linea-Trump: deportazioni facili e illegali di Luca Casarini L’Unità, 10 dicembre 2025 Con le nuove regole approvate dal consiglio dei ministri di interni e giustizia l’Europa ha dichiarato guerra ai migranti. Li chiama “umanità in eccesso” e ha deciso di deportarli all’estero. Con il via libera all’iter legislativo per la ridefinizione del diritto di asilo e delle procedure di rimpatrio, l’Unione Europea ha imboccato una strada precisa, ed è quella che aveva indicato il governo italiano. Giustamente Piantedosi celebra l’avvenimento come grande successo. Per tutti coloro i quali l’operazione Albania sarebbe stata un grande flop, la risposta è servita su un piatto d’argento, come la vendetta. Il governo Meloni, praticando una forzatura dall’alto nella costruzione dei campi di detenzione per migranti in Albania, ha investito risorse (soldi) su una impresa politica, che come tutte le imprese politiche è fatta di forzature della legge esistente, pratiche concrete, materiali, come spendere un sacco di soldi su quella che solo una frettolosa analisi “ragionieristica” poteva definire come un “flop”. Al contrario, i due campi di concentramento albanesi, articolati in un Cpr e in una galera, hanno aperto la strada a quello che adesso è condiviso in Europa da tutti gli stati membri, ad eccezione di quelli che erano più propensi ai forni crematori per i migranti, tipo l’Ungheria di Orban. Al netto del giro di soldi, da tipica operazione di “washing” condotta con un paese, l’Albania, a metà tra un narcostato e un hub di riciclaggio delle mafie di mezzo mondo, retto da un “dandy” come Rama, più simile al Dandy della banda della Magliana che a quel G.B. Brummel che diede origine al termine, l’operazione Albania è stata ed è una operazione politica a tutto tondo. La “forzatura” della legge, della Costituzione e del diritto internazionale, contrastata fin da subito dall’azione della magistratura, ma testardamente mantenuta in vita dal governo, anche a costo di incorrere nelle reprimende della Corte dei Conti, è una componente fondamentale di qualsiasi azione di “cambiamento”. Può avvenire dall’alto, come in questo caso, o dal basso. Ma senza di essa, senza quel “potere costituente” che essa rappresenta nel momento in cui diventa pratica concreta, difficilmente si sarebbe arrivati all’egemonia del pensiero meloniano che oggi si registra in tutta l’Unione. L’aver predisposto una enclave italiana all’interno del territorio nazionale albanese, per la gestione delle persone in attesa di reimpatrio, è stata una mossa oltre che cinica, assolutamente azzeccata per aggirare le difficoltà incontrate dal “modello Ruanda” tentato dal Regno Unito: la deportazione diretta in paesi terzi attraverso l’appalto della detenzione. Con il modello Albania, sempre totalmente fuori da qualsiasi legalità e principio costituzionale, la premier ha sapientemente costruito una “mediazione” sulle forme ma non sulla sostanza. Quest’ultima è e rimane la “remigrazione”, operata attraverso uno smantellamento del diritto d’asilo effettivo che ha il suo centro nelle cosiddette “procedure accelerate di frontiera”. La forma invece è quella di “accordi bilaterali tra gli stati e paesi terzi” che prevedono la creazione di “Hub per il reimpatrio” dove poter internare, per un periodo di tempo - che sarà aumentato dall’attuale anno e mezzo - donne, uomini probabilmente anche bambini in futuro, che non hanno commesso alcun reato se non quello di aver chiesto asilo. Chiedere asilo, se si appartiene a quella fascia di persone originarie da paesi ritenuti “sicuri”, equivale a firmarsi da soli la “condanna” ai dispostivi di remigrazione, e cioè alla cattura, deportazione, internamento in chissà quale luogo del pianeta. La mediazione politica ottenuta da Meloni taglia via formalmente le spinte più reazionarie come quelle dell’alleato e amico ungherese, quelle per capirci della “soluzione finale” contro i migranti, ma europeizza il modello trumpiano della deportazione di massa. Introducendo la possibilità di gestire enclave di detenzione in paesi terzi, apre il ventaglio delle opzioni possibili: non solo appalti verso i paesi se sono di “transito”, ma anche creazione di centri di detenzione fuori dai confini nazionali, ma gestiti interamente dallo stato che deporta i respinti. Modello Guantanamo più che Albania. Interessante a questo proposito la traiettoria statunitense: sono in costruzione decine di campi di internamento per deportati sul territorio degli USA, ai confini. Ma questi centri fungeranno, secondo le dichiarazioni del direttore dell’ICE, “come veri e propri centri di smistamento, verso campi di detenzione all’estero”. Queste strutture fuori dai confini, ad esempio il carcere di massima sicurezza “Cecot” (Centro di Confinamento del Terrorismo) di El Salvador, stanno implementando accordi commerciali con i gestori privati delle carceri americane. Contratti, per monetizzare la loro nuova funzione di trattenimento dei deportati. Il via libera alle leggi sulle deportazioni che implementeranno il nuovo “patto per la migrazione e l’asilo” dell’Unione Europea, in vigore da giugno 2026, è stato raggiunto con una maggioranza qualificata. Francia, Spagna, Portogallo e Grecia si sono opposti. Per ragioni di “convergenze parallele”, perché il nuovo indirizzo prevede ad esempio che la clausola della “solidarietà”, soldi in cambio di non accoglienza redistributiva, sia associata a quella della “responsabilità”, e cioè l’ammissione sul proprio territorio delle persone definite “dublinanti”, ovvero che hanno fatto ingresso nel territorio europeo, attraverso un altro paese, e che lì secondo il trattato, dovrebbero tornare. Piantedosi, nel commentare questo passaggio contenuto nell’accordo, si dice sicuro che con la Germania, stato che registra il numero più alto di “movimenti secondari” di persone migranti entrate dall’Italia, si troverà un accordo di “congelamento”. Le motivazioni dell’opposizione greca vanno ascritte più ad una lamentata debolezza nel respingere, e al timore di dover trattenere sul suolo greco sempre più persone (molte isole ormai sono carceri), che alla difesa di diritti umani e diritto di asilo. La Spagna di Sanchez è stata al centro di una inchiesta del quotidiano El Salto, tradotta in Italiano da Melting Pot Europa, sul finanziamento e l’apertura di due centri di detenzione per migranti in Mauritania. Humans Right Watch ne ha denunciato gli aspetti di totale violazione dei diritti, documentando torture e abusi di ogni tipo a danno delle persone migranti che vengono internate per scongiurare, come vogliono Spagna e Unione Europea, il loro arrivo sulle coste delle Isole Canarie, e più in generale su quelle dei paesi rivieraschi europei. Quindi anche l’opposizione spagnola al programma di deportazioni e internamenti non sembra corroborata dal buon senso e da valori democratici, visto ciò che fa nell’ambito delle politiche di esternalizzazione delle frontiere. Anche l’opposizione mediterranea insomma, registrata in occasione del voto al vertice europeo dei ministri di Interno e Giustizia, non sembra dettata da una contrarietà politica di fondo, ma più che altro da posizionamento politico rispetto all’asse popolari-destre europee, o, nel caso della Grecia, a un mettere le mani avanti sugli effetti che potrebbero avere i nuovi dispositivi sulla condizione dei paesi “sotto pressione”. Questa è la misura del grado di egemonia raggiunto in Europa sul tema delle politiche di respingimento, dalla più trumpiana di tutti, la Meloni. Si può e si deve imparare da come si muovono i sovranisti delle destre globali per muovere guerra a poveri e migranti, definiti senza tanti giri di parole “umanità in eccesso” e trattati come tali. Per prima cosa bisogna prendere atto: l’Unione Europea ha deciso che uno dei suoi “poteri costituenti”, dopo quello basato sul processo di riarmo, è quello della “guerra ai migranti”. La distruzione del diritto d’asilo, e l’introduzione di nuove leggi che autorizzano a violare le convenzioni internazionali reintroducendo la pratica delle deportazioni e degli internamenti, rappresenta un passaggio epocale. Ben prima che il documento strategico statunitense mettesse nero su bianco che la lotta ai migranti “è una questione di sopravvivenza identitaria” per ogni sovranità statuale o continentale, l’Unione ha avviato il processo “materiale” di cui stiamo oggi discutendo la ratifica formale. Il mare, il Mediterraneo, è stato il laboratorio dove si sono sperimentate le tecniche di “soffocamento” del diritto internazionale, in primis attraverso la violazione sistematica ed organizzata dell’obbligo al soccorso, e del divieto di respingimento di massa di profughi e rifugiati. Gli accordi “bilaterali” con dittature, milizie, autocrati al fine di bloccare i flussi migratori, sono stipulati da un decennio, e nessuno stato membro ha mai sofferto di una qualche “limitazione” su questa prassi, ad iniziare dal memorandum Italia Libia. Anzi. Il processo di esternalizzazione delle frontiere, stato per stato, ha visto il crescente sostegno da parte dell’Unione, che ha supportato gli accordi attraverso partenariati e accordi di cooperazione più ampi. È così che il “fondo per la cooperazione con l’Africa” è finito ad alimentare il flusso di denaro pubblico con il quale si è pagato lo stipendio ai vari banditi e criminali come Almasri. Questo “savoir faire” della politica di palazzo, così capace di provocare sofferenza e crudeltà verso gli esseri umani come se si trattasse di una partita a Risiko, non può che risultare odioso e orribile per chi ha una idea anche minima d democrazia e giustizia. Ma come si muovono dobbiamo davvero capirlo. Dobbiamo prepararci, anche noi che ci opponiamo, a “forzare” la legge ad esempio. Come stanno facendo migliaia di persone negli Stati Uniti, che ormai arrivano a bloccare le squadracce dell’ICE inviate da Trump, mettendosi in mezzo, fisicamente, per impedire le loro scorribande in cerca di prede umane. Dobbiamo creare reti di protezione di migranti e rifugiati, per sottrarli alle future retate che peraltro avverranno in primis nei luoghi di “non accoglienza”, così scientificamente creati nelle nostre città da un programma di smantellamento dei servizi sociali, educativi e sanitari, che mostra oggi i suoi risultati nelle sacche di marginalità in aumento. Dobbiamo creare una risposta a questo “potere costituente” europeo, che si fonda sulla guerra, sullo stato di eccezione a partire dai migranti, ma che informerà di sé ogni aspetto della vita di chiunque abiti questo continente, che sia all’altezza: resistere significa praticare, qui ed ora, un’altra convivenza possibile. Praticare quei diritti, a partire dal diritto d’asilo, che sono al centro dell’azione distruttiva e mortifera dell’unione. “Dare asilo”, accogliere, proteggere, curare, aiutare chi è minacciato. Come in mare. Francia. Le sue prigioni di Massimo Gramellini Corriere della Sera, 10 dicembre 2025 Ci sono casi, purtroppo ancora rari, in cui il carcere riesce a svolgere la sua funzione sociale e a riabilitare il condannato, propiziando autentiche conversioni. È appena accaduto in Francia a un detenuto che, prima di incorrere nei rigori della legge, si segnalava per il piglio sprezzante, da commissario Javert dei “Miserabili”, con cui liquidava le debolezze altrui. Nicolas Sarkozy coniugato Bruni, presidente della Repubblica in pensione. La reclusione lo ha letteralmente trasformato, facendogli scoprire i diritti dei carcerati, la fede in Cristo e quella in una possibile alleanza elettorale con un’altra perseguitata dalla giustizia, Marine Le Pen. A rivelarcelo è lui stesso, nel libro di memorie che esce oggi, dove racconta la cella buia, i pasti a base di succo di mela e barrette di cereali, le ore trascorse a scrivere con una penna bic su un tavolino di compensato e quelle passate in preghiera e culminate in una visita a Lourdes, subito dopo il fulmineo ritorno in libertà. Perché Sarkozy è rimasto in carcere per venti giorni, ma a lui sono stati più che sufficienti per frequentare un corso accelerato di illuminazione che lo ha trasformato da forcaiolo a garantista, da ateo a credente, da gollista a sovranista. Edmond Dantès trascorse 14 anni in carcere per poter diventare il Conte di Montecristo, mentre Sarkozy è figlio di questi tempi istantanei: per scrivere le sue prigioni, a lui sono bastate meno di tre settimane. Siria. Anche senza Assad, il 90% della popolazione vive in povertà di Paolo Pezzati Il Fatto Quotidiano, 10 dicembre 2025 Le comunità che durante il conflitto dovevano fare i conti con la mancanza di elettricità sono ancora al buio. In molte aree la ricostruzione è ferma ad 1 anno fa, Oxfam ne è testimone. È trascorso un anno da quando la caduta del regime di Bashar Al Assad ha riportato la Siria al centro dell’attenzione mondiale, riaccendendo una speranza di cambiamento in milioni di siriani. L’attesa però fino ad oggi è stata delusa. Da oltre 10 anni il Paese è infatti alle prese con una gravissima crisi umanitaria e la realtà quotidiana per molti purtroppo oggi non è cambiata rispetto a prima. In effetti, l’ultimo anno non è stato diverso dai precedenti. In diverse parti del Paese si è assistito a una recrudescenza del conflitto sommato all’impatto del cambiamento climatico, che ha portato una tremenda siccità e enormi incendi. Un mix letale, che ha causato un gran numero di vittime e devastato terreni e raccolti, riducendo i mezzi di sussistenza. “Siamo contadini senza più terra “, ha raccontato ad Oxfam, Marwa, una piccola agricoltrice che lo scorso giugno ha perso in uno dei tanti incendi il piccolo appezzamento di terreno su cui aveva fatto affidamento per 30 anni. Il risultato di questa situazione - di cui Oxfam è testimone nel proprio lavoro quotidiano a fianco delle comunità più vulnerabili - è che ancora oggi il 90% della popolazione vive in povertà e il 60% dipende dagli aiuti umanitari per sopravvivere. Come prima, tantissime donne sono costrette a svolgere anche 2 o 3 lavori per sfamare la propria famiglia e i tanti bambini che avevano lasciato la scuola per guadagnare qualcosa, non sono ancora tornati in classe. Le comunità che durante il conflitto dovevano fare i conti con la mancanza di elettricità sono ancora al buio. In molte aree del Paese la ricostruzione è ferma ad 1 anno fa. Un dramma che colpisce soprattutto le tante famiglie che si stanno riunendo dopo anni di separazione e di esilio, che dopo la gioia di ritrovarsi devono affrontare la cruda realtà di un Paese distrutto. C’è chi ha ritrovato la propria casa ridotta in macerie, chi tornando ha scoperto che semplicemente la comunità dove aveva sempre vissuto non esiste più. “Vivevamo in una tenda e ci viviamo ancora”, aggiunge Mohammed, che tornato ad Idlib ha trovato la sua abitazione rasa al suolo, dopo aver trascorso anni in un campo profughi nel nord del Paese. Nella Siria di oggi convivono di fatto due realtà. Una che si regge su una fragile speranza di cambiamento, dovuta anche a maggiori spazi di libertà di espressione e dialogo; l’altra che ancora deve fare i conti con la continua lotta per andare avanti. Milioni di persone sognano infatti solo di poter tornare ad una parvenza di normalità, in cui i propri diritti siano tutelati e difesi. Un domani in cui possano permettersi un lavoro che gli consenta di garantire ai propri figli cibo e acqua pulita a sufficienza, un tetto sicuro sopra la testa. Il presente e il futuro della Siria non potranno però certo cambiare dall’oggi al domani, senza una reale volontà politica di generare un cambiamento strutturale, investire nei servizi essenziali, creare maggiori opportunità. Un processo che non può prescindere dal sostegno della comunità internazionale - non solo per far fronte ai bisogni umanitari più urgenti - ma per costruire lo sviluppo del Paese nel medio e lungo periodo. Un percorso che, allo stesso tempo, dovrà essere guidato e portato avanti dall’attuale Governo di transizione, che sarà chiamato dal popolo siriano a rendere conto non solo di quanto accaduto, ma di ciò che accadrà in futuro.