Perquisizioni straordinarie, nuove linee guida del Dap di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 29 settembre 2021 Nuove linee guida disposte dal Dap, in merito alle perquisizioni straordinarie nelle carceri. Una circolare che detta nuove disposizioni, alla luce dei fatti tragici sui pestaggi come quelli avvenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Pestaggi, ricordiamo, svolti grazie alla scusante delle perquisizioni. Ecco la nuova procedura. Si legge che nel rispetto dei principi generali di trasparenza e di buon andamento della Pubblica Amministrazione, l’ordine con il quale il direttore delle carceri dispone la perquisizione straordinaria generale dovrà essere impartito in forma scritta mediante un apposito ordine di servizio motivato e documentato. Detto ordine di servizio dovrà comprendere la compiuta indicazione dei presupposti di fatto e delle ragioni giuridiche in base alle quali l’atto è adottato. Ma solo secondo i criteri della congruità e della sufficienza, rispetto alle specifiche concrete esigenze di sicurezza che non possono essere altrimenti soddisfatte: solo in tal modo - si legge nella circolare - sarà successivamente possibile la puntuale ricostruzione del processo logico seguito dal direttore nell’emanazione del provvedimento. L’ordine di servizio dovrà contenere la descrizione del contingente di personale da impiegare (se appartenente esclusivamente al reparto del Corpo di istanza nell’istituto, ovvero a contingenti del Corpo provenienti da altre sedi), l’indicazione del responsabile dell’operazione se diverso dal comandante di reparto, le modalità esecutive con riguardo ai luoghi e ai tempi della perquisizione, mezzi, equipaggiamento ed eventuali dotazioni individuali. Nel dispositivo dovrà essere indicato l’eventuale apporto del personale appartenente alle Forze di polizia e alle altre Forze poste a disposizione dal Prefetto. Importante novità è che copia dell’ordine di servizio dovrà essere preventivamente inviata al Magistrato di Sorveglianza, alla Direzione Generale dei detenuti e del trattamento, al Provveditorato Regionale ed al Garante nazionale dei diritti e delle persone private della libertà personale. La procedura delineata dal Dap sarà seguita non solo nell’ipotesi di perquisizioni generali straordinarie ma anche, con particolare riferimento agli istituti di grandi dimensioni, nelle ipotesi di contestuale perquisizione dei locali e dei ristretti o anche solo dei ristretti di interi Padiglioni, interi Reparti, intere sezioni o porzioni significative di essi. Dopo la perquisizione, il comandante di reparto, una volta conclusa l’operazione, dovrà redigere e inoltrare senza alcun indugio al direttore un analitico rapporto. Quest’ultimo dovrà contenere la compiuta indicazione dei presupposti di fatto e delle ragioni giuridiche in base alle quali ha ritenuto di procedere d’iniziativa previa informazione al direttore, in modo da consentire anche in questo caso la ricostruzione del processo logico seguito rispetto alle specifiche concrete esigenze di sicurezza, che non potevano essere altrimenti soddisfatte. Il rapporto dovrà inoltre contenere la indicazione delle modalità della immediata comunicazione al direttore, la descrizione del contingente di personale impiegato, le modalità esecutive con riguardo ai luoghi e ai tempi della perquisizione effettuata nei confronti dei ristretti e dei locali, i mezzi, l’equipaggiamento ed eventuali dotazioni individuali. II direttore, una volta verificata la correttezza delle operazioni svolte, provvederà a inoltrare il rapporto alle autorità come il garante nazionale e magistratura di sorveglianza, corredato da proprie valutazioni, entro sette giorni dalla sua ricezione. Non tutti però concordano con queste nuove disposizioni, sicuramente innovative e volte alla trasparenza onde evitare eventuali abusi. Per Gennarino De Fazio, il segretario della Uilpa polizia penitenziaria, questa nuova disposizione consiste in un eccesso di burocratizzazione che ridurrebbe, rallenterebbe e depotenzierebbe i controlli a discapito della sicurezza anche degli stessi detenuti, che possono essere il bersaglio di altri (caso carcere Frosinone docet). Raggiunto da Il Dubbio, il sindacalista De Fazio propone un’altra soluzione: “Se davvero si vogliono ampliare le garanzie, si renda tutto più snello e agile, si limitino al minimo indispensabile gli atti burocratici e le comunicazioni preventive (fermo restando ogni specificazione e istruttoria successiva) e si disponga la videoregistrazione di ogni operazione sia attraverso videocamere fisse sia attraverso apparecchiature portatili, ivi comprese le body-cam”. Di diverso avviso, invece, è Mauro Palma, il Garante nazionale delle persone private della libertà. “Quanto disposto dal Dap mi sembra sia un elemento di complessiva trasparenza che garantisce tutti e che peraltro riprende anche quanto la stessa Corte costituzionale aveva indicato nel 2000”, scrive su Twitter. Una tre giorni per far conoscere il mondo “produttivo” delle carceri di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 29 settembre 2021 Al via la seconda edizione del Festival Nazionale dell’Economia Carceraria 2021, in programma da venerdì 1° ottobre a domenica 3 ottobre a Roma, negli spazi del WeGil di Trastevere, in Largo Ascianghi 5. Il lavoro, la capacità di dare sfogo alla propria creatività, la forza di rimettersi in gioco, la voglia di sviluppare certe attitudini che, prima di quel momento, nessuno avrebbe mai pensato di avere. La vita professionale all’interno e all’esterno del carcere (in esecuzione penale esterna) è un racconto invisibile a cui, solo grazie alle Cooperative che lavorano in questo contesto, si riesce a dar voce. Una visione nuova che porta a galla la forza dei reclusi, una forza che rinsalda persone che trovano una propria professionalità impegnandosi in attività che, prima di quel momento, non avrebbero mai pensato di saper sviluppare. Spesso sono dei bravi artigiani o dei creativi chef, si cimentano nel cucire o nel produrre birra. La vita in carcere è anche questo e, tutto ciò, viene raccontato nella seconda edizione del Festival dell’Economia Carceraria negli spazi del WeGil di Trastevere, location messa a disposizione dalla Regione Lazio per raccontare e sensibilizzare l’opinione pubblica su un argomento che, spesso, viene lasciato ai margini della società. La programmazione della tre giorni è ricca di eventi, convegni, degustazioni e incontri, in parallelo con una mostra mercato permanente dei prodotti dell’economia carceraria provenienti dagli istituti penali e dalle realtà produttive extra- murarie italiane. Il Festival è organizzato e promosso da Associazione L’Isola Solidale, Associazione Semi di Libertà Onlus, Cooperativa Co. R. R. I., Cooperativa O. R. T. O., Economia Carceraria srl., con la partecipazione di cooperative e imprese che in tutta Italia producono impiegando persone in esecuzione penale. Le tre giornate al WeGil saranno un’occasione imperdibile per introdurre il pubblico nel mondo “produttivo” delle carceri, luoghi dove ancora a fatica il “trattamento” si orienta verso il futuro reinserimento socio- economico del detenuto tramite la formazione e, conseguentemente, il lavoro. Ma l’economia carceraria è anche arte, dialogo e discussione, racconto, riscatto e rinascita, esperienza altra di vita che provoca domande e riflessioni sulla struttura stessa della nostra società. Il Festival dell’Economia Carceraria raccoglie Istituzioni, Garanti, persone sottoposte a misure restrittive della libertà, studenti, artisti, cittadini, esplora il mondo degli istituti penali in quanto specchi della comunità a cui appartengono nonostante i muri, e riflessi del suo grado di senso civico, rispetto per la persona, umanità. Agenti di Polizia penitenziaria contro la ministra Cartabia di Penelope Corrado Secolo d’Italia, 29 settembre 2021 La nota è arrivata ieri oggi pomeriggio nelle redazioni. Firmata da quasi tutte le sigle sindacali degli agenti penitenziari, una nota durissima che tira in ballo l’inerzia del ministro della Giustizia e del Dap dopo gli ultimi fatti nelle carceri di Firenze e Frosinone. “La stragrande maggioranza delle organizzazioni sindacali del personale del Corpo di Polizia Penitenziaria, rappresentativa del 95% del personale - si legge nella nota - ha registrato un’inaccettabile inerzia del ministero della Giustizia e del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria rispetto alla gravissima emergenza delle carceri, soprattutto in relazione alle aggressioni subite dai poliziotti penitenziari e, in particolare, rispetto ai recenti eventi critici verificatisi a Firenze Sollicciano e Frosinone”. Lo sottolineano in una nota unitaria Sappe, Osapp, Uil Pa, Sinappe, Uspp, Cisl, Cgil Fp. Secondo le stesse organizzazioni, “la politica penitenziaria sta compromettendo seriamente l’ordine e la sicurezza degli istituti penitenziari purtroppo a discapito dell’incolumità fisica e psicologica del personale della polizia penitenziaria”. “Le condizioni di estremo disagio risentite dai colleghi e la grave compromissione della sicurezza degli istituti penitenziari, ancor più aggravate da una intollerabile compressione delle relazioni sindacali, hanno costretto queste rappresentanze ad indire lo stato di agitazione del personale e ad interrompere tutte le trattative a livello nazionale, di provveditorato e in ogni istituto penitenziario - concludono - In assenza di urgentissimi interventi, la mobilitazione del personale culminerà con una manifestazione nazionale di protesta”. Gli ultimi fatti ai quali gli agenti penitenziari fanno riferimento, hanno avuto un rilievo marginale nei tg e sui quotidiani. Nel carcere di Firenze Sollicciano, un detenuto ha tentato di dare fuoco ad un agente. Mentre in quello di Frosinone un altro detenuto ha invece minacciato con un’arma da fuoco l’addetto alla sezione detentiva. I numeri dalle carceri italiane nel primo semestre del 2021 sono da bollettino di guerra. “5.290 atti di autolesionismo - denuncia Donato Capece del Sappe - 44 decessi per cause naturali, 6 suicidi e 738 sventati dalla Polizia Penitenziaria, 3.823 colluttazioni, 503 ferimenti. In pratica, ogni giorno nelle carceri italiani succede qualcosa, ed è quasi diventato ordinario denunciare quel che accade tra le sbarre”. Presunzione d’innocenza. In Commissione Giustizia lo schema di decreto legislativo di Antonella Mascali Il Fatto Quotidiano, 29 settembre 2021 Magistrati contro la legge sulla presunzione di innocenza, in discussione in Commissione Giustizia della Camera. Ieri ci sono state le audizioni, molto critiche, dei vertici dell’Anm, preoccupati non solo per la “ingessatura” dei procuratori e la “burocratizzazione dei giudici”, ma anche per il bavaglio alla stampa che ne deriverebbe da questa legge. Sembrano non comprendere i rischi, invece, l’Ordine dei giornalisti, che ha declinato l’invito a essere ascoltato in Commissione e la Federazione nazionale della stampa, che ha disdetto il giorno prima. Al centro dei lavori della Commissione è lo schema di decreto legislativo del governo sulla presunzione di innocenza, deciso dalla Camera, che ha approvato a marzo un emendamento, su spinta di Enrico Costa di Azione, e dei renziani, che a sua volta recepisce una direttiva europea del 2016. L’emendamento era stato bocciato a novembre 2020 in Commissione, ma con l’avvento del governo Draghi è stato inserito nella legge di delegazione europea. E così c’è il rischio concretissimo che assisteremo a conferenze stampa di procuratori che sembreranno dei pesci in un acquario, perché non potranno dire nulla con la scusa che ciascuno è innocente fino a sentenza definitiva: “La diffusione di informazioni sui procedimenti penali è consentita solo quando è strettamente necessaria per la prosecuzione delle indagini o ricorrono altre rilevanti ragioni di interesse pubblico”. In silenzio pm e polizia giudiziaria, potranno parlare, si fa per dire, solo i procuratori “esclusivamente tramite comunicati ufficiali oppure, nei casi di particolare rilevanza pubblica dei fatti, tramite conferenze stampa”. I cronisti non possono quindi neppure chiamarli al telefono. Il diritto dei cittadini a essere informati viene così calpestato, diventerebbe un’impresa ardua se non impossibile conoscere intercettazioni, ordinanze di custodia cautelare e altri provvedimenti di rilevanza sociale, che riguardano politici, membri del governo, magistrati e altri esponenti istituzionali. Per non parlare dei provvedimenti che dovranno scrivere i giudici, talmente burocratici e a rischio contestazioni, che si può determinare, come ha denunciato l’Anm ieri, un ulteriore allungamento dei tempi dei processi. Quanto all’indagato o all’imputato, non deve essere indicato come colpevole “fino a quando la colpevolezza non è stata accertata con sentenza” definitiva e ha il diritto alla rettifica. Secondo il presidente dell’Anm, Giuseppe Santalucia, sentito anche dal Fatto, è una “ingessatura eccessiva” limitare la comunicazione dei procuratori. Si tratta di una “formalizzazione che può essere lesiva del bisogno di una corretta informazione”. Poi Santalucia rileva una incongruenza: da un lato, per esempio, un’ordinanza di custodia cautelare (eseguita) è pubblicabile, dall’altro abbiamo “un procuratore molto irrigidito nei suoi rapporti con la stampa. Mi pare, dunque, che il decreto legislativo si muova non in armonia con il testo del codice, perché l’esigenza di pubblicabilità risponde a un’esigenza di trasparenza. Bisogna tutelare i diritti delle persone - ha proseguito - ma bisogna evitare che il processo si chiuda alla possibilità che la collettività, attraverso l’informazione, sia informata su snodi fondamentali e che questa forma di indebita segretazione non vada a scapito del bisogno di una corretta informazione”. In Commissione è stato ascoltato pure Nello Rossi, ex avvocato generale della Cassazione, sulla stessa lunghezza d’onda dell’Anm, anche per quanto riguarda i limiti che si vogliono mettere al giudice che deve scrivere un provvedimento: “È un punto tortuoso del decreto, il giudice deve argomentare sugli indizi di colpevolezza, ma facendo salva la presunzione di innocenza, quindi con artifici linguistici non desiderabili ai fini di una motivazione seria”. E, per evitare danni, suggerisce: “Andrebbe usata una formula in cui emerga con chiarezza che il convincimento del giudice è relativo a quel dato momento in cui si trova il procedimento”. Critico Vittorio Ferraresi, M5S: è preoccupato “per il diritto dei cittadini a essere informati su fatti di rilievo pubblico e anche per i giudici” trasformati in burocrati “per non violare questo diritto”. Infine, sul bavaglio all’informazione, dichiara: “Siamo per la presunzione di innocenza, ci mancherebbe, ma il silenzio è preoccupante”. La settimana prossima la Commissione voterà il parere. L’affondo di Santalucia: “Paletti solo per i pm, risparmiati i giudici” di Valentina Stella Il Dubbio, 29 settembre 2021 Il presidente Anm Giuseppe Santalucia: “Ai magistrati onorari in servizio bisogna dare le tutele che richiedono”. Presunzione d’innocenza, le critiche del leader dell’Anm in audizione: “Giusto rafforzare il principio, ma così si ingessano eccessivamente i rapporti con la stampa”. Si sono svolte ieri le prime audizioni presso la Commissione Giustizia della Camera, nell’ambito dell’esame dello schema di decreto legislativo per il recepimento della direttiva europea sulla presunzione di innocenza. Il Governo ha redatto un testo su cui ora le commissioni competenti dovranno esprimere pareri non vincolanti. Il primo a parlare è stato Giuseppe Santalucia, presidente dell’Associazione nazionale magistrati: “Il testo complessivamente può trovare condivisione perché il bisogno di rafforzare la presunzione di innocenza è certamente un bisogno meritevole di considerazione”. Santalucia però ha rilevato delle criticità, soprattutto sull’articolo 3, che va a modificare il decreto legislativo relativo ai rapporti del pm con la stampa: “Si sono voluti irrigidire, attraverso l’esclusivo riferimento ai comunicati ufficiali e alle conferenze stampa, i rapporti tra l’ufficio di Procura e la stampa. Ritengo che questa sia una eccessiva ingessatura che bandisce qualsiasi possibilità che il procuratore della Repubblica possa rendere una dichiarazione ad un giornalista fuori da una conferenza stampa”. Santalucia si è chiesto poi “perché le modifiche debbano valere solo per gli uffici di procura e non anche per i giudici”. Insomma: “Mi rendo conto della necessità di richiamare l’attenzione, soprattutto della magistratura requirente, a sobrietà e continenza con i rapporti con la stampa, ma credo che questa eccessiva formalizzazione dei canali di comunicazione possa rivelarsi in concreto più lesiva del bisogno di una corretta informazione”. E poi ha ravvisato un paradosso: “L’articolo 114 cpp sulla pubblicabilità degli atti del procedimento rende, per una scelta del legislatore della passata legislatura, pubblicabile senza alcun limite l’ordinanza di custodia cautelare. Ma poi irrigidiamo la possibilità di comunicare del procuratore della Repubblica”. A livello emendativo ha proposto di cancellare il termine “esclusivamente” al comma che limita i rapporti del procuratore con la stampa “(esclusivamente) tramite comunicati ufficiali oppure, nei casi di particolare rilevanza pubblica dei fatti, tramite conferenze stampa”, e sostituirlo con “preferibilmente”‘. Per il segretario generale dell’Anm Casciaro, “ferma l’esigenza di effettività del principio della presunzione di innocenza nel processo (penale), la procedura delineata potrebbe attivare una serie di sub procedimenti con istanze, provvedimenti, opposizioni in camera di consiglio che rallenterebbero la macchina della giustizia in un momento in cui è più che mai avvertito l’impegno a velocizzarla. Forse basterebbe, nel civile come nel penale, la previsione di uno strumento di rettifica mutuato dalla procedura di correzione dell’errore materiale, più agile e snella”. Se per l’Anm i paletti sono troppo rigidi, di parere contrario è l’Unione Camere penali, intervenuta con gli avvocati Giorgio Varano e Luca Brezigar: “Le norme, così come formulate, rischiano di essere dei meri desiderata che non avranno mai concreta applicazione”. Inoltre tacciano la norma di essere troppo indeterminata nel non elencare nel dettaglio le “autorità pubbliche” a cui è vietato “indicare pubblicamente come colpevole la persona sottoposta a indagini”. In aggiunta, a decidere la rilevanza pubblica di un fatto degno di conferenza stampa è la stessa procura che ha condotto le indagini, la stessa che “decide l’eventuale iscrizione di notizie di reato in tema di diffamazione e l’esercizio dell’azione penale sullo stesso tipo di reato - sulla base magari dell’assenza di rilevanza pubblica della notizia”. In generale, per l’Ucpi, “affidare in via esclusiva alla magistratura la tutela del diritto alla presunzione di innocenza” non rappresenta il giusto rimedio che invece potrebbe essere quello di “un Garante per i diritti delle persone sottoposte ad indagini e processo che potrebbe realmente diventare quel soggetto “terzo” capace di tutelare i diritti di chi viene sottoposto ad un processo mediatico e di chi viene potenzialmente esposto allo stesso da atti della magistratura violativi dei principi declinati dalla direttiva europea”. Ma in tutto questo, il modus operandi della stampa andrà modificato? Il testo del governo non si interroga su questo, ma dice l’Ucpi: “Bisogna uscire dall’equivoco che ogni riferimento a fatti inerenti a procedimenti penali sia di per sé espressione del diritto di informare e di essere informati. Per questa ragione, occorre pensare ad un codice (non solo deontologico, ma di legge) che detti regole condivise per il comportamento dei magistrati (in piena attuazione della direttiva europea) ma anche degli avvocati e dei giornalisti”. Solo nuove regole placano davvero il giustizialismo (che non è morto) di Errico Novi Il Dubbio, 29 settembre 2021 Sì, sembrava spirare un vento nuovo, rispetto all’uso politico delle vicende penali, da Cartabia a Di Maio. Ma una tempesta perfetta come quella scatenata sul Carroccio è sempre pronta. L’impulso giustizialista resta. E va arginato. Già s’era scelto un alias terribile: la bestia. Poi non è che Luca Morisi avesse lesinato, quanto a punture di veleno iniettate via social, e non solo per interposto Salvini, sia chiaro. Il guru che ha “creato” la macchina del consenso leghista se n’era uscito persino con un’offesa via twitter a Rita Bernardini, in un orrendo link fra le battaglie della leader radicale per la cannabis terapeutica e le rughe. Insomma, un personaggio così, che ha ispirato manco fosse lo sbarco in Normandia la citofonata del Capitano al maghrebino presunto spacciatore, se finisce indagato per cessione di droga, è chiaro che provoca il riflesso pavloviano degli avversari politici (non molti) e soprattutto dei giornali, che lo hanno fatto a pezzi. E magari adesso sarà dura schierarsi con Matteo Salvini, dopo che ieri ha parlato di “schifezza mediatica”. Eppure bisogna leggerla bene, la tempesta perfetta scatenata sul capo del Carroccio. Soprattutto nel combinato disposto fra l’indagine su Morisi, la scadenza elettorale e un terzo elemento: il clima diverso che in fondo da un po’ si era cominciato a respirare sulla giustizia. C’era aria di distensione, diciamo. Forse dovuta alla minore autorevolezza della magistratura, più che ferita dai casi dell’Hotel Champagne e dei verbali di Amara. Però i segnali si sono avvertiti fino ancora all’altro ieri, quando Luigi Di Maio ha dato un esempio forse ancora più brillante delle scuse all’ex sindaco di Lodi: ha detto che la sentenza d’appello sul processo “trattativa” “va rispettata”, altrimenti la politica finisce per esercitare “un’ingerenza nei confronti di un altro potere”. Esemplare, mirabile ma forse non ancora del tutto rassicurante, e non per demerito di Luigi Di Maio. Quell’apice della “primavera giudiziaria” offerto dal ministro degli Esteri resta comunque. Ma gli attacchi sferrati, per il caso Morisi, a Salvini e alla Lega nella settimana che precede le elezioni destinate all’esito peggiore, per il Carroccio, degli ultimi due lustri, ci spiegano una cosa: che a dispetto delle apparenze, il giustizialismo non è ancora finito. L’uso mediatico e politico delle vicende penali non è in disarmo, vive e lotta insieme ai tanti media che inevitabilmente sanno dargli alimento alla prima occasione succosa. D’altronde l’impennata non ha riguardato solo la Lega. In coincidenza con lo sprint della campagna elettorale sono arrivati anche il rinvio a giudizio di Tiziano Renzi e le rivelazioni del quotidiano Domani sulla “rete di potere” di Giuseppe Conte. Non si possono cambiare né le “coincidenze” né la tendenza dell’informazione. Non può farlo, da sola, una guardasigilli attenta alle garanzie come Marta Cartabia. O una maggioranza che, con 5 anni di ritardo, permette finalmente all’Italia di recepire la direttiva Ue sulla presunzione d’innocenza. Non basta l’intuito politico di un leader come Di Maio, che vuole tirar fuori il Movimento 5 Stelle dalla risacca del rancore giustizialista. E non ci vorrà certo poco tempo perché la nuova aria che si respira in Parlamento sulla giustizia si riverberi non solo sui giornali ma addirittura nell’opinione pubblica. Insomma, c’è poco da fare: l’epopea giustizialista non è archiviata. Forse è iniziato un percorso. Ma sarà lungo. In Svizzera è vietato alla stampa riferire delle misure cautelari adottate nei confronti degli indagati. Magari è troppo, e non è detto che sia auspicabile realizzare una riforma del genere anche in Italia. Eppure, se i processi culturali sono lenti, quelli legislativi possono esserlo assai meno. Servono insomma norme che rafforzino ancora di più la presunzione d’innocenza (nonostante ne sia tuttora perplessa l’Anm, audita ieri a Montecitorio), e ce ne vogliono ancora altre che tutelino dagli errori giudiziari, che rafforzino il diritto all’oblio, il contrasto alla pubblicazione arbitraria degli atti penali, la dissuasione dal protagonismo mediatico di cui alcuni magistrati sembrano prigionieri. Se c’è una cosa che è possibile mettere in campo subito, senza aspettare che il riflesso pavloviano contro “la bestia Morisi” si attenui, è introdurre buone leggi che rafforzino le garanzie e che soprattutto contrastino il processo mediatico. Può darsi che poi l’intendenza, cioè un’accresciuta civiltà del dibattito, seguirà. Giustizia, per usare i tabulati telefonici il pm dovrà chiedere il via libera al gip di Liana Milella La Repubblica, 29 settembre 2021 Oggi il Consiglio dei ministri vara un decreto legge e sceglie la linea garantista. Dopo la sentenza di marzo della Corte di giustizia del Lussemburgo su un caso estone, l’Italia si adegua: durante indagini su reati puniti fino a tre anni non basterà più la semplice richiesta alle compagnie telefoniche. Sulla questione sono stati versato fiumi di inchiostro da quando una Corte europea, quella del Lussemburgo, ha detto la sua. I pm si sono anche divisi tra loro. Adesso il governo decide e va nella direzione garantista. Per decreto legge - oggi in Consiglio dei ministri - cambiano le regole per la richiesta e l’utilizzo dei tabulati telefonici da parte dei pubblici ministeri quando si apre l’indagine su un delitto. Il sistema non funzionerà più come ha sempre funzionato, il pm non potrà più ottenere direttamente i tabulati dalle compagnie telefoniche con una semplice richiesta quando ha di fronte un reato. Dovrà rivolgersi prima al gip, sottoporgli la sua richiesta, motivargliela come assolutamente necessaria, chiedere un’autorizzazione, e potrà essere solo il gip a dargli il via libera. Il pm potrà chiedere i tabulati, come recita il decreto, “se sussistono sufficienti indizi di reati per i quali la legge stabilisce la pena dell’ergastolo o della reclusione non inferiore nel massimo a tre anni e dei reati di minaccia e di molestia o disturbo alle persone col mezzo del telefono, quando la minaccia, la molestia e il disturbo sono gravi, ove rilevanti ai fini della prosecuzione delle indagini”. È il paletto chiesto, il 2 marzo, dalla Corte di giustizia del Lussemburgo per un caso che riguardava l’Estonia. E che ha determinato, in Italia, una pressante richiesta del centrodestra e in particolare del responsabile Giustizia di Azione Enrico Costa alla sua maggioranza e alla ministra della Giustizia Marta Cartabia. Ad aprile, nella legge di delegazione europea, su richiesta dello stesso Costa, era stato approvato un ordine del giorno che impegnava il governo a recepire appena possibile l’indicazione europea sulla presunzione d’innocenza. E sempre Costa si era subito rifatto viva alla ripresa dei lavori parlamentari dopo l’estate con un’interrogazione a risposta scritta alla ministra Marta Cartabia in cui ricordava anche di aver già presentato una sua proposta di legge che, in modo tassativo, imponeva ai pm il passaggio dal via libera del gip. Del resto la sentenza della Corte del Lussemburgo aveva aperto una breccia sulla necessità di autorizzare il pm. E ha peraltro provocato un’ampia discussione tra le toghe italiane. Contrario all’intervento dei gip, ad esempio, il pm di Reggio Calabria Stefano Musolino che teme un ostacolo alle indagini e un allungamento dei tempi proprio mentre il leit motivi del governo Draghi sulla giustizia è quello di accelerare. La Cassazione, in una sentenza di luglio, della seconda sezione penale, ha escluso l’inutilizzabilità dei tabulati alla luce della natura non concretamente vincolante della sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea, ache per via dell’indeterminatezza delle indicazioni in quel caso. Ma proprio da qui la Suprema Corte fa scaturire la necessità di un intervento legislativo “volto ad individuare, sulla base di “criteri oggettivi” (...) le categorie di reati per i quali possa ritenersi legittima l’acquisizione dei dati di traffico telefonico o telematico”. Prima e dopo la decisione della Corte le singole procure e i gip si sono divisi sulla questione. Ma dopo la sentenza della Corte di giustizia la questione era sul banco degli imputati, con Costa che continuava a ricordare le 600mila richieste fatte dai pm alle società telefoniche. A questo punto il governo segue la Corte del Lussemburgo e crea un nuovo gradino che potrebbe anche avere delle conseguenze sulla questione dei tempi complessivi del processo. Il mio Stefano e la “Bestia” di Ilaria Cucchi La Stampa, 29 settembre 2021 A suo tempo avevo chiesto le scuse a Matteo Salvini per i suoi attacchi a me, alla mia famiglia ed a Stefano. Ovviamente quelle scuse non sono mai arrivate. La sua risposta alla sentenza pronunciata dalla Corte di Assise di Roma con la quale venivano condannati i responsabili del pestaggio mortale di mio fratello è stata che la droga fa male. In passato, in campagna elettorale, aveva persino detto che “Ilaria Cucchi fa schifo”. Le sue continue prese di posizione ai miei danni hanno scatenato la Bestia che ha sbranato la mia famiglia intera facendo leva sui sentimenti più bassi e biechi che può provare il genere umano. Che può provare la gente comune provata dalle difficoltà economiche prima, ed anche dalla pandemia poi. Una regia studiata anche sulla sindrome della paura e dell’odio nei confronti del prossimo. Una potenza di fuoco di fronte la quale abbiamo tentato di resistere cercando di non esserne travolti. Tutto ciò mentre mia madre ha iniziato la sua lotta contro il cancro e mio padre contro il morbo di Parkinson che si è manifestato in modo violento e particolarmente aggressivo. Sto parlando del sangue della mia famiglia versato dal momento in cui, il 22 ottobre di 12 anni fa, è stata costretta a “riconoscere” il cadavere di Stefano all’obitorio di piazzale del Verano a Roma. Ieri sera ho partecipato ad un dibattito televisivo sulla triste vicenda di Luca Morisi, colui il quale viene da tutti indicato come l’ispiratore della “Bestia”. Ringrazio di cuore Lilly Gruber per avermici invitata ed avermi dato la possibilità di dire la mia. La ringrazio per avermi dato voce. Ho ascoltato con attenzione il dibattito politico degli altri ospiti. I loro commenti e le loro analisi. Mi sono resa conto che quello non era il mio posto. La politica non è il mio posto. Questo perché sono incapace di astrarre l’immane tragedia che ha distrutto le nostre vite per avventurarmi in analisi politiche che non mi competono. Sono incapace di perdere di vista il fatto che “la Bestia” si è cibata di persone normali che, come me, sono state travolte da tragiche vicende giudiziarie infliggendo loro, spietata, dolore che si è aggiunto ad altro dolore. “La Bestia” è un onomatopeico. Così almeno lo percepisco. Rende perfettamente l’idea del suo muoversi ed agire. Un medico di Ferrara ha scritto sulla pagina pubblica del segretario del Sap (sindacato di polizia) che io sono una mitomane, disposta a tutto e che per me e la mia famiglia la morte di Stefano si è rivelata una “gallina dalle uova d’oro”. Mentre scrivo queste parole non riesco a non rabbrividire. L’ho querelato e ciò ha indotto il segretario ad esprimere tutta la sua solidarietà al medico autore del post. Questo è ciò che fa “la Bestia”. I magistrati inquirenti sostengono che non me ne posso dolere perché sono un personaggio pubblico e questa è una legittima espressione del diritto di critica. Sono disorientata. Si dimentica che la mia vita privata è diventata pubblica per l’uccisione di mio fratello. Perché per sette lunghissimi anni ad essere sotto processo eravamo noi e lui, con le nostre vite. Perché la Giustizia ci aveva voltato le spalle dopo aver ucciso Stefano. Si dimentica che Dio solo sa quanto avremmo desiderato poterne fare a meno. Siamo una famiglia per bene. Siamo essere umani la cui dignità è stata ed è calpestata ogni sacrosanto giorno dai seguaci della “Bestia”. Non basta che ci sia stato ucciso Stefano. Nonostante tutto questo io mi sento di condividere il dolore di Luca Morisi, come essere umano che è stato costretto a rivelare tutte le sue fragilità. Non nutro sentimenti di odio o vendetta nei suoi confronti. Sarei tuttavia ipocrita se non ammettessi la rabbia che provo nei confronti di colui che della “Bestia” ha saputo fare la sua forza violenta, cinica e distruttiva, nel sacro nome del consenso cieco e ostaggio delle facili suggestioni liberatorie dalla paura. Matteo Salvini. Questa, lo riconosco, è la mia debolezza. Ciò che mi impedisce di essere una “politica” nella sua definizione comune. Sono soltanto Ilaria Cucchi. La sorella del morto ammazzato. Un giorno toccherà a te di Mattia Feltri La Stampa, 29 settembre 2021 Nulla è rilevante nella storia di Michael Giffoni. Lunedì è stato assolto dopo sette anni e mezzo dall’accusa di essersi associato per delinquere ai fini dell’immigrazione clandestina quand’era ambasciatore in Kosovo. Non è rilevante che nel frattempo, col bel comodo della giustizia, scritto prudentemente minuscolo, sia stato sospeso e poi radiato dal ministero degli Esteri: radiazione equiparata per legge ad alto tradimento. Non è rilevante che nel frattempo abbia avuto due ictus, un infarto, un tumore né che nel frattempo sia stato lasciato dalla moglie né che nel frattempo abbia dovuto riparare a casa dell’anziana madre né che abbia dovuto campare di quanto restava della di lei pensione. Non è rilevante perché è la millesima storia scritta e letta come altre mille di cui non si sa niente, di poveri diavoli che ogni giorno sprofondano in questo abisso, naturalmente in nome dell’onestà, e domani si ricomincia, e nessuno ne sarà mai responsabile proprio perché la macchina degli onesti garantisce la totale irresponsabilità, e non parlo soltanto della magistratura. Noi lo sappiamo che non hai fatto niente, dicevano i colleghi a Giffoni, ma il clima è questo. Ecco, forse il clima è rilevante. Un giornalista mi scrisse di avere avallato le ridicolaggini del depistaggio sulla morte di Borsellino perché quello era il clima. Un parlamentare mi disse di avere votato per l’autorizzazione all’arresto di un altro parlamentare perché quello era il clima. Un ex ministro mi disse di non avere liberato i bambini in carcere con le madri perché quello era il clima. Ecco che cosa è rilevante: il generale clima di viltà. Quei misteri italiani che sono diventati storia di Paolo Mieli Corriere della Sera, 29 settembre 2021 Nei suoi 160 anni di vita lo Stato ha “negoziato con i nemici” infinite volte e non lo ha mai smentito. Ma la politica non ha affrontato la questione nel suo insieme. Qui di certo, incontrovertibile e definitivo c’è solo che nei codici del nostro Paese (e, a dire il vero, di tutti gli altri) il reato di “trattativa” non esiste. Sicché per perseguire un supposto negoziato tra la mafia e l’autorità pubblica italiana che si sarebbe protratto oltre l’intero arco degli anni Novanta, alcuni sostituti procuratori hanno incriminato politici e alti ufficiali dei carabinieri per “minaccia a organi dello Stato” (a norma dell’articolo 338 del Codice penale). Risultato: prima una sentenza di condanna e adesso una, in secondo grado, d’assoluzione. I togati dell’accusa e i loro simpatizzanti si consolano così: “Comunque è emerso chiaramente che la trattativa c’è stata”. E si domandano: “Come è possibile che siano stati condannati i mafiosi ma non carabinieri e politici?”. La risposta è semplice: se il reato fosse stato quello (ripetiamolo: inesistente) di trattativa, forse le cose sarebbero andate diversamente. Però, dal momento che nel tribunale di Palermo si discuteva di “minacce”, è probabile si possa dimostrare che solo Antonino Cinà e Leoluca Bagarella abbiano provato ad impaurire la loro controparte statuale. Ma non ne discende automaticamente che Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno abbiano commesso lo stesso reato associandosi alle minacce di Bagarella, Cinà e altri mafiosi. Fosse accaduto, si dovevano esibire delle prove. Ma evidentemente la corte ha ritenuto che mancassero evidenze di tali “minacce”. Di più: che fossero del tutto assenti. Dal giorno successivo al verdetto, gli inquirenti - e coloro che (a prescindere dalla sentenza) hanno fatto propria la loro causa - si consolano dicendo: “vedrete che dalle motivazioni finali verrà fuori che la trattativa c’è stata”. Possibile. Più che possibile. Nei suoi centosessant’anni di storia lo Stato italiano ha “negoziato con i nemici” infinite volte. Più recentemente con i brigatisti rossi (caso Sossi), con i terroristi palestinesi (tramite il colonnello Giovannone), con i camorristi (caso Cirillo). Talvolta la Repubblica ha concesso poi attestati di pubblica gratitudine nei confronti di chi, come Giovannone, trattando ha evitato lutti al Paese. In altri casi si è un po’ vergognata di questo genere di commerci. Ma non ha mai smentito che fossero avvenuti. Un discorso a parte merita il caso di Marcello Dell’Utri, condannato in altra sede ma stavolta assolto con una formula più ampia rispetto a quella usata per i carabinieri. Nell’ipotesi dell’accusa, Dell’Utri avrebbe minacciato Silvio Berlusconi (in concorso con la mafia) per ottenere alleggerimenti di pena o di trattamento nei confronti di malavitosi catturati. Anche in questo caso non è venuta fuori nessuna evidenza e il discorso dovrebbe chiudersi qui. Resta però aperto un problema per così dire storiografico. Secondo una puntuale ricostruzione di Giuseppe Pipitone (sul “Fatto quotidiano”) Cosa nostra, tramite la trattativa, avrebbe comunque ottenuto almeno cinque cedimenti da parte dello Stato. Il primo da Berlusconi che il 13 luglio 1994 inserì nel decreto Biondi un comma “che obbligava i pm a svelare le indagini per mafia dopo tre mesi, di fatto vanificandole”. Una norma, sottolinea Pipitone, “di cui non si accorse quasi nessuno”. Forse anche perché il decreto restò in vigore per meno di dieci giorni e fu ritirato per l’opposizione di Di Pietro in compagnia dei colleghi di Mani Pulite. Destinato a maggiore longevità fu, l’anno successivo, il ddl di Lamberto Dini che rendeva “più difficile da applicare l’arresto per i reati di mafia” per il fatto che “da obbligatorio diventava facoltativo”. Pipitone precisa non senza malizia che questa legge fu votata da centrodestra e centrosinistra (contrari solo Verdi e Lega). Terzo cedimento è quello imputato al guardasigilli Giovanni Maria Flick che, per conto del governo Prodi, nel 1997 dispose la chiusura delle carceri di Pianosa e dell’Asinara. Il quarto è riconducibile a Piero Fassino e Giorgio Napolitano, i quali con la legge che prese il loro nome, imposero ai collaboratori di giustizia di raccontare tutto quello che sapevano entro sei mesi: non era “l’abolizione dei pentiti come chiedeva sempre Riina col papello”, ma poco ci mancava, chiosa Pipitone. Con la quinta concessione riecco Forza Italia che, tornata al potere, “trasformò il 41 bis da misura straordinaria e provvisoria a stabile”. Parrebbe un inasprimento? Macché. La maggiore severità era solo apparente, sostiene Pipitone dal momento che “una volta stabilizzato, il regime del carcere duro per mafiosi è pure più semplice da revocare”. Al di là di assoluzioni e condanne, questa versione degli accadimenti - ne siamo sicuri - è destinata ad entrare con impercettibili varianti nei libri di storia e nel comune sentire del nostro Paese. Come è accaduto per la vicenda di Salvatore Giuliano, il tentato golpe del 1964, le stragi degli anni Settanta, il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro e molti altri casi. Tutti “misteri” riconducibili nella vulgata corrente a settori “deviati” dello Stato. I politici coinvolti - in particolare quelli di centrosinistra - si sono fin qui prodotti al massimo in puntualizzazioni su quel che riguardava la loro persona o quella di loro familiari. Ma - tranne uno: Emanuele Macaluso - sono stati tutti concordi nel non affrontare la questione nel suo insieme, nel trascurare il danno che si è andato creando all’immagine della loro storia. E tutto lascia credere che anche stavolta andrà allo stesso modo. Lombardia. A Carlo Lio la delega sui problemi psichiatrici in carcere Il Giorno, 29 settembre 2021 A maggio il Consiglio di Stato aveva imposto alla Regione Lombardia di rimuoverlo dalla carica di Difensore Civico per “mancanza di titoli”. E così è avvenuto. Ieri, però, la Giunta lombarda gli ha affidato un nuovo incarico, per l’esattezza l’incarico di consulente del governatore Attilio Fontana per il “Monitoraggio e lo studio di percorsi di accompagnamento, in raccordo con le aziende sanitarie, per la gestione delle problematiche psichiatriche nelle carceri lombarde”. Risultato: intorno a Carlo Lio è di nuovo polemica. Ad andare all’attacco dell’esecutivo lombardo sono i consiglieri regionali di opposizione Niccolò Carretta (Azione) e Elisabetta Strada (Lombardi Civici Europeisti), che commentano: “I temi delle deleghe assegnate a Carlo Lio, legati alle fragilità di persone in carcere, ci appaiono di estrema importanza e delicatezza. Le sfaccettature dei disagi psichiatrici rappresentano un problema serio e da affrontare con assoluti professionisti del campo. Dopo la rimozione come Difensore Civico da parte del Consiglio di Stato per mancanza di titoli, avvenuta soltanto a maggio di quest’anno, questa nuova nomina da parte del presidente della Regione ci pare inopportuna. Ci chiediamo quali siano le motivazioni che hanno accompagnato questa nomina, quali competenze e quale formazione abbia Lio per poter essere considerato una “eminente professionalità”, come riportato nella delibera della Giunta, in un ambito tanto delicato quale quello del supporto al presidente della Regione “in merito al monitoraggio e allo studio di percorsi di accompagnamento, in raccordo con le aziende sanitarie, per la gestione delle problematiche psichiatriche nelle carceri lombarde”. La delega affidata a Lio è “a titolo gratuito con rimborso spese”, come si legge sempre nella delibera dell’esecutivo di Palazzo Lombardia. Ma anche su questo punto Carretta e Strada chiedono di vederci chiaro: “Non è specificato nulla, non è specificato quale sia il tetto massimo di questo rimborso spese e cosa includa esattamente”. Proteste e richieste di delucidazioni, quelle appena esposte, che le opposizioni avanzeranno alla Giunta anche in Consiglio regionale, non appena ce ne sarà l’occasione. Benevento. Detenuto suicida in carcere, Mirko era affetto da problemi psichici di Viviana Lanza Il Riformista, 29 settembre 2021 Il Garante regionale dei detenuti Samuele Ciambriello: “Uno scandalo, nessuno li segue”. Dopo aver girato diversi penitenziari italiani, era stato trasferito sabato scorso, 25 settembre, dal carcere di Palermo a quello di Benevento e dopo poche ore, nel pomeriggio di lunedì 27, si è tolto la vita. E’ il dramma di Mirko, 27 anni, detenuto napoletano affetto da problemi psichici. Si tratta del settimo suicidio in Campania dall’inizio del 2021, il secondo nel carcere sannita dopo i casi accertati ad Avellino (2), Poggioreale, Santa Maria Capua Vetere (Caserta) e un giovane in una casa di alloggio sempre nel Casertano. In Italia dall’inizio dell’anno si sono verificati 32 suicidi. A darne notizia è il Garante regionale dei detenuti Samuele Ciambriello. Dopo il suicidio, la magistratura ha aperto una inchiesta e la salma del 27enne verrà sottoposta all’esame autoptico. “Contrariamente alle altre volte, non intendo interrogarmi sulle cause che hanno indotto il giovane detenuto, con problemi psichici, a compiere il gesto estremo” commenta Ciambriello. “Non intendo farlo né per sfuggire alla disamina attenta ed approfondita del dato né per trattare la triste notizia con superficialità ma semplicemente perché la risposta, è ben nota a tutti coloro che sono responsabili di questo ulteriore tragico evento” aggiunge. Poi rincara la dose. Responsabili “solo ed esclusivamente le Istituzioni ai vari livelli: sanitario, dell’amministrazione penitenziaria, della magistratura, dipartimenti di salute mentale e in primis la politica finta e pavida”. Per Ciambriello “i soggetti affetti da problemi psichici” se non possono essere curati” presso strutture alternative e sono costretti a “rimanere in carcere”, vanno “seguiti e monitorati da figure professionali ad hoc e a tempo pieno: in primis psichiatri, tecnici della riabilitazione, psicologi, assistenti sociali. A Benevento, e in tantissimi Istituti penitenziari della Campania non è così”. Nelle carceri campane “mancano da tempo figure professionali. Pur essendoci tanti detenuti che entrano con problemi psichici, in tantissime carceri non c’è il reparto di articolazione psichiatrica o anche dove c’è come a Benevento non c’è lo psichiatra a tempo pieno”. “Per fronteggiare gli innumerevoli casi critici come quello di Mirko, una vita difficile e travagliata, ho chiesto al Provveditore campano dell’Amministrazione penitenziaria di convocare subito un incontro con i responsabili regionali e provinciali della sanità penitenziaria, i garanti territoriali, i presidenti della magistratura di sorveglianza. Quattro detenuti su dieci in Campania - conclude Ciambriello - hanno problematiche psichiatriche, mentre il 65% convive con un disturbo della personalità e nel 2020 la percentuale degli psicofarmaci somministrati ai detenuti rappresenta il 43% dell’utilizzo complessivo di farmaci”. Roma. Un Polo universitario dell’Università Roma Tre dietro le sbarre di Rebibbia di Marta Rizzo La Repubblica, 29 settembre 2021 Le proposte per nuove regole detentive nel rispetto delle persone. Tutela e formazione degli individui reclusi: l’Associazione Antigone avanza un progetto per il nuovo regolamento penitenziario che rispetti le persone. Le esigenze dei cittadini detenuti. L’Associazione Antigone per un nuovo regolamento penitenziario chiede più contatti telefonici e visivi, riduzione dell’isolamento, prevenzione degli abusi e molto altro. Contemporaneamente, inaugura un importante percorso concreto per ridurre il potenziale criminale della persona detenuta garantendo progetti di formazione universitaria, assieme all’Università Roma Tre, presso il carcere di Rebibbia, dove nasce un Polo dello stesso Ateneo, destinato ai detenuti. Le proposte di Antigone per un nuovo sistema penitenziario. L’Associazione Antigone rende note le sue proposte per un netto e concreto cambiamento della vita interna alle carceri. Un nuovo regolamento che dovrebbe garantire i diritti delle persone detenute: dalla salute, ai contatti con i propri affetti, ai diritti delle minoranze (stranieri, donne), a quelli lavorativi, educativi, religiosi; contatti telefonici e visivi; maggiore uso delle tecnologie; un sistema disciplinare orientato al rispetto della dignità di uomini e donne dietro le sbarre; una riduzione dell’uso dell’isolamento; forme di prevenzione degli abusi; sorveglianza dinamica. I fatti recenti confermano problemi annosi. Dopo la sparatoria nel carcere di Frosinone, il 19 settembre scorso, per mano di un detenuto che si è fatto recapitare una pistola attraverso un drone dalle finestre dell’istituto di pena; dopo la nascita di un bimbo in cella, il 10 settembre scorso, la cui madre detenuta non ha potuto essere adeguatamente soccorsa; in un contesto carcerario nel quale suicidi, autolesionismo e torture si susseguono in modo preoccupante e in un annoso perdurare di fenomeni molto gravi, è necessario una regolamentazione della pena che sia dignitosa, come sottolinea il Rapporto di metà anno della stessa Antigone, pubblicato nel luglio scorso. Il Ministro della Giustizia, Marta Cartabia, lo aveva promesso durante la visita effettuata lo scorso 14 luglio, con Mario Draghi, nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, dove sono stati commessi abusi e torture nell’aprile del 2020 a danni di detenuti e per le cui indagini Antigone è stata inserita tra i soggetti offesi. Rebibbia: per un nuovo carcere, con l’università Roma Tre. Tra le promesse fatte a Santa Maria Capua Vetere dal Ministro della Giustizia e dal Presidente del Consiglio, è stata mantenuta quella della nascita di una Commissione ad hoc, affiché venga rinnovato quel regolamento penitenziario de 2000. Il Presidente della Commissione, designato il 14 settembre scorso, è il professore di Diritto Costituzionale di Roma Tre, Marco Ruotolo. Quell’Ordinamento, infatti, pur contenendo un’idea di detenzione fondata sul rispetto della dignità della persona e sul progressivo riavvicinamento alla società esterna, ha bisogno di essere rivisto, soprattutto alla luce dei cambiamenti sociali, culturali, legislativi, tecnologici degli ultimi 20 anni. Inoltre, segnala Antigone, la parte che riguardava gli interventi strutturali richiede piena attuazione. Un sodalizio importante. Per fra nascere il Polo universitario, la Coalizione Italiana per le Libertà e i Diritti civili (Cild) ha già donato 5 pc e stampanti e l’Università Roma Tre sta organizzando i corsi. “L’Università offre un servizio efficiente, con un regolamento che semplifica le pratiche di immatricolazione e iscrizione agli esami e un accesso facilitato di docenti e tutor negli Istituti del Lazio”, spiega professor Ruotolo che, oltre a presiedere la Commissione per la Riforma Penitenziaria, con Luca Pietromarchi (Rettore Università Roma Tre), e altri professori dell’Ateneo romano, sta coordinando i corsi con la Direzione di Rebibbia. Mauro Palma, garante dei detenuti. “Bisogna che il tempo del carcere non sia più tempo vuoto, ma tempo consapevole. Molte le dichiarazioni recenti sul carcere. Senz’altro un dato positivo, rispetto ai frequenti silenzi su questo mondo che appare spesso al di là non solo di alti muri materiali, ma anche di altrettanto alti muri ideali. Tuttavia - ha aggiunto Mauro Palma - sembra scarso il riflesso che queste parole determinano sulla realtà vissuta da chi è ristretto in quei luoghi e sull’effettività dei loro diritti. Così, accanto a parole lodevoli è urgente attendersi consistenti cambiamenti che portino a riconfigurare il tempo della detenzione, non come tempo della ‘sospensione’ della vita. Perché altrimenti il tempo vuoto, il tempo dell’assenza finisce con l’essere non solo una parentesi inaccettabile, ma anche una esperienza illegittimità, illegale”. Patrizio Gonnella, presidente di “Antigone”. “Bisogna umanizzare il carcere, ecco il punto. C’è bisogno di una svolta per modernizzare la vita penitenziaria in questa direzione. E in questa direzione va la nomina della commissione ministeriale presieduta dal professor Marco Ruotolo. Sarebbe importante anche l’approvazione di un nuovo regolamento che aumenti le possibilità di contatto con l’esterno, riduca l’impatto disciplinare e consenta l’uso delle tecnologie. Incentivare e incoraggiare lo studio universitario - ha detto ancora Gonnella - è determinante per contrastare le forme di recidiva. Il fatto che l’università Roma Tre favorisca la nascita di un Polo dentro il carcere di Rebibbia è di grande rilievo culturale e sociale”. Marco Ruotolo: “Già 65 persone iscritte ai corsi”. “E’ un importante ponte tra il dentro e il fuori - ha sottolineato - la Direzione di Roma Rebibbia e il Provveditorato regionale dell’Amministrazione penitenziaria si sono uniti con forza per la nascita del Polo universitario di Roma Tre presso l’istituto di pena romano. Questo significa garantire spazi e strumenti per lo studio alle persone ivi detenute e iscritte ai corsi di laurea dell’Ateneo. È una tappa importante in un processo decennale che ha visto la nostra università prestare servizio in tutte le carceri del Lazio. Oggi abbiamo 65 persone detenute iscritte ai nostri Corsi di laurea e questo risultato è stato raggiunto grazie al contributo di tutti” Roma. “Liberati” gli ultimi bimbi da Rebibbia, la Garante: “Mai più donne con figli in carcere” di Serena Console Il Riformista, 29 settembre 2021 “Oggi è uscita dal Nido di Rebibbia l’ultima mamma con i suoi bambini per andare ai domiciliari”. Poche righe su Facebook per celebrare un successo per cui si è lavorato a lungo. E non nasconde l’entusiasmo Gabriella Stramaccioni, Garante dei Detenuti di Roma. Raggiunta dal Riformista, Stramaccioni racconta l’evoluzione del percorso di svuotamento di una struttura che “non dovrebbe accogliere bambini”. Con perentorietà, sottolinea che in questi siti non dovrebbero esserci minori. Per loro, infatti, ci sono spazi pensati per tenerli lontani dal carcere, dove poter condurre una vita quanto meno normale. ‘No’ al carcere come ultima ratio La Garante si è infatti attivata sin dal suo insediamento per svuotare il Nido di Rebibbia. “Quattro anni fa, circa, il Nido ospitava tra le 12 e le 15 donne con minori a carico”, racconta Stramaccioni che precisa come la pandemia abbia determinato un’accelerazione sulla ricerca di soluzioni alternative, come la detenzione domiciliare o l’ingresso in strutture specifiche quale è la Casa di Leda. La Garante precisa che nell’ultimo periodo, il Nido di Rebibbia ha ospitato quattro donne. Ma a determinare la conquista odierna è stata una maggiore consapevolezza delle condizioni in cui sono costretti a vivere i minori. La Garante riconosce l’impegno di Marco Patarnello, magistrato di sorveglianza a Roma, che “grazie alla sua sensibilità, è stato capace di valutare soluzioni alternative e adatte per le donne con bambini a carico”, ribadisce Stramaccioni che respinge l’ipotesi di carcere come ultima ratio per le mamme con figli. E per la Garante dei detenuti di Roma è fondamentale il lavoro dell’associazione “A Roma, Insieme”, che propone diverse iniziative per garantire ai minori una permanenza più piacevole nel Nido. L’associazione di volontariato, nata nel 1990, da diciassette anni organizza i “Sabati di libertà”, con attività esterne al Nido per i bambini e le bambini, come gite nei parchi cittadini, al Bioparco e dovunque si possano creare momenti di gioco, scoperta e di svago. Ma anche queste attività sono state stravolte dal Covid-19. Come racconta Stramaccioni, nel Nido sono stati irrigiditi i protocolli per prevenire il contagio del virus. E questo ha pesato in particolar modo sui bambini, che hanno dovuto ridurre i contatti tra loro. Ma prosegue l’impegno per il futuro, sostiene la Garante: “Mai più mamme e bambini in carcere, mai più donne in stato di gravidanza in carcere”. Non è più tollerabile, infatti, che le donne incinte siano in un istituto penitenziario e, come successo lo scorso mese, queste siano costrette a partorire in cella. Per questo, rilancia Stramaccioni, si continuerà a lavorare affinché ciò non accada più. Napoli. “Tribunale di Sorveglianza in tilt, subito più controlli e risorse” di Viviana Lanza Il Riformista, 29 settembre 2021 La denuncia degli avvocati. Perché non c’è un magistrato di Sorveglianza in ogni carcere? Se ci fosse, come si auspicava trent’anni fa anche sulla base di quanto previsto dalla legge, oggi le carceri sarebbero forse diverse e funzionerebbe diversamente, e forse meglio, anche il settore dell’esecuzione della pena. Oggi, invece, la situazione è tale per cui un magistrato di Sorveglianza non riesce neppure a svolgere adeguatamente la funzione più strettamente giurisdizionali. “I Tribunali di Sorveglianza di tutta Italia, salvo qualche lodevole eccezione, versano in uno stato totale di abbandono e disorganizzazione che, di fatto, impedisce il rispetto dei principi costituzionali”, tuonano gli avvocati penalisti napoletani. La Camera penale partenopea, guidata da Marco Campora, ha presentato una mozione, approvata al Congresso dell’Unione Camere Penali Italiane, per chiedere maggiore attenzione al tema delle carceri e, in particolare, al funzionamento del Tribunale di Sorveglianza. La mozione è stata presentata dagli avvocati Alessandra Cangiano, Valerio Esposito, Errico Frojo, Carmine Ippolito e Angelo Mastrocola, delegati al congresso. Riflettori puntati, quindi, sullo sfascio dei Tribunali di Sorveglianza a cominciare da quello di Napoli che, secondo i penalisti, “si caratterizza per il sistematico diniego di giustizia”. Troppi arretrati, troppe decisioni prese in ritardo, troppi vuoti negli organici. Per far fronte a tante criticità, i penalisti napoletani chiedono quindi un’attività incessante di monitoraggio e, se necessario, di denuncia sul funzionamento dei Tribunali di Sorveglianza e un pressing su Governo, partiti politici e istituzioni affinché si intervenga stanziando più risorse per questo settore della giustizia da sempre trascurato. “Questo sfascio - si legge nella mozione - non appare casuale, ma frutto presumibilmente di un cinico calcolo politico. In presenza di risorse insufficienti si è deciso di tagliare soprattutto nel settore più debole, di chi non ha voce, di chi non ha protettori e semplicemente non produce consenso”. Ora, in vista dei fondi che arriveranno dall’Europa, i penalisti di Napoli chiedono che “una parte considerevole delle risorse per la giustizia provenienti dal Recovery Plan siano destinate all’Ufficio e al Tribunale di Sorveglianza che è oggettivamente il settore della giustizia in questo momento più allo stremo, ove è innanzitutto necessario implementare massimamente la pianta organica. Così come riteniamo essenziale che si diano forza, sostegno e idee a ogni progetto che miri a ricondurre la pena detentiva alla funzione e al ruolo che le è proprio, cioè quello di extrema ratio”. “Ammassare sempre più corpi in luoghi sempre più angusti e fatiscenti senza offrire loro una speranza e una possibilità di riscatto - aggiungono - non può che condurre a una violenza nichilista quale quella a cui abbiamo assistito negli ultimi due anni. Violenza a cui si è risposto con un’indegna e feroce violenza di Stato che ha rappresentato uno dei momenti più bui della nostra recente storia repubblicana. I pestaggi avvenuti in molti penitenziari italiani non sono stati un fulmine a ciel sereno: da un lato, sono figli di un pensiero, sedimentato nella società, che individua i reclusi come relitti privi di ogni diritto, e dall’altro della disorganizzazione di un sistema che, intriso di una burocratizzazione disumanizzante, ha da tempo smarrito il senso della sua funzione”. Di qui l’amara constatazione: “Trent’anni fa si auspicava un magistrato di Sorveglianza presente nelle carceri che controllasse adeguatamente il rispetto dei diritti umani nelle concrete modalità di espiazione della pena. Oggi tutto questo appare come una chimera”. A dare speranza c’è solo la possibilità di una riforma. “Va superata la visione carcerocentrica - precisano i penalisti - E occorrono risorse e una diversa visione”. Milano. Cos’è questa idea di “chiudere” il carcere di San Vittore? milanotoday.it, 29 settembre 2021 Il centrodestra (ri)propone l’idea. Tra i contrari più decisi i Radicali. Lipparini deciso: “La qualità di una società si misura dalla qualità delle prigioni”. San Vittore sì, San Vittore no. Negli ultimi giorni a Milano è (ri)tornata alla ribalta l’idea di chiudere la casa circondariale di piazza Filangieri spostando i detenuti in un’altra zona della città - evidentemente più in periferia - e regalando alla struttura una nuova vita. A riportare al centro del dibattito la questione è stato il centrodestra, con il candidato sindaco Luca Bernardo che ha inserito il “problema” nel proprio programma in vista delle prossime elezioni comunali. Il primario di pediatria del Fatebenefratelli, sostenuto da Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia, ha avanzato anche delle proposte alternative. Una sarebbe trasformare la casa circondariale nella sede di strutture culturali come la Biblioteca europea, che doveva nascere a City Life ma che non fu mai realizzata. Oppure, si legge ancora nei “buoni propositi” del centrodestra, spostare i detenuti per trovare “spazi per esposizioni temporanee di sculture, pitture o installazioni artistiche, sede di raccolte fotografiche e artistiche di importanti enti o istituzioni milanesi, piuttosto che uno spazio dove esporre le tante opere che giacciono nelle cantine e nei depositi di importanti musei milanesi e italiani”. Insomma: cultura, mostre e museo anziché il carcere, conservando la struttura, del 1879, e ‘abbellendola’ con un parco pubblico intorno. La voce contraria più forte è arrivata dai Radicali, che da sempre puntano sulla centralità - anche geografica - delle carceri nelle città per evitare di escludere i reclusi dalla vita sociale. Lunedì sera, in occasione del convegno “Carcere e territorio”, sul tema è intervenuto di nuovo Lorenzo Lipparini, assessore per la partecipazione, cittadinanza attiva e open data del comune oltre che capolista di “MilanoRadicale”, tra le cui fila c’è anche Luigi Pagano, ex direttore proprio di San Vittore. “Milano è l’unica città italiana che ha quattro istituti di pena all’interno del proprio territorio comunale sebbene i nomi possano trarre in inganno indicando altre realtà dell’hinterland. La popolazione carceraria è parte integrante della popolazione della città e deve avere garantiti i servizi”, ha rimarcato Lipparini. “Infatti, la qualità di una società si misura dalla qualità delle proprie prigioni. Fondamentali sono gli accessi alla cura, ai servizi civici e ai diritti elettorali per chi li ha conservati. Il diritto al lavoro è premessa di un reinserimento nella società come da costituzione: la pena carceraria è pensata per il recupero e il reinserimento della persona per cui gli istituti di pena devono essere pienamente connessi con la società attorno, anche per garantire alle associazioni di sostegno di svolgere pienamente il loro lavoro, ai parenti dei detenuti di raggiungerli con facilità, e ai carcerati di poter uscire per seguire le eventuali misure alternative”, ha ribadito l’esponente radicale. E ancora: “Se si svolge un percorso del genere si sviluppa più sicurezza in quanto si fa diminuire il fenomeno di recidiva da parte dei rei. Noi radicali siamo gli unici che ci poniamo un tema del genere collocandolo al centro del nostro programma elettorale per le prossime amministrative”. Quello delle scorse ore è solo l’ultimo “richiamo”, in ordine di tempo, dei Radicali al candidato del centrodestra. “Bernardo propone di ‘eliminare’ San Vittore dagli occhi e dal cuore dei milanesi, per ‘riqualificare’ il quartiere in cui si trova”, la “punzecchiata” di Pagano e Lipparini arrivata nei giorni scorsi. “A prescindere dagli interventi sul quartiere, si tratta di una proposta senza prospettiva, perché nulla dice sui luoghi prescelti per andare a creare una nuova casa circondariale, che né Opera né Bollate potrebbero mai diventare. Al contrario, recuperando i due reparti ancora chiusi di San Vittore si risolverebbe anche il problema del sovraffollamento”, avevano argomentato, sottolineando poi che “il carcere deve restare parte integrante della città, perché parte integrante della società siano le persone detenute che nella città dovranno potersi reinserire al meglio, anche per ridurre il rischio di recidiva”. È innegabile, però, che la situazione a San Vittore non sia delle migliori, con indici di sovraffollamento palesi. La soluzione sarà chiudere il carcere di piazza Filangieri e aprirne un altro? San Gimignano (Si). “Il detenuto aveva una ferita sul viso” di Laura Valdesi La Nazione, 29 settembre 2021 Al via le prime testimonianze nel processo a cinque operatori della polizia penitenziaria per tortura. “Ho sempre riferito ciò che ho ascoltato. Il modo in cui l’hanno fatto mi fa pensare che fossero autentiche”. E ancora: “Il 12 ottobre 2018 i quattro detenuti che seguivo mi dissero di aver assistito a maltrattamenti ai danni di un carcerato, mentre veniva spostato da una quindicina di persone in un’altra cella”. Un altro passaggio: “Sostenevano di essere preoccupati perché avevano giudicato eccessivo... non hanno capito il senso dell’intervento. Temevano che potesse accadere anche a loro”. Frammenti della testimonianza del funzionario giuridico pedagogico del carcere di Ranza Ivana Bruno. Primo testimone nel processo che vede cinque operatori della polizia penitenziaria in servizio a San Gimignano nel 2018 accusati di torture nei confronti di un detenuto tunisino. Il primo colpo di scena del dibattimento è stato scoprire che uno dei carcerati ha rinunciato alla costituzione di parte civile. Non c’era infatti il suo avvocato. Poi il pm Valentina Magnini ha iniziato il fuoco di fila di domande al funzionario giuridico pedagogico che si occupava dei reclusi nel settore di alta sicurezza. Ma non del tunisino al centro della spedizione punitiva, questa l’accusa, che viene raccontata in un video, prova quest’ultima ammessa nell’udienza del 13 luglio dal collegio. Non era a Ranza, Bruno, il giorno dei maltrattamenti. Ci andò l’indomani. Ricostruisce come detto il colloquio con i quattro detenuti che seguiva. “Riferirono che dalla cella dove il carcerato venne trasferito sentivano i lamenti della persona”, spiega al pm Magnini. Il video che viene ritenuto prova regina del processo dalla procura lei però non l’ha mai visto. Racconta però di quando vide, proprio il 12 ottobre, il giorno dopo il trasferimento di cella, il tunisino: “Cercai di scorgere eventuali segni. Indossava pantaloni lunghi, notai una ferita nel sopracciglio e un graffio sul viso”. E quando l’avvocato Manfredi Biotti chiede come mai non s’interessò di lui visto il racconto che le avevano fatto, spiega di aver ritenuto “più corretto che venisse fatto dalla collega che lo aveva in carico”. Che sarà un processo spigoloso si capisce subito dai ripetuti interventi del presidente Luciano Costantini per ricordare, ad accusa e difesa, “che al tribunale interessa soprattutto cosa è accaduto l’11 ottobre, chiaro? Non sono ammesse domande fuori dal capo d’imputazione. Saremo rigidi”. Durante la deposizione di Bruno, sollecitata dall’avvocato Michele Passione per il Garante nazionale dei detenuti che è una delle parti civili, emerge che i cinque imputati le tolsero il saluto. A più riprese le domande vertono sul fatto che gli operatori della penitenziaria, nella prima fase, frequentavano l’istituto. “Li vedevo entrare in segreteria”, ribadisce la testimone. Dopo la sua lunga deposizione è seguita ieri quella della psicologa Lisa Lari che adesso è all’Asl Toscana Sud Est. Non ricorda il tunisino, tantomeno qualcuno le segnalò il suo caso affinché fosse seguito visto che lei si occupava degli interventi obbligatori di sostegno (Ios). Mancava un terzo testimone che sarà ascoltato nell’udienza del 28 ottobre dove presidente sarà il giudice Simone Spina insieme ai colleghi Elena Pollini e Francesco Cerretelli. Il 4 novembre toccherà tra l’altro a tre detenuti che hanno denunciato e il 25 novembre ci sarà addirittura udienza un’intera giornata dedicata sempre ai testimoni del pm Magnini. Spoleto (Pg). “L’amore… oltre le catene”, progetto della Caritas a favore dei detenuti lavoce.it, 29 settembre 2021 “L’amore… oltre le catene” è il nuovo progetto che la Caritas diocesana di Spoleto-Norcia promuove a favore dei detenuti in collaborazione con la Casa di reclusione di Spoleto. Domenica 3 ottobre, in tutte le parrocchie dell’Archidiocesi si terrà una raccolta straordinaria di prodotti per l’igiene del corpo (bagnoschiuma, shampoo, sapone liquido ecc.), indumenti sportivi e scarpe da ginnastica (anche usati, se in buono stato) a favore dei detenuti di media sorveglianza. “Questa attenzione ai detenuti -afferma il direttore della Caritas don Edoardo Rossi - trova fondamento nel capitolo 25 del Vangelo di Matteo dove tra l’altro c’è scritto: …ero carcerato e siete venuto a visitarmi. Questi fratelli e sorelle hanno commesso dei reati, ma come cristiani abbiamo il compito di visitarli e di soccorrerli, dobbiamo impegnarci ad abbattere in noi e nella società dove viviamo il muro del giudizio e del pregiudizio. La raccolta straordinaria di domenica prossima -prosegue don Edoardo- è a favore dei detenuti di medio sorveglianza, ossia quelli più poveri, rifiutati spesso anche dalla famiglia e per i quali gli aiuti dello Stato non sempre sono sufficienti. Il carcere metterà a disposizione una stanza per sistemare i prodotti e una volta a settimana gli operatori della Caritas andranno per la consegna. Al di là del pacco - conclude il direttore della Caritas diocesana - attraverso il progetto L’amore…oltre le catene, siamo interessati ad avviare un colloquio con queste persone per non farle sentire sole, per dire loro che la speranza non muore mai, che come cristiani ci siamo e non giudichiamo nessuno. Sempre con il carcere, poi, stiamo avviando delle iniziative in collaborazione con alcune scuole del territorio”. “Ragazzi da paura”, da Braucci un film girato nel carcere di Nisida di Luca Marconi Corriere del Mezzogiorno, 29 settembre 2021 Il corto scritto dai giovani detenuti con Maurizio Braucci ha vinto il Premio Transit a Cortonero. “Ragazzi da paura” per la regia di Maurizio Braucci è un cortometraggio del 2019, frutto di un laboratorio di sceneggiatura con un gruppo di giovani detenuti del carcere minorile di Airola, in provincia di Benevento. “Il laboratorio ha avuto lo scopo di sollecitare i suoi partecipanti a una riflessione critica sul modello maschile, machista e patriarcale, che porta molti giovani a commettere reati intenzionali violenti. In alternativa a tale modello, il laboratorio svolto ad Airola ha costruito una sceneggiatura collettiva che contempla la sensibilità e la fragilità dell’adolescenza maschile”. Il corto, girato nel carcere di Nisida con ragazzi per attori assieme al tutor Luca Caiazzo (ovvero il rapper Lucariello, sempre accorto al sociale), “vuole ricordare al pubblico che molti ragazzi definiti “giovani criminali” sono in realtà il frutto di un immaginario violento che nasconde profonde problematiche psicologiche e sociali, specie in realtà come quella campana dove la condizione giovanile è spesso disperata”. “Ragazzi da paura” ha per vero protagonista un’ombra, ovvero una occasione di vita perduta e per questo in pochi minuti riesce a dire tante cose, mettendo giovani detenuti terrorizzati di fronte allo “spettacolo” dei resti di una vita sprecata. Non a caso ha vinto il Premio Transit nel festival Cortonero 2020. Il laboratorio di sceneggiatura nel carcere di Airola è stato promosso dall’associazione THE CO2-Crisis Opportunity Onlus. Un nuovo contratto sociale ci salverà di Gianni Riotta La Repubblica, 29 settembre 2021 Nel primo capitolo del capolavoro di Lev Tolstoj “Guerra e Pace”, durante lo sfarzoso ricevimento nel salotto aristocratico di Anna Pavlovna, il giovane e focoso liberale Pierre Bezuchov invoca, davanti alla nobiltà zarista, gli ideali francesi del 1789, impugnati da Napoleone, esclamando “La rivoluzione è stata un evento di immensa portata”. Gli ospiti son indignati e, sprezzante, un visconte conservatore sibila “Contrat Social!”. Il titolo del saggio del 1762 del filosofo Jean-Jacques Rousseau diventa, nelle sale lucenti dell’impero, slogan feroce contro i sogni di Bezuchov e basta ad umiliarlo davanti agli ultimi feudatari. Fossero oggi tra noi, quei personaggi litigherebbero, come allora, sul “Contrat social”, quello del XXI secolo stavolta, cui il saggista americano Alec Ross dedica il suo nuovo volume, I furiosi anni Venti, la guerra fra aziende, stati e persone per un nuovo stato sociale, tradotto da Giancarlo Carlotti per Feltrinelli. Secondo Ross, che creò, da pioniere, la strategia politica dei social media per Obama e fu poi braccio destro di Hillary Clinton Segretaria di Stato, i mali del nostro tempo, disuguaglianze e populismo, che innescano ritorno del sovranismo e radicano la diffidenza nei movimenti No Vax e No Greenpass, sono generati dalla rottura del contratto sociale classico. Dai primi esperimenti del cancelliere Bismarck in Germania, al New Deal e alla Social Security Usa, fino al welfare seguito in Europa alla Seconda Guerra Mondiale, per generazioni, il mondo occidentale, dopo i secoli dell’agricoltura, la rivoluzione industriale e i movimenti di classe, era persuaso che ogni neonato, in ogni famiglia, sarebbe stato più abbiente di genitori e nonni. Questa formula, dimostra Ross in pagine ricche di interviste, dati, episodi, si è spezzata, arricchendo all’infinito il top 1% della classe dirigente, soprattutto quella nutrita dal boom tecnologico della New Economy digitale, impoverendo sempre di più chi sta sotto la linea del 50% nella piramide sociale, e lasciando stagnare la ricchezza del ceto medio. I poveri hanno perso in 30 anni 770 miliardi di euro nella loro vita quotidiana, i ricchi, pochissimi di numero, ne hanno guadagnati 18.000, operai e impiegati, “tute blu” e “colletti bianchi” del boom economico anni ‘50 e ‘60, languono nell’immobilismo. Quando la scala mobile sociale si blocca, e la speranza di veder progredire la propria famiglia diventa paura di cadere nella miseria, l’armonia sociale si spezza e il risentimento si moltiplica, anche perché, denuncia Alec Ross, non è più all’opera un robusto movimento sindacale popolare, capace di rappresentare valori e interessi degli ultimi. Su questa trincea ideologica, letteratura scientifica e pamphlet politici tendono a schierarsi, da una parte o dall’altra. Critici risoluti della globalizzazione, dal Nobel Stiglitz al polemista tardo-marxista Žižek, dal regista premio Oscar Moore al linguista militante Chomsky, vedono un mercato nocivo dominare il 2021. Sullo spalto opposto, voci come l’economista Bhagwati, il columnist del New York Times Friedman, l’ex direttore dell’Economist Emmott riflettono sulla gigantesca ondata di benessere che ha sollevato dalla fame miliardi di esseri umani, in India, in Cina, in America Latina, dopo millenni di miseria, grazie ai liberi scambi. Alec Ross, in sintonia con altri studiosi, da Moises Naim a Enrico Moretti, offre un punto di vista alternativo, riconoscendo come tecnologia, culture digitali, mercati internazionali possano sì creare una nuova geografia del lavoro, a patto però di approvare quel nuovo “contratto sociale”, che indigna in Italia, in Europa e negli Stati Uniti, gli eredi del visconte di Tolstoj contro riders, salario minimo garantito, ricercatori pagati appena 1200 euro al mese. Da tempo, l’autore è interessato all’Italia, ha studiato a Bologna e insegnato, nei giorni peggiori del Covid, alla Bologna Business School, dopo seminari a Columbia University e King’s College. L’introduzione all’edizione italiana è dunque libro nel libro, perché Ross articola sul nostro paese la sua disamina. Al governo di Mario Draghi, ai media e alla classe dirigente Alec Ross indirizza, risoluto, quattro strategie: “Primo: la digitalizzazione... La lentezza italiana nella costruzione delle infrastrutture digitali costa cara... Dobbiamo intervenire sulle barriere strutturali che stanno frenando la digitalizzazione in Italia e la ricchezza che può creare. Secondo: dobbiamo aiutare una nuova generazione a emergere. Credo di essere ancora giovane... ma i Ceo di tutte le aziende in cui abbiamo investito \[con il nostro fondo\] sono più giovani di me... Microsoft, Google, Amazon, Facebook, Twitter, AirBnB sono state fondate da ventenni. I giovani commettono errori, ma vedono il mondo con occhi ambiziosi. L’Italia ha bisogno di queste nuove visioni e di queste ambizioni per ricostruirsi. Terzo: più potere alle donne. Le donne sono la risorsa più sottoutilizzata nell’economia italiana. Non credo che dovremmo dar loro potere solo perché è corretto dal punto di vista della giustizia sociale, ma perché è interesse delle imprese e dell’economia... Quarto: dobbiamo essere più ottimisti perché soltanto gli ottimisti cambiano il mondo. I pessimisti non inventano nulla di nuovo e non fanno rivoluzioni... Per stare lontani dal crepuscolo grigio dobbiamo sforzarci di essere ottimisti, di combattere e vincere”. I furiosi anni Venti offrono scenari desolanti, campagne devastate da politiche errate, periferie alienate dalla disoccupazione, nazioni spogliate dal disastro climatico, tecnologie usate per alzare dividendi e non posti di lavoro: eppure, mai, Alec Ross perde la speranza “sociale” in un avvenire migliore. Questa tradizionale passione “yankee” rende il suo saggio imperdibile, soprattutto in un paese, come il nostro, che non cresce da una generazione e rischia di declinare per sempre, se non gioca con sagacia e coraggio le carte del piano europeo Pnrr. In queste pagine ci sono i nostri destini, crescita o sconfitta, e le agende per affrontarli. Come, e se farlo, è scelta decisiva per le coscienze di una nazione intera. L’Europa si scopre più povera, cresce l’allarme sociale. E l’Italia che cosa fa? di Paolo Riva Corriere della Sera, 29 settembre 2021 In nove Paesi Ue crescono gli indigenti e si allarga la forbice rispetto ai “ricchi”. Da noi oltre 5,6 milioni di persone colpite, è il dato più alto dal 2005. I soldi del Pnrr (e altri 14,5 miliardi in arrivo) serviranno solo se creano lavoro. Sacchi (Politecnico): “Il Reddito di cittadinanza va cambiato, finora ha fallito”. Con la pandemia la povertà in Europa è tornare a crescere. Il Covid-19 ha creato vecchi e nuovi indigenti cui la ripresa, fortemente sostenuta dall’Ue, dovrà dare risposte. “La pandemia - dice Sabrina Iannazzone della Rete europea contro la povertà - ha evidenziato il declino del modello dello Stato sociale attaccato durante la precedente crisi, quando l’austerità ha colmato i grandi deficit pubblici”. A pagarne il prezzo maggiore sono lavoratori indipendenti e atipici, bambini vulnerabili, famiglie a basso reddito, rom e cittadini stranieri. Secondo Eurostat il rischio di povertà, nel 2020, è aumentato in almeno nove Stati europei. L’Italia è uno di questi: lo scorso anno le persone in povertà assoluta sono salite a 5,6 milioni, il dato più alto dal 2005. “La tendenza sembra essere una forbice che si apre sempre più”, riflette don Marco Pagniello di Caritas Italiana. “Da una parte - prosegue - c’è chi ha resistito alla pandemia, trovando anche maggiori opportunità. Dall’altra, chi è scivolato dal ceto medio in povertà”. In questo contesto, a maggio, i capi di Stato e governo europei hanno firmato la dichiarazione di Porto, per un’Ue più attenta alle questioni sociali. Tra gli obiettivi da raggiungere entro il 2030 c’è anche una diminuzione di almeno 15 milioni di persone tra quelle a rischio povertà. È un traguardo ambizioso perché già prima della pandemia erano più di 92 milioni e perché la dimensione sociale dell’Unione è sempre stata meno forte di quella economico-finanziaria, per la quale le istituzioni comunitarie hanno maggiori competenze. Eppure, spiega l’analista dell’European Policy Centre Laura Rayner, “nonostante le sue limitazioni sulla politica sociale ci sono molti altri modi in cui l’Ue può contribuire a ridurre la povertà: oltre a fissare degli obiettivi, attraverso i flussi di finanziamento può indirizzare gli Stati membri a spendere su questioni che ritiene necessarie”. Il Fondo Sociale Europeo Plus, da qui al 2027, metterà a disposizione del nostro Paese 14,5 miliardi di euro tratti dal bilancio ordinario Ue. Poi ci sono gli oltre 200 miliardi straordinari di Next Generation Eu, che in larga parte finanziano il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). “Non tutto il Pnrr - argomenta Lorenzo Bandera di Percorsi di secondo welfare - è destinato al contrasto diretto della povertà, ma potrebbe creare condizioni in cui la povertà fatichi ad attecchire. Le misure contro la povertà infatti - sostiene il ricercatore - difficilmente hanno un impatto significativo se non si creano crescita e sviluppo”. È proprio quello che dovrebbe produrre il Pnrr, con gli investimenti per ambiente e digitale chiamati a generare nuovi posti di lavoro, auspicabilmente di qualità. Non solo. Nel piano è inserita anche una riforma delle politiche attive per il lavoro da 4,4 miliardi. Il collegamento tra il Piano nazionale di ripresa e resilienza e il Reddito di cittadinanza, la principale misura di contrasto alla povertà italiana, sta proprio qui. Il Reddito di cittadinanza, approvato nel gennaio 2019 dal primo governo Conte, ha coinvolto più di tre milioni di cittadini in difficoltà: è stato un sostegno importante, soprattutto in pandemia, ma è stato poco efficace nell’ accompagnare le persone a trovare un lavoro. “Perché è stato disegnato male e perché, tendenzialmente, i due terzi dei percettori non sono attivabili. Non perché vogliono stare sul divano, ma perché sono minori, inabili o svolgono compiti di cura”: a dirlo è Stefano Sacchi, docente del Politecnico di Torino e membro del comitato scientifico dell’Alleanza contro la povertà in Italia. L’Alleanza, da tempo e con forza, chiede al Governo di confermare il reddito di cittadinanza, ma anche di migliorarlo. Ha fatto diverse proposte concrete, tra cui dare più fondi alle famiglie numerose, garantire contributi anche agli stranieri in Italia da due anni (ora quelli richiesti sono dieci) ed evitare la cosiddetta trappola della povertà. “Oggi - riprende Sacchi - il Reddito di cittadinanza disincentiva la ricerca di lavoro. Dobbiamo farlo diventare uno strumento che aiuti chi può a rientrare nell’occupazione senza penalizzare chi non può. Purtroppo però, a mio giudizio, la parte sulle politiche attive del lavoro è una delle più deboli di tutto il Pnrr”. Le politiche attive aiutano una persona a inserirsi o reinserirsi nel mondo del lavoro, offrendo, quando servono, nuove o diverse competenze. Averne di efficienti sarebbe importante anche per far funzionare meglio il Reddito di cittadinanza, a maggior ragione in un momento in cui i beneficiari probabilmente cresceranno. E cambieranno. Una parte significativa delle persone che ha ricevuto finora questo sostegno era senza un’occupazione da tempo: a volte anni, a volte non l’ha mai avuta. Chi potrebbe aggiungersi, invece, è appena rimasto disoccupato a causa della pandemia: dipendenti e autonomi a bassa retribuzione, in uscita soprattutto da commercio e servizi. “Per aiutare queste persone e far si che ritrovino presto un lavoro - conclude Sacchi - la formazione e l’aggiornamento delle competenze saranno fondamentali”. Salute mentale, una piattaforma di diritti e di lotta di Stefano Cecconi Il Manifesto, 29 settembre 2021 Il 30 settembre, a tre mesi dalla 2aConferenza nazionale “Per una salute mentale di comunità” è convocata un’assemblea del Coordinamento Salute Mentale. Una Conferenza che non ha riguardato tanto e solo la psichiatria quanto la “salute mentale di comunità”: che si realizza nei luoghi di vita delle persone, senza esclusioni e discriminazioni, avendo ben chiaro tutti i determinanti e il contesto sociale in cui si manifestano i disturbi mentale, evitando la logica centrata solo sui posti letto (ospedalieri o residenziali) o sui farmaci. La Conferenza, promossa dal Ministero della Salute dopo ripetute sollecitazioni e due conferenze autoconvocate, ha visto la partecipazione di migliaia di persone. È stata una grande occasione per ascoltare gli operatori, le associazioni di utenti e familiari, i sindacati e la società civile, per raccogliere proposte, critiche e denunce delle numerose debolezze che ancora oggi esistono in molte parti del paese. Questo patrimonio non deve essere disperso: per questo il Coordinamento Salute Mentale ha deciso di continuare la sua attività di rete che collega associazioni e singole persone, e di sollecitare Governo, Conferenza Regioni e Anci a mantenere l’attenzione e gli impegni assunti durante la 2aConferenza. Alcuni di questi impegni è utile ricordarli, seppur brevemente, perché rappresentano anche un’agenda di mobilitazione per la salute mentale: - Assegnare maggiori risorse per la tutela della Salute Mentale. Su questo obiettivo qualcosa si è mosso: per il 2021 sono stati stanziati 60 milioni aggiuntivi per progetti destinati a rafforzare i Dipartimenti di Salute Mentale, superare la contenzione meccanica, la presa in carico dei pazienti con disturbi psichiatrici autori di reato. Sono segnali incoraggianti che però non bastano. Ora è in preparazione la legge di bilancio: servono risorse stabili per la formazione, l’assunzione di personale, il potenziamento dei servizi territoriali, e servono anche gli investimenti del PNRR. - Superare la contenzione nei luoghi della salute mentale, pratica coercitiva inaccettabile: una proposta di Linee Guida è stata inviata dal Ministero della Salute alla Conferenza delle Regioni, che ora vanno approvate. Questo primo passo, per nulla facile né scontato, crediamo debba essere esteso a tutti luoghi sanitari e socio sanitari dove si ricorre alla contenzione. - Assicurare il diritto alla cura delle persone con disturbi mentali autori di reato. Qui va sottolineato come un risultato positivo, ormai imminente, la riattivazione dell’Organismo di monitoraggio sul processo di superamento degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari. Lavoreranno insieme Ministeri della Salute e della Giustizia, Regioni e saranno coinvolti tutti i soggetti interessati, a partire dalla Magistratura. Un Organismo i cui compiti vanno ben oltre l’osservazione di ciò che accade nelle Rems (e che può sollecitare anche l’adozione di misure alternative al carcere) visto che sono le misure non detentive il cuore della legge che ha chiuso gli OPG. - Assumere concrete iniziative tra Governo, Regioni, Comuni per rendere finalmente operativa l’integrazione sociosanitaria, per agire sui determinanti sanitari e non (reddito, casa, lavoro, ecc.) indispensabili per la salute mentale. Qui cito alcuni dei tanti problemi da affrontare e degli impegni emersi nel corso della Conferenza. Sappiamo che non si attueranno spontaneamente, serve una forte mobilitazione sociale che mantenga alta l’attenzione sulle condizioni, sui diritti, spesso negati, delle persone con sofferenza mentale. La Riforma Basaglia ci ha insegnato che la chiusura dei manicomi (come degli OPG e di ogni istituzione totale) va accompagnata dalla mobilitazione per ottenere insieme “diritti, libertà, servizi”. Di tutto questo riprenderemo a discutere nell’ assemblea del 30 settembre prossimo. Migranti. Irregolari, ultimi e vaccinati di Giansandro Merli Il Manifesto, 29 settembre 2021 La campagna di immunizzazione contro il Covid-19 ha raggiunto anche le persone prive di documenti. Ma restano difficoltà e ostacoli per chi è rimasto escluso dall’ultima sanatoria. Il vaccino contro il Covid-19 alla fine è arrivato anche tra gli “invisibili”, i migranti che vivono e lavorano in Italia ma sono incastrati nel limbo dell’irregolarità. Secondo i dati forniti a il manifesto dal ministero della Salute, al 24 settembre erano 45.326 i green pass scaricati da persone in possesso dell’Stp, cioè la tessera per “straniero temporaneamente soggiornante” rilasciata a chi non ha documenti. Due settimane prima erano meno della metà. La particolare classifica è aperta da Campania (16.038), Lombardia (15.629) e Lazio (5.424). Chiudono con numeri irrisori Molise (7) e la provincia autonoma di Trento (8). La casistica dell’Stp è quella più numerosa tra chi ha ricevuto il vaccino senza la tessera sanitaria in tasca, ma non l’unica. Alcuni lo hanno fatto con un codice fiscale generato virtualmente. Altri, i cittadini Ue non registrati nel sistema sanitario, con la tessera Eni per “europeo non iscritto”. Il 26 agosto scorso il commissario straordinario Francesco Paolo Figliuolo ha invitato le regioni, “considerato l’avanzamento della campagna vaccinale”, a “intensificare le misure già in atto rivolte a favorire la vaccinazione di quelle categorie di persone che si trovano in particolari condizioni di disagio o che non risultano al momento censite da tessera sanitaria”. Segno che per loro la campagna vaccinale era in ritardo e a otto mesi dall’inizio andava ancora a singhiozzo. Le difficoltà restano tante. La prima dipende dalle piattaforme di prenotazione della puntura anti Covid: su 19 regioni e 2 province autonome solo 13 danno la possibilità, da poco, di accedere a chi non è iscritto al sistema sanitario nazionale. A maggio l’Emilia-Romagna era l’unica che permetteva di prenotarsi online con codici alternativi a quello della tessera sanitaria. Ancora oggi non è possibile farlo sui siti di Valle d’Aosta, Friuli-Venezia Giulia, Piemonte, Umbria, Lazio, Molise, province autonome di Bolzano e Trento. In questi territori sono state organizzate modalità di vaccinazione alternative: open day, ambulatori mobili, partnership con enti del terzo settore e del privato sociale. I medici dell’Asl Roma 1, per esempio, organizzano uscite ad hoc e iniziative con realtà come Sant’Egidio o Baobab. “Siamo stati dai migranti in transito vicino la stazione Tiburtina, nella palazzina occupata di piazzale delle Province, nei centri per minori abbandonati o per donne vittime di violenza”, racconta Teresa Ierardi, responsabile funzione organizzativa del secondo distretto dell’Asl. La Campania è stata la seconda regione a permettere a Stp ed Eni di prenotarsi come le altre persone, a partire da giugno. “Non volevamo hub vaccinali ghetto, solo per immigrati. La rete Castel Volturno solidale ha avuto una buona interlocuzione con l’assessore alla Sicurezza Mario Morcone e la regione ha dato un segnale di civiltà”, dice Sergio Serraino, coordinatore del locale ambulatorio di Emergency. In Calabria la piattaforma è aperta agli irregolari da metà luglio e si sono fatte anche iniziative mirate. “Nella tendopoli di San Ferdinando il vax day ha raggiunto 172 persone su 210. All’inizio c’era un po’ di diffidenza ma grazie all’attività di informazione si sono convinti quasi tutti”, afferma Mauro Destefano, coordinatore dell’ambulatorio Emergency di Polistena (Rc). La corretta informazione è decisiva per la riuscita della campagna vaccinale, soprattutto nei contesti di marginalità sociale o dove esistono differenze linguistiche. Uno studio pubblicato a luglio da Tavolo asilo e immigrazione e Tavolo immigrazione e salute ha rilevato “sacche di resistenza o perplessità” all’interno dei centri di accoglienza. Tra i 308 intervistati, compresi alcuni italiani in emergenza abitativa, il 37% ha dichiarato di non volere il vaccino e il 20% di essere indeciso. Le motivazioni non sono culturali o religiose, ma riguardano le modalità di acquisizione di informazioni scientificamente infondate. Per questo le associazioni chiedono una “campagna comunicativa specifica e mirata”. Difficoltà più recenti, sorte mentre si superavano gli ostacoli alle prenotazioni online, riguardano l’ottenimento del green pass. Ahmed Echi ha 33 anni e ogni giorno percorre la costa ragusana, tra Punta Braccetto e Gela, con l’ambulatorio mobile di Emergency che assiste i migranti. “Sono principalmente braccianti. Uno su tre è irregolare: tunisini appena sbarcati, persone espulse dal sistema di accoglienza a partire dal 2018”, racconta. Il problema con il certificato verde, che comunque ha spinto molti indecisi a cercare il vaccino, è duplice: “Con l’Stp va tutto bene, ma chi si è prenotato usando il codice fiscale virtuale sta avendo problemi a scaricare il green pass. Chi invece ha ricevuto il vaccino cinese in Marocco o Tunisia non può ottenerlo”. All’altro capo dell’Italia le difficoltà sono analoghe. Loredana Carpentieri lavora tra le vie di Milano per l’Ong fondata da Gino Strada. “Fino a 20 giorni fa il green pass si otteneva solo con la tessera sanitaria - afferma - Adesso si scarica anche con l’Stp, ma rimane fuori chi si è vaccinato usando il codice fiscale autogenerato”. Una rete di associazioni sta facendo pressioni sulle autorità regionali affinché risolvano il problema. Intanto dal 9 settembre è partita la vaccinazione di chi sbarca a Lampedusa, dove sono stati aperti due mini hub. Sul sito del ministero dell’Interno si legge che “i migranti vaccinati, a seguito di visita medica e di somministrazione del tampone, saranno trasferiti nelle navi o strutture deputate allo svolgimento della quarantena”. Una procedura singolare: nessun altro finisce in quarantena dopo il vaccino. In termini generali non è semplice valutare lo stato dell’arte di questa sotto area della campagna di immunizzazione contro il Covid-19. “C’è molto da fare perché sono persone difficilmente raggiungibili. Solo una piccola parte si trova nel sistema di accoglienza. Le altre vivono per strada o in insediamenti di vario tipo. Sono moderatamente ottimista, ma serve ancora uno sforzo importante con il coinvolgimento del terzo settore”, dichiara Gianfranco Costanzo, direttore sanitario dell’Istituto nazionale salute, migrazioni e povertà (Inmp). Per avere una dimensione quantitativa della percentuale di vaccinati in questo segmento di popolazione bisognerebbe sapere da quante persone è composto. Ma si può andare solo per stime, visto che sono irregolari. Costanzo spiega che le banche dati Stp contano orientativamente 700mila tessere ma capire a quanti individui corrispondano è praticamente impossibile. Un singolo può essere inserito diverse volte e comunque si tratta di una popolazione soggetta a variazioni molto ampie. Secondo la campagna Ero Straniero dopo l’ultima sanatoria sarebbero circa 300mila i migranti rimasti senza documenti. La soluzione si sarebbe potuta trovare a monte, durante la scorsa primavera. Nel dibattito intorno alla sanatoria in diversi sottolinearono la necessità di regolarizzare tutti gli stranieri in virtù del contesto pandemico. L’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) propose di dare la possibilità a qualsiasi migrante di richiedere un “permesso per ricerca occupazione” di durata annuale e convertibile in lavoro. Mentre i braccianti organizzati da Aboubakar Soumahoro rivendicarono la regolarizzazione straordinaria legata all’emergenza sanitaria. Alla fine, sotto le pressioni di destra e parte dei 5 Stelle, il secondo governo Conte varò un provvedimento incapace di accogliere le esigenze di tutta la platea potenziale (in quel momento stimata intorno ai 600mila irregolari). Le domande effettivamente pervenute sono state 230mila. A un anno di distanza, secondo i dati di Ero Straniero aggiornati al 29 luglio 2021, sono stati rilasciati solo 60mila permessi di soggiorno. Due i motivi del ritardo: le assunzioni ridotte, tardive e con contratti precari degli 800 lavoratori aggiunti al personale delle prefetture per sbrigare le questioni amministrative; un iter delle pratiche particolarmente tortuoso e complesso, soprattutto per quelle avviate dal datore di lavoro (quasi tutte visto che l’autoemersione del lavoratore è stata prevista in via residuale e ha riguardato solo 13mila richieste, per la maggior parte completate). “La pandemia non è finita - afferma il sindacalista Soumahoro - Chiediamo il rilascio di un permesso di soggiorno per emergenza sanitaria convertibile in lavoro che permetta a tutti gli invisibili, dentro o fuori il processo lavorativo, di avere pieno accesso al sistema sanitario”. Cannabis legale, il decreto di proroga in Cdm. Ultime ore di Eleonora Martini Il Manifesto, 29 settembre 2021 Il Consiglio dei ministri decide oggi sul termine ultimo di consegna delle 600 mila firme. Domani mattina l’appuntamento con la Cassazione, in attesa della Gazzetta ufficiale. “Il referendum sulla cannabis ha raggiunto le 500 mila firme necessarie. I certificati elettorali stanno iniziando ad arrivare ma troppo lentamente per pensare di averli tutti per il 30 settembre, ultimo giorno utile. Il Governo deve intervenire tempestivamente per prorogare i termini fino al 31 ottobre. Non possiamo permettere assolutamente che la burocrazia blocchi la volontà popolare”. È il pentastellato Giuseppe Brescia, a parlare, presidente della commissione Affari costituzionali della Camera. Non è questione che si può risolvere subito in parlamento, questa. E neppure, a dire il vero, possono farlo ormai i Comuni, che pure allo stato attuale sono (non tutti) inadempienti rispetto all’obbligo di rispondere entro le 48 ore alla richiesta di certificazione delle firme inviate dal comitato promotore il 22 settembre scorso. Solo il Consiglio dei ministri che si riunirà oggi, a questo punto, può salvare l’esercizio di democrazia partecipativa rappresentato dal referendum sulla depenalizzazione dei reati connessi al possesso di cannabis che è stato sottoscritto da oltre 600 mila persone in poco più di una settimana. Non è più una questione tecnica, è una scelta politica. E che quella valanga di firme non sia paragonabile solo a facili like, lo dice il flop del referendum per l’abolizione della caccia che pure aveva messo on line i suoi “banchetti” - in un web che più animalista di così non si ricorda - e che si è fermato invece a 31.219 sottoscrizioni. In attesa della riunione governativa di questa mattina, ieri sera si sono riuniti in piazza, davanti a Montecitorio, i rappresentanti delle organizzazioni che hanno promosso un referendum davvero da primato - le associazioni Luca Coscioni, Meglio Legale, Forum Droghe, Società della Ragione, Antigone e i partiti +Europa, Possibile, Radicali italiani, Potere al Popolo e Rifondazione Comunista - e che da domenica hanno intrapreso uno sciopero della fame a staffetta sostenuto da alcune centinaia di persone. Pronti a passare anche la notte davanti alla Camera dei deputati. Ma, a sera, la notizia che nell’ordine del giorno del Consiglio dei ministri è entrata una bozza di decreto che proroga le scadenze anche per i referendum presentati dopo il 15 giugno, inebria la cinquantina di manifestanti. Applausi e grida di giubilo. Ma anche prudenza, però, perché i tempi sono ancora sul filo del rasoio. E finché il decreto non compare in Gazzetta ufficiale non è applicabile. Andiamo per ordine. Anche a Bologna ieri c’è stata una manifestazione proprio dentro il cortile di Palazzo D’Accursio per sollecitare l’amministrazione comunale a rispettare la volontà di circa 10 mila cittadini bolognesi che hanno firmato. La città delle Due Torri infatti è uno dei 1400 comuni che fino a venerdì scorso non avevano ancora provveduto agli obblighi di legge. D’altronde la valanga di firme arrivate in un lasso di tempo così breve - che ha sorpreso perfino gli stessi promotori - costituisce un carico notevole di lavoro per amministrazioni già in sofferenza, in regime di smartworking da pandemia e con le imminenti elezioni amministrative. A sottolinearlo, ieri, è stata anche l’Fp Cgil che, pur salutando la firma digitale come “un’importante e positiva innovazione che prefigura nuove e più partecipate modalità di rapporto tra i cittadini e la politica”, denuncia le “gravissime carenze di organico che si registrano” negli uffici comunali e “un diffuso sotto inquadramento del personale dedicato alle funzioni elettorali”. Dal 25 settembre, però, dopo la diffida del comitato promotore ai Comuni inadempienti, e dopo la sollecitazione scritta inviata dal presidente dell’Anci e sindaco di Bari, Antonio Decaro, ai suoi consociati, qualcosa si è mosso. Ieri sera, erano state abbinate 340 mila firme ai relativi certificati comunali. Manca poco. Ma il tempo è ormai finito, a differenza di altri quesiti referendari presentati prima del 15 giugno - compreso quello sull’eutanasia legale - che hanno avuto una proroga fino al 31 ottobre. Anche il Comune di Firenze si è unito alla richiesta di Riccardo Magi (+Europa), Marco Perduca (Ass. Coscioni) e Antonella Soldo (Meglio Legale) che insieme agli altri promotori hanno fatto appello al presidente della Repubblica e al premier Draghi. In ultima analisi, sono comunque pronti a consegnare, domani mattina, in Cassazione tutto il materiale pervenuto, insieme alle 600 mila firme, e a chiedere alla Corte un “verbale aperto”, ossia la modalità che prevede 30 giorni per contestare ai promotori le “irregolarità” e altri 20 giorni per sanarle. È un’opzione ancora valida, anche se sembra - questa mattina ne avremo la conferma, dopo il Cdm - che anche quest’ultima battaglia sia stata vinta. Il comitato “Cannabis legale” chiederà alla Cassazione di poter consegnare tutto solo nel tardo pomeriggio, in modo da poter aspettare la pubblicazione in Gazzetta. Solo allora si potrà rinviare la consegna delle firme al 31 ottobre. Intanto però lo sciopero della fame non può essere interrotto: “È un passo molto importante - ha commentato Marco Cappato - attendiamo con fiducia la decisione del Cdm: in questo modo il governo italiano non farebbe un favore al referendum cannabis ma difenderebbe l’istituto referendario e il diritto delle persone a esprimersi sul tema”. Mossa Ue sui migranti: “Bloccare soldi e visti ai Paesi pro trafficanti” di Claudio Tito La Repubblica, 29 settembre 2021 Colpire gli Stati che favoriscono il traffico di essere umani e l’immigrazione illegale. Bloccare gli aiuti finanziari o i visti per entrare in Europa. Intervenire insomma sui paesi di partenza. A un anno esatto dalla presentazione del Nuovo Patto sull’Asilo e la Migrazione senza concreti passi avanti, la Commissione europea riprova a battere un colpo e oggi metterà sul tavolo l’ultimo Report sulle politiche migratorie con alcune proposte che puntano in primo luogo a colpire il “traffico di essere umani”. Sul capitolo migranti, del resto, lo stallo è ormai evidente. I progetti che si concentravano sulle misure da introdurre per disciplinare la gestione degli extracomunitari una volta superati i confini europei, si ritrovano stabilmente in un cono d’ombra. Palazzo Berlaymont, allora, tenta di giocare un’altra carta per dare una scossa ai leader dei Ventisette. Il concetto-base, si legge nel documento che oggi approda nella riunione collegiale e messo a punto dal vicepresidente greco Margaritis Schinas, è quello di polarizzare l’attenzione sulle aree di partenza e quindi su tutti “gli strumenti operativi, legali, diplomatici e finanziari a disposizione dell’Ue per rispondere alla strumentalizzazione della migrazione irregolare”. Intervenendo dunque sulla revoca degli accordi su commercio, visti e assistenza finanziaria con gli Stati che vengono considerati “complici”. Il modello è quello che sempre oggi la Commissione adotterà nei confronti della Bielorussia: ossia la parziale sospensione della politica dei visti in considerazione del flusso migratorio incontrollato che è scattato negli ultimi mesi da quel Paese. Nel progetto dell’esecutivo europeo, c’è anche il tentativo di adeguare gli strumenti tecnologici alla lotta contro il traffico di esseri umani: “Rispondere all’evoluzione delle pratiche e degli strumenti online che facilitano il contrabbando, attraverso una maggiore cooperazione operativa e lo scambio di informazioni tra le autorità nazionali e le agenzie dell’Ue”. Quindi collaborazione tra i servizi segreti e raccordo con le Nazioni Unite: “Migliorare l’attuazione del quadro giuridico per sanzionare i trafficanti anche attraverso il Protocollo Onu contro il contrabbando di essere umani”. Nel “Piano di azione” comunitario si ribadisce che questa emergenza è diventata ancora più impellente alla luce degli effetti determinati dalla pandemia e dalla crisi in Afghanistan: “È una questione cruciale e va rafforzata la capacità europea di proteggere in confini”. Anche se nel Report si fa riferimento a solo tre centri critici di immigrazione legale e traffico di esseri umani: la potenziale nuova rotta che potrebbe partire dall’Afghanistan, la situazione in Grecia e quella emergente, appunto, in Bielorussia. Nessuno cenno a quel che accade in Italia, in Spagna e sulle coste dell’Africa settentrionale. Sebbene i dati a disposizione degli uffici comunitari indichino nel 2021 un aumento di arrivi irregolari soprattutto nel Mediterraneo centrale, quello occidentale e ai confini orientali. Il tutto, però, con un altro dato che fa riflettere anche in relazione alla crescente richiesta di mano d’opera: la popolazione europea cala, ci sono 300mila cittadini in meno. Egitto. Zaki in manette nella gabbia, processo rinviato a dicembre di Chiara Cruciati Il Manifesto, 29 settembre 2021 La difesa ottiene gli atti dell’accusa. Il ministro egiziano del petrolio a Ravenna: “No comment”. Lettera di 40 europarlamentari alla Ue: fare pressioni per liberarlo. Intanto ieri un professore universitario è stato arrestato per critiche al regime. Seconda udienza, secondo rinvio. Si è concluso così ieri nel tribunale per la sicurezza di Mansoura, la città natale di Patrick Zaki, il secondo atto del processo contro il giovane studente egiziano dell’università di Bologna. Il clima è un altro rispetto alla detenzione cautelare che lo ha tenuto prigioniero dal 7 febbraio 2020 alla scorsa estate: stavolta è un imputato e lo si capisce subito al suo ingresso in aula. Ammanettato, vestito con la tuta bianca dei detenuti egiziani, subito condotto nella gabbia insieme ad altri prigionieri. In aula erano presenti amici, giornalisti e rappresentanti diplomatici di Italia e Canada, ma il giudice ha imposto il divieto di fare foto e video. L’udienza è durata pochissimo, appena due minuti: i legali di Patrick hanno chiesto copia degli atti per poter preparare la difesa (ancora non avevano in mano quanto prodotto dalla procura se non la possibilità di visionare i documenti negli uffici giudiziari) e dunque un rinvio della seduta. “Finora ci hanno presentato gli atti senza fornircene una copia o fotocopia ufficiale - ha spiegato all’Ansa l’avvocata Hoda Nasrallah, aggiungendo che questa era la volontà dello stesso Patrick - Abbiamo alcuni punti in mente ma per fare memorie è necessario avere i documenti in mano in modo da poterli utilizzare in ogni punto”. Poco dopo il giudice ha accordato le richieste: gli avvocati potranno accedere agli atti e udienza rinviata. Ma con tempi ben più lunghi del necessario: si salta al 7 dicembre, gli amici glielo hanno gridato mentre saliva sul furgone che lo avrebbe ricondotto in cella a Mansoura. “Un rinvio lunghissimo che sa di punizione - il commento di Riccardo Noury, portavoce di Amnesty Italia, mentre si svolgeva un sit-in dell’associazione all’ambasciata egiziana a Roma - Quel giorno saranno trascorsi 22 mesi dall’arresto: 22 mesi di crudeltà e sofferenza inflitte a Patrick, ma anche di grande resistenza da parte sua”. Nelle stesse ore Tarek al-Molla, ministro egiziano del petrolio, si trovava al salone dell’energia di Ravenna, l’Offshore Mediterrean Conference and Exhibition. Una presenza non casuale visti gli stretti legami che l’Italia, attraverso l’Eni, mantiene con il settore energetico del Cairo dopo la scoperta dei mega giacimenti sottomarini di Zohr e Noor. Ai giornalisti che gli hanno chiesto conto del processo Zaki, ha risposto come ogni esponente del governo egiziano ha trattato finora il caso dello studente e l’omicidio del ricercatore Giulio Regeni: “È una questione che viene trattata in tribunale dalle autorità giudiziarie e come ministro non posso rilasciare commenti. Le nostre istituzioni sono indipendenti”. Nessun accenno alle iniziative parlamentari, italiane ed europee, sul tavolo. Né alle due mozioni votate quest’anno da Camera e Senato che chiedono al governo di concedere a Zaki la cittadinanza, né alla lettera di 40 eurodeputati, inviata ieri alla presidente della Commissione Ue Ursula Von der Leyen e all’Alto rappresentante Ue per gli affari esteri Josep Borrel, su iniziativa degli italiani Pierfrancesco Majorino (Pd) e Fabio Massimo Cataldo (M5S). Si chiede a Bruxelles “una forte presa di posizione per chiedere l’immediata liberazione di Zaki, come già richiesto peraltro dal Parlamento europeo”, con una risoluzione dello scorso 18 dicembre. Insomma, muovere la diplomazia in attesa del 7 dicembre, anche alla luce degli sviluppi giudiziari: inizialmente accusato (ma senza rinvio a giudizio) di diffusione di notizie false, istigazione alla protesta e propaganda sovversiva, oggi su Patrick pende solo la prima accusa a partire da un articolo del luglio 2019 in cui raccontava le discriminazioni subite dai copti egiziani. Per la procura, un articolo con lo scopo “di danneggiare gli interessi nazionali e creare allarmismo nell’opinione pubblica”, reato che non prevede appello. È il tentativo di dare un corso legale a una persecuzione che non ha basi reali. Senza strumenti, si va comunque a processo portando sul banco degli imputati la realtà del paese. In questo Patrick non è il primo egiziano a subire una repressione simile. L’ultimo è il professore di comunicazione all’Università del Cairo, Ayman Mansour Nada: è stato arrestato ieri per aver criticato pubblicamente il rettore del suo ateneo e figure vicine al regime, per aver accusato il governo di censura sui media e di aver lodato la diaspora egiziana, più capace di raccontare la realtà a chi è rimasto nel paese di quanto non lo facciano giornali e tv nazionali. Per questo era stato licenziato lo scorzo marzo, ieri l’arresto, oggi la prima udienza con le accuse di “intimidazione e disturbo delle istituzioni statali”. Afghanistan. L’Aja indaga sui crimini dei Talebani e non su quelli Usa: “Risorse limitate” di Giansandro Merli Il Manifesto, 29 settembre 2021 Corte penale internazionale. Già raccolte prove di torture, abusi sessuali e omicidi da parte di tutti gli attori del conflitto. Inchiesta sui crimini dei Talebani e dello Stato islamico, ma non su quelli delle truppe americane, perlomeno non ora. Lunedì Karim Ahmad Khan, il procuratore capo della Corte penale internazionale ha dichiarato di aver sottoposto ai giudici della Corte l’approvazione finale per l’apertura di un’inchiesta su presunti crimini di guerra compiuti in Afghanistan dal 2003, l’anno in cui il governo afghano ha sottoscritto lo statuto di Roma, pur avendo adottato nel 2008 una legge di amnistia e avendo scelto l’impunità come politica istituzionale. Karim Ahmad Khan, che sostituisce dal giugno scorso la procuratrice Fatou Bensouda, non ci sono le condizioni per fare luce sui crimini compiuti da tutti gli attori del conflitto. “Consapevole delle limitate risorse di cui dispone l’Ufficio”, il Procuratore ha deciso di derubricare come secondari (deprioritise) i presunti crimini delle forze statunitensi e degli altri attori. Crimini su cui la stessa Corte penale aveva già raccolto testimonianze credibili, sia su abusi e torture compiuti nel Paese centro-asiatico, sia su quelli commessi nei Paesi in cui la Cia ha condotto le extraordinary renditions, i sequestri di presunti terroristi, prelevati nei loro Paesi di origine e trasferiti nelle prigioni-buchi neri, dopo l’11 settembre 2001. Secondo le indagini preliminari condotte per quasi dieci anni, la Corte aveva infatti raccolto prove sufficienti per ritenere che tutti gli attori del conflitto - forze afghane, americane, anti-governative - abbiano compiuto crimini di guerra o contro l’umanità, dalle torture agli abusi sessuali, dalle uccisioni indiscriminate di civili agli omicidi extra-giudiziali. Con l’arrivo al potere dei Talebani, ai quali la Corte ha notificato l’intenzione di riprendere l’inchiesta attraverso l’ambasciata afghana in Olanda, per la Corte è venuta meno la plausibilità della richiesta di rinvio avanzata lo scorso 26 marzo dal governo di Kabul. Richiesta arrivata dopo un’”offensiva diplomatica” che aveva portato una delegazione guidata dall’allora ministro degli Esteri, Hanif Atmar, all’Aja, dove ha sede la Corte, per convincere i giudici che il governo afghano guidato da Ashraf Ghani aveva i mezzi e la volontà politica di condurre un’inchiesta. Non era così. Ma serviva guadagnare tempo. Oggi il procuratore inglese Karim Ahmad Kan enfatizza proprio i tempi per giustificare la decisione: i crimini di Talebani e Stato islamico vanno avanti. “La gravità, l’entità e la natura continuativa dei presunti crimini dei Talebani e dello Stato islamico, che includono attacchi contro i civili, esecuzioni mirate extragiudiziali, persecuzione di donne e ragazze, crimini contro i bambini, richiede attenzione prioritaria e risorse appropriate”. Quanto agli altri crimini, lascia intendere, verranno esaminati una volta che le risorse del suo Ufficio lo consentiranno. Ma la decisione è criticata. A partire dall’Aclu, l’American Civil Liberties Union, che rappresenta Khaled El Masri, Suleiman Salim e Mohamed Ben Soud, tre uomini torturati in Afghanistan. Jamil Dakwar, il direttore del programma per i diritti umani dell’Aclu, invita con forza la Corte a rivedere la decisione, “che posticipa in modo indefinito la giustizia per le vittime dei programmi di tortura degli Usa” e che “manda un messaggio preoccupante sulla capacità di fare luce sui crimini di guerra commessi dagli attori dei Paesi potenti”. L’amministrazione Biden non ha rilasciato dichiarazioni ufficiali. Ma nei mesi scorsi aveva ristabilito rapporti più equilibrati con la Corte, dopo che l’amministrazione Trump li aveva fortemente compromessi. Il 5 marzo 2020 il giudice Piotr Hofmanski, presidente del Tribunale di appello della Corte penale internazionale, aveva dato ragione alla procuratrice Bensouda e sostenuto che l’inchiesta su tutti i crimini compiuti in Afghanistan andava condotta, contrariamente a un precedente pronunciamento della Corte, che riteneva l’inchiesta “contraria agli interessi della giustizia”. In Quell’occasione, il dipartimento di Stato Usa aveva parlato di “un’azione scioccante presa da un’istituzione politica mascherata da organismo giuridico”. Ad attaccare a testa bassa era il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, che l’anno precedente aveva negato il visto degli Stati uniti alla procuratrice Bensouda, imponendole poi sanzioni finanziarie. Oggi è la stessa Corte che esenta Washington dallo scrutinio. Solo per ora, assicura il nuovo procuratore.