Inclusione e coesione: ecco gli obiettivi del Recovery Plan per il carcere di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 2 maggio 2021 Non solo edilizia carceraria, ma inclusione e coesione. Novità sul fronte carcere, rispetto al programma del governo precedente, per quanto riguarda i fondi del piano Recovery Plan approvato dal governo Draghi che salgono a 222 miliardi. Lo si evince dalla proposta per finanziamento a valere su programmazione complementare al Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Nello specifico dobbiamo andare al punto 23, il capitolo dedicato alla “costruzione e miglioramento padiglioni e spazi strutture penitenziarie per adulti e minori”. Si parla di investimenti complementari alla strategia della missione 5, quella dell’inclusione e coesione: nello specifico parliamo della componente 2 relative alle infrastrutture sociali, famiglie, comunità e terzo settore.Non è di poco conto questo investimento. Collegare il discorso penitenziario con la missione 5 è significativo. Quest’ultima ha un ruolo chiave nel perseguimento degli obiettivi, trasversali a tutto il Piano, di sostegno all’empowerment femminile e al contrasto alle discriminazioni di genere, di incremento delle competenze e delle prospettive occupazionali dei giovani, di riequilibrio territoriale e di sviluppo del Mezzogiorno e delle aree interne. Le risorse stanziate ammontano a 27,6 miliardi, divise in tre componenti: politiche per il lavoro (12,6 miliardi), infrastrutture sociali, famiglie e terzo settore (10,8 miliardi), interventi speciali di coesione territoriale (4,2 miliardi). Riabilitazione dei detenuti e misure alternative - Ed è quello delle infrastrutture sociali e Terzo Settore che servono per la riabilitazione dei detenuti, ma soprattutto per dare loro la possibilità di accedere alle misure alternative. Sì, perché se ad esempio non si investe nelle misure di comunità, il sovraffollamento è destinato a rimanere, così come la recidiva si conferma il male assoluto del sistema penitenziario: se una persona che esce dal carcere ritorna a delinquere a causa della mancanza di dimora o mancato sostegno lavorativo, è un fallimento dell’intera società. Non a caso, sul versante “infrastrutture sociali, famiglie, comunità e terzo settore”, gli obiettivi generali sono quello di rafforzare il ruolo dei servizi sociali locali come strumento di resilienza mirando alla definizione di modelli personalizzati per la cura delle famiglie, dei minori e degli adolescenti; di migliorare il sistema di protezione e le azioni di inclusione a favore di persone in condizioni di estrema emarginazione (es. persone senza dimora) e di deprivazione abitativa attraverso una più ampia offerta di strutture e servizi anche temporanei; di Integrare politiche e investimenti nazionali per garantire un approccio multiplo che riguardi sia la disponibilità di case pubbliche e private più accessibili, sia la rigenerazione urbana e territoriale. Vale la pena ricordare le parole del garante nazionale Mauro Palma durante la presentazione del rapporto di Antigone. Riferendosi alle misure alternative ha detto chiaro e tondo che, quando si propone di ampliarle, bisogna soprattutto elencare soldi e strutture, “altrimenti è meglio tacere, perché ci vuole un discorso - ha chiosato il Garante - di materialità e risorse”. Forse, con il nuovo piano, almeno sul fronte investimenti per l’esecuzione penale, la ministra Marta Cartabia propone una discontinuità con il governo passato. Non solo edilizia, ma investimenti sulla riabilitazione del detenuto. 1 maggio: Uil-pa, dopo rivolte carceri adesso è ora riscatto ansa.it, 2 maggio 2021 De Fazio: “Affrontare senza alibi problemi universo carcerario”. “Questo Primo Maggio, il secondo in pandemia da Covid-19 e dopo le rivolte che hanno sconvolto il sistema carcerario, segni l’inizio del riscatto per le donne e gli uomini del Corpo di polizia penitenziaria e dell’insostituibile pezzo delle istituzioni repubblicane che rappresentano. Questo è l’auspicio che vogliamo rivolgere loro, ma è soprattutto l’augurio che rivolgiamo al Paese affinché possa dotarsi di un sistema di esecuzione penale degno di una civiltà democratica occidentale”. Lo dichiara in una nota Gennarino De Fazio, segretario della Uil-pa Polizia Penitenziaria, nella ricorrenza del Primo Maggio, Festa dei Lavoratori. “Con la ripresa, seppure in salita, del negoziato per il rinnovo del contratto di lavoro scaduto nel 2018, la conferma nel Consiglio dei Ministri di giovedì scorso dei Capi del Dap, Bernardo (Dino) Petralia, e del Dgmc, Gemma Tuccillo, la prosecuzione della campagna vaccinale e lo scemare del contagio da Coronavirus nelle carceri - continua il leader della Uil-pa PP si stanno determinando i presupposti per affrontare, finalmente senza alibi di sorta, i problemi che investono l’universo carcerario e le vicissitudini che già da molto prima della pandemia attanagliano il Corpo di polizia penitenziaria. Ci riferiamo in particolare agli organici, insufficienti per circa 17mila unità, agli equipaggiamenti, all’architettura del Corpo, alla sicurezza sui luoghi di lavoro, al fenomeno delle aggressioni, al modello custodiale e alla gestione dei detenuti affetti da malattie mentali”. “Soprattutto - argomenta ancora De Fazio - a revisione del modello custodiale, anche per arginare il dilagante trend di aggressioni alle donne e agli uomini della Polizia penitenziaria, su cui era stato riavviato il confronto con i vertici del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria nel luglio dell’anno scorso e rispetto al quale la Uil-pa Polizia Penitenziaria ha fornito un concreto contributo di idee e proposte, deve essere portato a compimento senza ulteriori tentennamenti”. “In questa ricorrenza, pertanto, oltre agli auguri, - conclude il segretario della UIL-Pa PP - rivolgiamo nuovamente alla Ministra della Giustizia Cartabia e al Capo del Dap Petralia un forte appello affinché si affrontino le questioni sul tappeto, peraltro indicate dallo stesso Capo del Dap nella sua programmazione triennale, e si portino pragmaticamente a conclusione i conseguenti interventi secondo una ragionevole e preordinata sequenza temporale”. La giustizia da riformare secondo Paola Severino di Maria Paola Frajese formiche.net, 2 maggio 2021 Il sistema giudiziario necessita di riforme strutturali per la competitività e il rilancio dell’Italia, a tal fine Task Force Italia gli ha dedicato un tavolo di lavoro specifico durante il quale il presidente Valerio De Luca ha intervistato Paola Severino, vice presidente della Luiss Guido Carli. La giustizia e la sua riforma, come definito dal ministro Cartabia, è il pilastro su cui si basa l’intero Piano del governo per l’utilizzo dei fondi europei. Oggi l’Europa ci chiede di intervenire sulla giustizia, di dare un apporto necessario per poter avere importanti conseguenze economiche. Sono questi i temi centrali affrontati durante il web talk “Rilanciare il potenziale dell’Italia” nel quale Valerio De Luca presidente di Task Force Italia ha intervistato Paola Severino vice presidente della Luiss Guido Carli. Tra i partecipanti al successivo tavolo di lavoro giustizia, coordinati da Giuseppina Rubinetti presidente di Equitalia Giustizia s.p.a, Laura Laera, commissario della Commissione adozioni internazionali presidenza del Consiglio dei ministri, Claudia Pedrelli, presidente sezione Impresa diritto industriale-antitrust Tribunale Roma e Fabio Pinelli, avvocato, professore di Diritto Penale ambiente, lavoro e sicurezza informatica Università di Venezia. La giustizia da riformare - C’è una forte interrelazione tra diritto ed economia, anche se può sembrare strano. Nel 2011, ai tempi del governo Monti, la professoressa Severino ha ricordato che grazie all’obiettivo comune di concretezza si è riusciti a sottolineare il legame tra un rafforzamento del sistema giudiziario e un’economia che possa riprendere la sua crescita. Oggi la situazione è analoga. Ma da dove bisogna partire per riformare il settore della giustizia affinché sia più efficace? Innanzitutto dalla specializzazione del giudice e dalla creazione di sezioni specifiche per le imprese. In questo senso, Severino ha affermato che “è il momento di trasformare le sezioni specializzate in veri e propri tribunali d’impresa”. Infatti, un’idea cruciale secondo la professoressa è la specializzazione del giudice intorno all’impresa, cioè un giudice specializzato che tenda a una giustizia più celere, essendo specialista infatti avrà meno difficoltà a motivare le sue decisioni. L’altro problema fondamentale della giustizia italiana riguarda la durata dei processi civili e penali, per quanto riguarda i processi civili la sperimentazione della mediazione ha funzionato nella fase in cui la mediazione era obbligatoria. Per quanto riguarda il processo penale il discorso, tuttavia, è più complesso e manca, secondo la vice presidente della Luiss, la logica di selezione dei processi. “La funzione filtro del giudice nell’udienza preliminare si è completamente persa e per interpretazione ormai unanime il giudice è soltanto un passacarte rispetto al dibattimento”. L’impatto della digitalizzazione - Il digitale ha un ruolo importante nel sistema giudiziario. Il desiderio di novità è sempre presente nella mente di un giurista, trovare qualche tema che pur avendo come premessa delle solide basi di partenza del diritto ne trovi applicazioni specifiche. In questo senso, ha affermato la professoressa Severino, il tema dell’intelligenza artificiale e della cyber-security sono estremamente stimolanti. L’intelligenza artificiale non è il futuro, ma il presente e sta già sviluppando modelli di autonomia decisiva, si pensi ad esempio alla responsabilità di un robot che sbaglia, di chi è? Di chi ha inventato la macchina o dello stesso robot che si è autogenerato? La responsabilità umana deve essere sempre la guida in questo settore, secondo Paola Severino, e il legislatore ne deve essere ben cosciente perché la proprietà intellettuale e la responsabilità non possono essere riconosciute a un robot, come ricordato anche dal regolamento europeo in materia di IA. Il governo della giustizia deve essere un governo umano, il contributo degli individui è sempre fondamentale. In questo senso la giustizia predittiva non può prevedere la sentenza o sostituire il giudice, può essergli di supporto. Quindi giustizia predittiva sì, ma al servizio e sotto il controllo del giudice. “Il mio rispetto per la giustizia nasce dal rispetto che ho per l’uomo razionale e per le donne e gli uomini che amministrano la giustizia, tutto questo giustifica il principio di indipendenza del magistrato e del giudice” ha ricordato Paola Severino. Confine pubblico-privato - Il fenomeno di avvicinamento tra pubblico e privato in passato generava confusione, prima l’assetto pubblico era monolitico, c’era l’apparato dello Stato da un lato e l’impresa dall’altro, come rilevato dalla vice presidente Luiss. Successivamente il tema diventò molto più discusso perché nacque l’impresa pubblica con lo Stato come azionista principale. Da lì presero vita tutta una serie di problemi di interpretazione sul tema della qualificazione del pubblico rispetto al privato e del pubblico servizio. È proprio sul pubblico servizio che la professoressa Severino scrisse un libro suggerendo i criteri oggettivi e di disciplina come criteri per l’identificazione della funzione pubblica che entrarono nella legge Severino. Tuttavia il problema non è stato ancora risolto, perché la tentazione di introdurre elementi ontologici a completamento della qualificazione è rimasta soprattutto per figure abbastanza difficili da identificare come individualità pubblico-private. Si pensi al servizio pubblico della Rai e alla difficoltà che ebbe la giurisprudenza nel distinguere le aree nelle quali la Rai svolgeva un pubblico servizio dalle aree in cui svolgeva attività di iniziativa privata, come nella produzione di film. Una missione possibile? - Nel mondo della giustizia gli ultimi 40 anni non sono stati forieri di grandi cambiamenti che si sono verificati unicamente in quest’ultimo anno, parola di Laura Laera. Secondo lei riformare la giustizia è quasi una mission impossible e include numerose complicazioni. Se non è facile mettere mano alla macchina della giustizia, ci sono tre principali filoni di intervento, il procedimento, l’ordinamento e il diritto sostanziale. È opportuno, secondo Laera, capire anche dove e come intervenire su questi tre aspetti che possono intersecarsi tra di loro. Il grande tema di attualità che ha avuto una spinta importante durante la pandemia è quello della digitalizzazione della giustizia e quindi della macchina giudiziaria, indipendentemente da tutte le altre riforme all’interno della digitalizzazione. Il Covid-19 ha prodotto una normativa emergenziale che ha garantito progressi soprattutto nel processo civile telematico. Per il penale la questione è più complessa, secondo la professoressa Severino, principalmente perché alcune fasi richiedono la presenza come ad esempio il contradditorio tra le parti. “Tenendo conto che abbiamo sistemi che non dialogano tra di loro neanche all’interno dello stesso palazzo di giustizia, mettere a sistema questa complessità non è semplice e mi chiedo se in questa occasione riusciremo a fare delle trasformazioni epocali” ha detto Laura Laera. Formazione necessaria - È la formazione dell’uomo il punto fondamentale, secondo la professoressa Severino, la formazione umana al digitale. In questo senso si dovrebbe rivedere la regolamentazione delle formule di accesso alla pubblica amministrazione, attraverso una verifica delle capacità digitali, visto che sono necessarie. C’è la necessità di una nuova generazione che entri a far parte della giustizia e della pubblica amministrazione e in questo senso sono auspicabili importanti investimenti. La specializzazione, ha rilevato Claudia Pedrelli, è uno strumento di accrescimento della professionalità e di contrazione dei tempi della giustizia, due cose che vanno di pari passo dal momento che possono portare alla formazione di un giudice specializzato. “Spero che questo periodo possa avere una forte incisione nel mondo della giustizia in generale, è un intervento che si svolge soprattutto in ambito ordinamentale più che in quello processuale, potrebbe essere il momento per attuare interventi che abbiano uno spazio che prima non avevano avuto” ha concluso Pedrelli. Caso verbali, il Csm contro i corvi: “Manovre per colpirci” di Giuliano Foschini e, Conchita Sannino La Repubblica, 2 maggio 2021 Il presidente Ermini: “Vogliono delegittimarci”. Caccia ai mandanti per la diffusione delle carte di Amara. Il Procuratore generale della Cassazione Salvi annuncia misure disciplinari: nel mirino Storari. Tolleranza zero, è la linea di Palazzo dei Marescialli. Ed è l’unica reazione possibile, evidentemente sposata anche dal Quirinale, dopo lo scandalo del “corvo”, delle lettere anonime e delle clamorose violazioni, su atti coperti da segreto, consumate all’interno del Consiglio superiore della Magistratura. Carte diffuse al di fuori di qualunque procedura, e che riguardano le dichiarazioni rese dall’avvocato Piero Amara, già indagato per vari episodi di corruzione e per il depistaggio Eni, sulla presunta partecipazione di magistrati e alti vertici istituzionali ad una loggia segreta, Ungheria. La cui esistenza, beninteso, è tutta da verificare. Su questo la procura di Perugia di Raffaele Cantone ha già aperto un’inchiesta che conterebbe sei indagati: l’obiettivo è verificare se si tratti una calunnia, come sembra. O no. Intanto da Roma si annunciano iniziative disciplinari, in due note ufficiali firmate ieri dal vicepresidente del Csm David Ermini e dal Pg Giovanni Salvi. Nel mirino c’è il pm milanese Paolo Storari. Ma anche l’ex consigliere Piercamillo Davigo. Mentre un’indagine a parte dei pm romani colpisce la funzionaria del Csm, già sospesa, Marcella Contrafatto: accusata di aver “diffuso” lettere anonime e parte di quei verbali ai giornalisti. Con quale obiettivo? Per conto di chi? Linea dura di Ermini - Dalla Toscana, dov’era appena arrivato, il numero 2 del Consiglio rientra precipitosamente a Roma. Inevitabili i contatti con gli uffici della Presidenza della Repubblica. Ma dal Colle più alto si respinge garbatamente ogni domanda: il Quirinale non si sente minimamente tirato in ballo, non ha nulla da dire, ci sono indagini in corso. “Il Csm è obiettivo di un’opera di delegittimazione” e “auspico la più ferma e risoluta attività d’indagine da parte dell’autorità giudiziaria al fine di accertare chi tenga le fila di tutta questa operazione”, scrive Ermini. Che aggiunge: “Una funzionaria del Consiglio, in seguito alla perquisizione, è stata immediatamente sospesa dal servizio. Eventuali sue responsabilità o di altri per condotte individuali non riferibili al Consiglio sono oggetto di indagine”. L’ira di Salvi - Poco dopo, ecco la severa e dettagliatissima nota del Pg, Salvi. “Nella tarda primavera dell’anno passato, il consigliere Piercamillo Davigo - scrive Salvi - mi disse che vi erano contrasti nella Procura di Milano circa un fascicolo molto delicato, che riguardava anche altre procure e che - a dire di un sostituto (Storari, ndr) - rimaneva fermo; nessun riferimento fu fatto a copie di atti. Informai immediatamente il Procuratore di Milano. In un colloquio avvenuto nei giorni successivi nel mio ufficio, il 16 giugno, il dottor Greco mi informò per grandi linee della situazione e delle iniziative assunte. Si convenne sulla opportunità di coordinamento con le procure di Roma e Perugia (...) e risultò proficuo. Né io né il mio ufficio abbiamo mai avuto conoscenza della disponibilità da parte del consigliere Davigo o di altri di copie di verbali di interrogatorio resi da Amara a Milano. Di ciò ho appreso solo a seguito delle indagini delle procure interessate (...). Si tratta di una grave violazione dei doveri del magistrato, ancor più grave se la diffusione anonima dei verbali fosse da ascriversi alla medesima provenienza”. E avverte Salvi: “Non appena pervenuti gli atti necessari, la Procura generale valuterà le iniziative disciplinari conseguenti alla violazione del segreto”. La versione di Storari e Davigo - “Nessuna violazione. Il segreto non è opponibile aqi consiglieri”, tira dritto anche ieri Davigo, rispondendo a Repubblica. “Avevo informato chi di dovere”, ripete, prima che Salvi lo smentisca sulla completezza di quel suo racconto. E Storari da Milano fa sapere alle persone più vicine: “Non ci sto a passare per uno che viola il segreto. Mi ero rivolto a un consigliere del Csm, volevo solo tutelarmi”. Lo stesso Davigo è pronto a difendere il collega milanese. L’inchiesta sul corvo - La procura di Roma procede con il suo lavoro. Ha in piedi due fascicoli: uno per calunnia e un altro per rivelazione del segreto istruttorio. Iscritta nel registro degli indagati c’è la funzionaria del Csm Marcella Contrafatto, mentre si sta valutando la posizione del pm Storari: potrebbe essere presto ascoltato. La Procura è certa che a far recapitare i plichi con i verbali di Amara, evidentemente sottratti al consigliere Davigo, prima alla redazione del Fatto e poi a quella di Repubblica, sia la cancelliera Marcella Contrafatto. Ed è sempre lei ad averli consegnati al consigliere Nino di Matteo: da qui la denuncia di calunnia. Nella lettera di accompagnamento al plico c’erano accuse al procuratore di Milano Greco. E Di Matteo, in quanto membro del Csm, è da considerarsi un pubblico ufficiale. La Contrafatto - che è compagna di un magistrato, Fabio Gallo, ora in pensione - ha presentato - con il suo avvocato Alessia Angelini - il ricorso al tribunale del Riesame contro il sequestro del materiale informatico e dei documenti, anche di altre indagini, che le è stato fatto. La donna dice di aver “conosciuto Centofanti (ndr, faccendiere legato a Palamara) in occasione di convegni” ma che la frequentazione, sporadica, si è fermata nel 2017. Ora quei verbali segreti dividono i pm di Milano e gli ex di Mani Pulite di Piero Colaprico La Repubblica, 2 maggio 2021 Il procuratore Greco cauto sulle rivelazioni di Amara, mentre il pm Storari voleva indagare subito. E allora porta le carte a Davigo. Erano gli ultimi due del pool Mani Pulite in servizio e adesso Piercamillo Davigo, pensionato da ex consigliere del Csm, e Francesco Greco, procuratore capo di Milano, si ritrovano, settantenni, su trincee opposte. Dire che ci sia stupore, al quarto piano del palazzo di giustizia sarebbe un inganno. Paolo Storari, il sostituto procuratore che li ha “divisi”, ai suoi colleghi avrebbe detto: “Mi auguro di essere interrogato al più presto”. Greco, viceversa, s’è limitato con i cronisti a un: “Ma quale spaccatura?”. Frasi che condensano le reciproche caratteristiche. Greco da sempre è un grande mediatore, uno capace di sparire dalle polemiche. Storari “quando inizia una cosa che ritiene giusta, tira diritto e non lo ferma nessuno”, dice chi lo conosce bene. In passato s’era messo contro altri vertici giudiziari, in Piemonte, ed era andato a Trento da “volontario”. Con i buoni auspici di Edmondo Bruti Liberati e Ilda Boccassini era però approdato a Milano. Grande lavoratore, occhiali da intellettuale ma eloquio spartano, Storari s’è occupato proprio con l’allora aggiunto Boccassini di criminalità e corruzione, ottenendo moltissime condanne e poche assoluzioni. E così, quando va a finire sulla sua scrivania il fascicolo intestato a Piero Amara, l’avvocato esterno dell’Eni, un consulente di varie aziende e accusato di corruzione giudiziaria, Storari fiuta la possibilità della grande indagine. Sente parlare (i verbali sono dieci) di una loggia chiamata Ungheria che condiziona la sentenze e al di là se ci crede o meno vuole organizzare subito i controlli e le verifiche. A Milano, da ben prima di Mani pulite, la prassi è di valutare meglio le circostanze prima di iscrivere qualcuno nel registro degli indagati. E infatti, se non è scarso il malumore contro Greco tra i sostituti, non mancano i suoi sostenitori, secondo i quali “tutto s’è svolto nei tempi normali”. Per di più, il fascicolo di Storari era condiviso con l’Aggiunto Laura Pedio, magistrato di indubbia professionalità. La polemica emerge adesso, ma è passato un anno da quando Storari si rivolge a Davigo, portandogli i verbali di Amara. Il procuratore della Cassazione, Giovanni Salvi, colloca la vicenda “nella tarda primavera dell’anno passato”. Davigo gli aveva parlato dei “contrasti” al palazzaccio milanese, ma Salvi ignorava che girassero verbali, anzi “si tratta di per sé di una grave violazione dei doveri del magistrato”. Ma sul punto, tra i pm milanesi non c’è unanimità. Cioè, c’è stata “violazione del segreto d’ufficio”? Davigo ha sostenuto che in qualità di membro del Csm poteva ricevere documenti riservati, ma questo è in contrasto con il “no” che tante volte, in nome del segreto istruttorio, i procuratori oppongono all’intero Consiglio superiore. In ogni caso, “se Storari avesse chiesto a Davigo un parere, non staremmo a discutere. E i verbali - aggiunge chi sa - glieli ha dati per farsi aiutare nella valutazione delle possibili notizie di reato, mica li ha fatti circolare lui”. Inoltre, meglio sapere che Storari e Davigo a Milano abitano vicino. E siccome il reato si consuma nel “passaggio delle carte”, è avvenuto a Roma o a Milano? Al momento non si sa, ma “se dovesse indagare Roma, il fascicolo potrebbe finire all’Aggiunto Paolo Ielo”, che nel 1993 lavorava proprio con Greco e Antonio Di Pietro nelle inchieste di Mani pulite. Milano, viceversa, non può indagare su se stessa. Infatti Francesco Prete, procuratore capo di Brescia, fa sapere che “stiamo valutando”. C’è chi richiama alla memoria (in questo scenario da mal di testa) il “processo Eni Nigeria” che, avviato da Fabio De Pasquale e durato anni, s’è concluso come si sa con assoluzioni totali. Francesco Greco, intervenendo in una chat alla quale erano collegati i 76 colleghi, aveva cercato di attenuare la portata della sconfitta. Da Storari era arrivata una risposta secca: “Francesco non ci prendere in giro”. Perché Storari, a quanto si dice, avrebbe voluto mostrare le carte di Amara, che di quelle e altre corruzioni era a conoscenza. Dal 1 giugno sei pm lasceranno la procura milanese per quella europea. Tre di loro lavoravano con Fabio De Pasquale, altri tre hanno gestito inchieste di rilievo su banche, colossali raggiri, corruzioni politiche. Il loro scopo è indagare sui reati che ledono gli interessi finanziari dell’Unione. E se non c’è collegamento tra l’esodo e la protesta di Storari, è evidente che alle soglie della pensione Greco si ritrova più solo, in tutti i sensi. E la stagione di Mani pulite, per lui e Davigo, scolora in un ricordo. Tra magistratura e politica nessuno è innocente di Massimo Cacciari L’Espresso, 2 maggio 2021 Il Parlamento spaventato non ha pensato una riforma coerente, ma i giudici, nel vuoto, si sono dati un compito eccessivo. E rimediare adesso sarà comunque traumatico. È estremamente difficile svolgere un discorso obbiettivo sulla crisi dell’amministrazione della giustizia oggi in Italia. Il campo è stato invaso ormai da un trentennio da contenuti e fini della lotta politica. Discernere quanto di questa crisi sia imputabile alle modalità assunte da questa lotta, quanto da ragioni etiche e culturali interne alla magistratura, analizzare gli intrecci inevitabili tra i due piani, significherebbe ricostruire la genesi del mutamento di stato che il nostro sistema istituzionale sta attraversando senza che nessuno ne abbia chiara coscienza e cerchi di governarlo. Certo soltanto è che pensare che un tale mutamento possa avvenire senza produrre traumi all’interno di quelle funzioni essenziali della macchina dello Stato rappresentate dalla Magistratura, equivale a cullarsi in ipocrite illusioni. E non mi riferisco agli inevitabili effetti di “contagio” che il fenomeno della cosiddetta “corruzione” produce, ma all’esplodere di contraddizioni e lacerazioni ben più profonde, proprio di ordine culturale, che dovrebbero essere dichiarate e affrontate con chiarezza. Si dice che la Magistratura si è trovata quasi costretta, dal tracollo della prima Repubblica, e poi via via per il perdurare di una fisiologica impotenza del ceto politico nel decidere sui grandi problemi di riforma del Paese, a svolgere una “funzione di supplenza”. Supplire vuol dire riempire un vuoto. Ma non ogni vuoto può essere riempito da qualsiasi sostanza. Perseguire crimini accaduti nello spazio politico potrà avere conseguenza politiche, non sarà mai fare politica, anche quando magari ne ha l’intenzione. È avvenuto qui un cortocircuito nell’opinione pubblica, che ha condizionato in qualche modo la stessa azione della Magistratura, o di alcuni suoi settori? Può darsi, ma è questione ininfluente. Il problema di fondo, in una prospettiva storica, non ridotta alla cronaca dei quotidiani contrasti tra politica e magistratura, riguarda l’azione della prima sul tema della giustizia, da un lato, e la cultura predominante che la seconda ha espresso nel suo operare concreto, dall’altro. Sono i due piani, per vizi intrinseci a ciascuno, a essere finiti in questo trentennio in rotta di collisione. Il legislatore ha manifestato la propria crescente impotenza a decidere attraverso un’inflazione di ordinamenti e norme occasionali, in contraddizione o competizione tra loro. Ciò è avvenuto pressoché su tutte le materie, costringendo a ricorrere a continui adattamenti, a riscritture ininterrotte, e senza mai giungere a leggi chiare su alcune delle più delicate e di frontiera. Basti pensare a fine vita, eutanasia, diritto di cittadinanza. Appartiene a questi problemi in attesa di assumere una regolazione giuridica razionale anche quello della funzione del partito politico, del suo finanziamento, dei costi della rappresentanza democratica. Eppure questo problema ha rappresentato la Sarajevo della prima Repubblica, e logica avrebbe voluto venisse affrontato per primo: non mai! La sfida di Craxi sarà stata dettata da superbia finché si vuole, ma era del tutto ragionevole: onorevoli colleghi, siete in grado, voi e i vostri partiti e correnti di funzionare secondo l’attuale legge? Lo escludiamo tutti,vero? - e allora, domanda successiva, vogliamo insieme immaginare una riforma complessiva e radicale del sistema per la quale si possa funzionare secondo una nuova? Rispondere di sì - cosa che nessuno fece - avrebbe significato mettere anzitutto mano alla stessa Costituzione per definire in quella sede il profilo del partito politico e del sindacato alla luce del “mondo nuovo” dopo l’89. Gli interventi legislativi si limitarono da allora, invece, agli aspetti economici, mostrando pari incultura e demagogica improvvisazione di quella esibita per i “tagli” di vitalizi e deputati. In parallelo a una azione legislativa sempre più confusa e di “emergenza” è inevitabile che il lavoro connesso alla sua “interpretazione” debordi dal suo compito di “esplicazione” della norma, per tendere a diventare anche espressione anche di quei “valori” che il giudice ritenga sovra-determinati rispetto ad essa. Più la legge fatica a definire fattispecie chiare sotto cui sussumere i casi particolari, più la norma va de-formandosi, più il magistrato si sentirà quasi chiamato a “protestarla”, a esigerne di nuove, e dunque a intervenire di fatto nel campo politico, secondo fini politici. L’esperienza giuridica può essere considerata astratta dal mondo della vita e dei suoi conflitti soltanto nei testi di accademia, tuttavia è essenziale, per il funzionamento dell’intero sistema, che dal politeismo dei valori proprio della democrazia (almeno di quella in cui siamo cresciuti) il magistrato si tenga ben distinto nella sua funzione, per quanto arduo il compito appaia. A lui spetta, sì, l’ultima parola, ma solo in sede processuale, e questa parola non detiene altra “verità” che la propria nuda realtà: a un certo punto, cioè, occorre metter fine al processo. Una verità puramente fattuale, che va costruita con rigore logico, dedotta sulla base di norme chiaramente esplicabili. Un’azione che nulla ha a che fare con ammonimenti morali, prediche, imperativi categorici. Insomma, il processo - che già in sé costituisce parte della pena (e mai questo è vero quanto oggi) - non è scuola dell’honeste vivere. L’uguaglianza di fronte alla legge, l’isonomia che è fondamento dello Stato, esige norme dotate di forma, riconducibili a principi chiari, e per questo tali da permettere un’esplicazione il più possibile conforme ed uniforme. La magistratura di fronte ad esse dovrà contenersi nel proprio limite imperativo. Professione o vocazione di immensa difficoltà, la sua, poiché comporta una continua rinuncia all’espressione dei propri “valori”, se si esclude quello, altrettanto generale che universale, affermante che nessuna comunità potrebbe reggersi se a ognuno non venisse dato “ciò che gli spetta” per i suoi atti, fino a un giudizio ultimo, inappellabile. Tremenda responsabilità, di cui la cultura del giudice dovrebbe manifestarsi ben cosciente. Senza azione legislativa strategicamente orientata e senza la coscienza di questa responsabilità da parte della magistratura, continueremo ad avere leggi sconclusionate applicate variamente a seconda della diversità di luoghi, tempi e magistrati; alle leggi ad hoc continueranno a seguire processi ad personam di analoga natura in un circolo perfettamente vizioso, in cui finiranno col corrompersi ancora più alla radice il nostro sistema istituzionale e la nostra azione politica. I braccianti del diritto: cinquemila giudici precari pagati a cottimo di Paolo Biondani L’Espresso, 2 maggio 2021 I magistrati “onorari” gestiscono più di metà dei processi civili e penali. Molti lavorano a tempo pieno nei tribunali, ma non hanno diritti: guadagnano 56 euro a sentenza, senza pensione o maternità. L’Italia condannata dalla Corte europea per non averli tutelati. Sono quasi cinquemila, gestiscono oltre il 40 per cento delle cause civili e più di metà dei processi penali, eppure non sono magistrati: sono i precari della giustizia, i braccianti della legge. Vengono chiamati giudici onorari, ma sono privati investiti di funzioni pubbliche. Sono reclutati per concorso tra i laureati in giurisprudenza e fanno i supplenti dei magistrati: alcuni lavorano part-time, altri a tempo pieno. Ma non hanno le tutele dei lavoratori dipendenti: niente pensione, ferie retribuite o indennità di maternità. E vengono pagati a cottimo, senza uno stipendio sicuro. I più conosciuti sono i giudici di pace. Secondo i dati del Csm, sono 1.154. Decidono i processi minori, civili e penali: i più numerosi, che interessano la maggioranza dei cittadini. Sono stati istituiti nel 1991 per sgravare una magistratura oberata da milioni di fascicoli, come rimedio temporaneo, ma da allora sono in proroga. Precari permanenti. Guadagnano 56 euro lordi a sentenza. In caso di malattia, devono accontentarsi del fisso mensile: 258 euro. Il miraggio di una giustizia meno lenta ha portato al raddoppio, nel 1998, con la creazione dei giudici onorari di tribunale (got), che oggi sono 2.013, e dei vice procuratori onorari (vpo), che sono 1.700. Dovevano fare le riserve dei giudici e pubblici ministeri (pm), ma dal 2004 il Csm li ha inseriti nei ruoli dei tribunali, a prescindere dall’assenza o mancanza di magistrati. Oggi i vpo sostituiscono i pm nell’80 per cento dei processi penali, dove gli imputati rischiano anni di galera. Guadagnano 73 euro netti per ogni giornata d’udienza, che può comprendere diversi processi. Una categoria separata, con regole autonome, è costituita dai giudici onorari della giustizia tributaria, che sono spesso nella bufera: decidono cause fiscali anche milionarie, ma restano professionisti privati, liberi di incassare altre parcelle. Con rischi di favoritismi, corruzioni e periodiche retate. L’ex pm Piercamillo Davigo ne aveva proposto l’abolizione, per sostituirli con magistrati indipendenti, specializzati nelle cause fiscali, da selezionare dopo aver potenziato gli organici con nuovi giudici togati. L’obiezione contro il doppio lavoro e relative parcelle dei privati, però, non vale per i giudici onorari a tempo pieno. Nel 2020 la Corte di giustizia europea ha condannato l’Italia per non averli tutelati. E in marzo la Corte Costituzionale ha fissato i primi paletti legali al loro utilizzo nei tribunali. Una riforma varata nel 2017 dall’allora ministro Orlando ne taglierebbe drasticamente il numero, ma si applica solo a partire dal prossimo agosto 2021. E ora è in forse. Paola Bellone, vpo a tempo pieno dal lontano 2002 e portavoce del “Movimento 6 luglio” contro il precariato giudiziario, parla di corsa contro il tempo: “Marta Cartabia è il primo ministro della giustizia che ha definito “ineludibile” riconoscerci le tutele del lavoro dipendente. Ora è finalmente in cantiere una nuova legge, che però va approvata entro agosto, altrimenti scatta la vecchia riforma”. Ombre rosse, ma senza scalpo di Marcello Maria Pesarini Ristretti Orizzonti, 2 maggio 2021 Sette arresti eccellenti in Francia, sei persone che ammettono pesanti responsabilità in atti di terrorismo rosso, e uno solo, Giorgio Pietrostefani ex di Lotta Continua, che si proclama innocente dall’accusa di mandante dell’omicidio del commissario Calabresi, avvenuto nel 1972. L’accusa fu formulata nel 1988, con dispiegamento di immagini dei servizi d’ordine delle manifestazioni dell’autunno caldo ed in particolare di quelle della sinistra extraparlamentare. Anche il solo pensiero che la fine della dottrina Mitterrand della immunità politica, alla quale è stato costretto per equilibri interni il presidente Macron, serva da collante fra i due stati e all’Europa in difficoltà a governare la pandemia di fronte alle multinazionali del farmaco, è fuori luogo. Si tratta di rigurgiti di giustizialismo, ai quali per fortuna il Ministro Cartabia si è già opposta, affermando il suo no a vendette. L’Italia non sa affrontare gli anni di piombo, come non ha saputo adeguatamente fare autocritica rispetto alla sua storia. Come scrive intelligentemente Giuseppe Culicchia nel suo libro “Il tempo di vivere con te” dedicato al suo rapporto col cugino Walter Alasia, brigatista rosso assassino dei poliziotti che lo volevano catturare il 15 dicembre 1976, e dagli stessi militi assassinato nello stesso giorno, l’Italia non ha mai conosciuto rivoluzioni, come ad esempio la Francia, ma sempre e solo controrivoluzioni e controriforme. Giuseppe Culicchia ha voluto incontrare Giorgio Bazzega, figlio di uno delle due vittime. Non è stato facile, come non lo è per coloro che accettano la via dell’incontro fra vittime e carnefice, la giustizia riparativa per la quale lavorano tante associazioni, fra le quali Antigone presente anche nelle Marche. La conoscenza della storia di chi ha commesso il reato, l’aiuto a scavare nelle sue origini, nelle sue motivazioni, serve sia ai parenti del violato, la vittima, sia al violatore. Sono percorsi che andrebbero fatti conoscere alle nuove generazioni, per insegnare loro che non ci sono percorsi preconfezionati nella vita, e che le risposte “di pancia”, come si usa dire oggi, alle difficoltà e ai traumi, sono le più facili ma sono quelle che legano a un futuro più buio. Tornando all’arresto di persone che, coinvolte in un periodo prima di grandi lotte sociali, e poi nella loro degenerazione nella rappresentazione delle stesse in piccoli gruppi armati in sigle che evocavano un proletariato che, ahimè, stava già perdendo le sue battaglie, si erano difficoltosamente rifatte una vita, dopo anni di prigione, e non erano più le stesse persone di quarant’anni fa, viene da chiedere perché il nostro Paese non sappia mai fare i conti col suo passato. Cittadini che attendono ancora il risarcimento per l’ingiusta detenzione subita, stragi di Stato sulle quali non una parola definitiva è stata detta, ed ora l’ennesimo intestardimento a “mostrare il mostro”. Eppure il presidente del Consiglio Mario Draghi ha detto, il 25 aprile, a proposito del fascismo e dei collaborazionisti con i nazisti, che va sfatato il mito di “Italiani brava gente”. Marche. Carceri: attività rinserimento detenuti in uffici giudiziari ansa.it, 2 maggio 2021 Intesa vertici giustizia Marche-Amministrazione penitenziaria. “Mi riscatto per il futuro” è il nome di un protocollo firmato nelle Marche per il reinserimento sociale di detenuti attraverso attività di pubblica utilità nell’ambito degli uffici giudiziari. I detenuti verranno impiegati in varie attività - per ora presso la sede della Corte di Appello e della Procura Generale di Ancona - quali, ad esempio, la piccola manutenzione dei locali di pertinenza degli Uffici, la sistemazione di archivi, attività di front-office o di cura delle aree verdi annesse alle sedi giudiziarie. L’accordo è stato firmato il 20 novembre dal il presidente della Corte di Appello di Ancona Luigi Catelli, dal Procuratore generale di Ancona Sergio Sottani, dal Provveditore Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria dell’Emilia Romagna e Marche Gloria Manzelli, dal Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Ancona Raffaele Agostini e dal Garante Regionale dei Diritti della Persona della Regione Marche Andrea Nobili. Le concrete modalità di svolgimento delle attività dei detenuti, individuati dalle singole Direzioni degli Istituti Penitenziari e per i quali saranno formulati programmi di trattamento ex art. 21 dell’Ordinamento Penitenziario, verranno definite con convenzioni tra Istituti Penitenziari e Uffici Giudiziari. Il Protocollo potrà estendersi anche ad altre sedi di uffici Giudiziari del distretto della Corte di Appello delle Marche, qualora fossero interessati. Obiettivo primario è dare piena attuazione all’art. 27 della Costituzione e favorire l’avvio di progetti di sensibilizzazione alla legalità, responsabilizzando e informando la collettività delle problematiche che coinvolgono la popolazione carceraria. Il Protocollo, al momento della durata di 18 mesi rinnovabili, assume i caratteri di una campagna di prevenzione al disagio sociale affinché il detenuto, attraverso l’impegno e la responsabilità del lavoro, possa individuare percorsi di vita alternativi al crimine. Bologna. Nella giuria del festival Biografilm anche i detenuti corrierenazionale.it, 2 maggio 2021 Biografilm festival, che si terrà in presenza a Bologna e online dal 4 al 14 giugno, presenta due progetti educativi di inclusione che coinvolgono l’istituto penale Siciliani. In un’epoca storica che, da un lato limita le attività scolastiche e dall’altro rende anche molto difficile vivere isolati in casa, il festival Biografilm di Bologna quest’anno ha deciso di introdurre due ‘giurie speciali’ con i giovani protagonisti. La rassegna cinematografica dedicata ai documentari relativi alle ‘storie di vita’, confermata in presenza a Bologna e online dal 4 al 14 giugno, presenta due progetti educativi di inclusione che coinvolgono l’istituto penale per minorenni Pietro Siciliani e la biblioteca multimediale Fuori Catalogo dell’istituto superiore Aldini Valeriani. Entrambi i progetti partiranno a maggio e formeranno due giurie giovanili che saranno coinvolte nella cerimonia di premiazione del festival. In particolare, il progetto ‘Tutta un’altra storia’, realizzato con il patrocinio del ministero della Giustizia, coinvolge un gruppo di ragazzi detenuti nell’istituto penale per minorenni che sarà parte attiva nel festival. Dopo un ciclo di incontri settimanali in presenza dedicati alla narrazione documentaria e la visione guidata dei film in gara, i ragazzi assegneranno un premio al film che ritengono più significativo. ‘Bring the change’ invece, è il progetto in collaborazione con il ‘Terra Di Tutti Film Festival’ di Bologna che anche in questo caso prevede momenti di formazione anche in presenza con una classe quarta dell’istituto Aldini Valeriani. Anche questa volta, gli studenti saranno guidati alla visione di alcuni film del festival, in particolare su tematiche relative al cambiamento sociale e all’attivismo giovanile. Oltre a queste due giurie ‘speciali’, oggi Biografilm Festival ha reso noti anche i nomi della giuria della sezione competitiva internazionale. A scegliere le migliori pellicole in gara, spiega la Dire (www.dire.it), arriveranno a Bologna il regista indiano Rahul Jain, la produttrice italiana Donatella Palermo, nota tra le altre cose anche per aver prodotto il documentario ‘Fuocoammare’ e il curatore ed esperto di nuovi media tedesco, Sebastian Sorg. Biografilm Festival fa parte di Bologna Estate 2021, il cartellone di attività promosso e coordinato dal Comune di Bologna. Napoli. La “cella zero” e il carcere minorile in Russia: confronto Ioia-Lilin sui diritti civili di Giuseppe Manzo sudreporter.com, 2 maggio 2021 “Ho conosciuto ‘o sfregiato e quei secondini che mi portavano nella ‘cella zero’ dove mi riempivano di botte perché avevo un mazzo di carte”. Racconta la “cella zero” del carcere di Poggioreale Pietro Ioia, Garante dei detenuti di Napoli, durante il webinar del Coordinamento Territoriale di Scampia ieri dedicato ai diritti civili. Ha raccontato in un libro quel luogo di violenza e negazione di diritti nel penitenziario e con la sua denuncia ha aiutato a far emergere la verità con 12 poliziotti penitenziari indagati e un processo in corso. Durante il dibattito moderato da Taisia Raio Ioia ha riassunto le condizioni nelle carceri napoletane: “mi scrivono anche da altre regioni, molti napoletani sono stati trasferiti in Calabria e Sicilia. Un anno fa ci sono stati 13 morti per la rivolta del lockdown e non si conosce la verità. In carcere ci vanno i poveracci, il 70% sta lì per reati minori e molti devono scontare solo pochi mesi. In una stessa cella trovo 9-10 persone in un penitenziario che può contenere 1500 detenuti ce ne sono il doppio. Per non parlare dell’assoluta mancanza di affettività, un’ora di colloquio a settimana”. A confrontarsi con il Garante dei detenuti c’è anche lo scrittore Nicolaj Lilin che si è fatto conoscere al grande pubblico con il romanzo “Educazione siberiana” approdato anche al cinema con Gabriele Salvatores. Lilin racconta la sua esperienza nel carcere minorile: “continuiamo a punire le persone e non a rieducarle. In questa società c’è posto per tutti ma non per chi sbaglia, è xenofoba per chi ha fatto errori. Spesso sono persone limitate nelle possibilità sociali, vivono in periferie e vengono da famiglie problematiche. Nel mio Paese sono stato nel carcere minorile e mi è bastato per vedere una voragine buia di disgrazie e disperazione. Da lì sono uscito una persona che non appoggia nessun sistema politico finché continua a mantenere questo atteggiamento verso chi sbaglia. Bisogna cambiare cultura della società e se parliamo di diritti ciò che mi fa dubitare di molti esponenti di governo quando parlano solo di alcune categorie e non rientrano mai quelli detenuti. Il sistema è punitivo ed è errato nella sua matrice, altrimenti fate la pena di morte come quelle persone conosciute nel carcere di Spoleto condannate a più ergastoli”. Il penalista Nicola Nardella ha sottolineato anche un altro aspetto del mancato reinserimento: “c’è una questione che riguarda la ‘rinascita’ come racconta Dostoevskij in una bellissima lettera dopo la sua prigioni. Ci sono pene anche non carcerarie ma di natura economica e sono pesantissime. Persone costrette alla povertà, al lavoro nero o destinate alla criminalità. Impedire a un soggetto di avere la patente significa impedirgli di poter lavorare ad esempio: stiamo andando verso uno stigma che si trasferisce non solo nel penale ma anche nell’ambito amministrativo”. “The Mauritanian” è un film potente, duro ed emozionante e va visto anche se fa male di Letizia Rogolino Elle, 2 maggio 2021 Presentato alla Berlinale 71, il nuovo film di Kevin MacDonald è in arrivo su Amazon Prime Video ed è la storia di Salahi, detenuto e torturato a Guantanamo per 12 anni nonostante la sua innocenza. Gli Academy Awards non l’hanno presa in considerazione, ma Jodie Foster ha vinto il Golden Globe 2021 per la sua interpretazione in The Mauritanian, film presentato alla Berlinale 71 e in arrivo su Amazon Prime Video (la data di uscita ancora non è stata resa nota). Il film, diretto da Kevin MacDonald, si basa sul libro di memorie di Mohamedou Ould Salahi, protagonista di una tra le più inquietanti uscite dal campo di prigionia di Guantanamo Bay degli ultimi vent’anni. L’ex combattente anti-comunista, muhajideen in Afghanistan negli Anni 90, è stato catturato e consegnato alle autorità statunitensi dopo l’attacco terroristico dell’11 Settembre e detenuto per 12 anni a Guantanamo senza un processo, torturato e costretto a una falsa confessione. E rilasciato solo quando lo Stato ha finalmente riconosciuto senza valore la sua confessione, poiché ottenuta con la forza. The Mauritanian è un film potente, duro ed emozionante che prova a raccontare l’accaduto, descrivendo le dinamiche familiari del protagonista, la sua indignazione e la sua intera storia che lo ha reso un esempio e una testimonianza vivente della brutalità che può essere giustificata in alcuni luoghi del mondo. Strappato improvvisamente alla sua famiglia e dal suo paese, Salahi si è ritrovato in un freddo carcere violento e sporco, senza gli strumenti e l’opportunità di provare la sua innocenza. Il film inizia con la cattura di Salahi, interpretato magistralmente da Tahar Rahim, mentre sta partecipando a un matrimonio nel suo paese di origine. In breve tempo ci troviamo a vivere il suo caso in tribunale e i vari giorni di prigionia. La sceneggiatura di MB Traven, Rory Haines e Sohrab Noshirvani si muove su diversi filoni temporali, ma gli eventi sono orchestrati attentamente e con dovizia di particolari, coinvolgendo lo spettatore nella storia. Jodie Foster è Nancy Hollander, l’avvocato difensore di Salahi, che accetta di seguire il suo caso insieme a Teri Duncan, la sua socia interpretata da Shailene Woodley. C’è anche Benedict Cumberbatch nei panni del procuratore militare ed ex pilota, il cui migliore amico era su uno degli aerei che hanno colpito le Torri Gemelle l’11 Settembre 2001. MacDonald riesce a costruire un thriller-legal drama che, oltre a seguire la vicenda giudiziaria e tratteggiare i contorni dello scenario politico di quegli anni, si concentra molto sulla crescente disperazione di un uomo innocente al centro di una bufera, il cui rapporto con il mondo che lo circonda cambia drasticamente oltre la sua volontà. E intorno a lui cambiano anche i vari personaggi coinvolti: Hollander entra in contrasto con il suo idealismo, mentre il procuratore - uomo religioso sincero e duro - inizia ad avere dei dubbi. Forse il film sarebbe stato più fluido tagliando alcuni dialoghi troppo lunghi in stanze anonime, che rallentano il ritmo della narrazione rendendolo a tratti noioso. E anche i flashback prendono troppo spazio, ricordando fatti superflui e ridondanti, non necessari. Tuttavia, da non perdere i titoli di coda in cui il vero Salahi, sorridente e ottimista, canta un brano di Bob Dylan, nonostante tutto quello che ha vissuto. Un Primo Maggio senza lavoro, la ripresa si allontana di Rosaria Amato La Repubblica, 2 maggio 2021 A marzo l’occupazione cresce solo dello 0,2%, la pandemia ha cancellato 900 mila posti. Il Pil del primo trimestre arretra dello 0,4%. Confindustria: ripartenza solo in estate. Cresce ma ancora pochissimo l’occupazione a marzo: l’Istat segnala il recupero di 34 mila posti di lavoro rispetto a febbraio, un modestissimo 0,2% che non coinvolge la fascia centrale di età, tra i 35 e i 49 anni, ed esclude le donne, che continuano a diminuire. E nel confronto tra il primo trimestre di quest’anno e l’ultimo del 2020 si registra ancora un calo consistente di occupati, 254 mila. Il tasso di disoccupazione del 10,1 % diventa il 33% fra i giovani. L’Italia arriva con fiato corto al secondo Primo Maggio di pandemia: il Pil continua ad arretrare, nei primi tre mesi dell’anno cala dello 0,4% rispetto al trimestre precedente e dell’1,4% su base annua. Per una vera ripresa bisognerà aspettare il terzo trimestre, prevede l’ufficio studi di Confindustria: solo quando la gran parte della popolazione sarà vaccinata l’economia potrà davvero ripartire. E anche la crescita dell’inflazione è illusoria, l’aumento dello 0,4% su base mensile e dell’1,1% su base annua è dovuto esclusivamente all’accelerazione dei prezzi dei beni energetici, il “carrello della spesa” scivola ai livelli di inizio 2018. Rispetto al febbraio 2020 gli occupati sono ancora quasi 900 mila in meno e il tasso di occupazione è più basso di due punti percentuali. Se tra i dati del lavoro non si vedono miglioramenti significativi, emerge però un po’ di speranza: rispetto al marzo dello scorso anno risultano in crescita del 35,4% le persone in cerca di lavoro, segno che c’è stato un passaggio consistente dalle file degli inattivi (che infatti diminuiscono di 306 mila unità) a quelle delle forze di lavoro. Gli inattivi si riducono anche tra le donne e i giovani, i più colpiti dalla crisi. La rinnovata fiducia nella possibilità di trovare un’occupazione non è mal riposta, assicura il ministro del Lavoro Andrea Orlando: “Se useremo bene e tempestivamente le risorse del Recovery Plan si può riuscire a recuperare quanto perduto e probabilmente anche qualcosa di più”. Da recuperare non ci sono però solo i livelli di occupazione precedente, ma anche gli squilibri creati da una crisi che ha colpito alcune categorie più di altre. I lavoratori autonomi, per esempio, e quelli a termine. E, tra i settori produttivi, il primo trimestre registra ancora una contrazione del terziario a fronte di una ripresa di agricoltura e industria. Sono inoltre aumentati i lavoratori con retribuzioni insufficienti: secondo un’indagine Censis-Ugl sono un milione e mezzo, cresciuti dell’84% negli ultimi 10 anni, una situazione che colpisce soprattutto partite Iva e operai, ma non risparmia neanche quadri e impiegati. In Italia più di una persona al giorno muore sul lavoro di Luca Sebastiani L’Espresso, 2 maggio 2021 La strage silenziosa non accenna a fermarsi. In questi primi quattro mesi 2021 le vittime sono state 120. “Rispetto allo scorso anno c’è stato un aumento del 170 per cento. Un trend in crescita, che esula dalla pandemia”. L’ultimo giorno funesto è stato il 29 aprile. Nel nuovo deposito di smistamento di Amazon ad Alessandria una trave ha ceduto, le campate sono venute giù. E sei persone che ci stavano lavorando sono precipitate a terra. Un volo di sei metri che non ha lasciato scampo a Flamur, operaio di 50 anni, e ne ha feriti altri cinque di cui uno in condizioni critiche. Nelle stesse ore ci sono state altre due vittime: Natalino, gruista di 49 anni, è morto nel porto di Taranto dove stava lavorando in operazioni di carico su una nave di pale eoliche. Non si sanno ancora con certezza le cause, ma è precipitato sulla banchina morendo sul colpo. E poi ancora, il 23enne Mattia, operaio edile a Montebelluna in provincia di Treviso, è stato travolto da una pesante impalcatura che non gli ha lasciato scampo. Ma la lista è lunga, fatta di storie magari diverse, ma accomunate dallo stesso triste epilogo. Molti sono operai travolti dalle macchine che stavano utilizzando, come Antonio di 58 anni che stava lavorando in un cantiere stradale a Potenza quando è stato schiacciato dall’escavatore che manovrava, o agricoltori uccisi dai loro stessi mezzi che si ribaltano, come nel caso di Vittorio di 63 anni in provincia di Ragusa, o da cadute dall’alto come quella di Giovanni, operaio di 51 anni impegnato a compiere dei lavori sul tetto del carcere di Secondigliano a Napoli e precipitato da un’altezza di cinque metri, o quella di Giorgia, una giovane madre di 27 anni caduta dalla scala da dove stava facendo delle pulizie e morta dopo aver sbattuto la testa. Dal 1° gennaio al 1° maggio in Italia è morta sul lavoro più di una persona al giorno. Una strage spesso silenziosa che nel 2021, fino a oggi, per l’Anmil, Associazione Nazionale fra Lavoratori Mutilati e Invalidi del Lavoro, ha visto scomparire 120 persone mentre svolgevano il proprio lavoro o nel tragitto per andarci. L’associazione raccoglie i tragici episodi che ogni giorno coinvolgono lavoratori da nord a sud della Penisola, per cercare di restituire dignità di memoria alle vittime di questa piaga. Ma la situazione, se possibile, è anche peggiore, visto quanto emerge dalle parole di Franco Bettoni, presidente dell’Istituto Nazionale Assicurazione Infortuni sul Lavoro (Inail), a cui sono arrivate nei primi tre mesi del 2021 ben 185 denunce di infortunio sul lavoro con esito mortale, che precisa “sono 19 in più rispetto a quelle registrate nel primo trimestre 2020. Ma sono dati ancora provvisori e per quantificare il fenomeno è necessario attendere il consolidamento dei dati dell’intero 2021”. Da inizio pandemia, l’Inail conteggia anche le denunce dei casi di chi è morto dopo aver contratto il virus a lavoro, che da marzo 2020 a marzo 2021 sono state 551, di cui l’82,8% uomini. Se i dati dell’Inail sono inevitabilmente influenzati dal conteggio delle infezioni del virus, quelli che ci vengono forniti da Alessandro Genovesi, segretario generale di Fillea Cgil, sindacato di riferimento per il settore dell’edilizia, sono indicativi per notare la tendenza in crescita: “nel periodo tra gennaio e febbraio del 2020 e lo stesso lasso di tempo del 2021 c’è stato un aumento delle morti sul lavoro del 170%. Un trend in crescita, che esula dalla pandemia visto che il periodo di riferimento sono i primi mesi dello scorso anno, con l’Italia ancora “aperta”“. La stragrande maggioranza è composta da individui di sesso maschile, il 43% è tra i 40 e i 60 anni e la percentuale relativa agli over 60 è la stessa. Una media molto alta, dettata dal fatto che nell’ultimo decennio non c’è stato un vero ricambio generazionale tra i lavoratori del settore, anche a causa della crisi economica. Proprio il mondo dell’edilizia “è il più colpito da questo fenomeno, insieme a quello dell’agricoltura. Le principali cause di morte sono le cadute dall’alto, lo schiacciamento o il crollo di muri, il ribaltamento di mezzi e la fulminazione”, sostiene Genovesi. Il problema principale è il lavoro nero, molto presente in Italia, in prevalenza nelle piccole e medie imprese che, per risparmiare e tagliare sui costi, non garantiscono neanche le minime condizioni di sicurezza fisica alle persone. Dati, numeri, statistiche che troppo spesso risultano fredde e vuote ma dietro le quali sono presenti tante storie, speranze e desideri di uomini e donne le cui vite sono state spezzate precocemente. Marco Bazzoni, operaio metalmeccanico e Rappresentante dei Lavoratori per la sicurezza in provincia di Firenze, si è impegnato personalmente nel riunire le notizie di queste morti che “tanti, troppi continuano a chiamare “bianche”, un insulto ai familiari e alle vittime. Le chiamano così per alludere all’assenza di una mano direttamente responsabile dell’accaduto, invece la mano c’è sempre, a volte più di una”. Bazzoni nel 2011 e nel 2014 aveva fatto aprire due procedure di infrazione dalla Commissione europea ai danni dell’Italia, proprio per le inadempienze in materia di sicurezza sul lavoro, e da anni lotta affinché “il tema venga trattato come quello che è: un bollettino di guerra, una vera e propria emergenza di cui è importante parlare”. E nel prossimo periodo la situazione potrebbe peggiorare. Secondo Genovesi, con il Piano Nazionale della Ripresa e Resilienza, per esempio, “ci potrà essere una crescita del 5-6-7% nel settore edile, ma se non si attuano alcune riforme ci sarà un aumento uguale nel numero di morti e degli incidenti”. La Fillea Cgil propone a gran voce, e da tempo, di puntare sul “Durc di congruità”, che già in passato è stato utilizzato con successo in particolari occasioni di ricostruzione, e che permette di legare il costo complessivo di un’opera all’incidenza del costo della manodopera che ci lavora, in modo da dare garanzie in più, in primis ai lavoratori. L’altra mozione sindacale è il sistema di una “patente a punti”, sulla falsariga di quella automobilistica, che punisce e premia negli anni le aziende non colpevoli o colpevoli di incidenti per i loro dipendenti. Sempre per Genovesi, bisognerebbe poi istituire l’aggravante dell’omicidio sul lavoro, come fatto per quello stradale: “Per me investire sotto effetto di alcol o droga una persona è tanto disdicevole e grave quanto sapere che un operaio sta a nero, non gli è stato dato un caschetto ed è stato mandato a lavorare sul tetto al quinto piano di un palazzo”. L’Inail in questi mesi ha stanziato circa 14 milioni di euro per il finanziamento di interventi formativi rivolti ai Rappresentanti dei Lavoratori per la sicurezza, ai Responsabili dei Servizi di Prevenzione e protezione e ai lavoratori. Perché ciò che manca è un’adeguata prevenzione, sacrificata spesso sull’altare di guadagni più veloci e facili. Per Bettoni “va rafforzata attraverso una più intensa attività di informazione, formazione, ricerca e interventi di sostegno alle imprese” e va incentivata la consapevolezza dei rischi, affinché non vengano sottovalutati. Uno sforzo comune, che necessita “la volontà e la collaborazione di tutti i soggetti che, ciascuno per il proprio ruolo, hanno la responsabilità della tutela della salute dei lavoratori”. E fino a che questo impegno non sarà una priorità per tutti, la strage continuerà indisturbata. Il Covid e la forza dei nostri ragazzi di Susanna Tamaro Corriere della Sera, 2 maggio 2021 La pandemia semina morte, ma ci ha portato a riscoprire quanto siamo fragili, e quanto siamo legati all’affetto e alla dedizione di chi ci sta vicino. E ha fatto emergere una generazione di ragazzi meravigliosi: liberi, mentalmente aperti, impegnati, seri. In primavera, girando per le campagne, non è raro vedere dei grandi appezzamenti di colore arancione che ci colpiscono in modo particolare nel mezzo del trionfo verde tenero di questa stagione. Non si tratta di un nuovo tipo di coltivazione ma dell’uso di qualche diserbante, un metodo piuttosto rapido e diffuso, purtroppo, per liberarsi dalle erbe infestanti: l’erba non c’è più e il problema appare risolto. In realtà la terra, così come il mare, è un organismo ad alta complessità e solo il suo equilibrio - costituito da batteri, microrganismi, artropodi, collemboli e via dicendo - è in grado di garantire una lunga e sana fertilità. In tempi brevi, insomma, il veleno produce un beneficio ma in tempi lunghi il beneficio comincia a mostrare il suo vero volto che è quello della sterilità. Il virus che si è abbattuto come una tempesta perfetta sulla nostra civiltà, mettendola in ginocchio, ha riportato prepotentemente il concetto di realtà nelle nostre vite. La realtà esiste ed è fatta di indiscutibili verità, la principale delle quali è che noi siamo esseri biologicamente fragili e che nonostante siamo in grado di viaggiare nello spazio e scrivere arditi toni sull’impossibilità di definire il reale, basta la caparbia energia di un virus per farci sparire dalla faccia della Terra. Scoprendoci fragili abbiamo forse iniziato a capire due cose: la prima è che la natura non è buona in sé, la seconda che la fragilità trova conforto e sostegno soltanto nell’affetto e nella dedizione di chi ci sta vicino. Ho avuto diversi amici ricoverati per il Covid, tutti per fortuna sopravvissuti, ma ognuno di loro è uscito dall’ospedale con il cuore ricco di gratitudine per l’umanità e la competenza con cui è stato curato. La lunga abitudine al cinismo, ai più o meno striscianti neo darwinismi, all’esasperazione dell’individualismo ci hanno fatto dimenticare che la nostra essenza sta nella relazione e che solo le relazioni in cui avviene il dono di sé sono quelle in cui il nostro cuore trova la sua pace. Lo stupore per l’umanità che proviamo in questi mesi di che cosa ci parla se non di una lunga lontananza dalla nostra stessa natura umana? La società non è molto diversa da un terreno, ci sono molte realtà che devono collaborare perché sia in equilibrio e l’equilibrio di quella occidentale è stato lentamente e inesorabilmente distrutto dal percolato tossico del Sessantotto. Si parla molto del Dopo Covid come del Dopoguerra ma c’è un fatto fondamentale che non si prende in considerazione: la guerra aveva reso anche le persone giovani, come i miei genitori, resilienti e capaci di affrontare sfide e sacrifici e, oltre a ciò, avevano quasi tutti una famiglia alle spalle con la ricchezza di complessità e relazioni che questo comporta. Ma ora? Cos’hanno alle spalle i bambini e i ragazzi che costituiranno la società del domani? Un mondo fluttuante, senza memoria, che continua a ripetere che non siamo altro che scimmie casualmente fortunate, inconsapevoli schiavi dei nostri geni e devoti servitori dei capricci del nostro inconscio; frammenti di famiglie, relazioni precarie o succubi, comunque non educanti; una scuola che si accontenta, che non chiede e non dà il massimo. Nessuna sfida viene posta loro se non la modesta richiesta di disturbare il meno possibile. Un ragazzo che non disturba è un ragazzo perfetto. In realtà basta affacciarsi a qualsiasi scuola primaria per rendersi conto che ormai in ogni classe sono presenti diversi bambini con grossi problemi comportamentali; è sufficiente scorrere anche distrattamente le statistiche dei Centri di Igiene Mentale per accorgersi che i disturbi psichiatrici nell’adolescenza e prima giovinezza dilagano come un’inarrestabile macchia d’olio. Il Covid certo ha accelerato il diffondersi di questi disagi, ma erano già presenti nei disturbi alimentari, negli atti di autolesionismo, nell’abuso di alcol e di droga - che rendono ancora più gravi i problemi mentali - nella ferocia intergenerazionale sempre più forte che si manifesta con la crescita esponenziale di atti di bullismo e di gogna digitale, di sadismo libero e gratuito usato come espressione quotidiana. Accanto a questa drammatica realtà, per fortuna, c’è anche una generazione di ragazzi meravigliosi, meravigliosi per la libertà, per l’apertura mentale, per l’impegno e la serietà che dimostrano in ogni cosa che fanno. Sono coloro che hanno avuto il dono di essere accompagnati nella loro crescita da adulti in grado di vederli, di prendersi cura di loro: i genitori, principalmente, ma anche un nonno, una zia, un professore, una guida spirituale. Che cosa offre la nostra società a questi ragazzi? L’impossibilità di imparare seriamente un mestiere, un’università parcheggio, in cui le lauree, divenute in molti casi inutilmente quinquennali, conducono nella plaga umiliante degli stage semigratuiti, di costosissimi master che si susseguono implacabili spesso ben oltre la soglia dei trent’anni. In cinquant’anni, il percolato tossico ha sottilmente avvelenato tutto ciò che costituiva le ragioni del nostro esistere, ha ridicolizzato e distrutto i legami familiari, trasformando l’atto di mettere al mondo un figlio in un’attività non molto diversa da quella di alcuni pesci che fanno le uova e poi le abbandonano, lasciandole trasportare dalle correnti dell’acqua, dove per noi le correnti dell’acqua sono le istanze educative del mondo dei media che tutto hanno a cuore tranne la reale crescita della persona. Il percolato tossico ha deriso con ossessiva perseveranza qualsiasi cosa contenesse in sé il principio della costruzione e dello sforzo, propagando un edonismo individualista sventatamente allegro ma intorno al quale si aprono in realtà terrificanti abissi di solitudine e di disperazione. E, di questo progressivo scempio, la cultura è stata purtroppo quasi sempre fedele ancella; fedele e vigile, in quanto pronta ad eliminare dal suo orizzonte chiunque avesse percepito l’odore dell’incendio che stava divampando e avesse osato denunciarlo. Credo che il virus, in qualche modo, ci abbia posto davanti a un muro e questo muro ci dice che è giunta l’ora di invertire la rotta. La si può invertire però soltanto parlando della vera essenza dell’essere umano e non di quella propagandata da cinquant’anni di servile nichilismo. Perché noi esseri umani siamo capaci di compiere abominevoli orrori, sappiamo sguazzare nelle più bieche bassezze, ma siamo anche in grado di creare la bellezza, attraverso la musica e l’arte, di progettare grandi opere al servizio del bene comune e di illuminare il grigiore di ogni giorno con la nostra capacità di amare. E l’amore non è predeterminato da qualche frammento di Dna ma da una scelta interiore che ha che fare con la consapevolezza del bene e con l’uso della volontà. Posso fare del male, perché è più facile, più comodo, più immediato, ma scelgo di non farlo perché so riconoscere la fondante importanza del bene. Il grande inganno, la grande decostruzione, la forza sottile e indistinta capace di togliere la luce a ogni sguardo, è proprio questa: considerare l’equivalenza di tutte le cose, il loro uso unicamente secondo un’egoistica e primaria necessità. Non esiste il “noi” in questo mondo fluido e senza confini, esiste solo l’”io” con le sue protervie, ed è un “io” sempre più incattivito per la sensazione di vuoto e di vacuità di tutto ciò che lo circonda. Mi piace pensare che il virus, oltre a seminare disperazione e morte, abbia cominciato ad aprire una feritoia in questo muro in grado di far riaffiorare la ricchezza del “noi” davanti alla povertà dell’”io”. E che questa sottile lama di luce ci dia il coraggio di parlare nuovamente di realtà importanti, ricordando soprattutto che l’essere umano realizza il suo destino soltanto quando è in grado di compiere delle scelte, perché nei momenti difficili, come ci ha ricordato il nostro premier Mario Draghi il 25 aprile, ci sono momenti in cui “non scegliere è immorale”. Migranti picchiati dalla guardia costiera libica. E Draghi aveva lodato Tripoli per i salvataggi di Carmine Di Niro Il Riformista, 2 maggio 2021 Un filmato che non può essere soggetto a interpretazioni e che mostra, in maniera evidente, come agisce la cosiddetta guardia costiera libica: picchiando le persone in pericolo che cercano fortuna in Europa, costrette con la forza “a tornare nell’inferno da cui fuggivano”. Sono immagini eloquenti quelle pubblicate in un video dalla Ong tedesca Sea Watch, che ha documentato in un video un intervento nel Mediterraneo svoltosi sotto gli occhi dell’equipaggio della Sea Watch 4. Immagini che imbarazzano probabilmente anche il presidente del Consiglio Mario Draghi, che aveva suscitato polemiche quando, durante la visita a Tripoli all’inizio di aprile, aveva espresso “soddisfazione per quello che la Libia fa, per i salvataggi e nello stesso tempo aiutiamo e assistiamo la Libia”. Quanto al video pubblicato da Sea Watch, nel filmato si vede chiaramente il ‘tender’ di una motovedetta libica che affianca un gommone in cui sono stipati in piena emergenza decine di migranti. Ma invece di aiutare e soccorrere l’imbarcazione, un uomo colpisce con un bastone i migranti per costringerli a girare la prua e a tornare in Libia. Da anni ormai le Ong che sorvegliano il Mediterraneo denunciano i metodi brutali della cosiddetta Guardia costiera libica. Sul caso denunciato da Sea Watch è intervenuta anche l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr), spiegando che “circa 340 rifugiati e migranti sono stati rimpatriati a Tripoli dalla Guardia costiera libica”. Oltre 5.500 persone sono state rimpatriate in Libia dal gennaio 2021, ricorda l’Unhcr, mentre Safa Msehli, portavoce di Un Migration, sempre su Twitter scrive che “oggi circa 450 migranti sono stati intercettati e rimpatriati in Libia”. “Disperati, scalzi, stanchi e maltrattati, sono stati condotti in detenzione arbitraria dove affrontano maggiori rischi”. Stati Uniti. Complottisti ed estrema destra usano meme e cultura pop per fare proseliti di Monica Ricci Sargentini Corriere della Sera, 2 maggio 2021 Le nuove strategie dei suprematisti bianchi e dei complottisti stile QAnon raccontate dal Washington Post. Ii giovani avvicinati sui giochi online e resi parte del gruppo. Si avvicinano ai giovani su piattaforme di gioco, attirandoli in stanze private con meme che iniziano come battute divertenti e gradualmente diventano apertamente razzisti. Vendono letteralmente le loro idee, mercificando i loro slogan e le loro azioni con live streaming, magliette e tazze da caffè. Si insinuano nelle chat, offrendo amicizia e ascolto a persone che parlano online di essere sole, depresse o malate croniche. Un articolo pubblicato oggi sul Washington Post spiega come i gruppi complottisti di estrema destra riescano a fare proseliti sul Web arrivando a formare dei circoli chiusi in cui a legare le persone sono attività ricreative tipo la musica, in una sorta di clima da festival che però poi sfocia in azioni violente, come l’assalto del 6 gennaio al Campidoglio, senza che queste si rendano conto di essere parte di una battaglia ideologica. “Le persone che irruppero nel palazzo del Congresso poi dissero “Cosa ho fatto di male? Non pensavo fosse illegale” - spiega al quotidiano americano Robert Futrell, sociologo dell’Università del Nevada a Las Vegas - vogliono quello che tutti noi vogliamo: appartenenza, amicizia, legami culturali”. Prima che le teorie cospirazioniste prendano piede, bisogna arrivare a credere che la società sia in qualche modo manipolata contro di noi e questo crea un senso di comunità. “Quello che unisce i neo-nazisti, i fascisti ecologici, i teorici della cospirazione non è l’ideologia ma la cultura - dice al Washington Post Rota Katz, direttrice esecutiva di Site Intelligence Group, che monitora l’estremismo online -, sono i video, i film, i poster, i meme”. Durante la presidenza di Donald Trump I gruppi di estrema destra hanno trovato terreno fertile per crescere e sono riusciti a creare comunità durature che hanno usato la cultura pop per intrattenere le loro reclute. Suprematisti bianchi, milizie, gruppi per i diritti degli uomini, agitatori anti-musulmani e altri organizzatori estremisti hanno creato una rete di offerte multimediali, inclusi video, podcast, conferenze, articoli e giochi come Black Lives Splatter, che sfida i giocatori a guidare le automobili contro quanti più manifestanti possibile del movimento Black Lives Matter. La domanda è cresciuta con la pandemia, dato che le persone hanno avuto più tempo da passare sul web. Ne sono un esempio i Boogaloo Boys, un network di gruppi antigovernativi nati sul forum 4Chan convinto che gli Stati Uniti stiano andando verso la guerra civile. All’inizio si presentano come degli allegri ragazzotti, vestiti in modo spiritoso e con la battuta pronta, poi, però, organizzano riunioni su di armi, diritti e patriottismo. Il fine è conquistare le persone che sono anti-big business, contro la guerra, pro-armi e nazionaliste. Man mano che i nuovi arrivati si sentono più parte del gruppo, scoprono meme, video e messaggi insurrezionalisti sempre più espliciti che spingono a invocare la necessità di un rovesciamento armato del governo. Cambogia. Il lockdown sta causando una spaventosa crisi umanitaria di Riccardo Noury Corriere della Sera, 2 maggio 2021 Il lockdown proclamato dal 19 aprile al 5 maggio dal governo cambogiano in alcune zone della capitale Phnom Penh e in altre città del paese sta causando una spaventosa crisi umanitaria. Da Phnom Penh, dove circa 300.000 persone risiedono all’interno di una “zona rossa” che prevede anche il divieto di uscire di casa per comprare da mangiare, arrivano richieste d’aiuto disperate. In rete, verificati dagli esperti di Amnesty International, circolano video di persone affamate, alcune coi neonati in braccio che hanno bisogno di latte, che supplicano aiuto alla polizia. Decine di messaggi sono arrivati sul gruppo Telegram creato dal sindaco della capitale per gestire il lockdown. Il governo ha disposto la chiusura dei mercati e il divieto di circolazione dei venditori ambulanti e, incomprensibilmente, persino dei gruppi umanitari che nei mesi passati avevano provveduto a consegnare a domicilio cibo e altri generi di prima necessità. La distribuzione del cibo, completamente nelle mani del governo, è giudicata discriminatoria nei confronti di nuclei familiari considerati ostili al Partito del popolo cambogiano, al potere da tempo immemore. Il 20 aprile il primo ministro Hun Sen ha minacciato che chi avesse protestato non avrebbe ricevuto da mangiare. Il ministero del Commercio ha creato un negozio online che promuove la vendita di una limitata serie di prodotti, a prezzi leggermente scontati, per i residenti della zona rossa. A parte la circostanza che molte di queste persone vivono sotto la soglia della povertà e non hanno alcun modo per effettuare acquisti, è risultato che molta della merce in vendita è prodotta da aziende legate a funzionari del Partito del popolo cambogiano.