Governo Draghi: alla Giustizia una/un garantista, non una estimatrice di Alfredo Rocco di Franco Corleone L’Espresso, 7 febbraio 2021 La crisi terrificante e terrorizzante della politica ha costretto il Presidente Mattarella a chiedere al prof. Mario Draghi di formare un governo autorevole e con presenze di personalità di valore indiscusso. Ora la discussione si attorciglia sulla natura del governo, politico o tecnico, manifestando ancor più la povertà concettuale dei contendenti. Il giudizio dovrà essere fondato su altro, sulla capacità di affrontare con rapidità ed efficacia i nodi aperte; prioritariamente, il piano vaccinale, la definizione del recovery fund e le ferite sociali. Cominciano a circolare nomi e si fa anche quello di Paola Severino che è già stata ministro della Giustizia nel governo Monti, per un nuovo incarico. A futura memoria riporto integralmente quanto avevo scritto nell’Introduzione del volume “Volti e maschere della pena”, curato con il costituzionalista Andrea Pugiotto e pubblicato nel 2013 dalle edizioni Ediesse per la collana della Società della Ragione. “In occasione della discussione al Senato sulla legge anticorruzione, in sede di replica il Guardasigilli Severino (ministro della Repubblica nata dalla Resistenza, come si diceva un tempo) non ha avuto remore nell’elogiare il codice penale vigente e il suo autore, Alfredo Rocco: “[ne] sono personalmente orgogliosa, perché è stato redatto da chi, essendo un tecnico e vivendo in un periodo estremamente negativo nella sua significatività, ha saputo mantenere la barra del timone dritta e costruire un codice valido tecnicamente, tant’è che ancora oggi, a decenni di distanza, è in vigore”. Alfredo Rocco fu certamente un insigne giurista. Ma è stato anche un politico, direttore della rivista intitolata proprio “Politica”, esponente del movimento nazionalista prima di aderire al fascismo, di cui divenne uno dei più influenti esponenti. Il codice penale che porta il suo nome ha posto le fondamenta giuridiche su cui edificare lo Stato etico e la dittatura: basterebbe la lettura della biografia di Benito Mussolini, scritta da Renzo de Felice, per comprenderne il ruolo nel Regime. Oppure rileggere le parole di Piero Gobetti, che nel suo libro “Rivoluzione Liberale” dipinge Alfredo Rocco come un “candido giurista inesperto di storia” e lo irride come teorico del sindacalismo nazionalista: “I sindacati di Rocco sono un’invenzione di carattere professionale, sono un semenzaio dei nuovi clienti”. Ancora più grave è che un ministro della Giustizia dimentichi (o ignori) che proprio ad Alfredo Rocco si deve il regolamento carcerario del 1931, che tracciò l’impronta teorica sulla funzione della pena propria del fascismo, e in cui abbandonava le raffinatezze dello studioso per assumere le vesti del crudele torturatore”. Sarebbe davvero paradossale che a novanta anni dall’entrata in vigore del Codice Rocco, invece di mettere nell’agenda della politica l’approvazione di un nuovo codice, utilizzando i lavori delle tante Commissioni che hanno negli anni prodotto testi riformatori (Pagliaro, Grosso, Nordio, Pisapia) si insediasse in via Arenula una tifosa dell’ideologo dello stato totalitario. Prescrizione: l’emendamento Annibali alla prova del voto Il Fatto Quotidiano, 7 febbraio 2021 Il governo Draghi non è ancora nato e la maggioranza rischia già di spaccarsi sul tema che ha provocato la fine del governo Conte 2: la prescrizione. Se il nuovo esecutivo dovesse nascere a metà settimana, già dal prossimo weekend la commissione Affari costituzionali della Camera sarà chiamata a votare sul cosiddetto “lodo Annibali”, la norma che si ispira alla deputata di Italia Viva, Lucia Annibali, per sospendere la legge Bonafede entrata in vigore il 12gennaio 2020 che blocca la prescrizione dopo la sentenza di primo grado. Gli emendamenti al decreto Milleproroghe per cancellare la norma sono stati presentati - e ritenuti ammissibili - dall’avvocato eletto con FI e passato con “Azione”, Enrico Costa, dal Radicale Riccardo Magi e dalla stessa Annibali. Magi e Costa pongono gli emendamenti addirittura come pregiudiziale del primo articolo del decreto che dovrà essere convertito entro il 1° marzo. E già su quel voto la nuova maggioranza potrebbe spaccarsi, visto che il M5S non intende fare passi indietro mentre tutte le altre forze politiche - da Forza Italia a Italia Viva passando per la Lega - chiedono una svolta “garantista” rispetto a Bonafede. Prima del voto, il nuovo governo dovrà dare il parere sugli emendamenti. E non sarà affatto semplice. Lockdown e violenza in casa: è boom di femminicidi di Lea Melandri Il Riformista, 7 febbraio 2021 La violenza sulle donne è l’atto di nascita della politica e del suo inevitabile declino. Dire che è “un fenomeno strutturale”, senza che gli uomini consapevoli degli orrori che ha prodotto storicamente la “virilità”, aggiungano “ci riguarda”, è indifferenza o silenziosa complicità. I femminicidi, gli stupri, i maltrattamenti, l’integralismo antiabortista, le molestie e i ricatti sessuali sul lavoro: queste e infinite altre forme di violenza manifesta o invisibile sulle donne “emergono” oggi non a caso nella loro forma più arcaica e selvaggia -potere di vita e di morte- di fronte a una “libertà” delle donne che molti uomini sono incapaci di tollerare, altri tollerano in silenzio, altri evitando di alzare gli occhi e la voce di fronte alla barbarie assassina dei loro simili. I dati - gli ennesimi - non mentono: 93 dei 111 omicidi di donne commessi nel 2019 possono essere classificati come femminicidi (83,8% del totale), ossia maturati in un contesto di violenza di genere. E l’emergenza Covid ha aggravato la situazione: nei primi 6 mesi del 2020 la situazione si è ulteriormente aggravata con un numero di femminicidi pari al 45% del totale degli omicidi, contro il 35% dei primi sei mesi del 2019, che hanno raggiunto ben il 50% durante il lockdown nei mesi di marzo e aprile 2020. Il dominio maschile sull’altra metà del mondo ha significato l’appropriazione del potere generativo, riportato su un sesso solo - le genealogie di padre in figlio - la cancellazione della sessualità femminile e della donna come singolarità incarnata, corpo e pensiero. Quella che viene oggi allo scoperto è la crisi di una civiltà che ha portato finora in tutte le sue manifestazioni, economiche, culturali e politiche il segno della comunità storica degli uomini, la loro visione del mondo, imposta, contrabbandata ideologicamente come “naturale”. Non ci si può più accontentare di qualche legge o di qualche diritto strappato con fatica e subito contrastato con violenza dagli odiatori delle donne. Quelle che oggi riempiono le piazze di tutto il mondo sono donne di generazioni diverse che hanno capito quanto il sessismo sia trasversale a tutte le realtà di violenza, sfruttamento, miseria e ingiustizia sociale, e quanto siano profonde le radici nella cultura, ancora in gran parte inconscia, che abbiamo ereditata e purtroppo anche fatta nostra. Il cambiamento che si impone perciò è radicale, riguarda istituzioni, saperi e poteri della vita privata e pubblica, è contrasto, disobbedienza, ribellione a tutti i governi che legittimano la violenza maschile in tutte le sue forme. È un modello di civiltà, e non solo un sistema economico, che oggi mostra le sue radici distruttive, sugli umani e sulla natura. Nell’epoca in cui i capisaldi del potere dei padri, per naturale decrepitezza o inevitabili discontinuità dovute alle nuove acquisizioni della coscienza, cominciano a declinare, sembra che solo la violenza tragga dal mutamento in atto nuovo vigore. Nel venir meno di modelli virili socialmente autorevoli, nel declino delle istituzioni che dietro la maschera della neutralità hanno sedimentato valori, gerarchie, privilegi, divisione di ruoli, nel lento decadimento dei miti della forza e dell’onore, è come se si fosse prosciugato il terreno in cui scompariva ogni volta un tenero figlio, ancora in odore di madre, per far crescere un coraggioso guerriero. Il copione della virilità, destinato a ripetersi quasi senza variazioni nel corso di una vita, poteva contare in passato su attori e parti note già nell’ambito famigliare, figure parentali irrigidite da obblighi, doveri, rituali domestici, distribuzione di poteri, visibilmente in consonanza con le strutture portanti della vita pubblica. Patriarchi contadini, abbruttiti dall’alcolismo, non riscuotevano per questo minore obbedienza e rispetto. La violenza si confondeva con la legge, con la tradizione, con le norme comportamentali, con l’esercizio di un potere considerato “naturale”. Senza quel supporto, fatto di carne e passione, nessun ordine avrebbe potuto durare così a lungo, resistere alle discontinuità della storia, all’assalto delle nuove generazioni. È questa la “sacra famiglia” della tradizione? L’assassino non solo ha le chiavi di casa. In una casa è cresciuto da piccolo, ci è entrato da adulto con una moglie, ha visto nascere dei figli. Sembra ancora lontano a venire il giorno in cui, nel comunicare l’ennesimo femminicidio alla televisione, anziché dire “adesso cambiamo argomento”, ci si fermi per aggiungere “cerchiamo di capire da dove nasce tanto odio e violenza maschile”. Le ragioni sono ormai sotto gli occhi di tutti. Quando le donne hanno cominciato a scostarsi dal posto in cui sono state messe - svilite o esaltate immaginariamente - anche la collocazione dell’uomo ha perso i suoi contorni definiti e indiscutibili. La libertà, di cui ha creduto di godere la comunità storica maschile, svincolandosi dalle condizioni prime, materiali, della sua sopravvivenza, ha rivelato impietosamente la sua inconsistenza, portando allo scoperto un retroterra fatto di fragilità, paure e insicurezza. È nella sfera domestica che le donne hanno cominciato a non voler più essere un corpo a disposizione degli altri. Le separazioni, i divorzi, il numero crescente di quelle che scelgono di vivere da sole, sono materialmente e simbolicamente la prova che la millenaria “oblatività” femminile, come “sacrificio di sé” sta venendo meno. Di conseguenza aumentano nell’uomo senso di fallimento e impotenza, consapevolezza intollerabile di una dipendenza finora rimossa. La pandemia non ha fatto che accentuare il peso che ha comportato per le donne la cura, considerata “naturale” destino femminile -una maternità estesa tanto da riguardare, oltre che figli, anziani, malati anche uomini in perfetta salute -, e togliere il velo alla retorica della famiglia come luogo della loro protezione e sicurezza. Ma ha anche messo allo scoperto, nel momento in cui il corpo con tutte le vicende, le più indicibili che lo attraversano, come la vecchiaia, la malattia, la morte, è uscito dal ‘privato’ per accamparsi sulla scena pubblica, il vuoto di sapere, sostenibilità, consapevolezza, su cui sono nate le istituzioni politiche, separate dalla vita nel momento stesso in cui hanno consegnato all’immobilità della natura, insieme al sesso femminile, tutte le esperienze, per altro le più universali dell’umano, che hanno il corpo come parte in causa. Quei politici assolti dopo 10 anni di gogna: “Ma non frega a nessuno” di Simona Musco Il Dubbio, 7 febbraio 2021 L’incubo di 13 ex consiglieri regionali del Lazio finisce con un’assoluzione piena. L’ottava sezione collegiale di Roma ha fatto cadere mercoledì scorso le accuse perché il fatto non sussiste. Un processo mediatico. Una gogna durata otto anni, per aver assunto il personale a chiamata diretta. L’incubo di 13 ex consiglieri regionali del Lazio finisce con un’assoluzione piena. L’ottava sezione collegiale di Roma ha fatto cadere mercoledì scorso le accuse, con la formula perché il fatto non sussiste, per l’ex capogruppo del Pd ed attuale sindaco di Fiumicino, Esterino Montini, per l’attuale senatore del Pd, Bruno Astorre, per l’attuale deputato Pd Claudio Mancini, per vicesegretario del Pd Enzo Foschi, Marco Di Stefano e Claudio Moscardelli e altri consiglieri. L’indagine riguardava fatti che risalgono al periodo compreso tra il 2010 e il 2013. “Che vita è se per un avviso di garanzia o un rinvio a giudizio ci si deve dimettere?”, ha dichiarato Astorre, che ha ricordato la gogna subita, i titoli dei giornali e le accuse degli avversari politici. Anche da parte del M5s, oggi alleato del Pd e alle prese, esso stesso, con le indagini a carico dei propri amministratori. Come Virginia Raggi e Chiara Appendino, quest’ultima condannata per i disordini in piazza San Carlo. “Se fossi stato un sindaco avrei firmato anche io in sua difesa”, ha sottolineato Astorre, in un lungo intervento su Facebook, col quale ha contestato i tempi del processo, lunghi in maniera irragionevole, nonostante “io non abbia messo in atto alcuna tecnica dilatoria”. Ma nonostante ciò di Astorre e gli altri hanno dovuto attendere quasi un decennio per poter avere una sentenza. Il senatore dem lo ha annunciato in diretta: si batterà per una giustizia più giusta. Anche contro la riforma della prescrizione voluta dagli alleati del suo partito. Ma non solo: il senatore ha anche sottolineato la barbarie della gogna mediatica, gli attacchi subiti a mezzo stampa anche da parte di grandi firme, “che hanno costruito una carriera” sulle vicende giudiziarie a carico degli altri, ribadendo che “un avviso di garanzia non può essere percepito come una condanna”. Un appello al mondo dell’informazione nel quale lo stesso Astorre crede poco: da domani, ha sottolineato, toccherà a qualcun altro subire la stessa tortura mediatica, fino a sentenza passata in giudicato e anche oltre. Astorre ha descritto i dieci anni sotto processo come un periodo di tempo lungo e difficile, tale da precludere possibilità e occasioni, ma anche capace di deteriorare i rapporti umani. “Non è stata tanto dura difendersi nel processo - ha sottolineato - anche se sono stati 8 anni, con un dispendio economico anche importante”. L’aspetto più grave, ha sottolineato, sono stati “gli attacchi mediatici, gli avversari scatenati, la freddezza da parte della comunità, la stampa scatenata”. Ed è stato durissimo, ha sottolineato, far riportare la notizia dell’assoluzione, una difficoltà inversamente proporzionale alla facilità con la quale, una volta ricevuto l’avviso di garanzia, è stato “condannato” dal tribunale della stampa, che non ha risparmiato epiteti e facili slogan. “Se si viene rinviati a giudizio - ha evidenziato - allora si va incontro ad una condanna eterna e del processo non frega più niente a nessuno. Mi batterò sempre contro questa situazione, perché chi fa l’amministratore pubblico può sempre finire in vicende giudiziarie”. Non c’è stato, dunque, alcun illecito nelle nomine dei collaboratori assegnati al gruppo consiliare del Pd e ai singoli consiglieri negli anni 2011/ 2012. Tutto legale, tutto tracciato, tutto secondo legge. “Nel corso dell’istruttoria dibattimentale - ha evidenziato Astorre - è stata dimostrata l’assoluta infondatezza del reato di abuso d’ufficio contestato anche al sottoscritto, allora vice presidente del Consiglio Regionale, come sostenuto dall’avvocato Alicia Mejía Fritsch che ringrazio. Con questa sentenza il Tribunale riconosce che la nomina dei collaboratori del gruppo è di natura fiduciaria”. I collaboratori potevano infatti essere assunti direttamente dal gruppo consiliare e la legge, contrariamente a quanto sostenuto dalla Procura, non prevedeva l’obbligo di ricorrere al personale interno della Regione o della Pubblica Amministrazione. Soddisfatto anche l’ex senatore ed attuale sindaco di Fiumicino Esterino Montino. “Sono sempre stato fiducioso - ha evidenziato in un post su Facebook - ma non nascondo che ho aspettato con ansia la conclusione di questo processo durato tanti anni. La sentenza ha ristabilito l’ordine vero delle cose: il gruppo di allora del Pd alla Regione Lazio aveva solo fatto il proprio dovere lavorando in totale trasparenza e onestà. Mi hanno amareggiato le tante polemiche, anche molto velenose che, purtroppo, sono nate anche al nostro interno e che qualcuno ha pensato di utilizzare per farsi spazio nel partito. Ringrazio l’avvocato Antonio Andreozzi per l’eccellente lavoro svolto fino ad oggi. Ora si apre una fase nuova, per me e per la mia famiglia che si libera di un peso portato per tanto tempo. Continuerò a lavorare con la passione e l’onestà che hanno sempre guidato la mia azione politica e di amministratore”. Campania. Nella Fase 3 il vaccino anti-Covid-19 anche nelle carceri di Alessandra Martino linkabile.it, 7 febbraio 2021 Le criticità che il ‘sistema carcere’ sta rivelando Covid nelle carceri, da Bologna a Napoli contagi quasi raddoppiati in tre giorni. Gli agenti: “Situazione preoccupante” nell’ultimo anno con l’emergenza pandemica che lo ha investito in pieno sono sotto gli occhi di tutti. L’aumento esponenziale del numero dei contagi tra la popolazione carceraria e gli operatori penitenziari costituisce il dato più visibile dell’incapacità di contenere e reagire alla diffusione del virus all’interno degli istituti penitenziari. In quella parte di mondo che sono le carceri italiane, il Covid-19 ha radicalmente stravolto l’aspetto del luogo e della vita interna. Basti pensare che l’irruzione della crisi sanitaria ha come prima cosa isolato il sistema carcerario dalla società esterna ancor più di quanto usualmente non sia. Da un giorno all’altro, i famigliari, i docenti delle scuole, i responsabili esterni di attività lavorative interne, i volontari sono stati allontanati dagli istituti di pena, creando uno statico silenzio da trascorrere nell’immobilismo più totale e nell’assenza di notizie provenienti da fuori le mura di cinta. Gli interventi legislativi adottati sinora per ridurre focolai all’interno della “realtà” carceraria si sono rivelati del tutto insufficienti a raggiungere gli obiettivi sperati. Il Garante dei detenuti della Campania Samuele Ciambriello ha raccontato che fino a ieri erano 58 i contagiati, di cui, 18 agenti della Polizia Penitenziaria, impiegati nel carcere di Carinola, in provincia di Caserta, sono risultati positivi Covid. Dopo la scoperta del focolaio l’amministrazione ha deciso di sottoporre al tampone molecolare tutti i detenuti: sono stati effettuati centinaia di test a coloro che, negli ultimi giorni, erano entrati in contatto con i poliziotti risultati contagiati. Il Garante ha proseguito Ieri in Campania erano 24 i detenuti contagiati; 20 a Secondigliano, 3 a Poggioreale e 1 a Carinola.” Il ministro della Salute Roberto Speranza ha presentato il 2 dicembre 2020 le linee guida del Piano strategico per la vaccinazione anti-Covid-19 (aggiornato con Decreto 2 gennaio 2021), elaborato da Ministero della Salute, Commissario Straordinario per l’Emergenza, Istituto Superiore di Sanità, Agenas e Aifa. A conclusione delle comunicazioni del Ministro della Salute il Senato e la Camera hanno approvato il documento. Andando nello specifico, le fasi della campagna di vaccinazione sono così composte: Fase 1, operatori sanitari e socio- sanitari, ospiti Rsa e over 80; Fase 2, persone da 60 anni in su, persone con fragilità di ogni età, gruppi sociodemografici a rischio più elevato di malattia grave o morte, personale scolastico ad alta priorità; Fase 3, personale scolastico, lavoratori di servizi essenziali e dei setting a rischio, agenti penitenziari, detenuti e luoghi di comunità, persone con comorbilità moderata di ogni età. Infine c’è la Fase 4 che prevede la popolazione rimanente. Il Garante Ciambriello ci fa sapere che per avere dei vaccini nelle carceri sono contemplate nella fase 3, nella quale verranno vaccinati agenti penitenziari, detenuti e personale ed ospiti dei luoghi di comunità, oltre a personale scolastico, lavoratori di servizi essenziali e dei setting a rischio e persone con comorbilità (affette da più patologie) moderata di ogni età. Inoltre comunica che è arrivato nelle carceri il modulo per la richiesta volontaria per chiedere il Vaccino. Dunque, il 2021 vedrà ancora tanta fatica, ma sarà l’anno della speranza e della ripartenza. Deve esserlo anche in carcere, affinché l’occasione di questo dramma possa essere servita per imparare dagli errori. Puglia. Il paradosso: udienze in videoconferenza, ma tribunali senza Internet di Chiara Spagnolo La Repubblica, 7 febbraio 2021 Il personale amministrativo è carente di 500 unità rispetto alla pianta organica. E poi ci sono i palazzi fatiscenti - da Bari a Foggia, passando per Trani - e le Cittadelle giudiziarie che per ora sono soltanto sulla carta. Ci sono i processi da tenere in videoconferenza in tribunali non dotati di wi-fi, i computer usati e dati in dotazione ai magistrati, il personale amministrativo carente di 500 unità rispetto alla pianta organica. E poi i palazzi fatiscenti - da Bari a Foggia, passando per Trani - e il sogno delle cittadelle giudiziarie che assomiglia a una chimera. Arranca la giustizia ai tempi del Covid. Sotto il peso di problemi vecchi e regole nuove, legate all’uso ormai indifferibile di sistemi da remoto non supportati da una dotazione tecnologica adeguata. Significa che molte delle novità imposte dal ministero della Giustizia per l’applicazione delle norme anti-Covid sono di difficile attuazione e che senza un piano di investimenti per le dotazioni strumentali, l’adeguamento degli immobili e la formazione del personale, la giustizia nel distretto di Bari continuerà ad arrancare. Come dimostrano i dati e le considerazioni messi nero su bianco nella relazione del presidente della Corte d’appello, Franco Cassano, per l’inaugurazione dell’anno giudiziario, nella quale ha annunciato la sfida del settore: “Trasformare i disastri della pandemia in una occasione di crescita e miglioramento della giustizia”. Il sogno di Internet - L’immagine dei magistrati che collegano il pc al telefonino tramite hot spot per tenere le udienze da remoto sintetizza il distacco fra teoria e realtà. In nessun tribunale o ufficio giudiziario del distretto di Bari esiste il wi-fi: tutto fino a pochi mesi fa si svolgeva tramite una rete Intranet, che è divenuta parzialmente inutile quando la pandemia ha reso necessario interfacciarsi con persone all’esterno, siano essi avvocati, imputati o detenuti. Il problema è come quello del cane che si morde la coda, però, perché la norma prevede che il magistrato tenga l’udienza da remoto dal suo ufficio o da un’aula. Le aule in cui esiste il collegamento a Internet sono talmente poche da essere contese e non hanno allacci in numero tale da consentire il contemporaneo collegamento di tutti i componenti di un collegio. Per celebrare le udienze a distanza è stato scelto l’applicativo Teams e sono stati diramati tutorial per insegnare a utilizzarlo, ma la complessità delle procedure di udienza è difficilmente imbrigliabile. E per questo motivo il numero dei procedimenti da trattare online quotidianamente è notevolmente ridotto rispetto a quelli che si potevano fare in presenza. “Sono necessari tempi minimi per il collegamento con ogni partecipante - ha spiegato il presidente Cassano - per gli avvisi del giudice e le dichiarazioni delle parti, per la redazione dei verbali e la chiusura dei collegamenti”. Indagini più complicate - Le Procure del distretto (a partire da quella di Bari, guidata da Roberto Rossi) e la Dda (con a capo Francesco Giannella) a inizio 2020 avevano iniziato a utilizzare il Portale delle notizie di reato, formando la polizia giudiziaria e puntando alla realizzazione automatica del fascicolo elettronico. L’arrivo della pandemia ha rallentato questo percorso, però, perché l’applicativo utilizzato a tale scopo (Tiapdocument@) non fa parte di quelli che si possono utilizzare dall’esterno degli uffici, dunque è inibito a tutti coloro che si trovano in smart working. Questo esempio introduce un altro problema con cui il personale degli uffici giudiziari si è dovuto confrontare in questi lunghi mesi in cui centinaia di amministrativi hanno lavorato da casa: l’impossibilità di entrare nel sistema del ministero da computer che non sono collegati alla rete Intranet, dunque di poter assicurare moltissime mansioni dalle abitazioni. Eppure quella del processo telematico viene ritenuta la strada principe da percorrere, “coltivando anche il cambiamento culturale che ciò comporta” ha detto nell’inaugurazione del 30 gennaio la procuratrice generale Anna Maria Tosto. L’organico insufficiente - Lo smart working viene indicato dal presidente Cassano come “un obiettivo da raggiungere”, perché consentirebbe maggiore flessibilità e responsabilizzazione del rapporto di lavoro, facendo riscoprire “giacimenti di entusiasmo ed energia sopiti da decenni di gestione burocratica e svogliata”, introducendo “il principio della meritocrazia e della valutazione basata sui risultati e sui livelli di servizio più che sul presenzialismo e sull’adempimento di procedure burocratiche”. Alla base di una nuova organizzazione del lavoro serve una dotazione adeguata degli organici, però, che adesso sono insufficienti soprattutto per il personale amministrativo. Nel distretto, numeri alla mano, a una pianta organica che prevede 1.506 unità corrispondono 946 persone in servizio, molte delle quali sono in età avanzata e quindi ormai prossime alla pensione. Meno drammatica ma ugualmente insufficiente è la pianta organica dei magistrati, carente di 51 unità: 40 riguardano gli uffici giudicanti e 11 le Procure. La situazione peggiore è quella del tribunale di Foggia, dove mancano 15 giudici e, a seguire, della Corte d’appello di Bari, in cui ne mancano 14. L’ira degli avvocati - “Appare paradossale che si parli di intelligenza artificiale nella giurisdizione quando ancora semplici piattaforme informatiche non funzionano a dovere e i processi telematici, civili e penali, scontano disservizi di ogni genere” ha detto il presidente dell’Ordine degli avvocati di Bari, Giovanni Stefanì. Gli avvocati, del resto, subiscono ancor più dei magistrati le limitazioni imposte dalle norme anti-Covid. A partire dalla frequentazione contingentata dei palazzi di giustizia, con le udienze da remoto a farla da padrona e l’ingresso negli uffici solo su appuntamento. “Questa giustizia comprime irreparabilmente il diritto di difesa - ha aggiunto Gaetano Sassanelli, già presidente della Camera penale e componente del Consiglio giudiziario - La parte che rappresenta l’accusa è regolarmente presente nei palazzi di giustizia: il difensore invece deve entrare con il cappello in mano, districandosi nel diluvio di protocolli come in una sorta di gioco dell’oca, seguendo le scansioni temporali imposte da terzi, alla stregua di un piazzista che si presenta dietro la porta di casa all’ora di pranzo”. Cagliari. Sdr: “Gravi carenze distribuzione di farmaci nella Casa Circondariale di Uta” cagliaripad.it, 7 febbraio 2021 “L’assistenza sanitaria farmaceutica nella Casa Circondariale Ettore Scalas di Cagliari-Uta risulta deficitaria, con carenze nella disponibilità dei medicinali e dei presidi e conseguenti ritardi nella distribuzione dei farmaci ai detenuti. Una situazione che negli ultimi mesi si è verificata spesso determinando preoccupazione tra i familiari delle persone private della libertà”. Lo afferma Maria Grazia Caligaris, dell’associazione ‘Socialismo Diritti Riforme’, facendo proprie le segnalazioni di alcuni familiari preoccupati per “l’inadeguatezza dell’assistenza a persone che non hanno la possibilità di attingere autonomamente alle cure e alle terapie”. “Non è la prima volta - osserva Caligaris - che si verificano carenze nella disponibilità dei farmaci nel carcere cagliaritano. Un problema che a cadenze fisse si ripresenta probabilmente per un’organizzazione deficitaria. La responsabilità delle forniture dei farmaci nel presidio sanitario penitenziario è in capo all’ATS. Mensilmente infatti dalla Casa Circondariale vengono inoltrate le richieste per avere garantite le medicine necessarie nonché presidi vari compresi garze, bisturi, cannule, cerotti, ovatta, provette, sondini, disinfettanti. Si tratta di materiali indispensabili per garantire l’assistenza a circa 560 persone (22 donne) e al personale qualora si presenti la necessità. Non sempre però evidentemente le forniture sono complete e quindi adeguate alle richieste”. “La carenza dei dispositivi - sottolinea ancora l’esponente di SDR - mette a dura prova non solo i pazienti, spesso con gravi disturbi psichiatrici, ma anche i sanitari. Per ovviare al disagio si provvede a prescrivere i farmaci con le ricette, una pratica che, benché sia prevista e autorizzata, su larga scala determina un aggravio di spese senza garantire una migliore qualità del servizio anche perché molti farmaci e presidi non sono prescrivibili a carico del Servizio Sanitario e l’acquisto attraverso le Farmacie del circondario determina una dilatazione dei tempi di somministrazione delle terapie”. “E’ appena il caso di ricordare che la salute è un diritto costituzionale. Deve essere garantito a tutti i cittadini. In un periodo in cui la pandemia di Covid-19 sta creando seri problemi per la vita di ciascuno e in attesa che la vaccinazione venga estesa agli operatori delle carceri e a tutti i detenuti, le carenze nella disponibilità dei farmaci - conclude Caligaris - devono essere immediatamente colmate. L’auspicio è che l’assessore regionale della Sanità se ne faccia carico e intervenga con sollecitudine a risolvere il problema”. Carinola (Ce). Focolaio Covid nel carcere, 17 agenti positivi: screening tra i detenuti di Nico Falco fanpage.it, 7 febbraio 2021 Nel carcere di Carinola, in provincia di Caserta, 17 agenti della Polizia Penitenziaria sono risultati positivi Covid. L’amministrazione ha avviato uno screening tra i detenuti, sono stati effettuati centinaia di tamponi; per il momento non sono emersi casi di contagio ma molti test non sono ancora pronti, si dovrà attendere le prossime ore. Diciassette agenti della Polizia Penitenziaria, impiegati nel carcere di Carinola, in provincia di Caserta, sono risultati positivi Covid. Dopo la scoperta del focolaio l’amministrazione ha deciso di sottoporre al tampone molecolare tutti i detenuti: sono stati effettuati centinaia di test a coloro che, negli ultimi giorni, erano entrati in contatto con i poliziotti risultati contagiati. Al momento non sarebbero emersi casi di positività tra i detenuti, ma per un bilancio dello screening si dovrà attenere le prossime ore: molti dei test non sono ancora pronti e quindi il dato dei positivi potrebbe crescere e coinvolgere anche la popolazione detenuta. La delicata situazione delle carceri, con le difficoltà di arginare il contagio soprattutto a causa del sovraffollamento, è emersa anche a Roma, dove un focolaio è scoppiato a Rebibbia e 14 detenuti sono risultati positivi al coronavirus. Ieri il garante campano dei detenuti, Samuele Ciambriello, aveva diffuso il report su Covid e carceri aggiornati. Dai dati comunicati risulta che i detenuti contagiati sono 24; la maggior parte si trova nel carcere di Secondigliano (20), seguono Poggioreale con 3 casi e Carinola con un caso. Sono invece 58 i contagiati tra gli agenti di polizia penitenziaria e gli operatori sanitari. Per quanto riguarda la campagna di vaccinazioni, scrive Ciambriello, le carceri sono contemplate nella fase 3, nella quale verranno vaccinati agenti penitenziari, detenuti e personale ed ospiti dei luoghi di comunità, oltre a personale scolastico, lavoratori di servizi essenziali e dei setting a rischio e persone con comorbilità (affette da più patologie) moderata di ogni età. Venezia. Fine pena, esce dal carcere a 43 anni ma è contagiato dal Covid di Carlo Mion La Nuova Venezia, 7 febbraio 2021 “Genitori ottantenni, ora dove vado?”. L’ex detenuto è senza un posto dove poter trascorrere il periodo di isolamento. Il legale: “Situazione complessa”. A Santa Maria maggiore 50 positivi. Ma non sa dove andare e nessuno, a quanto pare, si preoccupa per lui e anche per le persone con le quali verrà a contatto. Lui è un ex detenuto veneziano di 43 anni. Era in carcere per scontare una pena seguita alla condanna rimediata a una serie di furti che aveva commesso. In carcere è stato contagiato dal virus. È asintomatico ma anche il tampone di due giorni fa è risultato positivo. Nonostante questo viene messo in libertà senza che qualcuno lo prenda in carico. Ha cercato di parlare con la direttrice del carcere, poi con qualche responsabile sanitario, ma è stato tutto vano. Sabato mattina ha avvisato, della situazione, il suo legale l’avvocato Marco Zanchi. Ma anche quest’ultimo non è riuscito a cavare un ragno dal buco. Tutti rimandano ad altri. L’uomo che risiede con i genitori non può tornare a casa. Entrambi sono ultra ottantenni, sarebbe come condannarli ad essere contagiati con i rischi che conosciamo. E poi chi lo porterebbe a casa contagiato? Lui in tasca ha 200 euro è disposto anche andare per qualche giorno in quale hotel. Ma dice: “Quindi mi presento all’hotel dicendo sono appena uscito dal carcere e sono positivo al Covid. Immagino che mi prendano a braccia aperte”. La situazione è complessa e c’è il rischio che l’uomo si renda protagonista di una protesta clamorosa. Da una parte ci sono le carceri venete sovraffollate. Anche lo scorso anno in seguito al Covid c’è stato un calo nel trend di crescita. Come si legge nella relazione del Presidente della Corte d’Appello all’inaugurazione dell’Anno giudiziario: “Al 30 giugno 2020, a fronte di una capienza regolamentare di 1919 detenuti erano presenti nelle carceri venete 2.251 detenuti. Le presenze a tale data risultano inferiori rispetto a quelle registrate alla stessa data dell’anno scorso (pari a numero 2.432), ma detta riduzione è ascrivibile ad una situazione contingente ed eccezionale collega al Covid. Tutti gli Istituti comunque segnalano una presenza di detenuti superiore a quella regolamentare, con la sola eccezione delle Case circondariali di Belluno e di Padova e della Casa di Reclusione femminile di Venezia. In particolare, significative sono le percentuali di sovraffollamento delle Case Circondariali di Vicenza e di Venezia e della Casa di reclusione di Padova”. In questo momento nel carcere di Santa Maria Maggiore a Venezia a fronte di una capienza regolamentare di 159 detenuti, lo scorso anno al 30 giugno erano presenti 241 carcerati, scesi poi a 403. Di questi una cinquantina sono stati contagiati. Ed è stata un’impresa trovare degli spazi per garantire la quarantena a questi detenuti ed evitare ulteriori contagi. Non solo tra carcerati, ma anche del personale della polizia penitenziaria e di quello assistenziale. Alessandria. Dietro-front sul Don Soria: non va chiuso perché può essere potenziato ilpiccolo.net, 7 febbraio 2021 “Per anni abbiamo proposto la chiusura del vecchio edificio che ospita la Casa circondariale Don Soria e di destinarlo ad altri usi, ma ora chiediamo che sia valorizzato”: parole del Garante regionale delle persone detenute Bruno Mellano durante l’incontro con il sindaco e l’assessore alle Politiche sociali del Comune di Alessandria, Gianfranco Cuttica di Revigliasco e Piervittorio Ciccaglioni, per analizzare la parte del Dossier delle criticità delle carceri piemontesi relativa alla Provincia di Alessandria. “Oltre la metà degli spazi - spiega - non è utilizzata a causa di problemi al tetto e agli impianti elettrici, idraulici e di riscaldamento, nonostante gli interventi di manutenzione straordinaria previsti nell’ultimo anno dall’Amministrazione per garantirne l’utilizzo in sicurezza. Ora che i lavori sono stati fatti, la struttura merita di essere potenziata attraverso la realizzazione di un’ampia sezione che ospiti detenuti semiliberi o che lavorino fuori o dentro il carcere per sfruttarne al meglio la collocazione centrale e implementare la sinergia con il ‘San Michele’”. In merito alla conclusione dei lavori per il Progetto Agorà, che prevede nuovi spazi comunitari per circa 80 detenuti presso la Casa di reclusione “San Michele”, Mellano ha sottolineato che “con l’adeguamento degli arredi e delle attrezzature indispensabili per i laboratori formativi si prevede l’avvio delle attività e l’imminente ripristino delle 25 stanze di pernottamento andate distrutte nel corso delle proteste del marzo scorso”. Sindaco e assessore hanno confermato l’interesse della giunta comunale “a progetti di accoglienza e supporto all’housing sociale sostenuti dalla Cassa delle ammende e dalla Regione”. E, con il contributo del dottor Paolo Cecchini, hanno voluto approfondire le questioni legate alla gestione dell’emergenza Covid-19 nell’ambito penitenziario alessandrino. Ricordando la possibile intenzione del Parlamento di realizzare un nuovo carcere sul territorio alessandrino attraverso il riutilizzo di una caserma militare dismessa a Casale Monferrato, Mellano ha informato il sindaco della recente costituzione, al Ministero di Giustizia, di una Commissione di tecnici per un Piano nazionale di architettura e urbanistica penitenziaria che superi la mera edificazione di spazi di contenimento e preveda progetti integrati con il tessuto sociale del territorio. Al termine dell’incontro Mellano ha anticipato che il garante comunale Marco Revelli ha annunciato la volontà di rinunciare all’incarico per motivi personali e professionali. Volterra (Pi). “Carcere, un modello di resilienza” La Nazione, 7 febbraio 2021 Il report dell’associazione Antigone: “Bene il progetto dei detenuti attori e l’uso della tecnologia”. Il sistema penitenziario ai tempi del Covid sotto la lente dell’associazione Antigone, che da quasi trent’anni è in prima linea per i diritti e le garanzie nel sistema penale. L’associazione ha costruito un robusto report dove emergono sfaccettature in chiaro-scuro dalle carceri nell’epoca in cui l’irruzione della crisi sanitaria si è tradotta nell’effetto di rompere osmosi fra dentro e fuori, fra ‘girone dei dannati’ e mondo esterno, lasciando la dimensione di detenzione in un rigido silenzio. Ma nel dossier di Antigone sulla condizione carceraria nell’era pandemica ecco arrivare l’esempio del carcere di Volterra, preso ed analizzato come ‘modello di resilienza’. Il Covid non è balzato di cella in cella e, dall’inizio della pandemia, non si registrano casi di positività fra i detenuti. Ma a questo record si aggiungono pratiche adottate nel carcere che ne fanno, ancora, modello su scala italiana anche nei tempi funestati dalla crisi pandemica. “Nei giorni dell’emergenza sono emersi una serie di comportamenti solidali “dal di dentro” - si legge nel dossier di Antigone - che hanno visto i detenuti coinvolti nel supporto alla società esterna nell’affrontare la pandemia. È così che l’istituto di Volterra si è impegnato in una raccolta fondi destinata alla Protezione Civile. Tale forma di cooperazione, spesso unendo la solidarietà di detenuti e operatori, valica le mura di cinta, sfumando la drastica divisione fra dentro e fuori”. Ma c’è di più, perché il Maschio diventa esempio a livello nazionale anche sul fronte della tecnologia utilizzata come strumento per tenere vivo un dialogo nuovo con l’esterno. Antigone sviscera il caso della Compagnia della Fortezza di Armando Punzo, il cui lavoro teatrale con i detenuti è stato riadattato alla situazione di emergenza. “Le grandi opportunità connesse all’utilizzo della tecnologia iniziano, seppur con estremo ritardo, ad essere colte dai penitenziari. Non solo la comunicazione digitale, in principal modo le videochiamate pensate per sopperire alla carenza dei colloqui familiari, raggiunge anche gli istituti che non avevano mai usufruito di questo tipo di servizio, ma ne viene inoltre valorizzato l’utilizzo in chiave educativa, pedagogica e culturale. Tramutandosi in smart working - recita il dossier di Antigone - a Volterra procede il considerevole lavoro teatrale della Compagnia della Fortezza di Armando Punzo, progetto che, ormai da oltre trent’anni, recluta attori tra i reclusi, offrendo loro un impiego a tutti gli effetti, capace di rendere concreta la possibilità di indirizzarsi verso un effettivo reinserimento. A livello generale, il contesto carcerario si contraddistingue per una forte arretratezza tecnologica e l’approdo del digitale negli istituti penali non deve costituire una soluzione transitoria, pensata per colmare il vuoto causato dall’impossibilità di concedere colloqui familiari, ma deve essere potenziata come risorsa da mantenere anche alla fine della fase emergenziale”. Grosseto. Il Premio “Mariella Gennai” quest’anno è aperto anche ai detenuti Il Tirreno, 7 febbraio 2021 Il 31 marzo ultimo giorno per partecipare alla 16ª edizione del Premio letterario Mariella Gennai aperto ai ragazzi delle scuole elementari, medie e superiori della provincia di Grosseto. Un premio nato con l’intento di ricordare l’operato di Mariella Gennai scomparsa a soli 46 anni, una figura che ha lasciato il segno: educatrice in centri per adolescenti e soggetti svantaggiati, consigliere comunale e provinciale. Sono tre i temi che potranno essere scelti dagli autori: il tema libero; quello dedicato a Norma Parenti, la partigiana uccisa dai nazi fascisti nel 1944 nell’anno in cui ricorre il centesimo anniversario dalla sua nascita dal titolo “Norma Parenti: una donna di 23 anni che non esitò a sacrificare la propria vita per difendere la libertà e la democrazia, valori in cui credeva fermamente”; e infine quello dal titolo “L’essenziale è invisibile agli occhi”, una frase tratta da libro Il Piccolo Principe di Antoine de Saint Exupery. Il concorso, promosso dal Comune e dalla Commissione pari opportunità di Massa Marittima, oltre che agli studenti è come sempre aperto agli ospiti della Casa circondariale di Massa Marittima e per la prima volta anche agli studenti del Polo Universitario Grossetano. “Nell’anno in cui la pandemia ha fatto emergere quanto la tutela del diritto all’educazione è fondamentale per lo sviluppo e la stabilità dell’individuo - commenta Ambra Fontani presidente della Commissione pari opportunità - l’unico strumento per riuscire ad adattarsi e resistere al cambiamento, il concorso Mariella Gennai, dedicato a “I Giovani, La Cultura, Il Futuro” i tre punti fermi da cui ripartire per ricostruire una nuova società, acquisisce un significato ancora più profondo”. “Riteniamo che partecipare ad un concorso letterario - aggiunge l’assessora alle pari opportunità Grazia Gucci - oggi più che mai, costituisca un’esperienza formativa per i ragazzi”. Premiazione il pomeriggio di sabato 5 giugno al Palazzo dell’Abbondanza. Il bando integrale è consultabile e scaricabile sul sito istituzionale www.comune.massamarittima.gr.it Info: e-mail: premio.mariellagennai@comune.massamarittima.gr.it oppure 0566 906284. Quante morti ci è costato puntare sulla sanità privata e danneggiare quella pubblica di Federica Bianchi L’Espresso, 7 febbraio 2021 Per rispettare i parametri europei, molti Stati hanno tagliato le spese sanitarie incentivando invece le strutture private. In Italia si sono persi il 13 per cento dei posti letto per le cure urgenti dal 2010 al 2015. Ecco cosa emerge dallo studio della ong Corporate Europe Observatory, che monitora le azioni delle lobby di Bruxelles. L’eccessiva privatizzazione del mercato della saluta porta morte. La pandemia del Covid-19 lo ha dimostrato senza possibilità di appello, a partire dalla Lombardia, la regione europea dove tutto è cominciato. È questa la sintesi di un rapporto di Corporate Europe Observatory, o Ceo, l’ong europea che indaga sull’operato delle lobby a Bruxelles, e che mette in guardia anche sui tagli alla spesa pubblica che la Commissione europea ha chiesto agli stati negli anni della Grande Crisi e che potrebbe chiedere di nuovo per ripagare i debiti accumulati con la pandemia. “È essenziale che l’Unione europea metta fine alle sue politiche neoliberali che sono sfociate in dannosi tagli dei budget e che hanno messo pressione per privatizzare e commercializzare i sistemi di salute pubblica e di cura degli anziani, indebolendo la risposta europea alla pandemia”, dice Oliver Hoedman, il ricercatore responsabile del rapporto. Nella scorsa decade per rispettare i parametri economici imposti dalla Ue, i 27 sono stati spinti a tagliare la spesa pubblica, tra cui le voci relative alla sanità. Su richiesta delle istituzioni europee, in Italia il numero dei letti per le cure urgenti è calato del 13 per cento tra il 2010 e il 2015. Non solo. Mentre a dieci anni dalla Grande crisi l’Italia si ritrovava con un terzo dei letti di prima, la Germania raddoppiava le sue spese in sanità pubblica, trovandosi nel 2020 più preparata all’appuntamento con l’emergenza. Negli stessi anni, parte delle vecchie risorse destinate al pubblico sono state dirottate nel privato che, per definizione, ha come obiettivo non il bene comune ma l’utile. Operando secondo una logica di massimizzazione del profitto, le istituzioni sanitarie private si sono concentrate in servizi con minore rischio e con pazienti paganti, lasciando alle istituzioni pubbliche, sempre più a corto di fondi pubblici, le cure a maggior rischio e i pazienti meno benestanti. L’esempio utilizzato a Bruxelles è oramai quello della regione più ricca d’Italia, la Lombardia. Le immagini dei camion dell’esercito che trasportano le bare sono ancora vivide. Qui, nel giro di un decennio, tra il 2010 e il 2020, le strutture sanitarie private sono passate dal ricevere il 30 percento dei fondi pubblici italiani a oltre il 50 per cento per occuparsi, con i soldi dei contribuenti, dei pazienti privi di assicurazione. Hanno finito per sottrarre alla sanità pubblica quei miliardi indispensabili per la presa in carico dei pazienti al di fuori degli ospedali ma, con l’esplodere del Covid, gli ospedali sono stati per tutti l’unico luogo a cui rivolgersi. Peccato che fossero oramai a corto di letti, finiti nelle cliniche private. In Italia, più in generale, il numero dei letti in terapia acuta (che include l’intensiva) è sceso da 7 per mille abitanti nel 1990 a 2,6 nel 2015. Dei 5300 letti in terapia intensiva disponibili solo 800 erano in ospedali privati, circa il 15 per cento del totale, un numero troppo basso per reagire in caso di emergenza. Così con pazienti Covid e non Covid mescolati insieme, gli ospedali pubblici sono diventati velocemente focolai di infezione, poi trasmessa alle case di cura quando vi hanno inviato i pazienti che non potevano ospitare. Il tutto perché il pubblico aveva abdicato al suo fondamentale ruolo non profit, impossibile per un operatore privato: quello di spendere soldi per preparasi alle emergenze nella speranza che non accadano mai. A Bruxelles, che oggi parla chiaramente della necessità di creazione di una “sanità europea” senza specificarne però i contorni, una lobby molto potente ma poco nota al di fuori degli esperti ai lavori, l’Unione europea degli ospedali privati (Uehp), da anni chiede alla Commissione di promuovere un mercato interno nel campo della salute, sostenendo che gli ospedali privati siano più efficienti di quelli pubblici. Ma a negare questa asserzione è già un rapporto dell’Ocse del 2019 che sottolinea come, ad esempio, gli Stati Uniti spendano per il loro sistema sanitario, quasi interamente privatizzato, circa il 17 per cento del Pil, quasi il doppio della spesa europea e oltre un terzo di quella della Germania, il Paese europeo che investe di più in sanità. Ovvero: un sistema sanitario privato è più costoso non solo per gli utilizzatori ma anche per gli stati che lo sovvenzionano con risorse pubbliche, nonostante la retorica messa in campo dalle lobby degli ospedali privati soprattutto in questi mesi di pandemia. E non è un caso, sottolinea Ceo, che il secondo Paese inizialmente più colpito dalla pandemia, la Spagna, non fosse preparato a farvi fronte. Tra il 2009 e il 2018, nonostante una crescita dell’8,6 per cento del suo Pil, ha visto la spesa sanitaria tagliata dell’11,2 per cento, con una parte delle risorse dirottate verso il settore privato. Eppure, nonostante il supporto della Commissione europea per i cosiddetti PPP, gli accordi tra pubblico e privato in campo sanitario, già nel 2018 la Corte dei Conti europea aveva pubblicato un rapporto intitolato “Partnership pubbliche e private nella Ue: difetti estesi e benefici limitati”, in cui, considerato lo sperpero di danaro pubblico, suggeriva di cessare la promozione di un maggiore uso di tali accordi di cui la Gran Bretagna è stata pioniera. Lo sguardo è ora rivolto al dopo pandemia, quando gli Stati dovranno tornare a rispettare le regole del budget comune. Un altro giro di tagli ai bilanci della sanità pubblica potrebbe rendere l’Europa completamente inerme di fronte alla prossima emergenza sanitaria. Da Napoli a Palermo, la Dad strappa i ragazzi dalle scuole. E la malavita ringrazia di Antonio Fraschilla e Carlo Tecce L’Espresso, 7 febbraio 2021 Da Caivano a Brancaccio cresce il tasso di evasione dalle aule nell’anno della pandemia. Fiammetta Borsellino: “Senza istruzione tanti giovani sono a rischio di finire nelle mani della criminalità”. Un giorno assai ventoso di aprile la preside Eugenia Carfora ha ordinato ai ragazzi di spegnere le telecamere e affacciarsi ai balconi e alle finestre perché stava nel giardino della scuola a piantare i pomodori. Era un modo per prendersi cura assieme di qualcosa a cui voler bene, in un luogo spesso oppresso dal male. Eugenia insegna il bello da una dozzina di anni all’Istituto superiore Francesco Morano di Caivano, distesa di cemento armato in provincia di Napoli, quartiere Parco Verde, zona di droga e di vergogna, di cronaca nera e di aggettivi putridi. Da quei palazzi da cui precipitarono Antonio e Fortuna, due bambini capitati in un posto disgraziato e da cui tentò di scappare Maria Paola, speronata e uccisa dal fratello per aver osato amare un transessuale, da una dozzina di anni Carfora si è messa in testa che vuole cavare un futuro migliore: “Aprite le scuole: qui i ragazzi non hanno altro”. A Palermo la brezza ti spinge fuori dalle stanze basse, strette e umide. In via Conte Federico a Brancaccio, dietro l’istituto intitolato a padre Pino Puglisi, il prete beato ammazzato dalla mafia, la didattica a distanza, la cosiddetta “dad”, si fa in motorino, in due o in tre, senza casco e senza sosta. In due mesi le segnalazioni di dispersione scolastica in città hanno quasi eguagliato quelle dell’anno scorso. E Brancaccio batte tutti. Alla periferia di Napoli come al centro di Palermo, a Caivano come a Brancaccio, le conseguenze della “dad” non si recuperano o si contrastano con una ordinanza. Tanti ragazzi chiudono il computer, per chi ce l’ha, e non tornano più. Vanno a spasso fra le macerie della società o si fanno mani e corpi giovani per la criminalità organizzata. La mafia e la camorra. Eugenia Carfora sta dove sta la disperazione e non si appoggia mai alla retorica del dire, solo alla ruvidezza del fare: “Ho sempre acceso le luci della scuola. L’ho fatto perché la scuola non va in pausa, neanche la vita va in pausa. Chi va in pausa, muore. Per chi vive al Parco Verde di Caivano andare a scuola significa sentirsi uguali e lasciarsi dietro la porta tutti i problemi, gli affanni, le tensioni familiari. Andare a scuola vuol dire lavarsi la faccia, le mani e i denti. Quando tredici anni fa sono arrivata al Parco Verde, terra di nessuno, la metà degli iscritti non frequentava. Ho dimezzato la dispersione scolastica. C’era sempre chi veniva un giorno sì e un giorno no, ma io li tiravo per lo zaino, nelle piazze vuote, ai tavoli di un bar, fino a casa. La scuola per loro era diventata conforto, un rifugio sicuro. Un’opportunità di cambiare il destino, forse l’unica. A Milano in molti possono permettersi il precettore di latino a domicilio, a Caivano no. Se fai morire una cellula che sarà famiglia, muore il futuro di una comunità. A Caivano, 40.000 abitanti circa, c’è la scuola tra il degrado e la speranza. È un punto su cui da anni, mica soltanto col virus, si è abbattuta una contraerea senza sosta”. Eugenia non accetta l’alibi della pandemia: “A marzo hanno scoperto che non eravamo pronti per la didattica a distanza, ma se non avevamo mezzi per la didattica in presenza! Ci siamo inventati di tutto per resistere e adesso tutto è stato vanificato. La colpa è del virus, certo, ma è anche di chi ha sbarrato le scuole e se n’è pure vantato. Semplice. La gente è contenta, si avverte sicura, nella paura accetta tutto, ma così non va bene, io lavoro per il futuro e il futuro ha bisogno di sapere, discernere, comprendere e infine deliberare con coscienza. Il caos lo creano i trasporti? A Caivano solo ogni tanto vedi un autobus. I ragazzi vengono a piedi. Oppure una mamma ne carica 4 o 5 in macchina per 5 euro in nero. Dal 24 settembre i nostri ragazzi sono venuti per una dozzina di giorni. Siccome la legge lo permette, noi abbiamo aperto le aule ai ragazzi con disabilità per non lasciarli da soli, per non abbandonare i genitori e loro hanno frequentato sempre con gioia, con lo stupore, per una volta, di essere speciali. Io non so che scuola avremo dopo la pandemia, credo che più della metà degli iscritti non li rivedremo più, mentre l’altro Stato, quello silenzioso che non ti fa respirare, li ha già reclutati per scaricare merce, frutta, carni e verdure, per fare le sentinelle del buio, per trascinarli all’autodistruzione”. Il prefetto Marco Valentini è arrivato a Napoli un mese prima della pandemia: “Fin dall’inizio del mio incarico mi è apparso subito chiaro che le problematiche dei minori e l’abnorme circolazione di armi illegali fossero assolutamente centrali nelle politiche di prevenzione, non solo nell’ottica della tutela della sicurezza pubblica, ma anche nel senso più proprio della prevenzione sociale. Penso al fenomeno delle “stese”, sparatorie che avvengono in luogo pubblico e spesso in pieno giorno, a scopo intimidatorio, non di rado ad opera di giovanissimi già gravitanti nell’orbita dei clan, ma anche all’utilizzo di armi da fuoco nel compimento di reati minori, che vedono Napoli al primo posto in Europa. È chiaro che più allentiamo il contatto fisico con l’educazione e la cultura, più diradiamo incontro e socialità, più mettiamo a rischio i valori positivi di convivenza, che crescono nelle esperienze di comunità, prima tra tutte la scuola. Ci aspetta, dunque, un grande lavoro per mitigare gli effetti negativi delle pur necessarie chiusure. La questione che ci sta a cuore è la salvaguardia della coesione sociale. Questa si assicura partendo da coloro che sono più in difficoltà, mitigando le disuguaglianze e garantendo giustizia e diritti. Un immobile fatiscente, un quartiere deprivato, un cantiere infinito, un cumulo di immondizia abbandonata, non lavorano per la fiducia nelle istituzioni”. Eugenio Moreno è il fondatore dell’associazione “maestri di strada” che si prende cura di centinaia di ragazzi nella parte est di Napoli: “Per chi come me insegna la vita in strada, la pandemia è un bel guaio”. Campagne nelle fabbriche, la mensa proletaria, la militanza in Lotta Continua, Moreno non si arrende alle convenzioni mediatiche e politiche: “Si lanciano gli allarmi su Napoli? Io non li voglio sentire. Io sto in mezzo agli allarmi. I ragazzi sono esausti, in casa da mesi, reclusi con i genitori che hanno perso il lavoro in nero, che sono nervosi, che predicano. Diventano dipendenti da tutto mentre stavano cercando di diventare indipendenti. Io li accolgo, li ascolto. Facciamo musica, teatro, parliamo. I ragazzi si vergognano, le file per i pacchi viveri aumentano. Così subiscono un altro taglio addosso che poi sarà un’altra cicatrice. Senza la scuola e senza contatti, stiamo crescendo uomini e donne amorfe. Un terzo dei ragazzi qui non prosegue gli studi né cerca lavoro. Stiamo immettendo nella società una massa enorme di gente che non farà nulla, che una volta consumati i soldi di “mammà e papà” cercherà di sfangarla con gli espedienti, qualche rapina, qualche spaccio, un po’ di criminalità. E noi ci dovremmo stupire di questo pericolo? Di cosa ci stupiamo? Dove non ci sono luoghi di aggregazione, dove c’è abbandono, non c’è nessuna possibilità di redenzione. Solo un’eterna condanna sociale”. Ogni giorno a Palermo decine di ragazzi si congedano in silenzio dalla scuola. I conti li aggiorna una funzionaria dell’ufficio comunale dispersione scolastica, una struttura guidata dall’assessora Giovanna Marano e creata vent’anni fa da un’assessora delle giunte della Primavera (l’esperienza politica di Leoluca Orlando, tra metà anni Ottanta e primi anni Novanta, con un’alleanza tra una parte della Dc e la Sinistra), scomparsa troppo presto e però non dimenticata da insegnanti e studenti: Alessandra Siragusa. La funzionaria si chiama Sabrina Di Salvo, figlia di Rosario, l’autista di Pio La Torre che morì con il sindacalista e politico comunista nell’agguato mafioso del 1982. Sabrina Di Salvo ha ricevuto nei primi mesi di questo tribolato anno scolastico 840 segnalazioni di ragazzi non più reperibili dalla scuola, 250 soltanto a Brancaccio e nella zona che si estende verso Bagheria. “Lo scorso anno sono stati in tutto 1.200, se siamo già a questi numeri è evidente che c’è un problema molto grave. La pandemia ha reso tutto più difficile: noi recuperiamo moltissimi ragazzi dopo che riceviamo la segnalazione. I nostri operatori sul territorio, nove in tutto, fanno un grande lavoro e da vent’anni conoscono ogni famiglia. Ma il virus non consente quel contatto fisico necessario per conoscere le situazioni e far capire ai bambini e soprattutto alle famiglie l’importanza di andare a scuola. La pandemia ha ampliato il divario sociale: molte famiglie non vivono in contesti abitativi idonei a fare lezioni a distanza e non hanno le risorse per dare a tutti i loro figli pc e tablet”. Di Salvo coordina una squadra di nove operatori che conoscono bene i quartieri e le piaghe del disagio. Come Antonina La Malfa, che lavora a Brancaccio: “Molte famiglie stanno vivendo come un lutto questa pandemia e sono entrate in uno stato depressivo che coinvolge anche i bambini e i minori. La mamma di un ragazzino l’altro giorno si è messa a piangere: il piccolo, 11 anni, dorme in classe, mangia in continuazione dolci e spesso non va a scuola perché vuole dormire. Prende dei farmaci per riposare. E di situazioni simili ne sono sorte tantissime con la pandemia”. Invece Salvo Giuffré lavora nel quartiere Zen: “Le mamme spesso decidono insieme di non mandare i bambini a scuola per paura del Covid, e così le assenze aumentano - racconta Giuffré - mentre la dispersione è cresciuta soprattutto nella fascia tra i 13 e i 16 anni”. La paura è che questi bambini e ragazzi non rientrino nel circuito della formazione, della scuola, spesso l’unico appiglio per poter fare “altro” nel quartiere. Ed entrino invece in circuiti di microcriminalità o, peggio, vengano utilizzati dalla mafia per “lavoretti” legati allo spaccio. Fiammetta Borsellino, figlia del giudice Paolo trucidato da Cosa Nostra con la scorta in via D’Amelio il 19 luglio del 1992, in città sta conducendo una battaglia, spesso solitaria, per sensibilizzare le istituzioni a non chiudere le scuole e a mettere tra le priorità proprio l’istruzione nella prevenzione del Covid: per evitare che l’unica soluzione per limitare i contagi sia lasciare i bambini e i ragazzi a casa. Davanti al Teatro Massimo ha organizzato un sit-in con alcune mamme. Ma nessuna delle istituzioni le ha risposto: “Il presidente Giuseppe Conte ha commemorato mio padre al Senato nel giorno in cui avrebbe compiuto 81 anni, ma se c’è un regalo che il Paese può fare davvero a mio padre Paolo è l’apertura delle scuole: la maggiore forma di lotta alla mafia è la scuola, questo ripeteva sempre lui”, dice Fiammetta Borsellino, preoccupata per il rischio che una generazione scivoli nelle fauci della criminalità, comunque in un destino segnato dalla marginalità sociale: “Anche gli adolescenti più impegnati si consegnano all’apatia. Lo Stato è assente. Abbiamo preteso che i medici degli ospedali andassero al lavoro, ma non c’è differenza tra medici e maestri che si prendono cura dei nostri figli. Si doveva mettere tra le priorità la sicurezza della scuola: invece è stata fatta la cosa più semplice, chiudere tutto. I ragazzi stanno diventando dei fantasmi, nella migliore delle ipotesi, nella peggiore rischiano di prendere pessime strade: mio padre l’ha sempre gridato che la “mafia si nutre del consenso giovanile, con guadagni facili in cambio di rapine, spaccio e rischi enormi per questi ragazzi molto giovani”. L’età adolescenziale è l’età nella quale si forma una persona, i danni sono irreparabili e se non si interviene lo saranno prestissimo”. Le fosche previsioni di Fiammetta Borsellino sono già realtà per gli operatori del carcere minorile Malaspina di Palermo. Salvatore Inguì osserva il fluire delle cose dall’Ufficio servizio sociale giustizia minorile: “Molti ragazzi non stanno più frequentando la scuola, anche tra i mille segnalati dall’autorità giudiziaria e che cerchiamo di seguire. Spesso perché non hanno i mezzi: con la Caritas e altre associazioni benefiche abbiamo cercato e stiamo cercando di dare intanto gli strumenti, come tablet e pc. Ma è tutto il sistema che sta crollando, perché i luoghi di aggregazione sono chiusi. Stiamo perdendo questi ragazzi dai nostri radar. Molti ragazzi rischiano così di entrare in circuiti ben più gravi legati alla mafia: si inizia facendo la vedetta per 100 euro, poi c’è il passaggio a corriere con 200 euro, e poi diventi anche spacciatore a tutti gli effetti. E ti diplomi per la vita sbagliata. Quella che di sicuro non porta gioia”. Virus dell’azzardo online, giovani sempre più a rischio di Giulia Ferri L’Espresso, 7 febbraio 2021 Tra siti legali e illegali, slot e casino sbarcano anche su Twitch. Il nuovo studio dell’Iss mostra che i ragazzi hanno aumentato il tempo di gioco durante la pandemia. La psicoterapeuta Maria Pontillo: “Il 34% degli under 18 lo pratica quotidianamente. La fascia più critica tra i 12 e 18 anni”. Kakegurui è un termine giapponese traducibile come “pazzia per il gioco”. È anche il titolo di un manga, trasposto in anime e film e trasmesso da Netflix, che spopola tra gli adolescenti, in cui si raccontano le vicende di una scuola la cui attività principale è il gioco d’azzardo. Se il manga nasce per trattare un problema molto diffuso in Giappone, da qualche anno il fenomeno sta prendendo contorni sempre più reali anche in Italia, dove sono sempre più numerosi i giovani che si avvicinano al gioco d’azzardo, facilitati dall’ampia gamma di giochi disponibili online. Nell’ultimo anno il mercato del gioco online è cresciuto almeno del 25%, proseguendo un trend in aumento dal 2015. Nei primi dieci mesi del 2020, si è registrato un +39% dei casinò online rispetto allo stesso periodo del 2019, con incassi ormai prossimi al miliardo di euro. Entrate quasi raddoppiate anche per il poker, che ha raggiunto i 100 milioni di euro. Ancora, le scommesse sportive online hanno incassato 997 milioni nel 2020, con un aumento del 37.5%, dato ancor più impressionante visto che i principali eventi sportivi sono stati sospesi durante la prima fase della pandemia. Il rischio di questa corsa è che continui a crescere la popolazione patologica e che aumenti il coinvolgimento di chi si trova più a suo agio con le nuove tecnologie: giovani e adolescenti. Soprattutto se si considera che la maggior parte dei dipendenti da gioco d’azzardo sono patologici già appena maggiorenni e che per uscirne serve un lungo percorso. “Bene o male il gioco è stato sempre presente nella mia vita, ma quando ho iniziato a nascondermi dai miei genitori per giocare ho capito che la cosa mi era sfuggita di mano. Poco più che ventenne ero già dipendente. Giocavo prima 50, poi 100, poi fino a 1000 euro al giorno”, racconta Antonio, (nome di fantasia), da tre anni nei Giocatori Anonimi. “Da lì il tunnel: la mattina mi svegliavo e la prima cosa che pensavo era iniziare a giocare. Passavo giornate intere a giocare. Poi ho finito tutte le mie risorse economiche e lì il giocatore diventa un attore: mi sono inventato di tutto per recuperare soldi, intanto mi facevo debiti su debiti. Arrivavo la sera schifato da quello che avevo fatto, ma il giocatore patologico non accetta mai di esserlo”. Per questo sono passati anni prima di arrivare al limite e decidere di confessare tutto alla famiglia e all’ormai ex fidanzata. “Anche quando mi hanno aperto gli occhi non lo accettavo, “smetto quando voglio” mi dicevo, ma da soli è impossibile. Inizialmente provavo vergogna, ma nel giro di pochissimo il gruppo mi ha fatto sentire a mio agio ed è iniziato il mio percorso di recupero. Con l’aiuto della mia famiglia sto finendo di pagare i debiti. Non ho mai più giocato”, conclude. Il disturbo da gioco d’azzardo rientra tra le dipendenze del nuovo millennio, quelle comportamentali. Chi ne è affetto prova un desiderio incontrollabile di giocare, soffre l’astinenza, prova assuefazione e sperimenta il gambling, sovrastimando le proprie capacità di calcolare le probabilità di vittoria e sottostimando la perdita economica. Per il Ministero della salute sono oltre 1 milione e 500mila i giocatori problematici adulti e, nonostante i divieti, quasi 150mila i minori. Le associazioni che monitorano i disturbi legati al gioco, come Alea, And-Azzardo e Nuove Dipendenze o Vinciamo il gioco, specificano che durante il lockdown non c’è stato uno spostamento verso l’online dei giocatori abituati a recarsi nelle sale, che anzi hanno beneficiato della chiusura dei più di 250mila punti di gioco. Ma certamente c’è stato un aumento dell’attività di chi già giocava sui siti. E tra loro ci sono soprattutto giovani. Ad esempio, dai test effettuati tra giugno e novembre 2020 attraverso il sito dell’associazione Vinciamo il gioco, risulta che il 27% delle persone problematiche o patologiche è sotto i 25 anni e che il 68% di loro arriva a giocare tra i 100 e i 1000 euro al giorno. I risultati di una ricerca condotta dall’Istituto Superiore di Sanità, in collaborazione con l’Istituto Mario Negri, l’Università di Pavia, il San Raffaele di Milano e l’Ispro, mostrano un significativo aumento della frequenza e dell’intensità di gioco nella parte più giovane della popolazione. Come spiega la dottoressa Roberta Pacifici dell’ISS, secondo lo studio, condotto su 6mila persone, risulta che, durante il primo lockdown, è scesa la percentuale di chi giocava su internet, dal 10% all’8%, ma che è poi risalita e ha superato la percentuale prepandemia, arrivando al 13% nella seconda fase dello studio, tra novembre e dicembre 2020. Dalla ricerca emerge che per i giovani (18-25 anni) il tempo dedicato al gioco, soprattutto scommesse sportive, gratta e vinci e slot online, è in media aumentato di un’ora al giorno. “La dipendenza dal gioco d’azzardo è una realtà anche tra i giovanissimi: il 34% degli under 18 lo pratica quotidianamente e la fascia che sembra essere più critica è quella tra i 12 e 18 anni”, afferma la dottoressa Maria Pontillo, psicoterapeuta del servizio di Neuropsichiatria per l’infanzia e l’adolescenza del Bambin Gesù di Roma, che racconta: “Negli ultimi mesi c’è stato un aumento delle richieste d’aiuto: sono arrivate segnalazioni da parte di genitori che si accorgevano che i propri figli rubavano soldi in casa o si appropriavano di nascosto delle carte di credito per scommettere online”. L’adolescente infatti non è consapevole della gravità del meccanismo in cui si trova, per cui sono gli adulti a dover cogliere i segnali di allarme e contattare servizi che possono fornire assistenza, come la mail dedicata del servizio “Io gioco” del Bambin Gesù. Come spiega la dottoressa Pontillo, il ragazzo dipendente non è in grado di limitare il tempo che dedica al gioco e va incontro a una serie di problematiche patologiche correlate: è ansioso, irritabile, il suo umore è completamente in balia dell’esito delle scommesse. In più, spesso, al gioco si associa il disturbo del sonno, perché, per non farsi notare dai genitori, i ragazzini passano le notti chiusi nelle camerette a giocare, invertendo il ritmo sonno veglia e arrivando anche a rifiutarsi di seguire le lezioni online al mattino. “Quello che stiamo vedendo è che nel momento in cui gli stimoli sociali, affettivi e cognitivi, così come il contatto fisico con i coetanei vengono meno, si verifica un aumento della ricerca di nuovi stimoli online e aderenza ai siti di gioco”, commenta la psicoterapeuta. I ragazzi infatti iniziano a giocare o per emulazione o per la tendenza alla “sensation seeking”, la ricerca di sensazioni tipica dell’adolescenza, per cui si ha l’impulso di voler provare nuove e forti esperienze emotive senza però essere consapevoli dei rischi connessi. “La pandemia non è l’unica causa, ma sicuramente l’esposizione allo stress causato da essa e la carenza di stimoli esterni ha predisposto i ragazzi a cercare in internet una forma di gratificazione e il gioco d’azzardo può rappresentarlo”, chiarisce la dottoressa. In più la dipendenza da internet e la diffusione dei giochi pay to win, che secondo lo studio dell’ISS sono stati usati dal 39% degli under 34, possono facilmente aprire le porte al mondo dell’azzardo. La dottoressa Pontillo riferisce che nell’ultimo anno è aumentato a dismisura il tempo che gli adolescenti dedicano all’uso dei dispositivi elettronici. Nel 67% dei casi più di 4 ore al giorno, ma c’è un 20% che passa più di 6 ore al giorno davanti a pc, tablet e smartphone. “Questo è un fattore di rischio: sia perché è dimostrato che chi ha una dipendenza è più predisposto a svilupparne altre, sia perché passare molto tempo su internet facilita il contatto con i siti che propongono gioco d’azzardo”, conclude. E l’offerta di questi siti è sempre più diversificata, tanto quella legale quanto quella illegale, promossa, nonostante il divieto di pubblicità in vigore da luglio 2019, sia sui canali sportivi sia sui nuovi media. Su Twitch, la piattaforma di Amazon che trasmette contenuti live, solitamente videogiochi ed e-sports, sono in aumento i canali di micro influencer poco più che adolescenti che si filmano e interagiscono con la chat mentre giocano d’azzardo. Il fenomeno era praticamente inesistente prima di marzo, mentre ora ha preso piede soprattutto in Italia: l’italiano è la lingua più parlata sulle chat di Virtual casinò e i canali italiani sono stati seguiti per 779mila ore nell’ultimo mese. Sono almeno una ventina i canali italiani seguiti da centinaia di migliaia di adolescenti che, a tutte le ore del giorno e della notte, guardano loro coetanei giocare a slot, poker o black jack. C’è poi l’universo dei siti illegali che spuntano in rete, senza regolari licenze, e che oltre a violare le norme sulla pubblicità, promettono vincite più facili o richiedono meno controlli per l’iscrizione. Quasi sempre sono truffe. Se è vero che lo Stato ne ha chiusi almeno 262 tra marzo e novembre 2020, è altrettanto vero che queste operazioni rischiano di risultare vanificate dal fatto che spesso i siti possono solo essere resi irraggiungibili agli utenti, ma non definitivamente chiusi perché ospitati su server esteri. La D.I.A nella sua ultima relazione semestrale aveva evidenziato come la criminalità organizzata stesse sempre più investendo in questo settore, anche con siti per il gioco e le scommesse i cui server sono posti in Paesi off-shore. La relazione sottolinea però infiltrazioni anche nel gioco fisico e denuncia una sorta di cortocircuito “dai drammatici risvolti sociali: le mafie approfittano dei giocatori affetti da ludopatia, concedendo loro prestiti a tassi usurari”. Si genera così un circolo vizioso, in cui alla dipendenza dal gioco si somma la “dipendenza” economica dai clan”. Tutta questa giostra ha gravi conseguenze sociali e incide sulla salute delle persone. Per questo è necessario predisporre reti di controllo sempre più efficaci e precoci e a tal fine sarebbe utile avere dati precisi sui giocatori. Di qui la denuncia di Maurizio Fiasco: “I dati ci sono, ma al momento non sono disponibili alle autorità sanitarie e questo è un vulnus democratico serio: informazioni che potrebbero essere usate per fini sanitari servono invece per creare prodotti sempre più performanti a beneficio di entità private della filiera del gioco e non dei cittadini”. Respingimenti di minori migranti verso la Slovenia: l’Italia viola la legge Zampa di Riccardo Noury Corriere della Sera, 7 febbraio 2021 Mentre continuano ad arrivare immagini e testimonianze drammatiche di migranti e rifugiati abbandonati nella neve in condizioni disperate ai confini orientali dell’Unione europea, il Tavolo Minori Migranti ha lanciato l’allarme sui rischi per i minori migranti non accompagnati che si trovano alla frontiera tra Italia e Slovenia. Secondo i dati ufficiali diffusi lo scorso settembre, nel corso del 2020 l’Italia ha quadruplicato le riammissioni dall’Italia alla Slovenia, sulla base dell’accordo bilaterale del 1996, arrivando ad effettuarne 962 da gennaio a fine settembre 2020, a fronte di 250 nell’analogo periodo dell’anno precedente. La tendenza pare confermata dai numeri diffusi recentemente da reti e organizzazioni della società civile, che riportano 1.240 respingimenti tra il 1 gennaio e il 15 novembre 2020. Nell’ambito dell’attuazione di tale accordo fra i due stati, recentemente definita “illegittima sotto molteplici profili” dal Tribunale ordinario di Roma e causa di una serie di respingimenti a catena che rimanda migranti e richiedenti asilo in Bosnia ed Erzegovina e li sottopone al rischio di violenze e abusi, emerge anche la preoccupante disapplicazione delle tutele previste dalla L. 47 del 2017, Legge Zampa. Ad allarmare le organizzazioni che compongono il Tavolo Minori Migranti sono infatti due direttive in materia di valutazione dell’età inviate il 31 agosto e il 21 dicembre 2020 dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni di Trieste alla polizia di frontiera. In contrasto con le garanzie sancite dalla Legge Zampa e dal Protocollo sulla determinazione dell’età approvato dalla Conferenza Stato-Regioni nel luglio 2020, le due direttive autorizzano in via generale la polizia a considerare come maggiorenni i migranti intercettati al confine Italia-Slovenia che si dichiarano minorenni, rispetto ai quali la polizia stessa non abbia alcun dubbio circa l’età adulta, senza il vaglio giurisdizionale richiesto dalla legge. Tale indicazione assegna di fatto all’autorità di Pubblica Sicurezza un potere discrezionale circa l’attribuzione dell’età anagrafica ai migranti e rifugiati sottoposti a controlli in frontiera e così facendo si pone in evidente contrasto con quanto stabilito dalla Legge Zampa, che prevede che l’accertamento dell’età sia svolto tramite documenti o tramite esami socio-sanitari, sempre attraverso una procedura multidisciplinare, nell’ambito di un procedimento di competenza dell’autorità giudiziaria minorile. È importante ricordare che le riammissioni illegali dall’Italia alla Slovenia sono solamente il primo tassello di una catena di respingimenti che riporta migranti e rifugiati dall’Italia alla Bosnia, attraverso violenze e continue violazioni dei loro diritti. La prassi adottata a Trieste rischia di avallare pratiche che contrastano con il divieto di respingimento dei minori stranieri non accompagnati previsto dall’art. 19 Testo Unico Immigrazione, come modificato dalla stessa Legge Zampa. Recenti inchieste giornalistiche hanno riportato la presenza in Bosnia di diversi minori non accompagnati che hanno dichiarato di essere stati riammessi dall’Italia in Slovenia. È probabile che gli stessi siano stati identificati come maggiorenni dalla polizia di frontiera italiana, secondo le direttive della Procura minorile, senza che venisse avviato alcun procedimento di accertamento dell’età. Per questo motivo, le organizzazioni del Tavolo Minori Migranti auspicano che il ministero dell’Interno, la Procura presso il Tribunale per i minorenni di Trieste e le altre autorità competenti adottino tutte le misure necessarie affinché cessino immediatamente le riammissioni illegali alla frontiera italo-slovena nei confronti di richiedenti asilo e migranti, compresi i minorenni, e siano pienamente applicate le norme previste dalla Legge Zampa sulla protezione dei minori non accompagnati, con particolare riferimento all’accertamento dell’età e al divieto assoluto di respingimento. Del Tavolo Minori Migranti fanno Amnesty International Italia, Asgi, Centro Astalli, CeSPI, Cnca, Consiglio Italiano per i Rifugiati - CIR, Defence for Children International Italia, Emergency, Intersos, Oxfam Italia, Salesiani per il Sociale, Save the Children Italia, SOS Villaggi dei bambini e Terre des Hommes. “Israele di fronte alla Corte penale internazionale, la giustizia farà il suo corso” di Michele Giorgio Il Manifesto, 7 febbraio 2021 Indagini sui crimini di guerra contro Gaza. Diana Buttu commenta la decisione della Cpi. Sotto inchiesta ci sarà anche il movimento islamico Hamas. “Ci sono voluti anni, troppi anni ma ci siamo. La Corte penale internazionale (Cpi) ha mosso il passo tanto atteso. Ora abbiamo tutte le condizioni affinché la giustizia faccia il suo corso”. Rispondendo alle nostre domande Diana Buttu non nasconde la sua soddisfazione. Canadese, esperta di diritto internazionale e per anni consigliere legale dell’Olp, Buttu è impegnata dal 2009, da dopo Piombo fuso, la prima delle tre grandi offensive israeliane contro Gaza, a rappresentare in ogni ambito possibile la richiesta palestinese di avvio di indagini contro Israele per crimini di guerra. Venerdì i giudici dell’istruttoria preliminare del tribunale dell’Aia, chiamati un anno fa dal procuratore capo Fatou Bensouda a pronunciarsi sulla giurisdizione della Cpi sulla Palestina, hanno dato parere favorevole. Con la loro decisione hanno respinto la tesi di Israele della insostenibilità dell’intervento della Corte poiché la Palestina non è uno Stato. “La Palestina - affermano - ha accettato di sottomettersi ai termini dello Statuto di Roma della Cpi (al contrario di Israele, ndr) e ha il diritto di essere trattata come qualsiasi Stato per le questioni relative all’attuazione dello Statuto”. Il procuratore Fatou Bensouda - Bensouda ha la strada libera per avviare le indagini su denunce relative a sospetti crimini contro i civili palestinesi attribuiti alle forze armate israeliane durante Margine protettivo. Parliamo della guerra del 2014 che ha visto Israele bombardare intensamente per settimane Gaza uccidendo circa 2300 palestinesi (tra 551 bambini), ferendone altri 11mila e provocando la distruzione completa o parziale di decine di migliaia di abitazioni oltre ad infrastrutture civili. Il Consiglio per i diritti umani dell’Onu (Unhrc) in un suo rapporto scrive che israeliani e palestinesi sono stati profondamente scossi dalla guerra, ma sottolinea che “l’entità della devastazione è stata senza precedenti” a Gaza. Da parte sua Israele, ricordando le decine di morti causate dai razzi lanciati sulle sue città dal movimento islamico Hamas, afferma di non aver preso di mira intenzionalmente i civili palestinesi. L’attenzione della procura internazionale si concentrerà anche sulle colonie costruite da Israele in Cisgiordania e a Gerusalemme Est e sull’insediamento di popolazione israeliana nei territori palestinesi occupati nel 1967 contro la Convenzione di Ginevra. Nel 2004 la Corte internazionale di giustizia ha affermato la violazione da parte di Israele dei suoi obblighi stabilendo insediamenti coloniali. “È costato uno sforzo immenso arrivare a questo punto - ricorda Buttu - perché che gli Usa, e non solo loro, hanno fatto il possibile per evitare che Israele finisse sotto indagine. Donald Trump è giunto al punto da sanzionare la Cpi e il procuratore Bensouda. Eppure era tutto così limpido, lampante. Le inchieste svolte da centri internazionali per i diritti umani e dall’Onu hanno riferito nel dettaglio le conseguenze per i civili delle varie operazioni israeliane contro Gaza”. Buttu non risparmia critiche anche alla Cpi. Parla di “decisione politica”, di volontà di “dare un colpo alla botte e uno al cerchio” attraverso l’inserimento di Hamas tra i sospettati di crimini di guerra. “La procura farà le sue indagini e svolgerà il suo compito, non lo contesto - spiega - però come si fa a mettere Hamas, un’organizzazione politico-militare, sullo stesso piano di uno Stato che è una potenza nucleare, che ha forze armate tra le più potenti al mondo. I giudici e la procura della Cpi hanno voluto compensare la portata della loro decisione riguardante Israele”. Opposta è la lettura che il premier israeliano Netanyahu ha dato della decisione presa all’Aia. Forte della solidarietà e il sostegno ricevuti dall’Amministrazione Biden, ha descritto come “puro antisemitismo” il passo mosso dai giudici internazionali. “La Corte - ha commentato con rabbia - ignora i crimini di guerra veri e al suo posto perseguita lo Stato di Israele dotato di un forte regime democratico e che rispetta lo Stato di diritto… (la decisione) va contro il diritto dei paesi democratici di difendersi dal terrorismo”. Poi ha avvertito che “in qualità di primo ministro di Israele, posso assicurarvi questo: combatteremo questa perversione della giustizia con tutte le nostre forze”. Parole che indicano la volontà di avviare una intesa campagna diplomatica per fermare il procedimento della Cpi e di non consegnare i cittadini israeliani, a cominciare dai militari, che potrebbero essere accusati di crimini di guerra da Fatou Bensouda. Tra questi ci sarebbero lo stesso Netanyahu, gli ex ministri della difesa Moshe Yaalon, Avigdor Lieberman e Naftali Bennett e gli ex capi di stato maggiore Benny Gantz e Gadi Eisenkot. Celebrano i palestinesi. Il primo ministro Muhammad Shtayyeh parla di una sentenza che rappresenta “una vittoria per la giustizia e l’umanità” e invita la Cpi ad “accelerare le sue procedure giudiziarie”. Per il ministro Hussein Sheikh è una “vittoria per la verità, la giustizia, la libertà e i valori morali del mondo”. Anche Hamas applaude ai giudici dell’Aia tacendo sul suo inserimento nell’indagine. In un comunicato diffuso ieri, il movimento islamico “accoglie con favore la sentenza del Cpi…un passo importante sul percorso per ottenere giustizia per le vittime palestinesi dell’occupazione israeliana”. Abusi su bambini, condannata la Bulgaria: “Ignorate le segnalazioni dei giudici italiani” di Fabrizio Gatti L’Espresso, 7 febbraio 2021 Secondo la Corte europea dei Diritti dell’Uomo Sofia non ha indagato. E risulta centrale il ruolo dell’associazione milanese Aibi nel creare “un’atmosfera di conflitto” che non ha favorito l’inchiesta. Le denunce di abusi trasmesse dalla magistratura italiana non andavano subito archiviate. Le agghiaccianti testimonianze di tre bambini, che avevano sofferto violenze sessuali atroci insieme con altri coetanei in un orfanotrofio bulgaro, erano credibili e circostanziate. I piccoli avevano cominciato a confidarsi con gli psicologi incaricati dalla famiglia adottiva, dopo la loro adozione in Italia conclusa nel 2012 con l’intermediazione dell’associazione “Aibi - Amici dei bambini” di Milano. E avevano poi confermato le loro parole davanti al pubblico ministero di una Procura per i minorenni che, seguendo le procedure internazionali, aveva trasmesso gli atti a Sofia. Il fascicolo giudiziario raccontava di bimbi violentati anche da adulti, che in alcune occasioni avrebbero filmato le aggressioni. Per questo il 2 febbraio la Grande Camera della Corte europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato la Bulgaria, accogliendo l’impugnazione contro una prima decisione della Corte che aveva respinto il ricorso dei genitori adottivi. Secondo la maggioranza dei giudici, le autorità di Sofia “che non si sono avvalse delle indagini disponibili e dei meccanismi di cooperazione internazionale, non hanno assunto tutti i provvedimenti ragionevoli per far luce sul caso e non hanno svolto un’analisi completa e attenta delle prove consegnate loro. Le omissioni osservate”, spiega una nota della Corte europea, “sono apparse sufficientemente gravi per ritenere che l’inchiesta svolta non sia stata efficace secondo le finalità dell’articolo 3 della Convenzione, interpretato alla luce delle altre disposizioni internazionali e in particolare della Convenzione di Lanzarote”. La Bulgaria, secondo la Grande Camera, ha quindi violato la Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo, che all’articolo 3 sancisce che “nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti”. Tanto più se si tratta di minori che all’epoca avevano meno di dieci anni. Lo Stato bulgaro dovrà quindi risarcire entro tre mesi con una somma complessiva di trentaseimila euro i tre bambini, assistiti dall’avvocato Francesco Mauceri. I giudici, anche per la mancanza di indagini approfondite, non sostengono che le violenze denunciate siano effettivamente avvenute e che quindi vi sia stata una violazione della parte sostanziale dell’articolo 3. Stabiliscono invece che la Bulgaria ha violato la parte procedurale che avrebbe dovuto accertare l’eventuale violazione sostanziale dello stesso articolo. Un principio che riguarda gli Stati, ai quali però non deve sottrarsi la piena collaborazione delle associazioni di intermediazione che, nelle adozioni internazionali, operano su autorizzazione e in rappresentanza dei rispettivi governi. Tra le novantotto pagine delle motivazioni, il giudizio non appellabile della Grande Camera dedica interi paragrafi alla condotta dell’associazione Aibi-Amici dei bambini, che ha sede a San Giuliano Milanese ed è sostenuta da famosi testimonial del mondo della politica, dello spettacolo e dello sport. “La conclusione della Grande Camera”, annotano in un parere congiunto i giudici Turkovic, Pinto de Albuquerque, Bošnjak e l’italiano Raffaele Sabato, “potrebbe essere integrata, secondo il nostro punto di vista, dalla considerazione che il ragionamento adottato dalle autorità giudiziarie bulgare e dall’Agenzia di Stato per la protezione dell’infanzia ha sostanzialmente ribadito la teoria anticipata dall’associazione che aveva agito come intermediaria per l’adozione”. “I rappresentanti di quell’associazione”, spiegano i giudici riferendosi ad Aibi, “quando i genitori adottivi si sono rivolti a loro dopo la prima rivelazione degli abusi, hanno cominciato a esprimere l’opinione che i genitori non fossero idonei ad adottare i bambini, sulla base del loro comportamento durante un incontro organizzato dall’associazione il 2 ottobre 2012. La Corte non ha potuto accertare se la relazione su questa riunione tra il personale dell’associazione, i genitori e i bambini fosse autentica, dato che... i ricorrenti hanno prodotto un rapporto di polizia che attesta che tre rappresentanti dell’associazione avevano dovuto fornire prova della loro firma, e riconosce che la relazione riporta tre firme diverse, tutte scritte dalla stessa mano”. “Inoltre”, osservano i giudici della Grande Camera, “la relazione apparentemente mostrava discrepanze nel testo, sotto forma di aggiunte e cancellature, che la Corte non è stata in grado di verificare. Indipendentemente dal fatto che le autorità bulgare sapessero fin dall’inizio di questa presunta falsificazione, ci appare evidente che la contraffazione del documento è stata discussa dai ricorrenti innanzi la Grande Camera senza che il governo rispondesse sul punto. Questa circostanza, insieme con il fatto che l’associazione ha incontrato i rappresentanti delle varie autorità coinvolte... e ha redatto un rapporto molto critico sul resoconto dei genitori adottivi, trasmettendolo poi al Tribunale per i minorenni... testimonia il ruolo centrale svolto dall’associazione nel creare un’atmosfera di conflitto che non ha favorito l’avvio di indagini efficaci”. “La Corte” proseguono i giudici nella sentenza, facendo sempre riferimento ad Aibi, “si è inoltre rammaricata del fatto che l’associazione che ha agito da intermediaria dell’adozione nei confronti delle autorità dello Stato convenuto, aveva inviato alla Corte una nota in cui esprimeva l’opinione che i genitori erano inadatti come genitori adottivi perché - secondo l’opinione dell’associazione - avevano innescato un processo di denuncia su abusi che non esistevano, con lo scopo di denigrare la procedura che aveva portato all’adozione. Il contenuto di questa decisione, a nostro parere, rafforza l’idea che le rivelazioni dei minori fossero credibili, e [quindi] l’approccio dell’associazione è stato ufficialmente respinto”. L’orfanotrofio degli orrori era stato raccontato in un’inchiesta de L’Espresso e successivamente chiuso. L’associazione Aibi, che opera su autorizzazione del governo italiano, non ha risposto alla nostra richiesta di un commento. “Un’ultima osservazione”, concludono i giudici della Grande Camera, “deve essere fatta, a nostro avviso, in merito alla considerazione che gli eventi fossero un “semplice” fenomeno di sessualità precoce, dovuto al fatto che i bambini vivono insieme in un orfanotrofio. Secondo questo punto di vista, di conseguenza non c’era nessuna necessità di indagare, poiché soltanto i minori erano responsabili per i contatti sessuali e nessuna responsabilità penale sarebbe imputabile a loro. In primo luogo, notiamo ancora una volta che questa era la teoria sostenuta dall’associazione che ha operato come intermediaria nell’adozione”, evidenziano i giudici della Grande Camera della Corte di Strasburgo, riferendosi sempre ad Aibi: “In secondo luogo, ci sono state segnalazioni, anche nelle prime rivelazioni, di contatti sessuali violenti avviati da minori. A questo proposito, dobbiamo sottolineare che anche importanti norme internazionali considerano la violenza inflitta da coetanei come violenza contro i minori e che in questi casi la responsabilità penale non è dei bambini violenti, ma di coloro che hanno il compito di sorvegliarli e di prendersi cura di loro”. La procura e il tribunale per i minorenni che avevano ritenuto credibile la denuncia dei tre bambini, hanno inoltre stabilito la piena idoneità dei genitori adottivi che, secondo la Corte di Strasburgo, Aibi aveva definito inadatti. Ma come è accaduto in Bulgaria, la magistratura italiana che si occupa del comportamento degli adulti ha archiviato tutte le numerose denunce presentate negli anni contro l’associazione milanese, per presunte irregolarità nelle procedure di adozione. È finito in archivio lo stesso rapporto di polizia che a Roma attestava le “tre firme diverse, tutte scritte dalla stessa mano”: compaiono in fondo alla relazione consegnata alla magistratura minorile dai vertici di Aibi, che in quel momento agivano davanti all’autorità giudiziaria nelle loro funzioni di ente autorizzato dal governo italiano. Questa l’insolita motivazione con cui un pubblico ministero ordinario ha chiesto e ottenuto l’archiviazione: “Resta da considerare la firma falsa apposta sulla relazione prodotta da Aibi al Tribunale per i minorenni […]. L’unico reato configurabile in tal senso, trattandosi di un atto di parte, è la falsità in scrittura privata non più prevista dalla legge come reato”. Siria. “Verità e giustizia per le 8.143 persone sparite” Marina Pupella Avvenire, 7 febbraio 2021 Una “Carta”, elaborata da 5 associazioni che operano nel Paese, chiede di fare chiarezza sulle scomparse. Tra queste quella del gesuita Dall’Oglio. La sorella: violati i diritti fondamentali Un cimitero vicino a Qahtaniyah nella provincia nord-orientale siriana di Hassaké: quasi 400mila i morti nella guerra dal 2011. Il mondo non volga lo sguardo da un’altra parte, ascolti il grido di dolore dei familiari delle decine di migliaia di uomini, donne, bambini svaniti nel nulla in Siria, fagocitati dalla repressione e dall’odio sanguinario. Un monito che le cinque associazioni più attive in territorio siriano, fra cui la Caesar Families Association, Family for freedom, la Coalizione delle famiglie di persone rapite dal Daesh (Massar) affidano alla “Carta della verità e della giustizia”. Un documento su cui costruire una base comune per promuovere la causa della giustizia nel Paese e sensibilizzare la comunità internazionale sul drammatico fenomeno delle sparizioni. La Carta sarà presentata in anteprima mondiale il prossimo 10 febbraio, col duplice obiettivo di dare risposte alle famiglie delle 8.143 persone rapite dai jihadisti o portate via con la forza dal regime di Assad e dai gruppi di opposizione e di assicurare alla giustizia i responsabili, quali elementi costitutivi per una pace duratura nella terra dilaniata da dieci anni di guerra. A Family for freedom hanno aderito anche Francesca e Immacolata Dall’Oglio, le sorelle del padre gesuita Paolo, scomparso a Raqqa il 29 luglio del 2013, sulla cui sorte si brancola ancora nel buio. “Un’iniziativa molto importante perché intende volgere un faro sulla logica violenta della piena negazione del diritto umano - spiega Immacolata -. A più di 70 anni dalla Dichiarazione universale dei diritti, in Siria come in altre parti del mondo, ci troviamo ad assistere ancora alla costante e ripetuta violazione del diritto umano fondamentale, la vita. Il ricorso sistematico ai rapimenti è una realtà praticata in quel Paese anche prima del 2011, una modalità strutturata di mantenere il potere, assoggettando con metodi violenti coloro che vi si oppongono”. Fanno leva - prosegue - “sull’arma più potente che hanno, la paura. Questo sistema tiene sotto ricatto i familiari che cercano di far qualcosa per i propri cari, perché nel momento in cui avviene una sparizione tu non sai mai quanto puoi spingere su una direzione o su un’altra. Violazioni del diritto che hanno degli effetti devastanti sui familiari, che rimangono soggiogati dall’attesa e dalla pressione del ricatto e che non sanno come mobilitarsi. E questo avviene soprattutto in quelle terre, dove non vi è alcuna forma di democrazia”. L’iniziativa mette insieme diverse anime per lavorare ad un progetto comune di elaborazione e diffusione del documento che invoca verità e giustizia per gli scomparsi e le loro famiglie. “Se si vogliono creare le basi per un nuovo ordine - conclude la sorella di padre Dall’Oglio -, verità e giustizia sono i cardini da cui ricominciare, così come ci ha insegnato il processo di Norimberga, che ha fatto luce sui crimini commessi, chi è stato attore di azioni violente oggi se ne assuma la responsabilità. È importante agli occhi del mondo e della Siria che sia evidente l’assunzione di responsabilità, altrimenti tutto passa nell’impunità”. Padre Paolo Dall’Oglio, 66 anni romano, è scomparso nella città settentrionale siriana di Raqqa tra il 27 e il 29 luglio 2013. Il gesuita era rientrato clandestinamente in Siria, da cui era stato espulso per le critiche al regime di Bashar al-Assad, per mediare sul sequestro di due religiosi locali. Per padre Paolo si è mobilitato anche il dipartimento di Stato americano. Ma da allora solo silenzi e notizie non verificabili. Egitto. Waiting for Patrick: un anno senza Zaki, la lunga attesa per la sua libertà di Valerio Lo Muzio La Repubblica, 7 febbraio 2021 Quanto sono lunghi 365 giorni? Che significa la parola “libertà”? Bisognerebbe chiederlo a Patrick Zaki, iscritto al master internazionale in studi di genere Gemma di Bologna, arrestato in Egitto esattamente un anno fa. Lo studente e attivista dei diritti umani era diretto a Mansoura, la sua città natale, per incontrare la sua famiglia, ma è stato fermato in aeroporto al Cairo, con l’accusa di propaganda sovversiva. Patrick Zaki si trova dall’8 febbraio dello scorso anno in stato di detenzione preventiva fino a data da destinarsi, da allora le autorità egiziane continuano a rimandare la data del suo processo. Patrick rischia fino a 25 anni di carcere, perché secondo le autorità, avrebbe pubblicato da un account Facebook notizie false, con l’intento di “disturbare la pace sociale, di incitare proteste contro l’autorità pubblica”. Zaki è accusato anche di aver sostenuto il rovesciamento dello stato egiziano, di aver usato i social network per minare l’ordine sociale e la sicurezza pubblica e di aver istigato alla violenza e al terrorismo. Una serie di accuse che di solito in Egitto sono destinate a dissidenti e persone critiche nei confronti del governo di Al Sisi. Zaki, è un attivista dei diritti umani, da sempre impegnato nei temi di uguaglianza di genere e per i diritti delle donne, oltre ad aver collaborato con la Onlus Eipr, ed è questo che avrebbe fatto scattare la repressione del governo egiziano. Zaki è rinchiuso nel carcere di Tora, noto per le ignobili condizioni igienico sanitarie e per la costante violazione dei diritti umani, un detenuto in eterna attesa di giudizio. Ma chi è realmente Patrick Zaki? Lo raccontiamo in questo minidoc, attraverso le parole dei suoi amici, che da circa un anno lottano per la sua liberazione. È un ritratto di un ragazzo allegro, simpatico e generoso, di uno studente curioso e brillante, ma anche di un calciatore, non certo dotato di piedi buoni, ma capace di sacrificarsi per la squadra. Mentre a Bologna, la vita dei suoi amici, uomini e donne liberi prosegue, Patrick parla dal carcere e lo fa grazie alla voce dell’attore Alessandro Bergonzoni, accompagnato da un brano musicale scritto per l’occasione: “For Zaki” composto da Marta dell’Anno e Andrea Marchesino, su illustrazioni create dal fumettista Gianluca Costantini. Brasile. Il caso Lula torna davanti alla Corte Suprema: il giudice istruiva il pm di Davide Varì Il Dubbio, 7 febbraio 2021 La polizia federale rivela una nuova serie di messaggi tra il pubblico ministero e il giudice Sergio Moro che gli avrebbe suggerito strategie e fonti nell’ambito dell’operazione Lava Jato. Il caso giudiziario dell’ex presidente del Brasile Luiz Inácio Lula da Silva torna davanti alla Corte Suprema dopo nuove rivelazioni della polizia federale: il giudice Sergio Moro, allora a capo dell’operazione anti-corruzione Lava Jato, avrebbe aiutato il pubblico ministero Deltan Dallagnol a istruire la causa contro Lula. In quel processo, l’ex presidente brasiliano fu condannato a otto anni e dieci mesi di carcere con l’accusa di corruzione, per poi essere rilasciato a novembre del 2019 dopo oltre 500 giorni di detenzione. Già allora le chat tra i due magistrati scatenarono un terremoto politico, a seguito dello scoop del sito di inchiesta “The Intercept” che aveva pubblicato il contenuto della corrispondenza tra i due. In quell’occasione a intercettare i messaggi erano stati alcuni hacker, che li avevano poi forniti ai giornalisti, ed essendo stati acquisiti illegalmente, non erano utilizzabili contro i protagonisti delle conversazioni. Mentre ora è la stessa polizia federale - nel tentativo di scovare gli hacker - ad essere entrata in possesso del contenuto completo di quelle chat. Che potrebbero rimettere in discussione l’intero processo: la difesa di Lula ha infatti chiesto e ottenuto di visionare i messaggi dalla Corte Suprema, che si pronuncerà sul caso entro giugno. I colloqui tra magistrato giudicante e il pm violano infatti l’articolo 254 del codice del processo penale brasiliano, consentendo alla difesa dei condannati in quei processi di considerare il giudice “sospetto di non essere imparziale”. E di chiedere quindi l’annullamento del giudizio. Stando a quanto riporta il quotidiano Avvenire, la comunicazione tra il pm e il giudice sarebbe durata per anni, tra il 2015 e il 2017, con quest’ultimo che “arrivava a suggerire strategie e fonti da interrogare”. L’inchiesta di Sergio Moro - l’ex giudice sceriffo diventato ministro della giustizia, nemico mediatico di Lula - aveva spalancato prima delle elezioni dell’ottobre del 2008 le porte del carcere all’ex presidente brasiliano, candidato favorito secondo tutti i sondaggi, liberando così la strada per il Planalto all’allora candidato di estrema destra e attuale presidente Jair Bolsonaro. Ma quel giudice “non era imparziale”: è questa l’accusa emersa dallo scoop clamoroso del sito Intercept Brasil, diretto dal giornalista statunitense Glenn Greenwald, quello del caso Snowden. Il sito d’inchiesta aveva pubblicato il contenuto di parte dei messaggi audio scambiati tra l’attuale ministro ai tempi in cui era ancora giudice di prima istanza a Curitiba, chiamato a giudicare le prove portate dalla pubblica accusa nel processo contro Lula da Silva, e il coordinatore della pubblica accusa Deltan Dallagnol. La legge vieta ovviamente al giudice di interferire nella acquisizione delle prove che poi sarà chiamato a giudicare. I due, si deduce con evidenza dal contenuto dei messaggi, si scambiano invece infinite informazioni. Moro spiega ai pm cosa devono raccogliere e cosa no. Si dice insoddisfatto dell’evidenza di una prova. Suggerisce mosse, indica errori, detta i passi dell’indagine. Gioisce per il successo mediatico e per le ricadute politica dell’inchiesta. Si complimenta via chat con se stesso e con il pm per il repulisti provocato. “Complimenti a tutti noi” scrive. Le accuse, sempre passate al vaglio dell’allora giudice Moro, di questo secondo processo sono molto simili a quelle per cui hanno condannato Lula per corruzione passiva e riciclaggio di denaro. Si tratta sempre di una casa vicino a San Paolo messagli a disposizione, secondo l’accusa, da una grande azienda in cambio di contratti di favore con imprese di Stato. Stavolta non un appartamento sulla costa, ma una casa di campagna. La denuncia della pubblica accusa accolta a suo tempo da Moro parla di una ristrutturazione del valore di 280 mila dollari pagata interamente dalle imprese di costruzione Odebrecht, Oas e Schahin, in cambio di contratti con l’impresa petrolifera statale Petrobras. La villa è stata frequentata dalla famiglia di Lula, ma non è di sua proprietà. Lo sarebbe “di fatto” secondo i pm. Secondo la difesa le accuse “si riferiscono a contratti firmati da Petrobras che lo stesso giudice ha riconosciuto, in un’altra sentenza, non aver portato nessun beneficio a Lula”.