Carcere, le tante Capua Vetere dimenticate da stampa e tv di Angela Azzaro Il Riformista, 19 agosto 2021 Spenti i riflettori sulle violenze del carcere di Santa Maria Capua Vetere è nuovamente calato il silenzio sulle carceri italiane. La violenza con cui lo Stato tratta i detenuti non fa altrettanta notizia, non suscita indignazione, non spinge i direttori dei giornali a fare prime pagine che gridano allo scandalo, né i politici a fare nuovi comunicati stampa. Silenzio. Cala il silenzio su una situazione che è invece drammatica e di violazione costante dei principi costituzionali come dimostra la denuncia dell’esponente radicale Rita Bernardini. La presidente di Nessuno Tocchi Caino, anche quest’anno sta visitando diversi istituti di pena. Il suo racconto è una discesa agli inferi, un colpo allo stomaco per chi ancora crede nello Stato di diritto. “Io stessa - dice nell’intervista di Angela Stella - in diversi momenti ho pensato di collassare, figuratevi chi il caldo lo sorbisce tutto di giorno e di notte in celle roventi. Forse tanti cittadini non lo sanno, ma in molte carceri manca l’acqua per lavarsi e per bere”. Tutto questo in celle affollate, dove non c’è sufficiente personale. Anche quello che potrebbe consentire di poter godere dell’ora d’aria quando non c’è il sole a picco. Una circolare del Dap stabiliva che si potesse uscire quando la temperatura è meno alta. Invece, spiega Bernardini, la richiesta è rimasta lettera morta: “Le uniche circolari che sono applicate sono quelle repressive. Quale è dunque il bilancio delle visite? “Disastroso. Ho trovato direttori e comandanti eccellenti costretti a fare i conti con risorse, sia umane che materiali, risibili. Come ripete spesso Sergio D’Elia, è assurdo andare alla ricerca del carcere migliore. Occorre concepire qualcosa di meglio. Ma in Italia, anche a sinistra, per molti la soluzione è costruire nuove carceri. “Nell’inferno delle carceri lo Stato si comporta da criminale”, intervista a Rita Bernardini di Angela Stella Il Riformista, 19 agosto 2021 Rita Bernardini, Presidente di Nessuno Tocchi Caino e Consigliere generale del Partito Radicale, in questi giorni è impegnata, come ogni anno da anni, con le visite in alcuni istituti di pena del sud Italia (Siracusa, Vibo Valentia, Catanzaro) e anche nella raccolta firme per i referendum “Giustizia Giusta” e “Eutanasia Legale”. Ci stiamo lamentando da settimane per il forte caldo ma abbiamo strumenti e vie di fuga per trovare refrigerio. Invece che succede in carcere? In tre giornate ci siamo fatti quasi un giorno di galera perché, come sempre, le nostre visite non si limitano a un passaggio veloce ma puntano alla conoscenza vera e approfondita delle condizioni di detenzione che, a nostro avviso, sono inscindibili dalle condizioni di lavoro delle varie professionalità che in carcere prestano la propria opera. Ecco, se parliamo di caldo, le nostre 20 ore divise in tre giornate ci hanno letteralmente sfiancato. Io, in diversi momenti, ho pensato di collassare, figuratevi chi il caldo se lo sorbisce tutto di giorno e di notte in celle roventi. Forse tanti cittadini non lo sanno ma in molte carceri manca l’acqua per lavarsi e per bere e non ci sono ventilatori e condizionatori. A questo si aggiunge che in molte celle sono stipati più detenuti di quanto dovrebbero esserci e quindi la qualità di vita è davvero poco dignitosa. Grazie a Lei, il Dap ha emanato il 30 giugno una circolare avente ad oggetto: “Avvento della stagione estiva. Tutela della salute e della vita delle persone detenute ed internate”. È stata applicata? Cinque giorni fa ho scritto al Presidente del Dap Bernardo Petralia denunciando che le lodevoli note sul caldo e sulla ripresa dei colloqui in presenza sono totalmente disattese. Che senso ha emanare circolari che poi non sono rispettate? Ogni carcere è una repubblica a sé, le uniche circolari che sono applicate sono quelle repressive, quelle che rendono ancora più invivibile la vita detentiva. La nota prevedeva che l’ora d’aria fosse spostata in orari meno caldi: niente da fare, dappertutto l’orario è rimasto quello di sempre, dalle 13 alle 15, quando il sole è a picco. Lo sa perché? Perché non ci sono agenti a sufficienza! Alle 16 in tutte le carceri italiane non c’è più nessuno del personale, tranne qualche sporadico agente. Quel poco che si muove di giorno si ferma: tutti chiusi in cella aspettando che passino le 15 ore che li porteranno alle 7 del mattino. Che altro diceva la circolare? Prevedeva anche l’apertura delle aree verdi per i colloqui con i bambini. Ecco a Torino, che ho visitato il 2 agosto, l’area verde c’è ma non è stata mai aperta, lo stesso a Siracusa per mancanza di agenti; a Vibo è disponibile solo una volta al mese, mentre a Catanzaro è fruibile solo dai detenuti della media sicurezza, come se i figli di quelli in Alta Sicurezza fossero figli di un Dio minore. I punti doccia nei passeggi, che pure eravamo riusciti ad ottenere quando al Dap c’era Santi Consolo, non ci sono. La possibilità di avere frigoriferi e ventilatori in cella, seppure prevista, non è possibile perché l’energia elettrica non sopporterebbe il carico. L’unica cosa che circola un po’ sono i ventilatori cinesi, che però richiedono una spesa di pile non indifferente. A questo quadro deprimente c’è da aggiungere la forte carenza idrica. A Vibo e Catanzaro l’acqua è razionata. A Vibo, in particolare, dal rubinetto esce acqua marrone così che la direzione regala due litri di acqua minerale ad ogni detenuto che però con l’acqua immonda che esce dai rubinetti deve farsi la doccia e cucinare gli spaghetti. Qual è dunque il bilancio delle visite? Disastroso. Ho trovato direttori e comandanti eccellenti costretti a fare i conti con risorse, sia umane che materiali, risibili. Come ripete spesso Sergio D’Elia, è assurdo andare alla ricerca del carcere migliore; occorre, invece, concepire qualcosa di meglio del carcere. Le risorse del carcere finalizzate al trattamento dei detenuti per la loro rieducazione sono state nel corso degli anni via via spolpate. Alle Vallette di Torino fino a pochi anni fa c’era un direttore con 8 vicedirettori per gestire un carcere di oltre 1.300 detenuti. Oggi la direttrice è rimasta da sola. La stessa cosa è accaduta a Catanzaro-Siano: sono spariti i due vicedirettori e la direttrice è da sola. Per non parlare delle decine di istituti penitenziari che non hanno un direttore titolare. Gli agenti della Polizia Penitenziaria effettivamente assegnati nei 189 istituti penitenziari sono in tutto 32.225 a fronte di un organico previsto di 41.595 unità. La carenza di agenti determina una riduzione delle attività trattamentali che richiedono organizzazione e controlli. Vero è che in tutto il periodo della pandemia le attività di studio, lavoro, sport e cultura si sono pressoché azzerate, riducendo la vita in carcere alla poco rieducativa condizione di branda-tv-ora d’aria. Ma ora occorre riprendere! La carenza di personale quali altri settori tocca? Il dato degli educatori è letteralmente scandaloso: abbiamo 722 educatori effettivamente assegnati a fronte di una pianta organica già indegnamente carente che ne prevede solo 999. Ci sono decine di istituti dove 1 educatore ha in carico più di 100 detenuti, con i casi clamorosi di Busto Arsizio (382), Foggia (170), Bari e Regina Coeli (148), Sollicciano (162), Treviso (195), Poggioreale (171), Melfi (151), Castrovillari (159), Taranto (160), Santa Maria Capua Vetere (192), Sulmona (181), Siracusa (149), Velletri (228), Lucera (149), Rebibbia Nuovo Complesso (156). Situazioni analoghe di spaventose carenze di personale riguardano assistenti sociali, mediatori culturali, psicologi. Se a questa fotografia aggiungiamo le menomate dotazioni della magistratura di sorveglianza e la totale inefficienza dell’area sanitaria, chiunque comprenderebbe la débâcle del sistema, incapace di assicurare una pena legale. Dobbiamo ripetere, perché è plasticamente vero, quel che affermava Pannella: abbiamo una Stato che si comporta peggio dei peggiori criminali che incarcera. A volte ci prendono letteralmente per il culo come se avessimo tutti l’anello al naso. Vuole un esempio emblematico? Il Dap spedisce decine di detenuti a Catanzaro perché in quel carcere c’è il Sai, Servizio di assistenza intensificata. I posti nel Sai sono 24, ma i detenuti tradotti da mezza Italia a Catanzaro sono un’ottantina; detenuti che se ne stanno belli belli in sezione (per di più lontani centinaia di chilometri dalla famiglia) senza ricevere le cure per cui sono stati trasferiti. Clamoroso è il caso della piscina. Già perché quello di Siano è l’unico istituto d’Italia dotato di piscina per l’idrochinesiterapia. Così se a un detenuto di Pordenone gli viene prescritta l’idrochinesiterapia questo viene mandato a Catanzaro. Fantastico, solo che la piscina costruita anni fa non è mai entrata in funzione, neppure per un giorno. Noi l’abbiamo vista riempita a metà perché dopo vari lavori stanno verificando che non perda. Abbiamo tutti pensato che rospi e ranocchie farebbero festa a poter godere di quel fondale pieno di muschio. I colloqui in carcere sono ripresi? Sì, ma ci sono istituti che mettono il vetro divisorio anche se detenuti e familiari a colloquio sono tutti vaccinati o dotati di greenpass. Le videochiamate - che secondo la circolare avrebbero dovuto essere mantenute pur con la ripresa dei colloqui in presenza - sono rimaste solo come sostitutivo del colloquio visivo. Dall’inizio dell’anno 34 suicidi in carcere. Qual è il suo pensiero su questo? Nella situazione che ho descritto, disperazione, autolesionismo, suicidi sono all’ordine del giorno. Me lo disse tanti anni fa uno psichiatra del carcere di Padova: se io fossi sbattuto in una realtà come questa, la prima cosa alla quale penserei è il suicidio. Se il carcere non diviene l’extrema ratio come prevede la nostra Costituzione che parla di pene al plurale esaltandone la funzione rieducativa e socializzante, è impossibile uscire da questa pena di morte mascherata che sono i suicidi in carcere. Che appello fare alla Ministra della Giustizia Marta Cartabia? Occorre che convinca - sfidandoli - governo e parlamento a emanare subito leggi che ristorino la popolazione detenuta diminuendo il sovraffollamento che non si può proprio tollerare in epoca di pandemia e dopo ciò che hanno patito i carcerati per un anno e mezzo. Si può immediatamente ripristinare la liberazione anticipata speciale di 75 giorni ogni semestre (anziché 45) come fu fatto all’epoca della sentenza Torreggiani. È la proposta che il Partito Radicale e Nessuno Tocchi Caino ha potuto presentare grazie al deputato di Italia Viva Roberto Giachetti. Proprio su questa proposta è in corso un’iniziativa nonviolenta delle detenute di Torino. Che bilancio fare dei referendum promossi dal Partito Radicale e dalla Lega sul versante giustizia, e dall’Associazione Coscioni per la legalizzazione dell’eutanasia? Cosa ha percepito nelle persone che venivano a firmare? Il bilancio è positivo e voglio pubblicamente ringraziare la Lega di Salvini che si è fatta coinvolgere dal Partito Radicale. Ho riscontrato la convinzione diffusa che solo attraverso l’opzione referendaria è possibile cominciare a riformare l’incancrenito sistema giudiziario italiano. E anche che una buona fetta della popolazione è stata ferita dal malfunzionamento della giustizia. Se sui referendum riguardanti la giustizia i cittadini di tutte le età chiedono più informazioni sui quesiti, sull’eutanasia vengono sparati al tavolo chiedendo di firmare: sono soprattutto giovanissimi colpiti dai casi che sono venuti alla luce grazie alle disobbedienze civili di Marco Cappato. Pazzi o criminali? La neuroscienza sfida il diritto penale di Valentina Stella Il Dubbio, 19 agosto 2021 È possibile identificare dei fattori biologici e mentali alla base di comportamenti criminali? E se sì, che effetto avrebbe questa scoperta sulla imputabilità dell’individuo? Come riscrivere lo scopo della pena per un individuo “determinato” alla violenza? Ne parliamo con lo psichiatra di fama internazionale Pietro Pietrini, Direttore presso la Scuola IMT Alti Studi di Lucca. Il suo nome è legato al caso di Stefania Albertani, dichiarata colpevole, nel maggio 2011 con rito abbreviato, per omicidio e occultamento di cadavere della sorella, e per il doppio tentativo di uccisione di entrambi i genitori. La pena comminata fu di venti anni di reclusione invece che l’ergastolo, essendo stato riconosciuto un vizio parziale di mente anche per la presenza di “alterazioni” in “un’area del cervello che ha la funzione” di regolare “le azioni aggressive” e, dal punto di vista genetico, di fattori “significativamente associati ad un maggior rischio di comportamento impulsivo, aggressivo e violento”. La decisione fu supportata oltre che da accertamenti psichiatrici tradizionali, anche da analisi neuroscientifiche, che indagarono la morfologia del cervello e il patrimonio genetico dell’imputata. Si trattò di uno fra i primi casi al mondo della validità delle neuroscienze per l’accertamento dell’imputabilità. Il caso fu trattato anche sulla prestigiosa rivista scientifica Nature. Oggi il professor Pietrini assiste Benno Neumair, ma di questo parleremo in un’altra occasione. In base alla sua esperienza, quali conclusioni si possono trarre in merito al rapporto tra neuroscienze, responsabilità penale e imputabilità? La valutazione dell’imputabilità è conditio sine qua non perché possa esserci un giusto processo. In termini giuridici stabilire l’imputabilità significa verificare se il soggetto era capace di intendere e volere al momento della commissione del reato. La capacità di intendere è quella di comprendere la natura delle azioni che si compiono e le loro conseguenze, mentre la capacità di volere è quella di controllo che l’individuo ha sulle proprie azioni. Secondo l’articolo 89 cp un individuo non è imputabile anche se una sola delle due capacità viene meno. Esiste anche la terza possibilità di una capacità di intendere o volere gravemente scemata ma non totalmente abolita. In questo caso l’individuo è imputabile ma ha diritto ad uno sconto di pena fino ad un terzo. Fatta questa premessa, il ruolo delle neuroscienze è quello di cercare di dare il più possibile una base oggettiva, un correlato misurabile alle conclusioni che si raggiungono in termini di imputabilità. In sintesi: ridurre il margine di soggettività. Questo perché in psichiatria forense manca ancora, rispetto alle altre branche della medicina, la possibilità di avere un riscontro oggettivo. Non possiamo, ad oggi, misurare la capacità di intendere e di volere, il libero arbitrio o la capacità di autodeterminazione, come misuriamo la glicemia. Invece nel nostro campo, possiamo trovare pareri anche diametralmente diversi sullo stesso soggetto: quello del perito del giudice e quelli delle parti. L’obiettivo delle neuroscienze diventa quello di integrare le tecniche ordinarie - il colloquio clinico, l’uso di test psicometrici, la raccolta di dati amnestici contribuendo al processo diagnostico e riducendo la variabilità soggettiva di giudizio dei singoli esperti. Oggi, ad esempio, grazie alle moderne tecniche neuroradiologiche, abbiamo la possibilità di misurare la densità neuronale in aree del cervello che sono cruciali per il controllo degli impulsi. Una simile informazione cosa rileva o non rileva ai fini del giudizio di imputabilità? Le neuroscienze portano un contributo complementare, integrativo. Nessuno di noi ha mai sostenuto che una persona non è imputabile semplicemente perché presenta una ridotta densità neuronale nella corteccia. Noi diciamo che, a riprova di quello che clinicamente abbiamo riscontrato, nell’individuo vi è anche un correlato cerebrale o un rischio genetico che offre un quadro completo delle sue capacità. Nei casi di patologia conclamata, come ad esempio un tumore in una certa area del cervello, o una demenza frontale è certamente più facile stabilire l’esistenza di una relazione causale tra la patologia e il comportamento tenuto dal soggetto. Tuttavia, non sempre il giudice penale ritiene che la presenza della patologia abbia esercitato un ruolo causale rilevante sulla condotta criminosa. Non vi è nulla di deterministico. Tornando alla sua domanda: dipende dal tipo di lesione e dalla sua reversibilità e dalla possibilità di controllare, qualora non fosse rimovibile, gli effetti della lesione. Però leggevo su Diritto Penale e Uomo, sempre a proposito di un suo intervento, del caso di un insegnante americano che a causa di un tumore ha iniziato a manifestare un comportamento inopportuno, estremamente disinibito nei confronti prima delle colleghe e, poi, anche dei suoi giovani allievi. Tolto il tumore, il paziente ha ripreso una vita normale e anche il suo comportamento è tornato quello di un tempo... In ambito scientifico, questo si chiama “esperimento perfetto”, o test-retest. Come ho detto in quell’occasione, quando vogliamo dimostrare che tra A e B c’è un nesso di causa, si guarda innanzitutto se, in presenza di A, B compare; poi si toglie A e si vede se anche B viene meno; infine, si mette nuovamente A e si verifica se anche B ricompare. Il verificarsi di questa condizione consente di stabilire il rapporto eziologico tra i due fattori con certezza pressoché assoluta. Tuttavia, simili eventi non sempre hanno un impatto significativo in sede giuridica, probabilmente perché, semplicemente, non siamo ancora pronti ad accettare queste circostanze. Quindi professore ogni caso va giudicato singolarmente? Certamente. Premesso che ogni individuo è diverso, il nostro obiettivo è cercare di mettere insieme fattori diversi - genetici, di morfologia cerebrale, di funzionamento cerebrale, di abuso di sostanze, di deprivazione di sonno, ecc. - che concorrono a determinare la capacità di controllare il comportamento. Quindi non si nasce già predisposti a compiere dei crimini? C’è sempre l’influenza del fattore ambientale? Questa è una domanda importante. Nei secoli c’è stata sempre questa dicotomia tra natura e cultura, che gli studi moderni stanno dimostrando essere priva di senso. Dal punto di vista genetico, noi abbiamo tutti lo stesso genoma ma il motivo per cui siamo tutti diversi è perché sui 22mila geni insistono oltre 30 milioni di variazioni. Alcuni dei geni che controllano i neurotrasmettitori cerebrali hanno anch’essi varianti alleliche che rendono un individuo più o meno plastico, permeabile all’ambiente. Voglio dire che gli effetti dell’ambiente possono avere conseguenze minori o maggiori su certi individui rispetto ad altri. Se il concetto è quello di geni di plasticità, ossia di favorire o meno una permeabilità alle condizioni ambientali, questo ci porta a concludere che genetica e ambiente non sono inscindibili. L’unico caso di determinismo è stata la famosa famiglia descritta da Brunner nel 1993: nei maschi di una famiglia olandese con una pesantissima storia di comportamento antisociale vi era un allele nullo per il gene MAOA. Poiché questo gene si trova sul cromosoma X che, come noto, è presente in singola copia nel maschio, coloro che avevano questa mutazione non producevano alcun enzima MAOA, ed erano estremamente aggressivi e violenti. Questa mutazione così grave è fortunatamente estremamente rara. Data la complessità della materia, non dovrebbe esserci una riflessione più approfondita su come il nostro sistema carcerario debba affrontare casi in cui alla base del comportamento antisociale c’è un fattore biologico/ culturale? In inglese si dice bad or mad, cattivi per scelta o perché malati, incapaci di fare altrimenti. Più andranno avanti gli studi delle neuroscienze e più la lancetta si sposterà da bad a mad. Nel ‘800 l’epilettico - e ancora oggi in alcuni paesi dell’Africa - veniva considerato un indemoniato. Poi la scienza ha dimostrato che l’epilessia è una banale malattia neurologica. Il concetto non è molto diverso per il comportamento socialmente deviante. Ci sono criminali psicopatici che non provano quelle emozioni e sentimenti che sono alla base della vita sociale e del rispetto degli altri. Herbert Maudsley, famoso psichiatra inglese vissuto a fine 1800, scriveva che “Così come ci sono persone che non possono distinguere certi colori, affette da quella che chiamiamo cecità per i colori, ed altre che non distinguono un tono musicale da un altro, essendo privi di orecchio per la musica, ce ne sono alcuni che sono congenitamente privi di qualsivoglia senso morale”. Le neuroscienze oggi offrono la possibilità di una verifica oggettiva di queste osservazioni, anche se all’interno della comunità scientifica ci sono psichiatri forensi che escludono, a mio avviso erroneamente, la psicopatia come causa di imputabilità perché sostengono che in carcere sono quasi tutti psicopatici. Penso, invece, che il fatto che dietro a molte azioni criminali ci sia la psicopatia ci deve far riflettere: può non essere un attenuante ma esiste qualcosa che spinge a compiere gesti criminali, non avendo la capacità di apprezzare i valori morali, che non può essere considerata una variante di normalità. È più facile segregare una persona per “proteggere” la società dal diverso, come abbiamo fatto con gli appestati fino al 1600 e con i malati di mente fino a qualche decennio fa. Poi abbiamo capito che le persone si possono curare e riabilitare così da rendere possibile il loro reinserimento nella società. Alla luce di tutto questo, come è possibile rieducare uno psicopatico? Il discorso è complesso. Cerchi di educarlo, di inserirlo un contesto. Negli Stati Uniti stanno sperimentando per i giovani psicopatici, insensibili alla punizione, sistemi di gratificazione. Il tentativo è quello di far loro migliorare il comportamento dando loro dei premi. Questo procedimento sembra agire su meccanismi primordiali di gratificazione, gli stessi che già si ritrovano nei bambini piccoli, che prescindono dalla presenza o meno di un sistema di valori morali. La fine del giustizialismo tracciata da Draghi e Cartabia di Davide Lauria* Il Riformista, 19 agosto 2021 Il tema Giustizia è il primo banco di prova politico, non legato all’emergenza pandemica in senso stretto, sul quale il governo Draghi è chiamato (e sarà chiamato) a misurarsi nei prossimi mesi, testando la tenuta della nuova maggioranza parlamentare, nonché l’impostazione culturale, programmatica e di valori che l’esecutivo in carica proverà ad indicare come stella polare della propria azione governativa. Partire dalla Giustizia non è mai facile, in particolar modo in Italia dove questo si è rivelato un terreno di battaglia sul quale si sono consumati scontri prettamente ideologici e inconcludenti dal punto di vista dell’interesse generale. Ma stavolta è necessario affrontare questo tema per primo vista la stretta connessione tra l’efficientamento della macchina giudiziaria e le risorse del recovery fund. In altre parole, la mole di miliardi messa a disposizione dall’UE necessita di riforme strutturali da mettere in campo sia per riceverne le prime tranches sia per rendere produttivi gli investimenti da mettere in campo. L’Europa ci chiede un processo equo, da svolgere in tempi certi e veloci, nel pieno rispetto delle garanzie degli attori in causa. Sappiamo tutti che è in corso la discussione e l’approvazione del ddl Cartabia sul processo penale che rappresenta una inversione a “U” rispetto alla riforma voluta ed approvata, nel 2019, dall’allora governo giallo-verde. Come si può vedere, nel concreto, il cambio di passo è sotto gli occhi di tutti. Ma ciò che mi preme sottolineare in questa sede, è il messaggio simbolico che, il governo Draghi, ha voluto lanciare durante la visita del PdC e della Ministra Cartabia presso la Casa Circondariale di Santa Maria Capua a Vetere. Recarsi nel carcere oggetto di un triste evento di cronaca poche settimane prima, sul quale sarà indispensabile un accertamento giudiziario, rappresenta una presa di coscienza delle condizioni dei nostri istituti di pena, volta a vigilare sul corretto funzionamento degli stessi in ossequio al dettato costituzionale che impone il fine rieducativo della pena. Vuole dimostrare che chi ha ruoli di governo non può far finta di niente e chiudere gli occhi dinanzi a chi considera l’ambiente carcerario solo come un luogo popolato dagli scarti della società. E sappiamo, ahinoi, quante volte la politica ha ceduto a questa malsana ed ingiusta idea. Ma per capire appieno la portata simbolica della visita di Santa Maria Capua a Vetere è opportuno affiancarla allo sbarco del “prigioniero” Battisti, avvenuto ad inizio 2019 presso l’aeroporto di Fiumicino. A mio modesto avviso, il confronto tra questi due eventi risulta rappresentativo del cambiamento avvenuto in Italia negli ultimi mesi. Da una parte abbiamo una vicinanza, morale e politica, una presa d’atto di un dramma umano ed esistenziale che, in ogni caso, si consuma negli istituti di pena, dall’altra abbiamo una ostentazione del detenuto come un trofeo da esibire e sul quale abbattere la rivalsa e la vendetta dello Stato. La scena dell’estradizione di Cesare Battisti, con l’allora Ministro Bonafede intendo ad accoglierlo al suo arrivo, rappresenta uno sfregio delle norme costituzionali. Una ferita rimarginata in parte dalla visita di Santa Maria Capua a Vetere che rappresenta un cambio di passo necessario quanto aspettato. La giustizia, come detto, sarà il banco di prova dei prossimi mesi, il Parlamento sarà chiamato a pronunciarsi su temi importanti a partire dalla riforma del diritto penale e del diritto civile, mentre altro tema importante, questa volta di iniziativa popolare, sarà la raccolta firme riguardante i quesiti referendari promossi negli ultimi tempi. Insomma ci sarà tanto da fare e da discutere ma, in tutto questo, la visita di Santa Maria Capua a Vetere rappresenta uno spartiacque tra la visione giustizialista e quella garantista. La strada è ben visibile ed il solco, tracciato da questo Governo, dimostra che le garanzie costituzionali saranno il faro dell’azione dei prossimi mesi. Anche per questo bisogna dire grazie a chi oggi ci guida e rappresenta. Ne avevamo bisogno. *Coordinatore Italia Viva - Regione Calabria La giustizia è roba per l’Aula? No, imparate dalla Calabria di Gianpaolo Catanzariti Il Riformista, 19 agosto 2021 La raccolta firme per il referendum procede a gonfie vele. Il tour di sei giorni dei Radicali testimonia la grande sete di giustizia di una regione dove i casi di Femia e Forgione sono diventati uno spartiacque. Chi volesse toccare con mano la forza dirompente dell’iniziativa referendaria radicale, può andare a riascoltare, sul sito di Radio Radicale, i dibattiti tenuti durante i sei giorni di agosto trascorsi, in giro per la Calabria, con il Segretario nazionale del Partito Radicale, Maurizio Turco, per raccogliere le sottoscrizioni dei cittadini sui 6 quesiti per la Giustizia Giusta. Una esperienza davvero esaltante. Una partecipazione davvero significativa. Nonostante le prefiche dei molossi del Palazzo protesi ad additare l’iniziativa della Lega e del Partito Radicale come il frutto di diversi, seppure convergenti, populismi. Nonostante il segretario del Pd, Enrico Letta, e tutto il suo stato maggiore si sforzino di dire che sulla giustizia la parola debba spettare al Parlamento, i cittadini pretendono di esercitare lo strumento principe della loro partecipazione attiva e del loro protagonismo al processo democratico. Il cittadino non intende, certo, farsi scippare dalle mani l’unico strumento con cui, chiedendo l’abrogazione in tutto o in parte di una legge, come dice l’art. 75 della Costituzione, diventa egli stesso legislatore, ponendo un limite agli abusi o alle inerzie del Parlamento, non poche di questi tempi. Se poi il dissenso, rispetto alle indicazioni del vertice, proviene da larghi settori “dem”, allora capisci quanto sia da benedire la decisione corsara del Partito Radicale di chiedere a Matteo Salvini di sostenere i referendum sulla giustizia. Sei tappe, dal nord al sud della Calabria, che hanno fatto comprendere, ancor più, quanto la giustizia rappresenti, per dirla con Marco Pannella, davvero la principale questione sociale e, così, democratica del Paese. Testimonianze toccanti di cittadini, amministratori, imprenditori che attraverso Radio Radicale hanno raccontato le loro tragiche esperienze. A Siderno erano presenti numerosi amministratori comunali. Alcuni ancora in sella. Altri disarcionati da una applicazione indiscriminata della legge sugli scioglimenti dei comuni, fondata su informative o provvedimenti giudiziari spesso disattesi dalla verifica nel contraddittorio tra le parti. Tra questi, due ex sindaci di Marina di Gioiosa Ionica. Di uno, il prof. Rocco Femia, se ne sono occupati alcuni (non tutti) media nazionali nei mesi passati. Chi non ha avuto la possibilità di ascoltare la diretta, potrà risentirlo sul sito di Radio Radicale. Una testimonianza amara, ma ferma e combattiva, di un sindaco, sottratto ai suoi affetti, in nome dello Stato italiano, una notte di dieci anni fa, rinchiuso in varie carceri italiane - ovviamente distanti dalla sua terra - per oltre cinque anni (1826 giorni) in carcerazione preventiva (perché di cautela la misura detentiva oggi ne ha ben poco), per poi essere assolto da ogni addebito mafioso a distanza di dieci anni dall’arresto. Un uomo devastato personalmente, politicamente, affettivamente ed economicamente. E con lui la sua comunità travolta anche dall’immediato scioglimento comunale per infiltrazione mafiosa. E così il sindaco che gli è succeduto, dopo il periodo di commissariamento, anch’egli travolto dall’ennesimo scioglimento. A Palmi registriamo la testimonianza di Domenico Forgione, già responsabile di circolo Pd, amministratore di minoranza, poi passato alla formazione di Piero Grasso, Articolo Uno. Arrestato sulla base di una conversazione intercettata. Trattenuto per ben sette mesi in carcere, in attesa che una banale perizia fonica, da subito invocata, dimostrasse come, in realtà, quella voce non fosse la sua. Davvero non riesco a comprendere come si possa continuare a far finta di niente. Come si possa continuare a dire, sapendo di mentire, “la riforma della giustizia la farà il Parlamento”. Sapendo che questo è il Parlamento che non ha mai discusso una proposta di legge costituzionale sulla separazione delle carriere, presentata dall’Unione delle Camere Penali Italiane e dal Partito Radicale nel 2018, sottoscritta da quasi 80mila cittadini. Lo stesso Parlamento che non riesce a istituire, benché approvata all’unanimità in Commissione, la giornata nazionale delle vittime della ingiustizia, nel nome di Enzo Tortora. Se il segretario nazionale del Pd avesse lasciato la Versiliana e fosse venuto con noi, con il banchetto del Partito Radicale a raccogliere le firme dei 6 referendum per la Giustizia giusta, avrebbe avuto un’occasione storica e indimenticabile. Avrebbe toccato con mano, in un’epoca in cui il dibattito precongressuale è fuori moda, quanta distanza ci sia tra il vertice del suo Partito e una larga fetta di simpatizzanti e militanti disorientati dall’assenza di linea politica sul fronte giustizia salvo dichiararsi difensore dello status quo e degli assetti di potere della magistratura. Ad Amantea, su un bellissimo lungomare, un intero circolo del Pd, con il suo segretario, la deputata Enza Bruno Bossio e diversi militanti animano un vivace e intenso dibattito. Ben diverso dal coro monotono e sterile del Nazareno. A Bova Marina, Mimmo Penna, sindaco di un piccolo comune che da giorni lotta contro le fiamme che stanno riuscendo là dove nemmeno l’Anonima sequestri era riuscita ovvero la devastazione irreversibile del polmone verde dell’Aspromonte, descrive la freddezza verso la “non politica dem” e la riscoperta, grazie al Partito Radicale, del gusto e l’ardore della passione e dell’impegno civile per i referendum. Il miracolo radicale, dopo aver scosso il mondo leghista troppo ancorato alle manette e alla ghigliottina, scuote anche il corpaccione del Partito Democratico. Proprio in una regione in cui il Pd, dinanzi all’abbandono di una candidata alla presidenza per una interdittiva antimafia, rischia di trovarsi dinanzi a una sconfitta di proporzioni storiche alle prossime regionali. Una terra, da un lato, protagonista in passato della lotta allo strapotere dei baroni e dei mafiosi; di pagine memorabili di riscatto. Una terra, dall’altro, in cui parlamentari eletti venivano frettolosamente accantonati perché non più in linea con il nuovo corso politico giacobino. Come accadde a Luigi Gullo, noto avvocato penalista cosentino, figlio del compianto ministro Fausto, non ripresentato in Parlamento proprio perché troppo sensibile alle garanzie e allo Stato di diritto. A distanza di svariati decenni, una nuova stagione di lotta per la Giustizia giusta contrasta il disimpegno e l’apatia della mia regione, specie nel campo “dem”. E l’iniziativa referendaria radicale continua a produrre miracoli inaspettati. Quei “cento passi” ancora così difficili in Sicilia di Felice Cavallaro Corriere della Sera, 19 agosto 2021 Martedì, alla presentazione di un libro su Felicia Impastato, la madre coraggio di Peppino di compaesani ad assistere ce n’erano davvero pochissimi. A trent’anni dalla stagione delle grandi stragi di Cosa nostra e dopo il grande impegno di un’antimafia seria (non quella parolaia), tanti siciliani non riescono proprio a fare quei “cento passi” entrati nel linguaggio del cinema e del riscatto civile. I “cento passi” di Peppino Impastato. Com’è accaduto l’altra sera a Cinisi, nel paese a ridosso dall’aeroporto di Palermo dove “don” Tano Badalamenti ordinò il massacro di quel figlio storto di un suo amico mafioso. Perché martedì, alla presentazione di un libro su Felicia Impastato, di compaesani ad assistere ce n’erano davvero pochissimi. Cinisi continua così a voltare le spalle anche alla madre coraggio che fece riaprire le indagini sulla messa in scena di un fallito attentato terroristico. Come aveva voltato le spalle ai funerali di Peppino nel maggio 1978. E anche alla prima proiezione del film di Marco Tullio Giordana con Luigi Lo Cascio pronto a percorrere i “cento passi”. È questa storia che un’intera comunità sembra non volere recepire, anche se a parlare accanto agli autori di “Io Felicia” e alla nipote Luisa, c’era il sindaco, Giangiacomo Palazzolo, il dito puntato contro gli assenti, contro i suoi stessi concittadini: “Un paese che ha paura di guardarsi allo specchio, ancora percorso da una certa mentalità”. Ed è come rivedere “L’ora legale”, il film di Ficarra e Picone con un sindaco che era meglio dei suoi elettori. Ma ogni generalizzazione sarebbe fuorviante, visto che gli autori, Mari Albanese e Angelo Sicilia, ieri sera a Raffadali si sono ritrovati in una piazza affollata e con un altro sindaco pronto a indicare “Peppino come modello per i giovani, esempio di vita, simbolo di legalità...”. Applausi anche per lui, Silvio Cuffaro, fratello dell’ex presidente della Regione, proprio quel Totò che tuonava “la mafia fa schifo” ma che finì dentro perché i giudici ritenevano i suoi “passi falsi”. Calabria. “La Regione promuova le cooperative sociali. Le mafie si combattono con il lavoro” Corriere della Calabria, 19 agosto 2021 È quanto dichiara l’avvocato Sabrina Mannarino che in rappresentanza della Camera Penale di Paola ha fatto visita all’Istituto penitenziario cittadino. “Promuovere e sensibilizzare l’attivazione e la sempre maggiore diffusione sui territori di cooperative sociali di categoria B, quelle cioè finalizzate a creare lavoro per persone svantaggiate che altrimenti rimarrebbero escluse dal mercato e tra questi in particolare i condannati che hanno finito di espiare la pena nonché quelli ammessi a misure alternative che potrebbero essere adibiti a lavori di pubblica utilità, può e deve essere una delle priorità della futura Regione Calabria; anche attraverso l’individuazione di risorse finanziarie ad hoc destinate ad incentivare la costituzione di questa tipologia di cooperativa, utile inoltre per colmare il gap degli enti locali nella garanzia dei servizi fondamentali al cittadino”. È quanto dichiara l’avvocato Sabrina Mannarino che, insieme ai colleghi Giuseppe Bruno, Armando Sabato, Federico Sconza e Carmine Curatolo, in rappresentanza della Camera Penale di Paola hanno fatto visita la scorsa domenica 15 agosto all’Istituto Penitenziario della Città di San Francesco nell’ambito dell’iniziativa Ferragosto in Carcere, promossa dall’Unione Camere Penali Italiane (UCPI). “Se c’è una strada percorribile - continua - per combattere nei fatti il predominio spesso culturale ed economico delle mafie è quella del lavoro e del reinserimento sociale, attraverso l’attività lavorativa, dei detenuti che possono accedere alle misure alternative di pubblica utilità. Per queste ragioni promuovere e sostenere l’emersione di cooperative sociali di tipo B, costituite anche con condannati definitivi che hanno già scontato il loro debito con lo Stato, può e deve essere una via d’uscita sia per il dovere costituzionale e morale di rieducazione del condannato; sia per far fronte alla grave crisi di efficacia ed efficienza dei comuni, soprattutto quelli calabresi, impossibilitati a far fonte persino all’ordinaria amministrazione”. “Sovraffollamento ed inadeguatezza generale della struttura, con celle piccole e non a norma con due detenuti al suo interno. In estrema sintesi - prosegue l’avvocato - sono state queste le criticità che abbiamo rilevato nella relazione definitiva che sarà consegnata ufficialmente e che - scandisce la Mannarino - fanno però da contraltare alla grande disponibilità e sensibilità rispetto al detenuto, dimostrate da tutto il personale col quale ci siamo confrontati ed ai quali abbiamo dimostrato tutta la nostra vicinanza e solidarietà. Lucifero non ferma le camere penali. Era, questo, il messaggio provocatorio dell’iniziativa nazionale promossa dall’Osservatorio carcere dell’UCPI, partita sin dalla fine di luglio e finalizzata, attraverso l’ingresso negli istituti di pena a conoscere le condizioni di vivibilità e verificare quali rimedi sono stati adottati per fronteggiare l’ondata di caldo eccezionale che attraversa il Paese, anche alla luce dell’emergenza Covid”. Bologna. Covid in carcere: chiusi 2 reparti Corriere di Bologna, 19 agosto 2021 Tra il personale del carcere della Dozza di Bologna sono stati riscontrati alcuni casi di positività al Covid, con conseguente “chiusura, in via precauzionale, di due interi reparti detentivi”. Lo segnala la Fp-Cgil, che punta il dito sui “mancati controlli” agli operatori tramite tampone. Ma i contagi da Covid sono solo uno dei problemi segnalati dalla Fp, che parla di una vera e propria “estate di fuoco” alla Dozza. Dopo la rissa che ha coinvolto alcuni detenuti della sezione 1A, riferisce la Fp, “si sono susseguiti altri innumerevoli eventi critici”. C’è ad esempio un detenuto con problematiche psichiatriche, attualmente ristretto nel reparto infermeria, che “ha dato alle fiamme il materasso della sua camera”. Reggio Emilia. Tra vaccinati e guariti il carcere ora è più sicuro di Jacopo Della Porta Gazzetta di Reggio, 19 agosto 2021 Il 96% degli agenti e il 61,4% delle persone ristrette hanno completato il ciclo. In inverno 200 detenuti su 330 si erano ammalati e 12 sono stati ricoverati. Continua a far discutere l’obbligo di green pass nelle mense delle forze dell’ordine introdotto a seguito di una circolare del Dipartimento di Pubblica sicurezza. Ieri abbiamo dato conto della protesta dei sindacati di polizia e dei carabinieri e raccontato che a Ferragosto alcuni agenti hanno mangiato in strada (successivamente è stata allestita un’area nel chiostro della questura). Ora anche il segretario provinciale del Sappe (Sindacato autonomo di polizia penitenziaria), Michele Malorni, interviene sul tema per esprimere le sue perplessità. “Sono completamente favorevole alla vaccinazione, ma l’introduzione del green pass non è attuabile nelle mense obbligatorie di servizio. Si tratta di un provvedimento non attuabile e comunque non risolutivo per ridurre i rischi in un ambiente come quello del carcere”. Un ambiente dove ogni giorno si conta la presenza di un migliaio di persone tra detenuti, familiari, medici, fornitori, corrieri, dipendenti... ai quali non viene chiesto il green pass. La contraddizione, sottolinea il Sappe, è che gli agenti che ora devono fare colazione in cortile o portarsi il pranzo in ufficio o nella propria stanza, sono gli stessi che poi condividono gli spazi chiusi con i colleghi. La decisione di chiudere la mensa a chi non ha il green pass deriva dal decreto legge del 23 luglio e dalla circolare ministeriale del 13 agosto. Ora gli agenti non vaccinati non possono più accedere nemmeno sala convegni, al bar e alla palestra interna per il personale del carcere. Va detto che il tasso di vaccinati tra i 196 agenti della polizia penitenziaria di Reggio Emilia è molto alto: il 96%. Una scelta responsabile per degli operatori che lavorano a stretto contatto con molte persone. Dei detenuti attualmente presenti a Reggio, 331, pari al 44.98%, hanno ricevuto la prima dose, mentre il 61,4% ha completato il ciclo vaccinale (il dato nazionale per l’intera popolazione è il 66,3%, secondo i dati fornito dal Governo ieri). Molti detenuti hanno passato il Covid (e dunque dovrebbero avere gli anticorpi) e ora le misure preventive sono particolare rigorose. Ogni nuovo ospite in via Settembrini viene sottoposto al tampone, tenuto in quarantena 14 giorni e vaccinato. Chi ha passato il Covid dopo tre mesi riceve il vaccino monodose. Il carcere di Reggio era rimasto immune durante la prima ondata virale dell’inverno 2020. Poi, invece, è stato colpito in pieno nel febbraio - marzo scorso, quando si sono diffuse le varianti e ben 200 detenuti su 330 si sono contagiati. “Diciassette detenuti sono stati ricoverati in ospedale, due dei quali in terapia intensiva. Nessuno è deceduto per Covid. Anche 20 agenti hanno avuto il virus ma in modo asintomatico”, spiega Malorni. Durante l’ondata epidemica, nel carcere di Reggio è stata necessaria una grande riorganizzazione: i positivi sono stati portati in una sezione apposita per separarli dalla minoranza che non si era contagiata. Uno sforzo logistico notevole, che ha comportato anche l’esigenza di sanificare le docce e i luoghi dove i detenuti dovevano stare in isolamento a causa della malattia. Avezzano (Aq). Detenuto tenta di togliersi la vita: ricoverato in gravi condizioni di Maria Paola Zaurrini marsica-web.it, 19 agosto 2021 Un uomo di circa 40 anni di origine extracomunitaria ha tentato di togliersi la vita nella tarda mattinata odierna nel carcere di San Nicola. Sembrerebbe che l’uomo, già nei giorni scorsi, ha tentato il gesto estremo. Avvisati tempestivamente i soccorsi dalla polizia penitenziaria, il 40enne è stato trasportato d’urgenza al pronto soccorso del nosocomio cittadino per poi esser trasferito all’ospedale di Teramo dove si trova ricoverato in rianimazione. Latina. Ferragosto in carcere, il presidente della Camera Penale: “Struttura antiquata” di Silvia Colasanti latinaquotidiano.it, 19 agosto 2021 Una delegazione della Camera penale di Latina è entrata ieri nell’istituto penitenziario di via Aspromonte. L’associazione di avvocati penalisti ha infatti aderito all’iniziativa nazionale “Ferragosto in carcere” promossa dall’Osservatorio carceri Unione Camere penali, per manifestare solidarietà nei confronti dei detenuti e del personale carcerario. L’obiettivo è quello di mantenere un occhio vigile sulle condizioni delle strutture penitenziarie e sulle proposte normative. Quest’anno poi, complice la straordinaria ondata di calore chiamata Lucifero, è stato ancora più evidente come il carcere di Latina non sia adeguato ai tempi: “È una strutturata - ha spiegato il presidente della Camera penale di Latina, Maurizio Forte - realizzata su un modello di istituto penitenziario che non esiste più”. Con lui sono entrati, qualcuno per la prima volta, nelle aree pubbliche dell’edificio di via Aspromonte, nelle celle e nella zona dedicata alle detenute, il vicepresidente, l’avvocato Gaetano Marino e gli avvocati Valentina De Gregorio e Massimo Frisetti. Insieme hanno sottoposto un questionario al direttore del carcere, con una serie di quesiti le cui risposte confluiranno in una relazione nazionale sullo stato del carcere in Italia. “Abbiamo riscontrato due cose più evidenti - ha continuato Forte - Il primo è una struttura ormai antiquata. Non ci sono impianti di refrigerazioni, impossibile tenere un ventilatore in cella, né un frigorifero. C’è una volontà di ottimizzare le risorse, ma è evidente la carenza di fondi e di personale. L’area sanitaria è in una struttura fatiscente. Al di là del sovraffollamento sembra che le persone siano sospese nel tempo. Il carcere invece dovrebbe essere una parentesi di tempo tra il prima e il dopo, verso il rientro in società. Invece è come una bolla senza continuità tra passato e futuro. La sofferenza dei detenuti è evidente. Una nota positiva riguarda la presenza costante di acqua, non scontata in altre zone d’Italia e un personale che tende ad intervenire sul disagio, anche se non è sufficiente, nonostante tutti gli sforzi. Il direttore ce la mette tutta e all’interno è stata realizzata una palestra, grazie a una donazione, e una libreria con 600 volumi donati dalla stessa Camera penale, si tratta però di interventi tamponi, che non possono bastare”. “È stato un momento molto toccante - ha concluso Forte - un’esperienza umana importante, nonostante siamo abituati ad avere a che fare con i nostri clienti ogni giorno”. Udine. Carceri sovraffollate e di mancanza di spazi per attività motorie e culturali udinetoday.it, 19 agosto 2021 Ieri il sopralluogo del Garante provinciale dei diritti dei detenuti Franco Corleone nelle carceri di Udine e Tolmezzo, che ha denunciato lo stato di sovraffollamento. Un sopralluogo per verificare lo stato delle carceri friulane. Un sopralluogo dal quale è emerso che le carceri sono decisamente sovraffollate: a Udine, su 90 posti disponibili ci sono 137 persone, a Tolmezzo i detenuti sono invece 200 a fronte di una capienza di 149 posti. A far emergere la criticità, il garante provinciale dei diritti dei detenuti Franco Corleone, a raccogliere l’appello, il consigliere regionale di Open Sinistra Fvg Furio Honsell. “La situazione descritta dal Garante dei detenuti di Udine, l’On. Corleone, è purtroppo preoccupante e dimostra che i gravissimi problemi di sovraffollamento e di mancanza di spazi per attività motorie e culturali, che avevamo sottolineato già da molti anni, non sono state completamente risolte, e altrettanto vale per il carcere di Tolmezzo”. Così si è espresso Furio Honsell. Emergenza Covid e carcere - “Queste problematiche avevano reso molto critica anche la gestione dell’emergenza Covid. Avevamo infatti sottolineato la gravità della situazione con numerose interrogazioni. È solamente grazie alla professionalità e impegno e cura degli operatori e degli agenti della Polizia Penitenziaria, se la situazione si può contenere”. “Non è corretto né nei confronti di questi lavoratori né nei confronti dei detenuti che si continui solamente a fare delle promesse. Monitoreremo con attenzione che i lavori programmati vengano rapidamente eseguiti. Vale la pena - conclude Honsell - ribadire ancora una volta la famosa frase di Adriano Sofri sulle carceri: “Tuttavia anche se non ci andrete dentro, però c’entrate. C’entriamo tutti”. Pescara, il carcere delle evasioni: recinti di 2 metri, muri di 3 di Nicola Catenaro Corriere della Sera, 19 agosto 2021 “Per scappare è sufficiente scavalcare”. L’altro giorno il terzo episodio in un anno (coinvolti quattro detenuti). Hanno scavalcato il muro di cinta durante l’ora d’aria, intorno alle 9 del mattino. E sono stati riacciuffati la sera, intorno alle 18.45. Una fuga durata meno di dieci ore. Un passante li ha avvistati e riconosciuti, grazie alle foto segnaletiche diffuse dalla polizia, in un luogo non molto distante dal carcere di San Donato da cui erano scappati. Quasi come in un film, cercavano un po’ di refrigerio in una tinozza piena d’acqua alle spalle di un complesso sportivo dismesso. Erano stremati dal caldo e dalla sete. Si sono accorti di essere circondati e hanno tentato la fuga tra vicoli e case, ma poco prima di raggiungere la ferrovia sono stati fermati dalle volanti e dagli uomini della mobile agli ordini del vice questore Dante Cosentino. Ora sono rinchiusi a Vasto. È la terza evasione nel giro di un anno dalla casa circondariale di Pescara, circa 300 detenuti spesso qui per reati collegati alla droga o con problemi di tossicodipendenza. Era già accaduto ad aprile dell’anno scorso e l’11 luglio di quest’anno. E sempre dallo stesso punto. Tutti i fuggitivi sono sempre stati regolarmente individuati e riportati dentro. Ma c’è un evidente problema di sicurezza, più volte segnalato. “La prima recinzione, di cemento e metallo, è alta solo 2 metri - spiega Nicola Di Felice, segretario regionale del sindacato di polizia penitenziaria Osapp - mentre il muro esterno non arriva a 3 metri. Non è difficile scavalcare se si è in due e ci si aiuta. Questo carcere è un pericolo per la città e non è stato fatto niente per aumentare la sicurezza”. Poi ci sono gli organici carenti. “A Pescara mancano più di cinquanta unità - sottolinea Ruggero Di Giovanni, segretario regionale del sindacato Uilpa polizia penitenziaria - e spesso gli agenti sono costretti a fare più mansioni. Come si fa a garantire una sorveglianza puntuale se la persona che fa entrare i detenuti nel cortile è la stessa che poi deve salire sulla garitta a controllarli?”. I due evasi, di nazionalità rumena, sono giovani: uno, Florin Covaciu, ha 23 anni, mentre l’altro, Denis Costel Strauneanu, ne ha 26. Hanno precedenti per rapine e lesioni. Il più anziano, cinque anni fa, a Rebibbia, è stato protagonista di una violenza sessuale ai danni di un detenuto con problemi psicologici. “Il carcere di Pescara è all’interno della città - fa notare Di Giovanni - se è così facile uscire potrebbe essere altrettanto facile per gli evasi prendere in ostaggio un passante o mettere in atto una rapina”. La richiesta di cambiare passo arriva anche dalla Cgil. “Vogliamo l’avvicendamento dei vertici della casa circondariale e un accertamento da parte dell’ufficio ispettivo del ministero”, dice Giuseppe Merola, coordinatore di Funzione pubblica Abruzzo-Molise per il settore giustizia. L’altro ieri, nel corso della riunione del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza - convocata d’urgenza dal prefetto, Giancarlo Di Vincenzo - il direttore della casa circondariale, Lucia Di Feliciantonio, ha detto di aver adottato alcune iniziative per evitare il ripetersi di simili episodi. Il sindaco Carlo Masci ha invece chiesto lo spostamento del carcere, “insicuro e obsoleto”, in altro sito più idoneo con le risorse del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Ieri pomeriggio, il provveditore interregionale dell’Amministrazione penitenziaria, Carmelo Cantone, ha svolto di persona un sopralluogo nella struttura. Agrigento. “Non ricevette le necessarie cure mentre era detenuto”, richiesta di risarcimento agrigentonotizie.it, 19 agosto 2021 Asp e ministeri citati in giudizio per risarcimento da 3 milioni di euro. La presunta mancata assistenza medica ha determinato nell’uomo una “paresi irreversibile del piede destro, grave instabilità della colonna lombo sacrale e sofferenza midollare cervicale irreversibile”. Chiede 3 milioni di euro di risarcimento danni “per non avere ricevuto le dovute prestazioni e assistenza medica per come il suo stato di salute richiedeva durante il periodo di detenzione in diverse carceri a decorrere dall’ottobre del 2020, causa della paresi irreversibile del piede destro, della grave instabilità della colonna lombo sacrale e sofferenza midollare cervicale irreversibile”. La richiesta di risarcimento danni è stata fatta citando, dinanzi al tribunale di Reggio Calabria, l’Asp di Agrigento, il ministero della Giustizia, il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, il ministero della Salute, le Asp di Reggio Calabria e Vibo Valentia e la Regione Sicilia. La prima udienza è stata fissata per il 18 ottobre. L’azienda sanitaria provinciale di Agrigento non ha individuato elementi di responsabilità a suo carico e per tale motivo non ha aderito al procedimento di mediazione promosso davanti all’Ismed. C’è però, naturalmente, l’interesse dell’azienda sanitaria provinciale di Agrigento a costituirsi in giudizio per sostenere la correttezza dell’operato e ottenere il rigetto dell’istanza - pretese risarcitorie appunto - presentata dall’uomo. Il commissario straordinario dell’Asp, Mario Zappia, ha già firmato la delibera che autorizza l’ente alla costituzione in giudizio e affida l’incarico di rappresentanza dell’Asp ad un avvocato che non fa parte dell’ente, iscritto però negli elenchi dei professionisti esterni. Un atto immediatamente esecutivo di modo che l’Asp possa appunto costituirsi in giudizio visto che la prima udienza si terrà il prossimo 18 ottobre. Torino. I detenuti del carcere minorile vincono la battaglia: “Ora abbiamo un imam” di Federica Cravero La Repubblica, 19 agosto 2021 Hanno vinto la loro battaglia i giovani detenuti musulmani del Ferrante Aporti, che avevano chiesto di poter celebrare le feste religiose dell’Islam e di essere assistiti nel culto da un imam, affermando con forza in una lettera che “era leso un diritto costituzionale”. Venerdì scorso l’imam Walid Dannawi - che presiede il culto anche al carcere Lorusso e Cutugno di Torino - ha condotto la preghiera assieme ai detenuti minorenni, cosa che non avveniva da un paio d’anni. Una soluzione rapida quella che è stata trovata, ma che non sarà quella definitiva perché già in questi giorni l’Ucoii, l’unione delle comunità islamiche in Italia, sta portando avanti contatti con due giovani imam, nati e cresciuti in Italia, che parlano l’italiano come prima lingua esattamente come i giovani che sono detenuti dentro il carcere minorile, per accreditare un nuovo ministro del culto da inserire nella struttura penitenziaria minorile che si affaccia su corso Unione Sovietica, dove ora sono detenuti 33 ragazzi e dove negli anni la percentuale di islamici è cresciuta e ora è oltre un terzo. “Dobbiamo essere vicini a questi ragazzi usando il loro linguaggio - è l’opinione di Yassine Lafram, presidente dell’Ucoii - Chi perde la propria libertà è portato a riflettere sulla propria vita e la guida religiosa deve essere anche una bussola per i ragazzi. Ma è anche una figura importante perché il messaggio religioso venga veicolato in modo corretto: nell’assenza di punti di riferimento, i vuoti possono essere colmati da cattivi maestri con idee radicali o da imam fai da te che magari agiscono con le migliori intenzioni ma interpretano i versetti del Corano in maniera sbagliata”. Ed è per questo che il presidente dell’Ucoii in persona ha voluto farsi avanti chiedendo di poter incontrare la direttrice del Ferrante Aporti, Simona Vernaglione, subito dopo aver letto su Repubblica l’appello fatto dai giovani detenuti di Torino che chiedevano di poter celebrare le feste religiose islamiche anche dentro le mura del carcere. A sottolineare l’importanza della questione è Hamdan Al Zeqri, consigliere dell’Ucoii con delega alle carceri: “Abbiamo una rete di imam e guide religiose negli istituti penitenziari di tutta Italia e ci sono anche donne - spiega - Naturalmente la presenza è maggiore tra i detenuti adulti, ma ci ha colpito molto l’appello che hanno lanciato i ragazzi di Torino”. Tutto era iniziato quando a causa della pandemia non si era potuto organizzare la festa di fine Ramadan e i giovani avevano scritto una lettera alla garante dei detenuti, Monica Gallo: “ Per noi è una festa molto importante - hanno scritto - È come il Natale per voi. Studiando la Costituzione due articoli ci hanno colpito: tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge e tutti hanno diritto di esercitare in pubblico o in privato il culto”. La garante e la direttrice si erano impegnate a risolvere la questione in vista della festa del Sacrificio a fine luglio, ma non ci erano riuscite perché nessun imam si era dato disponibile. “Non eravamo a conoscenza di questa situazione prima dell’appello dei ragazzi e abbiamo voluto subito risolverla”, dicono i rappresentanti dell’Ucoii, che hanno disposto che il vuoto venisse colmato nell’immediato da Walid Dannawi, che già in passato aveva seguito l’assistenza religiosa dei giovani detenuti, prima che gli impegni al carcere degli adulti e poi l’arrivo della pandemia lasciassero un vuoto di due anni al minorile. “La richiesta dei ragazzi mi ha colpito molto ed è stato bello vederne ben 12 alla preghiera del venerdì - racconta l’imam - La partecipazione al carcere minorile è più discontinua che tra gli adulti e c’erano periodi in cui alla preghiera non si avvicinava nessuno. Ma adesso sono molto contento di questa affluenza e non intendo abbandonarli fino a quando non si troverà un imam tutto per loro. La guida religiosa è molto importante a questa età perché deve avere un linguaggio educativo, che non faccia sentire loro il peso di quello che hanno fatto, ma che li aiuti anche a non perdersi”. Pordenone. Bando da 40 milioni per trasformare in carcere l’ex caserma di San Vito di Sebastiano Franco rainews.it, 19 agosto 2021 Sostituirà il penitenziario di Pordenone che attualmente accoglie una cinquantina di detenuti. La nuova struttura ne ospiterà 300. Aprile 2018, una partenza falsata dal ricorso sull’aggiudicazione dell’appalto. Agosto 2021, un nuovo bando per la costruzione del carcere di San Vito al Tagliamento nella ex caserma Fratelli dall’Armi, cantiere da quasi 40 milioni di euro. Le offerte dovranno arrivare entro 60 giorni e chi se lo aggiudicherà avrà 2 anni e mezzo di tempo di tempo per costruire la casa circondariale che sostituirà quella di Pordenone dove oggi sono detenute 53 persone. In modo inadeguato, vista la struttura, sottolinea il sindaco di San Vito al Tagliamento, Antonio Di Bisceglie. Nel municipio del comune del pordenonese, nel corso dell’incontro cui ha partecipato anche la direttrice del carcere di Pordenone Irene Iannucci, si è fatto il punto sugli aspetti tecnici del bando, più stringente aggiunge il sindaco, per permettere finalmente la costruzione di un carcere che dovrà contenere 300 detenuti e 200 guardie penitenziarie. La data fissata per il completamento è il 2025. Ergastolo e carcere, la lezione di Perucatti di Andrea Pugiotto Il Riformista, 19 agosto 2021 Ripubblicato il saggio dell’ex direttore di Santo Stefano. La durata di qualsiasi condanna - scrive l’autore nel ‘55 - andrebbe correlata alla condotta del reo durante la detenzione. Vale anche per l’ergastolano, cui bisogna offrire “la possibilità di riscattarsi”. 1. Chi studia certi temi sa bene che la collana “Diritto penitenziario e Costituzione” - diretta con passione e competenza rare dal costituzionalista Marco Ruotolo - non ospita titoli a caso. Vale anche per il più recente: “Eugenio Perucatti, Perché la pena dell’ergastolo deve essere attenuata” (Editoriale Scientifica, Napoli 2021, pp. XLIX-562), copia anastatica di un volume introvabile e dimenticato che l’Autore editò in proprio nel 1955. Perché ripubblicarlo? Benché mostri redazionalmente i segni del tempo, il libro ha una sua stupefacente attualità. Ora come allora è giunto il momento di risolvere “il cosiddetto scottante problema dell’abolizione o attenuazione dell’ergastolo”. E oggi più di ieri si rivolge “soprattutto ai Governanti e ai Legislatori”, avanzando proposte di riforma nate da una lunga esperienza nel “mondo dell’educazione, delle comunità, della giustizia, della polizia e delle carceri”. 2. Chi era, infatti, Eugenio Perucatti? Ecco il suo “curricolo professionale”: militare, maestro elementare, istitutore di riformatorio e di convitti religiosi, ufficiale di pubblica sicurezza, avvocato, direttore di carcere, dirigente penitenziario. Cattolico fervente, padre di 10 fi gli, detenuto per ordine degli Alleati (“addebito? Mai saputo”), capace di una spericolata evasione durante il trasferimento dal carcere di Perugia. Una vita carica di esperienze, come racconta la biografia scritta dal figlio Antonio (Quel “criminale” di mio padre. Storie di redenzione umana, Ultima Spiaggia, Genova-Ventotene 2014). Un’eccedenza esistenziale che si rispecchia nella forma del suo libro: un appassionato, sovrabbondante zibaldone articolato in 4 parti (“Documenti”, “Polemiche”, “Esperienze”, “Nuovi orizzonti dell’esecuzione penale”). Quando lo scrive, Perucatti ha 45 anni ed è direttore dell’ergastolo di Santo Stefano di Ventotene. Lo dirigerà dal 1952 al 1960, trasformandolo in un pionieristico esperimento penitenziario coerente con la neonata Costituzione secondo cui “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato” (art. 27, comma 3). A buon diritto potrà scrivere che “questo Stabilimento non è più la tomba dei vivi” nonostante il carcere borbonico con la sua architettura a Panopticon, oggi al centro di un progetto pubblico di recupero e di valorizzazione. 3. Tema centrale del libro è il superamento del carcere a vita, perché - come già scriveva Luigi Settembrini, cent’anni prima recluso a Santo Stefano - una pena eterna “è cieca e spietata vendetta”, “ingiusta perché perpetua”, crudele in quanto senza “un fi ne e una speranza”. Riguardo all’ergastolo Perucatti non è abolizionista, pur essendo aperto a tale soluzione (“se i Legislatori propenderanno per l’abolizione ben venga il nuovo orientamento e ne faremo l’esperimento”). Si colloca semmai al centro, contro gli opposti estremismi degli “umanitaristi” e dei “conservatori irriducibili”, proponendo una “pena condizionatamente perpetua”. La durata di qualsiasi condanna - sostiene Perucatti - andrebbe correlata alla condotta del reo durante la detenzione, così che “ognuno si faccia artefice della propria sorte”. Vale anche per l’ergastolano, cui bisogna offrire “la possibilità di riscattarsi, modificandosi”. Coerentemente, propone una riforma dell’art. 22 c.p. che consenta dopo 25 anni di detenzione (30 in caso di cumulo di condanne) la scarcerazione e la libertà vigilata dell’ergastolano che ha dato prova di ravvedimento. Ipotizza una più bassa soglia temporale se all’epoca del commesso delitto il reo era incensurato o minore d’età, o se detenuto fi no a età avanzata. È l’idea di pena perpetua “riducibile” oggi avallata dalle Corti dei diritti e presente nella legislazione di molti paesi europei, Italia inclusa. Redivivo, Perucatti sarebbe a fi anco della Corte costituzionale che nel maggio scorso ha prospettato l’illegittimità dell’ergastolo senza scampo, perché ostativo alla liberazione condizionale (ord. n. 97/2021). 4. L’attualità del libro è anche nella galleria di argomenti con i quali Perucatti si misura, confutandoli. “Così sentiamo dire (…) da cronisti e da uomini di partito in cerca di facile celebrità” che il superamento dell’ergastolo provocherebbe un incremento dei reati. Negherebbe la “commossa e solidale simpatia” che va rivolta alle vittime, non ai delinquenti. Prospetterebbe una “redenzione” di detenuti all’interno di galere trasformate in luogo di villeggiatura, quando invece “il solo mezzo efficace per “rieducare” o “recuperare”, nei limiti del possibile, i delinquenti” è la repressione “pronta ed esemplare”. Quanto al trattare i rei con umanità, “comincino loro, i signori delinquenti, ad avere un senso di umanità e ad astenersi dal commettere delitti”. Né manca il diffuso scetticismo sulla risocializzazione di penale per tipi d’autore in auge allora come oggi. Perucatti scrive a metà degli anni 50, denunciando una società che “ha sostituito la pubblicità del castigo con la pubblicità del delitto”. Il livello del dibattito e delle cronache, decenni dopo, non si è elevato di molto. 5. Perucatti vede lontano, prima di altri. Al regolamento penitenziario fascista del 1931 oppone un’esecuzione penale orientata al recupero del reo. Lo fa riconoscendo carattere immediatamente precettivo all’art. 27, comma 3, della Costituzione, allora relegato tra le norme programmatiche rivolte al solo legislatore, inservibili in sede applicativa. Distinzione, questa, che la neonata Corte costituzionale supererà con la sua prima sentenza (n.1/1956), un anno dopo la pubblicazione del libro. Di quel comma, Perucatti valorizza l’imposizione di “due limiti oltre i quali qualunque norma positiva diventa incostituzionale” e che “si confortano a vicenda e si integrano, con stretta logica”. Anni dopo, sarà la Consulta a riconoscere che natura umanitaria e finalità rieducativa della pena si muovono dentro “un contesto chiaramente unitario, non dissociabile”, perché “un trattamento penale ispirato a criteri di umanità è necessario presupposto per un’azione rieducativa del condannato” (sent. n. 12/1966). Educatore da una vita, Perucatti sa che “lo spirito umano è sempre suscettibile di miglioramento, in qualunque età” e per questo l’uomo del reato e della pena possono non essere più la stessa persona. Irrompe qui “il fatto educativo” da cui l’esecuzione penale non può prescindere perché - dirà la Consulta - “la personalità del condannato non resta segnata in maniera irrimediabile dal reato commesso in passato, foss’anche il più orribile, ma continua ad essere aperta alla prospettiva di un possibile cambiamento” (sent. n. 149/2018). In ragione di ciò, Perucatti prefigura un’esecuzione penale autonoma dalla fase della cognizione, affidata a tribunali ad hoc indipendenti, aventi giurisdizione territoriale su più carceri, chiamati a “fare da ponte e da regolatore del passaggio del condannato dal carcere alla vita libera”, sovrintendendo a un trattamento penitenziario individualizzato, in stabilimenti diversi a seconda dei progressi fatti sulla via della rieducazione. È, in nuce, la riforma dell’ordinamento penitenziario del 1975, che Perucatti farà in tempo a vedere prima di morire tre anni dopo. Infine, convinto che la pena sia solo privazione di libertà e che quando eccede l’”afflittività minacciata e voluta dalla Legge penale” vada compensata “con l’accorciamento della durata”, Perucatti valorizza gli istituti di clemenza come strumenti di equità. 6. Inviso ai più, Perucatti subirà nel 1960 un trasferimento punitivo dopo l’evasione di due ergastolani da Santo Stefano. Troppo eccentrico e in anticipo sui tempi, il suo libro non avrà fortuna in dottrina. Oggi torna a nuova vita. Originariamente privo di qualsiasi prefatore, la sua ristampa ne vanta 5 (Marco Ruotolo, Silvia Costa, Lucia Castellano, Carmelo Cantone, Patrizio Gonnella): un meritato omaggio - penserebbe Perucatti - alla “mia passione per le cause giuste (come quella dell’argomento di questo libro)”. Reclusi a Santo Stefano, dove pure l’Illuminismo perse il filo della ragione di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 19 agosto 2021 All’entrata del penitenziario, l’architetto Francesco Carpi fece apporre come monito la frase latina: “Donec sancta Themis scelerum tot monstra catenis victa tenet, stat res, stat tibi tuta domus” e cioè: finché la santa Temi (personificazione della giustizia per gli antichi greci) terrà avvinti in catene così tanti mostri, lo Stato e la tua casa saranno al sicuro. Fu inaugurato il 26 settembre 1795 con i primi 200 detenuti, che presto divennero 900 - ben oltre la capienza regolamentare - divisi in 99 celle tutte uguali, ciascuna delle dimensioni di quattro metri per due. Parliamo del carcere di Santo Stefano, un penitenziario voluto dai Borboni costruito su misura per gli ergastolani in una piccola isola dell’arcipelago delle Pontine. La sua storia ha inizio nella seconda metà del secolo dei lumi, allorché si pensò di popolare le isolette con gente indesiderata della vicina costa napoletana, camuffando la deportazione interna come esperimento pratico di alcune idee illuminate del tempo. Uno sguardo seppure sommario a queste nuove idee che illuministi italiani ed europei portavano avanti serve meglio a comprendere le motivazioni che convinsero i sovrani a ripopolare le isole Ponziane. Il Settecento fu infatti caratterizzato da un movimento ideologico e culturale che intese portare i lumi della ragione in ogni campo dello scibile umano, allo scopo di rinnovare non soltanto gli studi e le varie discipline, ma anche la vita sociale attraverso l’abolizione degli infiniti e secolari pregiudizi che impedivano il cammino della civiltà e si opponevano al progresso e alla felicità degli uomini. A questo movimento di rinnovamento non fu estranea la politica criminale e penitenziaria di quella vasta schiera di filosofi, giuristi, filantropi e criminologi, vanto dell’Illuminismo e della tradizione liberale europea. Da una giustizia inquisitoriale oscura e rigida - che puniva per il reato e per l’azione anche non commessa - si passa ad una giustizia trasparente che inizia a considerare l’uomo delinquente e non solamente il reato. Però non era tutto oro ciò che luccicava. Se da una parte furono formulati i presupposti per una teoria giuridica del reato, delle pene e del processo sollecitando l’abolizione delle “stanze delle torture” e delle “segrete”, dall’altra si è creata come alternativa l’ergastolo a vita e i lavori forzati. In sintesi il ‘ 700 è caratterizzato dalla nascita del carcere come alternativa alle sole torture e morte. Infatti la “questione carceraria” cominciò ad essere al centro di discussioni non solo accademiche, a livello europeo (e non solo in Italia), ma fu oggetto anche di attenta analisi da parte di politici e giuristi illuminati. L’autorità sovrana e la coscienza pubblica, però, al contrario dei giuristi, dei filosofi e dei filantropi, desideravano invece che il carcere fosse reso solamente sempre più crudele, tale da reggere il confronto prima con le pene corporali e le mutilazioni e dopo con la crudeltà dei numerosi sistemi di messa a morte nelle più svariate forme di spettacolarità. Era, in effetti, alquanto difficile affrontare e risolvere il problema carcerario dell’epoca in quanto se era vero che la pena carceraria doveva sostituire quella capitale, come suggerito dagli illuminati, la stessa in qualche modo doveva invece, per forza di cose e particolarmente per problemi di prevenzione generale, continuare ad avere carattere disumano, afflittivo, retributivo ed intimidativo. Una storia che si ripete ciclicamente e, sotto certi aspetti, anche nei giorni nostri. Il carcere di Santo Stefano nacque come compromesso. L’architetto Carpi costruì il penitenziario abbandonando la tecnica punitiva della mortificazione del corpo nelle buie celle sotterranee cosiddette “segrete”, passando alla luminosità dando una parvenza di edificio pubblico, più umano ed al servizio sia della giustizia sia della società. Contemporaneamente però garantiva i sovrani e buona parte della popolazione legata ad un sistema carcerario sempre più retributivo e intimidativo, capace di tranquillizzare le diverse correnti. Ed ecco che il penitenziario fu progettato secondo un modello panottico, che prevedeva un controllo visivo totale e costante dei detenuti, per ottenere il “dominio della mente su un’altra mente”, come teorizzato nel trattato Panopticon (1787), opera del filosofo inglese Jeremy Bentham (1748- 1832), coadiuvato dal fratello Samuel Bentham (17571831), ingegnere. La struttura circolare si sviluppava intorno a un cortile, ed era ispirata ai gironi dell’Inferno dantesco. Nel cortile avvenivano ugualmente le punizioni corporali, vere e proprie torture che, a scopo di ammonimento, erano inflitte sotto gli occhi di tutti i detenuti, grazie proprio alla forma circolare. In corrispondenza dell’entrata la struttura circolare è interrotta da un edificio rettangolare, munito di due torri verso l’esterno e di una terrazza con due garitte verso l’interno. Ai piani superiori di questo edificio alloggiavano il chirurgo, due medici, il farmacista, gli infermieri e i sorveglianti. Al piano terra si trovavano gli uffici della direzione, amministrativi e della matricola, i magazzini di vestiario ed alimenti, e la taverna, gestita da un privato ed aperta anche agli abitanti di Ventotene. Ad inaugurare le celle di questa struttura furono gli stessi reclusi: l’architetto Carpi li chiamava “disterrati”, ovvero coloro che sono stati fatti “dissotterrare” dalle segrete. Successivamente vi furono trasferiti sia criminali delle carceri cittadine sia rivoluzionari antiborbonici. Santo Stefano, sin dalla sua apertura, ha sofferto problemi di sovraffollamento ospitando detenuti in numero superiore alle proprie capacità. A seguito dell’imprigionamento di circa cinquecento politici e rivoluzionari del 1799 (epoca della rivoluzione napoletana), il penitenziario arrivò a contenerne poco meno di mille (otto- dieci per ogni cella) su seicento posti disponibili. Tale numero si ridusse a circa ottocento cinquant’anni dopo, quando ospitò prevalentemente detenuti politici a seguito dei moti insurrezionali del 1840- 1850. Si ridurrà ulteriormente allorché le celle saranno suddivise in modo da potere attuare il sistema dell’isolamento individuale continuo dei soggetti e, quindi, per un massimo di duecento detenuti. Altri cento detenuti circa saranno relegati nei locali della nuova IV sezione, costruita da ultimo. La media delle presenze si stabilizzerà fino al 1965 (anno di chiusura), in circa duecentocinquanta unità. Anche i Savoia, succeduti ai Borboni con l’Unità d’Italia, utilizzarono la struttura - oltre agli intellettuali e facinorosi non allineati - per rinchiudere particolarmente contadini meridionali considerati “briganti”. Ed i Savoia li carcerarono solo perché, subito dopo l’Unità d’Italia, con le armi in pugno, essi si opposero alla politica considerata affamatrice dei conquistatori piemontesi. Così come anche con l’avvento del fascismo, tale penitenziario venne utilizzato per punire i criminali comuni, ma anche gli oppositori politici. Sevizie, morti sospette, sofferenza perenne. Ma anche spettacolari fughe dal carcere, nonostante l’inaccessibile scogliera a picco sul mare che doveva essere garanzia sia per le evasioni sia per l’impossibilità di tentare un qualsiasi bellicoso avvicinamento. L’uomo, reso dalla disperazione e la voglia di libertà, riesce a fare imprese mirabolanti anche dove ciò potrebbe risultare impossibile. Perché abolire il carcere. Le ragioni di “No Prison” ilcittadinodirecanati.it, 19 agosto 2021 Presentazione del libro di Livio Ferrari e Giuseppe Mosconi. Domenica 22 agosto alle ore 19, la libreria caffè Passepartout di Recanati ospiterà Livio Ferrari, giornalista ed autore del libro “Perché abolire il carcere. Le ragioni di “No Prison” (Apogeo editore 2021). Dialogherà con lui Italo Tanoni, ex Ombudsman delle Marche. La povertà, per chi è ristretto nelle carceri italiane, è l’elemento caratterizzante della distanza che li separa dal resto della società, del disinteresse o peggio odio nei loro confronti da parte dei liberi che non hanno nessuna voglia di approfondire la questione. La prigione umilia, annulla, stigmatizza e impone il dolore, la sofferenza, è crudeltà, crea la mancanza di responsabilità verso il proprio comportamento e aumenta la pericolosità di tutti coloro che vi transitano, che diventano a loro volta moltiplicatori irreversibili e potenziali della violenza ricevuta. Il carcere ha una funzione falsa e puramente ideologica, perché finge di controllare, evitare e prevenire i reati, mentre li produce e riproduce, con effetti e livelli di sofferenza ben peggiori della maggior parte dei reati perseguiti dai condannati, per i quali viola sistematicamente i diritti fondamentali. Il carcere evoca l’annientamento del “criminale” che spaventa e fa passare il messaggio che quelli in libertà possono essere innocenti, mentre quelli imprigionati sono certamente colpevoli. Questo vale soprattutto per gli extracomunitari e i poveri che sono i più arrestati e reclusi rispetto al resto della popolazione, al punto che produce nella gente la convinzione che sono coloro che commettono più crimini. Il carcere è considerato come un male necessario, nella mancanza di coscienza e conoscenza in generale, senza alcuna consapevolezza che provoca più problemi di quanti ne risolve. Sembra non possa esserci alternativa ad esso, mentre è necessario progettare la sua abolizione e sostituzione con forme diverse di gestione degli illeciti. L’abolizione della prigione non è un’utopia. Il carcere è barbarie, in quanto vendicativo ed incurante della reale esperienza delle persone, strumento dell’antica retorica del castigo. È necessario mettere in discussione la costruzione che il diritto penale produce degli atti illeciti, che sta a fondamento delle pene detentive, per operare un salto di paradigma, che conduca ad una conoscenza oggettiva dei fatti perseguiti e di chi li pone in essere, nell’ottica della reintegrazione e della ricostruzione dei legami sociali. Continuare a sostenere il sistema carcerario significa in fondo autorizzare la pratica della vendetta di Stato e della sua violenza, con l’imposizione del dolore e della sofferenza ai ristretti. Non vi è alcun motivo di credere che lo spettro della prigione ridurrà la criminalità, è pertanto assurdo ritardare la ricerca di soluzioni di non carcere. Benvenuti nell’era dell’invidia di Arturo Di Corinto Il Manifesto, 19 agosto 2021 Dai troll agli haters: la possibilità di dialogare alla pari con tutti ha prodotto una deriva per cui a troppi appare lecito insultare chiunque e pretendere, come dice il filosofo Maurizio Ferraris, di “avere sempre ragione”. Internet ed il Web sono due tra le più grandi invenzioni del secolo scorso. Hanno cambiato il modo di fare informazione, ricerca e impresa. Ci offrono intrattenimento e ci permettono di coltivare relazioni. Internet (1969) e il Web (1989) sono l’incarnazione del sogno della Biblioteca Universale, e ci permettono di accedere a una sconfinata quantità di conoscenze e di occasioni per arricchire il nostro spirito. Basta connettersi con un computer o uno smartphone e possiamo stare comodamente seduti e guardare le conferenze TED online o accedere al “juke box celestiale” grazie a un abbonamento musicale a costo fisso, e viceversa diffondere pensieri, parole, opere letterarie e scientifiche riducendo tempi e costi di pubblicazione. Grazie a queste tecnologie stiamo sopportando gli effetti di una grave pandemia. Grande merito ce l’hanno avuto i social network che ci permettono di fare e rinnovare amicizie, progettare nuovi business e condurre campagne sociali o prendere posizione a favore dei diritti umani, delle comunità emarginate, dei più fragili. Ma sono troppi gli utenti del Web che lo usano male. La possibilità di dialogare alla pari con tutti ha prodotto una deriva per cui a troppi appare lecito insultare chiunque e pretendere, come dice il filosofo Maurizio Ferraris, di avere sempre ragione, assecondando un “istinto innato” (2017). Pescano nel senso comune frutto di conoscenze degradate e si atteggiano, in maniera violenta, a esperti o difensori della (loro) Verità. Nel gergo di Internet queste persone erano conosciute come troll ma oggi si manifestano per quello che sono, fascisti, webeti e cyberbulli, propalatori di false informazioni. Sono ovunque, nella sezione dei commenti dei giornali online e dei blog. Se c’è spazio per i commenti, indipendentemente dal contenuto, i troll, divenuti haters, saranno lì a frotte con i loro commenti scortesi, maleducati e irrispettosi. Troveranno qualcosa di sbagliato in tutto e faranno il possibile affinché tu sappia delle loro opinioni negative per infettare come un virus la vita nel mondo reale, analogico, ormai interrelato e indistinguibile da quello virtuale delle nostre esistenze “onlife” come le chiama il professore di etica Luciano Floridi (2015). Gli esempi delle loro aggressioni psicologiche, manifeste e mascherate, sono tantissimi, e i più giovani non ne sono immuni. Gli insulti sui gruppi di WhatsApp volano a grappoli, così come su Discord e Telegram, novella patria di gruppi organizzati di hater pronti a riversare le loro frustrazioni in luoghi più visibili come Twitter e Facebook. Il loro unico contributo al discorso collettivo è quello di criticare commenti, opinioni o persone. Insistono a sostenere un punto di vista al di là di qualsiasi valore educativo per te o per “il pubblico” per il quale si agitano come su un palcoscenico. Non rispettano opinioni diverse e sostituiscono la logica e l’empatia con valanghe di parole, spesso insulti. Gli attacchi dei troll spesso diventano attacchi personali al tuo modo di essere, alla famiglia, al lavoro e l’attacco diventa ad Hominem “contro l’uomo”. La maggior parte di costoro discutono con fervore di argomenti che non conoscono, anzi sembrano affetti dalla Sindrome di Dunning-Kruger: meno conoscono un argomento più si autovalutano come esperti di quell’argomento. La violenza con cui cercano di affermarlo è spesso funzione del presunto anonimato dietro cui si nascondono. Ma le opinioni non sono fatti. E, come è stato notato, non sono mai i più bravi o i più meritevoli a diventare haters. Forse proprio perché non sono né bravi né meritevoli. Europa in fibrillazione sui profughi: “Pronti a ogni scenario” di Carlo Lania Il Manifesto, 19 agosto 2021 La commissaria Johansson: “L’instabilità porterà a un aumento della pressione migratoria”. E chiede più impegno nei reinsediamenti. Almeno per il momento a Bruxelles si preferisce non fare cifre il cui unico effetto sarebbe quello di allarmare l’opinione pubblica, ma su una cosa la commissaria agli Affari interni Ylva Johansson non ha dubbi: “L’instabilità in Afghanistan - ha detto ieri parlando in videoconferenza ai ministri dell’Interno dei 27 - rischia di portare a un aumento della pressione migratoria. Ci stiamo quindi preparando per tutti gli scenari”. La realtà è che forse mai come oggi l’Unione europea rischia di sbriciolarsi sotto la pressione di una nuova crisi di migranti. Neanche negli anni passati, quando i 28 (c’era ancora la Gran Bretagna) litigavano sulle quote di profughi siriani senza approdare mai a nulla, si è avuta l’impressione di essere vicini alla fine del progetto europeo. Senza contare che nel frattempo il numero dei Paesi favorevoli a una linea dura anche verso i profughi e non solo verso i migranti, è aumentato. Vale per l’Ungheria, che ha già detto che non prenderà afghani, ma non solo. Una situazione che i vertici delle istituzioni europee conoscono bene, tanto da pesare con il bilancino ogni dichiarazione. Anche per questo due giorni fa il responsabile della politica estera, Josep Borrell, ha annunciato che l’Unione tratterà con i talebani “per evitare un disastro migratorio e una crisi umanitaria”. Ed è per questo che Johansson - dopo Borrell - ha fatto sua la linea dettata dalla cancelliera Angela Merkel ripetendo che l’impegno europeo sarà soprattutto nell’aiutare i Paesi confinanti con l’Afghanistan a sostenere il peso dei profughi. Del resto ieri, nel corso del vertice dei ministri, si è avuto un esempio delle divisioni che affliggono l’Unione. Sempre Johansson ha affermato che dall’Europa non verrà effettuato nessun rimpatrio forzato verso l’Afghanistan, considerato ormai come un Paese non sicuro. Per tutta risposta il ministro dell’Interno austriaco Karl Nehammer ha insistito perché si costruiscano nei Paesi confinanti con l’Afghanistan “centri di espulsione” dove inviare gli afghani la cui richiesta d’asilo è stata respinta, anche per scoraggiare nuovi arrivi in Europa. Dove tutti si sono detti d’accordo è invece sulla necessità di riportare al più presto in Europa il personale diplomatico e i collaboratori afghani che rischierebbero la vita nel caso cadessero nelle mani dei talebani. Su questo ieri la Merkel ha chiamato il presidente Biden per chiedere un maggior numero di evacuazioni di afghani. Tutti d’accordo, ovviamente, anche nel fare di tutto perché un’eventuale ondata di profughi non vada oltre i confini del Paese. Pur, come detto, senza cedere alla tentazione di fare cifre (ieri il governo tedesco ha smentito una stima secondo la quale la crisi afghana potrebbe provocare tra i 300 mila e i 5 milioni di profughi) la commissaria ha fatto il punto sulla situazione attuale che vede circa 550 mila afghani sfollati all’interno del Paese dall’inizio dell’anno, in aggiunta ai 2,9 milioni presenti alla fine del 2020. “L’80% è costituito da donne e bambini”, ha spiegato Jahansson chiedendo agli Stati membri un maggiore impegno sui reinsediamenti e corridoi umanitari per i più vulnerabili. Perché, ha aggiunto, “non si possono abbandonare le persone in pericolo immediato”. Pakistan, Iran, Tagikistan e Turchia sono invece i Paesi che per Bruxelles potrebbero accogliere i migranti, Con qualche dubbio sulla Turchia, dove il presidente Erdogan deve fare i conti con una forte opposizione interna all’arrivo di nuovi profughi. Stando a quanto si è appreso Merkel punterebbe soprattutto sul Pakistan, Paese che già ospita 3,5 milioni di afghani, da incoraggiare ovviamente con aiuti europei allo sviluppo sul modello di quanto fatto nel 2016 con la Turchia. Per ora si tratta comunque ancora di ipotesi, progetti che andranno perfezionati nei prossimi giorni. A partire dal G7 dei ministri degli Esteri previsto per oggi, ma anche nel vertice Nato fissato per venerdì e in una prossima riunione Ue convocata dalla presidenza slovena per la prossima settimana. Emma Bonino: “Tra i governi europei non c’è accordo, nessuno vuole ricevere i profughi” di Francesco Grignetti La Stampa, 19 agosto 2021 L’ex ministra ed ex commissaria a Bruxelles: “Le promesse dei taleban dureranno lo spazio di un mattino. Gli estremisti non sono più quelli del 1997 ma la giornalista della tv che intervista il loro portavoce è una sceneggiata”. I taleban, Emma Bonino li conosce bene. Era il 1997. Erano al potere da qualche mese quando l’allora commissaria europea, in visita a Kabul, fu arrestata in una corsia di ospedale. “E per fortuna che eravamo lì su invito del loro ministro della Sanità”. Li conosce sul serio, insomma. E non se ne fida assolutamente. Perchè era a Kabul? “Investivamo cifre considerevoli negli aiuti umanitari all’Afghanistan. Le Ong lì presenti però ci fecero presente che era impossibile operare in quelle condizioni. Gli stessi aiuti erano divenuti una forma di discriminazione perché le donne, segregate in casa, non potevano usufruirne. Da commissaria agli aiuti umanitari, volli andare a vedere di persona. Ci portarono in un ospedale femminile ben strano, dove non c’era un letto o un materasso... E finì che ci arrestarono per qualche ora”. Tornò poi in Afghanistan nel 2005, quando ormai tutto era cambiato, a capo degli osservatori dell’Ue che avrebbero monitorato le prime elezioni parlamentari... “Mi trasferii a Kabul per sei mesi. Diciamo che quella realtà la conoscevo abbastanza bene”. E che cosa pensa, Emma Bonino, delle promesse dei nuovi taleban? “Che dureranno lo spazio di un mattino. Adesso gli serve mostrare al mondo che sono cambiati e sono diventati moderati. Ma io di taleban moderati non ne conosco”. Eppure l’Unione europea è già pronta a voltare pagina... “Guardi, da quel che capisco, leggendo tra le righe, intanto c’è da dire che i nostri governi non hanno raggiunto alcun accordo. Così, come si fa sempre in questi casi, delegano la Commissione. Stavolta è toccato a Josep Borrell dire qualcosa. Ma in questo modo, ovviamente, i governi si tengono le mani libere. L’altra cosa che ho capito è che i governi non vogliono affatto i profughi afghani. Tutto lo sforzo, politico ed economico, sarà sui Paesi confinanti per tenerli lì. Daranno soldi al Pakistan, al Tajikistan, al limite pure all’Iran, pur di fermare i profughi che usciranno dal Paese”. Lei si aspetta dunque che cadrà presto la maschera della moderazione... “Oddio, tutto è possibile. Non è certo il governo talebano che ho visto all’opera nel 1997. Ma penso che le grandi promesse, l’amnistia, pure la giornalista donna che intervista il loro portavoce, sono tutto fumo. Li vedremo tra un po’ all’opera”. E ora c’è da attendersi un fiume di gente in fuga... “Quello che mi ha sbalordito è l’impreparazione della coalizione e degli americani su tutti. Con tutti i soldi che spendono per l’intelligence, possibile che non avessero capito che il governo si sarebbe sciolto nel giro di una mattinata? E lo stesso per i militari. Mi sconcerta, poi, la scoperta che non avevano nemmeno un piano per l’evacuazione”. Chi ha sbagliato di più? “Un nome su tutti: Donald Trump. Ma è ovvio che se annunci con 6 mesi di anticipo che i tuoi soldati se ne andranno, qualunque sarà l’esito della trattativa, in pratica stai dando ai taleban il tempo di prepararsi per una insurrezione e contemporaneamente stai minando il morale dell’apparato governativo”. Si dice: questa catastrofe afghana avrà un immenso effetto geopolitico... “Intanto vedo che gli unici a non chiudere le ambasciate sono Cina, Russia e Turchia. Mi pare chiaro quale è il nuovo allineamento dei taleban”. In Occidente si cerca ora di correre ai ripari. Tanti chiedono i corridoi umanitari, Enrico Letta tra i primi... “Sì, certo. Ma i corridoi umanitari vanno negoziati proprio con loro, i taleban. Non possiamo mica andare a prenderci la gente in Afghanistan a mano armata”. E quindi verrà via da quell’inferno solo chi decidono loro. I corridoi umanitari sembrano solo uno slogan consolatorio... “Sì, un bello slogan. Io sarei la prima a esserne felice, ma questa è la realtà. D’altra parte è palese che si sta negoziando con i taleban pure in queste ore. Altrimenti mica lascerebbero decollare quei pochi voli che ci sono. Ma anche questa è la faccia moderata che i taleban ci tengono a mostrare in questo momento”. Lei non si è pentita di avere appoggiato la guerra occidentale, nel 2011? “No, nessun pentimento. Dobbiamo calarci in quel contesto per ricordare le ragioni dell’intervento. C’era stato l’attentato alle Torri Gemelle. Il terrorismo islamista minacciava tutti. Pensi che io, dopo il 1997, tornando in Europa, feci un rapporto per tutte le capitali, scrivendo che l’intero Afghanistan si era trasformato in un gigantesco campo di addestramento di jihadisti. Sul momento però non successe nulla. Dopo le Torri Gemelle si decise invece per un intervento per sradicare il terrorismo. E solo successivamente si estese l’obiettivo al “nation building”“. Ecco, a proposito, non pensa che sia da ripensare l’idea stessa di “nation building”, cioé di costruire una nazione a tavolino? “Sicuramente. Ci vorrebbe più umiltà in chi pensa questi progetti. Pensiamo solo al Kosovo, che al confronto dell’Afghanistan è uno sputacchio, e stiamo ancora lì da ancora più anni. E poi mi lasci dire che la democrazia non può essere materia di import-export. Sono processi lunghi, faticosi, da favorire, non imporre”. E ora che fare, secondo Emma Bonino? “Avrei una proposta: a Ginevra, in Svizzera, si sta per tenere una sessione del Consiglio Onu sui diritti umani. Sarebbe buona cosa prevedere un organismo indipendente sull’Afghanistan. Aiuterebbe chi è rimasto lì a non sentirsi del tutto abbandonato. E a tutti noi potrebbe dare informazioni su quel che accade”. Perché deve tornare il tempo della solidarietà di Raffaele K. Salinari* Il Manifesto, 19 agosto 2021 L’appello al Presidente del Consiglio sul rispetto dei Diritti Umani e l’urgenza di una vera azione umanitaria in Afghanistan. Stanno cadendo, forse definitivamente, certo tragicamente, le quinte di una rappresentazione messa in scena vent’anni or sono e che voleva celebrare il connubio contro natura tra la guerra e l’aiuto umanitario. Il collasso, in pochi giorni, delle operazioni di istitutional building e peace bulding sul suolo afghano, si riflette drammaticamente in queste ore nei volti delle bambine e delle donne scomparse sotto il burka, rinchiuse dentro casa o in fuga verso una libertà che appare sempre più lontana dalle promesse ammannite a suon di miliardi di dollari dalla coalizione occidentale. Con un forte richiamo a questa consapevolezza si apre l’appello al Presidente del Consiglio sul rispetto dei Diritti Umani e l’urgenza di una vera azione umanitaria in Afghanistan, lanciato da un significativo insieme di Ong italiane ed internazionali e da settori del mondo politico e sociale. Squarciato dunque dal discorso del Presidente Biden il velo di ambiguità che ha voluto forzare un uso strumentale dell’aiuto umanitario, costringendo via via le Ong realmente indipendenti e neutrali a dichiarare la loro distanza da questa impossibile commistione, resta, presente e chiaro, la situazione della popolazione afgana, specie di quanti hanno collaborato con le forze di occupazione, ma anche dei vari intellettuali, associazioni della società civile, giornalisti, che hanno cercato una via verso i diritti umani e la democrazia partecipativa in quel Paese. Il testo dell’appello, infatti, parte proprio dall’esigenza di far tesoro di questo tragico epilogo per avanzare richieste precise. In questo frangente, si legge, l’urgenza umanitaria, cioè quella di salvare persone che temono per la loro vita, riguarda in prima battuta chi potrebbe essere più esposto alle immediate rappresaglie dei fondamentalisti, e cioè, per il nostro Governo, chi ha lavorato con l’Italia e le loro famiglie. È un dovere morale aiutare chi ci ha aiutato, si legge nell’appello, e il governo è impegnato a fare fronte a questa responsabilità. Ma lo sguardo va immediatamente allargato a quanti, nel breve periodo, possono essere visti come il nucleo culturale, ancor prima che politico, di una possibile opposizione: le minoranze e le voci libere della società civile, chi ha lavorato per un’Afghanistan diverso nelle scuole, nella sanità, nella società, nell’informazione. L’attenzione del nostro Paese e dell’Europa verso l’Afghanistan, affermano ancora i firmatari dell’appello, non può essere condizionata dalla fine della presenza militare internazionale. Questo è un punto dirimente, il vero spartiacque tra l’idea di una cooperazione dal basso, che coinvolga e sostenga direttamente i beneficiari, e quella strumentale e propagandistica, finalizzata alla creazione del consenso. Se l’esercito afghano equipaggiato con una spesa astronomica degli USA, oltre 87 miliardi di dollari, si è liquefatto come neve in un vulcano evidentemente per la mancanza di convinzione nel combattere per dei valori mai realmente assimilati, ebbene una riflessione anche su questo dovrebbe informare di sé i metodi ed i contenuti della prossima fase di aiuto. Ma, adesso, è necessario che l’Italia e l’Europa si impegnino per una evacuazione immediata senza esclusioni, accogliendo subito tutti quelli che scappano dai talebani, inclusi chi ha lavorato con le organizzazioni internazionali. Naturalmente aumenteranno i rifugiati. In realtà alcune delle Ong firmatarie dell’appello lavorano con le comunità di ragazzi afghani già da molti anni, ma ora è tempo che l’Europa e l’Italia si preparino per una politica di corridoi umanitari, per accogliere con generosità chi nei prossimi mesi arriverà dall’Afghanistan via terra. E qui si gioca, ancora una volta, il profilo del futuro comunitario: è oramai qualche tempo che sulle questioni dell’accoglienza, dell’esternalizzazione delle frontiere, sulla capacità o meno di costruire una Europa più inclusiva, si crea lo spartiacque vero che divide l’Europa fortezza, indifendibile se non al prezzo di una progressiva implosione identitaria e reazionaria, da quella Comunità aperta ed inclusiva, che cresce ancora sul trinomio Libertà, Fratellanza, Eguaglianza, nel confronto e nella fusione tra culture diverse, verso sintesi sempre vitali perché alimentata e forgiate dal fuoco della diversità, depurato dalle scorie deturpanti e mortificanti delle diseguaglianza. *Portavoce CINI (Coordinamento Italiano Ngo Internazionali) Contro la guerra, Julian Assange: nuovo caso Dreyfus? di Vincenzo Vita Il Manifesto, 19 agosto 2021 Kabul e non solo. Attenzione, la rondine crudele rischia di fare primavera, se l’ex analista dell’intelligence d’oltre oceano Daniel Hale è stato condannato in Virginia a 4 anni di detenzione per aver dato notizia dei devastanti effetti dei droni in Yemen, in Somalia e in Afghanistan. Alle scelte sbagliate si risponde con la repressione di chi le racconta? Nel vedere le immagini tragiche dell’Afghanistan riconquistato dai talebani - con esercito regolare dissolto e americani con alleati in fuga- il pensiero corre a Julian Assange. Sembra doveroso, oltre che inevitabile, rimettere in ordine gli addendi di una vicenda davvero incresciosa. Sembra proprio un nuovo caso Dreyfus, il capitano francese accusato ingiustamente di spionaggio a cavallo tra Ottocento e Novecento. Accusa ingiusta, ma lentissima riabilitazione. La questione era diventata, infatti, assai scottante per l’ordine costituito. Le disavventure drammatiche vissute dal co-fondatore di WikiKeaks appaiono a questo punto quasi surreali, oltre che assurde. Dopo l’ammissione quasi spavalda dei disastri compiuti da parte dei conquistatori senza ritegno e senza gloria, il giornalista di origine australiana meriterebbe un riconoscimento, non certamente un’eventuale condanna a 175 anni di carcere. Il rischio è reale, visto che gli Stati Uniti hanno fatto ricorso in appello contro la decisione di sospensione temporanea - per il preoccupante quadro psicofisico dell’inquisito - dell’estradizione, assunta dalla Corte londinese dove è in corso il procedimento. E di che si tratta? I reati ruoterebbero attorno alle rivelazioni dei misfatti connessi alle guerre in Iraq e in Afghanistan, a partire dall’uccisione di civili e dai bombardamenti massivi. Insomma, WikiLeaks (grazie ad Assange e ai collaboratori: l’analista della Central Intelligence Agency (Cia) Edward Snowden e il personaggio shakespeariano Chelsea Maning) ha da molto tempo squarciato il velo di silenzio attorno ad un ventennio di misfatti criminosi. Anzi. La precipitosa fuga da Kabul spiega perché non si poteva e non si doveva sapere. La violenza di Stati che si ergevano a salvatori, ottenendo l’effetto opposto di ringalluzzire terrore e fondamentalismi, non andava resa pubblica. L’ideologia delle guerre contiene sempre la componente del segreto, funzionale per evitare opposizioni e critiche. Ora che il Re è nudo, e mentre lo stesso presidente Biden è costretto a simulare il successo dell’insuccesso, è lecito chiedersi se una maggiore e diversa consapevolezza collettiva - al di là degli informati per mestiere o per collocazione - non sarebbe stata già un contropotere. La premessa per una presa di coscienza attiva. Si capisce, dunque, il motivo profondo per cui Assange è dannato. L’uomo che sa troppo, ci ammonì Hitchcock, passa parecchi guai. Ma poi se la cava bene, magari. I cattivi non sono eterni e il troppo è troppo. Attenzione, la rondine crudele rischia di fare primavera, se l’ex analista dell’intelligence d’oltre oceano Daniel Hale è stato condannato in Virginia a 4 anni di detenzione per aver dato notizia dei devastanti effetti dei droni in Yemen, in Somalia e in Afghanistan. Alle scelte sbagliate si risponde con la repressione di chi le racconta? Il ministro degli esteri Luigi Di Maio è stato richiesto di un’informativa presso il parlamento su ciò che sta avvenendo in quell’area del mondo e sulla posizione italiana. Non è il momento, allora, di mettere finalmente all’ordine del giorno la mozione presentata da un gruppo di deputati (primo firmatario Pino Cabras) proprio sul caso Assange? Ed è importante prendere spunto dal convegno tenutosi lo scorso giugno al senato su iniziativa del Premio Mimmo Càndito e del presidente della biblioteca del senato medesimo Gianni Marilotti. Quest’ultimo, tra l’altro, parteciperà alla delegazione italiana che si recherà il prossimo ottobre a Londra per la ripresa del processo. Il senso di tali iniziative è chiaro: controscrivere una storia, nella quale l’accusatore è diventato accusato e chi ha perpetrato le atrocità discetta tranquillamente di errori o difetti di strategia. Afghanistan, la nostra disperazione non è nulla senza l’azione di Susanna Marietti* Il Fatto Quotidiano, 19 agosto 2021 A mano a mano che proseguiva l’avanzata dei talebani, le carceri cadevano nelle loro mani. Lashkar Gah, Ghazni, Kabul: le prigioni sono luoghi chiave delle città, sono centri di potere, dove si può rinchiudere e si può liberare. Nel carcere di Herat, costruito nel 2009 anche per mano italiana, sono rinchiuse tante donne con i loro bambini. “Il delitto più comune per le donne è la ‘prostituzione’”, ci aveva raccontato Adriano Sofri, “da uno a 10 anni: che vuol dire l’adulterio, o l’aver fatto l’amore prima di sposarsi. A Herat spose bambine e giovani violate si danno ancora fuoco, o si impiccano”. Oggi la città è in mano ai talebani, come il resto del paese. E a noi italiani resta la disperazione di vedere persone aggrappate ai carrelli degli aerei che precipitano nel vuoto e di pensare alle donne terrorizzate che vedono soffocare la speranza, alla quale anche noi avevamo contribuito, di quell’altra vita. Ma questa disperazione non è nulla, adesso, senza l’azione. È cominciato il tergiversare sui profughi, il paragone con la Siria, lo sguardo ai paesi di confine per capire quanto possano farsi muro a nostro beneficio. Ci auguriamo che l’Europa tutta, nella quale abbiamo creduto e crediamo, si apra senza egoismi al salvataggio di coloro che le sono stati accanto nella lotta al terrorismo e al fondamentalismo religioso. Ci auguriamo che l’Europa, che per propria essenza è erosione di sovranismo, non ceda alla sovranità dei confini esterni in un momento tanto drammatico. In ogni caso e comunque, se un sovranismo ha oggi senso è quello inverso: quello che sceglie di utilizzare la propria sovranità per tenere alta la bandiera dei diritti umani e dell’accoglienza, a prescindere da quel che gli altri sceglieranno di fare. Accogliamole. Lo declino al femminile per sottolineare il genere che oggi ha più urgenza di aiuto. Ci rivolgiamo al Governo italiano: accogliamole, organizziamo corridoi umanitari immediati per far venire in Italia quelle donne e quegli uomini che in Afghanistan rischiano oggi la vita, quella biologica o quella che chiunque di noi sarebbe disposto a qualificare come tale. Senza questa azione concreta e necessaria, tutte le lacrime che potremo mai versare saranno solo proverbiali lacrime di coccodrillo. *Coordinatrice associazione Antigone Che cos’è la sharia e che cosa significa per le donne di Gabriella Colarusso La Repubblica, 19 agosto 2021 In molti Paesi islamici è la principale fonte della legislazione, ma con modelli e significati interpretativi diversi a seconda del regime politico. In Afghanistan era già alla base della Costituzione approvata nel 2004, ma con i talebani al potere resta l’incertezza su come verrà interpretata. I talebani si sono ripresi Kabul e la prima preoccupazione ora per la comunità internazionale è cosa ne sarà delle donne, insieme ai timori per il destino delle minoranze, dei credenti di altre fedi e dei laici, degli attivisti per i diritti umani. Durante la prima conferenza stampa mai tenuta dal gruppo di miliziani, martedì, il portavoce Zabiullah Mujahed ha specificato che i diritti delle donne saranno rispettati “nel quadro della sharia”. Che cosa è la sharia? Comunemente viene definita come la legge islamica, in realtà è un insieme di precetti ricavati dal Corano, il libro sacro per i musulmani, e dai racconti della vita del profeta Maometto - la Sunna, i detti, gli insegnamenti e le pratiche del profeta - che agiscono come un codice di condotta a cui i musulmani devono aderire. La sharia può essere la base per la costituzione di un codice di leggi, ma in questo processo interviene l’interpretazione di studiosi, religiosi, politici, gruppi armati. Nel corso della storia, gli studiosi islamici hanno prodotto una giurisprudenza islamica in linea con la sharia, il fiqh, diritto islamico, spesso nel linguaggio parlato usato come sinonimo di sharia. La sharia stabilisce regole per le donne? L’Islam fondato dal profeta Maometto intorno al 620 d.C garantiva alcuni diritti delle donne, ma nel tempo alcuni versi del Corano sono stati utilizzati da politici e leader militari e religiosi per introdurre numerose discriminazioni a danno delle donne in diversi Paesi musulmani. Alcuni studiosi per esempio ritengono, sulla base di alcuni versi del Corano - un testo scritto in contesti culturali politici completamente diversi dal nostro - che una donna abbia diritto all’eredità ma solo alla metà di quello che spetta a un uomo. Allo stesso modo il precetto coranico per cui la donna non dovrebbe rivelare la sua bellezza fuori dalla famiglia è stato utilizzato per imporre rigide regole di comportamento e di abbigliamento. La sharia dunque è “la principale fonte della legislazione” in molti Paesi islamici, ma con modelli e significati interpretativi diversi. In Arabia Saudita per esempio fino a poco tempo una interpretazione integralista della sharia ha fatto si che le donne non potessero nemmeno guidare e dovessero essere accompagnate da un guardiano uomo. In Iran hanno l’obbligo di indossare il velo e altre limitazioni. Cosa succederà in Afghanistan? La sharia era già alla base della Costituzione afghana approvata nel 2004 che stabilisce che l’”Afghanistan è una Repubblica islamica, indipendente, unitaria e indivisibile”, che la “religione di stato della Repubblica islamica dell’Afghanistan è la sacra religione dell’islam”, che “i seguaci di altre religioni sono liberi di professare le loro fedi e di celebrare i loro riti entro i limiti stabiliti dalla legge”, ma che nessuna legge in Afghanistan “può essere contraria ai principi e alle disposizioni della sacra religione dell’Islam”. L’Afghanistan prima dell’intervento americano del 2001 governato dai talebani era un Paese in ci le donne non potevano studiare o lavorare, uscire di casa senza un accompagnatore maschio, dovevano coprirsi interamente con il burqa, solo per fare alcuni esempi. Era un Paese in cui esisteva la lapidazione per le adultere e ai ladri potevano essere tagliate le mani per punizione. Un paese in cui l’omosessualità era punita con la pena di morte. I talebani in questi stanno cercando di accreditarsi con la comunità internazionale per non perdere fondi e la possibilità di alcun investimenti mostrando una faccia moderata: parlano inglese, fanno conferenze stampa accettando le domande dei giornalisti, promettono di garantire i diritti delle donne e delle minoranze. Molti dubitano che anche nella versione 2.0 i talebani abbiano cambiato le loro idee. Kabul, l’altra guerra e gli equivoci occidentali di Aldo Cazzullo Corriere della Sera, 19 agosto 2021 Biden e la nuova amministrazione democratica non hanno compiuto alcun progresso significativo nel rapporto con il mondo islamico. Anzi, ereditano le conseguenze del disimpegno di Trump dal Nord Africa e dal Medio Oriente, dove il vuoto purtroppo non è stato riempito dall’Europa. La discussione su un evento epocale come la caduta di Kabul e l’umiliazione dell’Occidente deve partire dal chiarimento di un equivoco. Vent’anni fa in Afghanistan non ci fu nessuna vittoria occidentale o americana o della Nato. Ci fu una serie massiccia di bombardamenti Usa che colpirono duramente i talebani e diedero ai loro nemici interni la forza di entrare a Kabul, che cadde nello stesso modo repentino e inatteso di questi giorni (come testimoniarono le cronache del primo inviato a entrare nella capitale, Andrea Nicastro del Corriere). I nuovi padroni vennero definiti impropriamente l’Alleanza del Nord, e tra loro primeggiava quel Dostum di cui adesso si finge di scoprire che non era un sincero liberaldemocratico con la casa piena di libri, ma un capoclan che arredava la sua reggia con il gusto e il senso del bello appunto di un capoclan. All’indomani dell’attacco alle Torri Gemelle, l’America in sostanza intervenne in una guerra civile afghana, che si combatteva da tempo, spostandone gli equilibri a sfavore di un regime che proteggeva Osama Bin Laden. Nei vent’anni successivi le truppe occidentali si limitarono, con alcuni contrattacchi quando la situazione sia faceva troppo difficile, a contenere e di fatto rinviare la riscossa dei talebani; i quali adesso - con il ritiro giustappunto dell’aviazione Usa e dei contractors che consentivano a quella afghana di volare - si sono presi una rivincita di cui erano incerti i tempi, non la sostanza. (Tutto questo ovviamente non rappresenta un’attenuante per l’Occidente; semmai un’aggravante). La vera guerra americana è sempre stata quella irachena. In Iraq i diversi presidenti - a cominciare da Bush junior, che con Saddam aveva ereditato dal padre un conto aperto - hanno profuso una quantità di risorse, armi, uomini ed energie incomparabile rispetto all’Afghanistan. E in effetti, pur dopo immenso dolore, oggi a Baghdad c’è un governo - sciita, com’è ovvio che sia in un Paese dove la maggioranza sciita era stata tenuta a lungo sotto il tallone della cricca sunnita del dittatore - che bene o male regge, nonostante il disimpegno americano in corso. Resta, quella irachena, una guerra che era meglio non fare; ma in Iraq oggi davvero di Saddam non resta nulla, tanto meno nelle regioni settentrionali dove il coraggioso popolo curdo si è conquistato un’ampia autonomia. In Afghanistan l’America si è mossa sempre senza impegnarsi sino in fondo, senza affrontare davvero il nemico o supposto tale; e non si saprebbe dire chi ha sbagliato di più tra Bush che disperse le forze, Obama che autorizzò escalation inutili, Trump che condusse negoziati maldestri, e Biden che ha fallito clamorosamente la gestione operativa e mediatica del ritiro. Il paragone con Saigon 1975 è suggestivo, ma improprio. Là non c’era una galassia di fazioni come quella che per semplicità chiamiamo talebani. C’era il governo filosovietico di Hanoi con cui negoziare. All’epoca Nixon e Kissinger capovolsero la partita geopolitica, avviando il dialogo con Mao, riconoscendo la Cina popolare, spaccando il fronte comunista (e Pechino sarebbe arrivata a combattere con il Vietnam una guerra di confine). A quel punto, tenere Saigon a ogni costo non era più una necessità strategica; e gli alleati sudvietnamiti vennero abbandonati al loro destino. Oggi il Vietnam è una potenza capitalista, che ha superato la Germania per numero di abitanti e dialoga con l’Occidente. Ma Biden e la nuova amministrazione democratica non hanno compiuto alcun progresso significativo nel rapporto con il mondo islamico. Anzi, ereditano le conseguenze del disimpegno di Trump dal Nord Africa e dal Medio Oriente, dove il vuoto purtroppo non è stato riempito dall’Europa ma nell’immediato dalle potenze regionali - Turchia, Arabia Saudita, Iran - e in prospettiva da Russia e Cina. Il problema è che proprio sull’Europa gravano ora le principali incognite, sia in termini di migrazioni - davvero tutto quello che Angela Merkel ha da proporre è un altro assegno a Erdogan perché si tenga i profughi? -, sia in termini di contrasto al terrorismo islamista, che in questi anni ha colpito duramente in quasi tutte le capitali, arrivando a ribaltare l’esito delle elezioni spagnole del 2004 e a cambiare la storia francese con lo choc del Bataclan. Resta, sulle coscienze di noi italiani, il macigno dei 53 caduti in Afghanistan; ai quali per la comunità del Corriere si unisce inevitabilmente la memoria di Maria Grazia Cutuli, assassinata il 19 novembre 2001. E resta da riflettere sulle parole affidate a Lorenzo Cremonesi dall’ex comandante della Folgore: noi italiani siamo bravissimi nelle missioni di pace; ma non vogliamo e forse non sappiamo fare la guerra. Non per mancanza di truppe o armi o coraggio; ma per una politica e una cultura irrimediabilmente divise tra un pacifismo generoso ma talora impossibile (quando non ideologico), e la corsa dei capipartito o aspiranti tali a mettersi al servizio ieri di Washington e domani magari di Pechino, nell’illusione che possa giovare alla propria fazione o meglio ancora alla propria carriera. Afghanistan. Tra i corridoi umanitari e l’aiutiamoli a casa loro”, politica divisa sui profughi di Fausto Mosca Il Dubbio, 19 agosto 2021 Mentre a Kabul folle di cittadini disperati continuano ad ammassarsi all’aeroporto nella speranza di trovare una via di fuga dal Paese, la politica italiana continua a dividersi sul da farsi. A breve migliaia di profughi si riverseranno in Europa per sopravvivere alla devastazione talebana e i partiti italiani si dividono sulla strategia da adottare. C’è chi invoca corridoi umanitari per far arrivare in sicurezza gli esuli senza distinzione di età, sesso o religione - sul nostro territorio, chi ritiene di dover accogliere solo quanti negli anni hanno collaborato con le autorità italiane, chi è disposto ad allargare il discorso ma solo a donne e bambini, e chiede l’intervento dell’Europa pe buttare la palla in tribuna o si appella all’intramontabile “aiutiamoli a casa loro”. Il Partito democratico è la forza più attiva sul versante dell’accoglienza e il segretario Enrico Letta annuncia su Twitter una “sottoscrizione per aiutare le ong che rimangono a Kabul, iniziative per l’accoglienza dei rifugiati che arrivano dall’Afghanistan, gemellaggi, mobilitazione per sostenere le donne afgane. Il Pd oggi decide aiuti concreti per la società afgana che non vuole tornare indietro”, spiega il numero uno del Nazareno, spalleggiato dalla capogruppo alla Camera Deborah Serracchiani. Ma è sui territori che i dem si mobilitano con maggiore decisione, con sindaci pronti a ospitare chi fugge dagli studenti coranici e amministrazioni favorevoli all’istituzione di corridoi umanitari. Un attivismo, condiviso a dire il vero con Italia viva, che preoccupa il segretario della Lega, Matteo Salvini, terrorizzato all’idea di un’invasione afghana in Italia. Per il capo del Carroccio, fino al giorno prima favorevole alla protezione solo dei “collaboratori” del contingente italiano, i corridoi umanitari possono pure essere organizzati, ma solo “per donne e bambini in pericolo”, mette in chiaro Salvini. “Porte aperte per migliaia di uomini, fra cui potenziali terroristi, assolutamente no”, aggiunge il leader leghista, bisognoso di coprirsi “a destra” per non lasciare campo libero a Giorgia Meloni. Ma gli improbabili paletti piazzati dall’ex ministro dell’Interno sull’accoglienza generano l’ilarità dell’alleato del Pd Matteo Orfini, che sui social scrive: “Salvini dice che i corridoi umanitari per donne e bambini vanno bene, per gli uomini no. La famiglia prima di tutto, a patto che non sia una famiglia di migranti. In quel caso la si può smembrare. Immagino che anche questo lo dica “da padre”, ironizza il deputato dem, in passato salito a bordo della Sea Watch per salvare vite umane. E se la Lega prova a circoscrivere il perimero della solidarietà, Fratelli d’Italia rilancia un vecchio cavallo di battaglia della destra italiana ma non solo: aiutiamoli a casa loro. “Come ha già sostenuto anche la cancelliera tedesca Merkel crediamo che la prima cosa da fare sia sostenere gli Stati confinanti con l’Afghanistan per aiutarli ad accogliere i profughi”, propone la presidente del partito Giorgia Meloni. “Per questo la Ue e l’Occidente stanzino subito un importante piano di aiuti”, aggiunge, prima di concedere qualche sprazzo di “buonismo” “in favore di coloro che ci hanno aiutato in questi anni, come gli interpreti, chi ha collaborato con la nostra missione e le donne e i bambini in pericolo di vita”. In ogni caso, a riparare al disastro, secondo Meloni, deve essere “l’amministrazione Usa”, responsabile della crisi afghana. Non tutta la destra però parla la stessa lingua. Sul suo blog la ministra di Forza Italia per gli Affari Regionali Mariastella Gelmini sostiene la necessità per l’Ue di trovare una linea comune per gestire l’emergenza: “L’Europa deve parlare con una voce sola a difesa dei diritti umani e dovrà essere in prima linea, per fronteggiare la crisi geopolitica e umanitaria, il cui impatto si riverserà ben presto sulle aree circostanti”, scrive, allontanandosi dai toni perentori dei suoi compagni di coalizione. E mentre i partiti battibeccano, l’Esercito e il ministero della Difesa proseguono con le operazioni di evacuazione da Kabul. “Il Comando operativo vertice interforze ha attuato una accelerazione nelle operazioni di trasferimento, che adesso possiamo chiamare “ponte aereo umanitari” dei cittadini afghani collaboratori dell’Italia e, mi sento di dire, anche di tutti coloro che adesso sono in condizioni di necessità e hanno bisogno”, dice l colonnello Diego Giarrizzo, lasciando ad altri il compito di fare distinzioni. Haiti, l’isola dimenticata di Carlo Pizzati La Repubblica, 19 agosto 2021 L’altra emergenza oltre all’Afghanistan è quella del Paese caraibico colpito nell’ultimo mese da tre tragedie consecutive e complementari. “So che il sangue dei nostri antenati è forte e che guariremo”. Lo dice la star del tennis Naomi Osaka, numero 2 al mondo, per ricordare il Paese del padre Leonard Francis, quella sfortunata Haiti colpita da tre tragedie consecutive e complementari nell’ultimo mese, culminate con un terremoto che ha causato quasi duemila morti, diecimila feriti e oltre 80mila case distrutte. Dove, denuncia Save the Children, i genitori hanno perso i figli e i bambini i genitori e centinaia di migliaia di minori sono sull’orlo della carestia. Anche Papa Francesco, nell’Angelus di domenica, ha auspicato che si risvegli l’interesse della comunità internazionale, ora ossessionata dall’imponente débâcle dell’Occidente in Afghanistan, invitando a pregare assieme alla Madonna per questa disastrata isola caraibica, il Paese più povero dell’America Latina. Ecco, solo queste due importanti voci hanno cercato di richiamare l’attenzione sull’incubo Haiti. Il 7 luglio scorso, 28 mercenari hanno assassinato il presidente Jovanel Moïse, lasciando il governo haitiano senza una vera guida, tra minacce golpiste e contese di potere. Poi il terremoto di magnitudo 7.2 che ha trasformato in un campo di macerie Les Cayes, capitale del Sud di Haiti, seminando morte e disastri tra i molti villaggi delle montagne a nord dell’epicentro. E ora la maledetta tempesta tropicale Grace che rallenta i soccorsi, scaricando 25 cm di pioggia proprio tra i terremotati, causando frane insidiose tra le macerie. Una apocalissi dalla terra e dal cielo. E non c’è nessun conforto. Nemmeno dalle Chiese, unica rete di sostegno che offre cibo, scuole e punti di incontro in una anarchia sempre più misera: sono state rase al suolo dalle scosse, scomponendo così ogni punto di riferimento, poiché lo Stato è assente da quasi vent’anni, da quando un altro potente terremoto che colpì la capitale di Port au Prince si portò via 300 mila vite, con scene da delirio tra le strade, dove i più disperati si accoltellava per una bottiglia d’acqua. Nel 2016, un altro potente terremoto spazzò via i pochi progressi fatti e, ora, questo annus horribilis. Haiti appare come un paradiso. Mari da sogno. Montagne rigogliose e invitanti. Non merita davvero un destino simile. Dovrebbe prosperare. Giocarsi il primo posto come più ambita meta turistica, arricchendosi grazie alle sue meraviglie naturali. Invece oggi è uno dei luoghi più devastati del mondo. Ma la responsabilità non è certo unicamente degli elementi naturali. Questa non è solamente una nazione fallita, è anche una nazione che ha fallito nel tessere una rete di ricostruzione. Non sono solo le tempeste tropicali, i crepacci, i massi rotolati a schiacciare i villaggi, e il crollo del network degli aiuti religiosi a preoccupare, ma anche il fatto che il caos degli aiuti internazionali è la norma ad Haiti. Quando l’ex leader Jean-Bertrand Aristide, nel suo tentativo di riforma, smantellò rapidamente lo strapotere dell’esercito, non fece a tempo a consentire il trasferimento delle competenze alle istituzioni civili. Quindi oggi se il direttore della Protezione Civile haitiano Jerry Chandler annuncia che stanno arrivando soccorsi da Stati Uniti, Venezuela, Colombia e Repubblica Dominicana, a Les Cayes nessuno ha ancora visto un rappresentante dello Stato o di una Ong. Negli anni successivi al terremoto del 2010 si sapeva che ad Haiti operavano migliaia di Ong, mentre il ministero della Pianificazione ne elencava meno di 300. La mancanza di coordinamento, di pianificazione urbana e di una struttura coesa si fa sentire da più di 20 anni. Haiti nuota nel fango, tra le macerie, senza una guida. La popolazione è disperata, stanca e rassegnata. La comunità internazionale, nonostante le esportazioni papali, langue. Non si è vista una reazione come quella delle precedenti crisi. Nulla si sta muovendo, e ciò potrebbe moltiplicare i danni, tra i poveri agricoltori le cui terre sono già state danneggiate dalla salinizzazione dei campi nei precedenti terremoti e tsunami. Ma è come se il mondo, spossato e impoverito dalla crisi del Covid, pensasse che questo fratello caraibico si può lasciare a se stesso. È invece il momento migliore per intervenire, con organi come la Banca Mondiale e il Fondo monetario internazionale per ricostruire davvero quest’isola. Partendo da zero. Con una sanificazione del suo sistema politico, sanitario, economico e scolastico. Il mondo non si può permettere di dimenticare Haiti e sperare che possa guarire solo grazie al sangue forte dei suoi antenati. Debito e zero investimenti nella sanità: la Somalia di fronte alla pandemia di Riccardo Noury Corriere della Sera, 19 agosto 2021 Anni di debito in crescita, di assenza di investimenti nel settore della sanità e l’insicurezza generale hanno reso la Somalia estremamente vulnerabile alla pandemia da Covid-19. “Potevamo solo vedere i pazienti morire”: il titolo del rapporto pubblicato oggi da Amnesty International descrive la resa del settore sanitario somalo di fronte al virus: un solo ospedale di Mogadiscio riservato ai malati di Covid-19 del centro e del sud del paese, mancanza di ventilatori, carenza di ossigeno e la quasi totale assenza di ambulanze. Già prima della pandemia, la Somalia aveva il più alto tasso al mondo di mortalità infantile e uno dei più bassi rapporti tra chirurghi e popolazione (uno si un milione). I numeri ufficiali (15.294 positivi e 798 morti) non dicono assolutamente nulla. I test sono estremamente limitati (all’inizio occorreva inviare i tamponi in Kenya, poi è arrivato un macchinario in dono dalla Cina) e i decessi, molti dei quali si verificano in casa, vengono registrato in modo incompleto e approssimativo. All’inizio di agosto era stato vaccinato solo il sei per cento della popolazione. A partire dal 2017, i bilanci annuali hanno destinato alla sanità pubblica solo il due per cento del totale a fronte del 31 per cento riservato al settore della sicurezza. Una speranza, se così si può definire, arriva da un altro dato negativo: la Somalia ha superato la soglia d’indebitamento a seguito della quale può chiedere aiuti finanziari sulla base dell’Iniziativa per i paesi poveri gravemente indebitati. Il governo federale ha da poco varato una “road map” per raggiungere la copertura sanitaria totale. La Dichiarazione di Abuja, che la Somalia ha sottoscritto, prevede che il 15 per cento del bilancio annuale sia destinato alla sanità. I governi e la comunità internazionale devono dare una grande mano a raggiungere questi obiettivi.