Centro Documentazione Due Palazzi
Redazione di Ristretti Orizzonti

Ministero della Giustizia
Casa di Reclusione di Padova

Conferenza Nazionale
Volontariato Giustizia

 

Responsabilità: A ciascuno la sua

Giornata nazionale di studi

Venerdì 11 maggio 2018, ore 9.00-17.00 - Casa di reclusione di Padova

 

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BOZZA DI PROGRAMMA

 

Nella relazione del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria in occasione dell’Inaugurazione dell’Anno Giudiziario 2018, si legge che l’Amministrazione “ha immaginato e realizzato un nuovo tipo di organizzazione del carcere mettendo al centro del cambiamento la persona detenuta, riconoscendole ampi margini di autodeterminazione al fine di favorirne il processo di maturazione e di assunzione di responsabilità nei confronti delle regole della convivenza sociale interne al carcere, primo ed essenziale passo verso un futuro, positivo reinserimento nella società”.

Il fatto è che insegnare ad altri esseri umani a diventare persone responsabili non è impresa facile: bisogna, prima di tutto, che a farlo siano degli adulti credibili, e delle istituzioni credibili.
Il nostro sarà allora un “viaggio” dentro alle responsabilità, tra chi se le sa assumere e chi invece dalle responsabilità è perennemente in fuga.

Più responsabilità produce più sicurezza

Quando si parla di “ampi margini di autodeterminazione” bisogna avere il coraggio di dire che questi margini esistono in pochi dei quasi duecento istituti del nostro Paese, dove i livelli di qualità della vita detentiva sono molto diversi: ci sono infatti ancora troppe carceri, dove le persone detenute passano in cella o nei corridoi tutte le ore della loro carcerazione, e dove comunque si deve trovare la strada per coinvolgerle in modo attivo e costruire insieme dei percorsi di responsabilità. 
- Lucia Castellano, Direttore Generale dell'esecuzione penale esterna e di messa alla prova, è stata per anni direttrice di Bollate, il carcere più “aperto” e innovativo del nostro Paese. 
- Francesco Mondello, Assistente Capo della Polizia Penitenziaria in servizio presso la Casa di reclusione di Bollate.

- Gian Battista Alberotanza, Commissario Capo, Comandante di reparto della Casa circondariale di Torino "Lorusso e Cutugno".

Carcere: tra responsabilità e obbedienza

Quando si parla di responsabilizzazione, bisognerebbe parlare soprattutto di rappresentanza vera (per elezione) delle persone detenute, intesa come un importante strumento di crescita individuale e collettiva. E non a caso, a Bollate da anni sperimentano con successo questo percorso di responsabilizzazione, in cui le persone detenute, sostenute dal Volontariato, imparano a rappresentare se stesse e i propri compagni, a chiedere il rispetto dei propri diritti e ad assumersi il peso dei propri doveri. Da un carcere che infantilizza si può finalmente passare a uno che riconosce il valore della responsabilità?
- Luigi Pagano, Provveditore dell’Amministrazione penitenziaria per la Lombardia, è stato a lungo Direttore a San Vittore, a Bollate e Vice Capo del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria.

- Francesco Cataluccio ha studiato filosofia e letteratura a Firenze e Varsavia. Dal 1989 ha lavorato nell’editoria, dirigendo la Casa editrice Bruno Mondadori e poi la Bollati Boringhieri. Tra le sue pubblicazioni: Immaturità. La malattia del nostro tempo (Einaudi 2004; nuova ed. ampliata: 2014).

- Su questo tema interverrà anche Enrico Sbriglia, Provveditore dell’Amministrazione penitenziaria per il Triveneto. 

Famiglie che cercano risposte

A volte ci dimentichiamo che la parola Responsabilità deriva dal verbo “rispondere”. E invece in carcere succede a volte che le Istituzioni si avvalgano della “facoltà di non rispondere”, forse perché “gli utenti” hanno poca voce. E non hanno voce le loro famiglie. Altrimenti come si spiegherebbe che nel Paese che più dice di amare le famiglie, nessuno dia risposte alle famiglie delle persone detenute quando chiedono il perché di un trasferimento del loro caro o del rifiuto alla richiesta di qualche telefonata in più? Possibile che l’Amministrazione non sappia pensare, per tutti i detenuti, e non solo per quelli che hanno la fortuna di trovarsi in un carcere con un Direttore che crede davvero all’importanza dei legami affettivi, a misure semplici, umane, di elementare applicazione, come Skype per i rapporti con famigliari lontani, colloqui con terze persone consentiti automaticamente perché la vita è fatta di relazioni, trasferimenti usati per unire e non per dividere?
- Roberto Piscitello, Direttore della Direzione Generale Detenuti e Trattamento del DAP, dialoga con figli, mogli, madri delle persone detenute

Misure di comunità, per misurare la responsabilità

Se l’accesso alle misure di comunità diventerà finalmente una tappa fondamentale del reinserimento, e non un “beneficio”, al centro di quelle misure ci deve essere l’assunzione di responsabilità da parte di chi inizia un difficile viaggio di rientro nella società e di chi lo accompagna. Serve allora una riflessione su come riempire di contenuti e dare senso alle misure sul territorio, coinvolgendo e sensibilizzando il territorio stesso nei percorsi di reinserimento.
- Gemma Tuccillo, giudice minorile, oggi Capo del Dipartimento della Giustizia Minorile e di Comunità

Giustizia e Informazione: in fuga dalla responsabilità?

Scrive lo psichiatra Eugenio Borgna “Conoscere se stessi e gli altri è il modo più intenso di essere responsabili. Nessuno si conosce del resto fino a quando è soltanto se stesso, e non, al medesimo tempo, anche un altro”. Alle persone detenute si chiede di essere “altri”, di mettersi finalmente nei panni degli Altri, delle loro vittime, dei loro famigliari. Ma i giornalisti che scrivono le loro cronache, i magistrati che costruiscono le loro indagini, i giudici che condannano a decine di anni di carcere hanno mai provato a essere qualcuno di diverso da se stessi?

- Luca Sofri è giornalista e direttore del quotidiano online Il Post. Ha lavorato con Il Foglio, Internazionale, Vanity Fair, Panorama, l'Unità. Il suo blog, Wittgenstein, è tra i più seguiti in Italia.

La responsabilità di non credere che la mafia abbia vinto e debba sempre vincere

A Padova Ristretti Orizzonti sperimenta da anni una partecipazione dei detenuti dell’Alta Sicurezza ai progetti di confronto con la società, con gli studenti, con le vittime: sono percorsi importanti di responsabilizzazione, ma le relazioni che arrivano poi dall’Antimafia inchiodano inesorabilmente le persone al loro passato. Dell’Antimafia scrive il professor Giovanni Fiandaca: "L'antimafia ha fatto cose serie, importanti, ma da un certo momento in poi è emersa un'antimafia strumentale, di facciata. Per cui se si vuole vincere davvero la mafia occorre una riflessione approfondita che dovrebbe indurre a ripensare l'antimafia stessa sia dal punto di vista del modo di farla in linea teorica, sia nell'applicazione concreta dal punto di vista pratico". Quella riflessione vogliamo farla anche a partire dal carcere.
- Giovanni Fiandaca (non può ancora dare conferma per motivi personali), è professore ordinario di diritto penale nell'Università di Palermo, esperto del fenomeno mafioso. Fra i suoi ultimi scritti, La mafia non ha vinto. Il labirinto della Trattativa, con S. Lupo, Ed. Laterza, nel quale analizza con sguardo critico l'impostazione giuridica del processo relativo alla cosiddetta trattativa Stato - mafia. È Garante dei diritti delle persone private della libertà personale per la Regione Sicilia.

Vittime che cercano una Giustizia responsabile

Gli studenti che interrogano i detenuti non gli risparmiano mai le domande più severe: Non pensate che i vostri figli almeno hanno un padre, anche se detenuto, ma le vostre vittime invece un genitore non l’hanno più? Avreste il coraggio di incontrare le vostre vittime o i loro famigliari?
A Padova di vittime ne abbiamo incontrato tante, e hanno contribuito più loro a far capire il valore della responsabilità alle persone detenute che non tanti anni di galera cattiva, inutile, vendicativa.
- Lucia Di Mauro Montanino è la moglie di Gaetano Montanino, guardia giurata che a Napoli, nel corso di una rapina, è stata assassinata da Antonio, un ragazzo di neanche 17 anni, che dopo qualche mese è diventato padre. Lucia ora ha praticamente "adottato" la famiglia del "carnefice". 

I ragazzi violenti di Napoli, i detenuti responsabili di Padova

I ragazzi violenti che a Napoli e in altre zone del nostro Paese sono attratti dalla criminalità organizzata non sono una realtà che non ci riguarda: per questo ci piacerebbe ragionare sulla nostra proposta di far incontrare e dialogare i giovani detenuti nei minorili del sud, spesso già quasi rovinati, con i detenuti adulti, che sono stati capi di organizzazioni criminali e oggi sono diventati persone più consapevoli e hanno maturato, dopo anni di carcere, una presa di distanza vera dal loro passato, vera perché hanno coinvolto anche i figli, le famiglie, e perché quando incontrano gli studenti e parlano delle loro storie, non cercano alibi.

- Marco Rossi-Doria, insegnante, esperto di politiche educative e sociali, ha insegnato nei vicoli dei Quartieri Spagnoli a Napoli ai ragazzi che hanno lasciato la scuola e ha raccolto le loro storie in un libro, Non smettete proprio mai. È tra i fondatori di Chance, la scuola della “seconda occasione”. È stato Sottosegretario dell'Istruzione, Università e Ricerca.

- Maria Luisa Iavarone è professore ordinario di pedagogia sociale, Università di Napoli Parthenope. Suo figlio Arturo è il diciassettenne che una settimana prima dello scorso Natale è stato accoltellato in strada da un gruppetto di quattro ragazzini in cui forse il più grande era un suo coetaneo. Una situazione che richiede un impegno educativo nuovo delle famiglie e delle istituzioni.

Coordinerà i lavori Adolfo Ceretti, Professore ordinario di Criminologia, Università di Milano-Bicocca, e Coordinatore Scientifico dell’Ufficio per la Mediazione Penale di Milano. Tra le sue pubblicazioni, Cosmologie violente, Oltre la paura e Il libro dell’incontro. Interverrà Marco Del Gaudio, magistrato, Vice Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria.