Centro Documentazione Due Palazzi - Redazione di Ristretti Orizzonti
Ministero della Giustizia - Casa di Reclusione di Padova
Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia
Giornata Nazionale di Studi
Il
senso della rieducazione in un Paese “poco educato”
- Scarica il programma della Giornata (pdf)
- Scarica la scheda di iscrizione (word)
Sono
in tanti a guardare con sospetto, e magari anche con sufficienza al termine
“rieducazione”. L’obiezione di fondo è: ma come si fa a rieducare un uomo
di trenta, quaranta, cinquant’anni? E poi perché mai un adulto dovrebbe
permettere magari a un educatore di vent’anni più giovane di lui di
rieducarlo! E ancora, non suona un po’ da comunismo sovietico l’idea di
riplasmare l’animo umano? Tutte obiezioni giustissime, ancora più giuste se
si pensa alle carceri sovraffollate, ma… ma…
Noi pensiamo che parlare di rieducazione possa avere un senso eccome, proprio a partire dal fatto che siamo un Paese con una forte presenza di “maleducati”. Che non vuol dire necessariamente accusare le famiglie di aver educato male i propri figli… Può essere anche che un figlio non abbia accettato di farsi educare quando aveva pochi anni, e magari da adulto, e con la galera e il reato di mezzo, sia più disponibile a parlare di educazione, o appunto di rieducazione. E può essere anche che, se cominciamo tutti a guardare ai nostri comportamenti con sguardo critico, forse la smetteremo di pensare che a commettere reati sono sempre “gli altri” e che il carcere è l’unica punizione possibile.
Ma
che cosa potrebbe essere, poi, la rieducazione? E chi dovrebbe esercitare la
funzione del Ri-educatore? Intanto cominciamo, prima di tutto, a parlare di
Rieducazione all’ALTRO, al rispetto dell’altro.
Mala e buona educazione
Può
sembrare fuori moda parlare della bellezza del concetto di rieducazione, ma
basta infilarsi nel traffico delle strade delle nostre città o chiedere la
ricevuta fiscale in un ristorante per capire che, se il senso della legalità è
spesso così basso anche fra i cittadini “onesti”, forse tornare a discutere
di educazione e rieducazione degli adulti ha un significato, forte e chiaro.
Magari all’interno di un dibattito che faccia ritornare al centro
dell’attenzione dell’intera società l’idea della buona educazione, e il
senso di una pena che la Costituzione ci chiede che sia “rieducativa”.
Quella Costituzione da cui ci piace ripartire, rileggendo uno dei padri
costituenti, Piero Calamandrei, le sue parole sul carcere, la sua aspirazione a
fondare una “religione civile” capace di trovare nel senso dello Stato il
suo valore più alto.
-
Gherardo
Colombo, ex magistrato, autore, tra l’altro, dei saggi “Sulle Regole”,
“Democrazia” e “Il perdono responsabile”.
“Fare
male (pur nell’esercizio della funzione autoritativa della risposta alla
trasgressione) non può che insegnare, irrimediabilmente, a fare male (…). La
sofferenza imposta non può, non è in grado di convincere, e semmai insegna a
obbedire. Ma chi obbedisce non è psicologicamente, se non giuridicamente,
responsabile delle proprie azioni (ne è responsabile chi dà l’ordine). La
pena, quindi, anziché creare responsabilità la distrugge”.
Carcere: Ritorno all’infanzia
Si
entra in carcere per scontare una pena che deve “tendere alla rieducazione”,
ma già all’ingresso si viene spogliati di tutto quello che in qualche modo
responsabilizza, della capacità di fare delle scelte, e di farle, appunto, da
persone adulte. Il carcere è un ritorno forzato all’infanzia, che dovrebbe
alla fine mettere fuori persone responsabili, e invece spesso fa uscire persone
che, dopo anni vissuti all’ombra di una istituzione che infantilizza, si
ritrovano con la maturità di bambini, l’età anagrafica di adulti e la voglia
pericolosa di recuperare in fretta il tempo perso in galera.
-
Mauro
Palma,
presidente uscente del Comitato europeo per la
prevenzione della tortura: Due
modelli a confronto: il carcere responsabilizzante e il carcere paternalista
-
Roberto
Bezzi, responsabile
dell’area pedagogica nella Casa di reclusione di Bollate: Quando il carcere
riesce a fare l’opposto di ciò che dovrebbe, cioè rende passivi ed isola
mentre deve reinserire
Il detenuto-vittima e la responsabilità
Scrive
Ivo Lizzola, pedagogista che si è anche occupato di rieducazione delle persone
detenute, che “trasformare il “così
è stato” in “così ho voluto” è un passaggio necessario e duro, per
nulla immediato e semplice”. È terribilmente vero, ci sono detenuti che
all’inizio della loro esperienza di confronto con le scuole, per parlare del
loro reato, magari di un omicidio, usano espressioni come “Ci è scappato il
morto, ho combinato qualcosa di grave, è successo che è morta mia moglie”.
Insomma, tutte espressioni cariche di casualità, perché usare la prima persona
del verbo uccidere, “ho ucciso”, è drammaticamente difficile, e il carcere
da questo punto di vista aiuta poco, sembra fatto apposta per divorare la vita
del detenuto e farlo sentire vittima di una pena vendicativa.
-
Ivo
Lizzola, professore
ordinario di Pedagogia Sociale presso la Facoltà di Scienze della Formazione
dell’Università di Bergamo
-
Deborah
Cartisano, figlia di Lollò Cartisano, il fotografo di Bovalino sequestrato
ed ucciso dalla ‘ndrangheta: Spiego ai detenuti il dolore per mio papà vittima di mafia
Le parole che non rieducano: Aspettativa - fallimento - delusione
Alla
base di tanti reati ci sono spesso condizioni di vita che hanno a che fare con
aspettative esagerate, da parte della famiglia, della scuola, dell’ambiente di
lavoro, e poi con le dinamiche tristi della delusione e della conseguente
sensazione di un fallimento.
Fare
i conti con la propria fragilità, smontare e rimontare l’immagine di sé,
imparare che si può convivere con le proprie debolezze e con i propri limiti:
è questo il punto di partenza per non rischiare di schiantarsi al primo
impatto, dopo la carcerazione, con una vita che difficilmente può essere ricca
di gratificazioni.
-
Eraldo
Affinati, scrittore, la sua ultima opera è “Peregrin d’amore”: La
letteratura si fa in queste pagine cosa viva, parole che valgono per tutti e
possono formare un nuovo “sentimento italiano”, che comprenda anche gli
stranieri e gli emarginati.
I vasi comunicanti della rieducazione
L’educazione
che ricevi in famiglia, e poi anche a scuola, di solito “ti serve per la
vita”. In carcere invece si rischia di rieducare a una vita astratta, sognata,
idealizzata, che è la vita futura in libertà, e quello che impari da detenuto,
soprattutto se non accedi alle misure alternative, non ti aiuta poi nella
“vita vera”, perché carcere e vita vera non sono vasi comunicanti. “In
carcere ho imparato a vivere in carcere”, così un detenuto ha cercato di
spiegare le sue difficoltà a ritornare a vivere dopo anni di galera. E
purtroppo la libertà non è come un elettrodomestico, non esistono
“istruzioni per l’uso” da imparare a memoria per quando poi quella libertà
arriverà davvero.
-
Pietro
Buffa, direttore della Casa circondariale Lorusso e Cutugno di Torino:
L’esperienza detentiva è “non affermazione di diritti ma negoziazione di
spazi, non legalità ma lotta per l’acquisizione, la difesa e il
consolidamento di forme di potere”
La rieducazione sentimentale
Nel
processo e nelle pene concepite come retribuzione al male fatto è del tutto
trascurata la dimensione emozionale dell’offesa che il reato provoca. Ma forse
è proprio sui sentimenti che bisogna riflettere, sulla necessità di una
“educazione ai sentimenti” che ha a che fare con il percepire fino in fondo
il dolore provocato alle vittime del reato, ma anche alla propria famiglia.
La
“rieducazione sentimentale” di persone “disavvezze”
all’attenzione ai sentimenti e afflitte a volte da una specie di afasia
sentimentale, diventa un momento importante
proprio perché commettere dei
reati comporta spesso di partire da sé e ignorare o calpestare i sentimenti
degli altri.
-
Alessandra
Augelli,
Dottore di ricerca in Pedagogia. Svolge attività di formazione sui temi
dell’affettività e della relazionalità, privilegiando le metodologie
narrative ed autobiografiche.
Il racconto di sé per ritrovare il bandolo della matassa della vita
Nel
raccontare agli studenti pezzi della propria vita, succede spesso che le persone
detenute, che decidono di portare la loro testimonianza, comincino a ritrovare
il “piacere dell’onestà” con se stesse, e anche il bandolo della matassa
di vite complicate, che il carcere raramente aiuta a dipanare. Il fatto è che
con i ragazzi delle scuole c’è quasi un obbligo di verità, avere di fronte
quei ragazzi è un po’ come avere i propri figli, e confrontarsi con il loro
bisogno di capire il perché dei reati.
-
Beppe Pasini, docente a contratto di
Pedagogia della Famiglia all’Università di Milano Bicocca e di Pedagogia
Sperimentale all’Università di Brescia. Si occupa di formazione in ambito
autobiografico in molteplici contesti del lavoro sociale ed educativo, è
autore di diverse pubblicazioni dedicate all’esperienza autonarrativa come
cura di sé, ricerca e testimonianza.
Quando l’informazione non informa, ma diseduca
A
chi fa informazione non chiediamo certo di porsi il problema di “educare”,
ma già informare in modo “pulito” sulle pene e sul carcere ha un valore
educativo. È la cattiva informazione che diseduca, che abitua i cittadini a
identificarsi solo con le vittime, che esclude dal loro orizzonte il rischio
reato. E, rispetto a chi commette reati, è la cattiva informazione che dà
cattivi esempi di imprecisione, di pressappochismo, di disattenzione alla verità,
che abituano i “buoni” a sentirsi sempre più buoni e a non interessarsi in
alcun modo a un serio dibattito sul senso della pena, che invece dovrebbe
riguardarci TUTTI.
-
Giovanni
Bianconi, giornalista del Corriere della Sera, per il quale segue le più
importanti vicende giudiziarie e di cronaca, scrittore (l’ultimo suo lavoro è
Il brigatista e l’operaio. L’omicidio di Guido Rossa. Storia di vittime e
colpevoli. Einaudi Stile libero,
2011).
Coordinerà
i lavori Adolfo Ceretti, Professore
ordinario di Criminologia, Università di Milano-Bicocca, e Coordinatore
Scientifico dell’Ufficio per la Mediazione Penale di Milano.
SCHEDA
DI ISCRIZIONE
Giornata
Nazionale di Studi
Il
senso della rieducazione in un Paese “poco educato”
Venerdì 18 maggio 2012, ore 9.30-16.30, Casa di Reclusione di Padova
Dati
indispensabili
Cognome
_____________________________ Nome _________________________
Luogo
di nascita ___________________________ Data di nascita ______________
Dati
facoltativi (è comunque apprezzata la compilazione)
Via
__________________________________ N° _____ Cap. ______________ Città
_____________ Prov. ________
Tel.
_________________________ Fax __________________________ E-mail:
______________________________
Appartenente
al gruppo o associazione:
________________________________________________________________
Insegnante
o iscritto a studi universitari:
_______________________________________________________________
Operatore
dell’A.P. o di un altro Ente:
_________________________________________________________________
Scheda da inviare via mail a: redazione@ristretti.it
Oppure in cartaceo a: Ristretti Orizzonti c/o Casa Reclusione, Via Due Palazzi 35/a, 35136 Padova
Resta
inteso che verserò la quota di iscrizione di 7 euro tramite (5 per gli studenti):
- PayPal (clicca qui per effettuare il versamento)
-
Bollettino ccp sul Conto Corrente Postale 67716852
-
Bonifico bancario o postale: IBAN IT 21 H 07601
12100 000067716852
INTESTATARIO
DEL CONTO: ASSOCIAZIONE “GRANELLO DI SENAPE PADOVA”
Per
info: 049.654233
Questo
notiziario è registrato al Registro Stampa del Tribunale di Padova (n° 1964
del 22 agosto 2005)
e al Registro Nazionale degli Operatori della Comunicazione (n° 12772 del 10
dicembre 2005).
Ha ottenuto il Marchio di Certificazione dell'Osservatorio A.B.C.O. dei Beni
Culturali
Se volete cancellarvi dalla nostra mailing list cliccate qui