Centro Documentazione Due Palazzi - Redazione di Ristretti Orizzonti

Ministero della Giustizia - Casa di Reclusione di Padova

Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia

Giornata Nazionale di Studi

Il senso della rieducazione in un Paese “poco educato”

 Venerdì 18 maggio 2012, ore 9.30-16.30, Casa di Reclusione di Padova

 

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Sono in tanti a guardare con sospetto, e magari anche con sufficienza al termine “rieducazione”. L’obiezione di fondo è: ma come si fa a rieducare un uomo di trenta, quaranta, cinquant’anni? E poi perché mai un adulto dovrebbe permettere magari a un educatore di vent’anni più giovane di lui di rieducarlo! E ancora, non suona un po’ da comunismo sovietico l’idea di riplasmare l’animo umano? Tutte obiezioni giustissime, ancora più giuste se si pensa alle carceri sovraffollate, ma… ma…

Noi pensiamo che parlare di rieducazione possa avere un senso eccome, proprio a partire dal fatto che siamo un Paese con una forte presenza di “maleducati”. Che non vuol dire necessariamente accusare le famiglie di aver educato male i propri figli… Può essere anche che un figlio non abbia accettato di farsi educare quando aveva pochi anni, e magari da adulto, e con la galera e il reato di mezzo, sia più disponibile a parlare di educazione, o appunto di rieducazione. E può essere anche che, se cominciamo tutti a guardare ai nostri comportamenti con sguardo critico, forse la smetteremo di pensare che a commettere reati sono sempre “gli altri” e che il carcere è l’unica punizione possibile.

Ma che cosa potrebbe essere, poi, la rieducazione? E chi dovrebbe esercitare la funzione del Ri-educatore? Intanto cominciamo, prima di tutto, a parlare di Rieducazione all’ALTRO, al rispetto dell’altro.

 

Mala e buona educazione

Può sembrare fuori moda parlare della bellezza del concetto di rieducazione, ma basta infilarsi nel traffico delle strade delle nostre città o chiedere la ricevuta fiscale in un ristorante per capire che, se il senso della legalità è spesso così basso anche fra i cittadini “onesti”, forse tornare a discutere di educazione e rieducazione degli adulti ha un significato, forte e chiaro. Magari all’interno di un dibattito che faccia ritornare al centro dell’attenzione dell’intera società l’idea della buona educazione, e il senso di una pena che la Costituzione ci chiede che sia “rieducativa”. Quella Costituzione da cui ci piace ripartire, rileggendo uno dei padri costituenti, Piero Calamandrei, le sue parole sul carcere, la sua aspirazione a fondare una “religione civile” capace di trovare nel senso dello Stato il suo valore più alto.

- Gherardo Colombo, ex magistrato, autore, tra l’altro, dei saggi “Sulle Regole”, “Democrazia” e “Il perdono responsabile”.

“Fare male (pur nell’esercizio della funzione autoritativa della risposta alla trasgressione) non può che insegnare, irrimediabilmente, a fare male (…). La sofferenza imposta non può, non è in grado di convincere, e semmai insegna a obbedire. Ma chi obbedisce non è psicologicamente, se non giuridicamente, responsabile delle proprie azioni (ne è responsabile chi dà l’ordine). La pena, quindi, anziché creare responsabilità la distrugge”.

 

Carcere: Ritorno all’infanzia

Si entra in carcere per scontare una pena che deve “tendere alla rieducazione”, ma già all’ingresso si viene spogliati di tutto quello che in qualche modo responsabilizza, della capacità di fare delle scelte, e di farle, appunto, da persone adulte. Il carcere è un ritorno forzato all’infanzia, che dovrebbe alla fine mettere fuori persone responsabili, e invece spesso fa uscire persone che, dopo anni vissuti all’ombra di una istituzione che infantilizza, si ritrovano con la maturità di bambini, l’età anagrafica di adulti e la voglia pericolosa di recuperare in fretta il tempo perso in galera.

- Mauro Palma, presidente uscente del Comitato europeo per la prevenzione della tortura: Due modelli a confronto: il carcere responsabilizzante e il carcere paternalista

- Roberto Bezzi, responsabile dell’area pedagogica nella Casa di reclusione di Bollate: Quando il carcere riesce a fare l’opposto di ciò che dovrebbe, cioè rende passivi ed isola mentre deve reinserire

 

Il detenuto-vittima e la responsabilità

Scrive Ivo Lizzola, pedagogista che si è anche occupato di rieducazione delle persone detenute, che “trasformare il “così è stato” in “così ho voluto” è un passaggio necessario e duro, per nulla immediato e semplice”. È terribilmente vero, ci sono detenuti che all’inizio della loro esperienza di confronto con le scuole, per parlare del loro reato, magari di un omicidio, usano espressioni come “Ci è scappato il morto, ho combinato qualcosa di grave, è successo che è morta mia moglie”. Insomma, tutte espressioni cariche di casualità, perché usare la prima persona del verbo uccidere, “ho ucciso”, è drammaticamente difficile, e il carcere da questo punto di vista aiuta poco, sembra fatto apposta per divorare la vita del detenuto e farlo sentire vittima di una pena vendicativa.

- Ivo Lizzola, professore ordinario di Pedagogia Sociale presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Bergamo

- Deborah Cartisano, figlia di Lollò Cartisano, il fotografo di Bovalino sequestrato ed ucciso dalla ‘ndrangheta: Spiego ai detenuti il dolore per mio papà vittima di mafia

 

Le parole che non rieducano: Aspettativa - fallimento - delusione

Alla base di tanti reati ci sono spesso condizioni di vita che hanno a che fare con aspettative esagerate, da parte della famiglia, della scuola, dell’ambiente di lavoro, e poi con le dinamiche tristi della delusione e della conseguente sensazione di un fallimento.

Fare i conti con la propria fragilità, smontare e rimontare l’immagine di sé, imparare che si può convivere con le proprie debolezze e con i propri limiti: è questo il punto di partenza per non rischiare di schiantarsi al primo impatto, dopo la carcerazione, con una vita che difficilmente può essere ricca di gratificazioni.

- Eraldo Affinati, scrittore, la sua ultima opera è “Peregrin d’amore”: La letteratura si fa in queste pagine cosa viva, parole che valgono per tutti e possono formare un nuovo “sentimento italiano”, che comprenda anche gli stranieri e gli emarginati.

 

I vasi comunicanti della rieducazione

L’educazione che ricevi in famiglia, e poi anche a scuola, di solito “ti serve per la vita”. In carcere invece si rischia di rieducare a una vita astratta, sognata, idealizzata, che è la vita futura in libertà, e quello che impari da detenuto, soprattutto se non accedi alle misure alternative, non ti aiuta poi nella “vita vera”, perché carcere e vita vera non sono vasi comunicanti. “In carcere ho imparato a vivere in carcere”, così un detenuto ha cercato di spiegare le sue difficoltà a ritornare a vivere dopo anni di galera. E purtroppo la libertà non è come un elettrodomestico, non esistono “istruzioni per l’uso” da imparare a memoria per quando poi quella libertà arriverà davvero.

- Pietro Buffa, direttore della Casa circondariale Lorusso e Cutugno di Torino: L’esperienza detentiva è “non affermazione di diritti ma negoziazione di spazi, non legalità ma lotta per l’acquisizione, la difesa e il consolidamento di forme di potere”

- Claudia Mazzucato, Professore aggregato di diritto penale nell'Università Cattolica del Sacro Cuore: L'idea costituzionale di "rieducazione" ha sempre svolto il ruolo di istanza critica del sistema penale, stimolando un ripensamento dell'intero diritto penale e, in particolare, del suo apparato punitivo. Prendendo sul serio questa impostazione, può nascere un nuovo modo di intendere l'adesione alle norme, prima e dopo l'illecito: un modo capace di sostituire al concetto di passiva obbedienza quello di rispetto attivo, fondato sulla motivazione e sull'impegno convinto, nel caso in cui il reato sia commesso, a darsi da fare nella riparazione delle sue conseguenze lesive.

 

La rieducazione sentimentale

Nel processo e nelle pene concepite come retribuzione al male fatto è del tutto trascurata la dimensione emozionale dell’offesa che il reato provoca. Ma forse è proprio sui sentimenti che bisogna riflettere, sulla necessità di una “educazione ai sentimenti” che ha a che fare con il percepire fino in fondo il dolore provocato alle vittime del reato, ma anche alla propria famiglia.

La “rieducazione sentimentale” di persone “disavvezze” all’attenzione ai sentimenti e afflitte a volte da una specie di afasia sentimentale, diventa un momento importante proprio perché commettere dei reati comporta spesso di partire da sé e ignorare o calpestare i sentimenti degli altri.

- Alessandra Augelli, Dottore di ricerca in Pedagogia. Svolge attività di formazione sui temi dell’affettività e della relazionalità, privilegiando le metodologie narrative ed autobiografiche.

 

Il racconto di sé per ritrovare il bandolo della matassa della vita

Nel raccontare agli studenti pezzi della propria vita, succede spesso che le persone detenute, che decidono di portare la loro testimonianza, comincino a ritrovare il “piacere dell’onestà” con se stesse, e anche il bandolo della matassa di vite complicate, che il carcere raramente aiuta a dipanare. Il fatto è che con i ragazzi delle scuole c’è quasi un obbligo di verità, avere di fronte quei ragazzi è un po’ come avere i propri figli, e confrontarsi con il loro bisogno di capire il perché dei reati.

- Beppe Pasini, docente a contratto di Pedagogia della Famiglia all’Università di Milano Bicocca e di Pedagogia Sperimentale all’Università di Brescia. Si occupa di formazione in ambito autobiografico in molteplici contesti del lavoro sociale ed educativo, è autore di diverse pubblicazioni dedicate all’esperienza autonarrativa come cura di sé, ricerca e testimonianza.

 

Quando l’informazione non informa, ma diseduca

A chi fa informazione non chiediamo certo di porsi il problema di “educare”, ma già informare in modo “pulito” sulle pene e sul carcere ha un valore educativo. È la cattiva informazione che diseduca, che abitua i cittadini a identificarsi solo con le vittime, che esclude dal loro orizzonte il rischio reato. E, rispetto a chi commette reati, è la cattiva informazione che dà cattivi esempi di imprecisione, di pressappochismo, di disattenzione alla verità, che abituano i “buoni” a sentirsi sempre più buoni e a non interessarsi in alcun modo a un serio dibattito sul senso della pena, che invece dovrebbe riguardarci TUTTI.

- Giovanni Bianconi, giornalista del Corriere della Sera, per il quale segue le più importanti vicende giudiziarie e di cronaca, scrittore (l’ultimo suo lavoro è Il brigatista e l’operaio. L’omicidio di Guido Rossa. Storia di vittime e colpevoli. Einaudi Stile libero, 2011).

 

Coordinerà i lavori Adolfo Ceretti, Professore ordinario di Criminologia, Università di Milano-Bicocca, e Coordinatore Scientifico dell’Ufficio per la Mediazione Penale di Milano.

 


SCHEDA DI ISCRIZIONE

Giornata Nazionale di Studi

Il senso della rieducazione in un Paese “poco educato”

Venerdì 18 maggio 2012, ore 9.30-16.30, Casa di Reclusione di Padova

ATTENZIONE: anche quest’anno l’iscrizione ha un costo (7 euro)*

a parziale copertura delle spese organizzative (buffet, ospitalità relatori, materiali da distribuire, etc.)

*Iscrizione ridotta a 5 euro solo per gli studenti delle Scuole Medie Superiori

ISCRIZIONE GRATUITA PER CHI STIPULA UN NUOVO ABBONAMENTO ANNUALE A RISTRETTI ORIZZONTI (25 EURO)

 

CON L’INVIO DELLA PRESENTE SCHEDA SARETE REGISTRATI, MA L’ISCRIZIONE SARÀ PERFEZIONATA SOLTANTO CON IL VERSAMENTO DELLA QUOTA DI 7 EURO.

 

Chiedo di partecipare alla Giornata di Studi: Il senso della rieducazione in un Paese “poco educato”

 

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Appartenente al gruppo o associazione: ________________________________________________________________

Insegnante o iscritto a studi universitari: _______________________________________________________________

Operatore dell’A.P. o di un altro Ente: _________________________________________________________________

 

Scheda da inviare via mail a: redazione@ristretti.it  

Oppure in cartaceo a: Ristretti Orizzonti c/o Casa Reclusione, Via Due Palazzi 35/a, 35136 Padova

 

Resta inteso che verserò la quota di iscrizione di 7 euro tramite (5 per gli studenti):

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- Bonifico bancario o postale: IBAN IT 21 H 07601 12100 000067716852

INTESTATARIO DEL CONTO: ASSOCIAZIONE “GRANELLO DI SENAPE PADOVA”

Per info: 049.654233 (ore ufficio) 

 

Questo notiziario è registrato al Registro Stampa del Tribunale di Padova (n° 1964 del 22 agosto 2005)
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