Per ricordare Graziano "Dado" Scialpi: i messaggi dei nostri lettori

 

I messaggi arrivati dai nostri lettori (in ordine cronologico)

 

Cari amici, molti di noi hanno conosciuto Graziano solo attraverso le sue vignette e abbiamo meglio conosciuto la realtà del carcere attraverso le parole, i luoghi comuni, le immagini che ci regalava. Anzi, di più, abbiamo molte volte “rubato” quelle immagini e quelle parole perché più di quanto noi non sapessimo fare, loro parlavano e si facevano capire.

Nelle Vostre parole di ricordo leggiamo dolore, ma anche rabbia... anche in questo vogliamo essere vicini Voi. Vi siamo vicini nel Suo ricordo e nella speranza che ci deve vedere insieme per essere forza di denuncia e cambiamento. Lo dobbiamo a tutte le persone che soffrono in carcere e a quelle persone ristrette che non ce l’hanno fatta! Un abbraccio a tutti e un grazie a “Dado”.

P.S. Proprio questa sera è iniziata una nuova trasmissione su Rai 3: Articolo Tre - che vorrebbe rappresentare i diritti negati dei cittadini, perché non costringerli a vedere anche i diritti negati dei detenuti come ad esempio la salute?!

 

Paola Cigarini, Gruppo Carcere - città di Modena - Conferenza Regionale Volontariato Giustizia Emilia Romagna  

 

Mi unisco alle parole di Paola Cigarini della Conferenza Volontariato Giustizia e aggiungo un pensiero personale di affetto e di riconoscenza a Graziano e al suo Dado che, senza parole e col suo sguardo stupito, ha saputo meglio di tutti esprimere l’assurdità crudele e dolorosa di certo carcere. Un abbraccio a Ornella e a tutti voi

 

Carla Chiappini

Mi dispiace tanto, Francesco. Vi abbraccio forte tutti.

 

Susanna Marietti, Associazione Antigone  

 

 

Tristezza e rabbia, condoglianze.

 

Liliana Baldrati  

 

 

Con tristezza mi affianco a questo dolore.. in silenzio

 

Antonella Perrone  

 

 

Mi dispiace veramente un sacco. Vi siamo veramente molto vicino. Un grande abbraccio da noi di Antigone.

 

Patrizio Gonnella, Presidente di Antigone  

 

 

Sono triste con voi. E con voi mi chiedo se a Dado poteva essere risparmiata almeno una parte della sofferenza.

 

Patrizia Ciardiello, Ufficio del garante dei detenuti di Milano  

 

Io con tutta la redazione di Nonsolochiacchiere voglio restare nell’attesa di vedere la gustosa vignetta che Dado ci manderà su come ha trovato l’Aldilà!

 

Giancarlo Trovato  

 

 

Mi unisco a Voi nel ricordare Dado e condivido fermamente la protesta di chi, come Ristretti, afferma che perdere la libertà non deve voler dire perdere anche la salute o la vita!

 

Antonietta Pedrinazzi, Direttore dell’Uepe di Milano  

 

 

Condoglianze, abbiamo anche noi un amico che conduce la stessa lotta, vi capiamo benissimo purtroppo.

 

Marco Ferrazzoli  

 

 

Mi dispiace per Dado, pregherò per lui. Patrizia

 

Patrizia Basso  

 

 

Siamo vicini al vostro dolore, e insieme a voi vogliamo lottare perché chi è malato veda riconosciuto il diritto a cure adeguate, anche se detenuto.

 

Luisa Prodi  

 

 

Carissimi tutti, sono sinceramente addolorata per questa notizia che avevo intuito qualche giorno fa leggendo le recensioni di “Ristretti”. Non aggiungo altro, solo un abbraccio a tutta la redazione. Con affetto.

 

Isabella Marchetto  

 

 

Caro Francesco e cara Redazione, ho saputo adesso della morte di Dado e mi sento più povero anch’io. Come voi. Un forte abbraccio

 

Sandro Padula  

 

 

Carissimo Francesco, tra le migliaia di notizie che quotidianamente ci “regali”, questa su Dado è proprio una che non avrei mai voluto leggere.

Grazie, però! Ho in qualche modo il conforto di averlo potuto salutare (e pregare per lui) e sapere che sono terminate le sue gravi sofferenze e l’orgoglio (minimo, per carità) di averlo potuto ospitare a Rimini (in permesso per il Meeting) insieme a Ornella, 3 o 4 anni fa.

Nel vostro commento siete molto “teneri” (e capisco perché, giustamente), ma sono certo che il vivo ricordo di Dado sarà per tutti, parafrasando il Vangelo, “il seme che muore” ma da’ vita ad una grande pianta perché non sia più possibile essere uccisi dal carcere (dove, mi permetto di correggervi.... non si perde “solo” la salute, ma proprio la vita stessa, e nemmeno tanto per suicidio).

Assolutamente non bisogna mollare: già il carcere è inutile sofferenza, in migliaia di casi di persone che dovrebbero comunque essere fuori di lì, ma che oltretutto siano in balia di operatori pelandroni impuniti e cacasotto fino a morire non deve essere tollerato! Grazie infine (mi commuovo) per aver inserito accanto alla foto di Dado proprio l’immagine del suo murales che ho scattato l’ultima volta che sono venuto a Padova. Un abbraccio.

 

Maurizio Perfetti  

 

 

Sono vicina a voi tutti. Ricordo Dado nella preghiera. Ciao e un abbraccio.

 

Fiorenza Carnovik  

 

 

Partecipo al vostro dolore. Lo ricordo nella preghiera

 

Elisabetta Vittone  

 

 

Le mie più sincere condoglianza a tutta la Redazione ed alla Famiglia.

 

Roberto Martinelli, Segretario Generale Aggiunto Sappe  

 

 

Partecipo al dolore per la perdita di una persona che ha aiutato la Redazione di Ristretti Orizzonti ed anche tutti noi a capire di più con spirito lieve e pensieri forti.

 

Giovanni Tamburino, Magistrato  

 

 

Condividiamo con voi tutti le domande, senza aspettarci risposta alcuna, che vi ponete e ricordiamo Dado con affetto. A lui ed ai suoi amici, una preghiera perché possa finalmente essere “libero”. Cia Dado, a presto.

 

Laura Rota, Ufficio del Garante dei detenuti di Brescia  

 

 

Non trovo le parole per salutare come vorrei Dado Graziano che ricorderò, oltre che per l’acuta ironia, per la sua intelligenza e grande sensibilità. Ciao Graziano

 

Giovanni Vianello  

 

 

Sono addolorato, proprio ieri avevo scritto ancora a Florian raccontando questa tragedia umana, ma sempre sperando in una ripresa. Avrà ricevuto ancora la cartolina che ho scritto dal permesso? Scherzavo scrivendo che ci manca il suo “brontolio”...

 

Peter  

 

 

Mi dispiace così tanto per Graziano. Potreste darmi, per cortesia, l’indirizzo dei genitori? Avevo parlato con la mamma (per caso, era lei a rispondere al telefono di Graziano) qualche giorno fa e vorrei scriverle qualche parola. Grazie tanto.

 

Evelyn Shea  

 

 

In un giorno positivo per l’avanzamento di “recuperiamoci!” partecipo il dolore e il lutto per la scomparsa di Dado. Notizie come questa non ci possono lasciare impassibili e immobili. Il ruolo di “recuperiamoci!” è promuovere il buono che c’è in carcere e spero tanto di promuovere presto gesti di buonsenso e umanità.

 

Paolo Massenzi, di “recuperiamoci!”  

 

 

Mi dispiace moltissimo, non avremo più le sue bellissime vignette. Ti ricorderemo sempre ciao.

 

Adriana Zanon  

 

 

Ho saputo della morte di Graziano, che avevo visto recentemente in radiologia, molto sofferente e in grave difficoltà, sconfortato del precipitare delle condizioni, quando le aveva già segnalate, mi diceva, alla fine dello scorso anno. Si sa perché succedano queste cose, irreparabili alla fine, ma sanabili se prese per tempo e soprattutto se valutate nei termini adeguati di umanità se non di legalità allargata alla comprensione delle situazioni personali.

Dico mi dispiace e vorrei dire ho rabbia, inutile per Graziano e anche per me, per noi che cerchiamo di realizzare un contatto e un rispetto delle persone e delle regole che le vogliono inserite e funzionali al sistema democratico egualitario.

Ma ci sono delle eccezioni nella considerazione e nella attuazione, che lasciano maglie di fuga e di perdita, di evasione definitiva, nella direzione opposta alla vita e alla salvezza reintegrativa delle esistenze.

Mi dispiace e vorrei abbracciare Dado e devo farlo solo con il pensiero, con le parole, che circondano con affetto il suo nome e i suoi disegni teneri e un po’ allucinati, quasi in attesa della manifestazione di un evento tragico, assurdo, una fatalità prevista e scritta da qualche parte, ma denunciabile e certo da non ripetere, speriamo.

 

Angelo Ferrarini  

 

 

L’ho appena saputo da Riccardo Munari, mi spiace molto.

 

Tiziana Michelotto  

 

 

Mi dispiace tantissimo, ho un ricordo così intenso di Graziano. Vorrei sapere meglio che cosa è successo.

 

Vera Mantengoli  

 

 

Ho ricevuto da Rossella questa triste notizia, che purtroppo mi aspettavo, ve ne faccio partecipi perché so che l’avete conosciuto o conoscete i suoi disegni e le sue vignette. Ciao Dado...

 

Maria Teresa Menotto  

 

 

Vi sono vicina. Quanto è successo è tremendo.

 

Mariella Mori  

 

 

Che tristezza! Mi sento impotente di fronte a storie come questa. Teniamoci per mano.

 

Maria Voltolina

 

 

Vorrei aggiungermi anch’io, e condividere con voi questo momento davvero triste. Le notizie delle disfunzioni dell’ospedale mi hanno lasciato sgomenta.

Giuliana De Cecchi

 


La direzione, gli operatori e i detenuti della Seconda Casa di Reclusione di Milano Bollate sono vicini alla famiglia di Graziano Scialpi e alla Redazione di Ristretti Orizzonti per questa tristissima perdita. Graziano ci ha fatto sorridere pur parlando di sofferenza, e questo ha reso la vita meno dura per tutti, lavoratori e ospiti di questo istituto. Per questo lo ricorderemo sempre con affetto e gratitudine.

Lucia Castellano

 


Solo ora leggo che "Dado" Scialpi, non è stato curato come qualsiasi persona in questo nostro paese, ciò se è accaduto dovrà essere chiarito e motivato , chi di dovere dovrà prendersi la responsabilità di ciò che è successo. Sono certa che anche la mia associazione Antigone si mobilititerà in tal senso. Qualunque sia il reato commesso non giustifica tale comportamento da parte delle autorità carcerarie.

Patrizia Basso

 


Ho letto sul giornale il calvario che ha dovuto sopportare a seguito dell’indifferenza per la sua malattia. L’indifferenza è una bestia malvagia che sa causare solo dolore. Un caro saluto.

Cristina Vettore

 


Carissimi, il Consiglio Direttivo e lo staff del Centro Servizio Volontariato di Padova, sono vicini alla famiglia e a tutti voi per la scomparsa di Graziano. Le sue vignette e i suoi disegni hanno accompagnato in questi ultimi tre anni il lavoro delle associazioni di Padova e non solo, con l'agenda Ri.A.Pro - Realizzata In Ambiente Protetto. Ci uniamo alla vostra speranza che questa perdita aiuti, assieme a tutte le altre morti in carcere di cui ci fate partecipi attraverso i vostri notiziari, a portare sempre più alla luce la condizione di vita nelle carceri italiane, per un futuro migliore, dentro e fuori.

CSV Padova Ufficio Stampa

 

 

Quando muore una persona cara non è facile riuscire a starci di fronte, è prevalente da una parte la percezione di una mancanza, di uno strappo e dall’altra di un forte sentimento di ingiustizia, di sgomento dovuto alla nostra incapacità di rispondere all’esigenza di “Giustizia” che viene fuori dal profondo del nostro cuore. O meglio, diciamolo in positivo: la necessità, la domanda, il desiderio, il grido di “Giustizia”.
Ma qual è la natura della nostra esigenza di “Giustizia”?
Mi presento. Io non sono, come comunemente si può intendere, un suo amico, con Graziano ci conoscevamo, io sapevo chi era e lui sapeva chi ero, ci guardavamo, lui sicuramente mi guardava di più di quanto io lo guardassi; anzi lui, più di un anno fa, mi aveva cercato in due occasioni (prima per telefono e poi per mail) e quando ho saputo della sua morte ho avuto un contraccolpo, ho pensato: ha dovuto morire per rendermi conto compiutamente di lui.
Appena rientrato in ufficio sono andato in cerca tra i foglietti delle chiamate telefoniche il suo, ho fatto fatica a trovarlo, ma non ho mollato la ricerca finché non l’ho trovato, più facile è stato per la mail che mi sono subito stampato. Non so il motivo, ma ad un primo sentimento di rimorso è subentrato un senso di pace e ora che apparentemente non c’è più, solo perché non si vede, prende il sopravvento la sicurezza, la certezza di avere un vero Amico in più.
Domanda di “Giustizia”, necessità di “Giustizia” quindi, ma di quale giustizia?
Vi racconto cosa mi hanno suscitato i fatti successi in questo ultimo periodo e un breve dialogo tra alcuni amici carcerati, che l’unica cosa che non hanno in comune è la modalità con cui ognuno di loro ha ucciso.
Quando uno “ha tolto la vita” ad un’altra persona, è solo quando inizia a prendere coscienza di sé che inizia a prendere veramente coscienza anche del male fatto e niente è sufficiente a ripararlo: non basterà neanche scontare tutta la pena. È a questo punto che la necessità di colmare la necessità di “Giustizia” si acuisce, diventa un tarlo che ti urge e parte una ricerca, emerge perentoria la Domanda della Vita. Che cosa può saziare la nostra sete di “Giustizia”? 
Davanti a questa Domanda la cosa più importante è trovare la Risposta giusta. È così forte questa Domanda che uno non si accontenta più di surrogati, di discorsi, cioè di tutto ciò che rende relativo ciò che relativo non è: il desiderio del Cuore di ciascuno di noi di Felicità, Verità, Giustizia, cioè ciò che dà senso e gusto al vivere e al morire.
Mi viene in mente una frase di Don Giussani: “L’esigenza di Giustizia è una domanda che si identifica con l’uomo, con la persona. Senza la prospettiva di un oltre, di una risposta che sta al di là delle modalità esistenziali sperimentabili, la giustizia è impossibile… Se venisse eliminata l’ipotesi di un “oltre”, quella esigenza sarebbe innaturalmente soffocata”.
A questo punto ci rendiamo conto di una cosa: niente può rispondere compiutamente rispetto al fatto di aver ucciso altre persone, se non la certezza che queste persone ci sono ancora e che in fin dei conti non abbiamo tolto definitivamente la vita a nessuno: è solo la certezza che la persona a cui tu hai tolto la vita c’è ancora, c’è ancora e solo questo fa contemporaneamente vivere un dolore e una pace - la pace del cuore, il cuore in pace - la pace vera.
Ma è possibile essere certi di questa pace vera? Sì, Misteriosamente, Misteriosamente vero. Basterebbe guardare con questo cuore a esperienze come quelle delle vedove Margherita Coletta e Gemma Calabresi o di Carlo Castagna, “Uomini” veri che ci sono diventati compagni e testimoni .
L’unica cosa che nella vita occorre è verificare l’ipotesi di un “oltre” o, per essere più chiari, se qualcuno nella storia ha vinto la morte. Fare appello a Cristo, dunque, non è cercare un sotterfugio o trovare una scorciatoia per scappare davanti all’esigenza della Giustizia, ma è l’unico modo di realizzarla, accettando tutto, compreso prima di tutto il dolore che esso comporta, ma soprattutto la possibilità di un cambiamento di sé. Occorre cioè provare seriamente e lealmente a verificare questa ipotesi.
Questo mi ha fatto venire alla mente la morte di Graziano. Quale altra domanda può far sorgere la morte di Graziano se non questa? È la stessa domanda che i fatti di questi giorni ci hanno sollecitato - la morte dei 4 alpini, il tassista in fin di vita per aver investito un cane, l’infermiera romena morta per una lite in coda alla biglietteria, l’uccisione della “piccola” Sarah, le immagini allo stadio di Genova, come pure i 33 minatori cileni…-: perché? perché? perché?
Chiudendo questo mio pensiero voglio dirvi che sono certo, certo perché nella mia vita ho verificato e sperimentato, cioè ho fatto esperienza della Risurrezione di Cristo. Certo prima di tutto che Graziano oggi sarà riabbracciato e riabbraccerà Giovanna, la sua cognata e poi che sarà sempre vicino a sua moglie e a suo figlio, per non parlare dei suoi genitori e di tutte le persone che gli hanno voluto bene. E, anche se sono arrivato per ultimo, sono certo che sarà vicino anche a me.

Nicola Boscoletto, Cooperativa Sociale Giotto

 


Cari Amici, mi ricordo bene di Graziano quando sono venuto a trovarvi, sempre amabile e ben presente a quanto discutevamo. E voglio ricordarlo anche come scrittore: in particolare rammento un suo articolo-racconto su Ristretti, di straordinaria intensità e che mi commosse profondamente. Un abbraccio a tutti voi

Davide Pinardi

 


Sì, effettivamente la macchina sanitaria all’interno dei penitenziari è molto lenta, si prende poco sul serio e soprattutto non si tiene conto che il detenuto, è prima di tutto un essere umano. Manca la presenza e il costante controllo di un Garante dei Detenuti che sia trasparente e dia fiducia non con le promesse, ma perseguendo quei Direttori e operatori penitenziari che del detenuto ne fanno carne da macello. Onore a Graziano Scialpi.

Michele Azzarito - Torino 

 


Carissimi della Redazione, solo oggi ho potuto leggere la rassegna stampa e quindi sapere che Graziano e Dado non sono più con noi. Sono addolorata per la perdita ma soprattutto sono adirata per il fatto che a Graziano non sia stata data la possibilità di diagnosticare e curare per tempo il suo male. Così se ne è andato nel modo più doloroso possibile. Un abbraccio forte a tutti voi e alla famiglia.

Licia Roselli, Direttrice Agesol Milano

 


Cara Rossella e voi tutti, la notizia della morte di Graziano mi ha lasciato un segno, davvero. Se è vero, come credo, che si sia trattato anche di malasanità carceraria, vi voglio comunicare tutta la mia disponibilità per qualsiasi azione intendiate fare, trovo che calpestare i diritti di un carcerato sia calpestare quelli di noi tutti. I suoi disegni intelligenti e acuti resteranno a testimoniare la sua capacità di ironizzare sulla vita priva di libertà. Un abbraccio.

Margherita Bovo

 

 

Graziano Scialpi fa parlare molto di sé ora che non c'è più, magari aveva bisogno di più attenzioni prima ma se ci sono delle riflessioni ora speriamo almeno servano per coloro che in carcere soffrono ancora e che magari potranno essere ascoltati nel rispetto della loro dignità di uomini, indipendentemente dal loro colore, dal loro credo e dalla loro "cattiveria"; tra le molte cose scritte su Graziano le note più sincere mi sembrano quelle di Paola che dice: Mi mancherà la sua "cattiveria" ... Graziano brillante, intelligente, sarcastico e "cattivo", inquieto, sofferente ... Quante cose da mettere insieme! Che difficile con tutto questo bagaglio avere un po' di pace, una sua ideazione grafica per una t-shirt diceva appunto Non c'è libertà senza pace ... 
Graziano negli ultimi giorni della sua vita ha avuto a fianco i famigliari e le persone con cui aveva lavorato e condiviso questi anni difficili e intensi, che gli hanno dato affetto (come Paola appunto) e lui, anche se sofferente, è sempre stato ironico, provocatorio, con un turbine di idee ed emozioni irrequiete e lontane dalla pace, lui era così ... 
Lo spiritello di Graziano è rimasto tra di noi con le sue tante vignette e se devo immaginarlo lo vedo come un folletto sopra una nuvola a fare battute e sarcasmo su di noi ... lui e Dado ... alla faccia di questo mondo dove pace e giustizia sono parole inflazionate e a volte piene di retorica. 

Sabrina Galiazzo 
Coop. Soc. AltraCittà 

 


Sono addolorata per la morte di Graziano, persona colta e comunicativa con la quale più volte abbiamo cercato di far riflettere gli studenti su quanto sia importante il rispetto dei diritti del detenuto e la presenta nelle carceri di un vigile garante di essi.

Anna Lucia Pizzati

 


Voglio anch'io fare arrivare a tutti voi della Redazione il mio saluto per la morte di Graziano. "Tra vita e morte non c'è separazione; solo perdono" ha scritto Davide Ferrario nel suo romanzo "Sangue mio", ma in questo caso è assai difficile trovare pacificazione perché prevalgono soprattutto sgomento e rabbia. Insieme a un sentimento di solidarietà per voi e Ornella sento il dovere di non dimenticare (oltre a far circolare la notizia tra i miei contatti, chiederò ai ragazzi che frequentano il laboratorio di scrittura di Rebibbia dei commenti scritti da mandarvi). Un caro saluto.

Luciana Scarcia

 

 

Carissimo Francesco, carissimi tutti della redazione di Ristretti Orizzonti, ho visto le vostre mail e ho letto nei giornali della vicenda di Graziano Scialpi. Vi ringrazio per le vostre domane difficili, profonde e per il vostro ricordo di Graziano, che ho conosciuto e apprezzato per il suo percorso, per le sue vignette e le sue riflessioni che ci aiutano a scavare dentro di noi, il nostro vivere e soffrire. Graziano ci ha aiutato con i nostri giovani a compiere percorsi veri di ascolto, conoscenza, crescita umana, e di questo gli saremo sempre grati. Mi dispiace molto per il modo in cui ci ha lasciati e mi dispiace ancor più per non essere riuscito a farmi sentire prima. Purtroppo sono alle prese con un bilancio difficilissimo da fare, con problemi nuovi conseguenti le scelte a dir poco avventate di ministri e governi a Roma come a Venezia che ci mettono letteralmente con le spalle al muro. Mi scuso e Mi unisco a tutti voi nel ricordo di Graziano.

 

Claudio Piron

 

 

Ho conosciuto Graziano Scialpi all’inizio della mia attività al polo universitario. Era iscritto alla facoltà di lettere e quindi non era propriamente un mio studente, ma la sua intelligenza, le sue battute feroci, il suo sorriso ironico mi hanno subito incuriosito. Abbiamo presto scoperto che ci piaceva parlare di storia e di politica, che ci piacevano gli stessi libri e le molte conversazioni, accompagnate da molte sigarette, hanno fatto sorgere una reciproca stima e una buona amicizia. Graziano mi ha insegnato molto: ero una neofita del carcere e lui mi ha fatto capire tante cose con la sua acuta lucidità, priva di retorica e vittimismo. Certamente ho avuto da lui più di quanto io sia riuscita a dargli. Era difficile dare qualcosa a Graziano: non aveva certo bisogno di aiuto nello studio, visto che la sua cultura e la sua intelligenza gli permettevano di superare ogni esame senza difficoltà; e non voleva conforto. Spero almeno di essere riuscita a fargli sentire il calore della mia amicizia. Graziano aveva una dote rara, rara nel mondo di “fuori” e ancora più rara “dentro”: non praticava tecniche di autoinganno. Guardava le cose in faccia e le vedeva per quel che sono: in altre parole, gli piaceva la verità. Non era mai indulgente, non con gli altri a cui non sapeva risparmiare il suo sarcasmo, ma ancora meno con se stesso. E’ forse per questo che non è mai riuscito a trovare un po’ di pace. Solo una volta ho creduto di vederlo cercare una briciola di serenità; ricordo un caffé bevuto insieme, quando da poco era stato ammesso al lavoro esterno: raccontava dei suoi progetti e sembrava lasciarsi andare alla voglia di vivere. Ma forse mi ero illusa di vedere quello che speravo e invece non c’era; il tormento ha finito per prevalere. E poi la malattia, quando non gli volevano credere, e lui diceva che voleva studiare ma i dolori non gli lasciavano tregua neppure per leggere una pagina. E poi l’ospedale, la diagnosi e lui “Sono ottimista, perché non riesco a pensarmi morto”. Graziano, adesso siamo noi che non riusciamo a pensarti morto. Addio.

 

Rosanna Tosi

 

 

È difficile scrivere qualcosa in ricordo di chi solo un mese fa diceva di essere pronto a intraprendere il programma di recupero da una malattia che lo aveva costretto a tanta sofferenza, ma che senz’altro pensava sarebbe stata meno forte di lui. Quando lo vidi in ospedale tremava di dolore: mi disse sorridendo di attendere solo un attimo, poi sarebbe passato, forse, e certo avremmo potuto chiacchierare un po’. Era da molto che non lo vedevo: da quando le mie visite al carcere si erano diradate per altri impegni e da quando soprattutto lui non era più al Polo Universitario, dove l’avevo conosciuto. Era stato uno dei primi che mi era capitato di incontrare quando, su incarico della Facoltà di Giurisprudenza, avevo cominciato a seguire la preparazione agli esami degli studenti del carcere. Ascoltava da lontano le conversazioni giuridiche e spesso sorrideva tra sé, forse compiaciuto di studiare un’altra materia! Parlava poco del suo passato e amava piuttosto commentare con noi, con arguzia, a volte burbera, le vicende attuali delle quali era sempre informatissimo. Non ho mai conosciuto la sua storia prima di leggere il racconto che lui stesso ne ha fatto sulla rivista “Ristretti Orizzonti”, alla quale teneva molto. Un racconto che meriterebbe di essere riletto oggi, alla luce delle ultime vicende che hanno segnato la sua vita. Non l’ho mai sentito dire che era tutto un errore la sua presenza lì. Era sempre lucido, consapevole che un unico attimo di non lucidità aveva rovinato tutto. Parlava volentieri dei suoi genitori e dell’amore incondizionato che continuavano a manifestargli. Era la sua intelligenza a dargli la forza per trovare un senso nella vita, anche se questa trascorreva tra il carcere ed un lavoro esterno che certo ancora non era all’altezza della sua cultura. La sua intelligenza e la sua cultura erano, però, anche la fonte del suo tormento. Conservo l’impressione che fosse un uomo forte, con l’umana debolezza di una sigaretta di troppo alla quale aveva trovato il modo, astutissimo, di non rinunciare nemmeno sul letto di ospedale!

 

Matilde Girolami

 

 

Alcune settimane fa sono andata a trovare Graziano in Ospedale in un momento di “cauto ottimismo”. Mi ha parlato di ciò che i medici gli avevano detto, dell’operazione, della perdita dell’uso delle gambe, delle ipotesi di cura prospettategli, della prospettiva di riuscire a riguadagnare una qualità della vita abbastanza dignitosa. Non vedeva l’ora di poter essere messo su una sedia a rotelle per potersi spostare con un minimo di autonomia e ragionava su una prospettiva di vita di almeno un anno, diceva.
Aveva paura? Sembrava dominarla, almeno davanti a me, che non ero certo una sua amica e fino all’ultimo ero stata incerta se andare o meno. In fin dei conti io rappresentavo una parte di quel carcere che lo aveva in custodia e che doveva avere cura anche della sua salute e della sua integrità fisica. Sono uscita dall’Ospedale che era ormai buio e ho pensato a lui che rimaneva in quella stanza al secondo piano, di fianco a una finestra aperta, una luce che gli avevo acceso perché non aveva l’interruttore a portata di mano.... solo, chissà con quali domande e pensieri. Anche io mi sono posta quel giorno e poi i giorni successivi tanti se e tante domande perché è doveroso interrogarsi se qualcosa poteva essere perlomeno evitato. Le mie condoglianze più sentite alla famiglia e un abbraccio forte a tutte le persone che sono state vicine a Graziano e gli hanno fatto sentire affetto e calore tutti i giorni che ha trascorso in Ospedale. 

Lorena Orazi - Casa di Reclusione di Padova 

 

Penso che di Graziano non si possa dire “L’ho conosciuto bene” ma soltanto “L’ho conosciuto”. Abbiamo passato molti bei momenti insieme alle otto di mattina a chiacchierare davanti ad una tazzina di caffè prima di incominciare entrambi a lavorare. Io posso solo dire quanto sapere e quanto talento è andato sprecato dal reato prima e dalla terribile malattia dopo.
Ciao Graz, col cuore.

Mistica

 


Voglio aggiungere il mio saluto a voi della redazione per la morte di Graziano. "Tra vita e morte non c’è separazione; solo perdono", scrive Davide Ferrario nel suo romanzo "Sangue mio", ma quando prevalgono rabbia e sgomento, come in questo caso, la pacificazione è davvero difficile. Mi dispiace molto per voi e per Ornella. L’unica cosa che posso fare è sentire il dovere di non dimenticare, per esempio impegnandomi a diffondere la notizia tra i miei contatti e chiedere ai ragazzi del laboratorio di scrittura di Rebibbia di mandarvi delle considerazioni scritte. Un caro saluto.

Luciana Scarcia

Italia ed Europa.... Paesi “avanzati”? di Elisa Nicoletti 

 

Molte volte, soprattutto leggendo libri che narrano esperienze di persone provenienti da Paesi “difficili”, o parlando direttamente con individui che ben conoscono contesti di questo genere, mi sento fortunata di essere nata (ed è solo una questione di “sorte”) da quella parte del mondo che corrisponde all’Occidente. Occidente democratico, sviluppato, avanzato, dove i diritti degli individui sono tutelati più che altrove …
Poi, però, succedono episodi che mi fanno profondamente indignare e mettere in discussione il fatto che il mio Paese e altri “Stati-fratelli europei”, siano veramente “avanzati” - e non solo si proclamino tali -.
Partiamo da vicino … Graziano Scialpi era un uomo intelligente, colto, con una vita fino ad un certo punto “normale”.
Da quel punto, però, era anche un uomo che aveva commesso errori pesanti, irrimediabili. E per questi errori Graziano stava pagando in carcere a Padova.
Aveva un carattere per certi versi “difficile”, ma non cercava di nascondere a tutti i costi le sue difficoltà e sofferenze, bensì provava ad affrontarle, con gli strumenti che aveva a disposizione.
Al contempo Graziano metteva in luce, con ironia e sarcasmo, ma anche con estrema acutezza, le “falle” del sistema carcere, di cui era a tutti gli effetti un “abitante”.
Pur facendo questo, Graziano non cercava sconti, non si considerava vittima, né si comportava in tal modo; voleva semplicemente che si sapesse come stanno le cose, cosa vuol dire vivere in carcere, in cui vi sono contraddizioni e difficoltà e che non sempre offre un trattamento rieducativo, che dia qualche possibilità in più alle persone di cambiare.
Graziano aveva potuto usufruire di misure alternative, anche lavorando fuori dal carcere, e credeva che queste opportunità - che uno si deve guadagnare con consapevolezza e impegno attraverso un percorso e comportamenti corretti e responsabili - potessero essere di grande vantaggio sia per le persone detenute, che per la società, in cui prima o poi, si sarebbero reinseriti.
Graziano raccontava ai ragazzi che incontrava all’interno di un progetto realizzato tra carcere e scuole la complessità che sta dietro a varie situazioni, a cui spesso vengono invece attribuiti solo visioni parziali e giudizi semplicistici.
Sottolineava, per esempio, come fosse importante considerare i detenuti come persone, non “reati che camminano”.
Purtroppo questa umanità, da lui tanto invocata, non si è realizzata proprio nei suoi confronti.
Per mesi, tra dolori sempre più insopportabili, ha cercato di ottenere il permesso per una visita medica importante, ma è riuscito ad uscire dal carcere solo con le gambe bloccate e un tumore che non gli ha dato scampo.
Credo che il diritto alla salute e alla vita sia forse il primo dei diritti fondamentali e che una società come la nostra dovrebbe tutelarlo in qualsiasi caso, perché i detenuti sono innanzitutto PERSONE.
Rimanendo sempre in tema di umanità e giustizia, non si può non ricordare Stefano Cucchi, la cui famiglia è sempre stata estremamente onesta e attenta a dire la verità su quel figlio/fratello problematico, ma che di verità sul non poterlo più riabbracciare da vivo, non ne ha ancora avuta mezza …
E ancora mi sconvolge vedere come ogni giorno, nella nostra cara Italia, che dovrebbe tutelare i diritti di tutti gli individui, vengano attuati comportamenti discriminatori nei confronti di cittadini italiani che cadono nell’emarginazione o nella devianza, e ancor più nei confronti di persone non italiane, ma che vivono nel nostro Paese e spesso contribuiscono a portarlo “avanti”.
E che, in ogni caso, dovrebbero essere trattati come uomini, con gli stessi diritti (non solo doveri) degli altri.
Se mi soffermo sulle discriminazioni legate alla provenienza, non riesco allora a non indignarmi quando vedo che i media danno spazio, senza contestualizzare né dare una visione critica, ai commenti dei giovani romani che spalleggiano il loro amico che con un pugno ha ucciso una donna, infermiera, romena.
Ragazzi che, oltre che rabbia, mi fanno quasi pena per la loro ignoranza, ma a cui non si può lasciare un tale spazio: è vergognoso dare visibilità a queste ondate di violenza e razzismo e oscurare il fatto che una donna ha perso la vita, indipendentemente da quale sia il suo Paese d’origine …
Sì, perché, tra l’altro, quando accade il contrario (v. la donna romena che ha ucciso un’italiana con un colpo di ombrello), media e opinione pubblica non prendono posizione alla stessa maniera, ma si concentrano sull’atto terribile compiuto da una romena e sul fatto che non debba avere “sconti”.
Ma anche se andiamo a vedere un po’ più lontano, nella Francia custode del motto “libertà, fraternità, uguaglianza”, si ritrovano episodi emblematici di come vi siano “cittadini di serie A” e “cittadini di serie Z”, con diritti diseguali.
Forse quel motto tanto celebrato non è riferibile a tutti coloro che si trovano in quel territorio, e in particolare a chi ha trasgredito le regole e si trova in carcere a espiare una pena …
A Daniele Franceschi, ad esempio, non credo sia stato garantita una pena rispettosa dei diritti fondamentali degli individui, dato che dal carcere è uscito morto e la madre non ha potuto avere spiegazioni (ha tentato invano e per questo è stata anche arrestata), e quando finalmente è riuscita a riavere il corpo del figlio, era straziato e senza organi.
Questo non è forse un trattamento inumano e degradante?
E finirei con un fatto di cui si è parlato parecchio, ma che forse è già caduto nel “dimenticatoio”: le espulsioni di massa dei Rom in Francia.
Sono stati lesi dei diritti fondamentali degli individui, sanciti a livello europeo.
O forse anche i rom dovremmo considerarli individui di serie Z, che quindi non debbano godere di questi diritti?
La mia speranza nella giustizia, mi fa pensare che vi sia qualcuno “più in alto”, oltre gli Stati nazione, che in questi casi intervenga e sanzioni.
Poi, però, mi trovo a leggere un articolo su un quotidiano nazionale che dice che “la Commissione Europea rinuncia all'avvio di una procedura d'infrazione contro la Francia per violazione delle regole sulla libera circolazione degli individui”, perché la Francia ha “chiesto scusa” e si è impegnata a rispettare i patti.
Questa per me non è tutela dei diritti fondamentali degli individui. Questa è la solita storia: ci si scaglia contro i Paesi terzi che non rispettano i diritti umani, ma quando il cattivo esempio lo dà l’Occidente democratico, non servono sanzioni, ma bastano scuse e un “non lo farò più”…
Pensando a tutti questi esempi, e a molti altri, cresce il mio bisogno di “indignarmi” di fronte alle disuguaglianze e alle ingiustizie e di ribadire come i diritti umani debbano essere riconosciuti a tutti, imprescindibilmente dalla provenienza, dalle storie “sbagliate” e da qualsiasi altra “differenza”. Altrimenti almeno smettiamola di definirci Paesi e società “avanzati” e di giudicare e condannare chi ai nostri occhi non lo è.

 

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