Rassegna stampa 29 marzo

 

Giustizia: un "carcere evitabile" la riforma è stata dimenticata

di Giuliano Rosciarelli

 

Terra, 29 marzo 2010

 

Parla l’avvocato Giuliano Pisapia, presidente della Commissione per la riforma del codice penale istituita nel 2006. Questo gruppo di lavoro ha concluso il suo iter ma nessuno vuole discutere in Parlamento il nuovo testo riformatore che ha prodotto. "L’obbligatorietà della custodia cautelale aumenta il numero dei detenuti. Siamo drogati da campagne di criminalizzazione sul tema della sicurezza".

Rivedere l’intero sistema sanzionatorio, con un maggiore ricorso a sanzioni interdittive, riparatorie e pecuniarie guardando al carcere come extrema ratio ed eventualità da riservare ai casi più gravi. Queste in sintesi le linee guida che hanno ispirato il testo di riforma del codice penale redatto da una commissione (istituita nel luglio del 2006 dal governo Prodi) guidata dall’avvocato Giuliano Pisapia (e riportato nel libro In attesa di giustizia. Dialogo sulle riforme possibili, autori lo stesso Pisapia e Carlo Nordio, edizioni Guerini). Il testo, pronto dal marzo del 2007, giace ora in Commissione giustizia al Senato dimenticato da tutti, compresi quelli (come il Pd) che all’epoca lo sostennero con forza.

 

Il numero dei reati si mantiene sostanzialmente stabile ma le carceri sono sempre più piene. Perché?

Dal 1989 vi è stato continuo aumento del numero di nuove fattispecie di reato. Di fatto per ogni problema anche di carattere sociale, economico o altro viene introdotto un nuovo reato. Lì dove invece esistono già si interviene con un aumento delle pene e con l’obbligatorietà della custodia cautelare, aumentando così il numero di detenuti che per la legge sono presunti innocenti. Attualmente il 52% circa dei ristretti è in attesa di giudizio.

Ogni giorno passano per le carceri 170mila persone di cui almeno un terzo rimangono non più di tre giorni. Altre 11. 212 devono scontare pene residue inferiori ad un anno e 6.649 pene da uno a due anni. 3.300 sono invece i detenuti con pene non residue sotto l’anno e 4mila sotto i due anni. Dati che dimostrano che ci sono in carcere soggetti non collegati a criminalità organizzata o che hanno compiuto reati di sangue. Sono inoltre diminuiti i casi in cui si concedono, pur potendo, misure alternative al carcere.

 

Misure che vengono considerate dall’opinione pubblica una concessione alla criminalità...

Perché siamo "drogati" da campagne di criminalizzazione che nascondono la verità e alimentano un clima di paura che dà vantaggi elettorali: chi sconta una pena in carcere ha il 70% di recidività, mentre con le misure alternative ha lo 0,31%. Basterebbe essere chiari su questo per convincere anche i più riottosi. Prima delle ultime elezioni, secondo l’Osservatorio di Pavia, ogni settimana la parola "sicurezza" veniva citata dai Tg 750 volte. Appena dopo le elezioni e l’approvazione dei pacchetti sicurezza, si è passati a 50 citazioni.

 

Visti i numeri attuali, l’indulto era proprio necessario?

Penso di sì, perché il sistema carcerario era al collasso. L’errore di fondo fu di non accompagnarlo con una riforma organica: amnistia per reati minori e un diverso sistema sanzionatorio che ci facesse uscire dalla logica del codice Rocco, per cui la sola pena è il carcere.

 

Che fine ha fatto la vostra proposta di riforma?

Con la caduta del governo Prodi, di fatto, è scomparsa. La destra, quando si parla di giustizia, pensa solo ai problemi di Berlusconi mentre l’opposizione ha paura anche ad affrontare il pur minimo dibattito parlamentare.

 

Quegli istituti di pena che scoppiano

 

L’ultimo censimento della popolazione carceraria, datato 10 marzo 2010, indica in 67.000 i detenuti presenti (a cui vanno aggiunte ulteriori 500 unità non conteggiate per assenze a vario titolo) rispetto a una capienza massima di 43mila persone. L’incremento delle presenze detentive è passato dai 200 a 300 a settimana fino a 1.300 mensili. L’indulto, evocato dal Papa, approvato (in un mare di polemiche) nel 2006 dal governo Prodi, che consentì di far scendere il numero dei detenuti da 60mila a 38.800, ha presto esaurito il suo effetto placebo. "Gli incrementi - conferma il segretario dell’Osapp, Organizzazione sindacale autonoma polizia penitenziaria, Leo Beneduci in una recente intervista - sono andati a pesare sulle sedi già in grave affanno, in quanto da tempo eccedenti la capienza massima sostenibile. Questo a riprova che il sovraffollamento penitenziario, oltre che dalle operazioni di polizia contro la criminalità e dalle esigenze processuali, è anche frutto di scelte non eccessivamente coerenti e razionali in seno all’Amministrazione penitenziaria".

La lista nera degli istituti di pena più sovraffollati vede in testa la Lombardia con 8.895 detenuti (+348), la Sicilia con 7.868 (+317), la Campania con 7.770. A seguire l’Emilia-Romagna (con 554 detenuti in più), il Veneto (+350) e la Puglia (+259). Caso a parte il Lazio, che svela un quadro desolante: all’8 febbraio contava 5.882 reclusi a fronte di 4598 posti (1284 detenuti in più). Il governo ha provato a rispondere all’emergenza con un "piano carceri" varato a gennaio imperniato su quattro pilastri fondamentali: il primo punta sull’immediato con la dichiarazione dello stato di emergenza fino al dicembre 2010 e la realizzazione di 47 nuovi padiglioni all’interno delle carceri attuali.

Il secondo sulle infrastrutture con la costruzione di 18 nuovi istituti per 9.650 posti-detenuto in più nel 2010 e 21.700 entro il 2012. Il terzo sull’organico con l’assunzione di duemila agenti in aggiunta agli attuali 40mila. Il quarto punta al decongestionamento sia dal punto di vista carcerario che processuale con l’inserimento di una norma che prevede la sospensione del processo per le persone con reati imputabili fino a tre anni e la possibilità di svolgere lavori di pubblica utilità per riabilitarsi. Un progetto ampio e molto costoso che peserà sulle case dello Stato per oltre 500 milioni di euro, già stanziati dalla Finanziaria, 2010 oltre ai 100 milioni del Dicastero di via Arenula.

Soldi che per gli operatori sociali come l’associazione Antigone, da anni impegnata sul fronte carceri, potevano essere destinati a progetti più mirati come il recupero sociale delle persone detenute. Con quella cifra se ne sarebbero potuti finanziare oltre 10.000. "Le misure alternative alla carcerazione ci sono e funzionano - ha detto Susanna Marietti dell’Osservatorio sulla detenzione di Antigone - mentre costruire nuove carceri non servirà a nulla perché con questo sistema presto si riempiranno anche quelle".

 

Quasi metà dei detenuti è affetta da malattie infettive

 

Ad aggravare le condizioni dei detenuti costretti a vivere in ambienti sovraffollati, s’aggiunge la precaria condizione sanitaria nelle carceri. Secondo una stima presentata da Evangelista Sagnelli, presidente della Società italiana di malattie infettive e tropicali, nel corso di un convegno a Regina Coeli, (organizzato per parlare della riforma sanitaria che ha trasferito, diciotto mesi fa, le competenze dell’assistenza penitenziaria dal Ministero di giustizia a quello della salute), quattro detenuti su 10 in Italia soffrono di malattie infettive.

E il 35% di loro è colpito dall’epatite C, la principale patologia che colpisce i carcerati nel nostro Paese. Sempre secondo i dati il 6-7% della popolazione carceraria è malato di epatite B, mentre il 2-3% ha l’Hiv. "Per le malattie infettive succede sempre così - ha segnalato Sagnelli -: appena si abbassa la guardia tornano a riaffacciarsi, e in questi ultimi anni la guardia è stata abbassata troppo spesso. Ambienti troppo affollati non fanno che acuire il problema perché si tratta di malattie facilmente trasmissibili".

Guardando ai casi regionali, tra i più preoccupanti c’è quello del Lazio dove la prevalenza maggiore è dell’Hiv, così come avviene in Liguria e Lombardia. Negli istituti laziali circa il 40% dei ristretti ha contratto l’epatite C, il 6-7% l’epatite B e i casi di contagio si sono verificati nella maggior parte tra i tossicodipendenti. Il dato significativo riguarda come detto i detenuti affetti da Hiv, che risultano essere il 3,3% del totale, il doppio rispetto alla media italiana. In Campania è invece storicamente diffusa l’epatite. Altrettanto grave poi la condizione dei malati psichiatrici (20% del totale dei reclusi) e quella del 12-16% dei casi di persone reattive al bacillo della tubercolosi. Il trasferimento delle competenze e delle finanze dal Ministero della giustizia a quello della sanità non ha cambiato di molto la situazione.

I fondi stanziati dallo Stato non sono riusciti a raggiungere in tempo utile tutte le Regioni e le somme in molti casi si sono rivelate scarse e insufficienti. Inoltre, il passaggio non è stato completato del tutto nel nostro Paese, in alcune parti, come in Emilia Romagna è già avvenuto altrove, come nel meridione, ancora ci sono delle lentezze.

"Il problema nasce dalla eccessiva sottovalutazione del problema - ha chiarito Livia Turco, ministra della Salute ai tempi del governo Prodi - il trasferimento delle competenze della sanità penitenziaria era stato da noi pensato per migliorare l’assistenza e necessitava di linee guida che coordinassero i vari interventi. Purtroppo questo ancora non è stato fatto. Il ministro Fazio, rispondendo a una mia interrogazione, ha detto che le risorse sono state completamente trasferite e che bisogna avviare i tavoli con le Regioni. Ora c’è bisogno di un gioco di squadra per arrivare presto ad una soluzione".

Giustizia: Pd; il Governo riferisca su morti sospette di detenuti

 

9Colonne, 29 marzo 2010

 

I senatori del Pd Ferrante, Della Seta, Di Giovan Paolo, Magistrelli, Carloni, Chiti, Vita e Pinotti chiedono al premier di avviare una urgente indagine per fare luce sulle responsabilità nella morte di Giuseppe Uva - il 43enne morto per arresto cardiaco dopo essere stato sottoposto ad un trattamento sanitario obbligatorio con psicofarmaci in seguito ad un fermo a Varese per stato di ebbrezza - evidenziando che questo episodio "dimostra una volta di più che i casi di Federico Aldovrandi e Stefano Cucchi non sono eventi isolati".

I senatori ricordano quindi passate interrogazioni in materia ed anche una recente mozione sullo "stato di degrado, di mancanza di diritti umani e di suicidi sospetti nelle carceri e nei Centri di identificazione ed espulsione (Cie) italiani" e chiedono quindi a Berlusconi di riferire "sulla reale consistenza del fenomeno delle morti in carcere e nei Cie in modo che possano essere concretamente distinti i suicidi dalle morti per cause naturali e da quelle, invece, avvenute per cause sospette". Sollecitano anche la creazione di un "osservatorio per il monitoraggio delle morti che avvengono in situazioni di privazione o limitazione della libertà personale al di fuori del sistema penitenziario", che rappresenti anche le associazioni per i diritti dei detenuti e degli immigrati. E ancora i senatori del Pd chiedono al premier urgenti stanziamenti di fondi per migliorare la vita degli agenti penitenziari e dei detenuti.

"La situazione in Italia, tra chi muore a poche ore dal fermo e chi si suicida in carcere - scrivono -, è diventata drammatica per un Paese civile come l’Italia; dal 2002 a oggi sono morti in carcere 704 detenuti". E sostengono che nelle carceri italiane "si può affermare, senza paura di smentita, che oramai è in corso una drammatica ed inesorabile strage silenziosa; sono già ben 11 le persone che dall’inizio anno si sono tolte la vita in vari istituti penitenziari del Paese". Concludono che "le direttive che starebbero per essere emanate dall’amministrazione penitenziaria per supportare psicologicamente alcuni detenuti sono sicuramente da considerare positivamente, ma sono misure che appaiono palliative quando si fanno i conti con il trend che porterà presto la popolazione carceraria a 70.000 detenuti, mentre nella metà del 2012 potrebbe toccare le 100.000 unità".

Giustizia: Fincantieri; con le navi-carcere rientro cassintegrati

 

La Repubblica, 29 marzo 2010

 

Racconta che la cosa che più lo fa soffrire, quando atterra a Genova, è vedere dall’alto i bacini di Sestri Ponente pieni solo a metà. La crisi morde ancora e Fincantieri non è certo esente, come ben sa l’amministratore delegato Giuseppe Bono.

Ma il colosso mondiale della cantieristica, numero uno al mondo nella costruzione di navi da crociera, scommette sulla ripresa degli ordini e si impegna a chiudere al più presto la pagina della cassa integrazione. "Riporterò in azienda tutti i cassintegrati del gruppo" dice Bono, a margine della consegna alla P&O della nave Azura (116mila tonnellate di stazza lorda) ai cantieri navali di Monfalcone. Con i sindacati e la politica, che in questi mesi non hanno lesinato critiche al gruppo, nessuna polemica.

"Ogni tanto sento dalla politica e dal sindacato stesso alcune voci che sono assolutamente fuori dal coro - dice Bono - non si capisce se vogliono pescare nel torbido o cosa vogliono dire. Tutti i cassintegrati che stanno in giro, li riporterò tutti in azienda". Anche a costo di costruire non solo navi, ma anche carceri galleggianti. Il progetto, si sa, è pronto e a costruire quegli scatoloni da ancorare fuori dai porti e dalle darsene dovrebbe essere proprio il cantiere di Sestri Ponente.

"Sarei tentato di fare una battuta cattiva, però non lo voglio fare. Noi abbiamo presentato un progetto che risponde a tutte le caratteristiche - dice Bono - e che può essere concluso in 20 mesi e con un costo che è quello che è, perché noi siamo abituati a stabilire i costi prima e poi sono gli stessi alla fine". Di certo, ci sarà da soffrire ancora per un paio d’anni. "Siamo ottimisti per il futuro, ma per il 2010 e il 2011 saremo ancora in sofferenza - ammette Bono - Quest’anno Fincantieri varerà cinque navi da crociera, due già consegnate e credetemi è difficile trovare nel mondo un cantiere che vara cinque navi".

Costretti all’ottimismo, insomma, e corroborati dai numeri di un business, quello delle crociere, che non mostra la corda. I passeggeri sono infatti in crescita in tutti i principali porti del Mediterraneo e dell’Italia, a cominciare proprio da Genova che ha chiuso il 2009 con il suo record storico e che nel 2010 diventerà il quarto scalo crocieristico del Paese. L’addio di Costa, insomma,è stato interamente assorbito dall’arrivo della Msc.

E quando ponte Parodi sarà pronto, forse si potrà riaprire il dialogo con Costa, chiedendo al gruppo ben solido a Savona di spostare una nuova nave all’ombra della Lanterna. I numeri diffusi ieri a margine della presentazione della nuova nave, d’altra parte, seguono l’onda della crescita. La Cruise Lines International Association (Clia) prevede infatti un incremento dei passeggeri nel settore crociere del 6,4% nel 2010.

"Nonostante l’anno difficile appena trascorso - commenta Bono - il numero dei croceristi nel 2009 ha fatto registrare una progressione del 3,4% rispetto al 2008 e, per il 2010, è previsto un incremento dei passeggeri del 6,4%, con il superamento della quota di 14 milioni di croceristi". Bono torna ancora sulle difficoltà del momento. "Veniamo da due anni di totale depressione e recessione della domanda armatoriale. Nel 2008 ci sono stati appena tre ordini per navi da crociera e nel 2009 addirittura una soltanto.

Nel primo trimestre del 2010 è stato però firmato un accordo con Carnival, per due navi Princess Cruises strappate all’agguerrita concorrenza dei competitor tedeschi. Questi ultimi tre ordini ci stanno dando una boccata di ossigeno e soprattutto rappresentano un timido segnale di ripresa di speranza per il comparto". Bono aggiunge poi che tutto questo non è sufficiente per saturare la capacità di produzione "di un’azienda altamente specializzata come Fincantieri che, dunque, ha sofferto e soffre tuttora di una grave mancanza di lavoro".

Servono quindi ingenti investimenti nell’innovazione e, non a caso, Fincantieri "ha assunto il ruolo di azienda coordinatrice all’interno del progetto che riunisce tutti i maggiori costruttori navali europei, proprio per mantenere il vantaggio tecnologico sui competitori asiatici che tentano l’ingresso nel comparto crocieristico".

Giustizia: Schifani; pol.pen. lavora con passione e competenza

 

Adnkronos, 29 marzo 2010

 

"So quanto alla vostra Organizzazione sindacale sta a cuore la qualità del lavoro, per degli operatori che quotidianamente e silenziosamente, con passione e competenza, prestano la propria opera subendo, spesso, un’ingiusta indifferenza". Lo scrive il Presidente del Senato Renato Schifani nel messaggio inviato al Segretario Generale del Sindacato autonomo di Polizia Penitenziaria, Donato Capece, in occasione del Consiglio nazionale dell’Organizzazione che si apre oggi. "Questa iniziativa - aggiunge il Presidente Schifani - costituirà un prezioso momento di riflessione e confronto sulle problematiche legate al sistema penitenziario attuale".

Giustizia: Uil; accolti decreti ingiuntivi per pagamento arretrati

 

9Colonne, 29 marzo 2010

 

"Da circa 10 mesi al personale di polizia penitenziaria impiegato nei servizi di traduzione non vengono corrisposte le relative indennità di missione. Pertanto, considerato che la legge prevede entro massimo 90 giorni la liquidazione del dovuto, la Uil Pa Penitenziari, attraverso il proprio studio legale, ha depositato presso il Tar della Lombardia due decreti ingiuntivi nei confronti dell’Amministrazione Penitenziaria che, in data 25 marzo, sono stati accolti per un totale di 4.469 euro da corrispondere a personale in servizio presso la C.C. di Vigevano".

Lo annuncia il segretario generale della Uil Pa Penitenziari, Eugenio Sarno: "Avendo potuto constatare come ogni sollecito rispetto alla necessità di provvedere al saldo delle missioni sia praticamente rimasto inascoltato ed inevaso, non abbiamo potuto fare altrimenti. Oggi altri nove decreti sono stati depositati allo stesso Tar della Lombardia, per garantire poliziotti penitenziari in servizio a Monza. Prossimamente provvederemo a fare altrettanto per il personale in servizio a Salerno ed Avellino. Non è difficile prevedere che in tutte le regioni si attiveranno analoghe iniziative perché al personale, sebbene per via giudiziaria, sia riconosciuto il dovuto".

"Voglio sperare che il Ministro Alfano intenda intervenire personalmente per sbloccare questa situazione sollecitando il Ministro Tremonti a finanziare i relativi capitoli di spesa. È bene ricordare - conclude Sarno - che la polizia penitenziaria, ma tutti gli appartenenti alle Forze dell’Ordine, hanno il contratto scaduto da due anni e gli ultimi spiccioli che hanno ricevuto in busta paga sono stati i 200milioni stanziati dal Governo Prodi".

Emilia-Romagna: Uil; carceri sovraffollate e organico carente

 

Ansa, 29 marzo 2010

 

Il segretario generale della Uil Penitenziari Eugenio Sarno sarà in visita domani al carcere di Parma e mercoledì in quello di Piacenza. "L’ennesima visita del nostro segretario generale in Emilia-Romagna - commenta il segretario regionale Giuseppe Crescenza - dimostra l’attenzione della nostra segreteria nazionale ai numerosi problemi che assillano la nostra regione. Sovraffollamento e carenza d’organico ormai da anni sono un male cronico negli Istituti penitenziari dell’Emilia-Romagna. Infatti, a fronte di una capienza massima pari a 2.386 detenuti in regione si registra la presenza di 4.585 ristretti. Un dato che conferma l’Emilia Romagna regione le cui carceri sono maggiormente affollate".

"A Parma come del resto in tutta la regione - continua Crescenza - con il personale di Polizia Penitenziaria presente carente di oltre il 30%, diventa sempre più difficile poter garantire i diritti del personale (riposi, ferie, turni di sei ore), la loro incolumità e la sicurezza dell’Istituto stesso. Sarno si renderà conto della situazione di Parma e Piacenza e investirà i vertici romani affinché si facciano carico del problema ed intervengano con urgenza, potenziando il contingente di Polizia Penitenziaria impiegato per fronteggiare il pesante aumento dei carichi di lavoro individuali".

Il coordinatore regionale della Uil P.A. Penitenziari chiede al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria di "assumersi le proprie responsabilità ed adottare misure permanenti al fine di garantire l’ordine e la sicurezza negli Istituti della regione. Facciamo inoltre appello al ministro Alfano affinché abbia la consapevolezza della indifferibilità a procedere alla legiferazione sulle misure accompagnatorie del piano carceri, al momento solo annunciato e che sembra aver subito un rallentamento nella sua incerta definizione. Noi ne abbiamo perso le tracce. L’affidamento in prova, il ricorso alla detenzione domiciliare, la necessaria e urgente assunzione di circa 4mila unità di Polizia Penitenziaria: queste - conclude Crescenza - sono le risposte reali ed urgenti che necessitano al sistema penitenziario, ma di cui non si sente parlare se non attraverso sporadici annunci. Non vogliamo attendere, come è capitato in altri Istituti, che gli interventi arrivino solo dopo spiacevoli episodi che hanno visto coinvolto il personale di Polizia penitenziaria".

Toscana: candidati e parlamentari radicali a voto con detenuti

 

Adnkronos, 29 marzo 2010

 

In Toscana, dove la Lista Bonino Pannella è presente e dove i detenuti hanno chiesto di poter esercitare il diritto di voto ci sono anche candidati, i parlamentari e militanti radicali. In particolare domani ad Arezzo, quindi a Massa, Pistoia e lunedì mattina alle 8.30 al carcere di Sollicciano a Firenze.

"Un’iniziativa di attenzione ai detenuti, alle guardie carcerarie, agli operatori e in generale al mondo penitenziario e al significato costituzionale della pena - si legge nella nota - che deve tendere alla riabilitazione. Sappiamo che molti detenuti non possono votare perché non sono cittadini italiani, altri perché non sono residenti in Toscana e altri ancora perché nella loro condanna è sospeso l’esercizio dell’elettorato attivo e quindi hanno perso il diritto di voto. Ma anche a quei pochi che voteranno i radicali vorranno essere vicini unendo le loro schede elettorali nella stessa urna. Esercitare il diritto di voto è già un modo per sentirsi parte attiva della società e della comunità".

Reggio Emilia: detenuto di 47 anni suicida con gas bomboletta

 

Ansa, 29 marzo 2010

 

Un detenuto è morto la scorsa notte nella casa circondariale di Reggio Emilia dopo aver inalato il gas della bomboletta che tutti i reclusi legittimamente detengono per cucinarsi e riscaldarsi cibi e bevande, come prevede il regolamento penitenziario. Lo ha reso noto Giovanni Battista Durante, segretario generale aggiunto del sindacato della polizia penitenziaria Sappe, precisando che l’ora del decesso risale a mezzanotte e mezza e il fatto sarebbe avvenuto durante il cambio di turno degli agenti. Il detenuto, un tossicodipendente italiano di 47 anni, è stato trovato dagli agenti durante il controllo - spiega il Sappe. Accanto al corpo c’era una busta di plastica che molto probabilmente l’uomo aveva usato per infilarci la testa durante l’inalazione del gas, come fanno di solito i tossicodipendenti.

Nella cella c’erano altri due detenuti. Ogni detenuto, secondo il regolamento, dispone di due bombolette di gas; in quella cella, quindi, c’erano sei bombolette. È un fatto drammatico che testimonia ulteriormente la necessità di intervenire immediatamente sull’organizzazione e la gestione delle carceri, dove il numero esorbitante dei detenuti e la carenza di personale non consentono più alla polizia penitenziaria di garantire i controlli necessari. A Reggio, come in quasi tutti i penitenziari d’Italia, di notte, un solo agente controlla almeno due sezioni detentive, con circa 150 reclusi. Il modo in cui è morto il detenuto del carcere di Reggio Emilia - sottolinea il sindacato - ricorda quello della persona morta nel carcere di Pavia qualche anno fa; episodio per cui l’Amministrazione penitenziaria fu condannata a risarcire i familiari con 150.000 euro. Riteniamo che sia giunto il momento di rivedere il regolamento penitenziario, al fine di vietare l’uso delle bombolette di gas, visto che l’Amministrazione fornisce il vitto a tutti i detenuti.

Verona: i detenuti superano quota mille, record mai raggiunto

di Chiara Bazzanella

 

DNews, 29 marzo 2010

 

Con il record mai toccato prima dei mille detenuti di questi giorni, per il carcere di Montorio il giorno del collasso si fa sempre più vicino. Insieme al numero dei detenuti cresce quello delle problematiche da affrontare. La carenza del personale sta diventando drammatica, e la convivenza sempre più difficile, anche con chi cerca di dare una mano. "Volontari e agenti sono in attrito", spiega il presidente dell’associazione La Fraternità, Roberto Sandrini. "Verona è ripulita dai mendicanti e dai poveri disgraziati, ma il carcere non ce la fa più. E per la polizia penitenziaria, fortemente in sotto numero, anche noi volontari rappresentiamo un peso ulteriore".

Gli agenti in servizio a Montorio al momento sono 319, ma solo 290 gli effettivi. 120 in meno rispetto all’organico previsto, e che comunque dovrebbe entrare in relazione con non più di 650 detenuti. Una condizione molto distante dalla normalità e che riguarda anche l’area trattamentale che, da metà aprile, dovrebbe munirsi di tre nuovi educatori. "Venerdì scorso sono saltati i colloqui destinati ai nuovi giunti. E si parla già di tenere aperta l’area soltanto di mattina", aggiunge Sandrini.

Ma a lievitare, con quello dei reclusi, è anche il numero dei loro familiari, che ogni giorno attendono di entrare in carcere accalcati all’ingresso. Una volta dentro, poi, si trovano a incontrare i propri cari in spazi sempre più affollati. Anche telefonare dal carcere a casa sta diventando complicato, senza tener conto che a qualcuno manca pure la privacy. Spiega la garante dei diritti dei detenuti Margherita Forestan: "Ci sono delle sezioni in cui il telefono è attaccato al muro senza nessun riparo per chi parla". Circa il lavoro di tinteggiatura delle pareti interne, se per gli spazi comuni sta procedendo senza problemi, ancora non si sa bene come verrà affrontato nelle singole celle. "Sarà complicato ma lo dobbiamo fare - fa sapere la garante -. Qui entra un sacco di gente e dipingere di fresco le pareti significa anche disinfettare e prevenire contagi di malattie infettive. Tra l’altro, con un numero di detenuti così alto, anche il tempo di attesa per le visite mediche si fa sempre più lungo".

Limitarsi a sbraitare contro il sovraffollamento per la garante non basta. "A me spetta tutelare i diritti di chi è recluso. Anche quelli semplici". Da qui la scelta della direzione di non inserire le colombe di Pasqua nella lista dei prodotti del sopravvitto per i detenuti. "7,50 euro l’una ci è sembrato davvero troppo. Io e le associazioni di volontariato ne regaleremo 300: una ad ogni cella".

Alla luce di qualche problema anche nella ricezione di alcuni canali tv, la direzione si è inoltre già attivata perché tutto sia sistemato al più presto. "Telecom sta facendo dei lavori sull’antenna di San Michele e i lavori disturbano anche il sistema antennistico in carcere", fa sapere ancora la garante. Con la scusa che a ottobre anche a Verona si passerà al digitale, il direttore ha pensato quindi di avviare fin da subito i lavori in questo senso, perché tutto funzioni al meglio entro l’inizio dei mondiali.

Empoli: Poretti; interrogazione per sbloccare istituto per trans

 

Dire, 29 marzo 2010

 

Il carcere per soli transessuali di Empoli è fermo da marzo 2009: il ministero ha avuto un ripensamento sul progetto oppure c’è un blocco dell’avvio? Se lo chiedono i senatori Donatella Poretti e Marco Perduca, che hanno presentato un’interrogazione in merito al ministro di Giustizia Angelino Alfano.

Lo annuncia sul suo blog la senatrice radicale Poretti. "Dal marzo 2009 sembrava imminente l’avvio di un progetto innovativo ad Empoli dopo che un decreto ministeriale del 20 ottobre 2008 aveva trasformato l’istituto penitenziario in un carcere destinato al trattamento dei transessuali- si legge nel blog- Per la prima volta in Italia un istituto penitenziario sarebbe stato dedicato a persone transessuali, occorreva adeguare l’edificio e formare il personale. I detenuti, circa una ventina, dovevano provenire dalla casa circondariale fiorentina di Sollicciano e avrebbero potuto beneficiare di biblioteca, ambulatori e ambienti ricreativi personalizzati, una sala per dipingere, strumenti musicali, una biblioteca, un cortile all’aperto con un gazebo, tavoli e un piccolo orto, tutto in uno spazio che si estende su un’area di oltre 1000 metri quadri".

Ravenna: 159 detenuti per 59 posti, carenza di agenti del 30%

 

Ansa, 29 marzo 2010

 

"Ancora una volta siamo costretti a denunciare all’opinione pubblica e alle istituzioni il grave sovraffollamento in cui versa il carcere di Ravenna". A sostenerlo è Giacomo Pasquale, coordinatore provinciale della Uil Penitenziari. "Per l’ennesima volta - continua Pasquale - siamo qui a rivendicare condizioni di lavoro decenti, turni compatibili, carichi di lavoro non afflittivi e soprattutto un’attenzione da parte dell’amministrazione penitenziaria, sia regionale che nazionale". A provocare la dura reazione del sindacalista è il numero di detenuti presente nella struttura carceraria ravennate: "L’Istituto ha raggiunto nuovamente il numero record di 150 detenuti, di cui circa 2/3 stranieri, a fronte di una capienza regolamentare di 59 posti disponibili". Duro il commento in proposito: "Si tratta di vero e proprio stoccaggio di essere umani. Ogni piccolo spazio disponibile viene adibito a camera detentiva. Anche in locali dichiarati inagibili per assenza di riscaldamenti e servizi igienici vengono ammassati una decina di ristretti". Di tutto ciò "pare non importare nulla ai superiori uffici, nonostante la direzione della casa circondariale di Ravenna abbia più volte segnalato loro la drammaticità e l’aumento costante dei detenuti. E come sempre tutto tace e a pagarne un caro prezzo sono esclusivamente gli operatori penitenziari, ancora una volta abbandonati a loro stessi".

Nello specifico emergono dunque ulteriori dati che confermano la gravità della situazione di Port’Aurea. "A Ravenna - conclude l’esponente Uil - le risposte da parte del Prap e dell’amministrazione centrale a questo stato di cose" consistono nel "continuare a mantenere gente distaccata in altre sedi per esigenze varie dell’amministrazione". Inoltre "nonostante vi sia una carenza organica del 30% circa di agenti di polizia Penitenziaria, da circa 13 anni non viene assegnato nessun agente dai vari corsi di formazione".

Rovigo: corso per detenuti; ex direttore Assimpresa a processo

 

Resto del Carlino, 29 marzo 2010

 

Luca Silvestrone, ex direttore di Assimpresa Rovigo finisce alla sbarra. L’accusa è di falsità ideologica continuata per aver "bluffato" su un corso di formazione per carcerati. Un corso in cui i detenuti della casa circondariale di Rovigo partecipanti avrebbero dovuto imparare tutte le modalità per diventare operatori ecologici. Peccato però che queste lezioni, almeno secondo l’accusa, non si sarebbero svolte secondo le regole.

La vicenda risale allo scorso 2007 quando Silvestrone, docente per conto della "Agenfor", si sarebbe assunto l’incarico di fare lezione in carcere non rispettando però la tabella di marcia stabilita. In pratica avrebbe dichiarato orari falsi e, accusa ancora più grave, non si sarebbe nemmeno presentato in carcere, attestando però il contrario. Una "bigiata" che però non è passata inosservata alla Regione che aveva ottenuto i fondi del corso grazie al Fondo sociale europeo e agli stessi vertici della casa circondariale che, ovviamente, come prevede la legge, annotano chi, ogni giorno, entra ed esce dalla struttura con una precisione che spacca il minuto.

A quel punto è partita la segnalazione all’autorità giudiziaria che ha dato il via alle indagini. Indagini che si sono concluse nei giorni scorsi e che hanno portato il sostituto procuratore Manuela Fasolato a chiedere il rinvio a giudizio di Silvestrone. Richiesta accolta dal giudice per le udienze preliminari Carlo Negri che ha disposto la prima udienza per il prossimo 14 luglio. La Regione, ad ogni modo, non ci ha rimesso un centesimo. Dopo essersi accorta che c’era qualche cosa che non andava ha infatti deciso di non versare la somma concordata.

Ravennate di nascita ma polesano d’adozione era stato proprio Silvestrone, con la sua segnalazione, a far venire a galla un’altra vicenda giudiziaria per certi versi simile a quella che lo vede coinvolto. Si trattava di finte spese per avere contributi da Camera di Commercio e Regione Veneto. Il reato contestato era la truffa aggravata. Di questo vennero accusati, poco più di tre anni fa, Luciano Braga, all’epoca direttore provinciale di Confartigianato, il funzionario Antonello Sartori e Gabriele Breviglieri, titolare di una rivendita di articoli informatici della città che finirono a processo. Silvestrone è ora direttore generale di Servimpresa a Ravenna.

Bolzano: il pestaggio in cella dei presunti pedofili, è gravissimo

 

Alto Adige, 29 marzo 2010

 

Gli avvocati aderenti alla Camera Penale di Bolzano, attraverso una delibera inoltrata anche al Ministero della Giustizia, alla Direzione dell’amministrazione penitenziaria, alla Procura di Bolzano e al presidente della giunta provinciale, condannano il pestaggio ai danni dei tre presunti pedofili brissinesi avvenuto nel carcere di Bolzano, e chiedono alla Procura e alla direzione del carcere di fare luce su quanto è accaduto.

"La Camera Penale di Bolzano - si legge nella delibera firmata dal presidente Beniamino Migliucci - rileva la gravità assoluta di un episodio che era prevedibile quanto evitabile, visto che è noto che l’inserimento negli istituti penitenziari di soggetti mal visti dagli altri detenuti per la natura dei reati contestati, possono determinare comportamenti violenti e pestaggi. Nel caso in questione, poi, l’arresto eseguito in seguito ad ordinanza impositiva di misura cautelare avrebbe consentito il necessario coordinamento tra Autorità giudiziaria ed Amministrazione giudiziaria per assicurare l’incolumità degli arrestati".

Gli avvocati, esprimono inoltre preoccupazione e disapprovazione per quanto è avvenuto sottolineando che "l’ordinamento e le regole di un paese democratico impongono di garantire l’incolumità fisica di tutte le persone detenute", ribadiscono con fermezza "che l’attuale situazione carceraria, a livello nazionale e locale, è divenuta ormai insostenibile", ma sottolineano "la soddisfazione per il pronto intervento della Procura che ha garantito che sarà aperta un’inchiesta per fare chiarezza assoluta sull’episodio e su eventuali omissioni per evitare che fatti del genere possano ripetersi".

Spiega l’avvocato Migliucci: "Con la nostra presa di posizione chiediamo alla Procura e alla direzione carceraria di Bolzano di chiarire come si sia potuto verificare il pestaggio. Capiamo che la situazione nel carcere di Bolzano. dove ci dovrebbero essere 90 detenuti e invece ce ne sono 150, non è facile soprattutto per gli agenti di custodia, ma bisognava pensare a quelle regole non scritte ma note a tutti per cui alcuni detenuti corrono rischi. Bastava poco per tutelare i brissinesi: il trasferimento immediato in strutture protette, visto che a Bolzano i rischi c’erano".

Venezia: in carcere prima messa ortodossa a detenuti romeni

 

La Nuova di Venezia, 29 marzo 2010

 

Per la prima volta ieri al carcere circondariale maschile di Santa Maria Maggiore messa con rito rumeno ortodosso. A celebrare la liturgia due padri, originari della Romania, Avram Matei e Vasile Jora. Il primo è parroco della comunità rumeno ortodossa veneziana presso la chiesa di Santa Lucia, in via Monte Piana a Mestre, il secondo è parroco a Ferrara.

Particolarmente soddisfatto il cappellano cattolico don Antonio Biancotto che ha confidato: "Finalmente è arrivata l’autorizzazione! Finalmente i detenuti possono partecipare ai loro riti religiosi nella lingua nativa! Da tempo avevamo chiesto una guida religiosa ortodossa per queste persone ma la richiesta era solo sulla carta, oggi è diventata realtà".

Nel carcere la chiesa è stata adattata secondo la liturgia ortodossa, con le icone del Cristo e della Madonna, i paramenti azzurri, i testi sacri e i canti in lingua rumena. I detenuti, una quarantina di persone, sono arrivati a piccoli gruppi e in silenzio hanno occupato i banchi. Padre Avram ha commentato: "I paesi di provenienza di questi detenuti sono vari, Romania, Moldavia, Serbia, Grecia, Russia. Oggi li incontro per la prima volta. Speriamo di aiutarli a ritrovarsi. La fede porta serenità. Da noi la gente ha fiducia nella chiesa ortodossa".

A conclusione del rito l’avviso del sacerdote: "Il nostro sarà un appuntamento mensile". "Per ora - ha aggiunto don Antonio - La speranza è che diventi un incontro settimanale". Il carcere ospita 320 reclusi, la percentuale degli stranieri è del 70%, numerosi sono mussulmani. A promuovere un ecumenismo carcerario ci ha pensato l’infaticabile cappellano: "La diocesi di Venezia ha già chiesto la presenza di un imam".

Padova: progetto carcere-scuola; articolo di "Mente&Cervello"

 

Ristretti Orizzonti, 29 marzo 2010

 

"I reati degli altri", di Ranieri Salvadorini (Mente&Cervello, Aprile 2010, n. 64).

Il confine fra trasgressione e crimine è più labile di quanto si pensi, e a molti ragazzi può accadere di varcarlo senza rendersene conto. A Padova, un innovativo progetto mette a confronto studenti e detenuti in un’inedita forma di prevenzione. Superando miti, stereotipi e pregiudizi. Quale umanità abiti il carcere nessuno lo sa. Eppure le idee distorte sono molte e ben radicate, perché nel vuoto di esperienza diretta l’immaginario collettivo è costruito da altri. I media - ma anche le attuali politiche della sicurezza e il permanere di una vecchia idea di criminalità - fagocitano questo spazio immaginativo per creare mostri o criminali geneticamente o socialmente determinati, schiacciando la complessità di ogni comportamento deviante al fermo immagine del dettaglio torbido della cronaca.

Libri: un sacerdote che ha preferito San Vittore alle parrocchie

 

La Repubblica, 29 marzo 2010

 

Ha incontrato banditi e terroristi, mafiosi e sequestratori, assassini e stupratori, trafficanti di droga e prostitute, politici corrotti e ladri di professione. E non ne ha ancora abbastanza. Anche se è reduce da un delicato intervento per aneurisma all’aorta, don Luigi Melesi, 77 anni, dal 1978 cappellano del carcere di San Vittore, è già tornato dietro alle sbarre. Dai suoi detenuti. "Penso di aver speso bene la mia vita. E non chiederei mai di andare in una normale parrocchia. Io vado volentieri dove c’è gente che ha bisogno di me. Non anelo alla vita comoda. Penso che un prete debba dedicarsi agli altri, senza curarsi troppo di sé. Io poi in galera mi sono sempre trovato bene. Anzi, benissimo".

Don Luigi Melesi è una specie di "istituzione" nella chiesa ambrosiana, uno che ha visto Milano da un’angolazione diversa. Negli anni in cui si sparava nelle strade, lui era in carcere a spiegare ai brigatisti la follia della lotta armata. Durante Tangentopoli era nelle celle a confortare gli arrestati alla gogna. L’ex presidente dell’Eni Gabriele Cagliari gli chiese aiuto e don Luigi cercò fino all’ultimo di evitarne il suicidio. Sono centinaia le storie che la memoria di don Luigi regala quando gli si chiede della sua vita. E quali sono stati i momenti grigi e quelli esaltanti, quando ha avuto paura, o pena, o rabbia per come vanno le cose dietro alle sbarre.

Don Luigi Melesi che, da cappellano, li ha conosciuti tutti, i delinquenti passati da San Vittore, una cosa vuole mettere in chiaro: "Ho visto tanto dolore ma proprio lì, in carcere, ho capito che tutti possono dare qualcosa. Tutti possono cambiare, non c’è uomo irrecuperabile. Ma il metodo da usare non è quello della frusta, dell’isolamento o delle bastonate. Con quel sistema è impossibile che il malvagio diventi buono". E lui di "malvagi" ne ha conosciuti tanti, come Franco Bonisoli e Lauro Azzolini,i due brigatisti che - fra le altre cose - spararono alle gambe a Montanelli e che lui portò a chiedere perdono davanti al grande giornalista.

Gli ex terroristi gli sono riconoscenti perché fu lui a spiegare a tanti della loro generazione che "dall’errore si può rinascere. Con un cambiamento profondo". "All’inizio non fu semplice - ricorda il cappellano - C’erano quelli che non mi volevano perché si consideravano atei rivoluzionari, contro la chiesa e contro i preti. E alla prima messa che celebrai nel loro raggio, nessuno era venuto a sentirmi. Ma per me era già positivo il fatto che nessuno avesse né bestemmiato, né disturbato. Alla seconda messa si era aperto uno sportello di una cella. E alla terza, erano tre le porte aperte. E poi ho cominciato a dire messa nella cella grande, con tanti detenuti, tutti "politici".

Ed erano messe molto sentite, lunghe, perché la parola di Dio veniva discussa con loro. Alla fine avevano capito che violenza è sempre uno sbaglio,e non serve a nessuno, fa solo danni inutili e dolori sempre più grandi". Don Luigi fu amico anche di Renato Vallanzasca, "che divenne quello che era anche per colpa della caricatura del bandito fascinoso costruito dai giornali".

Per lui Vallanzasca "era un tipo furbo, molto pieno di iniziativa, non si lasciava domare facilmente. Avevo conosciuto anche sua mamma che veniva dalla Comasina e lui di questo mi fu grato. Alla fine mi promise che non avrebbe più ucciso, più rapinato, più sparato. E non lo fece nemmeno quando lo presero dopo l’ultima fuga, con due pistole cariche, perché aveva un impegno con Dio, con se stesso e con me".

Tutte queste storie e i pensieri di don Luigi Melesi, sono ora in un libro firmato da Silvio Valota, "Prete da galera" (Edizioni San Paolo, 281 pp., 14 euro). Leggendolo che si capisce come è cambiato negli anni il carcere - "in meglio per certi aspetti, come il sovraffollamento, in peggio per altri, come il taglio delle attività e dei laboratori" - dall’epoca del terrorismo fino ai giorni nostri. "Adesso ci sono tanti stranieri, ed è un grande problema, molti non parlano la lingua e sono soli, e se non ci fosse nemmeno il prete a portargli un cambio resterebbero mesi o anni con la stessa maglietta che avevano all’entrata". Ma don Melesi ha una parola e un’attenzione per tutti: "Perché io guardo all’uomo, o alla donna, non al reato. Solo per questo sono riuscito a fare qualcosa per quelle persone".

Mondo: rapporto di Amnesty International sulla pena di morte

 

Agi, 29 marzo 2010

 

Nel 2009 sono state eseguite almeno 714 persone condanne a morte in 18 Paesi ed emesse almeno 2001 condanne capitali in 56 Paesi. Ma i Paesi che ancora eseguono condanne a morte costituiscono l’eccezione piuttosto che la regola. Mancano, però, i dati sulle esecuzioni in Cina, forse migliaia, perché il regime di Pechino non li rende noti. È quanto emerge dal rapporto annuale di Amnesty International sulla pena di morte.

Oltre certamente alla Cina, i Paesi con il più alto numero di esecuzioni sono stati Iran (almeno 388), Iraq (almeno 120), Arabia Saudita (almeno 69) e Stati Uniti (52). Nella divisione per regioni vediamo che in Asia oltre la Cina, Amnesty International ha registrato 26 esecuzioni in sette Paesi: Bangladesh, Corea del Nord, Giappone, Malaysia, Singapore, Thailandia e Vietnam. Per la prima volta negli ultimi anni, il 2009 è stato un anno senza esecuzioni in Afghanistan, Indonesia, Mongolia e Pakistan.

Nell’unico Paese europeo in cui vige la pena capitale, la Bielorussia, non sono state eseguite condanne a morte nel 2009, ma due sono state già eseguite a marzo di quest’anno. In Medio Oriente e Africa settentrionale sono state registrate almeno 624 esecuzioni: Arabia Saudita, Egitto, Iran, Iraq, Libia, Siria e Yemen. Sette delle persone messe a morte in Arabia Saudita e in Iran erano minorenni quando commisero il presunto reato. Algeria, Libano, Marocco e Sahara Occidentale, Tunisia hanno mantenuto la moratoria sulle esecuzioni.

Nell’Africa sub sahariana sono stati solo due i Paesi a eseguire condanne a morte: Botswana e Sudan. La più grande commutazione in massa di pena di morte, di cui Amnesty International abbia avuto notizia, è stata disposta in Kenya: 4.000 detenuti sono stati sottratti al boia.

 

 

Segnala questa pagina ad un amico

Per invio materiali e informazioni sul notiziario
Ufficio Stampa - Centro Studi di Ristretti Orizzonti
Via Citolo da Perugia n° 35 - 35138 - Padova
Tel. e fax 049.8712059 - Cell: 349.0788637
E-mail: redazione@ristretti.it
 

 

Precedente Home Su Successiva