Rassegna stampa 27 febbraio

 

Giustizia: "processo" ai magistrati, 9 milioni le cause inevase

di Gianluca Di Feo

 

L’Espresso, 27 febbraio 2009

 

Scarsa produttività. Merito non premiato. Così nei tribunali si sono accumulate 9 milioni di cause non smaltite. Mentre il governo lavora a imbrigliare i giudici Fannulloni? Pochi. Improduttivi? La stragrande maggioranza. Eppure i magistrati potrebbero da soli dare un duro colpo alla crisi della giustizia. Trasformare l’autogoverno, spesso usato come scudo a difesa della corporazione, in leva per riscattare la credibilità dello Stato.

Ci vuole poco: basta che lavorino tutti di più e si organizzino meglio. Questo non farebbe uscire la dea bendata dal baratro in cui l’hanno sepolta nove milioni di cause non smaltite e una valanga di leggi create apposta dai governi per insabbiare i processi. Ma di sicuro con un’autoriforma della magistratura si potrebbe cominciare a far arrivare aria nuova nei tribunali italiani. E privare il premier di uno degli argomenti chiave sfruttati per azzerare l’indipendenza delle toghe.

 

I modelli virtuosi

 

Una rivoluzione è possibile. Anche senza nuovi soldi. I primi studi statistici sulla produttività dei giudici mostrano che ci sono ampi margini per cambiare rotta e aumentare la quantità di fascicoli smaltiti. Un ricerca di prossima pubblicazione guidata da Andrea Ichino, Decio Coviello e Nicola Persico indica la possibilità di far decollare la produttività anche del 40 per cento. Dati teorici, certo. Che però trovano conferma in alcuni esempi molto concreti. Persino la Cassazione, un tempo simbolo di magistratura polverosa e arcaica, sta diventando un modello di rivincita. La Suprema Corte si è data una scossa, ridefinendo le procedure, inserendo più informatica, organizzando meglio i ranghi. Tanto è bastato a creare uno scatto: nel civile il bilancio è andato in attivo, sbrogliando molti più processi di quanti ne arrivino. Lo scorso anno ne sono stati licenziati 33 mila mentre le nuove pratiche sono state 30 mila. E tutto senza compromettere il garantismo.

Un miracolo proprio nel palazzaccio di marmo, un edificio troppo pesante che per un secolo ha continuato letteralmente a sprofondare nelle rive paludose del Tevere, incarnando la disfatta della giustizia italiana. Nel suo ufficio all’ultimo piano, affacciato su Castel Sant’Angelo, Giovanni Salvi, storico pm romano e in passato tra i leader del sindacato togato Anm, ha poche carte, uno scanner e lo schermo di un pc. È lui a presentare i dati di questa riscossa, facendo scorrere tra le dita come fosse un rosario la chiavetta Usb che può sostituire migliaia di pagine: "Prendiamo le tabelle del civile. Nel 1950 ogni magistrato chiudeva 62 procedimenti; nel 1998 erano 87. Poi con il nuovo millennio abbiamo cambiato passo. Nel 2006 sono stati 192, lo scorso anno 292". Una progressione impressionante. Che non rappresenta un’eccezione.

A Torino, il Tribunale civile ha stravolto la consuetudine del lavorare con lentezza. Il segreto? Un decalogo con 20 regole semplici, concordate con gli avvocati. Dal 2001 la montagna di arretrati è stata amputata di un terzo: dagli archivi hanno dissepolto liti per eredità vecchie di due generazioni e controversie commerciali per prodotti diventati nel frattempo antiquariato. Adesso in quelle aule si riesce a vedere l’Europa: il 93 per cento delle cause si chiude entro tre anni, il 66 in un anno. Ma anche nel tribunale penale di Roma c’è stata una razionalizzazione.

"È un altro esempio di riforma dal basso", spiega Salvi: "Abbiamo individuato l’imbuto nel calendario delle udienze: ogni giudice deve concentrare 20-30 processi in un giorno, con testimoni ed avvocati. Poi d’intesa con i penalisti abbiamo creato norme per evitare i disagi e rispettare gli orari. I risultati si sono visti subito"

 

Profondo nero

 

E allora, perché la situazione nazionale continua a peggiorare? Certo, c’è un quantità mostruosa di cause che si riversano nei tribunali, anche per colpa di governi che rendono tutto reato, persino la contrattazione con le prostitute. E c’è un proliferare di ricorsi che non ha pari nel mondo, fatti apposta per alimentare una schiera di avvocati altrettanto vasta. Ma a dispetto di questa tempesta di nuova cause e a dispetto dei primati delle corti modello, la produttività pro capite dei magistrati italiani continua a precipitare. I giudici dei tribunali sono passati da 654 fascicoli chiusi ogni anno del 2001 a soli 533 del 2006. È come se un delitto su cinque venisse dimenticato. Ma se si cerca di dare un peso alla statistica, allora diventa ancora più grave la frenata delle corti d’appello: i 177 casi annuali si sono ridotti a 145. E ogni ritardo in questa fase apre le porte alla prescrizione che cancella i reati e si trasforma nella negazione di ogni giustizia. La radiografia della catastrofe è stata presentata pochi giorni fa dal ministro Angelo Alfano, che però si è poi premurato di firmare un pacchetto di misure destinato a renderla ancora più drammatica. L’arretrato civile è di 5.425.000 fascicoli, quello penale di 3.262.000. Un processo civile dura in media 960 giorni per il primo grado, 50 mesi l’appello. Quasi sette anni prima di arrivare alla Cassazione: un tempo umiliante che distrugge la vita delle aziende e dei cittadini.

Nel penale ci vogliono 426 giorni per la prima sentenza e due anni per l’appello: il che significa l’impunità assicurata per un’infinità di crimini. Un altro studio disegna la Caporetto della giustizia. È un lavoro condotto da Riccardo Marselli e Marco Vannini, professori che si dedicano da anni ad applicare valutazioni oggettive nel mondo confuso dei tribunali: ben 17 distretti giudiziari su 29 risultano ‘tecnicamente inefficientì. I due docenti giungono a una conclusione pessimistica: la quantità dei fascicoli che si accumula è tale da annichilire ogni speranza. Senza demolire questa zavorra non si può rendere efficace il sistema. Allo stesso tempo però la ricerca statistica sottolinea come si possa fare di più: se tutti i magistrati si portassero sul livello dei più sgobboni, un decimo dell’arretrato nel civile e il 14 per cento di quello penale potrebbe venire cancellato. Una stima che aumenta nei tribunali meridionali, meno dinamici: un quinto dei fascicoli accatastati nel civile e quasi un quarto di quelli penali scomparirebbero. Utopia?

 

Senza qualità

 

Tutti sostengono che i fannulloni sono pochi. Ma dietro i giudici da prima pagina, dietro i pool che sgobbano in silenzio, dietro i pm antimafia che rischiano la vita c’è una massa di magistrati senza qualità. Hanno fatto del quieto vivere una regola aurea: evitano errori e grane, detestano stakanovismi e protagonismi, diffidano dell’informatica e dei modelli aziendali. Più sciatti che lavativi, talvolta arroganti con i colleghi e maleducati con gli utenti, ma soprattutto poco produttivi. Era rivolto a loro il discorso choc pronunciato due anni fa dal segretario di Md, la corrente rossa delle toghe ma anche quella storicamente più impegnata sul fronte dell’efficienza: "Nessuno dovrà sentirsi indifferente alla esigenza di un progetto organizzativo minimo per ogni ufficio.

Dovremo osare di più, perché nessuno potrà rifugiarsi nella rivendicazione di un ruolo indipendente. Che, se non produce risultati, non serve a nessuno ed è destinato inevitabilmente a declinare", disse l’allora segretario Juan Ignazio Patrone. E ancora: "Il quieto vivere della corporazione non è più compatibile con il dovere di offrire risposte adeguate e qualitativamente decenti alla domanda sociale di giustizia". Belle parole. Ma chi controlla se le toghe lavorano?

 

Carriera garantita

 

Finora venivano promossi per anzianità, anche se si rimaneva a compiere le stesse mansioni: oggi quasi sette magistrati su dieci ricevono uno stipendio superiore all’incarico che svolgono. Lo ha analizzato Daniela Marchesi, uno dei responsabili dell’Isae, a 41 anni è considerata la pioniera della materia. Laurea in legge, dottorato in economia, specializzata negli Usa, ha lavorato con Flick alla Giustizia nel 1996 e poi al Tesoro con Padoa-Schioppa.

Il suo obiettivo è stabilire quali misure possano incentivare comportamenti virtuosi: cita i testi di Carr Sunstein, il professore chiamato da Obama a guidare il dipartimento per le regole. "La giustizia italiana sarebbe un esempio da manuale: ci sono risorse umane ed economiche in linea con altri paesi, ma otteniamo un risultato generale molto scadente. Analizzando il sistema si vede l’origine del gap: la congerie di norme è fatta in modo tale che incentivi di comportamento vanno tutti in modo sbagliato".

Più garanzie, sintetizza, richiedono più tempo. Ed è per questo che tra i soggetti del processo, più che ai magistrati tocca agli avvocati cambiare: "Il magistrato non può velocizzare la sua attività senza rischiare di compromettere le garanzie". Insomma, la professoressa Marchesi non crede in una riforma unilaterale. Pensa che però si possa fare di più per migliorare la selezione e i controlli, soprattutto eliminando le promozioni indiscriminate.

Ma se il lavoro non cambia, allora in cosa consiste la promozione? Nello stipendio, anzitutto. Dal 2003 al 2006 il numero di magistrati ordinari è leggermente diminuito, ma la spesa per le loro paghe è lievitata: oltre il 16 per cento in più. Nel 2003 per 9.043 tra giudici e pm lo Stato spendeva 842 milioni; un triennio dopo l’organico era sceso a 9.019, ma il costo era arrivato a 978 milioni: 136 in più, un incentivo niente male. E i dati mostrano che le retribuzioni medie delle nostre toghe (vedi tabella a pag. 58) sono tra le più alte d’Europa.

Il premio c’è, senza legami con la quantità o la qualità. Ma la punizione? Poche le sanzioni del Consiglio superiore. E ancora di meno quelle proposte dagli ispettori ministeriali: anche nel 2008 si sono contate sulle dita di una mano. Il bilancio del Csm, organo di autogoverno della magistratura, può essere letto in chiaro scuro. In un decennio ha giudicato 1.282 toghe. Ne ha condannate 290, spesso con sanzioni simboliche che pesano però sulle nomine chiave; altre 156 si sono dimesse prima del verdetto: in tutto, fa circa 45 puniti l’anno sui 9 mila magistrati italiani, lo 0,5 per cento. Pochi. Ma molto più di quello che fanno le altri amministrazioni statali.

"Le verifiche statistiche sul lavoro dei magistrati sono insensate. Le gare di nuoto si possono fare in una piscina, non in mezzo a uno tsunami. È la quantità di denunce e ricorsi ha trasformato la giustizia italiana in un continuo tsunami", taglia corto Piercamillo Davigo, protagonista di Mani pulite oggi giudice di Cassazione: "Non voglio fare il corporativo.

Ma anche nei militari esistono valutazione periodiche: nel loro sistema l’indipendenza non è un valore, anzi. Eppure le loro valutazioni si concludono sempre con giudizi eccellenti. Perché nessuno se ne preoccupa? Anche loro finiscono con il diventare tutti generali. Se si discute solo della nostra produttività, temo che le finalità siano diverse".

Davigo cita un episodio: il record di produttività di un procuratore aggiunto lombardo. "Era un cialtrone, ma si vantava di avere smaltito 330 mila procedimenti in un anno. Come faceva? Aveva una squadra di carabinieri, armati con un timbro di gomma che riproduceva la sua firma, che su tutti i fascicoli stampavano "Non doversi procedere perché rimasti ignoti gli autori del reato".

Il nuovo sistema di valutazioni quadriennali appena introdotto dovrebbe smascherare furbetti del genere. Il meccanismo prevede controlli su quantità e qualità dell’attività di tutti, anche attraverso fascicoli pescati a campione tra quelli smaltiti. "Oggi ci sono nuovi meccanismi di valutazione molto efficaci e concreti. Diamo al sistema il tempo di cambiare", spiega Salvi: "Adesso il magistrato ha forte stimolo ad avere buoni pareri per poi ottenere un incarico direttivo o aspirare a posti specializzati".

C’è un solo limite: l’esame è affidato al consiglio giudiziario, un piccolo parlamento eletto dai magistrati a livello locale su modello del grande Csm nazionale.

"In pratica gli eletti devono valutare i loro elettori. È come se in un’azienda le promozioni fossero illimitate e decise dai rappresentanti dei dipendenti. Ve lo immaginate?", spara a zero Carlo Guarnieri, docente a Bologna e tra i più attenti critici laici: "Ci vorrebbero commissioni esterne, nominate dal Csm. Così questi meccanismi sono inutili, anche perché non ci sono incentivi: chi non ha voglia di lavorare sa di rischiare poco". Mentre per essere puniti bisogna farla veramente grossa.

Ennio Fortuna, procuratore generale di Venezia, ha scritto sulla rivista dell’Associazione magistrati: "Nel nostro ambiente i pochi che ci marciano sono ben noti a tutti". E perché non vengono denunciati? Perché è necessario che gli otto anni di ritardo nello scrivere le motivazioni di una sentenza, con conseguente scarcerazione dei condannati, diventino un caso solo dopo la denuncia di Repubblica?

La vicenda di Edi Pinatto, giudice ragazzino passato da Gela a Milano lasciando l’arretrato in sospeso è diventata esemplare. Salvi la paragona alle sabbie mobili: "I ritardi nel completare le sentenze molte volte erano commessi da quelli che tentavano di più di smaltire il lavoro, venendo sommersi per inesperienza". Perché non vengono segnalati? "Pinatto era già stato sanzionato una prima volta. Ma poi è mancata la segnalazione dei responsabili del suo ufficio". Fannulloni? Pochi. Improduttivi? La stragrande maggioranza. Eppure i magistrati potrebbero da soli dare un duro colpo alla crisi della giustizia. Trasformare l’autogoverno, spesso usato come scudo a difesa della corporazione, in leva per riscattare la credibilità dello Stato.

Ci vuole poco: basta che lavorino tutti di più e si organizzino meglio. Questo non farebbe uscire la dea bendata dal baratro in cui l’hanno sepolta nove milioni di cause non smaltite e una valanga di leggi create apposta dai governi per insabbiare i processi. Ma di sicuro con un’autoriforma della magistratura si potrebbe cominciare a far arrivare aria nuova nei tribunali italiani. E privare il premier di uno degli argomenti chiave sfruttati per azzerare l’indipendenza delle toghe.

Giustizia: la presunzione di innocenza? un principio inattuato

di Tullio Padovani

 

www.radiocarcere.com, 27 febbraio 2009

 

Scrivendo della presunzione di non colpevolezza, Vincenzo Manzini non aveva il minimo dubbio: ammettendola, "si verrebbe ad affermare quel che in pratica è assolutamente falso ed in teoria assurdo: che cioè, di regola, siano destituiti di fondamento ed arbitrari i sospetti [sic!] di colpevolezza che dal pubblico ministero si elevano contro gli individui indiziati.

Sono idee antiquate, fallaci ed ingiuste". Se proprio si deve formulare, in relazione all’imputato, una qualche presunzione "non potrebbe essere evidentemente che una presunzione di reità". È superfluo ricordare che queste solide certezze furono espresse prima che l’art. 27 comma 2 della Costituzione dichiarasse che "l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva"; ma persiste l’impressione - e non solo quella - che l’opinione corrente e la prassi, giudiziaria e persino legislativa, continuino a strizzare l’occhio a Manzini mentre si scappellano compuntamente dinanzi al turibolo dell’art. 27.

Il pensiero corre - è ovvio - alla custodia cautelare, che di cautela reca devotamente il nome, ma di carcerazione preventiva e, quindi, di pena anticipata, assume sin troppo spesso la sostanza: una polemica tanto stagionata (Francesco Carrara parlava di "vergogna" del carcere preventivo) che si potrebbe ascrivere ad uno dei persistenti, italici tormentoni, se non fosse in realtà un tormento reale per decine di migliaia di persone in attesa di giudizio. Ma non manca mai l’occasione per riacutizzare la piaga purulenta. Quando si prospetta di imporre per legge la custodia in carcere come forma esclusiva di "cautela" nel caso di reati di violenza sessuale, si nega ogni valutazione di congruità e di proporzionalità della misura in rapporto ad effettive esigenze cautelari, e la si trasforma senza infingimenti in una pena anticipatamente inflitta, destinata a placare l’allarme sociale.

Sia chiaro: nessuno ignora che la patologia, e cioè l’uso distorto e paradossale della c.d. custodia cautelare trae alimento, e perversa legittimazione, da una circostanza non meno patologica. La pena anticipata è spesso l’unica pena realmente inflitta: la dilatazione dei tempi processuali si incarica di stemperare la vicenda originaria, e di disperderne memoria e consistenza. Ma il corto circuito è doppiamente nefasto: favorisce i colpevoli e schiaccia gli innocenti. Certo, i principi, anche i più intangibili, debbono poter camminare con le gambe degli uomini, e non limitarsi a volare con le ali degli angeli: altrimenti, finiscono col ridursi a giaculatoria. Devono quindi poter essere sempre applicati col rigore che la loro importanza esige.

La presunzione di non colpevolezza gioca un ruolo capitale nel definire la posizione giuridica di chiunque sia travolto da una vicenda giudiziaria; deve quindi poter essere un volano di celerità nella sua definizione, non un impaccio da eludere con espedienti e sotterfugi. Richiede tempi brevi e postula risposte rapide: pochi mesi, non di più. Irreale in un paese che conta la durata dei processi a lustri? Sarà irreale; ma è anche indispensabile.

Giustizia: sindaci "per la sicurezza", sotto tiro prostitute e alcol

 

Il Sole 24 Ore, 27 febbraio 2009

 

Continua a ritmi serrati la corsa alle ordinanze avviata l’estate scorsa dai sindaci italiani. Da novembre a oggi il numero dei provvedimenti urgenti firmati dai primi cittadini in nome della sicurezza è raddoppiato, sfondando quota 600, sparsi in 318 Comuni.

Il Nord continua a essere protagonista assoluto, con il 66% dei provvedimenti, guidata dalla Lombardia che da sola inanella 141 ordinanze. Il nuovo check-up della presenza dei sindaci nel solco tracciato dal decreto Maroni del 5 agosto scorso arriva dall’Anci, e anticipa i risultati di un’indagine che l’associazione dei Comuni completerà nel mese di marzo.

Prostituzione, disordini collegati all’abuso di alcol e vandalismo offrono il "titolo" a un provvedimento su due, mentre bivacchi, schiamazzi, abbandono di rifiuti e tutti gli altri tipi di danno al decoro urbano ricorrono con meno frequenza.

L’ordinanza-tipo, poi, non va troppo per il sottile nell’individuare i soggetti interessati o l’ambito di applicazione: 7 provvedimenti su 10 si rivolgono a tutti i cittadini, senza distinzione fra privati o titolari di esercizi commerciali, e nel 58% dei casi l’ordinanza dispiega i propri effetti in tutto il territorio comunale.

Qualche volta, però, una vaghezza eccessiva di confini e oggetto può prestare il fianco a qualche pericolo se il provvedimento arriva sui tavoli del Tar: come è accaduto in Veneto a uno dei primi provvedimenti anti-prostituzione, quello firmato dal sindaco di Verona Flavio Tosi, che dopo la bocciatura del tribunale amministrativo ha dovuto riscrivere la misura, precisando meglio i divieti e concentrandoli "nei quartieri periferici densamente abitati e lungo le principali strade che conducono al centro città".

Le nuove ordinanze, insomma, ai sindaci piacciono. "Ma non bastano - sottolinea Flavio Zanonato, sindaco di Padova e responsabile Anci per la sicurezza - come dimostrano le priorità indicate dai primi cittadini ai ricercatori Anci".

Nella graduatoria delle priorità, il 36% mette in testa il "rafforzamento della polizia municipale", mentre il 24,6% punta sulla "prevenzione sociale ed educazione civica": un capitolo ampio, che può essere declinato anche nei termini di "partecipazione attiva dei cittadini al monitoraggio del territorio". Le ronde, insomma.

Su tutt’altro fronte, l’Anci è stata impegnata ieri nelle audizioni presso la Commissione parlamentare sull’Anagrafe tributaria. La partecipazione dei Comuni alla lotta all’evasione, ha spiegato a deputati e senatori il sindaco di Torino Sergio Chiamparino, rimane una promessa importante, ma non ha perso un vizio di fondo: il "premio" del 30% sul riscosso a titolo definitivo è troppo ridotto e troppo lontano nel tempo per ripagare i Comuni di un’attività che richiede "risorse significative". Su queste basi, i Comuni tornano a chiedere il cambio dei criteri di calcolo, per basare il premio sull’accertato anziché sul riscosso.

Giustizia: ronda è "squadraccia" o partecipazione democratica?

 

La Stampa, 27 febbraio 2009

 

Che brutta parola, "ronda": eppure nasce con un significato esclusivamente tecnico, alla fine del Cinquecento e su prestito spagnolo, per indicare un "servizio armato svolto da più militari a scopo di vigilanza, specialmente notturna" (così il Cortelazzo-Zolli).

Oggi "ronda" significa piuttosto squadraccia, ed è questo il primo motivo per cui il provvedimento del governo ha suscitato tante reazioni negative. Il secondo motivo risiede nella natura di questo governo, o per meglio dire nella cultura politica che lo informa, non di rado autoritaria e xenofoba. Dobbiamo dunque compiere un doppio sforzo, lessicale e politico, per chiarirci le idee.

La democrazia, così come la scoprì Tocqueville in America, non è tanto il voto per delega (che anzi ne è una limitazione oggettiva, seppur dettata da motivi pratici), quanto l’autogoverno.

Jefferson invidiava gli Indiani d’America, la cui società non aveva (quasi) bisogno dello Stato perché tutti cooperavano alle imprese comuni. Una società che si auto-organizza, che cioè assume su di sé la responsabilità del proprio governo, delegando alla sovrastruttura burocratica statale soltanto il minimo indispensabile, non soltanto è una società più democratica, ma è anche una società più libera. D’altro canto, la storia è costellata di associazioni di cittadini di ogni genere.

E per ogni Ku Klux Klan ci sono centinaia di società di mutuo soccorso, gruppi di volontariato, associazioni civiche che hanno contribuito e contribuiscono meglio dello Stato al benessere della comunità. L’autogoverno nasce dalla constatazione che se sono io ad occuparmi dei miei affari, è probabile che me ne occupi meglio di un altro; e dalla convinzione che il potere - qualsiasi potere - più è vicino e più è controllabile.

La storia della sinistra, poiché è anche in gran parte storia del divenire della democrazia e della libertà, è ricca di associazionismo: anzi, ne è forse la patria ideale. Perché dunque ci scandalizziamo tanto alle "ronde" di Maroni?

Il testo di legge e le dichiarazioni del ministro sono piuttosto chiari: i gruppi di volontari non saranno armati, verranno selezionati prevalentemente fra ex poliziotti ed ex militari, saranno addestrati con cura, servirà l’autorizzazione del prefetto. Insomma, dal punto di vista della legalità e dello Stato di diritto non sembrano esserci falle. Eppure le "ronde" ci spaventano.

Se però prescindiamo dal contesto politico, e ci togliamo gli occhiali dell’ideologia, scopriremo che le "ronde" in sé possono essere uno strumento di grande utilità non soltanto per rendere più sicuri i nostri quartieri (e non si capisce perché questo argomento debba essere appaltato in monopolio alla destra), ma anche per migliorare sensibilmente l’integrazione etnica nel nostro Paese.

Contro la violenza sessuale, negli Anni Settanta gruppi di femministe organizzavano pattugliamenti notturni delle strade, con l’intento di "riprendersi la notte" rendendola, semplicemente, un po’ meno buia e deserta. Le "ronde" - quelle femministe di trent’anni fa e quelle di oggi - sono come lampioni accesi nelle nostre strade. Una strada deserta è molto più pericolosa di una strada dove ogni tanto passa, o potrebbe passare, qualcuno. Il serial killer procederà indisturbato nelle sue malefatte: ma centinaia di balordi semplicemente gireranno alla larga.

Città rese pacificamente più sicure sono un diritto di ciascuno di noi; conquistare e difendere questo diritto senza affidarsi soltanto allo Stato rafforza i vincoli della comunità e allontana la paura; e se la paura se ne va, sarà più facile per tutti, e non soltanto per alcuni, distinguere fra un kebabbaro e un teppista. Dovremmo riprenderci la notte tutti insieme: e organizzare in ogni città cento, mille ronde multietniche, allegre, colorate e chiassose.

Giustizia: intercettazioni; in Pdl niente accordo, la riforma slitta 

di Liana Milella

 

La Repubblica, 27 febbraio 2009

 

La maledizione del rinvio si abbatte ancora sulle intercettazioni e su quel ddl, uscito il 3 giugno 2008 da Palazzo Chigi, che ha sempre diviso la maggioranza e quindi aspetta di essere approvato nonostante il pressing di Berlusconi. Mentre la Camera entra in fibrillazione per l’archivio Genchi e la notizia che nella banca dati vi erano due anni di "pedinamento elettronico" dell’ex direttore del Sismi Niccolò Pollari, dei familiari, di altri 14 agenti e di numerosi parlamentari (è scritto nel dossier che il presidente del Copasir Francesco Rutelli ha inviato alla procura di Roma), il ddl subisce un lungo rinvio.

Un congelamento che durerà fino al 23-24 marzo quando dovrebbe riuscire, dl in scadenza e federalismo permettendo, a ottenere il primo via libera. Ieri sera, lasciando la Camera, il Guardasigilli Angelino Alfano, a braccetto col sottosegretario Giacomo Caliendo, confidava: "Le modifiche? Non c’è fretta. Abbiamo tempo per ragionarci sopra". E il Pd che ne vuole il ritiro? Alfano: "Se fossi in loro mi preoccuperei d’altro". Togliendo un foglietto dalla tasca: "Gli ultimi sondaggi danno il Pd al 23% e il Pdl al 44. Un altro po’ e li doppiamo".

Ma dopo l’assemblea dei deputati Pdl e lo stop di Fini e Bossi sulla fiducia, delle modifiche si continua a discutere. Lo fa Alfano quando incontra alla Camera il capogruppo leghista Roberto Cota. Lo fa Matteo Brigandì quando, nell’emiciclo, chiacchiera per cinque-sei minuti con Giulia Bongiorno, relatrice e strenua sostenitrice di modifiche sul diritto di cronaca e la qualità degli indizi per avere telefoni sotto controllo.

Con i due Niccolò Ghedini, factotum del premier per la giustizia. Cota concorda sui punti da cambiare ("L’intesa c’è e si formalizzerà nei prossimi giorni"). Ma da qui a dire che il testo è pronto ce ne corre. Pdl e Lega dovranno accordarsi (forse a metà settimana) e poi parlare con l’Udc, che tratta con Michele Vietti e Roberto Rao, per strappare un’astensione o addirittura un voto favorevole.

Le incognite restano molte e nulla è deciso. A partire dai famosi "gravi indizi di colpevolezza", dizione da attenuare. Come? Già tramonta l’ipotesi di definirli "oggettivi". Non piace a Caliendo che la trova "ambigua", la boccia Vietti "perché non è una formula giuridica". Lui non licenzia neppure "rilevanti" che invece non contraria Caliendo.

Il centrista opterebbe per il solo "indizi di colpevolezza " che "fa la differenza rispetto alla dizione attuale ("indizi di reato")". Sul diritto di cronaca l’asticella si fermerà dove gli atti perdono la segretezza perché arrivano ai difensori. Dal black out attuale prende le distanze il presidente della commissione Antimafia Beppe Pisanu che protesta sul divieto di rendere pubblici i nomi delle toghe.

Caliendo apre al Pd sulle riprese tv: Donatella Ferranti protesta perché il dl ronde ne amplia l’uso, ma dall’altro le riprese devono seguire le stesse regole restrittive degli ascolti. Caliendo propone di chiarire l’equivoco: le riprese di cui parla il ddl anti-ascolti sono solo quelle "captative", che permettono la ripresa di un dialogo da decifrare grazie al movimento delle labbra. Resta il carcere ai giornalisti che pubblicano telefonate da distruggere. Per il terzo giorno il sottosegretario Paolo Bonaiuti lo considera "esagerato": "Si può passare a una multa molto salata che tolga la voglia di ripetere fatti del genere".

Giustizia: sanzionati i giudici che concessero semilibertà a Izzo

 

Ansa, 27 febbraio 2009

 

Izzo tornò a uccidere, confermata la sanzione ai giudici: il fascicolo del recluso indicava una serie di circostanze negative che furono ignorate. La mancata ponderazione è indice di scarsa professionalità

Il fascicolo e la storia processuale del detenuto sono fattori imprescindibili di cui il magistrato non può non tenerne conto ai fini della concessione o meno di benefici richiesti dallo stesso condannato. Rischia, infatti, il procedimento disciplinare quel giudice che omette con negligenza l’esame e la valutazione di elementi processuali determinanti che se fossero stati presi in considerazione avrebbero portato ad una decisione opposta. Cioè, ad un verdetto negativo sull’attribuzione di eventuali "liberalità".

Per questi motivi le Sezioni unite civili della Cassazione, con la sentenza 3759/09 (qui leggibile come documento correlato), hanno confermato la sanzione dell’ammonimento nei confronti di due magistrati del Tribunale di sorveglianza di Palermo, quelli che nel novembre del 2004 concessero la semilibertà al "mostro del Circeo" Angelo Izzo, facendolo così tornare a Campobasso dove nel 2005 uccise di nuovo. I due togati si erano difesi a spada tratta davanti alla sezione disciplinare del Csm. Avevano sostenuto che non potevano fare altrimenti, sulla base delle carte a loro disposizione, a meno di stravolgere la legge.

Avevano pure ricordato che non erano stati loro i primi a permettergli di uscire dal carcere, perché aveva già fruito di permessi premio, e che c’erano tutti i requisiti per la concessione del beneficio. Ma la loro autodifesa non è bastata.

Il verdetto di condanna è stato convalidato dal massimo consesso del Palazzaccio, perché i due magistrati hanno trascurato di "esaminare elementi importanti che avrebbero potuto indurre ad una diversa valutazione dell’istanza". Insomma, la responsabilità degli incolpati è stata affermata sul rilievo che il fascicolo del detenuto indicava una serie di circostanze negative totalmente ignorate nella motivazione del provvedimento e ciò palesava, sul piano deontologico, scarsa diligenza e caduta di professionalità.

In punto di diritto, poi, la correttezza della sanzione disciplinare è stata motivata alla luce del principio di diritto secondo il quale l’inesattezza tecnico-giuridica dei provvedimenti adottati dal giudice "può essere idonea a evidenziare scarsa ponderazione, approssimazione, frettolosità o limitata diligenza, il che può essere sindacato nella sede disciplinare in quanto suscettibile di negativo riflesso sul piano del prestigio".

Giustizia: Beppino Englaro è indagato per omicidio volontario

 

La Stampa, 27 febbraio 2009

 

La Procura ha aperto un fascicolo ipotizzando l’accusa di omicidio volontario aggravato per 14 persone che sono state tutte iscritte nel registro degli indagati.

Colpo di scena nell’inchiesta sulla morte di Eluana Englaro: la Procura ha aperto un fascicolo ipotizzando l’accusa di omicidio volontario aggravato per 14 persone che sono state tutte iscritte nel registro degli indagati. Sono Beppino Englaro, il primario Amato De Monte e tutti gli infermieri che hanno seguito Eluana alla Quiete. La notizia è riportata questa mattina dal "Messaggero Veneto".

Il fascicolo nato come atti non costituenti notizia di reato, perciò senza indagati, è stato iscritto con l’ipotesi dell’omicidio volontario aggravato e la rosa degli indagati è individuata nelle persone che hanno voluto, disposto e messo in pratica il protocollo per accompagnare Eluana Englaro verso la morte. Così, oltre a Beppino Englaro e al primario anestesista Amato De Monte, sono stati iscritti nel registro degli indagati gli altri componenti l’equipe. Nessuno di questi è stato finora raggiunto da informazioni di garanzia perché al momento per l’inchiesta non si sono resi necessari atti esterni che comportassero le garanzie difensive.

 

Le prime reazioni

 

Del resto il procuratore di Udine Antonio Biancardi lo aveva detto all’indomani della morte di Eluana: "Valuterò personalmente tutti gli esposti che sono stati presentati e cercherò prove a conferma dei reati ipotizzati in essi".

E lo stesso avvocato Giuseppe Campeis, che difende De Monte e la famiglia Englaro, subito dopo il decesso della Englaro aveva affermato: "Adesso comincia la vera inchiesta giudiziaria". E oggi così il legale ha commentato l’iniziativa della procura della Repubblica di Udine: un atto atteso "che ci permette di svolgere le nostre attività difensive in contraddittorio". "Era un atto atteso - ha aggiunto - solo che, forse, doveva giungere il giorno stesso della morte della donna. Per noi non cambia nulla - ha spiegato Campeis - ora avremo modo di chiarire tutto in contraddittorio. Anzi posso dire che era un atto atteso". Secondo l’avvocato udinese, tuttavia, la Procura della Repubblica di Udine non ha ancora risolto il dubbio "se quanto avvenuto alla Quiete sia stato legittimo oppure no. Per questo che il Procuratore sta lavorando su due fronti".

"Chi uccide una persona innocente è un omicida". Così risponde il cardinale Jauier Lozano Barragan, presidente del Pontificio consiglio per gli operatori sanitari per la pastorale della salute. "Io affermo solo il principio che nella legge di Dio c’è il Quinto comandamento che dice di non uccidere - ha affermato il ministro della Salute del Vaticano, a margine di un convegno sulle malattie rare -, chi uccide una persona innocente commette un crimine".

 

Manconi: processateci insieme a Englaro

 

"Se Beppino Englaro e altre 13 persone vengono indagate per omicidio volontario, chiedo di essere indagato, a mia volta, per "istigazione a commettere reato", secondo quanto previsto dall’art. 115 del codice penale, ovvero di concorso morale nel reato, come previsto dall’art 110 del codice penale. Dal 2000, infatti, quando appresi dalle viva voce di Beppino Englaro la vicenda riguardante la figlia Eluana, in numerosissime circostanze, attraverso interventi pubblici e decine di articoli e saggi, compreso un libro dedicato alla vicenda, ho sostenuto le posizioni di Bepino Englaro a proposito della sorte della figlia e ho cercato di argomentarne non solo l’umana ragionevolezza ma anche la profonda ispirazione morale.

Così facendo, unitamente ad altri, ho sostenuto, motivato, spiegato le buone ragioni di Beppino Englaro e, dunque, ho contribuito a istigarlo a commettere reato, ovvero ho realmente concorso alla sua commissione. Ed è per questo che devo essere indagato anche io".

 

Luigi Manconi, Presidente di A Buon Diritto

Giustizia: Marroni; oltre 60mila i detenuti in Italia, 5.506 in Lazio

 

Adnkronos, 27 febbraio 2009

 

"Oggi il numero dei detenuti reclusi nelle carceri italiane ha superato la fatidica soglia delle sessantamila unità". È quanto dichiara il Garante dei diritti dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni commendando i dati ottenuti da "Ristretti Orizzonti" rielaborando le statistiche del Dap. Solo nel Lazio, ad oggi i detenuti reclusi sono 5.506 (5.0789 uomini e 428 donne), il 24% in più di quanto consentirebbe la capienza regolamentare, fissata a 4.449 posti.

In tutta Italia i 60.036 detenuti censiti (57.463 uomini, 2.573 donne) sono il 39% in più rispetto a quanto consentirebbe la capienza regolamentare di 43.102 posti. "Questa del sovraffollamento è ormai una tendenza inarrestabile - ha detto Angiolo Marroni, che è anche coordinatore nazionale della Conferenza dei Garanti dei detenuti - e il programma di realizzazione di nuove carceri promosso dal governo non può far fronte in tempi brevi a questa situazione.

Se poi si pensa che anche la magistratura di sorveglianza di Lazio, ferma a 12 magistrati, dovrà farsi carico, oltre ai collaboratori di giustizia, anche dei detenuti in 41 bis, che in tutta Italia sono 587, nella nostra regione avremo sicuramente un ulteriore ingolfamento della macchina della giustizia a danno della sicurezza dei cittadini e in violazione della norma costituzionale secondo cui la pena deve punire ma anche rieducare. Un carcere così non risponde più alla Costituzione".

Giustizia: suicidio in carcere; tra le cause abbandono e droghe 

 

Redattore Sociale - Dire, 27 febbraio 2009

 

Convegno al Buoncammino di Cagliari. In Sardegna la situazione è migliorata: l’anno peggiore nel 2003 con sei suicidi, mentre lo scorso anno si è tolto la vita un detenuto della colonia penale di Mamone.

I tossicodipendenti sono maggiormente esposti al rischio di suicidio. I danni provocati dalla droga alla corteccia celebrale frontale portano a gesti impulsivi, compreso anche il suicidio. Ne è convinta Anna Loi, psichiatra e direttrice del Servizio per le tossicodipendenze di Cagliari, intervenuta durante il convegno sui suicidi in carcere organizzato oggi nella biblioteca del penitenziario di massima sicurezza di Buoncammino.

Sensibilizzare l’opinione pubblica sul dramma di chi si toglie la vita dietro le sbarre, ma soprattutto cercare soluzioni per tamponare un fenomeno che nell’Isola, tra la fine degli anni Novanta e la prima metà del Duemila, ha causato numerosi lutti. L’anno peggiore è stato il 2003 con sei suicidi nelle carceri sarde, mentre lo scorso anno un solo detenuto ha scelto di uccidersi nella colonia penale di Mamone.

Situazione nettamente migliorata, dunque, ma ancora il dramma si ripete in varie case circondariali italiane. A confrontarsi sul dramma dei suicidi c’erano il provveditore regionale Francesco Massidda che ha rappresentato la situazione della Sardegna, per fortuna in netto miglioramento, ma anche psichiatri e psicologi della Asl e di Buoncammino, Anna Loi (Sert) e Matteo Papof, che hanno studiato i principali casi di decessi volontari in cella.

Tra le principali cause di suicidio tra i detenuti c’è l’abbandono da parte dei familiari. "Prevenire non è facile - spiega Gianfranco Pala, direttore di Buoncammino - la motivazione principale, se non l’unica, è quasi sempre l’abbandono familiare che il detenuto vive in maniera traumatica. Allo stress per la carcerazione, già difficile, si somma spesso il fatto che coniugi o parenti stretti decidono di tagliare i rapporti con chi finisce in carcere".

A Cagliari, per scongiurare il fenomeno dei suicidi, da quasi un anno è in funzione un centro d’ascolto della Caritas: quarantacinque psicologi volontari che, senza costi per l’amministrazione penitenziaria, a turno vanno tutti i giorni (festivi compresi) a parlare con i detenuti. "Un supporto prezioso - conferma Pala - che sta dimostrandosi molto utile".

Verona: i detenuti iniziano protesta, contro il sovraffollamento

 

Redattore Sociale - Dire, 27 febbraio 2009

 

Manifestazione pacifica "per denunciare pubblicamente il disagio che vivono". Il sovraffollamento il primo dei problemi: "a causa del turnover legato alle condanne brevi, nel carcere anche tremila persone in un anno".

Hanno deciso di far sentire la loro voce incrociando le braccia ed entrando in sciopero da domani a martedì 3 marzo. I detenuti del carcere veronese di Montorio vogliono così accendere un riflettore sulle condizioni in cui si vive nelle strutture penitenziarie italiane e in quella scaligera in particolare. Questo, sottolineano i reclusi, non vuole essere un atto contro l’amministrazione penitenziaria, ma una protesta pacifica cui con ogni probabilità ne seguiranno altre.

"Da domani verrà indetto uno sciopero per denunciare pubblicamente il disagio - si legge in un comunicato ufficiale pubblicato nel sito dell’associazione "La Fraternità" (www.lafraternita.it - e i molteplici problemi che si sommano a quello già gravissimo del sovraffollamento". Attualmente sono circa 800 i detenuti e 60 le detenute a Montorio, che vivono in quattro in stanze concepite inizialmente per una o due persone.

"Convivono in dodici metri quadri dividendoli con le brande e il tavolo, quindi di calpestabile resta ben poco" sottolinea Roberto Sandrini, presidente dell’associazione veronese, che aggiunge: "Va poi detto che su 900 reclusi, a causa del turnover legato alle condanne brevi, si arrivano anche a contare tremila persone in un anno. Questo è un disagio non solo per i detenuti ma anche per gli agenti penitenziari".

La protesta prevede il non acquisto di spesa, lo sciopero della fame con astensione totale della fruizione del carrello pasti e la non partecipazione alla funzione religiosa domenicale. Inoltre, nel giorno iniziale e finale di sciopero dalle 8 alle 18.15 si farà un gran chiasso all’interno della struttura con la battitura delle pentole, che "sarà esclusivamente eseguita con oggetti personali e non dell’istituto - precisano i detenuti -, non sarà arrecato danno a cose o persone, saranno rispettati gli orari di apertura e chiusura delle celle". Il comunicato evidenzia anche che le persone incaricate di tenere i contatti con l’autorità non avranno potere di trattativa o di iniziativa.

Da sempre vicina ai detenuti, "La Fraternità" organizza domenica per l’occasione un momento di incontro e di preghiera all’esterno del carcere, a partire dalle 11.30. "L’iniziativa è aperta a tutte le associazioni impegnate nella realtà della pena e della giustizia - si spiega dall’associazione -, ai familiari dei detenuti e a tutti coloro che, con la loro presenza, vorranno testimoniare la loro solidarietà nei confronti di uno sciopero del tutto pacifico che mira a far conoscere alla comunità esterna la situazione di emergenza in cui vivono le carceri italiane".

Bologna: carceri al collasso; in Comune scrive al ministro Alfano

 

Il Resto del Carlino, 27 febbraio 2009

 

La missiva del vicesindaco Paruolo per denunciare il sovraffollamento e lo scarso personale: "Situazione gravissima".

Denunciare "la gravissima situazione in cui versano sia la casa circondariale Dozza sia l’istituto penale minorile di Bologna". Questo l’obiettivo che ha spinto il vicesindaco di Bologna Giuseppe Paruolo e l’assessore provinciale alle Politiche Sociali Giuliano Barigazzi a scrivere una lettera congiunta indirizzata al ministro della Giustizia Angelino Alfano e al presidente della Regione Emilia Romagna Vasco Errani.

Per quanto riguarda il carcere minorile del Pratello, Paruolo e Barigazzi, specificano che le difficoltà sono dovute al "significativo taglio di risorse disponibili per la gestione, che consente unicamente l’erogazione del vitto ai minori detenuti" e alla carenza di personale di sorveglianza e di personale specialistico (in particolare psicologi e mediatori culturali).

Alla Dozza, scrivono i due amministratori, i problemi sono simili: carenza di personale in tutte le aree, (sorveglianza, trattamentale, specialistica, direttiva e amministrativa), ma anche un grave sovraffollamento con "numero di detenuti presenti, ampiamente superiore alla capienza regolamentare". A ciò si aggiungono le "fatiscenti condizioni strutturali" e la "mancata stabilizzazione del direttore" del penitenziario.

"Tale situazione - avvertono Paruolo e Barigazzi - pregiudica la possibilità di adempiere al mandato istituzionale e costituzionale corrispondente alla funzione rieducativa della pena" senza contare che molti progetti di recupero e reinserimento, come l’officina meccanica, il panificio e la sartoria, "per i quali sono già stanziate le necessarie risorse economiche, non possono in questo contesto essere attivati".

Per questi motivi, il vicesindaco con delega alla Sanità e l’assessore provinciale chiedono ad Alfano "di stanziare le risorse necessarie al buon funzionamento di entrambe le strutture ed alla ristrutturazione della Dozza, di coprire al più presto le carenze negli organici, di adoperarsi affinché il numero di detenuti ristretti sia conforme alla capienza regolamentare" e, infine, di provvedere alla stabilizzazione della dirigenza del carcere per adulti. Oltre ad un impegno di collaborazione con il ministero, alla Regione viene invece chiesto di verificare "se sussistono le condizioni per lo stanziamento di ulteriori risorse".

Pisa: "Le ali della fantasia"... una mostra pittura per i detenuti

 

Asca, 27 febbraio 2009

 

È "Le ali della fantasia", esposizione di Giuliano Ghelli all’interno del carcere Don Bosco di Pisa.

Una mostra del tutto particolare, perché si svolge all’interno di un istituto di pena e perché sarà visitabile solo dalla popolazione carceraria ospitata all’interno dell’istituto. La mostra, pensata appositamente per l’occasione, è stata promossa dal Consiglio regionale della Toscana, dalla Casa circondariale di Pisa e dalla fondazione Giuliano Ghelli. In totale sono esposte 22 opere, 9 opere grafiche su carta e 13 dipinti su tela. L’inaugurazione è stata arricchita dalle canzoni del giovane cantautore Simone Baldini Tosi.

Nato a Firenze nel 1944 e residente nel cuore del Chianti, Giuliano Ghelli è uno degli artisti più conosciuti e stimati del panorama nazionale. Dopo la sua prima personale all’estero, a Parigi nel 1974, ha esposto negli Usa, Australia, Germania, Belgio, Grecia, Spagna, Giappone.

"Considero la mia professione un mestiere felice,capace di raccontare emozioni, vita interiore, curiosità intellettuale e coscienza sociale. Un appuntamento intrigante ed appagante è esporre il proprio lavoro al pubblico, partecipare alla interpretazione dei dipinti e all’emozione suscitata in chi li osserva - dice Giuliano Ghelli -.

Ci sono situazioni, come questa della Casa Circondariale Don Bosco di Pisa, dove è impossibile invitare le persone a raggiungere uno spazio espositivo esterno. Allora è necessario organizzare una mostra mobile che vada verso l’interno portando stimoli, colore e racconti fantastici. Il mio desiderio è poter essere d’aiuto nella ricerca di una identità nuova al di là dello spazio e del tempo".

Diritti: prostituzione non è solo un problema di ordine pubblico

 

Redattore Sociale - Dire, 27 febbraio 2009

 

Il commento dell’assessore alle Politiche sociali del Veneto Stefano Valdegamberi: "Condivisibile in linea di principio la proposta di legge presentata dal governo". E sul servizio civile: "Chiediamo maggiore coinvolgimento delle regioni".

È condivisibile in linea di principio la proposta di legge presentata dal governo in materia di prostituzione, ma è insufficiente la sola azione di repressione senza che ce ne sia una di recupero delle prostitute che sono vittime di un circuito criminale che le sfrutta. È questa la posizione della commissione degli assessori regionali alle politiche sociali presieduta dall’assessore veneto Stefano Valdegamberi, che l’ha illustrata oggi a Roma alla Conferenza dei presidenti delle regioni. Molto critico invece il parere sull’altro tema all’ordine del giorno, la modifica della normativa sul servizio civile nazionale, che viene considerata un passo indietro.

"Sulla proposta del ministro Carfagna in materia di prostituzione - ha rilevato Valdegamberi - la posizione della Commissione è di sostanziale condivisione per quanto riguarda l’inasprimento della pena, soprattutto per i reati di sfruttamento e abuso dei minori. Però il contrasto del fenomeno non può essere solo una questione di ordine pubblico riconducibile al solo divieto di prostituzione in strada.

Bisogna invece partire dalla consapevolezza che chi esercita la prostituzione lo fa con un diverso grado di determinazione propria e in molti casi è solo vittima di un traffico criminale che riduce in schiavitù. Quindi, sì reprimere ma nel contempo mettere in atto tutta una serie di politiche di carattere sociale, con un approccio integrato per consentire a queste persone di uscire dai circuiti malavitosi e per non criminalizzare le vittime anziché gli sfruttatori".

"Tra l’altro l’allontanamento dalla strada - ha proseguito Valdegamberi - non sempre è positivo. È vero che va a influire positivamente sul decoro delle zone in cui viene esercitata la prostituzione, ma rischia di peggiorare le condizioni di schiavitù e di sfruttamento di chi ne è vittima, trasferendo il problema in luoghi chiusi in cui viene meno la possibilità di intervento e di controllo sia delle forze dell’ordine sia dei nuclei dei servizi sociali che operano sul territorio".

A questo proposito l’assessore Valdegamberi ha ricordato che il Veneto finanzia diverse progettualità, alcune realizzate con associazioni di volontariato, per cercare di venire in contatto con le prostitute e di sottrarle a questo mercato di cui sono le prime vittime. Per quanto riguarda la modifica della legge sul servizio civile. Valdegamberi ha lamentato un ritorno al passato. "Nel momento in cui si parla si federalismo e di valorizzazione degli enti locali - ha concluso - la proposta del sottosegretario Giovanardi riporta invece la regia di tutto il sistema a Roma.

Siamo d’accordo sul principio dell’unicità del servizio civile, siccome però viene calato sul territorio vorremmo che le regioni fossero coinvolte nei processi di selezione dei progetti, in ragione anche delle competenze che abbiamo in materia socio-sanitaria, ambientale e così via. Non vogliamo, insomma, trovarci progetti calati dall’alto, privi di concertazione e senza nessuna conoscenza delle priorità e dei bisogni locali".

Immigrazione: servono vere politiche migratorie e non "da bar"

di Giuseppe Terranova

 

Agenzia Radicale, 27 febbraio 2009

 

Secondo i dati Istat al primo gennaio 2009 gli stranieri residenti in Italia sono 3 milioni 900 mila, ovvero quasi il 13% in più rispetto al primo gennaio 2008. Attualmente, dunque, la popolazione residente straniera costituisce il 6,5% del totale. Le cittadinanze straniere maggiormente rappresentate sono quella romena (772 mila), albanese (438 mila) e marocchina (401 mila) che, cumulate, costituiscono il 40% delle presenze straniere.

I dati Istat dimostrano come, ormai da oltre un decennio, la presenza di stranieri sul territorio italiano è in costante crescita. Allo stesso tempo è interessante notare che, nel medesimo arco di tempo, grazie al determinante contributo del sistema mediatico italiano, è cresciuto, in modo più che proporzionale, il senso di insofferenza nei confronti dello straniero.

In sostanza, è indubbio che nell’immaginario collettivo immigrato significa semplicemente badante o vu cumprà o clandestino, stupratore e ladro. Naturalmente, a seconda delle scelte del sistema mediatico, cambia l’identificazione della razza pericolosa, ma non la filosofia di base: la demonizzazione dell’immigrato. Così fino a qualche anno fa il vero pericolo era l’albanese; poi dopo l’11 settembre il pericolo era il terrorista musulmano; oggi il vero pericolo è lo stupratore rumeno e così via.

Naturalmente non si può certo negare che una parte della componente straniera presente nel nostro paese si renda protagonista di episodi al di fuori dalla legge, basti pensare che quasi il 40% di detenuti nelle carceri italiane sono stranieri.

Questo, però, non giustifica affatto l’ottuso comportamento prevalente in Italia in questi anni, perché perseverando sulla strada della demonizzazione dello straniero si finisce necessariamente in un cul de sac, per almeno due ragioni: l’Italia è il paese più vecchio al mondo, secondo solo al Giappone, dunque nei prossimi anni necessiterà sempre più di immigrati; inoltre, tale processo di demonizzazione può solo favorire un rigido scontro tra indigeni e stranieri, a discapito della componente produttiva degli immigrati presenti in Italia. Quest’ultimo aspetto merita particolare attenzione, proprio perché è volutamente l’aspetto meno noto, per non dire sconosciuto, del fenomeno migratorio italiano.

Infatti, secondo un recente rapporto della Fondazione Ethnoland, realizzato in collaborazione con Caritas, Abi e Unioncamere, le imprese costituite da immigrati in Italia, al giugno 2008, sono oltre 165.000, ovvero 1 ogni 33 registrate nel nostro Paese. Garantiscono, inoltre, occupazione a un decimo dei lavoratori dipendenti, italiani e stranieri, e contribuiscono alla formazione del 10% del Pil italiano. Senza dimenticare, che, secondo i dati riferiti al 2007, tale imprese di proprietà straniera hanno assicurato un gettito fiscale pari a 5,5 miliardi di euro.

Dati, dunque, davvero sorprendenti che dimostrano la presenza di un’immigrazione di qualità e che "bisogna adoperarsi perché gli immigrati contino più come lavoratori, come imprenditori e come cittadini" - osserva Otto Bitijoka, Presidente della Fondazione Ethnoland e autore con la giornalista Marina Gersony di un libro molto interessante: Ci Siamo, il futuro dell’immigrazione in Italia, edito da Sperling & Kupfer -. In ogni caso, sorprende ancor più il silenzio che avvolge tale aspetto del fenomeno migratorio italiano.

Così fin quando prevarrà questa tentazione degli estremi, in base alla quale si assume un atteggiamento da stadio che contrappone chi è contro l’immigrazione e magari inneggia alla caccia allo straniero; e chi è a favore e auspica un’apertura illimitata delle frontiere in virtù di presunti principi umanitari, il nostro Paese continuerà a non percepire che la principale questione presente nell’agenda della politica migratoria italiana non è se accettare o meno i flussi migratori, ma come gestirli. In breve, in attesa di una politica migratoria, dovremo accontentarci di una politica da bar!

Immigrazione: Maroni; sarà necessario un Cie in ogni Regione

di Marco Ludovico

 

Il Sole 24 Ore, 27 febbraio 2009

 

Un aumento dei clandestini in circolazione. È il rischio di un effetto-paradosso per il decreto legge antistupri, che allunga dagli attuali 60 giorni fino a sei mesi il tempo per trattenere gli immigrati irregolari. Se durerà ancora a lungo, infatti, la resistenza ai nuovi Cie (Centri di identificazione ed espulsione) delle Regioni che si oppongono - e nulla fa pensare al contrario, anzi - si dilateranno i tempi per la costruzione dei centri.

È un rebus che il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, ha intenzione di risolvere al più presto. Ma una soluzione rapida è improbabile. Il decreto legge, però, da lunedì in vigore, prevede anche per gli stranieri già nei centri l’allungamento del periodo di permanenza. Nelle dieci strutture già in funzione, i quasi i2mila posti disponibili sono in pratica già al completo.

Ieri una riunione al ministero dell’Interno ha messo a fuoco uno scenario complicato e rischioso. Maroni sta lavorando per un’intesa con tutte le posizioni riottose - Liguria, Toscana, Campania, solo per fare qualche esempio - ma non ha alcuna intenzione di smuoversi da un principio considerato indiscutibile: è necessaria un centro di identificazione ed espulsione in ogni Regione e non si vede perché, sostiene il responsabile del Viminale, quelle che finora non l’hanno avuto abbiano diritto a rifiutarsi.

In più di un caso, nei colloqui svolti con i governatori, sono state individuate diverse soluzioni e il ministro ha chiesto loro eventuali proposte alternative. In questo momento, insomma, c’è un pressing di mediazione per arrivare a un risultato più o meno condiviso. Ma l’Interno non intende comunque rinunciare al progetto, dichiarato dal ministro fin dal suo insediamento.

"Ci vuole una verifica e la settimana prossima ci sarà una riunione del Comitato interministeriale di monitoraggio della legge Bossi-Fini con la presenza di Regioni ed Autonomie locali per vedere come adeguare il sistema alle necessità" ha detto ieri Maroni nell’audizione alla commissione bicamerale per l’infanzia.

Il decreto legge, però, in questo quadro accelera le urgenze. Perché, considerate le esigenze nate con la permanenza fino a sei mesi, il ministero stima che occorrono 4.800 posti in tutto. Ma i nuovi centri, ora in attesa di un via libera politico, hanno comunque bisogno di almeno otto mesi per essere pronti, anche tenendo conto che in base a un’ordinanza di protezione civile le procedure si abbreviano e non c’è bisogno di indire una gara di tipo europeo.

Servono subito, dunque, soluzioni tampone, anche per non entrare in contraddizione con le scelte politiche intraprese. Perché, in assenza di posti nei Cie, con nuovi flussi di clandestini c’è il rischio di non poter far niente, se non consegnare un foglio di allontanamento allo straniero: ne farà carta straccia.

Così il Viminale ha ipotizzato di potenziare tutti i centri già in funzione, di ogni tipo: Cie, ma anche Cara (Centri di accoglienza richiedenti asilo) e Cda (Centri di accoglienza), che oggi, insieme alle strutture allestite dai Comuni, ospitano circa 14mila persone tra clandestini, richiedenti asilo, profughi e minori.

Ieri in Parlamento Maroni ha ricordato che sempre più minori stranieri soli sbarcano in Italia, quasi tutti a Lampedusa: nel 2008 sono stati 2.124. Molti fanno poi perdere le proprie tracce e ingrossano l’esercito degli "scomparsi": 1.008 solo lo scorso anno, 8.457 dal 1974 a oggi.

Droghe: 1 ragazzo su 2 convinto che cocaina sia droga leggera

 

Notiziario Aduc, 27 febbraio 2009

 

Ammettono di fare uso di sostanze stupefacenti per divertimento e non quando sono tristi, in discoteca ma anche a scuola e allo stadio; pensano che l’alcol faccia male "solo se si esagera", la cocaina una droga leggera tra le meno dannose e l’eroina pericolosa anche se usata una sola volta.

Quasi tutti hanno amici che consumano superalcolici e hashish e, dunque, in qualche misura la considerano una cosa normale. È questa la percezione del rischio droga tra i giovani secondo un’indagine, su 1.800 studenti tra i 14 e i 19 anni, della Asl Roma F.

La droga serve a far parte del gruppo per il 26% degli intervistati, per divertirsi per il 22% e per trasgredire per il 21%. In totale il 59% dei ragazzi dichiara di ricorrere a sostanze stupefacenti quando è in compagnia: il 27,49% assume superalcolici, il 20,13% hashish, il 6% cocaina, il 2,60% ecstasy, l’1,67% acidi e 1,23% eroina.

È la discoteca, per il 43% dei ragazzi, il luogo per eccellenza in cui si fa uso di sostanze, segue la scuola (18%) e lo stadio (11%). La sostanza più temuta è l’eroina sul cui disvalore il giudizio è pressoché unanime. Un 11% dei giovani considera, invece, la cocaina una droga leggera e il 39% la vede come la sostanza meno pericolosa.

Inoltre il 23% giudica gli anabolizzanti non droghe. Oltre il 36% conosce qualcuno che fa uso di hashish, quasi il 60% ha amici che consumano super alcolici e quasi un quarto del campione conosce qualcuno che fa uso di cocaina: "un indicatore indiretto questo - spiegano i responsabili della ricerca - dell’alto consumo di sostanze tra gli intervistati".

Infine, la maggior parte dei ragazzi dichiara che consiglierebbe di rivolgersi ad un Sert (Servizio per la cura delle tossicodipendenze) all’amico con problemi di droga.

L’indagine, realizzata sulla base di questionari anonimi, ha affrontato anche altri comportamenti a rischio frequenti tra gli adolescenti: anche se la maggior parte degli intervistati considera pericoloso correre in macchina sotto l’effetto di sostanze, c’e un 10% che lo giudica poco o per nulla pericoloso, così come un 19% non considera grave il vomito auto-indotto; poco pericoloso per il 52% anche il lanciarsi nel vuoto legati ad un elastico e giocare d’azzardo (53%). Frequenti le risposte positive anche al commettere atti vandalici o ad avere comportamenti sessuali rischiosi.

Il fatto che il 50% dei giovani tra i 14 e i 19 anni considerino la cocaina la droga meno pericolosa "è un grave problema educativo e informativo". Così il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Carlo Giovanardi, commenta l’indagine sulla percezione del rischio droga tra i giovani. Il problema, secondo Giovanardi è che "l’immagine dell’eroinomane è negativa, mentre chi consuma cocaina è considerato di successo. In realtà, invece l’uso della cocaina è micidiale" perché sembra aiutare dando eccitazione, poi, invece crea il crollo psichico e fisico". Secondo il sottosegretario, infatti "basta andare nelle comunità e vedere imprenditori e professionisti che credevano di arrivare al successo con la cocaina e invece ne sono stati travolti". Il sottosegretario ha dunque annunciato che la prossima settimana, con il ministro dell’Istruzione Gelmini, presenterà un portale informativo ed educativo rivolto ai giovani sui danni della droga. "L’indagine infatti dimostra che su questo fronte c’è molto da fare".

"L’indagine sulla percezione del rischio droga tra i giovani conferma la necessità di un lavoro preventivo, informativo e formativo con i giovani utilizzando metodologie innovative e che si adattino alle realtà di vita e culturali dei giovani stessi". A dichiararlo è Alfio Lucchini Presidente nazionale Federserd (Federazione dei servizi pubblici per le dipendenze). "Da sottolineare - aggiunge Lucchini - come la maggior parte dei ragazzi intervistati consiglierebbe ad amici con problemi di uso di sostanze di rivolgersi ai Sert (Servizi per la cura delle tossicodipendenze). Questo dimostra - conclude - la capacità dei Servizi pubblici di adeguarsi ai bisogni della popolazione in termini comunicativi e di risposta ai problemi emergenti".

Droghe: manuale della Croce Rossa sulla "riduzione del danno"

 

Notiziario Aduc, 27 febbraio 2009

 

Pubblicato il manuale: "Hiv/Aids Field Guide: a planning and practice guide to integrating Hiv/Aids into the Icrc’s health work". Dopo l’Oms, l’Unaids e l’Unodc (Ufficio dell’Onu per Crimini e Droghe), anche il Comitato Internazionale della Croce Rossa si unisce al coro di voci a sostegno delle politiche di riduzione del danno, ormai universalmente riconosciute come il mezzo più efficace per prevenire i danni da abuso di sostanze e contenere la diffusione dell’Hiv/Aids.

Importanti le raccomandazioni relative alle prigioni, frutto dell’esperienza derivante dall’aver visitato oltre 500.000 detenuti nel 2008 in tutto il mondo: terapie sostitutive (metadone e buprenorfina); distribuzione di aghi e siringhe sterili; fornitura di varechina per sterilizzare aghi e siringhe; disponibilità di profilattici.

Secondo Massimo Barra, Vice-Presidente della Croce Rossa Internazionale (Commissione Permanente) "Questo documento ci conferma che solo un atteggiamento basato sulle evidenze scientifiche e scevro di ideologie e pre-concetti deve ispirare il mondo nell’intraprendere azioni di lotta all’Hiv/Aids e pianificare programmi di riduzione del danno derivante dall’uso di droghe, e si affianca al manuale "Spreading the light of science - guidelines on harm reduction related to injecting drug use" con cui la Federazione Internazionale già nel 2003 suggeriva alle Società di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa di superare pre-giudizi di tipo paternalistico e di intraprendere, tra le iniziative di lotta alla droga quelle di provata efficacia".

Prevenzione, riduzione del danno e terapia non sono in antinomia tra di loro. Come ha recentemente scritto l’Unodc "La riduzione del danno è stata fatta divenire senza necessità una questione controversa come se ci fosse una contraddizione tra prevenzione e trattamento da un lato e riduzione delle conseguenze sociali e di salute dall’altro. Questa è una falsa dicotomia. Esse sono complementari".

Usa: New York, una città dove funzionano le "ronde di angeli"

di Glauco Maggi

 

La Stampa, 27 febbraio 2009

 

L’ultimo episodio registrato è di qualche giorno fa, quando quattro Guardian Angels (angeli protettori), le ronde di New York, stavano pattugliando la stazione di Patchogue frequentata dai pendolari per Long Island. Visto un uomo che si comportava in modo inurbano (dal rapporto della polizia), i quattro avevano chiesto al conduttore se voleva che il disturbatore fosse rimosso dal treno.

Il macchinista ha declinato l’offerta ma l’uomo è uscito comunque dalla carrozza, aggredendo gli "angeli". Sulla base della loro deposizione alla polizia, l’uomo è stato arrestato e rilasciato, ma con una cauzione da 25 mila dollari in attesa di processo. Giubbotto e berretto rosso, e T-shirt bianca d’estate, i volontari che girano per le strade 24 ore su 24, sette giorni su sette, frequentando gli eventi all’aperto e tenendo lezioni di ordine e impegno civico nelle scuole, sono un’istituzione consolidata nella Grande Mela.

Ma la stima se la sono conquistata in 30 anni di servizio, diventando con il tempo un’organizzazione internazionale che ora conta circa 5000 aderenti, alcune centinaia a New York, con affiliazioni in 136 città di Paesi in tutto il mondo. "Compreso il Sud Africa e, in Europa, l’Olanda e la Gran Bretagna", ha raccontato a La Stampa Curtis Sliwa, il fondatore e presidente del network. "Siamo indipendenti dalla polizia. Tutti volontari che hanno altri lavori e che prestano otto ore di servizio settimanale", spiega.

"Per essere ammessi bisogna fare un corso di addestramento di tre mesi. Non portiamo armi e lavoriamo con il telefonino. Giriamo, vediamo e riferiamo agli agenti se c’è qualche cosa di sospetto. La nostra presenza è un fattore di dissuasione". Sliwa, la cui famiglia italo-polacca ha radici pugliesi, ha 55 anni e ha deciso che doveva "fare qualcosa" nel febbraio del 1979, quando lavorava come manager di notte nel locale di McDonald’s sulla East Fordham Road nel Bronx, vicino alla Fordham University.

"L’area era il peggiore esempio di come la gente aveva perduto la propria sensibilità sociale. La gente guardava dall’altra parte quando succedevano dei delitti nelle strade e sui mezzi pubblici perché voleva solo arrivare viva a casa", ha ricordato Sliwa ad una recente celebrazione del trentennale del suo gruppo. Era la New York il cui livello di degrado e delinquenza crescente avrebbe preparato il terreno per la tolleranza zero di Rudy Giuliani nel 1994. "La nostra è stata un’organizzazione che ha avuto inizi difficili", dice Sliwa alludendo a quando il sindaco d’allora, Ed Koch, bollò l’iniziativa con il termine dispregiativo di "vigilantes".

Il primo nome della pattuglia dei 12 amici che si unirono a Curtis per combattere il crimine fu "i magnifici 13", un tono cinematografico da bulli dalla parte del bene, riconoscibili fin dagli esordi per il berretto rosso. Se le autorità municipali mostrarono iniziale diffidenza, gli studenti e lo staff dei docenti della Fordham, che conoscevano di persona i volontari del quartiere, li apprezzarono subito.

Giuliani, una volta sindaco, riconobbe il ruolo indipendente ma utilissimo delle squadre di Sliwa, di cui divenne amico personale. La vicinanza tra i due, in nome dell’ordine e della condivisa fede politica conservatrice, ha persino portato gli angeli a fungere da guardie del corpo di Giuliani nell’ultima campagna elettorale. Gli angeli hanno avuto due vittime nei loro ranghi, una nel 1981 per un equivoco con la polizia di Newark, New Jersey, e un secondo ammazzato da una banda nel 1983 a New York.

Ma lo stesso fondatore è stato ferito a colpi di pistola un paio di volte da membri delle famiglie mafiose dei Gotti e dei Gambino. Sliwa fa il conduttore di programmi radio, oltre a guidare il network nella sua espansione negli Usa e internazionale. Con il marchio Guardian Angels sono sorte sezioni, tra le altre, a San Francisco, Chicago, Boston, Filadelfia, Londra, Dallas, Tokyo, Houston, Città del Capo e Auckland.

Gli angeli hanno un sito www.guardianangels.org e da tempo affiancano la militanza nelle strade ad una missione educativa, lavorando con le scuole per creare una cultura dell’impegno civico e contro il crimine, e insegnano autodifesa e emergenza anti-disastri. Hanno anche aperto un sito contro i crimini via Internet, i CyberAngels. Sono registrati come un ente senza scopo di lucro e raccolgono fondi dal pubblico.

Usa: Maroni; cautela su accoglimento detenuti di Guantanamo

 

Apcom, 27 febbraio 2009

 

Le posizioni dei ministri degli Interni dei Ventisette sulla possibilità di accogliere gli ex detenuti di Guantanamo restano "discordanti", dopo una lunga discussione svoltasi oggi a Bruxelles, fra "paesi assolutamente contrari e altri possibilisti"; per ora, prevale un atteggiamento di "cautela" da parte dell’Ue, così come da parte dell’Italia, che ha molti dubbi. Lo ha riferito ai cronisti il ministro degli Interni Roberto Maroni, alla fine del Consiglio Ue odierno su Giustizia e Affari interni.

Maroni ha spiegato che ci sono ancora diversi problemi, in particolare riguardo a due punti: il fatto che le decisioni competono a ciascuno Stato membro, ma riguardano poi anche tutti gli altri paesi partecipanti al sistema di Schengen per la libera circolazione delle persone; e la mancanza di una base giuridica che consenta, eventualmente, di trattenere legalmente in uno Stato membro un ex detenuto di Guantanamo.

"Non lo si può espellere verso paesi in cui rischierebbe di essere ucciso o torturato, ma allora, come trattenerlo?", ha chiesto il ministro.

A un cronista che chiedeva se l’Italia sia disposta ad accogliere uno dei 60 ex detenuti considerati sicuri, Maroni ha risposto: "Vogliamo più informazioni, vogliamo sapere chi sono, di che cosa sono incriminati". Informazioni, ha aggiunto, che "potranno venire dalla missione a Washington della presidenza di turno ceca dell’Ue e del commissario europeo alla Giustizia Jacques Barrot", in programma il 16 e 17 marzo.

Per il ministro, comunque, l’eventuale assenso dovrà avvenire "all’unanimità, almeno da parte dei paesi di Schengen", compresi quelli che non fanno parte dell’Ue come la Svizzera, che vi ha aderito recentemente con un referendum.

A proposito dei problemi derivanti dalla libera circolazione delle persona garantita da Schengen, Maroni ha ricordato il caso dei palestinesi della Basilica della natività di Betlemme, definendolo "un precedente che l’Italia ha gestito con grande difficoltà, e che non ha dato risultati soddisfacenti". Deroghe al sistema di Schengen, d’altra parte, possono essere solo temporanee, in casi di emergenza, e applicati per brevi periodi, ha ricordato il ministro.

Germania: presto arresti domiciliari con "cavigliera elettronica"

 

Ansa, 27 febbraio 2009

 

In Germania arrivano gli arresti domiciliari, ma con la rigida imposizione della cavigliera elettronica di controllo. Il ministero della Giustizia del Baden Wuerttemberg ha annunciato che questa forma di pena detentiva entrerà in vigore prima dell’estate nel suo Land, per poi diffondersi a livello nazionale. L’incarico di controllare grazie alla cavigliera l’effettiva presenza del detenuto nella propria abitazione sarà affidato a una società privata.

 

 

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