Rassegna stampa 3 ottobre

 

Giustizia: criticarono lodo Alfano, giudici "indagati" da Csm

 

La Repubblica, 3 ottobre 2008

 

Il Csm ha aperto un fascicolo su Fabio De Pasquale, uno dei pm milanesi impegnati nel processo Mediaset, e sul presidente del Tribunale per i minori ed ex sindaco di Genova Adriano Sansa. Il Comitato di presidenza dell’organo di autogoverno della magistratura, "riunito oggi in via d’urgenza", ha quindi accolto la richiesta avanzata in mattinata dai consiglieri laici del Pdl Gian Franco Anedda e Michele Saponara. Un atto dovuto, come sottolineato dallo stesso Anedda, in tutti i casi in cui uno o più consiglieri sollecitino l’apertura di un fascicolo.

Due giorni fa era stato il ministro della Giustizia Angelino Alfano a invocare un’iniziativa del Csm sul De Pasquale, colpevole di aver definito "criminogeno" il Lodo che porta il nome del Guardasigilli e che garantisce l’immunità alle quattro più alte cariche dello Stato. Sulla questione Alfano aveva avuto un secco scambio di battute con il vice presidente del Csm Nicola Mancino.

Secondo la richiesta di Anedda e Saponara, l’indagine del Csm dovrà verificare se per De Pasquale non si sia determinata una situazione di incompatibilità ambientale o funzionale; cioè se non sia il caso di trasferirlo d’ufficio da Milano o dalle sue funzioni di pubblico ministero.

De Pasquale aveva definito "criminogeno" il Lodo Alfano quando al processo Mediaset, che vede imputato il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi per la compravendita di diritti televisivi, aveva sollevato l’eccezione di costituzionalità sulla legge. E per questo era finito sotto gli strali del ministro: "È inaccettabile che un pubblico ministero in pubblica udienza definisca criminogena una legge dello Stato", aveva tuonato Alfano.

La pensano così anche Anedda e Saponara che giudicano le parole di De Pasquale, come pure quelle di Sansa, "lesive del prestigio delle più alte cariche dello Stato e delle istituzioni costituzionali". Si tratta di dichiarazioni - scrivono nella loro richiesta - che "vanno ben al di là dei giudizi critici consentiti dalla libertà di espressione e coinvolgono con concetti e parole denigratori cariche e organi costituzionali".

L’iniziativa non convince due autorevoli ex consiglieri del Csm, nonché esponenti dell’Associazione nazionale magistrati. La ritiene "preoccupante" il procuratore di Asti Maurizio Laudi, che parla di un uso "anomalo" dello strumento del trasferimento d’ufficio. Si dice "stupito" il procuratore aggiunto di Roma Nello Rossi, che fa notare: nel sostenere le sue tesi in un processo il pm gode della "più ampia libertà di parola", anche quando utilizza argomentazioni "opinabili".

Sansa è invece sotto esame per le parole pronunciate in una pubblica assemblea qualche giorno fa. L’ex sindaco di Genova aveva definito Berlusconi "primo ministro piduista circondato da persone che servono lui e non lo Stato" e aveva indicato quale "unico titolo di merito" del ministro Alfano il fatto di essere "un fedelissimo del premier".

Giustizia: lotta alla criminalità… non chiamatela guerra civile

di Francesco Merlo

 

La Repubblica, 3 ottobre 2008

 

Non è questione di grunf o di grung. Maroni dice "guerra civile" e La Russa risponde "guerra per bande". E non sono borbottii, non sono le "voci di dentro" dei ministri dell’Interno e della Difesa che, in banale conflitto di competenza, si contendono, nel reciproco rispetto formale, il governo dell’esercito, vale adire il monopolio della forza istituzionale.

C’è qualcosa di più. Nessuno infatti capisce come potrebbe l’emergenza camorra, così drammatica e seria accendere una te-nace disputa semantica in due uomini che peraltro sono entrambi notoriamente spicci e drasticamente immuni dal "mal dì parola". Eppure i due si accaniscono. E, dei due, Maroni usa l’espressione "guerra civile" invece di panare di lotta senza quartiere alla criminalità organizzata come facevano, per esempio, Falcone e Borsellino riferendosi alla mafia dei corleonesi che pure prendeva di petto i simboli dello Stato. Persino quella del prefetto Mori, che pure fu guerra totale alla mafia, non fu guerra civile. Perché dunque oggi Maroni parla di guerra inter cives, di guerra tra cittadini di una stessa comunità e di uno stesso Stato, di guerra tra italiani e italiani?

Per la verità, se non ci fosse stato l’accanimento linguistico - nelle riunioni di governo, al Senato, in tv, sui giornali - non avremmo perso tempo diètro la "guerra civile" di Maroni. E se da parte del meridionale La Russa non ci fosse stata quella correzione altrettanto ossessiva - "non guerra civile ma guerra per bande" - avremmo anzi considerato il "lapsus" di Maroni come un’imprecisione utilizzata per mostrare il lodevole impegno dello Stato e la sua determinazione. Maroni ha parlato, per la prima volta, di guerra civile quando furono uccisi i sei extracomunitari di colore ed è probabile che non abbia voluto dire che le vittime erano italiane come i loro carnefici: fratelli bianchi contro fratelli neri.

Maroni ha di nuovo evocato la guerra civile quando ha annunziato l’impiego dell’esercito (che, per la verità, nelle guerre civili si divide in ribelli e governativi). Insomma, se Maroni fa - come pare - un uso consapevole della lingua italiana, è perché davvero pensa che quel pezzo di Sud non è vittima della camorra ma è egemonizzato dalla camorra e perciò deve essere espugnato e bonificato: Italia contro Italia dunque. L’esercito del Nord contro il Sud eversore?

Le guerre civili che a casaccio ci vengono in mente sono quelle tra spagnoli franchisti e spagnoli antifranchisti e tra gli antifascisti italiani e i fascisti italiani. Com’è noto, la discriminante in quei casi fu ideologica, mentre in questa guerra civile di cui parla Maroni sarebbe geopolitica, come se stessimo ancora all’inizio del processo di unificazione quando il Sud insorgeva in armi con il banditismo in varie forme alimentato dalle forze borboniche e da quelle clericali vaticane.

Quella sì che fu guerra civile, con lo stato d’assedio in alcune regioni meridionali, paesi messi sottosopra, coprifuoco, processi sommari, esecuzioni. In una guerra civile infatti tutti devono armarsi, non ci sono neutralità possibili: o con me o contro di me. E ogni atto di generosità è una dimostrazione di debolezza. Intendiamoci, fosse pure solo "scena" farebbe comunque bene il governo ad intervenire con l’esercito contro la camorra che è un’organizzazione da affrontare con personale altamente qualificato, tecnologie avanzate, coraggio fisico e, oltre agli strumenti della civiltà giuridica, anche l’orgoglio di uno Stato che convince perché vince.

Se ci sono fermezza e fierezza a poco a poco saltano tutte le connivenze, e anche le indifferenze e i facili opportunismi. La mafia siciliana di Toto Riina fu combattuta e ridimensionata con la repressione militare, con il rinnovamento e la qualificazione dell’apparato investigativo e della magistratura inquirente e, per contorno, con il coinvolgimento della politica e anche del territorio, che non era mafioso, così come a Caserta non è camorrista. Mai le guerre alla criminalità, per quanto forti, sono guerre civili. A Chicago come a Caserta un criminale è un criminale e non un cittadino.

Dunque, secondo noi, ha ragione La Russa quando dice che "parlare di guerra civile significa fare un favore ai camorristi". Non vorremmo che il siciliano La Russa lo dica per un malinteso patriottismo sudista, ma è certo che l’idea di guerra civile nobilita e ingentilisce il criminale, lo promuove civis, abitante della civiltà. Persino nella storiografia del dopoguerra italiano il concetto di guerra civile è stato il lungo approdo dei vinti (è solo del 1991 il famoso libro di Claudio Pavone, Guerra civile appunto, edito da Bollati Boringhieri).

Ma c’è di più. Non solo la guerra civile promuove il camorrista, ma lo rende il rappresentate di una comunità e di un territorio che in questo caso sarebbe, agli occhi di Maroni, il sud d’Italia. Ebbene, proprio a questo aspirano da sempre la mafia e la criminalità organizzata, a spacciarsi per il Robin Hood del Meridione, per il Cid, per il cavaliere armato del popolo e dei poveri.

Alla fine il nostro sospetto è che ci possa essere il solito pasticcio leghista dietro l’espressione "guerra civile". E lo diciamo benché ci piaccia e ci sembri pure in buona fede la dichiarazione di guerra totale che Maroni ha fatto alla camorra che, nel Casertano come in tutta la Campania, va affrontata come si affrontano i vibrioni del colera o i batteri della meningite. E ci va anche bene che un ministro del Nord si occupi del Sud, senza quella paccottiglia consolatoria del meridionalismo che, diceva Salvemini, "ci ha fregati per tre secoli" e, correggeva Benedetto Croce, "ci salva da tre secoli".

Purché nel nome del dio Po, Maroni non pensi davvero che si tratti di una guerra civile e che sia magari l’onda lunga dell’antica guerra tra i normanni, i celti e gli arabi meridionali... se così fosse la prossima volta Maroni potrebbe persino dire che, contro la camorra, lo scontro è di razza.

Giustizia: aggressione razzista; cinese picchiato da una gang

di Massimo Lugli

 

La Repubblica, 3 ottobre 2008

 

"Cinese di m....". Poi un terribile diretto in piena faccia. Tong Hong-shen, 36 anni, arrivato anni fa dallo Zhejang, in regola coi documenti di soggiorno, crolla a terra alla fermata del bus di via Duilio Cambellotti, Tor Bella Monaca, sputando sangue e denti rotti mentre un gruppo di cinque o sei adolescenti tra i 15 e i 17 anni si dà alla fuga.

Ancora razzismo nella banlieu romana dove lunedì sera, a poche decine di metri di distanza, due giovani africani erano stati aggrediti e pestati da un altro gruppo di ragazzini: tre fermi (tra cui un giovane nato a Nizza, di pelle scura) denuncia a piede libero e tanti saluti. E anche ieri sera i vigili dell’VIII gruppo e del gruppo sicurezza della municipale hanno fermato sei ragazzi accusati del pestaggio anche se solo uno, Michele F., sedici anni, ha sferrato il pugno.

Bullismo e razzismo, una miscela esplosiva che sta divampando da giorni in tutta la zona. Negli ultimi tempi, un gruppo di adolescenti aveva preso di mira le macchine del comando dei vigili, rompendo i vetri e danneggiando le carrozzerie.

Poi era toccato a un’ambulanza del 118. E ancora: i vasi del centro commerciale accanto al teatro del quartiere: una struttura d’avanguardia, uno dei tentativi di portare cultura e socialità nelle vecchie borgate. "Li ho visti che li rovesciavano uno ad uno - racconta il custode che non vuol dire il suo nome - urlavano: qui comandiamo noi, facciamo come ci pare". Lunedì sera il pestaggio di Sy Silleye, 44 anni, senegalese, e Felix Asante, di 19, della Guinea. "Sporchi negri, tornatevene a casa", poi una gragnola di calci, pugni, bastonate. I vigili piombano sul posto e acciuffano tre ragazzi, T. A., 15 anni, V. A., di 16 e J. C. C. A., di 16. Ma i tre fanno i duri e quando li portano davanti agli immigrati cercando di aggredirli di nuovo: "Ma che c... state a dì, negri, non siamo stati noi". I vigili sono costretti a usare lo spray urticante e a immobilizzarli con la forza. I genitori, inizialmente, si complimentano con la municipale ma, il giorno dopo, un papà si presenta furioso al comando, accusa i vigili di aver picchiato il figlio e minaccia denunce. E in questo clima si arriva a ieri mattina, ore 13,30 circa.

"Stavo scendendo dalla macchina a pochi metri dalla fermata - racconta Fernando Vendetti, consigliere circoscrizionale del Pdl, che ha assistito a tutta la scena - quel signore asiatico aspettava l’autobus e guardava dall’altra parte. Ho visto un gruppetto di cinque o sei adolescenti arrivare di buon passo. Uno, un tipo alto con una felpa e un berretto bianco, li ha preceduti, ha fatto un gesto come per dire: adesso vi faccio vedere e poi all’improvviso ha urlato: cinese di m... e lo ha colpito al viso con tutta la forza. Ho gridato: ma che fate, siete pazzi? Vi ho riconosciuto... Hanno esitato un attimo, come se fossero stati incerti se prendersela anche con me e poi sono fuggiti. Ho soccorso il ferito, ho cercato di metterlo in piedi ma aveva tutta la faccia devastata e continuava a ripetere: io non ho fatto niente". Frattura del naso, 30 giorni di prognosi e intervento chirurgico per Tong mentre le reazioni politiche sono durissime. Il Pd denuncia la deriva "razzista". "I colpevoli devono essere puniti in modo esemplare" si augura il sindaco Alemanno. "Spero che stavolta nessuno metta la testa sotto la sabbia o tenti di sminuire la gravità dell’episodio" gli fa eco Walter Veltroni.

Giustizia: Alemanno; la "tolleranza zero" contro ogni razzismo

 

Il Messaggero, 3 ottobre 2008

 

"Tolleranza zero contro ogni forma di violenza razziale e piena solidarietà al ragazzo cinese, vittima dell’aggressione". È all’insegna della fermezza la risposta di Gianni Alemanno sui fatti avvenuti ieri a Tor Bella Monaca, estrema periferia orientale di Roma. Il sindaco rimarca "l’assoluta necessità di pene severe nei confronti dei responsabili". Ma l’episodio riaccende la polemica politica su violenza e intolleranza di matrice xenofoba.

L’affondo arriva da Walter Veltroni, segretario del Partito democratico: "È un’aggressione che ha tutti i segni del razzismo e della xenofobia, in un grande quartiere della periferia - sottolinea l’ex sindaco della Capitale - Spero che stavolta nessuno metta la testa sotto la sabbia o tenti di sminuire la gravità dei fatti".

Veltroni chiama alla reazione: "Battersi contro questo clima e questi fenomeni è un dovere di tutti - dice il segretario del Pd - i rischi del ripetersi di simili gravissimi episodi sono enormi in un Paese in cui qualcuno ha speculato sulle paure dell’altro, dello straniero, da chi ha la pelle di un colore diverso. Noi lo faremo con tutto l’impegno e la forza necessaria". Tutto il centrosinistra parte lancia in resta, parlando di allarme sociale.

Anna Finocchiaro, presidente dei senatori Pd, chiede al Governo "azioni concrete per fermare questa spirale xenofoba", invece "di annunciare provvedimenti per i graffiti sui muri".

"L’aggressione di Tor Bella Monaca dimostra che è davvero cominciata la caccia al diverso - incalza il deputato Pd Jean-Leonard Touadi, ex assessore capitolino alla sicurezza -. Ora basta, dobbiamo fermarci finché siamo ancora in tempo: occorre che la politica si fermi, ammetta l’esistenza di una questione razzismo e avvii un confronto per spegnere questo incendio". E il capogruppo Antonello Soro chiede al Governo di "riferire quanto prima" a Montecitorio, per conoscere quali misure intenda prendere "per sradicare questo pericoloso clima di paura e di intolleranza che sta crescendo nel Paese".

Dalla sinistra radicale arriva la richiesta di una "immediata mobilitazione antirazzista", come dice Claudio Fava, coordinatore nazionale di Sinistra democratica, mentre Rifondazione comunista parla apertamente di "clima di odio creato dalle destre". Tra le istituzioni locali, il presidente della Regione Lazio chiede che l’aggressione vanga punita "con la più assoluta fermezza". Roma, ricorda il governatore, "deve la sua fama internazionale al fatto di aver dato origine a una cultura millenaria, fatta di pace e di accoglienza: dovremo trovare il modo di spiegarlo a questi ragazzi".

E Nicola Zingaretti, presidente della Provincia di Roma, vede "il rischio che nelle periferie della nostra città esploda una vera e propria emergenza razzismo". Più cauta la posizione del deputato Udc Luca Volonté: "Non penso che in Italia ci sia un’emergenza razzista, ma la frequenza di episodi di violenza sugli stranieri non deve far banalizzare la situazione", sostiene il parlamentare centrista.

Nel centrodestra, il deputato Pdl Marco Marsilio elogia "l’eroico comportamento del consigliere di An del Municipio Vili, che ha fermato l’aggressione. Se in questa ignobile aggressione gli uomini di destra hanno avuto un ruolo - aggiunge Marsilio - è stato sicuramente quello di intervenire tra i primi per difendere il giovane cinese dalla furia degli assalitori". Roma, "è la città dell’accoglienza e del rispetto di tutti: gesti del genere non possono essere tollerati - scandisce il vice sindaco della Capitale, Mauro Cutrufo - Al giovane cinese ferito va tutta la mia solidarietà. Al corpo dei vigili urbani va invece un plauso per la brillante operazione e per la prontezza del loro intervento".

Giustizia: troppi casi, intolleranza rischia di diventare valanga

di Luigi Accattali

 

Il Corriere della Sera, 3 ottobre 2008

 

"No l’Italia non è razzista, non ha senso generalizzare. Ma la ripetizione di questi brutti episodi di violenza dice che ci troviamo di fronte a un discrimine: dobbiamo riflettere e agire perché la tendenza al rigetto dello straniero non diventi valanga. Non siamo razzisti ma forse molti tra noi sono a rischio di diventarlo": è il commento dell’arcivescovo Agostino Marchetto, segretario del Consiglio vaticano per i migranti e gli itineranti.

 

Che dice di quello che succede oggi rispetto al nostro passato?

"Dico che non possiamo più cavarcela con il richiamo alla tradizionale tolleranza italiana. È vero che siamo stati un popolo ospitale, ma oggi la questione si è fatta più ardua, è diversa la quantità di chi bussa alla porta. Non viviamo un mo mento felice e occorre comprendere che si tratta di far fronte a un’emergenza".

 

E che dice dell’Italia rispetto a Paesi a noi somiglianti?

"I problemi ci so no dappertutto e l’intera Europa sta vivendo un momento di allarme per la sicurezza che spinge a ridurre gli spazi dell’accoglienza. Ma non si può negare che l’Italia stia venendo a trovarsi in una situazione particolare, forse per la sostanziale novità della sfida. Gli episodi di intolleranza si fanno davvero frequenti. Urge riflettere".

 

Chi deve farlo?

"Tutti, ai vari livelli di responsabilità. La scuola dove i ragazzi stranieri ormai sono così numerosi, tanto che alcune famiglie sono tentate di togliere i figli da istituti troppo interetnici. I mass media che raccontano e rischiano di ingigantire i fatti. Ogni momento della vita associata La Chiesa certamente e certamente il mondo della politica. Da come il problema viene discusso nei luoghi istituzionali viene anche un ammaestramento per l’opinione pubblica".

 

La Chiesa non batte troppo sul tasto dell’accoglienza?

"Che dovremmo fare in un momento in cui la tendenza è a battere sul tasto della sicurezza? Il richiamo al fatto che anche il clandestino è un fratello da chi potrebbe venire se non dalla comunità cristiana?"

 

Non sarà che anch’essa se ne è accorta tardi?

"Direi proprio di no! Già più di 50 anni fa Pio XII pubblicava un documento sulla famiglia migrante intitolato exul familia che oggi ci appare profetico e che trova un’attualità dilatata nella stagione della globalizzazione".

Giustizia: Maroni; decreto legge per "stretta" sui "domiciliari"

 

Agi, 3 ottobre 2008

 

In Parlamento, al dibattito sulla conversione del decreto legge voluto dal governo per fronteggiare l’emergenza camorra, il ministro dell’Interno Roberto Maroni porterà una misura "per risolvere il problema dei domiciliari a chi non ha diritto". Lo annuncia lo stesso ministro nel corso dell’appuntamento con la stampa al termine di una riunione operativa a Caserta. Lo spunto viene da una domanda sulle ipotesi di riapertura degli istituti di pena di Pianosa e dell’Asinara. "Non compete a me esprimere opinioni su queste che sono ipotesi - dice Maroni - penso però che debbano essere realizzate nuove strutture per ridurre il rischio che si possa pensare che la soluzione al sovraffollamento delle carceri sia quella di concedere più benefici domiciliari". Il ministro ricorda il caso del primo dei killer della strage di Castel Volturno, Alfonso Cesarano, che era già ai domiciliari e sottolinea che anche di questo si e’ discusso nella riunione.

"Abbiamo analizzato la questione, come impedire che chi vada ai domiciliari possa sparare e come garantire che chi ci va abbia tutti i diritti per andarci e non altri motivi". Poi, ribadendo che i domiciliari "a volte sono concessi quando non dovrebbero esserlo", sottolinea che la questione è stata sollevata dal coordinatore della Dda napoletana Franco Roberti e che nel vertice "sono uscite proposte interessanti. Ho chiesto mi venga avanzata una proposta scritta. La valuterò con gli uffici e sono pronto a portarla nella conversione del decreto. Penso che questa misura potrà risolvere il problema".

Giustizia: nelle carceri italiane è negato il diritto all’affettività

di Davide Madeddu

 

L’Unità, 3 ottobre 2008

 

È una pena accessoria non scritta. Ossia l’affettività negata dal carcere. Perché la porta che si chiude alle spalle del detenuto lascia fuori anche la possibilità di coltivare gli affetti. E nega, quindi, ai detenuti anche la possibilità di avere incontri anche intimi o sessuali con i propri partner.

Riccardo Arena di Radio carcere spiega: "Il problema non è quello che funziona ma quello che non c’è. Si fa prima a dire cosa c’è e come si va avanti, con sale colloqui sistemate in cameroni dove tutti sono assieme. È chiaro che l’intimità sparisca". Non è tutto. "La pena ha come effetto, scontata in questo modo, quello di distruggere anche le famiglie. Diciamo pure che la mancanza di affetto e affettività tra detenuti e parenti è una pena accessoria non scritta ma veramente grave".

Inutili, a sentire Arena, che è avvocato penalista, i paragoni con altri paesi. "Siamo lontani anni luce dalla Spagna. E poi bisogna pure dire che allo stato delle cose non ci sono neppure gli spazi perché a questo aspetto pochi hanno dato importanza".

Una situazione che, come spiega anche Vittorio Antonini, ergastolano e presidente dell’associazione Papillon di Rebibbia "ti porta ad innamorarti dell’insegnante piuttosto che del volontario o della volontaria perché all’interno delle carceri manca la cosiddetta vita normale".

Un esempio per spiegare anche quanto avvenuto poco tempo fa a Pisa dove un’insegnante di settant’anni è stata denunciata da un ispettore della polizia penitenziaria per essere stata sorpresa con un detenuto quarantenne.

"È la natura del carcere, la costrizione e la negazione di questa fetta di normalità - prosegue Antonini - che fa nascere queste cose". Ornella Favero, direttore responsabile dell’agenzia di informazione "dal e sul carcere" www.ristretti.it non ha dubbi: "L’Italia è dietro altri paesi anni luce. Le sale per i cosiddetti colloqui intimi esistono anche in Albania, negli Stati uniti e in alcuni stati dell’America latina - dice - solo l’Italia non prevede la tutela di questo importante aspetto della vita".

Per affrontare il problema con cui devono convivere le migliaia di detenuti distribuiti nelle diverse carceri d’Italia Ornella Favero non usa giri di parole. Non fosse altro per il fatto che la sua associazione e la sua rivista agenzia da anni affrontano e ne discutono. "Non è la prima volta che nella nostra redazione si parla di sesso - dice - , ma la cosa triste è che passano gli anni, passano le discussioni, ma nulla cambia".

"La proposta di legge sugli affetti, sul "diritto all’intimità", elaborata nella Casa di reclusione di Padova nel 2002, giace mai calendarizzata, e per dirla rudemente "non gliene frega niente a nessuno" o quasi". Situazione che però non scoraggia i volontari: "Ma noi insistiamo testardamente a parlare dei disastri prodotti dalla privazione del sesso nelle persone, e manteniamo viva l’attenzione su un Ordinamento penitenziario che mette le famiglie al centro del percorso di reinserimento del detenuto".

Da qui il quesito che pone il direttore di Ristretti Orizzonti: "La domanda, assolutamente elementare, è allora la seguente: ma quali famiglie? Quelle sfasciate dalla galera? Di tutto questo abbiamo discusso recentemente in redazione".

Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, l’associazione che si occupa della difesa dei diritti dei detenuti, ricorda quando "siamo andati vicini a trovare una soluzione". "Era il periodo del governo D’Alema e sottosegretario era Franco Corleone e Alessandro Margara - spiega Gonnella - e in quel periodo si cercò di ottenere una regolamentazione più elastica dei rapporti tra conviventi o coniugi in sale chiuse e senza controllo visivo". Progetto che però viene stoppato da una sentenza del Consiglio di Stato.

"La legge prevede che ci sia un controllo visivo mentre il regolamento proprio questo aspetto non lo prevedeva e il Consiglio di Stato aveva rimarcato la necessità di modificare quindi la legge". Risultato? "Non si è fatto più nulla e oggi, con quello che sta succedendo, pensare che possiamo stare al passo con gli altri paesi diventa veramente un’utopia".

Luigi Manconi, presidente dell’associazione A Buon Diritto ed ex sottosegretario alla Giustizia avrebbe una proposta: "Il problema è che vanno trovate soluzioni logistico residenziali che possano per un verso il rispetto della norma generale e per l’altro garantire la possibilità di una vita affettiva ancorché limitata" perché, aggiunge "non esiste ragione al mondo o norma che prevede questa sorta di mutilazione della sessualità, non esiste norma che preveda una castità coatta e per contro è agevole dimostrare in termini scientifici che una vita di relazione anche sessuale è un contributo fondamentale all’identità e all’equilibrio del recluso e reclusa".

 

L’amore in una cella, una testimonianza

 

È il dramma che non si racconta. Che tutti vivono in silenzio dentro la cella: quello di non poter toccare la pelle di una donna o anche di sentirne solo la voce anche lontano dal chiasso della sala colloqui. Elton Kalica, detenuto albanese racconta il suo dramma e i problemi in un lungo intervento pubblicato proprio da Ristretti Orizzonti, e scritto al termine di una sorta di tavola rotonda sul sesso, amore negato e carcere. Una lettera dura, cruda e diretta in cui Elton Kalica racconta il suo dramma, rimane in carcere dieci anni, che è poi quello che accomuna buona parte dei detenuti presenti nelle carceri d’Italia.

 

"Qualche mese fa, leggendo dei giornali provenienti dall’Albania, il mio paese, mi sono imbattuto in una notizia che ho subito raccontato ad un detenuto italiano, che ha reagito in un modo che ho trovato assai singolare. Dico questo perché, nonostante i dieci anni passati in un carcere italiano, a volte mi trovo in difficoltà a capire certi comportamenti delle persone che ho intorno. La notizia in questione riguardava una protesta messa in atto dai detenuti delle carceri albanesi in seguito ad una circolare del Ministero che riduceva l’orario del cosiddetto "colloquio intimo".

"In tutte le carceri del Paese, dopo aver appreso la notizia, i detenuti hanno cominciato a manifestare la loro contrarietà sbattendo le pentole contro le sbarre e chiedendo il ripristino del vecchio orario. Il colloquio intimo è un istituto ereditato dal precedente regime comunista e che, in questi quindici anni di liberismo, è riuscito a sopravvivere e non è mai stato messo in discussione, eccetto questa modifica dei tempi che, secondo il governo, è stata imposta dal sovraffollamento, e quindi le stanze dell’intimità costruite per ospitare i condannati e le loro famiglie non bastano più per tutti. Da qui la decisione di portare la durata dei colloqui intimi a otto ore invece delle sedici previste precedentemente. Quando ho finito di tradurre l’articolo, il mio compagno detenuto mi ha detto: "Che schifo, io di fronte alle guardie non farei mai all’amore con mia moglie", lasciandomi perplesso cucinare qualcosa per pranzare insieme, e vi è anche un letto matrimoniale in modo che se si vuole si può fare all’amore.

Questo tipo di colloquio in Italia non esiste e, mentre spero che qualcuno in questo Paese capisca il sentimento di scontento dei detenuti albanesi per riflettere sull’importanza dell’amore in carcere, mi ritrovo a discutere con detenuti che, per un senso di pudore, di amore in carcere non ne vorrebbero nemmeno parlare. Di certo non condividerò mai questo modo di pensare, poiché io invece dell’amore voglio proprio parlare, perché ritengo che dietro la mancanza dell’amore in galera si nascondono tormenti e si alimentano frustrazioni che non covano nulla di rieducativo, ma fanno soltanto danni. La questione secondo me sta tutta nel modo in cui si affronta da anni il problema degli affetti per i detenuti. C’è chi vede gli affetti come una necessità spirituale oppure come un bisogno strettamente sentimentale, altri li considerano come qualcosa che il condannato perde insieme alla sua libertà. Personalmente, vedo l’affetto come un miscuglio di sentimento d’amore e di necessità carnale, di cui l’uomo ha un continuo e fondamentale bisogno, indipendentemente dal posto in cui si trova. Sono sicuro che, se interpellate, molte persone daranno più importanza ai sentimenti, e forse diranno che se non ci sono i sentimenti della necessità carnale si può fare benissimo a meno.

Con molta probabilità anch’io se dovessi fare una mia "graduatoria" di quello che conta di più per me, tra il sentimento d’amore per una donna e il sesso, sceglierei naturalmente di mettere al primo posto il sentimento, però in un quadro generale delle mie esigenze immediate, di quello di cui mi hanno privato in anni di galera, se dovessi fare la stessa graduatoria, metterei il sesso prima di tutto, e se affermassi che mi basta il sentimento, direi una bugia". "Quello che non capisco di alcuni detenuti italiani è che, finché sono in carcere, rifiutano di avanzare qualsiasi richiesta di apertura verso una norma che permetta di fare sesso con la propria partner. Però appena si esce in permesso premio, la prima cosa che tanti fanno è proprio cercare una donna per fare all’amore. C’è anche chi ovviamente sogna un amore vero, anzi tutti sogniamo un amore vero, ma secondo me quando uno esce fuori dopo anni di carcere non va a cercarsi, perché non ne ha il tempo, una donna di cui innamorarsi, va a cercarsene una per recuperare il tempo perso, in pratica per fare sesso e basta. E questo vale anche per me. Sarei solo ipocrita, infatti, se dicessi che, se ho aspettato dieci anni prima di poter fare sesso, quando esco dalla galera posso aspettare per altri due o tre o sei mesi, finché trovo la donna giusta, finché trovo l’amore: se dovessi uscire oggi, io non aspetterei la donna giusta. Però il mio non è nemmeno un semplice istinto animale come potrebbe sembrare, perché di sicuro non cerco "un contenitore" in cui infilare il mio cazzo per vedere se funziona ancora dopo dieci anni.

Anzi, mi funzionano le mani così bene che potrei fare altri dieci anni di galera senza un "contenitore", tanto quei pochi secondi di piacere che accompagnano l’orgasmo hanno la stessa intensità, sia che lo raggiunga da solo, e sia che lo faccia nel corpo di una donna sconosciuta". "L’urgenza che esprimo dicendo di pensare al sesso si lega direttamente al danno fisico causato dalla privazione del sesso in carcere. Il contatto fisico con una donna non è un bisogno secondario di cui si può fare a meno, ma è una fondamentale necessità.

Che non si limita soltanto al bisogno di scopare, ma che va oltre a tutto ciò, che risponde a un bisogno bruciante di poter abbracciare, toccare una donna, sentire la sua voce, accarezzare la sua pelle. Anche se si trattasse della prima ragazza rimorchiata al supermercato o di una prostituta, il mio desiderio personale è quello di poterla vedere nuda per qualche minuto, averla lì stesa di fronte a me per ricordarmi com’é fatta una donna. E potrei anche fare a meno di scopare, perché dopo dieci anni di galera, dopo 3650 seghe, non si ha bisogno di scopare, ma si ha bisogno di toccare il corpo di una donna, anche se non è la donna amata. Sarà anche triste, ma io considero questo semplicemente una necessità umana".

"E capisco benissimo le proteste che i miei compaesani portano avanti per riavere tutte le ore di intimità che gli sono state tolte, mentre non riesco a capire l’indifferenza con cui si vive in Italia questo problema, e la totale mancanza di richieste da parte dei detenuti di poter avere degli spazi di intimità, e mi lascia ancora più perplesso questa rassegnazione alla ineluttabilità della norma esistente che non prevede il sesso in carcere. E così, si aspetta solo pazientemente il primo "permesso premio" per "farsi un regalo" e recuperare il tempo perduto tra le braccia della donna amata, e chi non ne ha una, tra quelle di una prostituta".

Giustizia: assistenza sanitaria per i detenuti, ora tocca alle Asl

di Davide Madeddu

 

L’Unità, 3 ottobre 2008

 

Cambia la gestione della sanità dietro le sbarre. Passa dal ministero della Giustizia alle aziende sanitarie il servizio medico nelle carceri italiane. I giorni scorsi, è stato attuato il processo che trasferisce la competenza per il servizio sanitario dietro le sbarre direttamente alle regioni e quindi alle Asl. "Si sta attuando quello che prevedeva una legge che ha più di dieci anni - spiega Amalia Schirru, parlamentare del Pd - che rende finalmente tutte le persone uguali, anche quelle che stanno in carcere". O meglio, il trasferimento di competenze da un ministero all’altro per la gestione e il funzionamento di un settore molto delicato: quello della medicina e assistenza sanitaria per le numerose persone che affollano le carceri italiane.

"Con la gestione del servizio sanitario in mano al ministero della Giustizia - spiega la parlamentare - il detenuto che stava male doveva chiedere l’intervento del medico che, per un motivo o per l’altro, doveva comunque rendere conto al direttore del carcere". Una situazione che, a sentire la parlamentare che è anche una delle autrici della riforma voluta l’anno scorso dal sottosegretario alla Giustizia Manconi, andava a discapito dei detenuti.

"È chiaro che il medico, essendo dipendente del ministero della Giustizia, doveva sempre rendere conto del suo operato al direttore, se se, paradossalmente, una visita non veniva considerata di estrema urgenza magari si rinviava".

Una condizione che con l’entrata in vigore della riforma cambia radicalmente dato che il servizio, e con esso anche le risorse disponibili, passano dalla Giustizia alla Sanità che a sua volta delega alle regioni e quindi alle aziende sanitarie. "Con il passaggio delle competenze - prosegue ancora la parlamentare - il medico non sarà più dipendente del ministero ma dell’azienda sanitaria di riferimento". Risultato? "Se il medico decide che un detenuto ha necessità di una visita urgente dispone il trasferimento in ospedale senza doversi preoccupare di rendere conto del suo operato al direttore".

Un provvedimento che, come aggiunge la parlamentare del Pd "fa fare un passo avanti al sistema penitenziario e soprattutto elimina la distinzione tra cittadini di serie A, coloro che stanno fuori e cittadini di serie B, ossia coloro che stanno in carcere".

Giustizia: riforma sanitaria non convince i medici delle carceri

 

Redattore Sociale - Dire, 3 ottobre 2008

 

Completato il passaggio dal ministero della Giustizia al Servizio sanitario, ma per gli operatori "è ancora lontano dall’essere compiuto". E intanto la realtà muta: dentro migranti, senza dimora e senza famiglia e numeri da pre-indulto.

Il passaggio dal ministero della Giustizia al Servizio sanitario nazionale si è appena concluso, ma la "metamorfosi" della sanità penitenziaria lascia perplessi gli stessi medici delle carceri italiane. "Esistono grandi criticità, e peculiarità del nostro lavoro che non possono essere perdute - ha detto ieri Andrea Franceschini, presidente della Società italiana di medicina e sanità penitenziaria, inaugurando il nono congresso nazionale della Simspe in svolgimento a Milano. "Da pochi giorni - ha aggiunto - dipendiamo dalle regioni sia da un punto di vista amministrativo che economico, ma nell’effettiva gestione il transito è ancora lontano dall’essere compiuto". A suscitare perplessità la questione dei fondi a disposizione ma anche il futuro occupazionale della categoria: "Il Dpcm che ha portato a compimento la riforma - precisa Angelo Cospito, presidente del Congresso - nulla dice dl destino che avrà il personale della sanità penitenziaria".

La riforma avviene anche in un momento in cui la popolazione carceraria è molto cambiata: "Il 70% è di origine extracomunitaria, senza dimora fissa e senza famiglia - ha detto Angelo Cospito - con barriere culturali che ostacolano l’assistenza soprattutto di tipo psichico". L’affollamento delle strutture è vicino ai livelli pre-indulto: "Se il passaggio fosse avvenuto subito dopo il luglio 2006 - ha detto Emilio Di Somma, vicecapo del Dipartimento di amministrazione penitenziaria- sarebbe stato più facile.

In carcere c’erano 38mila detenuti, ora siamo a 59 mila e la tendenza pare inarrestabile". La nuova sanità penitenziaria potrebbe poi trovare ostacoli, si è detto, sia nella difficoltà per la sanità a comprendere un’assistenza che non può prescindere dalla sicurezza sia nella diversità di norme e tempistiche regionali. "Non è più tempo di stare a contrastare la riforma - ha però concluso Luigi Pagano, a capo del provveditorato lombardo dell’amministrazione penitenziaria -. Nella sanità carceraria esiste un’esperienza che non dovrà essere perduta. Ma in carcere l’autarchia non paga".

 

Riscrivere le regole del passaggio a servizio nazionale

 

"La nostra è una medicina di grande delicatezza. Ogni valutazione clinica è anche una valutazione medico legale. E il Servizio sanitario nazionale non ci sembra ancora pronto per assumere tale responsabilità".

Dal IX Congresso nazionale Simspe (Società italiana di medicina e sanità penitenziaria), in corso a Milano, Luciano Lucania, segretario generale dell’associazione, sottolinea i punti deboli della riforma che ha portato la sanità penitenziaria dal Dap dritto dentro il Servizio sanitario. C’è la specificità del malato recluso e del medico che lo cura: "Nelle carceri ci sono utenti che hanno libertà di scelta condizionata.

Non sono - sottolinea Lucania - come gli altri cittadini, che se nel Servizio sanitario hanno tempi di attesa troppo lunghi, si possono si rivolgono ad altri". La cosa, in teoria, al detenuto sarebbe permessa, ma è impedita nei fatti dalla burocrazia della giustizia. E poi, ricorda la Società italiana di medicina e sanità penitenziaria, ci sono "i grandi problemi di inquadramento del personale". Di medici e sanitari che si prendono cura dei carcerati e che lavorano per il ministero della Giustizia. "In molte realtà - sottolinea - non manca una vera corsa alle poltrone". E ci sono poi i problemi "dell’obsolescenza delle strutture: locali non idonei, macchinari vecchi, assenza di manutenzione".

Per questo, auspica la Simspe, "bisogna creare una nova medicina: chi ha stilato il Dpcm che sposta la sanità penitenziaria dalla Giustizia al Servizio sanitario ha ignorato questi problemi". Il decreto "va rivisto, vanno riscritte le regole, perché chi le pensate lo ha fatto senza gli operatori".

Giustizia: epatite C, la malattia infettiva più diffusa in carcere

 

Redattore Sociale - Dire, 3 ottobre 2008

 

Ne soffre il 38% dei detenuti; il 7% è positiva all’Hiv e il 6,7% all’epatite B. Novati, infettivologo consulente di Opera (Milano): "Non abbiamo mai avuto epidemie". Il problema maggiore è costruire la fiducia col paziente.

È l’epatite C la malattia infettiva più diffusa negli istituti di pena italiani: ne soffre il 38% dei detenuti. C’è poi un 7% della popolazione carceraria positiva al virus Hiv e un 6,7% positivo all’epatite B. "C’è poi la tubercolosi - spiega Roberto Monarca, responsabile nazionale dell’area malattie infettive della Società italiana di medicina e sanità penitenziaria -. La percentuale di positività al test di Mantoux è superiore al 50%: persone che hanno avuto un contatto pregresso con la malattia e che indica una condizione di infezione latente". Malgrado i numeri e le difficoltà oggettive (vedi lancio precedente) non è il caso di parlare di allarme. Per Stefano Novati, infettivologo dell’ospedale San Matteo di Pavia e consulente per il carcere di Opera (Milano) "i problemi maggiori sono quello organizzativi. Il carcere è un condensato di marginalità, ed è evidente che vi siano concentrazioni maggiori di patologie. Non abbiamo mai avuto epidemie, né di Tbc né di epatite".

Ma c’è un’altra difficoltà che incontrano i camici bianchi del carcere: la difficoltà a costruire la fiducia con il paziente detenuto, elemento fondamentale nel rapporto medico-paziente. "Il detenuto si vede imporre la figura del medico, un problema che si aggrava ancora di più per gli stranieri - spiega Roberto Monarca -. Per questo dovremo avvalerci di mediatori culturali, ma anche di peer educators: detenuti formati per trasmettere conoscenze mediche tra pari".

L’iniziativa, portata avanti con il progetto "In&Out", ha coinvolto quattro istituti di pena italiani (San Vittore, Viterbo, Rebibbia e Bari) in cui si è lavorato per informare i detenuti sull’importanza di sottoporsi al test di screening per individuare la positività al virus Hiv. "Solitamente la media di accettazione è del 30% - commenta Roberto Monarca - con questo progetto l’accettazione del test di screening è passata al 70%".

Giustizia: i sieropositivi sottostimati e "l'allarme" per la sifilide

 

Adnkronos, 3 ottobre 2008

 

Secondo ministero 2% con Hiv, i medici penitenziari stimano il quadruplo. Tre detenuti sieropositivi su quattro fuggono alle statistiche ufficiali.

"Invisibili" per i dati del ministero della Salute, che stima al 2% la quota di persone con Hiv dietro le sbarre. Eppure, secondo le stime dei medici penitenziari, i casi "sono quattro volte di più e sfiorano l’8%". A sottolinearlo oggi a Milano, a margine del IX Congresso della Società italiana di medicina e sanità penitenziaria (Simspe), è Sergio Babudieri, infettivologo dell’università di Sassari e vicepresidente della Simspe. "Una tale discrepanza - spiega - è dovuta al sommerso. Il test per l’Hiv, infatti, viene fatto oggi a meno del 30% dei nuovi arrivati, mentre a fine anni ‘80 la percentuale dei controlli superava il 50%".

Ciò significa, aggiunge, "che è calata la soglia di attenzione e non si considera che la patologia tocca gli eterosessuali e non solo più omosessuali e tossicodipendenti". Il quadro è scoraggiante anche sul fronte delle terapie: difficile che i detenuti le seguano con costanza. "Il tasso di successo delle cure dietro le sbarre - osserva Babudieri - è del 40%, quando fuori dalle carceri tocca il 70-80%".

Su questo fronte l’unica arma, secondo i medici, è la terapia controllata. "Quando per esempio l’infermiere accerta che il detenuto ha ingoiato le pastiglie, si è osservato che il tasso di successo cresce vertiginosamente, raggiungendo quota 85% e superando l’efficacia che si registra nel mondo fuori" dai penitenziari.

 

È allarme sifilide fra sieropositivi e omosessuali

 

Si pensava fosse una malattia estinta e invece la sifilide torna a colpire, soprattutto nelle carceri. A segnalare il fenomeno è Andrea Franceschini, direttore sanitario del carcere Regina Coeli, e presidente della Società italiana medicina e sanità penitenziaria (Simspe). Si tratta di osservazioni cliniche, chiarisce oggi a Milano, a margine del IX congresso della Simspe.

Ma i dati "sono già in elaborazione. Quello che stiamo osservando - aggiunge - è una recrudescenza della sifilide. Abbiamo fatto un lavoro di valutazione nelle carceri di Rebibbia e Regina Coeli, con la cattedra di dermatologia dell’università la Sapienza di Roma, ed è emersa una ripresa della malattia. Sicuramente ora è più frequente rispetto a qualche anno fa".

La ricomparsa della sifilide, sottolineano gli esperti, ha riguardato soprattutto detenuti sieropositivi e in particolare maschi omosessuali. Ma il carcere "è un concentrato di patologie, sia infettive che psichiatriche, perché gran parte dei carcerati, soprattutto stranieri, ha uno stile di vita in cui la salute non rappresenta un bisogno primario", commenta Sergio Babudieri, infettivologo dell’università di Sassari e vicepresidente Simspe.

Nella lista delle malattie infettive più diffuse c’è l’epatite C, che coinvolge il 38% della popolazione carceraria, pari a decine di migliaia su 55 mila detenuti negli istituti di pena italiani. E ancora l’Hiv (circa 3-4 mila detenuti) e l’epatite B che interessa il 6% dei carcerati, portatori della patologia. "Una buona fetta di questi viene dai Balcani dove si registra un’epidemia di questa epatite", conclude.

Giustizia: tagli del 25-30% ad orari lavoro psicologi in carcere

 

Comunicato stampa, 3 ottobre 2008

 

Il Garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni: "a rischio servizi fondamentali come la tutela mentale dei nuovi giunti e la possibilità, per i detenuti, di ottenere misure alternative alla carcerazione".

Dall’assistenza ani nuovi giunti alle relazioni necessarie per l’ottenimento delle misure alternative alla detenzione. Sono numerosi i servizi a rischio, in tutte le carceri italiane, per effetto delle riduzioni di orario di lavoro imposte ai 480 psicologici che lavorano negli istituti di pena. A denunciare la situazione il Garante dei diritti dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni, coordinatore nazionale dei Garanti delle persone sottoposte a limitazioni delle libertà personali.

A quanto si apprende dagli stessi psicologi, il taglio di ore si attesterebbe fra il 25% e il 30% dell’orario lavorativo. Una decurtazione che penalizza tutti i detenuti delle carceri italiane. Del resto, per capire quanto incida il lavoro degli psicologi all’interno di un carcere basta analizzare i dati sull’attività svolta nel carcere di Rebibbia Nuovo Complesso, uno dei più grandi d’Italia con circa 1.300 presenza medie e circa 40 ingressi mensili di soli detenuti tossicodipendenti e dove lavorano 11 psicologi con contratti che prevedono dalle 15 alle 6 ore di impiego settimanale. Nel corso del 2007 a Rebibbia N.C. sono entrati 1.174 detenuti tossicodipendenti, 976 uomini e 198 donne. Coloro che, per la prima volta, hanno usufruito del servizio degli psicologi sono stati 418.

Gli psicologi garantiscono la presenza giornaliera al Day Hospital del Reparto G11, colloqui psicologici e psicodiagnostici a richiesta (finalizzati al sostegno e al trattamento, per eventuali misure alternative, per gli inserimenti in Comunità terapeutiche e per i permessi premio), organizzazione di percorsi psicoterapeutici di gruppo, colloqui con i familiari, apertura e aggiornamento delle cartelle cliniche, contatti con strutture pubbliche e private, definizione degli iter tecnico-amministrativi.

"Quella dello psicologo è una figura fondamentale in carcere - ha detto il Garante dei detenuti Angiolo Marroni -. Non è un’esagerazione affermare che molte vite dei detenuti, soprattutto quelli più fragili dal punto di vista mentale, dipendono dal lavoro degli psicologi. Buona parte del lavoro di recupero e reintegro sociale di un detenuto dipendono da questo lavoro che, con le riduzioni di orario, viene seriamente ridimensionato e compromesso. Ho già provveduto ad inviare una dettagliata relazione su quanto sta accadendo al Provveditorato regionale dell’Amministrazione Penitenziaria chiedendo che, al più presto, vengano assunti provvedimenti".

 

Ufficio del Garante dei detenuti del Lazio

Giustizia: An; aiutare paesi stranieri che si riprendono detenuti

 

Messaggero Veneto, 3 ottobre 2008

 

I Paesi in via di sviluppo vogliono le risorse della cooperazione internazionale? Devono portarsi a casa i cittadini che hanno compiuto reati in Italia e per tale motivo sono stati incarcerati. Questo in sintesi il senso dell’emendamento sui fondi di solidarietà erogati alle altre nazioni approvato dalla Camera dei deputati nell’ambito della discussione del disegno di legge sullo sviluppo economico, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria.

L’emendamento, firmato dal deputato pordenonese, Manlio Contento, e da Mario Landolfi, entrambi di Alleanza nazionale, stabilisce che "la cooperazione tra l’Italia e i Paesi in via di sviluppo dovrà privilegiare quegli Stati che riaccolgano i propri concittadini e facciano scontare loro le pene alle quali siano stati condannati proprio in Italia".

"In questo modo - sottolinea Contento - si ottiene un duplice risultato, ovvero la razionalizzazione delle risorse, non solo economiche, connesse alla cooperazione internazionale e una riduzione della popolazione carceraria. La mia personale soddisfazione - continua il deputato - è che la modifica dell’originario testo di legge ha ottenuto un voto quasi unanime da parte del ramo del Parlamento".

In Friuli Venezia Giulia, al 30 giugno scorso, in base ai dati forniti dal dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del ministero della Giustizia, la percentuale di detenuti stranieri sul totale supera abbondantemente la metà. Nello specifico a Pordenone sono 41 su 74 (55,41 per cento), a Tolmezzo 171 su 253 (67,59 per cento), a Trieste 95 su 174 (54,6) e a Udine 116 su 181 (64,09 per cento).

Solo l’istituto penitenziario di Gorizia ha una percentuale che si attesta al di sotto della metà, con 9 detenuti immigrati su 25, ovvero il 36 per cento. Su un totale di 432 carcerati stranieri in regione (11 donne e 421 uomini), 196 provengono dall’Africa, 14 dall’Asia e 13 dal Centro e Sud America. Gli altri sono europei o nordamericani. Per quanto concerne la posizione detentiva, 173 hanno subito una condanna definitiva e 114 sono in attesa di giudizio. I rimanenti hanno presentato appello o ricorso rispetto alla sentenza di primo o di secondo grado.

 

Albania: 2.000 detenuti albanesi trasferiti

 

Con il nuovo progetto italiano di riorganizzazione delle prigioni, circa 2.000 detenuti albanesi saranno trasferiti nelle prigioni dell’Albania per scontare il resto della loro condanna. Secondo il Ministro italiano della Giustizia, i 3.300 stranieri condannati a pene leggere dovranno rientrare nei loro Paesi.

"Abbiamo deciso di alleggerire il sovraffollamento delle prigioni italiane liberando i prigionieri condannati a pene leggere, e dunque mettendo in libertà 4.100 cittadini italiani e rimpatriando sino alla fine del 2008 3.300 prigionieri cittadini stranieri che hanno perpetrato diversi reati in Italia", dichiara il Ministro della Giustizia Angelino Alfano.

Secondo i dati del Ministero della giustizia albanese, circa 5.000 cittadini albanesi sono attualmente detenuti nelle prigioni italiane, di cui 2.000 scontano pene che non superano i sette anni.

Padova: 312 detenuti indultati, solo il 20% è tornato in carcere

 

Il Mattino di Padova, 3 ottobre 2008

 

Sono 312 i detenuti scarcerati finora a Padova grazie all’indulto (che nel Veneto ha rimesso in libertà, complessivamente, 1.357 persone) e, secondo il dipartimento di amministrazione giudiziaria del ministero della Giustizia, il loro tasso di recidività sarebbe contenuto: solo il 20% di loro ha violato nuovamente la legge, a fronte di una media superiore al 50% di recidivi tra coloro che la pena l’hanno scontata per intero.

Per quanto riguarda poi la tipologia degli atti illegali commessi dagli indultati, la classifica vede in testa i reati contro il patrimonio, (46,86% dei casi) e seguire la droga (14,48%), i reati contro la persona (10,14%), le armi (7%) e (4,54%) i reati contro la pubblica amministrazione. Ma attenzione, la tendenza a ripetere gesti criminali non è indifferenziata tra quanti beneficiano della scarcerazione: solo il 7% di quanti usufruiscono di interventi di inserimento sociale e lavorativo con progetti specifici, incorrono in nuovi reati.

Perciò il ministero del Lavoro, in sinergia con quello della Giustizia, ha investito in un progetto di reinserimento e integrazione di 2000 ex detenuti beneficiari dell’indulto. Ad oggi sono circa 1700 i progetti formativi sottoscritti e il Veneto (con i suoi 98 tirocini) è l’ottava regione per numero di attivazioni ma la prima per numero di assunzioni (25) garantite.

"È un risultato ottenuto grazie alla sinergia tra le amministrazioni penitenziarie, gli enti pubblici e le realtà del territorio, un autentico lavoro di sistema che è il vero valore aggiunto del progetto", commenta Simonetta Randi, coordinatrice veneta dell’iniziativa. Che prevede l’inserimento in azienda, tramite stage, di soggetti dotati di tre requisiti fondamentali: un percorso di detenzione alle spalle; una condizione di disoccupati; e un regolare permesso di soggiorno per i non italiani.

"I tirocinanti - spiega Saverio Chirco, psicologo e tutor di Italia Lavoro per la provincia di Padova - vengono inseriti in imprese, associazioni ed enti e seguiti in tutto il loro percorso. Lo stage per le aziende è gratuito ma viene fornita al beneficiario un contributo al reddito pari a 450 euro mensili per sei mesi o 675 euro per 4 mesi. Se poi le aziende decidono di assumere il beneficiario ottengono un incentivo di mille euro più l’ammontare di quella parte della borsa non ancora assegnata allo stagista".

"L’individuazione delle competenze - continua Chirco - spesso non presenta grosse difficoltà: spesso i nostri stagisti hanno sviluppato, chi fuori chi dentro il carcere, varie capacità lavorative; ma per altri è più difficile: alcuni hanno fatto i lavori più strani e altri hanno avuto rapporti solo con la delinquenza". Non solo ostacoli professionali, però: "Spesso - conclude il tutor - gli ex detenuti sono vittime discriminazione e in molti casi diventano capri espiatori. Molti reinserimenti sono in realtà storie di volontà caparbie".

Bari: autodenuncia Sappe; impossibile svolgere i nostri compiti

 

Il Velino, 3 ottobre 2008

 

"Qualche giorno fa, il Sappe, Sindacato Autonomo Polizia penitenziaria lanciò l’allarme sul sovraffollamento delle carceri pugliesi che rischiano di scoppiare poiché si sono superati i livelli di pre-indulto. Proprio per questo continuiamo a tenere viva l’attenzione sull’emergenza carceri denunciando altre situazioni assurde che buttano ulteriore benzina su un fuoco ormai acceso".

Lo comunica una nota Federico Pilagatti, segretario regionale in Puglia del Sappe. "Iniziamo dal carcere di Bari questa nostra panoramica dove, nonostante l’impegno profuso dalla Direzione dell’Istituto, si stanno verificando condizioni che nessuno potrà mai smentire. Perciò prima di parlare di alcune situazioni che vanno oltre il limite della decenza, vogliamo sottolineare la pagliacciata messa in atto dall’Amministrazione penitenziaria di Roma nell’esecuzione dei lavori di ristrutturazione di parti del carcere, roba di milioni di euro, mica bruscolini.

Ebbene i cervelloni romani, quasi che in Puglia non ci fossero le potenzialità necessarie (qualche impresa edile con almeno 10 lavoratori), hanno dato l’appalto a una ditta edile di Roma che... udite, udite... sta portando avanti i lavori con 6,7 operai che ormai si trascinano da mesi. Nulla da obiettare se si trattasse della ristrutturazione di una cascina o di un vecchio palazzo, ma qui si parla di una struttura carceraria sistemata al centro della città di Bari che da circa 8 mesi ha il muro di cinta dismesso.

Nonché cantieri aperti all’interno che non certo agevolano la sicurezza del penitenziario barese in un momento, forse il più delicato della sua storia, a seguito del gravissimo sovraffollamento di detenuti che ha superato la cifra record di oltre 550 detenuti a fronte di nemmeno 250 posti disponibili".

"E la cosa grave - prosegue Pilagatti - che è tutto ciò è stato preventivato poiché la Ditta è in regola con i tempi previsti per effettuare i lavori. Riteniamo che qualcuno dovrebbe quantomeno vergognarsi. Poche volte abbiamo posto l’accento su una grave problematica che è endemica nel penitenziario barese quale è la crisi idrica che sistematicamente all’ora di pranzo, lascia il penitenziario senza acqua con le conseguenze igienico sanitarie che si possono immaginare.

Ciò provoca le animate proteste dei detenuti che viene arginata dalla professionalità e dal coraggio della Polizia Penitenziaria. Dicono che stanno provvedendo, ma questo è un ritornello che sentiamo ripetere da tempo, speriamo che sia arrivato il momento giusto. Potremmo poi parlare della famigerata seconda Sezione di cui il Sappe più volte si è occupato poiché le condizioni igienico-sanitarie raggiungono livelli da terzo mondo, per cui anche la locale Asl né intimò la chiusura, ma che continua a funzionare ospitando fino a 6,7 detenuti in camere pensate per 3, con il bagno che viene nascosto con delle lamiere arrugginite. Si può immaginare cosa accade in concomitanza con la mancanza di acqua".

"Come già anticipato in precedenti comunicati sta per partire una circostanziata denuncia all’Autorità Europee competente sulla materia, visto che in Italia si discute molto e non si quaglia nulla. In questo contesto la Polizia Penitenziaria di Bari lavora con dignità e professionalità, e se finora non sono accaduti fatti eclatanti, (anche se in molte occasioni si sono sfiorati scontri fisici a causa della tensione che si respira giornalmente) è dovuto esclusivamente alla professionalità, alla capacità, al coraggio, più volte dimostrata.

Il Sappe ritiene che questo stato di cose dovrà cessare , ed al più presto, poiché non è accettabile che i poliziotti penitenziari debbano custodire in ambienti, il più delle volte fatiscenti e sicuramente non a norma delle leggi sulla sicurezza sui posti di lavoro, anche 80,90 detenuti da soli a causa della cronica carenza di personale che è deficitaria di almeno 50 unità".

"Peraltro - conclude la nota - il sovraffollamento di detenuti non comporta solo i problemi di cui sopra, ma altre serie problematiche, per esempio i colloqui dei detenuti che si raddoppiano nonostante gli spazi siano sempre (o quasi) gli stessi, maggiore vigilanza, maggiori controlli agli ingressi ecc. Per questo motivo si chiede uno sfollamento di almeno 150 detenuti, per togliere un po’ di pressione al Penitenziario; chiudere con la massima urgenza la vergogna della seconda Sezione; verificare il perché una ditta edile viene da Roma e porti avanti lavori di estrema urgenza, considerata la delicatezza della struttura, con soli 5, 6 operai, e infine di mettere mano al più presto ai lavori per l’adeguamento dei serbatoi di acqua necessari per soddisfare le esigenze dell’intero penitenziario.

Il Sappe in questi giorni tiene animate e partecipate riunioni poiché questa situazione non può andare avanti, pertanto tra altre forme di protesta, anche quella di auto denunciarsi poiché per evitare che il carcere scoppi, si violano giornalmente regolamenti e leggi in tutte le attività a partire dai colloqui, ai passeggi detenuti, alle traduzioni ecc".

Immigrazione: Gentilini indagato, per istigazione odio razziale

 

La Repubblica, 3 ottobre 2008

 

Istigazione all’odio razziale. È questa l’ipotesi di reato per Giancarlo Gentilini, sindaco di Treviso. A suo carico la Procura di Venezia ha infatti aperto un fascicolo dopo il discorso pronunciato alla festa dei popoli Padani tenutasi l’altra settimana a Venezia. Dal palco, lo "sceriffo" aveva tuonato "contro quelli che vogliono aprire le moschee e i centri islamici", scagliandosi contro "i phone center, i cui avventori si mettono a mangiare in piena notte e poi pisciano sui muri: che vadano a pisciare nelle loro moschee".

Gentilini se l’era poi presa con "i bambini che vanno a rubare agli anziani" e aveva dichiarato di non volere vedere "neri, marroni o grigi che insegnano ai nostri bambini". L’azione della magistratura non sembra comunque turbare l’esponente leghista: "Ho detto quelle cose perché non voglio zingari che chiedano l’elemosina, clandestini che compiano atti illegali e, almeno per ora, moschee e centri islamici, perché questo è un problema nazionale". Gentilini afferma di aver solo riportato le lamentele dei suoi concittadini e di voler continuare a battersi "per la disciplina, l’ordine e il rispetto delle regole".

Immigrazione: ospiti o detenuti, reportage C.A.R.A. Siracusa

 

Redattore Sociale - Dire, 3 ottobre 2008

 

Il Centro di accoglienza per richiedenti asilo di Cassibile (frazione del comune di Siracusa) ospita 247 persone. Per depositare la domanda serve anche un mese. Nel frattempo non ci si può allontanare dalla struttura, presidiata da militari.

Visto da fuori ha la forma di una gabbia. Fatta di sbarre verdi alte cinque metri, una a dieci centimetri dall’altra. Da dentro ha la forma di un labirinto. Fatto di corridoi, letti a castello attaccati uno all’altro e lenzuola. È il centro di accoglienza per richiedenti asilo (Cara) "Giovanni Paolo II" di Cassibile, una frazione di 6.000 abitanti del comune di Siracusa. Funziona dal luglio del 2005. Lo gestisce l’associazione Alma Mater, in convenzione con la Prefettura di Siracusa. Nel 2007 sono passate da qui oltre 3.000 persone e dall’inizio dell’anno sono già 1.565. Sono uomini (80%), donne (15%) e minori accompagnati (5%). In maggior parte somali (31%), nigeriani (18%), eritrei (9%) e maliani (8%). Quasi tutti sbarcati nel siracusano.

Al momento della nostra visita, ieri, la struttura ospitava 247 persone, ma questa estate ha raggiunto le 421 presenze. Gli immigrati dormono in camerate di varia grandezza. Al pian terreno si trova uno stanzone con 30 letti a castello, un labirinto di ferro e lenzuola, con due stretti corridoi che portano ai servizi: 20 docce e 15 bagni in tutto che devono servire a centinaia di persone. I nuclei familiari sono separati. Le donne dormono nella sezione femminile con i bambini, e gli uomini nelle camerate maschili. Al momento dell’ingresso nessuno ha ricevuto l’opuscolo informativo multilingue redatto dalla Commissione nazionale per il diritto di asilo, come invece prevede il Decreto legislativo 25 del 28 gennaio 2008.

Sulla carta sono qui come ospiti, ma in pratica no. Al momento della nostra visita, almeno 150 dei 247 presenti non erano autorizzati a lasciare la struttura, presidiata da otto militari in mimetica, armati di mitra, e dotati di un mezzo blindato. Motivo? Devono ancora formalizzare la propria richiesta d’asilo. C’è chi attende di farlo da cinque settimane. Ma non dipende da loro. Le risorse dell’Ufficio immigrazione sono poche, al centro lavorano stabilmente solo tre funzionari, che non riescono a smaltire più di 10-20 pratiche al giorno, e spesso sospendono tutto perché impegnati negli altri Cara aperti con l’emergenza sbarchi nella provincia di Siracusa.

Immigrazione: Manganelli (Polizia); sì a Centri in ogni regione

di Cosimo Zetti

 

Il Giorno, 3 ottobre 2008

 

Dal terrorismo ai centri di identificazione. Dalla camorra, al caso Sandri e alle vecchie inchieste da commissario della Mobile. Antonio Manganelli, che ieri ha inaugurato a Firenze la caserma De Laugier e i nuovi locali dell’Ufficio immigrazione della Questura, non si è tirato indietro. L’arrivo alla stazione, il protocollo ufficiale e un salto nel vecchio ufficio della Questura, dove prestò servizio da giovane commissario. Poi, dopo le cerimonie e i ricordi, il capo della polizia si è recato in visita a "La Nazione", dove è stato accolto dal direttore Francesco Carrassi.

 

Il Governo destinerà 4 mila soldati a compiti di polizia contro la camorra. In questo modo molti agenti saranno liberati da compi di vigilanza e sorveglianza fissa...

"L’invio di soldati consentirà di recuperare molti uomini. Nel casertano non esistono luoghi particolari da tenere sotto controllo, ma i militari sarebbero benvenuti come elemento utile per integrare i dispositivi che abbiamo già messo in piedi. La presenza dei soldati ci permetterebbe di interagire e di concentraci meglio nel contrasto alla criminalità organizzata. La lotta alla camorra è una promessa che lo Stato ha fatto ai casalesi, intesi come abitanti di Casal di Principe. Si tratta di gente perbene, persone che vogliono essere liberate dalla criminalità e che vogliono riscattare la propria immagine".

 

Due diverse tragedie sono costate la vita negli ultimi giorni atre giovani agenti. La gente è parsa molto vicina alla polizia. Il rapporto con i cittadini è sempre stretto e collaborativo?

I cittadini ci sono stati molto vicino, la loro partecipazione è stata addirittura commovente. Esiste una ricerca che afferma che la polizia, riscuote, più di altre forze dell’ordine, la fiducia della gente. Ma non si tratta solo di affetto. Il fenomeno dell’associazionismo e il progetto di polizia di prossimità che stiamo portando avanti, ci hanno permesso di essere più vicini ai cittadini e hanno fatto sì che molti di loro si siano rivolti a noi superando quei timori e quel muro di omertà che ancora oggi resistono in molte zone del sud".

 

Molti agenti perdono la vita in servizio. Altri, come Luigi Spaccarotella sono finiti da imputati in tribunale e hanno chiesto perdono ai familiari della vittima...

"La sua richiesta è un gesto da ammirare. Penso che il perdono sia un’esigenza di carattere personale, che quando matura ed è dovuto ad una rielaborazione critica, rappresenta un fatto di cui prendere atto e di cui essere compiaciuti. Ma certamente non è questo il tema della rivisitazione dei fatti, che il processo è invece tenuto a fare".

 

Le condanne delle nuove brigate rosse, l’operazione "Tramonto" e il lavoro capillare della Digos. Il terrorismo in Italia è sconfitto?

"I successi riportati non devono farci abbassare la guardia. Non è detto che il pericolo sia stato messo al bando ed è giusto e corretto che le strutture investigative mantengano sempre alta la vigilanza. Proprio l’operazione Tramonto, portata brillantemente a termine a febbraio in Veneto e Lombardia, indica che le manifestazioni del terrorismo sono improvvise e cruente. In quel caso, comunque, sono stati anticipati per la prima volta alcuni attentati da parte di un nuovo gruppo di Br riconducibile a Seconda posizione. Tutto questo è confortante, ma da un certo punto di vista ci preoccupa, perché siamo riusciti ad anticipare qualcosa che non esisteva ma che non era certo un ricordo dogli anni Settanta. Inoltre, è necessario entrare in una nuova logica di covo. Prima cercavamo appartamenti con gli archivi dei terroristi. Oggi tut-ti i documenti possono essere contenuti in un dischetto".

 

I reati legati all’immigrazione clandestina sono in aumento e al centro di molte discussioni. Come pensate di controllare il fenomeno?

"Non è un lavoro semplice, si tratta di procedine mollo complesse. Innanzitutto è necessario localizzare i centri di espulsione e identificazione. Pensiamo che ogni regione debba avere una sua struttura. Le procedure per l’espulsione sono lunghe, non possiamo trattenere i clandestini in caserma. E perché servono luoghi in cui poter trattenere l’immigrato irregolare per la sua identificazione e pei esaminare la possibilità di procedere alla sua materiale espulsione".

 

Molti poliziotti, però, lamentano stipendi bassi e mezzi datati...

"È vero, esistono situazioni di sofferenza, ma non si tratta di una novità. Il nostro intento è sempre quello di fare bene, indipendentemente dai mezzi a disposizione. Questo, del resto, è un lavoro che si fa anche con la passione e l’entusiasmo".

Immigrazione: Roma; donna somala maltrattata in aeroporto

 

La Repubblica, 3 ottobre 2008

 

"Mi hanno tenuta nuda quattro ore in una stanza dell’aeroporto di Ciampino. Prima mi hanno accusato di essere una ladra di bambini, poi di traffico di clandestini e per ultimo di essere un corriere della droga".

Ma Amina Sheikh Said, donna somala di 51 anni, sposata con un italiano e cittadina italiana, era solo una nonna che riportava in Italia i suoi quattro nipotini da Londra. Ancora intolleranza e razzismo. Dopo il cinese picchiato da una gang di minorenni in un quartiere popolare della capitale, la denuncia di una donna d’origine somala sembra confermare un clima di intolleranza che non ha confini. Secondo i sondaggi, il razzismo è già emergenza.

Scritte xenofobe a Sesto San Giovanni. E a Sesto San Giovanni, nell’hinterland di Milano, davanti ai ruderi dell’industria Falck dove dieci giorni fa è morto carbonizzato nella sua baracca un ragazzino romeno, qualcuno ha scritto frasi razziste. "Frasi indegne", ha tuonato il sindaco della città. Sono state tracciate sui muri delle case di via Trento, proprio dove il quattordicenne romeno è morto bruciato.

"Frasi contrarie alla tradizione della nostra gente e alla sua storia di accoglienza". Le scritte sono state cancellate ma in città resta la preoccupazione per un sentimento xenofobo che pare serpeggi in strati sempre più ampi della popolazione.

Il racconto della donna somala. Tornava a Roma dopo aver fatto visita ai quattro figli che abitano a Londra, la donna somala che ha denunciato di essere stata vittima di ingiurie razziste. Era il 21 luglio. Insieme a lei aveva per mano quattro dei suoi nipotini, tre di un figlio e uno di un altro, bambini tra i sette e gli 11 anni. "Umiliata e maltrattata". L’hanno chiamata negra; l’hanno "umiliata, maltrattata e oltraggiata" come spiegano i rappresentanti dell’associazione Antigone che sostengono legalmente la battaglia di Amina.

"Arrivata all’aeroporto di Ciampino - racconta l’associazione - la Polizia di Frontiera esamina i documenti dei bimbi e decide che qualcosa non va. I minori hanno cognomi diversi tra loro". Ispezione corporale. "Il marito che aspettava la famiglia in aeroporto, viene fatto entrare nell’area doganale", spiega l’associazione. "Lo accusano con spregio di essere correo nel reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina". Ispezionano i bagagli. "Amina è condotta in una stanza e fatta spogliare per un’ispezione corporale. Le resta addosso il solo reggiseno. Due donne - racconta ancora Antigone - le dicono che si sarebbe dovuta sottoporre all’esplorazione anale e vaginale. Amina rifiuta. Chiede almeno che sia un medico a farlo".

"Ti spediamo in carcere". Le due donne incaricate dell’ispezione la ingiuriano: "Ti spedisco in carcere"; "Come sei nera fuori lo sei dentro"; "Daremo i bambini all’assistente sociale". La sospettano di essere un corriere della droga. Per oltre quattro ore, Amina rimane svestita di fronte a un numero imprecisato di persone che entrano ed escono dalla stanza, poi viene ammanettata e distesa su una barella, coperta da un telo di cellophane da imballo. Viene portata in ambulanza al Policlinico Casilino. Dalla perquisizione non emerge niente. Nessun verbale. "Nessuno le rilascia alcun verbale - dicono le associazioni - delle perquisizioni effettuate non rimane traccia.

Droghe: Progetto Uomo; rivisitare l’orizzonte socio-culturale

 

Redattore Sociale - Dire, 3 ottobre 2008

 

L’esperto: "Il consumo di sostanze correlato a un atteggiamento culturale". E sul carcere: "Tossicodipendente un terzo della popolazione carceraria e in condizioni di espiazione di pena punitive e non riabilitative".

"La vera novità di una politica antidroga sta non tanto in una strumentalità aggiornata quanto nell’attenzione ai mutamenti epocali e ai bisogni che la persona esprime attraverso la manifestazione del disagio esistenziale, vero e unico centro focale delle dipendenze". Le parole sono di Nicolò Pisanu, direttore dell’Istituto superiore universitario di Scienze psicopedagogiche Progetto uomo.

Al congresso della Fict è intervenuto con alcune riflessioni in margine alla relazione annuale al Parlamento sullo stato delle tossicodipendenze in Italia relativa al 2007. A partire da quel documento, per Pisanu "un"efficace politica delle droghe in Italia deve, in primis, nascere da una rivisitazione dell’orizzonte socio-culturale in cui ristagna il Paese, specialmente sul fronte giovanile". Il consumo di sostanze "non è fenomeno a se stante, ma una specie di sottoprodotto o prodotto correlato di un atteggiamento culturale che fa del vivere al presente e della ricerca dell’emozione fine a se stessa due modi fondamentali di agire e di consumare nella società contemporanea".

Pisanu ha messo in guardia: il mondo delle dipendenze è in rapida e evoluzione e non c’è più tempo per polemiche e contrapposizioni. Nella maggior parte dei casi il dipendente si comporta come un normale consumatore, che soddisfa i propri bisogni ricorrendo a prodotti diversificati offerti con dovizia dal mercato: alcol, sostanze chimiche, cocaina.

Raramente si rivolgono ai servizi; tra chi invece lo fa, cresce la percentuale di chi ha problemi anche psichici (doppia diagnosi). Pisanu ha messo in luce anche la realtà dei tossicodipendenti in carcere: "Rappresentano un terzo dell’intera popolazione carceraria e sono in condizioni di espiazione di pena punitive e non riabilitative. Con questo non si vuol proporre la fuga in soluzioni semplicistiche, come indulti o amnistie piuttosto ambigue nei confronti del concetto di giustizia, bensì la creazione, il sostegno e il finanziamento di meccanismi alternativi alla carcerazione, peraltro previsti dal nostro ordinamento penitenziario: per esempio, l’inserimento dei tossicodipendenti detenuti nel circuito delle comunità terapeutiche e l’attivazione veloce e diffusa delle custodie attenuate all’interno delle carceri, con il concorso dei servizi pubblici e del privato sociale".

Secondo Pisanu tutto ciò spiega anche gli atteggiamenti limitati del "sistema antidroga": la riduzione del problema al tipo di trattamento; una rete frammentata e la presenza di protagonismi. Una nuova politica delle droghe in Italia dovrebbe contemplare: chiarezza scientifica e conseguente chiarezza normativa; organizzazione più funzionale dei servizi che allinei pubblico e privato sociale (certificato) secondo una molteplicità di offerte; lo svelamento della "nebulosa delle buone pratiche", che appare "un sistema nel sistema antidroga" e un sistema "feudale" lasciato "alla buona volontà o ai soliti esperti o alle logiche amministrative di regioni, scuole o ministeri, con dispersione di fondi e di buone intenzioni".

Come ha detto sempre oggi don Mimmo Battaglia, presidente Fict: "Bisogna chiedersi da che parte stare". Sì, perché "non è più tempo di stare accanto ai poveri senza interrogarsi su chi li ha resi tali, non è più tempo di affiancare i perseguitati un giorno e i persecutori il giorno dopo, non è più tempo di commozione per i bambini con l’Aids in Africa senza chiedersi perché esistono i brevetti farmaceutici. Non è più tempo di urlare per la spazzatura sotto le nostre case e riempire di rifiuti i paesi poveri. È giusto chiedere a gran voce giustizia sociale, ma non basta solo chiederla: dobbiamo costruirla".

Droghe: Poretti; cannabis è meno dannosa di alcool e tabacco

 

Dire, 3 ottobre 2008

 

La cannabis è meno dannosa di alcolici e sigarette. Lo sostiene la Global Cannabis Commission della Ong Beckley Foundation, in un rapporto messo a punto in vista della revisione della politica delle Nazioni Unite in materia di droga nel 2009. Nel documento, oltre a sottolineare il fallimento dell’attuale strategia proibizionista, si chiede un cambiamento di rotta. La proposta, destinata a sollevare non poche polemiche, è di liberalizzare la marijuana all’interno di un "mercato controllato", soggetto a tasse, regole precise, obbligo di età minima per l’acquisto.

"È esattamente quanto andiamo sostenendo da anni" spiega l’esponente radicale del Pd Donatella Poretti, che ricorda di aver presentato in tema il primo giorno della legislatura due proposte di legge "gemelle" elaborate in collaborazione con l’Aduc: "una per legalizzare il consumo ed il commercio della cannabis, l’altra per proibire l’alcool ed il tabacco". Delle due l’una, aggiunge Poretti, "o si prende atto che la politica proibizionista e repressiva non sta funzionando, legalizzando una sostanza come la cannabis; oppure si decide che il proibizionismo funziona e lo si applica fino in fondo, vietando sostanze infinitamente più dannose come l’alcool ed il tabacco". Quello che è certo, conclude l’esponente dei radicali, "è che oggi la strategia adottata contro le droghe è fortemente ambigua ed ipocrita".

Gran Bretagna: stranieri in attesa espulsione? a lavori forzati

di Daniela Bernaschi

 

Liberazione, 3 ottobre 2008

 

Una campagna per chiudere Campsfield celle sovraffollate, lavoro forzato per migranti in attesa di espulsione. Il carcere, a pochi km da Oxford, è gestito a scopo di lucro dal gruppo privato Geo.

Lavorano 6 ore al giorno per 5 sterline (poco più di 6 euro), rinchiusi in una struttura circondata da una recinzione alta 6 metri, con filo spinato. Telecamere a circuito chiuso lungo tutto il perimetro. Celle comuni sovraffollate. Queste sono le condizioni in cui sono costretti a vivere 200 migranti, in attesa di espulsione, a Campsfield House, centro di detenzione per immigrati a Kidlington, a circa 9 km da Oxford.

È una prigione gestita a scopo di lucro privato dal gruppo Geo (Global Expertise in Outsourcing), la cui supervisione spetta ai funzionari del ministero dell’Interno preposti all’immigrazione. Un tempo carcere minorile, fu convertito in un centro di detenzione per immigrati nel 1993, nonostante le proteste e l’opposizione del Consiglio municipale locale.

La maggior parte dei detenuti sono rifugiati politici in fuga dalla guerra, dalla morte, dalla tortura, e provenienti da paesi tra i quali: Nigeria, Algeria, Ghana, Turchia, India, Congo. Sono trattenuti in questa struttura, senza accuse a loro carico e senza nemmeno la possibilità di essere rappresentati da un legale.

Amnesty International condanna queste come delle "violazioni dei diritti umani" riconosciuti a livello internazionale. La Fondazione medica per la cura delle vittime da tortura, condanna le condizioni a Campsfield House. Concepito per contenere 196 prigionieri, il centro è quasi sempre al limite. Un detenuto ha detto:"Siamo in tre in una cella singola, senza ventilazione. Qui dentro si bolle. È peggio di una prigione. Almeno lì si sa quando si esce; qui non si sa dove ci si trova". Bob Hughes, attivista della campagna "Chiudere Campsfield", sostiene: "Da quando è arrivata la Geo, si è verificata una netta riduzione del tempo di aggregazione per i detenuti ed un deterioramento sia del cibo che delle cure mediche".

Geo, leader mondiale nella gestione privata delle strutture correzionali, gestisce 52 carceri negli Usa, 6 in Australia e uno in Sud Africa. Un totale di 49mila detenuti, 10mila impiegati, per un giro di affari annuo di 612 milioni di dollari. La società, ha anche un contratto per l’amministrazione di un "centro delle operazioni di emigrazione", nella base statunitense di Guantanamo.

"Noi manteniamo la nostra posizione: Campsfield deve essere chiuso. Finché è aperto, i posti di lavoro devono essere adeguatamente pagati e svolti da personale addetto. I detenuti devono ricevere un’indennità finanziaria e non sono tenuti a lavorare come degli schiavi per una multinazionale che ricava enormi profitti da una struttura che provoca stress, incertezza e incide negativamente sulla salute mentale dei detenuti", è quanto dichiara Tuc (Trades Union Congress).

Tracy Ellicott, attivista della campagna "Chiudere Campsfield", sostiene: "i detenuti non sono costretti da Geo a lavorare, ma dalle condizioni in cui vivono: rinchiusi tutto il giorno, preoccupati per il loro futuro e senza soldi per l’acquisto di qualsiasi bene che possa essere loro necessario". Negli ultimi anni, Geo ha effettuato tagli sul personale educativo, ricreativo e infermieristico. "È incredibile - continua la Ellicott - che persone che non hanno fatto nulla di male, non solo sono detenute in carcere come criminali, ma sono anche trattati come schiavi. Geo attraverso il loro lavoro servile risparmia denaro".

La legge in materia di immigrazione, vieta ai richiedenti asilo di lavorare e prevede per quest’ultimi, un sostegno economico del 70% per ciò che è considerato indispensabile per vivere. Imprese private come Geo, che gestiscono centri di detenzione per immigrati, fanno enormi profitti. Sette dei dieci centri presenti nel Regno Unito, sono amministrati da società private. Dei dati mostrano che, nel periodo 2007/2008, il costo medio per la detenzione di un prigioniero è stato di 119 sterline al giorno (150 euro). La campagna per chiudere Campsfield è sostenuta dalle organizzazioni dei rifugiati, dai sindacati, da organizzazioni studentesche e gruppi religiosi. Per avere informazioni sulle attività della campagna è possibile consultare il sito: www.closecampsfield.org.uk.

Iraq: 8 mesi a soldato Usa "pentito" dopo uccisione 4 detenuti

 

Associated Press, 3 ottobre 2008

 

Un soldato statunitense è stato condannato a otto mesi di reclusione, dopo essersi dichiarato colpevole davanti a una corte marziale di concorso in omicidio per la morte di quattro prigionieri iracheni che erano stati legati e quindi assassinati prima di essere gettato in un canale nel 2007. Le accuse che gravavano nei confronti del soldato Steven Ribordy erano state "ammorbidite" nel quadro di un accordo tra la difesa e l’accusa in base a cui ha accettato di testimoniare contro gli altri membri del sua reparto sospettati di avere sparato sui detenuti.

Il militare di 25 anni, originario del Kansas, rischiava un massimo di dieci anni di prigione, invece dell’ergastolo in cui poteva incorrere con il capo di accusa inizialmente preso in considerazione contro di lui, quello di complotto per commettere un omicidio.

Ribordy apparteneva a una pattuglia sospettata di aver commesso gli omicidi, ma ha testimoniato di agire "da palo" mentre i reati venivano commessi. I soldati coinvolti in questa vicenda erano assegnati al primo battaglione, diciottesimo reggimento di fanteria, seconda brigata della prima divisione di fanteria in Iraq. Fanno ormai parte del 172esima brigata di fanteria, basata in Germania.

 

 

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