Rassegna stampa 2 giugno

 

Giustizia: Mantovano; la Gozzini verrà rivista, non eliminata

 

Agi, 2 giugno 2008

 

Ci sarà una revisione della legge Gozzini, "non l’eliminazione secca, ma certamente una sua rimodulazione". Lo annuncia il Sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano. "Più si commettono reati - spiega il Sottosegretario - tanto meno si potrà usufruire di benefici, permessi premio, condoni e quant’altro. Questo è in linea con la tendenza rieducativa della pena senza la strumentalizzazione dei benefici carcerari. In Italia non ci sono troppi detenuti, ma solo pochi penitenziari".

Per quanto riguarda i tempi di intervento sul piano della sicurezza, Mantovano dice che "prima i clandestini, poi la stretta riguarderà chi guida ubriaco o sotto l’effetto di droga: stiamo trasformando quella che è un’aggravante in un’ipotesi autonoma di reato". Inoltre, sottolinea Mantovano, "sugli straordinari delle forze dell’ordine stiamo studiando una formula per garantire a tutti un’equa detassazione sia per chi lavora in strada che per coloro che lavorano in ufficio, penso a chi segue le intercettazioni di mafiosi e terroristi per esempio. E gli straordinari poi vanno pagati per intero, non come adesso".

Giustizia: Osapp; il Dap sottovaluta la gravità della situazione

 

Ansa, 2 giugno 2008

 

L’organizzazione Sindacale Autonoma di Polizia Penitenziaria (Osapp) afferma che la situazione delle carceri italiane è "non solo molto più grave e preoccupante di quanto l’attuale Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (Dap) stia segnalando, ma l’insostenibilità del sistema penitenziario alle attuali condizioni, oltre che per l’utenza, per il personale di Polizia Penitenziaria e, in sequenza, per l’intera società civile, si renderà drammaticamente evidente entro pochissimi mesi".

Per l’Osapp esiste una contraddittorietà tra i dati teorici e dati reali delle capienze degli istituti: i dati teorici prevedrebbero 38.352 posti nella capienza regolamentare, 58.965 nella tollerabile. I dati reali vedono invece 43.439 unità nella capienza regolamentare e 64.052 nella tollerabile. Tra le altre incongruenze messe in evidenza dall’Osapp c’è anche quella che sia nella capienza regolamentare che in quella tollerabile si tiene conto di tutte quelle sezioni che sono complementari alla gestione degli istituti. L’Osapp chiede "immediati interventi e soprattutto progetti di immediata attuazione da affidare a manager competenti e affidabili, pena il completo tracollo del sistema penitenziario italiano".

Giustizia: tutti d’accordo sulla riforma di sistema giudiziario

 

La Repubblica, 2 giugno 2008

 

D’accordo sull’analisi e d’accordo sulle terapie. Confermando una luna di miele che dura dalla formazione del governo (decreto rifiuti a parte). Da una parte l’Anm col Presidente Luca Palamara, dall’altra il ministero della Giustizia col Sottosegretario Giacomo Caliendo. Ma anche la Presidente della Commissione Giustizia della Camera Giulia Bongiorno e il ministro ombra della Giustizia, il democratico Lanfranco Tenaglia.

Repubblica lancia l’allarme, contenuto in una relazione al Guardasigilli Angolino Alfano, del direttore dell’organizzazione giudiziaria Claudio Castelli, sulla "larga parte" dei Tribunali a rischio chiusura entro il 2009 se le misure di sicurezza non saranno adeguate e sulla complessiva carenza di personale sia togato che amministrativo, ed ecco che il Presidente del sindacato dei giudici dichiara: "È la fotografia di una situazione drammatica del malessere della giustizia".

Nel prossimo fine settimana, a Roma, l’Anm terrà il suo congresso dove ci sarà ampio spazio per approfondire analisi e soluzioni. Caliendo vuole "avviare subito una valutazione complessiva, a partire dai 1.592 uffici giudiziari, per affrontare l’emergenza". La Bongiorno dice: "Non siamo più nella fase dell’emergenza giustizia, ma in quella della presa d’atto dei danni cagionati dall’inefficienza del sistema. Le soluzioni sono: una diversa gestione delle risorse, a partire dal recupero delle somme dovute allo Stato a titolo di pene pecuniarie e spese processuali, l’incremento del personale e dei magistrati togati, lo snellimento delle procedure".

Tenaglia annuncia: "L’allarme è giustificato, tant’è che nell’ultima riunione del governo ombra il Pd ha approvato un ddl sull’efficienza della giustizia, che prevede la revisione delle circoscrizioni giudiziarie, e sarà presentato martedì in Parlamento. Alla maggioranza chiediamo un confronto rapido, perché a novembre scade il termine Ue perché l’Italia dimostri di aver cominciato a ridurre i tempi dei processi".

Il sottosegretario Caliendo propone di "sopprimere i piccoli tribunali" (ci aveva provato l’ex ministro Clemente Mastella ma il ministero fu subissato dalle proteste dei Comuni), di "avviare subito i concorsi regionali per assumere il personale amministrativo", di "far funzionare la società Equitalia per il recupero delle somme dovute allo Stato a titolo di pene pecuniarie".

Per gli uffici a rischio, rilancia la soluzione indicata dallo stesso Castelli, "una proroga rispetto alla scadenza dell’aprile 2009". Non mancano le voci preoccupate e critiche. Come quella del forzista Gaetano Pecorella: "La giustizia è stata sacrificata nell’ultima Finanziaria, ora bisogna rivedere la destinazione dei fondi. Al di là delle grandi riforme è necessario pensare al quotidiano, perché se la giustizia civile non funziona l’economia è a rischio".

L’ex sottosegretario Jole Santelli lamenta "sprechi enormi, senza che si sia mai arrivati a una riorganizzazione generale della spesa" ed polemica con le toghe: "Il loro numero è superiore a quello degli altri paesi europei, eppure da noi la giustizia non funziona". L’aennino Giuseppe Consolo invita il Guardasigilli Alfano a mandar via i magistrati dal ministero: "Non capisco perché non si affidi ai manager, che lo fanno di professione, la riorganizzazione della macchina giudiziaria".

Giustizia: mancano i soldi, piccoli tribunali a rischio chiusura

di Giovanna Vitale

 

La Repubblica, 2 giugno 2008

 

Tribunale chiuso per inagibilità. È il cartello che, tempo dieci mesi, rischia di essere affisso su molti dei 1.592 uffici giudiziari d’Italia. Ospitati spesso in edifici obsoleti e, causa mancanza fondi, impossibilitati a rispettare la normativa antincendio prevista da un decreto del Viminale che, nel 2005, ha fissato all’aprile 2009 la data ultima per mettersi in regola. Risultato? "In assenza di interventi, alla scadenza del termine larga parte dei palazzi di giustizia saranno semplicemente inagibili e dovranno quindi essere chiusi".

È la previsione-choc contenuta nella relazione sullo stato della giustizia trasmessa il 12 maggio al ministro Angelino Alfano dal capo dipartimento dell’organizzazione di Via Arenula. Il capitolo 4 parla chiaro: "Le somme destinate dalle diverse leggi finanziarie all’edilizia giudiziaria sono estremamente limitate" scrive Claudio Castelli. Anzi, "del tutto insufficienti", viene specificato più avanti. Basta guardare i dati 2008: lo stanziamento supera di poco i 34 milioni, mentre "per una integrale regolarizzazione" di tribunali e procure (così da ottenere il definitivo certificato di prevenzione incendi) occorrerebbero, secondo "una prima valutazione", circa 700 milioni. Venti volte tanto. Da qui l’urgenza di almeno due misure: "un intervento finanziario straordinario che consenta di programmare i lavori, anche spalmati su più anni" e "una proroga del termine fissato dal D. M. 29 dicembre 2005".

Non è l’unica grana che Alfano dovrà affrontare. La fotografia scattata dal suo capo dell’organizzazione mostra infatti una giustizia al collasso, dominata da ombre che impediscono di scorgere le rare, e flebili, luci. Vediamo.

Personale (magistrati esclusi). "Il costante e allarmante calo" del numero degli impiegati sta trasformando "il personale giudiziario in una sorta di personale ad esaurimento". Il blocco delle assunzioni e la mancata sostituzione del turnover ha precipitato le presenze dalle 44.027 del 2001 (picco massimo) alle attuali 40.517. La scopertura degli organici tocca oggi il 13.9%, ridotto all’8.0 effettivo solo grazie ai 1.465 lavoratori a tempo determinato (ex Lsu, tutti da stabilizzare per legge) e ai comandi da altre amministrazioni. Una carenza che non è omogenea su tutto il territorio nazionale, ma registra picchi negativi di oltre 15% in molti distretti del Nord (ad esempio Bologna, Bolzano, Brescia, Firenze, Milano, Torino, Trento, Trieste e Venezia). Dato appesantito dal progressivo invecchiamento dei dipendenti: l’età media è infatti di 47 anni e "ciò risulta particolarmente grave in un settore dove le applicazioni delle nuove tecnologie e le mutazioni organizzative sono all’ordine del giorno". Per cui "la necessità di procedere a nuove assunzioni è ormai impellente".

Magistrati. Al 1° marzo 2008 in organico ce ne sono 9.153, con una scopertura di 956 posti, pari a oltre il 10%, che dovrebbe però essere colmata entro la primavera 2010 grazie ai concorsi espletati, già banditi o in via di indizione.

Dirigenti. La dotazione dei dirigenti di seconda fascia prevede 408 posti: al 1° maggio 2008 in servizio ne risultano però solo 253, con una scopertura di 155 posizioni, pari al 37.99%.

Uffici. Le somme dovute per i cosiddetti consumi intermedi che consentono agli uffici di "vivere" (acqua, luce, gas, benzina, autovetture) hanno subìto nel corso degli anni "una radicale riduzione", passando dagli oltre 202 milioni stanziati nel 2002 ai 107 del 2006, con un saldo negativo del 48%. Nel 2007 è arrivata una boccata d’ossigeno: +40% circa. Ma nel 2008 si è tornati sull’orlo del baratro: - 30%. "Particolarmente preoccupante - recita la relazione - è la situazione delle spese di cancelleria e per il funzionamento degli uffici, ed il radicale taglio degli investimenti per l’informatica, scesi dai 47.693.081 del consuntivo 2002 ai 27.655.000 del 2008". Un salasso: quasi il 58% in meno.

Debito. Sebbene sia "molto migliorato" è ancora cospicuo. Ma c’è una novità che fa ben sperare: nel 2007, per la prima volta dopo anni, è diminuito. Scrive Castelli: "Vi è stato un continuo aumento dei debiti che nell’ultimo periodo è stato arrestato, invertendo la tendenza: al 31 dicembre 2007 la situazione debitoria era di 68 milioni 205 mila euro con una diminuzione complessiva di 12.410.000 euro rispetto all’esercizio 2006".

I crediti dello Stato. Le somme dovute allo Stato a titolo di pene pecuniarie, sanzioni e spese processuali "sono ingenti". Pari, solo nel 2007, a 502 milioni 826 mila euro: di questi, sempre l’anno scorso, ne sono stati recuperati 4,5 milioni. Neanche il 7%. Situazione ancor più paradossale se si guarda ai depositi giacenti, penali e civili, ovvero le somme sequestrate, perché frutto di operazioni illecite, "dormienti" presso i conti correnti aperti dai tribunali: quelli accertati al 31 dicembre ammontano a 1 miliardo 599 milioni. In parte relativi a procedimenti ancora in corso, in parte "sicuramente a procedimenti già definiti da anni", precisa Castelli.

Ed è qui che spunta l’ultimo regalo del governo Prodi al Berlusconi IV: la creazione di una società, interamente posseduta da Equitalia, per il recupero e la gestione del gigantesco credito. Certo, ci sono ancora svariate questioni da risolvere (se, ad esempio, il denaro debba essere interamente destinato al funzionamento della giustizia o possa essere dirottato ad altri capitoli di bilancio), ma il "tesoretto" resta. Ed è paradossale che un’amministrazione affamata di fondi non abbia mai pensato di usarlo.

Giustizia: tribunali militari; rinviato il "taglio" del personale

di Gian Antonio Stella

 

Corriere della Sera, 2 giugno 2008

 

Mario Draghi incita a "puntare sulla produttività"? Et voilà, il governo risponde. Annullando ("provvisoriamente": all’italiana) la sospirata soppressione che già era stata decisa di due terzi dei tribunali militari. Dove ogni magistrato ha un carico di lavoro 660 volte inferiore a quello dei colleghi ordinari. Renato Brunetta, ci scommettiamo, non ne sapeva niente.

Sennò sarebbe saltato su: "Ma che razza di messaggio mandiamo al Paese?". Mettetevi al posto suo: come può tentare una svolta copernicana annunciando il licenziamento dei dipendenti pubblici fannulloni, se poi gli buttano tra i piedi una leggina come quella portata in Consiglio dei ministri da Ignazio La Russa? C’erano voluti anni, perché finalmente venisse presa la decisione e fosse fissata una data: 1 luglio 2008. Macché: tutto rinviato. Di sei mesi. Per l’ennesima volta.

A Cagliari, dove l’ultimo verdetto è stato emesso per un soldato che aveva attraversato il piazzale della caserma senza basco, hanno tirato un sospiro di sollievo. I giudici con le stellette (in realtà sono giudici uguali a tutti gli altri, solo che hanno fatto un concorso a parte) si interrogavano angosciati: cosa sarebbe stato dei due (due!) processi pendenti che si spartivano in tre? Chi si sarebbe occupato dell’accusa a una recluta di aver rubato un portafogli? Chi avrebbe gestito l’istruttoria contro un giovane che aveva mandato a quel paese un sergente? Direte: tre magistrati per processi di questo genere! Eppure sono praticamente tutti così. Tutti. Basti ricordare quelli al centro delle sei udienze (sei) che nel 2006 hanno stremato di fatica (un’udienza ogni due mesi, da spartire in quattro) i magistrati della Procura Generale Militare presso la Cassazione.

Un ricorso riguardava un carabiniere che, in convalescenza, "non ottemperava all’ordine intimatogli di fermarsi nei locali della Compagnia per la definizione di una pratica". Un secondo, un maresciallo e un brigadiere dell’Arma che si erano insultati sanguinosamente con le seguenti frasi testuali: "Vengo a contarti tutti i peli nel...". "Sei un coglio... ". Un terzo, un militare che, dopo un’esercitazione, si era tenuto due proiettili: "Ritenzione di oggetti da armamento". Condanna: un mese e 24 giorni.

Basta, scrissero al Corriere gli allora ministri della Difesa Arturo Parisi e della Giustizia Clemente Mastella. Lo ammettevano: la situazione era "inaccettabile". Ovvio. In tutto, c’erano allora 103 giudici militari dei quali 79 in nove tribunali sparpagliati per la penisola (Roma, Torino, La Spezia, Verona, Padova, Napoli, Bari, Cagliari e Palermo, con competenze così strampalate che dei reati commessi a Ferrara non decide la vicina Padova ma La Spezia), 17 nelle tre corti d’Appello (Roma, Napoli e Verona), 4 alla Procura Generale Militare presso la Cassazione e gli ultimi 3 al Tribunale di Sorveglianza militare. Centotre magistrati con settanta auto blu e circa 700 dipendenti per un totale di poco più di mille sentenze l’anno.

I due ministri, diceva la nota congiunta, ritenevano "imprescindibile ridefinire gli attuali assetti, riducendo il numero complessivo degli Uffici Giudiziari Militari, giudicanti e requirenti, di ben due terzi: cioè da 12 a 4 (3 Tribunali e un’unica Corte d’Appello, senza Sezioni distaccate)". La decisione era presa.

Adesso toccava al Senato fare la sua parte per correggere quell’"apparato di giustizia di dimensioni divenute ormai certamente eccessive ".

Tre giorni dopo il solenne impegno, il taglio promesso veniva tagliato. Per essere rinviato alla Finanziaria. La quale, finalmente, confermava: riduzione di due terzi. Entro il 1° luglio. Con passaggio di 35 magistrati militari (e Dio sa quanto possano essere più utili) alla giustizia ordinaria. E smistamento degli altri, recalcitranti all’idea di spostarsi (Gaetano Carlizzi confidò la sua pena all’idea di essere sepolto dai fascicoli preferendo "continuare a coltivare i miei amati studi") nelle tre sedi rimaste: Verona, Napoli e Roma. Risparmio complessivo per il 2008: 848 milioni di euro. Per il 2009: un miliardo e 340 milioni.

Un anno dopo, quella situazione bollata come "inaccettabile" dai predecessori di Angelino Alfano e Ignazio La Russa, è peggiorata ancora. E se è vero che i tre giudici di sorveglianza con 32 impiegati e dipendenti vari hanno raddoppiato il carico di lavoro passando da uno (Erich Priebke, agli arresti domiciliari per la strage delle Fosse Ardeatine) a due detenuti (l’ottantacinquenne "boia di Bolzano" Michael Seifert), le sentenze emesse sono precipitate fino a 380 (quattro l’anno a magistrato), i processi pendenti sono scesi da 620 a 160. Uno virgola sette per ciascuno dei 93 giudici effettivamente in servizio. Un carico di lavoro, come si diceva, 660 volte più leggero di quello che grava sugli 8.454 magistrati penali e civili che ne hanno 1.123 a testa. Eppure, ancora una volta, è saltato tutto. E i risparmi? Ciao.

Dice Bartolomeo Costantini, presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati Militari, che la scelta del governo concede "tempi di attuazione più razionali" che consentono "a tutti i magistrati di continuare a lavorare e di non trasformarsi in "fannulloni" a tempo pieno " restando "sospesi a mezz’aria " in attesa "di diventare magistrati ordinari o magistrati militari nelle sedi sopravvissute". Dicono i critici che no, era già tutto deciso, i tempi c’erano tutti e il rinvio è solo l’ennesima vittoria della solita lobby. Vedremo. Ma certo, da oggi, la barricata dei fannulloni è ancora più difficile da rimuovere: "Se avete fatto quel regalino ai giudici con le stellette....".

Giustizia: Davigo; non servono più soldi per farla funzionare

 

Apcom, 2 giugno 2008

 

"La giustizia italiana non ha bisogno di più soldi, per poter funzionare meglio". È quanto ha messo in rilievo Piercamillo Davigo, membro storico del pool "Mani Pulite" e consigliere della Corte di Cassazione, durante il secondo incontro tenuto nell’ambito del Festival dell’Economia a Trento, dedicato a "chi paga il prezzo della giustizia inefficiente?".

"Possiamo contare - ha aggiunto - sullo stesso budget dell’Inghilterra e là le cose funzionano meglio. È sui meccanismi che dobbiamo agire: dobbiamo agire sui codici di procedura, che contengono i principi fondanti dello Stato di diritto, ma che talvolta sembrano scritti da folli; dobbiamo rendere poco conveniente l’andare in giudizio rispetto al risarcimento immediato del danno provocato; dobbiamo introdurre il concetto di risarcimento non in proporzione al danno provocato, ma in proporzione alla gravità del comportamento di chi il danno lo ha procurato; dobbiamo rivedere l’istituto dell’appello".

"Dobbiamo, ancora - ha continuato - rivedere la composizione delle Corti d’appello: se nei tribunali normali lavorano quelli che io chiamo i giudici padri, che sono severi quando serve, nelle Corti d’appello lavorano i cosiddetti giudici nonni, quelli che per troppa bontà rovinano i nipoti. Dobbiamo garantire la sicurezza della pena, perché è solo con quella che disincentiviamo il crimine e la convenienza ad agire in modo criminale".

"Un semplice processo di quattro udienze potrebbe esaurirsi - ha messo ancora in rilievo - in quattro giornate di lavoro; se tra un’udienza e l’altra dovesse servire del tempo istruttorio, il tempo necessario per arrivare a sentenza si dilaterebbe diciamo a quattro mesi. Il fatto è - ha continuato - che, se quel processo di quattro udienze viene affidato a un giudice che deve seguire duemila processi, la durata di quel singolo procedimento sarà di quattro anni. Ecco dove nascono i tempi biblici della nostra giustizia, ecco da dove si originano anche gli sprechi economici e i danni monetari provocati dalla giustizia".

"Se ad un’assicurazione conviene andare in giudizio e ritardare il pagamento del risarcimento per anni e anni, perché così riesce addirittura a recuperare il valore del risarcimento che dopo dieci anni dovrà pagare al danneggiato, creiamo - ha commentato - ingiustizia e ingolfiamo i tribunali (il 40% dei processi di Milano, ha ricordato, sono per incidenti stradali). Se ad ogni depenalizzazione approvata dal Parlamento per diminuire il carico di processi segue invariabilmente un insieme di nuove leggi, approvate sempre dallo stesso Parlamento, che introducono reati sempre nuovi, è chiaro che dall’ingolfamento non ci si stacca".

"Il Paese - ha ricordato - è sotto esame da parte dell’Europa per l’irragionevole durata dei processi. È una situazione aberrante: quando l’Europa s’è vista subissare da ricorsi provenienti dall’Italia a causa dei processi interminabili, per smaltire tutto il lavoro ha dovuto anch’essa aumentare da due anni e mezzo a tre il limite temporale per il primo grado di giudizio".

Durante l’incontro è stato presentato una ricerca di un giovane economista dell’università di Trento, Giovanni Mastrobuoni, sull’ultimo indulto del 2006, che ha finora rimesso in libertà circa 24mila detenuti. Il provvedimento ha fatto risparmiare allo Stato in media 56mila euro per detenuto non più in cella, ma ha creato un danno economico che per ogni persona liberata ammonta per difetto a 145.000 euro circa.

A fronte di un relativo risparmio da parte del Paese, di circa 2 miliardi di euro i danni economici causati da quelle 24mila persone, una parte delle quali recidive, uscite di prigione (e molte di esse in prigione ci sono già ritornate, con ulteriori danni per l’erario).

Giustizia: Napolitano chiede ai prefetti "scatto di efficienza"

 

La Repubblica, 2 giugno 2008

 

Napolitano raccomanda ai prefetti d’Italia uno "scatto d’efficienza" per garantire a tutti i cittadini "l’esercizio di facoltà e diritti fondamentali, e per favorire l’iniziativa e lo sviluppo delle attività economiche". Anche perché "la competitività del Paese è strettamente legata alla qualità della pubblica amministrazione".

Come dire un energico invito a migliorare la qualità e l’immagine dello Stato. Napolitano lancia un appello forte ai prefetti, nervatura centrale e periferica dell’apparato pubblico, perché "tenendo conto del disagio crescente nel Paese" facciano tutto il possibile per ridurre il malessere degli italiani legato a inadempienze della pubblica amministrazione.

A loro il presidente rivolge l’invito a trovare "risposte sempre più efficaci a domande e bisogni dei cittadini", tenendo conto "in via prioritaria dell’esigenza di "valorizzare il ruolo delle Conferenze permanenti, provinciali e regionali, con il massimo coinvolgimento anche delle rappresentanze sociali, nonché delle conferenze di servizio" come sede di "confronto, raccordo, intese".

Secondo il presidente è necessario "privilegiare questi moduli operativi" che in base alle segnalazioni sul malessere sociale "consentono di prefigurarne i possibili sviluppi, adeguando gli interventi". Quel che conta di più, raccomanda Napolitano ai prefetti, è "proseguire in generale sulla linea di cooperazione inter-istituzionale", necessaria per "far fronte alle diverse questioni concernenti la sicurezza" in senso lato. Il che vale soprattutto per la "prevenzione e il contrasto della criminalità diffusa".

E dopo l’entrata in vigore delle nuove norme di sicurezza negli ambienti di lavoro e per la circolazione stradale occorre ora "un particolare impegno a tutela dell’incolumità delle persone quotidianamente violata da comportamenti illeciti". La raccomandazione va ai prefetti perché tutti si sentano coinvolti nell’attività di "vigilanza e controllo". La Gazzetta ufficiale ha pubblicato l’altro ieri il decreto di nomina governativa dei prefetti di Roma, Milano, Napoli a "Commissari per l’emergenza nomadi" per Lazio, Lombardia e Campania.

Essi avranno il potere di definire programmi di azione per il superamento dell’emergenza, se necessario "anche in deroga alle disposizioni vigenti in materia ambientale, paesaggistico-territoriale, igienico-sanitaria, di pianificazione del territorio etc.". Avranno una dotazione di un milione di euro ciascuno per affrontare le prime emergenze logistiche. Potranno usufruire dei servizi della Croce Rossa.

La decisione del governo già scontenta Filippo Penati, presidente (Ds) della Provincia di Milano. "Queste disposizioni", afferma, "contraddicono quanto previsto dalla legge urbanistica regionale". La stima del Prefetto (8mila rom) è di gran lunga inferiore, dice, ai 23mila insediati in tutto il territorio provinciale. I denari stanziati nel decreto sono definiti "un’elemosina" per i cittadini lombardi e comunque il denaro stanziato deve essere finalizzato all’incremento delle forze dell’ordine. Replica il vicesindaco Decorato: Penati ha "la memoria corta" e solo due anni fa voleva impiantare campi rom nell’hinterland.

Giustizia: il Decreto rifiuti e il "processo penale partenopeo"

di Antonello Ardituro (Pm presso il Tribunale di Napoli)

 

www.radiocarcere.com, 2 giugno 2008

 

Un atto di sfiducia per i magistrati campani. Il decreto legge in materia di emergenza rifiuti in Campania ha determinato un evidente strappo normativo.

Sono state introdotte rotture del sistema penale, che hanno creato un inaccettabile federalismo processuale. Tanto che si può ben parlare di codice di procedura penale partenopeo (c.p.p.p.).

Le innovazioni: l’istituzione della Procura regionale, ben oltre la ordinaria organizzazione in circondari e distretti degli uffici giudiziari; l’inedita figura di giudice per le indagini preliminari collegiale; la grave previsione di applicabilità di questo pacchetto ai procedimenti in corso; la possibilità per il Procuratore di Napoli di derogare alle ordinarie regole di assegnazione dei procedimenti. Il sistema normativo introdotto contiene una pregiudiziale valutazione negativa effettuata dal governo dell’operato della magistratura campana, ritenuta "poco affidabile" e, più o meno chiaramente, concausa del disastro ambientale in atto; una magistratura che, con i suoi provvedimenti, ha bloccato le iniziative del commissariato in relazione alla apertura di impianti e discariche.

In questo senso il monito non può che essere respinto e rimandato al mittente e cioè alle responsabilità politiche connesse all’emergenza di questi ultimi mesi. Deve riaffermarsi infatti, il ruolo della magistratura quale garante dei diritti dei cittadini e, nel caso di specie, di diritti fondamentali quali quelli alla salute ed all’ambiente. Ruolo che non può che essere attuato attraverso il potere diffuso in capo ai singoli magistrati, con la valorizzazione, e non la mortificazione, degli uffici periferici, più vicini al territorio e professionalmente in grado di conoscerne e affrontarne i problemi.

Il Governo ha confuso il coordinamento, strumento sempre più necessario ad una efficace azione della funzione requirente, e che anche in tale contesto andava valorizzato e rinvigorito, con l’accentramento del potere che, per quanto esercitato con sapienza e professionalità, stravolge il ruolo costituzionale del titolare dell’azione penale. Una normativa che avesse rinforzato il potere di coordinamento del Procuratore distrettuale nella materia della gestione dei rifiuti e dei gravi reati che vi sono connessi, da istituire senza limitazioni temporali o geografiche, avrebbe rappresentato un miglioramento dell’azione di contrasto criminale, senza stravolgere il sistema, ed avrebbe trovato il consenso della magistratura.

Invece ci troviamo di fronte ad un pacchetto di norme che complicherà di gran lunga le cose e molto presto si manifesterà inadeguato a raggiungere l’asserito scopo della immediata ed efficace risoluzione dell’emergenza rifiuti. Le previsioni del decreto legge che impongono la trasmissione entro 10 giorni dei procedimenti già instaurati presso gli altri uffici della Campania, al Procuratore di Napoli e la necessità, ove vi siano misure cautelari in atto, di ottenere la convalida dal Gip del capoluogo, entro venti giorni a pena di inefficacia del vincolo, espongono la magistratura partenopea al rischio di vedere divenire inefficaci proprio i provvedimenti già adottati a tutela dell’ambiente e della salute delle persone.

Del resto il decreto abbassa la soglia di tutela dei cittadini napoletani, laddove consente un trattamento dei rifiuti sostanzialmente diverso rispetto a quello delle altre regioni italiane, ed impone per il sequestro dei siti non a norma il riscontro dei gravi indizi di colpevolezza e non del semplice "fumus boni iuris".

E lo stesso Procuratore di Napoli, pur individuato come destinatario di una funzione così complessa e come sostanziale "interlocutore" unico del sottosegretariato all’emergenza, è stato privato del principale potere di intervento, il sequestro preventivo d’urgenza, unico idoneo ad impedire la commissione di gravi fatti di irreversibile deturpamento del territorio.

Così come l’opera di delegittimazione complessiva della magistratura ordinaria si completa con la devoluzione al G.A. delle controversie, anche pendenti, connesse alla gestione dei rifiuti e derivanti dall’attività della pubblica amministrazione, anche quando queste coinvolgano diritti tutelati dalla costituzione. Insomma il Governo, in nome dell’emergenza, ha inteso essenzialmente scegliersi i giudici, anzi i magistrati, a cui sottoporre le questioni relative all’emergenza rifiuti.

Quanto questo sia ammissibile, al di là delle questioni di costituzionalità che verosimilmente saranno formulate ed ai conflitti di competenza che scaturiranno anche in relazione alla generica descrizione del campo di applicazione delle predette norme, è facilmente rimesso alla valutazione del lettore. Per quanto ci riguarda è semplice la considerazione che non esistono e non devono esistere magistrati "affidabili" per il potere politico; l’unica affidabilità richiesta e dovuta per pubblici ministeri e giudici è quella della loro professionalità ed autonomia. In questo senso essi saranno affidabili per i cittadini e, di conseguenza, per gli interessi della politica.

Giustizia: Giuristi Democratici per ministra Pari Opportunità

 

Comunicato stampa, 2 giugno 2008

 

Lettera aperta dell’Associazione Nazionale Giuristi Democratici, Gruppo di studio Generi e Famiglie, alla Ministra per le Pari Opportunità Mara Carfagna, in merito alle dichiarazioni rilasciate sulla violenza degli uomini contro le donne.

La violenza e le discriminazioni compiute dagli uomini ai danni delle donne, siano esse di tipo fisico, psicologico o economico, aldilà del contesto in cui vengono compiute, non rappresentano mai una "trasformazione" della realtà, un evento eccezionale, una "anomalia" connessa a qualità personali del singolo uomo che le compie, ma, come espresso nel Preambolo della Convenzione per l’Eliminazione di ogni forma di discriminazione contro la donna (Cedaw), sono la "manifestazione di un potere relazionale storicamente diseguale tra uomini e donne...uno dei principali meccanismi sociali attraverso i quali le donne sono costrette ad occupare una posizione subordinata rispetto agli uomini".

Il contesto famigliare è il luogo privilegiato di espressione della disparità di potere nella relazione tra coniugi: perché inevitabilmente il duplice ruolo che la donna in questo contesto è chiamata a ricoprire di moglie e madre la rende soggetta ad una serie di "aspettative" da parte del coniuge e della società stessa, che la vedono ancorata ad un ruolo primariamente di cura e riproduttivo, di servizio, e non, come dalla Ministra affermato, di realizzazione.

Infatti, statistiche, indagini criminologiche e studi psicologici di levatura internazionale sono concordi nell’affermare che la violenza dell’uomo in seno alla famiglia si scatena proprio nel momento in cui la donna sceglie di abbandonare il proprio ruolo di moglie e madre o "interpretarlo liberamente", cercando di esprimere le proprie qualità anche come cittadina e donna, dunque come soggetto, prima ancora che come oggetto di "funzioni" legate al suo ruolo.

È in questo momento che l’uomo si sente legittimato, imponendo la propria forza fisica, il proprio potere economico, il bene "superiore" della famiglia, a dissuadere la donna dalla possibilità di scegliere come costruire la propria vita, a sminuire la scelta di autonomia della donna come scelta debole, a cercare di tenerla al suo servizio con tutti i mezzi possibili, dalla minaccia allo stupro, alla violenza sui figli.

Perché deve sapere, Ministra, che alto è il tasso di violenze da parte degli ex coniugi ai danni di donne e figli in casi di affido condiviso, non perché questa sia occasione di scontro sui figli, ma perché l’affido condiviso viene sovente concesso anche quando già erano state avanzate da parte della donna precedenti denunce penali al marito per percosse, minacce, maltrattamenti.

L’incapacità di valutare la pervasività della violenza dell’uomo in famiglia, che non solo si rivolge contro la donna, ma anche è violenza assistita per i figli che indirettamente la subiscono, porta a concedere l’affidamento congiunto anche in questi casi, consentendo all’uomo violento di continuare a trovare spazi per distruggere fisicamente e psicologicamente le persone, donna e figli, che hanno deciso di sottrarsi dalla sua potestà.

A fronte della gravità e della pervasività della discriminazione e della violenza degli uomini ai danni delle donne italiane, pare una ulteriore ed inaudita violenza istituzionale non solo la scelta di non assegnare un Portafoglio al Ministero delle Pari Opportunità per consentirle di poter effettivamente intervenire a supporto dei centri antiviolenza e rendere concrete le politiche di supporto alla fuoriuscita delle donne da situazioni di criticità, ma anche la scelta di tagliare quei già pochi fondi stanziati a tal fine, che ancora una volta, da un Governo preminentemente composto di uomini, viene distratto alle politiche delle pari opportunità a favore di altri e del tutto diversi ambiti (abolizione Ici prima casa, quella in cui i coniugi possidenti e maggiormente remunerati rispetto alle proprie consorti potranno continuare ad esercitare agevolmente su di loro violenze e pressioni economiche e psicologiche).

Molte altre sarebbero le osservazioni su cui soffermarsi, ma, per brevità, pare opportuno in questa sede portare a Sua conoscenza e fare rimando alle Raccomandazioni che il Comitato per l’applicazione della Convenzione per l’Eliminazione di ogni forma di discriminazione contro la donna (Cedaw) ha, in più riprese, rivolto al nostro Stato, e che sempre sono state ignorate ed occultate, al punto da doversi una associazione come la nostra addossare l’onere di tradurle e diffonderle.

 

Associazione Nazionale Giuristi Democratici

Gruppo di studio Generi e Famiglie

Roma: Garante Marroni; detenuto 23enne suicida a Rebibbia

 

Comunicato stampa, 2 giugno 2008

 

Un detenuto di 23 anni, recluso a Rebibbia, si è ucciso respirando il gas di una bomboletta da campeggio. Lo rende noto il Garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni spiegando che l’uomo, Massimo, con due figli che lo aspettavano fuori dal carcere, era tossicodipendente ed era detenuto in una cella al reparto G 11 del carcere romano. A dare l’allarme sono stati gli altri detenuti. È intervenuto il personale dell’infermeria con un defibrillatore, ma non c’è stato nulla da fare. "Si continua a morire in carcere - ha detto Marroni - in un momento in cui si parla di inasprimento e di certezze delle pene. Non vorrei passasse in secondo piano la funzione di recupero sociale, di quelli che anche se in carcere sono pur sempre cittadini di questa società". Lunedì scorso era morto per cause naturali, per un tumore, nello speciale reparto per detenuti dell’ospedale Sandro Pertini un palestinese di Gaza.

Nuoro: aperto un centro d’aggregazione sociale per detenuti

 

L’Unione Sarda, 2 giugno 2008

 

Grazie all’impegno di Don Pietro Borrotzu, il capoluogo barbaricino può contare da oggi su una nuova struttura che ospiterà principalmente detenuti, le loro famiglie ma anche giovani che vogliono trascorre in modo utile il proprio tempo. Nuoro ha un nuovo centro di aggregazione sociale. La nuova struttura, consegnata ufficialmente questa mattina, si trovata accanto alla Parrocchia Beata Maria Gabriella, uno dei rioni periferici della cittadina.

Alla cerimonia, che si è svolta dopo la celebrazione della messa da parte del vescovo Pietro Meloni, era presente anche il presidente della Regione Autonoma della Sardegna, Renato Soru.

Il centro, costruito grazie ad un finanziamento pubblico, ospiterà principalmente i detenuti, le loro famiglie e tutti coloro che hanno bisogno di un punto di incontro. Sono stati costruiti degli alloggi completamente arredati. Si potrà utilizzare la cucina e addirittura una biblioteca che ha bisogno di essere attrezzata, è stato annunciato, con l’aiuto di tutti i nuoresi. Il nuovo centro di aggregazione sociale sarà anche aperta ai giovani del rione che potranno trovare un’occasione per trascorrere il tempo in modo utile. Fondamentale alla realizzazione di questo progetto è stato l’impegno del parroco Don Pietro Borrotzu.

Agrigento: un’Intesa tra Caritas, Uepe e Case Circondariali

 

La Sicilia, 2 giugno 2008

 

La Caritas continua ad aprire le porte ai detenuti e ai loro familiari, per favorire il reinserimento sociale e facilitare le relazioni dei reclusi con i parenti. È l’effetto di un protocollo d’intesa sottoscritto tra le Case Circondariali di Agrigento e Sciacca, l’Ufficio di Esecuzione Penale Esterna (Uepe) di Agrigento Ministero della Giustizia, la Caritas diocesana, che realizzerà le azioni attraverso il Centro di Ascolto e di accoglienza San Giuseppe Maria Tomasi.

A firmare il documento sono stati il direttore dell’Uepe Rocca Quattrocchi, il direttore delle Case Circondariali Fabio Prestopino ed il direttore della Caritas don Vito Scilabra.

"La Chiesa - dice don Scilabra - ha sempre manifestato un attenzione nei confronti dei detenuti e promuove e difende la dignità e i diritti umani; non si può ignorare che nel carcere ci sono persone in situazione di sofferenza, private della libertà, bisognose di un annuncio di speranza, di misericordia, di comprensione e di solidarietà. È importante, quindi, riuscire in ogni modo aiutare i detenuti a reinserirsi nella società. In questa ottica abbiamo voluto promuovere un’azione concreta capace di favorire il reinserimento sociale delle persone detenute nelle Case circondariali di Sciacca ed Agrigento.

Il Centro di ascolto e di accoglienza San Giuseppe Maria Tomasi sempre sensibile alle problematiche relative al mondo carcerario, procederà, quindi, all’accoglienza delle persone recluse nei penitenziari del capoluogo e della città delle terme, che usufruiscono dei benefici di legge (permessi premio). I detenuti saranno ospitati nella Casa di Accoglienza di via San Domenico, dove potranno anche fruire della sala mensa, per un periodo che verrà comunicato dalla Direzione della Casa Circondariale.

Inoltre l’Ente Diocesano si farà carico delle persone che usufruiscono delle misure alternative alla detenzione su invio dell’Uepe, per lo svolgimento delle attività di volontariato presso i servizi promossi dalla Caritas e gestiti dell’Associazione San Giuseppe Maria Tomasi. Saranno, quindi, impegnati in attività manuali e collaboreranno con i volontari della Casa di accoglienza e del Centro di Ascolto. Il recupero del recluso passa anche attraverso i rapporti con i parenti. Per questa ragione la Caritas si è resa disponibile anche ad ospitare i loro familiari che vivono in altre province, per consentire di intrattenere o riallacciare relazioni interpersonali, facilitando le visite e gli incontri tra parenti e detenuti. Si tratta di una nuova articolazione e potenziamento di un servizio attivato da diversi anni in favore dei carcerati.

Caltanissetta: Centro S. Anna; attività sportive per detenuti

 

La Sicilia, 2 giugno 2008

 

Il presidente dell’Associazione "Centro giovanile S. Anna", Luigi Nocera, ha presentato al direttore della Casa di Reclusione di San Cataldo un progetto per coinvolgere in attività sportive gli ospiti della struttura carceraria. "La nostra Associazione sportiva e culturale si rende disponibile ad organizzare attività sportive per i detenuti - è scritto nella nota a firma del presidente Nocera - al fine di aiutarli nel loro percorso di crescita morale attraverso lo sport.

In particolare abbiamo intenzione di prevedere un corso di preparazione atletica curato dal sig. Sebastiano Ambra (istruttore Coni) e dal sig. Andrea Nocera (preparatore atletico Figc). Proponiamo alla Casa di reclusione anche un quadrangolare di calcetto con due squadre di detenuti e due squadre esterne della Soc. Sportiva "San Cataldo", dedicato a Madre Teresa di Calcutta". Il "Centro Giovanile Sant’Anna" si augura che tali iniziative sociali possano presto trovare accoglimento ed attuazione".

Libro: "Identità sospese", una raccolta di scritti dei detenuti

 

Il Manifesto, 2 giugno 2008

 

Tra tutti gli infiniti luoghi della vita, il carcere - istituzione totale che annulla le identità precedenti in un tempo sospeso tra un passato negato e un futuro incerto - è tra i più distanti dalla natura dell’essere umano. Per affrancare i detenuti da questa condizione, gli istituti penitenziari romani di Rebibbia (Casa di reclusione penale maschile e Casa circondariale nuovo complesso) da quattro anni organizzano, in collaborazione con l’assessorato alle politiche scolastiche della provincia di Roma e il ministero della pubblica istruzione, i laboratori di lettura e scrittura guidati da Luciana Scarcia, un’attività di insegnante che dura da oltre trent’anni e si affianca a studi sulla scuola e l’educazione degli adulti.

Da questa esperienza Luciana Scarcia ha tratto un libro, Identità sospese. Storie di vita, luoghi e carcere (pp. 286 euro 15, Herald Editore per la collana "Quaderni dal carcere"). Una raccolta di racconti scritti da detenuti (tra loro, Gennaro Addazio, Gianni Barosco, Gianluca D’Ascenzo, Leonardo De Pace Lopez, Corrado Ferioli, Augusto Guerrieri, Nicola Inglese, Giuseppe Pablo Stralla e altri che hanno preferito mantenere l’anonimato) che, guidati da Scarcia, hanno accettato di sperimentare situazioni nuove che li hanno arricchiti e che mostrano quanto possa essere importante il fare scuola in carcere. Oggi qualcuno di loro è uscito, altri sono ancora lì, in una sorta di sospensione del tempo della vita.

Senza addentrarsi in una questione complessa come quella della credibilità della rieducazione in carcere, Luciana Scarcia spiega che il suo obiettivo non è "cambiare le persone sulla base di un modello, ma fornire strumenti e stimoli che possano accompagnare un processo di revisione e cambiamento, il cui depositario è e resta la persona momentaneamente ristretta". Per Daniela Monforte, assessore alle politiche della scuola della provincia di Roma, oltre a portare fuori le voci di chi vive in un mondo difficilmente penetrabile, questa pubblicazione "vuole testimoniare il ruolo di mediazione tra società civile e mondo recluso che l’amministrazione provinciale intende svolgere per contribuire alla crescita della coesione democratica della nostra collettività".

Sfogliando le pagine di questo libro-luogo incontriamo I cancelli del destino di Pablo Stralla (52 anni, italiano), cresciuto in una famiglia senza riferimenti maschili: "il destino volle la morte di mio papà quando avevo solo due anni e mio nonno materno morì un anno dopo di lui. Mi trovai a vivere con mamma e nonna: due vedove che riversarono su di me attenzioni, ansie e preoccupazioni". Non vedo, non sento, non parlo... ma scrivo, titola il suo racconto Giuseppe Bastone, originario di Mazara del Vallo che aspetta di uscire: "Domani mi sveglierò con l’odore del pesce - scrive - e le voci del mercato, correrò fra le gambe dei pescatori, sentirò le loro grida per vendere una triglia rossa appena pescata".

Nat7 (32 anni, italo-uruguayano) racconta la sua Ultima emozione a Gran Canaria, prima dell’arresto: una mattina si sveglia, apre gli occhi, allunga la mano verso il comodino alla ricerca del fumo e delle cartine, "un gesto istintivo che ripeto da ormai quasi 30 anni - scrive Nat7 - credo che prenda vita attimi prima che io sia cosciente". Invece Freddy, italo-francese di 29 anni, descrive la mappa della sua esistenza e i percorsi del suo destino come Ramificazioni di un abete "ma guardandolo meglio, ci sembra di ammirare delle teste di tucano oppure delle vele di una barca, delle foglie autunnali o addirittura dei saccottini ripieni di crema...".

Le ombre, per Nicola Inglese (italiano, 56 anni), sono ricordi di una Memoria perduta, il titolo del suo racconto: "Il ricordo non ci abbandona mai, resta ostinatamente attaccato sul fondo - scrive Nicola - e la chiave giusta lo riporta a galla. Le letture fanno sì che la memoria torni in funzione, più le commentiamo e discutiamo più olio mettiamo per sbloccare gli ingranaggi. Ed è a questo punto che affiorano le ombre". Sono tante le storie, di vita e di luoghi, di mappe e percorsi, di oggetti smarriti e ricordi da ritrovare che prendono forma nelle pagine di questo libro. Storie che ci mettono in relazione con il "mondo recluso" e richiamano alla comune responsabilità verso il destino dell’uomo.

Immigrazione: il Vaticano; no a detenzione per i clandestini

 

Ansa, 2 giugno 2008

 

Monsignor Marchetto: "Non si può privare della libertà un cittadino comunitario per un’infrazione amministrativa". "I cittadini di Paesi terzi, come cittadini comunitari, non dovrebbero essere privati della libertà personale o soggetti a pena detentiva a causa di un’infrazione amministrativa". È questa la posizione espressa dal Segretario del Pontificio Consiglio per i migranti, monsignor Agostino Marchetto, in merito al dibattito in corso in Italia sul tema dell’immigrazione clandestina. Marchetto si trova a Nairobi per il congresso panafricano dei delegati delle Commissioni episcopali per le migrazioni, sul tema "Per una migliore pastorale dei migranti e dei rifugiati in Africa all’alba del terzo millennio". "In una recente intervista auspicavo in Italia, e non solo naturalmente, un equilibrio tra sicurezza e accoglienza - ha detto il prelato a Radio Vaticana -. Possiamo ora dilatare questo auspicio introducendo solidarietà, senso umano e giustizia". "I Governi - ha spiegato l’arcivescovo - hanno la loro competenza in tutto ciò, con dialogo multilaterale, perché nessuno oggi può risolvere questioni così complesse unilateralmente".

Immigrazione: giudici contestano aggravante di clandestinità

 

Ansa, 2 giugno 2008

 

La contestazione dell’aggravante di clandestinità c’é stata da parte di diverse procure, da Milano a Siracusa, passando per Bologna. Ma per sapere se i giudici applicheranno o meno un aumento di un terzo della pena a carico di extracomunitari che hanno spacciato droga, rapinato o commesso altri reati mentre si trovavano illegalmente, si dovrà attendere.

Nel palazzo di giustizia di Milano non si esclude che qualche giudice possa censurare dal punto di vista costituzionale la norma del "pacchetto sicurezza" introdotta per decreto. Se ciò avverrà lo si saprà solo il 6 giugno prossimo, quando comincerà il processo per direttissima nel merito: oggi il giudice delle direttissime ha deciso solo sulla misura cautelare per gli immigrati arrestati a Milano e ai quali è stata contestata l’aggravante, e ha stabilito che debbano rimanere in carcere.

Si tratta di un ucraino e un moldavo di 32 e 25 anni, di un cileno di 18 e di un marocchino di 27 anni. Sono accusati rispettivamente del furto di 30 paia di scarpe e di sei televisori, del danneggiamento di un pronto soccorso e di resistenza a pubblico ufficiale e dello spaccio di 80 grammi di droga, tra cocaina ed eroina. Ieri il pm Grazia Pradella aveva contestato l’aggravante di clandestinità i legali degli indagati promettono battaglia. Oggi non era il momento per proporre l’eccezione di costituzionalità, perché in discussione c’erano solo le esigenze di custodia cautelare, ma il ricorso alla Corte costituzionale è stato preannunciato e si farà.

Per l’avvocato Gennaro Carfagna, che con il collega Giovanni Marchese difende il marocchino arrestato per droga, la norma è "un obbrobrio". "Contrasta apertamente con l’articolo 3 della Costituzione - ha detto il legale - il quale prevede l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Mentre le aggravanti previste finora facevano riferimento a atti oggettivi, come i motivi futili, abbietti, la crudeltà o la premeditazione, in questo caso è presa in considerazione una situazione soggettiva come la clandestinità, che è una irregolarità amministrativa".

A Bologna un 26enne egiziano arrestato per spaccio di stupefacenti è stato condannato per direttissima con rito abbreviato a un anno e due mesi di reclusione nonostante il pm avesse chiesto un anno e nove mesi: il giudice Donatella Santini ha infatti considerato le attenuanti (l’imputato era incensurato) prevalenti rispetto all’aggravante della clandestinità. Sempre a Bologna, spera di non vedersi calcolare l’aggravante anche un 31enne spacciatore tunisino, il cui processo è stato rinviato tra dieci giorni. Aggravante di clandestinità contestata anche dalla procura di Siracusa nei confronti di un tunisino arrestato per aver rapinato una nigeriana a Lentini.

Immigrazione: Maroni; alcuni giudici ostacolano nuove leggi

 

Corriere della Sera, 2 giugno 2008

 

Usa toni enfatici e parole forti, come spesso accade quando un politico parla ai propri elettori. Davanti al popolo leghista che lo acclama a Pontida, il ministro dell’Interno Roberto Maroni attacca magistrati e opposizione.

Rivolto ai primi afferma: "Vinceremo la resistenza di chi fra loro non vuole applicare le nuove leggi sull’immigrazione". E sulla sinistra aggiunge: "Ci rompe le palle. Se una cosa la facciamo noi non va bene, se la fanno gli altri invece va bene". Negli ultimi giorni alcuni Pubblici Ministeri hanno contestato ai clandestini indagati l’aggravante contenuta nel Decreto legge entrato in vigore la scorsa settimana e adesso si attende la decisione dei giudici. È possibile che qualcuno decida di bilanciarla con le attenuanti in modo da non infliggere una condanna troppo elevata, come invece era nelle intenzioni del Governo al momento dell’approvazione della norma.

Secondo Luca Palamara, Presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, "non è assolutamente vero che ci sia un rifiuto da parte dei miei colleghi, ma esistono perplessità sulla costituzionalità dell’aggravante per i clandestini perché fa riferimento alle condizioni soggettive dell’indagato, cioè la nazionalità, e non a quelle oggettive e questo può creare una disparità. Lo avevamo fatto presente al ministro e dunque è possibile che qualche giudice decida ora di rivolgersi alla Consulta".

Il Magistrato che guida l’Anm non scarta l’ipotesi di un bilanciamento: "Rientra nella discrezionalità dei giudici e sarebbe una scelta legittima. Ma non c’è alcun pregiudizio, del resto noi stessi abbiamo manifestato apprezzamento per le nuove norme sulla sicurezza stradale e sull’accelerazione dei riti processuali. La nostra linea è chiara: chi delinque deve essere punito e ci deve essere certezza che sconti la condanna inflitta. Anche noi sentiamo l’esigenza di garantire sicurezza, ma non facciamo distinzioni tra nazionalità".

Sul tasto immigrati batte invece Maroni e riceve l’ovazione delle migliaia di cittadini accorsi alla festa della Lega. Perché promette "tolleranza zero" e assicura: "Non molleremo di un millimetro sulla sicurezza e sul federalismo perché queste sono le nostre battaglie. Abbiamo come obiettivo la sicurezza per tutti i nostri cittadini che devono vivere sereni senza paura che qualcuno entri nelle loro case e nel tentativo di rubare li sgozzi e porti via i loro figli, come è già accaduto. A noi potrebbe essere sfuggito qualcosa, il Parlamento farebbe bene a potenziare e a migliorare il pacchetto".

Poi risponde all’opposizione e anche alle critiche arrivate da esponenti politici europei, primi fra tutti alcuni ministri del governo spagnolo guidato da Zapatero. Hanno detto che l’Italia è diventata un Paese razzista e xenofobo - afferma il ministro - ma non è vero, perché facciamo ciò che in altri Paesi già fanno. In Francia, in Inghilterra e in Germania il reato di immigrazione clandestina già esiste e sapete chi lo ha introdotto in Germania?

Il governo Schröder dei socialisti e dei verdi. La sinistra ci rompe le palle perché se facciamo una cosa noi dice che è sbagliata mentre ciò che fanno gli altri è giusto. Contro la Lega, il governo e i provvedimenti sulla sicurezza vengono raccontate solo balle da chi non vuole accettare che adesso la musica è cambiata. Ripareremo i guai che il governo Prodi ha fatto in due anni".

Immigrazione: Torino; verità per morte Hassan Nejl nel Cpt

di Gabriele Proglio

 

Il Manifesto, 2 giugno 2008

 

Durante tutta la settimana, la Torino antirazzista si è mobilitata per la morte di Hassan Nejl, detto "Fathi", con presidi e un’attenzione alta su cosa succedeva all’interno del Cpt. Era stato annunciato dalle autorità che, per le indagini ancora in corso, tutti i testimoni non sarebbero stati espulsi. Invece giovedì altre quattro espulsioni. Quindi ben si comprende come quello di ieri fosse un appuntamento importante, sentito.

Sono da poco passate le 16 e il corteo di circa 500 persone si muove da Piazza Sabotino verso il Cpt di Corso Brunelleschi. Lo striscione d’apertura ne evidenzia i temi; su c’è scritto "verità e giustizia per Fathi e chiudere i cpt ora". Ci sono molte realtà torinesi, Gabrio, Askatasuna. Gli interventi ricordano la vicenda, la richiesta di aiuti alla Croce Rossa, ripetuti, l’agonia e poi la morte. La rivolta del giorno dopo, la denuncia delle violenze e della mancanza di assistenza della Croce Rossa, delle condizioni nelle quali vivono i detenuti. "Siamo trattati come animali", ricordava un recluso raggiunto via telefono all’interno del Cpt.

Il corteo si allunga lungo Via Monginevro, si ingrossa e accoglie i consensi di molti immigrati, ma anche di molti italiani. Alcuni guardano dal balcone, come una famiglia magrebina. Al centro della protesta ci sono anche i cpt, le strutture di detenzione per immigrati clandestini che, viene ricordato più volte, sono stati istituiti dal governo di centrosinistra con la legge Turco-Napolitano e che oggi il nuovo esecutivo di Berlusconi vorrebbe cambiare solo nel nome - Cei (Centri di espulsione e di identificazione) - ma non nella sostanza.

L’obiettivo è quello di renderli ancora più operativi, aumentandone l’efficienza anche con l’introduzione del reato di immigrazione clandestina. Alcuni immigrati prendono la parola, urlano slogan contro la triade Berlusconi-Bossi-Fini, contro le espulsioni e il nuovo pacchetto sicurezza. Agitano dei cartelli con su scritto "nessun uomo è illegale", "libertà di movimento per tutti", "no border". "Gli va bene quando ci sfruttano sul lavoro, ma quando chiediamo in nostri diritti...", dice un algerino. Proprio su quest’argomento viene posto l’accento, ribadendo che è la condizione economica in cui versano migliaia di persone ad essere il vero tema della discussione, e non la richiesta di maggiore legalità.

Se la crisi arriva alla terza, e non alla quarta settimana, allora bisogna capire che la condizione dei più poveri, e in questo caso degli immigrati, verrà sempre più criminalizzata. Si legge nel volantino distribuito dal Network antagonista torinese "lo straniero obbligato alla clandestinità è la pietra angolare ricattatoria su cui si organizza una più generale precarizzazione del lavoro e della vita". Il corteo termina davanti al Cpt. Poco più in là, ad un centinaio di metri al massimo, un gruppo di cinquanta anarchici. Dall’amplificazione trasmettono Radio Blackout che è collegata con un immigrato all’interno del Cpt. Parla delle espulsioni di alcuni giovani, dice "hanno mandato via il ragazzo che non hanno soccorso e anche quello che hanno picchiato, così non hanno prove". Poi riferisce di altre violenze: "Oggi - aggiunge - hanno picchiato due ragazzi, uno non ce la fa neppure più ad alzarsi dal letto". Sono ormai passate le 18 e la musica e gli ultimi interventi hanno certamente portato la solidarietà agli immigrati ancora reclusi.

Immigrazione: il parafulmine contro le paure dell’incertezza

di Giovanna D’Ambrosio

 

Notiziario Aduc, 2 giugno 2008

 

"Nella figura dell’estraneo, le paure dell’incertezza, radicate nella totalità dell’esperienza di vita, trovano la tanta agognata e attesa incarnazione. Finalmente non si subirà l’umiliazione di prendere la bastonate a capo chino; finalmente è possibile far qualcosa di reale e concreto per parare i colpi del destino, o forse finanche respingerli o stornarli. Data l’intensità delle paure, se non esistessero estranei, bisognerebbe inventarli" (Z. Bauman)

Le parole: "centro di permanenza temporanea" ovvero: "centro di permanenza temporanea e assistenza" sono sostituite, in generale, in tutte le disposizioni di legge o di regolamento, dalle seguenti: "centro di identificazione ed espulsione" quale nuova denominazione delle medesime strutture.

Questa è uno dei cambiamenti del pacchetto sicurezza italiano del governo Berlusconi IV, la cui maggior preoccupazione è stata, da tempo, il fenomeno migratorio, opprimente e criminale per la "casta" Italia. Il disegno di legge, degli autori Maroni e Bossi, propone di considerare reato l’ingresso e il soggiorno irregolare in Italia e intende portare a 18 mesi il tempo massimo della detenzione nei centri a scopo di espulsione (ora di 60 giorni), non considerando che nel 2001 la Corte Suprema degli Stati Uniti si è dichiarata contraria alla legge di detenzione in attesa di espulsione per periodi superiori a 6 mesi.

Un notevole passo in avanti in nome della libertà dell’uomo, dei diritti fondamentali della persona umana, della non violenza, della sicurezza dell’integrità umana e di chi più ne ha più ne metta. E baggianate, sia le accuse che vengono da Madrid sia le richieste di Bagnasco, preoccupato che i Cpt, alla fine, non siano cosi temporanei.

Niente a che vedere con forme moderne di razzismo o di xenofobia, ma solo politiche migratorie idonee a garantire la sicurezza e vita natural durante agli italiani, oramai sconvolti e terrorizzati dall’invasione di questi stranieri che derubano, delinquono e uccidono. Insomma, portano criminalità nella nostra penisola de "Il divo" e di "Gomorra".

Difatti, durante un "Porta a Porta," il ministro dell’Interno, a proposito dei Cei, afferma che "l’obiettivo del Governo è dare risposta all’ansia di sicurezza che ha preso ormai i cittadini. Sono misure anche forti, ma stabiliscono per tutti un principio di legalità".

Principio di legalità che, ovviamente, non tange e non riguarda i migranti, costretti a una detenzione forzata in attesa essere rispediti nei luoghi da cui erano fuggiti, come se " A Sud di Lampedusa" non esistesse più nessuno e nessuna ragione, nessuna determinante che agisce nei paesi di provenienza e in quelli di destinazione dei flussi (i pull factors).

Quindi, permanenza in questi nuovi centri e uomini che impazziscono. Già nel 2004 Msf rivelava casi di sovraffollamento, di uso i container, di assenza di tutela legale, di presenza richiedenti asilo ex detenuti che non sarebbero dovuti passare per i centri, di autolesionismo da parte degli stranieri, di violenze e di abuso di psicofarmaci da parte delle forze dell’ordine per stordire i trattenuti e impedire rivolte e problemi. Ma tutto questo non fa un tubo e una piega, perché la sicurezza è la prima cosa ed è proprio "nella figura dell’estraneo, le paure dell’incertezza, radicate nella totalità dell’esperienza di vita, trovano la tanta agognata e attesa incarnazione"

Iran: Osservatorio Minori; no a pena morte per i minorenni

 

Associated Press, 2 maggio 2008

 

Cento minorenni, o tali all’epoca dei reati commessi, attendono di essere impiccati nelle carceri iraniane. Lo denuncia l’Osservatorio sui Diritti dei Minori, che, in occasione della venuta a Roma del presidente Ahmadinejad in visita alla Fao, coglie l’occasione per chiedergli di tramutare la pena capitale in detenzione. "L’Iran - spiega il presidente dell’Osservatorio, Antonio Marziale - è un Paese ricco di storia e potenzialmente in grado di pilotare lo sviluppo economico e sociale del contesto geopolitico orientale, ma l’istituto vigente della pena di morte pregiudica ogni sforzo volto al progresso umano e civile".

Per Marziale "dal punto di vista strettamente etico non è più ammissibile guardare alla pena capitale come soluzione per garantire ai popoli giustizia ed è per tale ragione che chiediamo al presidente Ahmadinejad di abolire in Iran non solo le esecuzioni capitali, ma soprattutto la pseudocultura che le determina". Il presidente dell’Osservatorio conclude: "La credibilità di un leader, nell’era della globalizzazione, filtra dal suo coraggio nel determinare rotture col passato in senso evoluzionistico. La salvezza dei detenuti in attesa di esecuzione costituirebbe certamente il segnale di un Iran nuovo e credibile".

 

 

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