Rassegna stampa 3 ottobre

 

Giustizia: se la sinistra cavalca la tigre della legge e dell’ordine

di Patrizio Gonnella e Susanna Marietti (Associazione Antigone)

 

Fuoriluogo, 3 ottobre 2007

 

C’era un tempo in cui l’emergenza era una cosa seria, e lo Stato ricorreva a situazioni di eccezione per far fronte a un nemico che incuteva paura. Tanto serie erano quelle emergenze, che un’associazione come la nostra è nata negli anni ‘80 proprio per contrapporvisi. Alle leggi speciali degli anni ‘70, Antigone opponeva un modello di diritto che si sentisse forte di se stesso e sapesse affrontare con i propri strumenti ordinari circostanze più e meno difficili.

Le emergenze, oggi, sono tristi e risibili insieme. Il nostro nemico è un signore che si affaccia al finestrino e ci propone un vetro più pulito, generando non paura bensì fastidio. È per lui che i nostri sindaci post-comunisti hanno scritto ordinanze e inneggiato a proclami repressivi. Nel vuoto culturale dei loro mandati, hanno scelto di creare un allarme sociale inesistente, credendo poi di poterlo cavalcare in sella a un destriero capace di portarli in corsa alle elezioni.

Ma vicende recenti ci raccontano un’altra storia. Nel 2001, Francesco Rutelli scrisse una lettera agli italiani nella quale affermava con nettezza che "il diritto alla sicurezza è oggi un diritto di cittadinanza. Noi vogliamo essere contro il crimine e decisi a rimuovere le cause del crimine. Intendiamo combattere l’immigrazione clandestina (...). Servono subito più mezzi, più magistrati, una maggiore organizzazione". Una nettezza così convincente da spingere gli elettori a votare per la destra. Se c’è qualcosa che dovrebbe distinguere la sinistra dalla destra è infatti proprio la capacità di sfumare contorni. Ma se lo stesso candidato premier della prima indicava con tanta certezza il nemico di ogni nostra tranquillità urbana, come non credergli?

Lo stesso accadde a Lionel Jospin l’anno seguente. Jospin durante i 5 anni del suo governo aveva introdotto la settimana di 35 ore e i Pacs. Eppure, volendo inseguire Chirac, non rivendicò durante la campagna elettorale quelle azioni di sinistra ma promise sicurezza nelle banlieues. Così al ballottaggio arrivò Le Pen. Non paga, dunque, svendere un edificio di tradizioni culturali antiche e sedimentate per rincorrere il singolo mattone del momento. Non paga essersi liberati di quei principi di solidarietà che vivevano in tutte e tre le grandi tradizioni di pensiero sulle quali è nato il nostro paese. I comunisti guardando all’eguaglianza, i cattolici guardando all’amore fraterno, i liberali guardando alla difesa delle libertà individuali di ognuno, tutti avevano nei confronti dell’altro un’attenzione umana che i nostri sindaci e governanti senza storia hanno trasformato in attenzione penale. La stessa identica attenzione che il popolo di Grillo riserva a loro medesimi. Con lo stesso qualunquismo.

Siamo quindi in attesa dell’ennesimo pacchetto sicurezza. Nel 2001 qualche giorno prima di andare a votare il Guardasigilli Fassino riuscì a far aumentare le pene per scippatori e ladri di appartamento, dopo aver senza successo introdotto il braccialetto elettronico per chi era agli arresti domiciliari. Ora si pensa di estendere le ipotesi di applicazione della custodia cautelare per reati contro il patrimonio, prevedere indiscriminatamente pene fino all’ergastolo per chi induce i minori all’accattonaggio (fosse pure la mamma rom con il proprio bambino in braccio), punire i clienti delle prostitute. Nel frattempo l’Unione crolla nei sondaggi.

Giustizia: Pisapia; rischiamo di scivolare verso "stato di polizia"

Intervista a Giuliano Pisapia, di Angela Mauro

 

Liberazione, 3 ottobre 2007

 

Cofferati che a Bologna se la prende con il questore Cirillo accusandolo di non aver impedito lo "street-rave" non autorizzato di sabato scorso. Cofferati che poi alza la voce con Amato, chiedendo poteri di polizia per i sindaci. E il ministro degli Interni che, da parte sua, si appresta a presentare in consiglio dei ministri (il 12 ottobre prossimo) un piano sulla sicurezza con il quale si affida ai prefetti il potere di espellere chi viola la sicurezza pubblica. Il rischio è che "pian piano si scivoli verso uno stato di polizia", lancia l’allarme Giuliano Pisapia per denunciare la tendenza, che sembra prevalere tra i maggiorenti del Piddì, a non salvaguardare quella "divisione dei poteri" che sta alla base di ogni democrazia.

Concentrare poteri nelle mani dei sindaci, come chiede il primo cittadino di Bologna, denota una mancanza di rispetto per le "competenze e professionalità" delle forze di polizia e di quei questori che, come Cirillo, "evitano tensioni e scontri che sarebbero nocivi per la sicurezza pubblica". In questo, spiega il giurista, Cofferati mostra una "logica egocentrica". Dall’altro lato, assegnare poteri di espulsione ai prefetti denota "fondati profili di incostituzionalità" e significa non tener conto del fatto che la legge attuale già prevede diversi meccanismi di espulsione. Se a tutto questo si aggiunge l’attacco di Amato ai giudici che hanno scarcerato l’ex br Piancone, riarrestato ieri in una rapina a Siena, il quadro che viene fuori è quello di un "abisso" in cui si è consapevolmente cacciato un centrosinistra che quando era all’opposizione faceva "battaglia comune contro la Bossi-Fini". L’attacco del ministro degli Interni ai magistrati è "l’ultima dimostrazione di chi parla più per colpire l’opinione pubblica che per risolvere i problemi", dice Pisapia.

 

Ma perché il centrosinistra ha intrapreso questa via?

Evidentemente si ritiene che si andrà alle elezioni anticipate e si pensa di battere la destra lanciando questo tipo di messaggi all’opinione pubblica. Un calcolo sbagliato perché il piano Amato risulterà inefficace e la delusione degli elettori aumenterà. È già successo con il pacchetto sulla sicurezza approvato dal governo di centrosinistra nel 2001 (Amato premier, Fassino alla Giustizia, Enzo Bianco al Viminale, ndr.), con l’opposizione del Prc. È risultato inefficace, tanto che gli stessi problemi si ripresentano oggi. Ma dico: il centrosinistra ha dimenticato quella lezione? Errare è umano, ma perseverare è diabolico.

 

Partiamo dall’ultimo caso di cronaca, quello dell’arresto di Piancone e dell’attacco di Amato contro i giudici che lo hanno scarcerato. Perché tanta veemenza?

Si parla per colpire l’opinione pubblica e non per risolvere i problemi. La realtà è che bisogna considerare che ogni decisione giudiziaria può comportare dei rischi. L’importante è che il beneficio sia stato concesso sulla base di quanto previsto dalla legge. Così come è importante ricordare che meno dello 0.8 per cento delle persone che hanno usufruito dei benefici dell’ordinamento penitenziario non ha commesso ulteriori reati. Il che significa che oltre 500mila persone che negli ultimi dieci anni hanno usufruito di tali benefici si sono reinserite completamente nella società, mentre se non ci fosse stata la legge Gozzini probabilmente sarebbero tornate a delinquere. Non si possono accusare né i giudici, né la legge per un singolo fatto che purtroppo è fisiologico ma che, qualora determinasse un ulteriore inasprimento dell’ordinamento penitenziario, non determinerebbe la diminuzione dei reati ma il loro aumento. Amato dimentica di essere al governo da quasi due anni: anziché sbraitare di fronte a fatti gravi ma numericamente limitati, dovrebbe riflettere su quanto ha fatto il governo per creare le condizioni affinché fatti del genere non accadano. Mi riferisco all’aumento degli organici degli educatori, assistenti sociali e magistrati di sorveglianza. In questo senso il governo Prodi non ha fatto nulla.

 

Ora sembra che voglia fare molto in materia di sicurezza, con tutto un pacchetto che Amato presenterà in consiglio. Che ne pensi?

Si propongono nuovi strumenti di espulsione dimenticando che la legge attualmente in vigore prevede l’espulsione da parte del giudice previa condanna, l’espulsione per motivi di sicurezza, quella valida come sanzione sostitutiva alla detenzione e quella amministrativa da parte del ministro per chi abbia recato danno all’ordine pubblico dello Stato. Inoltre, la legge prevede già l’espulsione amministrativa da parte del prefetto. Si dimentica poi l’incapacità del ministro di provvedere alle espulsioni già decise. Non basta: si dimentica la battaglia di tutto il centrosinistra, nella scorsa legislatura, contro la Bossi-Fini e contro la scelta di affidare al giudice di pace le espulsioni, sottraendole così alla competenza della magistratura ordinaria.

 

Assegnare maggiori poteri ai prefetti è una scelta che definiresti fascista?

Presenta fondati profili di incostituzionalità. La logica che sottende il pacchetto Amato va contro il buon senso e, non si può dimenticarlo, anche contro il programma dell’Unione. Affidare ai prefetti il potere di espellere chi nuoce alla sicurezza pubblica significa anche rischiare di mandare in giro per il mondo un individuo potenzialmente pericoloso. Invece su di lui andrebbero fatti accertamenti e, qualora risultasse appartenente a gruppi vietati dalla legge oppure intento a organizzare un attentato, si dovrebbe procedere con l’applicazione delle norme esistenti e con tutte le garanzie giudiziarie. Oltretutto, lo stesso concetto di sicurezza pubblica è generico, non ha precedenti giurisprudenziali, è un bene giuridico indistinto. Il rischio è di dar luogo a provvedimenti arbitrari: un domani un prefetto potrebbe anche espellere chi partecipa ad una manifestazione non autorizzata.

 

Un centrosinistra che copia dalla destra, dunque. Quale può essere la ricetta della sinistra?

Maggiore prevenzione e controllo del territorio, in consonanza con la cittadinanza, per garantire il suo "senso" di sicurezza, e utilizzando le 20mila unità delle forze dell’ordine attualmente impiegate in ufficio. E poi, anziché proporre nuove norme, si pensi a modificare la Bossi-Fini nel senso previsto dal programma dell’Unione, cioè garantendo un maggiore inserimento, insieme alle politiche di prevenzione e repressione con una certezza della pena non necessariamente detentiva. Invece si è scelto di procedere per proclami. Si ragiona su temi così delicati non sulla base di dati oggettivi, ma lanciando messaggi demagogici nel timore di essere scavalcati dalla destra. Ho appena letto una delle ultime affermazioni di Veltroni: "Essere buoni con i buoni e cattivi con i cattivi". Io direi: buoni con i buoni e severi con i cattivi nel rispetto del principio di uguaglianza per non essere forti con i deboli e deboli con i forti. Aggiungo che è emblematico il caso di Treviso. Dopo l’omicidio dei due coniugi, barbaramente uccisi nell’agosto scorso, il ministero degli Interni ha inviato 50 investigatori in zona grazie ai quali si è riusciti a individuare i colpevoli. Ma dopo cosa è successo? Anziché valorizzare il successo ottenuto contro la criminalità, lo stesso giorno è iniziata la caccia ai lavavetri con tutte le giuste polemiche che sono seguite. È iniziata a Firenze ed è stata purtroppo sostenuta da molti sindaci di centrosinistra.

 

L’ha sostenuta anche Cofferati che ora accusa il questore di Bologna per non aver impedito la street-parade non autorizzata di sabato scorso e chiede poteri di polizia per i sindaci. Siamo alla deriva totale?

Quando in fatto di sicurezza si pensa di cercare accordi con An, piuttosto che con i propri alleati a sinistra, come fa Cofferati, non si tratta più di deriva ma di un cambiamento genetico della cultura che dovrebbe essere di sinistra. Oggi i sindaci hanno già a disposizione molti strumenti di carattere amministrativo per garantire la vivibilità in città. Se gli si danno anche poteri di polizia, si scivola pian piano verso uno stato di polizia.

 

Cofferati sfiducia la polizia, Amato sfiducia i giudici. Stessa logica?

Io dico che la divisione dei poteri è fondamentale in democrazia: ad ognuno, le proprie competenze e responsabilità. Un sindaco che non apprezzi il questore che riesce ad evitare tensioni e scontri, che metterebbero a rischio anche la sicurezza dei cittadini, segue una logica egocentrica e pensa di essere l’unico capace di risolvere i problemi. Questo è molto pericoloso. È l’inizio di un abisso, spero non irreversibile.

Giustizia: Pisapia; espulsioni decise dai prefetti? sono allibito

Intervista a Giuliano Pisapia, di Riccardo Barenghi

 

La Stampa, 3 ottobre 2007

 

"Sono allibito". Giuliano Pisapia, giurista, ex deputato indipendente di Rifondazione, ex presidente della Commissione Giustizia della Camera e oggi Presidente della Commissione ministeriale che sta riformando il Codice Penale, reagisce così all’ultima uscita del ministro dell’Interno Giuliano Amato. Cioè di concedere ai prefetti il potere di espulsione degli immigrati (anche comunitari, l’obiettivo sono soprattutto i rumeni) sospettati di attentare alla sicurezza pubblica.

 

Addirittura allibito? Eppure non si parla d’altro che di sicurezza...

"Appunto, è un problema serio e delicato che va affrontato in modo serio. E non con proclami e annunci di leggi che poi non saranno applicate. Le leggi già ci sono, e sono pure troppe. Applichiamo quelle".

 

Invece Amato vorrebbe dare più potere ai prefetti…

"Io penso che si tratti di una proposta demagogica e pure schizofrenica, se non del tutto inefficace e controproducente. Attualmente lo Stato non è neppure in grado di applicare le leggi esistenti. Il ministro dell’Interno non riesce a eseguire le espulsioni decise dai giudici, e quindi da un organo giurisdizionale, con tutte le garanzie che ciò comporta. E adesso viene fuori che vuole demandare ai prefetti, cioè a rappresentanti locali dell’esecutivo, provvedimenti che incidono profondamente sulla libertà personale. Se fosse confermato, sarebbero provvedimenti illegittimi e arbitrari".

 

Anche anticostituzionali?

"Siccome la libertà personale può essere limitata solo in casi tassativi e con provvedimento motivato dell’autorità giudiziaria, mi pare evidente che un’espulsione decisa dal prefetto contrasti con questi presupposti. E dunque soleva fortissimi e fondati dubbi di anticostituzionalità".

 

Secondo lei come mai il governo, i sindaci, larghi pezzi della maggioranza sono così sensibili al tema della sicurezza?

"Il tema è importantissimo, ed è molto avvertito dai cittadini. Ma a me pare che le risposte siano sbagliate. Ricordo al ministro Amato quanto abbiamo criticato le espulsioni decise dal suo predecessore Pisanu per i sospettati di terrorismo. Perché se sospettiamo qualcuno di terrorismo, il dovere dello Stato è di indagare, pedinarlo, scoprire se è vero. Ed eventualmente arrestarlo. Non certo mandarlo in giro per il mondo".

 

Sì, ma tornando alla sicurezza...

"La mia impressione è che si cerchi di liberarsi di un problema colpendo in modo discrezionale chi si considera parte di quel problema. Questo porta a uno Stato forte con i deboli e debole con i forti. Si sta cavalcando un problema reale, che rischia di far perdere consenso al governo, con proclami e con ricette simili a quelle del centrodestra che, come si è dimostrato, sono rimaste lettera morta e non hanno garantito la sicurezza dei cittadini".

 

Intanto il sindaco Veltroni, nonché futuro leader del Pd, propone di raddoppiare le pene per chi spaccia droga ai minori.

"Ha ragione. Peccato però che la sua proposta sia già contenuta nella legge sugli stupefacenti, il dpr numero 309 del 1990, che all’articolo 80 prevede l’aggravante di pena da un terzo alla metà per chi fornisce droga ai minorenni. In poche parole, si può arrivare fino a un condanna di 30 anni".

 

Però in Italia le pene spesso non vengono applicate...

"E infatti proprio questo è il punto cruciale su cui stiamo lavorando. Il nostro obiettivo è un Codice penale che non sia come quello attuale, ossia feroce in teoria ma inefficace in pratica. Quindi pene adeguate al reato e assolutamente da scontare, ma non necessariamente detentive. I dimostrato dai dati che quelli che vanno in carcere per reati minori sono recidivi al 70 per cento. Mentre per quelli eh scontano la pena in maniera alternativa - ma la scontano sul serio - la recidiva scende al 12 per cento".

Caso ex-Br Piancone: quando tornano i fantasmi del passato

di Giuseppe D’Avanzo

 

Corriere della Sera, 3 ottobre 2007

 

Rapina una banca. Lo beccano con tre pistole. Alle spalle, ha una condanna a tre ergastoli e un passato di terrorista che nessuno può e vuole dimenticare. Nel presente, gode di un regime di semilibertà: di giorno fuori, di notte in carcere. L’arresto di Cristoforo Piancone, brigatista di prima generazione, sollecita due interrogativi. Il primo è di natura investigativa: l’assalto alla sede centrale del Monte dei Paschi di Siena è il gesto di un disperato senza arte né parte per fare un po’ soldi e magari sparire dalla circolazione o è l’azione di finanziamento di un gruppo terroristico che segnala una ripresa operativa dell’eversione, un innalzamento del livello "militare" delle sue sortite? Il secondo interrogativo è d’ordine politico: è ragionevole o soltanto emotivo e demagogico sorprendersi per il regime di semilibertà concesso a un ergastolano?

Per trovare una risposta alla prima domanda, occorre ricordare che il ritorno in libertà dei "brigatisti irriducibili" della prima stagione di sangue preoccupa, e da qualche tempo. Non è una novità l’assillo di una possibile "fusione di estremismi vecchi e nuovi"; "il pericolo che un progetto di ispirazione brigatista possa sopravvivere al ricambio generazionale". Gli investigatori ne hanno avuto una conferma in febbraio con gli arresti, tra Milano e Padova, di quindici brigatisti del "Partito comunista politico-militare", nati tra il 1952 e il 1985, dai cinquantaquattro ai ventuno anni. È questo corto circuito tra un fondo di simpatia o nostalgia del brigatismo e il protagonismo di esponenti della "vecchia guardia" a mettere sul chi vive.

Soprattutto quando qualche "padre fondatore" delle Brigate Rosse si impegna allo scoperto in ambigue operazioni "commemorative" o di "testimonianza". Per dire, il 3 giugno di quest’anno dinanzi al carcere dell’Aquila muove un corteo di solidarietà a Nadia Desdemona Lioce (condannata all’ergastolo per l’assassinio di Massimo D’Antona e Marco Biagi). Tra gli animatori dell’iniziativa appare Paolo Maurizio Ferrari, uno dei capi storici della Brigate Rosse, libero dal 2005 dopo 30 anni di carcere (nessun fatto di sangue per lui).

Con Ferrari sfilano le aree dell’antagonismo, i centri sociali più "duri", gli anarco-insurrezionalisti, gli sventurati che ai cortei antiamericani gridano: "uno, cento, mille Nassiryia". La saldatura tra il "vecchio" e il "nuovo" è l’incubo delle polizie e dell’intelligence. Che sostanzialmente, però, individuano condizioni per un allarme in un pugno di "casi"; in non più di sei, sette nomi. Il direttore del Sisde, Franco Gabrielli, li ha proposti in un’audizione parlamentare.

Cesare Di Leonardo, arresto nel 1982, condannato all’ergastolo per il sequestro del generale James Lee Dozier. Prossimo alla libertà, ha rivendicato, in una sua apparizione in aula giudiziaria, l’omicidio di Marco Biagi. Ancora. Fausto Marini e Tiziana Cherubini, della colonna romana. Una volta fuori hanno cercato di allacciare rapporti con l’area antagonista (Marini è già stato condannato in primo grado per apologia sovversiva e istigazione a delinquere). Sono da poco fuori anche Francesco Aiosa (colonna genovese), Ario Pizzarelli (colonna Walter Alasia), Flavio Lori (colonna romana).

Cristoforo Piancone non è in quest’elenco e, oggi, l’intelligence civile e l’eccellenza investigativa dei carabinieri concludono che l’ex-operaio della carrozzeria di Mirafiori, il membro della direzione strategica delle prime Br, con il terrorismo non c’entra più nulla. "Nei molti anni di carcere - sostiene un investigatore - Piancone non ha mai dato segno di voler continuare un’esperienza che, esplicitamente, ha definito "chiusa". Mai una presa di posizione. Mai la sua firma per un documento politico. Un comportamento irreprensibile". "È molto più probabile - spiega una qualificata fonte dell’intelligence - che Piancone sia finito in un giro criminale. Si sia associato a banditi di mestiere, come è già accaduto a qualche uomo di Prima Linea alla fine degli anni novanta, per sbarcare il lunario, per mettere da parte qualche soldo, sistemare le difficoltà della famiglia o magari tagliare la corda".

Quel che l’intelligence non dice è che questa convinzione si rafforza soprattutto per l’attenzione con cui "si cura" la Toscana dove sono in attività "componenti estremiste che hanno firmato qualche azione emulativa e intimidatoria di stampo brigatista". Anche se la polizia appare più cauta nel liquidare in fretta e così l’assalto di Siena, si può dire che il ritorno sulla scena di Cristoforo Piancone non deve farci credere a una ripresa del processo eversivo, a un nuovo ingaggio della "vecchia guardia" delle Brigate Rosse.

La convinzione delle polizie non servirà a mitigare le polemiche suscitate dalla "scoperta" che un pluriergastolano se ne andava libero per l’Italia, pistole in pugno, per poi tornare la sera nella sua cella. È legittimo sorprendersi che anche il condannato all’ergastolo possa essere ammesso al regime di semilibertà, detenuto di notte, libero cittadino di giorno?

Quel che sorprende, in verità, è la sorpresa di chi si sorprende, come accade in queste ore a molti esponenti del centro-destra e al questore di Siena. La legge che concede anche agli ergastolani la semilibertà ("il condannato all’ergastolo può essere ammesso al regime di semilibertà dopo aver espiato almeno venti anni di pena") è in vigore da ventuno anni, approvata "per attuare pienamente - come si legge in un documento del Parlamento del 1986 - il principio contenuto nel terzo comma dell’articolo 27 della Costituzione: "Non è ammessa la pena di morte"".

Allora, il legislatore fece più o meno questo ragionamento: escludere il condannato all’ergastolo è privo di senso. Egli, con la legislazione in vigore, dopo ventisei di carcere può essere ammesso alla libertà condizionale. Perché allora non prevedere anche la semilibertà come momento preparatorio di quel provvedimento nell’ottica di "un trattamento progressivo"? Infatti, ieri come oggi, la semilibertà è prevista al termine di una "sequenza premiale", come si dice, che deve assicurare la regolarità della condotta; la partecipazione all’opera di rieducazione; i progressi compiuti nel corso del trattamento; il comportamento che faccia ritenere sicuro il ravvedimento.

Se Piancone ha ottenuto la semilibertà, è lecito pensare che l’amministrazione penitenziaria gli abbia riconosciuto nel tempo buoni risultati rieducativi. Vale la pena di ricordare che quella legge dell’86 fu il punto di arrivo di una serie di interventi legislativi, giurisprudenziali e di dottrina, "tesi ad umanizzare e a finalizzare in senso rieducativo la pena dell’ergastolo o addirittura ad abolirlo, perché in contrasto con la Costituzione".

Naturalmente si può non essere d’accordo con questa interpretazione del dettato costituzionale, o essere ostili a ogni flessibilità della pena, ma - va detto - nei cinque anni governati dal centro-destra, nulla è stato detto, discusso e approvato per invertire quell’interpretazione e la direzione di marcia. Non si è mossa foglia. Appare così demagogico e strumentale - mediocre teatro politico - agitare oggi l’albero quando un ergastolano - uno dei pochissimi - torna a delinquere, tradendo chi gli ha concesso fiducia e il futuro di tutto coloro che, in regime di semilibertà, non delinquono.

Caso Piancone: Mastella; pronto a discutere la legge Gozzini

 

La Nazione, 3 ottobre 2007

 

Dopo l’arresto a Siena dell’irriducibile Cristoforo Piancone, in semilibertà, scoppia la polemica sull’operato dei giudici. Il ministro della Giustizia si appella al dialogo. Mantovano (An) "Difendo i giudici, è la legge che non va".

"Vale ancora la legge Gozzini oppure no? Sono pronto a discuterne". Lo ha detto il ministro della Giustizia Clemente Mastella nel corso di un convegno su giustizia, sicurezza e diplomazia, dopo l’arresto dell’ex brigatista Cristoforo Piancone, al quale era stata concessa la semilibertà. Dopo tante prese di posizione, ora è la stessa legge Gozzini - sui benefici ai detenuti - ad essere oggetto di un’apposita sollecitazione, da parte dello stesso ministro, in vista di una possibile modifica.

"Smettiamola - dice il Guardasigilli che nega responsabilità a proprio carico - e facciamo cose serie: se vedo che dal punto di vista mediatico ci sono pruriti e sollecitazioni per quello che è accaduto, allora si discuta con serenità e le forze politiche aprano un dibattito sul piano parlamentare, se ritengono che la Gozzini vada ancora bene o di cambiarla. Io partecipo al dibattito ma non sono quello che stabilisce se va cambiata, ma promuovo il dibattito: si discuta".

Detto, fatto: Il vice ministro dell’interno Marco Minniti coglie la palla al balzo: "Dobbiamo capire se c’è bisogno di cambiare la legge Gozzini, oppure se c’è stata una interpretazione sbagliata della legge stessa: ciò non significa rimettere in discussione il principio di rieducazione e reinserimento, dobbiamo affrontare il tema dell’effettività della pena". "Quando succede che un brigatista con sei ergastoli, non pentito e appartenente agli irriducibili torna in libertà e fa una rapina - ha osservato Minniti - vuol dire che c’è qualcosa che non funziona".

"Difendo i giudici: applicano una cattiva legge". È l’opinione del senatore di An, Alfredo Mantovano, anche lui già coinvolto nel dibattito "oggi non ha senso protestare contro la decisione del Tribunale di Sorveglianza di Torino (come fa perfino il ministro dell’Interno): esso ha solo applicato una legge dello Stato. Se si ritiene che un pluri-condannato per gravi fatti di terrorismo non debba uscire dal carcere in semilibertà dopo 25 anni di reclusione, va modificata la legge".

E il procuratore generale di Torino Giancarlo Caselli, anch’egli difensore dei giudici, osserva: "sulla base di quanto è successo indubbiamente c’è stato un errore di valutazione, ma è la legge che costringe i magistrati ad assumersi il rischio, un rischio pesantissimo. Se non si vogliono correre questi rischi - conclude - allora si modifichi la legge".

Caso Piancone: Manconi; con misure alternative più sicurezza

 

Comunicato stampa, 3 ottobre 2007

 

La rapina a mano armata compiuta da un ex-brigatista già condannato all’ergastolo per più omicidi è un fatto di eccezionale gravità che legittimamente mette in allarme la opinione pubblica, offende la memoria delle vittime che - in altri tempi e in altri luoghi - furono colpite dalla medesima mano e, insieme, mette a repentaglio una legislazione prudente ed equilibrata, che finora ha dato buoni frutti a vantaggio della sicurezza collettiva e di decine di migliaia di persone, efficacemente reinserite nella società grazie alle sue disposizioni e all’uso attento che ne è stato fatto dagli operatori penitenziari e dalla magistratura di sorveglianza.

Cristoforo Piancone ha usato nel peggiore dei modi le misure previste dal nostro ordinamento per il reinserimento sociale delle persone condannate. Ne pagherà le conseguenze: non solo verrà processato per il nuovo reato commesso, ma a quella nuova condanna andrà ad aggiungersi quella che altrimenti avrebbe scontato in semilibertà e che ora invece dovrà scontare in carcere. Ed è giusto così.

Ciò detto non si possono far pagare a migliaia di altre persone le responsabilità penali di Cristoforo Piancone. Il nostro sistema dell’esecuzione penale esterna segue ogni anno fino a 50.000 persone e le revoche per "commissione di reati durante la misura" non superano lo 0,36% dei beneficiari (136 casi sui 37.846 seguiti nel 2000). Nel primo semestre di quest’anno, su 7.304 misure alternative in esecuzione, solo 10 sono state revocate per la commissione di un nuovo reato, per la percentuale più bassa dell’ultimo decennio, pari allo 0,14%. È dunque un sistema che funziona bene, al punto che a cinque anni dal fine pena la recidiva tra i beneficiari di misure alternative è del 19%, mentre quella dei condannati che hanno scontato per intero la loro pena in carcere è del 68,45%. Attenti, dunque, a trarre da un simile, gravissimo fatto di cronaca conseguenze contrarie a una efficace politica della sicurezza e della tutela dei diritti dei cittadini.

Salute: va garantito diritto alle cure anche dentro il carcere

di Desi Bruno (Garante dei detenuti del Comune di Bologna)

 

Il Domani, 3 ottobre 2007

 

Il diritto alla salute, in carcere, si atteggia in modo peculiare, condizionato da ragioni di sicurezza e da cronici problemi di carenza di personale di custodia, infermieristico, medico-specialistico, dal crescente numero di patologie da affrontare, dalla tossicodipendenza air Aids, alle problematiche psichiatriche e alle malattie legate alla presenza di una popolazione immigrata sempre crescente, fattori che impongono controlli accurati al momento dell’ingresso in istituto. Ma il diritto alla salute per chi è in carcere richiede una attenzione maggiore perché la privazione della libertà personale è di per sé foriero di disturbi alla persona, come anche il numero sempre rilevante di suicidi in carcere dimostra.

Nel 1975, anno di emanazione dell’ordinamento penitenziario, la sanità penitenziaria venne affidata al ministro di giustizia, privilegiando ragioni di sicurezza e la autosufficienza dell’amministrazione. All’epoca la popolazione detenuta contava 25.000 presenze, contro le 43.000 del 2007, dopo l’indulto. Ma la sanità pubblica è nel tempo intervenuta assumendo compiti rilevanti Dal 1 giugno 2007 è operativo un protocollo di intesa tra Amministrazione penitenziaria e Regione Emilia-Romagna che permette al servizio sanitario regionale di assicurare assistenza medica specialistica nelle

carceri dell’Emilia Romagna, significativo passo in avanti nell’attuazione del D.L. 230 l’99, riforma voluta dall’allora ministro della salute Bindi, che trasferì alla sanità pubblica l’area della tossicodipendenza e la medicina preventiva, dando indicazioni per il progressivo passaggio di tutte le funzioni, mai attuato. La regione Emilia-Romagna è la prima ad ampliare le aree di competenza a tutta la medicina specialistica, dopo a-vere peraltro sostenuto in questi anni la spesa farmaceutica e ad avere assunto compiti di vigilanza sull’igiene pubblica. L’intesa che si è perfezionata mira ad assicurare ai detenuti il pieno rispetto del diritto alla salute. Il passaggio dovrà tenere

conto della esperienza maturata dai medici penitenziari, e necessita. di risorse adeguate per rispondere alle attese di miglioramento che si concentrano su questa riforma, con particolare riferimento all’assistenza psichiatrica. Per l’erogazione dei servizi specialistici il fondo sanitario regionale assume un ulteriore onere di 500.000 euro sino al 31.12.2007, oltre a 1 milione 200.000 per la spesa farmaceutica. Questo permetterà all’amministrazione penitenziaria, che continua a e-rogare i servizi di base, di concentrare le proprie risorse garantendo continuità assistenziale nelle 24 ore e ad assicurare le prestazioni odontoiatriche, uno degli interventi di cui la popolazione detenuta ha più bisogno, trattandosi spesso dì tossicodipendenti o di persone con nulle o scarse possibilità di cura all’esterno. Il passo successivo dovrà essere il trasferimento a livello nazionale della medicina penitenziaria alla sanità pubblica, mettendo fine a quel doppio binario sanitario che comporta percorsi differenziati per le persone detenute.

Ma la salute è anche prevenzione delle malattie e svolgimento della vita in locali igienicamente adeguati, senza condizioni di sovraffollamento.

L’ufficio del Garante è ripetutamente investito di questioni che attengono alle carenze i-gieniche dell’istituto di Bologna, trasmesse ai competenti assessorati di Comune e Provincia. L’ultima relazione Usl 26 febbraio 2007, relativa al periodo ottobre 2006 - febbraio 2007, pur dando atto di alcuni interventi, rilevava il permanere di "gravi carenze strutturali e ma-nutentive", tra cui quelle lamentate dai detenuti e indicando come urgenti interventi nei bagni, nella lavanderia, nei vani doccia, nelle barberie, a cui si aggiunge la necessità di un maggior lavaggio e disinfestazione dei passeggi. Tra le criticità, oltre la presenza di barriere architettoniche, il sovraffollamento, con celle di superficie di mq. 10 per due o tre persone, con deposito di alimenti del sopravvitto nei bagni.

Salute: un'interrogazione sul futuro dei medici penitenziari

 

Comunicato stampa, 3 ottobre 2007

 

Tomassini - Al Ministro della salute - Premesso che: la professione dei medici penitenziari si svolge in un contesto di rischi fisici e biologici notevolissimi (criminalità politica, criminalità comune, Aids, Tbc, epatite virale, disturbi mentali, eccetera), che la rende altamente meritoria; i medici penitenziari, proprio per le caratteristiche dell’ambiente in cui lavorano, si sono specializzati nella cosiddetta patologia dell’emarginazione acquisendo un insostituibile patrimonio di competenze e di esperienze specifiche per risolvere particolari quadri clinici non riscontrabili altrove; proprio in considerazione della differenza della medicina penitenziaria dalle altre branche dell’arte sanitaria, la vigente legge 740/1970, articolo 2, comma 3, stabilisce che: "a tutti i medici che svolgono, a qualsiasi titolo, attività nell’ambito degli istituti penitenziari non sono applicabili altresì le incompatibilità e le limitazioni previste dai contratti e dalle convenzioni con il Servizio sanitario nazionale";

considerato che: è in corso di elaborazione il passaggio della medicina penitenziaria al Servizio sanitario nazionale, che estende limitazioni e incompatibilità professionali anche ai medici penitenziari; di contro è necessario salvaguardare questo patrimonio professionale e valorizzarlo nel modo più adeguato garantendo il diritto all’opzione e il mantenimento del regime di compatibilità, in quanto un medico non può essere costretto a lavorare solo in carcere se non a rischio di un totale abbrutimento professionale;

l’interrogante chiede di sapere se il Ministro in indirizzo, alla luce di tali considerazioni, non ritenga opportuno salvaguardare il regime di compatibilità per i medici penitenziari e riconoscere il relativo ruolo ad esaurimento.

Salute: Frattini; non escludere "trattamento" pedofili recidivi

 

Ansa, 3 ottobre 2007

 

Un trattamento medico dei pedofili recidivi, posto allo studio da alcuni paesi Ue, "in certi casi è possibile, in altri no": lo ha affermato oggi a Lisbona il vicepresidente della Commissione europea Franco Frattini, al termine dei lavori del consiglio informale dei ministri della Giustizia dei 27.

Nelle ultime settimane il presidente francese Nicolas Sarkozy si è pronunciato per un trattamento medico dei pedofili recidivi ritenuti ancora pericolosi dagli esperti. "La Spagna, la Francia e altri hanno sottolineato la necessità di continuare a seguire questi delinquenti dopo il carcere, invece di liberarli semplicemente: mi sembra una ottima idea" ha detto ai cronisti Frattini.

Secondo il vicepresidente Ue gli stati membri vanno incoraggiati a "garantire una terapia adeguata verso i delinquenti che possono essere pericolosi per i bambini" ha aggiunto. Frattini ha ricordato che la questione è di competenza degli stati membri. L’esponente Ue ha però sottolineato che l’eventuale misura potrebbe applicarsi solo ai pedofili recidivi di cui gli esperti ritengono "probabile" che siano ancora pericolosi. "In certi casi è possibile - ha puntualizzato - in altri no".

Valle D’Aosta: un accordo col ministero per il reinserimento

 

Ansa, 3 ottobre 2007

 

Anche le Regioni possono svolgere un ruolo importante nel delicato settore della tutela dei diritti dei detenuti, in particolare favorendo la rieducazione e il reinserimento del condannato. Su questo tema si è mossa la Regione autonoma Valle d’Aosta sottoscrivendo con il Ministero della Giustizia un protocollo di intesa che "formalizza - spiega il presidente Luciano Caveri - un iter iniziato nel 2004, che riconosce la collaborazione mai venuta meno fra la nostra Regione e il Ministero di Giustizia nel programmare, promuovere e attuare i principi di assistenza, rieducazione e reinserimento nella società dei soggetti in esecuzione penale sul territorio regionale".

L’intesa tra il Ministero e la Regione, in particolare, individua, in relazione alle rispettive competenze, i settori di intervento congiunto che impegnano le parti nella programmazione e nella realizzazione di progetti che tengano conto delle caratteristiche della regione e delle persone in esecuzione penale sul territorio, in particolare nell’ambito dell’assistenza sanitaria, assistenza socio-riabilitativa, dell’istruzione e formazione professionale.

Il documento sottoscritto che prevede tra l’altro anche il coinvolgimento dell’assessorato regionale alle attività produttive per gli aspetti concernenti il mercato del lavoro, si inserisce in un quadro di collaborazione la l’ente regionale e quello ministeriale che ha reso tra l’altro possibili nell’ultimo anno lavoro di riqualificazione di alcune sezioni della casa circondariale di Brissogne (unico istituto penitenziario presente nella regione) anche attraverso l’intervento finanziario della Regione. Il carcere valdostano ospita circa 130 detenuti, di cui 56 con condanna definitiva, e impiega 154 agenti di polizia penitenziaria.

Palermo: gli ex detenuti disoccupati "assaltano" la regione

 

Agi, 3 ottobre 2007

 

Sono 18 le persone identificate e denunciate dalla Polizia di Stato a Palermo per i disordini compiuti nella notte da ex detenuti disoccupati, protagonisti di una violenta manifestazione non autorizzata in via Trinacria, presso l’assessorato regionale alla Famiglia. Tutto è iniziato 20 minuti dopo la mezzanotte, quando circa trenta ex detenuti si erano assembrati nell’atrio della sede dell’assessorato, rivendicando garanzie occupazionali e minacciando di creare gravi disordini qualora non avessero avuto risposte immediate.

Hanno così effettuato un blocco della circolazione stradale posizionando sette cassonetti della nettezza urbana al centro della strada, incendiandoli e ribaltandoli poco dopo. All’arrivo delle numerose pattuglie della Polizia di Stato, circa venti manifestanti hanno oltrepassato il cancello dell’assessorato che era aperto. Mentre i vigili del fuoco spegnevano le fiamme, il funzionario di polizia preposto al servizio, ha dato ordine di sciogliere l’assembramento, ma senza alcun risultato. Si è così proceduto allo sgombero.

La protesta si è conclusa con l’accompagnamento di 18 dei manifestanti presso il commissariato San Lorenzo, dove sono stati identificati e denunciati in stato di libertà per i reati di incendio doloso in concorso, riunione pubblica e assembramento non autorizzato in luogo pubblico, blocco stradale. Ognuno di loro dovrà anche pagare una sanzione di 2.500 euro. Uno dei manifestanti è stato deferito all’autorità giudiziaria anche per porto abusivo di arma da taglio.

Catania: il 12 un sit-in di protesta della Polizia Penitenziaria

 

www.isolapossibile.it, 3 ottobre 2007

 

Si terrà venerdì 12 ottobre il sit in di protesta presso la Prefettura di via Etnea a Catania. A proclamare lo stato di agitazione sono i sindacati Funzione Pubblica Cgil; FP Cisl, Sappe, Osapp per sottolineare il silenzio dell’Amministrazione Centrale Penitenziaria che da mesi è rimasta sorda alle richieste dei sindacati di categoria. Secondo le Organizzazioni Sindacali il personale delle strutture penitenziarie è fortemente sotto organico, questo rappresenta anche un rischio elevato di sicurezza. Inoltre i Sindacati lamentano l’impossibilità di applicare l’accordo quadro nazionale; la mancanza delle caserme agenti e la difficoltà a fruire dei diritti minimi del personale del corpo. "Chiediamo - dichiarano Lorenzo Valenti e Gaetano Agliozzo FP Cgil - un immediato aumento dell’organico nelle strutture che ne sono deficitarie. E soprattutto la loro integrazione secondo quanto stabilito dalle piante organiche ministeriali rideterminate secondo le presenze effettive".

Inoltre, le quattro sigle sottolineano l’importanza del completamento dei lavori nelle caserme e nelle mense delle case circondariali di Bicocca e piazza Lanza; nonché l’esigenza di ridefinire i livelli minimi di sicurezza sulla base dell’applicazione dell’accordo quadro nazionale. Questa è solo la prima fase di interventi - sottolineano i sindacati - se non dovessero arrivare ulteriori risposte altre iniziative sono già in cantiere.

Droghe: alla ricerca della politica perduta, di Sandro Margara

 

Fuoriluogo, 3 ottobre 2007

 

Dalla lettura della Relazione sulle tossicodipendenze per il 2006 una riflessione in vista della Conferenza Nazionale.

Nel leggere la voluminosa e analitica relazione sulle tossicodipendenze del Ministero della Solidarietà sociale al Parlamento, prevista dall’art. 131 del dpr 309/90, mi chiedo se la stessa risponda alle esigenze di questo particolare momento. Le ragioni di questa domanda sono due.

La prima è rappresentata dalla prospettiva indicata, nella introduzione del Ministro, alla IV Conferenza nazionale sulle dipendenze, "che si terrà nel primo trimestre 2008". E qui un appunto: di conferenze, diciamo così, pacifiche e condivise, ce ne sono state tre (Palermo ‘93, Napoli ‘97 e Genova 2000): rispetto a queste è giusto parlare della quarta, considerando quella di Palermo del 2005, largamente non partecipata, solo una fonte di divisione e non di confronto, prima fase del golpe in preparazione, sviluppatosi poi, in tempi attentamente calcolati, nell’inserimento arbitrario nel decreto legge "Olimpiadi" dei numerosissimi articoli della Fini-Giovanardi, approvata in extremis e tollerata dalla pruderie istituzionale dell’ottimo Presidente della Repubblica Ciampi.

La seconda ragione della particolarità del momento è proprio questa legge Fini-Giovanardi, menzionata in modo troppo discreto e anonimo nella introduzione del Ministro, come legge 49/06, legge che adotta, in modo articolato, lo strumento della punizione contro i tossicodipendenti, marginalizzando il discorso della loro assistenza e cura, costruito negli anni dai Servizi, anche se incompletamente e imperfettamente. Certo il dpr 309/90 aveva già una filosofia rigidamente proibizionista e punitiva dell’uso, ma il referendum del ‘93, depenalizzando l’uso, si era posto in antitesi con quella filosofia, creando un contrasto che attende ancora di essere risolto. La Fini-Giovanardi ha espressamente fatto fuori il contrasto ed ha rilanciato ad ampio raggio il proibizionismo repressivo della legislazione del ‘90.

Queste due ragioni richiedevano, a mio avviso, una relazione che, possibilmente, indicasse una nuova politica e, comunque, ponesse all’attenzione, sia pure problematicamente, i punti nodali della situazione generale delle dipendenze come temi della Conferenza nazionale ormai prossima.

Ora, sulla Fini-Giovanardi, i sei punti indicati nella introduzione del Ministro non sembrano avere la capacità di contrasto che quella sciagurata legge merita. Rafforzare l’intervento delle forze dell’ordine contro il narcotraffico (quanti pesci piccoli restano nelle reti!), ma non citare la necessità del rafforzamento delle politiche, della organizzazione e delle risorse dei Servizi, lasciati largamente allo sbando da vari anni; parlare della decriminalizzazione del "mero" consumo (perché "mero"?); rivedere il sistema delle sanzioni amministrative, anziché sopprimerle, specie in presenza della constatazione della loro inutilità (ci ritorno fra poco); ignorare la rovinosa unificazione di tutte le sostanze; stare eccezionalmente attenti alle parole e alle condizioni nel punto 6 sugli "interventi innovativi"; non parlare di riduzione del danno; tutti questi aspetti non possono non preoccupare. E se questo consegua ad analoghe preoccupazioni del Ministro, più coraggioso in altre occasioni, rende ancora meno tranquilli.

Ma sono tanti i punti che, debitamente problematizzati, potevano essere posti all’attenzione nella prospettiva della Conferenza nazionale.

Il primo può essere proprio la relazione annuale e il suo "taglio". L’art. 131 individua i temi - stato delle tossicodipendenze, strategie e obiettivi raggiunti, indirizzi da seguire, uso delle risorse a fini di prevenzione e riabilitazione - e gli strumenti informativi, che dovrebbero essere "acquisiti dalle regioni". Gli allegati della Relazione 2006, con la larga prevalenza dei ministeri degli interni e giustizia, competenti per il contrasto alla circolazione delle sostanze, sono decisivi per la impostazione e il contenuto della Relazione e decisamente lontani dai temi proposti dall’art. 131. Sembra evidente l’importanza di rendere operativo l’Osservatorio permanente sulle dipendenze, che è entrato nelle competenze del Ministero della solidarietà sociale, e che, liberato dalla ossessione delle sostanze, dovrebbe porre al centro i problemi delle persone in rapporto con i Servizi. La relazione annuale diverrebbe un’altra cosa.

Un bel problema su cui discutere. Anche per liberarci dalla profluvie dei dati di dubbia utilità su cui la relazione è costruita, ossessionata sempre dalla apparizione, anche innocua, delle sostanze. È utile rilevare, come viene fatto, i consumi più discontinui, casi isolati negli ultimi dodici mesi? E dove inizia e dove cessa l’uso problematico? Si può tollerare un uso non minimo e non discontinuo, ma controllato, della sostanza? Quali i confini della riduzione del danno dai casi estremi e disperati a quelli che tali non sono, ma che potrebbero diventarlo se non gestiti per la persona e non solo contro la sostanza? Un dato interessante: per chi resta in trattamento il rischio di morte per overdose è 11 volte minore rispetto a chi ne esce. Già: le morti per overdose restano ancora molto elevate: oltre 500 nel 2006. Dobbiamo considerarle irriducibili o si può fare qualcosa? E ancora: tutte le statistiche sull’uso problematico includono la cannabis, rilevandone, comunque, la sostanziale marginalità. È utile questa ricerca una volta, ovviamente, superata la indistinzione delle sostanze operata dalla Fini-Giovanardi?

Il Ministro nella introduzione pone l’attenzione sulla crisi dei servizi, fornendone le cifre. Al di là del giusto richiamo alla necessità di più risorse, deve essere posta in evidenza la questione centrale della uscita dalla crisi. A questo scopo: per un verso, occorre la promozione dei servizi verso una visione liberata dal controllo (che, coerentemente, la Fini-Giovanardi aveva rafforzato) e mirata alla crescita di servizio e conoscenza della persona e alla diffusione della ricerca, anche scientifica, dei fenomeni di cui si tratta (il che dovrebbe accrescere il richiamo di questo lavoro); per l’altro verso, occorre la implementazione degli aspetti sociali, anche attraverso quegli operatori che possono essere, ad un tempo, dentro le zone critiche dei problemi dei giovani e accanto a quella che il Ministro chiama "l’emarginazione grave ed estrema... vale a dire circa 12-14.000 individui, che si concentrano negli interstizi delle metropoli". Il che significa affrontare il nodo, comune ad altri rami della cura della salute, come la psichiatria (anche quella in sofferenza), in cui il rapporto con la persona diventa centrale ed indispensabile, al di là dei problemi strettamente sanitari.

Soffermiamoci, però, a questo punto, su un particolare tema: l’effetto punitivo e repressivo, che è stato individuato come il messaggio centrale della Fini-Giovanardi. La dimostrazione di questo è già stata data e ripetuta. Ora, anche su questo, la relazione annuale non ha ricercato né dato un contributo specifico, che poteva rappresentare un altro tema da affidare alla Conferenza nazionale. Con fatica qualche notizia si può ricavare nelle pieghe della relazione e degli allegati, precisando, però, che il tempo di riferimento, l’anno 2006, ha rappresentato il faticoso e, in parte, contrastato affermarsi della nuova legislazione, con effetti minori di quelli del potenziale repressivo della legge. Inoltre, siamo qui nelle sabbie mobili dei dati dipendenti dalla misura degli interventi di polizia e giustizia e la intensità di questi può essere dipesa da aree di scarsa convinzione applicativa. In altre parole: gli effetti deleteri, sulla fasce di tossicodipendenti "trattati" con la pena, diventeranno sempre più evidenti se la legge non venisse rimossa.

Credo sia utile distinguere fra le sanzioni amministrative e quelle penali. Come è noto, per le sanzioni amministrative, la Fini-Giovanardi ha agito su due piani: intanto, ha rafforzato il sistema delle sanzioni amministrative prefettizie in vario modo e ha aggiunto nuove sanzioni amministrative applicate dal questore; inoltre, ampliando i confini del penale al consumo delle quantità (molto modeste) definite con decreto del ministro della salute, ha ridotto i casi di sola segnalazione al prefetto. Nonostante questo, le segnalazioni al prefetto sono cresciute di oltre 2000, da 53.120 nel 2005 a 55.222 nel 2006, anche se formalmente i servizi delle prefetture annotano solo le segnalazioni, per il 2006, di 35.645 soggetti: sia in conseguenza di ritardi burocratici nelle annotazioni, che per le difficoltà di accertare la quantità di principio attivo delle singole sostanze, decisivo per stabilire se siamo entro l’illecito amministrativo o quello penale. Come sempre la sostanza oggetto prevalente delle segnalazioni è la cannabis per il 75%: seguono cocaina, 15%; oppiacei, 8%; e altre sostanze, 2%. Nel 2006: 26.841, i colloqui davanti al prefetto, 14.891 i soggetti invitati a non fare uso di stupefacenti, 7.146 i soggetti sanzionati dal prefetto, il 25% dei quali per non essersi presentati al colloquio; 5.816 gli inviati al Sert per programma terapeutico. Tale attività, la cui efficacia, si può desumere dalle cifre riportate, concorre con altre alla spesa di euro 2.798.000.000 per la applicazione della legge, mentre i costi degli interventi sociosanitari sono di euro 1.743.000.000.

Nella relazione questi interventi sono affiancati ai trattamenti. Perché? L’unico effetto di questi interventi è una prima stigmatizzazione e il rischio dell’avvio di un percorso di dipendenza. Il discorso non detto può essere questo: si tratta pur sempre di una intercettazione dell’uso che potrebbe sfociare nella dipendenza. Ma da sempre i veri soggetti colpiti sono i detentori di piccole quantità di cannabis. La domanda è spontanea. Per avvicinare questa fascia del consumo che nulla ha a che fare con la dipendenza si deve creare un sistema sanzionatorio, con una organizzazione apposita e consistente?

La ragione di questo è la fiducia nella sanzione, nella bacchettata sulle dita, che fa male. Dirottare le risorse riservate a quel sistema inutile verso le pacificamente molto carenti risorse dei servizi per le dipendenze sarebbe ovviamente meglio.

Vengo al penale. Affronto il tema dell’estensione dell’intervento penale e, in particolare, carcerario. È chiaro che nel leggere i dati, bisogna tenere presenti gli effetti dell’indulto intervenuto a fine luglio. Qualcosa ci possono dire i dati del primo semestre 2006, rispetto al quale gli effetti della Fini-Giovanardi erano, però, appena scattati e con tutte le complicazioni dei decreti del Ministro della salute vecchio e nuovo. Qualcosa si può ricavare dal ritmo delle denunce per art. 73, su cui l’effetto indulto non si dovrebbe sentire: aumentano da 28.260 nel 2005 a 29.593 nel 2006: in questo anno le denunce salgono a 32.807 se si calcolano anche le denunce per altri reati relativi agli stupefacenti oltre quello dell’art. 73. C’è da osservare che l’attività della Polizia nel corso del 2005 era concentrata sugli stranieri: l’aumento totale di circa 8.000 arrestati, rispetto al 2004, era dovuto ad un aumento di 10.000 arrestati stranieri e ad una diminuzione di circa 2.000 arrestati italiani. È chiaro che tutti questi dati statistici sono sempre influenzati dall’aumento o dalla diminuzione dell’attivismo della polizia, che discende ovviamente dalle indicazioni della politica. Quanto agli arresti, le 32.807 denunce per i reati indicati portano a 26.646 arresti nel corso del 2006: al 30/6/2006, i tossici detenuti sono 16.145, di cui quasi il 21% stranieri. Le percentuali, per ora, non risentono di quella estensione della penalità che dovrebbe manifestarsi in tempi meno brevi se la legislazione non cambierà. Basterà che una parte delle decine di migliaia di segnalazioni alle prefetture diventino denunce penali, come la Fini-Giovanardi vuole.

Una domanda finale: che fare alla prossima conferenza nazionale? Galleggiare sui vari livelli di inefficacia raggiunti o affrontarli e trovare le risposte - o anche il rinascere della voglia di discutere per trovarle - e rilanciare le prospettive che i temi chiave indicati nell’art.131 richiedono?

Droghe: Veneto; l’assessore Martini contraria alle narco-sale

 

Notiziario Aduc, 3 ottobre 2007

 

Narcosale? No grazie! Bastano poche parole a Francesca Martini, assessore alle Politiche Sanitarie della Regione del Veneto, per bocciare il progetto del ministro della Salute, Livia Turco, che mira a promuovere l’uso controllato dell’eroina. Spiega Martini: "Creare luoghi dove i tossicodipendenti cronici possano bucarsi in tranquillità e in sicurezza sotto controllo medico cominciando così lentamente un ipotetico cammino di recupero è una teoria quanto meno fantasiosa. I giovani tossicodipendenti necessitano di interventi di ben altro spessore". "Per il ministro Turco la cura migliore è somministrare droga sotto controllo medico: al contrario io credo che la lotta all’utilizzo di droghe debba avvenire prettamente attraverso protocolli e programmi terapeutici riabilitativi. Sono azioni che i Sert delle Aziende Sanitarie venete stanno portando avanti con successo da molti anni su prassi consolidate, cosa che continuano a fare con risultati scientificamente provati per il recupero sanitario, psicologico e sociale del tossicodipendente". Conclude Martini: "Il percorso di liberazione dalle droghe è sempre lungo e doloroso e proprio per questo non si deve lasciare spazio a nessuna iniziativa sperimentale e anche pericolosa".

India: appello a D’Alema per un italiano detenuto per droghe

 

Notiziario Aduc, 3 ottobre 2007

 

Il consigliere regionale della Basilicata, Antonio Di Sanza (Uniti nell’Ulivo), e l’eurodeputato Gianni Pittella (Ds-Pse) ribadiscono la necessità di intervenire per la liberazione del giovane lucano Angelo Falcone, di Rotondella (Matera), detenuto in India da 6 mesi ed in attesa di giudizio. I due esponenti politici hanno ribadito al ministro degli esteri, Massimo D’Alema, "come sia diventato discutibile il lungo periodo di detenzione cautelare assegnato al giovane e al suo amico Simone Nobili arrestati nella città indiana di Mandi lo scorso 10 marzo per una poco chiara vicenda giudiziaria".

Viene contestato il possesso di droga. "Il ministro - fanno sapere Di Sanza e Pittella - ha assicurato che nei prossimi giorni, allorquando sarà in India, provvederà a segnalare la questione al collega ministro degli esteri indiano". I due esponenti lucani si augurano che questo ulteriore intervento possa portare "maggiore certezza ed un più rapido e giusto trattamento giudiziario in capo al giovane Falcone e al suo amico".

 

 

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