Rassegna stampa 13 giugno

 

Giustizia: Napolitano al Parlamento; riforma va fatta entro luglio

 

La Repubblica, 13 giugno 2007

 

Annunciato meno d’una settimana fa, l’appello è arrivato. In piena, nuova bagarre giudiziaria sulle intercettazioni, coincidenza tutt’altro che occasionale. L’appello cioè a cercare un risultato rapido e concreto per la riforma giudiziaria. Entro fine luglio. Giorgio Napolitano ha inviato una breve lettera ai presidenti di Senato e Camera, Marini e Bertinotti (e dunque all’intero Parlamento italiano) perché maggioranza e opposizione cerchino "con tenacia e perseveranza, su una materia di tanta rilevanza costituzionale come la Giustizia, "ogni possibile intesa al fine di pervenire a un risultato tempestivo e utile".

Un appello annunciato nel clima finalmente disteso del Consiglio superiore della magistratura, il 6 giugno scorso. A quel positivo clima fa riferimento la stessa lettera del capo dello Stato al Parlamento, registrando "con soddisfazione" quella disponibilità alla "reciproca collaborazione tra tutte le componenti" dello stesso Csm. In quella seduta, ricorda il presidente alle Camere, "tutti gli oratori" intervenuti avevano indicato il pericolo d’una "mancata osservanza dei tempi predetti" con l’evidente "rischio d’una sovrapposizione di assetti normativi in un ambito in cui è avvertita in modo stringente la necessità d’un quadro di riferimento istituzionale stabile e di chiara applicazione".

La "fretta" di Napolitano nel suo messaggio al Parlamento (il secondo del suo mandato) trae origine logica e logistica dal fatto che il prossimo 31 luglio è la data limite per approvare quella riforma della Giustizia annunciata dal ministro Mastella nei giorni dell’insediamento del governo, in sostituzione di quella faticosamente scritta dal ministro leghista Castelli la scorsa legislatura, e temporaneamente bloccata all’inizio di questa. Secondo Mastella è ancora possibile rispettare i tempi, approvando il nuovo testo al Senato e subito dopo alla Camera. Proprio ieri mattina il comitato ristretto della commissione Giustizia ha cominciato a esaminare gli emendamenti al disegno di legge di riforma dell’ordinamento giudiziario, indicando lo stralcio di alcuni articoli del provvedimento, tra cui le norme riguardanti la magistratura militare. E ha cominciato a "scremare" una parte dei quattrocento emendamenti presentati. Ne restano ancora trecento, tra cui molti identici fra loro e dunque destinati ad essere soppressi.

"Tutti sappiamo", aveva detto Napolitano al Csm il 6 giugno scorso, "quanto sia importante l’ormai imminente scadenza di luglio, e quanto plausibili siano i dubbi formulati sulla possibilità di rispettarli". Per questo è necessario che il problema "sia affrontato con tempestività e si superino difficoltà e incertezze".

Anche per evitare che "ci si trovi all’ultimo momento nella condizione di sentir richiedere il ricorso ai provvedimenti d’urgenza, che potrebbero risultare privi dei necessari presupposti costituzionali". Una fretta istituzionalmente motivata, dunque. La messa in guardia del presidente è più che ragionata. Dal suo ufficio passa infatti il timbro di "costituzionalità" su ogni legge votata dal Parlamento. Un avvertimento cui fa seguito, a stretto giro di posta, la lettera di ieri al Parlamento.

Giustizia: Boato; prima la riforma, poi ddl sulle intercettazioni

 

La Repubblica, 13 giugno 2007

 

Onorevole Boato, lei è padre della legge che attua l’attua l’articolo 68 della Costituzione. E quindi si è occupato anche di intercettazioni. Cosa pensa dell’interpretazione dei giudici milanesi sull’uso delle carte che coinvolgono i politici?

"Credo che abbiano dato un’interpretazione corretta. In una prima fase il gip Forleo ha forse sottovalutato la specificità della materia e la rilevanza costituzionale. Ma dopo la garbata lettera di Marini e Casini le misure procedurali messe in atto mi sembrano adeguate".

 

I testi però sono finiti su tutti i giornali...

"Non credo che la divulgazione delle intercettazioni sia passata attraverso gli avvocati. Qualcuno li aveva già e ha approfittato della circostanza per renderli pubblici".

 

Ma queste norme non si possono migliorare?

"Queste norme è utile migliorarle. Anche se io difendo questa norma a tutela del parlamentare. Adesso, con pacatezza, esprimo solidarietà a coloro che sono sotto attacco. Ma voglio ricordare che quando fu votata in Parlamento vi è stata a sinistra una grande resistenza e io sono stato attaccato sull’Unità da Marco Travaglio e dai diessini. La sinistra ha poi votato contro".

 

Trova giusto rimandare la discussione del ddl Mastella sulle intercettazioni a dopo quella sull’ordinamento giudiziario?

"Credo che sia giusto prima discutere dell’ordinamento giudiziario per evitare di dare una pessima immagine ancora una volta. Il disegno di legge Mastella giace in Senato da tempo e riprenderlo adesso a tamburo battente non darebbe una buona impressione del mondo politico".

 

E del merito delle intercettazioni cosa pensa?

"E vero quello che dice la La Torre: non c’è rilevanza penale. Ma da buon politico il diessino dovrebbe fare un ragionamento politico e pensare all’immagine politica che ne viene fuori: certamente non è entusiasmante".

Giustizia: Ferrara (Dap); costruire un "carcere della speranza"

 

Ansa, 13 giugno 2007

 

"Oggi ci sono le condizioni per avviare quel progetto di carcere della speranza che è praticamente scritto nell’articolo 27 della Costituzione": lo ha dichiarato stamani il capo del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria Ettore Ferrara inaugurando, nella casa circondariale di Marassi, una nuova caserma intitolata a Maria Grazia Casazza, la giovane vigilatrice morta il 3 giugno 1989 mentre cercava di salvare le detenute dall’incendio nella sezione femminile delle Vallette a Torino.

"L’articolo 27 della Costituzione ci impegna a perseguire un programma di inserimento sociale del detenuto ed applicare delle pene che si ispirino a principi di umanità - ha affermato Ferrara -. In un carcere nel quale la presenza era sovradimensionata di oltre il 50% era un’utopia pensare di perseguire questi obiettivi". Oggi, secondo Ferrara, "l’indulto fornisce una occasione nuova, storica, per realizzare il principio di umanità della pena".

Alla cerimonia di inaugurazione della nuova caserma (tre piani con 63 camere per 126 agenti, una palestra e due spogliatoi) era presente la sorella di Maria Grazia Casazza che aveva appuntata al petto la medaglia d’ oro al valor civile conferita alla giovane vigilatrice nell’ottobre 1989. Presenti alla cerimonia, oltre al direttore del carcere Salvatore Mazzeo e al provveditore generale Giovanni Salamone, i rappresentanti delle istituzioni e delle forze dell’ordine.

Giustizia: quanti detenuti "in attesa di giudizio" sono innocenti?

Lettera di Riccardo Arena (Avvocato e curatore di "Radio Carcere")

 

Il Riformista, 13 giugno 2005

 

Illustre Signor Ministro, "Radio Carcere" con "Il Riformista" da diverse settimane sta ponendo una particolare attenzione all’uso che si fa oggi della misura cautelare in carcere. Attenzione che è diventata sempre maggiore a causa delle vicende relative a Rignano Flaminio, all’omicidio dell’ispettore Raciti, all’affaire Perugino, che ha coinvolto alti magistrati, allo sfruttamento della prostituzione di Schicchi e Carboni, al Sindaco di Campione e a Salvo Sottile. Nomi di persone assunte agli onori della cronaca per essere arrestati ingiustamente.

La vicenda relativa all’omicidio dell’ispettore Raciti ha molto inquietato. Un minorenne tenuto quattro mesi in carcere per un omicidio non commesso. E che ancora si trova in stato di custodia in carcere, per resistenza a pubblico ufficiale. Uno dei pochi casi in Italia.

Un’ulteriore conferma del discutibile uso che si fa della custodia in carcere si ha anche dai numeri delle presenze in carcere. Infatti, come saprà, sono circa 16 mila i detenuti definitivi, mentre sono ben 14.875 quelli in attesa di un primo giudizio. Molti dei nostri lettori allarmati ci hanno chiesto se questi sono casi isolati o se, come più probabile, il numero delle persone sottoposte a misura cautelare e poi prosciolte è un numero preoccupante.

La richiesta è più che pertinente. Radio Carcere ha cercato di procurarsi questo dato, ma non c’è riuscita. Per questa ragione Le chiedo, anche a nome dei lettori di Radio Carcere, se è possibile sapere quante persone in Italia abbiano subito una misura cautelare e poi siano siate prosciolte. Le sono fin d’ora grato per la Sua disponibilità. Resto in attesa di una Sua cortese risposta.

Giustizia: un ex detenuto intervista don Ciotti (Gruppo Abele)

 

Equal Pegaso, 13 giugno 2005

 

Il 10 maggio 2007 si è tenuta al cinema Castiglione di Bologna una conferenza dal titolo "Città, cittadinanza e comunità cristiana: il carcere e le sue contraddizioni".

La conferenza è stata organizzata dall’associazione Avoc ed ha avuto come relatore principale don Luigi Ciotti. Il dibattito si è concentrato sul tema del cittadino che, nel suo essere cristiano facente parte di una comunità, si deve confrontare anche con le tematiche del mondo carcerario. Ma ha affrontato anche la questione delle diversità delle culture, religioni ed "appartenenze", viste come un momento di crescita e non di scontro, e del volontariato cristiano anche in relazione ad una rivisitazione della funzione della solidarietà.

Don Ciotti, dopo aver accennato al suo ventennale percorso all’interno di una realtà così complessa e contraddittoria come quella del sistema penitenziario italiano, ha esortato i rappresentanti delle istituzioni presenti alla conferenza ad una maggiore sensibilizzazione sulle tematiche che riguardano il sistema giudiziario in generale. Ha inoltre invitato tutti i presenti alla conferenza a cercare di mettere in pratica il messaggio cristiano anche per ciò che riguarda i rapporti di ogni singolo cittadino con il mondo carcerario.

Al termine della conferenza, un ex detenuto, affidato ai servizi sociali di Bologna e che attualmente collabora con il Laboratorio di comunicazione inserito nel progetto Equal Pegaso gestito dall’associazione Nuovamente, ha realizzato la seguente intervista a don Ciotti.

Parlando di teoria e prassi: in quale modo si esplica l’intervento in carcere del volontariato di matrice cristiana?

Io ho un sogno: quello che il volontariato sparisca, perché la solidarietà non può essere una virtù o l’eccezione di qualcuno ma dovrebbe essere la regola di tutti. Tu non sei un cittadino se non sei una persona volontaria, non sei un cristiano se non sei una persona solidale.

Il volontariato non deve essere confuso con l’impegno sociale in tutti i settori. Il vero volontariato è il dono, la gratuità, la spontaneità, la passione, il mettersi in gioco. Dovrebbe essere l’impegno di tutti. Ed allora tutte le realtà coinvolte devono lavorare anche perché cresca questa coscienza, questa consapevolezza nella gente, perché è il rapporto con l’altro che ci dice chi siamo, dove siamo e dove stiamo andando. Tu scopri chi sei nella relazione con gli altri; noi stiamo perdendo quest’anima dentro i contesti in cui operiamo, stiamo perdendo proprio questo "faccia a faccia" con le persone. Stiamo perdendo la dimensione dell’ascolto delle emozioni, dei vissuti, dei sentimenti degli altri. Viviamo in una società molto individualista che si ripiega sempre più su se stessa: ed allora non c’è un volontariato cristiano e laico, ci sono persone che, con continuità e con gratuità, offrono queste opportunità, questo dono. Bisogna stare attenti ad evitare le scorciatoie. Cosa voglio dire? Non basta essere buoni, è necessario essere giusti!

Alla luce del cambiamento radicale della popolazione detenuta, di cui circa il 48 % è composto da extracomunitari in prevalenza di fede musulmana, come si è modificato l’intervento del volontariato cristiano in carcere?

Noi in carcere non dobbiamo andare per convertire la gente. Ci dobbiamo andare per accompagnare un cammino di recupero della dignità, della libertà delle persone; per aiutare i detenuti a ritrovare un senso e a dare un significato alla loro vita. Che nessuno cali dall’alto la presunzione di voler convertire, di voler salvare!

Gli amici musulmani hanno già i loro bei riferimenti e viaggiamo tutti nella stessa direzione; l’importante è che ci sia rispetto, ci sia attenzione, ci sia accoglienza. Dobbiamo offrire a tutti quelli che sono in carcere l’opportunità per guardarsi dentro e scoprire che è possibile anche voltare pagina.

Non emergono delle contraddizioni in questo tipo di rapporto?

No, se c’è sincerità, trasparenza, chiarezza reciproca: assolutamente no. Attenzione: bisogna sempre stare attenti agli estremi dell’una e dell’altra parte e soprattutto non bisogna dimenticare che l’altro, qualunque altro, non è mai una minaccia per la propria fede, il proprio credo, i propri principi; l’altro è sempre una grande ricchezza che deve essere accettata, deve essere accolta. L’accoglienza del diverso è ciò che dà il senso e il sapore alla nostra vita. Noi abbiamo bisogno di alimentarci della ricchezza delle diversità, delle differenze.

Quello che lei propugna in fin dei conti è il vero messaggio di Cristo: ama il tuo prossimo come te stesso… tradotto in pratica però?

Bisogna stare attenti agli estremismi da qualunque parte essi vengano, a certe forme di fanatismo, a certe forme di manipolazioni di Dio.

Parlando proprio di differenze tra le due confessioni, musulmana e cattolica, esiste una forma di carità nella religione islamica e anche nelle altre fedi, al di là dei fondamentalismi?

Per me le differenze sono una ricchezza ed io ne sono felice: il gruppo in cui lavoro, il gruppo Abele, fa parte della mia storia, esiste da vent’anni ed è composto, oltre che da operatori e volontari, anche da detenuti. Vi sono quindi impegnate in questa scelta, attività o servizio, persone con storie, radici e percorsi differenti. Con me lavorano musulmani, buddisti, ebrei: persone, come ho già avuto modo di dire, con profonde differenze ma legate dallo stesso fine: la solidarietà.

Polizia Penitenziaria negli Uepe: gli assistenti sociali alla Camera

 

Comunicato Rdb, 13 giugno 2005

 

È indetto un Incontro Nazionale degli Assistenti Sociali operanti presso gli Uffici dell’Esecuzione Penale Esterna. L’incontro organizzato dal Coordinamento Rdb Penitenziari avrà luogo il giorno 21 giugno 2007 alle ore 9.30 presso la Sala Conferenze della Camera dei Deputati - Via del Pozzetto 158 - Roma. Hanno aderito i sottosegretari Luigi Manconi e Paolo Cento e Mauro Palma, Presidente del Comitato Europeo contro la Tortura. Saranno invitati altri Parlamentari e personalità della cultura e della politica sensibili al problema carceri. Tutti gli operatori Uepe sono invitati a contattare, per un loro intervento, i Parlamentari del loro territorio, Magistrati di Sorveglianza e Garanti dei detenuti. Contattateci al più presto per una vostra adesione allo 06.66141581 - 06.66591205; mail info@penitenziari.it - rdbpenitenziari@virgilio.it - augusta.roscioli@giustizia.it.

Si fa presente che l’incontro si terrà presso una sede istituzionale ed è d’obbligo l’uso della giacca e il possesso di un valido documento. Vi preghiamo di comunicare al più presto i nominativi dei partecipanti per organizzare le pratiche della segreteria necessari per l’ingresso presso la Camera dei Deputati.

Cassazione: diede una "pacca sul sedere", condannato a 18 mesi

 

Ansa, 13 giugno 2005

 

La "pacca sul sedere" - condotta con "azione repentina e insidiosa" - rimane, per la Cassazione, tassativamente fuorilegge. La Suprema Corte ha, infatti, confermato la condanna a un anno e sei mesi di reclusione, per violenza sessuale e abuso di autorità, nei confronti del gestore di una società di Oristano che aveva messo le mani addosso a una dipendente minacciandola, inoltre, di farle perdere il posto di lavoro se lo avesse denunciato per il "gesto subito". Senza successo l’imputato, Raul G., ha cercato di sostenere che la donna era consenziente. I supremi giudici - con la sentenza 22840 della Terza sezione penale - hanno convalidato la ricostruzione dei fatti operata dai giudici di merito del Tribunale di Oristano e della Corte di Appello di Cagliari in base alla quale la vittima fu oggetto della sgradita avances".

Foggia: "Centro Baobab"; gli stranieri in carcere hanno vita dura

 

www.capitanata.it, 13 giugno 2005

 

Per gli stranieri la vita in carcere è più dura: a partire dalla lingua e dall’impossibilità di accedere alle misure alternative alla detenzione per finire alle attività spesso insufficienti e a cui pochi hanno accesso, e alle difficoltà, incontrate per molti, relative alle visite da parte dei parenti. Questa mattina, presso la Casa circondariale di Foggia, si è svolta una conferenza stampa per la presentazione dei risultati della ricerca curata dal Centro Interculturale "Baobab - sotto la stessa ombra" sui detenuti stranieri ospitati nell’istituto penitenziario del capoluogo. Allo studio ha collaborato anche la Fondazione Migrantes della Cei.

"L’esigenza di leggere i bisogni all’interno del carcere di Foggia - ha dichiarato l’assessore all’immigrazione, Michele Del Carmine, presentando l’indagine - è nata lo scorso anno, quando abbiamo avviato in via sperimentale l’esperienza di uno sportello di mediazione per detenuti stranieri. L’iniziativa che abbiamo promosso ha posto l’attenzione su coloro, i detenuti stranieri, che spesso vivono l’esperienza del carcere come esclusi tra gli esclusi. Lo scorso anno lo sportello con i suoi mediatori si è fatto promotore anche delle visite degli ambasciatori dell’Albania e Polonia, due momenti importanti per le collaborazioni attivate".

Nel corso dell’anno, infatti, sono stati incontrati circa 50 detenuti presenti all’interno dell’Istituto, avviati due corsi di lingua italiana e sicuramente posta maggiore attenzione sul fatto che anche in un ambiente rigido come il contesto carcerario è necessario iniziare a "parlare le lingue del mondo".

Di questa opinione è anche l’assessore alle politiche sociali della Provincia di Foggia, Benvenuto Grisorio che ha sottolineato come la collaborazione dei responsabili dell’istituto penitenziario ha permesso di raggiunge importanti risultati. "L’esperienza - afferma Grisorio - ha evidenziato anche la necessità di potenziare le iniziative. Pertanto, in collaborazione con l’assessore Del Carmine e dello stesso Istituto stiamo elaborando progettualità per fare in modo che il sentiero tracciato possa diventare una strada".

 

Detenuti stranieri, soprattutto giovani

 

Il carcere di Foggia parla le lingue del mondo. E lo fa grazie alle iniziative del centro interculturale Baobab che, in collaborazione con Comune, Provincia e Istituzioni carcerarie, ha messo su da oltre un anno uno sportello informativo ed ora ha sviluppato un’indagine conoscitiva sulla condizione dei detenuti stranieri al penitenziario foggiano.

Il monitoraggio ha interessato 44 detenuti immigrati, 39 uomini e 5 donne, su 60 carcerati stranieri; il questionario, tradotto in inglese, francese, arabo, polacco, rumeno, albanese ed ucraino, è stato articolato in tre fasi: il vissuto dell’immigrato prima di entrare in carcere, la sua condizione familiare e cosa pensa del futuro. Fondamentale anche la collaborazione della Fondazione Migrantes della Conferenza episcopale italiana.

Dai dati è emerso che il 60% degli immigrati in carcere ha meno di 32 anni; le comunità più numerose sono quella albanese, con il 42.5%, marocchina, il 20%, e rumena, 15%. "Un dato - ha dichiarato Domenico La Marca, responsabile del Baobab - che rispecchia l’alto numero di presenze sul territorio e non deve cedere a scorrette interpretazioni sul fatto che queste comunità sono quelle che più delinquono".

Analizzando, inoltre, la condizione lavorativa degli intervistati il 40% dichiara di aver svolto un lavoro in nero, 23% disoccupati e il 18% ha un lavoro stabile. La vita in carcere non sembra creare molti problemi: un detenuto su tre non ha avuto difficoltà di inserimento, mentre per uno di loro su cinque la lingua italiana è stata vissuta come una difficoltà. I permessi premio, infine, costituiscono un privilegio solo per il 7.5%.

"Il carcere - ha dichiarato l’assessore comunale alla Legalità, Lino del Carmine - non è una discarica umana. Ci sono delle persone all’interno, tra le altre cose a migliaia di chilometri dai loro paesi e dalle loro famiglie, che vanno aiutate e sostenute". Un concetto ribadito anche da Tino Grisorio, assessore alle Politiche sociali della Provincia di Foggia, secondo cui "è necessario potenziare sempre di più le iniziative già messe in campo. Dobbiamo fare in modo - ha concluso - che il sentiero tracciato possa diventare una strada".

Genova: minacciato il direttore di "Marassi", Salvatore Mazzeo

 

Secolo XIX, 13 giugno 2005

 

"Nella realtà genovese di questi giorni verosimilmente sono frutto di uno spirito di emulazione che lascia il tempo che trova": il Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, Ettore Ferrara, commenta così le minacce contro il direttore del carcere di Marassi, Salvatore Mazzeo, contenute in volantini affissi domenica notte nei vicoli del centro storico del capoluogo ligure. Il direttore della casa circondariale genovese, la cui foto campeggia al centro dei volantini, viene accusato di essere il responsabile di torture e suicidi tra le celle: "Che dalla popolazione di Genova gli possa arrivare il giusto riconoscimento", conclude il volantino; un linguaggio, secondo la Digos, di chiara impronta anarchica.

"Le minacce fanno parte della vita di ciascuno di noi tutti i giorni. Se le minacce arrivano all’arcivescovo, figuriamoci se un qualsiasi funzionario e a maggior maggiore il direttore di un istituto importante come Marassi si lascia condizionare da questi episodi", ha affermato Ferrara; "andremo avanti per la nostra strada, e in particolare il direttore di Marassi, in maniera convinta e consapevole", ha concluso. Sereno il direttore del carcere: "Ho sempre fatto il mio dovere. Ho assicurato la sicurezza, ma anche un buon trattamento. La falegnameria, la panetteria, il campo di calcio all’interno del carcere lo dimostrano".

 

Sappe: subito un comitato sicurezza

 

Il sindacato autonomo di polizia penitenziaria Sappe sollecita la convocazione urgente di un riunione del comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica sui problemi penitenziari genovesi. La richiesta fa seguito alle minacce contro il direttore della casa circondariale di Marassi, contenute in volantini affissi domenica nel centro storico, e all’aggressione da parte di un detenuto di due agenti nel carcere della Valbisagno. Chiesta attenzione al prefetto.

Ancona: quattro progetti per il reinserimento dei condannati

 

Corriere Adriatico, 13 giugno 2005

 

Il reinserimento sociale dei condannati è stato il tema di un corso di formazione promosso e finanziato dal Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria delle Marche, che ha condotto all’elaborazione di quattro progetti riguardanti le province di Ancona, Pesaro, Fermo e Ascoli Piceno. L’iniziativa - illustrata in un seminario ad Ancona - ha coinvolto agenti, educatori, cooperative sociali e comunità terapeutiche, nell’ambito, ha rilevato il dirigente generale dell’amministrazione penitenziaria Raffaele Iannace, dei compiti istituzionali di reinserimento dei detenuti.

Iniziato a novembre, il corso ha portato ad Ancona alla proposta di creazione di un "gruppo di attenzione dei dimittendi". A Fermo, il lavoro si è concentrato invece sull’elaborazione di un percorso formativo di accoglienza dei detenuti, da parte delle maestranze delle aziende calzaturiere della zona. A Pesaro, la proposta ha riguardato l’inclusione sociale dei condannati in lavori di pubblica utilità, e ad Ascoli la partecipazione dei detenuti alla futura creazione di un comitato carcere-territorio. Sono due le leggi regionali, a salvaguardia dei carcerati, in dirittura d’arrivo - ha annunciato ieri l’assessore regionale Marco Amagliani: la prima riguarda l’istituzione del garante delle carceri, e l’altra quella di un comitato di coordinamento per il reinserimento dei detenuti. "Non servono fondi ingenti - ha detto - ma norme precise e una crescita culturale". Il seminario ha visto la partecipazione del direttore generale di Confindustria Marche, Paola Bichi-Secchi, che ha rilevato la necessità che i detenuti dimessi possano affacciarsi sul mercato del lavoro provvisti di una formazione professionale adeguata alle esigenze delle imprese.

Prato: quindici detenuti al lavoro nel parco Albereta di Vernio

 

Prato Blog, 13 giugno 2005

 

È in programma venerdì, al parco Albereta di Vernio, la terza edizione del progetto Recupero del patrimonio ambientale, promosso da Asm, Casa circondariale di Prato, Comunità montana Val di Bisenzio, comuni di Prato, Vaiano, Vernio, Cantagallo, Poggio a Caiano e Montemurlo, Consorzio di cooperative sociali Astir.

Una quindicina i detenuti della Casa circondariale di Prato che prenderanno parte all’iniziativa che consiste nella pulizia, nella manutenzione e nella sistemazione del parco. Una giornata, insomma, dedicata all’opera dei detenuti a favore dell’ambiente. Le persone scelte per partecipare all’iniziativa, lavoreranno a titolo gratuito.

Il progetto rientra in una rete sociale che favorisce il reinserimento dei detenuti nella società e il loro recupero. Venerdì, a partire dalle 8.00 circa e fino al tardo pomeriggio, il gruppo sarà impegnato in una serie di azioni all’interno del parco Albereta: saranno rimossi piccoli rifiuti, sistemati gli arredi e il verde, sarà risistemata una piccola capanna che si trova al centro del grande spazio verde. Un lavoro di solidarietà sociale e di partecipazione alla cura e alla salvaguardia del patrimonio ambientale, che risponde agli obiettivi di riabilitazione dei detenuti. Detenuti che avranno l’occasione di dimostrare il proprio senso di responsabilità e affermare la propria volontà di rientrare a far parte della società una volta scontata la pena.

Roma: "dona un libro al carcere", iniziativa della Feltrinelli

 

Vita, 13 giugno 2005

 

Librerie Feltrinelli, in collaborazione con il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e del Ministero della Giustizia promuovo l’iniziativa "Un libro per volare" a favore delle biblioteche in carcere. Il grande pubblico sarà invitato ad acquistare alcuni dei propri libri preferiti per donarli a un carcere del territorio cittadino mentre parte del ricavato delle vendite dei libri acquistati nei punti vendita cittadini dal 14 al 20 giugno verrà destinato al progetto da parte della Feltrinelli. In questo contesto, personaggi come Paolo Bonolis e Giuliana De Sio, nel ruolo speciale di commessi per un giorno, dispenseranno consigli ai lettori e promuoveranno l’iniziativa e la lettura in ambito penitenziario. Domani alle ore 15.30 presso la Galleria Colonna di Roma, si terrà la Conferenza stampa di presentazione con la partecipazione dell’Amministratore Delegato Dario Giambelli e del Direttore Generale Stefano Sardo de La Feltrinelli, del Ministro della Giustizia Clemente Mastella, e del capo del Dap (Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria) Ettore Ferrara.

L’Aquila: minacce a mons. Bagnasco, indagata brigatista Lioce

 

La Repubblica, 13 giugno 2005

 

Sarebbe la "mandante" della strategia che ha ordito le minacce al presidente della Cei, monsignor Angelo Bagnasco. Dal carcere avrebbe inviato "messaggi cifrati" a militanti esterni finalizzati a mettere in atto la campagna di intimidazioni all’arcivescovo di Genova. Nadia Desdemona Lioce, la brigatista che sta scontando tre ergastoli per gli omicidi di Marco Biagi, Massimo D’Antona e per quello del sovrintendente della Polfer, Emanuele Petri, è indagata per questo dalla procura dell’Aquila per associazione con finalità di terrorismo.

Ma dal carcere del capoluogo abruzzese dove è detenuta in regime di 41-bis, la brigatista, senza mezzi termini, con un documento "politico", depositato al Tribunale del Riesame, parla di ‘strumentalizzazione" negando che il partito comunista combattente abbia alcun interesse strategico nella vicenda Bagnasco.

L’inchiesta del pm Alfredo Rossini, è scaturita da una perquisizione fatta l’11 aprile scorso nella cella della Lioce, unica detenuta del reparto "giallo" del penitenziario abruzzese, davanti al quale, nei giorni scorsi, fu organizzata da gruppi della estrema sinistra una manifestazione proprio contro il 41-bis. Durante la perquisizione, eseguita dalla polizia penitenziaria, venne rinvenuta, e poi sequestrata, una busta bianca con un testo di due righe: nelle quali si legge "...ne do...asco ne..." e nella seconda riga la parola "religios...". Per gli inquirenti era un indizio di un possibile coinvolgimento nelle minacce a monsignor Bagnasco. La vicenda è poi finita al vaglio del Tribunale del Riesame dell’Aquila che ha convalidato il sequestro ed ora sarà un incidente probatorio a chiarire la natura delle scritte e se la busta sia riconducibile alla Lioce.

Nel verbale di sequestro si legge di "una busta bianca da lettera non utilizzata, senza timbri di censura, é in arrivo, né in partenza, recante sulla parte superiore, quella che si ripiega per la chiusura, una piccola striscia di carta sovrapposta alla busta stessa". La striscia "ricopre un rettangolo annerito con un testo dattiloscritto di due righe in gran parte illeggibile. Tale sequestro - continua il verbale - si è reso necessario dal momento che in tali parole possono ravvisarsi elementi di reato, tenuto conto della posizione processuale della Lioce e alla luce dei recenti fatti di cronaca in materia di terrorismo riportati dai mezzi di comunicazione".

"Come militante Br-Pcc prigioniera - ha scritto la Lioce nella lettera depositata agli atti del Riesame - dichiaro di disconoscere qualunque attribuzione surrettizia a me personalmente o all’organizzazione a cui appartengo, di contenuti più o meno politici estranei alla linea politica praticata e proposta dalle brigate rosse per la costruzione del partito comunista combattente, che sostengo e nella quale mi sono più volte pubblicamente riconosciuta".

Immediate le reazioni politiche, anche se improntate alla massima cautela: "vedremo se le ipotesi del coinvolgimento della brigatista rossa Lioce troveranno conferme e fondamento" sottolinea Maurizio Gasparri di An. Dello stesso tono anche i commenti di Mura (Idv) e Bertolini (Fi) per i quali "sarebbe di una gravità inaudita se il ruolo della Lioce venisse confermato". Per Riccardo Pedrizzi, di An, "è ora che il governo, stavolta con il ministro dell’Interno in prima persona, torni a riferire in parlamento sulla vicenda degli insulti e delle minacce di morte al presidente della Cei, monsignor Angelo Bagnasco, che assume contorni ancora più inquietanti", dopo l’apertura di indagini sulla brigatista Nadia Lioce".

Roma: ex SS Priebke può lasciare i domiciliari, va a lavorare

 

La Repubblica, 13 giugno 2005

 

Libero per motivi di lavoro. Erich Priebke, il 93enne ex ufficiale delle SS condannato all’ergastolo per la strage delle Fosse Ardeatine, ha ottenuto il permesso di lasciare gli arresti domiciliari con un’autorizzazione, firmata dall’Ufficio militare di Sorveglianza. Secondo quanto si è appreso Priebke, ai domiciliari in un appartamento della capitale, potrà andare a lavorare "tutti i giorni, libero nella persona", è scritto nel decreto, nello studio del suo legale.

Nel decreto di modifica delle prescrizioni concernenti la detenzione domiciliare di Erich Priebke, il magistrato militare di sorveglianza, scrive che l’ex ufficiale delle SS è "autorizzato a recarsi, anche giornalmente e libero nella persona, nello studio del avvocato Paolo Giachini, per rimanervi per l’arco temporale che avrà cura di segnalare con congruo anticipo alle autorità di polizia preposta al controllo".

Priebke, così, potrà ora lasciare l’appartamento sull’ Aurelia per raggiungere lo studio legale nel quartiere Monti, a pochi passi dalla Banca d’Italia. Quale sarà il suo lavoro ancora non è chiaro, anche se uno dei suoi legali, l’avvocato Giosuè Bruno Naso, ricorda che in questo periodo Priebke, arrestato in Argentina nel 1994 ed estradato in Italia l’anno successivo, "scrive molto" e, probabilmente, ha bisogno di consultare materiale di documentazione. Non è escluso dunque che l’ex ufficiale nazista possa impegnarsi in un’attività di tipo editoriale.

Nel decreto è inoltre precisato che "il detenuto durante le ore di lavoro nello studio legale potrà uscire soltanto per soddisfare, nei luoghi più vicini e per il tempo strettamente necessario, le rappresentate indispensabili esigenze di vita".

 

I commenti

 

"Se facessi parte della comunità ebraica non sarei contento ma anche come cittadino resto abbastanza perplesso". Il ministro della Giustizia, Clemente Mastella, ha risposto così a chi chiedeva un commento sulla decisione del Tribunale militare di sorveglianza che permette all’ex ufficiale delle SS, Herich Priebke, di lasciare ogni giorno i domiciliari per andare a lavorare. "Ogni atto che va in questa direzione, per quanto possa essere atto di perdono giudiziario, finisce per ricordare tragedie che restano tragedie", ha proseguito Mastella rivolgendo tutta la sua "vicinanza" alla comunità ebraica. Il Guardasigilli ha infine indicato di non potere esprimere altri "giudizi di merito" sulla questione trattandosi di giustizia militare che "non rientra nelle mie competenze".

Intanto la "libertà" di Priebke ha provocato un vero e proprio terremoto nell’ambiente politico e tra l’opinione pubblica. Anche l’Associazione nazionale magistrati prende le distanze dalla decisione di concedere la semilibertà a Erich Priebke, 93 anni, ex ufficiale delle Ss condannato all’ergastolo per la strage delle Fosse Ardeatine e preferisce non commentare. "Non ho alcuna riflessione da fare sull’argomento", ha detto il presidente dell’Anm Giuseppe Gennaro. Il segretario generale del sindacato delle toghe, Nello Rossi commenta ironicamente: "Noi abbiamo migliaia di detenuti di cui occuparci. Dell’unico detenuto del Tribunale militare se ne occupino appunto i giudici militari"

"Erich Priebke inizierà a lavorare quando lo riterremo opportuno - ha intanto detto il suo legale Paolo Giachini - probabilmente dalla prossima settimana, in considerazione delle sue condizioni fisiche, anche se il provvedimento del tribunale era operativo già dal mese passato"."Quello che non capisco - sottolinea l’avvocato - è che in un paese civile come il nostro, cerchiamo di dare un’attività agli anziani, per far sì che non si lascino andare. Ma se questo succede con un uomo come Priebke tutti insorgono. Se però si parla di uno come Adriano Sofri, nessuno si scandalizza se lo portiamo alla Scala o al palio di Siena. Questo è razzismo".

Diritti: nel 2006 Italia "da record"... per l'esportazione di armi

 

Unimondo, 13 giugno 2005

 

L’Italia è ottava nel mondo per le spese militari e settima per l’export di armi: nel 2006 ha venduto armamenti per un valore di 860 milioni di dollari.

Nel 2006 l’Italia, con 29,9 miliardi di dollari, scende all’ottavo posto nella graduatoria per spese militari nel mondo scavalcata dalla Russia (34,7 miliardi): ma con una spesa militare pro-capite di 514 dollari supera - per il terzo anno consecutivo - quella della Germania (447 dollari pro-capite), mantenendo in questa graduatoria il settimo posto.

Con un incremento del 3,5% rispetto all’anno precedente le spese militari nel mondo nel 2006 hanno raggiunto i 1.204 miliardi di dollari in valori correnti e 1158 miliardi di dollari ai valori costanti del 2005. Unimondo rende noto in anteprima in Italia i primi dati del Rapporto Sipri 2007, l’autorevole Istituto di ricerca della pace di Stoccolma che oggi segnala come la spesa militare sia aumentata nel corso di 10 anni del 37% e registri a livello mondiale nell’ultimo anno un incremento da 173 a 184 dollari pro-capite.

Al primo posto permangono gli Stati Uniti che, per le operazioni militari in Afghanistan e Iraq hanno visto una crescita del budget militare che - ai valori costanti del 2005 - raggiunge i 538,7 miliardi di dollari e ricopre il 46% dell’intera spesa militare mondiale. "Un incremento che a partire dal 2001 ha contribuito al deterioramento dell’economia americana" - afferma il Sipri. Al seguito, come ormai da diversi anni, Gran Bretagna (59,2 miliardi di dollari), Francia (53,1 miliardi), Cina (49,5 miliardi), Giappone (43,7 miliardi), Germania (37 miliardi).

L’Italia, con 29,9 miliardi di dollari, scende all’ottavo posto scavalcata dalla Russia (34,7 miliardi), ma con una spesa militare pro-capite di 514 dollari supera per il terzo anno consecutivo quella della Germania (447 dollari pro-capite), mantenendo in questa graduatoria il settimo posto. In generale, le spese militari segnano un incremento negli Stati Uniti, in Russia (del 12%) e in Cina, mentre sono diminuite nell’Europa occidentale e nell’America centrale.

Per quanto riguarda, invece, il commercio internazionale di armamenti convenzionali una nostra analisi sui dati del SIPRI mostra che sono i paesi dell’Unione europea i principali esportatori di armi il cui valore - tra trasferimenti interni tra i vari membri dell’Ue e esportazioni extra-Ue - raggiunge nel 2006 la cifra record di 10,5 miliardi di dollari ricoprendo nell’insieme il 39,2% di tutti i trasferimenti internazionali. Se si considerano invece le sole esportazioni extra-europee, l’Unione europea raggiunge il 20% di tutto il commercio mondiale - segnala il Sipri.

Considerando i singoli paesi, gli Stati Uniti con 7,9 miliardi di dollari nel 2006 tornano ad essere il principale esportatore mondiale per il secondo anno consecutivo. Segue la Russia con 6,6 miliardi di dollari e quindi la Germania - che con 3,8 miliardi di dollari raddoppia l’export di armamenti rispetto al 2005. Quindi la Francia (1,5 miliardi in calo rispetto ai 2 miliardi del 2005), l’Olanda che incrementa notevolmente le esportazioni raggiungendo nel 2006 la cifra di 1,5 miliardi di dollari) e la Gran Bretagna che sale a più di 1 miliardo di dollari di esportazioni.

Nel 2006 l’Italia scende al settimo posto rispetto al 2005, ma con 860 milioni di dollari di esportazioni militari segna un record ventennale: era dal 1985 infatti che l’Italia non superava gli 800 milioni di dollari di esportazioni di armamenti. I dati del Sipri confermano la forte ripresa dell’esportazioni militare italiana già segnalata dalla recente Relazione della Presidenza del Consiglio sull’export di armi che riporta per il 2006 commesse e autorizzazioni di armi per oltre 2,1 miliardi di euro.

Per quanto riguarda le ditte produttrici di sistemi militari, la principale azienda italiana Finmeccanica balza al settimo posto tra le principali aziende di armamenti nel mondo: con vendite per oltre 9,8 miliardi di dollari nel 2005, che segnano un incremento di oltre 2,67 miliardi di dollari (più 37,5%) rispetto al 2004, l’azienda italiana - controllata per il 32,3% dal Ministero dell’Economia e delle Finanze - scala in pochi anni la graduatoria delle principali ditte produttrici di armi (era decima nel 2003). La tabella del Sipri delle 100 principali aziende di armi segnala inoltre che nel 2005 quasi il 70% delle vendite di Finmeccanica sono rappresentate da armamenti. A questo vanno aggiunte le vendite, per oltre 4 miliardi di dollari, della Mbda, il consorzio missilistico compartecipato da Bae Systems, Eads e di cui Finmeccanica detiene una quota del 25% e che produce solo sistemi militari.

Anche per il 2005, la principale azienda mondiale di armamenti rimane la Boeing Usa con vendite di armi per oltre 28 miliardi di dollari, seguita dalle statunitensi Northrop Grumman (27,6 miliardi), Lockheed Martin (26,5 miliardi), dalla britannica Bae Systems (23,2 miliardi) e quindi ancora da due ditte statunitensi: la Raytheon (19,8 miliardi) e la General Dynamics (16,6 miliardi). Le 40 principali ditte statunitensi ricoprono il 63% di tutte le vendite di armamenti nel mondo che nel 2005 sono salite a 290 miliardi di dollari, mentre 32 ditte europee hanno acquisito il 29% dello share mondiale, 9 ditte russe il 2% e il rimanente 6% è suddiviso tra aziende giapponesi, israeliane e indiane.

Droghe: Turco; ragazzi... con le "sostanze" non ci si realizza!

 

Notiziario Aduc, 13 giugno 2005

 

Siamo di fronte ad "un’emergenza educativa". Lo ha affermato il ministro della Salute Livia Turco facendo il punto, durante "Sky Tg24 Pomeriggio", sul rapporto tra giovani e comportamenti a rischio come l’abuso di alcol, fumo e sostanze. "Di fronte a noi c’è un’emergenza educativa: i ragazzi vanno guidati di più e, nella loro guida, vanno nominate di più le regole. I ragazzi vanno capiti e bisogna avere fiducia in loro, ma vanno anche insegnate loro delle regole, e se le leggi aiutassero anche a ripristinare le regole, non farebbe male".

Il ministro ha quindi voluto ribadire il messaggio lanciato ai giovani durante questi mesi di governo: "Le sostanze, dal fumo all’alcol alle droghe non solo fanno male, ma non è affidandosi ad esse che ci si realizza, né è questo il modo per passare bene il proprio tempo". Per il divertimento dei giovani, ha aggiunto il ministro, "ci sono altre modalità che la politica dovrebbe mettere a disposizione, dalla musica al teatro ad esempio". Il messaggio, ha concluso il ministro, è dunque duplice: "Ci si può divertire in modo diverso e non bisogna dimenticare, come ormai acclarato da tanti studi, che il fumo e le sostanze fanno male".

 

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